Durante le Mostre del Libro capitava che qualche genitore ben intenzionato, al momento di prendere il resto, lasciasse qualche spicciolo. Già arrivata al terzo genitore munifico ho pescato una deliziosa scatolina tolkieniana, che aveva contenuto i miei orecchini à la Arwen (un ottimo acquisto, detto per inciso, anche se sul momento li avevo trovati un po' cari) e l'avevo trasformata in salvadanaio. Più avanti mi è venuto in mente di mettere, sempre alle Mostre, qualche doppione in vendita a prezzi stracciati e la scatolina si è vieppiù arricchita. Così ho trasferito parte del suo contenuto in uno di quei sacchetti di velo da confetti di cui non si sa mai che fare ma che dispiace buttare via e ho trasferito detto sacchetto nella mia borsa.
A che scopo? No, niente pizze con gli amici e niente caffé alla macchinetta della scuola: pochi euro, nelle mani di una esperta cacciatrice di libri possono trasformarsi in un tesoro prezioso. Mi capita spesso infatti di fermarmi ai banchetti di libri usati nelle varie sagre di paese o nei mercatini di beneficienza, dove talvolta a prezzi minimi si possono trovare autentici tesori, e soprattutto quei libri che ormai sono fuori catalogo e non trovi più in vendita né per oro né per argento. Tra i miei migliori affari vanto un Signore degli Anelli che mi incaponii, per puro spirito di giustizia, a pagare ben quattro euro anche se insistevano a cedermelo per due e un Dio del Fiume in edizione non economica a un euro (quello però lo pagai di tasca mia perché era un mercatino di beneficienza del gattile e sono sempre disponibile a lasciare un piccolo obolo per i mici abbandonati).
Quest'anno le offerte e le vendite sottobanco sono state piuttosto abbondanti e per la prima volta ho cominciato a meditare qualche acquisto su maremagnum dove si trovano a volte perfino le Brutte storie o le Brutte scienze della Salani che spesso e volentieri in libreria sono esaurite; finché una sera, girellando per la sagra locale di Lungacque, mi imbattei nel mercatino dei doppioni che la biblioteca comunale faceva a scopo di autofinanziamento - insomma, tra colleghi ci si capisce. Mentre spulciavo in fretta e furia perché non ero da sola e avevo piantato gli amici come carciofi in mezzo alla strada dello struscio del paese, la bibliotecaria mi offrì nientemeno che la Storia d'Italia a fumetti di Enzo Biagi al folle prezzo di un euro a volume. Chiaramente non la feci nemmeno finire di parlare e accettai con entusiasmo. Siccome però la Storia d'Italia a a fumetti, per quanto bella e ben fatta, non è esattamente un peso piuma, i bibliotecari presero i soldi e mi dissero di ripassare quando volevo in biblioteca a ritirarla.
Qualche giorno dopo però, quando passai, mi confessarono che il mio pregiato acquisto sembrava essersi volatilizzato. Mi restituirono i soldi con molte scuse e io soffrii in silenzio, perché nel frattempo avevo cercato per curiosità le quotazioni in rete e mi ero molto rallegrata di essere riuscita a trovarla praticamente in regalo perché, oltre che difficile da reperire in versione completa a tre volumi*, la Storia d'Italia a fumetti è cara assaettata.
Fino a quel momento non avevo mai dedicato un solo pensiero alla Storia d'Italia a fumetti per la biblioteca scolastica - anzi, ne avevo completamente dimenticata l'esistenza, anche se quando era uscita naturalmente ne avevo sentito parlare fino alla saturazione più completa; ma adesso mi sembrava che qualsiasi biblioteca scolastica priva della Storia d'Italia a fumetti fosse solo una miserabile ciofeca di biblioteca, indegna della sia pur minima considerazione. Non sto quindi a descrivere il mio entusiasmo e la folle gioia quando, spulciando non senza frutto nella sezione libri di uno di quei negozietti di conto vendita che oggi si trovano un po' dappertutto, trovai per l'appunto una versione completa della pregiata pubblicazione, per di più fornita di cofanetto.
D'accordo, costava trenta euro e non tre, ma era pur sempre un ottimo affare e lo stato di conservazione era perfetto. C'era da dire però che un acquisto di trenta euro per il piccolo fondo di cui disponevo era una grossa spesa e non rientrava nella serie "pesca miracolosa per pochi spiccioli". Insomma, per come la vedevo secondo me la scuola poteva benissimo frugarsi in tasca e tirarli fuori lei, i trenta euro, mentre io di mio ci mettevo la mia superiore abilità di cacciatrice, maturata in decine di anni di esperienza negli appostamenti a qualsivoglia luogo in cui si vendessero libri sottoprezzo.
Sapevo benissimo che ogni spesa andava autorizzata dalla Dirigente e tutto questo genere di cose, ma la Dirigente era ormai in vacanza (oltre che praticamente in pensione) e sarebbe tornata di lì a due settimane, alla Segreteria le richieste di acquisto vanno badate come figli prematuri ancora in incubatrice se non addirittura come gattini orfani di pochi giorni, di quelli che devi dargli il latte col contagocce ogni due ore circa, tant'è vero che l'ultima richiesta di acquisti che avevo fatto era sparita nel nulla per un anno mentre languivo nelle corsie d'ospedale, e ammetto che la cosa non mi ha favorevolmente impressionato.
Così la mattina dopo ero in Segreteria, con la mia ricevutina in mano e il sorriso dell'innocenza stampato sul viso, e con il tono più candido del mio repertorio ho raccontato del meraviglioso acquisto di cui chiedevo il rimborso.
La DSGA, ovvero la Segretaria in capo, è saltata in aria come un tappo di spumante, prima ricordandomi che così non si faceva e spiegandomi come esattamente avrei dovuto fare, e io ho ascoltato la sfuriata col capo chino e mi sono scusata molto facendo un timido tentativo per spiegarle la particolarità del caso. Ma lei ha poi proseguito con alte lamentele per le persecuzioni cui era sottoposta, per i revisori che le stavano addosso pronti a rifarsela con lei, che non voleva rimetterci per colpa nostra, che non era nemmeno una DSGA ma stava facendo il concorso, che tutti la tormentavano, che...
Giù alla terza frase accorata ogni ombra, non dico di pentimento perché non ero minimamente pentita e avrei rifatto ciò che avevo fatto senza un attimo di esitazione, ma di solidarietà e umana comprensione da lavoratrice a lavoratrice, era completamente scomparsa dal mio cuore e ho staccato l'audio come faccio sempre quando mi ritrovo in qualche situazione sommamente noiosa; verso la settima frase anzi ho cominciato a maturare un sempre più consistente rancore e a sentirmi ben contenta di avere fatto qualcosa in grado di contrariare tanto una così esasperante e noiosa individua.
Infine, approfittando di un attimo di pausa (perché nella vita talvolta è necessario respirare) le ho spiegato con bel garbo come l'occasione che mi si era presentata fosse irripetibile e che in quel tipo di negozi non usa lasciare acconti e tenere un acquisto in sospeso (anche se non sono sicura che sia vero) e il rischio di veder sparire il pregiato oggetto era troppo alto perché me la sentissi di tentare la sorte, e anzi qualora si fosse nuovamente presentata una sì miracolosa occasione (il che purtroppo è praticamente impossibile) non avrei esitato a comportarmi nello stesso modo**. Come speravo, l'indignazione l'ha quasi lasciata senza parole.
Alla fine mi ha fatto fare una richiesta scritta e l'ho accontentata, scrivendola nel più inappuntabile dei gerghi legal-scuolesi e ci siamo lasciate, lei un po' stremata dopo la lunga sceneggiata e io abbastanza di malumore.
Tornata in biblioteca, mentre riordinavo e pulivo gli scaffali, in purissimo spirito di volontariato perché nessuno pretendeva da me che lavorassi anche nella prima settimana di Luglio, mi sono detta che comunque, avendo io fatto alla scuola non un danno bensì un favore dettato esclusivamente da purissimo zelo professionale di cui nessuno saprà mai nulla se non gli occasionali lettori del mio blog di nicchia, tutto sommato la sfuriata avrebbe anche potuto risparmiarsela.
D'altra parte non sono certo la prima insegnante che viene aspramente rampognata per aver fatto qualcosa in più del suo dovere, e certamente non sarò l'ultima.
Ma ormai la Storia d'Italia a fumetti è lì, e certo non scapperà. E questo mi riempie di soddisfazione professionale.
Una domanda tuttavia si impone: che cosa ci fa Gimli figlio di Gloin, in purissima versione Peter Jackson, sulla copertina del primo volume della Storia, visto che tale Storia è stata data alle stampe circa un quarto di secolo prima che il buon Jackson facesse il primo provino all'ottimo John Rhys-Davies?
*in realtà esiste anche un quarto volume che riguarda il dopoguerra, ma secondo me era fatto troppo a caldo per costituire una lettura valida - insomma rischiava di risultare non imparziale e nello stesso tempo non aggiornato. Comunque il problema non si è posto e anche all'usato in rete c'erano solo i primi tre volumi, o più esattamente, quando ho guardato io, il primo e il terzo.
**qualora nel sacchetto avessi a disposizione fondi sufficienti per non rischiare di rimetterci di tasca mia, ma questo non l'ho precisato.
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giovedì 11 luglio 2019
sabato 30 novembre 2013
Gimli e Galadriel
Gimli il Nano si dimostra fin dall'inizio persona ragionevole e senza troppi pregiudizi verso gli Elfi. La convivenza con Legolas nella Compagnia è piuttosto tranquilla, con solo un paio di frecciatine reciproche di assaggio. Ma quando arriva a Lothlorien di pregiudizi ne trova, eccome: saputo che nella Compagnia c'è un nano gli elfi guardiani fanno un sacco di storie, nonostante Frodo assicuri che è un nano rispettabilissimo scelto per la Compagnia da Elrond in persona e Legolas si faccia garante per lui. I regolamenti del Bosco d'Oro sono implacabili, e per traversarlo Gimli deve essere bendato.
Il trattamento, oltre che ingiusto, è anche piuttosto sciocco: perché, preoccupatissimi di sorvegliare il pericoloso nano sovversivo, le sentinelle di Lothlorien si lasciano scivolare tra le mani Gollum, che va e viene come più gli comoda per il Bosco d'Oro, mentre Gimli non si sogna nemmeno di far qualcosa di men che ortodosso. Comprendiamo così che l'ostilità tra nani ed elfi deriva principalmente dal fatto che gli elfi hanno sempre trattato i nani come appestati, cosa del resto già ampiamente dimostrata ne Lo Hobbit.
Davanti alle comprensibili rimostranze di Gimli, Aragorn decide che tutta la Compagnia avanzerà bendata, dopo una breve osservazione sul fatto che, forse, magari, gli avversari del Nemico potrebbero fare qualcosa di meglio che darsi addosso l'un l'altro. Le lamentele di Legolas arrivano al cielo, ma insomma alla fine la Compagnia si muove.
Per fortuna Galadriel manda subito l'ordine di sbendarli tutti, nano compreso, e quando i viaggiatori arrivano davanti ai reali consorti Gimli si è un po' addolcito.
Accolto con grande (e doverosa) cortesia, a parte uno scivolone subito rimangiato di Celeborn, il nano guarda Galadriel negli occhi e gli parve di penetrare nel cuore di un nemico all'improvviso, e di trovarvi amore e comprensione.
Il cuore di Gimli cambia all'improvviso, e quella che era una ragionevole disponibilità in nome di interessi comuni diventa un grande affetto. Da quel momento lui e Legolas saranno amici inseparabili, e Galadriel regnerà per sempre nel suo cuore.
L'affetto tra il prode nano e la regina degli elfi è reciproco e profondo, e Galadriel decide di portarlo alla luce. Sa che Gimli desidera da lei qualcosa che lei non può offrire, ma che può accettare di concedere se richiesta; così non gli prepara un regalo d'addio (non sarebbe stato difficile: un qualsiasi manufatto ben eseguito sarebbe stato perfetto per l'occasione. I doni per Merry, Pipino e Boromir rientrano in questa categoria) ma gli chiede di chiederle cosa vuole da lei. Gimli risponde con la più medievale delle cortesie che non desidera alcun regalo, e per lui è sufficiente aver veduto la Signora dei Galathrim e udito le sue dolci parole.
Galadriel insiste: "Sono certa che tu desideri qualcosa ch'io sono in grado di darti". E alla fine Gimli ammette di desiderare uno dei suoi capelli che eclissano l'oro della terra come le stelle eclissano le gemme delle miniere - ma ha cura di precisare che non lo sta chiedendo, sta solo obbedendo alla richiesta che lei gli ha fatto di esprimere un suo desiderio.
Sentito il desiderio gli elfi fanno tanto d'occhi, mentre il regal consorte Celeborn osserva un dignitosissimo silenzio - pur pensando probabilmente molte cose in cuor suo; e Galadriel scioglie una delle sue lunghe trecce e consegna a Gimli non uno ma tre dei suoi capelli d'oro che eclissano eccetera eccetera, aggiungendo al dono la previsione che nelle mani di Gimli l'oro scorrerà a flutti, ma non avrà mai su di lui nessun potere - che, più che una previsione o una profezia, sembra a quel punto una constatazione.
Il vero regalo naturalmente non sono i capelli, è l'opportunità che Galadriel gli ha offerto di conoscere ed essere quello che lui realmente è, ed è un regalo senza prezzo di cui giustamente Gimli le sarà riconoscente per tutto il resto dei suoi giorni. I tre capelli d'oro sono a loro volta testimonianza di quel che avrebbe potuto essere tra elfi e nani e non è mai stato, se non in qualche occasione ormai lontana nel tempo, e che ormai è troppo tardi per realizzare compiutamente a livello di razza - ma non tra singoli individui che sanno riconoscersi.
Questa bella scena è stata per me il primo incontro con quel modo particolarissimo di parlarsi che hanno i personaggi di tanta letteratura medievale, che viene genericamente etichettata come "cortesia". Solo un medievista poteva scriverla.
mercoledì 27 novembre 2013
La Compagnia dell'Anello
Foto di gruppo della Compagnia prima della partenza
Al momento di formare la Compagnia dell'Anello, Tolkien avvisa Elrond che questo è un sequel de Lo hobbit, col risultato che gli unici personaggi veramente nuovi rispetto al romanzo precedente sono i due uomini.
La Compagnia è multirazziale (sì, con Tolkien possiamo parlare di razze senza essere scientificamente scorretti, anche se probabilmente lui ci spiegherebbe che sono comunque tutte nate da Iluvatar e che farne una scala gerarchica non avrebbe senso perché ogni razza ha i suoi pregi e i suoi difetti) e in teoria dovrebbe comprendere rappresentanti di tutti i popoli liberi della Terra di Mezzo, ma scopriremo poi che non è così; del resto, invitare anche un Ent sarebbe stato un problema, viste le distanze e i problemi di comunicazione con le zone al di là delle montagne, anche se probabilmente Legolas avrebbe assai gradito.
Abbiamo dunque quattro hobbit, due dei quali imparentati con Bilbo che tutti hanno conosciuto di persona (Pipino meno degli altri, essendo ancora un bambino quando Bilbo lasciò la Contea), e tutti e quattro conoscono la Cerca di Erebor come se l'avessero fatta loro.
Abbiamo dunque quattro hobbit, due dei quali imparentati con Bilbo che tutti hanno conosciuto di persona (Pipino meno degli altri, essendo ancora un bambino quando Bilbo lasciò la Contea), e tutti e quattro conoscono la Cerca di Erebor come se l'avessero fatta loro.
Poi c'è lo stregone, Galdalf, che la Cerca di Erebor l'ha fatta per davvero e addirittura in buona parte organizzata e diretta. Al fianco porta la spada elfica Glamdring, trovata per l'appunto durante la Cerca e "compagna della spada Orcrist che giaceva ora sul petto di Thorin sotto la Montagna Solitaria" - una frase cupa, che sembra anticipare le cupe ombre di Moria e i suoi ancor più cupi abissi di fuoco, e che ci ricorda Thorin - che della Cerca di Erebor era stato uno dei principali protagonisti ma che a questa particolarissima impresa, che consiste nel perdere irreversibilmente un tesoro invece di ritrovarlo, contribuisce solo con la cotta che ha regalato a Bilbo.
Poi ci sono il Nano e l'Elfo. Nel vasto assortimento di Elfi di cui dispone Gran Burrone, tutti di altissimo lignaggio e di grandi poteri ma che per la Compagnia sarebbero utili quanto la tradizionale bicicletta per un pesce, viene scelto l'unico che ha un qualche vago legame con la Cerca, anche se nel romanzo precedente non è mai comparso (probabilmente perché l'autore non aveva ancora pensato a crearlo): Legolas, il figlio di re Thranduil di Bosco Atro, che non tarda a dimostrarsi ben più gentile e simpatico del padre, e assai più aperto di vedute.
Infine Gimli il Nano, anche lui collegato alla Cerca. E' il figlio di Gloin, uno dei tredici nani della spedizione che però, in tutto il romanzo precedente, non ha fatto o detto niente di particolare e che cominciamo a conoscere solo quando si presenta a Frodo durante il banchetto.
Certo, anche Gloin è un discendente di Durin e parente di Thorin Scudodiquercia (ramo laterale); ma ci si sarebbe forse aspettati di vedere un figlio o nipote di Balin, il nano più amico di Bilbo nel romanzo. Gloin, chi se lo ricorda? E cosa ha fatto durante la Cerca per farsi ricordare?
Comunque sia, Gimli al momento è l'unico nano di età abbordabile per partecipare alla missione (l'assortimento dei nani di Gran Burrone è molto ridotto, e in verità solo l'accortezza del romanziere permette che ce ne sia almeno uno candidabile per la Compagnia). Non sappiamo se ha chiesto di partecipare o se gli è stato offerto, in ogni caso accetta con consapevolezza e si dimostrerà fedele e leale, oltre a rivelarsi un eccellente amico per tutti. Forse perché non è un nano sperso in un gruppo di tredici nani, nessun lettore ha mai la minima difficoltà a ricordarsi di lui.
Per me, che ho letto Il Signore degli Anelli prima de Lo Hobbit, è stato il primo nano - e dopo aver conosciuto lui, devo ammettere che i nani della Cerca di Erebor sono stati una delusione: Gimli ha certamente più costanza, più forza d'animo, più lungimiranza e maggior sensibilità di tutti loro messi insieme, e certo non deve arrivare al letto di morte per farsi venire il sospetto che, forse, gli amici hanno un valore non inferiore all'oro e alle gemme; anzi, dà l'impressione di saperlo già prima della partenza.
Come capirà subito Galadriel.
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