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lunedì 7 agosto 2023

Lunedì film - La città incantata (film per le medie)

Dal 2001, grazie alla magnanimità del grande maestro Miyazaki, noi comuni mortali possiamo dilettarci guardando questo grandioso film. Insisto molto sul tema della grandezza perché tutto in questo film è davvero abbondante: prima di tutto la lunghezza (due ore abbondanti, ma dice che aveva elaborato materiale per circa tre ore), poi la varietà dei temi trattati e infine la trama decisamente complessa. L'ho visto almeno quattro volte e ogni volta mi ritrovo a seguire la storia come fosse la prima volta che lo vedo, e d'accordo che per i film non ho grande memoria, ma questo è un caso particolare anche per me. In tutti i casi mentre lo si guarda è tutto estremamente chiaro e alla fine si ha la sensazione di aver assistito a qualcosa di molto importante e molto giusto.
Come spesso accade nei film di Miyazaki la protagonista è una ragazzina in piena età acquamarina, che è l'efficacissimo modo in cui i giapponesi definiscono l'orlo dell'adolescenza. La troviamo in macchina con i suoi genitori: la famiglia sta traslocando in una nuova città e lei non è molto contenta della cosa ma da brava figlia giapponese non lascia trapelare troppo il suo dispiacere.
E' una bella giornata luminosa e il paesaggio intorno a loro è molto verdeggiante. Per un qualche motivo il padre decide di fare una deviazione (o forse sbaglia strada) e si trovano davanti a un tunnel bel fronzuto. I genitori decidono di passarlo anche se Chihiro non è contenta. 
Si ritrovano così in una specie di parco dei divertimenti abbandonato - o almeno loro lo vedono così. Abbandonato da poco, comunque, tutto sembra ancora molto nuovo e quasi funzionante, e dentro un chiosco trovano uno splendido buffet allestito e nessuno in vista. I genitori hanno fame e si siedono a mangiare nonostante le proteste di Chihiro, e mangiano a quattro palmenti stabilendo che, quando arriverà qualcuno, pagheranno il pranzo. Ma non si vede nessuno e Chihiro va a guardare il parco. Quando ritorna scopre che i genitori si sono trasformati in maiali e nemmeno la riconoscono.
Un bel ragazzo arriva in suo aiuto mentre lei si sta sbiadendo, le impedisce di diventare del tutto invisibile dandole da mangiare una bacca e le dà un paio di istruzioni su come sopravvivere all'interno di quella strana città incantata.
Seguendo attentamente le istruzioni Chihiro
 riesce a farsi assumere in uno stranissimo impianto di bagni pubblici gestito da una maga. Nel contratto la maga le cambia nome in Sen e in questo modo le impedisce di uscire dal recinto della città incantata.
Lavorare in uno stabilimento di quel genere non è una esperienza delle più comuni, e anche i clienti sono piuttosto particolari. Qui lo spettatore occidentale è un tantino ostacolato dal fatto di non riconoscere le strane creature che arrivano come clienti - com'è noto i giapponesi hanno uno sterminato catalogo di spiriti ed esseri magici uno più strampalato dell'altro, e non è che anche gli altri che lavorando nei bagni siano creature delle più consuete. 
Il primo cliente che arriva è un terrificante Spirito Del Cattivo Odore, che si rivela poi un fiume molto inquinato ma che grazie a un buon lavaggio ritorna un bel fiumicello limpido. Poco dopo entra in scena anche Senza Volto, un signore con l'aria piuttosto sofferente e abbandonata che si rivelerà uno spirito davvero inquieto
che procurerà diversi problemi allo stabilimento ma che alla fine Sen riuscirà a curare.
In mezzo a questo c'è anche una specie di faida tra la maga dello stabilimento e una sorella a lei quasi identica ma che è molto più piacevole da frequentare.
Durante le varie vicende interviene anche un drago, il più splendido e lussuoso drago che mai sia comparso in un cartone animato giapponese
che rischia seriamente di morire avvelenato per aiutare Sen. Per fortuna lei riesce a salvarlo e scopre che è il ragazzo che l'ha aiutata fin dall'inizio. Chiamandolo con il suo vero nome, Sen riesce a liberarlo dall'incantesimo che lo vincola alla città incantata.
Infine Sen riesce a liberare anche i genitori, che si ritrasformano in umani e che naturalmente non ricordano assolutamente nulla di quel che è successo. Il viaggio verso la nuova città così può riprendere. 
Della sua particolarissima esperienza Chihiro conserva un paio di souvenir, il ricordo di tutti gli amici che l'hanno aiutata e la promessa del ragazzo-drago che un giorno si rivedranno.

Molti sono i significati e le chiavi di lettura di questa intricata vicenda (tra cui affiorano l'importanza della cura dell'ambiente, tema sempre carissimo a Miyazaki, e la vanità dell'oro e dei beni materiali) ma non importa capirli tutti o analizzarli, credo, perché la bellezza della storia e dei vari protagonisti basta da sola a nutrire l'anima dello spettatore. Sospetto che la rete pulluli di analisi molto raffinate in merito, ma ammetto di non averne mai cercata nemmeno una perché ho l'impressione che messaggi e significati arrivino allo spettatore per vie diverse dalla comprensione razionale. In tutti i casi vedere questo film è sempre un'esperienza rigenerante che nutre l'anima di qualsiasi età. I ragazzi, tra l'altro, lo apprezzano moltissimo e dopo averlo visto hanno il tipico aspetto di un pitone soddisfatto da pasto particolarmente succulento - e probabilmente ce l'ho anch'io, ma non mi è mai venuto in mente di guardarmi a uno specchio subito dopo, quindi non posso dirlo con sicurezza.
Ad ogni modo mi sento di consigliarlo assolutamente a chiunque.

lunedì 24 luglio 2023

Lunedì film - Il mio vicino Totoro (film per le medie)

Nel 1988 il grande Miyazaki, di cui lingua umana non riuscirà mai a cantare lodi adeguate, decise nella sua immensa benignità di elargirci questo nuovo capolavoro. Sto sviolinando in questo modo perché, pur avendo sempre apprezzato molto ogni film di Miyazaki che mi è passato sotto gli occhi, quando ho visto questo ho sempre avuto l'impressione che ogni singolo fotogramma sin dall'inizio proclamasse a gran voce "Io sono un capolavoro!". Dipende probabilmente dalla luminosità tutta particolare che emana, e da una sorta di carica vitale che trasmette. E' possibilissimo che non faccia a tutti questo stesso effetto, ma a qualcuno deve pur averlo fatto, perché la casa di produzione ha scelto proprio il Totoro come suo marchio.
Siamo negli anni 50 e una famiglia composta da un giovane padre e due giovanissime figlie si trasferisce in una casa in campagna non troppo lontano da Tokyo, per stare vicino alla clinica dove è ricoverata la madre (tubercolosi, sembra di capire) e andarla così a trovare più spesso.
Il padre, uno studioso che lavora per l'università di Tokyo dove va un solo giorno alla settimana, dedica molto tempo alle due bambine ed è un uomo molto solare, aperto e ricco di immaginazione. Le due bambine sono decisamente vivaci e l'idea di essere finite in una casa diroccata gli piace molto. La casa li accoglie con entusiasmo moderato, e i nerini del buio (detti anche corrifuliggine) si rintanano abbastanza schifati dalla situazione. Tuttavia, dopo una bella pulizia e qualche lavoretto di restauro il posto si rivelerà piacevolissimo e i vicini molto accoglienti e gentili.
Durante una delle sue prime passeggiate la sorella più piccola si ritrova in una specie di galleria interna formata dalla vegetazione che circonda un enorme albero di canfora, e lì vede uno strano essere molto affascinante, con cui fa amicizia:
Il padre le spiegherà poi che ha conosciuto un Totoro, probabilmente lo spirito protettore della zona. Il giorno dopo nel corso di una passeggiata i tre cercano di ritrovare la tana del signor Totoro ma la galleria sembra scomparsa. Il padre spiega alla figlia che non sempre il signor Totoro ha viglia di farsi trovare ma ad alta voce lo ringrazia per la gentilezza che ha mostrato verso la sua bambina.
Il signor Totoro comparirà anche in altre circostanze e una sera le due figlie lo trovano alla fermata dell'autobus dove erano andate a prendere il padre, con l'ombrello perché pioveva. Per aiutarlo a ripararsi dalla pioggia gli prestano il loro secondo ombrello, in una delle scene più famose dell'animazione giapponese.
Il signor Totoro naturalmente non sta aspettando l'autobus di linea bensì un mezzo di trasporto molto più particolare, ovvero il nekobus (gattobus in italiano)
che tra l'altro viaggia molto più veloce dell'autobus normale.
Ma, scopriranno le due bambine, il signor Totoro sa anche volare, una delle tante scene memorabili del film è appunto il volo notturno con lui (o meglio attaccate a lui)
Passano le settimane, la madre migliora e dovrebbe tornare a casa per qualche giorno, ma proprio il giorno prima dall'ospedale di Tokyo telefonano all'unico telefono del paese (una scena squisitamente vintage, a parte l'angoscia delle due sorelle) per chiedere al padre di richiamarli. L'insieme è più che inquietante e anche quando il padre spiega che il ritorno della madre è solo rimandato per colpa di un raffreddore la sorella più piccola, spaventata a morte, sparisce dopo aver gridato alla sorella maggiore che già una volta avevano detto che si trattava di un leggero peggioramento e poi la madre era stata via per mesi.
Gli abitanti della zona cominciano a cercare la piccola per tutti i campi e tutte le strade ma della bambina non c'è traccia e si comincia a temere un incidente. Alla fine la sorella maggiore, dopo un pomeriggio di ricerche inconcludenti, corre all'albero di canfora e invoca l'aiuto del Signor Totoro - che accorrerà prontamente e riuscirà facilmente a trovare la sorellina che, partita di corsa per portare all'ospedale alla madre una pannocchia di mais particolarmente bella e nutriente, si era ben preso irrimediabilmente persa. Il Signor Totoro chiamerà il Gattobus, che porterà le due sorelle proprio accanto all'ospedale, dove lasceranno la pannocchia sul davanzale della camera della madre, proprio nel momento in cui questa sta spiegando al padre che appunto si era trattato solo di un raffreddore e presto sarebbe potuta tornare davvero a casa, e infatti sembra stare davvero molto meglio rispetto alla prima visita che le avevamo visto fare dalla famiglia.

Il Signor Totoro e i nerini del buio non sono gli unici esseri magici che le sorelle incrociano né l'enorme albero di canfora e la galleria di fronte che appare e scompare sono gli unici vegetali degni di nota, e tutte queste presenze che circondano la casa e i dintorni sono tanto amichevoli quanto disponibili ad armonizzarsi con gli umani - che a loro volta sembrano risentire favorevolmente dell'atmosfera conferita dallo spirito protettore a tutta la valle.
Il film dura 90 minuti, che per la scuola rappresenta quasi la perfezione e carica la classe di vibrazioni positive. Inoltre spiega molto bene il rapporto che dovrebbe instaurarsi tra uomini e ambiente, anche se di fatto le tematiche ambientali non sono nemmeno sfiorate di striscio. 
L'ho trovato molto indicato per una prima media, ma com'è noto i film di Miyazaki non hanno età e qualsiasi momento è buono per vederne uno - e questo in modo particolare.

lunedì 1 marzo 2021

Lunedì film - Porco Rosso (film per le medie)

 

Come ho già avuto occasione di raccontare, Porco Rosso uscì in Giappone nel 1992 ma in Italia non arrivò mai nelle sale cinematografiche e per averlo in DVD abbiamo dovuto aspettare fino al 2010, e questo nonostante in quegli anni l'animazione giapponese andasse abbastanza di moda e Miyazaki godesse di abbondanti estimatori a livello internazionale. Per assurdo che possa sembrare, c'erano dietro questioni politiche: il protagonista infatti a un certo punto dichiara che piuttosto che diventare un fascista, meglio essere un maiale, e lo dichiara al suo ex compagno d'arme che, appunto, è diventato un fascista - non necessariamente per scelta ideologica, ma perché nel frattempo tutta l'Italia era diventata fascista. Il film infatti è ambientato nel Ventennio, in parte anche in Italia. 
Non sono sicurissima che sia un vero film per le medie - in effetti lo considero l'unico film per adulti di Miyazaki. Tutti gli altri suoi film vanno bene per qualsiasi età, essere giovani o vecchi non fa nessunissima differenza, ma in questo ci sono alcuni elementi che secondo me solo un adulto è in grado di cogliere pienamente.

La storia è delle più insolite: Marco Pagot, asso dell'aviazione italiana in un qualche momento della sua vita (che nel film è in qualche modo indicato, collegandolo alla morte di un suo compagno che si era appena sposato o stava per sposarsi con Gina) a causa di un non meglio definito sortilegio si è trovato trasformato in un maiale. Rosso. Questo non gli ha impedito in alcun modo di continuare a volare né ha intaccato la sua reputazione di validissimo pilota.Comunque ha lasciato l'Italia e si è messo a fare il cacciatore di taglie nell'Adriatico, in quella zona un po' italiana, un po' franca e un po' iugoslava. Con un aereo rosso, naturalmente - che allo spettatore europeo ricorda irresistibilmente quello del leggendario Barone Rosso, ma se lo spettatore europeo conosce qualcosa di animazione giapponese degli anni 70 il pensiero va anche al mio amatissimo maggiore Char (che in effetti proprio al Barone Rosso è ispirato), e che naturalmente pilotava solo mobile suit rossi
Il film racconta un paio delle sue avventure ma anche la costruzione del suo nuovo idrovolante, ad opera di una giovanissima meccanica, protagonista ufficiale
Fio è una tipica eroina di Miyazaki: giovanissima, determinata, coraggiosa, piena di entusiasmo e molto sensibile, e durante il film fa meraviglie. Tuttavia la figura femminile che rimane davvero impressa è Gina, e il vero filo conduttore è la sottile e impalpabile storia d'amore che la lega al protagonista.

E chi è Gina?
Eccola qui:
Un personaggio talmente tipico dell'epoca che quando la vedi la riconosci subito: une femme fatale un po' da romanzo di Liala e un po' Gilda, bellissima ricca e languida nonché afflitta da un destino davvero crudele: tre aviatori ha amato, e tutti e tre sono morti.Ma può essere che il vero amore della sua vita sia un maiale?
In tutti i casi canta una canzone splendida:

Nonostante la sua accentuata suinità, Marco Pagot è un maiale di nobile animo, un vero gentilmaiale, dotato di grande discrezione e gentilezza d'animo - e comprensibilmente ha qualche remora a provarci. Tuttavia come finisce davvero la storia è un segreto che conoscono solo Fio, Porco Rosso e naturalmente Gina (oltre allo spettatore, quando vede un idrovolante rosso ammarato vicino alla lussuosa villa di Gina).
Abbiamo dunque una gran quantità di duelli aerei, spettacolari ma non cruenti, un gruppo di pirati dell'aria decisamente scalcagnati ma di buon cuore, pochissimi fascisti (vagamente evocati, ma niente di più), una splendida cantante da night club, una progettista rampante e animata da una impeccabile professionalità e un nobilissimo maiale che rifiuta ogni accenno al tempo in cui era uomo. Gina però è riuscita a salvare una foto di quei tempi, e per una frazione di secondo lo spettatore scopre che il porco anche in versione umana faceva comunque la sua porca figura
E poi c'è lui, l'antagonista:

un altro pilota, naturalmente, stavolta americano, che oltre a sfidare Porco cerca anche di conquistare Gina.
Non gli va bene, ma è uno comunque destinato a fare strada: alla fine del film è un affermato attore di Hollywood ma i suoi progetti includono anche diventare presidente degli Stati Uniti - e all'idea che possa appunto finire presidente Gina ride pazzamente. Eppure la storia ci dice che un attore degli anni 30 e 40 è effettivamente diventato presidente degli USA, qualche anno dopo... 
Per quanto il film contenga alcuni elementi insoliti in Miyazaki (la storia d'amore mai davvero svelata, i riferimenti politici ed economici, l'ambientazione storica molto ben definita nel tempo e nello spazio) mantiene comunque intatta una caratteristica di base di tutti i suoi film: dopo averlo visto ci si sente interiormente rigenerati.
Ai ragazzi piace?
Naturalmente sì, ai ragazzi Miyazaki piace sempre e comunque. Ammetto comunque che ci vuole una certa faccia di bronzo per spacciarlo per "film storico ambientato nell'epoca del fascismo", come faccio io.
Ma è tanto bello, come si fa a non farglielo vedere?

giovedì 25 aprile 2019

25 Aprile ovvero il giorno del Maiale Cremisi

"Piuttosto che diventare un fascista, meglio essere un maiale" proclama Porco Rosso

Quando ero bambina il 25 Aprile per me era un giorno di vacanza. 
Evviva, non si va a scuola!
Perché non si va a scuola?
Boh, c'è una di quelle feste di storia.
Prima o seconda guerra mondiale?
Mah, mi pare seconda...

Non ci facevamo 'ste gran domande, anche se gli adulti un po' ci tampinavano per raccontarci di che si trattava. 
Ce lo raccontavano ogni anno, noi ascoltavamo con educazione e poi lo dimenticavamo pochi giorni dopo.* Gli adulti invece sembravano prendere la cosa molto più sul serio. Per loro non era storia, erano ricordi, nemmeno troppo lontani. Eravamo alla fine degli anni 60, inizio dei 70. Intorno a noi abbondavano le commemorazioni, i ricordi commossi eccetera. 

Più avanti per me le cose cambiarono, e il 25 Aprile diventò il giorno del compleanno della mia amica del cuore. Regalo da scegliere con cura, torta con candeline eccetera. Sua madre che diceva "Per me è stato davvero il giorno della liberazione" perché la sua gravidanza era durata quasi dieci mesi, e comprensibilmente l'ultimo mese era stato decisamente sul faticoso (a quei tempi non si precipitavano a farti il cesareo al primo giorno di ritardo, e del resto non so perché avrebbero dovuto: la mia amica nacque forte e sana, solo si era presa il suo tempo per fare le cose per bene).

Adesso le cose sono cambiate: l'amica l'ho persa di vista da più di vent'anni, anche se tutti i 25 Aprile ripenso a lei.
In compenso quando arriva il 25 Aprile tutti intorno a me litigano. Non soltanto i politici, che passi. No, un sacco di gente molto più giovane parla e straparla del 25 Aprile e l'ha trasformato in una saga fantasy imbottendolo di leggende metropolitane.
La generazione dei miei padri l'ha vissuto, e se lo ricorda bene anche se è in via di estinzione; e anche se dopo settanta e più anni nessuno ricorda mai bene niente, perché sopra i suoi ricordi si è stratificato di tutto e di più.
La mia generazione l'ha vissuta come una cosa che non mordeva: era finita la guerra, quindi tutti erano contenti. Comprensibile, perché gli ultimi due anni erano stati davvero un bel casino. La guerra era finita e amen. 
Festeggiamo la fine della guerra? 
Massì, certo che la festeggiamo. Ci mancherebbe.
La generazione successiva ne ha fatto una roba stranissima su cui ogni anno ci si deve necessariamente accapigliare. E non è cominciato quest'anno, no, è cominciato quando Alleanza Nazionale, nata sulle ceneri del Movimento Sociale Italiano a sua volta nato dalle ceneri del disciolto partito fascista salì al governo nel 1994. Com'è comprensibile, sulla fine della seconda guerra mondiale aveva idee leggermente diverse da quelle di altri partiti. E voleva il revisionismo. Che non era, come pensavo ingenuamente agli inizi, una giusta rivisitazione della storia ad acque calme per rifare il punto della situazione, ma qualcosa di più profondo. Molto più profondo.

I partigiani erano cattivi, cattivissimi!
Beh, sì, effettivamente alcuni partigiani non avevano l'aureola.
I partigiani erano solo comunisti / i partigiani non erano affatto comunisti (una a scelta tra le due)
Beh no, veramente i partigiani erano un po' di tutto... alcuni erano perfino monarchici...
E i ragazzi di Salò non erano cattivi!
No, certo, non erano cattivi. Non tutti, almeno. Però avevano preso qualche abbagl...
E i comunisti erano peggio dei fascisti!
Mah, forse, in Russia... ma che cazzo c'entra? 
Anche in Jugoslavia! I partigiani comunisti erano cattivissimi!
Beh, può darsi, ma, di nuovo, che cazzo c'entra con noi?
E poi ci sono state le foibe!
Vero, le foibe non sono state una bella cosa...
Di cui non si parla nei libri di storia delle scuole!
Giusto, rimediamo subito.
E il 25 Aprile l'Italia fu sconfitta!
Eh, sssì, effettivamente dalla seconda guerra mondiale l'Italia uscì sconfitta ma...
Non c'è nessun motivo di festeggiare una sconfitta!
Via, adesso non esageriamo!
eccetera eccetera eccetera.

Da allora il 25 Aprile è diventato un gran tormento, soprattutto per chi ha fatto la stupidaggine di studiarsi un po' di storia; e ogni anno si sentono dire nuove scempiaggini in proposito, soprattutto da politici a caccia di polemiche e di visibilità.
Come per tutti i paesi che hanno fatto una guerra civile, il giorno della fine della guerra  risulta amaro per molti anche se poi dà quasi sempre frutti di notevole dolcezza (siamo sinceri, già il fatto che smettano di spararti addosso segna comunque un certo miglioramento nella qualità della vita).

Gli storici amano con passione la fine della seconda guerra mondiale in Italia e l'inizio della ricostruzione: è una torta a strati dove ogni strato riserva sorprese ancora a settanta e passa anni di distanza, e i documenti sono così abbondanti (soprattutto quelli individuali: epistolari, diari, libri di memorie) da farti quasi morire schiacciato dal gran peso; ma è un dolce peso, come lo era la mia amica per sua madre nelle ultime settimane prima della sua nascita. Purtroppo la manica di invasati che ogni anno parla del 25 Aprile come se fosse stato due mesi fa - inventandosi rancori personali e ingiustizie subite dal dì della sua nascita, rimproverando nel contempo gli ebrei sopravvissuti perché continuano a lagnarsi dei campi di sterminio che non erano esattamente degli alberghi a cinque stelle e si ostinano a insistere che, LORO, durante la seconda guerra mondiale han subito un po' di torti (robetta da poco: qualche deportazione, un po' di morti in famiglia, ecchessaràmai) - crea un tal rumore di fondo da disturbarli nel loro lavoro. Il che è un peccato, perché gli ultimi anni della seconda guerra mondiale in Italia sono stati una vera seccatura per chi li ha vissuti, ma per chi li guarda da lontano, da una tranquilla sala di studio in archivio, sono un soggetto fascinosissimo.
Sarebbe davvero bello che si inaugurasse un nuovo movimento di Resistenza - contro la stupidità, stavolta. Magari a colpi di torsoli di frutta e di verdura o di sguaiatissime risate - perché c'è pur un limite alle sciocchezze che un povero cittadino rispettoso della legge  e della storiografia ha il dovere di sopportare senza ribattere.

Nel breve periodo in cui sul 25 Aprile e dintorni in Italia stava aleggiando un cauto accenno di buonsenso, all'inizio degli anni 90 e più esattamente nel 1992, mentre la fine della seconda guerra mondiale sembrava avviarsi a diventare storia passata e non più storia contemporanea, il grandissimo Hayao Miyazaki creò e diresse lo splendido film a cartoni animati Kurenai no buta che tradotto significa "il maiale cremisi" e che da noi venne tradotto con Porco Rosso, ambientato in Italia fra le due guerre, in cui racconta le non banali vicende di un eroico asso dell'aviazione italiana che diventò (...scelse di diventare?) un maiale rosso, il tutto continuando a fare il pilota d'aereo, ma non più nell'esercito italiano, perché "piuttosto che diventare un fascista, meglio essere un maiale", unico film storico (beh, storico... cioè, insomma...) che il regista giapponese ha ambientato nella reale geografia politica europea dell'epoca. Per una serie di misteriosi motivi (politici, viene da pensare) il film però in Italia non arrivò, nonostante nel fandom se ne facesse un gran parlare e tutti gli amanti degli anime smaniassero per vederlo. Nel 2003 fu fatto il doppiaggio ma poi il tutto fu lasciato a candire in un angolo finché i diritti del film non scaddero e in conclusione fino al 2010 il film in Italia non si vide, nemmeno in DVD**. E tutto ciò gli ha impedito di conseguire in questo paese l'universalissimo plauso che gli spettava più che di diritto.

Ma ogni anno su Facebook, mentre in tante pagine imperversano in lungo e in largo polemiche e commemorazioni sul 25 Aprile, negli angolini occupati dagli appassionati di anime, nella fatidica data appare regolarmente qualche foto da Porco Rosso, a volte addirittura senza la didascalia "meglio maiale che fascista", ché tanto è implicita.

Buon 25 Aprile a tutti.

*sto parlando del mio piccolissimo entourage, non sto descrivendo l'universale stato d'animo di una generazione. Io e i quattro gatti che avevo intorno, insomma.
**e FINALMENTE potei farlo vedere alle mie Terze, che assai lo gradirono.

venerdì 12 luglio 2013

Il castello errante di Howl - Diana Wynne Jones



Ebbene sì, prima di essere un meraviglioso film di Miyazaki, Il castello errante di Howl è stato un romanzo della scrittrice inglese Diana Wynne Jones, pubblicato nel 1986 nonché cospicuamente insignito di premi letterari per la letteratura fantastica e per ragazzi (e, soprattutto, per la letteratura fantastica per ragazzi). 
All'epoca in Italia l'autrice era ancora sconosciuta; più avanti, a partire dai primi anni 90, Salani la mise in catalogo. Il castello venne ignorato fin quando, nel 2004, uscì il film di Miyazaki (come sempre pubblicizzato poco e male in Italia). A quel punto si mosse la Kappa  Edizioni, una piccola casa editrice nata come costola di una ben più grande casa editrice specializzata in fumetti e con un grosso settore dedicato ai manga*(che è il nome spocchioso con cui noi appassionati chiamiamo i fumetti giapponesi che, di  fatto, sono fumetti come tutti gli altri), che nel 2005 decise di offrire a tutti coloro che veneravano Miyazaki come un dio sull'altare** il romanzo da cui il film era stato tratto, e poi i suoi due seguiti. 

Il romanzo non è all'altezza del film (sarebbe quasi impossibile) ma è un ottimo romanzo di genere fantastico scritto in modo assai piacevole e divertente, con un bell'intreccio che si sdipana in modo graduale, chiaro ma complesso - in particolare il personaggio di Howl si svela molto lentamente nei suoi vari strati - e un tema di fondo che è l'importanza di guardare al di là delle apparenze.
Ma veniamo a spiegare il titolo: il castello errante è, per l'appunto, un castello che viaggia, non solo nello spazio ma anche tra universi paralleli. Appartiene al bellissimo mago Howl ed è mosso da un demone del fuoco, tale Calcifer - entrambi piuttosto ospitali, nonostante la nera reputazione che si portano dietro.
Il castello ha quattro aperture, o meglio la maniglia dell'unica porta ha quattro possibilità di aprirsi: su tre luoghi diversi del paese di Ingary (in un mondo abbastanza simile all'Europa di fine Ottocento ma dove la magia è conosciuta, studiata e applicata) e, quarta possibilità quasi mai utilizzata, sul mondo dei nostri giorni. Nonostante l'apparenza imponente, il castello all'interno contiene poche stanze e un cortile ed è presente contemporaneamente nei quattro luoghi fisici.
Al castello sulle colline davanti alla città approda una sera una povera vecchietta stanca, dolorante e infreddolita, tale Sophie, che fino a quel mattino era una giovane e stimatissima fabbricante di cappelli con tanto di negozio. Howl non la manda via - non manda mai via nessuno che bussi alla sua porta ed è anche molto flessibile per quel che riguarda prezzi e pagamenti per le sue magie. Tra Sophie, Howl, l'apprendista mago Michael e il demone del fuoco Calcifer si instaura presto una tranquilla convivenza. 
Su Howl però incombe una maledizione, talmente complicata che per molto tempo si fatica a identificarla come tale...

Consigliato dagli undici anni in su e a tutti gli amanti del genere. Più che per l'ombrellone, direi che è particolarmente indicato per i pomeriggi sotto gli alberi al fresco, o per le ore del dopopranzo prima di tornare in spiaggia.

Con questo post partecipo ai Venerdì del Libro di Homemademamma e, come sempre, auguro felici letture a chiunque passi da queste parti.

*
ovvero la Star Comics
**ovvero qualsiasi persona amante del cinema di animazione e provvista di un minimo di buon gusto