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domenica 29 dicembre 2024

Natale a St. Mary Mead 2 - "La risposta è no ma chiedi pure"

Gli aiutanti di Babbo Natale, in cerca dei migliori modelli di pigiama da regalare ai bambini buoni
L'orario su cinque giorni a settimana che usiamo da qualche anno alla scuola media di St. Mary Mead presenta alcuni inconvenienti, tra cui quello di ridurre i giorni-jolly  di vacanza da utilizzare a nostro piacimento nel corso dell'anno. Quest'anno poi avevamo anche il santo patrono che cadeva con rara opportunità a metà settimana invece che di Sabato o Domenica come si era sentito obbligato a fare negli anni scorsi, e insomma la nostra disponibilità si riduceva a due magri giorni che sembrava quasi obbligatorio usare nei ponti di primavera. Tutta questa introduzione per spiegare come, per la prima volta da quando insegno, le vacanze di Natale quest'anno sono iniziate proprio il 23 Dicembre, proprio come quando a scuola ci andavo da alunna.
A questo punto occorre anche aggiungere che quest'anno il 23 Dicembre si ritrova in una posizione piuttosto infelice: di Lunedì, nientemeno. Un'intera scolaresca ormai profondamente immersa nel clima natalizio, reduce dall'ultimo fine settimana prima di Natale ricolmo di vetrine illuminate, progetti vacanziferi, luminarie per ogni dove si ritrova dunque in classe, in balia di un'orda di insegnanti reduci dall'ultimo fine settimana prima di Natale eccetera eccetera, e che per giunta ha in gran parte passato quei due giorni non già a riposarsi o ad andar per compere, che già di per sé è un lavoro non dei più leggeri, ma a combattere con l'organizzazione del cenone della Vigilia o del pranzone di Natale con tutti i suoi annessi e connessi. 
Già così suona abbastanza male come prospettiva, ma c'è di più, e arrossisco a dirlo: il 23 Dicembre per noi non sarebbe stata una lectio brevis, santa abitudine che ha salvato la pelle a tanti di noi, bensì una normale giornata di normali sei ore - che già sull'idea che una normale giornata di scuola possa essere di sei ore filate con due pause quasi invisibili a occhio nudo ho tutta una serie di teorie personali, figurarsi se la giornata in questione è nientemeno che il 23 Dicembre.
Come mai la scuola media  di St. Mary Mead si è ritrovata in questo pasticcio?
La risposta, molto semplicemente, è "Perché la gente è scema". La lectio brevis, infatti, per quanto sia uso e costume saldamente insediato negli orari di scuola in certe ricorrenze, rappresenta pur sempre una variazione rispetto all'orario normale, e quindi per esistere va votata dal Consiglio di Istituto.
Ora, penso che saremo tutto d'accordo che il consiglio di Istituto può votare solo quel che qualcuno gli propone. Se nessuna delle rappresentanze chiede una lezione breve per il 23 Dicembre, il Consiglio non può cavarsela dalla testa - almeno, così mi risulta.
Sta di fatto che nessuno si è posto il problema e una bella mattina il corpo docente della scuola media di St. Mary Mead si è trovato ad affrontare l'amara verità: Lunedì 23 Dicembre ci sarebbero state 6 ore 6 di scuola - e di conseguenza anche 6 ore 6 di lezione.
Nei normali giorni prevacanze che durano tre ore, di solito la mattinata si sbanca consentendo con fare di degnazione il permesso agli alunni di fare piccole festicciole di classe. Tutto si risolve in un gran volare di zucchero a velo e frammenti di patatine che le pazienti custodi spazzeranno dopo l'agognato suono della campanella, le porte delle aule si aprono e frotte di alunni vanno e vengono per i corridoi componendo trenini, cantando canzoncine natalizie, tirandosi innocui proiettili e simili, mentre in alcune classi si gioca a tombola e in altre a dama o a carte (vari tipi di carte, anche fantasy). Il tutto molto presto sfugge al nostro controllo in un immane confusione, ma va bene così e tutti siamo assai di buon umore, in trepida attesa di Santa Campanella (e tu non domandare per chi suona la campanella, perché essa suona anche per te).
Niente di tutto questo è nemmeno lontanamente possibile con una mattinata di sei ore, e l'unica alternativa decorosa era fare lezione, con grande pazienza e determinazione perché, strano ma vero, in quel tipo di giornate la scolaresca non è mai particolarmente ricettiva (e dargli torto).
Così Venerdì 20 quando un alunno della Prima Smemorina ha alzato la mano e ha detto con bel garbo che mi voleva fare una richiesta a nome della classe per l'ultimo giorno di scuola ho dato per scontato che volessero chiedermi la tradizionale festicciola e ho detto, come recita il titolo di questo post "La risposta è no, ma domanda pure".
"Volevamo chiederle se potevamo venire a scuola in pigiama"
"Oh? Ma certo che potete" rispondo, completamente spiazzata, spiazzandoli a mia volta.
Qualcuno prova a convincermi spiegando che la cosa è permessa in tutte le scuole della zona. Ribadisco che non ho niente in contrario e Lunedì, quando entro in classe e me li trovo davanti chiedo "Ma siete effettivamente in pigiama?" perché non riesco a notare una particolare differenza rispetto al solito, e il cuore mi ritorna a una conversazione avuta qualche mese prima con l'ormai ex Terza Sfigata.
"Sapete, io non sono molto brava a vedere certe differenze. Magari riesco a riconoscere con certezza che dei jeans come quelli che indossa Rotari non sono parte di un pigiama...".
"È solo perché mia madre mi ha obbligato" precisa Rotari in tono amareggiato. Lo ripete un paio di volte, segno che la cosa lo ha irritato assai. Lo capisco perché avrebbe irritato molto anche me (che per il triennio del liceo sono venuta a scuola sventolando un mantello a mezza ruota di loden nero con tanto di cappuccio modello Darth Vader che non solo i miei non si sognarono nemmeno di impedirmi, ma che era stato confezionato dalle amorevoli mani di mia nonna).
"...oppure una tuta come la vostra" aggiungo indicando Beda e Colombano seduti  in prima fila.
"Sono dell'Adidas" spiegano pazienti i due.
"Sì, appunto, tute dell'Adidas" convengo con loro, pur meravigliandomi in cuor mio che insistano su un particolare così insignificante. Va bene l'amore per le marche, ma...
"Sono pigiami di marca Adidas" insistono i due.
Li guardo sconcertata, domandandomi per quale strano motivo la Adidas si è messa a fare pigiami identici alle tute. Ma alla fine quelli sono affari dell'Adidas e non miei, se lo fanno avranno senz'altro un qualche tipo di convenienza, così come affar mio è invece spiegar loro il Gran Mistero dei monosillabi accentati; e a quello decido di dedicarmi con grande intensità ma sempre più convinta che al giorno d'oggi il vestito è soprattutto uno stato d'animo.
Come, del resto, lo è anche il pigiama.

venerdì 27 dicembre 2024

Natale a St. Mary Mead 1 - Complottando con le custodi


Due anni fa, mentre ero in una di quelle lussuose erboristerie-profumerie e dispensatrici di aromi in cui si sono trasformate le un tempo scialbe farmacie, cercando un po' di regalini-toppa per amici e parenti, intravidi una graziosa confezioncella che conteneva tre raffinati tubetti di crema per mani impreziosite da tre raffinate profumazioni. Il pensiero mi corse alle Tre Custodi di St. Mary Mead.
Ci sono cose che quasi nessuno dice sulla scuola - per esempio che la qualità del servizio è strettamente legata alla qualità dei custodi, prima di tutto come esseri umani: ogni giorno anche nella più paciosa delle scuolette di provincia si producono non meno di trenta emergenze di misura ed entità del tutto imprevedibili, e i primi ad affrontarle sono appunto i custodi. La loro importanza è vieppiù testimoniata dalla banale constatazione che  pochi custodi che fanno sciopero riescono a bloccare facilmente una scuola semplicemente non andando ad aprire il portone.
A St. Mary Mead le custodi delle medie sono ormai da anni un terzetto mirabilmente assortito che moltiplica pani e pesci, divide le acque e le riunisce, striglia i funzionari del comune non di rado conseguendo lusinghieri risultati, placa gli inquieti, racconforta gli afflitti, soccorre i feriti, veste gli ignudi e insomma rientra nella celebre formula il possibile lo stiamo  già facendo, per l'impossibile c'è da aspettare un po' di tempo ma facciamo anche quello, e per miracoli ci stiamo attrezzando.
Insomma mi dissi  "e perché no?" mi feci confezionare un bel pacchettino sbrilluccicoso e l'ultimo giorno di scuola passai nel loro gabbiotto e lasciai il minuscolo regalino condito con qualche paroletta gentile. 
Fui ringraziata molto al di là di quel che il simbolico gesto richiedeva e per tutto l'anno scolastico fui oggetto di un trattamento davvero lusinghiero - ancora più lusinghiero del solito, intendo, perché sempre e comunque le tre signore erano caratterizzate da una notevole gentilezza a chiunque si rivolgessero, preside, insegnante o alunno che fosse (un po' meno con i funzionari del Comune,specie alla quinta chiamata che non aveva portato frutti).
L'anno scorso quindi mi attrezzai meglio e alla Profumeria Inglese provvidi tre pacchetti separati e un pochino più impegnativi, ma davvero niente di che. Dimostrarono vieppiù sorpresa e perfino una certa dose di confusione dicendomi che però loro non mi avevano preparato nulla. Le rimbrottai con bel garbo spiegando che un regalino di quel tipo si fa per il piacere di farlo, non per averne in cambio qualcosa e in cuor mio cominciai a pensare che forse la faccenda si stava spingendo troppo in là, nemmeno le avessi omaggiate con bracciali d'oro e perle.
La faccenda, in effetti, non era affatto finita perché al ritorno a scuola dopo le vacanze di Natale fui omaggiata a mia volta di una mantellina molto leggera a scacchi bianchi e neri - un dono che si rivelò molto pratico, soprattutto quando in Aprile il riscaldamento fu spento e la pioggia imperversava: piumini e soprabiti sono ingombranti ma una mantellina leggera bianca e nera non crea intralcio alcuno e, va anche aggiunto, sta bene su qualsiasi colore.
Ma veniamo al terzo e ultimo atto: dieci giorni prima delle vacanze le custodi mi chiamano, che venga da loro in gran segreto durante una delle mie ore buche perché hanno una cosa da darmi ma non vogliono farlo davanti a tutti perché altrimenti le chiacchiere sarebbero arrivate fino in cielo. 
Naturalmente proprio appena sono scesa - nel momento che avevo accuratamente scelto come quello potenzialmente più tranquillo ovvero un buon quarto d'ora dopo la fine dell'intervallo, a lezioni ormai ben avviate - non meno di cinque o sei inderogabili questioni si sono affollate intorno alle malcapitate: alunni malandati che chiedevano di telefonare a casa o provarsi la febbre, fotocopie inderogabili eccetera. Alla fine siamo sgusciate con fare furtivo nel cosiddetto Ambulatorio, che contiene sì una barella e una vetrinetta per i medicinali ma anche un bel frigo e una dispensa oltre al secondo forno a microonde della scuola.
"Sentite, se mi avete portato fin qui per cercare di associarmi alll'attentato per far esplodere il ponte di St. Mary Mead, ci tengo ad avvisarmi che disapprovo per principio ogni forma di lotta armata" ho preferito avvisarle.
"Peccato, prof, ci speravamo tanto".
In realtà si sono limitata a consegnarmi una busta rossa precisando che "se non andava bene potevo cambiarlo, ma comunque era una cosa che andava consegnato un po' prima di Natale".
Il ragionamento era molto sensato: infatti un maglione rosso scarlatto con sopra una sagoma di pelo bianco a forma di gatto (con tanto di corna da renna di strass rosso) che sconfina in un albero di Natale con tanto di lucine colorate è senz'altro una roba che si può portare soltanto, a voler stare molto larghi, dal primo Dicembre al 7 Gennaio e dunque, consegnandomelo l'ultimo giorno di scuola, mi avrebbero tagliato fuori da una buona metà di questa ristretta forbice.
Molto commossa ho ringraziato e tosto ho infilato il regalo - che in verità si è rivelato molto utile stante che quella mattina a scuola faceva un gran freddo perché quasi tutti i termosifoni erano spenti, in spregio al fatto che le colline e dietro ancora i monti che circondavano la valle ove la nostra scuoletta fa bella mostra di sé erano innevate - evento decisamente insolito nel nostro microclima. 
Il maglione mi andava come un guanto ed era anche piuttosto caldo.
Sin dal primo giorno il maglione ha raccolto vasti consensi da chiunque lo vedesse, commessi del supermercato inclusi; del resto è molto natalizio, è allegro, ma soprattutto è assolutamente demenziale in ogni suo dettaglio: dove mai si è visto un gatto bianco a forma di albero di Natale con cornette rosse da renna e ornato di lumini colorati che dorme beatamente?
Da nessuna parte, si spera, e forse è meglio non indagare su cosa avevano fumato e bevuto gli stilisti di Piazza Italia che han confezionato quella roba del tutto priva di gusto che porto con tanta soddisfazione e che fa tanto squittire di entusiasmo chiunque lo veda.
E d'altra parte una roba simile, se non la regalavano a me, a chi avrebbero potuto darla? Mi sembra di vedere la scena "Sono qui a Piazza Italia, c'è una roba che secondo me sta chiamando a gran voce la prof. Murasaki. Vi mando la foto, ditemi cosa ne pensate" "Non c'è dubbio che questo è il regalo giusto, prendilo subito e domani ti daremo la nostra quota".
Caso mai qualcuno si stesse domandando se la spilla a forma di albero di Natale che sta tra le corna rosse di renna fosse inclusa nel pezzo no, quella è una mia aggiunta personale. Trovo che dia un tocco di classe a tutto l'insieme, e poi si intona bene con gli orecchini a forma di palline di Natale che uso in questi giorni.

venerdì 29 dicembre 2023

In ciabatte nel locale (di nuovo sull'abbigliamento decoroso da indossare a scuola)

La questione di come debbano vestirsi gli alunni per venire a scuola è assai antica e ogni anno che passa mi ritrovo a prenderla sempre meno sul serio.
Sonvi infatti taluni che ritengono che le fanciulle debbano portare solo vestiti inadatti a suscitare il più vago desiderio carnale nei loro compagni di classe onde non distrarli dalle nostre belle lezioni con pensieri impuri - ma a me sembra che chiunque dei miei alunn* sarebbe capacissimo di distrarsi anche se intorno a lui vi fossero solo fanciull* vestit* di sacco, e dunque tanto vale.
Essevi pure altri che deprecano abbigliamenti che scoprono troppa carne, anche se la carne che scoprono è quella dei piedi in estate, e le ciabatte vengono grandemente censurate come esempio di deplorevole straccuraggine. Non io, che depreco invece con forza che in certi periodi la temperatura delle aule sia troppo alta, e quella sì che distrae, e parecchio.
Altri deprecano i vestiti troppo costosi - non io, che non conosco una firma che sia una e distinguo solo tra vestiti che mi piacciono e indosserei pure io volentieri (pochissimi) e tutti gli altri, che sopporto con cristiana rassegnazione nonostante cristiana non sia.
Di fatto l'unica cosa che mi interessa dell'abbigliamento dei miei alunni sia che li metta a proprio agio e li lasci liberi di concentrarsi (se proprio non hanno niente di meglio da fare) sul processo di apprendimento. Anzi, ho finito per sviluppare una teoria, che mi guardo bene dall'esternare ai colleghi per non essere presa a sassate, secondo la quale un abbigliamento informale abbia in sé una valenza educativa perché a scuola non si viene per essere in un dato modo, ma per essere sé stessi o comunque proiettare l'immagine che in quel momento ci sembra la nostra e ci aiuta a crescere.
I miei colleghi sembrano convinti che la scuola sia un posto da rispettare; io invece coltivo la stravagante opinione che sia la scuola a dover rispettare i ragazzi consentendogli di essere il più possibile liberi in un momento in cui sono occupati nel lavoro tanto complesso quanto delicato di formarsi. Insomma, per me la scuola è un laboratorio alchemico che deve lavorare con tutti gli elementi che ha a disposizione, e se c'è l'atmosfera giusta il processo avverrà.
Ognuno ha le sue illusioni, la mia è questa; di fatto, so benissimo che il processo avviene nonostante tutto e sperare di poterlo guidare è pura follia perché ci sono troppi elementi in gioco.

Tuttavia mi rendo conto che negli ultimi anni sono cambiate molte cose, soprattutto a causa della pandemia che ha dato una bella scossa a tutti, e non solo in senso positivo.
Molti insegnanti si sono lamentati durante la Didattica a Distanza che taluni alunni assistessero alle lezioni in pigiama e perfino (orrore!) facendo colazione. Io non lo trovavo poi molto strano perché erano a casa, e l'unico vero motivo per cui durabnte la lezione non facevo colazione nemmeno prendendo il caffè era che tutte le mie energie ed entrambe le mani erano impegnate nel duro lavoro. Quando invece seguivo le riunioni on line mangiavo eccome, coccolavo i gatti, e facevo un bel po' di altre cosette - non per questo non seguivo, esattamente come il fatto di stare spolverando o stirando o cucinando non mi impedisce affatto di ascoltare una qualche conferenza o concerto alla radio o su YouTube, che anzi mi intrattiene più o meno piacevolmente allietando quei momenti di lavoro meccanico che sono un po' una palla.
Comunque sia mi rendo conto che associare la scuola al pigiama può essere pericoloso; d'altra parte quella disgraziata esperienza ha finito col portare la scuola nelle case, e anche per altri versi le case nelle scuole. Pigiami e caffellatte compresi.

Una mattina Pisola mi dice trionfante "Prof, oggi sono venuta a scuola in pigiama!".
Occupata a compilare il Malefico Registro Elettronico le lancio uno sguardo distratto. Indossava una felpa con pantaloni a ciliege (o forse erano orsacchiotti?).
"Oh?" commento svagata "Hai un pigiama molto carino, complimenti".
Era davvero un pigiama? Non ne ho la minima idea. Signori, era una felpa in pendant con i pantaloni. Forse un attento esame mi avrebbe disvelato l'arcano. Forse. Anch'io ho una felpa a renne e stelle, comprata per dieci euro a un banchetto e che porto come giubbino in casa quando fa fresco, come giubbino a scuola e altrove quando comincia a non fare più molto fresco e il piumino diventa pesante, e che talvolta ho usato anche come giacca da pigiama - e non credo di essere l'unica creatura a fare ciò.
Sono passati vari mesi, ho indossato la passata con le renne per le due settimane prima delle vacanze di Natale (levandomela solo quando sono venuti dall'Associazione Deportati a parlarci dei campi di sterminio) finché un giorno Bagheera mi ha chiesto se anche gli alunni potevano portare addobbi natalizi tra i capelli sotto Natale.
"Certo che sì" ho assicurato "L'ultimo giorno di scuola vale tutto". E in effetti l'ultimo giorno dell'anno scolastico e quello prima delle vacanze di Natale a scuola si vede di tutto e di più, e non soltanto a St. Mary Mead, dove ricordo che un anno abbiamo avuto anche dei re. Del resto, quando a scuola ci andavo come alunna, usava andare in costume l'ultimo giorno di Carnevale (a Natale vestivamo normali, ma penso dipendesse soprattutto dal fatto che non c'erano berretti con le stelline né passate con le corna di renna e nemmeno orecchini a forma  di addobbi natalizi, di cui ho un vasto assortimento accumulato negli ultimi quindici anni e che sfoggio a partire dal 1 Dicembre). Quello adesso non si fa più, ma negli anni Carnevale è molto cambiata ed è ormai riservata esclusivamente ai bambini più piccoli.
Mi raccontano una strana storia dell'ultimo giorno di scuola dell'anno scorso, quando la prof. Spini, all'epoca VicePreside, mandò via i ragazzi che erano venuti in ciabatte impedendogli di entrare.
Sarà vero? Mi suona strano, perché rifiutare l'ingresso di un minore a scuola è una di quelle responsabilità che nessun insegnante si prende a cuor leggero. L'unica possibilità di verificare sarebbe chiederlo direttamente alla prof. Spini, e se me ne ricordo un giorno lo farò; l'anno scorso l'ultimo giorno di scuola non ero in servizio alla prima ora ma ricordo che le poche ore della giornata scolastica furono passate all'aperto, dove le ciabatte non erano poi così fuor di luogo - e vista la temperatura di quel giorno, nessuno poteva ragionevolmente prevedere che le avremmo passate a bollire all'interno dell'edificio.

Così, visto che eravamo in argomento, una volta di più ricordo ai miei amati alunni che la legge, in materia di abbigliamento, è molto lasca quando non si fa un lavoro che richieda una divisa - per esempio negli ospedali o nella polizia.
"Ma ci hanno detto che il regolamento di scuola dice..."
"Non so cosa dica il regolamento della scuola, ma personalmente sospetto che qualsiasi regolamento di scuola sull'abbigliamento possa essere impugnato al TAR con esito praticamente sicuro, e per questo motivo i proclami sull'abbigliamento a scuola abbondano, ma non si arriva mai a nulla di fatto".
"Ma per esempio: perché non possiamo venire a scuola in pigiama?"
"In teoria credo che si possa"  azzardo domandandomi in cuor mio che accidente di tarantola possa mordere qualcuno per spingerlo a sì curiosa scelta per l'outfit.
"Pisola l'ha fatto" ricorda qualcuno.
Pisola il giorno di questa insolita conversazione però non era presente a scuola, e dunque non poteva né confermare né negare.
"Ha detto che era in pigiama" ho ammesso "Ma lo era davvero? Alla fine, era una felpa con i pantaloni che facevano pendant. Siamo sicuri che fosse un pigiama? Come faccio a distinguere con sicurezza quella tenuta da un pigiama?".
So che c'è la questione dei bottoni, mi pare che nel caso di un pigiama siano a destra (o a sinistra?). Ma, di nuovo, molti pigiami non hanno bottoni di sorta, e molte felpe nemmeno.
I ragazzi si guardano intorno. In classe le felpe abbondano, per lo più di toni scuri, ma ne abbiamo anche di decorate a vivaci disegni.
"In effetti" ammette qualcuno "Oggi i vestiti sono tutti uguali".
Non è esatto: i vestiti oggi sono diversissimi; ma il concetto di base era valido: la maggior parte dell'abbigliamento, soprattutto di quello per ragazzi, naviga in una zona grigia. Anche in modo all'apparenza insospettabile: molte delle alunne dell'attuale Terza Sfigata vengono a scuola con un toppino che scopre parte della pancia - e che è fatto con un tessuto che ai miei occhi è quello delle camiciole. Sì, proprio quelle che si portano sotto i vestiti. O che si portavano, chissà.
"Quindi, meglio non farsi troppe domande" taglio corto prima di fargli tirare fuori il libro di Storia.
E nell'attimo prima di avvisarli di andare alla pagina della Guerra di Secessione mi vengono in mente le mie scarpe.
Per molti anni mi sono gloriata di portare le uniche scarpe di cuoio della classe, e talvolta anche del Consiglio di Classe; e tuttavia tre anni fa ho scovato un paio di "scarpe" assai comode con la suola di gomma, l'interno imbottito di pelo artificiale, senza tacco e scamosciate all'esterno. Le porto, grosso modo, tra Novembre e Marzo e ne ho anche una versione da casa, che porto molto più di rado perché in casa di solito d'inverno fa più caldo che fuori.
E' un modello che va parecchio, in questi anni, e ce ne sono di tantissime qualità e colori.
Di fatto, sono delle pantofole alte.
E sì, le ho comprate in qualità di scarpe. Intendo dire, nella vetrina erano posizionate tra le scarpe, il vasto assortimento di pantofole di cui disponeva il negozio era posizionate nella vetrina accanto.
Ci vado anche a scuola?
Ma certo che ci vado a scuola, le ho comprate soprattutto per quello.
E non solo nessuno ci ha trovato niente da ridire, ma anzi parecchie colleghe me le hanno assai lodate trovandole carinissime.

Ad ogni modo faccio abbastanza spesso un approfondimento di storia dedicato al cambio dell'abbigliamento durante la rivoluzione francese, quando gli uomini improvvisamente cominciarono a vestirsi solo con pochi e scuri colori e, per un breve periodo, i vestiti da donna erano più semplici e comodi di quelli degli uomini. I tempi di Lord Brummel, per intendersi.
Il quale Lord Brummell di sicuro avrebbe disapprovato con tutte le sue forze l'idea di venire a scuola in pigiama, e forse anche di venire alla scuola pubblica inclusiva.

lunedì 31 agosto 2020

Manuale del Perfetto Insegnante - Come presentarsi al Primo Giorno di Scuola in tempo di Coronavirus

L'abbigliamento del Perfetto Insegnante quest'anno dovrebbe essere più o meno così

Quest'anno le deplorevoli circostanze esterne impongono all'insegnante alcuni piccoli cambiamenti nel modo di presentarsi alla scolaresca. 
Prima di tutto è indispensabile munirsi di apposita mascherina. Non è ancora chiaro se e quando e quanto tale mascherina dovrà effettivamente essere indossata, ma è comunque opportuno averne almeno una (meglio due o tre, in base al celebre principio "Se ce l'hai, non ti servirà") nel cassetto in Sala Insegnanti, avendo cura di cambiarle e lavarle regolarmente, se in stoffa, e stirarle regolarmente col ferro a vapore per sanificarle.
La mascherina anticontagio è un accessorio dall'aria abbastanza deprimente nella sua forma più classica
ma ne esistono di moltissimi tipi e quelle in stoffa sono decorate con eleganti fantasie. Il Perfetto Insegnante potrà quindi scegliere la più adatta al suo consueto modo di presentarsi, senza rinunciare a un tocco di sobria eleganza. 
Per esempio, questa è per l'insegnante che ama i draghi
ricordando sempre però che è essenziale che la mascherina copra naso e bocca
Modelli di questo tipo
per quanto molto suggestivi e atti a suscitare una forte impressione nell'alunno sono da considerarsi inappropriate nelle attuali specifiche circostanze.
Naturalmente ci sono anche eleganti fantasie a gatti, decorate con disegni e foto

ma è essenziale ricordare che, parlando di "mascherine a gatti" non si intende che le mascherine vadano messe ai gatti, cosa che potrebbe indignarli assai


bensì che le deve mettere l'insegnante.
Ce ne sono con decorazioni ispirate a fumetti e cartoni animati
celebri quadri, simboli sportivi, prestigiosi marchi di abbigliamento, eleganti motivi floreali eccetera.
Purtroppo la mascherina vi impedirà di indossare l'accessorio più essenziale per un Perfetto Insegnante, il primo giorno come tutti gli altri, ovvero un bel sorriso amichevole. O meglio, potete pure indossarlo ma, ahimé, nessuno se ne accorgerà.
È inoltre essenziale ricordare che la mascherina filtra i virus (vostri o altrui, non si è ancora ben capito) ma non la vostra voce e dunque quando parlate dovete tenerla ben tesa davanti alla bocca e non abbassarla. Sì, vi sentiranno. Se non vi sentiranno è perché non han voglia di ascoltarvi, e in quel caso potrete anche strillare come aquile spennate ché non vi sentiranno comunque.

Il resto dell'abbigliamento deve rispondere a due regole: lasciare scoperta la minore quantità di pelle possibile e nello stesso tempo non essere troppo largo e svolazzante. Una bella tutina aderente come nella foto che apre il post sarebbe l'ideale, tuttavia si possono trovare facilmente anche combinazioni più sobrie e meno inquietanti:
Un cauto giro di shopping vi permetterò senz'altro di trovare la mise più adatta.

Ricordando sempre e comunque che il motto del Perfetto Insegnante è "Nel bene e nel male / la scuola deve continuare". Anche se, certo, a volte il concetto sarebbe da rivedere...


...forse.

domenica 15 settembre 2019

Come presentarsi al Primo Giorno di Scuola - Guida per l'aspirante Bravo Insegnante

Come ci si presenta a una nuova classe?
Partiamo dal primo punto, che è l'abbigliamento. 
Si parla molto dell'abbigliamento degli alunni ma troppo poco di quello degli insegnanti, secondo me. A parte la regola base che gli abiti con cui ci si presenta a quelli che sono destinati a condividere una parte della nostra vita per qualche giorno o per qualche anno devono essere puliti, in ordine e non troppo logori - non state andando a svuotare la cantina, state entrando in una classe, e fate un lavoro al pubblico - la cosa più pratica è indossare qualcosa che effettivamente vi rappresenti, nel concetto che avete di voi stessi, e in cui siate a vostro agio e vi sentiate eleganti
In effetti niente impedisce che decidiate di stupire i vostri alunni con effetti speciali, vuoi sfoggiando un finto casual

vuoi con un abito più sontuoso

ma è noto che l'eleganza è un concetto molto vago da definire e non passa necessariamente per un vestito firmato o per un determinato capo di abbigliamento. Inutile mettersi in giacca e cravatta o in tailleur se li considerate alla stregua di una camicia di forza, e niente al mondo impedisce a un insegnante di essere Autorevolmente Autorevolissimo in jeans e maglietta, in tenuta da metallaro, in salopette a fiorellini o in tunica indiana con sciarpa a campanellini. Nel caso però che si opti per la maglietta tuttavia è opportuno fare molta, molta attenzione a eventuali scritte o disegni: se le Keep Calm di solito vanno benissimo, evitate almeno nei primi tempi quelle che inneggiano alla vostra squadra preferita o fanno seriamente sospettare le vostre inclinazioni politiche e lasciate da parte teschi, sangue e qualsivoglia incitamento alla violenza o all'aggressione anche solo verbale. Magari verrà anche il giorno in cui sarete lieti di sfoggiare minacce implicite o esplicite, ma non è così indispensabile che quel giorno sia proprio il primo in cui vi presenterete alla nuova classe.
Purtroppo, per una serie di noiosissime ragioni con cui non voglio tediarvi, non è particolarmente opportuno che vi presentiate senza abbigliamento alcuno, anche se ciò vi garantirebbe di sicuro uno stupefatto silenzio, e probabilmente l'incondizionata approvazione di almeno una parte della classe, specie se siete giovani e ben fatti.


L'essenziale però è che si tratti di una mise con cui vi sentite a vostro agio perché già la situazione è un po' disagevole per tutti, già i ragazzi vi guarderanno con preoccupazione e sospetto quasi foste una bestia rara (e saranno un po' a disagio pure loro, spesso), davvero non è il caso di peggiorare ulteriormente la situazione. Tenete conto che l'abito dice molto di voi, ma di solito non lo dice in modo prevedibile, perciò mettete qualcosa di cui potrete dimenticarvi non appena l'avete indossato e amen. Sta ai vostri alunni decidere se con quel vestito date una impressione amichevole, casalinga, autorevole o idiota. Starà a loro in ogni caso, del resto, e a meno che non siate un esperto di strategia delle comunicazioni (se lo siete, buon per voi e complimenti, perché non è certo un talento che viene coltivato nei corsi di formazioni per docenti - il che secondo me è un grosso errore) non è affatto detto che il look che sceglierete verrà interpretato come volete voi: perché a volte gli alunni fraintendono, e a volte capiscono fin troppo. Quindi fate il possibile per essere a vostro agio e sperate in bene, ché di più non potete fare.

Se proprio non siete del tutto introversi, un saluto amichevole e un sorriso almeno accennato non ci staranno male; l'importante è che non vi forziate troppo, perché il disagio in questo tipo di situazioni è maledettamente contagioso e, so che mi ripeto, l'importante è non peggiorare la situazione. Se invece di carattere siete estroversi e amichevoli siatelo senza ritegno, di solito la cosa non dispiace purché sia spontanea.
Ci saranno probabilmente una serie di formalità da adempiere: cercare di aprire il registro elettronico che non funziona, fare l'appello sbagliando metà nomi (consiglierei di chiedete sempre se la pronuncia dei nomi stranieri è giusta e attenersi all'eventuale forma semplificata che i ragazzi di origine straniera vi daranno - se non avete paura di dimostrarvi troppo disponibili, intendo), parlare del cosiddetto materiale didattico, ovvero tutte quelle attrezzature che vi aspettate i vostri alunni abbiano: compassi verdi fluorescenti, molti metri di spago, 36 diversi colori di pastelli a olio, carta da pacchi, monete da due euro per fare piccoli cerchi, matite a tratto fine e a tratto grosso, quaderni grandi ma non ad anelli, quaderni piccoli rigorosamente ad anelli, quadernetti microscopici a quadretti, cannocchiali, telescopi, flauti in plastica arancione, tamburelli, dizionari etimologici... tutti gli insegnanti hanno un loro lato di perversione con qualcosa che è diverso da ciò che tutti gli altri colleghi al mondo della loro materia chiedono e pretendono, i ragazzi non sono degli indovini e quando le richieste sono particolarmente stravaganti tendono ad aggiustarlo al grido sottinteso di e se non gli va bene il prof. si attaccherà al treno. Ma non fateli impazzire con tre tipi diversi di rigature, per la prosa, la poesia e la saggistica, se poi siete di quelli che gli va benissimo anche il foglio bianco o a quadretti purché quel che ci sta scritto sia corretto nella forma, perché a quel punto troveranno difficile prendervi sul serio quando ESIGETE che "si" venga scritto con l'accento se è avverbio affermativo - e se gli fate comprare un mazzo di tarocchi a topolini o i pastelli a olio a 36 colori fateglieli usare spesso, sin dai primi giorni, perché quell'acquisto deve avere un senso ai loro occhi.
(E tutto questo sembra abbastanza banale e scontato però se lo scrivo c'è un suo perché)

Il vero punto critico del primo giorno di scuola con la classe nuova però è un altro: il discorsetto introduttivo.
Perché persino ottimi insegnanti ormai rodati da decine di anni in cattedra si sentono in dovere di fare il Discorsetto Introduttivo di Presentazione, nella beata convinzione che "questo servirà a mettere le cose in chiaro".
Ahimé, molti studenti sono di dura cervice sotto questo aspetto, e parimenti desiderosi di mettere le cose in chiaro secondo il loro punto di vista e per giunta spesso dotati di un nobile quanto perverso spirito di contraddizione. Mentre fate il vostro impeccabile discorsetto dichiarando che esigerete sempre e comunque (poniamo) correttezza reciproca, o silenzio durante le spiegazioni o altre cose apparentemente del tutto legittime, i loro occhi spesso brillano della classica luce "Ah sì? Mo' ti cucino io" mentre altri pensano un po' annoiati "Eccheppalle, manca solo che ci ricordi che dobbiamo anche respirare". Peggio ancora se vi lancerete in nobili proclami del tipo "Posso essere il vostro migliore amico o il vostro peggior nemico"*. Senza contare che se in questo adorabile discorsino introduttivo, che magari vi siete studiati elaborandolo con cura e attenzione a ogni singola parola, direte settanta cose sensate e una singola cosa opinabile, proprio quell'unica cosa opinabile verrà diffusa in giro con trombe e tamburi, raccontata in famiglia e agli amici, distorcendola o amplificandola senza pietà e rischiate di venir etichettati in base a quella per mesi. Poi, per carità, col tempo e la pazienza le etichette si staccano anche e non c'è scemenza detta il primo giorno che non possa venire dimenticata, ma è davvero più comodo non infilarsi da soli in un simile ginepraio.
A tal proposito può essere utile ricordare una frase della marchesa di Marteuil* secondo cui un'occasione perduta, checché ne dicano, si ripresenta, ma a un'azione intempestiva può non esserci rimedio: avrete tempo per dispiegare tutta la vostra implacabile severità o il vostro giusto rigore, non è necessario impegnarsi troppo il primo giorno.

Cosa fare dunque per passare il tempo, se quel giorno (com'è molto probabile) i ragazzi non avranno con loro né libri né strumentazione adeguata?
Molti rimediano facendo fare ai ragazzi una presentazione a voce. La cosa ha i suoi pro e i suoi contro, e va saputa gestire: soprattutto, ha senso se avete una buona memoria di quel tipo che permette di ingoiare la mole di informazioni e assimilarla prontamente, ricordandosi poi a chi attribuire quel che è stato detto. Purtroppo, se non gli date una traccia precisa su cui muoversi, può capitare che queste presentazioni si assomiglino un po' tutte e non dicano niente di interessante. Quel che funziona bene in un corso tra adulti di, poniamo, otto persone, che hanno età, stato civile, numero di figli e di animali, storia personale e lavorativa assai varie tra loro non è detto che dia gli stessi risultati in una classe di coetanei, che talvolta vengono tutti dalla stessa scuola, escono ancora caldi dall'abbraccio della famiglia e esperienza lavorativa ne hanno ben poca (sì, sto parlando delle elementari e delle medie) - e insomma, animali d'affezione a parte si rischia di ritrovarsi ventitré presentazioni ventitré fatte con lo stampino.
Tuttavia anche così, e anche se sono intimiditi e tendono a ripetere tutti le stesse cose, qualche informazione si può raccattare e magari potete chiedere cosa pensano della vostra materia, cosa guardano alla televisione, che musica ascoltano, cosa leggono, cosa fanno nel tempo libero e simili. Si possono anche chiedere informazioni all'apparenza innocue, come ad esempio il loro colore o animale preferito, cosa sarebbero se fossero un mobile o un cibo, che lavoro gli piacerebbe fare o un'infinità di altre cose più o meno compromettenti. 
Molti insegnanti fanno fare agli alunni un cartello col loro nome, che nei primi giorni di scuola è una pratica decisamente sensata, e qualcuno glielo fa integrare con qualche altra informazione. Alcuni gli chiedono di presentarsi con un piccolo disegno (hanno tutti qualche pennarello nell'astuccio). Altri li fanno chiacchierare o li mettono a scrivere, e a volte ci sono le cosiddette Prove d'Ingresso che hanno pur sempre il loro perché nei primissimi giorni di scuola - e se l'istituto dove insegnate non le ha preparate, niente al mondo impedisce che le prepariate voi, a vostro gusto personale.
Insomma il Primo Giorno di Scuola è una terra franca dove la routine non vi sostiene, ma le regole le fate voi, anche senza proclamarlo a gran voce. Non preoccupatevi più di tanto dell'impressione che voi fate ai vostri alunni - avranno tutto il tempo, ed è un processo che è in mano a loro e voi non potete gestirlo più di tanto. Preoccupatevi invece dell'impressione che loro fanno a voi e raccogliete un po' di informazioni, giusto per sapere di che morte andrete a morire.
Perché dopo il primo giorno di scuola arriva il secondo, e dal secondo si fa lezione a modo vostro e dovrete capire come vi conviene impostarla. Voi siete lì per lavorare, e per programmare il vostro lavoro in modo funzionale sin dall'inizio vi servono informazioni sul materiale umano che avete tra le mani. Loro invece sono lì perché ce li hanno mandati (e parecchi sono anche piuttosto interessati) e lì dovranno stare per tutto l'anno scolastico: per farsi una opinione su di voi hanno un sacco di tempo e non è necessario impressionarli subito - o convincerli subito che siete una carogna o un imbecille, ma se si mettono subito a lavorare hanno meno tempo per pensare a voi tra uno sbadiglio e l'altro.

Dedico questo post a tutti i miei colleghi, giovani e vecchi e in mezzo al cammino di lor vita; e anche a me, che domani ritorno in cattedra dopo un intero, involontario anno sabbatico e per me sarà di nuovo come la prima volta, perché quest'anno ho staccato davvero.
Ma se volete leggere qualcosa di meglio sull'argomento, qui c'è un bellissimo post di Milady, un tempo eccellente blogger e ora emigrata su Facebook, e una suggestiva descrizione dell'incanto dell'insegnamento di una insegnante delle elementari ripresa da Mel sul suo bel blog.
Buon anno scolastico a tutti, con la solita, consueta immagine rituale che svela il vero stato d'animo di tutti noi (e anche di tutti loro!)




*storico, posso anche fornire la fonte.
** nei Legami pericolosi di Laclois, che non è esattamente un testo di didattica 

venerdì 23 ottobre 2015

Guida per l'aspirante Bravo Insegnante - Sull'abbigliamento de' fanciulli (e delle fanciulle)

Nella Terra di Mezzo, vivaddio, ognuno si veste e si pettina come gli pare e nessuno ci trova niente da ridire.

Caggiono i regni, passan genti e linguaggi, ma la scuola mantiene purtuttavia alcune constanti. Tra queste abbiamo, salda e immutabile quant'altre mai, il perenne Lamento di taluni insegnanti sullo Sconsiderato Modo di Vestire e di Porsi di taluni giovinetti e giovinette che affollano i banchi di scuola. Tale lamento risuona ad ogni Consiglio di Classe, laddove i loro cantori, spesso in sparuta minoranza, cercano di depistare l'attenzione dei colleghi da questioni pedestri quali il metodo di studio o l'andamento disciplinare della classe oggetto della riunione.
Ad uso degli insegnanti ancora nuovi del mestiere viene qui esposta una breve lista dei principali capisaldi della questione, veri e autentici must che ricorrrono con indomabile frequenza, insieme a qualche generica linea guida che tenga conto del fatto che l'età scolastica è quella in cui gli alunni ancora implumi cercano di costruire la propria immagine e che ogni singolo dettaglio di questa immagine veicola messaggi e richiami di cui l'insegnante è al corrente solo in modo assai parziale, vuoi perché ogni generazione ha un suo codice interno, vuoi per il continuo evolversi dei costumi.
Occorre inoltre tenere presente un elemento non sempre adeguatamente considerato, ovvero il fatto che, mentre il docente è in una posizione che gli consente di commentare a suo comodo l'abbigliamento dei suoi alunni, dal canto loro gli alunni sono vincolati a non esprimere in alcun modo la loro opinione sull'abbigliamento dei loro docenti, sul quale non possono naturalmente intervenire in alcun modo. Questa notevole disparità di posizione, se da una parte è utilissima per evitare travasi di bile e arrabbiature infinite all'insegnante che è convinto sempre di vestirsi e presentarsi in modo più che adeguato, dovrebbe comunque indurre l'insegnante in questione ad usare grandissima prudenza nei suoi eventuali commenti, o meglio ancora ad evitarli del tutto.

Berretti e cappucci

Per qualche misterioso e insondabile motivo, una buona fetta di insegnanti trova del tutto intollerabile che un alunno stia in sua presenza in classe con il capo adorno di un qualsivoglia berretto o cappuccio; la cosa viene anzi vissuta come una grave mancanza di rispetto - e se è pur vero che un tempo il cappello veniva levato in segno di cortesia in presenza di creature appartenenti al sesso femminile, quando detto cappello era portato sempre e comunque all'atto di uscire di casa, va pur ricordato che le nuove generazioni sono cresciute in un mondo quasi privo di cappelli e non conoscono quindi il galateo che ne regolava l'uso nei tempi passati. Quanto al cappuccio, nei tempi andati lo portavano solo gli esquimesi e i Cavalieri Neri e i galatei dei tempi passati non se ne sono mai occupati (nel caso dei Cavalieri Neri di Mordor, comunque, discuterci era difficile). 
Altrettanto misterioso, peraltro, è il motivo che spinge i fanciulli a tenere addosso un berretto o un cappuccio nel corso delle attività scolastiche - o anche al di fuori delle suddette salvo, per quel che riguarda il cappuccio, nei casi di temperature estremamente rigide. Tuttavia i cappucci odierni costituiscono un ostacolo assai modesto all'ascolto di una lezione, mentre i berretti non lo costituiscono affatto. 
Assai maggior tolleranza viene usata per veli e foulard indossati dalle fanciulle, specie quelle di retaggio musulmano e nel loro uso non viene vista alcuna mancanza di rispetto verso il docente.
Gioverà tuttavia osservare che l'alunno che, a richiesta del docente, toglie prontamente il berretto o abbassa il cappuccio, non muta in alcun modo il suo comportamento e la sua attitudine all'ascolto. Quei rari casi che mantengono saldamente in testa berretto o cappuccio si distinguono usualmente per un comportamento spesso del tutto inadeguato ad un contesto scolastico e disturbano la lezione in analogo modo con cappuccio o senza.
L'uso di cappelli a punta il 31 Ottobre, in previsione della notte di Halloween, andrà preventivamente concordato con il docente, che non è obbligato a consentire ma che facendolo si procurerà l'approvazione della classe con poca spesa. Altrettanto dicasi per le corna da renne e le coroncine di stelle il 23 Dicembre, ultimo giorno prima delle vacanze di Natale. In entrambi i casi però sarebbe più prudente concedere licenza solo per l'ultima ora e preparare lezioni piuttosto leggere per l'occasione.

Spalline

Le spalline imbottite sono passate di moda ormai da secoli, e del resto non hanno mai creato disturbo in alcun docente, a memoria d'uomo o di donna. Per spalline oggi si intendono quelle sottili strisce di tessuto che tengono un top legato alle spalle, oppure quelle larghe fasce di tessuto che distinguono una maglietta da una canottiera. Vengono giudicate del tutto sconvenienti dagli insegnanti (che tuttavia al di fuori della scuola ne fanno spesso uso, nei mesi più caldi). Il loro apporto ai fini di un corretto apprendimento risulta del tutto irrilevante, sia in positivo che in negativo. 
Al contrario dei berretti non possono essere tolte, se non insieme al top o alla canottiera di cui fanno parte. Raramente però gli insegnanti insistono perché tali capi di abbigliamento vengano tolti dall'alunno nel corso della lezione, mentre è probabile, considerando le temperature che usualmente si accompagnano al loro uso, che ben volentieri l'alunna/o in questione toglierebbe volentieri tutto ciò che ha indosso, se solo ne venisse richiesto.
L'obiezione portata dagli insegnanti al loro uso è, di solito, che "la scuola non è una spiaggia". E' pur vero però che, nella maggior parte delle spiagge, sia pure in pieno Agosto, non si raggiungono nemmeno lontanamente le temperature presenti in molte classi con l'arrivo dell'estate.

Trucco

Per trucco qui non si intendono i molti e numerosi espedienti cui ricorrono gli alunni per aggirare o sbarcare compiti o interrogazioni, bensì l'uso, in larga prevalenza femminile, di decorare con vari colori occhi, labbra, viso e unghie. Tali decorazioni, per quanto generosamente applicate, non influiscono in alcun modo sulla capacità dell'alunna/o di seguire una lezione o di esporla nel modo corretto, anche se le unghie rimovibili possono talvolta risultare dannose in caso di caduta, soprattutto per i compagni incautamente vicini all'unghiuta creatura che rischiano di ritrovarsele nel collo con non scarso nocumento per il loro benessere. Qualora si verifichi un incidente in tal senso, un richiamo del docente non sarà fuor di luogo.
Diverso è il caso in cui le alunne, nel corso della lezione, decidano di ritoccarsi il maquillage o di modificarlo, magari coadiuvate dai consigli delle loro vicine di banco. Tale pratica è senz'altro distrattiva dalla lezione (e proprio a questo scopo viene avviata) e dunque è senz'altro opportuno che il docente la interrompa con la massima fermezza. Anche la laccatura delle unghie, qualora svolta in orario scolastico, non è di alcun aiuto nella didattica, oltre a rischiare di lasciare segni indelebili sul banco.

Pantaloni

I pantaloni degli alunni sono diventati negli ultimi due decenni fonte inesauribile di commenti e osservazioni per il corpo docente tutto in virtù della moda cosiddetta "della vita bassa", che impone ai giovinetti di indossare pantaloni che, talvolta anche quando costoro sono in piedi, lasciano scoperte generose porzioni della loro biancheria intima o dell'epidermide della parte più bassa della schiena. Per dirla più chiaramente, l'insegnante si ritrova spesso a possedere molte più informazioni di quel che vorrebbe sull'abbigliamento più intimo dei suoi alunni, con molti dettagli sul tipo e la marca di mutande che detti alunni indossano. Tuttavia sarebbe opportuno che i molti e molti commenti che salgono spontanei alle labbra del docente restassero confinati alla Sala Insegnanti o, meglio ancora, non venissero esternati affatto in alcun luogo. La scelta del colore e della fantasia delle mutande da indossare infatti è piuttosto personale e assai raramente discuterne può apportare miglioramenti all'andamento didattico della classe.
In realtà un alunno che indossi mutande a piccoli rombi azzurri su fondo cenere è in grado di seguire una lezione esattamente nello stesso modo di un alunno di cui al docente sia consentito misericordiosamente di ignorare fattura e colore dell'importante indumento intimo di cui sopra, perché non è con i pantaloni né con le mutande che si ascolta una lezione, bensì con le orecchie.
Qualora sembri che le circostanze consentano un cauto avviso, può forse talvolta essere utile ricordare alla scolaresca o ai singoli alunni mediante colloquio privato che i pantaloni a vita bassa sono indumenti traditori, che svolgono in modo assai approssimativo il loro compito quando si è seduti, e che chi è seduto dietro di loro può talvolta disporre di cellulari in grado di scattare foto di eccellente qualità da distribuire poi copiosamente agli amici.

Esiste poi il problema, ritenuto gravissimo, dei pantaloni corti. Con pantaloni corti va precisato che non ci si riferisce in alcun modo a quei devastanti pantaloni a mezza gamba che solo alcuni maschi di mirabilissimo pregio estetico possono permettersi di indossare senza apparire completamente ridicoli - perché non risulta che mai alcun docente si sia mai irritato nel vedere cotali orrori. Vengono invece gravemente sanzionati i pantaloni corti nelle alunne, in ispecial modo quando cotali alunne risultano in possesso di due gambe particolarmente pregevoli per lunghezza e armonia delle forme. Non è mai stato chiarito cosa ci possa essere di inadeguato o improprio in un paio di belle gambe (maschili o femminili che siano), tuttavia numerosi insegnanti vedono in dette gambe una mancanza di rispetto verso l'intera istituzione scolastica, nonostante nessuno abbia spiegato in modo soddisfacente in qual modo il fatto di avere delle gambe ostacoli un alunno nel suo percorso scolastico, laddove tutti i docenti sarebbero disposti a lamentare come ingiustissimo il triste caso in cui l'alunno si trovasse privo delle due gambe in questione. 
Va ricordato che, salvo rarissimi casi, la visibilità delle gambe in questione si accompagna usualmente alle alte temperature citate nel paragrafo Spalline - e sarà forse il caso di ricordare che, al contrario del possesso di due gambe, le alte temperature possono senz'altro causare gravi cali di concentrazione degli alunni, troppo occupati ad annaspare per prestare grande attenzione al docente che cerca di istruirli sulla rotazione delle figure geometriche, il corretto uso dei pronomi nella lingua inglese o altri argomenti di analogo fascino.

Piercing

Chiamasi così l'uso di traforarsi varie parti del corpo per decorarle con ornamenti in metallo più o meno pregiato, da arricchire eventualmente con piccole gemme, naturali o artificiali che siano.
Per la maggior parte dei docenti nati prima del 1980 l'unico tipo di piercing accettabile a scuola è la foratura delle orecchie nelle fanciulle, e la presenza di qualsivoglia altro foro è spesso ritenuta indice di scarsità di valori morali e mancanza di decoro. Tuttavia, considerando che ormai il piercing conta almeno due generazioni, è probabile che il calo dei valori morali e del decoro non c'entri molto e ancor meno è probabile che il piercing venga vissuto dagli alunni pierciati come mancanza di rispetto verso i docenti. In alcuni casi si tratta di una tradizione di famiglia, come può essere agevolmente dimostrato al momento del ricevimento generale dei genitori, che non necessariamente, ove pierciati, si distinguono per una rilevante scarsità di valori morali o di decoro.
Non risulta che uno o più piercing ostacolino il percorso di apprendimento dell'alunno. In realtà non esistono nemmeno studi che attestino che la presenza di molti piercing influisca in tal senso; e se è vero che capita di trovare alunni pierciati e refrattari allo studio, non è stato mai provato che l'assenza di piercing li renderebbe più studiosi o anche solo più attenti o più silenziosi durante le lezioni.

Capelli

Viene oggi dato per scontato che le ragazze debbano avere i capelli lunghi almeno fino alle spalle e i ragazzi piuttosto corti, e staccarsi da questo modello può contrariare vivamente i docenti.
Molti insegnanti reagiscono negativamente alle teste rasate, le creste, i capelli maschili trattati con coloranti chimici e financo ai capelli femminili corti. Talvolta anche i capelli femminili lunghi ma non raccolti da apposite pinze sono oggetto di deprecazioni. 
L'uso di portare lunghi ciuffi che coprano completamente un occhio viene spesso visto come grave intralcio ad un corretto apprendimento in quanto impedisce una lettura agevole. Tuttavia spesso l'alunno riesce ad aggirare l'ostacolo qualora sia in possesso di due occhi discretamente funzionanti, servendosi di quello non coperto. Quest'ultima moda, tuttavia, sembra in regresso - il che rappresenta una vera fortuna perché permette al Consiglio di Classe di concentrarsi su questioni più strettamente pertinenti al percorso didattico intrapreso (o scansato) dall'alunno/a.
Qualora una fanciulla prediliga tagli corti o cortissimi per i suoi capelli, spesso l Consiglio si sofferma a ponderare con attenzione se colei abbia inclinazioni sessuali alternative a quelle etero o problemi di identità sessuali, oppure se viva  un rapporto conflittuale con la propria femminilità; in tal caso, riportare l'attenzione dei docenti all'ordine del giorno può rivelarsi piuttosto arduo per il Coordinatore (per strano che possa sembrare, queste argomentazioni vengono discusse con grande serietà anche da insegnantesse con capelli corti che hanno avuto una vita eterosessuale senza cedimenti verso altre sponde e abbiano partorito uno o più figli).

Tette

Capita abbastanza di frequente che le giovani studentesse dispongano di ghiandole mammarie ben sviluppate, della cui parte alta talora consentano la visione mediante scollature, più o meno ombreggiate da decorazioni in pizzo sul bordo delle medesime. Nessuno, per quel che si sa, è mai riuscito a spiegare a un Consiglio di Classe che lo scopo di tali scollature non è quello di mancare di riguardo all'istituzione scolastica bensì quello di attirare gli sguardi altrui - scopo di solito conseguito con un certo successo.
Normalmente gli insegnanti in quel caso chiedono all'alunna di munirsi di un qualche tipo di giacchetto per coprire la parte incriminata, e il fatto che il giacchetto finisca spesso per restare sganciato (mancando così a quello che gli insegnanti presumevano essere il suo compito) o dimenticato in un angolo della classe è oggetto di vaste recriminazioni e rimproveri, che finiscono sovente per rallentare il normale svolgimento delle attività didattiche e attirare vieppiù l'attenzione su ciò che taluni vorrebbero fosse coperto (e che talaltri desiderano forse contemplare). Tutto ciò porta, oltre ad un consistente numero di scene tra lo sgradevole e il comico, a lunghe diatribe nei Consigli di Classe e gran sfoggio di conversazioni vibranti di indignazione nei corridoi cui si aggiungono spesso numerose considerazioni inerenti alla vita privata delle studentesse in questione. Osservare pacatamente che il possesso di un bel paio di tette non ha mai impedito a nessuna femmina umana di seguire con profitto un corso di studi raramente basta a placare gli insegnanteschi animi; tuttavia sarà forse opportuno ricordare che, se è vero che una lezione non si ascolta con i pantaloni, altrettanto vero è che non si ascolta con le tette.
Tale osservazione di solito cade nel vuoto perché viene risposto che, quand'anche l'alunna sia disposta a concentrarsi con impegno e profitto nello studio, le sue tette risultano un elemento di distrazione per taluni compagni di classe - mai tuttavia quanto l'eterna diatriba del "Mettiti il giacchino!".

Vestiti non lavati

Il caso non è rarissimo e può effettivamente compromettere seriamente la socializzazione dell'alunno in quanto spesso i compagni non gli si accostano molto volentieri - e ogni docente sa che un alunno mal inserito nella classe raramente si concentra in modo preponderante sullo studio.
Purtroppo la questione non si presenta di facile soluzione perché molto spesso anche i docenti più ciarlieri e impiccioni hanno forti remore ad affrontare francamente l'argomento con l'alunno - e d'altra parte l'alunno in questione presenta spesso problematiche tali, e viene da una situazione di tale complessità che il fatto che i suoi vestiti non siano ben lavati si presenta come l'ultima e la più insignificante tra le sue criticità.