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venerdì 14 giugno 2019
Evelina - Fanny Burney
L'immagine a sinistra è la copertina della prima edizione italiana di Evelina pubblicata da Fazi nel 2001, dove viene riprodotto il ritratto fatto all'autrice da tal Edward Frances Burney e conservato alla National Portrait Gallery. E' l'edizione che ho in casa e che mi costò ben 38.000 lire nonostante l'aria pudica da tascabile del volume. Fu un salasso cui mi sottoposi volentieri perché sapevo che si trattava di un romanzo molto famoso in Inghilterra e ricordavo che Jane Austen l'aveva citato ne L'abbazia di Northanger. La prima volta che lo lessi però non mi fece una particolare impressione; va detto però che la lettura avvenne nel corso di alcune notti insonni dovute a una broncopolmonite particolarmente memorabile e probabilmente le condizioni piuttosto malandate non mi permisero di gustarne appieno tutte le raffinate sfumature. Stavolta è andata meglio, probabilmente perché è più facile godersi un buon romanzo (o qualsiasi altra cosa) quando si respira senza particolari difficoltà.
L'immagine a destra invece è stata una piacevole sorpresa, perché proprio in queste settimane è uscita la nuova edizione (l'altra era ormai esauritissima da anni). Il prezzo rimane lo stesso o quasi (20 euro) ma è cambiata la copertina, che adesso riproduce lo stesso quadro di Fragonard che Feltrinelli ha usato per I legami pericolosi e che qui ci sta come il tradizionale cavolo a merenda perché mai, in nessun punto della storia, la protagonista ha motivo di ritrovarsi a leggere una lettera con quell'espressione furbetta e maliziosa, anche perché malizia e furberia sono del tutto estranee alla sua natura (il che le crea un sacco di problemi).
Tutto questo preludio in sintesi sta a dire che il libro è stato finalmente tradotto in Italia vent'anni fa e adesso l'hanno ripubblicato e quindi chi vuole può procurarselo senza fatica. Amen.
Fanny Burney era una donna di buona cultura e di condizione sociale piuttosto elevata e per un certo periodo fu anche dama di corte della regina d'Inghilterra; quando parla del bel mondo e dell'alta società dunque sa bene quel che dice. Evelina è il suo primo romanzo (pubblicato anonimo nel 1778, quando la signora aveva 26 anni) e porta come sottotitolo "l'ingresso in società di una giovane signora". Il romanzo ebbe un grande successo e l'autrice viene considerata una delle madri del romanzo inglese; inoltre tutti hanno sempre lodato l'umorismo del libro e il suo stile brillante. Non io.
In tutta sincerità, qua dentro mi sembra che l'umorismo non compaia nemmeno per una visita di cortesia, anzi devo dire che entrambe le letture mi hanno lasciato con un certo senso di oppressione.
Evelina è una cara e bellissima ragazza di origini nobili; ma il suo perfido padre a un certo punto negò di essere mai stato sposato con sua madre, che ne morì di dolore. In seguito il padre si pentì amaramente della sua cattiveria, ma a quel punto era davvero troppo tardi per rimediare perché la bambina, per preciso desiderio della madre, venne presa in carico da un amico di famiglia che la allevò in campagna sotto falso nome e si guardò bene dal cercare di contattare il vero padre. Per una serie di circostanze verso i diciassette anni Evelina fa un viaggio da amici e si ritrova così senza averlo previsto a Londra nel bel mezzo della stagione mondana. Il suo non è un vero "ingresso in società" quanto un ritrovarsi in mezzo alla suddetta società senza l'ombra di un apprendistato o uno straccio di guida che sappia consigliarla e proteggerla. Aggiungiamo che si tratta di una ragazza di eccezionale bellezza; succede così che numerosi esponenti del bel mondo decidano che una così bella ragazza, ingenua e senza protezione, è una preda eccellente e provino a catturarsela a pro loro senza ombra di ritegno o riguardo, ricorrendo ai peggiori espedienti. A peggiorare la situazione della poverina, che per giunta madre natura ha dotato di un carattere estremamente dolce e fiducioso, c'è il fatto che l'unico uomo che sarebbe tenuto a proteggerla, ovvero il suo ospite, è troppo occupato ad architettare scherzi di più che dubbio gusto per prendersi a cuore i suoi problemi, arrivando pure, per mettere in atto i suoi scherzi del menga, ad allearsi col più accanito dei persecutori della fanciulla. Sua moglie, per quanto più consapevole della situazione, non sembra avere la forza d'animo di intervenire in difesa della poveretta opponendosi al marito (che sinceramente sembra una grandissima ed esimia testa di cazzo dalla prima all'ultima pagina in cui compare*), il suo padre adottivo è lontano e pure impelagato in questioni legali legate appunto ad Evelina... insomma, la poverina è molto sola.
Evelina è un romanzo epistolare del tipo più classico, dove le lettere vengono usate quasi soltanto per illustrare al lettore i vari spostamenti dei personaggi. Gli autori delle lettere sono tutti amici di Evelina e la grandissima maggioranza delle lettere sono scritte da lei medesima al padre adottivo - una specie di diario di viaggio, insomma, in cui la ragazza lo tiene al corrente nel dettaglio di tutte le sue vicende per averne consiglio o per deprecare i pasticci in cui riesce regolarmente a infilarsi. Ne viene fuori il ritratto di una ragazza molto cara, molto buona ma quasi completamente sprovvista della capacità di reagire in modo aggressivo con i suoi numerosi persecutori. Certo, Elizabeth Bennet o Emma Woodhouse saprebbero rimettere tutte quelle colle di pesce al loro posto con grande facilità, ma sono ragazze molto protette e in posizione sociale molto alta nella loro piccola cerchia - e anche la dolce Fanny di Mansfield Park, che pure si distingue per dolcezza di carattere e fa la parte della parente povera, ha comunque alle spalle Mr. Bertram che è sì disposto ad appoggiare Henry Crawford anche se Fanny non sembra volerne sapere, ma solo come pretendente e Henry sa benissimo che qualsiasi tentativo di seduzione finirebbe decisamente male per lui.
Insomma, più che il racconto dell'ingresso in società di una giovane dama Evelina sembra un manuale sulle molestie sessuali e su quanto sia difficile evitarle se sei indifesa e c'è qualcosa di agghiacciante nell'impudenza con cui la quasi totalità dei personaggi maschili (e parecchi di quelli femminili). I molestatori inoltre, quando vedono che le loro intenzioni non arrivano a buon fine, lungi dallo scusarsi o ritirarsi in buon ordine rimproverano assai la poverina per la sua presunta durezza di cuore (un po' come succede in Pamela di Richardson), dimostrando a tutti gli effetti di considerarsi in diritto di ricevere una positiva accoglienza - un atteggiamento senza tempo, a quel che sembra, che nonostante certi tratti della trama, come dire, piuttosto romanzeschi ne fa una narrazione a tutt'oggi piuttosto attuale.
Il quadro generale che il cosiddetto bel mondo offre di sé (compresa la vivace tendenza agli scherzi idioti e alle scommesse ancora più idiote) non è dei più attraenti e non c'è niente di strano agli occhi della lettrice (almeno quando la lettrice sono io) se Evelina per gran parte del romanzo vagheggi un ritorno alla tranquilla campagna dov'è cresciuta; tuttavia ci sono tre personaggi maschili che mostrano di considerare la fanciulla qualcosa di più di una preda di cui approfittare senza farsi problemi o di cui Infischiarsi alla grande: il padre adottivo, un personaggio che sta attraversando una grave crisi depressiva dovuta a un concorso di circostanze altamente sfavorevoli e che Evelina aiuta, dimostrando così di avere un carattere dolce ma non debole quando si tratta di intervenire per aiutare qualcuno, e il principe azzurro di turno, un compito e nobile gentiluomo, che anche se inizialmente considera la ragazza una povera sciocca ben presto cambia idea e soprattutto, durante tutto il corso del romanzo, non compie una sola azione disonorevole ma anzi mostra di conoscere molto bene il significato di parole come "educazione", "discrezione" e simili. Con lui Evelina si sposerà alla fine del romanzo dopo averlo amato con grande ardore per più di quattrocento pagine e da quel momento non le mancheranno né la protezione né la libertà di andarsene tranquillamente in giro senza dover temere insidie ad ogni passo.
Lettura consigliata, istruttiva, interessante, piacevole... ma non così divertente come la raccontano di solito, a mio avviso.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti buone letture, finalmente sotto un albero, in un giardino in fiore, o magari perfino al mare, con un po' di cautela per chi ha la pelle delicata e sensibile perché il sole finalmente arrivato scotta alla grande, con tutto il calore e lo sfolgorìo che ci si può aspettare a metà Giugno.
*senza offesa per le teste di cazzo, è solo un modo di dire: anch'io, come Evelina, ho un carattere dolce e cerco di moderare il mio linguaggio perché ben di peggio avrei da dire su quell'uomo come su quasi tutti i personaggi maschili del romanzo.
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venerdì 19 aprile 2019
Persuasione - Jane Austen
Di nuovo una piacevole certezza: questo romanzo non soltanto non è assolutamente il primo di Jane Austen, ma siamo ben sicuri che sia l'ultimo. In compenso c'è chi sostiene che sia incompleto. Personalmente non lo credo ma è possibile che, se fosse vissuta più a lungo, l'autrice ne avrebbe riscritte alcune parti: ci sono infatti diversi punti in cui si intravedono le ossa della narrazione e la successione degli eventi avviene in modo piuttosto meccanico, senza quel delizioso gioco d'acqua che caratterizza gli altri romanzi, dove zampillano gli uni dagli altri con perfetta naturalezza. In compenso ci sono molti punti dove la prosa è particolarmente bella e ricca di implicazioni, insomma dove la scrittrice scrive meglio di quanto abbia fatto mai - e infatti ci sono molti lettori che lo ritengono il romanzo migliore e lo tengono sull'altarino.
Ecco, proprio sull'altarino forse non lo metto, ma senza dubbio è molto bello.
Chi ha frequentato un po' di Harmony sa che c'è una collana dedicata alle...riprese? Ritorni di fiamma? Ad ogni modo il sottotitolo è "C'è sempre una seconda occasione per amare". Per amare lo stesso uomo o la stessa donna, intendono.
Funziona così: lui e lei si sono incontrati qualche anno prima (sei, sette, comunque meno di dieci), amati follemente e qualche volta perfino sposati, hanno condiviso qualche notte di passione... poi si sono bruscamente divisi, convinti che essersi amati sia stato il più stupido errore della loro vita e che l'altr* li abbia solo sfruttati e/o presi in giro.
C'è una causa meccanica di cui entrambi sono all'oscuro naturalmente, di solito organizzata da parenti o... mah, chiamarli "amici" mi sembra eccessivo, visto il loro comportamento, comunque da persone di cui si fidano e, nella maggior parte dei casi, un buon tasso di idiozia da parte dei due innamorati. Passato qualche anno i due però si incontrano nuovamente; in teoria sono convinti di essersi ormai emancipati dal loro sciocco amore di gioventù, ma naturalmente non è vero e pian piano le cose si chiariscono e a fine romanzo li vediamo finalmente uniti in modo stabile. Ecco, credo che il capostipite di questo ramo della narrazione sia stato proprio Persuasione, perché non mi sembra che questa traccia sia stata mai narrata prima del presente romanzo.
I due innamorati descritti da Jane Austen comunque non sono affatto idioti e non c'è stato equivoco nella loro separazione, solo una certa debolezza (e molta ingenuità) da parte di lei.
Anni prima - otto anni prima, per la precisione, la giovanissima Anne Elliot ha conosciuto il giovane tenente di marina Frederick Wentworth. I due si sono subito piaciuti e poi fidanzati. Lui però era povero e di incerta carriera (le due cose sono strettamente collegate, perché un Wentworth padre ricco e influente avrebbe sistemato già da tempo la questione) mentre lei era la figlia di un baronetto di scarsa intelligenza ma di grandissima superbia, convinto di occupare i gradini più alti della scala sociale e del tutto immune a sentimenti insulsi quali l'affetto per la figlia o l'interesse della di lei felicità.
Non c'era stata una vera opposizione, solo molta freddezza e una certa dose di pressione - o di persuasione, se così ci piace chiamarla. La sorella maggiore di Anne aveva appoggiato il punto di vista del padre, anche perché non voleva che la sorella si sposasse prima di lei e soprattutto con un partito così squalificante per la nobilissima (maddeché?) famiglia degli Elliot. Anne si era così trovata sola ad affrontare il malumore paterno perché la madre era morta da qualche anno e la seconda sorella, ormai sposata, non aveva mai saputo nulla di quella storia. Tuttavia, per quanto giovane, tenera e sprovveduta avrebbe affrontato le pressioni con una discreta fermezza, anche perché era molto innamorata del suo tenente spiantato. Purtroppo però era intervenuta anche Lady Russell, grande amica della defunta madre che alle sue cure aveva affidato la carissima figlia e che sulla nobiltà della nobile famiglia Elliot la pensava esattamente come lo sciocco baronetto e l'insipida figlia maggiore. Davanti alle insistenze di colei che ai suoi occhi era una sorta di delegata della madre, Anne aveva ceduto.
Ho abbondato senza risparmio con gli aggettivi, soprattutto quelli rivolti a Sir Walter Elliot e alla sua primogenita, perché qualsiasi lettore che non abbia mandato il cuore alla raccolta differenziata dei rifiuti per farne compost, dopo aver letto lo scarno resoconto delle vicende di Anne e soprattutto gli effetti che questa storia ha avuto su di lei viene colto da una incontenibille irritazione e comincia a mandare mentalmente insulti di tutti i tipi al tronfio baronetto - che peraltro non fa nulla nel corso del romanzo per riscattarsi sia pur minimamente agli occhi del lettore o di un qualsiasi protagonista del libro.
Come il padre di Emma, Sir Elliot è un uomo provvisto di senno tutt'altro che sovrabbondante e assorto in pochi ma assai ostinati pensieri; ma mentre il padre di Emma è universalmente benvoluto anche dai molti che ne sono esasperati, prima tra tutte la figlia, grazie a un temperamento affettuoso e gentile - e in effetti tende molto, moltissimo a preoccuparsi degli altri e soprattutto della loro salute, ma è anche decisamente generoso e tutt'altro che assorto nella contemplazione della grandezza del suo casato, che pure è più che rispettabile - Sir Water Elliot guarda tutti dall'alto in basso e vive ossessionato dal pensiero dal decoro dovuto alla sua nobile stirpe e dalla bellezza sua e dalla mancanza di bellezza degli altri. Di per sé l'amore per la bellezza e il rispetto per i propri antenati non sono certo difetti, né vi è alcun motivo per cui un uomo debba lamentarsi di essere stato dotato di un bell'aspetto dalla natura; quando però la conversazione e i pensieri dell'uomo in questione si basano quasi esclusivamente sull'importanza di non farsi deprivare di alcuno dei suoi diritti, quando su questi "diritti" si hanno pretese del tutto irragionevoli e quando la bellezza e il rango sono assolutamente gli unici criteri con i quali viene valutato qualsiasi altro essere umano senza alcuna attenzione alle sue qualità morali o intellettuali, e insomma quando alla base di questi sentimenti c'è prima di tutto una grettezza del tipo più miserabile, difficilmente chi li prova è oggetto di grande popolarità. Per aggiungere qualche ciliegina sulla torta e mettere in moto la vicenda occorre aggiungere soltanto il fatto che Sir Elliot è convinto che un gentiluomo non deve vivere all'altezza dei suoi mezzi, bensì sono i mezzi che devono adattarsi alle sue legittime aspirazioni - insomma trova del tutto incompatibile con la sua posizione non tenere almeno due carrozze, mentre essere continuamente tampinato da creditori insoddisfatti non gli crea motivo di onta, solo un forte senso di fastidio.
Anne Elliot è del tutto estranea a questa mentalità, e di conseguenza né il padre né la sorella maggiore la tengono in alcuna considerazione. Per giunta non è bella, che in quella famiglia è una sorta di peccato mortale.
In effetti era stata molto bella ai tempi del suo fidanzamento, tanto che il consiglio (o meglio la persuasione) esercitata da Lady Russel era stata dettata anche dalla paura di bruciarla troppo presto sul mercato matrimoniale perché poteva aspirare a ben di meglio che a un marinaio spiantato.
Peccato però che Anne la pensasse diversamente.
Anne è una protagonista anomala per un romanzo di Jane Austen, anzi per un romanzo dell'epoca in generale: non è una ragazza giovane e inesperta del viver del mondo che fa il suo apprendistato imparando dai suoi errori - quella fase ormai l'ha passata e i suoi errori li ha fatti, imparando parecchio ma uscendo quasi spezzata dalla prova. Quando la incontriamo ha ventotto anni, un carattere malinconico, diversi rimpianti e un aspetto sfiorito. Non c'è stata una carta migliore di Frederick Wentworth da giocare sul mercato matrimoniale, principalmente perché Anne non si è più innamorata; forse in realtà non si è voluta innamorare, oppure il destino è stato un po' scortese con lei non mettendole sulla strada qualcuno in grado di rimpiazzare il perduto amore. Sta di fatto che, lentamente ma irreversibilmente, si è spostata su un ruolo diverso da quello della ragazza da marito: quello della donna nubile e destinata a restarlo, delizia dei nipotini, balia asciutta delle sorelle, molto apprezzata da chi la conosce per averne assistenza e appoggio morale, ma del tutto priva di una vita personale, tranne le parentesi con Lady Russell.
La persuasione si è rivelata mal spesa anche sul piano più pratico: nel corso degli anni, mentre lei sfioriva, il marinaio spiantato, pur avvolto in una nuvola di rancore (e di involontaria fedeltà, perché nemmeno lui ha minimamente rimpiazzato il suo amore di gioventù) grazie alle guerre napoleoniche ha fatto una carriera assai brillante e messo su un bel patrimonio, senza peraltro sfiorire affatto. Quando si ritrovano quindi lui può permettersi di guardarla dall'alto in basso e di trattarla con freddezza. Almeno all'inizio.
Altra caratteristica insolita di questo romanzo: nemmeno il lettore più sprovveduto riesce a credere seriamente che i due non torneranno insieme, nemmeno nelle prime pagine dopo il loro nuovo incontro. Qui non si tratta di sapere con chi finirà per accasarsi l'eroina, quanto di vedere quando e in che modo lo farà. I due, come appare chiarissimo, hanno mantenuto intatta la capacità di leggere nel cuore dell'altro - Frederick dimostra in varie occasioni di capire perfettamente gli stati d'animo di Anne, e Anne a sua volta capisce immediatamente quando l'ormai capitano Wentworth cede le armi e smettendo di mentire a sé stesso ammette in cuor suo di essere ancora innamorato di lei. Il loro sentimento era profondo e ben radicato e si era basato su una valida comprensione dell'altro e riallacciare gli antichi legami sarà davvero questione di poco.
Più complesso sarà sistemare le cose tra Lady Russell e il capitano Wentworth, ma è probabile che sarà comunque affare meno complicato di quel che potrebbe sembrare, considerando che entrambi hanno assai a cuore la felicità di Anne.
Come per tutti i romanzi di Jane Austen, ogni scusa è buona per leggere o rileggere Persuasione e ogni stagione offre buoni spunti per raccomandare tali letture.
Volendo, ci sono anche due film da vedere: il primo, del 1995, per la regia di Roger Michell l'ho visto e mi è sembrata la classica pellicola con la quale e senza la quale il mondo resta tale e quale, anche se le ville e i paesaggi recitano molto bene; chi vuole vederlo (in inglese) lo troverà qui. Il secondo, che non so nemmeno se è arrivato in Italia, è del 2007, fu fatto per la televisione in più episodi ed era diretto da Adrian Shergold; su YouTube si trovano diversi video, anche lunghi.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti ottime letture primaverili pasqualine, anche sotto gli alberi in fiore se avete un giardino o un parco vicino a casa. Auguri, e che le uova siano con voi!
Ecco, proprio sull'altarino forse non lo metto, ma senza dubbio è molto bello.
Chi ha frequentato un po' di Harmony sa che c'è una collana dedicata alle...riprese? Ritorni di fiamma? Ad ogni modo il sottotitolo è "C'è sempre una seconda occasione per amare". Per amare lo stesso uomo o la stessa donna, intendono.
Funziona così: lui e lei si sono incontrati qualche anno prima (sei, sette, comunque meno di dieci), amati follemente e qualche volta perfino sposati, hanno condiviso qualche notte di passione... poi si sono bruscamente divisi, convinti che essersi amati sia stato il più stupido errore della loro vita e che l'altr* li abbia solo sfruttati e/o presi in giro.
C'è una causa meccanica di cui entrambi sono all'oscuro naturalmente, di solito organizzata da parenti o... mah, chiamarli "amici" mi sembra eccessivo, visto il loro comportamento, comunque da persone di cui si fidano e, nella maggior parte dei casi, un buon tasso di idiozia da parte dei due innamorati. Passato qualche anno i due però si incontrano nuovamente; in teoria sono convinti di essersi ormai emancipati dal loro sciocco amore di gioventù, ma naturalmente non è vero e pian piano le cose si chiariscono e a fine romanzo li vediamo finalmente uniti in modo stabile. Ecco, credo che il capostipite di questo ramo della narrazione sia stato proprio Persuasione, perché non mi sembra che questa traccia sia stata mai narrata prima del presente romanzo.
I due innamorati descritti da Jane Austen comunque non sono affatto idioti e non c'è stato equivoco nella loro separazione, solo una certa debolezza (e molta ingenuità) da parte di lei.
Anni prima - otto anni prima, per la precisione, la giovanissima Anne Elliot ha conosciuto il giovane tenente di marina Frederick Wentworth. I due si sono subito piaciuti e poi fidanzati. Lui però era povero e di incerta carriera (le due cose sono strettamente collegate, perché un Wentworth padre ricco e influente avrebbe sistemato già da tempo la questione) mentre lei era la figlia di un baronetto di scarsa intelligenza ma di grandissima superbia, convinto di occupare i gradini più alti della scala sociale e del tutto immune a sentimenti insulsi quali l'affetto per la figlia o l'interesse della di lei felicità.
Non c'era stata una vera opposizione, solo molta freddezza e una certa dose di pressione - o di persuasione, se così ci piace chiamarla. La sorella maggiore di Anne aveva appoggiato il punto di vista del padre, anche perché non voleva che la sorella si sposasse prima di lei e soprattutto con un partito così squalificante per la nobilissima (maddeché?) famiglia degli Elliot. Anne si era così trovata sola ad affrontare il malumore paterno perché la madre era morta da qualche anno e la seconda sorella, ormai sposata, non aveva mai saputo nulla di quella storia. Tuttavia, per quanto giovane, tenera e sprovveduta avrebbe affrontato le pressioni con una discreta fermezza, anche perché era molto innamorata del suo tenente spiantato. Purtroppo però era intervenuta anche Lady Russell, grande amica della defunta madre che alle sue cure aveva affidato la carissima figlia e che sulla nobiltà della nobile famiglia Elliot la pensava esattamente come lo sciocco baronetto e l'insipida figlia maggiore. Davanti alle insistenze di colei che ai suoi occhi era una sorta di delegata della madre, Anne aveva ceduto.
Ho abbondato senza risparmio con gli aggettivi, soprattutto quelli rivolti a Sir Walter Elliot e alla sua primogenita, perché qualsiasi lettore che non abbia mandato il cuore alla raccolta differenziata dei rifiuti per farne compost, dopo aver letto lo scarno resoconto delle vicende di Anne e soprattutto gli effetti che questa storia ha avuto su di lei viene colto da una incontenibille irritazione e comincia a mandare mentalmente insulti di tutti i tipi al tronfio baronetto - che peraltro non fa nulla nel corso del romanzo per riscattarsi sia pur minimamente agli occhi del lettore o di un qualsiasi protagonista del libro.
Come il padre di Emma, Sir Elliot è un uomo provvisto di senno tutt'altro che sovrabbondante e assorto in pochi ma assai ostinati pensieri; ma mentre il padre di Emma è universalmente benvoluto anche dai molti che ne sono esasperati, prima tra tutte la figlia, grazie a un temperamento affettuoso e gentile - e in effetti tende molto, moltissimo a preoccuparsi degli altri e soprattutto della loro salute, ma è anche decisamente generoso e tutt'altro che assorto nella contemplazione della grandezza del suo casato, che pure è più che rispettabile - Sir Water Elliot guarda tutti dall'alto in basso e vive ossessionato dal pensiero dal decoro dovuto alla sua nobile stirpe e dalla bellezza sua e dalla mancanza di bellezza degli altri. Di per sé l'amore per la bellezza e il rispetto per i propri antenati non sono certo difetti, né vi è alcun motivo per cui un uomo debba lamentarsi di essere stato dotato di un bell'aspetto dalla natura; quando però la conversazione e i pensieri dell'uomo in questione si basano quasi esclusivamente sull'importanza di non farsi deprivare di alcuno dei suoi diritti, quando su questi "diritti" si hanno pretese del tutto irragionevoli e quando la bellezza e il rango sono assolutamente gli unici criteri con i quali viene valutato qualsiasi altro essere umano senza alcuna attenzione alle sue qualità morali o intellettuali, e insomma quando alla base di questi sentimenti c'è prima di tutto una grettezza del tipo più miserabile, difficilmente chi li prova è oggetto di grande popolarità. Per aggiungere qualche ciliegina sulla torta e mettere in moto la vicenda occorre aggiungere soltanto il fatto che Sir Elliot è convinto che un gentiluomo non deve vivere all'altezza dei suoi mezzi, bensì sono i mezzi che devono adattarsi alle sue legittime aspirazioni - insomma trova del tutto incompatibile con la sua posizione non tenere almeno due carrozze, mentre essere continuamente tampinato da creditori insoddisfatti non gli crea motivo di onta, solo un forte senso di fastidio.
Anne Elliot è del tutto estranea a questa mentalità, e di conseguenza né il padre né la sorella maggiore la tengono in alcuna considerazione. Per giunta non è bella, che in quella famiglia è una sorta di peccato mortale.
In effetti era stata molto bella ai tempi del suo fidanzamento, tanto che il consiglio (o meglio la persuasione) esercitata da Lady Russel era stata dettata anche dalla paura di bruciarla troppo presto sul mercato matrimoniale perché poteva aspirare a ben di meglio che a un marinaio spiantato.
Peccato però che Anne la pensasse diversamente.
Anne è una protagonista anomala per un romanzo di Jane Austen, anzi per un romanzo dell'epoca in generale: non è una ragazza giovane e inesperta del viver del mondo che fa il suo apprendistato imparando dai suoi errori - quella fase ormai l'ha passata e i suoi errori li ha fatti, imparando parecchio ma uscendo quasi spezzata dalla prova. Quando la incontriamo ha ventotto anni, un carattere malinconico, diversi rimpianti e un aspetto sfiorito. Non c'è stata una carta migliore di Frederick Wentworth da giocare sul mercato matrimoniale, principalmente perché Anne non si è più innamorata; forse in realtà non si è voluta innamorare, oppure il destino è stato un po' scortese con lei non mettendole sulla strada qualcuno in grado di rimpiazzare il perduto amore. Sta di fatto che, lentamente ma irreversibilmente, si è spostata su un ruolo diverso da quello della ragazza da marito: quello della donna nubile e destinata a restarlo, delizia dei nipotini, balia asciutta delle sorelle, molto apprezzata da chi la conosce per averne assistenza e appoggio morale, ma del tutto priva di una vita personale, tranne le parentesi con Lady Russell.
La persuasione si è rivelata mal spesa anche sul piano più pratico: nel corso degli anni, mentre lei sfioriva, il marinaio spiantato, pur avvolto in una nuvola di rancore (e di involontaria fedeltà, perché nemmeno lui ha minimamente rimpiazzato il suo amore di gioventù) grazie alle guerre napoleoniche ha fatto una carriera assai brillante e messo su un bel patrimonio, senza peraltro sfiorire affatto. Quando si ritrovano quindi lui può permettersi di guardarla dall'alto in basso e di trattarla con freddezza. Almeno all'inizio.
Altra caratteristica insolita di questo romanzo: nemmeno il lettore più sprovveduto riesce a credere seriamente che i due non torneranno insieme, nemmeno nelle prime pagine dopo il loro nuovo incontro. Qui non si tratta di sapere con chi finirà per accasarsi l'eroina, quanto di vedere quando e in che modo lo farà. I due, come appare chiarissimo, hanno mantenuto intatta la capacità di leggere nel cuore dell'altro - Frederick dimostra in varie occasioni di capire perfettamente gli stati d'animo di Anne, e Anne a sua volta capisce immediatamente quando l'ormai capitano Wentworth cede le armi e smettendo di mentire a sé stesso ammette in cuor suo di essere ancora innamorato di lei. Il loro sentimento era profondo e ben radicato e si era basato su una valida comprensione dell'altro e riallacciare gli antichi legami sarà davvero questione di poco.
Più complesso sarà sistemare le cose tra Lady Russell e il capitano Wentworth, ma è probabile che sarà comunque affare meno complicato di quel che potrebbe sembrare, considerando che entrambi hanno assai a cuore la felicità di Anne.
Come per tutti i romanzi di Jane Austen, ogni scusa è buona per leggere o rileggere Persuasione e ogni stagione offre buoni spunti per raccomandare tali letture.
Volendo, ci sono anche due film da vedere: il primo, del 1995, per la regia di Roger Michell l'ho visto e mi è sembrata la classica pellicola con la quale e senza la quale il mondo resta tale e quale, anche se le ville e i paesaggi recitano molto bene; chi vuole vederlo (in inglese) lo troverà qui. Il secondo, che non so nemmeno se è arrivato in Italia, è del 2007, fu fatto per la televisione in più episodi ed era diretto da Adrian Shergold; su YouTube si trovano diversi video, anche lunghi.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti ottime letture primaverili pasqualine, anche sotto gli alberi in fiore se avete un giardino o un parco vicino a casa. Auguri, e che le uova siano con voi!
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venerdì 22 marzo 2019
Mansfield Park - Jane Austen
Può darsi che a suo tempo Mansfield Park sia stato pubblicato in Italia nella vecchia BUR grigia (sì, quella che dopo sessanta o settant'anni ormai si sfalda quando la riprendi in mano, e peccato perché erano sempre edizioni integrali e con ottime traduzioni). Sta di fatto che quando ero una giovinetta implume in libreria non si trovava e solo nel 1983 Garzanti la propose (o ri-propose, forse) nella collana dei classici. Naturalmente mi ci precipitai sopra come un falco affamato si precipita sulla preda e lo spolpai in pochi giorni rimanendone assolutamente soddisfatta. Ma sono una delle poche.
Tra i sei romanzi di Jane Austen infatti è il meno amato, e lo fu anche ai tempi della sua prima pubblicazione - con una certa delusione da parte di Jane, sospetto., che ci aveva dedicato parecchio lavoro visto che dei sei è il suo romanzo più lungo.
Aggiungo che la rilettura più recente l'ho fatta un paio di mesi fa durante la mia ultima degenza ospedaliera, scaricandolo aggratisse dalla rete, dove si trova molto facilmente. L'edizione che mi capitò fra le mani aveva la traduzione di Giuseppe Ierolli e conteneva anche una ricca appendice dove erano raccolti diversi interessanti documenti e soprattutto l traduzione integrale di Giuramenti di innamorati, la commedia che nel corso del romanzo i personaggi cercano di allestire e che l'autrice non riassume, dandola assolutamente per conosciuta da tutti i suoi lettori; al giorno d'oggi, ahimé, Giuramenti di innamorati è stata completamente dimenticata, almeno in Italia (se pure è mai stata conosciuta due secoli fa) e potersela legge aiuta a capire un bel po' di allusioni e di commenti fatti appunto nel corso dell'allestimento dello spettacolo. Insomma, consiglio vivamente di cercare quell'edizione perché è un bell'aiuto per il lettore e mi scuso vivamente per non sapervi indicare da dove l'ho scaricata (in modo del tutto legale e alla luce del sole, garantisco): quelle sono state per me settimane un po' confuse e insomma mi sono completamente dimenticata di dove l'ho presa.
Come mai Mansfield Park è meno popolare degli altri romanzi?
Non sono la persona più adatta a rispondere, visto che a me è piaciuto moltissimo, tanto che è il mio preferito subito dopo Orgoglio e pregiudizio; posso solo azzardare delle ipotesi.
E' il romanzo meno divertente tra i sei, tanto per cominciare. Veramente non ci si fanno poi queste gran risate nemmeno con l'ultimo, Persuasione, che però vanta foltissime schiere di apprezzatori. Comunque in Mansfield Park quasi tutti i protagonisti passano il loro tempo soffrendo come cani, soprattutto per questioni di amore non corrisposto e per gelosia - e sempre con l'obbligo sociale di mantenere una facciata serena e brillante.
La protagonista, Fanny, risulta abbastanza antipatica (non a me, sia chiaro): molti la trovano troppo perbenino e ha il grande inconveniente di non sbagliare un colpo, mai. Fanny ragiona senza orgoglio e senza pregiudizio, ha un suo codice morale molto rigoroso e una sensibilità quasi esasperata, non prende mai in giro nessuno e piange parecchio, anche se di solito senza farsi vedere. E' anche abituata a vedersi scavalcare da tutti, e quindi non pesta mai i piedi per difendere i suoi diritti anche quando avrebbe ottime ragioni per farlo.
Altrettanto ingrato risulta il suo prediletto, Edmund, anche lui un po' troppo perfettino e perbenino. E anche lui mi piace moltissimo, quindi fatico a simpatizzare con chi non lo apprezza.
D'accordo, né lui né Fanny hanno uno spiccato senso dell'umorismo - ma in fin dei conti non lo aveva nemmeno Fitzwilliam Darcy, che vanta invece schiere numerosissime di fan.
Va detto poi che non c'è una scena d'amore che sia una - si svolgono tutte dietro le quinte - e questo può effettivamente dispiacere in un romanzo dove si parla quasi esclusivamente d'amore. C'è un certo fondo di moralismo e una grande abbondanza di buoni sentimenti, ma a ben guardare c'è in tutti i romanzi di Jane Austen, solo che negli altri le circostanze di solito sono più gentili per tutti, mentre Mansfield Park è sfiorato più di una volta dall'ala della tragedia e ha un lieto fine solo per alcuni dei personaggi.
Ci sono poi i due fratelli Crawford, brillanti vivaci e spiritosi, che ho sempre trovato di una antipatia mortale (soprattutto Henry) ma che alla media dei lettori risultano molto più simpatici dei due perfettini perbenisti. Entrambi comunque hanno una singolare capacità di di complicarsi la vita con le loro mani e l'autrice rifiuta costantemente di soccorrerli quando sono nelle ambasce - ma in effetti proprio non so perché dovrebbe: di fatto i Cawford non si mettono nei pasticci per ingenuità o imprudenza, ma perché se ne fregano di tutto e di tutti tranne che di sé stessi, e in effetti non sono il tipo di persone che sono più portata ad apprezzare.
E' un romanzo di gente ricca, ma è anche il romanzo, tra i sei, che mette più apertamente in rilievo i problemi che si possono avere quando si fa parte della gentry ma non si hanno adeguati soldi.
Ho scritto che leggendolo non ci si fanno poi queste gran risate. In realtà non è vero, e contiene alcune delle più acuminate frasi uscite dalla penna dell'autrice, a partire dall'inizio quando spiega che "di certo al mondo non ci sono abbastanza uomini ricchi per tutte le donne graziose che se li meriterebbero" - e il problema di partenza è proprio questo: Maria Ward, donna di notevole bellezza ma con un modesto patrimonio personale di 7000 sterline, ha avuto la fortuna di conquistare Sir Thomas Bertram di Mansfield Park, diventando così Lady Bertram; a suo tempo tutti convennero che per avere il diritto di aspettarsi una fortuna del genere le mancavano almeno 3000 sterline, ma anche sull'evidente fatto che un matrimonio così ricco era un colpo di fortuna anche per le due sorelle minori di Lady Bertram che quindi avrebbero facilmente stretto matrimoni altrettanto vantaggiosi. E invece non va così, appunto perché ci sono più ragazze graziose che gentiluomini ricchi pronti a sposarle, e così le due sorelle minori dovettero contentarsi: la maggiore delle due sposò un sacerdote che non aveva nulla di suo (ma Sir Thomas provvide a fornirlo di adeguato beneficio ecclesiastico) mentre la minore, Frances, sposò contro il volere della famiglia un luogotenente di marina senza soldi né conoscenze e senza nemmeno un buon carattere a raccomandarlo. In compenso il luogotenente di marina si mostrò assai fertile sin dai primi anni, col risultato che gli sposi più squattrinati si ritrovano con una bella nidiata. Sir Thomas decide di aiutarli e, tra le altre cose, prende in casa una delle bambine: Fanny, la Cenerentola di turno - che non viene maltrattata e messa a fare le pulizie di casa o roba del genere, ma che comunque si ritrova sempre in seconda linea rispetto ai quattro figli di Mansfield Park occupando un ruolo che è più quello di una dama di compagnia per Lady Bertram che quello di una figlia adottiva. Tenera, sensibile e molto, molto paziente, la piccola Cenerentola si innamora ben presto di Edmund, il fratello minore, ma ha molta cura di nascondere la cosa - per molto tempo perfino a sé stessa.
Quando Fanny raggiunge l'età giusta per essere presentata in società e Edmund, destinato agli ordini eccclesiastici, sta per essere ordinato sacerdote, a un passo da Mansfield Park piombano i due fratelli Crawford, pieni di fascino e di soldi; e siccome i quattro giovani Bertram sono molto belli e tutt'altro che poveri, inizia una lunga serie di corteggiamenti intrecciati complicati dal fatto che la maggiore delle sorelle Bertram, Maria, è già fidanzata con un ricchissimo e ottimo partito che non ha nulla per raccomandarlo quanto a fascino e simpatia ma di cui le piacciono molto la posizione sociale e i vasti possedimenti. Aggiungiamo che il giovane Crawford ama moltissimo farsi corteggiare e che la giovane Crawford è molto attratta da Edmund ma non sopporta l'idea di legarsi a un ecclesiastico e che Sir Thomas, padre nobile ai limiti dell'insopportabile, passa una buona metà del romanzo all'altro capo del pianeta a badare alle sue proprietà e otterremo una miscela esplosiva in cui all'improvviso si ritrova coinvolta perfino Fanny, quando Crowford il Farfallone decide che la piccola di casa è troppo indifferente al suo fascino e che quindi è indispensabile che anche lei ceda al suo fascino come già hanno fatto le due sorelle Bertram. Naturalmente il tutto finirà in un mezzo disastro - beh, per qualcuno a dire il vero finisce in un disastro completo e senza remissione, e il Qualcuno in questione alla fine può incolpare solo sé stesso... e la sciagurata scelta di farsi trascinare dai sentimenti che fino a quel momento aveva tenuto assai a bada per un sacco di motivi uno più opportunistico dell'altro.
Insomma, i buoni alla fine del romanzo ottengono adeguata ricompensa della loro bontà, mentre i meno buoni finiscono in castigo - qualcuno anche a tempo indeterminato, ma il tutto è così ben motivato e ben condotto che per conto mio ogni volta resto assolutamente ammirata per l'abilità e il realismo con cui l'autrice ha gestito una trama tutt'altro che semplice, anche se un po' resto dispiaciuta per come chi si sia messo nei pasticci si ritrovi poi costretto a restarci.
Due postille prima di concludere.
La prima riguarda Mrs. Norris, la zia cattiva che opprime costantemente Fanny sotto il peso di una serie di angherie non troppo crudeli (ma solo perché Edmund e Sir Thomas non lo permetterebbero mai!) ma, garantisco, comunque davvero spiacevoli e offensive quanto inutili: di lei non sapremo mai il nome, è sempre e soltanto Mrs. Norris. Quasi due secoli dopo J.K. Rowling chiamò proprio Mrs. Norris la perfida gatta dell'irascibile custode Argus Gazza. I lettori italiani però se ne accorsero solo se e quando presero in mano il testo in inglese, perché i traduttori ignorarono completamente il riferimento letterario e chiamarono la spettrale gatta "Mrs. Purr".
La seconda postilla riguarda il bel saggio che Nabokov dedica a Mansfield Park nelle sue Lezioni di letteratura, dove tra l'altro si parla molto sia della tentata rappresentazione di Giuramenti di innamorati sia, soprattutto, del bellissimo gioco di anticipazioni e rappresentazioni più o meno simboliche degli sviluppi futuri della vicenda che sono una delle cifre più caratteristiche di Jane Austen - e di cui questo romanzo è particolarmente ricco (peraltro, prima di leggere Nabokov, non ci avevo mai fatto caso se non a livello inconscio).
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e mi riprometto solennemente di essere molto più regolare nella mia partecipazione, d'ora in poi. Possa la primavera regalarvi piacevolissime ore di lettura mentre guardate dalla finestra gli alberi in fiore - in attesa che si alzi un po' la temperatura e che sotto gli alberi in fiore possiate andare a leggere godendovi il profumo e il tepore della bella stagione.
Tra i sei romanzi di Jane Austen infatti è il meno amato, e lo fu anche ai tempi della sua prima pubblicazione - con una certa delusione da parte di Jane, sospetto., che ci aveva dedicato parecchio lavoro visto che dei sei è il suo romanzo più lungo.
Aggiungo che la rilettura più recente l'ho fatta un paio di mesi fa durante la mia ultima degenza ospedaliera, scaricandolo aggratisse dalla rete, dove si trova molto facilmente. L'edizione che mi capitò fra le mani aveva la traduzione di Giuseppe Ierolli e conteneva anche una ricca appendice dove erano raccolti diversi interessanti documenti e soprattutto l traduzione integrale di Giuramenti di innamorati, la commedia che nel corso del romanzo i personaggi cercano di allestire e che l'autrice non riassume, dandola assolutamente per conosciuta da tutti i suoi lettori; al giorno d'oggi, ahimé, Giuramenti di innamorati è stata completamente dimenticata, almeno in Italia (se pure è mai stata conosciuta due secoli fa) e potersela legge aiuta a capire un bel po' di allusioni e di commenti fatti appunto nel corso dell'allestimento dello spettacolo. Insomma, consiglio vivamente di cercare quell'edizione perché è un bell'aiuto per il lettore e mi scuso vivamente per non sapervi indicare da dove l'ho scaricata (in modo del tutto legale e alla luce del sole, garantisco): quelle sono state per me settimane un po' confuse e insomma mi sono completamente dimenticata di dove l'ho presa.
Come mai Mansfield Park è meno popolare degli altri romanzi?
Non sono la persona più adatta a rispondere, visto che a me è piaciuto moltissimo, tanto che è il mio preferito subito dopo Orgoglio e pregiudizio; posso solo azzardare delle ipotesi.
E' il romanzo meno divertente tra i sei, tanto per cominciare. Veramente non ci si fanno poi queste gran risate nemmeno con l'ultimo, Persuasione, che però vanta foltissime schiere di apprezzatori. Comunque in Mansfield Park quasi tutti i protagonisti passano il loro tempo soffrendo come cani, soprattutto per questioni di amore non corrisposto e per gelosia - e sempre con l'obbligo sociale di mantenere una facciata serena e brillante.
La protagonista, Fanny, risulta abbastanza antipatica (non a me, sia chiaro): molti la trovano troppo perbenino e ha il grande inconveniente di non sbagliare un colpo, mai. Fanny ragiona senza orgoglio e senza pregiudizio, ha un suo codice morale molto rigoroso e una sensibilità quasi esasperata, non prende mai in giro nessuno e piange parecchio, anche se di solito senza farsi vedere. E' anche abituata a vedersi scavalcare da tutti, e quindi non pesta mai i piedi per difendere i suoi diritti anche quando avrebbe ottime ragioni per farlo.
Altrettanto ingrato risulta il suo prediletto, Edmund, anche lui un po' troppo perfettino e perbenino. E anche lui mi piace moltissimo, quindi fatico a simpatizzare con chi non lo apprezza.
D'accordo, né lui né Fanny hanno uno spiccato senso dell'umorismo - ma in fin dei conti non lo aveva nemmeno Fitzwilliam Darcy, che vanta invece schiere numerosissime di fan.
Va detto poi che non c'è una scena d'amore che sia una - si svolgono tutte dietro le quinte - e questo può effettivamente dispiacere in un romanzo dove si parla quasi esclusivamente d'amore. C'è un certo fondo di moralismo e una grande abbondanza di buoni sentimenti, ma a ben guardare c'è in tutti i romanzi di Jane Austen, solo che negli altri le circostanze di solito sono più gentili per tutti, mentre Mansfield Park è sfiorato più di una volta dall'ala della tragedia e ha un lieto fine solo per alcuni dei personaggi.
Ci sono poi i due fratelli Crawford, brillanti vivaci e spiritosi, che ho sempre trovato di una antipatia mortale (soprattutto Henry) ma che alla media dei lettori risultano molto più simpatici dei due perfettini perbenisti. Entrambi comunque hanno una singolare capacità di di complicarsi la vita con le loro mani e l'autrice rifiuta costantemente di soccorrerli quando sono nelle ambasce - ma in effetti proprio non so perché dovrebbe: di fatto i Cawford non si mettono nei pasticci per ingenuità o imprudenza, ma perché se ne fregano di tutto e di tutti tranne che di sé stessi, e in effetti non sono il tipo di persone che sono più portata ad apprezzare.
E' un romanzo di gente ricca, ma è anche il romanzo, tra i sei, che mette più apertamente in rilievo i problemi che si possono avere quando si fa parte della gentry ma non si hanno adeguati soldi.
Ho scritto che leggendolo non ci si fanno poi queste gran risate. In realtà non è vero, e contiene alcune delle più acuminate frasi uscite dalla penna dell'autrice, a partire dall'inizio quando spiega che "di certo al mondo non ci sono abbastanza uomini ricchi per tutte le donne graziose che se li meriterebbero" - e il problema di partenza è proprio questo: Maria Ward, donna di notevole bellezza ma con un modesto patrimonio personale di 7000 sterline, ha avuto la fortuna di conquistare Sir Thomas Bertram di Mansfield Park, diventando così Lady Bertram; a suo tempo tutti convennero che per avere il diritto di aspettarsi una fortuna del genere le mancavano almeno 3000 sterline, ma anche sull'evidente fatto che un matrimonio così ricco era un colpo di fortuna anche per le due sorelle minori di Lady Bertram che quindi avrebbero facilmente stretto matrimoni altrettanto vantaggiosi. E invece non va così, appunto perché ci sono più ragazze graziose che gentiluomini ricchi pronti a sposarle, e così le due sorelle minori dovettero contentarsi: la maggiore delle due sposò un sacerdote che non aveva nulla di suo (ma Sir Thomas provvide a fornirlo di adeguato beneficio ecclesiastico) mentre la minore, Frances, sposò contro il volere della famiglia un luogotenente di marina senza soldi né conoscenze e senza nemmeno un buon carattere a raccomandarlo. In compenso il luogotenente di marina si mostrò assai fertile sin dai primi anni, col risultato che gli sposi più squattrinati si ritrovano con una bella nidiata. Sir Thomas decide di aiutarli e, tra le altre cose, prende in casa una delle bambine: Fanny, la Cenerentola di turno - che non viene maltrattata e messa a fare le pulizie di casa o roba del genere, ma che comunque si ritrova sempre in seconda linea rispetto ai quattro figli di Mansfield Park occupando un ruolo che è più quello di una dama di compagnia per Lady Bertram che quello di una figlia adottiva. Tenera, sensibile e molto, molto paziente, la piccola Cenerentola si innamora ben presto di Edmund, il fratello minore, ma ha molta cura di nascondere la cosa - per molto tempo perfino a sé stessa.
Quando Fanny raggiunge l'età giusta per essere presentata in società e Edmund, destinato agli ordini eccclesiastici, sta per essere ordinato sacerdote, a un passo da Mansfield Park piombano i due fratelli Crawford, pieni di fascino e di soldi; e siccome i quattro giovani Bertram sono molto belli e tutt'altro che poveri, inizia una lunga serie di corteggiamenti intrecciati complicati dal fatto che la maggiore delle sorelle Bertram, Maria, è già fidanzata con un ricchissimo e ottimo partito che non ha nulla per raccomandarlo quanto a fascino e simpatia ma di cui le piacciono molto la posizione sociale e i vasti possedimenti. Aggiungiamo che il giovane Crawford ama moltissimo farsi corteggiare e che la giovane Crawford è molto attratta da Edmund ma non sopporta l'idea di legarsi a un ecclesiastico e che Sir Thomas, padre nobile ai limiti dell'insopportabile, passa una buona metà del romanzo all'altro capo del pianeta a badare alle sue proprietà e otterremo una miscela esplosiva in cui all'improvviso si ritrova coinvolta perfino Fanny, quando Crowford il Farfallone decide che la piccola di casa è troppo indifferente al suo fascino e che quindi è indispensabile che anche lei ceda al suo fascino come già hanno fatto le due sorelle Bertram. Naturalmente il tutto finirà in un mezzo disastro - beh, per qualcuno a dire il vero finisce in un disastro completo e senza remissione, e il Qualcuno in questione alla fine può incolpare solo sé stesso... e la sciagurata scelta di farsi trascinare dai sentimenti che fino a quel momento aveva tenuto assai a bada per un sacco di motivi uno più opportunistico dell'altro.
Insomma, i buoni alla fine del romanzo ottengono adeguata ricompensa della loro bontà, mentre i meno buoni finiscono in castigo - qualcuno anche a tempo indeterminato, ma il tutto è così ben motivato e ben condotto che per conto mio ogni volta resto assolutamente ammirata per l'abilità e il realismo con cui l'autrice ha gestito una trama tutt'altro che semplice, anche se un po' resto dispiaciuta per come chi si sia messo nei pasticci si ritrovi poi costretto a restarci.
Due postille prima di concludere.
La prima riguarda Mrs. Norris, la zia cattiva che opprime costantemente Fanny sotto il peso di una serie di angherie non troppo crudeli (ma solo perché Edmund e Sir Thomas non lo permetterebbero mai!) ma, garantisco, comunque davvero spiacevoli e offensive quanto inutili: di lei non sapremo mai il nome, è sempre e soltanto Mrs. Norris. Quasi due secoli dopo J.K. Rowling chiamò proprio Mrs. Norris la perfida gatta dell'irascibile custode Argus Gazza. I lettori italiani però se ne accorsero solo se e quando presero in mano il testo in inglese, perché i traduttori ignorarono completamente il riferimento letterario e chiamarono la spettrale gatta "Mrs. Purr".
La seconda postilla riguarda il bel saggio che Nabokov dedica a Mansfield Park nelle sue Lezioni di letteratura, dove tra l'altro si parla molto sia della tentata rappresentazione di Giuramenti di innamorati sia, soprattutto, del bellissimo gioco di anticipazioni e rappresentazioni più o meno simboliche degli sviluppi futuri della vicenda che sono una delle cifre più caratteristiche di Jane Austen - e di cui questo romanzo è particolarmente ricco (peraltro, prima di leggere Nabokov, non ci avevo mai fatto caso se non a livello inconscio).
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e mi riprometto solennemente di essere molto più regolare nella mia partecipazione, d'ora in poi. Possa la primavera regalarvi piacevolissime ore di lettura mentre guardate dalla finestra gli alberi in fiore - in attesa che si alzi un po' la temperatura e che sotto gli alberi in fiore possiate andare a leggere godendovi il profumo e il tepore della bella stagione.
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venerdì 25 gennaio 2019
Emma - Jane Austen
Possiamo iniziare con una novità: questo non è il primo romanzo di Jane Austen. Per quanto mi è dato sapere, viene universalmente ritenuto il quarto.
Come tutti i romanzi di Jane Austen presenta delle sue specifiche particolarità, nella fattispecie la continuità di scena: all'inizio del romanzo incontriamo Emma a Hartfield, nella villa di famiglia dei Woodhouse, e lì resterà fino alla fine. Molti dei protagonisti intorno a lei schizzano come palline da flipper a Londra, in Scozia, nelle varie tenute di famiglia e via dicendo ma Emma è sempre lì, ad Hartfield, e nemmeno resta mai a dormire fuori da amici.
Il motivo che spiega questa stasi, del tutto insolita per una ragazza di buona famiglia in età da marito che deve cercare di conoscere nuove persone per meglio procurarselo, è il padre di Emma, Mr. Woodhouse, un uomo vecchio nell'animo prima ancora che nel fisico, terribilmente ansioso e ansiogeno e abitudinario, che per sua buona sorte nonostante il notevole (ma inconsapevole) egoismo del suo atteggiamento è universalmente amatissimo grazie alla sua bontà d'animo e perciò nessuno l'ha ancora strozzato - ma in certi momenti il lettore lo farebbe con gran gioia.Così, grazie a questo padre all'apparenza permissivo ma in realtà vincolante come una catena da lavori forzati Emma, pur essendo all'apparenza la padrona di Hartfield e la più ricca tra le protagoniste austeniane (30.000 sterline di dote, cioé una rendita di 1.500 sterline all'anno) è quella che nei fatti gode meno libertà: l'organizzazione delle giornate e soprattutto delle serate è subordinata alla necessità di intrattenere e divertire suo padre, ma soprattutto di non farlo mai preoccupare: impresa che, con un uomo che va completamente in tilt per un velo di neve contro cui affrontare una scarrozzata di un chilometro scarso o davanti agli inconvenienti digestivi che può causare una fetta di torta di nozze, è praticamente ai limiti dell'impossibile.
Emma è dunque una premurosissima figlia, ma anche una ragazza bella (molto, molto bella) e intelligente. La sua intelligenza però è stata solo molto occasionalmente messa alla prova dal contatto col mondo esterno, e quindi le difetta assai l'esperienza - il che giustifica in parte i granchi clamorosi che prende nel corso del romanzo.
Una parte di questi granchi si spiega anche con i pregiudizi sociali che Emma coltiva con gran cura - che sono esattamente gli stessi che dettano il comportamento di Mr. Darcy con cui Emma ha in comune diversi tratti (e infatti come lui usa senza ritegno la sua influenza per guidare in modo a suo avviso molto opportuno le scelte sentimentali di una persona a lei cara).
Per giunta l'autrice la mette al centro del più insidioso dei suoi romanzi, dove quasi niente è come sembra; e per ulteriore giunta Emma decide di prendersi in carico l'educazione e la raffinazione di Harriet, una bella e cara ragazza sprovveduta perfino più di lei, ma per sua disgrazia provvista di una incrollabile fiducia nel suo giudizio (suo di Emma, ahimé).
Con queste premesse, la disposizione finale delle coppie finisce per riservate qualche sorpresa e tutta la vicenda offre più di un colpo di scena - anche se il più importante viene largamente anticipato al lettore da svariate centinaia di indizi e financo dalle osservazioni e riflessioni di un personaggio che, al contrario di Emma, non sbaglia mai... beh, quasi mai - perché alla fine qualche abbaglio lo prendono quasi tutti.
Quesro romanzo, tra i sei, è quello dove lo spettro della povertà mostra più le sue ossa: viene dato ampio spazio alle due signore impoverite, di buona famiglia ma costrette a farsi bastare una piccola rendita e a vivere in una modesta casa con una (sola) serva fedele che però sta invecchiando, e alla figura piuttosto tragica della ragazza di buona famiglia, cresciuta tra la gentry ma che dovrà presto andare a fare l'istitutrice per mantenersi.
Altra caratterisrica piuttosto insolita di questo romanzo nel canone austeniano, che condivide solo con Orgoglio e pregiudizio e in parte con Persuasione, è la presenza di vere e autentiche scene d'amore, che normalmente la scrittrice scansa con gran cura.
Infine: nel canone austeniano non è forse il romanzo più apprezzato, ma conta su una fitta schiera di estimatori che in molti casi lo preferiscono anche a Orgoglio e pregiudizio. Quanto a me, ne ammetto senza remore i molti pregi ma, pur appezzandolo assai, ammetto che gli altri cinque mi piacciono di più.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro felici letture invernali a chiunque passi di qua - e, naturalmente, anche a chi non ci passa perché è occupato a far di meglio.
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venerdì 11 gennaio 2019
Orgoglio e pregiudizio - Jane Austen
Premetto di essere ben consapevole che presentare Orgoglio e Pregiudizio al Venerdì del Libro di Homemademamma, dove l'hanno letto e riletto praticamente tutti, ha un po' dell'assurdo; d'altra parte è il libro più famoso di Jane Austen e sarebbe ingiusto lasciare da parte proprio lui, mi sembra - anche perché è uno dei miei libri preferiti.
Iniziamo con la consueta premessa: ebbene sì, anche questo è il primo romanzo di Jane Austen, proprio come già si è detto di Ragione e sentimento e de L'abbazia di Northanger; perché in effetti la cronologia dei romanzi di Austen è piuttosto ingarbugliata; tuttavia esiste la concreta possibilità che questo sia davvero il primo romanzo, quello da cui tutto cominciò.
Sappiamo che una prima versione, dal titolo First Impression, venne rifiutata da un editore nel 1797. In seguito Jane Austen lo riscrisse, cambiando il titolo in Pride and Prejudice e agli inizi del 1813 l'editore Egerton si degnò di comprarlo, pagandolo ben 110 sterline - senz'altro un buon affare, considerando che si tratta di un libro che dopo due secoli è ancora lettissimo e popolarissimo in tutto il mondo.
Orgoglio e pregiudizio è considerato un capostipite del genere rosa (pur non essendo affatto un "romanzo di genere" e presentando un intreccio del tutto originale per l'epoca), in particolare di quello specifico ramo della letteratura rosa particolarmente caro ai romanzieri americani dove i due protagonisti litigano furiosamente per quasi tutto il libro, mostrandosi grandissimo schifo e avversione reciproca, fin quando, a dieci pagine dalla fine, si confessano profondamente innamorati l'uno dell'altro fin da pagina due. Rispetto al romanzo di Jane Austen occorre però considerare che l'antipatia di Elizabeth verso Darcy è autentica, genuina e basata su motivi piuttosto validi agli occhi dell'osservatore spassionato, primo fra tutti il notevole torto che Darcy fa a Jane, l'amatissima sorella di Elizabeth, ostacolando come meglio gli riesce la sua unione con Bingley.
Una delle critiche più frequenti (maschili, di solito. Sarà un caso, visto che si tratta di uno dei personaggi più apprezzati a tutt'oggi dal pubblico femminile? Ah, saperlo, saperlo!) rivolte al romanzo riguarda per l'appunto Mr. Fitzwilliam Darcy: troppo irreale, troppo idealizzato, addirittura negativo perché induce le fanciulle in fiore a coltivare eccessive aspettative verso ciò che un uomo può essere, che finiscono a tutto svantaggio di un comune mortale di sesso maschile che esce inevitabilmente schiacciato dal raffronto. E tuttavia, se devo essere sincera, io tutta questa grande e impareggiabile perfezione in Fitzwilliam Darcy non ce l'ho mai vista: al netto delle caratteristiche che hanno tutti i protagonisti maschili destinati alle protagoniste femminili dei romanzi austeniani, ovvero notevole bellezza, una discreta intelligenza ed elevati principi morali, si tratta infine di un uomo superbo, scontroso, tutt'altro che conviviale, ricolmo di pregiudizi sociali e ostinatamente convinto di avere sempre e comunque ragione - un tipo di carattere che Jane Austen riutilizzerà anche in seguito, ad esempio con Emma nel romanzo omonimo e con Mr. Bertram in Mansfield Park, con cui ha in comune anche un altro paio di caratteristiche, ovvero la capacità di innamorarsi profondamente e quella di ammettere, davanti alla più plateale evidenza, di avere avuto torto; entrambe sono caratteristiche, mi sembra, non del tutto introvabili in un essere umano, e in effetti conosco molte persone - tra cui me stessa medesima - che, trovandosi strette all'angolo o anche semplicemente convinte dall'evidenza dei fatti, hanno francamente ammesso i loro errori e fatto poi del loro meglio per porvi rimedio cambiando atteggiamento e comportamenti. E siamo d'accordo che secondo certi moderni codici culturali il Vero Uomo non deve mai ammettere di avere torto, ma tutti sappiamo che per fortuna, nel mondo reale, le cose vanno un po' diversamente.
Il mio primo ricordo legato a Orgoglio e pregiudizio risale al 1970, quando mia madre me lo lesse mentre ero allettata per un malanno. Giovane e implume com'ero, senza ancora aver preso la licenza elementare, seguii benissimo lo sviluppo delle varie storie d'amore e delle battute di Caccia al Marito da parte delle varie famiglie ma mi sfuggirono quasi completamente le implicazioni legate alla scala sociale. In compenso rimasi molto favorevolmente colpita dall'estrema libertà delle Bennet e delle Lucas (e di tutte le altre ragazze solo intraviste) che andavano, venivano, viaggiavano, giravano per paesi e negozi a coppie e a gruppi e talvolta anche da sole e gestivano la loro vita sentimentale in perfetta autonomia:, tanto che si andava a "parlare col padre" solo dopo aver ricevuto il consenso della ragazza. Nel complesso quelle ragazze inglesi mi sembravano più libere delle donne che mi circondavano, e certamente erano molto più libere delle loro contemporanee francesi (non parliamo delle italiane per pietà) e, caso mai, avrebbero potuto assorellarsi alle protagoniste di Piccole donne.
Ricordiamo gli anni: fine Settecento, inizi Ottocento, in Inghilterra avevano Elizabeth Bennet, in Italia avevamo Lucia Mondella. Seconda metà dell'Ottocento: negli USA avevano Amy, Beth, Jo e Meg March, in Italia avevamo la Mena dei Malavoglia. Davvero è così strano che i giovinetti dei nostri anni abbiano qualche difficoltà ad appassionarsi ai Grandi Classici della nostra letteratura dell'Ottocento?
Le varie ragazze presenti nel romanzo (le cinque sorelle Bennet, le due sorelle Lucas, Miss Bingley, la scialba De Bourgh e Giorgiana Darcy) sono tutte assolutamente reali. Oh sì, tutti i personaggi di Jane Austen sono costruiti con eccellente realismo ma in particolare le sorelle Bennet sono tra i personaggi più realistici della letteratura occidentale, a cominciare da Jane, tanto bella quanto amabile e che per principio non pensa mai male di nessuno senza prove schiaccianti e qualche volta nemmeno in presenza di quelle; segue poi Elizabeth, brillante ma non impulsiva, dotata di senso dell'umorismo ma priva di meschinità, soggetta però a farsi deviare dai pregiudizi della collettività che la circonda, a suo agio in ogni ambiente sociale senza formalizzarsi né vergognarsi inutilmente, perfettamente capace di tenere testa a chiunque cerchi di calpestare i suoi diritti; la pedante Mary; la scialba Kitty sempre in cerca di riferimento cui attaccarsi come una vongola allo scoglio, fosse pure la sorella minore; ma soprattutto quel capolavoro insuperabile che è Lydia -giovanissima, frivola, vivace, irriflessiva, sventata fino all'incoscienza più totale - eppure capace di uscire indenne e in buona salute dai peggiori colpi di testa, pronta a corteggiare e farsi corteggiare da qualsiasi bel giovane che porti una divisa addosso, capace di scegliersi per marito "il peggior gentiluomo d'Inghilterra" sull'onda di una travolgente infatuazione ma di non perdere mai, in seguito, il diritto alla rispettabilità che il matrimonio le aveva dato: niente scandali per lei, niente fughe, niente intrighi peccaminosi e relazioni adulterine: sposata a sedici anni al peggiore (e più insolvente) gentiluomo d'Inghilterra a lui resterà fedele e si comporterà da moglie rispettabile e onorata. Abbiamo mai incontrato o conosciuto qualcuno come Lydia? Personalmente sì, a tonnellate, e sono tutte donne che a conti fatti non se la sono cavata né meglio né peggio nella vita di tante di noi.
Solo in età adulta mi colpì l'aspetto economico della vicenda - che in realtà nel libro è presentato molto chiaramente e senza infingimenti sin dalle prime pagine, sì come Jane Austen è solita fare: come in tutti i suoi romanzi ogni protagonista matrimoniabile (e anche molti matrimoniati) girano portando un invisibile insegna che indica la loro rendita o retribuzione, e così siamo subito informati che Charles Bingley va per le 5.000 sterline, Fitzwilliam Darcy ne vale 10.000 (che, sì, è una cifra quasi da favola) e che il reverendo Collins è un partito più che discreto, che oltre ad un beneficio ecclesiastico non indegno ha la prospettiva di ereditare una rendita e terreni per 2000 sterline l'anno mentre George Wickham, per quanto avvenente, affascinante e simpatico non ha il becco di un quattrino e dunque come partito non si presenta affatto bene.
La famiglia Bennet sotto questo aspetto vive assai pericolosamente, in costante equilibrio su una lama di rasoio di cui solo Mrs. Bennet sembra consapevole, ma di cui Mr. Bennet conosce bene le insidie. I due coniugi si studiano di evitarle, ma lo fanno in modo contraddittorio, come se non si fossero mai rassegnati al crudele tiro che la sorte gli ha giocato.
Provo a spiegarmi più chiaramente: Mr. Bennet vive con una rendita di 2.000 sterline annue (che non sarebbe affatto male), lui, la moglie e le cinque figlie in età da marito, non una delle quali all'inizio del romanzo è nemmeno vagamente fidanzata - e Jane, la maggiore, va ormai per i ventidue anni.
La rendita di Mr Bennet è però vincolata a un erede maschio - le cinque figlie sono state concepite e partorite appunto nel tentativo di avere quel maschio che non è mai arrivato, finendo così per aggravare quel problema che avrebbero dovuto risolvere; e alla morte di Mr. Bennet la proprietà andrà a un parente laterale della famiglia, tale Mr. Collins.
il ramo materno per giunta offre assai poco: 1.000 sterline a testa non sono esattamente una dote di gran lusso.
Le prospettive delle ragazze sono dunque potenzialmente drammatiche se almeno una di loro non riesce a fare un buon matrimonio, ma la prospettiva non sembra togliere il sonno a nessuno, nemmeno alla madre che, pur accusando sul tema "matrimonio" frequenti crisi di nervi (come fa davanti a qualunque contrarietà, per quanto esigua) non ha niente in contrario che due di quelle ragazze perdano la testa ogni settimana per un giovane ufficiale diverso (e i giovani ufficiali, si sa, di solito sono cadetti o comunque squattrinati).
Le cinque ragazze Bennet sono state tirate su come principesse o perfino meglio: chi ha voluto studiare l'ha fatto con appositi maestri, chi era pigro ha potuto dedicarsi tranquillamente a cose più divertenti di canto, pittura, disegno, ricamo di paraventi o studio delle lingue (che, stando a una molto interessante conversazione di un gruppo di personaggi all'inizio del romanzo, costituiscono la lista delle materie che formano l'educazione femminile, e dietro il tono giustamente polemico di Fitzwilliam Darcy si intravede in trasparenza una Jane Austen ancora più polemica).
Inoltre nessuna delle cinque sorelle Bennet si è mai immischiata nella conduzione della casa: in una conversazione molto illuminante anzi Mrs. Bennet accenna con un certo disprezzo a Charlotte Lucas che era attesa a casa per le polpette (o per la torta di mele, dipende dalla traduzione) puntualizzando con Mr. Bingley che non capiva l'utilità di impegnare le ragazze nella gestione domestica quando si disponeva di servitori che sapevano fare il loro mestiere, e sottintendendo così che le sue figlie, in cucina, nemmeno ci entravano. Sia Jane che Elizabeth in effetti sembrano molto più adatte a gestire ampie dimore come Pemberley o Netherfield piuttosto che una piccola canonica dove ogni centesimo andava speso con cura e molte spese evitate; e quando Mr. Collins prova, piuttosto sennatamente, a risolvere la questione del vincolo sulla proprietà di Mr. Bennet sposando una delle ragazze della nidiata, non si rende conto della fortuna sfacciata che ha avuto ricevendo un franco rifiuto da Elizabeth, la fortunata prescelta, che davvero in quell'occasione fa del suo meglio per garantirne la futura felicità appunto rifiutandolo.
In occasione di quel rifiuto, che la madre prenderà malissimo, Mr. Bennet si schiera con decisione dalla parte della figlia, non solo perché se non lo vuole ha tutti i diritti di non sposarlo, ma (anche se non lo dice esplicitamente) anche e soprattutto perché Mr. Collins è un uomo noioso in modo esasperante e non sarebbe quindi adatto come carattere a Elizabeth. Un discorso molto franco in proposito lo fa anche più verso la fine del libro quando mette in guardia Elizabeth dallo sposare Mr. Darcy solo perché è un uomo estremamente ricco e con una bella villa e la prega di non dargli il dispiacere di vederla sposata ad un uomo che lei non apprezza - e solo dopo una lunga serie di rassicurazioni da parte della figlia si decide infine a dare il suo consenso. Mr. Bennet, come ci spiega l'autrice senza mezzi termini, conosce tutti i difetti che può avere un matrimonio senza amore (nache se, nel suo caso, l'amore se ne è andato quando ha imparato a conoscere la sua consorte, che a suo tempo aveva liberamente scelto).
Nei romanzi di Jane Austen infatti il codice morale condiviso da tutte le protagoniste (ma anche da numerosi genitori) è molto chiaro: ci si sposa per amore e solo per amore, anche se chi ha buon senso cerca di evitare l'indigenza - e qualsiasi altro motivo è profondamente immorale; e si decide in proprio, senza farsi deviare da considerazioni mercenarie e tenendo in scarsa considerazione l'opinione della famiglia dello sposo, perché il matrimonio è per definizione un affare che va gestito in base alle inclinazioni dei due futuri coniugi. Anche la dolcissima e ragionevolissima Jane assicura la sorella che non esiterebbe un momento a sposare Charles Bingley nonostante l'ostilità delle di lui sorelle a questo matrimonio, così come Elizabeth, davanti alla minaccia di Lady de Bourgh di trovarsi ostracizzata dalla famiglia di Mr. Darcy qualora decidesse di sposarlo risponde con una variante nemmeno troppo confettata del "Ecchissenefrega": siamo lontani centinaia di miglia dalle protagoniste di Trollope che respingono le proposte di gentiluomini che pure amano perché la madre di lui sarebbe ostile al matrimonio, o cose del genere.
Eppure proprio in Orgoglio e pregiudizio abbiamo anche l'unico caso del canone austeniano dove un matrimonio dettato dall'interesse non sembra destinato ad una triste fine.
Mr. Williams infatti, dopo il rifiuto di Elizabeth verrà garbatamente preso di mira da Charlotte Lucas - quella che sa fare le polpette (o la torta di mele, dipende dalla traduzione) e che, sfruttando con molta delicatezza la situazione, consola lui e solleva lei dalla triste sorte di avere un gattino appeso alle sottane riuscendo nel giro di pochi giorni a farsi chiedere in matrimonio a sua volta. Lo accetterà, e si rivelerà una moglie ideale per lui, non solo in virtù del suo tatto, del suo notevole buon senso e della sua preziosa capacità di non sentire all'occorrenza le scempiaggini dette dal marito, non solo per la mirabile pazienza nel sopportare Lady Catherine de Bourgh e le sue continue ingerenze, lusingandola senza la viscida e meschina lecchineria del suo consorte, ma soprattutto gestendo con grande accortezza e prudenza la canonica, il pollaio (pollaio! Altro che polpette, o torte di mele!) e tutti gli annessi e connessi, facendoli fruttare al loro meglio e tenendo una contabilità attenta e precisa, senza sprechi ma anche senza particolari ristrettezze.
In effetti il matrimonio di Charlotte viola tutti i principi che per sei romanzi le protagoniste dei suoi romanzi rispettano scrupolosamente, perché Charlotte non solo sposa Mr. Collins senza amarlo, ma senza nemmeno provare per lui stima, affetto, complicità o uno qualsiasi dei sentimenti che tengono unita una coppia. Ma se non ama suo marito, in compenso Mrs. Collins ama molto il di lui beneficio ecclesiastico con annessa canonica e la sicurezza economica che le garantisce, e la possibilità di avere una casa tutta sua da organizzare.
E' un matrimonio di convenienza - per entrambi, in verità, perché non si osa nemmeno immaginare cosa ne sarebbe stato di Mr. Collins nelle mani di una donna sciocca, o anche solo priva di discrezione e di tatto - ma scelto con lucidità da una persona perfettamente in grado di valutarne i pro e i contro, e soprattutto priva di alternative valide (teniamo conto che ha ventinove anni e una dote piuttosto modesta; e non dando l'impressione Charlotte di essere un animale a sangue eccezionalmente caldo, si finisce per farsi l'impressione che nei tempi lunghi i pro prevarranno sui contro, specialmente quando arriveranno dei bambini.
Elizabeth critica molto la scelta di Charlotte, in cuor suo e con Jane; e quando Jane prova a convincerla che forse Charlotte nutre un certo affetto per il suo futuro sposo, se ne esce con una delle mie frasi preferite del romanzo: Se dovessi pensare che Charlotte nutre della stima per Mr. Collins avrei del suo cervello un'opinione anche peggiore di quella che ho adesso del suo cuore.
Ma sarà proprio questo bizzarro matrimonio, destinato probabilmente per la sua stessa bizzarria a rivelarsi meno azzardato del previsto a mettere in moto una delle parti più importanti dell'intreccio - il quale intreccio è così ben impostato ed equilibrato, con gli avvenimenti che zampillano gli uni dagli altri in perfetta naturalezza, da essere universalmente riconosciuto come uno dei migliori della storia della letteratura.
Consigliato a tutti e soprattutto a tutte; perché, se è vero che chiunque passi da qui quasi certamente l'ha letto e probabilmente anche riletto, tuttavia può sempre rileggerlo ancora, perché ogni scusa è buona per leggere e rileggere Orgoglio e pregiudizio e trovarci ogni volta qualche nuovo motivo di apprezzamento e ammirazione.
Il cantante, canadese, si chiama Chris De Bourgh e la canzone High On Emotion racconta un colpo di fulmine.
Jane Austen non si fida molto dei colpi di fulmine anche se spesso le sue coppie provano una forte attrazione sin dai primi incontri - pur se non in Orgoglio e Pregiudizio. Ad ogni modo la canzone mi piace molto, e l'ho sempre associata a questo romanzo a causa del cognome del cantante; e siccome ho sempre sentito gli inglesissimi vj di Videomusic pronunciare il nome del cantante Chris De Bérg ho sempre pronunciato De Bérg anche Lady Catherine, non so se a torto o a ragione.
sabato 25 aprile 2015
Cita-un-libro - #ioleggoperché 10bis (Fuori Concorso)
In chiusura di torneo, mi piace ricordare il punto più alto raggiunto nell'arte del romanzo: Jane Austen.
Grandissima scrittrice ma anche appassionata lettrice, così Jane Austen parla di un tipo di lettura ai suoi tempi piuttosto sottovalutato: il romanzo, appunto
... e quelli scritti da lei sono proprio così.
Grandissima scrittrice ma anche appassionata lettrice, così Jane Austen parla di un tipo di lettura ai suoi tempi piuttosto sottovalutato: il romanzo, appunto
... e quelli scritti da lei sono proprio così.
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venerdì 12 dicembre 2014
Ragione e sentimento - Jane Austen
Anche questo, come L'abbazia di Northanger, è un primo romanzo di Jane Austen. Sembra che all'inizio sia stato un romanzo epistolare, poi che abbia avuto una seconda stesura intorno al 1797; ad ogni modo è stato il primo romanzo che Jane Austen ha pubblicato (con un discreto successo, tra l'altro).
Nel 1995 Ang Lee ne trasse un signor film, per molti aspetti anche migliore del romanzo, che venne ricoperto di plausi e premi, incluso l'Oscar per la migliore sceneggiatura non originale ad opera di Emma Thompson, che riesce tra l'altro nel mirabile prodigio di riconvertire i due futuri mariti delle sorelle Dashwood da Pesci Lessi in Personaggi Affascinanti - certamente Hugh Grant e Alan Rickman (non ancora Pitonato) ci misero del loro, ma non c'è dubbio che la sceneggiatura aiutò parecchio.
Ad ogni modo, per quanto bello e ben fatto sia il film, il libro lo supera in quello che ai miei occhi resterà sempre il suo punto di forza, ovvero la descrizione delle pene e delle angosce di chi assiste una persona a lui/lei carissima con il cuore spezzato senza poter intervenire altro che con un po' di affettuosa partecipazione, utile in quel tipo di crisi all'incirca quanto può esserlo una bicicletta per un pesce.
Il romanzo a tratti scricchiola, e quelli che diventeranno più avanti tra i punti di forza di Jane Austen richiedono ancora un po' di adattamento: d'accordo, è importante sapere con precisione i redditi di ognuno dei protagonisti, che hanno assai importanza nella vicenda, ma non è del tutto necessario leggersi anche l'estratto conto con tanto di prelievi e versamenti, e qualcuna delle varie vicissitudini finanziarie avrebbe forse potuto essere un po' sintetizzata. E siamo più che convinti che Edward sia un carissimo figliolo, ed è pur vero che la stessa autrice ce lo descrive come abbastanza imbranato nei rapporti sociali, ma deve per forza essere così disperatamente incolore? E forse la saggia, brava, intelligente e sempre-all'altezza-della-situazione Elinor non inclina pericolosamente verso la tipologia Mary Sue? Per tacere di tutti quei personaggi noiosi di contorno - non noiosi perché descritti male, bensì noiosi perché la storia richiede una gran quantità di personaggi noiosi per esasperare Marianne e far fare grande sfoggio di pazienza ad Elinor; ma il problema è che questi personaggi noiosi (e talvolta anche di buon cuore) sono mirabilmente descritti nella loro noiosità, con il risultato che anche il lettore finisce per annoiarsi (un problema, questo, che Austen supererà brillantemente in tutti gli altri romanzi riuscendo a costruire una intera galleria di personaggi brillantemente noiosi la cui entrata in scena colmerà il lettore di giubilo, anziché di segreta angoscia).
E tuttavia, passate le prime pagine, il lettore si dimentica dei dettagliatissimi estratti conto, sorvola di buon grado sulla conversazione giustamente noiosa dei personaggi noiosi e di buon grado accetta che Edward somigli assai ad un nasello bollito e condito con parsimonia (in realtà un piatto raffinato, per intenditori) per immergersi completamente nella storia.
Che comprende una coppia di sorelle belle, intelligenti e abbastanza povere, che alla morte del padre subiscono un brusco calo di reddito. La circostanza non toglie il sonno o la gioia di vivere né a loro né alla madre (che assai più si affligge in verità per la morte dell'amato consorte): hanno meno soldi, e dunque vivranno più modestamente, amen. L'importanza di una persona, ai loro occhi, non è data dalla cifra che questa persona possiede, e questo vale anche quando si tratta di loro stesse medesime - anche se, tra le tre, Elinor è comunque l'unica consapevole che una parte del mondo la pensa in maniera diversa.
Qualsiasi introduzione del romanzo spiegherà che le due sorelle, Elinor e Marianne, incarnano la contrapposizione tra Classicismo e Romanticismo, o, appunto, Ragione e Sentimento. In realtà Elinor non è affatto priva di sentimento, mentre Marianne ha dalla sua parte un desiderio di Assoluto che è abbastanza tipico della prima giovinezza - insomma, secondo me la questione presenta molte più sfaccettature di un generico dualismo.
Guidata da una serie di circostanze un po' perfide abilmente montate dall'autrice, Marianne incrocia l'Uomo Ideale: bello,brillante, sincero, amabile, sempre a suo agio con tutti, pieno di fuoco interiore e pronto a condividere appieno i suoi ideali per formare con lei la Coppia d'Oro. Marianne lo vuole vedere così, e lui prontamente si adatta a diventare così per compiacere quella bella e affascinante ragazza che parla alla parte migliore del suo cuore... o che gli parlerebbe, se il suo cuore avesse una parte migliore a cui parlare.
Ma le carte sono truccate sin dall'inizio: l'uomo è effettivamente bello e disinvolto, nonché abituato ad un costoso tenore di vita che lo ha già portato ad indebitarsi assai. Non è libero perché di essere libero per potersi legare ad un Grande Amore non si è mai preoccupato. E', a tutti gli effetti, un uomo abituato a non negarsi nulla da cui si senta attratto. Si accorge quasi subito che Marianne è una persona speciale e, quando avrà fatto le sue scelte in maniera da poter continuare a non negarsi nulla che gli piaccia sarà dunque libero di rimpiangerla accoratamente... ma da lontano. Come moglie, Marianne sarebbe stata faticosa e assai dispendiosa emotivamente - e lui, emotivamente, non è che abbia da spendere questo granché. Come innamorata di una breve stagione però è impareggiabile, e lui la rimpiangerà per tutta la vita, fingendo di amarla.
Per Marianne lo scontro con la realtà è durissimo e la ragazza rischia quasi di morire sotto le macerie del suo sogno infranto. Tuttavia, poiché è romantica fino al midollo ma è pur sempre creatura di questa terra, sopravviverà e finirà per trovare la felicità percorrendo una strada all'inizio imprevista. Molti hanno trovato qualcosa di punitivo nella sorte che l'autrice le assegna, ma in cuor mio credo che la legnosità di quel finale sia abbastanza involontaria e che l'esito che condurrà Marianne ad amare l'apparentemente prosaico marito che si è scelta (con qualche persuasione esterna, certo, ma senza riluttanza) con la stessa forza e intensità con cui aveva amato il suo primo amore sia perfettamente verosimile: perché Marianne (come sua sorella, del resto, e come sua madre) non sa amare a metà.
Consigliato sempre e comunque, perché è sempre il momento giusto per un libro di Jane Austen. Può esservi di gran conforto se la vostra amatissima sorella o la vostra amica del cuore è stata crudelmente ferita in amore e non riuscite a darvene pace.
Con questo post partecipo, meglio tardi che mai, al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro calde serate di buone letture accanto al caminetto a tutti; se non avete un caminetto, un prosaico termosifone andrà benissimo lo stesso, anzi anche meglio perché non fa fumo e non rischiate di bruciarvi le pantofole.
venerdì 14 novembre 2014
L'abbazia di Northanger - Jane Austen
Sarebbe il primo romanzo di Jane Austen - che, a dire il vero, di primi romanzi ne ha tre, da aggiungere alle prime opere giovanili.
In effetti la nostra scrittrice preferita* ha una vita che dall'esterno sembra piuttosto lineare, cui però si accompagnano vicende editoriali piuttosto complesse. Comunque questo fu il primo romanzo, o uno dei primi tre, ma venne pubblicato per ultimo perché l'editore che ne aveva comprati i diritti non lo stampò (sempre stata gente strana, gli editori), e venne stampato solo dopo la morte dell'autrice.
Come tutti i libri di Jane Austen è fuori dal tempo, e dunque risulta attualissimo all'alba del terzo millennio dell'era volgare come lo risultò un paio di secoli fa, quando infine uscì in libreria, anche sul piano letterario, anche come parodia.
Era nato infatti come parodia del romanzo gotico (di cui Jane Austen era appassionata); ma in fondo l'intreccio tipico di un romanzo gotico, o semplicemente di un romanzo sentimentale, non è cambiato molto in due secoli, e se passa di moda per qualche breve periodo, presto ritorna nelle librerie o
sotto altre forme, usando gli stessi meccanismi e gli stessi personaggi che andavano di moda due secoli fa o che delizieranno i nostri trisnipoti tra un secolo o due.
Come tutti i libri di Jane Austen è fuori dal tempo, e dunque risulta attualissimo all'alba del terzo millennio dell'era volgare come lo risultò un paio di secoli fa, quando infine uscì in libreria, anche sul piano letterario, anche come parodia.
Era nato infatti come parodia del romanzo gotico (di cui Jane Austen era appassionata); ma in fondo l'intreccio tipico di un romanzo gotico, o semplicemente di un romanzo sentimentale, non è cambiato molto in due secoli, e se passa di moda per qualche breve periodo, presto ritorna nelle librerie o
sotto altre forme, usando gli stessi meccanismi e gli stessi personaggi che andavano di moda due secoli fa o che delizieranno i nostri trisnipoti tra un secolo o due.
Catherine Morland, la protagonista, non ha molto in comune con le tipiche eroine da romanzo, come l'autrice non manca di ricordarci: prima di tutto dispone di due genitori vivi e in ottima salute, provvisti per di più di assai rispettabili entrate economiche (ma non di un patrimonio favoloso, magari sottratto loro da qualche losco individuo). Non è di una bellezza stupefacente, solo abbastanza carina; inoltre non possiede una prodigiosa intelligenza (pur non essendo affatto stupida) né talenti fuor dal comune, e quel ch'è peggio la sua vita non è stata funestata da alcuna tragedia. Una ragazza graziosa, frivola,
piuttosto elegante, affettuosa e simpatica, di una ingenuità disarmante, dotata di un ottimo carattere e di ottimi principi, né permalosa né sospettosa, tutt'altro che portata a giudicare senza appello, sincera con sé stessa...
Certo, una persona preziosa se te la ritrovi come collega in ufficio o come condomina, senz'altro un ottima cognata ma... in un romanzo? Cosa può combinare una ragazza così, in un romanzo?
Combina all'incirca quel che potremmo combinare anche noi, incrociando le stesse tipologie di persone che funestano o rallietano la nostra vita: ragazzi simpatici e interessanti (oltre che ben fatti), ragazze brillanti e raffinate, brave persone prevedibili e noiose ma affidabili, sedicenti amiche...
Ecco, mi è sempre parso che l'amica inaffidabile, da sola, valga il prezzo del libro. Chi di noi, da giovinetta (e forse perfino dopo, ahimé) non ha preso sul serio quel tipo di amiche superficiali che ti si appiccicano con la ventosa, ti sommergono di chiacchiere e riescono sempre a tirarti le più colossali fregature? Non importa che ci siano di mezzo fratelli più o meno matrimoniabili o interessi economici, quel tipo di "amiche" è universale e onnipresente e tutte, una volta che abbiamo smesso di prenderle sul serio, ci domandiamo accoratamente come abbiamo fatto ad abboccare in quel modo senza capire che erano false come una moneta da sette centesimi.
Ancor più pericoloso è l'Esperto Logorroico, quel tipo di conoscente che sa sempre tutto su tutto e trancia giudizi e rovina o innalza reputazioni con poche frasi, del tutto incurante dei danni che riesce a fare nei primi tempi della sua conoscenza, quando le persone più sprovvedute sono portate a prenderlo sul serio. Chi non ne ha incontrati a decine, al lavoro, a scuola, nei più vari giri di amicizia, in comune quando andava a sbrigare pratiche? Chi non ne ha incautamente seguito almeno qualche volta i consigli finendo così per trovarsi nei più immani casini?
Proprio l'Esperto Logorroico sarà il vero Cattivo della vicenda, riuscendo a prendere in giro buona parte dei personaggi, con conseguenze che potrebbero essere disastrose, se il buon carattere e i buoni principi dei due innamorati di turno alla fine non prevalesse e il saldo buon senso dei genitori di Catherine non collaborasse; perché non soltanto i genitori di Catherine sono vivi e in buona salute, ma sono anche ottime persone che, pur comparendo assai di sfuggita nel romanzo, hanno una parte non indifferente nella trama e si comportano ogni volta in modo che rende assai onore al loro cuore quanto al loro cervello.
Il romanzo si conclude lasciando alla sua futura felicità la protagonista, che dalle varie esperienze vissute ha imparato ad affinare le sue antenne e ad ascoltarsi con più attenzione, ma non ha perso una briciola della sua buona predisposizione verso gli altri (per i casi più complessi si suppone che, almeno nei primi tempi, il futuro marito interverrà con qualche accorto consiglio).
Consigliatissimo a chiunque abbia passato gli undici anni, come tutti i libri di Jane Austen questo romanzo si presta a periodiche e numerose riletture perché ha sempre qualcosa da dirti.
Inoltre, negli ultimi vent'anni l'editoria italiana si è infine data una mossa e, se non in libreria, almeno nelle biblioteche è possibile trovare alcuni dei romanzi gotici che fanno da sfondo a questo primo (o secondo o terzo, difficile capire) capolavoro dell'autrice, primo fra tutti il famigerato Misteri di Udolpho di Ann Radcliffe.
Con questo post partecipo (appena in tempo) al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buon fine settimana e buone letture a chiunque si trovasse a passare di qua.
*Di fatto Jane Austen è la scrittrice preferita di un sacco di gente, anche se non se ne parla molto.
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