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giovedì 20 luglio 2023

Leggere, forte! - 2 - L'ora di lettura (che poi è una mezz'ora che diventa sempre quaranta minuti).

Anna Speshilova - Reading
Durante le vacanze di Natale mi sono preparata con cura al progetto "Leggere, forte!" dell'INDIRE. A tale scopo ho prima di tutto letto con tanta pazienza il manuale, il cui pregio maggiore non consisteva nella capacità di sintesi e il cui motto sembrava essere "Se un concetto resta valido dopo esser stato ripetuto cinquanta volte, perché non ripeterlo  altre cinquanta? Dopotutto, nel più ci sta il meno".
Ivi si spiegava e ri-spiegava fino allo sfinimento (del lettore) che la lettura ad alta voce fatta alla classe era bella, buona e portatrice di infiniti vantaggi e utilità; solo che, se ti ritrovi a leggere un manuale per la lettura da fare ad alta voce in classe, si suppone che tu parta dall'idea, magari un po' generica, che leggere in classe può apportare dei vantaggi - fosse anche solo quello di intrattenere e istruire i giovani ascoltatori e creare delle vibrazioni positive nel gruppo, e insomma sei già abbastanza convinto. Se il concetto base è che ai ragazzi piace ascoltare la lettura, basta ripeterlo una decina di volte, credo, anche senza riportare le dichiarazioni di trentasette insegnanti che ti spiegano che ai ragazzi la lettura fatta ad alta voce dall'insegnante piace.
Poi si spiegava che era opportuno leggere qualcosa che coinvolgesse gli alunni, e anche lì la buonanima di Catalano avrebbe approvato assai, perché certo è meglio leggere ai ragazzi un testo ben scritto e che li affascini piuttosto che qualcosa che gli sembra una palla micidiale, anche qualora ciò comportasse una certa noia da parte dell'insegnante perché il testo che piace ai ragazzi non gli piace.
Più avanti si passava a concetti un po' meno scontati, del tipo che poteva essere una buona idea tenere conto appunto del giudizio degli ascoltatori, non partire necessariamente dalla lettura integrale di Guerra e pace o I miserabili ma magari all'inizio scegliere testi un po' più corti, non rifilare delle schede di comprensione del testo alla fine della lettura ma magari parlarne un po' in modo informale sentendo cosa avevano da dire in proposito gli ascoltatori e simili. 
Anche sul fatto che si doveva cercare di fare una lettura abbastanza espressiva e un po' coinvolgente, ecco, sì, direi che siamo abbastanza d'accordo anche senza insisterci troppo, e ad ogni modo si spera che nessuno si metta volontariamente a leggere qualcosa ad una classe cercando di annoiarla a morte. D'altra parte nessuno di noi viene da un corso di arti drammatiche (il che probabilmente è un male, e non sarebbe sbagliato che gli aggiornamenti puntassero un po' di più su questo aspetto) e quindi, signori miei, si fa quel che si può, ma un po' di pratica e di ascolto ti portano comunque ad assimilare qualche elemento di base in proposito, anche a essere fatti di legno, e d'altra parte si suppone che partiamo  da una certa qual esperienza di lettura che ci permette se non altro di non inciampare nelle frasi un po' più lunghe.
Meno scontato, ahimé, era il principio che i ragazzi dovessero essere rilassati e in posizione comoda. Tale principio infatti è più facile da applicare alle elementari che alle medie, visto che alle elementari ormai da qualche tempo si parte dall'idea base che gli ambienti scolastici devono essere gradevoli, accoglienti e ricchi di cuscini e simili, mentre alle medie l'idea di base sembra quella di avviare gli alunni ad una educazione spartana, con banchi bassi e piccoli, sedie decisamente dure, classi dipinte in colori deprimenti, niente pale al soffitto per quando fa caldo eccetera. Ad ogni buon conto mi sono fatta un appuntino mentale e ho dato il permesso agli alunni di stare seduti sul banco, se volevano, o raggrupparsi, o ascoltare a occhi chiusi eccetera - ma più di tanto nelle aule delle medie di St.Mary Mead non si può fare. A questo proposito mi sono ripromessa di chiedere di allestire un angolo apposito provvisto di pouf e tappetini e simili nell'Aula Magna ma non sono affatto sicura che sì banale proposta andrà in porto.

Con un certo sollievo ho scoperto che il corso di aggiornamento non era obbligatorio  e quindi mi sono limitata a collegarmi un paio di volte, non ricavandone l'impressione che si trattasse di una roba imperdibile - e va pur detto che di letteratura per ragazzi ne ho sempre letta parecchia e quindi se consigliavano Gaiman  non è che il suggerimento cadesse proprio su un terreno del tutto asciutto, ecco.

Ho scelto con cura i testi da proporre. Prima di tutto un racconto di assaggio, ovvero La foca bianca di Kipling. Come credo di avere già scritto, la Seconda Sfigata è una classe molto animalista, ed ero sicura che la triste storia del massacro delle foche a scopo di raccolta pelli che poi diventava l'eroico racconto di una foca che portava i suoi amici nella Terra Promessa lontano dagli uomini e dalle loro insidie sarebbe piaciuta. Me la sono riletto, poi l'ho letto ad alta voce e ho cronometrato i tempi: con due sedute di poco più di mezz'ora in due giorni consecutivi ce l'avrei fatta. Sarebbe stato un buon modo per aiutare quella ripartenza un po' a diesel che ritengo opportuna dopo un periodo di vacanze.
La foca bianca è piaciuta molto: quando mi sono fermata a metà il primo giorno han chiesto (in realtà preteso) che continuassi ma sono convinta che dividerla in due sia stata una buona idea, perché è un racconto piuttosto lungo. Qualcuno ha chiuso gli occhi, qualcuna si è messa giù, con aria molto rilassata e dopo la lettura sembrava uscita da una nuvoletta. Molto carino.
Finito il racconto tutti han dichiarato di averlo molto gradito. Abbiamo fatto una rapida analisi dei temi presenti nel racconto (che sono una infinità) ma Romeo ne ha tirato fuori uno che non avevo mai considerato: l'uomo forte al comando - più esattamente la foca forte al comando, che risolve i problemi per tutti ma pretende di essere obbedita, anche a suon di botte se necessario. Ammetto che avevo sempre visto Kotick più che altro come un Predestinato - ma non c'è dubbio che è anche molto autoritario (ero invece rimasta colpita dal fatto che della fidanzata di Kotick non sappiamo niente, nemmeno il nome, solo che promette di aspettare il suo foco che deve seguire la sua missione; nelle letture precedenti non ci avevo mai fatto caso, probabilmente perché ancora abbastanza immersa in un certo tipo di mentalità in cui la brava foca femmina non crea problemi al suo foco e sa aspettare).
Il giorno dopo, finita la lezione di Storia, Peggy ha chiesto "Non si potrebbe continuare il racconto di ieri?".
Dopo un attimo di silenzio interdetto qualcuno le ha spiegato con bel garbo che il racconto era finito e non c'era altro da leggere in proposito. 
Peggy ci è rimasta molto male. "Speravo in un seguito". Ma purtroppo il seguito non esiste, per quel che ne so.
Kipling ha sempre raccattato bene, con quella classe. In effetti Kipling ha sempre raccattato bene in qualunque classe abbia provato a proporlo e sospetto che sia un po' sottoutilizzato, a scuola.

La settimana dopo si parte con Il piccolo popolo - e mai si vide libro più adatto a quello per essere letto dall'insegnante, perché una delle poche copie disponibili nella provincia di Firenze era in mano mia, il formato digitale non esiste e insomma non l'avrei potuto mai scegliere come libro di narrativa. Inoltre abbondava in agganci ai temi ecologici di tutti i tipi, oltre che al colonialismo e all'incontro con il diverso che in questi tempi è considerato a scuola tra i temi portanti e importanti. E considerato che l'unica copia a disposizione me la portavo su e giù da casa per provare la lettura e calcolare i tempi, era anche un libro adattissimo a essere letto da una sola persona - nel caso specifico, io.
Come ho già scritto è un bel romanzo, ma con qualche punto morto qua e là e un po' troppi personaggi, per giunta quasi tutti con nomi anglosassoni e quindi facili da confondere. Ho rimediato nominando ogni settimana un paio di segretari che doveva segnare i personaggi nuovi e via via incolonnarli tra i Buoni e i Cattivi, con possibili cambi di colonna nel corso della lettura. Tutto ciò è poi servito per il tabellone finale che è venuto molto bene, con un bellissimo Tuttopelo disegnato da Pisola e colorato da Carl Palmer, la scheda dei dati essenziali (titolo, autore, anno della prima pubblicazione, tempo e  luogo della vicenda, una breve sintesi ecc.) un paio di citazioni scelte, i personaggi divisi a gruppi e qualche opinione sparsa.
La lettura ha richiesto circa cinque settimane ed è terminata alla fine di Febbraio.

Dopo le vacanze di Pasqua ho avviato un esperimento misto: Il mistero del London Eye è stato adottato come libro di narrativa. Visto che, al contrario de Il piccolo popolo lo si trova in giro con estrema facilità chi voleva se l'è comprato (anche alla Mostra del Libro), chi voleva l'ha comprato in formato digitale da leggersi sul lettore di casa e chi non voleva comprarlo poteva prenderlo in prestito alla biblioteca di St. Mary Mead, che una volta esaurite le sue due copie l'avrebbe richiesto alle altre biblioteche del circuito della provincia*. In tutti i casi dovevano averne una copia tra le mani.
Le prime cinquanta pagine sono state lette da me, chi voleva seguiva sul libro - ma ho notato che per lo più ascoltavano. Passata la prima settimana sono cominciate le (rullo di tamburi) prove di lettura. Ho stilato la tabella di marcia, capitolo per capitolo; a ognuno spettavano tre prove di lettura assegnate a mio insindacabile giudizio e che tenevano conto delle caratteristiche individuali**. Ogni tanto leggevo anch'io o l'insegnante di Sostegno - diciamo un giorno noi e un giorno i ragazzi. Per primi hanno letto quelli bravi***, per mostrare agli altri con l'esempio pratico cosa voleva dire leggere bene, ovvero intrattenendo l'ascoltatore, scandendo bene le parole, mantenere un bel timbro di voce facilmente udibile, seguendo attentamente la punteggiatura, i corsivi, le pause eccetera. In effetti quella classe, dove certo nessuno soffre di afonia, anche ragazzi provvisti di eccellenti organi fonatori e che gridavano in libertà e sembravano del tutto incapaci di assorbire il concetto di parlare a bassa voce, giunti al momento della pubblica lettura sembravano improvvisamente entrare in un confessionale o leggevano ad una velocità spaventosa, nemmeno stessero facendo un campionato per riuscire a infilare il massimo numero di sillabe in un minuto. Anche ai DSA erano state assegnate le prove, ma avevano il diritto di tirarsi indietro anche all'ultimo momento, visto che nei loro PDP erano esentati dalla lettura ad alta voce (anche se poi, ove richiesti con bel garbo e sempre con tre congiuntivi e condizionali, han sempre letto tutti senza farsi grandi problemi, o addirittura han chiesto più volte spontaneamente di farlo). Nel caso avessero scelto di non leggere li avremmo sostituiti io o Sostegno. Il problema però non si è minimamente presentato, anzi si sono tutti preparati con particolare cura e determinazione.
La prima prova è andata nel complesso abbastanza bene, la seconda e la terza sono andatate a meraviglia, e addirittura quando mancava qualcuno dei lettori ufficiali del giorno**** alcuni si sono offerti di sostituirli leggendo all'impronta. Alla fine del libro tutti avevano imparato a leggere ad alta voce in modo molto rispettabile, compresi i DSA, facendo caso alla punteggiatura, senza inventarsi all'impronta la pronuncia dei nomi stranieri di volta in volta secondo l'ispirazione del momento e seguendo l'arcata espressiva della frase. Così ho potuto distribuire una bella pioggia di voti alti nella lettura, che hanno alzato la media di italiano a tutti.
In conclusione: non si può dire che la mia personale interpretazione del progetto Leggere, forte! sia stata proprio quella prevista dall'INDIRE, ma nel complesso devo dire che ho tratto un buon frutto da questa esperienza e conto di ripeterla (magari, se mi riesce, in un modo un po' più collegiale; chissà?).

* quando scelgo il libro di narrativa ho sempre cura di prenderne uno molto presente nelle biblioteche, appunto per consentire a chi non vuole di non comprarlo. Nel caso specifico se lo sono comprato quasi tutti, e credo che nessuna famiglia abbia rimpianto i suoi soldi.
** in pratica, chi leggeva malino, maluccio o così-così  aveva i capitoli più brevi o più facili.
*** quelli bravi nella lettura, che non necessariamente erano anche i più bravi a Italiano.
**** cosa che è successa spesso, perché tra le caratteristiche della Seconda Sfigata c'è che ogni mattina ne mancano da due a quattro. No, non sempre gli stessi. La cosiddetta frequenza assidua nei giudizi di fine anno ce l'hanno in due. Ed è sempre stato così, sin dai primi giorni della Prima. 

domenica 16 luglio 2023

Haeretica - Il gender non esiste! (soprattutto in letteratura)

L'immagine è presa da un autentico esercizio in rete. Da notare che tutte le risposte sono giuste, mentre il testo contiene un errore: il romanzo giallo non CI incentra, bensì SI incentra.

Una delle moltissime cose che mi perplimono nelle antologie per le medie sono le sezioni dedicate ai cosiddetti generi letterari.
I motivi sono molti, e alcuni mi sembrano piuttosto oggettivi. Ma il primo è del tutto individuale e pure (per me) un po' esistenziale: ai generi credo poco, alla letteratura specifica divisa in generi ancor meno e di fatto nella suddivisione in generi non vedo alcuna utilità, salvo forse per le librerie che in questo modo hanno possibilità di raggruppare prodotti simili a vantaggio del cliente che così può indirizzarsi verso lo scaffale di questo o quel genere - come in effetti faccio anch'io.
Del resto, quando vado a farmi un giro in libreria, non posso sperare che in mio onore disfino tutto per raggrupparlo secondo il criterio... boh, non ho un criterio specifico. Forse per secoli? Forse per paesi? La mia libreria è divisa appunto per paesi, con gli autori in ordine cronologico, e per argomenti. Piccolo particolare: la libreria dei miei genitori era organizzata così, e un po' per genetica e un po' per abitudine mi è sempre sembrato il modo migliore. Tra l'altro anche la classificazione Dewey delle biblioteche funziona grosso modo così (anche se all'interno delle sezioni si va in ordine alfabetico per autori e non in ordine cronologico).

In che senso non vedo l'utilità della divisione in generi? Nel senso che per me i libri si dividono in due grandi categorie: quelli che mi piacciono e quelli che non mi piacciono. Se mi piacciono, possono essere del genere che gli pare, se non mi piacciono idem. I generi narrativi non mi interessano, per me è comunque letteratura e la qualità la stabilisce il mio gusto individuale.
Di fatto, un'opera di narrativa, indipendentemente dal fatto che mi piaccia o meno, non appartiene mai a un solo genere. Harry Potter è senz'altro fantasy ma è anche un romanzo (diviso in sette volumi) di formazione, ha una forte componente politica, è nato come lettura per ragazzi, è un romanzo di scuola (più esattamente di college), è un romanzo di avventura e infine rientra nella categoria "sogno dell'Inghilterra": in pratica un romanzo vittoriano ambientato nei tempi moderni. Di fatto, buona parte della letteratura fantasy si può tranquillamente incasellare anche nelle categorie "avventura" e "formazione". Twilight , che abbonda di vampiri e lupi mannari, è stato (misteriosamente, ai miei occhi) classificato pure quello come fantasy ma sarebbe letteratura horror ed è soprattutto, oltre che una storia di formazione, una storia d'amore - in effetti il suo vero posto sarebbe forse nel cosiddetto genere "rosa".
I romanzi rosa sono una delle spine nel mio fianco: ebbene sì, sono romanzi d'amore, non necessariamente a lieto fine. Un sacco di classici rientrano nella categoria delle storie d'amore e hanno anzi stabilito i canoni di gran parte delle storie d'amore che ancora oggi leggiamo; e d'altra parte, oltre che romanzi di formazione e qualche volta di avventura, sono non di rado anche romanzi storici, o di scuola e qualche volta anche gialli.
Di fatto, l'unico genere letterario che solo raramente include romanzi storici credo sia la fantascienza - che di solito è ambientata nel futuro; ce n'è comunque parecchia ambientata nel presente o in un futuro molto vicino, e naturalmente abbiamo fantascienza gialla, fantascienza rosa e un sacco di fantascienza di formazione.
I generi, tutti i generi, sono nati a tavolino dopo che un certo numero di romanzi e racconti prodotti nello stesso periodo han mostrato di avere caratteristiche comuni. A un certo punto cominciarono ad andare di moda i romanzi storici - una gran bella invenzione, secondo me - che di solito erano romanzi di avventura e di amore (a secondo dei canoni dell'epoca in cui venivano scritti) ambientati in epoche diverse per dargli un tocco più esotico oppure per raccontare il presente dello scrittore senza compromettersi troppo - come per esempio succede ne I promessi sposi oppure ne Il nome della rosa.
E, guarda un po' i casi della vita, una volta che gli stati moderni ebbero preso forma e fu inventata la polizia, il processo con le testimonianze e tutto il resto, qualcuno cominciò a scrivere storie legate a delitti di cui si doveva scoprire il colpevole. Siccome gli inglesi sotto questo aspetto erano arrivati molto prima di altri paesi non ebbero difficoltà a scrivere gran copia di gialli ambientati nelle più varie epoche, soprattutto dal tempo dell'istituzione degli sceriffi in poi. Una volta che hai in mano il procedimento, naturalmente, puoi ambientare gialli in qualsiasi tempo della storia: basta rinunciare alla polizia e assegnare tecniche diverse all'investigatore di turno.
Ancor più insidiosa è la cosiddetta divisione in generi legata alla forma: il romanzo in versi, il romanzo epistolare, il romanzo a dialogo, il romanzo autobiografico... sono forme con cui puoi raccontare storie di ogni tipo. Perfino il fumetto, che all'apparenza si distingue dalla normale narrativa per un dato formale piuttosto forte, ovvero la narrazione anche per immagini, serve per raccontare storie di tutti i "generi".

Nelle antologie per la scuola media quando si arriva alle sezioni dedicate ai "generi" il problema è esattamente lo stesso di tutta la parte che l'antologia dedica alla storia della letteratura, ovvero una superficialità che sconfina spesso nel più assoluto ridicolo. Molto più sensato sarebbe scegliersi dei temi o degli argomenti e infilarci dentro un po' di testi senza preoccuparsi del genere. Tuttavia l'imperativo categorico di far studiare "i generi" (di cui in verità le indicazioni ministeriali non si occupano né tanto né poco e che dunque è uno di quei fardelli che la scuola si trascina dietro senza un perché) è sentito con tanta forza dagli insegnanti di Lettere che non ho mai osato esternare cotali mie ereticissime idee in presenza dei colleghi e mi limito a non adottare l'antologia se non in prima quando, non sapendo ancora di che morte si va a morire, un volume che racchiude un po' di testi brevi di vario tipo può fare parecchio comodo, soprattutto nei primi mesi.
Veniamo ordunque a raccontare cosa si intende nelle antologie delle medie per "generi".
Il romanzo rosa di solito non c'è, ed è un vero peccato perché l'argomento interesserebbe parecchio l'utenza.
Il fantasy da qualche tempo viene fatto in prima, visto che ben si attacca alle favole - e io le favole le faccio sempre, in quantità industriale, perché mi piacciono e ne conosco tante.
In seconda c'è il giallo e l'horror. In terza si fa la fantascienza, credo perché viene considerata più difficile - il che non sempre è vero; infine spesso c'è una sezione sul romanzo storico in letteratura, che serve di solito da introduzione per i Promessi Sposi.
Per ogni genere vengono indicate delle caratteristiche che mi fanno regolarmente venire l'orticaria - una particolarissima forma di orticaria psicologica di cui soffro con grande facilità ma che fortunatamente su di me non ha ripercussioni fisiche, visto che finora non ho mai sofferto né di orticaria né di allergie alimentari di alcun genere.
Partiamo dalla figurina con cui apro il post: l'alunno deve scegliere fra tre diverse possibilità la caratteristica base di un romanzo giallo. Piccolo e insignificante particolare: tutte le tre risposte sono giuste: un romanzo giallo si incentra sulla soluzione di un enigma o di un mistero, ma anche sulla scoperta di un crimine e a volte sulla ricerca di un serial killer. Certo, se si parla di un giallo della scuola "classica", ovvero scritto tra la fine del XIX secolo e i primi trent'anni del XX, si tratta soprattutto di risolvere un mistero, e spesso infatti nei titoli dei gialli compare la parola mistery o mistero. Abbondano comunque i serial killer (basti pensare all'immane quantità di apocrifi di Sherlock Holmes dedicati alla caccia a Jack lo Squartatore) e, soprattutto nei cold case, si tratta di scoprire che una misteriosa fuga con l'amante o suicidi conclamati o morti all'apparenza naturali sono stati in realtà omicidi di cui è opportuno scoprire l'autore.
I romanzi o racconti di fantascienza non hanno necessariamente a che fare con le astronavi e sono spesso trattati di sociologia o di antropologia più o meno ben camuffati, qualche volta includono un mistero da risolvere, spesso contengono almeno una storia d'amore e non di rado sono ambientati in scuole o accademie militari e non di rado sono romanzi di formazione - spesso comunque si basano soprattutto sull'incontro con il diverso ed evidenziano i pregiudizi della nostra epoca. Altrettanto spesso sono storie che descrivono uno scenario alternativo che viene sviluppato anche solo per curiosità.
Piccolo particolare: i testi scelti sono tutti degli anni 50 o 60 del secolo scorso e che io sappia non si parla nemmeno della saga di Guerre stellari. D'accordo, La sentinella è un bellissimo racconto, di quelli che lasciano il segno, Asimov è davvero bravo, ma è possibile che dopo di lui non sia più stato scritto niente di interessante? Mi permetto di dissentire, pur non essendo certo una grande esperta del ramo.
Quando si arriva alle caratteristiche del fantasy non si tratta più di una semplice orticaria, mi ritrovo regolarmente con una colossale orchite - fenomeno assai insolito in una dama che non ha mai avuto problemi di gender e che non solo dunque non dispone di testicoli, ma nemmeno ha mai desiderato averne, e se ne sta contenta col le sue brave ovaie, tra l'altro ormai andate in pensione dopo lunga vita lavorativa.
Il fantasy, non fanno che ripeterci le antologie, parla parla de la lotta del bene contro il male, dove naturalmente deve vincere il bene, per il quale il protagonista combatte senza tregua. Il tutto ignorando che il tema portante della saga di Harry Potter (oltre all'estrema importanza del libero arbitrio) è che il confine tra bene e male è difficilissimo da distinguere e che è estremamente facile, perseguendo con troppo zelo il male, ritrovarsi schierati in pieno dalla sua parte e per di più con l'assurda pretesa di farlo per difendere il bene, e che in Tolkien, anche nei film, la regola base è che nessuno parte cattivo, anche se a volte si cade (con possibilità di rialzarsi) e nessuno è buono per contratto ma solo per scelta, minuto dopo minuto, e soprattutto buttando allegramente nel cesso la grande abbondanza di letteratura fantasy che tratta spesso di tutt'altro: l'importanza di opporsi all'autorità e superare la tradizione, il problema di svegliare forze troppo forti per potere essere controllate, il rapporto con la natura, l'emancipazione femminile... anche nel fantasy c'è molta antropologia e molta sociologia, e negli ultimi decenni anche una sempre più forte tendenza a mescolarsi con la fantascienza.
Ah, e poi tra queste caratteristiche del menga c'è anche, sempre, l'ambientazione medievale citando tra gli elementi medievali i draghi e la magia (che non  mi risulta fossero più diffusi nel medioevo di quanto lo sono ora, e che si trovano in abbondanza anche nella letteratura classica - intendo quella greca e latina). Capisco che Il trono di spade abbia lasciato le sue belle tracce, ma allora perché non lo citano mai? E perché non spendere nemmeno mezza parola sulla urban fantasy, che è quella che più facilmente leggono i ragazzi?
Dopo queste descrizioni da Bignami dei poveri, regolarmente le antologie suggeriscono ai malcapitati insegnanti di Lettere (che raramente si intendono di letteratura di genere, limitandosi per lo più a leggere, giustamente, quel che gli pare a seconda dei gusti) e agli ancor più malcapitati alunni di scrivere un racconto di questo o quel genere, sorvolando allegramente sul fatto che scrivere un racconto, di qualsivoglia genere, forma e qualità è una roba piuttosto complessa che richiede comunque un po' di addestramento.
Vabbé, lasciando perdere il ciarpame delle caratteristiche di questo o quel genere, mettere i ragazzi a scrivere un racconto in effetti non morde, e può risultare molto catartico o comunque interessante. Dargli qualche paletto, tipo un inizio o uno scenario, o anche l'obbligo di scrivere solo parole di una determinata lettera dell'alfabeto è in realtà una forma di facilitazione perché li aiuta a scartare un po' di possibilità. E naturalmente nessuno obbliga né può obbligare alcun insegnante a mettere in pratica consigli assurdi, né gli impedisce in alcun modo di eliminare le parti più improbabili di questi suggerimenti per confezionare un compito su misura per la singola classe. In effetti non so bene nemmeno io perché mi sto lamentando - a parte forse il problema dello spreco di carta che moli libri di testo costituiscono (ma non c'è alcun obbligo di adottarli, in effetti).

giovedì 29 giugno 2023

L'arte della descrizione

Per i compiti di descrizione scelgo spesso immagini molto pucciose
La Seconda Sfigata viene quasi universalmente ritenuta nel Consiglio una classe di livello medio-basso con forte tendenza al basso-basso. In cuor mio la penso molto diversamente e a dirla tutta li considero molto bravi, o meglio potenzialmente molto bravi. Evito comunque di esternare cotal mio eretico punto di vista anche perché sono consapevole che nasce dall'incondizionato amore che nutro per tutti loro, senza distinzione - ma se non fossero almeno potenzialmente così bravi dubito che li amerei tanto; comunque di questo mio profondo amore evito di parlare perché alla fine sono affari miei, non chiedo mai di alzargli i voti perché secondo me sono in grado di alzarseli da soli con un onesto e operoso impegno (di cui alcuni in verità sono davvero parchi) e nemmeno sono particolarmente generosa nelle mie valutazioni, ma trovo che tutti loro abbiano un fondo di solidità cui dovrebbero attingere più spesso. 
In ogni caso, in quella classe mi sento come un topo nel formaggio e già mi sto tapinando perché l'anno prossimo dovrò assistere al volo di partenza, perché ormai da Seconda son diventati Terza.
Verso la fine dell'anno ho fatto la solita Prova di Descrizione, che consiste nel piazzargli davanti una immagine e chiedergli di descrivermela, individuando anche nei limiti del possibile il momento dell'anno, l'ora e il luogo. Normalmente vivo questa prova come un tentativo di rendere gli alunni più sistematici nell'esposizione - e tra l'altro l'esposizione al momento non è esattamente il loro forte. Tuttavia stavolta ci sono state diverse sorprese.
Sono partita dall'immagine sull'autostima che, come ho raccontato anni fa, a suo tempo riuscì a mandare in tilt una intera classe e che ho assegnato ad Akela:
Akela la guarda. "C'è un gattino che si guarda in una pozza e si vede come pensa di essere".
La classe annuisce, convinta. Risolto il problema.
D'accordo, l'autostima ad Akela non ha mai fatto difetto, comunque mi sembra una sintesi davvero buona.
"Dove siamo e che ora è?" chiedo.
"Dentro un edificio..." pausa "In un bagno. C'è il tappetino, il radiatore a scala, e quella sembrerebbe una vasca. Direi che l'ora è il tardo pomeriggio, perché la luce non è molto forte".
Sono anni che uso questa immagine, ma non avevo mai capito che si svolgeva in un bagno. Non avevo mai fatto caso al tappetino e col cavolo avevo immaginato che quella a sinistra fosse una vasca da bagno. Ma in effetti, in quale altra stanza una pozza d'acqua sarebbe così a suo agio?

E' il turno di Pisola, una fanciulletta abbastanza indietro con la crescita e che il Consiglio sospetta fortemente di ritardo mentale - la diagnosi però segnala una leggera dislessia e la dichiara normodotata, e personalmente concordo con la diagnosi almeno per la parte sul normodotata, mentre avanzo diversi dubbi sulla dislessia. Di fatto nutre un disinteresse cosmico per qualsiasi materia studiereccia e sembra più interessata a disegnare unicorni che a sviluppare un qualsivoglia argomento matematico, ma è anche molto simpatica e questo tende a influenzarmi. Dopotutto, chi sono io per criticare qualcuno a cui non interessa la matematica? A me piaceva molto, ma mi è piaciuto molto anche studiare il latino medievale, che non è in cima agli interessi della maggior parte delle persone. E insomma le servo la sua immagine a draghi, che è quella che apre questo post.
"Dunque siamo al mare, d'estate, e c'è una mamma drago che ha portato i suoi piccoli su uno scoglio, dove ci sono anche delle piante, probabilmente per insegnargli a volare. In questo modo riesce a farli partire da una certa quota, ma se cadono, cadono in acqua e non rischiano di farsi male. Sta per lanciare uno dei piccoli, l'altro ha già fatto il primo tentativo e adesso si sta arrampicando sullo scoglio per raggiungerla".
Anche se nel mio archivio di foto questa è segnata come "Gruppo Vacanze Draghi" non avevo mai e poi mai pensato che si trattasse di una vacanza-studio per imparare a volare - ma in effetti l'atteggiamento protettivo e insieme incoraggiante della draghessa rende il tutto molto credibile.
La classe interviene, suggerendo che si tratti di una costa scogliosa del nord-Europa perché i colori non fanno pensare a una zona mediterranea. Si discute a lungo sul tipo di cespugli ma se ne conclude che non sembra macchia mediterranea.

Da lì è stata tutta in discesa. Prima il legittimo interrogato descriveva l'immagine, poi la classe si lanciava in esercizi di deduzione analizzando i più vari dettagli. Viene discussa a lungo la stoffa del cappello dove staziona il gatto 
e si dibatte se il cappello è tenuto sollevato da un qualcosa (si opta per il no perché non se ne vede traccia) e se le nuvole siano vere nuvole di un cielo azzurro o piuttosto una tappezzeria (viene data per probabile la tappezzeria, perché nuvole così uniformi non è facile vederne;  questo fa saltare l'ambientazione in un bel giorno di tarda primavera per optare piuttosto per una stanza).
Viene altresì a lungo questionato se la ragazza al centro dell'immagine qui sotto stia volando in alto sopra l'aereo o se l'aereo sia un giocattolo poggiato sulla trapunta (si decide di no, perché ormai la trapunta patchwork si è trasformata in uno sfondo di campi ben coltivati. A quel punto però resta da capire come mai nella stanza è ormai sera, visto che la luce è accesa e dalla finestra si vede il cielo ormai scurito, mentre fuori è un tardo pomeriggio).
Si questiona poi su dove finisca il pavimento e cominci il fiume e su quanti letti ci siano nella stanza.
Tutto ciò allunga di molto il tempo dell'interrogazione, ma è molto divertente.
Quanto a me, tendo a chiudermi in un dignitoso silenzio, perché la Seconda Sfigata riesce ad analizzare quelle immagini molto meglio di quanto abbia mai fatto io.
E d'accordo, osservano molto più accuratamente di me - che pure, ricordo, alle elementari ero stata assai lodata per il mio acuto senso dell'osservazione, ma da allora devo aver perso parecchi colpi. 
Di sicuro però hanno anche molto più senso dell'osservazione delle due classi cui avevo servito molte di quelle immagini in tempi passati - e che nessuno aveva mai definito di livello men che medio.

Voti buoni per tutti, si capisce. E gli faranno comodo perché sull'ortografia c'è ancora qualcosa da ridire e no, non solo su quella dei DSA.

domenica 24 maggio 2020

Il complesso ma affascinante mondo dei compiti a casa - Guida per l'aspirante Bravo Insegnante

I gentili lettori sono avvisati: questo non sarà un post molto divertente, anzi è soporifero in sommo grado
(nessuno comunque vi obbliga a leggerlo, a meno che non soffriate di insonnia.
Nel qual caso sì, direi che almeno  un tentativo lo merita)
"Affascinante 'na sega" sbufferebbero tutti gli alunni del mondo a una voce se per avventura passassero di qua (il che, per loro fortuna, è più che improbabile)
"Affascinante 'sto par de cojoni" ringhieranno alcuni genitori approdati per caso su queste rive. Non tutti però, solo i più malaccorti. Perché la prima regola dei compiti a casa è che il genitore non dovrebbe impicciarsene né tanto né poco: i compiti a casa degli alunni infatti sono, per definizione, degli alunni. 
Se tuttavia gli alunni non riescono a farli il genitore può utilmente collaborare in due modi:
1) suggerire alla sua prole di parlarne con l'insegnante
e se il problema persiste, dopo qualche settimana
2) parlare con l'insegnante per chiedergli francamente se la creatura non ha per caso a suo avviso qualche disturbo di apprendimento e regolarsi in base alla risposta. Magari l'insegnante è idiota o ha le traveggole, certo, può essere - nel qual caso una visita andata buca da un medico del settore andrà aggiunta alle tante seccature che il mestiere di genitore include; ma è il classico caso in cui è meglio essere troppo apprensivi che fregarsene perché se il problema esiste non passerà da solo.
Una cauta opera di sorveglianza da lontano mentre la creatura di cui sopra compiteggia può essere rassicurante per lei (e per il genitore); una amichevole risposta a un dubbio può essere un modo come tanti di comunicare; una paziente opera di ascolto della lezione su richiesta della prole può essere uno dei tanti balzelli che la vita ti impone di pagare per goderti le gioie della genitorialità. Fine.
I compiti a casa riguardano solo due categorie di persone: gli insegnanti e gli allievi. Qualche volta anche i pasticceri, se i figli sono creature socievoli e amano ritrovarsi tra amici per svolgerli insieme (nel qual caso una merenda si impone) e se il genitore ospite non sa fare le torte o gli sta fatica imburrare tramezzini, è giusto che si rivolga agli addetti del settore senza inutili sensi di colpa: un genitore è un genitore, non una macchina da cucina.

Spostiamo l'obbiettivo sui compiti, lasciando in pace le famiglie e le loro abilità culinarie.
I compiti nascono con il più o meno lodevole scopo di permettere agli alunni di assimilare quanto gli è stato rifilato a scuola - che magari a volte sono sciocchezze o cose inutili, ma questi son argomenti da discutere altrove e tra specialisti. Come tutti, anch'io ho un bel po' di teorie in merito (e per "tutti" intendo proprio tutti, anche quelli che con la scuola hanno cura di averci a che fare il meno possibile. E anche loro hanno diritto alle loro libere opinioni in proposito). Quindi lascio da parte tutte le opinioni sull'effettiva utilità dell'apprendimento mnemonico delle tabelline, dello studio della storia romana o della genetica e via dicendo - ripeto, tutte opinioni lecite e rispettabili ma non è di questo che stiamo parlando.

I contenuti si assimilano nei più vari modi. Ci sono compiti più noiosi dei giorni di pioggia, ci sono compiti divertenti e gradevoli. Puntare su una categoria o sull'altra a a che fare soprattutto con il rapporto che il singolo insegnante ha con il piacere, che a sua volta si lega al rapporto che il suddetto insegnante ha con la vita e con il sapere. Chi ritiene che solo una grandiosa ipertrofia testicolare conduca ad un giusto apprendimento non esiterà a dare compiti noiosi noiosi, convinto con ciò di fare il bene dell'alunno onde instillargli senso del dovere, disciplina e instradarlo all'esercizio di quell'utilissima virtù che è la pazienza. Altri, più goderecci e portati ad associare all'apprendimento emozioni piacevoli come il gusto della scoperta e il divertimento, cercheranno di darne di vari e di divertenti. 
A questo proposito occorre comunque ricordare che, se è vero che le emozioni piacevoli sono un fissante di grande rilievo per la memoria, questo vale anche per le emozioni negative quali la noia, l'esasperazione e il dispetto - e infatti anche gli insegnanti più goderecci assegnano talvolta compiti noiosissimi e interminabili, e anche gli insegnanti più puritani scodellano a sorpresa compiti variegati e divertenti: il Sapere, invero, è un grandissimo Mistero, e come tutti i veri Misteri ci sono molte strade che vi conducono, e molte porte per entrarvi e nemmeno i saggi conoscono tutte le risposte - per fortuna, vien da dire. Inoltre non tutte le classi reagiscono nello stesso modo: un gruppo di alunni dotati di ambizione, apertura mentale e salda autostima non avrà paura di divertirsi facendo qualcosa per la scuola e un compito insolito non li spaventerà - mentre alunni di mentalità più convenzionale e meno interessati alle scoperte affronteranno con diffidenza e leggerezza un compito dall'apparenza meno seriosa, e se ne faranno sfuggire l'utilità svolgendolo in modo trascurato e assai cialtronesco. In teoria è proprio ai secondi che dovresti dare i gadget più divertenti e riservare le idee più brillanti - ma andranno prima convinti e rassicurati che anche tu sai essere un insegnante noioso come tutti gli altri, prima che si azzardino a prendere sul serio un compito non troppo pedante.

La prima e indispensabile regola perché i compiti vengano presi sul serio è correggerli con grande accuratezza e pazienza e soprattutto controllare sempre che siano stati fatti, almeno nei primi tempi. Se la classe tende allo scioperato andante, conviene partire da dosi leggere, quasi omeopatiche, elargire votacci con grande liberalità una volta appurato   che non sono stati fatti, sopportare con infinita pazienza e dolcezza la torma di genitori che verranno in processione a lamentarsi di tutto ciò (perché una classe scioperata ha spesso alle spalle famiglie iperprotettive), persistere nei votacci e aspettare; e quando i compiti minimali cominciano ad essere svolti (il che a volte comincerà ad avvenire solo dopo il primo giro di colloqui con le famiglie o addirittura dopo la prima scheda di valutazione, ma solo se il voto è estremamente basso - insomma, quattro) alzare gradualmente il carico fino ad arrivare a dosi normali: in sintesi, la buona vecchia regola della bollitura della rana. Nel frattempo, può essere utile assegnare in classe esercitazioni molto facili, dove tutti possano ottenere in un modo o nell'altro valutazioni decorose: dopo qualche quattro un sei può talvolta sortire effetti miracolosi e perfino innescare una perfetta sindrome di Stoccolma. Capisco che possa sembrare una procedura a tinte sadiche ma, come si dice in questi casi, è per il loro bene.
Tutto questo può essere molto complicato quando si tratta di insegnare quelle che io chiamo "materie a trama" (come Matematica o le lingue straniere, dove senza certe basi non si va avanti; mentre alla fine Italiano è una lingua che l'alunno recupera quando vuole e decide di occuparsene, come Storia e Geografia).

La seconda regola consiste nel dare compiti impossibili da copiare, o che anche se "copiati" sortano comunque il loro effetto.
Poniamo di fare una poesia come A Zacinto. Si può assegnare una parafrasi scritta, e a quel punto parecchi rimedieranno con facilità perché una ricerca in rete può fornire in circa mezzo secondo ad andare lenti una buona decina di ottime parafrasi e qualche ventina di parafrasi scadenti - e sotto quest'ultimo aspetto alcuni siti di soccorso per gli alunni sono una vera iattura (ricordo che una volta diffidai apertamente una classe dal ricorrere a non so quale sito e finii con l'indirizzarli verso uno molto più affidabile - perché ce ne sono anche di molto buoni. Diciamo che provai a vincerli di cortesia. Una operazione di questo tipo può col tempo convincerli che sei una persona seria e che non conviene cercare di prenderti in giro. Succede solo con classi sprovvedute, certo. Ma una classe non troppo sprovveduta di solito fa la parafrasi, salvo magari controllarla in rete per sicurezza).
Oppure si può aggirare la questione della parafrasi - per esempio facendo leggere la poesia ai casi sospetti, e una volta avuta la prova con la lettura che chi legge non ha idea di cosa sta leggendo, partire con le domande: perché le sponde sono sacre, che significa inclito e chi è che scrive l'inclito verso eccetera. Dopo un paio di pubbliche figure di palta (e di relativi quattro) l'alunno, piuttosto seccato, finirà per cercare almeno di appiccicare la parafrasi con un po' di criterio, e a quel punto lo scopo del compito è conseguito.
Oppure si può far leggere la parafrasi ad alta voce, chiedendo a quali versi si riferisca, a quali espressioni corrisponda questo quel verso eccetera. Se il malcapitato si è limitato a copiare passivamente dalla rete non saprà rispondere, altrimenti vuol dire che in qualche modo alla fine la parafrasi l'ha fatta - senza usare la vostra, ma pazienza.
(Tutto ciò non è particolarmente gentile verso Foscolo, che quando scrisse A Zacinto aveva ben altri scopi in mente che quello di tormentare poveri ragazzi nei secoli a venire, e può darsi che dopo questa disastrosa esperienza di lacrime e sangue molti dei ragazzi non ne serberanno un gran ricordo. Se volete puntare solo sul piacere che può dare questa bellissima poesia, conviene limitarsi a leggerla e spiegarla, non dare compito alcuno e chiudere lì la questione: ha comunque un bel suono e delle parole molto suggestive*).

Oppure avete fatto la Rivoluzione Francese. Sapete che in quella determinata classe solo quattro o cinque alunni sono in grado di rifilarvi una bella interrogazione distesa sulla Rivoluzione Francese, che è argomento complesso e irto di date e di avvenimenti, e ognuno di questi candidi cigni ha già tre voti. Tuttavia, com'è comprensibile, desiderate che in qualche modo la Rivoluzione Francese resti impressa e sia conosciuta e compresa almeno a grandi linee.
Se volete puntare sulla memorizzazione potete fare una serie di interrogazioni programmate, una pagina per alunno. Ognuno studierò bene solo la sua, ma sentirla ripetere nel complesso sarà un utile esercizio di esposizione.
Oppure potete dare delle domande scritte da fare a casa. Qualche amante delle scorciatoie cercherò un riassunto a sintesi della Rivoluzione Francese (magari quello che c'è a fine capitolo del libro, oppure qualcosa in rete) ma alla fine sempre sulla Rivoluzione Francese lavorerà, volente o nolente. Oppure potete chiedere una cronologia, e per farla dovranno sfogliare e risfogliare quelle maledette pagine; o un riassunto: "La Rivoluzione Francese in 10 tappe, lunghezza massima quaranta righe", ed eccogli servito su un piatto d'argento un utile esercizio di sintesi. Se poi lo fate leggere in classe i poveretti ne ascolteranno una ventina di versioni diverse, e alla fine, stante che le gocce scavano le pietre, i concetti di base li avranno pur assorbiti, anche se per un malefico caso avessero trovato in rete proprio una sintesi in dieci punti della lunghezza richiesta (cosa pur sempre possibile) - e in quel caso avranno anche conseguito il bonus supplementare di  essersi dovuti leggere con cura la sintesi da copiare per controllare che rispondesse in tutto e per tutto ai requisiti richiesti e di essersi cimentati in una ricerca più particolareggiata. D'altra parte, anche quella che trovano sul libro di testo è una sintesi, ben lungi dall'essere perfetta, e per loro si tratta pur sempre di lavorare su materiale premasticato.
Ma potete anche scovare un breve video sulla Rivoluzione Francese e chiedergli di riassumerlo in cinque, sette o quale altro numero vogliate di punti. Se vorranno copiarlo da un compagno, dovranno ritoccare il testo per impedire che scopriate l'inghippo (se non si preoccupano di farlo c'è sempre il buon vecchio quattro a soccorrere l'insegnante in ambasce, e magari una interrogazioncina supplementare di recupero).
Oppure potete fargli fare una scheda individualizzata da leggere in classe dedicata a un singolo personaggio - con la Rivoluzione Francese si può fare tranquillamente anche con le classi più numerose. Lì si parte già dal presupposto che copieranno, o meglio dovranno cercarsi delle fonti; in rete, in questi barbari tempi, ma anche alla biblioteca comunale o dello zio Rodolfo in tempi più gentili.

Terza e ultima regola: i compiti si danno tenendo conto di quel che serve alla classe. Sono un po' incolti e devono sgrezzarsi? Conviene puntare spesso su compiti di ricerca, che gli apriranno nuovi mondi.
Espongono da cani? In quel caso anche le interrogazioni programmate hanno un loro perché.
Ripetono meccanicamente imparando a memoria? Conviene chiedergli l'argomento partendo da una prospettiva particolare.
Scrivono da far pena? Si danno soprattutto compiti scritti, attingendo da qualcosa che ben difficilmente può essere fatta da altri che da loro - magari lezioni preparate a tal scopo che dovranno riferire.
La punteggiatura questa sconosciuta? Si chiede un testo formato da un numero x di frasi che contenga anche almeno una domanda e due esclamazioni, legato a qualche argomento fatto in classe - in questo caso si possono agevolmente acchiappare due materie con una fava, e in più dare anche una mano all'insegnante di italiano.

Domanda: "ma tutta questa gran mole di compiti non sarà troppo lunga e faticosa da gestire?"
Caaaalma, nessuno ha parlato di una gran mole di compiti. Mica gli vanno dati tutti i giorni.
Non c'è da temere: nessuna classe a memoria d'uomo è mai morta di inedia per eccessiva scarsità di compiti. Essi compiti non devono essere troppo frequenti né troppo assidui, anzi il sovraccarico va evitato con cura - anche perché finisce per danneggiare soprattutto i più bravi e coscienziosi, ovvero quelli che i compiti li fanno sempre e comunque, crollasse il mondo. Inoltre non è sempre necessario correggere quelli che vengono letti in classe.

Altra possibile domanda: "non so perché, da qualche tempo avverto l'irresistibile tentazione di fargli fare qualcosa di assai monotono, tipo scrivere tutto il paradigma del verbo essere. Cosa vorrà dire?".
Risposta scontata: è noto che non fa mai bene resistere troppo alle tentazioni; inoltre, se una pensata così pallificante per tutti si è fatta strada, probabilmente c'è il suo bel motivo. Un po' di noia non ha mai ucciso nessuno - e magari tanto si annoieranno che impareranno a usare quel povero verbo in modo adeguato e corretto, non fosse che per la paura di dover rifare di nuovo un sì palloso compito. Dopotutto la vita non è solo un giardino di rose eccetera eccetera.

* E comunque mai dire mai: ricordo di una classe che si arrabattò malamente con In morte del fratello Giovanni tanto che alla fine chiesi scusa pubblicamente dicendo che avevo mancato verso di loro e verso Foscolo e che mai più avrei fatto una cattiveria tale a dei poveri ragazzi e a un sì bravo poeta. Mi guardarono stupiti e molti dissero che no, in realtà la poesia gli era molto piaciuta anche se era effettivamente risultata difficile. Vai a sapere.

lunedì 9 dicembre 2019

Morbo inglese (post about the horrible use of foreign words in italian language, expecially in the didattichese)

Pudding inglese o panettone?
Entrambi, potendo. Altrimenti, quello che avete più facilmente sottomano o che preferite, tanto sono entrambi buonissimi

Ordunque, è mia malsana intenzione dedicarmi oggi ad un tema assai serioso, ovvero quello dell'uso dei prestiti stranieri in italiano. 
Premetto che non ho nulla in contrario alle iniezioni, anche in dosi massicce, di parole straniere nella mia lingua nativa. Sono una dama hejan abbastanza acculturata da sapere che nei prestiti stranieri le lingue ci han sempre sguazzato alla grande. 
Quanto all'italiano, lingua di frontiera per antica tradizione di una terra che dalla notte dei tempi si lascia visitare (e anche invadere) con grande facilità, sappiamo che di parole straniere è pieno e ben impastato come un dolce di Natale è pieno di canditi, uvette e zuccherini. Parole di origine greca, longobarda, araba, francese, spagnola, tedesca hanno sempre pascolano felicemente fianco a fianco delle parole di origine italica, e del resto è ben noto che l'incontro con le culture e le mode straniere arricchisce le lingue e le fa crescere, mutare ed evolversi. A volte magari si esagera un po', ma di solito la febbrata passa in pochi anni e il corpo estraneo viene incorporato nella lingua (manga, fan, medley), addomesticato (matriosca, sciantosa, brioscina) e più spesso, dopo qualche anno, tradotto (tramezzinofine settimana).
A volte le ondate sono belle massicce, specie quando l'invasione di parole è stata preceduta da una invasione di truppe conquistatrici - da una di queste invasioni per esempio la lingua anglosassone non si riprese mai più e dal calderone nacque l'inglese, che andrebbe forse chiamato anglonormanno ma che è comunque lingua più che degna e che ci ha regalato una letteratura di grandissimo pregio.
Talvolta però l'impressione è quella di una gigantesca presa di giro.

Morbus Anglicus è un celebre (in alcuni ambienti) articolo pubblicato nel 1987 da Arrigo Castellani, esimio linguista che per vari anni ha insegnato Storia della Lingua Italiana all'Università di Firenze - un eccellente studioso che però molti dei suoi allievi consideravano alla stregua di un pazzo furioso appunto per questa sua paura di una invasione di termini inglesi, che suggeriva di adattare variamente, talvolta italianizzandoli (come nel caso di sanguiccio, che avrebbe dovuto rimpiazzare il sandwich e che oggi è tornato panino o al più tramezzino, oppure il mirabile coccotaglio che avrebbe dovuto sostituire il cocktail) e talvolta traducendoli (come nel caso di entredima, che avrebbe dovuto sostituire week end, sopravvissuto ormai da tempo rimpiazzato dal ben più banale fine settimana nella maggior parte dei casi).
L'articolo comunque suscitò un certo vespaio che andava ben oltre gli scherzi e i lazzi degli irriverenti universitari (nel cui numero mi pregiavo di appartenere) ed esimi linguisti discussero il curioso fenomeno, alcuni convenendo che la nobile lingua italiana stava andando in gran decadenza per colpa di sì dissennati prestiti, altri che il problema era in verità assai contenuto e tante volte si era già presentato e altrettante volte era stato agevolmente superato. Ad ogni modo il sanguiccio (o sanduiccio, a seconda di come si decida di traslitterare il gruppo dw, e in italiano, almeno nei tempi andati, la traslitterazione più corretta era appunto -gu-) e l'entredima non hanno mai attecchito molto, al di là della divertita cerchia degli allievi che si divertivano assai ad offrire coccotagli agli amici in visita, e anche le mission e le vision che usavano molto negli anni Novanta tra i manager rampanti hanno ormai un certo consolante tocco d'antan. 
In compenso però adesso sta piovendo di tutto dall'inglese, o meglio dall'americano, molti dei più convinti sostenitori dell'innocuità del morbus anglicus hanno visto assai indebolite le loro convinzioni e si sono fatti ben più catastrofisti in materia ammettendo di aver sottovalutato il problema e anch'io sto cominciando ad avvertire i sintomi di una certa saturazione.
Il punto è che, mi sono accorta con orrore, sono cominciati a entrare in scena i verbi. E questo non mi piace perché incastrare un verbo inglese in una frase italiana produce risultati atroci per le mie orecchie - anche perché i parlanti che esibiscono sì orripilanti frasi mostrano chiari segno di conoscere male l'italiano e peggio ancora l'inglese. Non ne viene fuori una lingua ancora ibrida prodotta da persone ormai abituate a pensare contemporaneamente in due lingue e a riportare dalla loro seconda lingua la parola o il concetto che nell'altra lingua un vero equivalente non ce l'ha - quello, probabilmente, mi piacerebbe o comunque mi ci adatterei di buon grado perché si sa, la lingua la fa il parlante, e il gergo pure. Ma spesso e volentieri ne viene invece fuori un pastone che gli stessi maiali, per quanto onnivori, faticherebbero assai a mandare giù. 
Non posso farci niente, quando sento parlare di qualcuno che ha fatto outing - o, un minimo più correttamente, ha fatto coming out nel senso che è uscito  allo scoperto, ha rivelato qualcosa di sé (di solito una sua preferenza in fatto di partner, ma ormai si usa per qualsiasi tipo di rivelazione destinata a fare una certa impressione su chi ascolta) mi si attorcigliano abbastanza le budella perché la frase che ne risulta è orripilante sia in italiano che in inglese. Comunque gli anni ci riveleranno se fare coming out diventerà un verbo stabile in italiano, come fare la partenza o far finta di niente, oppure se verrà addomesticato in qualche modo.
Di fatto, molti dei prestiti inglesi entrati negli ultimi tempi in circolazione sembrerebbero presumere una certa dimestichezza con la lingua inglese - che invece in Italia al momento scarseggia - e invece di introdurre concetti nuovi che la nostra lingua ancora non contiene danno l'impressione di una traduzione maldestra improvvisata al puro scopo di dare un tono di distinzione al discorso; senza grandi risultati, peraltro, perché, insomma, come di fa a prendere sul serio qualcuno che ti parla di decision making o di problem solving? E cosa si deve pensare vedendo annunciare trionfalmente sulla copertina di un libro di testo che dentro c'è anche la flipped classroom, che già fa ridere anche in italiano (classe capovolta) e che, insomma, consiste nientemeno che nel mettere in cattedra uno o più allievi a riferire i risultati di un lavoro o di una ricerca - che non  solo è una pratica comunissima oggi in base alle più moderne tecniche didattiche, ma lo era già quando facevo le elementari e ci chiamavano alla cattedra per esporre le varie ricerche sulla taiga, Mozart, Alessandro Volta e Giacomo Leopardi? Quanto a classroom come prestito inglese mi sembra ben al di là del ridicolo e dell'inutile. Se proprio si vuol fare una robusta iniezione anche a livello sintattico di lingua inglese nella lingua italiana giusto per il gusto di infilarci dei concetti che anche in italiano già ci sono, per pietà, non sarebbe il caso di farlo fare a qualcuno che ha un po' la conoscenza di almeno UNA di queste eccellenti lingue che ci si accinge a manipolare, e usare un po' di criterio?

In conclusione: non credo che il peer learning (apprendimento tra pirla? Ma non mi sembra molto gentile, detto così) e il cooperative learning (imparare alla Coop? Perché no, organizzando delle attività anche molto valide per le scuole) metteranno a serio rischio la struttura e l'essenza della lingua italiana, ma finché le mie povere budella sono ancora fragili e delicatine farò bene ad accostarmici con molta cautela, applicando insomma un indirizzo (way) di cautive learning.

martedì 17 luglio 2018

Santuzza nei Malavoglia, ovvero amore e contrabbando

Carl Bloch In una osteria romana (1866)

(I Malavoglia mi sono sempre parsi un romanzo molto deprimente e non l'ho mai letto molto volentieri. Tuttavia sono sempre stata costretta ad ammettere che è scritto DAVVERO bene, con un tipo di scrittura corale tutt'altro che consueto nella letteratura italiana... ma molto praticato in alcuni dei miei autori preferiti. Il primo capitolo del Signore degli Anelli per esempio è costruito  esattamente con la stessa tecnica. Scelsi il personaggio di Santuzza perché aveva dei discreti risvolti  da romanzo giallo, e perché ero sicurissima che nessuno dei miei compagni di corso, troppo impegnati a spulciare antologie per avere il tempo di leggere i testi completi con attenzione, se ne sarebbe occupato. Insomma, volevo che fosse chiaro che IO, invece, leggevo sempre il testo in integrale; e volevo che fosse chiaro senza che mi scomodassi a dirlo. I professori che tenevano il corso di letteratura italiana apprezzarono e mi diedero un voto assai alto - e a conti fatti probabilmente non dovetti faticare più dei miei compagni di corso antologizzati, però mi divertii di più.
Di Santuzza si parla nei capitoli II, III, VIII, X, XII, XIII, XIV e XV).


Il personaggio di Santuzza (vero nome Mariangela) viene descritto nel libro poco per volta, con una tecnica non dissimile a quella impiegata da Agatha Christie in alcuni dei suoi migliori romanzi, attraverso un puzzle di voci e pettegolezzi che finiranno per dare un quadro finale molto diverso da quello che è stato fatto intravedere all’inizio: inizialmente sembra solo un personaggio che ha la funzione di fornire un po’ di colore locale allo sfondo di Aci Trezza ma più avanti, pur interagendo solo marginalmente con i Malavoglia, si rivelerà come uno dei perni nascosti del meccanismo che stritolerà la famiglia dei protagonisti.

La intravediamo per la prima volta nel capitolo II, nel corso della conversazione corale al crepuscolo che occupa tutto il capitolo, attraverso le parole di Piedipapera. Si discute sul perché don Michele, la guardia del paese, andasse “a guardare l’interesse dei galantuomini dalla parte dell’osteria”:

Ci va per confabulare di nascosto con lo zio Santoro, il padre della Santuzza. Quelli che mangiano il pane del re devono tutti far gli sbirri, e sapere i fatti di ognuno a Trezza e dappertutto, e lo zio Santoro, così cieco com’è, che sembra un pipistrello al sole, sulla porta dell’osteria, sa tutto quello che succede in paese, e potrebbe chiamarci per nome ad uno a uno soltanto a sentirci camminare. Ei non ci sente solo quando massaro Filippo va a recitare il rosario colla Santuzza, ed è un tesoro per fare la guardia, meglio di come se gli avessero messo un fazzoletto suglio occhi.

I lettori vengono così informati dell’esistenza di un’osteria nel paese e che questa osteria appartiene a una coppia padre-figlia dove il polo più forte, contrariamente alla consuetudine, è la figlia, che anzi grazie alla debolezza del padre riesce a gestire con tranquillità la sua vita sentimentale (in cui partecipa un tal massaro Filippo). 
Solo un certo gusto dell’accumulo può, in apparenza, giustificare la compresenza in un solo paragrafo del gendarme don Michele insieme allo zio Santoro, padre reso forzatamente compiacente dalla sua infermità, alll’ostessa di Aci Trezza e alle relazioni private dell’ostessa medesima. Vedremo invece più avanti che non solo questi personaggi sono legati da una fitta trama di interessi comuni, ma che a questa trama non è estraneo nemmeno Piedipapera.

Il tema di massaro Filippo e della sua relazione con la Santuzza viene ripreso in abbondanza al capitolo successivo, che si svolge sul selciato della chiesa:
Le calze della Santuzza, osservava Piedipapera, mentre ella camminava sulla punta delle scarpette, come una gattina - le calze della Santuzza, acqua o vento, non le ha viste altri che massaro Filippo l’ortolano, questa è la verità.”

Ma non è solo Piedipapera a sparlare: anche altre donne commentano la relazione tra Santuzza e massaro Filippo l’ortolano come cosa nota urbi et orbi, chi per osservare che l’ostessa non dovrebbe tenere in peccato mortale un padre di famiglia, chi per lamentare che comunque la Santuzza è la superiora delle Figlie di Maria.

Per quasi cinque capitoli cala il silenzio su questa strana coppia. Finché
Nella notte si udirono delle fucilate verso il Rotolo, e lungo tutta la spianata, che pareva la caccia alle quaglie. - Altro che quaglie! mormoravano i pescatori rizzandosi sul letto ad ascoltare. E’ son quaglie a due piedi, di quelle che portano lo zucchero e il caffè, e i fazzoleti di seta di contrabbando. Don Michele ieri sera andava per la strada coi calzoni dentro gli stivali e la pistola sulla pancia!

All’alba troviamo Piedipapera a bere dal barbiere Pizzuto, nervoso con la faccia “di un cane che ha rotto la pentola”, Michele che si lamenta con la Santuzza perché la caccia è andata male, e la Santuzza (pure lei molto mattiniera e già al lavoro) che lo rimprovera affettuosamente “Non lo sapete che se chiudete gli occhi voi, vi portate nella fossa anche degli altri?” assicurandolo che non si era trattato di massaro Filippo “che tentava di far entrare il suo vino di contrabbando” (al che il lettore comincia a sospettare che nella scelta dei suoi amici del cuore la Santuzza non sia guidata solo dalla concupiscenza).

Nel frattempo la trama va avanti, e tra le altre cose Barbara Zuppidda sembra decidersi finalmente, ora che ‘Ntoni di padron ‘Ntoni è diventato decisamente povero dopo il secondo naufragio della Provvidenza, ad accettare la corte di don Michele. E le chiacchiere arrivano fino all’osteria, naturalmente:

La Santuzza, mentre risciacquava i bicchieri, si voltava dall’altra parte , per non sentire le bestemmie e le parolacce che dicevano; ma all’udir discorrere di don Michele, si dimenticava anche di questo e stava ad ascoltare con tanto d’occhi. Era diventata curiosa anche lei, e stava tutta orecchi quando ne parlavano, e al fratellino della Nunziata, o ad Alessi, allorché venivano pel vino, regalava delle mele e delle mandorle verdi, per sapere chi s’era visto nella strada del Nero. Don Michele giurava e spergiurava che non era vero, e spesso la sera, quando l’osteria era già chiusa, si udiva un coro del diavolo dietro la porta. - Bugiardo! gridava la Santuzza. Assassino! ladro! nemico di Dio!
Tanto che don Michele non si fece più vedere all’osteria, e si contentava di mandare a prendere il vino”.

Che ne è stato di massaro Filippo? C’è stato  un cambio della guardia? 
Sembra proprio di no. Infatti:
Massaro Filippo, invece di essere contento che si fosse tolto così un altro cane da quell’osso della Santuzza, metteva buone parole e cercava di rappattumarli, che nessuno ci capiva più nulla. Ma era tempo perso.

Infatti la Santuzza giura che non vuol sentirne più parlare, a costo di dover chiudere l’osteria e mettersi a far la calzetta. Massaro Filippo cerca lo stesso di riconciliarla con don Michele “perché la finisse quella lite con la Santuzza, dopo che erano stati amici! ed ora avrebbero fatto chiacchierare la gente”.
E infatti la gente chiacchiera quanto più non potrebbe. L’unico commento riportato, però, il più scontato, è quello di Pizzuto (nella cui bottega Piedipapera sembra di casa): “Massaro Filippo ha bisogno di aiuto” perché “quella Santuzza si mangerebbe anche il Crocifisso!”.

Siamo ormai in piena commedia all’italiana, manca solo Lando Buzzanca. Avviati su questa strada, vediamo la Santuzza  confessarsi dal parroco per la sua tresca con don Michele (e siccome il tutto era stato narrato “sotto sigillo di confessione” ben presto fa il giro del paese) nonché la madre di Barbara Zuppidda allontanare in gran fretta il corteggiatore della figlia - il tutto fra grida, schiamazzi e sceneggiate.

Due capitoli dopo le cose sembrano rimaste immutate, a giudicare dalla conversazione tra don Franco e ‘Ntoni (“La Santuzza ci ha massaro Filippo; e don Michele ronza sempre per la via del Nero, senza nessuna paura di comare Zuppidda e della sua conocchia!” racconta don Franco). 
Poco dopo scopriamo infatti che don Michele sta facendo il filo alla più giovane dei Malaviglia, Lia. 
‘Ntoni non sembra accorgersene; sta infatti attraversando la profonda crisi che lo porterà al carcere; al momento, comunque, è solo un ragazzo senza niente da fare e con una propensione un po’ troppo spiccata per il vino. Un bel ragazzo, anche, come è stato fatto capire più volte.

La Santuzza, dopo che l’aveva rotta con don Michele, aveva preso a ben volere ‘Ntoni, per quel modo di portare il berretto sull’orecchio, e di dondolare le spalle camminando che aveva preso da soldato; e gli metteva in serbo sotto il banco tutti i piatti coi resti che lasciavano gli avventori; e un po’ di qua e un po’ di là gli riempiva anche il bicchiere. In tal modo lo manteneva grasso e unto come il cane del macellaio. Al bisogno poi ‘Ntoni si disobbligava
e si disobbligava per l’appunto con funzioni analoghe a quelle di un buon cane da guardia, affrontando gli avventori più difficili da gestire, sorvegliando il banco quando la Santuzza andava a confessarsi e mostrandosi allegro con gli amici della taverna. Tutti perciò “gli volevano bene come se fosse a casa sua” tranne lo zio Santoro che “borbottava, fra un’avemaria e l’altra, contro di lui che viveva alle spalle di sua figlia” - il che era verissimo.
Alle rimostranze del padre Santuzza però risponde che, infine, era padrona di fare come voleva, perché “non aveva più bisogno di nessuno”.

Sì, sì! brontolava lo zio Santoro, quando poteva acchiapparla un momento a quattr’occhi. Di don Michele ne hai sempre bisogno. Massaro Filippo m’ha detto dieci volte che è tempo di finirla, che il vino nuovo non può tenerlo più nella cantina, e bisognerebbe farlo entrare di contrabbando.

Improvvisamente il misterioso triangolo assume tutt’altro aspetto agli occhi del lettore: a quanto sembra, più che l’amore c’è di mezzo il contrabbando. La complicità dell’uomo di Stato, don Michele, era indispensabile perché il traffico si svolgesse senza problemi, e massaro Filippo aveva ben il suo interesse nell’amicizia tra l’ostessa e la guardia.
Peccato che l’ostessa si sia stufata: per ‘Ntoni, che ha ormai raggiunto un notevole stato di passività, la Santuzza rappresenta una qualsiasi sponda cui attaccarsi senza troppa convinzione; Santuzza invece sembra mossa da una simpatia piuttosto forte, o da un altrettanto forte rancore verso don Michele (o forse da un misto di entrambi): “Dovessi pagare il dazio due volte, e il contrabbando, don Michele non lo voglio più, no e poi no!” perché “’Ntoni Malaviglia, senza galloni, valeva dieci volte don Michele”.
Insomma, per una volta Santuzza segue il suo piacere più che gli interessi dell’osteria. Ma l’idillio ha breve durata, anche per colpa delle continue recriminazioni dello zio Santoro: senza il vino di massaro Filippo gli avventori non vengono più volentieri, e trovandosi davanti “quell’affamato di ‘Ntoni” vengono ancor meno. Volendo, ci sono perfino degli scrupoli di coscienza:
Ora che non c’è più lui [don Michele], non viene nemmeno massaro Filippo. L’altra volta è passato di qua, e io volevo farlo entrare; ma ei dice che è inutile venirci, giacché il mosto non può farlo passare più di contrabbando, ora che sei in collera con don Michele. Una cosa che non è buona né per l’anima né pel corpo. La gente comincia perfino a mormorare che a ‘Ntoni gli fai la carità pelosa, giacché massaro Filippo non ci viene più, e vedrai come andrà a finire! Vedrai che arriverà all’orecchio del vicario, e ti leveranno la medaglia di Figlia di Maria.

La Santuzza tiene duro, anche per puntiglio “perché in casa sua voleva essere sempre la padrona”, ma i capricci non sono eterni e in cuor suo la ragazza sa che suo padre non ha tutti i torti. ‘Ntoni viene gradualmente messo alla porta, e infine lo zio Santoro avvia la riconciliazione con don Michele. “Farò le cose con giudizio” assicura alla figlia “Non ti lascerei fare la figura di tornare a leccare gli stivali a don Michele: sono tuo padre o no, santo Dio?”.
‘Ntoni non la prende per niente bene, e minaccia piazzate (“Voglio svergognare lui e la Santuzza davanti a tutto il paese quando vanno alla messa! Voglio dir loro il fatto mio e far ridere la gente.”). 

Quanto al resto del paese, capisce quel che vuol capire e parla di conseguenza:
Vuol dire che ci era sotto qualcosa per tenersi il broncio. E come massaro Filippo era pure tornato all’osteria: - Anche quell’altro! Che non sa starci senza don Michele? E’ segno che è innamorato di don Michele, piuttosto che della Santuzza. Certuni non sanno star soli neppure in paradiso.

Dopo aver inconsapevolmente ostacolato il contrabbando di Aci Trezza, ‘Ntoni decide di parteciparci, con molte esitazioni e scarsa convinzione. e nel modo più maldestro e appariscente possibile, nonostante i saggi avvertimenti di don Michele che, nel tentativo di avvisarlo tramite sua sorella aveva impostato la questione con grande chiarezza, svelando qualche ulteriore retroscena:
ditegli pure che non bazzichi tanto con quell’imbroglione di Piedipapera, nella bottega di Pizzuto, che si sa tutto e nei guai poi ci resterà lui. [...] Gli altri [Cinghialenta e Rocco Spatu] sono volpi vecchie [...] Vostro fratello si fida di Piedipapera, e non sa che le guardie doganali hanno il tanto per cento sui contrabbandi, e per sorprenderli bisogna dar la parte a uno della combriccola, e farlo cantare per chiapparla.

Don Michele si rivela buon profeta, e ‘Ntoni si ritroverà incastrato in un meccanismo che non ha nemmeno cercato  di capire. Tra una disgrazia e l’altra dei Malaviglia, la Santuzza scompare fino alle ultime pagine, quando scopriamo che ha (quasi) cambiato vita:

La Santuzza aveva ragione di baciare la medaglia; nessuno poteva dire nulla dei fatti suoi; dacché don Michele se n’era andato, massaro Filippo non si faceva vedere più nemmeno lui, e la gente diceva che colui non sapeva stare senza l’aiuto di don Michele. Ora la moglie di Cinghialenta veniva di tanto in tanto a fare il diavolo davanti all’osteria, coi pugni sui fianchi, strillando che la Santuzza le rubava il marito”.