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lunedì 15 agosto 2022

I miei insegnanti - Piero Angela

Ebbene sì, nel 2019 Piero Angela entrò nel variegato universo Disney
(ovviamente per un'opera di divulgazione scientifica)

Verso la fine degli anni 70 Piero Angela scrisse su Sorrisi e Canzoni TV un breve articolo che mi colpì molto. Mi riproposi di incollarlo nell'album dei ritagli che all'epoca tenevo, e nella mia mente c'è anche il ricordo (mendace, a quanto pare) di averlo effettivamente ritagliato e incollato. 
Sta di fatto che nell'album quell'articolo non c'è. Per molto tempo mi sono cullata nella speranza che saltasse fuori dalle pagine sciolte che conservavo in attesa di completare l'album, ma alla fine l'album è stato completato e quell'articolo non è mai saltato fuori, con mio grande disappunto.
All'epoca Piero Angela era già famoso, tanto da invogliarmi a leggere quel che aveva scritto, ma non credo che tenesse una rubrica fissa su Sorrisi, anzi mi sembra che l'articolo sia comparso in una sorta di rubrica dove scriveva ogni settimana una persona diversa.
L'argomento era abbastanza insolito, all'epoca: si trattava di una breve e chiarissima dissertazione su come fosse doveroso, trattando argomenti altamente culturali, essere chiari e non nascondersi dietro discorsi complicati. Non nel senso che gli argomenti di alto spessore andassero semplificati per il largo pubblico generico. No, l'argomento andava mostrato in tutta la sua complicanza, però andava esposto in modo chiaro e comprensibile. Esprimersi in modo complicato non doveva essere un modo per darsi importanza, anzi il pubblico era tenuto a diffidare di chi non riusciva a farsi capire, ché era segno prima di tutto di maleducazione, ma anche di incapacità. L'ascoltatore, il lettore o quant'altro non doveva  cadere in estatica ammirazione davanti a un testo infarcito di subordinate attorcigliate e di parole incomprensibili, ma guardare il pedante esperto dall'alto in basso e concluderne, schifato, che si trattava di un incapace che non sapeva farsi capire, e perdere ogni tipo di reverenza verso costui. 
Come rimedio per scoraggiare i pedanti, si suggeriva in chiusura di munirsi di una bella cassa di pomodori ma il concetto che cotali pomodori andavano risolutamente gettati addosso a chi parlava in modo inutilmente complicato era lasciato sottinteso nelle righe, senza esplicitarlo: tra i suoi molti pregi, Piero Angela era anche dotato di una singolare finezza, oltre che di una chiarezza cristallina.
Era un concetto quasi rivoluzionario, in Italia - per certi versi lo è ancora - e fece risuonare una corda molto profonda del mio cuore. Di fatto avevo sempre nutrito una grande diffidenza verso chi complicava i discorsi senza un perché: avendo ricevuto una istruzione di buon livello ero perfettamente in grado di decrittare una scrittura volutamente complicata e di accorgermi quando le complicazioni erano inutili. Inoltre avevo anche scoperto che i libri degli studiosi stranieri di solito erano molto più chiari di quelli degli studiosi italiani, che spesso infatti mi causavano una vera e propria crisi di rigetto.
Si trattava anche (ma questo non potevo saperlo, all'epoca) di una sorta di manifesto: per tutta la sua vita Piero Angela ha lavorato duramente con l'obbiettivo di non annoiare l'ascoltatore ma di istruirlo accuratamente, spiegando e dispiegando i più vari argomenti con garbo, per gradi ma senza complicarli inutilmente.
Anche se, con mio grande rimpianto, non ho conservato l'articolo nell'album dei ritagli, ne ho conservato saldamente nel cuore il contenuto, e per tutta la vita ho cercato di essere chiara e precisa quando scrivevo e quando parlavo, a costo di passare per sprovveduta. Tutto ciò, tra l'altro, si è rivelato molto utile quando mi sono ritrovata in cattedra a spiegare la rava e la fava a dei giovinetti ancora un po' inesperti.
Oggi su YouTube sta fiorendo una scuola di cosiddetti divulgatori (sono loro a definirsi così) - esponenti delle nuove generazioni esperti nei più vari campi del sapere; si tratta, in sintesi, di bravi ragazzi che spiegano in modo comprensibile ma accurato argomenti assai complessi di storia, chimica, geologia eccetera, con grande dispiego di fonti e di approfondimenti pazientemente citati "in descrizione", ovvero nel testo che accompagna il video. Sono, e si considerano, figli spirituali di Piero Angela e il loro cordoglio nel commemorarlo è stato profondo e sincero. 
I buoni semi sanno fiorire anche su terreni imprevisti, e il lascito di Piero Angela non si limita solo alle sterminate serie di puntate dei vari Quark e Superquark e al suo pregevolissimo figlio, ma anche all'aver ricordato all'italico pubblico che divulgare non vuol dire addomesticare e semplificare un argomento, bensì renderlo comprensibile anche a chi non ha fatto studi specifici in proposito (cioè a tutti, perché nessuno, per quanto colto, può essere esperto in tutto). 

venerdì 4 ottobre 2019

I miei insegnanti - Francesco d'Assisi

Come tutti gli scolari italiani anch'io ho conosciuto Francesco d'Assisi in tenerissima età attraverso la suggestiva leggenda della conversione del lupo di Gubbio e solo molti anni dopo ho scoperto, con grande dispiacere, che era apocrifa*. Come molti personaggi di enorme popolarità infatti, anche Francesco è famoso soprattutto per quello che non ha fatto e detto, e tra tutte le citazioni che circolano sui social a malapena un paio sono autentiche**, o almeno attestate nelle fonti ufficiali: ma anche se non risulta che abbia addomesticato lupi predatori, mantiene tuttavia un buon numero di frecce al suo arco.
Come tutti gli scolari anch'io in seguito ho approfondito la conoscenza attraverso la lettura del Cantico delle creature, e tanto l'ho apprezzata che nullu scholaro vivente che passa dalle mie mani pò scappare dall'accurata analisi di tal poesia, nonostante da sempre io proclami e dichiari che non faccio letteratura. 
Più avanti arrivò il ritratto tanto bello quanto fedele che Dante ne fa fare nel Paradiso a Tommaso d'Aquino. E, come ogni essere vivente, anch'io ho visto il film di Zeffirelli, anche se con scarso entusiasmo la prima volta e con autentica crisi di rigetto la seconda, come andrò a raccontare più avanti.
Io però sono andata anche oltre, nella cinoscenza di questo affascinante personaggio, perché all'università ci ho fatto un corso, dedicato appunto alle fonti francescane, e da allora mi considero una autorità in materia***. 
Fu un gran bel corso. Partimmo dal Testamento, continuammo con le due Regole ma approdammo poi non solo alle due biografie ufficiali di Tommaso da Celano e a quella di Bonaventura da Bagnoregio ma anche a un testo meno conosciuto, ovvero gli Scripta Leonis, Rufini e Angeli, opera redatta da tre compagni di Francesco della prima ora al tempo in cui l'ordine era a caccia di memorie e racconti di episodi sconosciuti, allo scopo di redarre una biografia adeguata e completa del loro illustre fondatore. Come molti altri della letteratura latina medievale, gli Scripta all'epoca non avevano una traduzione in italiano, e dovemmo ripiegare, su una edizione inglese con testo a fronte, coniugando così il verbo "arrangiarci" tanto caro a tanti studiosi, medievisti e non. 
Il corso si concluse poi con una serata di proiezioni al cinema: partimmo con Zeffirelli per poi vedere lo sconosciutissimo sceneggiato fatto da Liliana Cavani per la televisione italiana e mai trasmesso per motivi che dopo il corso e l'analisi delle fonti più antiche ci fu abbastanza chiaro: infatti era fatto benissimo, con un Lou Castel in stato di grazia, fedelissimo alle fonti e trasmetteva un  ritratto di Francesco decisamente meno zuccherato di quello di Zeffirelli. Il passaggio dalla sontuosa fotografia di Frate Sole, sorella Luna**** al bianco e nero un po' smiciato dello sceneggiato televisivo degli anni 60 fu inizialmente traumatico, ma ben presto seguire Francesco nel suo originalissimo percorso interiore ci piacque immensamente. Gli organizzatori della serata non erano riusciti a procurarsi il film di Rossellini e tutto sommato fu un bene perché dopo quei due lunghi film eravamo piuttosto cotti e, dopo il capolavoro della Cavani , difficilmente quello che non è certo il capolavoro di quell'onorato regista sarebbe riuscito a colpirci.

In quel corso imparai davvero molte cose, prima tra tutte che tra medievisti i santi si chiamano per nome, senza l'appellativo - e così dopo la prima lezione passata a dire "san Francesco di qua" e "san Francesco di là" noi allievi ce ne demmo tutti per inteso e da allora si parlò solo di Francesco (e di Domenico e di Bonaventura e di Tommaso e di un sacco di altri santi di grande o piccola rinomanza sempre rigorosamente chiamati per nome) quasi fosse stato il nostro compagno di banco alle medie, e a quest'uso sono rimasta spocchiosamente assai attaccata, anche se quando sono nel secolo e non tra addetti ai lavori preferisco dire "Francesco d'Assisi" appunto per precisare che sto parlando del celebre poverello, e non del mio ex compagno di banco delle medie*****.
Lo scopo del corso era di mostrarci, attraverso l'analisi delle fonti, come la figura di Francesco fosse stata addomesticata nel corso degli anni (degli anni della sua vita religiosa, intendo - che in effetti sono stati abbastanza pochi, circa una ventina) e nei primissimi anni dopo la sua morte, addolcendo notevolmente sia i suoi insegnamenti che i suoi costumi e soprattutto la regola di vita della sua comunità.
Francesco era partito con l'idea di piccoli gruppi di penitenti che abitavano capanne di legno e paglia, senza possedere niente (e per "niente" si intende proprio niente, inclusi i vestiti che avevano addosso e che Francesco riteneva "dati in prestito, finché non trovavano qualcuno più povero di loro") e che per mangiare andavano mendicando; più esattamente, nei primi tempi i frati andavano a lavorare con i contadini e non chiedevano niente accettando però quel che gli veniva donato "per amor di Dio" (e se i contadini non gli davano niente allora andavano a procurarsi la cena mendicando di casa in casa). Era un progetto decisamente ambizioso e destinato a non durare ma che in effetti non prevedeva la nascita di un ordine su scala internazionale, solo appunto di piccole comunità locali, e all'inizio dell'inizio solo una iniziativa personale: "il Signore mi diede dei frati, ma nessuno mi diceva che cosa ne dovessi fare" ricorda nel Testamento, ma Dio in persona gli dettò lo stile di vita. Insomma, successe perché doveva succedere, non perché lui avesse un disegno preciso in testa o tantomeno tentasse di fondare un nuovo ordine.
I conventi francescani che conosciamo sono in pietra e muratura, le chiese in gotico francescano hanno sì travi di legno al loro interno ma  sono decorati con splendidi affreschi e ben presto, quando l'ordine si allargò a macchia d'olio in tutta Europa, fu trovato un escamotage legale per accettare anche donazioni permanenti e formare un ricco patrimonio. D'altra parte non puoi gestire migliaia e migliaia di frati sparsi sul continente (e, molto più avanti, su tutti i continenti) con lo stesso criterio con cui gestisci un gruppetto di cultori della materia.
Di tutto ciò Francesco soffrì molto (nelle fonti si parla di una "grave tentazione spirituale") e i compagni della prima ora gli chiesero più volte perché non intervenisse contro quel che stava succedendo, che andava contro l'essenza dello spirito originario con cui era nato il movimento, quando ancora non sapeva nemmeno di essere un movimento. Ma Francesco, che avrebbe sì potuto intervenire col peso del suo prestigio e della sua autorità rifiutò sempre di farlo, in nome dell'obbedienza che aveva giurato, come tutti i francescani dopo di lui, perché quel cambiamento era stato approvato dalla Chiesa, cui aveva giurato assoluta sottomissione e per tutta una serie di motivi legati in sintesi al non volere intervenire contro quella che ai suoi occhi era la volontà divina, che aveva voluto fare di lui uno strumento******. Il frate doveva essere sottoposto e obbedire a tutti, principalmente alla Chiesa. La sua personale protesta Francesco la portò avanti in modo non violento e senza proclami, continuando a vivere come aveva stabilito a suo tempo e come aveva giurato di fare, considerando l'Ordine come qualcosa che era sì nato grazie al suo intervento, ma in cui lui non aveva il diritto di intervenire. Se anche pensò che c'era qualcosa di sbagliato in quel che stava succedendo scelse di non intromettersi, in nome della sua coerenza personale - più precisamente, perché non poteva essere sicuro che quel che stava avvenendo fosse sbagliato solo perché lui aveva iniziato cercando di fare qualcosa di diverso. Come segnale che stava agendo correttamente sia nel suo personale percorso, sia rifiutando di intervenire in ciò che non gli apparteneva, ricevette le stimmate - un tipo di ricompensa che a lui fu molto gradito ma di cui, di nuovo, non parlò mai apertamente parendogli del tutto fuor di luogo vantarsi di una grazia così grande (che tuttavia, proprio per la sua natura, non poteva essere davvero tenuta nascosta, anche se Francesco ci provò con grande diligenza).
Ammettere di non poter presumere di sapere cosa era giusto e cosa era sbagliato nel disegno divino per gli altri era un pensiero abbastanza insolito, a quei tempi come sempre. Il mondo trabocca e pullula da sempre di persone assai convinte di sapere cosa è bene e cosa è giusto per tutti, ma che assai raramente si scomodano cercando di vivere in coerenza con quel che sentono giusto per loro. La conversione francescana doveva avvenire non tanto con la persuasione o la minaccia delle orribili pene che aspettavano il peccatore nell'aldilà ma prima di tutto con l'offerta della misericordia, della comprensione e del rispetto. Francesco non ammansì il lupo di Gubbio, se non in senso metaforico, ma non è affatto un caso che una storia del genere gli venisse attribuita perché il suo modo di rivolgersi al lupo denota appunto comprensione e umiltà, oltre a una gentile offerta fatta in nome dell'amore. È più o meno la stessa linea che seguì per convertire un gruppo di briganti che vivevano allo stato brado nella foresta assalendo gli sventurati viandanti: i frati si presentano da loro chiamandoli fratelli briganti e offrendogli buon pane e buon vino, che imbandiscono su una bella tovaglia pulita distesa sull'erba, poi li servono alla mensa, gli parlano con dolcezza e quando i briganti hanno ben mangiato gli chiedono di promettere di non assalire più nessuno: i briganti mangiano, ascoltano e promettono. Il giorno dopo la mensa viene arricchita con uova e formaggio e dopo averli serviti i frati li esortano ad abbandonare la scomoda e dura vita nella foresta. Così, ammansiti dalle buone parole, dal buon pasto e dalla gentilezza dei frati finiscono in breve tempo per unirsi all'ordine propter familiaritatem et caritatem dei frati. La gentilezza, la dolcezza e soprattutto l'empatia sono le note che toccano i cuori e suscitano pentimento e conversione. I peccatori vanno avvicinati non con la mìcollera e la minaccia, né con la superbia di chi sa di essere meglio di loro e perciò li guarda dall'altro in basso, ma con l'umiltà di chi chiede che gli sia consentito  servirli e aiutarli.
Tutto questo va applicato ai peccatori ma anche a tutti i sofferenti: i poveri, gli ammalati, gli infelici. È la stessa comprensione e la stessa cortesia che Francesco applica per esempio a un frate che, avendo praticato in maniera eccessiva il digiuno,  nella notte si lamenta che si sente morire di fame: Francesco lo conforta, lo fa mangiare ma fa di più: perché il poverino non si senta umiliato mangiano tutti insieme a lui. Solo dopo Francesco gli ricorda che il nostro fratello corpo non va eccessivamente maltrattato, negandogli troppo la sua giusta mercede., e che non tutti abbiamo le stesse necessità alimentari. È anche la stessa cortesia che applica con gli ultimi degli ultimi, i lebbrosi, quando mangia con loro (in un caso,  addirittura dallo stesso piatto) oltre ad assisterli, fornendogli oltre alle cure un aiuto spirituale e facendogli sentire di essere, nonostante tutto, qualcosa di più che dei poveri appestati. Non a caso è proprio da un lebbroso che inizia la sua conversione, come ricorda nel Testamento, nel momento in cui Dio gli fece misericordia  e lui si accorge che l'amarezza di accostarsi a qualcosa di ripugnante si trasformava nella dolcezza di abbracciare un fratello.
Questo tipo di spiritualità, basata non soltanto sull'aiuto ma sulla dolcezza della condivisione è il tratto che caratterizza gli interventi dei francescani nel mondo sin dalla nascita dell'ordine, e il vero lascito che Francesco ha lasciato all'umanità - qualcosa, in effetti, più importante dell'avere una capanna di legno e paglia oppure di pietra intonacata e decorata con affreschi; viene quindi da pensare, almeno a me, che nella sua coerenza, Francesco abbia fatto la scelta giusta non intervenendo a favore della forma ma piuttosto cercando di rispettare la sostanza  e prima ancora la sua coerenza e la sua anima, e soprattutto l'anima degli altri.

* apocrifa sì ,a ben costruita. E forse nemmeno tanto apocrifa, se si accetta che abbia la sua base in un evento reale vagamente simile attestato da fonte assai attendibile, vedi più avanti.
** qui una lista delle più famose citazioni prive di riscontro
*** pur ammettendo senza difficoltà che un sacco di gente ne sa più di me sull'argomento, si capisce
**** perché va ben ammesso che in quel film l'Umbria recita meravigliosamente
***** (che peraltro non si chiamava affatto Francesco)
****** Scripta Leonis, Rufini et Angeli sociorum S. Francisci, 1979, Oxford Clarendon Press, capp. 75-6.
L'episodio della conversione dei fratres latrones è narrato al capitolo 90.
Il frate che in piena nitte urla che muore di fame è al capitolo 1.
Il pranzo col lebbroso è narrato al capitolo 22.

martedì 5 gennaio 2016

I miei insegnanti - La prof. Jazinga


In terza liceo, l'anno dell'esame di maturità arrivò la prof. Jazinga, anche lei supplente annuale - che non si dica che i precari vanno di moda soltanto adesso.
Era visibilmente più giovane di qualsiasi insegnante circolasse in quel liceo (probabilmente  sulla trentina) ed era anche un po' di casa: non soltanto aveva studiato lì, ma anche la sua sorella minore aveva studiato lì, per giunta nella nostra sezione, per giunta nella classe che fece la terza liceo quando noi facevamo la prima e costei (la sorella minore) era anche carissima amica della sorella maggiore di una di noi, pure lei in quella classe... insomma vederla in cattedra dava una certa aria di famiglia.
Era piuttosto carina, piuttosto simpatica, piuttosto alla mano, per niente aggressiva - nella mia mente quando la vedevo balenava l'immagine di un bel coniglio d'angora con lunghe orecchie vellutate.
Era anche decisamente gentile. Sary osservò subito che alla fine delle spiegazioni non domandava "Avete capito?" ma "Sono stata chiara?" - che non è affatto la stessa cosa, perché spostava l'accento dalla durezza della nostra cervice ad eventuale sua incapacità nello spiegare.
Aveva una voce calda e profonda, di quelle facilmente imitabili, caratterizzata da una r arrotata oltre al limite dell'arrotabile. I sui miti vavi e pveziosi e pvettamente alessandvini e i vevsi che gvondavano vetovica entrarono ben presto nel nostro frasario - Sary lo disegnò anche, il mito vavo e pvezioso: un rubino ben sfaccettato, con le gambine, i braccini e la testolina.
Vedendoci scrivere come castori ogni volta che apriva bocca per accennare una spiegazione, e supplicare ripetizioni ogni volta che ci sfuggiva una parola osservò blandamente che le sarebbe piaciuto che ci liberassimo dell'ossessione "oddiosenonhogliappunticomefo?". Ma ormai prendere appunti era diventata una nostra seconda natura, e dovette rassegnarsi.
Si vedeva benissimo che insegnava volentieri e che quel che insegnava le piaceva e le interessava. Era ben preparata, ma anche abituata a porsi domande. Quando, spiegandoci la tragedia, partì dall'etimologia della parola (viene da tragos, capro, e ode, canto) per poi immergersi nelle varie possibilità - canto del capro, canto per il capro, o canto in onore del sacrificio del capro? - sviscerandole una ad una con tutti i dettagli del caso, ci rendemmo conto che l'epoca delle dispense da mandare a memoria era finita e ricominciammo a fare domande, cui seguiva sempre un accurata risposta, infarcita di citazioni di testi e riferimenti a questioni varie. Latino e greco tornarono materie vive e nessuno, che io sappia, rimpianse le interrogazioni programmate in formaldeide dell'anno prima.
Diede anche una notevole botta di vita a Lucrezio, che immagino avessimo fatto anche l'anno prima (la Picchia ci avrà pur parlato di Lucrezio e Catullo, visto che sono autori assolutamente obbligatori, e probabilmente li aveva resi noiosi oltre ogni umano dire, ma io li ricordo solo attraverso le parole della Jazinga) che quell'anno era il nostro testo di lettura - e Lucrezio rifulse in tutto il suo notevole splendore, verso dopo verso.
Le sue lezioni erano vivaci, rumorose e a volte anche un pelo caotiche, ma c'era dentro molto calore.
Così ci facemmo una buona cultura sull'ellenismo e i suoi miti rari e preziosi (con o senza gambine); e immagino che avremo anche studiato - c'era l'esame, e nessuno di noi se lo riusciva a dimenticare per un minuto che fosse uno; e avremo anche fatto compiti scritti in quantità bastevole e abbondanti interrogazioni, dove certo non avrò brillato ma nemmeno avrò detto nulla di irreparabile, dal momento che non ricordo voti particolarmente bassi. Comunque non ricordo una particolare fatica associata al latino e al greco, quell'anno; però ricordo parecchio di quello che ci raccontò e che leggemmo, e dunque in qualche momento avrò pure studiato; tra l'altro, molti anni dopo, mentre assistevo a un Acis and Galathea di Haendel realizzai improvvisamente che la storia era tratta da uno di quei miti vavi, pveziosi e pvettamente alessandvini di cui ci aveva dettagliatamente parlato e riconobbi diversi passi del libretto (era un idillio di Teocrito, poi ripreso da Ovidio nelle Metamorfosi).

Senza noia, senza strepiti e senza grande affanno ma con non poco divertimento, il terzo anno di liceo per latino e greco passò, in una girandola di soffitti dorati a cassettoni, coppie di amanti assolutamente irregolari e pecorelle e giovenche al pascolo, più molti riferimenti a Minucio Felice, autore che doveva chiudere il nostro programma ma che non toccammo mai. Si limitò a nominarlo ma non ce ne disse mai niente né alcuno di noi provò ad informarsi in merito. In cuor mio ho sempre sospettato che non fosse una gran perdita.

lunedì 24 agosto 2015

I miei insegnanti - La prof. Picchia



La prof. Picchia arrivò in seconda liceo, ovvero quando la prof. Della Gherardesca ci venne tolta per colpa di una riduzione delle cattedre. Prese il nome da una pettinatura col ciuffo decisamente insolita che la rendeva assai simile allo struzzo noto in Italia come BeepBeep - e sono perfettamente consapevole che uno struzzo non è un picchio, né ricordo i vari e demenziali passaggi per cui arrivammo a partorire sì balordo soprannome, comunque per noi fu sempre la prof. Picchia.
Venne con incarico annuale, e l'anno prima aveva insegnato al liceo della Querce, leggendaria e carissima scuola privata di gran prestigio, assai frequentata da quel particolare strato sociale del Vorrei-Tanto-Essere-la-Firenze-Bene;  e si racconta che in quella scuola gli insegnanti venissero pagati più che alla scuola statale. Posso solo aggiungere come commento che alle scuole private gli insegnanti se li sceglievano (a quei tempi senza nemmeno l'obbligo dell'abilitazione) mentre alla pubblica venivano scelti in base al punteggio da una graduatoria e sulla scelta la scuola non poteva intervenire. Insomma da noi arrivò per colpa della nostra ria sorte, mentre alla leggendaria scuola privata se l'erano scelta. Mah?

Il giorno che arrivò io non c'ero, e dovetti contentarmi dei racconti delle compagne.
"E' una zittella" sintetizzò Sary.
"Ma che c'entra, anche la Della Gherardesca non è sposata!" insorsi io.
"La Della Gherardesca non è sposata, lei è una zittella".
Aveva ragione. In tutta la mia vita non ho mai visto alcuna essera umana che cercasse con tanta cura e tanto successo di uniformarsi sin nei minimi particolari al cliché della zittella inacidita. Da notare che era poco sopra la trentina.
Vestiva in modo bigio e assai punitivo, si truccava poco ma certo non in modo da valorizzarsi e sembrava arrivata da un altro pianeta (l'altro soprannome infatti era "Atlas Ufo Robot"). Ed era la persona più priva di senso dell'umorismo o di capacità dialettica in cui abbia mai avuto il piacere di imbattermi.

Il suo metodo di insegnamento era decisamente curioso.
Spiegava. Una, due, tre ore - insomma, il tempo richiesto dall'argomento. Più esattamente dettava appunti che sembravano mandati a memoria. Stava in piedi a spiegare e si aveva l'impressione di vederle uscire dalla bocca un nastro perforato con le parole.
Non potevamo interrompere per fare domande o considerazioni o paragoni. Chi ci provò venne richiesto con garbo di aspettare dopo la fine della spiegazione. Così ci astenemmo da ogni pur minimo tentativo di intervenire nella lezione e prendemmo tanti, tanti appunti.
Ma se c'era qualcosa che non avevamo capito, come li prendevamo gli appunti? Qualcuno in seguito si lamentò che alla fine delle spiegazioni si ritrovava degli appunti che sembravano un groviera*, e che riempire i buchi non era poi così semplice.
Io non avevo particolari buchi negli appunti e tenevo abbastanza bene il ritmo, ma mi annoiavo: erano delle spiegazioni di una noia micidiale. A tutt'oggi mi domando se Cicerone e Orazio (che non ho mai minimamente apprezzato) mi sarebbero sembrati così disperatamente vuoti se me li avesse spiegati qualcun altro.
La Picchia spiegava gli autori: la vita, il pensiero, il meccanismo con cui scrivevano, le loro teorie. Non c'era l'ombra di una interpretazione critica, adesso che ci ripenso. Mai un dubbio, un incertezza, una zona d'ombra, una questione discussa, qualcosa che ammettesse più di una interpretazione, uno straccio di evoluzione nel pensiero - e ripensandoci, la situazione doveva essere davvero di una piattezza mortale se perfino io sentivo la mancanza di un po' di interpretazione critica.
Che poi in un anno quella donna non può certo essersi limitata a fare Cicerone, Orazio ed Epicuro; Io però ricordo solo questi tre e delle spiegazioni interminabili e soporifere.

Faceva le interrogazioni programmate - estremamente programmate, pianificate con almeno un mese di anticipo e accuratamente segnate sul registro di classe. Poniamo, Murasaki  sarebbe stata interrogata il 23 Febbraio su Cicerone e Cesare e Sary il 2 Marzo  sulla prima e seconda ode del primo libro di Orazio. In quel territorio piccolo e ben delimitato ci si aspettava che Murasaki sapesse tutto quel che le era stato detto, fino all'ultima virgola, ma in compenso Murasaki era sicura che mai e poi mai le sarebbe stata rivolta una domanda su altri argomenti. Per contro non erano graditi ampliamenti, considerazioni, riferimenti ad altri testi non fatti in classe eccetera. Insomma, era come andare a nuotare nella piscina per bambini con la ciambella e i braccioli: non c'erano rischi e l'unico modo per non prendere un voto almeno decoroso era non aprire il libro o il quaderno degli appunti.
Studiammo il resto del programma, quello che non era compreso nelle nostre singole interrogazioni programmate? 
Assolutamente no (salvo forse il gruppetto dei bravissimi): c'erano tanti altri modi più interessanti per passare il tempo - al limite, anche studiare le altre materie.
Ovviamente per quelle interrogazioni studiavamo tutti con molta cura e mandavamo a memoria quanto ci era richiesto, annoiandoci con dignità. Si instaurò anzi la tradizione di fare forca il giorno prima dell'interrogazione programmata onde andare alla Biblioteca Marucelliana vicino al liceo per ripassare con gran cura. 
Fu così che riuscii perfino a prendersi 7/8 a un interrogazione di greco (!) il che mi convinse definitivamente che quel metodo era del tutto balordo perché il mio greco era del tutto inferiore al sette (arrancando a vista, nei momenti migliori, nella zona intorno al sei) e quanto all'otto non era nemmeno da prendere in considerazione riferendosi a me.
Certo, in quel modo si evitavano polemiche e reclami. Ma, per quanto ricordo, in tanti negli anni precedenti avevamo incassato i nostri bravi quattro e cinque (e qualcuno aveva visto anche dei meritatissimi tre) senza reclami né da parte nostra né dalle famiglie.  
Forse alla Querce le cose andavano diversamente? Sinceramente non lo so.
Anche i compiti scritti andavano in modo abbastanza curioso - per me, sempre in greco, arrivò anzi un misteriosissimo sette e mezzo. No, non avevo copiato. Assolutamente. Non so cos'era successo. Escludo però di avere fatto una traduzione da sette e mezzo: non ne ero materialmente capace. In latino sarebbe magari stato possibile, ma in greco no (in latino però i voti rimasero misteriosamente appiattiti intorno al sei e mezzo).
In quelle versioni erano segnati stranissimi errori, per esempio non si doveva scrivere che i romani combattevano con i Cartaginesi, bensì contro i Cartaginesi, casomai qualcuno pensasse che i Romani, improvvisamente impazziti, si fossero alleati contro i loro tradizionali nemici per combattere contro il nulla. 
Forse il mio italiano impeccabile mi fu di aiuto? Oppure per qualche strano motivo agli occhi della Picchia facevo parte d'ufficio del gruppo dei piùchesufficienti? Mi colpì però il fatto che la fanciulla del banco davanti al mio prendesse sempre cinque/cinque e mezzo, laddove in precedenza aveva un range non brillantissimo, ma che oscillava tra il cinque e mezzo e il sei e mezzo.
Il fatto che io prendessi sette e mezzo a greco scritto non era l'unica stranezza di quei voti, alquanto frazionati. Rimasero famosi il sette meno meno meno, l'otto meno ma qualcosa di più e il leggendario tra il sette/otto e l'otto meno. Farne la media doveva essere un esperienza affascinante sul piano aritmetico.
Ecco, l'unico lato positivo di quella donna come insegnante era la quantità di aneddoti che ci fornì, uno più strampalato dell'altro. Il rapporto umano, certo, era inconsistente (difficile avere un rapporto emotivamente caldo con chi ti considera più o meno alla stregua di un juke-box dove metti la monetina ed esce la canzone che hai scelto) ma per farne caricature, imitazioni e prese di giro varie era eccellente, e nessuno di noi ne aveva paura.
Come ho già detto, era a incarico annuale e a Giugno sparì. 
Nessuno la rimpianse.

*in realtà il groviera non ha buchi, ma in italiano l'uso comune è di considerarlo, appunto, un formaggio con i buchi. 

sabato 4 gennaio 2014

I miei insegnanti - La prof. De Divinis

Josephine Wall - Moon Godness

E' con profondo senso di inadeguatezza che mi accingo a ricordare quella che per me è stata l'Insegnante per eccellenza, ovvero Colei Che Apre Le Porte. Non tutti ne incontrano una (o uno) e pochi hanno la possibilità di averla a lungo. Io l'ho avuta per due anni, al Ginnasio, e ha inciso su di me con una forza che mi rende impossibile immaginare come sarebbe stata la mia vita se non l'avessi incontrata.

Con scarso entusiasmo andai al Liceo Classico: avevo il dente avvelenato verso la cultura classica e un'allergia alla retorica non del tutto insolita per una quattordicenne - per tacere di un profondo e confuso amore per tutto ciò che era celtico e nordico. Le premesse per un disastro c'erano tutte, e solo la cieca determinazione di una madre in cerca del Riscatto Sociale* poteva non vederle. Quanto a mio padre, aveva delegato la questione a mia madre in quanto Esperta di Scuola (ci lavorava, come insegnante delle elementari). Nessuno pensò a chiedere il mio parere, e del resto io stessa non immaginavo di averne uno e mi lasciai gestire con la stessa forza di iniziativa di un pacco postale.  Nonostante al liceo abbia incontrato alcune delle persone più importanti della mia vita e mi sia nel complesso divertita molto, tuttora ho la convinzione di aver sbagliato a lasciar fare.

All'epoca l'insegnante di Lettere del Ginnasio era una sorta di maestro unico che per diciotto ore a settimana si occupava della nostra preparazione in Italiano, Latino, Greco, Storia e Geografia. Costui o costei si ritrovava avvinto/a alla classe in un abbraccio mortale che nessun'altra cattedra conosce o conosceva, perché perfino nel tempo prolungato delle medie al più si fanno quindici ore nella stessa classe e le rimanenti sono a disposizione o  spicciolate in recuperi a classi aperte, mense, alternative a Religione o laboratori che permettono di entrare in contatto con altre classi, o almeno gruppi di alunni di altre classi.
Al Ginnasio, per 18 ore e nelle cinque materie di gran lunga più importanti, un solo insegnante faceva e disfaceva; per giunta, la maggior parte degli insegnanti di Latino e Greco era (e in parte è tuttora) afflitta da forme di follia e onnipotenza più o meno conclamate nonché da una più o meno sottile tendenza al sadismo.

Ma la prof. De Divinis, pur amando profondamente sia il suo lavoro (che faceva benissimo) che la cultura classica (che conosceva assai a fondo) non aveva alcuna vena sadica e anzi trattava con profondo rispetto e gentilezza i suoi alunni, tutti, e li studiava ed esaminava con gran cura, maneggiandoli con la cautela che gli artificieri usano per i pacchi sospetti e mettendone in evidenza gli aspetti positivi, sui quali faceva leva. Credo sia stato grazie a questo che diventammo una classe e non un'accozzaglia di individui riuniti per avventura in un corso di studi - pur essendo, in verità, una collezione di creature invero assai disparate.

Vorrei poter dire che, con pochi e agili tocchi, fece di me un'eccellente studentessa di greco e latino, ma non fu così; il greco fu per me sin dall'inizio una dark zone, e il latino mi rimase abbastanza ostico: le mie prevenzioni erano radicate troppo a fondo e in quegli anni non ero esattamente in una fase felice e disponibile, senza contare che la profonda e assoluta devozione che avevo per lei finì per complicare il tutto. I miei voti a italiano comunque erano stratosferici e quelli a storia e geografia piuttosto onorevoli, e ogni volta che suggeriva in modo più o meno casuale un libro me lo leggevo con grande premura (anche perché farlo mi dava una buona scusa per non studiare la grammatica. Dubito però che ci suggerisse di leggere per consentirci di aggirare gli esercizi di grammatica, e ne dubitavo anche allora).
Nel giro di pochissimi giorni abbandonai ogni tipo di filtro critico e mi spalmai come burro su ogni sua teoria o convinzione, facendole mie. A distanza di più di trent'anni, e con un patrimonio di studi mio personale, devo dire che non ricordo un solo commento o annotazione su cui, con l'andare degli anni, abbia cambiato idea rispetto a quel che diceva lei: fosse Kafka, Euripide o Ungaretti, Virgilio, Platone o Manzoni, la sua interpretazione è sempre rimasta ai miei occhi quella giusta. E c'era un valore aggiunto in ogni cosa che faceva scivolare nelle lezioni, fossero le etimologie, le analisi delle radici, i paralleli con il sanscrito, i racconti di mitologia greca e latina, l'interpretazione delle fonti per storia.

Era una tipica Anziana Signora (doveva essere nata intorno alla prima guerra mondiale): minuta, con voce esile e gesti tranquilli, senza nulla di molto appariscente ma con una certa eleganza di fondo. I suoi metodi di insegnamento però non erano particolarmente tradizionali. L'analisi dei testi, per esempio, la facevamo insieme.
Che cosa vuol dire questo? Cosa significa quest'altro? Perché viene usata questa parola, in questo punto? Come interpretate la reazione di X? Che impressione vi ha fatto Y? Che mi dite di questo verso? 
Imparai quante cose, quanta enorme enormità di significati potesse racchiudere una frase, un verso, la scelta di una parola, l'uso di un determinato tempo verbale invece di un altro. Quante cose riuscivano a stare in un paragrafo, in un racconto, in un libro. Quanti significati racchiudesse la parola "romanticismo", quante sfaccettature l'analisi di un singolo verbo greco, quante ambivalenze lo studio di un singolo animale sacro.

Siamo stati una classe che ha amato Manzoni.
Ripeto: siamo stati una classe che ha amato Manzoni, perché lo amava lei. Abbiamo letto i Promessi Sposi, tutti. Verso la fine dell'anno ci chiese se preferivamo finire i Promessi Sposi o l'Adelchi (ci mancava l'ultimo atto). Fu una decisione sofferta perché ci erano piaciuti entrambi, ma alla fine scegliemmo i Promessi Sposi, e ricordo ancora quelle belle giornate non troppo calde con la sua voce sottile che leggeva**, e la morte di Ermengarda, con una parte della classe che si asciugava gli occhi. 
I dialoghi di Platone (sì, ci lesse un bel pezzo del Gorgia, oltre a fare l'Eutifrone come testo di lettura in greco). Il messaggio dell'imperatore di Kafka. Le mal vietate Alpi di Foscolo, così chiamate perché chiunque volesse passarci ci passava per poi invaderci. I continui e infiniti riferimenti all'Odissea, che credo conoscesse a memoria. Le poesie di Archiloco e Mimnermo. Io prediletto / io reietto (e questo era Enea, ma erano e sono un po' tutti gli eroi). E qui la smetto perché sta diventando un elenco. 
Ma niente vite degli autori, al massimo qualche riferimento storico al periodo. A tutt'oggi sono convinta che la vita di un autore acquista un senso solo dopo che hai conosciuto molto bene la sua produzione testuale, e non viceversa.

I temi che ci assegnava nascevano dal lavoro che facevamo insieme, e non erano mai vere tracce. Ci disse  che la sera prima di andare a dormire stabiliva "per domattina voglio tre temi sul comodino" e li trovava sempre. Erano temi che sarebbero risultati incomprensibili al resto dell'umanità, immagino: "La tana" (era preso da un racconto di Kafka), "La prova", "Silla" (lo mandai a coltivare rose, il sogno da sempre), lo scudo di Archiloco abbandonato in battaglia... no, credo che lì ci chiedesse di parlare di qualche poesia di Archiloco, ma io ci feci una tirata antimilitarista.
I temi più belli venivano letti ad alta voce. Da chi li aveva scritti. Ricordo ancora l'orribile disagio del malcapitato di turno, che a volte ero io. Ma non era nemmeno concepibile dire di no alla De Divinis, capite, per cui anche i più timidi (ovvero TUTTI, in quei casi) leggevano, nonostante il terrore di inciampare nelle frasi, in un silenzio irreale e attentissimo dei compagni che non migliorava certo la situazione - eppure da quelle letture ho imparato un'inifinità di cose su di loro (e loro su di me).
Le conversazioni in latino - furono solo due, in realtà, ma sono esperienze che restano impresse. Lei faceva le domande in latino e noi dovevamo rispondere in latino. Lo strano è che ci riuscivamo, ci riuscivo perfino io. E le affascinanti lezioni di grammatica (sì, le affascinanti lezioni di grammatica, l'ho scritto e intendevo proprio dire quello che sembra. Erano affascinanti, ricche e complete, incredibilmente complete), in particolare quelle sul periodo ipotetico, che era una sua fissazione. Ma in effetti, mi sono resa conto con gli anni, quando hai davvero capito come funziona il periodo ipotetico, hai fatto davvero un bel passo avanti, sia in latino che in greco che in italiano.

A fine biennio ci salutò con una lettera - una per ognuno di noi, intendo. Conteneva un'analisi... non so, del nostro lavoro in quei due anni? Del nostro carattere? Un suggerimento per il futuro? Un po' di tutto questo, e qualcos'altro ancora.  Adesso che insegno anch'io so quanto coraggio ci vuole per fare una cosa del genere, ma soprattutto quanta cura e quanta attenzione verso i ragazzi. Erano lettere singolarmente azzeccate (non ho letto solo la mia, che naturalmente conservo con gran cura). Ed erano belle, molto belle.

Difficile dire cosa abbia preso da lei nel mio modo di insegnare, perché non è un'insegnante che riesco a guardare dall'esterno, com'è stato per tutti gli altri: ha contribuito troppo a fare di me quel che sono. Certamente l'attenzione per la grammatica (soprattutto il periodo ipotetico) e l'arte di far scivolare nelle lezioni elementi di un livello molto superiore, con nonchalance. Un sacco, ma veramente un sacco, di pure e bieche nozioni. Il modo di affrontare la storia. Il modo di affrontare la mitologia. Certamente il concetto che gli alunni vanno certo istruiti, certo amati, ma prima e soprattutto rispettati. L'idea che le classi non nascano per caso e vadano, nei limiti del possibile, amalgamate perché maggiore è il numero di canali di comunicazione aperti e meglio si lavora. Il modo di preparare i temi. Probabilmente anche molte altre cose. 
Di sicuro l'esclamazione "Signori!" quando la classe va richiamata all'ordine e all'attenzione.

*I miei avevano fatto le superiori ma non il liceo perché in famiglia si preferì fargli fare qualcosa che gli permettesse di lavorare appena finite le scuole - il che, considerando che finirono le scuole subito dopo la guerra, non si rivelò poi un'idea così improvvida.
**voce sottile, ma con una bella resistenza: quando dico che abbiamo letto tutti i Promessi Sposi intendo che li ha letti tutti, in classe, lei. Noi ascoltavamo, e all'occorrenza facevamo domande.Mancavano solo spremute di frutta e pasticcini, poi il servizio sarebbe stato davvero completo.

giovedì 8 agosto 2013

I miei insegnanti - La prof. Simona Legree

Uno studente supplica invano la prof. Legree per avere una piccola dilazione per i compiti. 
 Sullo sfondo il cotone, che si sforza di essere il più produttivo possibile nella speranza di evitare le sferzate

Per la legge del contrappasso, dopo il prof. Blasio arrivò la prof. Legree. All'epoca costei faceva ancora le supplenze annuali, ma si era già conquistata una certa reputazione. Neanche a farlo apposta, la sua cattedra era a metà con il blasonato liceo scientifico dove andavano le mie amiche, così potemmo rimbalzarci pettegolezzi e voci di corridoio.
Costei era terribile. Una vera negriera. Avrebbe perfino messo alla frusta i semi del cotone, per farli produrre di più. Ed era strettissima di voti.
Beh, diciamo che non regalava niente. E che si era ritrovata con una classe all'ultimo anno che il grande e leggendario prof. Blasio aveva lasciato nelle secche della letteratura del Seicento. Era una fedele adepta della critica marxista, ma comunque qualsiasi scuola critica dà per scontato che  per studiare l'Ottocento e il Novecento ci voglia una certa consapevolezza di quel che era andato maturando nella seconda metà del Settecento, né le accorte lezioni di storia del prof. Ruf   riuscivano a soccorrerci a tal riguardo, quand'anche avessimo tentato di ascoltarle. Ora che ci penso, nelle prime settimane la Legree tentò effettivamente degli agganci introdotti dalla celebre frase "come avete fatto a storia", ma col  tempo perse l'abitudine e si rassegnò a darci un po' di coordinate storiche che ci permettessero di seguire le sue argomentazioni.

Il primo impatto fu drammatico per tutti. Lei, quando scoprì dove eravamo arrivati col programma, sbiancò e mormorò un flebile "Non è possibile" (e ricordo di averla trovata davvero un po' esagerata, pur comprendendo il suo punto di vista: e la miseria, era un programma di Italiano, non una questione di vita o di morte. Saremmo sopravvissuti tutti quanti, giusto?). 
Noi, alla consegna del primo tema, guardammo con orrore quei voti così mirabilmente bassi, e in molti casi addirittura insufficienti e ci domandammo quale sarebbe stata la nostra infelice sorte (anche lì, forte di un qualcosa intorno al sette che era comunque uno dei cinque voti più alti della classe, ricordo di aver trovato un po' eccessivo il gran lamentare che si faceva intorno a me: e la miseria, un periodo di adattamento ci voleva sempre, al cambio di un insegnante, giusto?).
Quell'anno la classe desiderava assai vibrare e tremare ed entrare in ansia: perché a Giugno ci aspettava nientemeno che la Maturità, terribile mostro a sette teste (che nel caso del liceo classico era una tigre di carta, perché passavano tutti) dove tutti noi saremmo stati impallinati senza pietà come quaglie alla riapertura della caccia. Tragedia, tragedia, terribile tragedia! E in qualche modo la nostra ansia veniva probabilmente anche dalla prof. Legree, vuoi che temesse di non essere all'altezza dell'immane compito di darci una preparazione adeguata, vuoi che, pur essendo un'ottima insegnante, tendesse comunque a drammatizzare un po' le cose.

La frusta schioccò sulle nostre teste e tutti noi chinammo il capo e cominciammo a studiare furiosamente. Appunti, appunti e ancora appunti. Tonnellate di appunti riempirono i nostri quaderni. Dopo un mese eravamo tutti esperti Settecentisti e si partì col programma vero e proprio - un programma un po' aggiornato, perché nel nostro arcaico Salinari mancavano diversi autori a quanto pareva imprescindibili - ad esempio Porta, Baudelaire, Verlaine - nonché testi imprescindibili - ad esempio l'introduzione al Didimo Chierico di Foscolo, che in verità non ci sembrò poi così imperdibile, e quella del Ritratto di Dorian Gray di Wilde, che in effetti mi convinse molto di più. E Germinal, che in molti lessero (ma io no, per una volta: perché avevo già preso in mano una volta un romanzo di Zola, e mi ero resa conto che non era pane per i miei denti). Fotocopie, fotocopie e ancora fotocopie, non solo di testi ma anche di saggi critici. Gramsci a colazione, pranzo e cena. Auerbach, Fubini, Spitzer. L'erlebte rede di Verga, col suo coro di parlanti popolari semireale, l'interpretazione figurale di Dante e l'onnipresente intellettuale organico, che invece di suonare l'organetto alle feste di paese o all'angolo di strada aiutava a prendere coscienza di sé la classe sociale che rappresentava. Croce per diritto e per rovescio (no, non il punto da ricamo, bensì il celebre critico e filosofo) e una barcata di altra gente. Arrivammo a Pirandello, un po' stremati, più dieci canti di Dante spiegati in modo davvero mirabile.

Studiammo tutti, con devozione e con accanimento, in qualche caso (per esempio io, ma non solo) anche con una certa passione. Non ho mai preso molto sul serio la critica letteraria, ma con lei per la prima e unica volta ebbi l'impressione  che forse non era solo un'esasperante serie di seghe mentali, ma poteva perfino servire a capire meglio un testo. La scintilla del Grande Amore comunque non scoccò mai, con nessuno, per quel che ne so.
Era all'apparenza piuttosto fredda, in cattedra - dico all'apparenza perché mi sembra che mettesse molta passione nel suo lavoro: in fondo ci fece un bel po' di ore in più aggratis, e una valanga di interrogazioni fuori classe, né si risparmiò mai in alcun modo; ma in classe, quando c'era lei, la temperatura emotiva era decisamente fredda. Era bassa di voti ed esigente e correttissima come la prof. Della Gherardesca, era elegante come lei, come lei non si allargava e non si intrometteva, ma certo con la prof. Legree non si stabilì mai nemmeno un'ombra di quella confidenza o di quella complicità che in un anno di stretta convivenza sono quasi inevitabili. Ad ogni modo io ne ho conservato un buon ricordo, perché quel che diceva mi interessava, e anche quando non mi interessava mi dava l'impressione che un giorno, in futuro, avrebbe potuto interessarmi e quindi lo ascoltavo comunque con attenzione.

Anche qui c'è un epilogo a sorpresa. Qualche anno fa mi telefonò Sary, annunciandomi che un nostro compagno di classe aveva iscritto sua figlia al nostro liceo, e lo aveva fatto al solo scopo di assicurargli la Legree come insegnante.
"Boh, è una scelta come tante" commentai "Era senz'altro una brava insegnante, però, dopo trent'anni non so se..."
"Sì, ma tu non la odiavi" ribatté Sary "E non cambiavi marciapiede quando la vedevi per non salutarla".
"Non penso proprio che l'avrei fatto" ammisi "Anche se in effetti non l'ho mai incontrata. Ma di sicuro non la odiavo, anzi ne ho un buon ricordo".
"Per l'appunto. Lui invece la odiava".
Il cuore umano è, invero, un curioso guazzabuglio - né, in effetti, il nostro comune compagno di classe ci è mai sembrato una persona particolarmente notevole per buon senso. Ma, se mai qualcuno dei miei alunni mi ha odiato o mi odierà, spero caldamente che si astenga dal mandarmi qualche suo figlio a scuola apposta perché mi abbia per insegnante. Lo troverei piuttosto inquietante, ecco.

lunedì 5 agosto 2013

I miei insegnanti - Il prof. Blasio

Il prof. Blasio, qui ritratto mentre preparava le sue lezioni

Sulla carta era uno dei Grandi Nomi del nostro glorioso Liceo, nonché uno dei motivi di vanto della nostra gloriosa sezione. Era in effetti un nome di un certo peso, e non solo a livello cittadino. Molti suoi alunni lo hanno indicato come il loro insegnante di riferimento, e quando è morto ne hanno lodato senza mezze misure la preparazione, la grande cultura, la competenza ma anche e soprattutto quella capacità di rendere viva la materia e di appassionare le scolaresche scolpendo nelle loro tenere menti non solo versi e brani e analisi critiche, ma anche e soprattutto parametri di giudizio e coordinate culturali. E pare fosse anche un'ottima compagnia nelle escursioni fuori scuola che a volte organizzava. 

"Eh, adesso che siete al liceo avrete il prof. Blasio" - ci dicevano i nostri colleghi dell'ultimo anno "Vedrete, vedrete le meraviglie". E sembrava quasi che ce lo invidiassero, il grande privilegio di riaverlo al primo anno del triennio.


A noi non fece né caldo né freddo. E siamo ancora qui a domandarci che cosa ci avessero trovato, di tanto mirabolante, gli altri.


E' chiaro che il prof. Blasio per noi è stato un'occasione persa, ma come abbiamo fatto a perderla non l'ho ancora capito. Certo non per colpa di pregiudizi, perché se mai su di lui ne avevamo, erano a suo favore.

Ma non funzionò sin dalle primissime lezioni.

In cuor mio ho sempre coltivato la personalissima teoria che alla base ci fosse prima di tutto un problema di genere; eravamo infatti verso la fine degli anni '70, cioè in quegli anni in cui la gran parte del genere maschile* scoprì che quasi tutto quel che pensava e diceva sulle donne era sbagliato. In molti si sforzarono di rimediare a quest'increscioso stato di cose, ma per alcuni disincagliarsi da vecchie pastoie si rivelò piuttosto difficile se non impossibile.

In classe eravamo 21 ragazze e buona parte dei 7 ragazzi erano stati fin dall'inizio espulsi all'esterno del gruppo per manifesta inadeguatezza. Inoltre, specie dopo due anni di ginnasio in cui la De Divinis ci aveva fatto da maestra unica, il concetto che la conoscenza si trasmetteva per via femminile era in noi saldamente ancorato - per abitudine, più che per convinzione, né il prof. Ruf aveva fatto molto per riequilibrare le nostre idee in proposito. E il prof. Blasio trattava noi fanciulle con un blando paternalismo di cui era beatamente inconsapevole, ma che noi percepivamo con chiarezza e che ci irritava assai. Ci colpì molto ad esempio il racconto che ci fece, di quando, anni prima, leggeva in classe l'Ariosto Spinto** dopo aver allontanato l'unica alunna femmina in biblioteca. Era chiaro di come non si rendeva conto che una classe composta per tre quarti di fanciulle rampanti non era in grado di apprezzare nel migliore dei modi una storia del genere. 
C'era poi il fatto che fumava. Ora, all'epoca a scuola tutti fumavano senza problemi - ma in corridoio. In classe c'era un bel cartello con su scritto "VIETATO FUMARE", proprio dietro la cattedra. Quando una fanciulla del primo banco (che tra l'altro aveva problemi di nausee ricorrenti e non sopportava il fumo) osò protestare, si sentì rispondere che la multa era di 10.000 lire e lui era disposto a pagarla - e per meglio dimostrarlo tirò fuori una bella banconota croccante da 10.000 lire e la poggiò sulla cattedra in un silenzio di gelo. Quando poi un'altra fanciulla accanita fumatrice suggerì che, in tal caso, tutti avevamo il diritto di fumare, si sentì rispondere di no - non ricordo se in osservanza del divieto, che per noi valeva, per qualche oscuro motivo, o se perché noi eravamo ventotto mentre lui era uno o, più semplicemente, perché lui era lui e noi non eravamo un cazzo. E non son gesti e risposte che predispongono a tuo favore una scolaresca***.  Anche il fatto che Sabato, nella stagione di caccia, lui fosse regolarmente assente non contribuì a entusiasmarci nei suoi confronti****.

Può darsi dunque che qualcosa di non troppo facilmente quantificabile da parte nostra non gli abbia dato il giusto slancio - resta il fatto che con noi non faceva una sega.
Lo abbiamo avuto negli ultimi due anni della carriera. La quale carriera, sembra, dice, narrano, si fosse incagliata sulle secche di una cattedra universitaria non ottenuta in barba ai suoi numerosi titoli, togliendogli l'entusiasmo e la verve che abitualmente profondeva nel suo lavoro; e dire che, comunque, la cattedra non gliel'avevamo negata noi non serve a nulla perché l'entusiasmo, come il coraggio, se uno non ce l'ha non può darselo. 
Può darsi che fosse semplicemente stufo. Può darsi che boh. Comunque, con noi lavorò ben poco, e noi con lui; il che contribuì vieppiù a innervosirci perché eravamo una classe molto ben disposta verso la letteratura italiana.
Un po' di poesia delle origini (fatta piuttosto bene, devo dire), un po' di Dolce Stil Novo e poi Dante, due lezioni su Petrarca senza interrogazione (fatte bene pure quelle, mi accorsi quando ripresi in mano Petrarca alla SSIS), Boccaccio da studiare durante l'estate e archiviato con un'oretta di ripasso generale all'inizio del secondo anno.
L'anno dopo un pizzico di Dante, un po' di Ariosto spelluzzicato (compreso qualche bocconcino dell'Ariosto Spinto), un vago accenno al Seicento, e morta lì. L'unico autore fatto a dovere fu Machiavelli, anche perché c'era la richiesta tassativa di recitare la Mandragola a fine anno. Noi non avevamo nessuna voglia di recitare la Mandragola, ma nessuno osò dirlo apertamente e quindi per tutto l'anno una volta alla settimana restammo un'ora in più in classe a provare - il che ci permise forse di rafforzare il nostro buon rapporto come classe ma, garantisco, non ci trasformò in attori men che canini.

Si raccontavano cose mirabolanti delle Mandragole di fine anno del prof. Blasio, sui prodigi di scenografia, allestimento, costumi e non so che altro. Della nostra, meno si parla e meglio è (con l'eccezione delle musiche: una delle due musiciste della classe trovò delle musiche del Cinquecento e improvvisò un piccolo coro con una mezza dozzina di soprani con cui vennero cantate le canzoni. Il risultato era davvero gradevole. Peccato durasse circa sette minuti complessivi mentre la rappresentazione toccava le due ore).
Anche se una cosa  merita di essere ricordata, di quella Mandragola: la favolosa parodia che Sary fece di un monologo di Lucrezia (il personaggio che interpretava) e che qui trascrivo fedelissimamente:

"Io ho sempre mai dubitato che la voglia che messer Blasio ha di fare la Mandragola non ci faccia fare qualche errore; e per questo sempre che lui ci ha parlato d'alcuna cosa ne sono stata in gelosia e sospesa, massime poi che m'intervenne quel che voi sapete per andare a Borgunto*****. Ma di tutte le cose che si sono tentate questa mi pare la più strana, di avere a sottomettere la faccia mia a questo vituperio, ed esser cagione che il Blasio muoia (dalle risate) per vituperarmi; che io non crederei, se noi fussimo i soli attori rimasi al mondo, e da noi avesse a risurgere l'umano teatro, che ci fusse tal schifo concesso"******

Intendiamoci, nessuno di noi aveva niente contro la Mandragola, anzi. La trovavamo assai ben scritta e molto divertente; e avremmo tanto voluto che la recitasse qualcuno in grado di renderle maggior giustizia.
L'anno finì e il prof. Blasio andò in pensione; come regalino d'addio ci lasciò tutti i voti alzati di un punto e metà del programma non fatto.

La storia ha un curioso epilogo. L'anno dopo c'era l'esame di maturità, e pur gemendo tutti quanti sotto il peso delle valanghe di compiti che ci assegnava la prof. Legree, a qualcuno venne in mente di andare da lui a chiedere lumi perché "certe cose del programma non erano molto chiare".
Quali fossero queste cose non molto chiare francamente non saprei dire - ma naturalmente mi infilai nel gruppo, un po' per vedere cosa ci avrebbe scodellato quell'uomo e un po' per compagnia. Il risultato furono sei lunghe lezioni, tenute nell'ampio e comodo salotto di casa sua, arrampicati e accovacciati un po' dove potevamo. Lezioni vere, ricche, dense e particolareggiate. Il fatto che lui appoggiasse un'altra scuola critica rispetto alla prof. Legree le rendeva vieppiù affascinanti - era come guardare il mondo attraverso una lente diversa. E finalmente mi feci un'idea del motivo per cui si era parlato di dargli una cattedra universitaria.
Siccome non c'era stato assolutamente modo di fissare un qualche tipo di compenso, finite le lezioni gli spedimmo a casa una cassa di vini (che spero siano risultati di suo gradimento); e mai ci spiegammo perché ci avesse regalato sei ottime lezioni di sì gran pregio, pur avendocele sempre ostinatamente negate in quei due anni in cui lo stato gli versava regolarmente uno stipendio appunto perché ce le tenesse.

*naturalmente c'erano (come c'erano sempre stati) anche uomini che, vuoi per essere stati educati all'estero, vuoi per loro personale capacità, avevano sempre considerato le donne normali esseri umani e come tali a loro si rapportavano. Per costoro l'avvento del femminismo non comportò particolari rivoluzioni dei piani mentali.
**E "l'Ariosto Spinto" rimase per noi una categoria letteraria, esattamente come il Dolce Stil novo o il Romanticismo.
***No, nessun altro insegnante tirò mai fuori una sigaretta in nostra presenza, nemmeno quelli che notoriamente fumavano con gran gusto al di fuori delle ore lavorative.
****Per tacere dei colleghi, che un paio di volte in nostra presenza mostrarono evidenti segni di contrarietà davanti a questa sua tendenza. O forse davanti al fatto che Lui Poteva e che la dirigenza non gli diceva niente perché, appunto, Lui Poteva.
*****La frazioncina nel cui teatrino parrocchiale avvenne l'abominevole rappresentazione, sulla quale mi permetto di stendere un pietoso e ben spesso coltrone.
******Il testo originale di Machiavelli recita:
"Io ho sempre mai dubitato che la voglia che messer Nicia ha d'aver figliuoli non ci faccia fare qualche errore; e per questo sempre che lui m'ha parlato d'alcuna cosa, io ne sono stata in gelosia e sospesa, massime poi che m'intervenne quel che voi sapete per andare ai Servi. Ma di tutte le cose che si sono tentate questa mi pare la più strana, di avere a sottomettere il corpo mio a questo vituperio, ed esser cagione che un uomo muoia per vituperarmi; che io non crederei, se io fussi sola rimasa al mondo , e da me avesse a risurgere l'umana natura, che mi fusse simile partito concesso"

sabato 5 gennaio 2013

I miei insegnanti - la prof. Della Gherardesca


Maat, la dea egiziana della giustizia (più esattamente quella che sovrintendeva all'ordine cosmico)

La prof. Della Gherardesca insegnava greco e latino al triennio ed era una delle istituzioni della nostra sezione di liceo. Aveva reputazione di insegnante severa, gelida e distaccata, di quelle che entrano in classe precedute dal soffio del ghiaccio secco, ma i nostri colleghi dell'ultimo anno ci rassicurarono assicurandoci che si trattava di una persona affidabile ed equilibrata, anche se un po' fredda.
Tuttavia, dopo un'iniziale periodo di cauta osservazione, trovammo che non era nemmeno particolarmente fredda, e che ci stavamo volentieri: un po' distaccata, forse, ma cortese, con il dono di una garbata ironia che apprezzammo molto.
Era una donna non più giovanissima (un po' sopra i quaranta, calcolammo) ma ben tenuta, di bel personale e molto elegante - particolarmente apprezzati da noi ragazze furono una serie di chemisier a fiorellini ma in generale il suo abbigliamento era sempre molto curato, come il trucco. Elegante ma non appariscente.
Era un'insegnante molto ben preparata e piuttosto esigente. Non faceva sconti o regali a nessuno, e certo non si poteva definire larga di voti (ma nemmeno troppo stretta) però nelle sue valutazioni non c'era mai traccia di accanimento o  di parzialità, e non faceva mai il processo alle intenzioni; ad esempio l'unica volta in cui accusò (del tutto a ragione) una ragazza di copiare, davanti ai suoi timidi tentativi di negazione elencò nel dettaglio le circostanze, prove e controprove da lei accumulate nel corso di non meno di tre mesi e svariati scritti, dimostrando così che l'accusa era il risultato di un lungo lavoro e non frutto di un sospetto momentaneo, e lo fece in modo molto preciso e cortese.
Le sue correzioni ai margini delle versioni apparivano sensate, le sue lezioni erano chiare e ben strutturate, le sue domande pertinenti e se avevi studiato sapevi cosa rispondere. Usava insomma un metodo molto tradizionale ed equilibrato, e i suoi criteri di valutazione, per quanto non dichiarati, erano palesi. 
Richiesta del perché non facesse interrogazioni programmate, rispose che con materie come il greco e il latino l'esercizio era essenziale, e che quindi dovevamo studiare sempre, e non una volta ogni tanto.  Era un criterio semplice, magari banale, ma scoprii che funzionava. Moralmente costretta a dare sempre e comunque un'occhiata alla lezione, con lo scorrere dei mesi il mio latino fece notevoli progressi e il mio greco cominciò ad acquistare una parvenza di vita. Alla fine dell'anno i miei scritti di latino erano ampiamente sufficienti, e quelli di greco varcarono trionfalmente la media del cinque (un grande traguardo, per me). Scoprii così che lo studio era una cosa che richiedeva allenamento, né più né meno della preparazione atletica.
Mi specializzai in interrogazioni su Virgilio (all'ultima, l'ultima ora dell'ultimo giorno di scuola dell'anno, presi un pingue 7/8). Aveva scelto un testo con un eccellente commento di La Penna, di cui imparai financo le note delle note. La scansione metrica, appiccicata inizialmente con grande fatica ai primi esametri, diventò un raffinato piacere e mi divertivo a preparare la lettura di ogni brano ripetendola più volte ad alta voce fino a farne una bella lettura fluente ed espressiva. Livio mi riusciva più ostico e le versioni non tornavano mai a dovere se non dopo un accurato controllo comparato con qualcuna delle compagne più brave, ma col tempo e la pazienza imparai ad arrangiarmi.
A fine anno venni rimandata a greco ma, dopo un paziente lavoro estivo, riuscii a fare un'interrogazione quasi rispettabile su Omero, avendo avuto anche la buona sorte di essere interrogata sull'incontro tra Achille e Ulisse negli inferi, che era uno dei pochi passi che ero riuscita a preparare fino in fondo. Il fatto che mi fossi letta tanti testi latini e greci (in italiano!) mi era sempre di grande aiuto, quando ero interrogata sugli autori.

Approdai in seconda liceo molto fiduciosa di poter puntare a più alte vette nelle sue materie (ad esempio passare a giugno in greco con la sufficienza piena), ma purtroppo l'anno iniziò con una doccia fredda.
C'erano i tagli alla scuola (ebbene sì, anche alla fine degli anni '70 c'era la deplorevole abitudine di fare dei periodici tagli alla scuola). Qualche sconsiderato aveva deciso di ridurre il numero delle cattedre e nel nostro liceo vennero accorpate due seconde - rese accorpabili dal fatto che al ginnasio i loro insegnanti le avevano falciate col machete, o forse sarebbe più appropriato dire con la mitragliatrice, e dunque doppiamente sfigate. Di conseguenza saltò una cattedra e la prof. Della Gherardesca, che era la più giovane del lotto (il nostro non era un liceo di professori eccezionalmente giovani, in verità) si ritrovò costretta ad emigrare al biennio, al quale tutti davamo per scontato che non fosse adatta, ma dove avrà certo fatto minor danno di quelle due invasate che avevano massacrato le due classi a suo tempo.
Il liceo si mobilitò: le due seconde, che volevano restare separate e ognuna con i suoi propri insegnanti, organizzarono un'assemblea straordinaria e poi un attivo (una forma di protesta simile all'odierna occupazione, ma che riguardava solo le ore scolastiche), mentre noi e i nostri genitori firmammo umili e accorate petizioni per la Preside e per il Provveditorato; venne persino tentato un piccolo colpo di mano sulla scorta di conoscenze e appoggi. Ovviamente non cavammo un ragno dal buco perché certi meccanismi, una volta avviati, non li ferma più nemmeno Domineddio e non era possibile aggirare le graduatorie.
L'ultimo capitolo della vicenda vide convocate in Presidenza una piccola rappresentanza della nostra classe: la Preside, da sempre fedele al detto che esorta ad essere debole davanti ai forti e forte con i deboli, ci rimproverò di esserci impicciati di cose che non eravamo in grado di giudicare. Pur consapevole che era del tutto inutile, sfoderai non so quale antipatica risposta (che mi valse un rimprovero supplementare) ma in cuor mio pensai che quel che avevamo fatto avrebbe in caso meritato qualche parola di apprezzamento, dal momento che a muoverci era stato il desiderio di conseguire una buona e solida preparazione, come sapevamo che la prof. Della Gherardesca ci avrebbe impartito, e di tutelare il nostro diritto alla continuità didattica.
Assai più civilmente, la prof. Della Gherardesca trovò modo di far sapere a noi e alle nostre famiglie che era rimasta commossa dal nostro gesto e dispiaciuta per le rimostranze della Preside.
A malincuore ci adattammo alla situazione, anche perché non c'era modo di fare diversamente - ma invero, durante l'anno, occasioni di rimpiangere l'accaduto con la Picchia non ne mancarono.

Quando, molti anni dopo, sono finita in cattedra, mi sono ritrovata quasi senza accorgermene a usare la prof. Della Gherardesca come punto di riferimento. Non avrei mai osato prendere ad esempio la prof. De Divinis, davvero troppo in alto per me, ma alla prof. Della Gherardesca forse potevo avvicinarmi - tra l'altro mi sentivo abbastanza simile a lei per carattere.
Non ho il suo modo di fare elegante e felpato - e non so nemmeno se sarebbe il più adatto alle medie, dove anzi un tocco di stravaganza è assai gradito agli alunni e il rapporto deve essere più caldo; ma come lei non parlo mai della mia vita personale e come lei cerco di mantenere un certo garbato distacco, perché io sono l'insegnante e loro gli alunni e il legame cerco di crearlo soprattutto con il lavoro che facciamo insieme. 
E in linea di massima evito le interrogazioni programmate perché, come non manco mai di spiegare, l'esercizio è essenziale.