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sabato 26 agosto 2023

Tra Wagner e Schroedinger: vivo, morto o X?

No, il post non parla né di Schroedinger né della teoria delle stringhe. Parla di Prigozhin. Volevate una foto di Prigozhin, per caso? Bene, andatevela a cercare, io mi tengo il gatto quantistico.
Tempo fa feci un post dedicato in parte all'incoronazione di Carlo Magno e in parte all'assalto di Capitol Hill. Concludevo dicendo che, in un caso come nell'altro, non sapevamo con esattezza cosa era frullato in testa ai partecipanti e difficilmente l'avremmo saputo mai.
Con mio gran piacere il tempo mi ha dato torto, e una apposita commissione di inchiesta che ha lavorato duramente per ricostruire gli eventi per poi accertare che Donald Trump aveva scientemente organizzato un colpo di stato.
Tutto ciò mi ha reso molto fiduciosa nella capacità umana di ricostruire i fatti con l'aiuto di accurate indagini, e quindi ho deciso di dedicare un post alle circostanze piuttosto misteriose che han portato alla (forse temporanea) uscita di scena di Evgenij Prigozhin. Chissà, magari un giorno anche questi miei dubbi saranno chiariti - anche se in effetti ne dubito, perché stavolta la matassa è davvero difficile da sbrogliare.
Farò dunque quel che posso per esporre le mie molte perplessità, ma non garantisco del risultato. Comunque ci provo.

Prigozhin era (o è?) il capo della compagnia mercenaria Wagner al servizio di Vladimir Putin, attualmente capo di stato della Russia. La compagnia Wagner ha operato con molto vigore durante la guerra in Ucraina finché, due mesi fa, dopo aver esternato varie volte il suo vivace disappunto per il modo, a suo dire assai inefficace, con cui cotal guerra era condotta, una mattina ha avviato quella che poi ha definito "marcia della giustizia" partendo con tutta la sua compagnia verso Mosca in quello che è stato definito un tentativo di colpo di stato. Durante questa marcia non è stato attaccato dall'esercito e la popolazione russa non è insorta contro di lui. Arrivato a duecento chilometri da Mosca però Prigozhin ha stabilito che non ne avrebbe fatto di niente perché voleva evitare un bagno di sangue.
L'evento a tutt'oggi non risulta particolarmente chiaro nel suo svolgimento ed è stato variamente interpretato da chiunque seguisse sia pur distrattamente le vicende del conflitto. Le due principali scuole di pensiero sono:
- Prigozhin ha tentato un colpo di stato e non gli è riuscito
- Prigozhin era d'accordo con Putin e il suo tentativo era volto a costringere a uscire allo scoperto chi non era fedele a Putin
La seconda possibilità sosteneva che Putin da questo evento era uscito rafforzato.
Rafforzato o meno che fosse l'attuale capo di stato della Russia, nei confronti di Prigozhin non sono stati presi particolari provvedimenti, secondo alcuni perché il suddetto Prigozhin aveva il potere di ricattare il suddetto capo di stato della Russia, secondo altri perché i due avevano agito in comunanza di intenti.
Durante questi due mesi a quel che ci risulta Prigozhin è andato e venuto per il mondo come più gli comodava ed è stato avvistato in Russia, in Bielorussia e anche in Africa, dove la Wagner svolge numerosi incarichi per conto del governo russo; si trattava comunque sempre di voci, vaghe testimonianze, video di incerta ambientazione. L'impressione generale comunque era che il signor Prigozhin stesse vivendo un momento piuttosto complicato.
Due giorni fa il signor Prigozhin ha preso un aereo insieme ad altre nove persone, alcune delle quali erano figure molto importanti all'interno della compagnia Wagner, e se n'è andato per i fatti suoi.
L'aereo è precipitato. Tutti quelli che erano a bordo sono morti carbonizzati.
C'era anche un altro aereo, e non sappiamo cos'ha fatto e chi c'era a bordo - ma quell'aereo non è precipitato. Immagino che prima o poi detto aereo sia atterrato, ma nessuno se n'è occupato - o meglio, nessuno ci ha mandato a dire niente in proposito.
Da allora le domande fioriscono come bouganville e l'insieme è piuttosto misterioso.

Sappiamo che la dichiarazione della morte di Prigozhin è arrivata quasi in tempo reale. Sappiamo anche che è morto perché così han dichiarato dalla Russia dopo avergli fatto l'esame del DNA. Qualcuno della Wagner ha identificato anche altre persone.
Chiaramente nessuno sa come si è svolto questo fantomatico esame del DNA e nessuno ha visto i risultati di questa presunta analisi. Figurarsi.
Non risulta che l'aereo sia stato colpito da un missile. Da come si sono sparsi i frammenti, dagli USA mandano a dire che sembra che l'aereo sia stato sabotato dall'interno infilandoci una bomba, che è esplosa durante il viaggio.
L'ipotesi più gettonata al momento è che dal governo russo qualcuno abbia sabotato l'aereo per far morire Prigozhin come punizione per il tentato colpo di stato.
I russi comunque non hanno rivendicato l'attentato e Putin ha fatto oggi un discorsetto vagamente encomiastico sul suo fido e defunto capo della compagnia Wagner.
Ci sono un po' di domande che frullano in molte teste, e la prima è come sia venuto in mente a Prigozhin di muoversi portandosi dietro tutto lo staff della Wagner - e questo perché magari il signor Prigozhin non era esattamente la persona che tutti noi vorremmo avere come amico del cuore né brillava per soverchia simpatia da quanto si può evincere da certi racconti che circolano su di lui, ma non risultava essere un povero sprovveduto - ed è notoriamente buona norma per lo staff di una compagnia di non muoversi compattamente tutti insieme, onde non lasciare in mutande la compagnia in questione in caso di incidente o di attentato.
La seconda e ben più intrigante domanda è se Prigozhin era effettivamente su quell'aereo e se dunque è davvero morto.

Per Prigozhin come per qualsiasi altra creatura vivente vale in genere il discorso che "o sei vivo o sei morto". Esistono comunque alcune eccezioni, di creature che sono contemporaneamente vive e morte. Senza scomodare vampiri e zombie, il caso più conosciuto è quello del gatto di Schroedinger, del cui esperimento ho parlato diverso tempo fa. Ricordo altresì a chi legge che il gatto di Schroedinger, che è contemporaneamente vivo e morto nonché protagonista di moltissimi eccellenti meme che imperversano in rete, è un gatto puramente virtuale, perché  Schroedinger era una persona per bene e non maltrattava i felini - questo per me è un punto molto importante da chiarire.
Occorre poi ricordare che, se è vero che la maggior parte delle persone famose anche a livello politico una volta morta se ne sta nella sua bara, viene pianta e commemorata e poi è sepolta e la cosa finisce lì, il mito di Colui-Che-Non-E'-Morto anche se tutti credono che lo sia vanta molti e molti precedenti, talvolta anche molto improbabili: ad esempio c'è il caso di Elvis Presley, morto in circostanze non particolarmente misteriose, regolarmente sepolto alla luce del sole ma tutt'oggi ancora avvistato da più parti e ritenuto da alcuni ancora vivo. 
Il caso comunque è molto più frequente per le figure politiche di spicco e sin dall'antichità abbiamo casi di comandanti e capi guerrieri più o meno morti e all'occorrenza sostituiti da gente che si proclamava essere il presunto morto. 
Questo fenomeno ha portato alla nascita di molte leggende, tra cui quella del re che dormiva in una montagna incantata e si sarebbe risvegliato molto tempo dopo per aiutare il suo popolo (re Artù, Merlino e altri) fino alla fiaba della Bella Addormentata che conosce molte varianti; ci sono poi molti casi di rivolte popolari guidate da questo o quest'altro capo che "era ritornato" - e probabilmente è uno dei motivi per cui spesso i dittatori sconfitti e i capi di rivolte popolari vengono esposti alle popolazioni dopo essere stati giustiziati, con la speranza di toigliere ogni dubbio sulla loro effettiva e reale defuntità.
Ad ogni modo non esiste regime che possa impedire alla gente di sognare, temere o comunque credere fermamente che qualcuno morto sia ancora in vita e che possa ritornare da un momento all'altro a svolgere un ruolo assai attivo nella vita politica. 
Insomma, al momento Prigozhin è sia vivo che morto, almeno in senso virtuale.
Proviamo dunque ad elencare tutte le possibilità, premettendo che, come è stato osservato ormai più volte, Prigozhin è già morto due volte e solo dopo qualche giorno è stato rivelato che era ancora vivo e vegeto. Di queste due volte che è morto, una volta è stato in un incidente aereo. Aggiungo che negli ultimi tempi dalla Russia sono abbondate le voci che davano X, Y e pure W per morti per poi vedere sia X che Y che W che parlavano tranquillamente in televisione.
1 - Prigozhin è morto. Tutti ci credono e la cosa è (letteralmente) morta lì. 
(mi sembra la più improbabile, perché le notizie che vengono dalla Russia non sono ritenute molto attendibili e a questo punto non so come la cosa potrebbe essere dimostrata eliminando ogni sospetto, dato che ormai le prove sono altamente inquinate).
2 - Prigozhin è morto ma molti non ci credono. 
(in tempi di complottismo spinto, questa mi sembra di gran lunga l'ipotesi più probabile).
D'altra parte, se è morto non dovrebbe più ricomparire. Molti crederanno comunque fino all'ultimo giorno della loro vita che sia ancora vivo, molti aspetteranno che ricompaia e può darsi che questa convinzione e questa attesa finiscano per avere forti ripercussioni sulle loro scelte di vita e di schieramento.
3 - Prigozhin è vivo e Putin lo ha aiutato a scappare all'estero a rifarsi una vita. Putin ha ottenuto così di levarselo dai piedi mentre Prigozhin ha ottenuto la possibilità di morire di vecchiaia nel suo letto.
4 - Prigozhin è vivo: sapeva del complotto per ucciderlo, ha deciso di prevenirlo organizzandosene uno su misura, ha ingannato abilmente il governo russo e si è rifugiato da amici dove si prepara a tornare in scena. Il governo russo lo scopre, magari perché avvisato di cosiddetti amici, e provvede a eliminarlo una volta per tutte ma in gran segreto.
(anche questo mi sembra improbabile: da qualche tempo il governo russo combina dei gran pasticci e secondo me la cosa verrebbe presto scoperta)
5 - Prigozhin è vivo: sapeva del complotto, ha deciso di prevenirlo organizzandosene uno su misura, ha ingannato il governo russo e si è rifugiato da amici dove si prepara a tornare in scena. Il governo russo lo scopre, magari perché avvisato dai cosiddetti amici, cerca di eliminarlo in gran segreto ma la cosa si viene a sapere e ha ripercussioni di vario tipo.
6 - Prigozhin è vivo: Putin ha organizzato la sua uscita di scena e lo ha convinto a rifugiarsi altrove ottenendo così di levarselo dai piedi. Il presunto morto potrebbe però cambiare idea e tornare, oppure ha sempre avuto in mente di tornare e ha solo finto di accettare il patto con Putin.
7 - Prigozhin è vivo: sapeva del complotto per ucciderlo, ha deciso di prevenirlo organizzandosene uno su misura ingannando abilmente il governo russo, si è rifugiato presso amici fidati e ha deciso che vuol morire di vecchiaia nel suo letto, quindi non tornerà.
8 - Prigozhin è vivo: sapeva del complotto per ucciderlo, ha deciso di prevenirlo e se ne è organizzato uno su misura, ingannando  il governo russo. Adesso è nascosto presso amici fidati e sta organizzando il suo rientro in scena.
9 - Prigozhin è vivo: sapeva del complotto per ucciderlo, ha deciso di prevenirlo e se ne è organizzato uno su misura ingannando il governo russo. La compagnia Wagner lo sa benissimo anche perché ha partecipato all'organizzazione dell'incidente e adesso si prepara a tornare in scena sotto la sua guida.

Queste ipotesi non hanno la stessa possibilità di essere verificate. Più esattamente le prime quattro, che non prevedono un rientro in scena del presunto defunto, sono destinate a restare probabilità fino alla fine dei secoli, anche se qualche prova della 3 e della 4 potrebbe riemergere tra qualche tempo (o tra molti decenni).
Le ipotesi dalla 5 alla 9, qualora fossero vere, verrebbero dimostrate alla prova dei fatti dalla ricomparsa del presunto defunto nel giro di relativamente poco tempo.
Quanto a me, non ho la minima idea di quale sia quella giusta e siccome chi ne sa più di me non ha alcun interesse a illuminarmi né a parlarne in giro, non mi resta che deprecare di non avere a disposizione le uniche due persone che sarebbero in grado di dedurre cosa è davvero successo, in quanto entrambi sono personaggi letterari, e dunque impossibilitati a interfacciarsi con noi comuni mortali; e sì, sto parlando di Miss Marple, che ne verrebbe a capo grazie alla sua conoscenza dell'animo umano che è sempre lo stesso indipendentemente dal tempo che passa, e di Sherlock Holmes - che tra l'altro in tema di scomparse e ricomparse dopo essere stato erroneamente creduto morto vanta una esperienza di prima mano.
Purtroppo il momento scelto dall'organizzatore di questa strana vicenda - che sia il capo di stato della Russia o il capo della Wagner poco importa, ai miei fini - mi impedisce di sfruttare questo affascinante intreccio a fini didattici. Se costui avesse aspettato anche solo un mese infatti avrei potuto sottoporre l'argomento allo studio della mia futura Terza, prendendo spunto per un bel tema di quelli del tipo immagina di essere (un personaggio molto famoso che ha deciso di eliminare le sue tracce per rifarsi una vita del tutto diversa) oppure hai appena scoperto una trappola preparata dai tuoi nemici. Che cosa fai?
Di solito questo tipo di tracce piacciono molto.

venerdì 25 agosto 2023

Il club dei perdenti - Andrew Clements

Da quando ho imparato a leggere, a cinque anni e senza che nessuno abbia capito come ho fatto visto che non era stato tentato in alcun modo di insegnarmi prima del tempo, ho sempre sofferto di una certa dipendenza dalla lettura. Se per qualche motivo passo due o tre giorni senza immergermi in qualche libro avverto una sorta di fastidio di fondo che provvedo a curare al più presto con una seduta di lettura di parecchie ore. E' una cosa che ho ereditato da mia madre e che caratterizzava anche mia zia, ed entrambe l'avevano ereditata da mia nonna. Alla lettura ho sacrificato un buon numero di ore di sonno, qualche fettina della mia (non ricchissima) vita sociale e un bel po' di ore che avrebbero dovuto essere dedicate allo studio e alle faccende di casa. Anch'io, come Pennac, sono convinta che se si vuol leggere il tempo si trova - basta toglierlo a qualche altra attività, certo.
La piacevolissima sensazione che si prova quando si alza il ponte levatoio, si riesce a non avere intorno nessuno che ti disturba e ci si tuffa in un libro è, di fatto, quella che caratterizza qualsiasi altra forma di dipendenza; al contrario di molte altre dipendenze,  questa di solito non è vista come qualcosa di negativo e talvolta è perfino incoraggiata o lodata - ma di dipendenza si tratta.
Quando arriva il momento in cui la nobile attività della lettura comincia a sconfinare con una fuga dal cosiddetto mondo reale? 
Dipende. Il punto è che, godendo l'amore per la lettura di una certa approvazione sociale, la questione viene di solito ignorata e quelli che la conoscono meglio sono, di solito, proprio le persone che gestiscono la cultura, e che si guardano dallo svelare certi retroscena a chi non fa parte della loro confraternita. Tra l'altro il lettore compulsivo ha la grande caratteristica positiva di non rompere le scatole a nessuno, e questo ne fa un elemento prezioso in una società sovraffollata come la nostra.
Ci sono molti genitori che si preoccupano se i figli passano troppo tempo alla televisione o al computer, e qualcuno si impensierisce perfino se si esercitano troppo al violino, alla chitarra o alla batteria (soprattutto per i problemi che questo può creare con il vicinato). Se però il figlio in questione legge, quasi mai la cosa è considerata un problema.
Quasi mai.
Alec, il protagonista di questo bel romanzo, è per l'appunto un ragazzo di dodici anni che si è lasciato un po' prendere la mano da un passatempo generalmente ritenuto almeno innocuo, se non addirittura proficuo e degno di lode. Legge, gli piace leggere, passa tutto il suo tempo libero a leggere... anche durante le lezioni a scuola. Quando arriva al secondo gradi di istruzione (le nostre medie) il corpo insegnanti, avvisato dai colleghi delle elementari, stabilisce che la cosa va in qualche modo arginata prima di sfociare in un danno per il percorso di apprendimento del ragazzo.
I genitori di Alec sono persone di una certa cultura e di notevole intelligenza e apertura mentale, ma alla fine ammettono il problema e si accordano con il preside e gli insegnanti per una particolare sorveglianza che obblighi il ragazzo a concentrarsi su quel che avviene a scuola, e lo vincolano a raggiungere un certo livello di profitto scolastico se non vuole vedersi togliere i pochi altri divertimenti che ama oltre alla lettura.
L'arrivo di tutti questi paletti e sanzioni che lo distoglieranno (orrore!) da parecchio del tempo che il Nostro è uso dedicare alla lettura si sommano ad una particolare circostanza: per motivi di lavoro i genitori l'hanno iscritto al tempo prolungato, che prevede che nel pomeriggio i ragazzi si dedichino alle attività del loro club. 
Quale club?
Vengono offerte diverse possibilità, ma gli alunni possono comunque fondare dei club a loro scelta che riguardi qualcosa che li interessa; l'unica regola per fondare un nuovo club è che abbia almeno due soci - che, va detto, è una pretesa più che ragionevole.
C'è un club che si dedica a fare i compiti per casa, un non ben definito club che si occupa della Cina, un club sportivo (molto gettonato), club di robotica, scacchi, Lego, disegno...
Famiglia e insegnanti premono perché Alec si segni per passare quelle tre ore preparando i compiti per casa. Alec invece - sorpresa! - è molto attratto dall'idea di fondare un club di lettura: ma non un classico club del libro dove si analizzano e commentano i libri letti, bensì un club dove ognuno legge quello che gli pare per tre ore di fila e non viene nessuno a rompergli le scatole.
Per funzionare bene quel club non deve avere troppa gente; minimo due, dice la regola. Per trovare la seconda firma Alec si guarda intorno e, dopo attenta osservazione, tampina una ragazza che è molto assorta nel suo libro. 
Ovviamente la prima risposta che ottiene è qualcosa del tipo "Lasciami in pace e non disturbarmi", il che dimostra che ha scelto la persona giusta. Gli ci vuole un po' per farsi ascoltare ma infine i due si accordano e nasce il club. Per evitare che altri si iscrivano, Alec ha l'eccellente idea di chiamarlo Il club dei perdenti. Il nome non viene accolto con entusiasmo dagli educatori che gestiscono tutto l'insieme, ma alla fine passa. E così sia Alec che la sua compagna hanno tre ore da dedicare in silenzio alla loro attività preferita: leggere.
Naturalmente questo stato di beata solitudine e farsicazzipropritudine non durerà a lungo e sorgeranno varie questioni legate alla inderogabile necessità di avere a che fare comunque con degli esseri umani. Il club ben presto si allarga, inizialmente con persone desiderose di leggere in solitudine, poi con persone stufe del club sportivo dove c'è una gerarchia troppo precisa, poi da un gruppo di ragazze che desiderano leggere, ma che leggendo chiacchierano molto (per loro verrà istituito un tavolo a parte), da persone stufe del loro club che desiderano prendersi un po' di pausa (il meccanismo dei club è elastico e consente piccole digressioni e anche cambi di club) eccetera. La trama è molto gradevole e interessante, e devo dire che è un libro dove ci si tuffa con gioia alzando il ponte levatoio e sbattendo fuori a calci chiunque si azzardi ad interromperti.
Pian piano la dipendenza di Alec si smorza dalle punte più esasperate e il ragazzo si ritrova di buon grado a interagire con altri esseri umani e perfino a parlare con loro delle varie letture, e il giorno dell'Open Day, dove i club presentano le loro attività alle famiglie, finisce assai in gloria, come del resto avviene anche con la pagella di Alec.
Il romanzo ha un ottimo ritmo, non è molto lungo e soprattutto presenta una splendida caratteristica: non ha punti morti. Funziona bene sia che venga letto in poltrona e senza rompiscatole intorno, sia che venga letto sotto l'ombrellone con torme di ragazzini urlanti che giocano a pallone tampinati da genitori ansiosi.
Come lettrice un tantino compulsiva ho trovato diversi spunti di interesse, ma come insegnante mi sono trovata a pensare che il sistema scelto da quella scuola per il tempo prolungato presenta diversi aspetti positivi, e da questo romanzo anche gli insegnanti che leggono ogni tanto, ma senza farne una malattia se non gli succede di farlo tutti i giorni, possono trovare abbondante materia di riflessione.
Non so che effetto possa avere sui ragazzi - buono, credo; in ogni modo è uno dei libri che ho comprato alla Mostra del Libro per la biblioteca, e forse durante l'anno avrò qualche riscontro.

giovedì 17 agosto 2023

17 Agosto 2023 - Giornata mondiale della Valorizzazione del Gatto Nero

Questo bel quadro è di Charles Wysocki, pittore americano (1928-2002)
Per il giorno dedicato in tutto il mondo alla valorizzazione del gatto nero ho pensato oggi di soffermarmi su una particolare tipologia di gatto nero: infatti è noto che il gatto nero è, appunto, nero, ma tutti sappiamo che alcuni non sono completamente neri in quanto hanno un fiocchetto bianco sulla gola, talvolta appena accennato, talvolta piuttosto consistente, come nel caso di questo bel quadro. 
Questa variante del gatto nero ha anche una sottovariante, che è quella dove il gatto nero ha il fiocco bianco ma anche una specie di triangolino bianco in fondo alla pancia, talvolta curiosamente simile a un tanga.
Aggiungo anche che c'è una teoria che ritiene che il fiocchetto bianco sulla gola sia in realtà il bottone da pigiare perché il micio faccia le fusa.
In realtà, come sappiamo tutti, a un gatto nero non serve alcun pulsante di avviamento perché spesso si tratta di un gatto molto dolcioso e le fusa le fa volentieri anche senza pigiare alcun tasto di avviamento.
Visto che in questi giorni ho parlato abbastanza di anime e manga ho pensato di ricordare i gatti di Sailormoon
Com'è noto, in Giappone il gatto è animale assai apprezzato, ma mentre abbiamo gran copia di bellissime stampe e quadretti vari con splendidi gatti e gattini di ogni colore e taglia, i manga non offrono granché sotto questo aspetto. Fa eccezione Sailormoon, che sul piano felino ha davvero parecchio da offrire.
Non conosco molto bene la storia ma so che la protagonista, che in realtà è una principessa della Luna o qualcosa del genere, ha con sé una gatta nera di nome Luna che le fa da guida e la consiglia. Nera, sì, ma con una piccola mezzaluna (che sospetto sia dorata e non bianca) sulla fronte, e con grandi poteri. Qui la vediamo mentre consulta un libro, suppongo pèer aiutare la sua umana.
Gradualmente il clan di SailorMoon si allarga, finendo per coinvolgere l'intero sistema solare. Per prima credo che arrivi SailorVenus, che ha con sé un gatto bianco, maschio. Siccome la Luna è figura femminile per eccellenza, non esistono divinità maschili legate a lei, almeno nel pantheon mediterraneo. In realtà nella cultura nordica la Luna è maschile (mentre il Sole è femminile) ma Naoko Takeuchi non volle andare tanto lontano e optò per il nome Artemis (sì, in italiano diventa Artemide. Dea dai grandi poteri, ma non esattamente maschile).
Dall'amore di Luna e Artemis nacque poi una gattina grigia di nome Diana. Qui c'è tutta la famiglia, tutti con la loro mezzaluna dorata sulla fronte.
Naoko Takeuchi era brava a disegnare gatti, ma quando il manga diventò un anime, peraltro di ottima fattura, i gatti non vennero granché bene.

Abbiamo invece un delizioso gattino nero (parlante, si capisce) in Kiki, consegne a domicilio del maestro Miyazaki, che è stato disegnato un paio di anni prima dell'arrivo di Sailormoon.
Come si può facilmenter evincere dal fotogramma i i riprodotto, Jiji passa gran parte del suo tempo a meravigliarsi delle stranezze degli esseri umani.

Il gatto nero è da sempre il gatto magico per eccellenza, e può servire come guida spirituale se sei una principessa della Luna venuta a compiere una importante missione sulla terra, ma anche se sei un comune mortale.
Perciò valorizzare il Gatto Nero è cosa buona e giusta e non mancherò mai di ripeterlo.
Auguri come sempre a tutti i gatti, neri  o altrimenti colorati, ai diversamente gatti e a chiunque passi di qua.

mercoledì 16 agosto 2023

Candy e Terence (Separate quella coppia!)


Candy Candy arrivò sui nostri teleschermi nel 1980 e piacque subito moltissimo a tutti e in particolar modo a tutte.
Rientrava nel filone delle storie di orfanelle tratte dai classici della letteratura occidentale per ragazzi, con la differenza che alle spalle non aveva alcun classico di nessuna letteratura e la vicenda se l'erano cavata dalla testa le due autrici. 
A quanto ricordo in Italia la pioggia delle orfanelle arrivò appunto nel 1980, con Anna dai capelli rossiPeline Story (che avevano un romanzo alle spalle, peraltro piuttosto sconosciuto da noi prima dell'arrivo del cartone animato), Charlotte e appunto Candy Candy (che erano invece storie originali). 
Era una serie lunga (115 episodi) e venne trasmessa dal circuito di cui faceva parte la mia amata Tele Libera Firenze, quello cioè dove si prendeva un anime, si mandava in onda ad un orario fisso, si partiva dall'inizio e si trasmetteva tutto, finale compreso, senza interruzioni a parte la pausa estiva - insomma, gente seria. Bene così, perché gli episodi non erano autoconclusivi e raccontavano la storia passo per passo - e si trattava di una storia abbastanza complessa ma non accatastata, com'era il caso di Charlotte: gli eventi si snodavano con un buon ritmo ma erano anche ben approfonditi, e saltabeccare come api ubriache da una puntata all'altra sarebbe stato un problema per gli spettatori.
Come molte serie Candy Candy aveva alle spalle un manga di grande successo avviato qualche anno prima e probabilmente già concluso quando da noi arrivarono le prime puntate. I primi episodi erano ambientati negli Stati Uniti ma più avanti la storia si sposta anche in Europa. La vicenda partiva dai primi anni del XX secolo per arrivare alla fine della prima guerra mondiale. Si tratta in sintesi di una storia di formazione, e all'educazione sentimentale della protagonista è riservata una porzione senz'altro generosa, ma che non trascura altri elementi come gli studi, il lavoro, la posizione sociale eccetera. I disegni sono molto colorati e gradevoli e già la sigla assai fiorita promette una protagonista allegra e solare e un lieto fine - insomma si parte molto ben predisposti e pronti a godersi una storia piacevole.
Candy non è una orfanella particolarmente vessata dalla sorte: l'orfanotrofio dove cresce, "la casa di Pony", è un posto piacevole immerso nel verde e con un delizioso  tocco country, gestito da alcune signore (tra cui una suora) di ottimo carattere, senza regole particolarmente severe o illogiche: nessuno patisce la fame e non si registrano soprusi né cattiverie. Quanto alla protagonista, ha un bel carattere e risulta subito molto simpatica ma non superficiale e come animale da affezione tiene un delizioso procione che si segnala per simpatia e fedeltà.
Già nella prima puntata (e nelle prime tavole del manga) c'è l'incontro col principe della collina, ovvero un bel ragazzo in kilt che suona la cornamusa. I due si scambiano qualche frase gentile e l'incontro resta ben fisso nella mente di Candy, che lo ricorda molto spesso.

Dopo le prime puntate di assaggio condite di quadretti di vita quotidiana Candy viene adottata dalla perfida famiglia dei Legan, che la vuol tenere come cameriera da fatica e la fa dormire nella stalla, lasciandola in balìa dei capricci e dei dispetti dei due giovani figli, Neal e Iriza, che per tutta la serie svolgeranno coscienziosamente il loro ruolo di antagonisti e soprattutto di grandissimi rompiballe, a volte anche in modo piuttosto forzato. Candy comunque si difende bene; quasi subito poi entra in scena un gruppo di cugini della villa vicina che invece la prendono in simpatia; tra loro c'è anche Anthony, che sembra un sosia del principe della collina e che, preso atto della situazione, procura di farla adottare dal capofamiglia degli Andrew (il misterioso Prozio William, destinato a restare nell'ombra fino all'ultima puntata). 
Gli Andrew trattano Candy come una vera figlia adottiva: niente stalla ma una bella camera in una splendida villa con parco dove Candy ha un sacco di alberi su cui arrampicarsi col suo procione (che viene incluso d'ufficio nel pacchetto dell'adozione). Con il gruppo dei cugini nasce una bella amicizia e in particolare con Anthony si avvia un rapporto molto affettuoso.
Il primo amore di Candy è un personaggio che è stato molto amato dagli spettatori: oltre ad essere molto carino ha un carattere dolce ma piacevolmente concreto e tiene testa ai Legan nel migliore dei modi, sfanculandoli con molta eleganza. E' anche un appassionato coltivatore di rose e a Candy dedica appunto una varietà da lui selezionata, la "dolce Candy". E tutto ciò è estremamente gradevole fino al giorno in cui Anthony, durante una caccia alla volpe, cade da cavallo e muore. Così, di punto in bianco. All'inizio della puntata, perché non ci sia nemmeno la speranza di scoprire alla puntata successiva che è stato tutto un equivoco.

Trauma generale e gran disperazione di tutti, personaggi e spettatori - e non parliamo di come si sente Candy. Dopo un intermezzo di convalescenza alla casa di Pony il prozio William la spedisce con tutto il gruppo dei nipoti in un college a Londra a studiare - e sì, al college vanno anche i giovani Legan, ma non certo perché glielo ha chiesto il prozio William. In compenso c'è anche il procione, che attraversa l'oceano con tutti loro.

Candy si riprende, si ambienta al college - e al college c'è Terence, che in verità aveva già fatto una comparsata a bordo della nave e che si presenta sin da subito con tutte le caratteristiche tipiche dell'enfant terrible dal cuore d'oro (oltre a essere una gran bel ragazzo) conquistando rapidamente le spettatrici, oltre a Candy. Anzi, se vogliamo dirla tutta conquista anche Iriza, ma naturalmente per lei non c'è partita.
Non so se vale la pena di stare a descrivere Terence: è un personaggio costruito con cura ma è anche estremamente canonico. Ai nostri occhi di liceali apparve subito come il tipico rappresentante di una categoria ben precisa - in una compagnia teatrale del Settecento sarebbe stato un perfetto Primo Amoroso e in effetti quasi subito gli spettatori vengono informati che è un aspirante attore.
Terence viene da una famiglia nobile, che disapprova il suo desiderio di impelagarsi in una professione sconveniente com'è quella dell'attore, ha un vissuto piuttosto complesso col padre, gode di una serie di privilegi particolari all'interno del college, dove fa strame dei vari regolamenti senza preoccuparsi granché di coprire le tracce delle sue infrazioni, è irriverente e mordace (ma con una certa moderazione) ma si mostra anche assai consapevole dei suoi doveri di aristocratico di difendere gli oppressi... insomma, le solite cose. L'unica nota insolita ai nostri occhi occidentali era che invece che in un romanzo (magari ambientato ai tempi della Reggenza) se ne stesse in un cartone animato - cioè proprio l'aspetto che per i giapponesi era assolutamente normale, dal momento che i loro cartoni animati sono sempre stati molto variegati e includono assolutamente di tutto, dalla preistoria alle distopie.
Ad ogni modo, appena lo vedemmo, già dall'incontro sulla nave, prendemmo atto che sarebbe stato il futuro partner di Candy, dando anche per scontato che sarebbe stato quello definitivo, e seguimmo la loro danza di corteggiamento con grande interesse.
Era un cartone animato, per giunta giapponese; tutti sapevamo dunque che le storie d'amore erano più accennate che concrete. Quella però procedeva proprio bene, con grande sfoggio di situazioni tipiche e topiche incluse le scenate di gelosia della giovane Legan - che Terence gestiva con un certo stile, tra l'altro.
E a sorpresa arrivò il bacio, il primo bacio in un cartone animato per tutti noi. 
No, sul serio, ci si poteva addirittura baciare in un cartone animato? Il brusio di commenti si trasformò ben presto in una sorta di alveare impazzito. E poi...
E poi la storia tra Candy e Terence si arenò.
Roba da impiccarli tutti dal primo all'ultimo, a partire dalle autrici.
Anzi, soprattutto le autrici.
Senza nemmeno perder tempo a insaponare la corda.
Il bacio infatti era finito in un gran volare di schiaffi, come usava nei vecchi film americani. E d'accordo con le situazioni tipiche o topiche, ma lì gli schiaffi non c'entravano proprio niente.
Vabbé, si sarebbero spiegati. Bastava aspettare.
I due però, invece di spiegarsi, si guardano da lontano. Poi fissano un appuntamento nelle stalle, vengono sorpresi (grazie a una spiata della giovane Legan) con grande scandalo della collettività, Terence lascia il college, Candy si dispera perché non è nemmeno riuscita a dirgli addio e piange davanti alla nave che si allontana nella notte...
E i due non si incontreranno quasi più nella successiva settantina di puntate. Candy Candy passa così nel filone delle Storie d'Amore In l'Assenza.

Questo ci piacque molto meno, ma non servì a metterci sull'avviso via via che la storia si sviluppava. Una separazione tra innamorati che presto... no, non esattamente presto... no, decisamente non presto... ma prima o poi quei due si sarebbero riuniti, giusto?
Qualsiasi ragazzino giapponese avrebbe potuto metterci in guardia e spiegarci che a quel punto la cosa era tutt'altro che scontata, ma noi all'epoca ragazzini giapponesi non ne conoscevamo, e quand'anche ne avessimo conosciuti non avremmo davvero saputo in che lingua parlarci. Forti della nostra conoscenza delle convenzioni occidentali per le storie d'amore continuammo ad aspettare con fiducia (e pian piano anche con un certo qual fondo di noia, nel mio caso).
Prima di tutto ci fu una lunga serie di incontri saltati, annullati, rimandati, perduti per colpa di circostanze esterne, di complotti esterni, di...
insomma, i due tentato di rivedersi ma non ci riescono. Mai. Dopo un po' è un meccanismo che comincia a stufare.
Nel frattempo Terence si unisce a una compagnia di attori che guarda caso preparano il Romeo e Giulietta di Shakespeare, che è una specie di tormentone ricorrente della serie ma anche della formazione culturale giapponese nonché uno dei soggetti preferiti delle recite scolastiche - un po' come i Promessi sposi da noi, per intendersi. Guarda caso, gli viene assegnato il ruolo di Romeo. Guarda caso la sua Giulietta si innamora di lui e comincia a fargli il filo - senza ottenere alcun risultato, va detto.
Candy invece si mette a studiare da infermiera. 
A sorpresa, una parte della scena viene poi occupata da Albert.

Albert non è un personaggio nuovo: fin dalle prime puntate lo vediamo comparire sporadicamente, soprattutto quando a Candy serve consiglio o conforto. 
Si tratta di un bell'uomo con una decina di anni più di Candy, che fa il naturalista nei boschi vicino alla casa di Pony e alle tenute dei Legan e degli Andrew. Con Candy sviluppa un rapporto molto amicale, diciamo da fratello maggiore, e ha  praticamente tutti i pregi che si possono attribuire a un giovane uomo: bello, gentile, istruito, amante dell'avventura e della natura, simpatico ma anche provvisto di grande sensibilità, intuito e discrezione.
Già che ci sono, anticipo che oltre ad essere Albert è anche il Principe delle Colline, ovvero il ragazzino in kilt che Candy aveva incontrato nel primo episodio (e nelle prime tavole del manga) ed in più è anche il mitico Prozio William: il suo nome completo è infatti William Albert Andrew; ma questo sia Candy che gli spettatori lo scopriranno soltanto nell'ultima puntata.
Dopo aver collezionato una serie di comparse occasionali, improvvisamente Albert entra in scena collezionando una serie di incidenti e si ritrova senza memoria. Candy decide di occuparsi di lui. A quanto ricordo a nessuno venne in mente che Albert avrebbe potuto avere un qualche risvolto sentimentale nella vicenda: prima di tutto era ormai cosa nota che Candy e Terence prima o poi dovevano riunirsi - e caso mai qualcuno avesse deciso di dimenticarsi di Terence, le autrici avevano avuto gran cura di continuare a seguirne le vicende e di farlo quasi incontrare con Candy non so più quante volte; ma soprattutto, il rapporto tra Candy e Albert era sempre stato assolutamente amicale e fraterno.
Mentre il povero Albert si arrangia con la sua amnesia, ecco che arriva la Gran Tragedia - ed è una tragedia davvero, non un modo di dire: la Giulietta dello spettacolo dove Terence fa Romeo durante le prove vede un riflettore che sta per cadere addosso a Terence e gli fa scudo col proprio corpo. Ci rimette una gamba, che viene amputata.
E tutto ciò non rispetta gli schemi nemmeno un po', ma lo spettatore occidentale fatica a rendersene conto, tanto è salda la sua convinzione che la Coppia che uscirà fuori dalla storia sarà quella di Terence e Candy. Coltiva però sin dall'inizio una sorta di rancore per quel grandissimo impiastro femmina, a nome Susanna, che sembra dare per scontato di essersi guadagnata col suo eroico salvataggio l'amore di Terence.
Il quale Terence si ritrova incastrato senza rimedio e finisce col sottomettersi alla sua dura sorte; e così l'unico incontro che avrà con Candy in circa settanta puntate sarà quello in cui si dicono addio, addio per sempre. E mentre guardavo la scena  cercavo invano di ricordare quando mai si erano effettivamente messi insieme. Eppure le puntate le avevo viste tutte...
A quel punto sia io che le mie amiche eravamo diventate abbastanza insofferenti: naufragi, amnesie, gambe amputate - e siccome nel frattempo era arrivata anche la prima guerra mondiale, uno dei ragazzi del clan di Andrew decide pure di partire volontario come pilota, e naturalmente morirà in battaglia lasciando un fratello e una fidanzata affranti. Più che un romance sembrava un racconto dell'orrore.

Il grande successo del cartone animato aveva spinto la Fabbri a pubblicare il fumetto originale (la parola manga ancora non esisteva in Italia). Anzi, avviarono addirittura una rivista chiamata Il giornalino di Candy Candy, con tanto di rubriche, lettere e curiosità. Non era una edizione filologica, perché il fumetto era colorato (i manga sono sempre in bianco e nero, tranne alcune tavole iniziali di certi episodi) e naturalmente il verso di lettura era all'occidentale. Si dice anche che la traduzione non fosse delle più impeccabili, ma naturalmente nessuno era in grado di controllare. Per la cronaca, la rivista ebbe un grande successo, tanto che quando il manga finì... venne continuato da disegnatori italiani, con vicende inventate di sana pianta, e senza avvisare i lettori. Lo usarono anche per pubblicare altri shojo, tra cui Lady Oscar.
Chi leggeva quella rivista raccontò in giro che sembrava, pareva, si diceva, correva voce che alla fine Candy si sarebbe messa con Albert. Restammo perplessi, appunto perché niente nel cartone animato lasciava trapelare che il rapporto tra Candy e Albert fosse diverso dalla più pura amicizia.
E poi, via, sapevamo tutti che alla fine Terence e Candy avrebbero fatto coppia fissa, nonostante la questione di Susanna complicasse non poco la questione.

A questo punto si impone qualche anticipazione: la versione originale del cartone animato non contiene alcun tipo di riferimento ad un futuro legame tra Candy e Albert ma nemmeno contiene niente che impedisca di credere che ciò avverrà in futuro - insomma è uno di quei classici finali giapponesi dove si evita accuratamente di sporcarsi le mani: la nostra storia finisce qui, su quel che succede dopo pensatela un po' come vi pare.
Il fumetto offre un po' di pietanza in più, e diciamo che l'impressione di un possibile legame futuro si insinua sottopelle. Chi non approva quel tipo di soluzione, può comunque tranquillamente ignorare il tutto e immaginarsi quel che gli pare.
Naturalmente il fatto che Albert si riveli essere il principe della collina, cioè in pratica di essere sempre stato nel cuore di Candy, è un elemento che non può sfuggire allo spettatore, per quanto distratto o maldisposto verso la coppia Candy-Albert.
E magari se qualcuno passa di qui e si mette a leggere potrebbe pensare "Ma perché mai tutta questa preoccupazione di dire e non dire, di far capire ma non troppo, di seminare indizi ma senza parere? Se Candy avvia una relazione con Albert, oppure se lo sposa e magari ci fa pure sette figli, infine non fa mica niente di male! Perché non dirlo apertamente?".
A questa più che legittima domanda si possono azzardare due diverse risposte che non sono incompatibili tra loro: la prima è che i giapponesi fanno tutto a modo loro e un finale del genere non è insolito laggiù, mentre è piuttosto contrario ai nostri usi e costumi occidentali. La seconda è che, anche in Giappone, Terence era rimasto molto più impresso di Albert come potenziale compagno di Candy e i lettori anche lì avrebbero preferito che la coppia si riunisse in qualche modo. Lasciando il finale aperto, volendo, si poteva anche immaginare che così sarebbe stato.
Che tutti gli spettatori dei due emisferi si fossero fissati sulla coppia Candy-Terence La cosa non è poi così strana per vari motivi, il primo dei quali è che Terence era stato presentato sin dall'inizio come potenziale partner e i due si erano effettivamente  innamorati: che quindi gli spettatori fatichino a distogliere l'attenzione da lui per puntarla su un personaggio che è stato fino a quel momento tenuto lontano da ogni tipo di implicazione romantica mi sembra piuttosto comprensibile. Va poi considerato il fatto che i due si sono separati non perché il loro rapporto presentasse delle reali criticità, ma solo perché le autrici si sono impegnate con molta determinazione in tal senso, costruendogli una serie di circostanze esterne di cui nessuno dei due è responsabile - per tacere del fatto che i due non sono mai riusciti davvero a formare una coppia, ma solo a separarsi, che in effetti a me è sempre parsa una roba piuttosto contronatura.
Sia come sia, pare che anche per le autrici separare i due sia stato un dispiacere: messo nella storia come riempitivo, Terence aveva preso loro la mano. Al che viene da osservare che infine Terence non si è fatto da solo e non gode quindi delle attenuanti che valgono per la vita reale, dove incontri gente di tutti i tipi senza poterla scegliere da un catalogo, ma è un personaggio immaginario e, come tutti i personaggi immaginari, del tutto in balìa di chi l'ha creato; e dunque qualcuno avrebbe ben potuto dire a quelle due: Terence è stato accuratamente costruito con tutte le caratteristiche giuste per essere un perfetto partner da innamoramento adolescenziale, il pubblico che vi siete scelti è in gran parte formato da adolescenti, sembra dunque più che comprensibile che come innamorato costui piaccia più di un personaggio che è stato tenuto con gran cura lontano da ogni risvolto sentimentale. Perché non accettate le cose come stanno e magari non cambiate idea sul finale?
Così non è stato, e le autrice-coccodrillo han mantenuto fede ai loro propositi iniziali, avendo cura di tenere separati i due fino all'ultima tavola del manga e all'ultimo fotogramma del cartone animato. Ma poi han detto che gli è tanto dispiaciuto (e qui non commento perché ho già parlato più che a sufficienza di corde non insaponate e se mi ripetìessi rischierei di diventare monotona).
Tuttavia, come sa ogni spettatore che seguì la storia fino alla fine, alla fine Candy e Terence tornano insieme, perché Susanna si è decisa infine a fare un bel gesto lasciando Terence libero di seguire il suo cuore.

E qui entrano in scena gli adattatori italiani del cartone animato, che si ritrovarono tra le mani un finale dove, nelle ultime scene, Candy saliva sulla collina della Casa di Pony (dove a suo tempo aveva incrociato per la prima volta il suo Principe vestito col kilt) e salutava i suoi più cari ricordi del passato: Anthony, morto ormai anni prima, l'amico morto da poco in guerra... e Terence. "Addio, amici, addio, addio!". 
I primi due personaggi citati in questo struggente saluto sono morti, e quindi siamo tutti d'accordo che salutarli ha un suo perché. Quanto al terzo, ormai gravi impegni d'onore lo vincolano in una vita dove per Candy non c'è più posto, e Candy questo lo ha accettato (e addirittura incoraggiato, e vabbé).
Insomma, da qualsiasi parte lo si guardi è un addio al passato che ci si lascia alle spalle prima di voltare pagina e aprire una nuova fase della vita. 
Ma gli adattatori sapevano perfettamente che il pubblico voleva con tutte le sue forze una riunione tra Candy e Terence, in base al principio cardine che regola i nostri romance: alla fine l'amore vince sempre. 
La serie finiva lì. Non c'erano tempi di recupero. Ma se non facevano qualcosa il pubblico sarebbe rimasto assai insoddisfatto.
E insomma fu fatta una scelta altamente discutibile sul piano della filologia, e volendo anche nell'etica, ma anche molto pratica: il finale venne riaggiustato. Gli adattatori insomma coniugarono insomma il nobile verbo "arrangiarsi",  inventando di sana pianta un dialogo dove veniva ufficialmente annunciato che Susanna aveva lasciato "libero" Terence, e una voce fuori campo annunciava che Candy avrebbe trascorso la vita con lui e che l'amore di Terence l'avrebbe sempre accompagnata. 
Fine dell'episodio, della serie e del problema.
Da brava filologa dovrei lanciare strali infuocati e piogge di fuoco, ma in realtà non sono del tutto convinta che abbiano sbagliato a fare quel che hanno fatto. Opinione personalissima, naturalmente, e massimo rispetto per chi la pensa diversamente.

Gli sforzi degli adattatori italiani per soddisfare il pubblico non furono comunque accompagnati da particolari ovazioni: gli spettatori avrebbero voluto vederla, questa riunione, e vedere la coppia insieme al momento del finale. Perché chiudere di punto in bianco in questo modo e annunciare solo con una specie di nota a pié di pagina che tutto finiva bene? In questo modo il lieto fine sembrava appiccicato con lo sputo (e lo era, infatti)! 
D'altra parte si sarebbe potuto fare di meglio solo pescando un po' di frammenti di qualche altra puntata e inventandosi completamente i dialoghi - un lavoro più complesso cui gli infaticabili adattatori si sono in effetti dedicati al momento di preparare per le sale cinematografiche il secondo dei film tratti dalla serie - che nella versione italiana si chiude con i due che si incontrano alla stazione e  assicurano che adesso non si lasceranno più.
Ricordo che anche quel finale fu trovato scarsino, ma insomma fu preso quel che c'era e amen, l'importante era che la storia finisse con Candy e Terence che stavano insieme. 
Qualcuno sospettò qualcosa? 
Ebbene no, abboccammo tutti come carpe. L'idea che dall'alto avessero osato rimaneggiare dei brani di uno sceneggiato non ci sfiorò nemmeno la scala esterna che precede l'ingresso dell'anticamera del cervello - erano cose che proprio non si facevano, suvvia. 
Eravamo tutti molto più fiduciosi, in quegli anni; il tempo della diffidenza per noi era ancora lontano, anche perché quasi nessuno sapeva il giapponese e il Giappone era per noi un paese molto esotico e molto lontano. Oggi probabilmente qualcuno si insospettirebbe e andrebbe subito in rete a cercare l'originale, magari con i sottotitoli in inglese, se pure non si rivolgerebbe a qualche circolo specializzato o direttamente a quel suo amico che conosce il giapponese e in Giappone ci va una o due volte l'anno per lavoro, e l'inganno sarebbe stato scoperto quasi in tempo reale. 
Invece ci limitammo ad abboccare ingoiando l'esca, l'amo e già che c'eravamo anche la lenza.

Come ho già anticipato anche il finale del manga venne rimaneggiato (in modo piuttosto robusto) e non contenti di questo gli editori, visto che la rivista vendeva bene, decisero pure di continuarlo mettendo al lavoro disegnatori e sceneggiatori italiani. Per la cronaca, onde meglio allungare il brodo, risultò subito che la separazione tra Terence e Susanna era stata un equivoco e i due innamorati continuarono a lungo a navigare in acque perigliose e alla fine della storia non si erano ancora definitivamente uniti. Per chi vuole saperne di più sullo sfinimento cui venne sottoposta questa disgraziata coppia, basta andare sul canale Il tempo dei cartoni su YouTube, e in particolare al video dedicato al rimaneggiamento del finale e al sequel della Fabbri.

C'è poi un ulteriore tassello in questa intricata vicenda: molti anni fa le due autrici hanno furiosamente litigato e sono finite a processo. Il risultato è che né il manga né l'anime né i film di Candy Candy possono essere nuovamente stampati e distribuiti se non col consenso di entrambe (che non lo vogliono dare) anche se la rete ha salvato comunque parecchie cose nelle sue viscere.
Dieci anni fa l'autrice del soggetto della storia decise di scriverci su un romanzo: le immagini non le poteva usare, ma la storia le apparteneva. Così ha prodotto un grosso tomo corredato da un epistolario dove Candy racconta... la storia del manga; tutto ciò si immagina scritto diversi anni dopo la fine del manga, nella casa dove adesso da tempo Candy vive con suo marito, il carissimo Anohito di cui si rifiuta di dire però il nome. Naturalmente il tutto è disseminato da numerosissimi indizi che puntano a volte verso Albert e a volte verso Terence ed è nel complesso una delle più spudorate prese di giro di cui abbia mai avuto notizia. 
Se qualcuno desidera saperne di più, Il tempo dei cartoni offre grande abbondanza di notizie e osservazioni, e in più descrive anche il ribollente fandom che a quanto sembra è diviso in gruppi filoterenciani e filoalbertini che litigano assai volentieri tra loro e con chiunque gli capiti a tiro - tanto per ricordarsi che sui social non ci si insulta soltanto nelle pagine di politica o di calcio e che il mondo non è bello se non è litigarello.

Mentre mi istruivo su tutto ciò passando di sorpresa in sorpresa ho finito per domandarmi come mai le autrici si sono impuntate con sì grande determinazione nel rifiutare a Candy e Terence il lieto fine che sarebbe stato così gradito a lettori e spettatori e come mai avessero manovrato così male nel farlo. 
L'opinione del pubblico ha un grosso peso in un mondo che dà tanta importanza alle vendite e agli indici di gradimento, e non sempre è superficiale  e irragionevole - ad esempio è stato grazie a una specie di insurrezione armata che il più famoso degli investigatori è stato riportato in vita nonostante l'ostilità del suo autore e personalmente, come lettrice, sono molto contenta che ciò sia successo. 
D'altra parte, per quanto la mancata felice conclusione della storia con Terence abbia afflitto le sue autrici e anche, a quanto ho capito, il pubblico giapponese, il vero problema è arrivato quando l'anime è approdato in Europa (ma come tutte le storie ambientate in occidente, Candy Candy era nata appunto per essere venduta anche fuori dal Giappone, e magari una cosa del genere era prevedibile e avrebbe potuto essere calcolata).
L'idea di base, par di capire, era di fare una storia di formazione. Ci si forma e modella attraverso le varie esperienze: il lavoro, le avversità, le amicizie e naturalmente anche attraverso l'amore. Perciò a Candy venivano fornite non una ma ben tre storie d'amore, legate a tre fasi distinte della sua vita: la prima era la tarda infanzia, con Anthony. L'uscita di scena di Anthony però era stata gestita molto bene: il ragazzo aveva lasciato di sé un ottimo ricordo, il dolore aveva molto maturato Candy e tutti si erano rassegnati senza problemi al triste evento anche se molti fazzoletti erano stati usati per asciugare molte lacrime.
Terence doveva essere, pare, l'amore passionale e irragionevole dell'adolescenza: una tappa importante per lo sviluppo della personalità, ma anche qualcosa che è meglio lasciarsi alle spalle una volta che si è cresciuti. 
In realtà per i canoni occidentali quello tra Candy e Terence è esattamente il tipo di amore che dovrebbe portarci all'altare o davanti all'ufficiale di stato civile, come del resto succede regolarmente nei romanzi (dopo che i protagonisti han passato svariate pagine a becchettarsi) e non si tratta solo di convinzioni teoriche, perché anche nella vita reale in molti han sposato  l'amore conosciuto sui banchi di scuola, e i risultati non di rado si sono mostrati piuttosto validi, per sorvolare pietosamente sui molti trattati che spiegano come grande scoperta che comunque anche l'amore più passionale può avere una sua evoluzione che lo porta a diventare magari meno irruento ma più solido (ma non mi dire?).
C'è poi un terzo tipo di amore: quello più posato, basato sull'amicizia e la stima, magari meno violento ma più duraturo; questo terzo e definitivo amore comunque entusiasmava a tal punto le autrici, che costoro si sono ben guardate dall'approfondire la questione nonostante il personaggio che avevano deciso di riservare a Candy come scelta finale fosse più che meritevole di un qualche tipo di risvolto romantico. 
A ben guardare, più ci ripenso e più l'unione con Albert mi ricorda il buon vecchio matrimonio combinato - una pratica tuttora abbastanza comune in Giappone e che probabilmente ai tempi in cui fu scritto e disegnato Candy Candy doveva essere ancor più diffusa che adesso.
La teoria che la passione non è necessariamente un buon fondamento in un matrimonio vanta un piccolo ma consistente filone anche nella letteratura occidentale: per esempio in Julie o la nuova Heloise di Rousseau, dove la protagonista rifiuta proprio in nome di questa tesi (che espone con gran dovizia di argomenti per paginate intere, ma Rousseau non è mai un autore sintetico, qualsiasi argomento tratti) di sposare il suo amatissimo precettore quando ne ha la possibilità e opta per un marito più saggio pur non dimenticando mai il primo amore; e caratteristica comune di tutte le stesure di Guerra e pace era che in nessuna Natascia sposava il principe Andrej, nemmeno quando questi sopravviveva alla battaglia, perché sin dall'inizio era stato stabilito che dopo una giovinezza piuttosto irrequieta Natascia avrebbe trovato la serenità con Pierre (va detto comunque che Tolstoj gestisce la cosa con grande naturalezza e il lettore non trova forzatura alcuna nella vicenda, cosa che davvero non mi sento di affermare nel caso della Nuova Heloise); per il fronte italiano possiamo poi citare il percorso piuttosto avventuroso con cui nella Coscienza di Zeno il protagonista approda ad un ottimo matrimonio dopo una disastrata storia di passione.
Valida o meno che sia questa scuola di pensiero, ad ogni modo, mi sento di affermare che gli adolescenti ben di rado han dimostrato di apprezzarla e che forse le due autrici avrebbero dovuto manovrare con maggior perizia invece di appiccicare malamente alla storia il terzo amore di Candy.

domenica 13 agosto 2023

La censura dei cartoni animati come forma di elementare sopravvivenza (Che strazio, questi finali. Ma dobbiamo proprio trasmetterli?)

Alcor-Rio-Koji, il ragazzo dai molti nomi
Qualche anno fa dedicai un post alla deplorevole vicenda delle censure che Mediaset applicò sistematicamente ai cartoni animati giapponesi negli anni 90, e in quel post proclamavo con gran convinzione che nella prima ondata che arrivò sui nostri schermi alla fine degli anni 70 non c'erano state censure, anche se a volte i dialoghi erano tradotti male.
Non è del tutto esatto - o per meglio dire ho scritto una grandissima stupidaggine. Ad assestarmi infine su questa elementare constatazione rimettendo alfine insieme le decine e decine di piccoli e insignificanti errorucci che mi ero via via resa conto che c'erano negli adattamenti (e che spesso e volentieri sono in realtà licenze e aggiustamenti di dimensioni piramidali) è stata la frequentazione del bel canale Il tempo dei cartoni, dedicato appunto all'animazione giapponese, dove l'autrice non manca mai di affrontare le... ehm... varianti che i suddetti han subito in Italia.
Insomma, di interventi ce ne sono stati parecchi fin dalle primissime serie arrivate alla fine degli anni Settanta e le cause sono state molto varie, ma non per questo meno deprecabili.
C'erano stati prima di tutto degli errori dovuti a ignoranza. Il caso più famoso è quello di Rio-Koji-Alcor. 
Come non è ancora molto noto al di fuori della larga cerchia degli appassionati, nell'universo di Go Nagai Mazinga Z, Goldrake e il Grande Mazinger sono tasselli di una sola, grande vicenda che è proseguita anche dopo con film, episodi vari e quant'altro. Di ciò i vari addetti ai lavori italiani non avevano idea quando comprarono i diritti delle serie, e così si ritrovarono con tre ragazzi davvero molto simili tra loro che in realtà erano sempre e soltanto Koji Kabuto. 
Partiamo dalla prima serie - che in realtà in Giappone non era affatto la prima, e venne da noi ripresa adattano l'adattamento francese, che già ci aveva messo del suo - ovvero Goldrake.
Il nostro Goldrake era stato chiamato Grendizer dai giapponesi (non so perché e nemmeno voglio saperlo). I francesi, dio solo sa perché, lo chiamarono Goldoràk, rigorosamente con l'accento sull'ultima sillaba. Da noi fu deciso di chiamarlo Goldrake, che era un nome che non gettò il minimo sospetto in alcuno spettatore: chiamare sia l'astronave che il megarobot di turno Drago d'oro sembrava perfettamente plausibile, e dava senz'altro l'idea di qualcosa di potente e destinato a trionfare sempre e comunque.
Nella serie del Drago d'Oro c'era anche, a fianco del principe di Fleed che aveva portato il drago in questione sulla Terra e lo usava per difenderci dai perfidi veghiani invasori, un bel ragazzo che i francesi avevano chiamato Alcòr e che noi italianizzammo in Alcor. Costui in realtà si chiamava Koji Kabuto e all'epoca era già famosissimo (in Giappone) per aver combattuto a bordo di Mazinga Z per difendere la Terra da Mikenes, altra popolazione venuta dallo spazio per conquistare la Terra; e vabbé, gli intrecci di Nagai erano un pochino monotoni ma non stiamo a guardare il capello.
Quando venne adattato Mazinga Z, che in Italia venne presentato come una serie del tutto indipendente, si decise - di nuovo dio solo sa perché - di cambiare il nome del pilota di Mazinga da Koji in Rio Kabuto. Nessuno, credo, si meravigliò molto della somiglianza con Alcor, anche perché in Italia stavano piovendo robot di vario tipo ma tutti della Toei Animation e tutti partoriti da Nagai, e i personaggi tendevano a somigliarsi parecchio tra loro, in particolare per delle pettinature piuttosto curiose dove i capelli stavano spesso orientati da una parte e puntavano verso l'alto sfidando la legge di gravità.
Toccò infine al Grande Mazinger, dove Koji fa una comparsata nelle ultime puntate e dove stranamente fu deciso di tenergli il nome originale. 
La notizia che si trattava di un unico protagonista (che non soffriva nemmeno di particolari crisi di identità) cominciò a trapelare diversi anni dopo, via via che le conoscenze su quel misterioso universo della cultura giapponese si andavano ampliando. 
Chi aveva importato quelle serie era rimasto affascinato da quei bei disegni colorati, dall'idea che le armi venissero evocate chiamandole a gran voce al momento di usarle (Lame rotanti!) e dai variegati mostri contro cui c'era da combattere. Nessuno, immagino, al momento si preoccupò dei finali. C'era un invasore dallo spazio da combattere, giusto? Dopo un tot di episodi spesso autoconclusivi gli invasori sarebbero stati sconfitti, giusto? E alla fine tutti sarebbero stati felici e contenti, come da prassi consolidata in questo tipo di storie di avventura. Dove poteva mai essere il problema?
Francamente non lo so, ma è un dato di fatto che l'animazione giapponese vanta ben pochi finali che abbiano un minimo di senso ai nostri occhi occidentali. Nel caso dei Mazinga per esempio i nemici vengono sconfitti, irrimediabilmente sconfitti. E basta, si abbassa il bandone e si va a casa - per le serie che si basano su invasioni aliene in effetti era il finale più consueto e di cosa fanno dopo i vari personaggi, nemici compresi,  nessuno ci informa; un gran riserbo cala inoltre sulle varie storie d'amore che erano state più che abbondantemente prima accennate e poi ben coltivate nel corso dei vari episodi. Niente, lo spettatore resta a bocca asciutta.
Nel caso di Goldrake la cosa fu piuttosto surreale: i veghiani sono sconfitti e nel frattempo ad Actarus è arrivata la notizia che il pianeta Fleed, di cui un tempo era principe e da cui era fortunosamente fuggito a bordo del Goldrake, la vita è di nuovo possibile. Così Actarus e la sorella Maria ritornano sul pianeta per ripopolarlo.
"E come lo ripopolano?" fu la domanda che ci facemmo tutti.
La risposta più immediata lasciava perplessi: sì, in teoria dandosi parecchio da fare... ma Actarus e Maria erano fratello e sorella, non era una soluzione un po' estrema e geneticamente discutibile?
Venne poi spiegato (molto, molto tempo dopo) che la real coppia di fratelli sarebbe stata raggiunta dai numerosi fleediani che erano riusciti a fuggire e si erano rifugiati su altri pianeti. La popolazione di Fleed si sarebbe dunque riformata, sulla base di un patrimonio genetico abbastanza vario; peccato che di tutta questa gente fuggita su altri pianeti nessuno avesse mai sentito parlare: Actarus era partito su Goldrake, che era tra l'altro anche una eccellente astronave ma gli altri come avevano viaggiato, in monopattino? Per quel che se ne era sempre saputo, Fleed era ormai un pianeta irrimediabilmente rovinato dalle radiazioni e tutti gli abitanti erano morti.
Ai nostri occhi c'era poi una questione ben più importante: i due fratelli si erano, per così dire, rifatti una vita sulla Terra. Sin dalle prime puntate Actarus aveva fatto coppia fissa con Venusia, mentre quando era arrivata sua sorella Maria, Alcor dai mille nomi aveva avviato con lei qualcosa di molto simile a una storia d'amore. Ma i due terrestri restarono sulla terra e non si accennò nemmen di lontano alla possibilità che potessero partire con i due principi di Fleed. L'addio tra i quattro è molto struggente, Alcor lancia un mazzo di rose rosse a Maria con una bella acrobazia aerea e... boh?
(d'altra parte in Mazinga Z Koji-Rio aveva avviato una storia con Sayaka, la qual storia era rimasta totalmente confinata in quella serie. Un po' più di considerazione era stata data alla coppia Tetsuya-Jun nel Grande Mazinger, e i due avevano perfino avuto l'occasione, in un film successivo, di mostrare allo spettatore i figli frutto della loro felice unione).
Già che ci sono, prima di continuare a parlare dei finali aggiungo che col tempo e la pazienza è risultato che praticamente tutte le serie arrivate in Italia nei primi anni vennero trasmesse incomplete: mancavano due, tre, cinque... addirittura più di quaranta episodi, nel caso di Mazinga Z, e il motivo spesso e volentieri non si capisce ma non è del tutto impossibile che c'entri la famosa delega in bianco citata da Valeri Manera molti anni dopo. Personalmente ricordo di aver beccato una puntata di Capitan Harlock a me del tutto sconosciuta sulla televisione francese. Il francese non lo conosco, ma non ebbi difficoltà a venire a capo del titolo Le complexe d'Oedipe e la vicenda si seguiva facilità: una mazoniana aveva assunto le sembianze e la voce della defunta madre di Tadashi, che aveva perciò grosse difficoltà ad affrontarla. Alla fine però riesce a spararle addosso e Harlock si congratula con lui per essere riuscito a superare il condizionamento. La TV francese, come ho detto, aveva trasmesso la puntata senza farsi particolari problemi, ma si sa che in Italia la mamma è sempre la mamma.
L'ignoranza degli spettatori salvò gli adattatori da reclami e lamentele, ma in tanti notammo che a volte in quelle storie c'erano misteriose incongruenze, e che i dialoghi qualche volta erano proprio strani - cose che succedono, quando traduci male.
Il caso di una serie che veniva trasmessa regolarmente dall'inizio alla fine era piuttosto raro e perfino la RAI si rifugiava dietro lo scudo di "Prima serie" "Seconda serie" "Terza serie ma se volete vedere il finale vi riguardate tutto dal primo episodio". Per giunta erano gli anni eroici delle telelibere, dette anche "emittenti locali". A Firenze avevamo la gloriosa Tele Libera Firenze che di tendenza trasmetteva una serie cinque giorni a settimana, a orario fisso, dal primo episodio all'ultimo e qualche replica nel fine settimana, ma appena si usciva da quel cerchio incantato ogni serie si incartava in strani loop dove solo un gruppo di puntate veniva trasmesso e poi ritrasmesso e poi ancora ritrasmesso e dopo qualche tempo (mesi, ma anche anni) ritrovavi la serie su una diversa emittente con un diverso gruppo di episodi. Facevo fatica a capirci qualcosa anch'io che ero ormai al triennio delle superiori, mi figuro i bambini. 
Tutto ciò non era comunque da imputarsi in alcun modo agli adattatori, ma solo alla disorganizzazione di queste emittenti ancora implumi che infatti vennero pian piano assorbite nei circuiti della Fininvest.

I finali si rivelarono comunque un punto assai critico: tanto per cominciare per molte serie il finale non veniva trasmesso e in qualche caso lo si conobbe solo quando arrivarono le edizioni integrali su DVD, molti anni dopo - e a quel punto si capì anche perché a suo tempo non erano stati trasmessi.

Prima di tutto: nella cultura occidentale romanzi, film e sceneggiati specificamente destinati a bambini o ad adolescenti finivano quasi sempre bene - le uniche eccezioni che mi vengono in mente sono Incompreso e I ragazzi della via Pàl. Il giovane spettatore arrivava dunque al finale convinto che tutto si sarebbe risolto a tarallucci e Coca Cola. Il giovane spettatore giapponese, evidentemente, dava il lieto fine molto meno per scontato e si adattava a qualsiasi soluzione gli avessero allestito gli sceneggiatori. 
Qualche volta, come ho detto, il finale era semplicemente il protagonista che diceva "Abbiamo sconfitto gli invasori!" oppure, nel caso delle cosiddette maghette "Oh, i miei poteri sono esauriti, devo tornare sul pianeta della magia", e questo era quanto. In questi casi a volte c'era una puntata finale versione gadget con un riassunto della vicenda. Non so che effetto avesse sui giovani spettatori  giapponesi, ma per lo spettatore occidentale risultava piuttosto frustrante perché non gli forniva alcun nuovo dettaglio.
Tutt'altro che raro era poi il caso del protagonista che dopo l'ultima vittoria... moriva. Così. La morte, vista in quei casi come la degna conclusione e apoteosi di tutta la vicenda lasciava spiazzati prima di tutto gli adattatori, e c'era allora il problema, piuttosto serio, di passare quel finale a una torma di bambini che da sempre era abituata al lieto fine. Il caso più famoso credo sia stato Rocky Joe, ma negli anime sportivi se ne contano diversi. A volte, come in Baldios, il finale era decisamente catastrofico e si prevedeva una pessima fine per la Terra anche dopo aver sconfitto gli alieni (che erano in realtà i nostri discendenti). Anche gli anime a sfondo storico, come Lady Oscar avevano una certa qual tendenza a chiudere la vicenda facendo crepare tutti i protagonisti - e nel caso appunto di Lady Oscar la cosa risultò particolarmente dolorosa perché proprio due puntate prima della fine tutto sembravano finalmente mettersi bene per la coppia di innamorati - e non a caso la prima volta che la serie fu trasmessa si fermarono proprio in quel punto. Quando arrivò la nuova serie, risultò composta di appunto due episodi due, uno che si chiudeva con la straziante morte di André e l'ultimo dove moriva anche Oscar - più l'avvertenza finale che sarebbero morti anche Luigi XVI e Maria Antonietta, ma  quello fu un trauma minore perché la maggior parte degli spettatori era preparata a ciò grazie ai manuali di storia letti alla scuola media.
Le varie serie di Gundam, a quanto ho capito, finivano di punto in bianco, senza darci notizie sui vari protagonisti che rimbalzavano da una serie all'altra infilando una serie di vicende una più lugubre dell'altra (comunque le serie di Gundam erano tutte estremamente lugubri dall'inizio alla fine, che avessero un finale tutt'altro che foriero di felicità per tutti ci stava e per lo spettatore era più facile adattarsi).
C'erano anche i cosiddetti finali aperti: la vicenda si ferma a un certo punto e cosa succede dopo non si sa. Qualche volta il finale vero e proprio è confezionato in appositi episodi destinati alla vendita (caso classico Lamù).
Per lo spettatore occidentale la cosa era piuttosto destabilizzante: segui un personaggio per svariate decine di episodi, dove il personaggio in questione affronta le più varie traversine uscendone sempre vittorioso... e poi la storia si chiude lasciandolo in mezzo al guado. Oppure lo vedi morire. Oppure gli innamorati, dopo essersi rincorsi per centonovantasette puntate, si ritrovano improvvisamente separati da qualche impedimento sorto due puntate prima. Perché sì, uno dei problemi più seri risultarono proprio i finali degli anime a derivazione shojo, quelli destinati a un pubblico in prevalenza femminile e incentrati su una storia d'amore... e che spesso sono senza lieto fine. Spesso, ma non sempre. Anche qui, gli spettatori italiani non erano per niente preparati. 
Anche qui c'era un equivoco di partenza dovuto alle nostre scarse conoscenze della produzione giapponese: le storie shojo non sono storie romantiche destinate a chiudersi con la felice unione delle coppie che han popolato la vicenda, bensì storie ad alto, altissimo contenuto emotivo, a volte davvero strazianti, e possono finire malissimo - come appunto nel caso di Lady Oscar - oppure così-così, con le coppie che non si formano oppure che si dividono giusto nel finale. Qualche volta, vivaddio, capitava anche che finissero bene.
Gli adattatori coniugarono dunque il verbo arrangiarsi, ritoccando i finali, seminando qua e là frasette speranzose sulla felice futura unione delle coppie, sorvolando garbatamente su chi moriva, magari con l'aiuto di qualche fermo immagine (come nel caso di Rocky Joe).
Ad uno di questi casi di finale, diciamo così, ritoccato per occidentalizzarlo dedicherò il mio prossimo post.