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lunedì 25 giugno 2018

Quel misterioso oggetto chiamato Antologia (che forse non è proprio così indispensabile come si dice)



Un trolley in versione multiculturale, adattissimo a trasportare antologie di italiano per le scuole medie (dovete immaginarvelo a grandezza naturale, però)

Ci sono alcuni misteri che non riesco a spiegarmi.
Ma, del resto, se riuscissi a spiegarmeli non sarebbero misteri, al massimo cose difficili da capire.
Tra questi giganteggia l'Antologia di Lettura per le Scuole Medie.
Per quanto ancora potrà durare, un libro di testo con quelle caratteristiche?

Per parecchio, sembrerebbe: intorno a me non ho mai visto alcun collega mostrare segni di insofferenza davanti a sì scomodo e ingombrante oggetto. Tutti lo scelgono con gran cura, commentando, consultandosi, confrontandosi, rievocando esperienze passate, presenti e future. E io li ascolto, col gran desiderio di capire di cosa stanno parlando. E non ne vengo a capo.

Partiamo da alcune notazioni generali.
L'antologia è un volume che non deve mai costare meno di 23 euro. Tale prezzo andrà a riferirsi al kit standard, ovvero un volume con almeno due allegati. A parte andranno confezionati il volume di epica (per le prime) e di Letteratura (per le seconde e le terze). Si possono poi aggiungere due o tre volumetti che andranno pagati a parte, oppure, a scelta dell'insegnante che adotta l'antologia, verranno confezionati in un comodo pacco che costerà intorno ai trenta euro, con un pingue risparmio di due o tre euro per l'acquirente.
Il volume base dovrà essere di almeno 400 pagine (meglio se si riesce ad arrivare a 500 o un po' oltre). La carta è pesante, i margini senza scrittura enormi, le illustrazioni quasi sempre di una bruttezza sbalorditiva. Se lasciassero bianchi quegli spazi, almeno gli alunni potrebbero decorarli a piacer loro durante i tempi morti delle lezioni, con risultati estetici senza dubbio infinitamente migliori.
I volumi sono di una pesantezza sbalorditiva. Ci vuole una gru, per alzarli, anche perché sono di carta patinata, di quella che sotto l'illuminazione al neon delle aule scolastiche produce uno sgradevole riverbero. In compenso la rilegatura di solito fa pena e il libro comincia a sfasciarsi già in primavera.

Cosa contiene questo vasto tomo, a parte le illustrazioni non sempre encomiabili?
testi, naturalmente. E' una antologia di lettura, dopotutto. Testi di vari autori divisi in sezioni per argomento e per genere. Piccoli. Corti. Miserabili. Ce ne sono alcuni di quattro o cinque pagine (scritte grandi, com'è giusto) ma sono eccezioni.
In compenso abbondano i testi scritti dai curatori dell'antologia, ma raramente si distinguono per qualità letteraria.
Poniamo: sezione sull'Amicizia.
Introduzione su cos'è l'amicizia, normalmente piena di luoghi comuni e frasi fatte. "Ti sarà capitato" "anche tu avrai visto" eccetera eccetera.
Questionario sull'amicizia (non sempre imperdibile).
Elenco di film sull'amicizia. Elenco di libri sull'amicizia.
Testi piccoli e miserabili sull'amicizia, spesso tagliati male, ancor più spesso sforbiciati perché sono presi da romanzi o racconti lunghi. Poi, nelle note, verranno messe le spiegazioni sui punti tagliati.
Ampia introduzione che spesso riassume il testo e magari tutto il romanzo, e non è raro che venga anche spiegato all'alunno cosa succede nel brano e come il brano in questione va interpretato - che all'alunno non venga in mente di farsi una qualche opinione in proprio, per carità.
Segue il testo.
Seguono gli esercizi sul testo, due o tre paginate di domande che spesso brillano per inutilità e scarsa pertinenza col brano. Ci sono esercizi di linguistica, analisi delle figure retoriche, domande più o meno demenziali. Vengono poi suggeriti esercizi di rielaborazione della storia, inventare un finale, inventare quel che è successo prima del brano, inventare cosa avrebbe potuto succedere nel brano.
Diciamo che il rapporto tra quel che scrive l'autore del brano e quel che scrive l'autore dell'antologia è, quando va bene, uno a quattro, talvolta uno a sei.
Il brano così massacrato risulta spesso del tutto privo di interesse per chiunque abbia il pur minimo interesse a seguire una storia.
Probabilità di appassionare il lettore al contenuto: da zero a uno su dieci (possiamo arrivare a due o tre su dieci in pochi ed eccezionali casi).
Intendiamoci: esistono anche antologie con esercizi interessanti, e ne ho beccate un paio. Ma antologie con una buona percentuale di brani interessanti onestamente non mi risultano.
Tra l'altro i brani in questione sono scelti con criteri... vogliamo dire insoliti?
Ci sono quelle che contengono esclusivamente brani di letteratura dell'Ottocento. Oppure esclusivamente brani di "classici" per ragazzi (che da tempo non sono più classici e non sempre sono nati come letteratura per ragazzi). Chiunque, scorrendole, penserebbe che la letteratura di avventura è morta allo scoccare del Novecento, che nessuno ha scritto più fantasy dopo Ende (ma nessuno ha nemmeno scritto fantasy prima di Tolkien), che la fantascienza è un genere caduto in estinzione dopo il 1960 e che la letteratura dell'horror ha conosciutro come suo ultimo, illustre esponente Lovercraft.
Ci sono poi quelli che sembrano convinti che nessuno ha scritto una riga di alcun genere prima del 1990, e quelli che si limitano a pubblicare brani di libri pubblicati dalla casa editrice che stampa l'antologia (di conseguenza case editrici come Salani e San Paolo e perfino Giunti sembrano non avere mai pubblicato niente di niente); la maggior parte comunque è convinta che sia un peccato mortale pubblicare un brano lungo, interessante e avvincente. 
Particolarmente agghiacciante è la scelta di brani di letteratura extraeuropea - che, poverella, ormai esiste e non è che se pubblichi un brano interessante che in origine sia stato scritto in turco o in giapponese qualcuno si offende, direi.
E le fiabe? Vogliamo parlare della scelta agghiacciante delle fiabe?MAI, dico mai, una fiaba con una eroina, o un intreccio un po' complesso. In compenso c'è sempre Cappuccetto Rosso. Che tutti fra l'altro conoscono già.

La faccenda risulta particolarmente dolorosa nei cosiddetti "volumi di epica" dove si evita con cura di mettere brani lunghi che contengano qualcosa con un inizio, un intreccio e una fine. Mi manca il cuore di parlare della scelta dei brani di epica medievale. E sorvoliamo sulle antologie di "letteratura" di cui ho già avuto il piacere di sparlare.

Ma veniamo a me. Tutti abbiamo le nostre fissazioni, e a me piace lavorare su testi lunghi - magari racconti, o capitoli di un romanzo: la storia di Fantine, il primo duello di d'Artagnan, la bambina smarrita (in un corridoio interdimensionale) di Matheson, Priamo che va a chiedere ad Achille il corpo di Ettore, la casa di Asterion, Cuori strappati di James, la macchina che vinse la guerra, Peline che mette su casa in un capanno da caccia, una delle favole italiane di Calvino, Konrad Lorenz e l'ochetta Martina...
La verità è che ogni classe ha le sue esigenze, i suoi interessi e le sue preferenze. Non ho una programmazione fissa per le letture, le scelgo via via. So comporre l'antologia che mi serve soltanto a fine anno. Ci sono racconti che propongo spesso, ma anche brani che tiro fuori non so nemmeno io perché, sulla base dell'ispirazione del momento (di solito sono quelli che piacciono di più). Gli esercizi li assegno in base alle esigenze della classe, e le esigenze della classe a malapena le so io, figurarsi un ipotetico compilatore di antologie.
Come faccio a scegliere l'antologia giusta per una classe che ancora non conosco, dalla prima alla terza? E se anche conoscessi la classe, come faccio a prevedere come si evolverà? Vorranno i fantasmi? Vorranno le astronavi? Gli piaceranno i duelli? Preferiranno storie di oppressione politica e schiavitù? Gli piaceranno le storie d'amore o diventeranno idrofobi solo a sentirne nominare una? Mica sono cose che si possono prevedere sul momento. Se anche qualche editore a caccia di guai deciderà di compilare una eccellente antologia di racconti e brani ben scelti e adeguatamente (ma non troppo) lunghi, con poche e scarne righe di introduzione ed esercizi sennati, come faccio a sapere se di tutta quella roba di ottima qualità riuscirò a utilizzarne almeno una metà? 
Ogni classe è fatta a modo suo, ogni classe cambia ogni mese.
A me servirebbe una bella banca dati che contenga un po' di tutto dove attingere. In attesa di questa fenice che non verrà mai a posarsi sul nido dell'editoria scolastica (ma che se lo facesse da me incasserebbe un bel po' di soldini) mi arrangio come posso. Sono una persona con un ricco curriculum di letture, perché dovrei mettere da parte questa mia competenza quando salgo in cattedra?

Negli ultimi anni ho finito per adottare (letteralmente) un compromesso: ho preso l'antologia solo per la prima, quando i piccoli brani hanno un loro perché, specie se sono carini, e non la riconfermo in seconda e in terza - ottenendo in tal modo di non sforare il tetto di spesa dei libri di testo. Dopo di che passo il mio tempo a sfinire la fotocopiatrice di scuola.
Giusto quest'anno hanno introdotto però un tetto per le fotocopie (un po' bassino, a quel che mi risulta). Tuttavia la moderna tecnologia sta lavorando per me: diversi alunni dispongono di un kindle, magari di famiglia, e in fondo ormai i cataloghi di libri liquidi si sono assai estesi: cercando con cura potrei trovare probabilmente antologie di racconti adatte alle mie esigenze. Inoltre ci sono parecchi testi di letteratura più o meno classica che in rete si trovano del tutto aggratisse.
In tutti i casi, per i miei alunni il tempo in cui giravano curvi sotto il peso di immani e costosissime antologie è finito. Definitivamente. Ma non per questo costoro saranno privi di una vasta selezione di letture, garantisco.

venerdì 14 agosto 2015

Storie di giovani fantasmi - (a cura di) Isaac Asimov

Seconda antologia curata nel 1985 da Isaac Asimov (e da Martin H. Greenberg e Charles C. Waugh, del tutto ingiustamente relegati in una riga del copyright): dopo i giovani maghi arrivano i giovani fantasmi. L'impareggiabile 'povna nel frattempo mi ha anche informato che esitono  pure le Storie di giovani mostri e le Storie di giovani alieni, che al momento però sono fuori stampa - e mi auguro che la sciattissima Mondadori si dia al più presto una mossa in tal senso, perché se le due che holetto sono così carine, suppongo che anche le altre due saranno almeno discrete. 
Anche questa raccolta è un potenziale ottimo libro di narrativa per le scuole medie, più adatto a una seconda che a una prima (del resto le storie di fantasmi di solito si fanno appunto in seconda). Stavolta il titolo è stato tradotto alla lettera, o quasi: Young Ghosts.
Anche qui, il contributo di Asimov si limita all'introduzione, stavolta incentrata sulla teoria  che non è necessario credere ai fantasmi per gustarsi una buona storia di fantasmi - cosa su cui è difficile non concordare.
Il racconto di fantasmi è un genere molto più antico e rispettabile del racconto fantasy . anzi i veri e propri racconti fantasy sono piuttosto rari, mentre la storia di fantasmi nasce per la dimensione-racconto e per giunta ha più di un secolo e mezzo di tradizione alle spalle. Molto presto inoltre si è creata il sottogenere "storia di fantasmi per bambini e ragazzi" che vanta nelle sue file diversi nomi illustri. La scelta per i curatori era quindi contemporaneamente più vasta e più ristretta.
Ai miei occhi poi questa antologia presenta anche il vantaggio di avere un solo racconto in comune con quella curata da Roald Dahl . Inoltre è più breve e presenta solo racconti per giovani stomaci, mentre Dahl ne aveva scelti anche alcuni abbastanza complessi.

Si comincia con uno dei più famosi racconti di Montague Rhode James, Cuori perduti - che rappresenta un interessante ribaltamento della bislacca leggenda secondo cui gli zingari rubano i bambini; abbiamo poi fantasmi che viaggiano nel tempo, fantasmi convinti di essere ancora vivi, fantasmi in trappola, fantasmi-bambini buoni, gentili e operosi, trattenuti a terra non dal peso di vecchie colpe ma dalla forza dell'affetto che ancora nutrono per i vivi, fantasmi che chiedono giustizia, fantasmi giustamente vendicativi, fantasmi di persone non ancora morte, fantasmi che tornano indietro per breve tempo, per aiutare un vivo cui devono riconoscenza e fantasmi enigmatici quanto strampalati. 

La copertina non ha assolutamente nulla a che vedere con il contenuto anche se è piuttosto bella (chissà se esistono racconti su fantasmi di draghi? Scriverne uno potrebbe essere un esperimento interessante).
Non è una lettura lunga: due serate o un pomeriggio di medie dimensioni bastano e avanzano. Oppure può durare dieci giorni, se ci si attiene con saggia misura al criterio di una storia al giorno - che nel caso dei racconti di fantasmi è sempre consigliabile. 
Anche se è stata concepita per giovani stomaci, l'antologia è più che apprezzabile anche per un adulto amante del genere.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti un felice Ferragosto - e se vi porterete dietro un buon libro, l'eventuale Perfido Temporale Ferragostano non vi impedirà di passare un eccellente fine settimana.

venerdì 17 luglio 2015

Storie di giovani maghi - (a cura di) Isaac Asimov


Nei rarissimi momenti liberi in cui non scriveva romanzi (gialli, di fantascienza e quant'altro) né testi scientifico più o meno divulgativi, e nemmeno leggeva o dormiva, il prode Isaac Asimov curava antologie di vario genere, e infatti ne ha sfornate una quantità impressionante.
Quella che vado oggi a presentare è stata assemblata nel 1987 e contiene dieci racconti di letteratura fantastica. In Italia è arrivata solo nel 1998 e dalla copertina sono spariti gli altri due curatori, Martin H. Greenberg e Charles G. Waugh - citati a malapena, piccoli piccoli, nel copyright. 
Attualmente si trova negli Oscar Junior Mondadori e ha un prezzo decisamente contenuto.
Asimov ha scritto la prefazione, dedicata alla noia della moderna tecnologia, che funziona con monotona regolarità (al contrario della magia che lascia sempre un certo spazio all'imprevisto) ma non compare tra gli autori dei dieci racconti.

I dieci racconti, scritti a partire dal 1947, sono stati scelti con oculatezza e sono di ottima fattura e piuttosto variegati. I giovani maghi (ma il titolo originale era  "Maghi e streghe", e i racconti sono divisi rispettando le pari opportunità) sono, appunto, molto giovani, bambini o giovanissimi adolescenti, che si scoprono un improvviso talento per la magia o che si accingono a studiarla o che hanno ereditato questo dono venendo da magica stirpe oppure, semplicemente, sono maghi perché sono bambini e i bambini sanno tutto della magia. Ce ne sono di struggenti, di inquietanti e di divertenti (soprattutto Una giornata portentosa che è assai simile a una fiaba). C'è una bellissima storia di streghe - intese come streghe che venivano bruciate sul rogo nei futuri Stati Uniti - dove la magia infrange anche le leggi del tempo, c'è una storia d'amore ahimé alquanto impossibile (il primo racconto, scritto da un Bradbury in stato di grazia; ma quand'è che Bradbury non è in stato di grazia quando parla di bambini e adolescenti?) e c'è un interessante storia che parla di una ragazzina che deve affrontare l'esame di ammissione per entrare in un esclusiva scuola per streghe, dove i ritratti appesi alle pareti parlano e ascoltano e ogni riga fa venire in mente Hogwarts, che all'epoca non esisteva ancora ma che probabilmente proprio all'Esame di ammissione deve alcune sue caratteristiche.
C'è anche, come ultimo racconto, la storia di un ragazzino con un notevole talento nel disegnare i gatti - gatti tanto belli da sembrare che stiano per balzare fuori dalla pagina e andarsene in giro.

Il volume è un ottima lettura per bambini e ragazzi dai dieci anni in su, se appassionati di storie fantastiche, e si legge in poche ore. Secondo me dovrebbe funzionare bene anche come libro di narrativa per la prima media.
Comunque anche un adulto ben predisposto se lo legge molto volentieri, devo dire.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture sotto l'ombrellone (o sotto il ventilatore) a chiunque passi di qua.

lunedì 5 maggio 2014

Haeretica - Di antologie delle medie (inadeguate) e di epica (bellissima)

Giusto in tema: oggi, 4 Maggio, è lo Star Wars Day. Auguri a tutti i fan, e quindi anche a me ^__^

La letteratura epica nasce come genere d'intrattenimento ed è un genere letterario anomalo: a volte nasce recitata e poi viene scritta, a volte nasce scritta; qualche volta conosciamo l'autore e qualche volta no. Qualche volta ha una fonte storica e se la rigira come le pare fino a toglierle ogni pur minima valenza storica. Qualche volta (spesso) riadatta un presunto passato eroico per raccontare a modo suo il presente. 
Ai ragazzi è sempre piaciuta e forse per questo, oppure nonostante questo, continua ad essere ammanita ai fanciulli in fiore. Le attuali antologie delle medie fanno quel che possono per ammazzarla, e anche gli insegnanti di Lettere spesso ci mettono del loro. Ciò nonostante l'epica continua ad essere letta e apprezzata a scuola.

In una normale antologia si ama alternare varie traduzioni per i poemi classici, anche in prosa "così i ragazzi si rendono conto della differenza"; anche se non è ben chiaro di che differenza possa rendersi conto una povera creatura implume che di solito non ha i mezzi, gli strumenti o l'interesse per andare a controllarsi i testi originali: i filologi e i grecisti di undici anni scarseggiano, senza contare che i vari traduttori cercano sì di trasmettere il ritmo e l'atmosfera del testo, ma giustamente ognuno lo trasmette e lo interpreta a modo suo. Il giovane e malcapitato alunno si ritrova così davanti un discutibile collage di traduzioni in versi e in prosa, di brani riassunti, adattati, tagliati e facilitati di cui non di rado gli viene chiesto perfino di fare una "parafrasi"*. 
Quel che è sbalorditivo è che alcuni autori - Omero tra tutti - sopravvivono in qualche modo perfino a questo demenziale trattamento e trovino ancora chi li apprezza tra i banchi di scuola.
Di solito vengono scelti i brani "più belli" o "più famosi" - che, vien da pensare, sono anche gli unici che il compilatore dell'antologia conosce. Da essi si ha cura di espungere qualsiasi pur innocuo riferimento al fatto che i protagonisti di un poema epico spesso e volentieri trombano qualora gliene si presenti l'opportunità, nonché qualsiasi accenno al fatto che la gente, quando si batte in duello e soprattutto quando in duello muore, lo fa con un certo spargimento di sangue e di budella.
Osservazione fuori campo: in realtà ogni poema epico che si rispetti racchiude gran copia di passi dove nessuno tromba e nessuno muore in modo sanguinoso e ciò nonostante il lettore non corre il rischio di annoiarsi. Il problema è che questi passi vanno saputi trovare, e da sempre l'unico modo per trovare qualcosa contenuto in qualcos'altro è setacciare il contenuto del contenitore - in pratica, leggersi il poema tutto intero. Mica necessariamente a un tavolo, seduti su una sedia di chiodi: anche a letto la sera, adagiati su morbidi cuscini, al limite anche scorrendo un po' distrattamente parte del testo. Ma insomma un occhiatina, al poema in versione integrale, gliela dovresti proprio dare.

Non sia mai! 

Perché Lassù, in alto** è stato stabilito che ci devono essere dei duelli, come brani portanti di un antologia epica. Ma niente budella sparse per terra, sennò i ragazzi si impressionano.

Le cose per il giovane lettore funzionano molto meglio se si isolano due o tre nuclei tematici*** e se ne dà lettura estesa o abbastanza estesa. Due o trecento versi, per intendersi. La cosa strana, nell'epica (ma anche nel resto della letteratura) è che trecento versi non sono molto più lunghi di sessanta versi scelti fior da fiore, e restano molto meglio impressi, perché la scena completa ha una sua autonomia e l'insegnante non deve interrompere la lettura ogni dieci parole per spiegare chi è Tizio, chi è Caio e perché Sempronio è fieramente irritato con Tullio, che del resto lo odia da vent'anni.
Scene complete, con un inizio e una fine, un capo e una coda, magari chiedendo un rispettabile riassunto a voce per la volta successiva (ma non è poi un obbligo) si possono tranquillamente fare in classe senza colpo ferire, e ci sono buone possibilità di divertirsi tutti quanti. Inoltre, finito il lavoro, gli alunni hanno una qualche vaga idea del contenuto del poema epico esaminato.
Basta armarsi di una buona fotocopiatrice e di un edizione completa del poema. Quanto alle note esplicative... a parte che esistono un sacco di edizioni con note, non ne servono poi molte. Quelle necessarie le possono scrivere i ragazzi sulle fotocopie.
Certo, se gli autori dei supplementi di epica delle antologie facessero il loro lavoro con un po' di criterio non sarebbe nemmeno necessario scomodare la fotocopiatrice; ma, per qualche e misterioso motivo, i compilatori di antologie hanno un idea del loro dovere che è del tutto incompatibile con la possibilità di usare quei libri per trarne delle buone e piacevoli letture, non so perché.

Ma andiamo sul concreto.
Con Omero non ci sono problemi: ha scene di tutte le taglie e di tutti i tipi. Due o tre per poema e il gioco è fatto. Unica avvertenza: a mio avviso la morte di Argo è indispensabile.

Venendo all'Eneide, occorre prima di tutto considerare se è proprio indispensabile leggere l'Eneide. E' un poema particolare, nato per un pubblico adulto. Per trovare qualcosa di adatto ad un giovane stomaco si deve cercare con un po' di pazienza. Personalmente lascerei molto in pace Didone e i duelli, che mi sono sempre parsi piuttosto soporiferi. Tante scene che a un adulto un po' letterato sembrano assai evocative hanno senso solo se c'è qualcosa da evocare, e a undici anni i ragazzi le seguono poco. Personalmente mi sono sempre limitata al secondo canto: dopo aver seguito la storia dell'assedio di Troia sapere com'è caduta Troia può interessare - e le scene di fuga e disperazione nella città che vola in pezzi come un castello di carte hanno un loro notevole fascino, come la parte dell'inganno del cavallo. E', diciamo, una specie di antiepica. Ma a Virgilio veniva meglio quella che i duelli, che scriveva per questioni di contratto.

C'è poi il resto: Le Argonautiche di Apollonio Rodio, la Pharsalia di Lucano, la Tebaide di Stazio; per le Argonautiche vanto un esperimento piuttosto riuscito (anche se consiglio di evitare il brano dove la freccia apportatrice di pene trafigge Medea) mentre  degli altri due poemi al momento so soltanto che esistono e che la Pharsalia è stata pubblicata nella BUR qualche anno fa. Molti sono gli insegnanti i Lettere che hanno letto l'una, l'altra o entrambe. Perché non tentare qualche esperimento, lasciando gli autori di antologie inchiodati ai loro incontri sforbiciati tra Ettore e Andromaca e ai loro Eurialo e Niso ridotti a colabrodi, e non solo per colpa delle frecce nemiche?

L'epica medievale è una terra incantata e colma di tesori non più tanto nascosti. Se nelle antologie continuiamo a trovare soltanto la morte di Rolando (che a me è sempre parsa di una noia micidiale, al contrario di quasi tutto il resto della Chanson), la morte di Siegfried dalla Canzone dei Nibelunghi e un breve passo del Cantar de mio Cid**** è solo perché i compilatori delle medesime sono talmente pigri da far vergognare al confronto i gatti che dormono al sole. 
Per il Beowulf in particolare non hanno scuse, visto che Einaudi l'ha finalmente tradotto e stampato, da tempo ormai anche in edizione economica. Ma negli ultimi trent'anni è stato tradotto o ritradotto un po' di tutto: la Morte d'Artù di Malory, i cinque romanzi di Chretien de Troyes, il Lancelot-Graal, il Tristan di Thomas e quello di Goffredo di Strasburgo, il Parzifal di Wolfram von Eschenbach e l'Edda di Snorri (e altro). Buona parte di questi libri è esaurita o difficile da trovare, ma in biblioteca ci sono, e per chi cura un antologia dovrebbe essere pur possibile infilare qualche brano per fornire un percorso decente che renda in qualche modo l'idea di una vasta letteratura che è alla base dei fantasy che oggi vanno tanto di moda - perché in fondo sono soprattutto storie d'amore, d'avventura e di incantesimi, e i ragazzi le trovano sempre interessanti quando riescono a metterci gli occhi sopra.
Entrare nell'epica medievale è come tuffarsi in un universo alternativo: il modo dei personaggi di rivolgersi l'un l'altro, la descrizione delle armature (completamente diverse da quelle greche), la mitologia legata alle spade, spesso anch'esse magiche, e il continuo avvicendarsi di fate, maghi, cerve bianche incantate, filtri incantati, fontane incantate, cavalieri dalle armature dai colori più impensati (spesso anch'esse incantate) e sonni incantati è un autentico viaggio nel paese delle meraviglie. Se l'insegnante non ha una biblioteca personale più che fornita, è per questo obbligato a inchiodarsi sulla morte di Rolando e nella leggenda di Artù malamente rimasticata da narratori moderni specializzati in "letture per la scuola" preoccupatissimi di togliere a quelle vicende un qualsiasi accenno di incanto (e a sopprimere implacabilmente ogni storia d'amore, perfino quelle che finiscono con legittimissimi matrimoni)?

Non sarebbe forse il caso, quando si lavora a una raccolta di brani di testi destinati a giovani e implumi lettori, di uscire da un canone ristretto e mummificato per mettere al primo posto la bellezza dei testi e la costruzione di percorsi un po' più complessi della malinconica sequenza tre pagine di introduzione storico-letteraria fatta male, brano di trenta versi, quattro pagine di esercizi insulsi, e di nuovo tre pagine di introduzione storico-letteraria fatta male eccetera eccetera?

Nota per l'incauto e paziente lettore che per avventura fosse arrivato fino alla fine di cotanto sproloquio:
Per quanto mi è stato dato di capire questo tipo di problema preoccupa una e una sola persona nell'italico universo scolastico : me medesima. In quindici anni di insegnamento più o meno accettabile non mi sono mai imbattuta né in un insegnante che si sognasse di mettere in discussione la scelta dei testi del libretto di epica né in un curatore di antologia che desiderasse fornire qualcosa di valido e ponderato in materia. Ne ho scritto sul blog unicamente in base al principio che "il blog è mio e ci scrivo quel che mi pare".

*ammettiamolo: fare una parafrasi delle piane e chiarissime traduzioni di Rosa Calzecchi Onesti è uno dei esercizi più balordi e inutili di passare il tempo.
**dove? Boh.
***detti anche "episodi"
****che ogni anno mi riprometto di leggere ma non so perché trovo sempre qualcosa di meglio da fare.

venerdì 31 maggio 2013

Il libro delle storie di fantasmi - (raccolte da) Roald Dahl


Tanti anni fa Dahl ricevette e volentieri si sobbarcò l'incarico di selezionare un cospicuo gruppo di buoni racconti di fantasmi per trarne una serie televisiva. Convinto che sarebbe stato come pescare paglia da un pagliaio, scoprì che i racconti di fantasmi erano in effetti merce assai comune, ma i buoni racconti di fantasmi erano invece assai rari. Si formò comunque una vasta competenza in materia e, visto che la serie televisiva non andò mai in porto, finì per ricavare dalle sue letture un'antologia con 14 delle storie di fantasmi che più gli erano piaciute e che venne pubblicata nel 1983 (da qualche tempo c'è anche in edizione economica).

Tra i tanti generi letterari la storia di fantasmi è particolarmente scivolosa da definire, e anche se molti dei grandi nomi della letteratura non solo inglese vi si sono cimentati, spesso non sono stati loro a sortire gli effetti migliori.
Un fantasma, nel caso più consueto, è un morto che continua a interagire con i vivi perché ha ancora qualche conto in sospeso: a volte vuole vendicarsi, a volte aspetta la redenzione, a volte vuole ringraziare o proteggere qualcuno oppure non riesce ancora ad andarsene, e queste sono solo alcune delle possibilità. Una storia di fantasmi non è necessariamente paurosa, più spesso è solo molto, molto inquietante, ma può anche essere consolatoria o perfino divertente. Inoltre, come osserva Dahl nell'introduzione, spesso nelle storie di fantasmi il fantasma non c'è e, come teorizza un altra autorità in materia (M.R. James, che non è presente nell'antologia) non è bene che al lettore sia spiegato tutto; insomma si tratta di parlare di qualcosa che non compare ma c'è, raccontando una storia che deve essere capita, ma non del tutto: comprensibile che non tutti gli autori siano riusciti a venirne a capo in maniera soddisfacente.

I 14 racconti scelti da Dahl sono tutti ottimi e offrono una panoramica molto variegata del genere e un vasto campionario di fantasmi. Le omissioni non vengono spiegate (oltre a M.R. James ad esempio mancano anche il fantasma di Canterville ed Henry James) ma tra gli autori ci sono scrittori famosi la cui fama non è legata esclusivamente a questo tipo di storie. Viene coperto tutto l'arco cronologico che va dal periodo vittoriano agli anni 80 del secolo scorso e naturalmente non ci sono solo racconti inglesi. Abbiamo fantasmi al telefono, fantasmi di bambini, fantasmi di gruppo, fantasmi che sembrano persone normalissime, insomma di ogni indole e genere e con ogni tipo di retroterra.
E' un libro perfetto da tenere sul comodino per leggersi una storia ogni tanto, con l'unico difetto che purtroppo dopo quattordici di questi ognitanto il volume sarà finito.
Interessante anche l'introduzione, in cui Dahl racconta la nascita dell'antologia ma soprattutto parla di letteratura, non solo fantasmatica.
Consigliato per tutti, dai dodici anni in su (anche se un paio delle storie possono restare un po' ostiche a un adolescente).

Con questo libro partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma, con l'augurio che questo fine settimana offra qualche scorcio di primavera onde potersi dare alla lettura anche sotto gli alberi o in un parco, e non solo a casa, con accanto la solita tisana per cercare di mettere in fuga i sintomi del raffreddore che in questa primavera assai anomala perseguitano tanti di noi.



mercoledì 7 novembre 2012

Haeretica - Quel caprone di Propp


Giusto per fare un po' di scaricabarile, la definizione non è mia: io in realtà non ho nulla contro lo strutturalismo applicato alle fiabe, né contro lo strutturalismo in generale; anzi l'ho sempre trovato molto interessante da quando l'ho incrociato per la prima volta, giusto alle medie, nell'antologia, e mi affascinano molto quei giochini in cui prendi due storie diversissime e scopri che hanno la stessa impalcatura. 
Di fatto le storie-base sono poche e semplici, e tutti gli autori di tutti i tempi hanno continuato a narrarle e rinarrarle, cambiando qualche dettaglio qua e là: si tratta sempre di vita, di morte, di rinascita, di nascite, di unioni, di separazioni,  di crescita e di passaggi, nelle fiabe come nella mitologia, nei romanzi e nei film; allo stesso modo  mangiamo sempre proteine, lipidi e glucidi, ma l'anatra all'arancia e la mousse di salmone hanno un loro perché, come lo hanno le storie sulla guerra di Troia e Anna Karenina, anche se tutti sappiamo già, prima ancora  di leggere la prima parola, che in guerra si muore e che l'amore può essere un sentimento anarchico e pericoloso.

Dunque Propp ha fatto un lavoro meritorio classificando personaggi e tappe di sviluppo delle fiabe, e non ce l'ho minimamente con lui.
Ce l'ho invece a morte con le antologie per le scuole medie (questa sì che è una novità!) e per come trattano fiabe e mitologia. E mi irrito assai, anche se faccio del mio meglio per non darlo a vedere, quando i miei colleghi danno per scontato che io prenda sul serio le antologie in questione e segua passo per passo il loro approccio a cotali espressioni letterarie, approccio che a me pare delirante in sommo grado.

In primis, ci si aspetta che faccia una gran questione della distinzione tra favole e fiabe, prendendola assai sul serio e aspettandomi che pure gli alunni la tengano in grandissima considerazione come se fosse una cosa importante.
Ma in italiano "fiaba" e "favola" sono sinonimi. Quegli irritanti raccontini di Esopo, Fedro e consimili sono chiamati di solito favole (di solito, ma non sempre), ma Cenerentola, la Bella Addormentata e Biancaneve sono definite sia favole che fiabe con assoluta intercambiabilità - anche perché entrambe le parole hanno la stessa radice e lo stesso significato, derivando entrambi da "fabula" che vuol dire "intreccio, racconto".
E infatti i ragazzi imparano coscienziosamente la differenza e se la dimenticano tre giorni dopo, come ho sempre fatto anch'io.
Del resto, non ho mai capito questa grande indispensabilità di infarcire la mente delle giovani leve con le favole propriamente dette: sono racconti squallidi con una morale meschina e irritante, popolati da grandissimi deficienti del tutto sprovvisti di altruismo e generosità. Non importa leggere le favole, le viviamo ogni giorno.

Le leggi morali all'interno delle fiabe mi piacciono molto di più: lì il protagonista viene ricompensato se nutre la cicala o scalda la serpe in seno, insomma se fa qualcosa di gentile a titolo gratuito, mentre chi si comporta come quella grandissima carogna della formica finisce giustamente male, o comunque non sposa né il principe né la principessa. Inoltre nelle fiabe vige una certa parità dei sessi, perché le eroine fanno all'incirca tutto quello che fanno gli eroi. Insomma, mi sembra un universo molto più decoroso da presentare ad un giovinetto in crescita, senza contare che si lavora sugli archetipi, e gli archetipi ai giovinetti in crescita piacciono molto (anche se non a tutti piacciono le fiabe). Da brava tolkieniana, sono convinta che le fiabe piacciano o non piacciano a seconda dei gusti, e che non sia una questione di età - a me per esempio piacciono e ne tengo diverse raccolte in libreria, e quando le leggo non penso alle funzioni di Propp, di solito - anche se rintracciare i motivi ricorrenti mi diverte molto.
Nelle antologie ci sono sei o sette fiabe (quando va bene), più un gruppo di varianti sul tema (fiabe alternative, fiabe africane che stando alla loro demenziale distinzione sarebbero in realtà favole, fiabe internazionali di solito scelte male) e una valanga di pagine di commento e di esercizi irritanti, oltre alle solite orripilanti illustrazioni - va detto comunque che commenti demenziali, esercizi insulsi e illustrazioni orripilanti ci sono in tutta l'antologia, non solo nella sezione dedicata alle fiabe. Arriva però regolarmente il momento in cui ci si aspetta che il giovane virgulto sappia costruire una fiaba e/o una favola, e tale esercizio gli viene serenamente assegnato, salvo poi lamentarsi che "hanno scritto delle fiabe proprio brutte, e non hanno nemmeno seguito le funzioni di Propp", come se scrivere una fiaba fosse alla portata di tutti. E perché no un'orazione contro Catilina o per Celio, già che ci siamo?

Si arriva poi alla mitologia e all'epica - temi affrontati a volte con grande cautela perché "i ragazzi non sono ancora in grado di capire il concetto di mito" - il che dà per scontato che esista un concetto ben definito e universalmente condiviso di mito da capire una volta per tutte, e beato chi lo conosce.
L'idea che miti e fiabe trattino gli stessi argomenti e spesso raccontino alla lettera le stesse storie non sembra molto diffusa. In compenso tutti sembrano convinti (autori delle antologie in primis) che i miti abbiano una spiegazione, e anzi siano altrettanti tentativi di spiegare i fenomeni naturali (ho sentito ripetermi questa strampalata teoria persino da gente che, avendo frequentato il liceo classico, avrebbe pur dovuto saperne qualcosina di più, e se poi qualuno mi sa spiegare il fenomeno naturale che viene spiegato con le storie di Amore e Psiche o di Orfeo ed Euridice, complimenti sinceri e si faccia avanti a dirlo). Mi rendo conto che per alcuni è importante pensare che ogni religione al di fuori di quella cristiana viva di storielline inventate per tenere buoni i bambini quando fuori piove, ma spacciare questo ripo di pregiudizi per Verità Universalmente Riconosciute mi sembra una vera stupidaggine.

Ad ogni modo, anche ammettendo per assurdo che il rapimento di Proserpina sia stato inventato per spiegare l'alternarsi di inverno ed estate* e che gli antichi, perplessi davanti allo schianto del fulmine, si fossero tranquillizzati dopo essersi spiegati a vicenda che il fulmine c'era perché un dio lo mandava dall'alto (che mi sembra la classica spiegazione che apre molti più interrogativi di quanti ne risolva) resta il fatto che le strutture e i temi dei miti sono proprio gli stessi delle fiabe, tanto che alcune fiabe derivano proprio dalla mitologia - o forse sarebbe più esatto dire che ad un certo punto della loro esistenza hanno preso la forma della fiaba, e in altri momenti quella di mito.

D'accordo, non è necessario fare impazzire i ragazzi con tutti gli intrecci, narrativi e non, legati alla mitologia, soprattutto quella esoterica. Si può anche restare in un sorridente ambito ovidiano, dove le storie vengono semplicemente narrate, con solo qualche spia ogni tanto a ricordarci che quegli déi frivoli e libertini erano anche terribilmente pericolosi, e chiuderla lì - ma per favore la storia dell'interpretazione naturalistica risparmiatecela.
E magari piantatela di espurgare i miti. D'accordo, con quelli greci è difficile, ma volendo ci si può arrangiare. O comunque scegliere. 
Insomma, è proprio necessario, tra tante e tante divine ed eroiche vicende, scegliere quella di Edipo per tirare fuori una storia completamente inventata dove non c'è ombra di violenza e il giovane Edipo si limita ad avere un po' di avventure, peraltro molto noiose, pescate dio solo sa da quale autore minorissimo e ubriaco? Capisco che una storia di parricidi e fratricidi possa disturbare, per tacere dell'incesto, ma allora ripiegate su qualche garbato quadretto alessandrino del genere Aci e Galatea, o su qualcosa che sia più facilmente addomesticabile, come la storia di Orfeo.
E se la mitologia greca vi dà tanta noia che non sopportate di averci a che fare, fate una sezione su qualcos'altro.

*anche se allo stesso modo si potrebbe sostenere che l'alternarsi di inverno ed estate era stata inventata per illustrare meglio la storia del rapimento di Proserpina

martedì 17 luglio 2012

Haeretica - Sui corsi di Scrittura Creativa per le scuole medie


Nella vita normale la Scrittura Creativa è assai simile all'araba fenice: tutti concordano sul fatto che esista ma diventano molto confusi quando si tratta di delinearne i confini con precisione (personalmente concordo con questa scuola di pensiero). 
Quando però si entra nella scuola media, per fortuna, le cose si semplificano  e sulla scrittura creativa hanno tutti le idee molto chiare - specie gli insegnanti di Lettere.
Abbiamo infatti, a tal proposito, due scuole di pensiero all'occorrenza intercambiabili, e con parità di diritti.
La prima intende, per Scrittura Creativa, qualcosa da confinarsi a ore speciali (laboratorio, sesta ora,  Approfondimento delle Materie Letterarie e simili): in questo caso si intende qualcosa che richiede solo carta e penna (o computer)  e una certa dose di scrittura ma non è  soverchiamente pallificante per l'alunno che la pratica.
"Massì, fagli un corso di scrittura creativa, così tu non ti stanchi e loro si divertono" è l'esortazione consueta che riceve l'insegnante di Lettere novizio dai colleghi più esperti. Qualora l'insegnante di turno, cui sia stata così sbolognata la Scrittura Creativa, mostri una certa qual esitazione, tutti i colleghi intervengono a rassicurarlo e gli mostrano qualche guida... ai giochi linguistici.
Inteso in questa accezione, il Corso di Scrittura Creativa risulta effettivamente non molto  faticoso per il docente e piuttosto divertente per gli alunni; nonostante questi due gravi inconvenienti è anche molto utile, specie quando il docente ha cura di agganciarlo a un po' di grammatica: filastrocche, giochi di parole, tentativi di poesia (con rima o senza, ma il ritmo ci deve essere comunque), frasi costruite da determinate parole chiave, dove per esempio cambia o aumenta una lettera (per intendersi: pala/palla, panno/panna),  parole polisemiche (tasso, stagno),  parole che cambiano significato cambiando l'accento (ancora, pesca); scene legate a modi di dire (parlare a Vanvera), dialoghi impossibili eccetera eccetera. Di giochi di questo tipo ce ne sono centinaia, quel che non c'è si può inventare in un lampo di ispirazione o chiedendo in giro, e se manca l'ispirazione o si vuole una guida di appoggio ci sono ottimi manuali. E' del tutto improbabile che un gruppo di lezioni di questo genere risulti dannosa, ed è nel normale corso delle cose che risulti utile quanto divertente per tutti.

Esiste poi un altro tipo di Scrittura Creativa, che è una specie di cascame dei veri e propri Corsi di Scrittura Creativa (quelli che si fanno a pagamento nelle Scuole di Scrittura e che dovrebbero aiutare le persone ad esprimersi attraverso la scrittura riuscendo meglio o peggio a seconda di chi li tiene e di chi li frequenta). Ogni antologia ne contiene uno, e sono del tutto orripilanti e pretenziosi.

Lo scopo dichiarato è, nientemeno, "imparare a scrivere un racconto" o, in qualche caso, addirittura "diventare uno scrittore". Vaste programme, va riconosciuto.

Verrebbe da pensare, all'incauto profano, che il primo passo per insegnare a scrivere un racconto, anche senza essere la settima reincarnazione della Mansfield o di Hemingway, sia avere una qualche idea di, appunto, come si fa a scrivere un raccontoma in verità niente in questi corsi (o percorsi, o moduli o come accidente vengano chiamati a seconda dell'anno dell'edizione dell'Antologia) lascia presumere che il suo ideatore abbia mai prodotto alcunché in questo campo.

Il corso si divide normalmente in cinque step (o fasi, o unità didattiche o di apprendimento o come accidente vengano chiamati a seconda dell'anno di edizione eccetera eccetera): l'inizio, detto anche incipit,  i personaggi, l'ambientazione,  i dialoghi, il finale. Non una parola è di solito riservata alla scelta della vicenda, anche se in qualche caso si indica il genere letterario di riferimento: racconto giallo, o di fantascienza, o fantasy. A volte c'è anche il Racconto Umosristico.
Quando il genere viene indicato, allora se ne indicano anche le caratteristiche, dimostrando una singolare ignoranza del genere suddetto e dei suoi sviluppi negli ultimi quattro decenni.
Con il racconto umoristico, va pur riconosciuto, a elencare le caratteristiche si fa in fretta: deve far ridere e presentare situazioni comiche (queste sì che son sorprese!). Per gli altri generi, è una mezza tragedia.
Ancora ancora, nel racconto giallo ti spiegano che ci vuole un mistero da risolvere e un investigatore - che è pur sempre vero, anche se costruire un racconto giallo che abbia almeno vagamente un senso richiede comunque un bel po' di pianificazione. 
Ma quando si tratta di fantascienza o di fantasy...
Il racconto di fantascienza richiede astronavi e viaggi nello spazio, ci assicurano, sorvolando sul fatto che una gran bella fetta della fantascienza non coinvolge astronavi di nessun tipo e si basa su paradossi temporali o interdimensionali, catastrofi nucleari o questioni sociali legate all'ecologia e alla sovrappopolazione (ma siamo seri: ce lo vedete un curatore di antologia spulciare tra i premi Nebula e gli Hugo alla ricerca di racconti originali e moderni da inserire nei suoi volumi? Siamo seri, è molto più pratico riciclare le vecchie glorie degli anni 60 inserite trent'anni fa e da allora rimpallate tra tutte le antologie del regno).
Se invece si passa al fantasy (dimenticando allegramente che i racconti fantasy non sono molto comuni, perché l'unità di misura per il fantasy, nel bene e nel male, è la trilogia, e infatti nelle antologie ci sono solo brani tratti da romanzi) ti raccontano che ci deve essere un'ambientazione medievale e la lotta tra il Bene e il Male.
E par di sentirli rispondere, davanti a eventuali obiezioni  "Ragazzi, noi s'è letto solo un po' di Tolkien in pillole e qualcuno dei primi romanzi di Terry Brooks, e lì c'è l'ambientazione medievale e la lotta tra il Bene e il Male" (il che poi non è neanche  vero, nemmeno per Terry Brooks). "Ma, scusate" si potrebbe obbiettare "Da quando in qua un ragazzo in seconda media è in grado di costruire un'ambientazione medievale?".
Al che, nel caso, potrebbero rispondere che spesso, anche nei temi, si sente chiedere una storia che si svolge in un dato periodo storico con accurata ambientazione, e se gli insegnanti la chiedono nei temi, a maggior ragione possono pretenderla in un racconto (e hanno ragione, pretenderla non è un problema per nessuno. Cosa poi venga fuori dal tema in questione è un'altra storia).
Senonché per "ambientazione medievale" a volte hanno il coraggio di precisare che intendono spade, draghi, incantesimi e cavalieri con l'armatura, e all'occorrenza sono ben accetti anche nani ed elfi (il medioevo era pieno zeppo di draghi, elfi e incantesimi, è ben risaputo).

Torniamo al nostro ipotetico racconto, che il tredicenne di turno dovrebbe costruire a ruota libera partendo dall'inizio e concludendo con il finale. Per quanto si frughi all'interno di questi Corsi di Scrittura Creativa da Antologia non se ne trova mai uno che dica che, per scrivere un racconto, sarebbe buona norma partire da una storia, più che dall'inizio. Ovvero: di che parla il tuo racconto?

C'è una principessa che sposa un armadillo? O un armadillo che si ritrova nelle fogne di Chicago? O si parla di una rapina alla banca finita bene per tutti, banchieri esclusi? Oppure la mamma prepara un dolce per il compleanno di Roberta?
Non è necessario che, quando comincia, il fanciullo aspirante scrittore sappia tutto della vicenda che va a narrare, in fondo si scrive anche per farsi sorprendere da una storia;  ma dovrà ben avere almeno una vaga idea di dove e quando si svolge la sua storia, cosa succede e chi vi partecipa, altrimenti scriverla risulterebbe davvero arduo.

Poniamo comunque che, in un attacco di buon senso e in barba alle balorde istruzioni  dell'antologia, l'insegnante abbia evitato l'ostacolo facendo scegliere (o perfino assegnando dittatorialmente) agli alunni lo spunto della vicenda prima di accingersi all'ardua opera.

1Il percorso di Scrittura Creativa parte inevitabilmente dall'inizio, che spesso viene anche chiamato incipit sembra una roba molto più seria. Volendo, ci sarebbe da considerare il piccolo e insignificante dettaglio che per costruire un incipit devi anche avere scelto il Punto Di Vista della narrazione; ma c'è il piccolo inconveniente che di Punto di Vista le antologie scolastiche delle medie non parlano praticamente mai.
E allora si parte con una bella sfilata di inizi a effetto.
Spesso la lista comprende il Giovane Holden, Moby Dick, uno Stefano Benni,  Malavoglia e Promessi Sposi, più un paio di altri  italiani sconosciutissimi ai più e che non producono incipit di particolare rilievo. Vivaddio, nel caso di Stefano Benni e degli italiani sconosciutissimi, di solito gli inizi sono, effettivamente, di racconti - ma gli altri sono di romanzi, e spesso  romanzi tutt'altro che brevi.
Ti spiegano poi che l'inizio è importante e che puoi cominciare presentando il tuo personaggio, oppure in medias res, magari con un dialogo, oppure con un inizio descrittivo.
Tutte cose vere, in generale; ma anche la migliore sfilata di incipit di questo mondo serve principalmente per fare sfoggio di citazioni colte - trovare l'incipit del tuo racconto è un altro affare, e soprattutto l'incipit giusto per un racconto arriva nel momento in cui il racconto è completo, almeno nella struttura. Ergo la sezione sull'incipit andrebbe per lo meno spostata per ultima.

Seconda tappa: i  personaggi.  I quali vanno descritti. Lì si parte con grande sproloquio di descrizioni oggettive e soggettive che, se non hai deciso il punto di vista della narrazione, lasciano veramente il tempo che trovano. Seguono citazioni di eccellenti descrizioni tratte dalla letteratura ottocentesca, spesso oggettive. Piccolo particolare: nella letteratura che leggono i fanciulli oggigiorno, salvo rare eccezioni, l'Ottocento scarseggia. Abbondano invece scrittori contemporanei, dove le descrizioni sono ridotte al minimo e seguono comunque tecniche completamente diverse dall'Ottocento. Intendiamoci: un bello studio sull'arte della descrizione nei secoli può essere interessante, e magari anche utile - ma non c'entra un accidente con la scrittura creativa, e nemmeno con quella sterile.

A proposito, questi personaggi hanno un carattere, una famiglia, una storia? Può darsi, ma il Corso di Scrittura Creativa non si sofferma sulla questione. Eppure, dopo aver detto che il tuo protagonista ha gli occhi verdi, la pelliccia a strisce e i capelli azzurri dovrai pur fargli fare qualcosa, no? E lasciamo stare che magari il tuo protagonista può essere una corda d'arpa o un mucchio di rifiuti...

Terza tappa (facoltativa) l'ambientazione / i luoghi. Solita carrellata di descrizioni, con i soliti inconvenienti della tappa precedente.


Quarta tappa: i dialoghi. Oltre a fare qualche esempio ti spiegano, nell'ordine, che i dialoghi

- sono difficili
- vanno scritti con cura
che sono pure due concetti validi, ma sospesi sul nulla servono il giusto. Da notare che si può benissimo scrivere un racconto senza l'ombra di un dialogo (ma non senza uno straccio di vicenda) e che quindi questa sezione è potenzialmente inutile. Però garantisco che non manca mai.

Infine c'è la tappa dedicata al finale: che è importante e può essere a sorpresa. Segue qualche finale a effetto. Ah, a volte ti spiegano anche che il finale deve essere chiaro.


A questo punto l'alunno, stando a quel che dice il corso/percorso/modulo,   è pronto a scrivere un racconto, di genere o meno.

Sarà un caso, ma quest'ultima fase nella vita reale non arriva mai.
Eppure questo tipo di moduli godono ampia diffusione e se ne parla come di cose reali, che hanno un'effettiva consistenza nel nostro mondo fenomenico: io stessa che qui scrivo ho preso un 30 e lode al laboratorio di italiano della SSIS con un ricco modulo di scrittura creativa che comprendeva più o meno queste tappe (più una sul tempo e una sui paradossi, mi sembra) che mai e poi mai mi azzarderei a proporre in classe sperando di cavarne qualcosa, anche se il 30 e lode lo incamerai volentieri (aggiungo che tale modulo fu assai lodato e richiesto da molti colleghi, cui lo elargii senza farmi minimamente pregare).  Va detto, a mia parziale discolpa, che quantomeno mettevo un sacco di verifiche intermedie e dunque, se non altro,  la classe che avesse provato a seguire quel folle percorso avrebbe fatto un bel po' di esercizio sulla lingua scritta, che è sempre utile.

Ah sì, dimenticavo infatti l'ultima stranezza di questo tipo di percorsi: lo schema prevede lezioni di teoria, un paio di esercizietti di stile e la stesura del racconto; e ci sono insegnanti che sono seriamente convinti che basta farglieli fare, gli esercizietti, senza nemmeno correggerli, quasi fossero le ennesime equazioni a un'incognita e non i primi passi in un mondo estremamente complesso.


Intendiamoci: ci sono un sacco di ottimi insegnanti di italiano che introducono i loro alunni alla complessa arte di scrivere racconti, spesso con eccellenti risultati e gran divertimento degli alunni in questione (talvolta in un rutilare di premi letterari per le scuole); ma il lavoro che hanno condotto è stato completamente diverso, tarato sulla classe e adattato di volta in volta per seguire il complesso cammino che tale complessa arte richiede; e,  soprattutto, questi insegnanti si sono consumati gli occhi leggendo e correggendo gli elaborati prodotti dai giovinetti volta per volta. senza far grazia loro di una virgola. In questo modo, chissà perché, fare la Scrittura Creativa funziona, e dà anche le sue belle soddisfazioni.

martedì 8 dicembre 2009

Il Gatto Nero (Perché Odio le Antologie)



Lettura in classe dall'antologia: Il Gatto Nero di Edgar Allan Poe. Per ovvi motivi è un racconto che mi sono sempre guardata bene dal leggere; però la classe sembra non avere a schifo la letteratura dell'Ottocento, così mi attento.
Qualcosa però mi lascia perplessa: la storia c'è tutta, più o meno, ma quando l'ho saltato leggendo i Racconti di Poe mi era sembrato che il numero delle pagine fosse più alto.
In serata sono da persone che possiedono i racconti di Poe, così controllo. E scopro, con il solito empito di indignazione che mi coglie sempre in questi casi nell'indifferenza generale, che il racconto era stato massacrato peggio del povero micio protagonista.
La trama... beh, nei punti essenziali la trama era la stessa - anzi, in effetti restava solo quella. Certo, il fatto che la cravatta bianca sul petto del gatto avesse preso pian piano la forma di una forca mancava; ma soprattutto mancavano quasi tutte le descrizioni degli stati d'animo del protagonista, l'introduzione... insomma mancavano tutti i tentativi del protagonista di spiegarsi.
Sparita la cornice di quieta follia del narratore, se ne andava a ramengo anche quasi tutta l'angoscia della storia, che diventava un triste racconto di maltrattamento di animali e un monito sulle nefaste conseguenze dell'alcolismo ma perdeva buona parte del terrore che avvolgeva l'originale.
In effetti diventava anche meno difficile da seguire, dato che raccontare come cavi un occhio o impicchi un gatto è molto più semplice del provare a spiegare perché diamine hai fatto una cosa tanto assurda; così anche una buona parte delle parole "difficili" restava per strada.
Me ne sono accorta quando ho portato a scuola la versione integrale e l'ho fatta leggere: le interruzioni per avere chiarimenti erano molte più di quelle durante la prima lettura.

Tutto è bene quel che finisce bene: la classe ha apprezzato molto anche la seconda lettura, abbiamo fatto una piccola esercitazione sulle differenze tra le due versioni e due chiacchiere sul verbo "adattare". Con una sola eccezione tutti hanno dichiarato di preferire la versione originale, che gli risultava più chiara e anche più paurosa e molto più ricca di atmosfera. Molti hanno suggerito che forse i tagli erano stati fatti per rendere la storia "meno difficile". Qualcuno ha chiesto se non potevano esserci questioni legate ai diritti d'autore - e immagino sia quello che ha più colto nel segno.

Personalmente non amo molto l'horror, in nessuna forma, e concepisco benissimo l'esistenza di un'antologia priva di tale sezione. Tuttavia, se per qualche motivo (ad esempio il fatto che oggi è un genere assai apprezzato dai ragazzi, e forse lo è sempre stato) dovessi preparargli una scelta di testi avrei cura di lasciare integri i testi in questione. Perché, dico, se a un racconto horror togli nientemeno che l'atmosfera e i dettagli, cosa ne rimane se non un triste elenco di tristi vicende, talvolta un po' misteriose?

(Dimenticavo: se proprio dovessi curare una scelta di testi horror per le nuove generazioni, magari, a parte Poe e Lovercraft - di cui nessuno mette in dubbio il valore - e Dickens e Jerome, la cui fama forse è legata anche ad altre tematiche, magari proverei a estendere il contributo della narrativa novecentesca un po' oltre un brano di due paginette di King...)