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domenica 25 gennaio 2026

"Due etti di Groenlandia. Tagliata sottile, mi raccomando"


Per noi docenti di Geografia la Groenlandia è davvero una strana bestia.
Ci spiegano che si tratta dell'isola più grande del mondo.
"Ehm... e l'Australia?" chiediamo timidamente.
Ah no, l'Australia non è un'isola.
"Ma, veramente ci ha sempre dato questa impressione" proviamo a ribattere, sempre più timidamente.
No, l'Australia non è un'isola bensì una massa continentale.
E vacci a ragionare, se ti riesce.
Inoltre è un'isola che afferisce all'America. Geograficamente parlando, certo.
Su questo ci si mette tutti d'accordo con facilità. La vedi, laggiü, ë abbastanza vicina all'America (intesa come Canada, certo).
E' americana ma fa parte dell'Europa, perché appartiene... è un dominio... è... 
Insomma, a un qualche titolo fa parte della Danimarca. Del regno di Danimarca.
E con questa scusa finisce che spesso nei manuali delle medie non se ne parla quando si studia l'Europa (infatti essa fa parte dell'America) e nemmeno quando si parla dell'America perché è una roba danese.
Una delle mie classi più agguerrite a un certo punto decise di capirci qualcosa, e come sempre in questi casi andammo su Wikipedia.
Dove spiegavano con dovizia di dettagli che la Groenlandia era una repubblica, con il sovrano di Danimarca come capo di stato. E si autogovernava. A questo punto cedemmo tutti le armi e stabilimmo che va bene, per quanto ci riguardava la Groenlandia poteva essere quel che gli pareva e amen.*
Comunque, a forza di autogovernarsi, un bel giorno decise di uscire dalla UE tramite apposito referendum, ma in seguito considerò la possibilità di rientrarci per poi lasciar perdere.
Insomma, non è un territorio dei piü facili da comprendere, stante che la Danimarca è invece nella UE dalla notte dei tempi anche se non usa l'euro come moneta.

Qualche anno fa, credo nel 2019, Trump, anche allora presidente USA, durante una visita di stato chiese al re di Danimarca di vendergliela, così, come fosse un prosciutto. La risposta del re di Danimarca mi piacque assai: disse che questa storia di vendere territori era ormai fuori dal tempo e non si poteva più fare, e aggiunse che la Groenlandia non apparteneva alla Danimarca, ma ai groenlandesi. 
Di questa storia non si ricorda nessuno, o almeno non l'ho vista citare in queste settimane in cui di Groenlandia si è parlato davvero parecchio. Per me però è un ricordo vivissimo - era mattina presto e prendevo il caffè guardando le notizie sull'ANSA e non so davvero come avrei potuto inventarmelo.
Sta di fatto che da allora nessuna Terza passata tra le mie mani ha potuto esentarsi dall'ascoltare il racconto, un po' perché mi è sempre piaciuto molto dir male di Trump (che in questa storia ci faceva, come sempre, una figura miserrima da vecchio rincoglionito ma molto arrogante) e un po' per parlare bene del re di Danimarca, che invece ci faceva un'ottima figura di accortissimo sovrano costituzionale - ma anche per ricordare quel tempo assurdo dell'umanità in cui era normale comprare e vendere territori come fossero salumi. Per fortuna quel tempo era ormai lontano, e meno male. 
Quanto alla corona danese, scoprii poi che non era così immacolata e che nei confronti della Groenlandia aveva numerosi scheletri nell'armadio, anche se negli ultimi tempi aveva cercato di porvi rimedio.
Nella Groenlandia dunque abitano i groenlandesi (cui la Groenlandia appartiene) e siccome si tratta di un'isola molto grande ma non particolarmente ospitale, ce ne sono meno di 60.000, che si sostengono soprattutto con la pesca e l'esportazione del pescato - e il motivo per cui sono usciti dalla UE e non ci sono ancora rientrati è legato appunto alla pesca perché le normative UE non gli concedevano molto pesce da pescare. Tra l'altro, pescando in gran libertà, han finito per ridurre ai minimi termini i gamberi e adesso la loro pesca è severamente limitata, sperando che i gamberi colgano l'occasione per riprodursi un po'. 
Anche con la libertà di pesca però i groenlandesi non nuotano nell'oro, e il governo danese li sostiene con appositi fondi. Loro comunque anche così non sono molto soddisfatti e hanno un grosso tasso di alcolismo e un tasso di suicidi piuttosto alto.

Un anno fa, quando Trump si insediò come presidente USA, dopo essere stato nuovamente eletto a dispetto di ogni buon senso,  tra le molte cose assurde che disse c'era anche la stravagante teoria che la Groenlandia doveva appartenere agli Stati Uniti, che il Canada anche e lo stesso valeva per Panama, e che in più il Golfo del Messico doveva cambiare nome in Golfo d'America;  per un paio di mesi la rete pullulò di meme assolutamente deliziosi dove sontuosi orsi bianchi e miriadi di pinguini** perculavano Costui in lungo e in largo, ma in generale si pensò che tutte quelle sciocchezze sarebbero rimaste sciocchezze e niente più.
Così non fu, e la questione del Canada come 51° stato USA e della Groenlandia che doveva tornare agli USA, quasi che ne avesse mai fatto davvero parte, continuarono a riaffiorare in modo inquietante fin quando, all'inizio di quello che sembra destinato a passare alla storia come annus horribilis, tra una surreale operazione di prelievo in Venezuela e un Iran in rivolta cui venivano promessi "aiuti" non meglio definiti, Costui decise di occuparsi anche della Groenlandia, prima minacciando di occuparla, poi offrendosi di nuovo di comprarla e infine stabilendo che, costasse quel che costasse, la Groenlandia era assolutamente indispensabile per gli USA per salvarli... dai cinesi. I quali cinesi finirono per ribattere, piuttosto scocciati, che gli USA dovevano piantarla di tirarli in ballo per giustificare le loro smanie imperialiste. Peraltro, i cinesi in questione, avevano a suo tempo stretto un accordo commerciale con la Groenlandia (alla luce del sole e in modo assai legale) per le estrazioni minerarie, ma avevano finito ben presto per lasciar perdere perché le estrazioni minerarie in Groenlandia sono piuttosto complicate e insomma non valeva la pena perderci tempo e soldi. Perché in Groenlandia è un po' freddino e estrarre minerali laggiù è ancora piuttosto complicato, e per quanto il riscaldamento globale avanzi a grandi passi, laggiù continua ancora a fare piuttosto freddo.
Per una settimana si è visto e sentito di tutto, compreso Trump che offriva ai groenlandesi un non meglio definito bonus tra i 10.000 e i 100.000 dollari a persona*** e il governo groenlandese rispondeva no, grazie con toni via via sempre meno cortesi, così come sempre meno cortesi sono state le risposte della UE, del re di Danimarca e del governo danese.
Poi è calato un misericordioso silenzio (che si dispera sia duraturo, perché Trump ha una certa tendenza all'ostinazione, e si ostina in modo tutto particolare quandio le idee che ha sono particolarmente assurde) e da qualche giorno ci si occupa soprattutto della strana tendenza di certi corpi paramilitari a sparare alla gente per strada quando gliene punge vaghezza.
I meme sulla questione sono tornati, ma adesso li fa anche Trump sul suo account social, e i suoi sono particolarmente balordi e fanno sì ridere, ma per i motivi sbagliati.
E siamo tutti piuttosto preoccupati, in particolare i groenlandesi.

* da allora la voce di Wikipedia è un po' cambiata, e ho notato che non si parla più di repubblica
** che notoriamente in Groenlandia non ci sono se non ce li porti, perché di solito se ne stanno nell'Antartide. Ma questi son dettagli.
*** che non è poi questo granché considerando prima di tutto che a promettere si fa presto, ma soprattutto che lo welfare USA va riducendosi di guiorno in giorno e tanto per fare un esempio non comprende l'assistenza medica.

venerdì 31 ottobre 2025

Il pozzo nero (un racconto per Hallloween)

Non sono riuscita a trovare un meme carino sui pozzi neri - eppure il tema secondo me offriva diverse possibilità. Rimedio con dei gattini neri, non molto pertinenti ma carini

Quando arrivo, di prima mattina, la scuola è invasa da strani individui con strane attrezzature che vagamo con aria incerta.
"Sono gli operai del Comune" mi spiega la prof. Therral, anche quest'anno Responsabile di Plesso "Sono venuti per vuotare i pozzi neri".
"Oh?" casco dalle nuvole.
"Sì, i water hanno cominciato a traboccare, al piano di sotto. Sono quasi due mesi che avvisiamo il comune che la situazione è ormai piuttosto piena, ma hanno continuato a rimandare. Ci hanno detto che per qualche giorno potremo usare solo i bagni dei piani alti".
"Perché per qualche giorno?" chiedo interdetta: per quel minimo di esperienza concreta che ne ho avuto, le ditte di autospurgo mi risultano formate da persone laboriose ed efficienti che sanno benissimo quanto i clienti apprezzino in loro la velocità con cui riescono a limitare i tempi della loro presenza e le tracce olfattive che il loro lavoro inevitabilmente reca seco "Siamo una scuoletta da duecento alunni, quanto ci vorrà a svuotarci i pozzi neri?".
"Il problema è che devono cercarli, perché non sanno dove sono".
"Basterà guardare sul progetto, immagino".
"Dice che non riescono a trovarlo. Non sanno più dov'è".
Perché  il lettore possa seguire appieno la totale follia della questione, fornisco qualche elemento storico sulla scuola media di St. Mary Mead.
Quando la legge del 1963 rese la scuola media obbligatoria per tutti, molti paesi decisero di dotarsi di apposita scuola media da far frequentare ai fanciulli del luogo. In qualche caso vennero riadattati edifici destinati ad altri usi*. 
Non fu questo il caso di St. Mary Mead che, preso un pezzo di terreno confinante con quello della scuola elementare, gettò le fondamenta per una scuola media progettata proprio per essere una scuola media e la costruì in base alle leggi che all'epoca regolavano gli edifici delle scuole medie. Dal giorno della sua inaugurazione fino ad oggi detto edificio e è sempre stato usato  solo e soltanto in funzione di scuola media, con tanto di cucine per la mensa interna, ampio laboratorio di arte e di musica, piccolo teatro per le recite, palestra e altre amenità. 
In seguito la legislazione  cambiò più volte, soprattutto per quel che riguardava le norme di sicurezza, e piú volte vennero cambiati caldaia e bagni, fu smantellata la cucina, vennero avviati laboratori di lingue e di scienze, rifatti alcuni pavimenti, messi in opera pannelli solari e insomma l'edificio non rimase lì immobile mentre la storia gli scorreva accanto, ma anzi il Comune provvide più volte a cambiarlo, rinfrescarlo, adattarlo eccetera, tutto alla luce del sole e in modo assai onesto per quanto ne sappiamo. Inoltre cotale edificio è dotato di un largo ingresso su una delle vie principali del paese che testimonia che a St. Mary Mead c'è una scuola media - e insomma niente fa pensare che mai, in alcun momento della sua edificante esistenza, la scuola media di St. Mary Mead abbia recato in sé qualcosa di clandestino - e d'altra parte chiunque abbia passato una settimana della sua vita in un paesello del genere di St. Mary Mead sa benissimo che ivi niente può essere fatto, vuoi di lecito o vuoi di illecito, che non sia notissimo ad ogni abitante compresi i piccolissimi che ancora non sanno parlare. Per quale motivo dunque i piani di un edificio non esattamente illegale come una scuola media debbano essere rimpiattati non si riesce a capire se non sospettando una grandissima incapacità da parte di chi gestisce la documentazione del comune in questione.
E mentre tutto noi meditiamo sull'infinità vastità dell'imbecillità umana gli operai del Comune se ne vanno via a coda bassa e con aria infelice e a noi non resta che salire in classe per spiegare la situazione (invero assai fluida) in cui ci troviamo.

In realtà la storia è a lieto fine, perché verso la metà della seconda ora, mentre con la Seconda ci stiamo dilettando nella contemplazione delle  varie danze macabre e trionfi della morte che dopo il passaggio della prima ondata della peste del Trecento** diventarono un tema assai ricorrente per la pittura arriva la custode ad annunciare che la situazione dei bagni è tornata normale. A quanto sembra, qualcuno deve essere riuscito a trovare il nascondiglio segreto ove erano occultati i segretissimi progetti della scuola - probabilmente un normalissimo faldone, e neanche escludo che sopra ci fosse scritto qualcosa di assolutamente esplicito sul suo contenuto, del tipo "planimetrie della scuola media".

* per esempio io frequentai a Firenze una scuola che aveva sede in un ex-Istituto per Ciechi che non era stato fatto oggetto di particolari controlli e che,mentre facevo la terza media, fu oggetto per qualche mese di lavori di ristrutturazione piuttosto emergenziali onde evitare che ci cascasse in testa.
** la più famosa è la prima, ma ne seguirono diverse altre, per quanto più contenute

venerdì 30 agosto 2024

Con Valditara arriverà / all'alba quella sazietà (parte terza)

Il ministro Valditara contro i dinosauri: una sfida ancora aperta
Durante l'estate il ministro Valditara si è mantenuto piuttosto attivo. Dedico l'ultimo post di questa miniserie (qui e qui i primi due episodi) a un piccolo riepilogo di questo suo attivismo  con una sorpresina finale.
Per prima c'è stata a Maggio l'avvincente polemica sui dinosauri seguita a una dichiarazione relativa appunto ai dinosauri, che secondo il Ministro in terza elementare venivano studiati troppo ed erano un argomento inutile.
E qui si potrebbe aprire, come in effetti si è aperta, una piccola ma nutrita polemica su cosa sia effettivamente inutile nei programmi di scuola. Al di là della maggiore o minore utilità effettiva del conoscere le varie specie di dinosauri, su cui naturalmente ognuno è libero di avere le sue opinioni magari suffragate da ampie conoscenze in materia, e tenendo conto che a scuola tutto è utile oppure niente è utile a seconda del contesto e del modo con cui viene fatto, c'è da dire che i programmi di scuola sono morti e sepolti da gran tempo e sono stati sostituiti da ben più efficaci linee guida ministeriali che lasciano ampio margine di manovra al docente che, nel caso improbabilissimo ma pur sempre possibile che si ritrovi in una classe dove dei dinosauri non gliene frega niente a nessuno, può sempre destreggiarsi e bordeggiare coltivando altri argomenti più consoni agli interessi della sua utenza; ma soprattutto che i dinosauri di solito piacciono da matti all'utenza in questione, e questo da solo è un buon motivo per dedicarcisi perché quando la classe è interessata è facilissimo avviare ampie ed interessanti programmazioni che insegnano modalità di lavoro, di ricerca e di analisi critica e consentono millemila agganci ai più vari rami dello scibile umano e bestiale e dell'espressione artistica (provare per credere).

A Luglio è poi ritornata la Gran Questione dei cellulari, e il Ministro dell'Istruzione e del Merito ha partorito una circolare che ha rovesciato su di noi gran quantità di acqua fresca (molto gradita in questo periodo dell'anno) ove si spiegavano i grandi effetti negativi causati da un uso prematuro del cellulare e in somma il cellulare in classe non si potrà più usare nemmeno per scopi didattici. Non ho idea di quanto e come verrà applicata la circolare, che consente comunque l'uso di tablet e computer*, della scuola o privati. Qualche cellulare comunque per forza di cose è destinato a contaminare con la sua immonda presenza il sacrario scolastico perché alcuni alunni li usano per questioni sanitarie** o per programmazione individuale.

Infine il 7 Agosto, a sorpresa, il Ministero dell'Istruzione e del Merito ha scodellato, non richiesto da alcuno, delle nuove linee guida per Educazione Civica, dove sarebbe tra l'altro evidenziata l'importanza di promuovere la formazione alla coscienza di una comune identità italiana come parte della civiltà europea e occidentale nella sua storia e, di conseguenza, viene evidenziato il nesso tra senso civico e sentimento di appartenenza alla comunità nazionale definita Patria, concetto espressamente richiamato e valorizzato dalla Costituzione. 
Ammetto di aver trovato urticanti queste linee guida dalla prima all'ultima parola, e se qualcuno spera seriamente di sentirmi parlare in classe di Patria, con tanto di lettera maiuscola, bene, liberissimo lui di aspettare e ancor più libera io di ignorare le sue aspettative. Non devo tuttavia essere l'unica ad aver provato una certa qual irritazione davanti all'improvvido documento perché il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione ha solertemente emesso il parere consultivo che era tenuto ad esprimere cenciando senza pietà le linee guida dalla prima all'ultima riga, criticandone modi, tempi, lessico, criteri di fondo, mentalità di base (piuttosto antiquata) e deprecando che in tanto profluvio di parole non ci fosse mezza riga sulla di parità di genere e gli interventi contro le violenze di genere***.
Così da una parte abbiamo delle linee guida che lasciano ampio spazio di manovra ai docenti, e dall'altra un parere consultivo che volendo il Ministero dell'Istruzione e del Merito può tranquillamente ignorare (come ha fatto già altre volte). 
Ignoro quali saranno gli sviluppi e anche se ci sarà il solito dibattito che spesso infuria in questi casi. 
Io però ammetto senza remore che del ministro Valditara sono ormai da gran tempo più che sazia.

*il problema che si pone è che, mentre un cellulare ce l'hanno praticamente tutti, il tablet non è sempre in tutte le famiglie. La circolare quindi secondo me è classista, oltre a ledere le prerogative dell'insegnante. Vedremo come si evolverà la cosa, perché al momento non mi sembra che nessuno si sia preoccupato di questo aspetto della questione. D'altra parte si sa che i ministri vanno e vengono, e alla fine una circolare non è una legge.
**ebbene sì, questioni sanitarie. Per esempio gli alunni diabetici ormai si misurano la glicemia con apposita app, ma immagino che ci siano altri tipi di terapie che funzionano per via elettronica.
***Tema, questo, che almeno a St. Mary Mead è particolarmente sentito ed era alla base di numerosi interventi e laboratori anche prima dell'ennesima introduzione dell'Educazione Civica a scuola.

Da sempre il cognome del ministro mi richiama questa bella canzone da 
Notre Dame de Paris

lunedì 19 agosto 2024

Con Valditara tu potrai / i musulmani fustigar (parte seconda: lo strano caso della scuola di Pioltello)

Com'è noto i Saraceni un tempo erano detti anche Mori
(da Kimono Cats on Cups)

In questo secondo post della miniserie dedicata al mio amato ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara (qui c'è il primo) andrò a raccontare di come costui abbia deciso di intervenire contro lo strapotere della religione islamica nel nostro patrio suolo e, già che c'era, anche contro l'autonomia delle scuole.
Inizierò con la prima di due precisazioni, entrambe indispensabili per seguire la vicenda in tutte le sue implicazioni, e parlerò per prima cosa di messer Ramadan, causa involontaria e assai pretestuosa di tutta la vicenda.
Si tratta di una festa religiosa assai importante per il calendario islamico e dura 29 o 30 giorni, a seconda dell'anno, in un periodo scelto in base alle fasi lunari. Come tutte le feste del ciclo lunare (ad esempio la nostra Pasqua, collegata alla Quaresima e al Carnevale) è una festa mobile. Al contrario però della Pasqua cristiana, che è inserita in una forbice di tempo tra Marzo e Aprile e lì rimane sempre, il Ramadan può cadere in qualsiasi periodo dell'anno perché l'anno musulmano è più corto di una decina di giorni rispetto all'anno solare.
Durante il periodo del Ramadan chi lo osserva non può mangiare né bere durante l'arco della giornata e solo dal tramonto in poi si può rifocillare. Si tratta quindi di un periodo piuttosto debilitante sul piano fisico e sono previste una gran quantità di esenzioni per chi è in età di crescita, malato, anziano eccetera. La fine di questo periodo penitenziale prevede una grande festa che coinvolge tutti i fedeli, compresi quelli che il Ramadan non l'hanno potuto fare.
Tutto ciò non dovrebbe riguardare in alcun modo le scuole, almeno fino alla terza media compresa, perché bambini e giovinetti fanno parte delle categorie esentate dall'obbligo del digiuno diurno. In realtà qualche strascico arriva anche a noi perché abbiamo sempre qualche caso di ragazzini entusiasti che cercano comunque di praticarlo, il che gli complica abbastanza la vita soprattutto al momento degli allenamenti sportivi. Per quanto ne so, comunque, dopo qualche giorno i più lasciano perdere (con grande sollievo degli allenatori e, suppongo, anche delle famiglie).

La seconda premessa riguarda il calendario dell'anno scolastico in Italia, che è deciso in massima parte dalle Regioni; ogni scuola però ha un gruppetto di giorni di vacanza supplementari da distribuire come meglio crede e che di solito usa per consentire ponti o allungarne la durata, anticipare le vacanze di Natale, prolungare quelle di Pasqua eccetera, ma niente impedisce di piazzare per esempio un paio di giorni dopo la chiusa del quadrimestre, oppure per la Festa della Donna o qualsiasi altro giorno, o anche di piazzare i giorni tutti insieme per consentire a chi vuole di andare a farsi una settimana bianca senza perdere troppe lezioni. Roba così, piuttosto concreta.  
Il Collegio Docenti, in Maggio, vota la proposta di collocazione dei giorni di vacanza per l'anno successivo, con relative motivazioni didattiche, poi la palla passa al Consiglio d'Istituto (che di solito conferma senza batter ciglio) e infine il calendario viene pubblicato con apposita circolare. Il tutto avviene alla luce del sole e nel più pieno rispetto delle leggi di dio e degli uomini.

E veniamo infine al Grande Scandalo di Pioltello, che tanto starnazzìo ha causato e tante piume e penne ha fatto volare.
L'anno scorso l'Istituto Comprensivo* Iqbal Masih di Pioltello, piccolo comune dell'hinterland milanese che ha una discreta fetta di alunni di origine straniera, ha deciso di collocare uno di questi giorni in data 10 Aprile, in occasione della festa di fine Ramadan di quest'anno, quando buona parte della suddetta utenza di origine straniera se ne restava a casa con la famiglia a festeggiare. Tale sennato provvedimento puntava ad evitare di ritrovarsi le classi mezze vuote, che per gli insegnanti è sempre una gran scocciatura perché non sai mai bene cosa far fare a chi c'è. Del resto è anche possibile che in quell'occasione restasse a casa anche buona parte dell'utenza che con la religione islamica non aveva niente a che fare, perché "tanto a scuola in quel giorno non si faceva niente di che". Chiunque insegni, e anche parecchie persone che a insegnare non ci pensano nemmeno ma non sono state deprivate del buon senso da una genetica sfavorevole, converrà che si trattava di una buona idea - una sensatissima applicazione del motto chi schivare non può la propria noja /l'accetti di buon grado: un giorno di vacanza fa sempre piacere a tutti, ovunque sia collocato, né venivano lesi i diritti di alcuno.
Qualcuno** però deve aver pensato che quello era un eccellente pretesto per riproporre per l'ennesima volta il tema, carissimo alla Lega, dell'islamizzazione forzata imposta dagli immigrati a danno della religione cristiana, caposaldo dell'italica identità, ad uno stato debole e incapace di difendersi, e insomma quest'anno, stabilito che il tema di fantomatiche famiglie musulmane che cercavano di vietare il prosciutto a mensa a tutti gli alunni ormai appariva un po' logoro, il Qualcuno in questione ha mandato una segnalazione in proposito al ministro Valditara, che appunto della Lega fa parte, e che è stato ben lieto di cogliere al balzo la ghiotta possibilità di deprecare la deriva buonista della scuola verso gli immigrati.
Il grave caso è stato portato all'onore della stampa verso la metà di Marzo. Per primo è intervenuto il Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture*** che ne ha parlato come di una scelta inaccettabile, contro i valori, l'identità e le tradizioni del nostro paese perché non è questo il modello di Italia e di Europa che vogliamo. Scopriamo così che i giorni di vacanza a disposizione del Consiglio di Istituto di una qualsivoglia scuola italiana devono essere accettati anche dal Ministro dei Trasporti, che evidentemente ha un dicastero dalle competenze assai vaste.
Il Ministro dell'Istruzione e del Merito****, invece di suggerire al Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture di farsi una bella teglia di cavoli suoi invece di provare a intervenire nelle legittime scelte delle scuole, ha chiesto agli uffici competenti del ministero di verificare le motivazioni di carattere didattico che hanno portato a deliberare la deroga al calendario scolastico regionale e la loro compatibilità con l'ordinamento perché le scuole non possono stabilire nuove festività in modo diretto o indiretto ed era dunque suo dovere far rispettare la legge, la legalità, le regole (che forse gli sarebbe più facile far rispettare se ne avesse una idea almeno approssimativa), e a questo scopo ha stabilito di ordinare una ispezione alla scuola per controllare che tutto fosse in regola - che considerata l'assoluta inesistenza del problema, personalmente ho trovato una di quelle robe da lavare col sangue (molto sangue, aggiungo).
Tosto si sono scatenati gli opinionisti, in un rutilare di scioccherie degne davvero di miglior causa. Havvi chi ha stabilito solennemente che la cosa era molto grave perché le scuole non potevano istituire feste di loro iniziativa (che è senza dubbio vero, ma nessuno aveva istituito proprio niente), altri han proclamato che le scuole non dovevano avere una percentuale di stranieri troppo alta al loro interno, e non si capiva bene se  le scuole in questione dovevano provvedere a sopprimere gli stranieri in sovrappiù o accantonarli in qualche scatolone (a parte il dettaglio che buona parte di quegli "stranieri" erano nati o almeno cresciuti in Italia e quindi sono stranieri per modo di dire) e qualche volpe ha perfino rispolverato l'idea di una legge che metteva un tetto al numero di stranieri che potevano essere accettati in una classe - insomma, il solito ciarpame che circola sempre in questi casi.

I docenti della scuola Iqbal Masih non sono rimasti a farsi crescere l'erba sotto i piedi e hanno scritto lettere di protesta e rilasciato dichiarazioni ai giornali e alle televisioni eccetera chiedendo tra l'altro un aiuto al Presidente della Repubblica***** - che non si è fatto pregare più di tanto per intervenire e pochi giorni dopo ha mandato una lettera alla scuola esprimendo "vicinanza e calore" e tutto questo genere di cose.
L'implacabile ispezione aveva rilevato irregolarità nella formulazione della delibera con cui era stato stabilito il giorno di vacanza - qualcosa, immagino, a quel punto dovevano pur trovare, a costo di rivoltare la scuola come un calzino. La delibera è stata corretta, immagino con l'aggiunta di un paio di virgole e la riformulazione di una frase, e il giorno di vacanza confermato perché, onestamente, non c'era proprio modo di impedirlo con la legislazione attualmente in vigore. L'ineffabile ministro dell'Istruzione e del Merito si era detto soddisfatto perché erano state corrette le irregolarità della delibera e così si potevano chiudere le polemiche da lui definite velleitarie e pretestuose (ma va'?) - e anche lui, immagino, a quel punto qualcosa doveva pur dire, anche se forse un dignitoso silenzio poteva essere una scelta non priva di valore dopo tutte le sciocchezze dette in precedenza.
Come sempre in queste occasioni la Chiesa ha seguito la vicenda con garbo e discrezione, commentandola con savie parole atte a placare gli animi e osservando per inciso che i musulmani festeggiavano volentieri Pasqua e Natale godendosi le apposite vacanze e dunque non c'era niente di male se le scuole tenevano conto anche delle loro feste; il problema però era che gli animi non avevano alcun desiderio di farsi placare, e dunque le polemiche sono continuate per qualche settimana, anche grazie ad interventi piuttosto improvvidi del ministro ed hanno anzi conosciuto un tentativo di ripresa assai drammaticheggiato quando durante il ponte mancato del 1 maggio, dove alcuni ritenevano che sarebbe stato più opportuno collocare il giorno di vacanza, il tasso di assenze degli alunni è stato piuttosto alto (cosa piuttosto normale, in effetti).
Quanto al ministro, qualche giorno dopo ha lanciato una nuova crociata contro lo studio dei dinosauri a scuola che non ha però riscontrato lo stesso successo, forse perché non risulta da alcuna fonte a noi nota che i dinosauri in questione fossero musulmani.
La Lega ha dunque conseguito il suo scopo, che era chiaramente quello di lamentarsi sempre e comunque dell'esistenza dei musulmani in Italia, lamentela da portarsi avanti sempre e comunque a costo di sputare sulle leggi italiane e sulle scuole italiane che le applicano ma ciò nonostante e alla faccia loro la legge sull'autonomia delle scuole è stata rispettata.

La scuola è usa a queste tempeste da bicchier d'acqua che la scuotono con una certa regolarità e che si placano dopo qualche settimana. Io però sono rimasta molto irritata nel vedere così calpesta e derisa l'autonomia dei singoli istituti per i capricci di un paio di ministri intemperanti.

* chiamasi Istituto Comprensivo un curioso agglomerato di scuole dell'infanzia, elementari e medie che da qualche anno va molto di moda. Anche qui, tutta roba normata da apposite leggi.
** qualcuno della Lega, viene da sospettare
*** cosa c'entrano i trasporti con le vacanze votate dal Consiglio di Istituto della scuola di Pioltello? Non molto, sembrerebbe. Tuttavia il Ministro dei Trasporti dell'attuale governo ama molto avviare crociate contro lo strapotere islamico.
**** che, guarda un po' le coincidenze, è anche lui della Lega.
***** il quale presidente aveva conferito poco tempo prima una onorificenza ad una di queste insegnanti per l'impegno mostrato durante la pandemia

Da sempre il cognome del ministro mi richiama questa bella canzone da Notre Dame de Paris

lunedì 9 ottobre 2023

Sull'immensa fortuna di avere una insegnante premurosa

Come tutti gli anni, all'inizio di Ottobre è arrivato il Raffreddore da Cambio di Stagione, e Mercoledì mattina mi sono svegliata con quel caratteristico granchio in gola che a volte è l'inizio di un fluviale raffreddore ma altre volte non è proprio niente e durante la giornata svanisce senza lasciar traccia.
Diciamo che stavolta è stata una via di mezzo.

Dopo la pandemia siamo tutti molto meno eroici, ma per quanto stessi ad autotestarmi non mi sembrava ci fossero i requisiti minimi per starmene a casa. Così, in assenza di sintomi concreti, sono andata a scuola, dove ho svolto assai onorevolmente le mie mansioni, pur sentendomi un po' stanca a fine mattina.
Dopo un rapido pranzo mi sono infilata a letto col consueto corredo di tisana col miele, piccoli agrumi dal nome assurdo, gatte dormodotate e un buon libro, mentre i sintomi si aggravavano e fuori splendeva un sole che non sarebbe parso fuori luogo in pieno Luglio, sia per intensità di luce che per il calore che irradiava.
"Domani si vede" mi sono detta prima di spengere la luce.
Ma l'indomani  mattina lo stordimento, il sospetto di febbre, il granchio in gola e il vago senso di freddo erano scomparsi nel nulla. Restava solo un lievissimo sospetto di un fondo di raffreddore.
Dunque, di nuovo niente pretesti validi per sfuggire ai miei doveri.
L'orario prevedeva due ore di lezione, due ore di buco e due ore finali con la Terza Sfigata, dove avevo preparato una graziosa verifica di Italiano, di quelle che puoi propinare senza avvisare nessuno: semplicemente mi era venuta l'idea di rifilargli un certo tipo di esercizio e il giorno prima l'avevo confezionato, ma la Terza Sfigata non lo sapeva.

Le prime due ore di lezione sono scivolate via proprio benino, ma subito dopo l'intervallo sono stata improvvisamente assalita e rapidamente sconfitta da un Fluviale Raffreddore, di quelli che ti domandi come  arrangiarti senza una  terza mano munita di un terzo fazzoletto.
Non stavo male, ma certo ero un miserando spettacolo.
La situazione è andata peggiorando e fino a costringermi a chiedermi  come fare visto che i quattro fazzoletti messi in borsa a puro titolo di precauzione erano esauriti ormai da tempo - robusti fazzoletti di stoffa, di modelli maschile, del tipo Grande Tovagliolo.
Mi sono procurata un po' di carta da bagno, poi ho accolto la classe, assegnato la verifica e mentre lavorano li assisto bene o male, continuando quasi ininterrottamente a soffiarmi il naso.
E a metà verifica osservo:
"Vedete quanto siete fortunati ad avere una insegnante premurosa come me! Potevo starmene in un comodo letto, circondata da una bella pila di fazzoletti, e invece sono venuta a scuola farvi fare la verifica, evitandovi la gran disgrazia di uscire a mezzogiorno invece che alle due".
"Grazie, prof, le vogliamo davvero bene"
"Sarebbe stato terribile uscire a mezzogiorno!"
"Cosa faremmo senza di lei?'
"Meno male che c'è chi pensa a noi!"
"Grazie di esistere!"

E insomma, poveri loro e povera me, ormai era andata così e indietro non si poteva tornare.
Ad ogni modo il mio Potente Raffreddore si è sgonfiato in poche ore, e già all'ora di cena ero perfettamente frequentabile -  insomma il giorno dopo ero di nuovo a scuola, pronta a infelicitare i miei alunni nientemeno che con il Cinque maggio.
Ahimé, non ci sono più quei bei raffreddori di una volta!
(Una gran disgrazia, davvero. Ma durerà poco, mi sa).

mercoledì 16 agosto 2023

Candy e Terence (Separate quella coppia!)


Candy Candy arrivò sui nostri teleschermi nel 1980 e piacque subito moltissimo a tutti e in particolar modo a tutte.
Rientrava nel filone delle storie di orfanelle tratte dai classici della letteratura occidentale per ragazzi, con la differenza che alle spalle non aveva alcun classico di nessuna letteratura e la vicenda se l'erano cavata dalla testa le due autrici. 
A quanto ricordo in Italia la pioggia delle orfanelle arrivò appunto nel 1980, con Anna dai capelli rossiPeline Story (che avevano un romanzo alle spalle, peraltro piuttosto sconosciuto da noi prima dell'arrivo del cartone animato), Charlotte e appunto Candy Candy (che erano invece storie originali). 
Era una serie lunga (115 episodi) e venne trasmessa dal circuito di cui faceva parte la mia amata Tele Libera Firenze, quello cioè dove si prendeva un anime, si mandava in onda ad un orario fisso, si partiva dall'inizio e si trasmetteva tutto, finale compreso, senza interruzioni a parte la pausa estiva - insomma, gente seria. Bene così, perché gli episodi non erano autoconclusivi e raccontavano la storia passo per passo - e si trattava di una storia abbastanza complessa ma non accatastata, com'era il caso di Charlotte: gli eventi si snodavano con un buon ritmo ma erano anche ben approfonditi, e saltabeccare come api ubriache da una puntata all'altra sarebbe stato un problema per gli spettatori.
Come molte serie Candy Candy aveva alle spalle un manga di grande successo avviato qualche anno prima e probabilmente già concluso quando da noi arrivarono le prime puntate. I primi episodi erano ambientati negli Stati Uniti ma più avanti la storia si sposta anche in Europa. La vicenda partiva dai primi anni del XX secolo per arrivare alla fine della prima guerra mondiale. Si tratta in sintesi di una storia di formazione, e all'educazione sentimentale della protagonista è riservata una porzione senz'altro generosa, ma che non trascura altri elementi come gli studi, il lavoro, la posizione sociale eccetera. I disegni sono molto colorati e gradevoli e già la sigla assai fiorita promette una protagonista allegra e solare e un lieto fine - insomma si parte molto ben predisposti e pronti a godersi una storia piacevole.
Candy non è una orfanella particolarmente vessata dalla sorte: l'orfanotrofio dove cresce, "la casa di Pony", è un posto piacevole immerso nel verde e con un delizioso  tocco country, gestito da alcune signore (tra cui una suora) di ottimo carattere, senza regole particolarmente severe o illogiche: nessuno patisce la fame e non si registrano soprusi né cattiverie. Quanto alla protagonista, ha un bel carattere e risulta subito molto simpatica ma non superficiale e come animale da affezione tiene un delizioso procione che si segnala per simpatia e fedeltà.
Già nella prima puntata (e nelle prime tavole del manga) c'è l'incontro col principe della collina, ovvero un bel ragazzo in kilt che suona la cornamusa. I due si scambiano qualche frase gentile e l'incontro resta ben fisso nella mente di Candy, che lo ricorda molto spesso.

Dopo le prime puntate di assaggio condite di quadretti di vita quotidiana Candy viene adottata dalla perfida famiglia dei Legan, che la vuol tenere come cameriera da fatica e la fa dormire nella stalla, lasciandola in balìa dei capricci e dei dispetti dei due giovani figli, Neal e Iriza, che per tutta la serie svolgeranno coscienziosamente il loro ruolo di antagonisti e soprattutto di grandissimi rompiballe, a volte anche in modo piuttosto forzato. Candy comunque si difende bene; quasi subito poi entra in scena un gruppo di cugini della villa vicina che invece la prendono in simpatia; tra loro c'è anche Anthony, che sembra un sosia del principe della collina e che, preso atto della situazione, procura di farla adottare dal capofamiglia degli Andrew (il misterioso Prozio William, destinato a restare nell'ombra fino all'ultima puntata). 
Gli Andrew trattano Candy come una vera figlia adottiva: niente stalla ma una bella camera in una splendida villa con parco dove Candy ha un sacco di alberi su cui arrampicarsi col suo procione (che viene incluso d'ufficio nel pacchetto dell'adozione). Con il gruppo dei cugini nasce una bella amicizia e in particolare con Anthony si avvia un rapporto molto affettuoso.
Il primo amore di Candy è un personaggio che è stato molto amato dagli spettatori: oltre ad essere molto carino ha un carattere dolce ma piacevolmente concreto e tiene testa ai Legan nel migliore dei modi, sfanculandoli con molta eleganza. E' anche un appassionato coltivatore di rose e a Candy dedica appunto una varietà da lui selezionata, la "dolce Candy". E tutto ciò è estremamente gradevole fino al giorno in cui Anthony, durante una caccia alla volpe, cade da cavallo e muore. Così, di punto in bianco. All'inizio della puntata, perché non ci sia nemmeno la speranza di scoprire alla puntata successiva che è stato tutto un equivoco.

Trauma generale e gran disperazione di tutti, personaggi e spettatori - e non parliamo di come si sente Candy. Dopo un intermezzo di convalescenza alla casa di Pony il prozio William la spedisce con tutto il gruppo dei nipoti in un college a Londra a studiare - e sì, al college vanno anche i giovani Legan, ma non certo perché glielo ha chiesto il prozio William. In compenso c'è anche il procione, che attraversa l'oceano con tutti loro.

Candy si riprende, si ambienta al college - e al college c'è Terence, che in verità aveva già fatto una comparsata a bordo della nave e che si presenta sin da subito con tutte le caratteristiche tipiche dell'enfant terrible dal cuore d'oro (oltre a essere una gran bel ragazzo) conquistando rapidamente le spettatrici, oltre a Candy. Anzi, se vogliamo dirla tutta conquista anche Iriza, ma naturalmente per lei non c'è partita.
Non so se vale la pena di stare a descrivere Terence: è un personaggio costruito con cura ma è anche estremamente canonico. Ai nostri occhi di liceali apparve subito come il tipico rappresentante di una categoria ben precisa - in una compagnia teatrale del Settecento sarebbe stato un perfetto Primo Amoroso e in effetti quasi subito gli spettatori vengono informati che è un aspirante attore.
Terence viene da una famiglia nobile, che disapprova il suo desiderio di impelagarsi in una professione sconveniente com'è quella dell'attore, ha un vissuto piuttosto complesso col padre, gode di una serie di privilegi particolari all'interno del college, dove fa strame dei vari regolamenti senza preoccuparsi granché di coprire le tracce delle sue infrazioni, è irriverente e mordace (ma con una certa moderazione) ma si mostra anche assai consapevole dei suoi doveri di aristocratico di difendere gli oppressi... insomma, le solite cose. L'unica nota insolita ai nostri occhi occidentali era che invece che in un romanzo (magari ambientato ai tempi della Reggenza) se ne stesse in un cartone animato - cioè proprio l'aspetto che per i giapponesi era assolutamente normale, dal momento che i loro cartoni animati sono sempre stati molto variegati e includono assolutamente di tutto, dalla preistoria alle distopie.
Ad ogni modo, appena lo vedemmo, già dall'incontro sulla nave, prendemmo atto che sarebbe stato il futuro partner di Candy, dando anche per scontato che sarebbe stato quello definitivo, e seguimmo la loro danza di corteggiamento con grande interesse.
Era un cartone animato, per giunta giapponese; tutti sapevamo dunque che le storie d'amore erano più accennate che concrete. Quella però procedeva proprio bene, con grande sfoggio di situazioni tipiche e topiche incluse le scenate di gelosia della giovane Legan - che Terence gestiva con un certo stile, tra l'altro.
E a sorpresa arrivò il bacio, il primo bacio in un cartone animato per tutti noi. 
No, sul serio, ci si poteva addirittura baciare in un cartone animato? Il brusio di commenti si trasformò ben presto in una sorta di alveare impazzito. E poi...
E poi la storia tra Candy e Terence si arenò.
Roba da impiccarli tutti dal primo all'ultimo, a partire dalle autrici.
Anzi, soprattutto le autrici.
Senza nemmeno perder tempo a insaponare la corda.
Il bacio infatti era finito in un gran volare di schiaffi, come usava nei vecchi film americani. E d'accordo con le situazioni tipiche o topiche, ma lì gli schiaffi non c'entravano proprio niente.
Vabbé, si sarebbero spiegati. Bastava aspettare.
I due però, invece di spiegarsi, si guardano da lontano. Poi fissano un appuntamento nelle stalle, vengono sorpresi (grazie a una spiata della giovane Legan) con grande scandalo della collettività, Terence lascia il college, Candy si dispera perché non è nemmeno riuscita a dirgli addio e piange davanti alla nave che si allontana nella notte...
E i due non si incontreranno quasi più nella successiva settantina di puntate. Candy Candy passa così nel filone delle Storie d'Amore In l'Assenza.

Questo ci piacque molto meno, ma non servì a metterci sull'avviso via via che la storia si sviluppava. Una separazione tra innamorati che presto... no, non esattamente presto... no, decisamente non presto... ma prima o poi quei due si sarebbero riuniti, giusto?
Qualsiasi ragazzino giapponese avrebbe potuto metterci in guardia e spiegarci che a quel punto la cosa era tutt'altro che scontata, ma noi all'epoca ragazzini giapponesi non ne conoscevamo, e quand'anche ne avessimo conosciuti non avremmo davvero saputo in che lingua parlarci. Forti della nostra conoscenza delle convenzioni occidentali per le storie d'amore continuammo ad aspettare con fiducia (e pian piano anche con un certo qual fondo di noia, nel mio caso).
Prima di tutto ci fu una lunga serie di incontri saltati, annullati, rimandati, perduti per colpa di circostanze esterne, di complotti esterni, di...
insomma, i due tentato di rivedersi ma non ci riescono. Mai. Dopo un po' è un meccanismo che comincia a stufare.
Nel frattempo Terence si unisce a una compagnia di attori che guarda caso preparano il Romeo e Giulietta di Shakespeare, che è una specie di tormentone ricorrente della serie ma anche della formazione culturale giapponese nonché uno dei soggetti preferiti delle recite scolastiche - un po' come i Promessi sposi da noi, per intendersi. Guarda caso, gli viene assegnato il ruolo di Romeo. Guarda caso la sua Giulietta si innamora di lui e comincia a fargli il filo - senza ottenere alcun risultato, va detto.
Candy invece si mette a studiare da infermiera. 
A sorpresa, una parte della scena viene poi occupata da Albert.

Albert non è un personaggio nuovo: fin dalle prime puntate lo vediamo comparire sporadicamente, soprattutto quando a Candy serve consiglio o conforto. 
Si tratta di un bell'uomo con una decina di anni più di Candy, che fa il naturalista nei boschi vicino alla casa di Pony e alle tenute dei Legan e degli Andrew. Con Candy sviluppa un rapporto molto amicale, diciamo da fratello maggiore, e ha  praticamente tutti i pregi che si possono attribuire a un giovane uomo: bello, gentile, istruito, amante dell'avventura e della natura, simpatico ma anche provvisto di grande sensibilità, intuito e discrezione.
Già che ci sono, anticipo che oltre ad essere Albert è anche il Principe delle Colline, ovvero il ragazzino in kilt che Candy aveva incontrato nel primo episodio (e nelle prime tavole del manga) ed in più è anche il mitico Prozio William: il suo nome completo è infatti William Albert Andrew; ma questo sia Candy che gli spettatori lo scopriranno soltanto nell'ultima puntata.
Dopo aver collezionato una serie di comparse occasionali, improvvisamente Albert entra in scena collezionando una serie di incidenti e si ritrova senza memoria. Candy decide di occuparsi di lui. A quanto ricordo a nessuno venne in mente che Albert avrebbe potuto avere un qualche risvolto sentimentale nella vicenda: prima di tutto era ormai cosa nota che Candy e Terence prima o poi dovevano riunirsi - e caso mai qualcuno avesse deciso di dimenticarsi di Terence, le autrici avevano avuto gran cura di continuare a seguirne le vicende e di farlo quasi incontrare con Candy non so più quante volte; ma soprattutto, il rapporto tra Candy e Albert era sempre stato assolutamente amicale e fraterno.
Mentre il povero Albert si arrangia con la sua amnesia, ecco che arriva la Gran Tragedia - ed è una tragedia davvero, non un modo di dire: la Giulietta dello spettacolo dove Terence fa Romeo durante le prove vede un riflettore che sta per cadere addosso a Terence e gli fa scudo col proprio corpo. Ci rimette una gamba, che viene amputata.
E tutto ciò non rispetta gli schemi nemmeno un po', ma lo spettatore occidentale fatica a rendersene conto, tanto è salda la sua convinzione che la Coppia che uscirà fuori dalla storia sarà quella di Terence e Candy. Coltiva però sin dall'inizio una sorta di rancore per quel grandissimo impiastro femmina, a nome Susanna, che sembra dare per scontato di essersi guadagnata col suo eroico salvataggio l'amore di Terence.
Il quale Terence si ritrova incastrato senza rimedio e finisce col sottomettersi alla sua dura sorte; e così l'unico incontro che avrà con Candy in circa settanta puntate sarà quello in cui si dicono addio, addio per sempre. E mentre guardavo la scena  cercavo invano di ricordare quando mai si erano effettivamente messi insieme. Eppure le puntate le avevo viste tutte...
A quel punto sia io che le mie amiche eravamo diventate abbastanza insofferenti: naufragi, amnesie, gambe amputate - e siccome nel frattempo era arrivata anche la prima guerra mondiale, uno dei ragazzi del clan di Andrew decide pure di partire volontario come pilota, e naturalmente morirà in battaglia lasciando un fratello e una fidanzata affranti. Più che un romance sembrava un racconto dell'orrore.

Il grande successo del cartone animato aveva spinto la Fabbri a pubblicare il fumetto originale (la parola manga ancora non esisteva in Italia). Anzi, avviarono addirittura una rivista chiamata Il giornalino di Candy Candy, con tanto di rubriche, lettere e curiosità. Non era una edizione filologica, perché il fumetto era colorato (i manga sono sempre in bianco e nero, tranne alcune tavole iniziali di certi episodi) e naturalmente il verso di lettura era all'occidentale. Si dice anche che la traduzione non fosse delle più impeccabili, ma naturalmente nessuno era in grado di controllare. Per la cronaca, la rivista ebbe un grande successo, tanto che quando il manga finì... venne continuato da disegnatori italiani, con vicende inventate di sana pianta, e senza avvisare i lettori. Lo usarono anche per pubblicare altri shojo, tra cui Lady Oscar.
Chi leggeva quella rivista raccontò in giro che sembrava, pareva, si diceva, correva voce che alla fine Candy si sarebbe messa con Albert. Restammo perplessi, appunto perché niente nel cartone animato lasciava trapelare che il rapporto tra Candy e Albert fosse diverso dalla più pura amicizia.
E poi, via, sapevamo tutti che alla fine Terence e Candy avrebbero fatto coppia fissa, nonostante la questione di Susanna complicasse non poco la questione.

A questo punto si impone qualche anticipazione: la versione originale del cartone animato non contiene alcun tipo di riferimento ad un futuro legame tra Candy e Albert ma nemmeno contiene niente che impedisca di credere che ciò avverrà in futuro - insomma è uno di quei classici finali giapponesi dove si evita accuratamente di sporcarsi le mani: la nostra storia finisce qui, su quel che succede dopo pensatela un po' come vi pare.
Il fumetto offre un po' di pietanza in più, e diciamo che l'impressione di un possibile legame futuro si insinua sottopelle. Chi non approva quel tipo di soluzione, può comunque tranquillamente ignorare il tutto e immaginarsi quel che gli pare.
Naturalmente il fatto che Albert si riveli essere il principe della collina, cioè in pratica di essere sempre stato nel cuore di Candy, è un elemento che non può sfuggire allo spettatore, per quanto distratto o maldisposto verso la coppia Candy-Albert.
E magari se qualcuno passa di qui e si mette a leggere potrebbe pensare "Ma perché mai tutta questa preoccupazione di dire e non dire, di far capire ma non troppo, di seminare indizi ma senza parere? Se Candy avvia una relazione con Albert, oppure se lo sposa e magari ci fa pure sette figli, infine non fa mica niente di male! Perché non dirlo apertamente?".
A questa più che legittima domanda si possono azzardare due diverse risposte che non sono incompatibili tra loro: la prima è che i giapponesi fanno tutto a modo loro e un finale del genere non è insolito laggiù, mentre è piuttosto contrario ai nostri usi e costumi occidentali. La seconda è che, anche in Giappone, Terence era rimasto molto più impresso di Albert come potenziale compagno di Candy e i lettori anche lì avrebbero preferito che la coppia si riunisse in qualche modo. Lasciando il finale aperto, volendo, si poteva anche immaginare che così sarebbe stato.
Che tutti gli spettatori dei due emisferi si fossero fissati sulla coppia Candy-Terence La cosa non è poi così strana per vari motivi, il primo dei quali è che Terence era stato presentato sin dall'inizio come potenziale partner e i due si erano effettivamente  innamorati: che quindi gli spettatori fatichino a distogliere l'attenzione da lui per puntarla su un personaggio che è stato fino a quel momento tenuto lontano da ogni tipo di implicazione romantica mi sembra piuttosto comprensibile. Va poi considerato il fatto che i due si sono separati non perché il loro rapporto presentasse delle reali criticità, ma solo perché le autrici si sono impegnate con molta determinazione in tal senso, costruendogli una serie di circostanze esterne di cui nessuno dei due è responsabile - per tacere del fatto che i due non sono mai riusciti davvero a formare una coppia, ma solo a separarsi, che in effetti a me è sempre parsa una roba piuttosto contronatura.
Sia come sia, pare che anche per le autrici separare i due sia stato un dispiacere: messo nella storia come riempitivo, Terence aveva preso loro la mano. Al che viene da osservare che infine Terence non si è fatto da solo e non gode quindi delle attenuanti che valgono per la vita reale, dove incontri gente di tutti i tipi senza poterla scegliere da un catalogo, ma è un personaggio immaginario e, come tutti i personaggi immaginari, del tutto in balìa di chi l'ha creato; e dunque qualcuno avrebbe ben potuto dire a quelle due: Terence è stato accuratamente costruito con tutte le caratteristiche giuste per essere un perfetto partner da innamoramento adolescenziale, il pubblico che vi siete scelti è in gran parte formato da adolescenti, sembra dunque più che comprensibile che come innamorato costui piaccia più di un personaggio che è stato tenuto con gran cura lontano da ogni risvolto sentimentale. Perché non accettate le cose come stanno e magari non cambiate idea sul finale?
Così non è stato, e le autrice-coccodrillo han mantenuto fede ai loro propositi iniziali, avendo cura di tenere separati i due fino all'ultima tavola del manga e all'ultimo fotogramma del cartone animato. Ma poi han detto che gli è tanto dispiaciuto (e qui non commento perché ho già parlato più che a sufficienza di corde non insaponate e se mi ripetìessi rischierei di diventare monotona).
Tuttavia, come sa ogni spettatore che seguì la storia fino alla fine, alla fine Candy e Terence tornano insieme, perché Susanna si è decisa infine a fare un bel gesto lasciando Terence libero di seguire il suo cuore.

E qui entrano in scena gli adattatori italiani del cartone animato, che si ritrovarono tra le mani un finale dove, nelle ultime scene, Candy saliva sulla collina della Casa di Pony (dove a suo tempo aveva incrociato per la prima volta il suo Principe vestito col kilt) e salutava i suoi più cari ricordi del passato: Anthony, morto ormai anni prima, l'amico morto da poco in guerra... e Terence. "Addio, amici, addio, addio!". 
I primi due personaggi citati in questo struggente saluto sono morti, e quindi siamo tutti d'accordo che salutarli ha un suo perché. Quanto al terzo, ormai gravi impegni d'onore lo vincolano in una vita dove per Candy non c'è più posto, e Candy questo lo ha accettato (e addirittura incoraggiato, e vabbé).
Insomma, da qualsiasi parte lo si guardi è un addio al passato che ci si lascia alle spalle prima di voltare pagina e aprire una nuova fase della vita. 
Ma gli adattatori sapevano perfettamente che il pubblico voleva con tutte le sue forze una riunione tra Candy e Terence, in base al principio cardine che regola i nostri romance: alla fine l'amore vince sempre. 
La serie finiva lì. Non c'erano tempi di recupero. Ma se non facevano qualcosa il pubblico sarebbe rimasto assai insoddisfatto.
E insomma fu fatta una scelta altamente discutibile sul piano della filologia, e volendo anche nell'etica, ma anche molto pratica: il finale venne riaggiustato. Gli adattatori insomma coniugarono insomma il nobile verbo "arrangiarsi",  inventando di sana pianta un dialogo dove veniva ufficialmente annunciato che Susanna aveva lasciato "libero" Terence, e una voce fuori campo annunciava che Candy avrebbe trascorso la vita con lui e che l'amore di Terence l'avrebbe sempre accompagnata. 
Fine dell'episodio, della serie e del problema.
Da brava filologa dovrei lanciare strali infuocati e piogge di fuoco, ma in realtà non sono del tutto convinta che abbiano sbagliato a fare quel che hanno fatto. Opinione personalissima, naturalmente, e massimo rispetto per chi la pensa diversamente.

Gli sforzi degli adattatori italiani per soddisfare il pubblico non furono comunque accompagnati da particolari ovazioni: gli spettatori avrebbero voluto vederla, questa riunione, e vedere la coppia insieme al momento del finale. Perché chiudere di punto in bianco in questo modo e annunciare solo con una specie di nota a pié di pagina che tutto finiva bene? In questo modo il lieto fine sembrava appiccicato con lo sputo (e lo era, infatti)! 
D'altra parte si sarebbe potuto fare di meglio solo pescando un po' di frammenti di qualche altra puntata e inventandosi completamente i dialoghi - un lavoro più complesso cui gli infaticabili adattatori si sono in effetti dedicati al momento di preparare per le sale cinematografiche il secondo dei film tratti dalla serie - che nella versione italiana si chiude con i due che si incontrano alla stazione e  assicurano che adesso non si lasceranno più.
Ricordo che anche quel finale fu trovato scarsino, ma insomma fu preso quel che c'era e amen, l'importante era che la storia finisse con Candy e Terence che stavano insieme. 
Qualcuno sospettò qualcosa? 
Ebbene no, abboccammo tutti come carpe. L'idea che dall'alto avessero osato rimaneggiare dei brani di uno sceneggiato non ci sfiorò nemmeno la scala esterna che precede l'ingresso dell'anticamera del cervello - erano cose che proprio non si facevano, suvvia. 
Eravamo tutti molto più fiduciosi, in quegli anni; il tempo della diffidenza per noi era ancora lontano, anche perché quasi nessuno sapeva il giapponese e il Giappone era per noi un paese molto esotico e molto lontano. Oggi probabilmente qualcuno si insospettirebbe e andrebbe subito in rete a cercare l'originale, magari con i sottotitoli in inglese, se pure non si rivolgerebbe a qualche circolo specializzato o direttamente a quel suo amico che conosce il giapponese e in Giappone ci va una o due volte l'anno per lavoro, e l'inganno sarebbe stato scoperto quasi in tempo reale. 
Invece ci limitammo ad abboccare ingoiando l'esca, l'amo e già che c'eravamo anche la lenza.

Come ho già anticipato anche il finale del manga venne rimaneggiato (in modo piuttosto robusto) e non contenti di questo gli editori, visto che la rivista vendeva bene, decisero pure di continuarlo mettendo al lavoro disegnatori e sceneggiatori italiani. Per la cronaca, onde meglio allungare il brodo, risultò subito che la separazione tra Terence e Susanna era stata un equivoco e i due innamorati continuarono a lungo a navigare in acque perigliose e alla fine della storia non si erano ancora definitivamente uniti. Per chi vuole saperne di più sullo sfinimento cui venne sottoposta questa disgraziata coppia, basta andare sul canale Il tempo dei cartoni su YouTube, e in particolare al video dedicato al rimaneggiamento del finale e al sequel della Fabbri.

C'è poi un ulteriore tassello in questa intricata vicenda: molti anni fa le due autrici hanno furiosamente litigato e sono finite a processo. Il risultato è che né il manga né l'anime né i film di Candy Candy possono essere nuovamente stampati e distribuiti se non col consenso di entrambe (che non lo vogliono dare) anche se la rete ha salvato comunque parecchie cose nelle sue viscere.
Dieci anni fa l'autrice del soggetto della storia decise di scriverci su un romanzo: le immagini non le poteva usare, ma la storia le apparteneva. Così ha prodotto un grosso tomo corredato da un epistolario dove Candy racconta... la storia del manga; tutto ciò si immagina scritto diversi anni dopo la fine del manga, nella casa dove adesso da tempo Candy vive con suo marito, il carissimo Anohito di cui si rifiuta di dire però il nome. Naturalmente il tutto è disseminato da numerosissimi indizi che puntano a volte verso Albert e a volte verso Terence ed è nel complesso una delle più spudorate prese di giro di cui abbia mai avuto notizia. 
Se qualcuno desidera saperne di più, Il tempo dei cartoni offre grande abbondanza di notizie e osservazioni, e in più descrive anche il ribollente fandom che a quanto sembra è diviso in gruppi filoterenciani e filoalbertini che litigano assai volentieri tra loro e con chiunque gli capiti a tiro - tanto per ricordarsi che sui social non ci si insulta soltanto nelle pagine di politica o di calcio e che il mondo non è bello se non è litigarello.

Mentre mi istruivo su tutto ciò passando di sorpresa in sorpresa ho finito per domandarmi come mai le autrici si sono impuntate con sì grande determinazione nel rifiutare a Candy e Terence il lieto fine che sarebbe stato così gradito a lettori e spettatori e come mai avessero manovrato così male nel farlo. 
L'opinione del pubblico ha un grosso peso in un mondo che dà tanta importanza alle vendite e agli indici di gradimento, e non sempre è superficiale  e irragionevole - ad esempio è stato grazie a una specie di insurrezione armata che il più famoso degli investigatori è stato riportato in vita nonostante l'ostilità del suo autore e personalmente, come lettrice, sono molto contenta che ciò sia successo. 
D'altra parte, per quanto la mancata felice conclusione della storia con Terence abbia afflitto le sue autrici e anche, a quanto ho capito, il pubblico giapponese, il vero problema è arrivato quando l'anime è approdato in Europa (ma come tutte le storie ambientate in occidente, Candy Candy era nata appunto per essere venduta anche fuori dal Giappone, e magari una cosa del genere era prevedibile e avrebbe potuto essere calcolata).
L'idea di base, par di capire, era di fare una storia di formazione. Ci si forma e modella attraverso le varie esperienze: il lavoro, le avversità, le amicizie e naturalmente anche attraverso l'amore. Perciò a Candy venivano fornite non una ma ben tre storie d'amore, legate a tre fasi distinte della sua vita: la prima era la tarda infanzia, con Anthony. L'uscita di scena di Anthony però era stata gestita molto bene: il ragazzo aveva lasciato di sé un ottimo ricordo, il dolore aveva molto maturato Candy e tutti si erano rassegnati senza problemi al triste evento anche se molti fazzoletti erano stati usati per asciugare molte lacrime.
Terence doveva essere, pare, l'amore passionale e irragionevole dell'adolescenza: una tappa importante per lo sviluppo della personalità, ma anche qualcosa che è meglio lasciarsi alle spalle una volta che si è cresciuti. 
In realtà per i canoni occidentali quello tra Candy e Terence è esattamente il tipo di amore che dovrebbe portarci all'altare o davanti all'ufficiale di stato civile, come del resto succede regolarmente nei romanzi (dopo che i protagonisti han passato svariate pagine a becchettarsi) e non si tratta solo di convinzioni teoriche, perché anche nella vita reale in molti han sposato  l'amore conosciuto sui banchi di scuola, e i risultati non di rado si sono mostrati piuttosto validi, per sorvolare pietosamente sui molti trattati che spiegano come grande scoperta che comunque anche l'amore più passionale può avere una sua evoluzione che lo porta a diventare magari meno irruento ma più solido (ma non mi dire?).
C'è poi un terzo tipo di amore: quello più posato, basato sull'amicizia e la stima, magari meno violento ma più duraturo; questo terzo e definitivo amore comunque entusiasmava a tal punto le autrici, che costoro si sono ben guardate dall'approfondire la questione nonostante il personaggio che avevano deciso di riservare a Candy come scelta finale fosse più che meritevole di un qualche tipo di risvolto romantico. 
A ben guardare, più ci ripenso e più l'unione con Albert mi ricorda il buon vecchio matrimonio combinato - una pratica tuttora abbastanza comune in Giappone e che probabilmente ai tempi in cui fu scritto e disegnato Candy Candy doveva essere ancor più diffusa che adesso.
La teoria che la passione non è necessariamente un buon fondamento in un matrimonio vanta un piccolo ma consistente filone anche nella letteratura occidentale: per esempio in Julie o la nuova Heloise di Rousseau, dove la protagonista rifiuta proprio in nome di questa tesi (che espone con gran dovizia di argomenti per paginate intere, ma Rousseau non è mai un autore sintetico, qualsiasi argomento tratti) di sposare il suo amatissimo precettore quando ne ha la possibilità e opta per un marito più saggio pur non dimenticando mai il primo amore; e caratteristica comune di tutte le stesure di Guerra e pace era che in nessuna Natascia sposava il principe Andrej, nemmeno quando questi sopravviveva alla battaglia, perché sin dall'inizio era stato stabilito che dopo una giovinezza piuttosto irrequieta Natascia avrebbe trovato la serenità con Pierre (va detto comunque che Tolstoj gestisce la cosa con grande naturalezza e il lettore non trova forzatura alcuna nella vicenda, cosa che davvero non mi sento di affermare nel caso della Nuova Heloise); per il fronte italiano possiamo poi citare il percorso piuttosto avventuroso con cui nella Coscienza di Zeno il protagonista approda ad un ottimo matrimonio dopo una disastrata storia di passione.
Valida o meno che sia questa scuola di pensiero, ad ogni modo, mi sento di affermare che gli adolescenti ben di rado han dimostrato di apprezzarla e che forse le due autrici avrebbero dovuto manovrare con maggior perizia invece di appiccicare malamente alla storia il terzo amore di Candy.