Il mio blog preferito
Visualizzazione post con etichetta Trollope. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Trollope. Mostra tutti i post
venerdì 30 marzo 2018
Lady Anna - Anthony Trollope
Prometto che dopo questo post per un po' con Trollope mi darò una calmata, anche se in questo periodo non sto leggendo praticamente altro ed è diventato una specie di droga per me. Questo però ci tengo a segnalarlo, perché Trollope lo riteneva il suo romanzo migliore. I suoi lettori non condivisero tanto entusiasmo e pare che nel complesso il plauso non sia stato poi così universale, almeno così assicura l'introduzione. In compenso tutti hanno sempre fatto gran conto di Orley Farm, di cui ha già parlato la povna tempo fa - e che è un romanzo davvero degno di ogni stima. Io però di tendenza sono d'accordo con Trollope e ammetto che Lady Anna mi ha preso in modo particolare, forse per una certa tendenza alla sintesi, forse per la presentazione di una situazione e di un personaggio abbastanza insoliti per l'universo gentry che popola abitualmente i suoi romanzi; o forse addirittura due personaggi insoliti, che guarda caso sono pure la coppia da portare all'altare. Ma andiamo per ordine.
Anna, che forse è lady e forse no (il dubbio non verrà mai definitivamente sciolto, solo dato per ragionevolmente risolto; e qui si potrebbe aprire una interessante parentesi su come veniva vista l'Italia dell'epoca attraverso i romanzi vittoriani, ovvero una specie di terra selvaggia popolata di stranissimi individui regolati da leggi antropologicamente assai misteriose) è figlia di una povera ragazza che ha fatto un matrimonio sbagliato: prima di tutto perché sposarsi un grandissimo stronzo* non è mai una buona scelta coniugale, e in secondo luogo perché, a un anno di distanza da una cerimonia nuziale condotta con tutte le apparenze della legalità e a matrimonio ormai ampiamente consumato, la poverina viene informata dallo stronzo in questione che lui in Italia aveva una moglie vivente e che dunque il loro matrimonio di fatto non esiste...ma senza presentarle prove o documenti.
Se l'educazione inglese dell'Ottocento non fosse stata così rigorosa un paio di doverose pugnalate tirate bene o una bella schioppettata avrebbero prontamente sistemato la questione. La forse-moglie si ritrova invece a combattere a colpi di carta bollata nel difficile tentativo di dimostrare che lei non è una concubina e la loro figlia, la forse-lady Anna, non è una bastarda; non è un bel vivere, anche perché la faccenda si trascina per più di vent'anni. Nel frattempo le due forse-lady sopravvivono a spese di un rispettabile sarto, che si è preso a cuore il loro triste caso per amor di giustizia... e che ha un figlio, di poco maggiore di Anna.
Passano appunto più di vent'anni e arriviamo alla parte narrata nel romanzo, dove Anna si ritrova a dover scegliere tra sposare un conte bello e simpatico e d'ogni grazia adorno (un matrimonio che appianerebbe ogni problema per tutti, compreso il conte che è un po' squattrinato ma non per questo incline a prendersi quel che non gli spetta di diritto) e il rozzo figlio del sarto con cui ha scambiato una promessa d'amore forzata da circostanze esterne - per lo meno, è così che vedono la cosa nel bel mondo. Quanto al figlio del sarto (che non si considera particolarmente rozzo, pensa un po' la stranezza di certa gente), costui trova invero molto sconsolante la possibilità che l'ingenua Anna si lasci traviare dal falso scintillío di un mondo di parassiti in cui non riscontra alcuna reale superiorità morale.
Il tema dei due rivali per amore si arricchisce dunque di una sfumatura politica: entrambi gli uomini considerano contronatura oltre che sconveniente sul piano morale la possibilità che Anna scelga il rivale. Non si tratta dunque di un contrasto tra gentiluomini, bensì della stomachevole circostanza di vedersi sottrarre la donna amata da uno scarafaggio, fermo restando che la donna amata ha il diritto di scegliersi anche lo scarafaggio (ma in quel disgraziato caso si dimostrerà del tutto indegna della preferenza che le è stata accordata).
Secondo l'autore della postfazione il romanzo non ebbe il successo di cui l'autore lo trovava meritevole perché l'argomento risultò indigesto al pubblico (e sono d'accordo), e anche perché Trollope rifiuta di prendere decisamente posizione per una delle due posizioni politiche possibili, ovvero quella socialista e quella conservatrice - e qui sono decisamente meno d'accordo, perché mi sembra che Trollope la posizione la prenda eccome, ma nel solito modo discreto e felpato, facendo parlare soprattutto la storia, le circostanze e i personaggi ma senza mai andare apertamente contro le convenzioni sociali.
Resta il fatto che, prenda o non prenda posizione, di sicuro descrive molto bene una questione sociale che in quegli anni stava diventando di grande attualità, e lo fa attraverso la scelta sentimentale di una fanciulla che, molto femminilmente e secondo le convenzioni dell'epoca, si lascia guidare dal cuore e dal suo senso di giustizia, senza alcuna presa di posizione politica.
Romanzo gradevole, scorrevole, interessante, ben costruito, ma lascia anche parecchio da pensare. L'azione è più compatta del solito, le disgressioni scarseggiano e le seghe mentali sono ridotte veramente ai minimi termini. Addirittura, si chiude con un solo matrimonio - sia pur festeggiato in una certa atmosfera di riconciliazione.
Consigliato per tutte le stagioni e in tutti gli stati d'animo.
*senza offesa per gli stronzi, è solo un modo di dire che in questo caso presenta però il difetto di essere piuttosto inadeguato.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro Buona Pasqua e molto cioccolato a tutti.
Etichette:
I Venerdì del Libro,
letteratura,
Trollope
venerdì 16 marzo 2018
Potete perdonarla? - Anthony Trollope
Tanti anni fa, nel corso della preparazione di un esame di letteratura inglese mi imbattei in stranissimo tomo: La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica di tal Mario Praz. Si tratta in realtà di un saggio importantissimo e di grandissima basilarità per lo studio della letteratura inglese, o così sembravano convinti quelli che me lo rifilarono da studiare. D'altra parte era stato scritto nel 1930, più di mezzo secolo prima, e a me dei temi che trattava al momento interessava meno che nulla: ero assai più a caccia di analisi della scrittura al femminile e simili, da brava figlia del femminismo, e soprattutto mi interessavano le sorelle Bronte. Un po' lessi quel gran tomo, parecchio lo spulciai, continuando per tutto il tempo a domandarmi perché diavolo me l'avevano dato da leggere (e me lo domando tuttora, visto che all'esame non se ne parlò affatto); spulcia che ti spulcio, ogni tanto mi soffermavo a leggere le citazioni degli autori e così incappai per la prima volta in vita mia in Trollope.
Mi consideravo abbastanza addentro alla letteratura vittoriana, ma di questo Trollope non avevo nemmeno sentito parlare, fino a quel momento: piuttosto scusabile visto che negli anni 80 non era stato ancora tradotto quasi niente in italiano. In particolare Praz citava diverse volte un romanzo dal curioso titolo: Can you forgive her?
Puoi perdonarla? Nemmeno per un istante mi venne il dubbio che ci si stesse rivolgendo al pubblico dei lettori. Raccontava, o così pareva, la storia di due innamorati che la famiglia di lei aveva sistematicamente divisi per questioni di interesse. Alla fine lei aveva ceduto, per debolezza, e rinunciato all'amore - una cosa di cui si mostrava piuttosto pentita, nei passi citati. Era lei che forse poteva essere perdonata? E com'era finita tutta la storia?
Passarono dodici anni e le mie conoscenze su Trollope non ebbero alcuna possibilità di ampliarsi. In compenso i Pet Shop Boys fecero una canzone, che tra l'altro mi è sempre piaciuta alla follia - e si intitolava proprio Can you forgive her?
E forse non si tratta di un video eccezionalmente vittoriano ma certo la musica ha un attacco che fa pensare moltissimo a una caccia alla volpe - par quasi di vedere i cavalli slanciarsi nella pista nel bosco - e Potete perdonarla? contiene una splendida scena di caccia alla volpe - cosa che comunque all'epoca proprio non potevo sapere, non avendolo ancora letto.
Rimasi a lungo incerta sulla questione: la canzone aveva o non aveva qualche rapporto con il libro? Nessuno diceva di no, in effetti, anche perché nessuno sfiorava nemmeno lontanamente la questione. Il testo non mi fu di eccessivo aiuto: i testi dei Pet Shop Boys non sono, ehm, esattamente narrativi (= non ci si capisce un accidente) ma questo in particolare sembrava riferirsi ad un amore assai conflittuale del passato, qualcosa di impossibile da dimenticare - o da perdonare, appunto - di quelli che lasciano infiniti strascichi di rancore ma che non possono essere rinnegati. Forse a parlare era l'uomo che la ragazza ricca aveva finito per abbandonare?
Tuttavia adesso ho la risposta, e l'ho finalmente trovata, come spesso capita in questi casi, quando infine ci ero arrivata anche per conto mio: c'è un riferimento al titolo del romanzo di Trollope, che tra l'altro non è un titolo dei più banali - ma, appunto, ci si riferisce alle suggestioni del titolo e non al romazo dove non c'è la storia di un amore che il protagonista ricordi con rancore agrodolce - anche perché questo tipo di amori irrisolti e mai davvero dimenticati non sembrano essere nelle corde dell'esimio romanziere, forse perché non li ha mai conosciuti, beato lui (o poveretto lui? Chissà).
Passarono vieppiù gli anni e Sellerio cominciò a pubblicare i romanzi di Trollope - un sacco di romanzi di Trollope, di cui non avevo mai sentito parlare. Possibile che col tempo e la pazienza arrivasse anche il turno di Can You Forgive Her?
Possibile, sì: e infatti questo Natale sono infine entrata in possesso del romanzo. Che aspettavo da ormai più di trent'anni - e subito ho fatto ben due scoperte, entrambe di grande importanza.
La prima è che un libro di più di mille pagine su formato piccolo e quadrato richiede, davvero, una gran pazienza per essere letto. Infatti gli idiotissimi curatori della collana han deciso di farne un volumone unico, invece di due comodi volumetti di 580 pagine cadauno, e l'inevitabile risultato è che già dopo la prima lettura metà della colla della costola è andata e il libro è già mezzo sfasciato, oltre ad essere stato piuttosto scomodo da leggere. Non voglio nemmeno pensare a cosa succederà quando lo rileggerò (e io rileggo parecchio). Ma alla Sellerio non potrebbero dare un po' di pane e volpe ai loro curatori editoriali?
La seconda interessante scoperta è stata che il titolo non va inteso, come vogliono farci credere i Pet Shop Boys "Puoi perdonarla?" bensì "Potete perdonarla?", ed è indirizzato non già al giovane innamorato che la ragazza ricca rinuncia a sposare per debolezza bensí ai lettori, cui viene chiesto se vorranno benignamente perdonare un'altra protagonista , rea della grave colpa di... avere lasciato il fidanzato.
"Perdonarla? E de che?" si domanda perplesso il lettore. Se lascia il fidanzato saranno cavoli suoi, giusto?
La cosa, a quel che sembra, in età vittoriana non è semplice come negli anni di Jane Austen: da come la mette l'autore lasciare un fidanzato sembra qualcosa di poco meno grave dell'alto tradimento o dello spionaggio internazionale, e anche la protagonista sembra viverla come una mancanza assai seria.
Per perdonare la nostra eroina, noi lettori dovremmo però riuscire a capire perché lascia il suo fidanzato - un uomo in realtà piuttosto simpatico e che lei ama molto. E qui cascano non tanto gli asini quanto le palle (ai lettori, intendo) perché i motivi non sono affatto evidenti e si possono facilmente rubricare sotto la voce "seghe mentali". A dire il vero la protagonista sembra davvero specializzata in seghe, facendosene invero un quantitativo sì vasto e abbondante che perfino una classe di adolescenti in piena attività non esiterebbe a definirlo "eccessivo": in pratica il poverino viene lasciato perché lei lo ama troppo. Ebbene sí, leggere per credere.
Dopo questo iniziale passo falso la protagonista, Alice, colleziona una serie di mosse strategiche una più scriteriata dell'altra e per arrivare al lieto fine sono necessari non solo molta determinazione da parte dell'ex fidanzato, ma anche un grande impegno da parte del romanziere, il quale comunque per tutte le mille e cento e passa pagine dà l'aria di pensare che il vero problema di Alice sia di avere troppa libertà ( = troppo tempo per farsi tutte quelle seghe) e troppi soldi a disposizione. Questi ultimi in particolare sembrano essere un discreto problema per una donna.
Le protagoniste della vicenda sono infatti quattro donne tutt'altro che stupide e discretamente provviste di mezzi. Le meno provviste - ma comunque benestanti - Alice e Kate sembrano letteralmente assillate dal problema "a chi la do stasera (la mia rendita)" finendo tra l'altro per convergere su un destinatario che non si rivela proprio una scelta felicissima, tanto per parlare con molta moderazione. Non solo, ma si mostrano beatamente ignare di come funziona il denaro e di come vada gestito, delegandone serenamente la gestione a padri, fratelli, gatti dei vicini - chiunque, insomma, pur di non sporcarsi le mani.
Anche questa modesta soddisfazione, tuttavia, cioè di scegliersi liberamente a chi regalare i propri soldi, viene preclusa alla giovane Glencora, che delle quattro è la più sfarzosamente provvista di abbondantissimi mezzi: addirittura la poverina, tormentata in modo indicibile dagli invadentissimi parenti, finisce in virtù della sua estrema giovinezza (e di una debolezza che in seguito si rimprovererà aspramente) per lasciare il giovane, bello e (forse) sciagurato innamorato di sua scelta per farsi fidanzare ad un futuro duca dal brillante destino politico di nome... Plantagenet Pallister - e se il cognome, pur dotato di ricche assonanze per le orecchie italiane, è piuttosto innocente in inglese, non c'è dubbio che ci vuole tutta la forza cieca della più crudele e smodata ambizione per forzare una povera ragazza a sposare qualcuno che si chiami Plantagenet. Tuttavia il Plantageneto, a sorpresa, pur risultando perfettamente adeguato sia al nome che al cognome che gli sono toccati in sorte e non essendo forse un uomo sul cui senso dell'umorismo si potrà sempre contare per ravvivare una compagnia, a sorpresa si rivela una persona più vivace del previsto e lui e Glencora finiranno in qualche modo per quagliare - anche se per buona parte del romanzo la moglie mediterà seriamente di lasciare il marito... perché gli vuole troppo bene, non è la donna adatta a lui e teme di rovinargli la vita (sì, a quanto pare, è una epidemia).
Quanto alla quarta protagonista, Arabella (usualmente chiamata "signora Greenow") è l'unica che i suoi soldi se li è guadagnati (con un matrimonio, si capisce) nonché l'unica che sa come gestirli e amministrarli - ma naturalmente è anche la più avanti negli anni e l'unica esperta del viver del mondo, né Trollope mostra in alcun modo di disapprovare la sua totale mancanza di candore economico o di ingenuità monetaria.
Dunque mille e cento e passa pagine per fidanzare una stordita (che era già fidanzata al primo capitolo) e per far superare a una giovane donna il rimpianto per la cieca passione da cui parenti troppo pressanti l'hanno strappata a forza, oltre che per combinare un altro paio di matrimoni.
Ne vale la pena? Assolutamente sì, l'incastro è avvincente e la storia va giù come acqua di fonte. Consigliatissimo a chiunque ami i romanzi inglesi, si legge bene sia a dosi piccole che medie che massicce.
Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro buone letture a tutti perché per le passeggiate nei prati in fiore sembra ci sia ancora un po' da aspettare.
Tuttavia adesso ho la risposta, e l'ho finalmente trovata, come spesso capita in questi casi, quando infine ci ero arrivata anche per conto mio: c'è un riferimento al titolo del romanzo di Trollope, che tra l'altro non è un titolo dei più banali - ma, appunto, ci si riferisce alle suggestioni del titolo e non al romazo dove non c'è la storia di un amore che il protagonista ricordi con rancore agrodolce - anche perché questo tipo di amori irrisolti e mai davvero dimenticati non sembrano essere nelle corde dell'esimio romanziere, forse perché non li ha mai conosciuti, beato lui (o poveretto lui? Chissà).
Passarono vieppiù gli anni e Sellerio cominciò a pubblicare i romanzi di Trollope - un sacco di romanzi di Trollope, di cui non avevo mai sentito parlare. Possibile che col tempo e la pazienza arrivasse anche il turno di Can You Forgive Her?
Possibile, sì: e infatti questo Natale sono infine entrata in possesso del romanzo. Che aspettavo da ormai più di trent'anni - e subito ho fatto ben due scoperte, entrambe di grande importanza.
La prima è che un libro di più di mille pagine su formato piccolo e quadrato richiede, davvero, una gran pazienza per essere letto. Infatti gli idiotissimi curatori della collana han deciso di farne un volumone unico, invece di due comodi volumetti di 580 pagine cadauno, e l'inevitabile risultato è che già dopo la prima lettura metà della colla della costola è andata e il libro è già mezzo sfasciato, oltre ad essere stato piuttosto scomodo da leggere. Non voglio nemmeno pensare a cosa succederà quando lo rileggerò (e io rileggo parecchio). Ma alla Sellerio non potrebbero dare un po' di pane e volpe ai loro curatori editoriali?
La seconda interessante scoperta è stata che il titolo non va inteso, come vogliono farci credere i Pet Shop Boys "Puoi perdonarla?" bensì "Potete perdonarla?", ed è indirizzato non già al giovane innamorato che la ragazza ricca rinuncia a sposare per debolezza bensí ai lettori, cui viene chiesto se vorranno benignamente perdonare un'altra protagonista , rea della grave colpa di... avere lasciato il fidanzato.
"Perdonarla? E de che?" si domanda perplesso il lettore. Se lascia il fidanzato saranno cavoli suoi, giusto?
La cosa, a quel che sembra, in età vittoriana non è semplice come negli anni di Jane Austen: da come la mette l'autore lasciare un fidanzato sembra qualcosa di poco meno grave dell'alto tradimento o dello spionaggio internazionale, e anche la protagonista sembra viverla come una mancanza assai seria.
Per perdonare la nostra eroina, noi lettori dovremmo però riuscire a capire perché lascia il suo fidanzato - un uomo in realtà piuttosto simpatico e che lei ama molto. E qui cascano non tanto gli asini quanto le palle (ai lettori, intendo) perché i motivi non sono affatto evidenti e si possono facilmente rubricare sotto la voce "seghe mentali". A dire il vero la protagonista sembra davvero specializzata in seghe, facendosene invero un quantitativo sì vasto e abbondante che perfino una classe di adolescenti in piena attività non esiterebbe a definirlo "eccessivo": in pratica il poverino viene lasciato perché lei lo ama troppo. Ebbene sí, leggere per credere.
Dopo questo iniziale passo falso la protagonista, Alice, colleziona una serie di mosse strategiche una più scriteriata dell'altra e per arrivare al lieto fine sono necessari non solo molta determinazione da parte dell'ex fidanzato, ma anche un grande impegno da parte del romanziere, il quale comunque per tutte le mille e cento e passa pagine dà l'aria di pensare che il vero problema di Alice sia di avere troppa libertà ( = troppo tempo per farsi tutte quelle seghe) e troppi soldi a disposizione. Questi ultimi in particolare sembrano essere un discreto problema per una donna.
Le protagoniste della vicenda sono infatti quattro donne tutt'altro che stupide e discretamente provviste di mezzi. Le meno provviste - ma comunque benestanti - Alice e Kate sembrano letteralmente assillate dal problema "a chi la do stasera (la mia rendita)" finendo tra l'altro per convergere su un destinatario che non si rivela proprio una scelta felicissima, tanto per parlare con molta moderazione. Non solo, ma si mostrano beatamente ignare di come funziona il denaro e di come vada gestito, delegandone serenamente la gestione a padri, fratelli, gatti dei vicini - chiunque, insomma, pur di non sporcarsi le mani.
Anche questa modesta soddisfazione, tuttavia, cioè di scegliersi liberamente a chi regalare i propri soldi, viene preclusa alla giovane Glencora, che delle quattro è la più sfarzosamente provvista di abbondantissimi mezzi: addirittura la poverina, tormentata in modo indicibile dagli invadentissimi parenti, finisce in virtù della sua estrema giovinezza (e di una debolezza che in seguito si rimprovererà aspramente) per lasciare il giovane, bello e (forse) sciagurato innamorato di sua scelta per farsi fidanzare ad un futuro duca dal brillante destino politico di nome... Plantagenet Pallister - e se il cognome, pur dotato di ricche assonanze per le orecchie italiane, è piuttosto innocente in inglese, non c'è dubbio che ci vuole tutta la forza cieca della più crudele e smodata ambizione per forzare una povera ragazza a sposare qualcuno che si chiami Plantagenet. Tuttavia il Plantageneto, a sorpresa, pur risultando perfettamente adeguato sia al nome che al cognome che gli sono toccati in sorte e non essendo forse un uomo sul cui senso dell'umorismo si potrà sempre contare per ravvivare una compagnia, a sorpresa si rivela una persona più vivace del previsto e lui e Glencora finiranno in qualche modo per quagliare - anche se per buona parte del romanzo la moglie mediterà seriamente di lasciare il marito... perché gli vuole troppo bene, non è la donna adatta a lui e teme di rovinargli la vita (sì, a quanto pare, è una epidemia).
Quanto alla quarta protagonista, Arabella (usualmente chiamata "signora Greenow") è l'unica che i suoi soldi se li è guadagnati (con un matrimonio, si capisce) nonché l'unica che sa come gestirli e amministrarli - ma naturalmente è anche la più avanti negli anni e l'unica esperta del viver del mondo, né Trollope mostra in alcun modo di disapprovare la sua totale mancanza di candore economico o di ingenuità monetaria.
Dunque mille e cento e passa pagine per fidanzare una stordita (che era già fidanzata al primo capitolo) e per far superare a una giovane donna il rimpianto per la cieca passione da cui parenti troppo pressanti l'hanno strappata a forza, oltre che per combinare un altro paio di matrimoni.
Ne vale la pena? Assolutamente sì, l'incastro è avvincente e la storia va giù come acqua di fonte. Consigliatissimo a chiunque ami i romanzi inglesi, si legge bene sia a dosi piccole che medie che massicce.
Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro buone letture a tutti perché per le passeggiate nei prati in fiore sembra ci sia ancora un po' da aspettare.
Etichette:
autobiografia,
I Venerdì del Libro,
letteratura,
Pet Shop Boys,
Trollope
venerdì 30 maggio 2014
La vita oggi - Anthony Trollope

Una bella mattina Sellerio decise infine di tradurre e pubblicare Anthony Trollope, romanziere vittoriano di cui in Italia si era visto davvero poco - qualcosina con la vecchia BUR grigia, e niente di più. Di ciò io e mia madre gli fummo assai riconoscenti e, tra quelli che abbiamo letto, per adesso questo è stato il nostro preferito.
Si tratta di un romanzo decisamente lungo, non sempre scorrevolissimo ma con un suo fascino leggermente perverso; dentro c'è molta politica, di un tipo che suona stranamente familiare per orecchie italiane contemporanee, e molta analisi sociale fatta scivolare così, senza parere. E' un romanzo sugarfree, e di sicuro leggerlo non rovinerà il lavoro del vostro dentista.
Siamo intorno agli anni 70 dell'Ottocento, all'inizio dell'attività di Sherlock Holmes, poco dopo la morte di Dickens, poco prima della battaglia delle donne inglesi per il voto, molto vicini al momento in cui gli Stati Uniti sorpasseranno l'Inghilterra come potenza economica.
I vari personaggi sono alla ricerca di una sistemazione, soprattutto economica. I protagonisti maschili (in gran parte assai scialbi) sembrano convinti di poterla ottenere soprattutto giocando col denaro - un gioco che procurerà scottature più o meno forti a molti di loro; le protagoniste femminili (in gran parte tutt'altro che scialbe) sanno che l'unico modo di sistemarsi per una donna è il matrimonio: altre possibilità non risultano, anche se il matrimonio viene presentato apertamente e senza infingimenti come un sentiero assai disseminato di spine.
Lady Carbury, nata in una famiglia povera, ha accettato a occhi aperti nella sua prima giovinezza il matrimonio con un uomo con molti più anni di lei. Nonostante abbia ottemperato con buona grazia e buona coscienza a tutti i doveri del caso, il marito non ha lesinato prepotenze né botte. Dopo una vita coniugale decisamente infelice, la signora non può adeguatamente godersi la vedovanza perché da quel matrimonio è nato un figlio che, pur non assomigliando affatto al padre, è uno dei più agghiaccianti personaggi mai comparsi in un romanzo, oltre ad avere un singolare talento nel perdere soldi. Pur non avendo mai pensato di risposarsi (e come darle torto, dopo quell'esperienza coniugale?) la signora chiuderà il romanzo con un nuovo matrimonio, che si annuncia assai più felice del primo: il futuro sposo è un uomo che, dopo averla chiesta in moglie in un momento di debolezza, ha provato una tale riconoscenza per esserne stato respinto da aver finito con l'innamorarsene seriamente.
La figlia di Lady Carbury, Hetta, è l'eroina più convenzionale del libro. Dopo aver rifiutato di sposare un ricco cugino (una bravissima persona, per carità, di nobili sentimenti, ma anche quel tipo di uomo che ti fa considerare il taglio di una mano come un alternativa più che appetibile alla possibilità di unirsi a lui con il sacro vincolo) riesce, con la tecnica della resistenza passiva che le eroine vittoriane maneggiano con impareggiabile destrezza, a sposare l'uomo che ama - che per la verità sembrerebbe un altro di quegli uomini che ti fanno considerare il taglio della mano come alternativa appetibile eccetera eccetera - ma insomma, contenta lei, contento anche il lettore.
Abbiamo poi Georgiana, figlia non più molto giovane di un aristocratica famiglia che non può più permettersi le season londinesi, acutamente consapevole di aver mirato troppo in alto per troppi anni e che, resa improvvisamente più adattabile da una serie di circostanze avverse, prova a giocare la carta del finanziere ebreo - perché ormai, nella Londra degli anni 70, gli ebrei sono considerati quasi alla pari degli esseri umani; quasi, per l'appunto, perché l'aristocratica famiglia farà un sacco di storie, la stessa Giorgiana tirerà un po' troppo la corda e alla fine il finanziere ebreo (che, per quanto cinquantenne e un po' troppo pinato risulta comunque uno dei personaggi maschili più validi e simpatici) si defilerà con bel garbo. A sorpresa Giorgiana finirà per improvvisare un matrimonio d'amore... con un prete povero in canna. Sì, proprio un prete. Non ho capito come funziona, ma è un sacerdote cattolico e si sposa, alla luce del sole e con onore.
Poi c'è Ruby, fanciulla campagnola bella e benestante che a un certo punto della sua vita si innamora pazzamente di un baronetto scioperato e per niente raccomandabile, e per lui lascia un fidanzato mugnaio di poche parole e perennemente infarinato. Per questo suo colpo di testa la poverina viene rimproverata senza pietà per centinaia di pagine e tutti le ripetono senza darle requie che il suo fidanzato la ama, che nessuno può amarla meglio del suo mugnaio, che avendo una così buona sistemazione non si capisce perché debba cercare qualcos'altro. Ruby, che però è quella che col mugnaio infarinato dovrebbe andarci a letto, dopo averlo sposato, e che è maggiorenne, alla fine abbandona la casa dello zio (che tra l'altro la picchiava) e va a Londra per correre dietro al suo baronetto, da cui comunque non si farà indurre a vivere nel peccato. Per capitoli e capitoli la povera ragazza cerca di scansare il mugnaio ma alla fine la tagliola si stringe inesorabile intorno a lei ed è col mugnaio che dovrà andare, volente o nolente. Nelle ultime due righe a lei dedicate, dopo una cerimonia nuziale in cui lo scarso entusiasmo della sposa viene ribadito più e più volte, l'autore fa scivolare l'assicurazione che il matrimonio sarà felice - e speriamo che sia vero.
Per quinta arriva la figlia di un ricchissimo finanziere ebreo (o meglio, forse ebreo, ma nessuno osa indagare troppo a fondo) che tutta l'alta società londinese considera con sentimenti assai misti di orrore, fascinazione, disapprovazione e invidia, corteggiandolo nel contempo nel più lecchino dei modi.
Scialba e timorosa nei primi capitoli, la ragazza matura in fretta grazie all'amore - o meglio a quello che lei, in virtù di una grande forza di volontà, decide di considerare amore - fino a sviluppare appieno una personalità ricca, volitiva e affascinante. Superato il trauma del Primo Amore Infelice - esperienza sempre importantissima per una donna - la lasciamo alla fine del romanzo pronta a mordere la vita; non senza essersi sposata, si capisce. Per convincerla al gran passo il futuro marito (un americano molto più simpatico della carrellata di personaggi maschili inglesi proposti dal romanzo) le spiega che negli Stati Uniti le donne sposate hanno assai maggior controllo sul loro patrimonio che in Inghilterra e, in pratica, le promette indipendenza e autonomia; da notare che l'accorta e intraprendente fanciulla non è inglese, o almeno non completamente.
La carrellata si chiude con l'americana Mrs. Heartley, una donna bella, ricca, non più giovanissima, di grande fascino, con idee assolutamente originali e una tempra da vera eroina, che ha attraversato l'oceano per rincorrere uno scialbo fidanzato inglese che non la vuole più - e invero l'amore che questa splendida creatura nutre per quell'uomo assolutamente insulso e imbevuto fino al midollo di ogni solido pregiudizio inglese è uno dei tocchi più geniali di tutto il romanzo. Naturalmente Mrs. Hartley non caverà un ragno dal buco - e il lettore, o almeno la lettrice, ne prova un certo sollievo; si spera che arrivi qualcosa di meglio in futuro. Si spera, ma Trollope non si attenta a prometterlo, visto che scrive per un pubblico inglese.
E infatti tra i contemporanei Trollope ebbe successo, sì, ma non troppo. Forse perché si sentivano troppo fedelmente ritratti da lui?
Con questo post partecipo, proprio all'ultimo minuto utile (ahimé, sta diventando un abitudine) al Venerdì del Libro di Homamademamma, e auguro un felice fine settimana a tutti, con tante buone letture e, si spera, senza pioggia.
Etichette:
I Venerdì del Libro,
letteratura,
Trollope
Iscriviti a:
Post (Atom)


