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sabato 18 luglio 2020

Il lavoro di gruppo al tempo del Coronavirus (in sintesi: meglio lasciar perdere)

Sui calzini che entrano nella lavatrice a coppie ed escono spaiati  c'è  una vastissima serie di vignette in rete.
Questa è solo una delle tante.
In pieno lockdown, nel corso di un Consiglio di Classe con Genitori uno dei rappresentanti della Seconda Invasata ci suggerì di fare il lavoro di gruppo.
È sempre un piacere quando i genitori ti insegnano a fare il tuo lavoro, dimenticando magari due o tre evidenze grosse quanto una balena azzurra in avanzato stadio di gravidanza; in quel caso la prima evidenza era che un lavoro di gruppo per via telematica non è proprio il massimo della vita. 
Ad ogni modo la Seconda Brillante, fin dall'inizio dell'anno, aveva mostrato di gradire la possibilità di lavorare a coppie per fare i compiti e aveva dunque continuato anche durante la chiusura della scuola con la mia più totale benedizione. Ma la Seconda Brillante è una classe ben armonizzata dove i rapporti interni sono molto amichevoli, e infatti come premio per la squisita disponibilità & pazienza con cui si erano sciroppate le mie quattro lezioni frontali quattro sull'avvincente tema Tutto quel che non avreste mai voluto sapere sull'Illuminismo ma per vostra disgrazia in cattedra ci sono io avevo fissato, proprio per il giorno in cui le scuole del regno hanno chiuso, una verifica di riepilogo che sarebbe dovuta consistere in un alfabetiere sull'Illuminismo inclusa la nascita degli Stati Uniti da farsi a gruppi, con il libro di testo a portata di mano e possibilità di usare la rete; va da sé che ogni gruppo avrebbe incluso anche uno dei bravi più bravi che avrebbe tolto dal fuoco le castagne più scottanti e insomma contavo di riportarne per tutti un onesto lavoro di ripasso e di riepilogo, due ore non troppo spiacevoli e una bella batteria di voti alti oltre alla possibilità di infilare nella verifica qualche guizzo creativo. La faccenda, ahimé, si è risolta con una serie di malinconici alfabetieri svolti in solitudine. Alcuni l'hanno fatto davvero molto bene, certo - ma quegli stessi avrebbero comunque fatto molto bene qualsiasi tipo di verifica, scritta o orale che fosse.
A dirla tutta c'era in programma qualcosina del genere anche per la Seconda Invasata: un bell'alfabetiere sull'arcipelago britannico. Naturalmente lì fare i gruppi, considerando che i rapporti interni facevano per lo più schifo, ribrezzo e pietà, non era solo complicato, ma anche pericoloso; perciò mi ero consultata con buona parte dei colleghi del Consiglio e al terzo tentativo era venuta fuori una combinazione che, con un po' di fortuna e una occhiutissima sorveglianza da parte mia, dava speranze di non lasciare sul campo né morti né feriti gravi.
Anche lì la faccenda si era risolta in una serie di malinconici alfabetieri fatti in solitudine, ma il risultato era stato molto meno brillante, anche perché molti per riempire le lettere vuote sparavano definizioni a caso che non avevano niente a che fare con l'arcipelago britannico e qualcuno l'ha perfino dovuto rifare. Nonostante le mie minute spiegazioni, il concetto stesso di alfabetiere sembrava sfuggirgli, anche se più volte, durante qualche sostituzione dell'ultimo momento, li avevo visti giocare appunto all'alfabetiere con fiori, frutta, città, campioni dello sport  e altro - e anzi proprio da lì mi era venuta l'idea di mettere tutti a lavorare sugli alfabetieri.
Niente da dire se qualcuno (pochissimi) di sua spontanea volontà decideva di preparare un compito insieme a qualcuno con cui per avventura gli accadeva di avere dei rapporti decenti; ma metterli a lavorare a gruppi in privato e senza sorveglianza sperando che per buona sorte andasse tutto liscio mi pareva cosa davvero da irresponsabili. 
Invece con la Seconda Brillante ho deciso di provarci, dandogli come compito una gita turistica nei paesi della ex-Iugoslavia. Potevano scegliere quel che volevano da una serie di possibilità (boschi, parchi nazionali, città e non so che altro) e organizzarsi il viaggio o la gita come meglio gli pareva.
Ne sono venuti fuori dei buoni lavori, nel complesso, ma l'elemento più critico della classe, un ragazzo piuttosto bravo ma del tutto refrattario alle interrogazioni orali e alquanto tendente all'assenteismo, si limitò a non rispondere alla chiamata, così come si è rifiutato di leggere la sua pur valida ricerca nel corso di un lavoro collettivo sui contemporanei di Napoleone: spense microfono e telecamera, dopo aver detto che non gli funzionavano, e questo fu quanto. Rimediai facilmente leggendo la ricerca al posto suo e mettendogli il voto sul lavoro fatto, ma per il lavoro di gruppo dove si era defilato non c'era altro da fare che segnargli un doveroso quattro e riflettere in solitudine.
Anche le classi più integerrime ci hanno qualche componente lunatico. Ecco, in una classe dal vivo si nota meno, o puoi far finta di notarlo meno o aggirare il problema con abili stratagemmi; ma la didattica a distanza accentua queste componenti lunatiche.

venerdì 26 giugno 2020

Ifigenia in Aulide - Euripide


A seguito di una interessante conversazione con un cugino* ho ripreso in mano quest'opera teatrale che da molti anni non rileggevo. 
La trama è abbastanza nota, e siccome si tratta di un dramma greco si può raccontare tranquillamente senza problemi di spoiler, dato che anche gli spettatori che lo videro la prima volta conoscevano benissimo la storia.
Siamo in Aulide, appunto, e la flotta greca scalpita per partire per Troia e fare la famosa guerra per riprendersi Elena. Agamennone è stato eletto capo della spedizione** ma fa una qualche stupidaggine che offende Artemide, la quale decide perciò di mandare venti contrari per impedire la partenza della flotta. 
Il povero Calcante, indovino al seguito dell'esercito, viene interrogato, indaga e scopre che, appunto, Artemide è arrabbiata e impedirà la partenza finché Agamennone non le sacrificherà la sua figlia maggiore, Ifigenia, una fanciulla appena in età da marito.
Agamennone comprensibilmente recalcitra, ma alla fine si fa convincere e manda a chiamare la figlia dicendo che la vuol dare in sposa.
Durante il prologo vediamo che Agamennone è molto pentito e scrive alla moglie Clitemnestra (del tutto ignara dei problemi creati da Artemide) per dirle che non se ne fa di niente. Il fratello Menelao intercetta la lettera e inizialmente fa una bella piazzata ad Agamennone, ma poi ci ripensa, capisce il punto di vista del padre che non vuole sacrificare la figlia innocente per rendere al fratello una moglie che tanto innocente non è e che sembrerebbe meglio persa che trovata e dice che, pazienza, farà a meno di Elena.
Disgraziatamente è troppo tardi; ed ecco arrivare Ifigenia, ovviamente accompagnata dalla madre molto contenta perché la figlia va a sposarsi, e al seguito c'è pure il piccolo Oreste, così il padre vedrà come cresce bene.
Agamennone si dispera, cerca di convincere la moglie a tornare indietro senza assistere al matrimonio (pretesa assurda che Clitemnestra non prende in minima considerazione) e si inventa che Ifigenia verrà data sposa ad Achille. Guarda caso, nel giro di un paio di strofe Clitemnestra scopre che Achille non ne sa niente.
Messo alle strette, Agamennone finisce per rivelare la verità. Clitemnestra cerca di farlo ragionare, Ifigenia piange perché non vuole morire, Oreste non dice una parola in tutto il testo ma probabilmente si sta già domandando in che razza di famiglia è finito e Achille proclama che farà di tutto, a costo di combattere contro l'intero esercito, per salvare Ifigenia - che poi, se crede, lo sposerà, lui ne sarebbe anche contento, ma non è quello il punto: il punto è che il suo nome non va usato per cogliere in trappola povere ragazzine innocenti e infilarle a forza in oscure trame. Quanto a Clitemnestra, esterna con molta decisione il suo estremo disappunto e dichiara che se Agamennone fa il sacrificio, lei troverà modo di fargliela pagare - una reazione più che comprensibile, in effetti.
L'esercito, informato della faccenda da (si suppone) Ulisse, si dimostra invece molto meno comprensivo di Menelao e molto meno cavalleresco di Achille e proclama che questo sacrificio s'ha da fare.
A questo punto - ma solo quando è chiaro che non c'è speranza, perché anche Achille avrebbe i suoi problemi ad affrontare l'esercito greco, Ifigenia toglie del castagne dal fuoco a tutti e accetta di sacrificarsi in nome dell'Ellade e della libertà. Clitemnestra disapprova e rifiuta decisamente di assistere al sacrificio - che non sarà tale perché all'ultimo momento Artemide rapisce la fanciulla e manda una bella cerva bianca da sacrificare al suo posto. 
Com'è noto, allo scambio con la cerva Clitemnestra non crede, anche perché nel frattempo Ifigenia è scomparsa - e di conseguenza il futuro coniugale di Agamennone non sarà dei migliori***.
Siccome sto parlando dell'Ifigenia in Aulide di Euripide, classico tra i classici, universalmente lodato, è inutile che perda tempo a dire quanto è bella e cose del genere, e anche che spieghi quanto mi è piaciuta: Euripide è uno dei miei autori preferiti, sin da quando l'ho incontrato la prima volta ai tempi del ginnasio, e l'ho sempre letto molto volentieri. Ma la storia di Ifigenia la conoscevo già da prima, perché è fra quelle raccontate in Storie della storia del mondo. Quando la lessi per la prima volta però ero una bambina, e ai miei occhi Ifigenia era, per quanto giovane, una ragazza "grande", e la sua era solo una delle tante storie greche, spesso drammatiche, che mi passavano sotto gli occhi.
Qualche anno fa, invece, scoprii che non era affatto una buona idea far leggere quel capitolo di Storie della storia del mondo a una prima media. Avevo portato con molta serenità le fotocopie a scuola e solo arrivata al punto in cui Ifigenia dice "Babbo, tu non vuoi che io muoia, vero?" mi accorsi del silenzio assurdo che c'era in classe. Venti ragazzi ciarlieri assolutamente ammutoliti e con l'espressione choccata. Perché per loro Ifigenia non era grande, era una coetanea. E suo padre l'aveva tradita nel più definitivo dei modi.
Una scelta didatticamente infelice, ammettiamolo.
E così per la prima volta vissi la storia di Ifigenia non come ascoltatrice da intrattenere, ma dal punto di vista della protagonista.
Quando arriva al campo, Ifigenia è una ragazzina. Corre tutta contenta dal padre, per cui ha una predilezione che anche Clitemnestra vede con benevolenza ("sei sempre stato il suo preferito, sin da quando era piccola"), e quando il padre accenna a un sacrificio che va fatto prima delle sue nozze dice tutta convinta che sì, è importante non trascurare gli dei.
Quando si rende conto di essere lei il piatto principale del sacrificio, improvvisamente le piomba addosso anche la consapevolezza di un mucchio di altre cose: che suo padre è disposto a sacrificarla; che ci sono ragioni politiche per cui un sacrificio come il suo (atto empio, impuro e sacrilego lo definisce Eschilo nell'Agamennone) è accettabile agli occhi degli adulti; che ci sono forze che suo padre non è in grado di fermare - né suo padre né il pur famosissimo Achille; che lei, per quanto potesse essere la coccola del papà, conta talmente poco da poter essere privata della vita pur non avendo mai fatto niente di male; che suo padre, anche se poi si è (un po') pentito, l'aveva già venduta; che la vita può essere molto ingiusta e gli dèi peggio che peggio; che per suo padre la politica conta più di tutto, anche della figlia prediletta.
Costretta a crescere tutto insieme, finisce per comprendere che la sua sorte è già segnata, che nessuno può più aiutarla e che l'unica scelta che le resta è di evitare un combattimento interno tra greci e la morte di Achille (che nel difenderla non sarebbe aiutato nemmeno dai suoi stessi uomini (che anzi sono quelli che scalpitano più di tutti perché il sacrificio ordinato da Artemide venga compiuto). Messa così con le spalle al muro decide di piegarsi all'inevitabile senza creare problemi a nessuno, facendo perfino del suo meglio per evitare rimorsi a suo padre: non solo accetta di morire, proclama fieramente di volerlo.
Io l'ho vista così.
Aristotele criticò quell'improvviso mutar d'animo sostenendo, appunto, che era troppo improvviso per lasciare coerenza al personaggio. Non sono d'accordo. Un po' di più posso forse condividere la teoria che dice, in sintesi, che Ifigenia sceglie di fare la brava bambina fino alla fine, ma a me sembra che Euripide racconti una storia diversa e una scelta più lucida.
Ufficialmente Ifigenia in Aulide è considerata una "tragedia a lieto fine", ma un vero lieto fine a ben guardare non c'è, perché proprio l'atto empio, impuro e sacrilego, per quanto non realmente avvenuto, dà la stura ad una serie di atti ancor più empi, impuri e sacrileghi che finiscono quasi per sterminare l'intera famiglia degli Atridi (che d'altra parte hanno una storia familiare fra le più agghiaccianti della letteratura di tutti i tempi anche prima del sacrificio di Ifigenia). 
È però un classico dramma euripideo, dove il vero cattivo è la divinità di turno, nessuno a parte Ifigenia si può definire buono ma in fondo tutti fanno del loro meglio: Clitemnestra che cerca di salvare la figlia, Agamennone che quasi rinsavisce e non vuol più sacrificarla, Menelao che rinsavisce del tutto, ma non prima di aver reso il sacrificio inevitabile, i greci che ormai sono lì e vogliono combattere, Calcante che fa il suo mestiere (ma parla con un po' troppe persone), Achille che sembra preoccupato soprattutto del suo prestigio personale, almeno all'inizio... ma c'è un altro grande Cattivo dietro le quinte: la Politica. Agamennone ama svisceratamente il suo posto di comando e per mantenerlo è quasi disposto a sacrificare la figlia, Ulisse manovra dietro le quinte perché la guerra si deve fare, l'esercito una volta scatenato non intende ragioni e nessuno riesce più a fermarlo, tanto che perfino i Mirmidoni di Achille trovano normalissimo e anzi doveroso sacrificare una ragazza innocente. Ifigenia dalla sua ha soltanto il (legittimo) desiderio di vivere e continuare a vedere la luce. Non basta, nemmeno un po'. Lo sappiamo tutti che a volte non basta.
Così questa storia vecchia di quasi tremila anni risulta deplorevolmente attuale anche ai giorni nostri: l'innocenza non ti dà diritto alla vita, se nasci nella famiglia o dalla parte sbagliata.
Di tutto questo però non ho parlato con mio cugino, anche perché mi è venuto in mente solo due giorni fa, dopo la rilettura.
Invece abbiamo parlato del sacrificio di Isacco. Siamo partiti dal catechismo**** e di come ai giorni nostri tendesse a sorvolare su certi episodi della Bibbia.
Per esempio, appunto, il sacrificio di Isacco.
A ben guardare le due storie sono davvero simili: una mattina un qualche dio si alza e dice "ehi, tu, sacrificami il tuo amatissimo figlio". Così, senza un motivo (del resto, non esiste un motivo valido per una richiesta del genere). In entrambi i casi la madre non viene messa al corrente (chissà perché), il fortunato prescelto prende per mano la vittima ignara e insieme si avviano all'ara e solo all'ultimississimo momento il dio o la dea di turno cambiano idea. Cosa pensa l'agnellino sacrificale di turno quando si accorge che era tutto uno scherzo non è dato sapere, anche se ci sono diversi racconti più o meno seri sul trauma che Isacco si porta dietro, e un bel po' di quadri dedicati ad entrambe le storie. Per esempio per Ifigenia abbiamo Tiepolo che senza dubbio presenta con molta chiarezza il concetto di vittima all'altare, ma molti altri si sono occupati del soggetto, con alterni risultati.

A Isacco invece è dedicato una delle tele più celebri di tal Caravaggio, che tra l'altro esprime con estrema chiarezza il punto di vista del ragazzo.



Tra le due storie ci sono però anche delle differenze.
Sono diverse le motivazioni dei due genitori, prima di tutto; Abramo è mosso da puro  spirito di obbedienza e sottomissione e nessuno (tranne forse Isacco, almeno sul momento) ci trova da ridire. Più avanti il sacrificio di Isacco verrà interpretato come una prefigurazione del sacrificio che Gesù compie in obbedienza al Padre, cioè dell'evento più importante nel cristianesimo*****. Comunque dopo aver salvato Isacco dio mostra di apprezzare molto l'obbedienza di cui Abramo ha dato prova davvero notevole.
Agamennone invece fa quel che fa in nome della guerra ventura, e secondo Euripide anche per il potere e la carriera (e per come ci viene di solito descritto Agamennone, ciò sembra assai probabile). Artemide a lodarlo non ci pensa nemmeno, e nessun altro lo fa anzi l'atto viene descritto come empio, impuro e sacrilego; più avanti nessun dio si preoccupa di proteggerlo dalle conseguenze di quell'atto, che saranno lunghe, assai articolate e finiranno col ricadere sull'innocentissimo Oreste. Perché il bello degli dei greci è anche questo: a disobbedirgli te la passi malissimo, a obbedirgli talvolta pure, e il povero Oreste ne sa qualcosa perché dopo aver ucciso sua madre in obbedienza a un preciso ordine di Apollo, mezzo pantheon si deve dar da fare per ottenerne l'assoluzione e la purificazione, che comunque arriva solo dopo che il poveretto ha condotto una vita decisamente grama.

Quel che io e mio cugino concludemmo dopo questa lunga e colta conversazione fu che, sì, certe storie è meglio maneggiarle con cautela quando gli ascoltatori sono molto giovani.
E comunque il gelato era ottimo e il pomeriggio fu molto piacevole.
Erano i bei tempi in cui si poteva riunire una tavolata di una dozzina di congiunti stretti per stare allo stesso tavolo senza che ad alcuno venisse in mente nemmen di lontano di biasimare la cosa.

Con questo post molto variegato partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma augurandomi che l'estate ci porti anche qualche raduno, oltre a molto tempo libero per leggere.

* che nonostante sia un cugino a pieno titolo non è particolarmente interessato alle leggende metropolitane
** carica che ricoprirà facendo non poche sciocchezze, peraltro.
*** molto giustamente, secondo me.
**** no, nelle intenzioni non era una conversazione colta. Eravamo a un compleanno multiplo estivo, e ci stavamo ingozzando di gelato dopo un pasto di quelli che cominciano con tre antipasti.
***** si potrebbe osservare che Gesù obbedisce al Padre, ma lo fa volontariamente e consapevolmente, al contrario di Isacco: d'altra parte la questione è abbastanza complicata perché, di fatto, Gesù è il Figlio ma è anche il Padre, quindi sarebbe strano se non obbedisse a ciò che lui stesso ha stabilito di fare. Ma sto divagando, né ho alcuna speranza di districarmi da un tal teologico ginepraio.

venerdì 19 giugno 2020

Su personaggi del passato non sempre del tutto allineati con la morale e i costumi dei nostri giorni

Esempio di un personaggio storico piuttosto discusso: Vlad III principe di Valacchia. Ha avuto, tra l'altro, fama di principe rigoroso ma giusto, fama di sanguinario (giustificata, sembra) e fama di vampiro (ma di vampiri si cominciò a parlare solo un paio di secoli dopo la sua morte). Di sicuro difese il suo paese contro gli invasori.

In questi giorni capita spesso di vedere messi in discussione illustri personaggi storici e uomini di cultura che da vivi si sono talvolta comportati in modo allineato ai costumi del tempo, ma che ai nostri moderni occhi risultano aver agito in modo assai discutibile. sul piano etico.
A ciò risponde spesso il lamento "Ma sono 745 anni che onoriamo e rispettiamo il tal dei tali, proprio ora dovete svegliarvi e accorgervi che non rilasciava mai gli scontrini? Ai suoi tempi gli scontrini non c'erano!". Al che segue una risposta del tipo "Vero, non c'erano scontrini, ma comunque lui non rilasciava nemmeno le ricevute (che c'erano eccome) e su questa base non pagava le imposte dovute, con gran danno dell'erario". Il che magari un po' è vero, un po' no ma sappiamo tutti che i suoi servi non se la passavano granché bene e che aveva fatto mettere una tassa sui calzini gialli che non pagava mai, pur portandoli regolarmente in pubblico.
E tutto ciò un po' fa ridere e un po' ha un senso, e comunque nessuno è perfetto, ogni generazione ha i suoi idoli da distruggere, il tempo passa e le cose cambiano e non è vero che i gatti sono opportunisti e se ne fregano di te. Eccetera.
A questo proposito vorrei citare un personaggio che mi ha sempre lasciato incerta e dubitosa.
Nel corso della mia carriera scolastica ormai quasi ventennale ho insegnato in varie scuole, e si sa che ogni scuola ha un nome.
Alcune sono intitolate a grandi artisti e scienziati del nostro paese: Leonardo da Vinci, Dante Alighieri, Michelangelo Buonarroti, Benvenuto Cellini.
Altre a grandi figure internazionali che hanno condotto battaglie in nome dei diritti umani: Martin Luther King, Gandhi, Iqbal Masih, Malala Yusafzai.
Oppure a figure di spicco nella storia dell'istruzione e della pedagogia italiana: Gianni Rodari, Maria Montessori, Maria Maltoni, Maria De Mattias, Lorenzo Milani.
O a grandi scrittori degli ultimi due secoli: Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli, Luigi Pirandello...
... Giovanni Papini.
In Toscana ne abbiamo quattro, di queste scuole, e in una ho anche lavorato per diversi mesi, quando stavo a Firenze.
Sui meriti artistici di Giovanni Papini come scrittore si possono avere varie opinioni. La mia è sempre stata molto chiara e ben delineata, e personalmente non gli intitolerei nemmeno un tombino delle fogne o un cassonetto della raccolta indifferenziata. Aveva quel tipo di prosa tronfia e roboante che mi fa venire l'orticaria già dopo mezza riga. L'unica volta che ho letto una delle sue pagine anticlericali ho provato un intensissimo desiderio di iscrivermi ai focolarini, e l'unica volta che ho letto una sua pagina da cattolico (che mi sono pure dovuta imparare a memoria per una recita scolastica) il mio disamore verso la nascita del Redentore toccò punte mai raggiunte né prima né dopo e che perfino all'epoca trovai eccessive. 
Giovanni Papini è uno di quegli autori che mi fa considerare con una certa larghezza di venute la possibilità di un rogo di libri.
Tra l'altro costui è l'autore di uno scritto che viene citato in numerosi manuali di storia delle scuole per meglio descrivere lo spirito interventista italiano ai tempi della prima guerra mondiale (e va detto che lo descrive proprio benino): Amiamo la guerra, che già dal titolo dire che fa a pugni con la nostra moderna sensibilità è una elegante litote.
Celebre e sempre riportata è la frase Ci voleva, alla fine, un caldo bagno di sangue nero dopo tanti umidicci e tiepidumi di latte materno e di lacrime fraterne. Ci voleva una bella innaffiatura di sangue per l'arsura dell'agosto; e una rossa svinatura per le vendemmie di settembre; e una muraglia di svampate per i freschi di settembre.
Le classi la ascoltano sempre con sembiante assai perplesso.
Ma è il caso di dedicare delle scuole a un uomo che ha professato principi del genere, che possiamo solo non dico giustificare, ma ingollare bene o male che sia ricordandoci del tempo, del contesto, del gran desiderio di scandalizzare i borghesi eccetera?

Comunque Papini non è stato solo un guerrafondaio. Si è occupato di molte altre cose: di scuola, per esempio. Scrisse anche un trattatello dal suggestivo titolo di Chiudiamo le scuole. Tutte, di ogni ordine e grado. E pazienza per gli insegnanti che restano disoccupati. Chiudiamole tutte per il bene, prima di tutto fisico, dei giovani (non voglio sapere cosa avrebbe pensato dell'intervallo da trascorrere in classe. Probabilmente è un campo dove, a sorpresa, ci saremmo ritrovati uniti da una perfetta sintonia di animo e di cuore).
Chiudiamole poi anche per la loro totale inutilità che spesso e volentieri sconfina nel danno:
L’unica scusa (non mai bastante) di tale lunghissimo incarceramento scolastico sarebbe la sua riconosciuta utilità per i futuri uomini. Ma su questo punto c’è abbastanza concordia fra gli spiriti più illuminati. La scuola fa molto più male che bene ai cervelli in formazione.
Insegna moltissime cose inutili, che poi bisogna disimparare per impararne molte altre da sé.
Insegna moltissime cose false o discutibili e ci vuol poi una bella fatica a liberarsene – e non tutti ci arrivano.
Abitua gli uomini a ritenere che tutta la sapienza del mondo consista nei libri stampati.
Non insegna quasi mai ciò che un uomo dovrà fare effettivamente nella vita, per la quale occorre poi un faticoso e lungo noviziato autodidattico.
Insegna (pretende d’insegnare) quel che nessuno potrà mai insegnare: la pittura nelle accademie; il gusto nelle scuole di lettere; il pensiero nelle facoltà di filosofia; la pedagogia nei corsi normali; la musica nei conservatori.
Insegna male perché insegna a tutti le stesse cose nello stesso modo e nella stessa quantità non tenendo conto delle infinite diversità d’ingegno, di razza, di provenienza sociale, di età, di bisogni ecc.
Nonostante la scrittura assolutamente orrida a' miei occhi di dama hejan assai desiderosa di armoniose sfumature (e qui di ricerca di armonia ce n'è davvero pochina), ritengo che le argomentazioni di Papini non manchino di una loro validità; e sono infatti state riprese, tutte, qualche decennio dopo, in occasione del leggendario 68 - e in qualche misura han circolato  anche prima e dopo. Tutte. Tra l'altro, magari in forma un po' attenuata, alcune trovano una certa risonanza anche in molti di noi che nella scuola, con la scuola e per la scuola lavoriamo.
E di nuovo sorge la domanda: è il caso di dedicare delle scuole a un uomo che esorta senza mezzi termini a chiuderle tutte?
Forse. Magari lo si potrebbe fare in nome di una scuola non autoritaria e non repressiva, per esempio. Come monito per tutti quelli che nella scuola ci lavorano - qualcosa, insomma del tipo "Dimostriamogli tutti insieme come avesse torto". Perché no?
In quel caso però le scuole in questione andrebbero decorate con grandi scritte che riportino passi scelti di questa sua opera, come monito e incoraggiamento a ben operare verso una Scuola Ideale, non basata sulla repressione e l'autoritarismo.

In questi giorni va di moda distruggere statue. Io, più quietamente, sarei disponibile a togliere qualche targhetta dedicatoria.

giovedì 27 febbraio 2020

Il gran torneo del Ciuccio D'Oro

Come ho già raccontato, la nostra collega Marzapane lamentava talvolta un eccessivo infantilismo nelle nostre classi prime finendo per evocare il premio del Ciuccio d'Oro, nelle occasioni in cui la situazione degenerava in modo particolare.
Più sobriamente, io mi limitavo ad evocare quelle belle collane di ciucci a caramella che vendono a collane negli autogrill
ripromettendomi ad alta voce di comprarne qualcuna - e di solito la menzione della collana di ciucci otteneva un qualche effetto placante perché a undici anni non si ama molto essere accusati di eccesso di infantilismo.
La Prima Asserpentata invece non si placava affatto, ma è rimasta molto colpita dall'idea, e in parecchi hanno promesso di procurarmi una di cotali collane.
E non si sono limitati a promettermela: una bella mattina Rama è arrivato non proprio con una collana, ma comunque con un bel sacchetto di caramelle-ciuccio, di quelle gommose e un po' frizzanti:
e si è anche rifiutato di farsele rimborsare.
Alla vista delle caramelle-ciuccio la classe è letteralmente impazzita e continuare a spiegare la struttura del ghiacciaio non è stato affatto semplice.
Ricordando il vecchio adagio di mia nonna "non siamo puniti per i nostri peccati, ma dai nostri peccati" li ho messi in una graziosa borsetta di tulle rosa e ho cominciato a portarmeli dietro quando andavo a lezione nella Prima Asserpentata.
Cosa farne non mi era affatto chiaro. La prima pensata, cioè assegnarne uno ogni volta che qualche alunno faceva qualcosa di particolarmente infantile e querulo, non si rivelò affatto una buona idea: il vincitore della caramella infatti, lungi dal mostrare cenno alcuno di pentimento o ravvedimento, la ciucciava ostentatamente traendone gran motivo di vanto.
Dopo aver maledetto più volte la deplorevole stupidità che mi aveva portato a ficcarmi in un simile pasticcio sono stata infine assistita da una piccola ispirazione il giorno in cui una fanciulla mi ha chiesto apertamente una distribuzione di ciucci perché "quel giorno erano stati bravi". 
Distribuire caramelle in premio per la buona condotta non mi sembrava esattamente il tipo di messaggio didattico più adatto ad estirpare l'infantilismo da una classe. 
Tuttavia, nelle ultime settimane c'erano stati dei modesti segni di ravvedimento: nella Prima Asserpentata si strillava meno, si dava meno in smanie e avevano perfino smesso di azzuffarsi. Addirittura, stavano imparando a organizzarsi in modo abbastanza silenzioso la coda per il bagno e la giovane Tornado aveva avviato una specie di scommessa con una compagna dove si impegnava a regalarle venti euro se lei, Tornado, avesse preso un rapporto - me lo raccontò molto soddisfatta alla fine di Venerdì, quando ormai i suoi venti euro erano salvi, e davanti ai miei occhi grandi come tazze da te mi spiegò che si era autoinflitta questa possibile penale per avere un motivo per frenarsi. Per quanto contorto, l'insieme denotava una lodevole intenzione di frenare un carattere decisamente impetuoso e anche un certo livello di autoconsapevolezza che indicava un principio di ingresso nell'età adolescenziale - che poi era quello a cui puntavo perché una classe di adolescenti in qualche modo riesco a gestirla, mentre con i bambini non so mai come comportarmi.
Alla fine promisi che se avessero evitato di mimmeggiare per una intera settimana (che nel mio caso equivaleva a solo due unità orarie, insomma ci si poteva anche arrivare) i ciucci sarebbero stati distribuiti - e mi rendo conto che si trattava di una pretesa molto modesta, ma insomma io ero desiderosa di liberarmi di quei ciucci quanto loro di ciucciarseli.
Così, dopo una prima e una seconda settimana in cui avevo aspramente rampognato un paio dei Serpentelli perché per colpa loro la classe, che pure si era comportata in modo non troppo infantile, non avrebbe ricevuto i ciucci che gli spettavano, mentre i compagni li guardavano con aria torva, alla terza settimana ho potuto distribuire i ciucci con gran gioia collettiva - ed era l'ultimo giorno in cui li vedevo prima dell'Ultimo di Carnevale, quindi era anche un giorno molto appropriato.
Distribuiti i ciucci ci avviamo all'uscita in una confusione tutto sommato accettabile quando uno dei principali aspiranti al Gran Premio del Ciuccio d'Oro mi accosta per spiegarmi che il suo principale contendente a questo ricco premio di ciucci ne aveva presi due.
Ho sospirato.
"Capisci perché in questa classe si distribuiscono ciucci? Lui che ne prende due, e tu che vieni pure a raccontarmelo".
È rimasto dolorosamente colpito dal mio commento - o almeno spero.
Quanto a me, mi sono finalmente liberata dai ciucci, e spero di non ritrovarmi mai più in un pasticcio del genere.

domenica 6 agosto 2017

Manuale del Perfetto Insegnante - Sulla nobile arte della discrezione

Come risulta assai evidente alla luce del più elementare buonsenso, è assai più facile costruirsi una reputazione di persona pettegola e indiscreta piuttosto che di persona discreta e accorta nel custodire i segreti altrui.
Nel caso della persona pettegola infatti sono le circostanze stesse che permettono di  scoprirla in breve tempo: avete giusto ieri confidato a qualcuno in gran segreto che meditate di separarvi dal vostro attuale partner e il giorno dopo gente cui a malapena avete rivolto tre volte la parola nel corso della vostra vita vi domanda se per caso il partner in questione ha una relazione che avete appena scoperto? Avete raccontato, dietro giuramento di assoluta riservatezza, che siete assai preoccupati perché le analisi di vostra madre mostrano ombre sospette nei polmoni e poche ore dopo uno stormo di  conoscenti, con l'aria molto solidale, vi racconta la dolorosissima morte dei loro genitori, parenti e amici per orribili forme di tumore ai polmoni e ad altri organi vitali? Avete detto, in un momento di debolezza, che sospettate in cuor vostro che l'ultimo fidanzato di vostra figlia abbia frequentazioni troppo strette con pasticche stupefacenti ed ecco che il pomeriggio seguente avete davanti una fila di persone ansiose di spiegarvi come tutto il paese,  tutta la provincia, che dico, tutto il pianeta sa che il ragazzo in questione spaccia regolarmente tutti i Martedì sera sulla piazza principale del paese?
Inutile mentire: il sospetto di aver scelto male il confidente prima o poi arriva.
Oppure: siete al corrente di tutte le relazioni coniugali, vere o presunte, di X e di Y anche se non vi è mai passato per l'anticamera del cervello di informarvi sull'argomento? E' inevitabile che in voi sorga il sospetto che chi ve l'ha raccontate sia persona cui conviene a malapena confidare di avere due piedi o uno stomaco.
Tuttavia, se il vostro vicino di scrivania non vi ha mai intrattenuto con le tresche del capo reparto né vi ha mai spiegato che il figlio di Z è sospetto del grave reato di tendenze omosessuali, non per questo siete immediatamente portati a dare per scontato che costui sia persona cui confidare con fiducia il sospetto di avere più palchi di corna del padre di Bambi senza che la notizia faccia il giro della città in meno di mezz'ora - perché in effetti costui potrebbe non avervi raccontato mai i fatti degli altri semplicemente perché non ne è informato.
Certo, con l'andare del tempo si finisce per riflettere sul fatto che è strano che il vicino di scrivania in questione non sia mai informato di niente di niente, pur conducendo una normalissima vita sociale e anzi intrattenendo rapporti cordiali con tante persone; e magari con gli anni potreste persino prendere in considerazione la possibilità che costui o costei non spartisca facilmente col primo venuto quei fatti che gli sono stati narrati in confidenza. Ma ci vuole, appunto, molto tempo.
La persona che non spiattella in giro le confidenze degli altri non si contraddistingue infatti per il fatto di spiegarvi appena vi conosce che non le racconta (che anzi è un chiaro indicatore di gran tendenza al pettegolezzo) ma al contrario perché dà l'impressione di non avere mai niente di particolarmente succoso da raccontarvi. Avvolge la confidenza ricevuta in un morbido bozzolo di oscurità e scansa abilmente ogni domanda indiscreta, senza nemmeno lasciar intendere che ha capito cosa gli state chiedendo e guardandosi bene dal seminare indizi sul fatto che sì, lui sa, e volendo potrebbe dirvi un sacco di cose. Non ne parla e basta.

Esauriti questi indispensabili preliminari, è ora tempo di illustrare in che modo la questione della discrezione riguardi il complesso mestiere dell'insegnante.
Com'è noto, tra i doveri dell'insegnante delle medie c'è quello di farsi presentare i suoi futuri alunni dagli insegnanti delle elementari. In questa complessa cerimonia viene solitamente dedicato un po' di spazio al profitto generale degli alunni in questione, abbastanza spazio ad eventuali problemi di apprendimento e molto spazio alle sue brache personali, che finiscono inevitabilmente per coinvolgere anche quelle della sua famiglia. Il virgulto è stato adottato? Se sì, da molto o da poco tempo? Dov'è nato e soprattutto che esperienze ha avuto? I suoi genitori sono in buoni rapporti tra loro? Oppure sono notoriamente di fuori come balconi? Godono buona salute? Ci sono conflitti in famiglia?
Non si tratta di bieca tendenza al pettegolezzo, anche se talvolta, al momento di elargire i particolari più succosi di certe separazioni l'impressione (talvolta più che giustificata) è proprio quella: se il futuro alunno si è fatto il giro di sette orfanatrofi uno più disastrato dell'altro, se è stato raccattato per la strada da qualche associazione umanitaria, se la madre sta morendo di tumore, se i genitori lo usano come ostaggio per vendicare torti effettivi o presunti subiti nel corso di una relazione tutt'altro che positiva, se il padre soffre di depressione cronica o se la famiglia è in carico ai servizi sociali è molto, molto probabile che tutto ciò incida sullo stato psicologico (e talvolta anche fisico) della giovane creatura che presto sarà affidata alle vostre cure, ed è opportuno che almeno sappiate che è opportuno evitare certe domande o certi argomenti o non dare per scontato che i compiti a casa vengano sempre eseguiti nel migliore e più solerte dei modi. E qualche volta è opportuno anche scendere nei dettagli, a volte sentendosi terribilmente impiccioni - ma che parte ha il nonno in tutta la faccenda, chi si prende cura della bambina quando la madre è all'ospedale, con i cugini e le zie vanno d'accordo? E via indagando, neanche dovesse venire preparato un rapporto per i servizi segreti sulla questione, prendendo furiosamente appunti che verranno poi nascosti sotto il materasso o fra la biancheria intima e di cui non sarà mai scritta una parola in alcun documento salvo un eventuale in considerazione della delicata situazione attuale dell'alunno nella relazione finale per giustificare come mai l'alunno viene ammesso alla classe successiva all'unanimità anche se ha cinque insufficienze di cui due gravi.
Tutte queste faccende assai private verranno poi sciorinate al Consiglio di Classe dai fortunati che hanno partecipato all'incontro con i maestri, e magari integrati dalle chiacchiere di corridoio - perché gli altri insegnanti del Consiglio non è che vivono sulla Luna, spesso hanno avuto tra i loro allievi i fratelli minori o i cugini del virgulto in questione, o addirittura i genitori stessi medesimi e ricordano, sanno, comparano - magari raccontando che la madre o il nonno gli sono scoppiati in lacrime nel bel mezzo del colloquio raccontando nuove tragedie.
Tutto ciò, anche se all'apparenza può sembrare indiscreto, è professionalmente cosa buona e giusta ed è di grande aiuto nel delicato lavoro dell'insegnamento. Tuttavia occorre sempre ricordare che si tratta di materiale altamente riservato, che andrebbe maneggiato con lo stesso riguardo che si ha per le bombe inesplose, evitando rigorosamente di parlarne con chi non insegna nella stessa scuola e al di fuori delle quattro mura scolastiche se non ci si trova in luoghi isolati e - ovviamente - con colleghi, a rischio di sembrare o anche di essere paranoici - evitando con gran cura di fare nomi se per una qualche circostanza si desidera il consiglio o l'assistenza morale di qualcuno che non fa parte della scuola - e questo vale sia per la scuoletta del paesello come per la grande scuola a dodici sezioni della capitale. 
Una accorta riservatezza non causerà danno alcuno alla vita sociale dell'insegnante: mai nessun coniuge ha mai chiesto il divorzio perché non gli venivano raccontati i particolari più ghiotti di una separazione di cui in teoria non era tenuto a sapere niente, nessun parrucchiere ha mai rifiutato clienti che non lo intrattenevano con questioni dinastiche, nessun amico di lungo corso (o anche di breve) si è mai offeso perché non gli veniva spiegato per filo e per segno cosa hanno fatto le famiglie quando X è stato sospeso e certo nessun figlio di insegnanti si è mai lamentato perché non era a conoscenza degli affari di gente che non conosceva. L'insegnante troverà di sicuro alternative più che valide per intrattenere parenti e amici con la sua brillante conversazione*.

Altro aspetto assai delicato è quando di certe cose, anche tra colleghi, anche in sedi e luoghi opportuni e pertinenti, si parla troppo e troppo spesso. Questo avviene soprattutto sugli affari privati delle famiglie. D'accordo ricordare che Edwige è stata brutalmente traumatizzata dalla separazione dei suoi genitori che è avvenuta in questa e quest'altra circostanza (...dieci anni fa) o che i rapporti tra i vari padri dei vari figli di Berta dal Lungo Pié sono così e cosà e che questo rende la struttura della famiglia un po' complicata - per quanto, le circostanze della separazione non sono sempre del tutto pertinenti, e non sempre è necessario riferire tutta la storia di una stirpe partendo dal tempo in cui Adamo vagava tra i pruni dopo essere stato cacciato dal paradiso terrestre. Non è sempre necessario esternare la propria opinione su come si sono comportate male le famiglie né fare l'albero genealogico della dinastia dai tempi delle crociate: il consiglio di classe si occupa del percorso degli alunni, non di storiografia comparata, e quando una determinata storia viene narrata per la terza o quarta volta in pochi mesi conviene che qualcuno, a rischio di sembrare molto scortese, ricordi con fermezza che del gossip si occupano già i giornalisti, che certo sanno fare benissimo il loro lavoro anche senza l'aiuto dei docenti. Tale salutare pratica del darci un taglio è altamente raccomandabile non solo per limitare le perdite di tempo, ma anche e soprattutto per evitare che un Consiglio di Classe di gente che si conosce da tanti anni si trasformi in un gallinaio dove il livello qualitativo degli interventi risulti  deplorevolmente basso anche quando le brache degli alunni vengono accantonate per passare a temi più pertinenti al lavoro - perché c'è un certo tipo di pettegolezzi che sporca anche chi si limita ad ascoltare e rende tutto più meschino; senza contare l'assoluta necessità di non scandalizzare il supplente di turno, che già al terzo risvolto della prima saga familiare si domanda un po' schifato tra che razza di gente è andato a finire.

* sì, d'accordo, suona strano detto da me che da nove anni tengo un blog dove racconto i fatti degli altri e quasi niente dei miei; però sui fatti degli altri ho fatto qua e là un certo lavoro di editing e assolutamente nessuno delle scuole dove ho lavorato sa che tengo un blog - e se anche capitasse qui e capisse chi sono, ben difficilmente riconoscerebbe di chi sto parlando. Credo. Spero. Confido. Succede sempre così, vero?

venerdì 8 novembre 2013

L'arte della discrezione nella Seconda d'Ogni Grazia Adorna (Boccaccio probabilmente non approverebbe)

Percorrendo il corridoio per entrare nella Seconda d'Ogni Grazia Adorna incrocio Polyanna e Iriza. Polyanna ha gli occhi arrossati e lucidi, Iriza sembra molto partecipe.
"Che succede?" chiedo. Vengo giusto da una classe dove due fanciulle assai infreddolite sono andate a misurarsi la febbre. Ma le due scuotono la testa, mormorano un "No, niente" e sgusciano via.
Il corridoio è molto inquieto ma questo non fa testo: alla fine dell'intervallo il corridoio è sempre molto inquieto.
Anche la Seconda d'Ogni Grazia Adorna è molto inquieta, e anche questo non è più insolito. E quando siedo alla cattedra vengo presa d'assalto con la baionetta, e nemmeno questo è insolito. Firmo, chiedo se è successo qualc...
Mi rispondono in sette, accavallandosi. Ecco, questo è un filino più insolito. Solo un filino, però.
Cerco di districarmi tra le sette voci. Visto che non ci riesco, mi metto tranquilla e inizio a mimare una accurata laccatura delle unghie. Dopo un po' funziona e i sette si chetano.
"Allora, cos'è successo?".
Qualcosa con Wasp, a quanto sembra - e questo è del tutto solito, consueto e pure banale. Ma i tre o quattro che hanno ripreso a parlare non mi danno nessun dato concreto. Nel frattempo Wasp è rientrato in classe ma non ha nessun racconto particolare da fare (il che non significa necessariamente che non abbia fatto e ricevuto di tutto e di più).
Polyanna e Iriza piangono, mi dice qualcuno. "E come mai piangono?" provo a informarmi.
I maschi insorgono "Non ce l'hanno voluto dire!". Sono offesissimi "Piangono, e non ci vogliono dire perché!".
Dunque non c'è stato nulla di appariscente ed è una questione privata, concludo in cuor mio. Con tutta probabilità assai legata alla vita affettiva di una delle due o di entrambe.
Provo a intervenire: "Beh, può capitare che qualcuno...".
"Sì, ma non ci hanno voluto dire perché!".
E mai ve lo diranno, se continuate così.
"Non capisco perché non ce lo vogliono dire!"
Vorrei tanto dirgli "Ma allora siete proprio di coccio!", ma non mi sembra un intervento didatticamente valido: di fatto, se qualcuno ammette che non ha capito qualcosa, spiegargli che è davvero un idiota a non avere capito quel qualcosa che nella sua cristallina chiarezza sarebbe evidente a chiunque fosse appena appena uno zinzino meno idiota di lui/lei non è mai un intervento didatticamente utile, al massimo serve a irritare vieppiù il poveretto che, se non capisce, non è che lo fa apposta.
"Vedete" provo a spiegare con soave dolcezza "Se qualcuno piange, ha senz'altro i suoi buoni motivi per piangere. Per lo meno, ha dei motivi che a lui, o a lei, sembrano validi per piangere. Se però decide di non farvi partecipi di quei motivi, direi che ha pieno diritto..."
Si apre la porta. Polyanna e Iriza rientrano, un po' ricomposte ma ancora molto afflitte. Si siedono al loro banco, con l'aria di chi sta eroicamente sopportando un crudele dolore - e probabilmente è davvero così. 

A questo punto, in nome della solidarietà tra pari e del motto universalmente diffuso "Teniamo gli adulti fuori dai cazzi nostri", la classe dovrebbe essere molto disponibile ad un rapido cambio di argomento. Suggerisco dunque di aprire il libro di storia e...
"Perché ci hanno detto che c'è qualcuno che ha offeso Polyanna, ma lei non vuol dirci chi è stato" insiste Fili. Sussulto delle due fanciulle addolorate, che fanno conto di essere Altrove - in un luogo, chissà, popolato di compagni con un minimo di ritegno. Il che è pura fantascienza, a quel che sembra.
"Per favore, NON POTETE parlare di Polyanna come se non fosse qui!" insorgo.
"Ma se qualcuno l'ha offesa...".
"E lei non vuol dirci chi è stato...".
"Una persona ha tutto il diritto di decidere autonomamente e in completa libertà se vuole condividere o no i fatti suoi, e se non vuole farlo gli altri devono semplicemente prendere una teglia e cucinarsi un gustoso sformato di cavoli propri" provo a spiegare.
Un ombra di sollievo passa negli occhi delle due fanciulle afflitte, ma i ragazzi sono davvero perplessi.
"Guardate che sto parlando delle più elementari regole del viver civile, non dell'uso della quarta forchettina d'argento per il pesce, che si usa per lo storione ma voi nel piatto avete gli sgombri e allora come dovete fare. Non si può pretendere come un diritto che gli altri ti raccontino i fatti loro. E' uno dei pilastri su cui poggia la civiltà".
I ragazzi sembrano sempre più perplessi. Di tendenza mi riconoscono una certa autorevolezza, ma in questo momento per loro è come se stessi parlando un dialetto caucasico di quelli particolarmente ostici. E sono anche vagamente offesi. 
Le due fanciulle afflitte, in quel momento molto meno afflitte, ridono sotto baffi che non hanno. Le altre fanciulle si scambiano tra loro sguardi d'intesa del peso di circa 7 kg. l'uno. Wasp cerca di dire qualcosa ma lo prevengo.*
"Gentilmente, potreste aprire il libro di storia? Desidererei interrogare sulla prima fase delle guerre in Italia, se non vi è di troppo disturbo".
I libri vengono aperti. Cerco con gli occhi qualcuno che non sia troppo afflitto né troppo offeso e riesca a concentrarsi quanto basta a scodellarmi un'interrogazione almeno decorosa. Strano ma vero, lo trovo.

E dunque è evidente che, seppur la Seconda d'Ogni Grazia Adorna è in pieno passaggio adolescenziale, i maschi sono al momento staccati di qualche spanna dalle femmine, ma non per questo la classe ha perso niente della solidarietà che la caratterizza.

*Wasp ha un senso della discrezione talmente minimale che gli altri al confronto sembrano altrettante reincarnazioni di Talleyrand