Il mio blog preferito

Visualizzazione post con etichetta Pooh. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pooh. Mostra tutti i post

domenica 15 novembre 2020

Sarà il branco che viene a cercarti, se ti perdi

 

Non è il mio disco preferito dei Pooh (lo sono un po' tutti) 
ma è  quello con la copertina che mi piace di più

Il primo post di questo blog (dopo i doverosi saluti agli eventuali lettori, si capisce) era dedicato ai Pooh, e per un crudele caso della vita più esattamente al fatto che, secondo me, i Pooh avrebbero dovuto smettere di cantare perché ormai stavano stonando - che per un gruppo che per gran tempo si era segnalato per le ottime voci e i mirabili impasti vocali dei suoi componenti, davvero non mi sembrava cosa.
Era il 21 Agosto del 2008. Qualche mese dopo, con una lettera che fece assai scalpore, Stefano D'Orazio, il batterista, che tra l'altro non stonava affatto, lasciò il complesso con una celebre lettera  in cui diceva, in pratica, che aveva già dato. Gli altri non la presero benissimo ma non scorse sangue né ci furono grandi polemiche pubbliche e l'amicizia rimase. 
I Pooh si presero un altro batterista e continuarono, ma da allora non li ho più seguiti. Di fatto, non ho nemmeno capito se dopo si sono sciolti o no.
Il 6 Novembre 2020 Stefano D'Orazio è morto di Covid, o forse più esattamente per colpa del Covid: a 72 anni non rientrava nella fascia più a rischio, ma aveva la leucemia e stava quindi seguendo delle cure piuttosto debilitanti - insomma, in circostanze normali probabilmente il Covid gli sarebbe passato accanto senza fare grossi danni, ma purtroppo le circostanze tanto normali non erano.
E così proprio lui, che ha scritto un pezzo piuttosto lungo della storia della musica italiana, ha avuto un funerale ristrettissimo (se pure l'ha avuto, non so nemmeno quello) e dopo aver passato decenni a riempire palasport, stadi e teatri vari è morto da solo, senza nemmeno i familiari vicino. Una cosa molto ingiusta, ma alla fine la vita è piena di ingiustizie, e figurarsi la morte.

Nel panorama musicale i Pooh sono stati una presenza piuttosto anomala perché non hanno fatto all'apparenza quasi niente di particolare se non una quantità immane di canzoni di successo, alcune delle quali molto belle.
Non facevano tendenza, nonostante un successo continuativo che è durato per decenni. Non avviarono grandiose sperimentazioni musicali: un gruppo pop, melodico, che confezionava bene i suoi prodotti, in apparenza tradizionali (anche se mai troppo tradizionali).
Ufficialmente non impegnati in politica, oppure verso destra (ma mi convince di più la teoria che li vuole cattocomunisti, fermo restando che in mezzo secolo si fa in tempo a cambiare idea svariate volte) si tolsero comunque la soddisfazione di avere una canzone censurata (Brennero 66, che parlava dei morti negli attentati altoatesini) e dedicarono canzoni ai

detenuti, ai trans, agli immigrati, al femminismo, alle fanciulle di buona famiglia soffocate per troppo amore e troppa protezione, ad Attila, alle invasioni dei conquistadores, ai nativi americani, al muro di Berlino e a svariate tematiche ambientali, con una lunga collaborazione col WWF - ma sono sicura che ho dimenticato un sacco di cose.
Nonostante un grandioso e costante successo commerciale soffrivano il peso delle intromissioni dei discografici nelle loro scelte (e nei loro incassi) e così, a quanto ho capito per primi in Italia, cominciarono ad autoprodursi per poter fare le cose a modo loro - che poi non era un modo particolarmente rivoluzionario, ma era il loro. E per primi han portato in Italia fumi e raggi laser e i microfoni senza filo, perché tutti gli anni andavano all'estero ad appositi saloni per musicisti e tornavano con i loro pacchetti di novità, così come per primi si sono attrezzati un bel furgone con tanto di cucina per quando andavano in tournée perché erano stufi di mangiare male alla fine dei concerti. Gente dotata di senso pratico, gentile con tutti alle interviste, paziente, e che non litigava mai in pubblico.
Collezionarono matrimoni, figli e famiglie allargate senza farne grande mistero e senza raccontare mai granché. La maggior parte delle loro canzoni parlava appunto d'amore e di rapporti di coppia, tradimenti inclusi, visti da angolature a volte anche un po' inusuali:  il punto di vista di chi, dopo l'avventura di una notte, torna a casa per scaldare la sua amata compagna  o di chi mette sottosopra la sua vita per un colpo di fulmine, o si ritrova improvvisamente la ragazza incinta, l'esasperante individuo che non lascerà mai la moglie ma continua a prometterlo in buona fede all'amante, chi scappa via stufo e arcistufo, chi scopre che, oops, lei si è stufata, chi si ritrova nella deplorevole situazione di dover dire "no, grazie", chi si prende una piccola vacanza dalla vita di tutti i giorni, chi è stato piantato e ha la discutibilissima fortuna di avere amici premurosi che lo consolano, chi ha la ex che ogni tanto ritorna a bussare alla sua porta per poi sparire di nuovo, 

Le feste finiscono e si rompono gli incantesimi.
Ma si può restare comunque amici per sempre, anche quando uno di noi è andato dietro al muro. O dietro al Velo, direbbero al Ministero della Magia.

giovedì 21 agosto 2008

Anche quando le feste finiscono e si rompono gli incantesimi



Nascosta dietro il mio paravento di carta di riso (che in questa stagione somiglia molto a una zanzariera) ascoltavo due sere fa alla radio il concerto che i Pooh tenevano a Reggio Calabria.
Amo teneramente i Pooh da sempre. Non c'è stagione della mia vita che non sia stata accompagnata da qualche canzone dei Pooh (spesso da molte canzoni dei Pooh) partendo da quando, bambina, li ascoltavo con gioia in "Pensiero" perché adoravo quel modo di cantare in coro a quando, l'anno scorso, difendendo il mio dirigente scolastico colpevole di essersi separato dalla moglie citando "Capita quando capita" a un paio di colleghe attonite (e un tantinello moraliste); per tacere delle ore di lezione al liceo in cui la mia amata compagna di banco mi sfiniva parlandomi dei Pooh e riempiva la mia e la sua agenda di citazioni dalle loro canzoni.
Avevo perfino meditato di andarli a sentire il 26 Agosto alla Festa dll'Unità - idea poi abbandonata perché quel giorno avrò le convocazioni per le supplenze annuali, che a Firenze sono un'ordalia in cui non si sa mai se e quando si esce, e soprattutto se si esce vivi.

Insomma, ascoltare un concerto dei Pooh è sempre un piacere per me. Sarebbe stato. Era.
Perché mentre ascoltavo le loro belle canzoni eseguite con la consueta abilità sono stata costretta a prendere atto di un dato di fatto innegabile e recentissimo:
Roby e Dodi stonano. In particolare la voce di Roberto Facchinetti è completamente uscita di controllo: parte dalla nota giusta ma lui stesso non ha la minima idea di dove andrà a finire. L'effetto sulle orecchie altrui è devastante.
Per Dodi il problema è (per il momento) molto più contenuto, ma non sappiamo per quanto.
Stefano D'Orazio, vivaddio, mantiene un'intonazione impeccabile, non so se perché le sue canzoni sono più facili da cantare (o costruite con più prudenza) oppure se perché ha qualche anno meno degli altri (se li ha, cosa di cui non sono affatto sicura). Sta di fatto che lui non stona. Per adesso.
Il fenomeno è recente, direi recentissimo, ma una rapida ispezioni su YouTube mi ha permesso di constatare che quello di ieri sera NON è un incidente casuale, di quelli che possono capitare a chiunque. E' il malefico effetto dell'età. I Pooh sembravano immortali, suonano bene come sempre, organizzano i loro spettacoli bene come sempre, fanno bei dischi come sempre (qualcuno ha trovato da ridire sul loro ultimo disco di cover anni 60; a me sono sembrate tutte migliori degli originali, con la parziale eccezione di "Gioco di bimba", dove c'era ben poco da migliorare); ma arrivati alla sessantina le voci, che pure hanno mantenuto la bellezza del timbro, sbandano. A un certo punto la tecnica non basta più.
Ieri sera hanno in parte aggirato il problema facendo cantare il pubblico in certi punti critici, facendo cantare molto D'Orazio, ricorrendo a tratti ai cori. Non è bastato.
Per un gruppo che dal vivo ha sempre funzionato bene come su disco e a volte pure un po' meglio, è un bel problema. Per di più, è un problema senza soluzione, perché non mi risulta che l'intonazione possa tornare. Sta di fatto che ascoltare "Inca" era una sofferenza, ascoltare "Pierre" peggio che mai, dal momento che il bell'assolo di chitarra ne costituisce una parte importante ma non è tutta la canzone...
Insomma, un classico caso in cui il desiderio di abbandonarsi ai ricordi cozza pesantemente con la realtà.

Quanto durerà l'agonia? Possono continuare così per l'eternità, perché ci saranno sempre migliaia di persone disposte a pagare il biglietto per ascoltarsi una delle leggende musicali italiane (sbagliando, secondo me; perché un conto è poter dire "Io c'ero", un conto è andare a un concerto per divertirsi, e la seconda attività mi sembra molto più rispettabile della prima).
Oppure potrebbero decidere di chiudere in gloria con questa turné e questo disco.
Entrambe le possibilità hanno un senso, ed entrambe sono molto dolorose (non solo per loro).

E sono d'accordo che non è un inizio molto allegro per un blog; ma purtroppo è andata così.