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domenica 25 gennaio 2026

"Due etti di Groenlandia. Tagliata sottile, mi raccomando"


Per noi docenti di Geografia la Groenlandia è davvero una strana bestia.
Ci spiegano che si tratta dell'isola più grande del mondo.
"Ehm... e l'Australia?" chiediamo timidamente.
Ah no, l'Australia non è un'isola.
"Ma, veramente ci ha sempre dato questa impressione" proviamo a ribattere, sempre più timidamente.
No, l'Australia non è un'isola bensì una massa continentale.
E vacci a ragionare, se ti riesce.
Inoltre è un'isola che afferisce all'America. Geograficamente parlando, certo.
Su questo ci si mette tutti d'accordo con facilità. La vedi, laggiü, ë abbastanza vicina all'America (intesa come Canada, certo).
E' americana ma fa parte dell'Europa, perché appartiene... è un dominio... è... 
Insomma, a un qualche titolo fa parte della Danimarca. Del regno di Danimarca.
E con questa scusa finisce che spesso nei manuali delle medie non se ne parla quando si studia l'Europa (infatti essa fa parte dell'America) e nemmeno quando si parla dell'America perché è una roba danese.
Una delle mie classi più agguerrite a un certo punto decise di capirci qualcosa, e come sempre in questi casi andammo su Wikipedia.
Dove spiegavano con dovizia di dettagli che la Groenlandia era una repubblica, con il sovrano di Danimarca come capo di stato. E si autogovernava. A questo punto cedemmo tutti le armi e stabilimmo che va bene, per quanto ci riguardava la Groenlandia poteva essere quel che gli pareva e amen.*
Comunque, a forza di autogovernarsi, un bel giorno decise di uscire dalla UE tramite apposito referendum, ma in seguito considerò la possibilità di rientrarci per poi lasciar perdere.
Insomma, non è un territorio dei piü facili da comprendere, stante che la Danimarca è invece nella UE dalla notte dei tempi anche se non usa l'euro come moneta.

Qualche anno fa, credo nel 2019, Trump, anche allora presidente USA, durante una visita di stato chiese al re di Danimarca di vendergliela, così, come fosse un prosciutto. La risposta del re di Danimarca mi piacque assai: disse che questa storia di vendere territori era ormai fuori dal tempo e non si poteva più fare, e aggiunse che la Groenlandia non apparteneva alla Danimarca, ma ai groenlandesi. 
Di questa storia non si ricorda nessuno, o almeno non l'ho vista citare in queste settimane in cui di Groenlandia si è parlato davvero parecchio. Per me però è un ricordo vivissimo - era mattina presto e prendevo il caffè guardando le notizie sull'ANSA e non so davvero come avrei potuto inventarmelo.
Sta di fatto che da allora nessuna Terza passata tra le mie mani ha potuto esentarsi dall'ascoltare il racconto, un po' perché mi è sempre piaciuto molto dir male di Trump (che in questa storia ci faceva, come sempre, una figura miserrima da vecchio rincoglionito ma molto arrogante) e un po' per parlare bene del re di Danimarca, che invece ci faceva un'ottima figura di accortissimo sovrano costituzionale - ma anche per ricordare quel tempo assurdo dell'umanità in cui era normale comprare e vendere territori come fossero salumi. Per fortuna quel tempo era ormai lontano, e meno male. 
Quanto alla corona danese, scoprii poi che non era così immacolata e che nei confronti della Groenlandia aveva numerosi scheletri nell'armadio, anche se negli ultimi tempi aveva cercato di porvi rimedio.
Nella Groenlandia dunque abitano i groenlandesi (cui la Groenlandia appartiene) e siccome si tratta di un'isola molto grande ma non particolarmente ospitale, ce ne sono meno di 60.000, che si sostengono soprattutto con la pesca e l'esportazione del pescato - e il motivo per cui sono usciti dalla UE e non ci sono ancora rientrati è legato appunto alla pesca perché le normative UE non gli concedevano molto pesce da pescare. Tra l'altro, pescando in gran libertà, han finito per ridurre ai minimi termini i gamberi e adesso la loro pesca è severamente limitata, sperando che i gamberi colgano l'occasione per riprodursi un po'. 
Anche con la libertà di pesca però i groenlandesi non nuotano nell'oro, e il governo danese li sostiene con appositi fondi. Loro comunque anche così non sono molto soddisfatti e hanno un grosso tasso di alcolismo e un tasso di suicidi piuttosto alto.

Un anno fa, quando Trump si insediò come presidente USA, dopo essere stato nuovamente eletto a dispetto di ogni buon senso,  tra le molte cose assurde che disse c'era anche la stravagante teoria che la Groenlandia doveva appartenere agli Stati Uniti, che il Canada anche e lo stesso valeva per Panama, e che in più il Golfo del Messico doveva cambiare nome in Golfo d'America;  per un paio di mesi la rete pullulò di meme assolutamente deliziosi dove sontuosi orsi bianchi e miriadi di pinguini** perculavano Costui in lungo e in largo, ma in generale si pensò che tutte quelle sciocchezze sarebbero rimaste sciocchezze e niente più.
Così non fu, e la questione del Canada come 51° stato USA e della Groenlandia che doveva tornare agli USA, quasi che ne avesse mai fatto davvero parte, continuarono a riaffiorare in modo inquietante fin quando, all'inizio di quello che sembra destinato a passare alla storia come annus horribilis, tra una surreale operazione di prelievo in Venezuela e un Iran in rivolta cui venivano promessi "aiuti" non meglio definiti, Costui decise di occuparsi anche della Groenlandia, prima minacciando di occuparla, poi offrendosi di nuovo di comprarla e infine stabilendo che, costasse quel che costasse, la Groenlandia era assolutamente indispensabile per gli USA per salvarli... dai cinesi. I quali cinesi finirono per ribattere, piuttosto scocciati, che gli USA dovevano piantarla di tirarli in ballo per giustificare le loro smanie imperialiste. Peraltro, i cinesi in questione, avevano a suo tempo stretto un accordo commerciale con la Groenlandia (alla luce del sole e in modo assai legale) per le estrazioni minerarie, ma avevano finito ben presto per lasciar perdere perché le estrazioni minerarie in Groenlandia sono piuttosto complicate e insomma non valeva la pena perderci tempo e soldi. Perché in Groenlandia è un po' freddino e estrarre minerali laggiù è ancora piuttosto complicato, e per quanto il riscaldamento globale avanzi a grandi passi, laggiù continua ancora a fare piuttosto freddo.
Per una settimana si è visto e sentito di tutto, compreso Trump che offriva ai groenlandesi un non meglio definito bonus tra i 10.000 e i 100.000 dollari a persona*** e il governo groenlandese rispondeva no, grazie con toni via via sempre meno cortesi, così come sempre meno cortesi sono state le risposte della UE, del re di Danimarca e del governo danese.
Poi è calato un misericordioso silenzio (che si dispera sia duraturo, perché Trump ha una certa tendenza all'ostinazione, e si ostina in modo tutto particolare quandio le idee che ha sono particolarmente assurde) e da qualche giorno ci si occupa soprattutto della strana tendenza di certi corpi paramilitari a sparare alla gente per strada quando gliene punge vaghezza.
I meme sulla questione sono tornati, ma adesso li fa anche Trump sul suo account social, e i suoi sono particolarmente balordi e fanno sì ridere, ma per i motivi sbagliati.
E siamo tutti piuttosto preoccupati, in particolare i groenlandesi.

* da allora la voce di Wikipedia è un po' cambiata, e ho notato che non si parla più di repubblica
** che notoriamente in Groenlandia non ci sono se non ce li porti, perché di solito se ne stanno nell'Antartide. Ma questi son dettagli.
*** che non è poi questo granché considerando prima di tutto che a promettere si fa presto, ma soprattutto che lo welfare USA va riducendosi di guiorno in giorno e tanto per fare un esempio non comprende l'assistenza medica.

martedì 6 gennaio 2026

L'Epifania, che le feste dell'insegnante si porta via

 
Spesso, in tempo di feste natalizie, dedico un post finale all'Epifania, di solito con una bella ragazza su una bella scopa che cavalca insieme a un bel gatto rigorosamente nero - si sa che la Befana è una figura con dei riflessi vagamente demoniaci e quindi un bel gatto nero ci sta d'incanto. Esiste anche una leggenda legata al gatto della Befana, immagino inventata in tempi recenti dove la regola è "un gatto va bene dappertutto, anche dentro le uova di Pasqua", ma naturalmente si tratta di un gatto buono. Quanto a me, quest'anno ho deciso di dare una sterzata alla tradizione e per l'Epifania posto un gatto nero senza Befana ma comunque molto carino - e poi c'è la scopa, e per le calze non so.
E' un gatto pensieroso, non so se perché stanco del lungo viaggio notturno o perché si prepara appunto al lungo e complesso viaggio di cui sopra. O forse sta pensando alla complessa situazione internazionale, che davvero si presta a lunghe e non necessariamente piacevoli riflessioni?
Sta di fatto che avevamo appena finito di digerire la lunga cena di Capodanno e i molti bicchieri di spumante con cui avevamo brindato al nuovo anno, che tutti speravamo tranquillo e pacifico, quando improvvisamente Qualcuno ha deciso di fare cose molto strane e inquietanti e tutti, gatti compresi, siamo rimasti invero assai perplessi. Io per prima, si capisce.
Tra tanti pensieri che potevo avere in merito, mi si è affacciato improvvisamente il dubbio: ma i miei alunni, cosa sanno del Venezuela?
Ben poco, probabilmente. Nella Terza che ho quest'anno non abbiamo alunni sudamericani, e nel programma degli ultimi anni l'America del Sud si limitava a un po' di chiacchiere su Brasile, Argentina e qualche volta Cile. Dubito molto che il mio libro dedicasse particolare attenzione al Venezuela, e comunque detto libro se ne sta tranquillo a riposare nell'armadietto a scuola. E certamente non sono stata io a soccorrere la loro presunta ignoranza, visto che del Venezuela a malapena so che esiste.
Ma credo che quest'anno in giornali e notiziari il Venezuela ricorrerà con una certa frequenza. Perché ignorarlo?
Così ho deciso di preparargli una lezioncina. Dopotutto, in più di un caso ho improvvisato lezioni su stati di cui non sapevo nulla, giusto perché me l'avevano chiesta. L'ho fatto sulla Giamaica, l'ho fatto per la Mongolia (uno stato carinissimo, la Mongolia), potevo ben farlo sul Venezuela, giusto? Basta prendere una carta geografica e spulciare un po' in rete, di solito chiedendo prima di tutto lumi a Wikipedia. Per la geografia Wikipedia mi è sempre stata di grande aiuto&conforto.
Stavolta no. Stavolta la voce Venezuela di Wikipedia si è rivelata un gran pasticcio.
Prima di tutto i dati sull'economia erano vecchi, ma soprattutto confusi. E' uno stato ricco, è uno stato in espansione economica, è uno stato... democratico?
Mancava ogni accenno alle ultime, disastrose elezioni che Maduro, con l'appoggio dell'esercito, aveva annullato stabilendo che aveva vinto lui. Mancava ogni accenno al premio Nobel della pace assegnato quest'anno a tale Maria Corina Machado, che da molti anni si batte per i diritti umani dei venezuelani e che adesso è in esilio volontario nonché oggetto di una voce di Wikipedia pure quella tutt'altro che chiara. Non viene spiegato nemmeno come era arrivato al potere Chavez e quanto a Maduro nemmeno lo nominano. L'attuale presidente risulta... Delcy Rodriguez, quello che aveva davvero vinto le elezioni che Maduro ha annullato. Una roba piuttosto strana.
Ho meditato di lasciar perdere il tutto. Poi mi sono detta che una lezione di geografia non riguarda solo la parte politica. Il Venezuela, come tutti gli stati di questo mondo, ha dei fiumi, dei monti, dei confini eccetera. Se ho incontrato dei problemi per la parte politica ed economica, perché non dirlo apertamente? Può essergli utile per capire che trovare le notizie non sempre è facile, e che le voci di Wikipedia possono essere infide come qualsiasi altra fonte.
E insomma ho preparato una lezioncina minimale dove si parla anche del misteriosissimo petrolio venezuelano che qualcuno proclama essere il top del petrolio e altri proclamano essere uno schifo di petrolio e altri ancora dicono che è un petrolio normalissimo ma pesante e va "tagliato", come il vino, con petroli più leggeri - lo so che sembra una storia di pazzi, ma in un mondo dove va tanto di moda parlare di paesi ricchi di preziosissime risorse e nessuno spiega mai che queste preziosissime risorse magari ci sono, ma vanno comunque trattate e lavorate e non è detto che sia sempre così facile, forse un accenno in merito posso provare a farlo. In fondo, il fatto che una insegnante mediamente preparata abbia difficoltà a infilare qualche notizia attendibile su uno stato che da qualche giorno è l'argomento base di gran parte delle conversazioni può essere in qualche modo una notizia non priva di una sua utilità - anche perché da tre giorni siamo pieni zeppi di persone che sul Venezuela, al contrario di me, sanno assolutamente tutto e spesso raccontano cose completamente diverse tra loro.

Il 2026 è iniziato, evviva il 2026.

mercoledì 3 maggio 2023

Impreviste opportunità didattiche offerte dalla guerra in Ucraina

anche questo micio ucraino ama molto il suo paese (e disapprova la guerra)
Con la Seconda Sfigata è ormai venuto il tempo di affrontare l'Europa dell'Est a Geografia. 
Quest'anno l'ho lasciata per ultima perché ero abbastanza fiduciosa che la situazione in Ucraina si sarebbe evoluta, ma al momento non si è evoluto un accidente e insomma in qualche modo l'Ucraina andava fatta. Ho deciso dunque di dedicarle una lezione un po' diversa, impostata sul tema sul tema "come fu che anche in un libro ben fatto e assai aggiornato in un breve lasso di tempo si è trasformato in un reperto buono al più per un museo di archeologia".
Per la cronaca il libro in questione è Pianeta in gioco 2030, tanto ben fatto e aggiornato quanto sfortunato: e infatti anche l'anno scorso avevo fatto una lezione sullo stesso argomento nella Terza Asserpentata, dedicata all'Afghanistan che, durante l'estate, a volumi ormai stampati e prenotati, aveva cambiato denominazione, governo e parecchio altro trasformandosi in Repubblica Islamica.
Quest'anno però, ho visto, il disastro era ben più grave e articolato: in fondo l'Afghanistan non aveva cambiato confini, e la sue condizioni erano parecchio ma parecchio disastrate anche prima del ritiro delle truppe americane e dell'arrivo del governo talebano.
Nel caso dell'Ucraina invece sia il nome del paese che la forma istituzionale (repubblica semipresidenziale) sono rimasti intatti, ma quasi tutto il resto è cambiato, a partire dalla colonnetta riassuntiva che ogni manuale propone all'inizio di uno stato.
Prima voce: superficie del paese. Spiego che l'ONU continua a riconoscere quella indicata nel libro, sta di fatto che il governo ucraino non ha dal 2014 possibilità di intervenire in Crimea (e questo il libro lo dice, mettendo anche un bel box dedicato alla questione) ma che adesso anche una lunga striscia sulla costa e parte del territorio del Dombas sono state invase dall'esercito russo, e che per giunta la Russia si è ufficialmente annesso l'intero Dombas, compresa la parte che non è ancora sotto il suo controllo e insomma la situazione territoriale dell'Ucraina è decisamente confusa ma di sicuro l'estensione del paese al momento è più bassa di quella indicata. Arrivati alla Crimea con la storia dell'invasione degli omini verdi la classe ha, del tutto legittimamente, cominciato a rumoreggiare, tanto più che gli ho pure chiesto come compito di trovare una carta con la situazione aggiornata (e i poverini non sanno in che razza di pasticcio li ho messi, perché la rete pullula e brulica di mappe di tutti i tipi, forme e qualità, e una infinità di commentatori sostengono che la loro mappa è migliore delle altre. Va da sé che prenderò senza batter ciglio qualsiasi cosa decidano di rifilarmi perché non sono in grado di stabilire qual è quella giusta, e anche se ci riuscissi di giorno in giorno le cose cambiano, anche se di poco).
Peggio che peggio per in numero degli abitanti: il libro rimanda probabilmente all'ultimo censimento ucraino, ma anche lasciando stare il movimento migratorio piuttosto consistente, non solo c'è stata un grosso esodo all'inizio della guerra, ma poi c'è stato pure il controesodo e in tanti sono ritornati, soprattutto uomini ma non solo. Quindi, c'è chi dice che da 42 milioni sono passati a 30, chi dice che sono 35, chi dice che si sa un accidente. In tutti i casi era già in corso una contrazione demografica da diversi anni.
La capitale però è rimasta quella?
Sì e no, perché mentre prima tutti la chiamavano Kiev, alla russa, adesso i commentatori e i cronisti più filologici la chiamano col suo nome ucraino, cioè Kijv.
E la lingua? Ah, anche la lingua è una roba complicata: fino a quindici mesi fa c'erano quelli che parlavano in ucraino e i russofoni, che detto così sembrano uno di quegli strumenti a tubo che andavano tanto di moda negli anni 60 ma in realtà sono più che altro ucraini che parlano russo. Questi ultimi però sono in netto calo perché dopo l'invasione tanti han deciso che il russo non gli piaceva più e parlano ucraino, non sempre benissimo, e lo stesso presidente dell'Ucraina, che era anche lui uno di quegli strumenti a tubo, dal giorno dell'invasione parla solo in ucraino (e sembra che abbia pure un accento russo piuttosto forte). Prima dell'invasione invece capitava spesso di sentire conversazioni dove ognuno parlava in russo o in ucraino come più gli comodava e la cosa non creava problemi a nessuno perché tutti capivano entrambe le lingue - una forma di bilinguismo piuttosto insolito, in effetti.
In compenso il nome del presidente dell'Ucraina lo sanno tutti, ma proprio tutti. E anche questo è un bel cambiamento, perché fino a due anni fa poche cose erano più lontane dall'interesse di un alunno delle medie del nome del presidente ucraino in carica.
La moneta e la forma di governo, vivaddìo, son rimaste uguali, ma quando si arriva al PIL procapite tutti conveniamo che con tutta probabilità in questi quindici mesi si è  decisamente abbassato.
L'ISU, un misterioso indice di benessere nazionale con cui da anni i manuali di geografia ci martirizzano tutti quanti, non era brillantissimo nemmeno due anni fa, e la tabellina mette l'Ucraina all'88° posto - un po' bassino per un paese europeo, ma è probabile che la qualità della vita in Ucraina negli ultimi 15 mesi si sia decisamente abbassata e che quell'88° posto si sia pure quello parecchio abbassato.
Si passa poi alla parte fisica, tenendo conto che, se sono cambiati i confini, son cambiati anche fiumi, laghi e città. Il clima comunque dovrebbe essere rimasto quello: similmediterraneo sulle coste del mar Nero - che al momento riguardano Odessa e poco più - e continentale di tipo freddino all'interno. 
La cronologia poi si ferma al 2014, anno dell'annessione russa della Crimea e dell'Euromaidan, che il libro spiega piuttosto dettagliatamente, e c'è anche un accenno ai tatari, che erano in origine gli abitanti indigeni di quella bella penisola, oltre a una cartina che indica le zone contese di Crimea e Dombas.
Si passa infine all'economia, che si presenta problematica. Vengono citate le principali coltivazioni (e qui passo a un breve riepilogo della questione dell'esportazione di cereali e semi di girasole, che al momento rappresentano l'unica parte sopravvissuta della fu economia ucraina), poi un piccolo aggiornamento della questione energetica: il settore nucleare al momento se la passa male perché la grossa centrale atomica di Zaporizia, oltre a contare attualmente il massimo numero dàbile di grafie e pronunce, è anche stata occupata dai russi sin dai primi giorni di guerra, senza contare che ci sono stati numerosi attacchi al sistema elettrico, e che sulla rete di gasdotti che dalla Russia portava il gas verso l'Europa si sono presentate un discreto numero di criticità.
Il settore siderurgico, che era molto fiorente, è andato abbastanza in crisi dopo l'occupazione e spegnimento (pare) delle grandiose acciaierie dell'Azovstahl, andate distrutte dopo una lunga resistenza insieme alla città di Mariupol che aveva la sfortuna di ospitarle.
Altrettanto in crisi, stabiliamo, deve essere il settore turistico, fino a poco tempo fa decisamente produttivo, e anche le vie di comunicazione presentano diversi problemi a causa dei vari bombardamenti. In effetti, l'intero settore terziario non sta vivendo un momento particolarmente buono.
Il box su Chernobyl invece mantiene una certa attualità, anche perché i ragazzi si sentono raccontare la storia della centrale nucleare esplosa praticamente sin da quando sono nati. Decido quindi di non soffernarmici più di tanto, anche perché il tempo passa e l'ora sta finendo.
Non ha molto senso studiare un paese in queste condizioni, e nemmeno farci su qualche interrogazione, così per compito gli chiedo di fare una lista di dieci punti dove il libro di testo non è più attuale, e di dieci in cui è ancora valido.
Dopo di che una pausa di dieci minuti in cortile prima di passare a Dante mi sembra d'obbligo.

lunedì 1 maggio 2023

Di climi e biomi e di lavori edilizi fatti male

Parlando di stagioni, un bel gatto primaverile è di rigore
L'anno scolastico volge ormai alla fine e non ho ancora parlato delle mie nuove classi - che tanto nuove ormai non sono più.
Sono due prime. Piccole. Non tanto perché il numero di alunni è piuttosto ridotto, ma proprio perché sono interiormente piccoli - in pratica, sono ancora molto vicini all'infanzia.
E no, non rientro nella categoria degli insegnanti che si lamentano perché ci arrivano sempre più piccoli, ogni anno di più. Fino a due anni fa non ho mai notato differenze degne di nota tra le varie annate. Ma queste sono le mandate figlie del Covid e la loro crescita è un po' rallentata, o almeno io la vedo così.
Dirò di più: ci sono arrivati ancora più piccoli della mandata dell'anno scorso. Voglio dire: siamo a fine Aprile e ancora ci disegnano i cuori sulla lavagna quando arriviamo. Tutte e tre le sezioni. Le rarissime volte in cui l'ho visto accadere nei tempi pre-Covid, i cuori e le scritte "We love prof. TalDeiTali" sparivano ben prima della fine di Ottobre.
Mi sono capitate in sorte una Prima Molto Problematica e una Prima Seria*. La Prima Seria contiene un bel gruppo di appassionati di Storia ma la Geografia non gli dispiace per niente, mentre  la Prima Molto Problematica non stravede per la Storia (anche se la regge abbastanza bene) ma in compenso va pazza per la Geografia, e quando si fa Geografia anche gli elementi più spinosi si appassionano molto. Siccome appunto Storia e Geografia gli faccio, mi ci trovo piuttosto bene. 
Aggiungo anche che li ho trovati molto ben preparati nelle mie materie, fermo restando che scrivono davvero da cani.
Così ho piacevolmente navigato tra monti, fiumi, laghi, depressioni e tante altre belle cose, con i ragazzi che sgomitavano per andare a leggere la grande carta alla parete, laddove normalmente ce li devo mandare col mitra spianato; finché non siamo arrivata ai climi, che spesso si rivelano un po' ostici e ci vuole un po' a fargli capire che ci sono pochi elementi di base da incrociare con una specie di sistema matematico, del tipo che se l'estate è lunga e torrida l'inverno sarà breve e mite, e se siamo in zona artica le precipitazioni saranno prevalentemente a carattere nevoso, per non parlare della fatica che fanno a volte per entrare nell'ordine di idee che il clima atlantico si trova (rullo di tamburi e grido di stupore) guarda un po' tu, sulle coste atlantiche, l'avreste mai detto? 
Stavolta no, niente problemi, e sapevano tutti benissimo quali erano i paesi sulla costa atlantica, purché avessero una carta dell'Europa sotto gli occhi, anche fisica, e talvolta persino senza guardare la carta.
Ma poi, illustrando la solita tabellina con gli schemi, mi è venuta un'idea, di una originalità ai limiti dell'eresia: facciamo dei cartelloni con i climi! E che nessuno osi dire che non mi do allo sperimentalismo più sfrenato!
Ebbene sì, io e i cartelloni non siamo andati mai molto d'accordo, o per meglio dire riconosco che sono cose simpatiche, ma non mi viene mai in mente di farli. Stavolta sì, mi è venuto in mente, così, dal nulla. Evidentemente in qualche modo me l'hanno chiesto loro. Come credo di avere già scritto qualche volta, io non ho un metodo particolare: navigo a vista e in qualche modo percepisco i messaggi impliciti o inconsci che la classe mi manda. Evidentemente, la Prima Molto Problematica mi ha inviato il desiderio di fare un lavoretto manuale con il gioco a incastro. E mi sono convinta, a torto o a ragione, che me l'abbiano mandato appunto perché sono ancora piccoli, e non hanno ancora raggiunto la fase del "Siamo grandi per questo genere di cose".
Comunque abbiamo proceduto: li ho messi a ritagliare triangoli di cartoncino colorato, con colori separati per precipitazioni, estati, inverni, flora, alberi, colture, poi insieme abbiamo deciso cosa scrivere (io facevo la domanda del tipo "Come sono le precipitazioni nel clima atlantico?" loro rispondevano "Abbondanti!" e dopo che avevo approvato la risposta appositi scrivani la scrivevano con pennarelli colorati sull'apposito triangolo. Naturalmente i triangoli non erano sempre gli stessi per ogni cartellone: nel clima polare non c'erano colture, il clima mediterraneo aveva un triangolo dedicato solo agli alberi da frutto, per il clima artico c'erano sia la tundra che la taiga eccetera. Però è venuto fuori un lavoro molto colorato e piuttosto carino, e naturalmente la classe ha fatto un tal casino mentre ritagliava e scriveva i titoli che a un certo punto mi sono spaventata e, per calmare le acque, ho fermato tutto e ho mandato due di loro a prendere ramazza e pattumiera per ripulire la classe, che sembrava ormai un gigantesco cestino della carta straccia - e dopo questa pausa tutti han ripreso il lavoro con molta maggiore calma.
Alla lezione successiva han colorato i titoli dei vari climi sui cartelloni, anch'essi colorati, un colore diverso per ogni clima, e insieme abbiamo discusso su cosa mettere per il clima mediterraneo soprattutto a livello di flora: un triangolo per la macchia mediterranea, uno per le colture, uno per gli alberi da frutto, uno per i boschi, rettili, anfibi e serpenti nella fauna eccetera. Infine, quando la prima mezz'ora era ormai passata, ho mandato a prendere martello e chiodini per attaccare i cartelloni alla parete - perché, per uno stranissimo caso, le due ore di Geografia con la Prima Molto Problematica le faccio proprio nell'aula che teoricamente secondo il progetto DADA è di Geografia, e anzi quelle due ore sono le uniche della settimana che passo in quell'aula. Dunque, i cartelloni col clima ci sarebbero stati benissimo.
Discutiamo dove appenderli, poi lascio il gruppetto dei più scalmanati e indocili e rissosi e permalosi a gestire la faccenda - cosa che fanno mostrando eccellenti capacità organizzative e pratiche e producendo un volume di rumore davvero ridotto. Chiaramente, martellano, ma anche quello lo fanno con singolare garbo e precisione - del resto i chiodi sono lunghi e sottili e a martellarli troppo forte si piegherebbero, cosa che han capito senza che nemmeno dovessi scomodarmi a dirglielo.
Mentre martellano con pazienza il resto della classe chiacchiera, tra loro o con me, e fa finta di fare un paio di esercizietti sui climi che ho assegnato giusto per salvare la faccia. E sto giusto rallegrandomi con il Sostegno per l'eccellente lavoro che i quattro rissaioli stan facendo quando, a due terzi abbondanti del lavoro di appendimento arriva una gentilissima collega di compresenza spiegando che nell'aula di sotto, che è quella di Spagnolo, stan facendo una verifica, che sentono molto rumore e se potremmo smettere? 
Spiego che il lavoro è quasi completato e che presto tutto tornerà silenzioso.
Sì, d'accordo, avrei dovuto fermare tutto. Ma i lavori procedevano talmente bene, e mancava così poco...
Nel giro di una decina di minuti l'ultimo cartellone è appeso; mi congratulo con loro, prometto una gratifica sotto forma di voto e intanto il gruppetto rimette a posto le sedie dove sono saliti per appendere i cartelloni, imbustano i chiodini rimasti, vanno a riportare il tutto ai custodi eccetera, tutto in modo piuttosto ordinato.
Una volta che tutti sono tornati e si sono rimessi a sedere mi metto a spiegare come si svolgeranno le prossime lezioni (ho in mente una ricerca collettiva per l'Italia) e mentre stiamo paciosamente a parlare arriva l'insegnate di Spagnolo in versione Tigre Ircana e ci tratta malissimo: che avevamo fatto un rumore orribile, che giù la Terza che stava facendo la verifica si è molto lamentata, che aveva anche mandato due colleghe a chiedere di fare meno rumore, che avevamo spostato banchi per tutta l'ora e non so che altro.
I ragazzi la guardano perplessi: non era stato spostato alcun banco, solo tre sedie per salirci sopra, ma una volta spostate le avevano lasciate ferme...
Sono abbastanza perplessa anch'io. Tra l'altro è un anno che facciamo lezione là dentro a quell'ora, e la Prima Molto Problematica non è quel che si dice una classe silenziosa, di cui ci si domanda se sono in classe o meno quando ci si accosta alla porta dal corridoio. No, decisamente essa non lo è. Davvero.
Azzardo un po' di scuse ma Spagnolo è veramente imbufalita e dopo avermi vieppiù cenciata se ne va avvolta in una nera nube di collera e di indignazione.
Così il quarto d'ora seguente se ne va a cercare di calmare i ragazzi, che sono a loro volta molto indignati e addirittura mi assicurano "Comunque, prof, noi saremo sempre con lei". 
Li ringrazio ma spiego che non è necessario, che dopo tutto non è successo niente di grave, e alla fine arriva misericordiosa la campana dei pullmini a portarmi via mezza classe.
Scendo in Sala Insegnanti un po' preoccupata: non ho problemi ad accapigliarmi con i colleghi, ma stavolta mi sento abbastanza dalla parte del torto e immagino che lo strappo andrà ricucito, anche perché con quella collega sono usa a rapporti assai amichevoli. 
Cioccolatini propiziatori? Un bel discorsetto di scuse? Ma mi sono scusata già due volte in classe, ottenendo solo di imbufalire vieppiù la collega. Magari riprendere l'argomento Lunedì mattina, sperando di trovarla meno furibonda? Mandarle una mail molto garbata durante il fine settimana?
In Sala Professori Spagnolo non c'è. Ma mi raggiunge in bagno mentre mi lavo le mani, e il discorsetto di scuse lo fa lei. Mi assicura però che nell'aula sotto quella di Geografia si sentiva un tal rumore che aveva pensato che fossero arrivati i muratori, e il rimbombo, e il rumore...
Proviamo a esaminare il caso. Le garantisco che sono in quella scuola da più di dieci anni e non era mai successo che il rumore del piano di sopra se attaccavano qualche chiodo avesse mai creato gran fastidio. Alla fine, a torto o a ragione, stabiliamo che la colpa è degli ultimi lavori fatti tre anni fa, nel secondo anno di pandemia. Probabilmente la parete di cartongesso che è stata messa in fondo ai piani ha creato un qualche tipo di effetto sonoro che si ripercuote al piano di sotto. Altra spiegazione non sembra possibile.
Così lo scisma è rientrato e sono stata perdonata, ma credo che passerà davvero molto, molto tempo prima che mi venga in mente di fare di nuovo dei cartelloni.
Quanto alla gratifica: otto politico per tutti, e mezzo punto in più per il team degli inchiodatori: han lavorato tutti con molto impegno, e le loro medie se ne avvantaggeranno.

* seria, non seriosa. Sono allegri e coccolosi ma si impegnano con molta serietà per fare un buon lavoro, da bambini diligenti quali sono.

venerdì 14 ottobre 2022

Insegnando s'impara, ovvero l'Evoluzione di Murasaki

...una volta, qui, erano tutte Maldive

Dopo una piccola introduzione dedicata al pianeta Terra il primo argomento per la Geografia di Prima sono le montagne. La volta scorsa ho fatto vedere uno dei miei video preferiti, che mostra come è nata l'Himalaya, quando i continenti giocavano all'autoscontro.
Per la verità avevo trovato anche un piccolo video sulla nascita delle Dolomiti, ma non c'era stato tempo di vederlo, così l'ho tenuto in caldo e ho aperto con quello la lezione successiva.
Contrariamente al solito non l'avevo visto prima, a casa - tanto, sapevo già cosa diceva, giusto? Quattro minuti, un po' di rappresentazione al computer del poderoso scontro che aveva prodotto sì nobili montagne e qualche lamentela per i ghiacciai che vanno scomparendo. Funziona così, di solito.
A modo suo è stato un bene che non l'avessi visto, perché probabilmente l'avrei giudicato troppo tecnico e avrei lasciato perdere: sono prime ancora molto piccole, figlie della pandemia, non gli volevo buttare addosso troppe cose tutte insieme...
Il video infatti si è rivelato molto diverso da quel che avevo previsto. Si comincia, certo, raccontando della Pangea che si sfalda, ma poi si passa a raccontare una storia davvero particolare:
e così abbiamo scoperto che le Dolomiti, come probabilmente molte altre catene montuose, hanno una storia molto variegata: sono state un arcipelago tipo Maldive, poi per un po' sono state saline, han vissuto sott'acqua, sono riemerse in forma di palude per poi diventare un terreno molto umido dove i dinosauri pascolavano allegramente e si sono evolute in modo assai complesso fino a diventare montagne, con una fase dove anche i coralli (coralli sulle Dolomiti???) hanno avuto il loro bel daffare. E non si parlava affatto di ghiacciai che si scioglievano.
Insomma, quattro minuti molto intensi. I ragazzi guardavano straniti (piacevolmente assorti, però), ma anch'io sono rimasta assai sorpresa. Sono solo una povera insegnante di Lettere, so tante cose sulla letteratura medievale ma la geologia davvero mi manca, forse troppo.
Sì, certo, anch'io da bambina come tutti i miei coetanei sono andata in montagna a caccia di fossili perché lassù un tempo c'era il mare - che poi, se c'era il mare, parlare di "lassù" è abbastanza improprio; ma a nessuno di noi veniva in mente che non si trattava semplicemente del fatto che prima c'era il mare che poi si era ritirato, ma che ogni componente di quel paesaggio aveva influito sugli altri venendone influenzato a sua volta in un grandioso processo evolutivo.
Così, finito il video, ho spiegato:
"Vedete, il nostro pianeta è vivo e ha una storia molto complessa. Quando guardiamo le Dolomiti non ci viene così spontaneo pensare che un tempo sono state un arcipelago e poi una palude; invece quello che chiamiamo Terra ha una esistenza che conosciamo ancora solo in piccola parte, e che è ricca di svolte improvvise, come quella di qualsiasi essere vivente.  Quando avevo la vostra età eravamo abituati a considerare le montagne e un po' tutto il paesaggio come qualcosa di molto statico e non ci rendevamo veramente conto che si tratta invece di qualcosa in continuo divenire, come succede a tutti noi, solo con tempi molto più lunghi di quelli che riusciamo a concepire".
I ragazzi mi ascoltano. In realtà per loro il concetto non è così nuovo: anche se non avevano mai visto la ricostruzione della storia di una montagna da quando di mestiere faceva ancora la palude o l'arcipelago, sono comunque cresciuti in un mondo che con queste cose ormai è venuto a patti. Là dentro quella che ha avuto la vera illuminazione sono stata io; e, incrostata nei miei decennali pregiudizi e prevenzioni accumulati nel secolo scorso non l'avrei probabilmente mai avuta se 1) non avessi deciso di caricare sulla piattaforma un simpatico video di tramezzo per alleggerire un po' la lezione e soprattutto 2) se per una curiosa serie di circostanze non mi fossi trovata in cattedra e con una piattaforma informatica a disposizione.
D'altra parte, se si evolvono le montagne e gli arcipelaghi, immagino che ci sia speranza di evolvere anche per me.

domenica 1 maggio 2022

Dopo il viburno ucraino, arriva il corbezzolo italiano (un altro post di alta erudizione)

ed ecco a voi il simbolo dell'Italia: il corbezzolo (bellissimo albero, in effetti)

Mentre in Sala Professori stavo pensosamente meditando se la Russia fosse effettivamente da considerarsi una Grande Potenza e non piuttosto uno stato provvisto di una classe governante singolarmente incapace, nella mia fertile mente si è stagliata una Luminosa Idea. E visto che accanto a me sedeva la prof. Ghirlandai, Referente di Educazione Civica le ho chiesto "Ma secondo te, se gli do come compito di mettere quattro stati a confronto sul piano istituzionale ed economico in una tabella, lo posso spacciare anche per una prova di Educazione Civica? Stavo pensando a Russia, Cina, Stati Uniti e poi l'Italia, così quando lo leggono in classe ci chiacchieriamo un po' su".
"Mi sembra davvero in tutto e per tutto una prova di Educazione Civica, e anche molto interessante" mi ha rassicurato lei.
Detto fatto ho buttato giù una tabella molto mista: nome del paese, data di nascita, estensione, numero di abitanti, posizione dell'esercito in graduatoria, reddito pro capite, forma istituzionale, import/export, fonti energetiche, se hanno centrali nucleari e armi atomiche eccetera... sul finire ho messo anche la pianta e l'animale simbolo e pure un qualche sceneggiato, film o simile che ha contribuito a formare la loro immagine di quel paese (quest'ultima voce per l'Italia non c'era).
Richiesti di un parere i ragazzi si sono detti molto interessati, così gli ho assegnato il compito e quando lo hanno riportato ci abbiamo fatto su una chiacchierata di un paio d'ore.
Tra le altre cose ho scoperto che, se il secondo esercito del mondo era considerato la Russia (ma credo che perderà qualche posizione, dopo la non brillantissima prova che ha dato di recente), la Cina avrebbe il terzo, anche se la credevo molto più indietro.
La vera sorpresa però è arrivata con gli animali e le piante. 
Per la Cina le piante sono ibisco rosa e peonia e non il bambù come ero convinta. Come animali nazionali ha non soltanto il panda, ma anche il mio amatissimo drago.
Gli USA hanno naturalmente aquila e quercia.
La Russia ha l'inevitabile orso e la slanciata betulla, albero della taiga per eccellenza.
E l'Italia è simboleggiata dal lupo (o meglio dalla lupa, possibilmente in fase di allattamento) e...
Olivo e quercia, che decorano monete e francobolli?
Nossignori, il corbezzolo.
"Il corbezzolo?!?" ho chiesto indignata "Ma quando mai?".
La classe insorge: proprio il corbezzolo. Andassi pure a vedere, se non ci credevo!
Sono andata infatti a guardare, digitando albero simbolo Italia, e Google mi ha scodellato la pagina sul corbezzolo, simbolo patrio; con occhi grandi come tazze da tè ho letto.
Ivi si racconta di come, nel corso del Risorgimento, il corbezzole fosse salito agli onori patriottici grazie a un passo di Virgilio dove il giovane Pallante, morto in battaglia, viene adagiato su rami di corbezzolo per riportarlo al padre. Poi Pascoli ci mise del suo, dedicando una poesia al nobile albero e vedendolo come raffigurazione della bandiera nazionale: fiori bianchi, frutti (anche) rossi, foglie verdi.
Così, dopo aver scoperto che la bandiera greca si ispira allo scudo di Achille, adesso so anche che il corbezzolo è il nostro albero-simbolo.
Davvero mirabile la fantasia dei patrioti dell'Ottocento, ma ancor più mirabile è l'enorme quantità di cose che si imparano insegnando.

domenica 20 marzo 2022

Sulla deplorevole ignoranza riguardo all'Europa orientale di cui la scuola italiana è in parte responsabile (ma non per colpa mia)

Ebbene sì, questa carta descrive la situazione dell'Europa nel 1914

Sin da quando ho cominciato a insegnare sono rimasta colpita da un certo paradosso che riguardava la geografia europea: stati come l'Inghilterra, la Francia e la Spagna, che gli alunni conoscono abbastanza bene e gli insegnanti anche e per giunta sono oggetto di cospicui approfondimenti da parte degli insegnanti di lingue sono oggetto di ampie disgressioni geografiche, culturali, monumentali, storiche eccetera, mentre appena si passa la vecchia cortina di ferro, che un tempo in qualche modo ci divideva anche dalla Jugoslavia, abbiamo solo poche e scialbe descrizioni accompagnate da schede storiche che dir che fanno pena è fargli un complimento.
Tutto ciò aveva magari senso quando avevo l'età dei miei attuali alunni: dall'Est arrivavano poche notizie, di solito di discutibile attendibilità, e con l'Est avevamo poco a che fare, anche se qualche avventuroso andava al mare o a caccia in Jugoslavia.
Poi il tempo è passato ed è arrivato un papa polacco - che all'inizio venne  considerato una sorta di alieno giunto casualmente dall'impero di Vega, nonostante parlasse un italiano migliore di parecchi dei nostri politici e oltre all'italiano se la cavasse bene con molte altre lingue. 
Grazie a lui la Polonia entrò nei giornali e nella nostra vita a colazione, pranzo e cena - per riassumerla nella sconsolata frase apparentemente assurda della mia amica del cuore davanti a una manifestazione di Comunione e Liberazione dedicata al povero popolo polacco oppresso "A dar retta a loro tra poco una ragazza, quando andrà a letto, invece del suo amico si porterà uno di quei cartelloni sui polacchi" (e infatti tutte noi che la ascoltavamo, invece di dire "Ma che cazzo dici?" annuimmo convinte). Erano infatti gli anni di Solidarnosc.
Ci furono poi le guerre di quella che, appunto con quelle guerre, diventò la ex-Iugoslavia (la J, misteriosamente, si cambiò in I anche se il suono rimase lo stesso).  La Iugoslavia ce l'avevamo alle porte di casa, ma di fatto non se ne parlava molto - non per colpa dei telegiornali, che invero ci informavano regolarmente sulla questione, ma l'argomento prendeva poco e ai nostri occhi erano una gabbia di matti che improvvisamente si erano messi a picchiarsi non si capiva bene perché.
Poi cadde il comunismo e arrivarono grandi stormi di migranti dall'Albania e, appunto, dalla Iugoslavia in dissoluzione, seguiti poi da polacchi, bulgari, ungheresi, rumeni e perfino da qualche russo.
Nel frattempo io avevo cominciato a insegnare, anche se questo fatto, pur così importante per me, ebbe per l'opinione pubblica ancor meno rilievo delle guerre della ex-Iugoslavia e si fatica a trovarne tracce nelle rassegne stampa internazionali.

I libri di geografia comunque mantennero  il vecchio schema: quindici pagine per il Regno Unito, sei per la Russia e qualche francobollo per i paesi balcanici, con un cenno distratto sulla Primavera di Praga e niente del tutto sull'invasione dell'Ungheria. In Bulgaria coltivavano le rose, in Polonia erano molto cattolici e ci avevano la Madonna Nera, in Cecoslovacchia (nel frattempo diventata repubblica Ceca + repubblica Slovacca lavoravano il cristallo e allevavano bovini, Budapest era una città doppia formata da Buda e da Pest.
Tuttavia tutto il mondo slavo e non più comunista ormai non era più così estraneo alla nostra vita quotidiana: frotte di italiani andavano in vacanza in Croazia e Slovenia, Andare in vacanza a Praga o a Cracovia era piuttosto consueto, le nostre classi erano popolate di albanesi, polacchi, romeni, bosniaci e montenegrini - e col tempo un bel po' di quella gente entrò anche nell'Unione Europea. Inoltre un sacco di imprenditori italiani misero radici nell'Europa dell'Est e cominciarono a fiorire anche i matrimoni. Insomma, quei paesi non erano più una lontana terra di leggende, e i vari alunni di origine bulgara, croata, bosniaca eccetera secondo me avevano diritto a vedere descritti con un po' di attenzione le terre dove erano nate e vissute le loro famiglie - terre che non mancano certo di bellezze naturali, monumenti di pregio e illustri tradizioni storiche, architettoniche, musicali, artistiche e letterarie.
Ma anche se dalla caduta del comunismo sono ormai passati trent'anni, i manuali di Geografia continuano a mantenere un pudico riserbo sull'Europa occidentale, che continua a presentarsi come una serie di francobolli staccati tra loro (dove comunque si coltivano grandi quantità di barbabietole da zucchero, e in Bulgaria abbondano le rose - anche se a quel che ho capito la Valle delle Rose è usata ormai soprattutto per il turismo.
A peggiorare le cose c'è il fatto che Geografia, essendo un libro occidentale, si legge da sinistra a destra e dunque si parte da Spagna e Portogallo per arrivare solo a tre quarti dell'anno all'Europa dell'Est, che quindi viene fatta nel migliore dei casi in modo piuttosto affrettato, con l'unica eccezione della Germania dove un cospicuo approfondimento sul Muro di Berlino non manca mai; e mentre nei primi anni lo spiegavo con serenità come uno dei tanti casi della vita, negli ultimi tempi gli sguardi delle classi mostravano chiaramente di trovarla una storia di pazzi - e hanno ragione loro, naturalmente, è stata proprio una storia di pazzi e sembra assurdo ripensandoci che a qualcuno sia venuto in mente di fare una cretinata del genere e l'abbia anche fatta. Ma dico, non potevano lasciargli tutta Berlino e amen? Nossignori, un quarto di città con uno schieramento, tre quarti con l'altro schieramento ma circondati da uno stato comunista.

Per una serie di raffinati motivi che originano dal mio fermo convincimento che "a scuola si dovrebbe studiare quel che non si conosce, non quello che già si sa" ma anche da certe mie caratteristiche caratteriali (spirito di contraddizione, pedanteria e masochismo, tanto per citare le tre più appariscenti) mi sono sempre adoperata con grande impegno per rimediare a questo stato di cose che, a quel che so, non turba assolutamente nessuno tranne me.
E già che ci sono, mi è d'obbligo precisare che quando ho cominciato a insegnare, di Geografia non sapevo proprio nulla, e dunque ignoravo tutto (anche) dell'Europa dell'Est. Ma in qualche modo ho sempre considerato un sacro dovere tormentare i miei sventurati alunni soprattutto con l'Europa dell'Est, sulla quale nel frattempo ho imparato diverse cose di vario genere.
E dunque, il primo anno in cui mi sono trovata ad addentare la geografia europea sono partita direttamente dalla Russia, per poi muovermi verso ovest.
Come molte idee all'apparenza brillanti, almeno per chi le concepisce, anche questa dimostrò qualche inconveniente - vuoi perché avviare le interrogazioni sugli stati con la Russia, per quanto in versione semplificata, è una discreta cattiveria, vuoi perché se fai la Russia in Seconda i ragazzi popi non possono portarla in Terza all'esame, dove invece in molti percorsi ci sta comoda come un topo nel formaggio, senza contare che è effettivamente (anche) uno stato extraeuropeo, almeno per i tre quarti del suo territorio. A questo proposito mi sento in dovere di aggiungere che sui tre quarti extraeuropei ho trovato solo un manuale che si attentava a dire qualcosina, eppure geograficamente mi è sempre parsa un territorio piuttosto interessante.
Con gli anni ho comunque elaborato una metodologia che si è rivelata piuttosto valida: si parte dalla Grecia, che è uno stato molto amichevole e per inaugurare le interrogazioni va benissimo; da lì si continua con la regione balcanica - ex-Iugoslavia, poi Albania (su cui cerco di soffermarmi un po' quando ho qualche alunno albanese, cioè sempre) Turchia e Cipro. Da lì si passa al blocco del Patto di Varsavia, poi la Germania e infine repubbliche baltiche, Bielorussia e Ucraina. 
Infine si passa all'occidente, che è più facile e dunque va meglio perché a fine anno i ragazzi sono stanchi e poi ci sono in mezzo le gite... voglio dire, un tempo lontano c'erano le gite e le uscite varie di primavera.
Li tormento senza pietà con la storia del panslavismo e delle guerre iugoslave, ma come gadget c'è anche la parte geografica propriamente detta che, soprattutto nella regione balcanica, è davvero bella e i paesaggi recitano benissimo.
Li tormento molto anche con la storia del Patto di Varsavia e del comunismo. Cioè, del comunismo non parlo più dello stretto indispensabile, tanto lo faranno a Storia in Terza, ma insisto molto sul fatto che per mezzo secolo le due Europe sono state separate e dall'altra parte non erano molto contenti di come li trattavano - che serve se non altro a spiegare perché  laggiù sono tutti europeisti anche se certe direttive sulla tutela dei diritti di gay e lesbiche si entusiasmano ben poco.
L'Unione Europea la infilo dove capita, a seconda delle circostanze. A volte ci insisto molto, a volte poco, dipende da come reagisce l'utenza. Tra l'altro non è molto facile da spiegare: non è una federazione, non è una confederazione, è... boh, è l'Unione Europea, prendetela così.

Quest'anno, purtroppo, questa mia mattana si è rivelata molto più utile del previsto ai fini della didattica.

martedì 25 gennaio 2022

Manuale del Perfetto Insegnante - Tecniche di sopravvivenza per Educazione Civica, ovvero Quando Ci Piace Vincere Facile

Non c'entra niente col post, ma è molto meglio della foto di un disastro ambientale! 
Cari colleghi,
siete stanchi&stressati, il carico di lavoro vi schiaccia, non riuscite a preparare in modo adeguato le vostre lezioni?
Ecco per voi una soluzione facile e molto pratica, che vi aiuterà per Geografia, Scienze, Tecnologia e in più vi fornirà qualche utilissimo voto per Educazione Civica, ché magari avete fatto un sacco di lezioni, magari sono pure state apprezzate, ma alla fine non avete in mano un voto che sia uno, perché siete stati tutto il tempo a discutere e approfondire ma niente interrogazioni vere.

Tutto iniziò in un grigio pomeriggio autunnale, mentre riflettevo sull'opportunità di preparare un approfondimento per la Terza sul disastro di Fukushima - e anche qualcosa sulle isole di plastica, visto che stavo per affrontare il tema degli Oceani.
Mentre vagavo pigramente per la rete mi accorsi che tutto quel che sapevo sulle isole di plastica negli oceani me lo avevano raccontato i miei alunni anno dopo anno - ed erano sempre assai documentati sulla questione, che ai loro occhi è di estremo interesse.
Io, lo confesso, delle isole di plastica nell'oceano un po' me ne frego. Certo, mi rendo conto che non è una bella cosa il fatto che ci siano, però non ci perdo il sonno. Loro invece...
Improvvisamente venni assalita da una Grande Illuminazione: visto che i ragazzi van matti per le questioni ambientali, perché non farle raccontare a loro?
In questo modo univo molti vantaggi:
1) Il mio lavoro si sarebbe limitato a scegliere da un vasto assortimento i disastri ambientali più appetibili e palatabili al giovane pubblico.
2) Il suono della mia voce, tanto bella quanto armoniosa* avrebbe riecheggiato un po' meno nell'aula. Un po' di varietà sonora, finalmente!
3) In Terza c'è l'esame, quindi lavorare su qualche piccola presentazione gli fa solo bene (e infatti gliene ho fatte fare diverse). Anche fare un po' di esercizio di esposizione in pubblico. Ancor più, un po' di esercizio di ricerca di materiale. Tra l'altro sulla ricerca autonoma del materiale in rete ci lavoriamo sin dall'inizio della pandemia, con risultati molto più lusinghieri di quelli conseguiti dalla Seconda Capricciosa, e assai maggior partecipazione emotiva da parte loro, che sono una classe normale con reazioni normali.
4) Non c'era da fare nessun controllo sulla reperibilità di materiale attendibile in italiano: ce n'era senz'altro da dare e da serbare e tutti i siti delle associazioni internazionali ecologiche ne fornivano a bizzeffe
5) Venti disastri diventava un po' stressante, forse; meglio dieci, da fare a coppie, col vantaggio supplementare di abituarli un po' a lavorare insieme - perché, siamo sinceri, in questi due anni lavoro di gruppo se n'è fatto pochino.

Dieci disastri dotati di un certo appeal si trovavano con uno schiocco di dita.
In un paio d'ore scarse di lavoro ho selezionato dieci Grandi Disastri causati dall'Intervento Umano sapientemente distribuiti su tutti i continenti extraeuropei: sbiancamento della barriera corallina in Australia, scioglimento dei poli, deforestazione nell'Amazzonia, Bhopal in India, isole di plastica nell'oceano, desertificazione del Sahel eccetera. E visto che il dibattito sull'utilizzo del nucleare sta riaffiorando ho messo anche Chernobyl (la Russia la faccio sempre in Terza, appunto per consentire a chi vuole di portarla all'esame e quest'anno, visto che eravamo rimasti indietro, si è aggiunto un rapidissimo sorvolo anche su Ucraina e Bielorussia)... 
Disastri ambientali, disastri ambientali ovunque.
Un altro quarto d'ora per preparare le coppie e assegnare gli argomenti.
"Siccome ci vorrà qualche lezione per esporre tutta questa roba, in questo modo nelle due settimane prima di Natale, quando tutti vi fanno fare mucchi e pacchi di verifiche scritte non dovrete lavorare per Geografia" ho spiegato con l'aria di chi porta in tavola un vino particolarmente pregiato.
Non ci sono state critiche né lamentele, e tutti han lavorato come castori. 

I risultati sono stati ottimi: per cinque lezioni mi sono limitata a piazzarmi lontano dalla LIM ed ascoltare e guardare pregevoli ricerche, regolarmente corredate, oltre che da foto impressionanti, anche da altrettanto impressionanti grafici e previsioni per il futuro, proiezioni economiche inquietanti eccetera, e ho imparato un sacco di cose - non necessariamente piacevoli da ascoltare, ma comunque interessanti. Dopo tutto, la vita non è solo un letto di rose.
Qualche volta sono anche intervenuta, con alcuni disastri che conoscevo meglio o che hanno origini più antiche e di cui ho narrato come sono stati vissuti dall'attenzione pubblica negli scorsi decenni. Ho anche fatto un accorato discorso sull'energia nucleare** con un ricco amarcord dei tempi di Chernobyl e successivi referendum.
Alla fine dell'ultima lezione, quella sulla foresta amazzonica, ho osservato blandamente "Direi che ho fatto un affare: ho imparato un sacco di cose, mi sono riposata e voi alla fine non vi siete annoiati più del solito a preparare queste cose".
Hanno ammesso senza remore che non si erano affatto annoiati.
E niente, a volte non c'è motivo di complicarsi la vita.

* è un complimento che mi è stato fatto più volte, anche da persone che non dovevano chiedermi favori né prestiti o altro.
** né pro né contro. Mi sono limitata a spiegare che sul nucleare tutti abbiamo la verità in tasca ma si tratta di un argomento decisamente complesso e quindi li ho esortati, prima di intascare la loro verità personale, di provare a informarsi con cura e da fonti attendibili, partendo dal concetto che non era un argomento facile da spiegare né da comprendere, anche per gli addetti ai lavori.

venerdì 21 gennaio 2022

La bandiera greca e lo scudo di Achille, ovvero annotazioni storiche non sempre molto attendibili (post tanto erudito quanto insulso)


Purtroppo non ho la minima idea di chi abbia fatto questo bel disegno, né quando né come

Terminata con la Seconda Capricciosa la regione balcanica, comprese Grecia e Macedonia del Nord, ho assegnato un compitino sulle bandiere dei sette stati della ex-Jugoslavia e della Grecia, alla quale la Macedonia del Nord è variamente collegata per motivi storici. C'erano delle coppie di stati tra cui scegliere e in molti hanno scelto appunto l'accoppiata Grecia-Macedonia del Nord.
Niente di imprevisto emerge sulla bandiera della Macedonia del Nord: lo stato è nato nel 1992 dopo una scissione abbastanza pacifica, la bandiera è stata ufficialmente adottata nel 1995 e c'è anche una storia interessante sul numero dei raggi del sole rosso che raffigura. Quando siamo arrivati alla Grecia però la questione si è rivelata molto più variegata.
Il mondo delle bandiere è complicato di per sé, e capita spesso di vedere spiegazioni diversissime sul significato di colori e simboli anche per bandiere relativamente recenti - ad esempio per la ruota al centro della bandiera indiana ci sono non meno di tre interpretazioni diverse che convivono, almeno loro, abbastanza pacificamente e non si escludono a vicenda.

Anche la bandiera greca offre non meno di due interpretazioni per ogni suo elemento, fatta salva la croce in alto a sinistra che indica la chiesa ortodossa, che ai tempi della dominazione musulmana gestiva scuole clandestine di greco permettendo così di mantenere il tutt'altro che insignificante patrimonio linguistico&culturale della tradizione greca.


Le righe azzurre indicano, a scelta, il cielo azzurro della Grecia o il mare, e non c'è dubbio che da quelle parti entrambi sono decisamente di un azzurro carico. Le righe bianche si collegano alla spuma del mare, alle candide nuvole o anche alla purezza dell'anima greca.
Le nove righe sono nove perché nove sono le sillabe del motto "Libertà o morte", oppure nove sono le lettere della parola greca che sta per "Libertà", ma forse c'è anche un riferimento alle nove Muse.
Fin qui, tutto regolare o quasi. Il problema arriva con la data di nascita della bandiera in questione - che di solito è uno dei pochi dati sicuri di una bandiera.
Stilicone mi spiega che la bandiera è nata nel 1992. Resto un po' perplessa perché mi sembra un po' troppo recente; ma forse è andata come per l'inno d'Italia, diventato ufficiale solo pochi anni fa dopo un periodo di adozione provvisoria durato più di settant'anni?
Ma subito dopo Teodora spiega compunta che è nata invece nel 1974 e Eudossia che è nata nel 1978. La cosa risalta in modo particolare perché i tre sono stati chiamati a fila. Per fortuna un rapido sondaggio tra i molti che han portato la bandiera greca non porta alla luce una quarta data. 
Io però sono piuttosto perplessa: d'accordo, la scelta delle fonti. Ma confesso che, davanti alla data di nascita di una bandiera nemmeno a me sarebbe venuto in mente di cercare una seconda fonte per la conferma, in quanto mi sembra uno di quei dati che si trascinano intatti anche nelle fonti più scalcagnate.
Ancor più perplessa però resto davanti alla notizia che i colori bianco e blu derivano dai colori dello scudo di Achille, poi usati pure da Alessandro Magno.
Che Achille venga preso a modello come eroe storico della Grecia ci può anche stare, e il piccolo dettaglio che dell'unità e indipendenza della Grecia non risulti minimamente essergliene mai fregata una benemerita minchia non è poi molto rilevante, visto che buona parte degli eroi nazionali hanno tratti marcatamente leggendari, a partire dal Balilla citato nel nostro inno nazionale.
Ma lo scudo bianco e azzurro?
Per lo scudo di Achille, in teoria, dovrebbe far fede Omero, che racconta nel dettaglio come nasce il suddetto scudo e l'infinita infinità di roba che ci è rappresentata sopra da Efesto che in esso fece molti ornamenti con i suoi sapienti pensieri; ma  di colori non si parla affatto se non per indicare quelli dei metalli che lo compongono: bronzo, stagno, oro e argento. E a ben guardare, anche se è noto che ai greci classici piacevano i colori accesi, non ricordo un solo brano si letteratura dove si parli di smalti colorati su metallo.
Esprimo le mie perplessità in merito ad una classe che ha chiaramente scritto negli occhi "A noi che ce ne frega? Già siamo andati a cercarci indicazioni sulle stupide bandiere che ci hai chiesto, sul serio ti aspettavi che ci facessimo delle gran domande sull'attendibilità dei dati?". E del resto una delle insolite caratteristiche di quella classe, secondo me, è proprio che manca di ogni tipo di curiosità e non ti fanno mai una domanda assurda nemmen per sbaglio. Chiaramente han messo sul motore di ricerca "bandiera greca" e han pescato la prima pagina che gli è cascata sotto gli occhi copiando distrattamente quel che c'era dentro - e purtroppo per alcuni non si è trattato della sezione Wikipedia sulle bandiere, che per quanto ne so è molto ben fatta. Ma, a dire il vero i primi siti sono delle robe piuttosto rispettabili e per trovare la storia dei colori di Achille, poi usati anche da Alessandro Magno, si deve andare su Travel Diary 19 - un sito probabilmente ricco di preziose informazioni turistiche ma che non mostra vistose pretese di accuratezza storico-filologica, a partire dal nome che si è dato.
Da dove salta fuori allora la storia dello scudo di Achille bianco e azzurro?
L'unico accenno che sono riuscita a trovare in rete riguarda il tentativo di dare una continuità da lontano alla coppia di colori bianco&azzurro, fatto comunque in epoca piuttosto recente:
"Molti studiosi greci hanno cercato di stabilire una continuità sull’utilizzo e sul significato dei colori blu e bianco, nel corso della storia grecaGli usi conosciuti includono un pattern bianco e blu sullo scudo di Achille, il collegamento con i colori della dea Atena, le bandiere dell’esercito di Alessandro Magno e presumibilmente bandiere bianche e blu usate durante il periodo bizantino, stemmi delle dinastie imperiali e delle famiglie nobili, uniformi e ovviamente anche altri utilizzi durante la dominazione ottomana." 

E tutto ciò mi è sembrato davvero interessante, perché il fenomeno della storia che viene continuamente ricreata mi ha sempre affascinato moltissimo.

Triste a dirsi, di tutto questo mi sono ben guardata dal parlare in classe perché sono sicura che nessuno di loro sarebbe stato interessato alla questione.
Ho invece avuto cura di precisare che la bandiera greca è diventata ufficiale nel 1978, dopo essere stata elaborata alla fine della dittatura dei colonnelli (nel 1974) sulla base di bandiere precedenti. Anche di questo non gli importava né tanto né poco, ma mi è sembrato il caso di precisarlo, insieme a una inutilissima ma doverosa esortazione a controllare meglio i dati.
Mettiamola così: io ho imparato un sacco di cose sulla bandiera greca e gli strani modi di ricostruirsi l'identità nazionale e mi sono pure riletta un bel brano di Omero, ma è stata una di quelle divagazioni erudite che non ha avuto alcuna ricaduta sull'insegnamento in classe - contrariamente a quel che succede di solito,  stante che questi dettagli ottengono di solito un gran successo e non di rado vengono ricordati anche ad anni di distanza.