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domenica 5 luglio 2026

Rigoletto, ovvero sui genitori troppo apprensivi

Questa mamma gatta è estremamente protettiva. Forse troppo? Non necessariamente.

Dopo il perfido lockdown le abitudini delle famiglie di St. Mary Mead si sono fatte molto più casalinghe: laddove era consueto fare periodiche spedizioni di shopping e spedire in terza media i pargoletti ai cinema nel centro storico di Firenze, grazie anche ad un eccellente collegamento ferroviario, ormai il raggio d'azione e la frequenza delle spedizioni si sono molto ridotte, e poi si sa che per le compere c'è Amazon - insomma l'esperienza del teatro, che già era decisamente sporadica, sembra quasi sparita dai radar, e anche se la scuola ogni anno produce un simpatico spettacolino in coda al laboratorio teatrale (quest'anno addirittura in un vero teatro di paese con un vero palcoscenico) non mi sembra esattamente lo stesso che sperimentare uno spettacolo teatrale con tutti i crismi vissuto nella comoda parte di spettatore.
Così, mossa da nobile spirito missionario e da una simpatica serie di offerte di matinée a prezzi stracciati, ho cominciato a portare le mie classi al teatro del Maggio Musicale Fiorentino, vuoi perché con gli spettacoli musicali mi oriento meglio, vuoi soprattutto perché per noi provinciali raggiungere i più moderni teatri di periferia, che pure offrivano opportunità molto allettanti, è assai complicato senza pullmini*, mentre il Teatro del Maggio si raggiunge in pochi minuti dalla stazione centrale di Firenze. 
Quest'anno ho potuto contare su uno Schiaccianoci per la Prima, ma per la Seconda mi sono trovata davanti a due possibilità in un certo senso  equivalenti, ovvero due spettacoli tratti dal Rigoletto e dal Ballo in maschera. E qui provo a spiegarmi, anche se ai miei occhi di melomane è un discorso talmente chiaro che spiegarlo mi sembra quasi offensivo - ma magari chi passa di qui non si è necessariamente consumato gli occhi a studiare i delicati collegamenti tra musica lirica dell'Ottocento e politica del tempo.
Sul piano musicale e narrativo le due opere sono abbastanza diverse, ma hanno in comune un tratto: entrambe finiscono col tentativo, perfettamente riuscito nel Ballo e miseramente fallito nel Rigoletto, di uccidere un re che nel frattempo era diventato qualcosa di molto diverso da un re, per effetto della censura austriaca -che, come tutte le censure di ogni tempo e luogo, non ha mai avuto alcuna remora a coprirsi di ridicolo.
Il soggetto di Rigoletto è tratto da un dramma di Hugo intitolato Il re si diverte**. Il re in questione è Francesco I di Francia, che nel dramma riesce a complicare non poco la vita del suo buffone di corte tanto che il poveretto, esasperato oltre ogni dire, arriverà al punto di cercare di ucciderlo riuscendo invece a fare ammazzare la sua figlia, che voleva proteggere. 
La censura trovò il dramma immorale e soprattutto deprecava  l'idea di uccidere un re, perché davvero non era il caso di mettere in testa al pubblico strane idee in un periodo in cui ogni due per tre scattava qualche insurrezione, senza contare che in tempi ancora recenti un re di Francia era stato appunto ucciso e...
Verdi si seccò abbastanza: non gli pareva che il soggetto fosse per niente immorale e gli sembrava che la storia funzionasse benissimo proprio come se l'era immaginata Hugo, ma finì per accettare di trasformare il re di Francia in un Duca di Mantova ed evitò con cura di indagare sul perché l'assassinio di un duca italiano fosse meno improponibile di quello di un re di Francia.
Qualche anno dopo si cimentò poi con un libretto tratto da un dramma di Scribe che raccontava una versione piuttosto romanzata dell'assassinio (storico, avvenuto appunto durante un ballo in maschera) di Gustavo III di Svezia. Anche stavolta l'assassinio durante il ballo diventò accettabile solo dopo che il re era stato trasformato... nel governatore di Boston, che a quanto pare poteva essere ucciso senza troppi problemi. Già che c'era la censura trovò anche da ridire su un paggetto en travesti*** e cercò di trasformarlo in un armigero con voce di basso (probabilmente anche all'epoca stavano già in fissa per la grave questione del gender) ma su questo Verdi tenne duro e, vivaddio, Oscar rimase un soprano leggero.
Entrambe le opere si prestavano dunque a un approfondimento sull'importanza politica della musica durante il Risorgimento****, con tanto di ascolto di Va' pensiero e riflessione sul fatto che i re non si potevano uccidere mentre i governatori e i duchi magari sì; tuttavia, considerati attentamente gli intrecci e la brochure introduttiva della compagnia che aveva organizzato lo spettacolo, trovai che nel caso di Rigoletto si puntava abbastanza sul tema della reclusione di Gilda e della protettività piuttosto esasperata di suo padre Rigoletto - un tema decisamente attuale in un'epoca in cui bambini e adolescenti sono stressati da un forte eccesso di sorveglianza che si ingegnano in ogni modo per aggirare, non di rado con considerevole successo*****.

Questi spettacoli richiedono spesso un lavoro preparatorio in classe. Nel caso del Rigoletto  però si trattava solo di raccontare la trama ai ragazzi e di fargli fare un po' di ascolti di brani celebri - in questo caso di quattro dei moltissimi brani celebri dell'opera. La selezione puntava più sul duca di Mantova che su Rigoletto, e la versione richiesta era una delle moltissime dove il duca era Pavarotti, ovvero probabilmente il miglior duca di Mantova di tutti i tempi, assolutamente mirabile per la disinvoltura con cui maneggia l'altissima tessitura di un personaggio che della disinvoltura fa il suo punto di forza: dopo le prime note di Questa o quella anche il più sprovveduto studentello delle medie è perfettamente in grado di inquadrare il duca - uomo di sentimento e uso a impegnarsi con grande leggerezza, molto fiducioso sia nell'inevitabile effetto del suo fascino che nella sua gran fortuna - entrambe caratteristiche che non mancheranno di assisterlo facendolo uscire del tutto illeso da una trama assai ricca di sventure per tutti gli altri protagonisti. 
Benissimo per gli ascolti, dunque... ma la trama?
Raccontare un'opera lirica è sempre piuttosto complicato, specie se l'opera è di Verdi. Raccontarla a un gruppo di fanciulletti quasi del tutto ignari delle perversioni degli intrecci ottocenteschi, peggio che mai. Dopo averci pensato su decido di fare come gli organizzatori dello spettacolo e di puntare sul Duca di Mantova, che è una sorta di motore immobile della vicenda circondato da un nugolo di vespe impazzite che ronzano senza sosta per tre atti.
Così ho trasformato l'opera in una costellazione che ho disegnato alla lavagna: al centro Lui, poi gli altri.
Prima caratteristica: tutte le protagoniste lo amano, perfino Maddalena che si suppone abbia sviluppato un certo pelo sullo stomaco a forza di attirare uomini a casa perché il fratello Sparafucile abbia modo di ammazzarli a suo agio: anche con lei bastano due paroline dolci e ben cantate e già prega il fratello perché questa volta ammazzi il committente, invece della vittima designata******.
E già mentre disegnavo alla lavagna la costellazione mi accorgo di una cosa che non avevo mai notato: il Duca viene perfettamente descritto già nei primi dieci minuti dell'opera. Inizia chiacchierando con un cortigiano di una bella ragazza che sta cercando di farsi (ed è Gilda, la figlia di Rigoletto), subito dopo va a corteggiare la contessa di Ceprano sotto lo sguardo piuttosto risentito del marito, spiega poi a piena voce che questa o quella per lui pari sono e definisce la costanza come un tiranna del cuore morbo crudele predicando invece le gioie del libero amore. Subito dopo veniamo a sapere che ha anche un'amante più o meno ufficiale lì a corte. 
Nel secondo atto apprendiamo che ci ha pure una una legittima consorte che, molto saggiamente, quando gli vuol parlare manda prima un paggio ad avvisarlo, e infine nel terzo atto scopriamo che nei pochi giorni coperti dalla vicenda ha anche messo gli occhi su Maddalena. A tutte (tranne che alla moglie, che del resto non compare mai in scena) canta bellissime canzoni d'amore appassionate e tutte abboccano come carpe - compresa Maddalena che, a giudicare da quel che sappiamo di lei, un po' di mondo l'ha pur visto.
In più, durante le due ore e qualcosa che dura l'opera, lo vediamo sempre maravigliosamente involto in pasticci sentimentali ma mai, nemmeno per un minuto, intento ad occuparsi di alcunché che riguardi la gestione del suo ducato*******.

Più variegati i sentimenti che nutrono i personaggi maschili nei suoi confronti:  Rigoletto in parte lo ammira, in parte lo invidia e un po' lo detesta (insomma in un certo senso lo ama anche lui), i cortigiani notte e giorno sembrano ossessionati dalle sue tresche e mai cessano di leccarlo e di raccontargli pettegolezzi e di reggergli il candeliere, poi c'è Sparafucile che, vivaddio, di lui se ne frega e vuole soltanto contentarlo... ma comunque accetta per una volta di deviare dalla (sua) retta via e di risparmiarlo, e infine il duca di Monterone, padre molto contrariato dell'amante ufficiale, che non lo ama affatto ma si rassegna al fatto che, alla faccia della maledizione che gli ha lanciato, il Duca sia destinato a vita lunga e felice. 
E il Duca, si ama? Parrebbe proprio di sì: sembra assai convinto di essere molto, molto ganzo e niente di quanto succede nell'opera gli fa cambiare minimamente idea. Nel suo caso, l'arco narrativo proprio non esiste, e alla fine dell'opera è esattamente come quando lo abbiamo incontrato all'inizio del primo atto: lo sentiamo cantare il ritornello de la donna è mobile mentre ritorna a palazzo, beatamente ignaro di essere scampato alla morte - e non resta che concludere che Monterone ha ragione e che il Duca ha una fortuna sfacciata. 
Gilda non si fa problemi e ama tutti: suo padre, il Duca... nemmeno porta rancore a Maddalena, anzi stabilisce che, se perfino Maddalena, che è una donnaccia, prega per la vita del Duca, tanto più lei, Gilda, è tenuta ad aiutarlo. E lo aiuta. Con risultati che magari possono non sembrare pienamente positivi allo spettatore, ma lei ragiona in modo diverso e alla fine riesce a rimanere fedele al suo sogno - e a realizzare il sogno di quasi qualunque personaggio di Verdi, ovvero morire.
La classe esamina il campo di forze alla lavagna e discute. Naturalmente ben presto viene fuori la Grande Domanda che prima di loro si sono fatti intere generazioni di melomani: ma non è che Rigoletto si è messo nei pasticci da solo? 
"Se invece di tenere Gilda reclusa l'avesse lasciata libera di fare una vita normale, probabilmente lei e il Duca non si sarebbero incontrati mai".
"Possibile" convengo io "Ma avrebbe comunque incontrato qualcuno che le sarebbe stato dietro, magari il garzone di un calzolaio o un apprendista o roba del genere".
"E allora? Chiunque sarebbe stato meglio del Duca. Magari col garzone del macellaio sarebbe stata benissimo e avrebbe avuto una vita felice".
L'obiezione è molto valida, ma non so come spiegargli che Rigoletto non voleva solo evitare che Gilda si innamorasse del Duca di Mantova, voleva evitare che si innamorasse di chiunque. Non doveva contaminarsi (ma Gilda non è comunque tipo da farsi contaminare, muore innocente così come innocente è nata e vissuta).
Son cose difficili da spiegare a dei ragazzi di dodici anni, che comunque anche così hanno colto il centro della questione: in quelle condizioni, Gilda diventata una preda predestinata del Duca, e Rigoletto cercando di evitarlo ha manovrato in modo da rendere un incontro col Duca quasi inevitabile. 
Così, dopo aver convenuto con tutti loro che cercare a tutti i costi di evitare qualcosa è un ottimo modo per sbatterci contro le corna, passo agli ascolti, non senza avergli ricordato che parlare con i genitori è sempre importante******** che è poi la chiave dell'interpretazione dello spettacolo che vedranno di lì a un paio di giorni.

* che da qualche anno chiedono cifre abominevoli, e anche il comune di St. Mary Mead si è fatto assai più tirchio
** il quale dramma in verità aveva avuto a sua volta notevoli guai, tanto che era stato direttamente vietato. Hugo non la prese benissimo, e ci scrisse su una dissertazione lunga e fitta di argomenti secondo me più che validi.
*** chiamansi così i ruoli di giovani maschi cantati da contralti o soprani - per esempio Cherubino nelle Nozze di Figaro.
**** ma del resto, quando mai la musica non ha avuto una forte rilevanza politica? Davvero non c'era motivo che proprio il Risorgimento italiano facesse eccezione.
***** e qui si potrebbe discutere a lungo sul diritto del prigioniero a tentare la fuga e sulla singolare incapacità degli adulti di organizzare una sorveglianza ragionevole ma non troppo appariscente, che del resto è un tema tuttora molto attuale.
****** proposta cui Sparafucile ribatte indignato "Che diavol dicesti? Un ladro son forse? Son forse un bandito?" e se è pur vero che Sparafucile non è un ladro, purtuttavia per un uomo che uccide su commissione "bandito" non è una definizione del tutto fuori luogo.
******* al contrario del governatore di Boston del Ballo in maschera che, per quanto indubbiamente innamorato, è sempre occupatissimo con questioni politiche e amministrative.
******** e per la verità Gilda ci prova in diverse occasioni, ma Rigoletto è il classico personaggio che, almeno con sua figlia, non risponde mai alle domande che la poverina gli fa.

martedì 27 dicembre 2022

Gioca Jouer con i Longobardi, ovvero la Pesca Miracolosa


All'inizio del 1981 Claudio Cecchetto, da tempo dj di gran rinomanza ma ancora agli inizi di quella che è una brillante carriera tuttora in corso, si ritrovò a presentare il suo secondo festival di Sanremo e decise di occuparsi anche della sigla di apertura con un brano intitolato Gioca jouer.
Si trattava di una di quelle canzoni che alle mie orecchie non aveva alcun senso: non certo perché disapprovassi la musica disco, che anzi ne ascoltavo a carrettate e talvolta pure ne compravo; e nemmeno avevo niente contro le canzoni frivole, ché anzi più di una mi spinse ad aprire il mio scarno portafogli dove tuttavia qualche soldino per un disco c'era  sempre. Ma insomma Gioca jouer era una canzone che non mi capacitavo potesse minimamente interessare qualcuno. A quei tempi però l'offerta musicale via radio era talmente ampia che riuscii senza fatica a scansarla. Altri comunque la apprezzarono e fu un discreto successo, ma non di quelli che bucano gli anni - o almeno così credevo, ma è noto che ci sono anche successi che maturano lentamente, quasi sottotrama.

Quarant'anni dopo mi sono trovata una sera a cercare qualche piccolo video sui longobardi per alleggerire la lezione del giorno dopo, e come sempre per la storia medievale, prima di tutto ho bussato alla porta del prof. Barbero che alla rete risulta assai gradito. Chiaramente mi servivano dei riadattamenti più che una di quelle ottime conferenze di un'ora e passa che alle mie due prime di quest'anno sarebbero improponibili.
Prima di tutto ho tirato su con la rete un video mignon di introduzione che qualche benefattore sembra avermi tagliato su misura:
Breve ma ricco di spunti: il tema delle raffigurazioni del Medioevo, Teodolinda e Monza (con la corona ferrea che piace sempre e di mio ci posso aggiungere un piccolo excursus sulle forme delle corone) e infine le parole longobarde, che alla fine restano l'eredità più duratura che quel popolo ci ha lasciato insieme al suo nome.
Sempre sul tema delle parole ripesco poi due video già usati in precedenza e che fanno appunto parte del Barbero rifatto, ovvero pezzetti di conferenze cui sono stati applicati effetti speciali - e il primo riguarda specificamente le parole di guerra, sulle quali non è irragionevole insistere considerando che quasi tutte le abbiamo prese da loro:
è un video che si occupa più di parole longobarde in generale e che usa appunto come base Gioca Jouer, con un montaggio davvero brillante:

Mentre carico, una volta di più mi domando distrattamente chi sarà mai quell'oscuro benefattore che ha pensato di ripescare dalla naftalina l'ormai dimenticata pur se benemerita Gioca jouer quand' ecco che mi salta agli occhi un nuovo suggerimento: Gioca Jouer con Alessandro BarberoIncuriosita clicco e...


Ebbene sì, ci abbiamo pure le varianti, e vedere il buon Cecchetto che dalla sua postazione direttiva fornisce un quadro essenziale dell'argomento per poi passare all'elenco delle parole longobarde mi ha fatto molto ridere, così per non sbagliare metto anche quello sulla Classroom, iniziando a nutrire in cuor mio il sospetto che forse il successo di Gioca jouer è stato più duraturo di quanto non mi fosse sembrato a suo tempo.
La mattina dopo la conferma arriva: la classe guarda il video introduttivo, ascolta con paziente attenzione i miei tramezzi, guarda divertita i video...
"Prof, ce lo rimette e ce lo lascia ballare?".
"Volentieri" Barbero e Cecchetto ripartono con la loro lezioncina, i ragazzi ballano con impegno, poi suona la campana e apro la porta della classe.
"Prof, ci mette la versione originale, così balliamo anche quella?".
Li guardo assai sorpresa "Conoscete la versione originale?".
"Sì, certo!".
Naturalmente carico la versione originale, perché il cliente ha sempre ragione.
Un successo più duraturo di quanto mi fossi resa conto, in effetti.

* sì, mi rendo conto che parlare nella stessa frase di "carriera ancora agli inizi" e di "presentare Sanremo" sembra una contraddizione in termini, ma in quegli anni Sanremo era decisamente in fase di magra, e proprio nel triennio 1980-82 in cui lo presentò Cecchetto le sue quotazioni ripresero vistosamente a salire. Non ho idea se ci sia un collegamento tra le due cose ma il sospetto viene spontaneo, considerando la caratteristica costante di Cecchetto di trasformare in oro qualsiasi cosa toccasse

mercoledì 13 aprile 2022

La grande fortuna di essere musicisti

Quella che passerà alla storia come l'operazione militare speciale della Russia in Ucraina presenta invero dei tratti piuttosto insoliti, tra cui quello di essere una guerra raccontata (anche) dai social, e nei più vari modi. 
A tal proposito vado adesso a raccontare una storia molto edificante che, nella follia delle infinite voci di corridoio che si rincorrono, presenta la curiosa caratteristica di essere rigorosamente vera e controllabile passo per passo.

Il protagonista di questa vicenda si chiama Andriy Khlyvnyuk, ha 42 anni, è sposato e padre di una bambina.
Ha anche una splendida voce e infatti fa il cantante in un gruppo, i BoomBax: una rock band ucraina assai apprezzata in zona russa,anche se decisamente sconosciuta da noi, almeno fino a qualche settimana fa.
Pochi giorni prima dell'invasione russa i BoomBax fecero un concerto nell'ormai tristemente celebre teatro di Mariupol, per poi partire per un tour negli USA.
Quando Andriy seppe che il presidente dell'Ucraina Zelensky aveva indetto la mobilitazione totale dei cittadini abbandonò il tour e tornò in patria e fu proprio in occasione di questa sua scelta spontanea che molti in occidente appresero della sua esistenza in vita. Al momento lavora nella polizia di Kiev pattugliando la città e si è anche preso qualche scheggia di granata ma nulla di molto grave, a quel che ho capito.
Siccome è un marito, un padre, un bravo cittadino ma anche e soprattutto un musicista, appena arruolato si fece un piccolo video: vestito in divisa, nella piazza della cattedrale di Santa Sofia, con la cupola dorata in sottofondo, cantò a gola spiegata una canzone ucraina molto famosa - una quarantina di secondi a dir tanto. Poi postò il video su Instagram.
Il video fu un grande successo e in tanti, ucraini ma anche russi, bielorussi, lituani, moldavi eccetera lo postarono e ripostarono rimbalzandolo sempre con grande successo tra un social e l'altro.


La canzone all'apparenza non è una canzone di guerra - anche se è stata scritta proprio durante la Grande Guerra nel 1914, da Stepan Charnetskii; paragona la gloriosa Ucraina ad un viburno rosso che è stato un po' maltrattato ma che presto rifiorirà più bello di prima. Di solito è cantata con un certo struggimento, mentre Andriy ne dà una versione vivace, allegra e soprattutto determinata - insomma, una perfetta rappresentazione della resistenza ucraina come la vediamo da quaggiù.

Il viburno non è una pianta conosciutissima da noi; o meglio, da una trentina d'anni è diventato molto di moda nei giardini ma probabilmente è chiamato in altro modo, se pure è chiamato. Ad esempio  i miei genitori piantarono una sontuosa siepe di viburno in giardino ma mai tale parola venne pronunciata in famiglia, a quel che ricordo, anche se tutti eravamo molto fieri di quella bella siepe lussureggiante.
Non solo ha dei bei fiori bianchi e rossi che poi diventano bacche rosse e blu, ma a un certo punto dell'anno le sue foglie passano da un verde lucido ad un altrettanto rosso lucido
Confermo che è una pianta molto forte e di una resistenza davvero encomiabile: sopporta il freddo, sopporta il caldo e continua risolutamente a farsi la sua vita alla faccia di tutti. Ad ammalarsi non ci pensa nemmeno. Persino io, credo, potrei tenerne una senza ammazzarla nel giro di pochi giorni come faccio inevitabilmente con qualsiasi vegetale mi passi tra le mani.

Come stavo raccontando, il video rimbalzò in rete in lungo e in largo e pochi giorni dopo Andriy ricevette una telefonata da David Scott, un musicista del Sud Africa che come nome d'arte si è scelto The Kiffness e che fa brani di quel tipo che si chiamano campionature - una tecnica curiosa che prende suoni o pezzi di altri brani e li ritocca variamente. Tra le altre cose ha fatto cantare anche un gatto e un cane, per intendersi. Comunque gli chiese il permesso di lavorare su quel piccolo video, e il ricavato dei diritti d'autore sarebbe stato devoluto alla causa ucraina. 
L'autorizzazione fu concessa e ne venne fuori un tipico video dei giorni nostri, dove il musicista suona dalla sua stanzetta accompagnando con la tastiera Andriy che canta nella piazza, prima con  batteria, poi con una base e infine con la sua voce raddoppiata, e ci mette anche un assolo di tromba. Il video è corredato dal testo in ucraino e in inglese e da notizie varie sul musicista e sul fatto che il ricavato servirà a finanziare la resistenza ucraina. 
Ne è venuto fuori un  brano molto partecipato, con un bel piglio agguerrito e di grande impatto.


Al momento  conta sei milioni di visualizzazioni (in rapida e costante crescita) ma è stato caricato in lungo e in largo anche in molti altri canali e ogni mattina mi racconforta mentre prendo il caffè - perché è una canzone che riesce ad essere insieme solenne e molto vitale. Sul piano finanziario inoltre i risultati sono stati decisamente lusinghieri.
A sua volta questo video è stato campionato nei più vari modi ma anche cantato in altre lingue slave, e insomma i più vari cori e gruppi si sono lanciati a farne versioni con o senza Andreiy.

E poi un giorno Andriy ha ricevuto una nuova telefonata, stavolta da David Gilmour - sì, il chitarrista dei Pink Floyd. Anche lui gli chiedeva il permesso di usare il video eccetera eccetera. Perché i Pink Floyd hanno ufficialmente chiuso l'attività da molto tempo, ma Gilmour e Mason volevano  fare qualcosa a sostegno della causa ucraina. Tra l'altro Gilmour e Andriy si erano quasi conosciuti a Londra qualche anno fa in un concerto di solidarietà legato alla causa bielorussa; o meglio Gilmour aveva suonato con i BoomBox mentre Andriy era rimasto a casa per problemi di visto.
La canzone è uscita l'8 di Aprile, e proprio come nella campionatura di The Kiffness, i musicisti hanno lavorato senza Andriy ma usando il suo video. Oggi si può fare, e in qualche modo funziona tutto lo stesso: Hey Hey Rise Up non è certo una canzone cui manca l'anima.


Siccome ci sono di mezzo i Pink Floyd (o almeno due terzi di quel che resta dei Pink Floyd) ne è venuta fuori una roba molto più seria: studio di registrazione, immagini della guerra, una piccola introduzione con un coro slavo che accenna la canzone eccetera. La struttura del video comunque è molto simile a quella di The Kiffness anche se la batteria non è affatto sintetica e l'assolo è di chitarra e invece di riprendere la melodia originale in un certo senso la continua e la amplia.
Il video di Andreiy, leggermente rallentato, assume un tono molto più solenne e sfumato ma anche il senso di una volontà inflessibile. Il risultato è più struggente e solenne, ma altrettanto glorioso e ricco di speranza.
Inutile dire che il successo è stato vieppiù lussuoso e i diritti d'autore meglio che mai.

Una canzone (tre canzoni, nel caso specifico. O forse molte di più, perché le versioni del viburno rosso che imperversano in rete sono ormai infinite) fa molto di più che raccogliere fondi per una nobile causa perché riesce a parlare del passato, del presente e del futuro nello stesso tempo, toccando quelle zone del cuore dove solo la musica riesce ad arrivare.
E tutto ciò senza i social non sarebbe mai stato possibile.

lunedì 13 dicembre 2021

Diario di Natale - 11 - Do They Know It's Christmas Time? ovvero il Senso di Colpa del Natale


It's Christmas time, there's no need to be afraid...

Mentre attraversano il Sobborgo Agonia e guardano gli smunti bambini che lo popolano, Qui Quo e Qua si sentono tre grassi porcellini, con garbata citazione di uno dei più popolari cartoni della Disney all'epoca. Questa scomoda sensazione li spinge a cercare di fare qualcosa per rimediare.
La stessa sensazione colpì con forza gli spettatori della BBC quando, nel Novembre 1984, guardarono uno straziante documentario sulla carestia allora in corso in Etiopia. Tra gli spettatori c'erano anche Bob Geldof e Midge Ure, leader rispettivamente dei Boomtown Rats e degli Ultravox. I due convennero che andava fatto qualcosa e siccome erano musicisti scrissero una canzone per devolvere l'incasso a favore degli etiopi affamati. Poi Bob Geldof chiamò un po' di colleghi e il 25 Novembre registrarono la canzone.
Stando al racconto che ne fa Bob Geldof nella sua autobiografia, il disco uscì praticamente aggratis, compreso l'imballaggio dove molti operai fecero degli straordinari non retribuiti - insomma, fu un pacco dono molto riuscito ed ebbe un grande successo.
Questa è la copertina (regalata dall'autore, naturalmente):
Rappresenta perfettamente lo spirito della canzone: sullo sfondo, la paccottiglia del Classico Natale Vittoriano (tutti quelli che lavorarono al progetto erano inglesi), in primo piano due bambini molto denutriti e malmessi che sbocconcellano la loro magra porzione. Il pasciuto Occidente apriva una finestra sul resto del mondo e rabbrividiva, travolto da un irragionevole ma forte senso di colpa. Né Bob Geldof né Midge Ure né alcuno dei musicisti, tecnici, operai e disegnatori che lavoravano al progetto Band Aid avevano l'ombra di una responsabilità diretta della carestia in Etiopia, e tuttavia restava il fatto che anche il più sfigato di loro era messo infinitamente meglio dei due bambini sulla copertina del disco.
Il testo della canzone ricama appunto su questo tema: è Natale, siamo tutti sereni, pieni di pace e di amore per il mondo; e poi ci sono loro, quelli che vivono in un mondo dove niente cresce, l'acqua non scorre e i rintocchi delle campane sono a morto; bene, stanotte ringrazia dio che è toccato a loro e non a te:

Well tonight thank God it's them instead of you

canta Bono Vox nel verso centrale (e sulla nota più alta).

Questo è il celebrissimo video, dove una lunga serie di cantanti e strumentisti assonnati e vestiti con gli abiti di tutti i giorni, all'epoca tutti ai primi posti nelle classifiche del mondo che non conosceva carestie*, cantarono e suonarono con grande impegno e dedizione alla causa. L'ho sempre amato molto perché per me erano tutti volti conosciutissimi e molto cari, quasi tutti miei coetanei, e le loro voci erano la mia colonna sonora di tutti i giorni. Vederli tutti insieme, ognuno con la sua coppia di versi che cantava a modo suo mi piacque moltissimo. Al di là della nobile causa, era un esperimento musicale davvero affascinante:
Anche il testo mi è sempre piaciuto molto, proprio per questo descrivere l'angoscia del povero cittadino occidentale che nel profondo del suo cuore ringrazia assai Dio perché è toccato a loro e non a lui - ma che soprattutto non riesce assolutamente a capire perché debba comunque toccare a qualcuno e vorrebbe tanto fare qualcosa per evitarlo.

Il seguito della storia è meno entusiasmante: Bob Geldof raccolse effettivamente una quantità immane di soldi, prima col disco e poi col concerto, e anche da altri paesi i musicisti si mossero per raccogliere soldi, conseguendo lusinghieri risultati. Raccogliere soldi non è mai stato il problema: la vera difficoltà è farli arrivare nelle tasche giuste, o anche semplicemente farli arrivare;  anche in quel caso fu complicato e non tutti i soldi arrivarono dove dovevano. A distanza di quasi quarant'anni, nel Corno d'Africa continuano a fare la fame e la guerra come principali attività né si vedono concrete speranze di una svolta positiva a breve termine.
D'altra parte a volte è difficile anche aiutare i gatti randagi sotto casa, figurarsi chi sta all'altro capo del pianeta, ma questo non è un buon motivo per non provarci.

* mi sembra si chiamasse la British Invasion. Ad ogni modo in quegli anni i musicisti inglesi avevano invaso il mondo come cavallette. Io li amavo praticamente tutti, incondizionatamente.
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mercoledì 8 dicembre 2021

Diario di Natale - 6 - Il Messiah di Händel

 

L'immagine rappresenta fedelmente un gruppo di spettatori del Messiah al termine della rappresentazione in tempo di Natale. Si scioglieranno in primavera, forse.

Non ricordo esattamente quando il Messiah di Händel è entrato nella mia vita, ma probabilmente facevo le medie. Ad un certo punto però si è indissolubilmente attaccato al Natale e da allora Natale non è Natale senza averlo ascoltato dall'inizio alla fine in un qualche momento delle feste. Per un certo periodo anzi, quando abitavo a Firenze, me lo andavo ad ascoltare in chiesa.
Perché in chiesa? 
Perché la musica sacra si addice alle chiese: mentre ascolti ti guardi intorno e come l'orecchio si ricrea ascoltando l'armonia dei suoni, così l'occhio può posarsi affreschi, pale e decorazioni e non è raro il caso in cui i dipinti guardati raffigurino proprio le storie che si stanno ascoltando. In chiesa inoltre si possono ascoltare  orchestre e cori specializzati in musica sacra, che girano l'Europa su circuiti che molto raramente approdano nei grandi teatri lirici - almeno, così succede in Italia.
Ho ascoltato un paio di Messiah al Comunale di Firenze, e non sarebbe giusto dire che non erano fatti bene. Ma un coro lirico - e quello del Comunale è tra i migliori d'Italia - non è fatto per la musica sacra, almeno non per quella del Settecento, così come i grandi solisti, quelli abituati a fare Mozart, Verdi e Wagner e che a volte partecipano a incisioni particolarmente blasonate, a conti fatti rendono meglio nel loro repertorio abituale.
Ci sono poi da considerare gli strumenti: quelli di un'orchestra moderna sono diversi e hanno di conseguenza un suono diverso. Molto meglio gli strumenti originali dell'epoca; che richiedono però persone abituate a suonarci.
L'ideale quindi è un'orchestra (relativamente piccola) che dispone di strumenti originali, coro e cantanti inglesi o tedeschi e solisti specializzati nel settore.
Strumenti meno sonori e voci più piccole, che in un grande teatro moderno si perderebbero. In una chiesa di dimensioni medio-grandi rendono invece al loro meglio. Il suono è più leggero, più pulito e più scandito.
Per i teatri va meglio Wagner, secondo me.
Per un certo periodo della mia vita ho frequentato molti musicisti, e ho assistito e in un certo senso partecipato a diverse edizioni natalizie del Messiah suonato con strumenti originali e cantato da cantanti inglesi... e dal coro della Scuola di Musica di Fiesole - che non era esattamente un coro inglese, ma secondo me come cantavano loro l'Hallelujah sfondando i timpani a tutti gli ascoltatori fino in fondo alla navata non lo ha mai cantato nessuno: ci mettevano davvero l'entusiasmo giusto, ed erano intonatissimi anche se alla fine dell'esecuzione erano leggermente bluastri in viso.

Il Messiah è un oratorio in lingua inglese scritto da Georg Friedrich Händel nel 1741 su un bel testo scritto da Charles Jennens basato sulle Scritture, e più esattamente sulle Scritture del rito inglese (Bibbia di re Giacomo e Salmi nella versione del Book of Common Prayer); parla, guarda caso, dell'arrivo del Messiah; più esattamente della sua nascita, morte e resurrezione, e anzi sembra che sia nato soprattutto per essere cantato in tempo di Pasqua. Ciò è in effetti altamente consigliabile per i motivi che andrò a spiegare più avanti, ma di sicuro non risulta fuori posto nemmeno a Natale:


La musica è un magnifico impasto di gioia e di solennità e spazia dall'entusiasmo per l'arrivo del Bambino al triste ricordo di come fu da adulto colui fu disprezzato, rifiutato e condannato; il celebre Hallelujah al cospetto di sì lieto evento 


si contrappone alla pacata constatazione che la Morte ha perso il suo pungiglione in un duetto decisamente al limite dell'impossibile


e le trombe ci annunciano che presto tutti noi saremo cambiati

(sospetto che sia almeno la terza volta che carico questo video sul blog)

Si tratta di una musica ad alto potere curativo: "Comfort ye" sono le prime parole del libretto e chi ascolta si ritrova guidato su una strada lunga e luminosa da cui esce come rigenerato.
Se sopravvive, intendo.
Perché le belle esecuzioni nelle belle chiese in inverno presentano qualche criticità: fa freddo. Molto freddo.
Oh sì, le chiese sono riscaldate - così ti assicurano, mentre paghi il biglietto. E le vedi, tutte intorno all'altare e sui bordi delle navate, le lampade a spirito e le piccole stufette. Utilissime in una chiesa alta qualche decina di metri, come no.
A seconda della scelta della versione e dei tempi di esecuzione un Messiah va dalle due ore alle due ore e mezzo. A teatro l'ultimo dei problemi degli spettatori è il freddo e ci si possono permettere veli, scollature, maniche corte e tessuti finissimi. In una chiesa d'inverno verso le dieci di sera no. Sì, certo, golf e cappotto, e scarpe imbottite. Ma due ore e mezzo fermi e seduti in una gelida chiesa invernale sono una vera prova di carattere.
Il problema non è solo per gli spettatori (e i coristi, poverelli): anche i delicati strumenti dell'epoca si scordano molto facilmente col freddo e per gli strumentisti è una continua lotta per mantenere l'accordatura.
A Pasqua, va riconosciuto, è tutto un altro vivere.

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domenica 8 agosto 2021

8 Agosto 2021 - Giornata Mondiale del Gatto: gatti in musica (luuungo)


In occasione della Giornata Mondiale del Gatto ho pensato di presentare, invece del solito post zuccherino su quanto son belli i gatti, una piccola selezione personale di musiche dedicate appunto ai gatti negli ultimi secoli.

Cominciando con un falso storico, ovvero la Fugue du chat di Scarlatti; che è una fuga, ed è di Scarlatti, ma che non si chiamava così nelle intenzioni dell'autore.
Si tratta della Fuga in Sol minore, K. 30 L. 499, composta nel 1739. Qualche decennio dopo apparve la denominazione Fuga del gatto con relativa leggenda che racconta di come Scarlatti la componesse ispirandosi al suo micio Pulcinella (che è davvero esistito e di cui Scarlatti faceva gran conto) che amava passeggiare sulla tastiera - come fanno del resto tutti i gatti che hanno una tastiera a disposizione. L'andamento del pezzo è comunque molto felino:


Un buon esempio di Fuga del Gatto sulla Tastiera l'abbiamo anche nel film de Gli Aristogatti


che include anche una bella canzone dedicata al giusto sentimento che spinge ognuno di noi a desiderare di essere un gatto


ed esplora il rapporto dei gatti con lo swing, il jazz e la musica d'atmosfera.
E già che si parla di Aristogatti, è giusto aggiungere anche la sigla cantata nientemeno che da Maurice Chevalier


Molte volte i gatti sono stati messi in musica. Abbiamo per esempio il musical Cats mandato in scena con gran successo nel 1980 da Lloyd e Webber. Grandi musicisti, che si basavano sui testi di T.S. Eliot, nientemeno. Belle le poesie di Eliot, belle le canzoni, ma a dir la verità quelli non sono gatti, sono umani con la coda. Così, giusto per onor di bandiera, posterò soltanto la canzone più famosa, cantata da Elaine Page vestita da gatta triste e malandata:


Altra canzone struggente su una gatta ci arriva dai Queen. Il gattaro ufficiale del gruppo era Freddie Mercury, che a una delle sue gatte preferite dedicò Delilah che non è probabilmente il loro più grande capolavoro  (anche se Freddie miagola molto bene). Tuttavia Brian May da ragazzo aveva avuto una gattina di nome Squeaky, purtroppo morta giovane. La versione originale della canzone venne pubblicata nell'album News Of the World e per il 40° anniversario della pubblicazione venne fatto un cartone animato, che aveva anche una versione cantata da Freddie. Entrambe le versioni hanno i loro specifici pregi, ed entrambe mi sono sempre parse molto commoventi perché un adulto che ricorda l'amico scomparso nella sua prima giovinezza (ma anche l'amico umano scomparso a quando ormai la giovinezza stava finendo) compie uno strano gioco di specchi che lo porta a piangere la sua stessa morte, ma anche a sperare la rinascita e la riunione alla fine di tutto. Secondo i fan, i quattro uccelli che alla fine del video volano insieme nel sole sono i quattro Queen (e il robot a terra naturalmente è Freddie), e comunque nel cartone animato si vede benissimo che il senso è quello.



I Queen non sono stati gli unici a dedicare una canzone a un gatto amato e poi perduto: verso la fine degli anni 80 un gruppo di Prato, "Edipo e il suo complesso" scelse di fare la cover di un celebre brano degli U2. Il brano riscosse un certo seguito e veniva spesso trasmessa anche dalle radio locali. Il titolo è M'è morto il gatto, e la canzone è cantata in purissimo vernacolo fiorentino. Ricordo che l'ascoltai pochi giorni dopo la morte dell'amata Giselle ed ero seriamente incerta se ridere o piangere - nel dubbio, feci entrambe le cose.


Parliamo adesso di gatti disagiati e maltrattati, dalla sorte ma anche dagli umani.
Quella che segue è stata definita da un critico musicale l'unica canzone di protesta del 1968 che ha avuto un successo duraturo


tanto che il successo dura tuttora: la canzone viene continuamente citata, il celebre ritornello sei per sette quarantadue è ancora d'aiuto per chi studia le tabelline e il titolo è usatissimo come nome per le associazioni per la tutela dei felini, per le linee di cibo per gatti e c'è pure una serie animata che va in televisione. La canzone parla di gatti randagi che si organizzano per rivendicare il loro diritto ad una vita migliore.
A volte però una vita migliore ci si può conquistare anche in proprio, utilizzando bene le opportunità offerte dalla sorte - com'è il caso della Gatta Cenerentola di Roberto De Simone, arrivata in scena nel 1976, in cui Cenerentola, stabilito che c'è chi nasce cane e chi nascette gatta, e che lei è nata gatta e non canillo, aspetta fiduciosa di acchiappare il sorcetto che la sorte prima o poi le manderà - e infatti tradizionalmente ai gatti è attribuita la virtù della paziente attesa


In altri casi invece quello che per il gatto è un gioco viene volutamente frainteso e interpretato come un malessere psicologico - ed è così che Giorgio Gaber ha scritto una canzone che descrive in realtà una tipologia umana (quella che oggi viene classificata come hater). La canzone è tuttora molto attuale e mi riprometto di usarla quando in classe si parla di bullismo.


E infine ci sono anche gatti danneggiati dalla stupidità umana. E' il triste caso cantato da Modugno in due pregevolissime versioni (dialetto e italiano) nei 1961



Com'è noto però i gatti neri hanno anche moltissimi estimatori, e al loro fascino esclusivo è dedicato uno dei classici immortali dello dello Zecchino d'Oro (edizione 1969)

La canzone ha anche avuto un grande successo all'estero e conta molte cover nelle più svariate lingue (specie in Asia). Qui una versione multilingue,


ma la canzone è stata reinterpretata davvero in vari modi. Ecco per esempio la versione coreana


Passiamo adesso a quelle canzoni dove i gatti descrivono sé stessi e il rapporto (molto soddisfacente, di solito) che hanno con la loro gattità: per esempio nel bel film La gabbianella e il gatto del 1998 (un film davvero molto gattoso e che dell'identità felina vera o presunta fa uno dei temi principali) questa è Siamo gatti scritta e cantata da Samuele Bersani


Della gattità si erano già occupati i musicisti barocchi. Per esempio Richard Brown in un delizioso quadretto di vita notturna, con gattini innocenti che si ritrovano la notte per fare le fusa insieme:


Ci sono poi canzoni dedicate allo stupore e l'ammirazione che gli esseri umani provano verso quella splendida creatura che è il gatto. In Rejoice in the Lamb di Britten uno dei brani è appunto dedicato al gatto Geoffrey esaltato dal suo umano (nel Settecento) come esempio dell'armonia divina; musica sacra, dunque.

For I will consider my cat Jeoffry.
For he is the servant of the living God.
Duly and daily serving him.
For at the first glance
Of the glory of God in the East
He worships in his way.
For this is done by wreathing his body
Seven times round with elegant quickness.
For he knows that God is his saviour.
For God has bless'd him
In the variety of his movements.
For there is nothing sweeter
Than his peace when at rest.
For I am possessed of a cat,
Surpassing in beauty,
From whom I take occasion
To bless Almighty God.*

 

Molto meno sacrale ma estremamente realistica è invece la canzone Gatto Matto di Roberto Angelini, che nel 2003 riscosse un enorme e meritato successo e che descriveva fedelmente la convivenza col suo gatto:


(no, nel video non ci sono molti gatti anche se è comunque piuttosto gradevole. Cercando su YouTube comunque le versioni gattate abbondano).

Lo strumento scelto da Prokov'ev per illustrare il gatto in Pierino e il lupo è il clarinetto

Lo cito soprattutto perché la composizione è ancora famosissima, a quasi un secolo di distanza, e tuttora gli studenti di tutto il mondo se lo ritrovano davanti nei loro primi approcci con la musica classica. Il gatto è un personaggio abbastanza secondario, ma il suo tema è di quelli che rimangono impressi per la vita.
Anche Rossini dedicò una composizione ai gatti: si tratta del Duetto buffo, di solito eseguito da due soprani o da voci bianche. Ce ne sono molte versioni, anche con cantanti assai famose, ma si può interpretare in molti modi: come una discussione, un litigio oppure come un corteggiamento.
Qui ho messo la mia versione preferita, dove la regia è assolutamente geniale:


Molto famosa è anche la versione animata da Lele Luttazzi


In questo modo ho introdotto l'ultimo tema: gatti e amore. Si tratta di un sentimento che i gatti vivono con molta intensità e che spesso finisce per coinvolgere anche i vicini dei loro umani - oggi meno perché molti gatti accasati nelle famiglie vengono sterilizzati, ma siccome i gatti continuano ad essere molto numerosi il rituale del corteggiamento deve essere ancora piuttosto diffuso.
In questa canzone dell'inizio del secolo viene descritto molto bene il comportamento usuale di un gatto innamorato


ma la vera e perfetta canzone dei gatti innamorati naturalmente è Lovecats dei Cure


Durante il lockdown dell'anno scorso la Ukulele Orchestra in Great Britain ne ha fatta una cover dove ognuno suonava a casa sua in uno sfondo il più gattoso possibile; la bravura della Ukulele Orchestra nel reinterpretare brani assai famosi è davvero notevole, e insomma per quanto i Cure siano senz'altro una delle vette della musica contemporanea, la versione ukulele mi piace più dell'originale


Per chiudere la carrellata, una canzone molto felina di Lucio Battisti uscita nel 1978 nell'album Una donna per amico. Il ritmo, l'orchestrazione e perfino il testo sono davvero ben misurati e solo molti, molti anni dopo, riascoltandola per puro caso mi resi conto che non si limitava a descrivere la singolare capacità del gatto nello spadroneggiare in casa, ma parlava di un particolare tipo di gatto, ovvero quello a due zampe: un caro, carissimo amico, molto discreto e talmente simpatico che si finiva sempre per invitarlo perché tanto abbiam tempo per star soli. Il narratore si rende conto benissimo di dove il gatto vuole andare a parare, ma capisce anche che avvisare la sua ragazza sarebbe una grave mancanza di stile, perché implicherebbe che la ragazza non è capace di gestire la situazione da sola - e intanto il gatto conduce con fare felpato il suo corteggiamento e se la ragazza è innocente non c'è dubbio che ci cascherà e davvero il gatto riuscirà a farci quel che vuole.
Non esiste un video originale, ma il video amatoriale composto da disegni di Vladimir Rumyancev secondo me rende molto bene l'idea.


(Eh sì: immagino di non aver capito di cosa parlava la canzone perché se la ragazza della canzone fossi stata io, avrei senz'altro abboccato come una carpa con assoluta innocenza. Sempre stata piuttosto ingenua, io).

 *il testo originale di Christopher Smart è molto più lungo.