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| Massimo Bordin se n'è andato* |
Per quanto cult fosse, comunque, non c'era davvero motivo che perdessi con sì insulso soggetto le belle ore della mattinata, che ai tempi dell'Università passavo principalmente a dormire dopo essermi addormentata ad ore invereconde.
Ad un certo punto della mia vita però cominciai a lavorare, ad orari irregolari, presso un centro di studi in qualità di bibliotecaria, sguattera e fattorina (come tutti là dentro, non è che a me fosse riservato un trattamento più indegno che agli altri) e insomma capitava spesso che la mattina fossi sveglia a fare colazione con qualcuno dei miei conviventi, e regolarmente la radio era sintonizzata su Radio Radicale, che quello passava: dalle sette e mezzo alle nove, poi alle dieci partiva la replica che durava fino alle undici e passa. In casa cominciammo a prenderci gusto, anche perché in Italia stavamo passando politicamente un periodo, diciamo, piuttosto buffo (che dura tuttora).
Immagino che le tifoserie politiche ci fossero sempre state, ma a me arrivavano piuttosto filtrate e soprattutto sapevo già in partenza chi aveva torto e chi ragione, chi era buono e chi cattivo. Non ti serve una rassegna stampa, se sai già tutte queste cose. In quegli anni però le tifoserie abbandonarono ogni ritegno e pudore e pian pianino, ascoltando i vari articoli (perché Stampa e Regime non si limitava ad accennare gli argomenti trattati dai giornali, ma leggeva ampi stralci di articoli, ottenendo spesso un effetto piuttosto perplimente per gli ascoltatori - specie quelli candidi e ingenuotti come me) nel mio animino fiducioso cominciò ad insinuarsi il sospetto che talvolta, ogni tanto, in qualche occasione, poteva pur capitare che anche i buoni fossero leggermente faziosi, che altre volte piantassero grane ignobili per cose che anche loro facevano e che quando facevano avevano l'aria di trovare normalissime, e che altre volte ancora piantassero dei gran casini apparentemente senza un perché. Insomma, continuai ad essere candida e ingenuotta (e lo sono ancora) ma cominciai a pormi qualche domanda, anche se molto raramente mi davo poi qualche risposta (ad avercele, le risposte, uno se le darebbe anche. Ad avercele).
La voce del presentatore, tal Massimo Bordin, era una bella voce di basso, piuttosto rilassante, e i suoi commenti erano assai vari: talvolta farciti di precedenti storici non sempre rassicuranti (ad esempio spesso qualche partito minaccia di "ritirarsi sull'Aventino" in segno di protesta che non è esattamente un buon presagio, visto come andò a finire chi si ritirò sull'Aventino ai tempi del Ventennio), talvolta di citazioni che l'ascoltatrice giovane avrebbe faticato assai a capire se non le fossero stati spiegati puntualmente e con grande chiarezza; spesso veniva commentata la pagina scelta dal giornale per trattare un argomento (se era pari o dispari, se era una delle prime eccetera) o venivano descritti gli effetti grafici, le foto, i rimandi iconografici contenuti nella foto. Per me, che di arti figurative sapevo quasi soltanto che esistevano, si apriva un mondo. Spesso poi venivano ricordati i precedenti di un argomento trattato, anche quelli di trenta o quaranta anni prima. Lì ero un po' meno spersa, perché in famiglia di politica si era sempre parlato, ma certo quando parlavano di quel che succedeva trent'anni prima io non li ascoltavo perché stavo nel box a giocare con i cubi o gattonavo per il salotto abbracciando le gambe dei tavolini e simili, e prima dei quindici anni il giornale lo usavo solo per avvolgerci oggetti delicati o per tenere al sicuro il tavolo quando adoperavo le tempere.
Altre volte infine Bordin ripercorreva le posizioni che i vari politici avevano tenuto su determinati temi nel corso degli anni, e lì c'erano spesso delle sorprese davvero divertenti; per tacere poi dei precedenti filosofici, giuridici, processuali e socioculturalbocciofili di certi temi.
Imparai così un sacco di cose, e col tempo venni perfino sfiorata dal dubbio che i buoni e i cattivi non fossero così facili da identificare sempre e con certezza.
Chiaro che, dopo aver ascoltato Stampa e regime tenuta da Massimo Bordin qualsiasi altra rassegna stampa risultava una roba insipida e inconcludente, perfino quando era tenuta apparentemente con lo stesso metodo ma da altre persone, che conoscevano meno la storia della repubblica italiana (e anche di parecchi altri stati, soprattutto europei). Non è che Taradash o Cappato siano dei poveri sprovveduti o non cerchino di fare un buon lavoro, ma certo il piatto che servono è meno sostanzioso. Quanto a Capezzone, che per lunghi anni diresse il Partito Radicale... beh, in effetti mi faceva sempre venire il latte alle ginocchia quando parlava, quindi non mi sorprendevo di non riuscire ad ascoltare la sua rassegna per più di cinque minuti senza ritrovarmi a pensare a tutt'altro o a decidere che era il momento giusto per telefonare a Ermengarda o a Cutberto, oppure che potevo riordinare quell'avvincente mucchio di scartoffie che ingombrava il tavolo e aggiornare i conti di casa (Capezzone faceva la rassegna di Domenica, e quindi purtroppo di solito non potevo andare a lavorare), o magari continuare a stirare ma ascoltando Radio One o qualche altra rispettabile emittente che mandasse un po' di musica decente.
Massimo Bordin strutturava la sua rassegna a rami: prima c'era l'indicazione degli argomenti più trattati, poi la recensione dei vari titoli degli articoli per ogni argomento, divisi di nuovo in rami: quelli irriverenti, quelli catastrofici, quelli lamentosi, quelli aggressivi... e quelli ingannevoli, soprattutto quando riportavano le cosiddette dichiarazioni-choc di cui poi non c'era traccia nell'articolo: poniamo "D'Alema confessa: 'mi piacciono gli uomini', poi andavi a leggere e scoprivi che D'Alema aveva detto "Sì, stimo X e Y e mi piacciono molto, trovo che abbiano fatto davvero un lavoro eccellente nella commissione Agricoltura"; così ho imparato che il titolo di un articolo identifica molto più dell'articolo stesso l'indirizzo politico, e magari anche il committente, del giornale che lo pubblica.
Seguivano poi i riferimenti ai radicali nei giornali (altrimenti detto "L'incrocio tra radicali e carta stampata" in gergo agricolo più che politico) - a volte poca roba, a volte quasi niente, a volte moltissimo, a volte dei veri deliri da ricovero in ospedale.
Si arrivava poi ai vari argomenti di politica interna, che di solito costituivano il piatto principale: la polemica sul 7 Febbraio, la polemica sulle ingerenze mafiose, il congresso del partito Rettiliano, la lite tra il ministro dell'economia e qualcun altro (perché il povero ministro dell'economia è sempre occupato a litigare con qualche altro ministro che vorrebbe che i soldi crescessero sugli alberi), la posizione della CGIL, la posizione di Confindustria, la crisi della Banca del Melarancio eccetera. Per ogni argomento che andava avanti da giorni Bordin ricordava all'ascoltatore dov'erano arrivati nell'ultima puntata, e quando un tema riemergeva dopo un silenzio carsico di qualche settimana o qualche mese ripercorreva le tappe precedenti. Ti ritrovavi a seguire certe storie a puntate che nemmeno Dickens e Dumas e improvvisamente ti accorgevi che, mentre quattro giorni prima tutti ti spiegavano che Renzi da tempo tramava per sbarcare sulla Luna, improvvisamente di nuovo tutti ti spiegano che era noto e stranoto da anni che Renzi era un grandissimo avversario di ogni forma di esplorazione spaziale e anzi aveva tagliato i fondi perfino alla NASA.
Piano piano le cose assumevano una forma, un senso, talvolta traspariva perfino (ma qui forse l'affetto mi fa velo e davvero sto esagerando) un embrione di logica in quel che stava succedendo.
Seguiva poi la politica estera, e infine gli ultimi minuti erano dedicati a commemorazioni, onorificenze, anniversari, interventi di intellettuali e simili. E dopo novanta minuti di rassegna stampa, per qualche misterioso motivo alchemico, l'ascoltatore non solo non aveva né un colossale mal di testa né un travaso di bile, ma si sentiva perfino affiorare un fondo di buon umore. Siamo un paese di pazzi, si sa, ma in qualche modo sembra che tiriamo avanti lo stesso.
A Massimo Bordin devo grande riconoscenza per le ore di svago che mi ha regalato, per le moltissime cose che da lui ho imparato e per avermi insegnato come anche il più complicato argomento si possa trattare in modo chiaro e perfino brillante anche quando ti rivolgi a dei poveri diavoli per loro fortuna abbastanza disinformati, nonché per avermi fatto capire qualcosa delle infinite complicanze in cui ogni giorno la politica è costretta a navigare - talvolta rischiando il naufragio, talvolta schiantandosi contro iceberg di tutti i tipi, talvolta riuscendo perfino a portare la navicella in porto, per quanto un po' ammaccata.
E dopo la sua morte gli devo anche la scoperta che quella rassegna dall'aria così tecnica non la ascoltavano solo gli addetti ai lavori, ma tanti comuni mortali come me che cercavano di capire qualcosa dello strano mondo che ci circonda. Dai social questi comuni mortali hanno fatto sentire la loro voce per ringraziarlo, il giorno della sua morte, e mi hanno aiutato a sentirmi meno sola e meno orfana.
Adesso Massimo Bordin non è più con noi. Di Stampa e regime come la faceva lui dovremo imparare a fare a meno, e ognuno dovrà elaborare il suo lutto come meglio gli riesce. Io, per provare a elaborarlo, ho scritto questo post, e mi è stato di grande conforto.
*ore 14.40 del 17 Aprile 2019
