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giovedì 16 dicembre 2021

Diario di Natale - 14 - Il fascino delle candele


Quando ero bambina le candele erano una roba che si usava soprattutto nel caso, tutt'altro che raro, che saltasse la corrente. 
A quel punto in ogni casa si tirava fuori un modesto moccolo bianco, infilato in un portacandele di questo tipo:

solo che questo è una roba sciccosa al confronto. 
Per Natale vendevano delle malinconiche candele rosse a tortiglione, ogni scatola due candele e si mettevano a volte sulla tavola, ma non ricordo che venissero accese. Qualora venissero accese comunque bruciavano in gran fretta, anche perché la cera non l'avevano vista mai nemmeno disegnata ed erano fatte di uno strano materiale che, appunto, bruciava in gran fretta. Dopo un'ora, della candela restava solo un ricordo malamente raggrumato.
Con gli anni, lentamente, le candele si diffusero. A Firenze ai primi anni 80 arrivò un negozio dal suggestivo nome Scandinavia che a prezzi (ai nostri occhi di allora)asssurdi vendeva lunghe candele in purissima cera d'api di tutti i colori esposte in rastrelliere. Un'orgia di candele, e anche se a comprarle ti svenavi qualcuno deve pur averle comprate, perché dopo un po' erano dappertutto (sì, anche a casa mia).
Lentamente venne l'abitudine di accendere candele quando si invitavano gli amici a cena, quando proprio si voleva fare bella figura, e pian pianino il mondo venne invaso dalle candele, usate anche come soprammobili.
Quando finalmente alla fine del millennio Ikea sbarcò a Firenze il suo enorme reparto candele venne assai apprezzato, ma già da tempo le candele erano assolutamente dappertutto e fiorivano per ogni dove produttori artigiani di candele che facevano gran mostra di sé ai vari mercatini ma anche nei negozi di erboristeria e complementi d'arredo.
Anch'io compravo e compro candele, e naturalmente le accendo anche a Natale, però ben presto trovai la mia giusta dimensione candeliera: le cosiddette "candele da tè"
Queste sono le Glimma, appunto di Ikea, che non sa che le sto facendo pubblicità e quindi non mi pagherà un centesimo che è uno per questo. Il vantaggio delle Glimma è che sono vendute in confezioni da 100 a un prezzo molto contenuto; tuttavia qualsiasi supermercato o emporio le vende in confezioni da 30 o da 50 e credo che nessuno abbia mai dovuto fare un mutuo per pagarsele.
Qual è il vantaggio di queste candele mignon?
Il vantaggio è che funzionano all'occorrenza anche negli scaldateiera, se vuoi farti il tè, ma soprattutto in ogni tipo di portacandeliere mignon, comprato o improvvisato. Io ne faccio un uso industriale avendo un gruppo di questi portacandele - per esempio il Fior di Loto che si trova in tutti i colori possibili e immaginabili:
che mi è stato regalato appunto per Natale da una cara amica, e che all'occorrenza accendo anche per Natale ma che considero un candeliere valido per tutte le stagioni.
Accendo una o due di queste candeline la sera più o meno da Ottobre a Marzo, poi improvvisamente me ne dimentico fino all'Ottobre successivo.
Ma quando arrivo a fine Novembre e già da tempo imperversa la danza dei panettoni, apro l'armadio e tiro fuori la mia raccolta di candelieri di Natale, che ormai va per la dozzina.
Ognuno ha la sua storia - che di solito consiste nel vederlo e squittire "Oh qual meraviglioso portacandele di Natale, davvero non so come potrei vivere ancora senza di esso!" per poi afferrarlo subito dopo e passare dalla cassa. Comunque qualcuno mi è stato regalato, e uno anche da una scolara - è quello che forse mi piace di meno, per quanto possa piacermi "meno" un portacandele di Natale, ma giammai potrei archiviarlo.
I miei portacandeline natalizi si dividono in vari rami.
Prima di tutto ci sono quelli con le casette coperte di neve:
anche se nei miei la candela è rigorosamente dietro, a illuminare in modo sfumato.
Sarà bene che me li tenga stretti perché non ne vedo più da tempo e anche trovarne uno almeno vagamente simile ai miei in rete è stata una vera impresa.
Poi ci sono quelli a bicchiere:
che adesso vanno di gran moda. Ci sono bicchieri a soggetto natalizio in grande quantità, ma di fatto va bene un qualsiasi bicchiere sbrilluccicante e naturalmente se ne possono confezionare facilmente di personalizzati (cosa che mi guardo bene dal tentare di fare).
Poi ci sono quelli con le renne, dove una renna più o meno stilizzata porta una candela (ne ho uno solo) e quelli con l'effetto spinning:
Il fuoco della candela mette in azione le pale che girano, in questo caso facendo correre le renne (o gli angioletti, o i fiocchi di neve). In Italia non si vedono facilmente (comunque il mio è stato comprato in un negozio di paese, quindi ci sono) ma in rete sono comunissimi.
Candelieri grandi specifici per Natale non ne ho, quindi chiudo con questa graziosa decorazione dove, sotto a un gruppo di banalissime candele bianche, per quanto disposte con bel garbo, c'è comunque un bellissimo ornamento con la coda - ma non è una renna:
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mercoledì 15 dicembre 2021

Diario di Natale - 13 - Il Natale si addice a re Artù

Yule Stag, di Briar.
Nelle Nebbie di Avalon si ricama molto sul tema del re-cervo, sacro e pure sacrificato.

La lettura più tipica per me durante le vacanze di Natale sin dai tempi del liceo è quella delle storie della Tavola Rotonda. 
Quando ero bambina sulla Tavola Rotonda non si riusciva a trovare niente se non qualche patetico riassuntino - per dirne una credo di aver scoperto l'esistenza di quel personaggio tutt'altro che secondario che si chiama Galvano soltanto al liceo. C'erano i riassuntini per bambini, accuratamente espurgati (te ne accorgevi subito. Perché anche i bambini sapevano come cosa nota che Lancillotto e Ginevra ci avevano una relazione preferenziale di un qualche tipo, di cui il marito di lei Artù era ampiamente a conoscenza) e c'erano quelli per adulti, altrettanto corti ma dove si parlava di Lancillotto e Ginevra più un misterioso Galeotto che non era un carcerato ma che veniva citato nelle note del passo di Dante su Paolo e Francesca.
Qualche film americano, anche. Soprattutto uno, uscito nel 1963 


che non è mai stato tra i miei preferiti ma insomma non credo si possa definire brutto.
(In realtà La spada nella roccia versione Disney è tratto, abbastanza fedelmente, dal romanzo di Whyte Re in eterno che era stato sì stampato negli anni 60, ma, sospetto, solo in edizione sforbiciata e che Mondadori si decise a ripubblicare solo nel 1989, quando ormai mi ero laureata).
Al liceo però il professor Blasio ci accennò ai romanzi della Tavola Rotonda di Chretien di Troyes, che circolavano dagli anni 50 nella collana dei classici Sansoni e che - wow! - erano presenti nella biblioteca del liceo. Due giorni (e no, non era Natale, anche se era comunque inverno) dopo il suo casuale accenno li tenevo in mano e finalmente cominciai a capire qualcosa di quello strano mondo che conoscevo soltanto a piccolissimi spizzichi.
Fu amore a prima vista. Per mia gran fortuna proprio in quegli anni, forse sulla scia del successo che Tolkien cominciava ad avere, forse perché alla fine perfino tra gli editori italiani c'era un po' di vita, cominciarono ad apparire storie sulla Tavola rotonda: rifacimenti moderni, ma anche testi medievali tradotti e talvolta perfino con un pochino di introduzione critica. Pian pianino cominciai a capire di che si trattava, e spesso le letture sono avvenute nelle vacanze di Natale, probabilmente perché era proprio sotto Natale che tutti gli anni veniva pubblicato qualcosa - oppure perché l'ispirazione all'acquisto arrivava sempre per me sotto Natale, vai a capire. Comunque molto spesso a Natale mi ritrovo qualcosa di arturiano in mano, talvolta messo appunto da parte appunto per leggerlo intorno a Natale perché ormai l'imprinting è quello, e forse quell'imprinting mi è stato dato dalla lettura della Grotta di cristallo la notte del 23 Dicembre, a vacanze di Natale appena avviate, cui seguì subito un rifacimento del Malory ad opera di, nientemeno, che Steinbeck - che è assolutamente l'unica cosa che ho letto e probabilmente mai leggerò di costui, che di solito si occupa di temi che mi attirano quanto un leone può essere attratto da un piatto di broccolini lessi fumanti.
Anni dopo, sempre a Natale, arrivò Le Nebbie di Avalon - un libro che ha avuto un'eco straordinaria ma che non mi ha mai convinto molto; però mi venne regalato da una persona molto cara con un bellissimo biglietto di auguri in scrittura gotica. La chiave di lettura, se non ho capito male, era contrapporre la versione tradizionale della storia, narrata dal punto di vista maschile, ad una versione al femminile e pagana dove le vicende venivano gestite da lontano da un gruppo di donne altamente magiche; in pratica una narrazione in chiave femminista della Tavola Rotonda, o così venne interpretata dalla critica. 
Devo ammettere che il senso dell'operazione mi è sempre sfuggito, un po' perché le storie della Tavola Rotonda ai miei pur sensibili occhi non sono mai apparse come maschiliste, ma soprattutto perché la confraternita segreta delle donne magiche perde sistematicamente una battaglia dopo l'altra. Visto che si tratta di una leggenda, e per giunta di una leggenda che è stata raccontata in molti modi diversi, non si poteva far vincere la parte "buona", delle donne pagane, contro quella cattiva e maschilista della Chiesa?
Del resto, anche sulla contrapposizione tra cristianesimo e culti pagani nelle storie di Re Artù mi sembra che ci sia ancora parecchio da indagare, e per giunta senza troppe speranze di venirne a capo. Tanto per cominciare non abbiamo le idee molto chiare su quando è nata la leggenda di re Artù, e forse nemmeno sulla cristianizzazione dell'Inghilterra, che quando venne invasa dai pagani angli e sassoni era cristiana. Il lavoro fu poi rifatto ai tempi di Gregorio Magno perché la zona inglese si era abbastanza dimenticata di essere stata cristiana, ma insomma tutto l'insieme non è proprio tra i più chiari - anche perché per quei secoli si va avanti parecchio a tastoni avendo poche fonti scritte, e per giunta anche quelle poche sono spesso piuttosto misteriose. 
A dire il vero tutto l'impianto della leggenda sembra molto, molto intrecciato tra elementi cristiani, elementi pagani e soprattutto tantissimi elementi altamente efficaci sul piano narrativo, e le teorie che raccontano dell'arrivo di una Chiesa oscurantista che stravolge tutto dando una verniciata cristiana a leggende pagane non mi convince molto - o quanto meno, va pur ammesso che si tratta di una verniciatura dove l'intonacatura era stata preparata con molta, molta cura e che risulta piuttosto impermeabile alle macchie di umidità.

Cos'ha in comune Artù con il Natale?
Parecchie cose. Corre voce che appunto a Natale sia nato; inoltre proprio il giorno di Natale apparve, davanti a una qualche importante chiesa di Londra, una roccia con dentro una spada dove era scritto "Chi mi estrarrà sarà legittimo re d'Inghilterra".
Com'è noto in tanti provarono, nessuno ci riuscì ma qualche anno dopo un ragazzino al seguito come scudiero del fratello, il cavaliere Kay che era venuto a Londra per farsi onore in un torneo, giusto la mattina di Natale si accorse che aveva dimenticato la spada di suo fratello nella locanda, tornò indietro per riprenderla ma la locanda era chiusa perché tutti erano andati a guardare il torneo e allora, girando molto sconsolato per Londra, capitò proprio nella piazza dov'era la spada nella roccia e pensò che in fondo anche quella era una spada e la prese, autoproclamandosi così re d'Inghilterra senza saperlo e senza averne la benché minima intenzione.


Com'è noto, ci furono inizialmente un po' di difficoltà e i vari baroni increduli davanti a quel ragazzino - che poi risultò comunque essere il discendente diretto dell'ultimo re - insistettero per rimettere la spada nella roccia ed estrarla di nuovo, per poi scoprire che l'unico che riusciva ad estrarla era, ahimé, proprio il ragazzino. Dopo parecchi tentativi i baroni si rassegnarono e incoronarono Artù re d'Inghilterra.
Il meno che si possa dire di questa storia è che suona piuttosto strana, a partire dallo scudiero che si dimentica di prendere la spada del cavaliere che assiste.
Ma ancora più strano è un torneo a Natale: se già ascoltare un Messiah di due ore e mezzo in una chiesa, che almeno ci ha un tetto, è una vera prova di carattere, non so immaginare cosa sia starsene tutto il giorno su una gradinata a guardarsi un torneo all'aperto a fine Dicembre. Nel migliore dei casi, il giorno dopo corte e popolo l'avrebbero passata a letto a curarsi il principio di congelamento con tisane e ponci. 
In effetti i tornei li facevano in primavera o all'inizio dell'estate, a quanto ci risulta.
La spada nella roccia estratta a Natale c'entra forse qualcosa col fatto che Carlo Magno venne incoronato imperatore la mattina di Natale?
Vai a sapere, ma è una vita intera che mi domando quanto si sono influenzate e incrociate le leggende dedicate a questi due re (unici sovrani di tutto il medioevo ad avere cicli cavallereschi a loro dedicati) dei quali solo uno è sicuramente esistito ma ha fatto comunque cose diversissime da quelle che vengono narrate su di lui nella leggenda.

Ad ogni modo, dopo sì natalizio avvio, ci si aspetterebbe che alla corte di Artù tutti gli anni il Natale venisse festeggiato in modo sontuoso e desse inizio alle più strabilianti avventure; ma al contrario non ricordo una sola storia della Tavola Rotonda legata al Natale. Non si pretende di vedere Lancillotto che appende le mele e le candeline mentre Galvano gli regge la scala, ma almeno qualche vago accenno ci potrebbe stare.
Invece no, le avventure cominciano sempre a Pasqua, il primo giorno di Primavera o addirittura a Pentecoste.

Comunque io leggo queste storie soprattutto nel periodo di Natale, e sempre con grande soddisfazione, anche e soprattutto perché sono un vero concentrato di tutto quel che mi piace in una lettura: le leggende, prima di tutto, e particolarmente a sfondo magico; poi anche le storie legate al destino e alla predestinazione. Inoltre prediligo in altissimo grado le storie d'amore, e in modo particolare quelle che vanno a finire bene e mi piace molto anche lo scenario medievale delle storie d'avventura, con tutte le descrizioni di armi magiche, armature magiche, castelli magici, fontane e boschi magici eccetera eccetera.
Naturalmente tutto questo mi piace in ogni stagione dell'anno. Resta il fatto che le storie arturiane mi scivolano tra le mani soprattutto nel periodo natalizio, magari con libri che stavano ad aspettare buoni buoni nel loro cantuccio da mesi se non da anni.

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martedì 14 dicembre 2021

Diario di Natale - 12 - I film di Natale


Come ho già scritto da qualche parte di questo demenziale diario, ci sono i film che escono per Natale e i film su Natale.
I primi sono di solito grossi kolossal costati cifre abominevoli ai loro produttori, pubblicizzati con mesi di anticipo e fatti uscire sotto le feste, quando il mondo intero decide di andare al cinema - film che costano infiniti infarti ai produttori e contengono enormi quote di rischio, perché se non piacciono alla follia rischiano di far fallire intere case di produzione. Di solito sono estremamente godibili, fatti per piacere a tutti - il che contiene però in nuce l'enorme rischio di non piacere quasi a nessuno - e vengono ricordati per generazioni.
I secondi sono una roba melensa e sentimentale e fanno cascare i denti (e spesso anche le palle, a chi ne ha) solo a leggere la trama. Un tempo erano rivolti soprattutto ai bambini, ma ormai da decenni c'è un filone di storie d'amore che risponde perfettamente alla descrizione scritta due righe fa, ma hanno anche la pretesa di avere sprazzi comici. Si racconta che a volte in effetti questa pretesa sia fondata, ma non saprei dire se è vero o meno perché mi sono sempre ben guardata dal vederne uno, per quanto ami molto sia il Natale che le storie d'amore.
Mi sono sempre ben guardata dal vederne uno, scrivevo, ma non è del tutto esatto perché alla fine uno l'ho visto e non me ne sono troppo pentita - vabbé, diciamola tutta: in effetti mi è anche piaciuto. Sto perfino meditando di rivederlo quest'anno.
Uscito nel 2003, Love Actually - L'amore davvero è una specie di quintessenza del film d'amore di Natale: rigorosamente ambientato a Natale (inizia cinque settimane prima, ovvero in un periodo che è a un passo dall'albero di Natale e dalle renne) il film contiene 10 storie 10, nove delle quali d'amore, e pure un po' di sottotrame. Non solo, inizia con la memorabile sessione di registrazione di un brano per Natale che in realtà è una quasi-cover: si tratta infatti nientemeno che di un rifacimento in chiave natalizia del celebre brano dei Wet Wet Wet Love is all around
colonna sonora del famoso Quattro matrimoni e un funerale (1995) nonché a sua volta cover di un brano inciso da The Troggs nel 1967.
La session di registrazione è memorabile perché il cantante, vagamente schifato di quel che sta facendo, si ritrova a cantare il testo rimaneggiato in chiave natalizia e sbaglia continuamente perché, come tutti, nelle orecchie ha la versione precedente:
Il film parte così, per poi avviare le varie storie, non tutte originali, non tutte liete, ma tutte con un tocco molto particolare. Del resto, è un film inglese e gli inglesi hanno una capacità davvero notevole nel fermare la colata di zucchero un attimo prima che travolga ogni barlume di decenza.
E, a proposito di decenza: la canzone in realtà ottiene un grande successo anche perché il testo, molto zuccherino, viene poi presentato in televisione in una versione... vogliamo dire garbatamente allusiva?
Anche se, ripensandoci, forse questo è solo il video originale e non la scena del film dove la canzone viene effettivamente cantata.
Comunque sia il personaggio del cantante disilluso e rovinato da una serie di trascorsi con la droga in cerca di un rilancio (che puntualmente ottiene) con una canzone di Natale riadattata è la spezia magica che tiene insieme tutto il film e gli evita l'eccesso di zucchero; le nove storie nove invece seguono quasi tutte le regole del filone e quaglieranno rigorosamente nella notte di Natale.
Sono storie ben assortite: c'è il giovane premier che il giorno del suo insediamento a Downing Street viene preso in pieno da un colpo di fulmine, la coppia perfetta che si sfascia improvvisamente ma lui, innocente come una colomba, troverà ben presto una nuova felicità, la coppia perfetta con l'innamorato in incognito al seguito, il vedovo inconsolabile che si consolerà aiutando anche il suo giovanissimo figlio ad avviare il suo primo legame, la coppia sfiorata dalla nera ala del tradimento (ma lei saprà perdonare), la coppia che si conosce lavorando sui set di fil porno (no, non come tecnici delle luci)... ecco, sì, non tutte le storie sono perfettamente ortodosse, forse, e qua e là emergono alcune decine di tocchi di stravaganza che tengono molto bene l'insieme.
E c'è anche la famosissima scena della dichiarazione mediante cartelli
che io, nella mia suprema e assoluta ignoranza cinematografica, ho conosciuto solo dalla pubblicità di una qualche compagnia telefonica che la evocava senza alcun pudore.
C'è anche un grande cast di attori, naturalmente. Personalmente conosco solo Alan Rickman, Hugh Grant, Colin Firth e Emma Thompson, anche perché sono quelli che hanno recitato in Ragione e sentimento (e, alcuni, anche nei film di Harry Potter) oltre a Martin Freeman, ma sospetto che ci sia diversa altra gente piuttosto famosa.
Bene, dovendo (dovendo? E quando mai qualcuno mi ci ha obbligato?) dedicare un post di questo Blogmas al cinema, questo è l'unico film a sfondo natalizio che non consiglierei solo al mio peggior nemico ma anche a qualche amico - o meglio, solo a loro perché nemici non credo di averne. Oltre, naturalmente, alla Carica dei 101 che comunque, anche se si svolge in gran parte nei giorni appena precedenti a Natale, di Natale non parla molto, e forse anche per questo è un film eccellente.

Esiste poi un filone italiano del film di Natale - no, non sto parlando dei cinepanettoni, opere meritorie anche se forse non sempre di gusto finissimo - ma del classico film di Natale dove famiglie e amici si accoltellano, non sempre e non solo in senso metaforico.
Personalmente non li gradisco, ma nel 1990 uscì 
un film (tratto da un lavoro teatrale di Benvenuti di grande e meritato successo) che accomuna i due generi e in più offre una ricostruzione antropologicamente mirabile dei pranzi di Natale in famiglia in area fiorentina. Il trailer mi convinse ad andare in sala (a quei tempi, pensate, si andava al cinema senza limitazioni di posti né prenotazioni. Addirittura a volte c'era chi i film se li guardava in piedi perché non trovava posto) e non me ne pentii, anche perché mi permise di prendere atto che i pranzi di Natale della mia famiglia si inserivano nel ramo di una illustre tradizione artistica e culturale, piazzate e litigi inclusi, anzi soprattutto quelli.
Di questo mirabile capolavoro, dove tutta la scuola dei comici e caratteristi toscani di quegli anni offre mirabile prova di sé, pellicola più agra che dolce, con una vena di humor nero che serpeggia al suo interno ma che tutto sommato si può definire a lieto fine, si possono trovare ampie tracce su YouTube:
ma il singolo pezzetto non gli rende giustizia perché tutto è troppo ben intrecciato per poterlo dividere a clip - e anzi sotto questo aspetto rappresenta l'antitesi di Love, actually; conviene dunque cercarlo in qualche biblioteca o chiederlo a un amico cinefilo e guardarlo tutto intero, approfittandone per riflettere su come sono strani gli usi e costumi delle tribù umane, e tenendo conto che è un film che dice molto sui pranzi in famiglia ma, pur svolgendosi a Natale, non aiuta molto a entrare nello Spirito di Natale, qualunque cosa sia:
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lunedì 13 dicembre 2021

Diario di Natale - 11 - Do They Know It's Christmas Time? ovvero il Senso di Colpa del Natale


It's Christmas time, there's no need to be afraid...

Mentre attraversano il Sobborgo Agonia e guardano gli smunti bambini che lo popolano, Qui Quo e Qua si sentono tre grassi porcellini, con garbata citazione di uno dei più popolari cartoni della Disney all'epoca. Questa scomoda sensazione li spinge a cercare di fare qualcosa per rimediare.
La stessa sensazione colpì con forza gli spettatori della BBC quando, nel Novembre 1984, guardarono uno straziante documentario sulla carestia allora in corso in Etiopia. Tra gli spettatori c'erano anche Bob Geldof e Midge Ure, leader rispettivamente dei Boomtown Rats e degli Ultravox. I due convennero che andava fatto qualcosa e siccome erano musicisti scrissero una canzone per devolvere l'incasso a favore degli etiopi affamati. Poi Bob Geldof chiamò un po' di colleghi e il 25 Novembre registrarono la canzone.
Stando al racconto che ne fa Bob Geldof nella sua autobiografia, il disco uscì praticamente aggratis, compreso l'imballaggio dove molti operai fecero degli straordinari non retribuiti - insomma, fu un pacco dono molto riuscito ed ebbe un grande successo.
Questa è la copertina (regalata dall'autore, naturalmente):
Rappresenta perfettamente lo spirito della canzone: sullo sfondo, la paccottiglia del Classico Natale Vittoriano (tutti quelli che lavorarono al progetto erano inglesi), in primo piano due bambini molto denutriti e malmessi che sbocconcellano la loro magra porzione. Il pasciuto Occidente apriva una finestra sul resto del mondo e rabbrividiva, travolto da un irragionevole ma forte senso di colpa. Né Bob Geldof né Midge Ure né alcuno dei musicisti, tecnici, operai e disegnatori che lavoravano al progetto Band Aid avevano l'ombra di una responsabilità diretta della carestia in Etiopia, e tuttavia restava il fatto che anche il più sfigato di loro era messo infinitamente meglio dei due bambini sulla copertina del disco.
Il testo della canzone ricama appunto su questo tema: è Natale, siamo tutti sereni, pieni di pace e di amore per il mondo; e poi ci sono loro, quelli che vivono in un mondo dove niente cresce, l'acqua non scorre e i rintocchi delle campane sono a morto; bene, stanotte ringrazia dio che è toccato a loro e non a te:

Well tonight thank God it's them instead of you

canta Bono Vox nel verso centrale (e sulla nota più alta).

Questo è il celebrissimo video, dove una lunga serie di cantanti e strumentisti assonnati e vestiti con gli abiti di tutti i giorni, all'epoca tutti ai primi posti nelle classifiche del mondo che non conosceva carestie*, cantarono e suonarono con grande impegno e dedizione alla causa. L'ho sempre amato molto perché per me erano tutti volti conosciutissimi e molto cari, quasi tutti miei coetanei, e le loro voci erano la mia colonna sonora di tutti i giorni. Vederli tutti insieme, ognuno con la sua coppia di versi che cantava a modo suo mi piacque moltissimo. Al di là della nobile causa, era un esperimento musicale davvero affascinante:
Anche il testo mi è sempre piaciuto molto, proprio per questo descrivere l'angoscia del povero cittadino occidentale che nel profondo del suo cuore ringrazia assai Dio perché è toccato a loro e non a lui - ma che soprattutto non riesce assolutamente a capire perché debba comunque toccare a qualcuno e vorrebbe tanto fare qualcosa per evitarlo.

Il seguito della storia è meno entusiasmante: Bob Geldof raccolse effettivamente una quantità immane di soldi, prima col disco e poi col concerto, e anche da altri paesi i musicisti si mossero per raccogliere soldi, conseguendo lusinghieri risultati. Raccogliere soldi non è mai stato il problema: la vera difficoltà è farli arrivare nelle tasche giuste, o anche semplicemente farli arrivare;  anche in quel caso fu complicato e non tutti i soldi arrivarono dove dovevano. A distanza di quasi quarant'anni, nel Corno d'Africa continuano a fare la fame e la guerra come principali attività né si vedono concrete speranze di una svolta positiva a breve termine.
D'altra parte a volte è difficile anche aiutare i gatti randagi sotto casa, figurarsi chi sta all'altro capo del pianeta, ma questo non è un buon motivo per non provarci.

* mi sembra si chiamasse la British Invasion. Ad ogni modo in quegli anni i musicisti inglesi avevano invaso il mondo come cavallette. Io li amavo praticamente tutti, incondizionatamente.
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domenica 12 dicembre 2021

Diario di Natale - 10 - Gatti di Natale


Arriva Natale, ed ecco che la rete si riempie di gatti che si arrampicano sull'albero e dentro l'albero pazientemente decorato dai poveri umani, spesso con effetti devastanti. Su questo non ho molto da dire, perché i gatti di casa (alcuni dei quali si sono effettivamente arrampicati giocando con le palline) non hanno mai fatto danni... no, diciamo quasi mai. Niente di devastante, comunque. Mi sono quindi inventata la teoria che se il micio non è giovanissimo, lui e l'albero decorato si fanno la loro vita senza troppo interferire. Ma forse ho solo avuto fortuna, chissà.

Da quando ho compiuto i dieci anni non ho più avuto un Natale senza gatti, salvo  quando la leggendaria Giselle, adorata e unica gatta di casa morì, tre giorni dopo la mia tesi di laurea, il 16 Dicembre. 
Dieci giorni dopo, chiaramente, eravamo ancora troppo affranti per prendere almeno vagamente in considerazione l'idea di un nuovo gatto - anche perché nessuno ce lo aveva offerto. Provvedemmo più avanti, ma ormai Natale era lontano.
La carissima Giselle lasciò un gran vuoto e in casa eravamo tutti molto tristi. Tuttavia non ho nessun particolare ricordo legato a quel Natale senza gatti. Certo tutti guardammo rattristati i cuscini dove amava dormire ma visto che Natale per lei era sempre stato un giorno come un altro, le decorazioni si limitava a guardarle con blando interesse e non le interessavano né il panettone né gli arrosti (si nutriva soprattutto di frattaglie crude e macinata di manzo parimenti cruda) durante le feste sospirammo né più né meno di quanto avevamo fatto nei dieci giorni precedenti.
Dall'anno dopo entrò in scena Clodia, e ben presto finirono i tempi del Gatto Unico, per lasciar posto alla domanda "Quanti gatti hai adesso?" (la risposta andava da due a cinque, ma il numero più abituale era tre) subito seguita da "E se hai 2/3/4/5 gatti, com'è che qua non si vede un baffo né una coda?" - al che abbassavamo gli occhi pudicamente spiegando "Sai, sono un po' rustici".  Naturalmente con gli ospiti abituali anche i più rustici prima o poi spuntavano, ma Giselle era sempre stata una gatta socievole, nel senso che non si rintanava sotto i letti al primo passo umano estraneo ma restava tranquilla al suo posto ovunque fosse, e accettava anche qualche timido omaggio, perfino da perfetti estranei, e quando gli omaggi venivano da visitatori abituali talvolta addirittura faceva delle leggere fusa. Permetteva perfino ai visitatori di ammirare i suoi gattini, anche se detti visitatori dovevano avvicinarsi con gran cautela. Ad ogni modo niente di tutto ciò avvenne sotto Natale, perché ha sempre partorito nella bella stagione.

E dunque cosa fa un gatto a Natale? 
Niente di particolare, che io sappia: mangia, dorme, gioca con i nastri dei pacchetti aperti e lasciati in giro, talvolta esce e poi chiama per rientrare, oppure aspetta con pazienza che a qualcuno venga in mente di aprire la porta per guardare se è tornato a casa
(comunque questo è un dipinto: i gatti di solito quando fa freddo chiamano con voce forte e chiara per rientrare).
Agli umani comunque piace immaginarseli in ammirazione davanti ai pacchi dei regali preparati apposta per loro
pieni di uccellini, topolini e non so cos'altro, oppure deliziosamente infilati nelle calzette appese al caminetto o all'albero, che dormono con fare assai puccioso
E anche questo, guarda caso, è un dipinto e non una foto - e personalmente mi guarderei bene dal fare l'esperimento di infilare un gatto, per quanto piccolo e puccioso, dentro una calza per poi appenderlo da qualche parte. Voglio dire, le mani fanno comodo.
Licenze artistiche a parte, ecco una foto di felis normalis in tempo di Natale:
Insomma, non c'è nessun legame particolare tra i gatti e il Natale e dunque temo che raramente si sia visto un post più inutile di questo. Ma ho un sacco di gatti natalizi nelle cartelle, quindi perché non sfruttarli?

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sabato 11 dicembre 2021

Diario di Natale - 9 - Perché festeggiamo proprio il 25 Dicembre? (...e nei giorni successivi, anche)


Nel 1993, durante una udienza fatta sotto Natale, papa Giovanni Paolo II ricordò che il 25 Dicembre era una data convenzionale, e raccontò di come fosse stata scelta da Costantino perché era la festa del Sol Invictus. La cosa suscitò un gran vespaio, dando la stura a una quantità di sciocchezze davvero immane.
Dall'alto dell'istituto di studi sul latino medievale dove lavoravamo, seguimmo la Gran Questione con una certa sorpresa.
Embé, non si sapeva da tempo?
Che nei Vangeli non c'è data di sorta per il celebre evento è noto a chiunque gli abbia dato una scorsa, per quanto distratta.
Che i cristiani nei primi secoli avessero innestato le loro feste più importanti su feste pagane già esistenti era noto e arcinoto. Non si trattava di informazione di nicchia, riservate a pochi eletti: bastava un manuale di storia medievale decente. Non era stata una manovra fatta di nascosto e tramata nell'ombra: abbiamo gran copia di dichiarazioni e istruzioni dove i papi dei primi secoli suggeriscono, una volta convertita una popolazione, di consacrare i templi degli dei pagani e dedicarli a qualche santo. 
Sembra ragionevole, in effetti: se una popolazione è abituata ad andare nel luogo X a festeggiare le sue divinità, non c'è motivo di mandarla in un posto completamente nuovo a pregare il Vero Dio che hanno finalmente conosciuto. Riciclare si può, riciclare si deve.
Davvero non riuscivano a capire dove stesse la gran novità.
Tuttavia il dio Mitra e il Sol Invictus piombarono sulla folla dei fedeli come due mannaie, e la polemica si trascinò per qualche tempo. Poi tutti se ne fecero una ragione, grazie a dio.

Tuttavia questo sposta soltanto un po' la domanda. Natale si festeggia il 25 Dicembre perché è stato deciso di utilizzare una festa precedente. Ma la festa precedente, perché era proprio quel giorno?
Natale arriva nel periodo più buio dell'anno. Più esattamente, ripensandoci, Natale apre il periodo più buio.
C'è Natale il 25 Dicembre, sei giorni dopo c'è la notte di Capodanno, altri sei giorni dopo c'è la Dodicesima Notte, quando la Chiesa decise di festeggiare l'arrivo dei Magi ma viene festeggiata pure una strana vecchietta che, anche se prende il nome dall'Apparizione (in greco, appunto, Epifanìa) ha un certo qual tocco pagano - o comunque non ha molto a che vedere col lato strettamente teologico del Natale.
Dodici giorni di festa tra canti e luminarie, poi tutti si danno una calmata e si ricomincia a lavorare. E le giornate si allungano.
Le feste non lasciano mai indifferenti. Molti, appunto, festeggiano e sono di buon umore. Molti festeggiano per dimenticare che non sono affatto di buon umore. E molti invece sono di pessimo umore e sono depressi, in varie forme e in varie misure.
Certo, se sei di malumore essere circondato notte e giorno da gente in festa ti fa venire vieppiù i nervi. 
Ma perché sei di malumore?
Il lavoro che non va o che non c'è, la salute, l'amore che è finito, il pensiero di chi soffre, i debiti. Sì, d'accordo, ma è tutta roba che di solito si innesta in un arco di tempo più lungo di dodici giorni. Perché pesa soprattutto in questo periodo?
C'è poca luce, certo. La mancanza della luce deprime. Le giornate sono molto corte, almeno in buona parte del nostro emisfero. La mancanza di luce innesta facilmente la depressione in chi c'è portato*. In questo periodo, notoriamente, ci sono dei picchi di suicidi.
La prima cosa che si fa a Natale sono le luminarie. Candele, luci, ghirlande di lumini. Luci, luci dappertutto. Comuni e strade e rioni si tassano per piazzare luci per ogni dove. E oltre alle luci ci sono cristalli, stagnole, plastiche a forma di prisma e palline di metallo o similmetallo che scintillano al primo barlume di luce che riescono a cogliere dalla fonte luminosa più vicina. Cacciare il buio, ad ogni costo.
In mezzo a questi dodici giorni di festa e bagordi, proprio in  mezzo, c'è un evento oggettivo: la fine dell'anno astronomico. La notte del 31 Dicembre la Terra finisce il suo giro intorno al Sole e ne apre uno nuovo. Le attività umane non cambiano vistosamente, nel corso della notte: guerre, inondazioni, cicli di crescita, gravidanze, percorsi politici e scientifici proseguono imperterriti. Ma i singoli esseri umani avvertono con forza che sta succedendo Qualcosa.
Non tutti i popoli fanno finire l'anno il 31 Dicembre - nemmeno tra i cristiani, anzi tra loro in certi periodi era di gran moda legare l'inizio dell'anno al Natale, alla Pasqua o all'Incarnazione. Altre culture si legano ad altri eventi, ad esempio alla primavera. L'anno astronomico comunque termina il 31 Dicembre e ricomincia il 1 Gennaio. Non è una questione culturale o legata alle convenzioni, è regolata da altre leggi sulle quali gli esseri viventi non hanno alcun potere.
Qualcuno lo sente di più, qualcuno meno e qualcuno è convinto di non sentirlo. Molti, comunque, hanno deciso di festeggiarlo - anche tra coloro che non sono confessano religione alcuna; per contro molti sinceri e devoti cristiani non si sentono granché inclini a festeggiare e gli viene più spontaneo soffermarsi sulle molte cose che non vanno per niente bene. Costoro fanno parte di una specifica rama di tradizione strettamente natalizia, ovvero quella del "Ma che cazzo festeggi, che il mondo va a rotoli. Grunt!" che ho sempre avuto cura di scansare il più possibile perché li trovo piuttosto noiosi.
Sì, d'accordo, il mondo va a rotoli, si son persi i bei valori di un tempo e non ci sono più le mezze stagioni.
A me comunque le feste piacciono.

* non parlo di carattere, ma di questioni fisiche e chimiche. Venendo da parte di madre da una famiglia che la depressione sa cos'è solo per sentito dire sono assolutamente convinta che sia una questione fisica. Non è che mia madre, mia nonna e i miei zii - e nemmeno io, in effetti - abbiamo avuto una vita perennemente cosparsa di rose, ma di depressione non abbiamo mai sofferto, nemmeno nei momenti più cupi. Essere tristi, angosciati o di malumore per questioni oggettive è una cosa completamente diversa dall'essere depressi e purtroppo le due situazioni possono essere tra loro compatibili.

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venerdì 10 dicembre 2021

Diario di Natale - 8 - L'avventura del carbonchio azzurro - Sir Arthur Conan Doyle

Cominciamo presentando le indiscusse protagoniste della vicenda, ovvero le oche di Natale.
L'immagine è di Lynn Bywaters.

Un altro nome per me indissolubilmente associato a Natale è Sherlock Holmes, una lettura che ho praticato volentieri molte volte e in tutti i periodi dell'anno ma che ho assaggiato per la prima volta appunto a Natale, quando sotto l'albero i miei lasciarono l'omnibus Mondadori con quattro delle cinque raccolte di racconti.
Il carbonchio azzurro però era con la prima raccolta, quella che accompagnava i quattro romanzi e che comprai qualche mese più tardi. Comunque è una storia assolutamente natalizia, assolutamente vittoriana (e il Natale come lo conosciamo deve parecchio all'Inghilterra vittoriana) e pure a lieto fine, cosa non comunissima nelle storie di Sherlock Holmes che spesso e volentieri cominciano con un cadavere e proseguono di conseguenza.
Qualche volta l'ho fatta leggere in classe appunto la settimana prima di Natale, e ha riscosso un certo successo. Si tratta di un racconto piuttosto vario che presenta una indagine complessa, vari colpi di scena e un certo sottofondo da favola (la gemma rinvenuta casualmente in un animale che sta per essere cucinato è un classico soprattutto nelle fiabe orientali).
Per chi volesse leggerlo, c'è anche la versione in rete

Il racconto presenta diversi spunti di riflessione, a partire dal titolo: perché carbuncle in inglese è una parola piuttosto infida, che sta a indicare il"carbonchio" comunemente conosciuto anche come "antrace", ovvero una malattia infettiva non delle più leggere, ma anche pustole e foruncoli e infine le gemme di color rosso scuro, come i granati e i rubini spinelli. 
Il carbonchio della storia comunque è azzurro, il che non sembra avere molto senso, e infatti anche gli esegeti holmesiani più integralisti ammettono che si tratta di una contraddizione in termini (ovvero una sciocchezza) di Conan Doyle. Qualche traduzione si arrangia con scelte del tipo "diamante azzurro" e "rubino azzurro". Ad ogni modo si tratta di una pietra di eccezionale valore, rubata a una contessa ospite dell'Hotel Cosmopolitan di Londra, ma che viene poi rinvenuta, come nelle favole, nel gozzo di un'oca - una bella e grassa oca di Natale.
In Inghilterra, almeno in quel periodo, a Natale si mangia l'oca e appositi gruppi di oche venivano allevate e debitamente ingrassate per avere delle carni morbide e saporite alla fine di Dicembre; anzi era consuetudine per il bravo capofamiglia  andare in campagna a scegliersi la sua oca qualche settimana prima, da uno dei molti piccoli allevatori che intorno Londra allevavano il loro gruppo. Altri, meno perfezionisti, si limitavano a mandare la serva (o la massaia) di casa al mercato a comprare l'oca qualche giorno prima per poi arrostirla per la festa oppure si iscrivevano a un "club dell'oca", dove con una piccola quota settimanale era possibile ritrovarsi una bestiola adeguatamente nutrita per le feste.
Non credo che in Italia esista la tradizione dell'oca di Natale; di sicuro il pennuto per noi più associato ai pranzi di Natale è il cappone con relativo brodo, ma abbondano anche i polli arrosto, di solito in compagnia di arista, rosticciana e roast-beef, magari anche con qualche piccione, mentre in America fanno il tacchino farcito con castagne o frutta (che, ahimé, non l'ho mai mangiato per quanto ne abbia incrociati parecchi nei romanzi, film e telefilm).
Quanto a me, l'oca non l'ho mai mangiata, né a Natale né in altre occasioni, e  sarei anzi molto curiosa di sentire che sapore ha.

In questo racconto Holmes si esibisce in due pezzi di bravura. Il primo è quando, esaminando un cappello rinvenuto sul luogo di un agguato notturno ricostruisce la vita e il carattere del suo proprietario, arrivando anche a capire - sulla base di un indizio piuttosto valido - che sua moglie non lo ama più.
Il secondo è la ricostruzione del modo in cui un'oca si ritrova a mangiare nientemeno che un diamante, o rubino, o granato o quel che sia - una vivanda abbastanza insolita per un pennuto da allevamento. La ricerca lo porta al mercato di Londra fino a uno specifico e rabbioso rivenditore di oche che fin irà per servire su un piatto d'argento la soluzione.
Il ladro di gioielli, molto impaurito e pentito, viene perdonato purché consegni la refurtiva, sulla base di un altro ragionamento molto valido, e cioè che la prigione rischierebbe di trasformare una persona che fino a quel momento era stata onesta in un delinquente incallito.
Tutto quindi finisce bene: la contessa riavrà la sua non ben definita gemma (qualsiasi cosa sia è comunque una roba molto preziosa, dal valore di almeno 20.000 sterline - ovvero un patrimonio, considerando che il prezzo di un'oca di lusso va sotto lo scellino), l'uomo che aveva perso l'oca nel corso della zuffa la ritrova e forse grazie a questo farà pace con la moglie, l'operaio dell'Hotel Cosmopolitan ingiustamente accusato del furto della gemma verrà riabilitato, il fattorino Peterson mangia un'oca in più e il ladro, si spera, si ritroverà redento e se la caverà con un bello spavento.
Ultimo dettaglio: la gemma è rinvenuta nel gozzo dell'oca, quando Mrs. Peterson la pulisce dalle interiora prima di cuocerla. Solo che le oche non hanno il gozzo (sembra) e la gemma nel gozzo dell'oca, o meglio la presenza del gozzo in un'oca è ritenuto da alcuni l'errore più grave commesso da Conan Doyle nel corpus holmesiano.
La storia finisce con una cena a base di gallo cedrone arrosto - un altro volatile di cui il mio stomaco, purtroppo, non ha conoscenza alcuna.
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giovedì 9 dicembre 2021

Diario di Natale - 7 - Le Decorazioni Brutte

                       No, queste non sono decorazioni brutte, anzi mi piacciono molto.

Quando si tratta di scegliere le decorazioni natalizie, dire che sono un grandissimo impiastro sarebbe arrecare troppo grande e immeritata ingiuria agli impiastri.
Per giunta, sono un impiastro irragionevole e del tutto incoerente.
Niente riferimenti al Natale cristiano, per carità. Le comete però vanno bene. Anche le campane.
Solo colori classici: oro, argento, rosso, verde e blu notte. Però, misteriosamente, in questi Colori Classici si inseriscono anche il viola e l'azzurro pavone, mentre scanso quanto posso il bianco (che pure è colore classicissimo per il Natale). Metallizzati, possibilmente, oppure sabbiati. Niente grigio, in nessunissimo caso - l'argento però va benissimo.
Niente pupazzi di neve. Gli gnomi vanno bene, ma solo vestiti con i colori giusti. 
Le renne sì, i cervi sì, i gufi sì i draghi sì.
Draghi di Natale? Ebbene sì, draghi di Natale. 
Anche i gatti vanno benissimo. Gli altri animali si accettano, con cautela, ma solo d'oro.
I fiori no, di nessun tipo, tranne quelli di ghiaccio.
Fiocchi... no, i fiocchi no, nemmeno nei colori canonici.
Niente iuta o tela grezza, ma lo scozzese può andare. Solo quello rosso e verde, naturalmente.
Niente design moderno per carità, ma non deve essere nemmeno troppo vittoriano.
Babbi Natale il meno possibile, e solo vestiti di rosso scuro. Quelli russi molto meglio.
I nastri argentati, solo dei colori canonici.
I cuori vanno bene, ma solo dei colori giusti.
Potrei continuare ancora per molte pagine ma smetto per pietà verso chi sta leggendo.

Il gusto delle decorazioni di Natale è molto personale, e ognuno ha le sue idiosincrasie. Tuttavia ci sono delle decorazioni che sono oggettivamente orrende e che non ho mai sentito lodare da nessuno, ma che a qualcuno devono pur essere piaciute, visto che sono state messe in vendita e pure comprate, oppure approvate dai consigli comunali.
E a proposito di consigli comunali, vogliamo parlare di certe luci abominevoli che in certi anni hanno invaso le città? 
Palloncini stroboscopici per discoteche, ad esempio, oppure rombi colorati in fuxia e verde pistacchio. Pacchi dono di lucine. Mongolfiere. Una città intera parata a mongolfiere che brillavano a intermittenza per augurare buone feste a chi passava di lì. 
Qualcuno le ha pensate, qualcuno le ha approvate. Non è questione di soldi perché comunque ogni comune ogni anno stanzia una certa cifra per le luci di Natale, e con lo stesso numero di luci potevano fare una cosa carina, o almeno ordinaria.
Farò due esempi, uno per il pubblico e uno per il privato.

Una volta, agli inizi degli anni 80, la giunta di Firenze optò per un coraggioso esperimento: decori fatti da certe cooperative, qualcuno diceva di disabili, altri di recupero per tossicodipendenti (in quegli anni Firenze era una delle capitali dell'eroina).
Nelle piazze principali del centro storico furono allestiti degli enormi alberi di lamiera di plastica a cono, da cui pendevano lattine di bevande vuote, ma colorate con colori psichedelici.
Il risultato è davvero difficile da descrivere e non ci provo nemmeno, ma il senso di sconforto che assaliva i passanti era davvero notevole.
Più di uno disse che, visti i risultati, se si trattava di tossicodipendenti, era chiaro che costoro non avevano ancora completato il recupero e anzi continuavano a drogarsi vieppiù, e se invece erano disabili era chiaro che la loro disabilità consisteva nella mancanza della vista.
(L'esperimento comunque non fu ripetuto).

A un certo punto, una trentina di anni fa, venne la moda dei Babbi Natale gonfiabili che si arrampicavano con strane pose sulle pareti esterne delle case. Il primo anno erano piccoli, il secondo di media grandezza, il terzo enormi. Una intera città (anzi molte intere città) invasa da una orda di Babbi Natale in vistoso sovrappeso, alcuni quasi sferici, che si arrampicavano sui muri.
Molti li criticarono, ma va pur detto che moltissimi li comprarono e furono ben lieti di appenderli alle terrazze e ai muri di casa. Chi li studiò e li mise in vendita fece un buon affare, e buon per lui.
Ma non tutti erano gonfiabili: quelli scoppiarono nel giro di un paio d'anni e non furono mai rimpiazzati (forse perché il produttore era scappato alle Bahamas a godersi i lauti guadagni); ma con gli anni si andò affermando una razza piccola ma resistente di Babbi Natale di medie dimensioni che continua tuttora ad arrampicarsi in talune case. Ce ne sono un paio anche nel mio condominio.

Se qualcuno che passa di qua avesse degli orrori natalizi da segnalare o delle particolari idiosincrasie riguardo alle decorazioni, i commenti sono a sua disposizione e saranno assai graditi.
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mercoledì 8 dicembre 2021

Diario di Natale - 6 - Il Messiah di Händel

 

L'immagine rappresenta fedelmente un gruppo di spettatori del Messiah al termine della rappresentazione in tempo di Natale. Si scioglieranno in primavera, forse.

Non ricordo esattamente quando il Messiah di Händel è entrato nella mia vita, ma probabilmente facevo le medie. Ad un certo punto però si è indissolubilmente attaccato al Natale e da allora Natale non è Natale senza averlo ascoltato dall'inizio alla fine in un qualche momento delle feste. Per un certo periodo anzi, quando abitavo a Firenze, me lo andavo ad ascoltare in chiesa.
Perché in chiesa? 
Perché la musica sacra si addice alle chiese: mentre ascolti ti guardi intorno e come l'orecchio si ricrea ascoltando l'armonia dei suoni, così l'occhio può posarsi affreschi, pale e decorazioni e non è raro il caso in cui i dipinti guardati raffigurino proprio le storie che si stanno ascoltando. In chiesa inoltre si possono ascoltare  orchestre e cori specializzati in musica sacra, che girano l'Europa su circuiti che molto raramente approdano nei grandi teatri lirici - almeno, così succede in Italia.
Ho ascoltato un paio di Messiah al Comunale di Firenze, e non sarebbe giusto dire che non erano fatti bene. Ma un coro lirico - e quello del Comunale è tra i migliori d'Italia - non è fatto per la musica sacra, almeno non per quella del Settecento, così come i grandi solisti, quelli abituati a fare Mozart, Verdi e Wagner e che a volte partecipano a incisioni particolarmente blasonate, a conti fatti rendono meglio nel loro repertorio abituale.
Ci sono poi da considerare gli strumenti: quelli di un'orchestra moderna sono diversi e hanno di conseguenza un suono diverso. Molto meglio gli strumenti originali dell'epoca; che richiedono però persone abituate a suonarci.
L'ideale quindi è un'orchestra (relativamente piccola) che dispone di strumenti originali, coro e cantanti inglesi o tedeschi e solisti specializzati nel settore.
Strumenti meno sonori e voci più piccole, che in un grande teatro moderno si perderebbero. In una chiesa di dimensioni medio-grandi rendono invece al loro meglio. Il suono è più leggero, più pulito e più scandito.
Per i teatri va meglio Wagner, secondo me.
Per un certo periodo della mia vita ho frequentato molti musicisti, e ho assistito e in un certo senso partecipato a diverse edizioni natalizie del Messiah suonato con strumenti originali e cantato da cantanti inglesi... e dal coro della Scuola di Musica di Fiesole - che non era esattamente un coro inglese, ma secondo me come cantavano loro l'Hallelujah sfondando i timpani a tutti gli ascoltatori fino in fondo alla navata non lo ha mai cantato nessuno: ci mettevano davvero l'entusiasmo giusto, ed erano intonatissimi anche se alla fine dell'esecuzione erano leggermente bluastri in viso.

Il Messiah è un oratorio in lingua inglese scritto da Georg Friedrich Händel nel 1741 su un bel testo scritto da Charles Jennens basato sulle Scritture, e più esattamente sulle Scritture del rito inglese (Bibbia di re Giacomo e Salmi nella versione del Book of Common Prayer); parla, guarda caso, dell'arrivo del Messiah; più esattamente della sua nascita, morte e resurrezione, e anzi sembra che sia nato soprattutto per essere cantato in tempo di Pasqua. Ciò è in effetti altamente consigliabile per i motivi che andrò a spiegare più avanti, ma di sicuro non risulta fuori posto nemmeno a Natale:


La musica è un magnifico impasto di gioia e di solennità e spazia dall'entusiasmo per l'arrivo del Bambino al triste ricordo di come fu da adulto colui fu disprezzato, rifiutato e condannato; il celebre Hallelujah al cospetto di sì lieto evento 


si contrappone alla pacata constatazione che la Morte ha perso il suo pungiglione in un duetto decisamente al limite dell'impossibile


e le trombe ci annunciano che presto tutti noi saremo cambiati

(sospetto che sia almeno la terza volta che carico questo video sul blog)

Si tratta di una musica ad alto potere curativo: "Comfort ye" sono le prime parole del libretto e chi ascolta si ritrova guidato su una strada lunga e luminosa da cui esce come rigenerato.
Se sopravvive, intendo.
Perché le belle esecuzioni nelle belle chiese in inverno presentano qualche criticità: fa freddo. Molto freddo.
Oh sì, le chiese sono riscaldate - così ti assicurano, mentre paghi il biglietto. E le vedi, tutte intorno all'altare e sui bordi delle navate, le lampade a spirito e le piccole stufette. Utilissime in una chiesa alta qualche decina di metri, come no.
A seconda della scelta della versione e dei tempi di esecuzione un Messiah va dalle due ore alle due ore e mezzo. A teatro l'ultimo dei problemi degli spettatori è il freddo e ci si possono permettere veli, scollature, maniche corte e tessuti finissimi. In una chiesa d'inverno verso le dieci di sera no. Sì, certo, golf e cappotto, e scarpe imbottite. Ma due ore e mezzo fermi e seduti in una gelida chiesa invernale sono una vera prova di carattere.
Il problema non è solo per gli spettatori (e i coristi, poverelli): anche i delicati strumenti dell'epoca si scordano molto facilmente col freddo e per gli strumentisti è una continua lotta per mantenere l'accordatura.
A Pasqua, va riconosciuto, è tutto un altro vivere.

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