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mercoledì 16 agosto 2023

Candy e Terence (Separate quella coppia!)


Candy Candy arrivò sui nostri teleschermi nel 1980 e piacque subito moltissimo a tutti e in particolar modo a tutte.
Rientrava nel filone delle storie di orfanelle tratte dai classici della letteratura occidentale per ragazzi, con la differenza che alle spalle non aveva alcun classico di nessuna letteratura e la vicenda se l'erano cavata dalla testa le due autrici. 
A quanto ricordo in Italia la pioggia delle orfanelle arrivò appunto nel 1980, con Anna dai capelli rossiPeline Story (che avevano un romanzo alle spalle, peraltro piuttosto sconosciuto da noi prima dell'arrivo del cartone animato), Charlotte e appunto Candy Candy (che erano invece storie originali). 
Era una serie lunga (115 episodi) e venne trasmessa dal circuito di cui faceva parte la mia amata Tele Libera Firenze, quello cioè dove si prendeva un anime, si mandava in onda ad un orario fisso, si partiva dall'inizio e si trasmetteva tutto, finale compreso, senza interruzioni a parte la pausa estiva - insomma, gente seria. Bene così, perché gli episodi non erano autoconclusivi e raccontavano la storia passo per passo - e si trattava di una storia abbastanza complessa ma non accatastata, com'era il caso di Charlotte: gli eventi si snodavano con un buon ritmo ma erano anche ben approfonditi, e saltabeccare come api ubriache da una puntata all'altra sarebbe stato un problema per gli spettatori.
Come molte serie Candy Candy aveva alle spalle un manga di grande successo avviato qualche anno prima e probabilmente già concluso quando da noi arrivarono le prime puntate. I primi episodi erano ambientati negli Stati Uniti ma più avanti la storia si sposta anche in Europa. La vicenda partiva dai primi anni del XX secolo per arrivare alla fine della prima guerra mondiale. Si tratta in sintesi di una storia di formazione, e all'educazione sentimentale della protagonista è riservata una porzione senz'altro generosa, ma che non trascura altri elementi come gli studi, il lavoro, la posizione sociale eccetera. I disegni sono molto colorati e gradevoli e già la sigla assai fiorita promette una protagonista allegra e solare e un lieto fine - insomma si parte molto ben predisposti e pronti a godersi una storia piacevole.
Candy non è una orfanella particolarmente vessata dalla sorte: l'orfanotrofio dove cresce, "la casa di Pony", è un posto piacevole immerso nel verde e con un delizioso  tocco country, gestito da alcune signore (tra cui una suora) di ottimo carattere, senza regole particolarmente severe o illogiche: nessuno patisce la fame e non si registrano soprusi né cattiverie. Quanto alla protagonista, ha un bel carattere e risulta subito molto simpatica ma non superficiale e come animale da affezione tiene un delizioso procione che si segnala per simpatia e fedeltà.
Già nella prima puntata (e nelle prime tavole del manga) c'è l'incontro col principe della collina, ovvero un bel ragazzo in kilt che suona la cornamusa. I due si scambiano qualche frase gentile e l'incontro resta ben fisso nella mente di Candy, che lo ricorda molto spesso.

Dopo le prime puntate di assaggio condite di quadretti di vita quotidiana Candy viene adottata dalla perfida famiglia dei Legan, che la vuol tenere come cameriera da fatica e la fa dormire nella stalla, lasciandola in balìa dei capricci e dei dispetti dei due giovani figli, Neal e Iriza, che per tutta la serie svolgeranno coscienziosamente il loro ruolo di antagonisti e soprattutto di grandissimi rompiballe, a volte anche in modo piuttosto forzato. Candy comunque si difende bene; quasi subito poi entra in scena un gruppo di cugini della villa vicina che invece la prendono in simpatia; tra loro c'è anche Anthony, che sembra un sosia del principe della collina e che, preso atto della situazione, procura di farla adottare dal capofamiglia degli Andrew (il misterioso Prozio William, destinato a restare nell'ombra fino all'ultima puntata). 
Gli Andrew trattano Candy come una vera figlia adottiva: niente stalla ma una bella camera in una splendida villa con parco dove Candy ha un sacco di alberi su cui arrampicarsi col suo procione (che viene incluso d'ufficio nel pacchetto dell'adozione). Con il gruppo dei cugini nasce una bella amicizia e in particolare con Anthony si avvia un rapporto molto affettuoso.
Il primo amore di Candy è un personaggio che è stato molto amato dagli spettatori: oltre ad essere molto carino ha un carattere dolce ma piacevolmente concreto e tiene testa ai Legan nel migliore dei modi, sfanculandoli con molta eleganza. E' anche un appassionato coltivatore di rose e a Candy dedica appunto una varietà da lui selezionata, la "dolce Candy". E tutto ciò è estremamente gradevole fino al giorno in cui Anthony, durante una caccia alla volpe, cade da cavallo e muore. Così, di punto in bianco. All'inizio della puntata, perché non ci sia nemmeno la speranza di scoprire alla puntata successiva che è stato tutto un equivoco.

Trauma generale e gran disperazione di tutti, personaggi e spettatori - e non parliamo di come si sente Candy. Dopo un intermezzo di convalescenza alla casa di Pony il prozio William la spedisce con tutto il gruppo dei nipoti in un college a Londra a studiare - e sì, al college vanno anche i giovani Legan, ma non certo perché glielo ha chiesto il prozio William. In compenso c'è anche il procione, che attraversa l'oceano con tutti loro.

Candy si riprende, si ambienta al college - e al college c'è Terence, che in verità aveva già fatto una comparsata a bordo della nave e che si presenta sin da subito con tutte le caratteristiche tipiche dell'enfant terrible dal cuore d'oro (oltre a essere una gran bel ragazzo) conquistando rapidamente le spettatrici, oltre a Candy. Anzi, se vogliamo dirla tutta conquista anche Iriza, ma naturalmente per lei non c'è partita.
Non so se vale la pena di stare a descrivere Terence: è un personaggio costruito con cura ma è anche estremamente canonico. Ai nostri occhi di liceali apparve subito come il tipico rappresentante di una categoria ben precisa - in una compagnia teatrale del Settecento sarebbe stato un perfetto Primo Amoroso e in effetti quasi subito gli spettatori vengono informati che è un aspirante attore.
Terence viene da una famiglia nobile, che disapprova il suo desiderio di impelagarsi in una professione sconveniente com'è quella dell'attore, ha un vissuto piuttosto complesso col padre, gode di una serie di privilegi particolari all'interno del college, dove fa strame dei vari regolamenti senza preoccuparsi granché di coprire le tracce delle sue infrazioni, è irriverente e mordace (ma con una certa moderazione) ma si mostra anche assai consapevole dei suoi doveri di aristocratico di difendere gli oppressi... insomma, le solite cose. L'unica nota insolita ai nostri occhi occidentali era che invece che in un romanzo (magari ambientato ai tempi della Reggenza) se ne stesse in un cartone animato - cioè proprio l'aspetto che per i giapponesi era assolutamente normale, dal momento che i loro cartoni animati sono sempre stati molto variegati e includono assolutamente di tutto, dalla preistoria alle distopie.
Ad ogni modo, appena lo vedemmo, già dall'incontro sulla nave, prendemmo atto che sarebbe stato il futuro partner di Candy, dando anche per scontato che sarebbe stato quello definitivo, e seguimmo la loro danza di corteggiamento con grande interesse.
Era un cartone animato, per giunta giapponese; tutti sapevamo dunque che le storie d'amore erano più accennate che concrete. Quella però procedeva proprio bene, con grande sfoggio di situazioni tipiche e topiche incluse le scenate di gelosia della giovane Legan - che Terence gestiva con un certo stile, tra l'altro.
E a sorpresa arrivò il bacio, il primo bacio in un cartone animato per tutti noi. 
No, sul serio, ci si poteva addirittura baciare in un cartone animato? Il brusio di commenti si trasformò ben presto in una sorta di alveare impazzito. E poi...
E poi la storia tra Candy e Terence si arenò.
Roba da impiccarli tutti dal primo all'ultimo, a partire dalle autrici.
Anzi, soprattutto le autrici.
Senza nemmeno perder tempo a insaponare la corda.
Il bacio infatti era finito in un gran volare di schiaffi, come usava nei vecchi film americani. E d'accordo con le situazioni tipiche o topiche, ma lì gli schiaffi non c'entravano proprio niente.
Vabbé, si sarebbero spiegati. Bastava aspettare.
I due però, invece di spiegarsi, si guardano da lontano. Poi fissano un appuntamento nelle stalle, vengono sorpresi (grazie a una spiata della giovane Legan) con grande scandalo della collettività, Terence lascia il college, Candy si dispera perché non è nemmeno riuscita a dirgli addio e piange davanti alla nave che si allontana nella notte...
E i due non si incontreranno quasi più nella successiva settantina di puntate. Candy Candy passa così nel filone delle Storie d'Amore In l'Assenza.

Questo ci piacque molto meno, ma non servì a metterci sull'avviso via via che la storia si sviluppava. Una separazione tra innamorati che presto... no, non esattamente presto... no, decisamente non presto... ma prima o poi quei due si sarebbero riuniti, giusto?
Qualsiasi ragazzino giapponese avrebbe potuto metterci in guardia e spiegarci che a quel punto la cosa era tutt'altro che scontata, ma noi all'epoca ragazzini giapponesi non ne conoscevamo, e quand'anche ne avessimo conosciuti non avremmo davvero saputo in che lingua parlarci. Forti della nostra conoscenza delle convenzioni occidentali per le storie d'amore continuammo ad aspettare con fiducia (e pian piano anche con un certo qual fondo di noia, nel mio caso).
Prima di tutto ci fu una lunga serie di incontri saltati, annullati, rimandati, perduti per colpa di circostanze esterne, di complotti esterni, di...
insomma, i due tentato di rivedersi ma non ci riescono. Mai. Dopo un po' è un meccanismo che comincia a stufare.
Nel frattempo Terence si unisce a una compagnia di attori che guarda caso preparano il Romeo e Giulietta di Shakespeare, che è una specie di tormentone ricorrente della serie ma anche della formazione culturale giapponese nonché uno dei soggetti preferiti delle recite scolastiche - un po' come i Promessi sposi da noi, per intendersi. Guarda caso, gli viene assegnato il ruolo di Romeo. Guarda caso la sua Giulietta si innamora di lui e comincia a fargli il filo - senza ottenere alcun risultato, va detto.
Candy invece si mette a studiare da infermiera. 
A sorpresa, una parte della scena viene poi occupata da Albert.

Albert non è un personaggio nuovo: fin dalle prime puntate lo vediamo comparire sporadicamente, soprattutto quando a Candy serve consiglio o conforto. 
Si tratta di un bell'uomo con una decina di anni più di Candy, che fa il naturalista nei boschi vicino alla casa di Pony e alle tenute dei Legan e degli Andrew. Con Candy sviluppa un rapporto molto amicale, diciamo da fratello maggiore, e ha  praticamente tutti i pregi che si possono attribuire a un giovane uomo: bello, gentile, istruito, amante dell'avventura e della natura, simpatico ma anche provvisto di grande sensibilità, intuito e discrezione.
Già che ci sono, anticipo che oltre ad essere Albert è anche il Principe delle Colline, ovvero il ragazzino in kilt che Candy aveva incontrato nel primo episodio (e nelle prime tavole del manga) ed in più è anche il mitico Prozio William: il suo nome completo è infatti William Albert Andrew; ma questo sia Candy che gli spettatori lo scopriranno soltanto nell'ultima puntata.
Dopo aver collezionato una serie di comparse occasionali, improvvisamente Albert entra in scena collezionando una serie di incidenti e si ritrova senza memoria. Candy decide di occuparsi di lui. A quanto ricordo a nessuno venne in mente che Albert avrebbe potuto avere un qualche risvolto sentimentale nella vicenda: prima di tutto era ormai cosa nota che Candy e Terence prima o poi dovevano riunirsi - e caso mai qualcuno avesse deciso di dimenticarsi di Terence, le autrici avevano avuto gran cura di continuare a seguirne le vicende e di farlo quasi incontrare con Candy non so più quante volte; ma soprattutto, il rapporto tra Candy e Albert era sempre stato assolutamente amicale e fraterno.
Mentre il povero Albert si arrangia con la sua amnesia, ecco che arriva la Gran Tragedia - ed è una tragedia davvero, non un modo di dire: la Giulietta dello spettacolo dove Terence fa Romeo durante le prove vede un riflettore che sta per cadere addosso a Terence e gli fa scudo col proprio corpo. Ci rimette una gamba, che viene amputata.
E tutto ciò non rispetta gli schemi nemmeno un po', ma lo spettatore occidentale fatica a rendersene conto, tanto è salda la sua convinzione che la Coppia che uscirà fuori dalla storia sarà quella di Terence e Candy. Coltiva però sin dall'inizio una sorta di rancore per quel grandissimo impiastro femmina, a nome Susanna, che sembra dare per scontato di essersi guadagnata col suo eroico salvataggio l'amore di Terence.
Il quale Terence si ritrova incastrato senza rimedio e finisce col sottomettersi alla sua dura sorte; e così l'unico incontro che avrà con Candy in circa settanta puntate sarà quello in cui si dicono addio, addio per sempre. E mentre guardavo la scena  cercavo invano di ricordare quando mai si erano effettivamente messi insieme. Eppure le puntate le avevo viste tutte...
A quel punto sia io che le mie amiche eravamo diventate abbastanza insofferenti: naufragi, amnesie, gambe amputate - e siccome nel frattempo era arrivata anche la prima guerra mondiale, uno dei ragazzi del clan di Andrew decide pure di partire volontario come pilota, e naturalmente morirà in battaglia lasciando un fratello e una fidanzata affranti. Più che un romance sembrava un racconto dell'orrore.

Il grande successo del cartone animato aveva spinto la Fabbri a pubblicare il fumetto originale (la parola manga ancora non esisteva in Italia). Anzi, avviarono addirittura una rivista chiamata Il giornalino di Candy Candy, con tanto di rubriche, lettere e curiosità. Non era una edizione filologica, perché il fumetto era colorato (i manga sono sempre in bianco e nero, tranne alcune tavole iniziali di certi episodi) e naturalmente il verso di lettura era all'occidentale. Si dice anche che la traduzione non fosse delle più impeccabili, ma naturalmente nessuno era in grado di controllare. Per la cronaca, la rivista ebbe un grande successo, tanto che quando il manga finì... venne continuato da disegnatori italiani, con vicende inventate di sana pianta, e senza avvisare i lettori. Lo usarono anche per pubblicare altri shojo, tra cui Lady Oscar.
Chi leggeva quella rivista raccontò in giro che sembrava, pareva, si diceva, correva voce che alla fine Candy si sarebbe messa con Albert. Restammo perplessi, appunto perché niente nel cartone animato lasciava trapelare che il rapporto tra Candy e Albert fosse diverso dalla più pura amicizia.
E poi, via, sapevamo tutti che alla fine Terence e Candy avrebbero fatto coppia fissa, nonostante la questione di Susanna complicasse non poco la questione.

A questo punto si impone qualche anticipazione: la versione originale del cartone animato non contiene alcun tipo di riferimento ad un futuro legame tra Candy e Albert ma nemmeno contiene niente che impedisca di credere che ciò avverrà in futuro - insomma è uno di quei classici finali giapponesi dove si evita accuratamente di sporcarsi le mani: la nostra storia finisce qui, su quel che succede dopo pensatela un po' come vi pare.
Il fumetto offre un po' di pietanza in più, e diciamo che l'impressione di un possibile legame futuro si insinua sottopelle. Chi non approva quel tipo di soluzione, può comunque tranquillamente ignorare il tutto e immaginarsi quel che gli pare.
Naturalmente il fatto che Albert si riveli essere il principe della collina, cioè in pratica di essere sempre stato nel cuore di Candy, è un elemento che non può sfuggire allo spettatore, per quanto distratto o maldisposto verso la coppia Candy-Albert.
E magari se qualcuno passa di qui e si mette a leggere potrebbe pensare "Ma perché mai tutta questa preoccupazione di dire e non dire, di far capire ma non troppo, di seminare indizi ma senza parere? Se Candy avvia una relazione con Albert, oppure se lo sposa e magari ci fa pure sette figli, infine non fa mica niente di male! Perché non dirlo apertamente?".
A questa più che legittima domanda si possono azzardare due diverse risposte che non sono incompatibili tra loro: la prima è che i giapponesi fanno tutto a modo loro e un finale del genere non è insolito laggiù, mentre è piuttosto contrario ai nostri usi e costumi occidentali. La seconda è che, anche in Giappone, Terence era rimasto molto più impresso di Albert come potenziale compagno di Candy e i lettori anche lì avrebbero preferito che la coppia si riunisse in qualche modo. Lasciando il finale aperto, volendo, si poteva anche immaginare che così sarebbe stato.
Che tutti gli spettatori dei due emisferi si fossero fissati sulla coppia Candy-Terence La cosa non è poi così strana per vari motivi, il primo dei quali è che Terence era stato presentato sin dall'inizio come potenziale partner e i due si erano effettivamente  innamorati: che quindi gli spettatori fatichino a distogliere l'attenzione da lui per puntarla su un personaggio che è stato fino a quel momento tenuto lontano da ogni tipo di implicazione romantica mi sembra piuttosto comprensibile. Va poi considerato il fatto che i due si sono separati non perché il loro rapporto presentasse delle reali criticità, ma solo perché le autrici si sono impegnate con molta determinazione in tal senso, costruendogli una serie di circostanze esterne di cui nessuno dei due è responsabile - per tacere del fatto che i due non sono mai riusciti davvero a formare una coppia, ma solo a separarsi, che in effetti a me è sempre parsa una roba piuttosto contronatura.
Sia come sia, pare che anche per le autrici separare i due sia stato un dispiacere: messo nella storia come riempitivo, Terence aveva preso loro la mano. Al che viene da osservare che infine Terence non si è fatto da solo e non gode quindi delle attenuanti che valgono per la vita reale, dove incontri gente di tutti i tipi senza poterla scegliere da un catalogo, ma è un personaggio immaginario e, come tutti i personaggi immaginari, del tutto in balìa di chi l'ha creato; e dunque qualcuno avrebbe ben potuto dire a quelle due: Terence è stato accuratamente costruito con tutte le caratteristiche giuste per essere un perfetto partner da innamoramento adolescenziale, il pubblico che vi siete scelti è in gran parte formato da adolescenti, sembra dunque più che comprensibile che come innamorato costui piaccia più di un personaggio che è stato tenuto con gran cura lontano da ogni risvolto sentimentale. Perché non accettate le cose come stanno e magari non cambiate idea sul finale?
Così non è stato, e le autrice-coccodrillo han mantenuto fede ai loro propositi iniziali, avendo cura di tenere separati i due fino all'ultima tavola del manga e all'ultimo fotogramma del cartone animato. Ma poi han detto che gli è tanto dispiaciuto (e qui non commento perché ho già parlato più che a sufficienza di corde non insaponate e se mi ripetìessi rischierei di diventare monotona).
Tuttavia, come sa ogni spettatore che seguì la storia fino alla fine, alla fine Candy e Terence tornano insieme, perché Susanna si è decisa infine a fare un bel gesto lasciando Terence libero di seguire il suo cuore.

E qui entrano in scena gli adattatori italiani del cartone animato, che si ritrovarono tra le mani un finale dove, nelle ultime scene, Candy saliva sulla collina della Casa di Pony (dove a suo tempo aveva incrociato per la prima volta il suo Principe vestito col kilt) e salutava i suoi più cari ricordi del passato: Anthony, morto ormai anni prima, l'amico morto da poco in guerra... e Terence. "Addio, amici, addio, addio!". 
I primi due personaggi citati in questo struggente saluto sono morti, e quindi siamo tutti d'accordo che salutarli ha un suo perché. Quanto al terzo, ormai gravi impegni d'onore lo vincolano in una vita dove per Candy non c'è più posto, e Candy questo lo ha accettato (e addirittura incoraggiato, e vabbé).
Insomma, da qualsiasi parte lo si guardi è un addio al passato che ci si lascia alle spalle prima di voltare pagina e aprire una nuova fase della vita. 
Ma gli adattatori sapevano perfettamente che il pubblico voleva con tutte le sue forze una riunione tra Candy e Terence, in base al principio cardine che regola i nostri romance: alla fine l'amore vince sempre. 
La serie finiva lì. Non c'erano tempi di recupero. Ma se non facevano qualcosa il pubblico sarebbe rimasto assai insoddisfatto.
E insomma fu fatta una scelta altamente discutibile sul piano della filologia, e volendo anche nell'etica, ma anche molto pratica: il finale venne riaggiustato. Gli adattatori insomma coniugarono insomma il nobile verbo "arrangiarsi",  inventando di sana pianta un dialogo dove veniva ufficialmente annunciato che Susanna aveva lasciato "libero" Terence, e una voce fuori campo annunciava che Candy avrebbe trascorso la vita con lui e che l'amore di Terence l'avrebbe sempre accompagnata. 
Fine dell'episodio, della serie e del problema.
Da brava filologa dovrei lanciare strali infuocati e piogge di fuoco, ma in realtà non sono del tutto convinta che abbiano sbagliato a fare quel che hanno fatto. Opinione personalissima, naturalmente, e massimo rispetto per chi la pensa diversamente.

Gli sforzi degli adattatori italiani per soddisfare il pubblico non furono comunque accompagnati da particolari ovazioni: gli spettatori avrebbero voluto vederla, questa riunione, e vedere la coppia insieme al momento del finale. Perché chiudere di punto in bianco in questo modo e annunciare solo con una specie di nota a pié di pagina che tutto finiva bene? In questo modo il lieto fine sembrava appiccicato con lo sputo (e lo era, infatti)! 
D'altra parte si sarebbe potuto fare di meglio solo pescando un po' di frammenti di qualche altra puntata e inventandosi completamente i dialoghi - un lavoro più complesso cui gli infaticabili adattatori si sono in effetti dedicati al momento di preparare per le sale cinematografiche il secondo dei film tratti dalla serie - che nella versione italiana si chiude con i due che si incontrano alla stazione e  assicurano che adesso non si lasceranno più.
Ricordo che anche quel finale fu trovato scarsino, ma insomma fu preso quel che c'era e amen, l'importante era che la storia finisse con Candy e Terence che stavano insieme. 
Qualcuno sospettò qualcosa? 
Ebbene no, abboccammo tutti come carpe. L'idea che dall'alto avessero osato rimaneggiare dei brani di uno sceneggiato non ci sfiorò nemmeno la scala esterna che precede l'ingresso dell'anticamera del cervello - erano cose che proprio non si facevano, suvvia. 
Eravamo tutti molto più fiduciosi, in quegli anni; il tempo della diffidenza per noi era ancora lontano, anche perché quasi nessuno sapeva il giapponese e il Giappone era per noi un paese molto esotico e molto lontano. Oggi probabilmente qualcuno si insospettirebbe e andrebbe subito in rete a cercare l'originale, magari con i sottotitoli in inglese, se pure non si rivolgerebbe a qualche circolo specializzato o direttamente a quel suo amico che conosce il giapponese e in Giappone ci va una o due volte l'anno per lavoro, e l'inganno sarebbe stato scoperto quasi in tempo reale. 
Invece ci limitammo ad abboccare ingoiando l'esca, l'amo e già che c'eravamo anche la lenza.

Come ho già anticipato anche il finale del manga venne rimaneggiato (in modo piuttosto robusto) e non contenti di questo gli editori, visto che la rivista vendeva bene, decisero pure di continuarlo mettendo al lavoro disegnatori e sceneggiatori italiani. Per la cronaca, onde meglio allungare il brodo, risultò subito che la separazione tra Terence e Susanna era stata un equivoco e i due innamorati continuarono a lungo a navigare in acque perigliose e alla fine della storia non si erano ancora definitivamente uniti. Per chi vuole saperne di più sullo sfinimento cui venne sottoposta questa disgraziata coppia, basta andare sul canale Il tempo dei cartoni su YouTube, e in particolare al video dedicato al rimaneggiamento del finale e al sequel della Fabbri.

C'è poi un ulteriore tassello in questa intricata vicenda: molti anni fa le due autrici hanno furiosamente litigato e sono finite a processo. Il risultato è che né il manga né l'anime né i film di Candy Candy possono essere nuovamente stampati e distribuiti se non col consenso di entrambe (che non lo vogliono dare) anche se la rete ha salvato comunque parecchie cose nelle sue viscere.
Dieci anni fa l'autrice del soggetto della storia decise di scriverci su un romanzo: le immagini non le poteva usare, ma la storia le apparteneva. Così ha prodotto un grosso tomo corredato da un epistolario dove Candy racconta... la storia del manga; tutto ciò si immagina scritto diversi anni dopo la fine del manga, nella casa dove adesso da tempo Candy vive con suo marito, il carissimo Anohito di cui si rifiuta di dire però il nome. Naturalmente il tutto è disseminato da numerosissimi indizi che puntano a volte verso Albert e a volte verso Terence ed è nel complesso una delle più spudorate prese di giro di cui abbia mai avuto notizia. 
Se qualcuno desidera saperne di più, Il tempo dei cartoni offre grande abbondanza di notizie e osservazioni, e in più descrive anche il ribollente fandom che a quanto sembra è diviso in gruppi filoterenciani e filoalbertini che litigano assai volentieri tra loro e con chiunque gli capiti a tiro - tanto per ricordarsi che sui social non ci si insulta soltanto nelle pagine di politica o di calcio e che il mondo non è bello se non è litigarello.

Mentre mi istruivo su tutto ciò passando di sorpresa in sorpresa ho finito per domandarmi come mai le autrici si sono impuntate con sì grande determinazione nel rifiutare a Candy e Terence il lieto fine che sarebbe stato così gradito a lettori e spettatori e come mai avessero manovrato così male nel farlo. 
L'opinione del pubblico ha un grosso peso in un mondo che dà tanta importanza alle vendite e agli indici di gradimento, e non sempre è superficiale  e irragionevole - ad esempio è stato grazie a una specie di insurrezione armata che il più famoso degli investigatori è stato riportato in vita nonostante l'ostilità del suo autore e personalmente, come lettrice, sono molto contenta che ciò sia successo. 
D'altra parte, per quanto la mancata felice conclusione della storia con Terence abbia afflitto le sue autrici e anche, a quanto ho capito, il pubblico giapponese, il vero problema è arrivato quando l'anime è approdato in Europa (ma come tutte le storie ambientate in occidente, Candy Candy era nata appunto per essere venduta anche fuori dal Giappone, e magari una cosa del genere era prevedibile e avrebbe potuto essere calcolata).
L'idea di base, par di capire, era di fare una storia di formazione. Ci si forma e modella attraverso le varie esperienze: il lavoro, le avversità, le amicizie e naturalmente anche attraverso l'amore. Perciò a Candy venivano fornite non una ma ben tre storie d'amore, legate a tre fasi distinte della sua vita: la prima era la tarda infanzia, con Anthony. L'uscita di scena di Anthony però era stata gestita molto bene: il ragazzo aveva lasciato di sé un ottimo ricordo, il dolore aveva molto maturato Candy e tutti si erano rassegnati senza problemi al triste evento anche se molti fazzoletti erano stati usati per asciugare molte lacrime.
Terence doveva essere, pare, l'amore passionale e irragionevole dell'adolescenza: una tappa importante per lo sviluppo della personalità, ma anche qualcosa che è meglio lasciarsi alle spalle una volta che si è cresciuti. 
In realtà per i canoni occidentali quello tra Candy e Terence è esattamente il tipo di amore che dovrebbe portarci all'altare o davanti all'ufficiale di stato civile, come del resto succede regolarmente nei romanzi (dopo che i protagonisti han passato svariate pagine a becchettarsi) e non si tratta solo di convinzioni teoriche, perché anche nella vita reale in molti han sposato  l'amore conosciuto sui banchi di scuola, e i risultati non di rado si sono mostrati piuttosto validi, per sorvolare pietosamente sui molti trattati che spiegano come grande scoperta che comunque anche l'amore più passionale può avere una sua evoluzione che lo porta a diventare magari meno irruento ma più solido (ma non mi dire?).
C'è poi un terzo tipo di amore: quello più posato, basato sull'amicizia e la stima, magari meno violento ma più duraturo; questo terzo e definitivo amore comunque entusiasmava a tal punto le autrici, che costoro si sono ben guardate dall'approfondire la questione nonostante il personaggio che avevano deciso di riservare a Candy come scelta finale fosse più che meritevole di un qualche tipo di risvolto romantico. 
A ben guardare, più ci ripenso e più l'unione con Albert mi ricorda il buon vecchio matrimonio combinato - una pratica tuttora abbastanza comune in Giappone e che probabilmente ai tempi in cui fu scritto e disegnato Candy Candy doveva essere ancor più diffusa che adesso.
La teoria che la passione non è necessariamente un buon fondamento in un matrimonio vanta un piccolo ma consistente filone anche nella letteratura occidentale: per esempio in Julie o la nuova Heloise di Rousseau, dove la protagonista rifiuta proprio in nome di questa tesi (che espone con gran dovizia di argomenti per paginate intere, ma Rousseau non è mai un autore sintetico, qualsiasi argomento tratti) di sposare il suo amatissimo precettore quando ne ha la possibilità e opta per un marito più saggio pur non dimenticando mai il primo amore; e caratteristica comune di tutte le stesure di Guerra e pace era che in nessuna Natascia sposava il principe Andrej, nemmeno quando questi sopravviveva alla battaglia, perché sin dall'inizio era stato stabilito che dopo una giovinezza piuttosto irrequieta Natascia avrebbe trovato la serenità con Pierre (va detto comunque che Tolstoj gestisce la cosa con grande naturalezza e il lettore non trova forzatura alcuna nella vicenda, cosa che davvero non mi sento di affermare nel caso della Nuova Heloise); per il fronte italiano possiamo poi citare il percorso piuttosto avventuroso con cui nella Coscienza di Zeno il protagonista approda ad un ottimo matrimonio dopo una disastrata storia di passione.
Valida o meno che sia questa scuola di pensiero, ad ogni modo, mi sento di affermare che gli adolescenti ben di rado han dimostrato di apprezzarla e che forse le due autrici avrebbero dovuto manovrare con maggior perizia invece di appiccicare malamente alla storia il terzo amore di Candy.

domenica 13 agosto 2023

La censura dei cartoni animati come forma di elementare sopravvivenza (Che strazio, questi finali. Ma dobbiamo proprio trasmetterli?)

Alcor-Rio-Koji, il ragazzo dai molti nomi
Qualche anno fa dedicai un post alla deplorevole vicenda delle censure che Mediaset applicò sistematicamente ai cartoni animati giapponesi negli anni 90, e in quel post proclamavo con gran convinzione che nella prima ondata che arrivò sui nostri schermi alla fine degli anni 70 non c'erano state censure, anche se a volte i dialoghi erano tradotti male.
Non è del tutto esatto - o per meglio dire ho scritto una grandissima stupidaggine. Ad assestarmi infine su questa elementare constatazione rimettendo alfine insieme le decine e decine di piccoli e insignificanti errorucci che mi ero via via resa conto che c'erano negli adattamenti (e che spesso e volentieri sono in realtà licenze e aggiustamenti di dimensioni piramidali) è stata la frequentazione del bel canale Il tempo dei cartoni, dedicato appunto all'animazione giapponese, dove l'autrice non manca mai di affrontare le... ehm... varianti che i suddetti han subito in Italia.
Insomma, di interventi ce ne sono stati parecchi fin dalle primissime serie arrivate alla fine degli anni Settanta e le cause sono state molto varie, ma non per questo meno deprecabili.
C'erano stati prima di tutto degli errori dovuti a ignoranza. Il caso più famoso è quello di Rio-Koji-Alcor. 
Come non è ancora molto noto al di fuori della larga cerchia degli appassionati, nell'universo di Go Nagai Mazinga Z, Goldrake e il Grande Mazinger sono tasselli di una sola, grande vicenda che è proseguita anche dopo con film, episodi vari e quant'altro. Di ciò i vari addetti ai lavori italiani non avevano idea quando comprarono i diritti delle serie, e così si ritrovarono con tre ragazzi davvero molto simili tra loro che in realtà erano sempre e soltanto Koji Kabuto. 
Partiamo dalla prima serie - che in realtà in Giappone non era affatto la prima, e venne da noi ripresa adattano l'adattamento francese, che già ci aveva messo del suo - ovvero Goldrake.
Il nostro Goldrake era stato chiamato Grendizer dai giapponesi (non so perché e nemmeno voglio saperlo). I francesi, dio solo sa perché, lo chiamarono Goldoràk, rigorosamente con l'accento sull'ultima sillaba. Da noi fu deciso di chiamarlo Goldrake, che era un nome che non gettò il minimo sospetto in alcuno spettatore: chiamare sia l'astronave che il megarobot di turno Drago d'oro sembrava perfettamente plausibile, e dava senz'altro l'idea di qualcosa di potente e destinato a trionfare sempre e comunque.
Nella serie del Drago d'Oro c'era anche, a fianco del principe di Fleed che aveva portato il drago in questione sulla Terra e lo usava per difenderci dai perfidi veghiani invasori, un bel ragazzo che i francesi avevano chiamato Alcòr e che noi italianizzammo in Alcor. Costui in realtà si chiamava Koji Kabuto e all'epoca era già famosissimo (in Giappone) per aver combattuto a bordo di Mazinga Z per difendere la Terra da Mikenes, altra popolazione venuta dallo spazio per conquistare la Terra; e vabbé, gli intrecci di Nagai erano un pochino monotoni ma non stiamo a guardare il capello.
Quando venne adattato Mazinga Z, che in Italia venne presentato come una serie del tutto indipendente, si decise - di nuovo dio solo sa perché - di cambiare il nome del pilota di Mazinga da Koji in Rio Kabuto. Nessuno, credo, si meravigliò molto della somiglianza con Alcor, anche perché in Italia stavano piovendo robot di vario tipo ma tutti della Toei Animation e tutti partoriti da Nagai, e i personaggi tendevano a somigliarsi parecchio tra loro, in particolare per delle pettinature piuttosto curiose dove i capelli stavano spesso orientati da una parte e puntavano verso l'alto sfidando la legge di gravità.
Toccò infine al Grande Mazinger, dove Koji fa una comparsata nelle ultime puntate e dove stranamente fu deciso di tenergli il nome originale. 
La notizia che si trattava di un unico protagonista (che non soffriva nemmeno di particolari crisi di identità) cominciò a trapelare diversi anni dopo, via via che le conoscenze su quel misterioso universo della cultura giapponese si andavano ampliando. 
Chi aveva importato quelle serie era rimasto affascinato da quei bei disegni colorati, dall'idea che le armi venissero evocate chiamandole a gran voce al momento di usarle (Lame rotanti!) e dai variegati mostri contro cui c'era da combattere. Nessuno, immagino, al momento si preoccupò dei finali. C'era un invasore dallo spazio da combattere, giusto? Dopo un tot di episodi spesso autoconclusivi gli invasori sarebbero stati sconfitti, giusto? E alla fine tutti sarebbero stati felici e contenti, come da prassi consolidata in questo tipo di storie di avventura. Dove poteva mai essere il problema?
Francamente non lo so, ma è un dato di fatto che l'animazione giapponese vanta ben pochi finali che abbiano un minimo di senso ai nostri occhi occidentali. Nel caso dei Mazinga per esempio i nemici vengono sconfitti, irrimediabilmente sconfitti. E basta, si abbassa il bandone e si va a casa - per le serie che si basano su invasioni aliene in effetti era il finale più consueto e di cosa fanno dopo i vari personaggi, nemici compresi,  nessuno ci informa; un gran riserbo cala inoltre sulle varie storie d'amore che erano state più che abbondantemente prima accennate e poi ben coltivate nel corso dei vari episodi. Niente, lo spettatore resta a bocca asciutta.
Nel caso di Goldrake la cosa fu piuttosto surreale: i veghiani sono sconfitti e nel frattempo ad Actarus è arrivata la notizia che il pianeta Fleed, di cui un tempo era principe e da cui era fortunosamente fuggito a bordo del Goldrake, la vita è di nuovo possibile. Così Actarus e la sorella Maria ritornano sul pianeta per ripopolarlo.
"E come lo ripopolano?" fu la domanda che ci facemmo tutti.
La risposta più immediata lasciava perplessi: sì, in teoria dandosi parecchio da fare... ma Actarus e Maria erano fratello e sorella, non era una soluzione un po' estrema e geneticamente discutibile?
Venne poi spiegato (molto, molto tempo dopo) che la real coppia di fratelli sarebbe stata raggiunta dai numerosi fleediani che erano riusciti a fuggire e si erano rifugiati su altri pianeti. La popolazione di Fleed si sarebbe dunque riformata, sulla base di un patrimonio genetico abbastanza vario; peccato che di tutta questa gente fuggita su altri pianeti nessuno avesse mai sentito parlare: Actarus era partito su Goldrake, che era tra l'altro anche una eccellente astronave ma gli altri come avevano viaggiato, in monopattino? Per quel che se ne era sempre saputo, Fleed era ormai un pianeta irrimediabilmente rovinato dalle radiazioni e tutti gli abitanti erano morti.
Ai nostri occhi c'era poi una questione ben più importante: i due fratelli si erano, per così dire, rifatti una vita sulla Terra. Sin dalle prime puntate Actarus aveva fatto coppia fissa con Venusia, mentre quando era arrivata sua sorella Maria, Alcor dai mille nomi aveva avviato con lei qualcosa di molto simile a una storia d'amore. Ma i due terrestri restarono sulla terra e non si accennò nemmen di lontano alla possibilità che potessero partire con i due principi di Fleed. L'addio tra i quattro è molto struggente, Alcor lancia un mazzo di rose rosse a Maria con una bella acrobazia aerea e... boh?
(d'altra parte in Mazinga Z Koji-Rio aveva avviato una storia con Sayaka, la qual storia era rimasta totalmente confinata in quella serie. Un po' più di considerazione era stata data alla coppia Tetsuya-Jun nel Grande Mazinger, e i due avevano perfino avuto l'occasione, in un film successivo, di mostrare allo spettatore i figli frutto della loro felice unione).
Già che ci sono, prima di continuare a parlare dei finali aggiungo che col tempo e la pazienza è risultato che praticamente tutte le serie arrivate in Italia nei primi anni vennero trasmesse incomplete: mancavano due, tre, cinque... addirittura più di quaranta episodi, nel caso di Mazinga Z, e il motivo spesso e volentieri non si capisce ma non è del tutto impossibile che c'entri la famosa delega in bianco citata da Valeri Manera molti anni dopo. Personalmente ricordo di aver beccato una puntata di Capitan Harlock a me del tutto sconosciuta sulla televisione francese. Il francese non lo conosco, ma non ebbi difficoltà a venire a capo del titolo Le complexe d'Oedipe e la vicenda si seguiva facilità: una mazoniana aveva assunto le sembianze e la voce della defunta madre di Tadashi, che aveva perciò grosse difficoltà ad affrontarla. Alla fine però riesce a spararle addosso e Harlock si congratula con lui per essere riuscito a superare il condizionamento. La TV francese, come ho detto, aveva trasmesso la puntata senza farsi particolari problemi, ma si sa che in Italia la mamma è sempre la mamma.
L'ignoranza degli spettatori salvò gli adattatori da reclami e lamentele, ma in tanti notammo che a volte in quelle storie c'erano misteriose incongruenze, e che i dialoghi qualche volta erano proprio strani - cose che succedono, quando traduci male.
Il caso di una serie che veniva trasmessa regolarmente dall'inizio alla fine era piuttosto raro e perfino la RAI si rifugiava dietro lo scudo di "Prima serie" "Seconda serie" "Terza serie ma se volete vedere il finale vi riguardate tutto dal primo episodio". Per giunta erano gli anni eroici delle telelibere, dette anche "emittenti locali". A Firenze avevamo la gloriosa Tele Libera Firenze che di tendenza trasmetteva una serie cinque giorni a settimana, a orario fisso, dal primo episodio all'ultimo e qualche replica nel fine settimana, ma appena si usciva da quel cerchio incantato ogni serie si incartava in strani loop dove solo un gruppo di puntate veniva trasmesso e poi ritrasmesso e poi ancora ritrasmesso e dopo qualche tempo (mesi, ma anche anni) ritrovavi la serie su una diversa emittente con un diverso gruppo di episodi. Facevo fatica a capirci qualcosa anch'io che ero ormai al triennio delle superiori, mi figuro i bambini. 
Tutto ciò non era comunque da imputarsi in alcun modo agli adattatori, ma solo alla disorganizzazione di queste emittenti ancora implumi che infatti vennero pian piano assorbite nei circuiti della Fininvest.

I finali si rivelarono comunque un punto assai critico: tanto per cominciare per molte serie il finale non veniva trasmesso e in qualche caso lo si conobbe solo quando arrivarono le edizioni integrali su DVD, molti anni dopo - e a quel punto si capì anche perché a suo tempo non erano stati trasmessi.

Prima di tutto: nella cultura occidentale romanzi, film e sceneggiati specificamente destinati a bambini o ad adolescenti finivano quasi sempre bene - le uniche eccezioni che mi vengono in mente sono Incompreso e I ragazzi della via Pàl. Il giovane spettatore arrivava dunque al finale convinto che tutto si sarebbe risolto a tarallucci e Coca Cola. Il giovane spettatore giapponese, evidentemente, dava il lieto fine molto meno per scontato e si adattava a qualsiasi soluzione gli avessero allestito gli sceneggiatori. 
Qualche volta, come ho detto, il finale era semplicemente il protagonista che diceva "Abbiamo sconfitto gli invasori!" oppure, nel caso delle cosiddette maghette "Oh, i miei poteri sono esauriti, devo tornare sul pianeta della magia", e questo era quanto. In questi casi a volte c'era una puntata finale versione gadget con un riassunto della vicenda. Non so che effetto avesse sui giovani spettatori  giapponesi, ma per lo spettatore occidentale risultava piuttosto frustrante perché non gli forniva alcun nuovo dettaglio.
Tutt'altro che raro era poi il caso del protagonista che dopo l'ultima vittoria... moriva. Così. La morte, vista in quei casi come la degna conclusione e apoteosi di tutta la vicenda lasciava spiazzati prima di tutto gli adattatori, e c'era allora il problema, piuttosto serio, di passare quel finale a una torma di bambini che da sempre era abituata al lieto fine. Il caso più famoso credo sia stato Rocky Joe, ma negli anime sportivi se ne contano diversi. A volte, come in Baldios, il finale era decisamente catastrofico e si prevedeva una pessima fine per la Terra anche dopo aver sconfitto gli alieni (che erano in realtà i nostri discendenti). Anche gli anime a sfondo storico, come Lady Oscar avevano una certa qual tendenza a chiudere la vicenda facendo crepare tutti i protagonisti - e nel caso appunto di Lady Oscar la cosa risultò particolarmente dolorosa perché proprio due puntate prima della fine tutto sembravano finalmente mettersi bene per la coppia di innamorati - e non a caso la prima volta che la serie fu trasmessa si fermarono proprio in quel punto. Quando arrivò la nuova serie, risultò composta di appunto due episodi due, uno che si chiudeva con la straziante morte di André e l'ultimo dove moriva anche Oscar - più l'avvertenza finale che sarebbero morti anche Luigi XVI e Maria Antonietta, ma  quello fu un trauma minore perché la maggior parte degli spettatori era preparata a ciò grazie ai manuali di storia letti alla scuola media.
Le varie serie di Gundam, a quanto ho capito, finivano di punto in bianco, senza darci notizie sui vari protagonisti che rimbalzavano da una serie all'altra infilando una serie di vicende una più lugubre dell'altra (comunque le serie di Gundam erano tutte estremamente lugubri dall'inizio alla fine, che avessero un finale tutt'altro che foriero di felicità per tutti ci stava e per lo spettatore era più facile adattarsi).
C'erano anche i cosiddetti finali aperti: la vicenda si ferma a un certo punto e cosa succede dopo non si sa. Qualche volta il finale vero e proprio è confezionato in appositi episodi destinati alla vendita (caso classico Lamù).
Per lo spettatore occidentale la cosa era piuttosto destabilizzante: segui un personaggio per svariate decine di episodi, dove il personaggio in questione affronta le più varie traversine uscendone sempre vittorioso... e poi la storia si chiude lasciandolo in mezzo al guado. Oppure lo vedi morire. Oppure gli innamorati, dopo essersi rincorsi per centonovantasette puntate, si ritrovano improvvisamente separati da qualche impedimento sorto due puntate prima. Perché sì, uno dei problemi più seri risultarono proprio i finali degli anime a derivazione shojo, quelli destinati a un pubblico in prevalenza femminile e incentrati su una storia d'amore... e che spesso sono senza lieto fine. Spesso, ma non sempre. Anche qui, gli spettatori italiani non erano per niente preparati. 
Anche qui c'era un equivoco di partenza dovuto alle nostre scarse conoscenze della produzione giapponese: le storie shojo non sono storie romantiche destinate a chiudersi con la felice unione delle coppie che han popolato la vicenda, bensì storie ad alto, altissimo contenuto emotivo, a volte davvero strazianti, e possono finire malissimo - come appunto nel caso di Lady Oscar - oppure così-così, con le coppie che non si formano oppure che si dividono giusto nel finale. Qualche volta, vivaddio, capitava anche che finissero bene.
Gli adattatori coniugarono dunque il verbo arrangiarsi, ritoccando i finali, seminando qua e là frasette speranzose sulla felice futura unione delle coppie, sorvolando garbatamente su chi moriva, magari con l'aiuto di qualche fermo immagine (come nel caso di Rocky Joe).
Ad uno di questi casi di finale, diciamo così, ritoccato per occidentalizzarlo dedicherò il mio prossimo post.

martedì 8 agosto 2023

8 Agosto 2023 - Giornata Mondiale del Gatto

Spiace non poter citare l'autore di questa bella immagine, ma ne ignoro il nome.
Sarò naturalmente ben lieta di rimediare se qualcuno mi fornirà i dati.
Nel frattempo mi congratulo con lui, oppure con lei, chiunque sia.
Lo stesso vale per le altre immagini del post.

Visto che oggi il mondo intero festeggia Sua Maestà il Gatto, com'è suo dovere e com'è vero scandalo che non avvenga tutti i giorni, ho pensato di dedicare questo post al rapporto tra libri e gatti. No, non i gatti in letteratura, ma proprio i gatti e i libri intesi come oggetti fisici. 
L'immagine che apre il post appartiene ad un ricco filone che omaggia questi graziosi amanti dei libri, anche se tende forse a inzuccherare un pochino la realtà. Talvolta infatti il rapporto è meno idilliaco di come sembra qui, e se è notoriamente vero che i gatti lasciano impronte nel nostro cuore, chi tiene in casa una libreria e dei gatti sa che costoro lasciano impronte, talvolta molto visibili, anche sui libri, sotto forma di morsi, graffi e simili. Tuttavia, i gatti sanno sempre come farsi perdonare questi piccoli inconvenienti.

Qualche volta i gatti amano dormire nelle librerie, sopra i libri
e niente è più piacevole di allungare una mano verso uno scaffale pieno di libri e trovarlo occupato anche da una creatura dolce, giocosa e fusaiola.
Ma altre volte i gatti amano riposare dietro le file di libri (e questo da solo è un motivo che dovrebbe spingere ad evitare di tenere libri in doppia fila. L'altro motivo, ahimé, è che non avendo sempre sotto gli occhi tutto ciò di cui si dispone, può capitare di scoprire di aver comprato più copie dello stesso libro).
Dicevamo dunque dei gatti dietro i libri. Molto carini, ed è graziosissimo  vedere due orecchie a punta spuntare da dietro i volumi.
Un po' meno graziosissimo, forse, è dover riporre con pazienza i libri crollati a terra qualche tempo dopo: i gatti amanti dei sonnellini dietro i libri talvolta escono dalla scaffalatura rifacendo esattamente lo stesso percorso che han fatto in entrata, senza smuovere un sol foglio, ma più spesso buttano giù i volumi con due zampate per poi scendere per la via più facile - il mio scaffale di romanzi russi avrebbe parecchio da raccontare sull'argomento.

I gatti sanno leggere? 
Non è scientificamente provato, tuttavia si sa di casi di gatti che cercano di affrettare la voltatura delle pagine o che protestano se la pagina è voltata troppo in fretta dal lettore umano. Comunque un altro filone di immagini che si trova facilmente riguarda gatti e umani che leggono insieme:
Tuttavia ve ne sono parecchie, per lo più foto, dove il gatto legge il libro per conto suo (che in effetti è più comodo perché se la lettura è un piacere che raddoppia quando è condiviso, poter tenere il proprio ritmo è comunque comodo):
Altre volte il micio di casa collabora con il suo umano impedendogli la lettura. Ciò è molto gentile da parte sua quando il libro in questione è un libro di studio.
Questa foto mi ha ricordato di come la bellissima Giselle collaborava al mio esame di maturità distogliendomi dallo studio di Lucrezio in tarda serata, come ho già raccontato nel mio post sull'esame di maturità. Questa foto descrive meglio la circostanza perché il gatto impedizionista è grigio come Giselle, e il libro di cui ostacola la lettura è in versi proprio come il De Rerum Natura (che è comunque un bellissimo testo, checché ne pensasse Giselle):
A chiusura del post, ricordo che un gatto può essere anche un eccellente fermalibro
e talvolta, se gli gira, anche un segnalibro particolarmente puccioso:
I gatti sanno dunque tenerci compagnia anche in quella affascinante attività che è la lettura, perciò è vieppiù nostro dovere onorarli e festeggiarli ringraziandoli per la bella compagnia che ci offrono.
Auguri a tutti i gatti, in questo e in tutti i giorni che verranno. E naturalmente l'augurio vale anche per tutti i diversamente gatti, indipendentemente dal numero delle zampe.

lunedì 7 agosto 2023

Lunedì film - La città incantata (film per le medie)

Dal 2001, grazie alla magnanimità del grande maestro Miyazaki, noi comuni mortali possiamo dilettarci guardando questo grandioso film. Insisto molto sul tema della grandezza perché tutto in questo film è davvero abbondante: prima di tutto la lunghezza (due ore abbondanti, ma dice che aveva elaborato materiale per circa tre ore), poi la varietà dei temi trattati e infine la trama decisamente complessa. L'ho visto almeno quattro volte e ogni volta mi ritrovo a seguire la storia come fosse la prima volta che lo vedo, e d'accordo che per i film non ho grande memoria, ma questo è un caso particolare anche per me. In tutti i casi mentre lo si guarda è tutto estremamente chiaro e alla fine si ha la sensazione di aver assistito a qualcosa di molto importante e molto giusto.
Come spesso accade nei film di Miyazaki la protagonista è una ragazzina in piena età acquamarina, che è l'efficacissimo modo in cui i giapponesi definiscono l'orlo dell'adolescenza. La troviamo in macchina con i suoi genitori: la famiglia sta traslocando in una nuova città e lei non è molto contenta della cosa ma da brava figlia giapponese non lascia trapelare troppo il suo dispiacere.
E' una bella giornata luminosa e il paesaggio intorno a loro è molto verdeggiante. Per un qualche motivo il padre decide di fare una deviazione (o forse sbaglia strada) e si trovano davanti a un tunnel bel fronzuto. I genitori decidono di passarlo anche se Chihiro non è contenta. 
Si ritrovano così in una specie di parco dei divertimenti abbandonato - o almeno loro lo vedono così. Abbandonato da poco, comunque, tutto sembra ancora molto nuovo e quasi funzionante, e dentro un chiosco trovano uno splendido buffet allestito e nessuno in vista. I genitori hanno fame e si siedono a mangiare nonostante le proteste di Chihiro, e mangiano a quattro palmenti stabilendo che, quando arriverà qualcuno, pagheranno il pranzo. Ma non si vede nessuno e Chihiro va a guardare il parco. Quando ritorna scopre che i genitori si sono trasformati in maiali e nemmeno la riconoscono.
Un bel ragazzo arriva in suo aiuto mentre lei si sta sbiadendo, le impedisce di diventare del tutto invisibile dandole da mangiare una bacca e le dà un paio di istruzioni su come sopravvivere all'interno di quella strana città incantata.
Seguendo attentamente le istruzioni Chihiro
 riesce a farsi assumere in uno stranissimo impianto di bagni pubblici gestito da una maga. Nel contratto la maga le cambia nome in Sen e in questo modo le impedisce di uscire dal recinto della città incantata.
Lavorare in uno stabilimento di quel genere non è una esperienza delle più comuni, e anche i clienti sono piuttosto particolari. Qui lo spettatore occidentale è un tantino ostacolato dal fatto di non riconoscere le strane creature che arrivano come clienti - com'è noto i giapponesi hanno uno sterminato catalogo di spiriti ed esseri magici uno più strampalato dell'altro, e non è che anche gli altri che lavorando nei bagni siano creature delle più consuete. 
Il primo cliente che arriva è un terrificante Spirito Del Cattivo Odore, che si rivela poi un fiume molto inquinato ma che grazie a un buon lavaggio ritorna un bel fiumicello limpido. Poco dopo entra in scena anche Senza Volto, un signore con l'aria piuttosto sofferente e abbandonata che si rivelerà uno spirito davvero inquieto
che procurerà diversi problemi allo stabilimento ma che alla fine Sen riuscirà a curare.
In mezzo a questo c'è anche una specie di faida tra la maga dello stabilimento e una sorella a lei quasi identica ma che è molto più piacevole da frequentare.
Durante le varie vicende interviene anche un drago, il più splendido e lussuoso drago che mai sia comparso in un cartone animato giapponese
che rischia seriamente di morire avvelenato per aiutare Sen. Per fortuna lei riesce a salvarlo e scopre che è il ragazzo che l'ha aiutata fin dall'inizio. Chiamandolo con il suo vero nome, Sen riesce a liberarlo dall'incantesimo che lo vincola alla città incantata.
Infine Sen riesce a liberare anche i genitori, che si ritrasformano in umani e che naturalmente non ricordano assolutamente nulla di quel che è successo. Il viaggio verso la nuova città così può riprendere. 
Della sua particolarissima esperienza Chihiro conserva un paio di souvenir, il ricordo di tutti gli amici che l'hanno aiutata e la promessa del ragazzo-drago che un giorno si rivedranno.

Molti sono i significati e le chiavi di lettura di questa intricata vicenda (tra cui affiorano l'importanza della cura dell'ambiente, tema sempre carissimo a Miyazaki, e la vanità dell'oro e dei beni materiali) ma non importa capirli tutti o analizzarli, credo, perché la bellezza della storia e dei vari protagonisti basta da sola a nutrire l'anima dello spettatore. Sospetto che la rete pulluli di analisi molto raffinate in merito, ma ammetto di non averne mai cercata nemmeno una perché ho l'impressione che messaggi e significati arrivino allo spettatore per vie diverse dalla comprensione razionale. In tutti i casi vedere questo film è sempre un'esperienza rigenerante che nutre l'anima di qualsiasi età. I ragazzi, tra l'altro, lo apprezzano moltissimo e dopo averlo visto hanno il tipico aspetto di un pitone soddisfatto da pasto particolarmente succulento - e probabilmente ce l'ho anch'io, ma non mi è mai venuto in mente di guardarmi a uno specchio subito dopo, quindi non posso dirlo con sicurezza.
Ad ogni modo mi sento di consigliarlo assolutamente a chiunque.

venerdì 4 agosto 2023

Cronaca di una mattinata davvero inquieta in tempo di pandemia

La Prima Sfigata si conquistò il suo soprannome per essere stata la prima, primissima classe ad essere andata in quarantena, già nella prima settimana di scuola. Tuttavia in seguito consolidò la sua fama per altri accadimenti, il più appariscente dei quali mi accingo adesso a narrare.
Spoiler: buona parte di quel che successe in quell'epica mattinata è appunto da imputare alla pandemia e al particolare stato d'animo in cui tutti versavamo.

Era una tranquilla mattinata di Novembre. Dal momento che la Prima Sfigata aveva mostrato una serie di notevoli incertezze nell'uso dei tempi dei verbi, avevo deciso di ricorrere a un metodo particolarmente innovativo, ovvero una serie di interrogazioni a tappeto sui verbi. Lo scopo era di innestare un meccanismo automatico dovuto alla continua ripetizione e aiutata dal fatto che una parte della classe i verbi li conosceva benissimo e avrebbe quindi risposto in grande scioltezza. Chiamavo gli alunni uno ad uno, assegnavo un verbo e chiedevo di coniugare una serie di tempi. 
E se l'alunno non sapeva farlo? Bene, tutti avevano la grammatica aperta sulle coniugazioni dei verbi. L'alunno sbirciava e poi declinava, in base al buon vecchio criterio che sbagliando si impara, ma facendo giusto si impara di più.
Anche così comunque ogni tanto emergevano delle criticità. A quel punto ci fermavamo e riflettevamo sulla questione. Il primo round andò piuttosto male, il secondo round decisamente meglio e mi ripromettevo qualche soddisfazione dal terzo e, speravo, ultimo.
La giornata non era partita sotto i migliori auspici: appena finito l'appello Peggy era approdata alla cattedra spiegandomi che quella mattina era venuta a scuola anche se si sentiva un po' strana. Adesso però era convinta di stare proprio male. Poteva andare a telefonare a casa che la venissero a prendere?
Si capisce che poteva. La mandai a telefonare, la segnai in uscita eccetera. Peggy sparì quasi subito e tornò due o tre giorni dopo, munita di certificato di tampone negativo. Perché sì, poteva capitare di stare male anche senza avere il Covid. Di fatto anche prima della pandemia la gente si ammalava.
Le prime interrogazioni andarono discretamente. Ma quando chiamai Eola la ragazza, dopo un attimo di silenzio, si alzò, corse verso la cattedra e disse piangendo "Professoressa, mi sento malissimo".
A scanso di equivoci: sia Peggy che Eola padroneggiavano i verbi con notevole disinvoltura. Nemmeno per un istante fui sfiorata dall'ombra del sospetto che avessero accusato malesseri per scansare l'interrogazione, né che quell'interrogazione fosse per loro qualcosa di stressante. Così esortai Eola ad andare giù dalle custodi che avrebbero provveduto a lei. Eola uscì.
Da notare che in circostanze normali, ovvero non pandemiche, quando qualcuno si sente male fa parte del galateo istituzionale, almeno alle medie di St. Mary Mead, mandarlo giù con un amico al seguito. Ma, appunto, eravamo in tempo di pandemia e non feci niente del genere (e feci malissimo, come risultò poi).
Qualcuno commentò che quel giorno proprio non era cosa, e le interrogazioni ripresero. MA un quarto d'ora dopo bussò la custode, alquanto preoccupata. Eola stava male, non riusciva più a muovere il braccio destro e anzi non lo sentiva più e piangeva. Avevano provato a chiamare i genitori ma non rispondeva nessuno.
Tra i tanti sintomi del Covid la sparizione della sensibilità agli arti non mi risultava, ma un braccio destro che fa male può essere sintomo di pessime cose, che di solito a dodici anni non infestano la vita ad alcuno MA ci sono sempre delle eccezioni e insomma...
Dissi di chiamare la guardia medica e di avvisare la Preside, se riuscivano a raggiungerla: è uso non chiamare mai la guardia medica senza aver avvisato la famiglia, ma se la famiglia non risponde? Poi frugai tra i numeri di telefono e trovai anche quello del nonno: magari, chiamare anche lui...
A quel punto la classe era decisamente stressata, e Violetta accusò malesseri. 
Violetta versa in particolari condizioni sanitarie e può sentirsi male da un momento all'altro, soprattutto in caso di stress - e di stress, in quel momento, ne avevamo da dare e da serbare, quindi nessuno si preoccupò particolarmente di Violetta, che uscì di classe e si regolò sì come richiedeva il suo protocollo medico per poi rientrare un po' ristabilita.
E tutto ciò mi ricordava sempre più la filastrocca dei Dieci piccoli indiani.
La custode passò ad avvisarmi che la Preside in quel momento non era raggiungibile, ma il nonno stava venendo e la guardia medica era stata contattata. 
Più avanti venne ad avvisarmi che sia il nonno che la guardia medica erano arrivati, e scesi giù lasciandola a sorvegliare la classe, mentre una serie di pensieri uno più lugubre dell'altro mi rutilavano in testa.
Quando arrivai la guardia medica mi spiegò che si trattava... di un attacco di panico.
Lui e il nonno si consultarono e stabilirono che non era il caso di portare Eola all'ospedale più vicino per un controllo perché in quei giorni i pronto soccorso di tutta Italia erano intasati e rischiavi di passarci un tempo interminabile prima che qualcuno ti considerasse. Ovviamente un attacco di panico sarebbe passato in coda a qualsiasi altro caso più grave, e ancor più ovviamente passare delle ore circondata dall'atmosfera elettrica di un pronto soccorso intasato, con tanto di luci accese a pieno carico e senza nessuno che ti badasse non era esattamente la cura migliore per un attacco di panico che per giunta era il primo e quindi spaventava il doppio.

Attacco di panico. Quelle tre parolette magiche restituirono al cielo il suo azzurro e fecero splendere il sole. Senza dubbio gli attacchi di panico sono cose spiacevolissime e da non sottovalutare, ma han di buono che non sono Covid né portano a paralisi o complicazioni cardiocircolatorie. Eola doveva solo aspettare che l'attacco passasse e non ci sarebbero state conseguenze irreversibili. 
Mai attacco di panico fu guardato con tanta simpatia. Io e le custodi lo amavamo.
Quel sant'uomo del nonno aveva prontamente abbracciato la nipote e la stava confortando. Eola continuava a piangere, ma in modo molto più tenue e sollevato.
Il nonno ci informò che sua figlia, che era poi la madre di Eola, "dopo essere diventata signorina"* aveva avuto per diverso tempo attacchi di panico assai frequenti. L'uomo si era dunque fatto una certa esperienza e, lui almeno, non era spaventato. Preziosa circostanza, in verità. Confortò Eola, confortò tutti noi, informò i genitori, che nel frattempo erano diventati raggiungibili e si portò via la povera impanicata, che nel frattempo era andata alquanto calmandosi.
Dimagrita di circa dieci chili ma molto racconfortata risalii in classe e informai la custode della lieta novella prima di rimandarla in libertà.
Ormai eravamo verso la metà della seconda ora.
"Prof, che si fa, continuiamo con grammatica?".
"Nossignori. Prendete i vostri palloni, le vostre merende e qualsiasi altro genere di conforto desideriate e andiamo giù in cortile a farci tutti quanti un lungo, lungo intervallo".
In cortile raggiunsi Violetta, che sembrava perfettamente ristabilita e mi assicurò che andava tutto bene, e fui poi raggiunta da Carl Palmer che lamentava un forte mal di testa. Lo mandai a telefonare a casa perché si facesse venire a prendere, se così preferiva, e già che c'ero chiesi se c'era qualcun altro che non stava bene. Mi assicurarono che no, stavano benissimo, grazie - e a guardarli saltare come tanti camosci la cosa risultava piuttosto credibile. Mentre stavano scavallando arrivò la Preside, che potei così aggiornare con il lieto fine della dolorosa vicenda. 

In serata feci una navigatina in rete per informarmi un po' sugli attacchi di panico. Non ne ho mai sofferto né mai avuto a che fare con persone che ne soffrissero e insomma ne sapevo men che zero.
Scoprii così che avrei dovuto regolarmi in tutt'altro modo, parlando a Eola e confortandola, abbassando le luci in classe eccetera. Invece la povera Eola si era dovuta muovere da sola e pure fare due rampe di scale, con la vista che si abbassava e il braccio che andava desensibilizzandosi. A ripensarci mi vengono i brividi.
Ecco, in circostanze normali avrebbe avuto almeno qualcuno accanto a sostenerla e confortarla.
La mattina dopo feci un breve sermoncino spiegando che gli attacchi di panico erano una cosa molto spiacevole e che potevano capitare a tutti in qualsiasi momento, e la prima cosa da fare quando qualcuno vicino a noi ne veniva afflitto era, appunto, non farsi prendere dal panico a nostra volta e cercare di confortarlo ma senza farlo muovere finché non si era calmato, abbassare le luci eccetera. Insomma, come per qualsiasi malanno, la prima regola era non peggiorare la situazione: primum, non nocere. Glielo scrissi anche alla lavagna.
Da allora la Prima Sfigata, che tra poco diventerà la Terza Sfigata, ha fatto serenamente il suo miglio e attacchi di panico non ce ne sono più stati. Tuttavia in cuor mio mi domando: la crisi di Eola sarebbe stata così forte se non fossimo stati in tempo di pandemia? Di sicuro, se non fossimo stati in tempo di pandemia e di distanziamento, sarebbe stata gestita molto meglio da tutti noi, e in particolar modo dalle custodi, che nel loro lungo servizio han visto di tutto e di più e molto probabilmente avrebbero capito ben prima cosa stava succedendo, almeno a grandi linee.

* "diventare signorina" è ormai espressione quasi antiquaria, ma qualche decennio fa era il modo con cui tra persone educate si indicava che una ragazza aveva avuto la prima mestruazione.

mercoledì 2 agosto 2023

La nuova, innovativissima didattica DADA - Considerazioni dopo il primo anno

Agli scolari, nel complesso, la didattica DADA non è dispiaciuta
Il primo anno della nuova, innovativissima didattica DADA è ormai alle spalle, così ho pensato di fare un piccolo bilancio delle mie personali impressioni, elencando aspetti positivi e negativi in ordine di comparsa (nella mia mente) senza preoccuparmi di tenerli separati. Dopotutto, vantaggi e svantaggi si sono presentati insieme.

Primo elemento positivo: il Cambiamento
Per motivi del tutto estranei alla nostra volontà la DADA ha inaugurato il Ritorno alla Normalità dopo la malefica pandemia. Si è innestata dunque in un momento di Cambiamento, ed ha apportato essa stessa a sua volta un notevole elemento di Cambiamento.
Il Cambiamento è cosa buona e giusta in un ambiente statico, tradizionalista e insieme in perenne fermento com'è la scuola. In questo caso il Cambiamento è arrivato dopo tre anni di Scuola-Galera. ovvero esattamente quello che nella scuola moderna tutti dovremmo cercare con tutte le nostre forze di evitare a qualunque costo. E invece, in spregio totale ai più elementari principi di base della moderna didattica, in questi tre anni la principale preoccupazione di tutti noi insegnanti non è stata quella consueta di porgere nel migliore dei modi possibili i contenuti delle varie materie ai nostri amati alunni, bensì quello di svolgere un implacabile ruolo di poliziotti, tenendo il più possibile i poverini buoni, fermi, con la mascherina addosso e soprattutto ben staccati gli uni dagli altri, isolandoli vieppiù dall'umano consorzio al primo vago accenno di malessere, cercando di adattarci alle varie quarantene nostre e loro, insomma isolandoli da quella fratellanza tra coetanei che è sempre stata il fattore più importante della scuola sin da quando la scuola esiste (le prime testimonianze le troviamo nei testi babilonesi ed egiziani). Uno strazio inenarrabile, completamente contro natura per noi e per loro.
Con l'arrivo della Didattica DADA i ragazzi invece sono stati esortati a muoversi, e soprattutto a muoversi in autonomia, senza più guardiani che ne sorvegliavano ogni movimento, recuperando così un po' di quella libertà che ne aveva sempre caratterizzato i movimenti. Ciò ha costituito un piacevole elemento di novità. Insomma, è cominciato un nuovo corso. 
Ci si può muovere, hallelujah! 
Ci si muove in gruppo, hallelujah doppio, carpiato e rinforzato!

Secondo elemento positivo: il cambio dell'ora
che spesso porta con sé una punta di ansia: la classe, si sa, non deve mai essere lasciata scoperta senza sorveglianza, quindi per uscire dovevi aspettare che arrivasse il collega a darti il cambio, e nel frattempo restava forse scoperta quella dove dovevi andare, mentre i colleghi che dovevano sostituirti spesso dovevano percorrere tutta la scuola per raggiungere l'aula dov'eri, poi c'eri tu che dovevi a tua volta percorrere tutta la scuola, e insomma a volte era una procedura lunga anche se tutti facevamo del nostro meglio. Ogni tanto si presentava perfino il caso dello scambio, dove Inglese doveva darti il cambio in 1A e tu dovevi darlo a lui in 1B, e magari le due classi erano pure a piani diversi e aspettare il cambio era del tutto inutile perché nessuno di voi due aveva il dono dell'ubiquità e solo ricorrendo alle custodi si riusciva a fare il cambio senza lasciare scoperta la classe.
Con la DADA fai uscire la classe, che se ne va dove deve andare, e poi restia ad aspettare la classe successiva oppure te ne vai per i fatti tuoi mentre le varie classi vagano per i corridoi e si accalcano intorno agli armadietti. L'insieme, devo dire, è piuttosto rilassante anche se non sempre ordinatissimo e silenzioso - ma chissenefrega. 
Inoltre quei pochi minuti di stacco hanno in sé un valore aggiunto perché aiutano appunto a staccare, ed è una buona cosa sia per noi che per i ragazzi.

Primo elemento negativo: gli armadietti
La scelta degli armadietti, così allegri e colorati, si è rivelata un punto davvero debole. Quelli scelti ahimé si sono rivelati dei veri aggeggi, il cui unico scopo nella vita sembra essere quello di incastrarsi, staccarsi dai cardini, rifiutarsi di aprirsi e di chiudersi e insomma fare tutto tranne che adempiere alla loro funzione di armadietti. 
Dopo averli tanto bramati e desiderati durante l'anno scorso, alla fine gran parte della scolaresca ha deciso di non servirsene oppure li usa, in modo molto contenuto, all'inizio e alla fine della mattinata. Così abbiamo classi che vagano per la scuola cammellandosi dietro zaini, cartelle da disegno e di tecnologia, borsa per ginnastica più eventuale attrezzatura per la piscina e magari anche piumini e giacchetti vari che poi ingombrano le aule. Non è il massimo della comodità per nessuno, e soprattutto per gli alunni. Quindi il primo consiglio che darei al personale di una scuola che decide di passare alla DADA è scegliete con cura gli armadietti e diffidate dei prezzi troppo bassi, e anche degli armadietti che richiedono un lucchetto. Davvero non è da credersi quanto degli armadietti che chiudono male o non chiudono affatto riescano a complicare la vita.

Terzo elemento positivo: i ragazzi si muovono di più
Sgranchirsi un minimo spostandosi da una classe all'altra e magari anche da un piano all'altro due-tre volte per mattinata per un ragazzo in piena crescita è un piccolo ma consistente aiuto. Farlo sciamando con i compagni è ancora meglio. Meglio ancora sarebbe farlo senza doversi portare la casa dietro, ma insomma si sa che nella vita non si può sempre avere tutto.

Secondo elemento negativo: le campanelle
Da due anni le campanelle suonano più basse del solito, col risultato che nella seconda parte del corridoio, anche a porte aperte, non si sentono proprio. Questo non è colpa della DADA ma del comune di St. Mary Mead, che nonostante i ripetuti avvisi non le ha ancora alzate di volume (o forse non ci è riuscito). Risultato: le classi in fondo al corridoio spesso si muovono in ritardo. Un orologio in ogni aula aiuterebbe a limitare i danni, e infatti c'è - ma buona parte di questi orologi non funziona...
Come per gli armadietti, anche qui si tratta di un lato negativo dovuto a criticità specifiche della scuola, però si rivela con più forza in presenza della didattica DADA che richiede spostamenti di massa in tempi ragionevoli.

Terzo elemento negativo: l'orda dei bufali
Alcune classi sembrano del tutto incapaci di non seminare carte e cartacce e briciole tutto intorno. Talvolta l'insegnante scopre con orrore solo dopo che la classe è uscita che l'aula si è trasformata in una via di mezzo tra un trogolo da maiali e un campo di battaglia, e non di rado la classe che arriva dopo si trova a dover iniziare la lezione prendendo scopa e strofinaccio per fare un po' di pulizia.
La soluzione sarebbe chiamare a pulire la classe che c'era prima, ma per vari e talvolta misteriosi motivi non si riesce a capire che classe c'era prima, oppure tutti giurano che han lasciato una classe impeccabile.
E' stata rispolverata perciò una iniziativa che in anni precedenti aveva dato ottimi frutti, ovvero nominare appositi guardiani che sorvegliassero i compagni e assegnare un punteggio a base di croci e cuoricini a seconda delle circostanze. Con la didattica DADA però il sistema funziona poco e male appunto perché nella stessa aula si avvicendano classi diverse, e in più c'è l'incognita dell'intervallo, che l'insegnante passa in corridoio a fare sorveglianza e in cui dunque non può sorvegliare quel che succede nell'aula - e capita perfino che se una classe durante l'intervallo rimane vuota venga presa d'assalto da qualche gruppo particolarmente amante dello sbriciolamento selvaggio e della scia di cartacce.
Il problema non si presenta di facile soluzione, ma tutti confidiamo che con la dipartita della Terza Capricciosa l'anno prossimo la situazione possa migliorare.

Elemento neutro: le dimenticanze
Succede quando, lasciando un'aula per raggiungerne un'altra, qualcuno dimentica qualcosa. Qualche volta arriva un Raccoglitore Ufficiale che saluta dicendo "Scusate, avete trovato per caso due diari, una penna, una calcolatrice e due libri di letteratura?" per andarsene poi via carico di bottino. Altre volte abbiamo un Volenteroso Postino: "Prof, la 2 C ha dimenticato due giacche, le scarpe da ginnastica e un astuccio. Posso andare a portarglieli?" e va via con la sua carriola di avanzi.
Lo inserisco come elemento neutro perché non crea un gran disturbo ma soprattutto perché è inutile sperare in un mondo perfetto dove nessuno dimentica mai niente. Tuttavia col tempo ci si rende conto che alcuni alunni sono veramente un po' distratti, e vale allora forse la pena di rampognarli nella speranza che comincino a dimenticare solo due o tre giorni alla settimana e magari, col tempo, anche soltanto uno.
Va detto poi che tutto ciò aumenta per gli alunni le possibilità di movimento e non è dunque una cosa negativa di per sé.
Gli insegnati dimenticano mai qualcosa?
Oh sì, e in quantità industriale. Ma questo fa parte del

Quarto elemento negativo (solo per gli insegnanti di Lettere): chi siamo, donde veniamo e soprattutto dove dovremmo andare?
Inglese, Spagnolo, Tecnologia e tante altre materie hanno una loro specifica aula.
Lettere invece ha tentato una soluzione che sin dai primi giorni si è rivelata piuttosto cretina: Lettere si snoda sul corridoio del piano superiore, cinque aule per cinque insegnanti di Lettere. Le aule non sono state assegnate ai singoli insegnanti, bensì alle materie: tre aule per Italiano, una per Storia, una per Geografia. La VicePreside disse "Bene, distribuitevi l'orario in modo da fare Storia nell'aula di Storia eccetera.
La cosa si è rivelata impossibile perché spesso abbiamo due insegnanti di Lettere che fanno Storia nella stessa ora e cose del genere. Il risultato è che l'insegnante cambia aula più volte per ogni mattinata e non ha un posto specifico dove mettere le sue cose, se non nell'armadietto che diventa così la raccolta di materiali vari di tutte le insegnanti di Lettere. In più c'è il grave inconveniente che l'insegnante in questione deve ricordarsi un orario piuttosto complicato e vaga da una classe all'altra non di rado confondendosi, almeno nei primi mesi, e spesso deve andare in altre aule a prendere il materiale dell'attività cominciatra uno o due giorni prima in un'altra aula.
E' stata avanzata la proposta di assegnare la singola aula al singolo insegnante, e questa proposta mi piace molto perché fin dall'inizio speravo di personalizzarmi l'aula a piacer mio. Vedremo se l'idea va in porto.
Tutto ciò toglierà un po' di senso alle citazioni scritte alle pareti, ma buona parte di quelle citazioni non mi avevano mai convinto molto, e dunque me ne farò una ragione.

Quinto elemento (parzialmente) negativo: "Tenete sempre la destra quando vi muovete!"
La regola, in apparenza assai facile da seguire, ha lo scopo di impedire che le classi si aggroviglino ed ostacolino tra loro. In realtà è stato un aspetto che ho molto curato, tanto che il mio rituale grido "Tenete la destra!" è diventato famoso in tutta la scuola. Tuttavia, grida oggi e grida domani, nel corso dell'anno le mie classi si sono abituate a procedere sulla destra senza invadere corridoi e scale bensì formando una colonna decorosamente ordinata. Temo però di non poter dire altrettanto delle altre classi. Tuttavia sono molto fiduciosa sul fatto che il progressivo ritorno alla normalità restituirà col tempo una certa abitudine ai gruppi di muoversi con criterio invece di dilagare come acqua fuoriuscita dagli argini.

Terzo elemento positivo: la Mostra del Libro
Non so spiegarmi bene i motivi, sta di fatto che quest'anno la Mostra del Libro è filata molto più facilmente del solito e soprattutto me la sono potuta fare da sola senza disturbare nessuno; probabilmente questo dipende soprattutto dall'orario con le ore accoppiate, ma insomma tutto ha funzionato bene senza che dovessi chiedere aiuto o sostituzioni a nessuno salvo un paio di intervalli alla collega di sostegno che è in classe con me.

Quarto elemento positivo: gli intervalli in cortile
Questo non è un frutto della DADA bensì della pandemia. Per noi di Lettere è particolarmente fruttuoso perché per portare le classi in cortile dobbiamo fare un sacco di scale (che migliora la nostra circolazione e la nostra tenuta fisica in generale) e permette agli alunni di muoversi. A ciò si aggiungono varie gite nell'aula dell'Agorà, che è nel sotterraneo ma sbocca sul cortile. Insomma scale, scale e ancora scale. 

Anche se ho elencato cinque elementi negativi contro quattro positivi sono convinta che gli aspetti positivi prevalgano perché più importanti, mentre i cinque negativi possono facilmente essere migliorati - salvo gli armadietti, che ormai ci sono e ce li dobbiamo ciucciare così.
Nel caso che qualcuno si stia chiedendo se la didattica DADA consiste solo negli spostamenti, non posso che rispondere che sì, dal momento che le aule sono ancora strutturate nel modo consueto, file di alunni che guardano verso l'insegnante che sta in cattedra o al massimo gira tra i banchi cercando, non sempre con successo, di non inciampare in zaini e cartelline varie.
Corre voce che la DADA sia soprattutto laboratoriale ma nessuno ci ha dato particolari spiegazioni in merito, e d'altra parte a St. Mary Mead abbiamo gran copia di laboratori e cerchiamo di fare lezioni abbastanza variegate. Così, a tastoni, perché ripeto che nessuno ci ha spiegato niente in proposito.