Il mio blog preferito

martedì 27 giugno 2023

Il racconto del mese di Giugno - La classe soddisfatta

Si racconta che, sul finir della carriera, molti insegnanti di Lettere manovrino abilmente per avere gli elementi migliori nelle loro classi - e per migliori di solito si intende quelli delle famiglie più colte e benestanti e, in teoria, quelli che non daranno problemi - evitando con cura i casi più notoriamente conclamati come critici.
Naturalmente in una scuoletta di provincia con tre sezioni non sempre è possibile manovrare più di tanto, e la cosa si ottiene più facilmente nelle scuole da cinque sezioni in su, dove non è raro vedere autentiche classi-ghetto formate con i casi più deprimenti dell'intero comparto.
I risultati però non sono sempre quelli previsti, così come non lo sono nelle scuole dove ci si ingegna al contrario a distribuire equamente rose con le spine, rose senza spine, azalee, cardi e cavolfiori (in quest'ultimo caso però, se non altro, le coscienze saranno immacolate e la scuola potrà onestamente dire che ha provato a fare del suo meglio).
Ci sono infatti due grosse varianti che sfuggono completamente al controllo umano. La prima è che solo Dio* nel massimo del suo fulgore è in grado di prevedere l'evoluzione che un giovinetto può compiere nei misteriosissimi anni dell'adolescenza, dove molti gigli si trasformano in acacie e molti cardi diventano begonie o gelsomini (per poi magari cambiare non meno di altre quindici specie floreali prima di assestarsi, detto e non concesso che un essere umano riesca mai a stabilizzarsi davvero); ma ancor più imprevedibile è l'effetto che la classe e i docenti avranno su di lui e l'insieme delle reazioni alle reazioni.
Capita così che una classe che all'inizio si presentava assai gradevole e ricca di potenzialità si trasformi in un micidiale nido di vipere (ed è stato il caso della Terza Capricciosa) ma anche che una classe si sintonizzi, entri in armonia e proceda felicemente per la sua strada.
Tanto per fare un esempio, la mia prima supplenza consisté nel portare all'esame una Terza caratterizzata da una bravura davvero singolare; quando andai dalla titolare prima dell'esame per avere qualche lume su quel che dovevo fare, esordii con una serie di apprezzamenti; la collega mi raccontò molto divertita che il primo anno era stata una classe molto faticosa, dove tutti litigavano con tutti per i motivi più assurdi e dove lei ogni tanto si vedeva costretta a ricordargli che l'asilo era dall'altro lato della strada e che quella in teoria era una scuola media dove ci si aspettava da loro un minimo di impegno in qualcosa che non fosse solo becchettarsi con il compagno di banco. Quella che trovai io due anni dopo invece era una classe di fulmini di guerra caratterizzata da rapporti interni assai virtuosi. Succede.
Sulla carta la 1 C che venne formata tre anni fa, subito dopo il lockdown, era una vera collezione di poveri diavoli. Abbondavano i casi di famiglie decisamente critiche, e gran parte dei componenti si era segnalata alle elementari per varie e numerose prodezze. I primi mesi accoglievamo spesso in Sala In segnanti colleghi affranti in cerca di conforto. Le cose però cominciarono a migliorare quasi subito: la classe di Poveri Diavoli diventò in seguito una classe di Livello Modesto ma dotata di Una Certa Disponibilità, poi una classe Tutto Sommato Gradevole, poi una classe dove Non Si Lavorava Male e infine una classe molto rispettabile. Le lezioni si fecero via via sempre meno addomesticate, i lavori diventarono più complessi e già a fine anno la classe si caratterizzava per una sua giocosità non disgiunta da un certo impegno. 
Il miglioramento proseguì, e mentre la Seconda Capricciosa sprofondava in una  spirale sempre più cupa loro vivevano serenamente il loro percorso scolastico, affrontando le difficoltà invece di cercare di aggirarle e mantenendo un certo buon umore di fondo. Ci ho fatto qualche sostituzione e rimasi piacevolmente colpita dalla loro ragionevolezza e dalle buone vibrazioni che si percepivano nel gruppo.
Ieri mattina ero a scuola per sistemare una immane quantità di robe da fine anno quando ho sentito un festoso rumore. 
Mi affacciai dalla Sala Insegnanti e vidi una fila di tavoli allestiti nell'atrio con tovaglie, vassoi di dolcetti e salatini e bibite di ordinanza. Un gruppetto di genitori presiedeva. Gli alunni giravano con graziosi sacchettini infiocchettati. 
Avevano appena finito gli esami e avevano preparato un piccolo ma grazioso rinfresco per i loro professori e un regalino per ognuno di loro corredato da un biglietto.
"Ne ho viste tante, ma la festa di fine esame mi mancava" dissi ai custodi.
"Anche per noi è la prima volta" mi rispose compiaciuta la custode, che è lì da trent'anni.
Pandemia o non pandemia, la classe si era fatta il suo percorso, si era divertita e si era goduta questi tre anni e insieme con qualche genitore aveva allestito un piccolo ringraziamento per chiudere il ciclo festeggiando tutti insieme.
Sono quelle cose che ti riconciliano con la vita.
(Sì, c'era stata anche la consueta cena di fine anno, ma questa era un di più. E sì, ho mangiato qualcosa anch'io, ma solo dopo essere stata invitata formalmente. E mi sono molto congratulata con loro per la bella idea).

* se esiste, certo. La questione è da sempre oggetto di grandi discussioni e non sarà qui che approfondiremo il tema.

mercoledì 21 giugno 2023

Arriva il solstizio d'estate!

Sir Joseph Noel Paton - The Quarrel of Oberon and Titania (1849)

Oggi il Sole fa gli straordinari, lavorando più del solito; addirittura, mi dicono, in certe zone non tramonta affatto e resta a illuminare il mondo artico, anche se è una luce un po' alternativa:
molto suggestivo, davvero.
Là dove invece tramonta, apre la notte più corta dell'anno; ma è una notte molto, molto magica. Fate, folletti, litigi a livelli astrali e possibilità davvero insolite che si offrono agli innamorati. Per esempio sei la regina delle fate e ti ritrovi innamorata di un asino. 
E qualcuno magari osserverà che non importa scomodare addirittura il solstizio, che avviene due volte all'anno e non di più, perché ogni giorno si vedono bellissime e valenti donne innamorate di perfetti asini (e splendidi uomini di gran bellezza e valore innamorati di asine di primo grado) indipendentemente dall'ora in cui si alza (o non si alza) sua maestà il Sole. 
D'altra parte nel caso del Solstizio per raccontare la non insolita vicenda si è scomodato niente meno che Shakespeare, e dunque la cosa ha avuto una sua particolare rinomanza.
Inoltre occorre ricordare che gli asini, per quanto non sempre brillino per la profondità della loro cultura umanista o scientifica, sono comunque animali di grande intelligenza e trovare un partner intelligente è sempre una cosa buona, anche se molto rara.
Dopo una notte tanto breve quanto magica, dove si possono facilmente scambiare i partner e indulgere a relazioni alternative, magari assaggiando nuovi gusti e valutando eventualità mai considerate prima, si può godere di un risveglio altrettanto magico: il Sole infatti sorge molto presto ma, dove sorge, spesso illumina punti molto particolari.
Per esempio a Stonehenge
luogo forse dall'architettura un po' approssimativa, ma non certo privo di fascino. Dice che ci si può danzare durante la notte, dice che le pietre sono state immobilizzate da un incantesimo mentre stavano anche loro danzando. 
Di sicuro l'insieme è stato allestito dal più celebre dei maghi, Merlino - personaggio assai solenne, ma che tutti amiamo ricordare così, appunto mentre danza:
Auguri a tutti per una notte breve ma intensa, un'alba luminosa e un giorno solare e piacevole.
Con o senza gelato, come preferite (personalmente opterò per il gelato. Possibilmente alla frutta, perché io lo preferisco così).

domenica 18 giugno 2023

Di topi che ballano e di gatti industriosi (ultimo giorno di scuola)

Nell'ultimo giorno di scuola i topi ballano anche quando il gatto c'è ancora
Anni fa una qualche persona provvista di un po' di buon senso stabilì che l'ultimo giorno di scuola al Comprensivo di St. Mary Mead e Crifosso ci sarebbe stata la Giornata Breve sia nell'ultimo giorno prima delle vacanze di Natale che nell'ultimo giorno dell'anno scolastico.
Tale modesto ma utilissimo provvedimento era già regola quando frequentavo le scuole medie in versione alunna, almeno nella provincia di Firenze; quando approdai alle medie di St. Mary Mead scoprii invece che in quei giorni usava fare l'orario pieno, il che ne faceva d'ufficio i giorni più faticosi di tutto l'anno scolastico per gli insegnanti - perché quando un numero di ragazzi tra i dieci e i quindici anni che va dai 150 ai 200 vien lasciato a pascolare per cinque ore senza alcun freno, che cosa mai potrebbe andare storto?
Per nostra buona sorte a St. Mary Mead i ragazzi spesso si comportano in modo piuttosto ragionevole anche quando pascolano - ma spesso non significa sempre, e dunque talvolta succedevano eventi leggermente incresciosi, anche perché era ben salda la convinzione, per i nostri alunni ma anche in generale per molti alunni di molte altre scuole del Regno che nell'ultimo giorno di scuola si facevano i mitici gavettoni, ovvero palloni pieni d'acqua da tirare addosso ai compagni.
Cotale uso potrebbe sembrare tutto sommato innocuo, e anzi era dichiarato apertamente come lecito in talune sennatissime scuole dove ho avuto il piacere di lavorare a Firenze; e tuttavia, nella nostra tranquilla scuoletta di provincia si era col tempo radicata una variante invero assai incresciosa di tale passatempo, ovvero i gavettoni impreziositi da farina e altro - il che tra l'altro si traduiceva in un deplorevole spreco di risorse alimentari, perché la farina andrebbe usata solo per farne cialde, pan di Spagna, focaccine et similia, non certo per sporcare i vestiti dei compagni di scuola, o almeno così la vedo io (e qualcuno mi ha addirittura parlato di uova, ma spero che si tratti di una tipica esagerazione afferente al genere Questi Terribili Giovani d'Oggi).
Vietare i gavettoni in una scuola dove gli alunni sono convinti che i gavettoni siano uno dei diritti imprescindibili sanciti dalla Carta dello Stuidente non è però una cosa facile. Si è cominciato con circolari assai seriose - che hanno avuto un successo analogo a quello delle grida contro i bravi per poi proseguire con forti ammonimenti da parte degli insegnanti e infine con la chiusura del rubinetto centrale dell'acqua nelle ultime ore - un provvedimento, questo, che secondo me è del tutto illegale ma siccome nessuno ne chiederà conto a me ho deciso, una volta tanto nella vita, di non impuntarmi sulla questione.
E insomma col passare degli anni gli alunni han quasi rinunciato a fare gavettoni e financo ad arrivare a scuola l'ultimo giorno con zaini strapieni di bottiglie ricolme d'acqua.
La cosa si è vieppiù smorzata con la riduzione a tre ore della mattinata scolastica - in effetti tre ore di pascolo si riescono a reggere abbastanza bene e il tutto si limita a una grande bolgia in cortile dove gli alunni giocano e scherzano, temperata dal fatto che qualche insegnante tiene in classe o in qualche laboratorio gli alunni per fare non so quale attività di riordino.
Quest'anno l'ultimo giorno di scuola cadeva di Venerdì, quando avevo terza e quarta ora con la Prima Difficile e le ultime due ore con la Seconda Sfigata. Insomma, per me si è trattato di passare un'ora in cortile pascolando un po' con i ragazzi della mia Prima e parecchio conversando del più e del meno con varie maestranze della Seconda - un modesto atto di presenza e niente più.
Con mia grande delusione mancavano del tutto invece gli enormi vassoi di patatine e dolcetti che da sempre le classi portano per le cosiddette Feste di Classe - che sono, in effetti, una sorta di movimento migratorio in cui vari sciamo di alunni si recano in visita gli uni dagli altri, seminando briciole di patatine per ogni dove.
Niente patatine, dunque, e un po' di conversazione amena con allievi e colleghi. Una roba piuttosto tranquilla, nel complesso.
Alle un dici la campana è suonata e i ragazzi sono sciamati via in modo tutto sommato abbastanza ordinato. E gli insegnanti si sono ritrovati nella loro stanza a scambiarsi saluti e auguri...
...per poi avviarsi verso le Elementari dove si tenevano gli scrutini di fine anno delle Terze, dopo un lussuoso intervallo di ben quindici minuti.
Non io. Io sono rimasta a riordinare il cassetto e a dare gli ultimi tocchi al Registro perché quest'anno non ho Terze da portare all'esame.
In compenso il giorno dopo ho goduto una esperienza che non avevo più provato dai tempi del mio primo anno si scuola: gli Scrutini di Sabato. Disposti in modo piuttosto perfido, perché mi sono ritrovata a fare la prima classe del pomeriggio, all'una, e l'ultima e la penultima, tra le quattro e le sei - una degna conclusione per un anno che, a conti fatti, si è rivelato piuttosto faticosa - senza contare che, mentre di solito agli scrutini tutti arrivano carichi di dolci, salatini, bevande varie (rigorosamente analcoliche) e talvolta perfino gelati, stavolta a nessuno è venuti in mente di portare nemmeno un pacchetto di semi di zucca, e dunque gli scrutini si sono svolti nel più rigoroso digiuno.
Praticamente un fine anno scolastico degno di un circolo dietetico.

lunedì 12 giugno 2023

Miracolo nel penultimo giorno di scuola

Scolari negli ultimi giorni di scuola

Viene alfine quel momento, negli ultimi giorni di scuola, in cui ti rendi conto che non riuscirai a fare questo, quello e nemmeno quell'altro che ti eri ripromessa di fare e ritenevi del tutto indispensabile perché, come ho già avuto occasione di raccontare,  le ultime settimane dell'anno scolastico somigliano più a un groviera che a un normale calendario scolastico e Maggio scivola via con una rapidità inimmaginabile a chi non lavora nella scuola.
A quel punto, quando infine hai tirato i remi in barca e ti sei rassegnata alla tua ria sorte, spuntano un paio di giornate tranquille e a orario pieno che avrebbero fatto un gran comodo dieci giorni prima ma che a quel punto servono davvero il giusto. E proprio allora, naturalmente, scoppia il caldo; e già devi ringraziare che non è scoppiato prima e che le classi siano comunque riuscite a combinare qualcosa nei ritagli di tempo miracolosamente scampati alle infinite attività sbucate fuori dal nulla.
Dunque, niente lezione normale. E allora?
Quest'anno con le prime ho deciso di darmi alla cinematografia. 
Miyazaki, per le prime, è sempre una soluzione perfetta. Così ho optato per Il mio vicino Totoro per la Prima Turbolenta e La città incantata per la Prima Brava. Con la Seconda invece avevo una quantità sterminata di cose da concludere e sistemare, quindi il mio progetto di fargli vedere Romeo+Juliet come introduzione al romanticismo è andato purtroppo a farsi benedire, e lo rimpiango molto. Ma tant'è.
La mattina del Penultimo Giorno di Scuola - un'entità particolare che nel mio caso era quasi un Ultimo Giorno perché nel vero Ultimo Giorno di Scuola non sarei stata in classe - mi sono ritrovata con quattro ore filate su tre classi diverse. Niente di male, in apparenza, perché era quel che avevo fatto per tutto l'anno in quel giorno della settimana - ma presentava l'inconveniente assai serio di non avere nemmeno l'ombra di un buco libero per sistemare alcuni inconvenienti.
Che erano, in sintesi, il fatto che rischiavo di sforare, anche se di pochi minuti, con entrambi i film, entrambi rimasti a mezzo. Tutto ciò non avrebbe creato inconvenienti di sorta quando le classi stavano fisse nella stessa aula per tutto il giorno - bastava fermare il collega in entrata e avvisare "Devono finire di vedere il film", il collega annuiva ed entrava in classe in silenzio. Stavolta invece, con la didattica DADA, le classi passavano al piano inferiore e occorreva dunque avvisare il collega di cui sopra che sarebbero arrivate in ritardo, ma c'era l'ulteriore problema di avvisare la classe che mi aspettava che sarei arrivata dopo. Inoltre avevo anche tre pile di libri da portare nella Seconda Sfigata perché...
C'è di buono comunque che a scuola tutto si sistema in qualche modo, ma ero assai inquieta perché i film sanno essere davvero dispettosi, soprattutto a St. Mary Mead.
Invece.
Prima ora: miracolosamente non ci sono stati problemi ad avviare il film, ritrovare il punto in cui eravamo arrivati e continuare la visione. I titoli di coda sono arrivati trenta secondi dopo il suono della campana. La classe ha ringraziato e si è avviata al piano di sotto.
Siccome nel cambio delle ore c'è il Passaggio Agli Armadietti la classe entra sempre nell'aula qualche minuto dopo, quindi al loro arrivo mi han trovato ad aspettarli. Spiego il problema dei tempi all'insegnante di Sostegno che scende giù ad avvisare la collega che forse faranno tardi.
Tutto ciò però non si rileva necessario: con due minuti di anticipo sul suono della campana scattano di nuovo i benefici titoli di coda. La classe si rassetta, chiede di andare in cortile per l'intervallo e passa dall'aula a prendere gli zaini. Quando suona la campana siamo già fuori, loro giocano a palla e io, accasciata sulla panca, ringrazio in cuor mio quel gran genio di Miyazaki che con tanta benevolenza ha vegliato su di me riuscendo perfino a sconfiggere la Maledizione di St. Mary Mead con i suoi immensi poteri.
In cortile trovo la Seconda Sfigata che fa l'intervallo fuori pure lei. Al suono della campana nomino tre Portatori per le pile di libri che passiamo a prendere in Sala Insegnanti e poi saliamo.
Nel giro di due ore riesco prima a portarli nell'aula video per esaminare l'ultima esposizione rimasta per strada, quella della Polonia; poi a rimproverare le tre malcapitate perché l'esposizione era stata preparata male e fatta peggio, poi a riportare tutti in classe per dare i compiti di Geografia per l'estate: le Tre Malcapitate dovranno rifare l'esposizione sulla Polonia, una coppia dovrà preparare una piccola esposizione sulla Transnistria per scontare taluni suoi peccati e tutti quanti dovranno portarmi una notizia che li ha colpiti su un paese extraeuropeo.
"Se poi durante l'estate non succede niente di notevole, né guerre né conflitti né inondazioni né colpi di stato, allora venite senza notizie e insieme festeggeremo il mirabile prodigio di una intera estate trascorsa in pace senza drammi né tragedie". Tutti scuotono la testa, ritenendo la cosa assai improbabile, ma chissà? La vita a volte ti sorprende con effetti speciali.
Poi restituisco e commento l'ultimo pacchetto di verifiche, ovvero l'alfabetiere sulla Costellazione illuminista (illuminismo e rivoluzione francese, americana e industriale). Si sono divertiti a farli e questo è importante, però a qualcuno ho dovuto spiegare che di solito la lettera iniziale si prende  dal cognome e non dal nome, a meno che non si tratti di un re: Luigi XVI va benissimo per la L, Maria Antonietta con la M ci sta a meraviglia ma Benjamin Franklin va sotto la F e non sotto la B.*
Passo poi alla consegna dei libri: come l'anno scorso ho scelto dalla biblioteca della scuola un libro per ognuno. L'anno scorso è stato un trionfo del fantasy, quest'anno la scelta è stata finalizzata non tanto al puro piacere della lettura quanto al lugubre programma che ci aspetta a storia. In tutti i casi dovranno riferire e dire cosa ne pensano, e staremo a vedere; c'è comunque il vantaggio che quest'anno sono volumetti piuttosto corti, visto che il loro rapporto con l'italiano è decisamente migliorato.
E basta, abbiamo finito. Tutto è stato detto e fatto, e manca ancora un quarto d'ora alla campana dell'intervallo.
Miracolo! Prodigio! Giorno da segnare con la pietra bianca!
Avevo un'infinità di cose da fare in queste quattro ore e le ho fatte tutte. Se nel frigo della scuola ci fosse una bottiglia di champagne la stapperei.
Purtroppo non c'è ma pazienza, non si può pretendere di avere proprio tutto dalla vita.
Ovviamente li porto giù in cortile per un lungo intervallo.

Riuscire a fare tutto quel che ci siamo proposti di fare in un determinato intervallo di tempo è una esperienza rara per tutti, ma per un insegnante ha davvero del prodigioso. In effetti, in ventiquattro anni che insegno non credo mi sia mai successo.
E adesso non lo dico più.

* colpa mia che non li avevo avvisati, ma è la prima volta che vedo fare un alfabetiere con i nomi di battesimo, lo ammetto.

venerdì 2 giugno 2023

Blackbird. I colori del cielo - Anne Blankman


Il romanzo è stato scritto nel 2020 e tradotto in Italia nel 2021, ovvero prima della guerra in Ucraina; io però ne ho appreso l'esistenza solo quest'anno, alla Mostra del Libro che finalmente a scuola abbiamo rifatto. Mi sono precipitata a comprarlo perché, appunto, la storia parte dall'Ucraina, ma soprattutto perché racconta un avvenimento che mi ha sempre molto interessato, ovvero lo scoppio della centrale atomica di Chernobyl. Inoltre è la storia di un'amicizia al femminile, che è sempre stato uno dei miei generi preferiti.
Prima di presentarlo, una nota filologica: il titolo originale è The Blackbird Girls, ovvero "Le ragazze merlo". Mi rendo conto che tradotto così non aveva molto senso, e sembrava puntare sul fantasy evocando fanciulle mutaforma. Va detto però che il titolo originale non aveva molto senso nemmeno per un lettore americano (l'autrice è una purosangue americana e vive a New York) ma in qualche modo gli americani sembrano essersene fatti una ragione perché l'hanno assai apprezzato. Ad ogni modo il titolo italiano non è filologicamente corretto ma è molto attrattivo, e la copertina mi sembra bellissima - tra l'altro di colori del cielo si parla abbastanza, almeno nelle prime pagine. 
L'autrice è americana, ma una sua cara amica, incontrata a scuola, veniva appunto da Chernobyl e l'idea del romanzo nasce dai racconti suoi e dei suoi nonni.

La storia comincia a Pripyat, ovvero la cittadina nata intorno alla grande centrale di Chernobyl, in Ucraina che all'epoca era in Russia ma soprattutto in Unione Sovietica, e che oggi è diventata una specie di museo deserto a cielo aperto. E' il 1986, mese di aprile, e si parte proprio descrivendo il colore del cielo ddi Pripyat, che in quella mattina non è azzurro bensì con un bagliore rosso a sfumature scarlatte. Dalla zona della centrale vengono nuvole rosse, nell'aria c'è uno strano odore e soprattutto i merli neri, che ogni mattina venivano a fare colazione sul davanzale della prima protagonista che incontriamo, Valentina, quel giorno non ci sono. Nemmeno uno.
Inoltre il padre di Valentina, che quella notte era di turno alla centrale, non è ancora rientrato. Tutto è normale, a parte questi pochi ma non secondari dettagli, e la giornata si snoda tranquillamente nella solita routine scolastica. Nessuno fa domande, e chi le fa non si vede dare risposte. C'è (stato?) un incendio alla centrale, ma si sa che la centrale è sicura...
Il lettore occidentale di una certa età ricorda benissimo come dalla Russia cercarono di negare fin quando fu materialmente possibile farlo, ma si resta dolorosamente sorpresi scoprendo come in Russia furono informati ben dopo rispetto a noi.
Il racconto si snoda alternando la storia delle due protagoniste, Valentina e Oksana, due ragazzine coetanee, compagne di classe e legate da una profonda inimicizia. Valentina è ebrea e dunque abituata da sempre ad essere oggetto di antipatia e diffidenza e a mettersi in mostra il meno possibile. Oksana è di famiglia più ricca e antisemita, abituata da sempre a diffidare degli ebrei, notoriamente infidi e ingannatori. Nel giro di pochi capitoli però le ragazze si ritroveranno ad avere solo loro due su cui contare. 
Pripyat viene evacuata, i pullman trasportano gli sfollati fino a Kiev per poi scodellarli nel centro della città e questo è quanto, alla faccia dell'organizzazione. Su quei pullman comunque sono salite solo le due ragazze e la madre di Valentina: i due padri  e la madre di Oksana, contaminati dalle radiazioni, vengono ricoverati. Certamente è questione di poco, certamente si ricongiungeranno presto con le figlie, sta di fatto che i padri le ragazze non li vedranno mai più e, quanto alla madre di Oksana, riuscirà a tornare da sua figlia solo dopo molti mesi.
E' solo l'inizio di una complessa odissea: il primo rifugio (una parente della madre) durerà ben poco, alla stazione ferroviaria i biglietti del treno sono razionati e infine le due ragazze si ritrovano da sole, dirette a Leningrado, dall'ignara nonna di Valentina, che per buona sorte delle due si rivelerà molto ospitale ma che è estremamente ebrea, molto più della figlia, e ogni settimana continua di soppiatto a celebrare lo Shabbat. 
La permanenza dalla nonna è lunga e felice, nonostante le notizie dall'esterno siano tutt'altro che confortanti; se Valentina ne approfitta per ricostruire un po' di storia di famiglia, e sua madre le raggiungerà relativamente presto, anche se con tristi notizie, Oksana si ritroverà costretta a rivedere tutte le sue convinzioni e i suoi progetti, con un processo piuttosto doloroso. La sua storia è la più complicata, perché la riunione con la madre porterà molti e nuovi problemi e solo un abile colpo di coda della nonna di Valentina le permetterà infine di trovare la sua giusta collocazione.
Cosa c'entrano i merli con tutto questo? E cosa sono le ragazze-merlo? 
Sono le amiche unite da un legame profondo e duraturo, tanto profondo da superare agevolmente anni di separazione. Troveremo nel romanzo due coppie di ragazze-merlo: la prima è quella di Valentina e Oksana, che col tempo e le vicende imparano a superare pregiudizi e antipatie e si legano per tutta la vita in un legame di eterna amicizia. Ma c'è un'altra coppia di ragazze merlo:la nonna di Valentina e una sua amica, che vive all'altro capo dell'URSS e da cui Oksana infine si rifugerà, accolta come una figlia perduta e finalmente ritrovata.
La storia dunque è complicata e molto ben costruita. Per chi ama le storie di resilienza femminile c'è un pascolo nutrito e abbondante, ma il romanzo ha, per noi europei, un valore aggiunto tutto particolare perché ci mette in contatto con la realtà dell'URSS pochi anni prima della sua caduta: abitudini, cibi, problemi economici e abitativi, gerarchia sociale e soprattutto quella sottile (neanche tanto sottile, a volte) paura che in una dittatura ti accompagna dappertutto, e impedisce sia le domande che le risposte. A conti fatti, la vita nell'URSS per noi rimane ancora abbastanza misteriosa perché l'unico arco di tempo in cui c'è stata una certa libertà di narrazione è durata poco, e in quegli anni chi viveva lì era troppo occupato a vivere il presente per rielaborare il passato in una narrativa domestica, mentre dal canto nostro c'era (e per certi versi c'è ancora) una sorta di filtro ideologico che ci rende difficile approfondire certi dettagli.
Dal mio punto di vista dunque i sedici euro di questo libro sono stati spesi molto bene perché, oltre a leggere una bella storia di formazione al femminile (ma anche di violenza domestica) mi sono ritrovata come bonus una specie di romanzo storico che mi ha raccontato qualcosa che si svolgeva molto vicino a me ma che conoscevo solo in modo molto indiretto - sì, certo, il mondo è pieno di reportage giornalistici, ma un bel romanzo è tutta un'altra cosa.
Lettura piacevole, di quelle che sei contenta di ritrovare quando torni a casa; mi ha regalato tre serate molto affascinanti (erano giorni in cui non avevo molto tempo per leggere). Consigliato a chiunque, soprattutto alle donne dagli undici anni in su.

domenica 28 maggio 2023

Come fu che le scuole medie di St. Mary Mead e Crifosso andarono al cinema

Benozzo Gozzoli - Processione dei Re Magi

Vengo ordunque a narrar qua lo grandissimo evento della mirabile uscita del comprensivo tutto di St. Mary Mead- Crifosso per andare al cinema , che si è felicemente conclusa lasciandoci tutti vivi e in buona salute, che è stato risultato assai maggiore di quanto li più ottimisti infra di noi ardissino isperare.
E magari chi passa di qui dirà "Eh, quante storie, tutti i giorni un sacco di gente va al cinema e non gli succede niente di male, tutt'al più si annoia un po'. Questi insegnanti la fanno davvero troppo lunga".
E magari chi lo dicesse avrebbe pure ragione. E tuttavia io sono davvero ammirata dell'ardimentoso coraggio di colei che ha permesso in compimento  di sì complessa impresa e di tutti coloro che han collaborato.
E andiamo ordunque a narrare lo gran prodigio di valore compiuto da tutti noi docenti.
Come ho già raccontato, tutte le classi delle medie di St. Mary Mead e di Crifosso stan seguendo un corso di cinematografia.
Una volta fatta la lezione di storia del cinema, la tappa successiva è stata una visita guidata all'ex teatro-cinema di St. Mary Mead, da tempo in via di restauro.
Dopodiché, vivaddio, era prevista anche la visione di un film. E a qualcuno è venuta la brillante idea, visto che a St. Mary Mead abbiamo solo un cinema ancora in via di restauro (e a Crifosso manco quello) di portare la popolazione di entrambe le scuole medie a una matinée al vicino comune di Pietraforata, che di cinema ne ha addirittura due, e in perfetto funzionamento. E se vi sembra facile da fare non so che dire, accomodatevi pure e buon lavoro.
Si trattava dunque di spostare non solo i 180 alunni delle nove classi del Comprensivo di St. Mary Mead, ma anche gli altrettanto 180 della media di Crifosso, che da St. Mary Mead dista circa una decina di chilometri, per fortuna collegati tra loro da una efficiente linea ferroviaria.
Portare fuori i ragazzi è sempre un'avventura, e dopo tre anni di clausura da COVID siamo diventati tutti orrendamente ansiosi e preoccuposa; inoltre la collega che ha organizzato il tutto è di gran lunga la più ansiosa e preoccuposa di tutti. Per giunta è anche singolarmente incapace di organizzare alcunché senza fare sempre e comunque un immane casino (l'unica persona che conosco ancor più incapace sono io, che però, consapevole di questo mio limite oggettivo, mi guardo bene dall'organizzare alcunché). Non metto in dubbio che la questione fosse complessa, ma in cuor mio sospetto che si potesse fare anche con una decina di circolari in meno; ancor più sospetto che se Trenitalia si fosse degnato di mandare la prenotazione qualche giorno prima, e non la sera avanti, ovvero all'ultimo minuto nonostante la prenotazione sia stata fatta con immane anticipo, il fegato della mia collega se ne sarebbe assai avvantaggiato.
Portare fuori una classe è ritenuto affare di poco conto ("Domani vado con la Seconda B al Museo delle scienze ma si è ammalato Musica, potresti venire tu invece?" "Volentieri, tanto faccio solo due ore e mi sostituiscono senza problemi. A che ora andiamo via?"). 
Portare fuori due o tre classi è già più complicato perché A deve sostituire B mentre C sostituirà se stesso con abile triplo salto carpiato, ma insomma si fa.
Portare fuori tutte le classi, se da una parte semplifica molto la questione delle sostituzioni (siamo tutti fuori quindi nessuno va sostituito) si trasforma in una transumanza assai complessa, tanto che mi sono seriamente domandata come facevano a muoversi le orde barbariche - che si misuravano in decine di migliaia -ai tempi delle invasioni. Probabilmente si preoccupavano meno della sicurezza, immagino, e certo i problemi del traffico automobilistico li impensierivano meno.
Muoversi in 360 alunni più una buona ventina di docenti comunque è affar serio, e così per vedere un film di 94 minuti, proiettato in un paesello a quindici chilometri e quindici minuti di treno di distanza, abbiamo impiegato quasi tutta una mattina di sei ore.
Prima di tutto le partenze scaglionate: ogni cinque minuti partiva una nuova classe e prendeva tosto la strada in discesa che portava alla stazione, con tutto il corredo di insegnanti che si preoccupavano che i ragazzi non scendessero dagli strettissimi marciapiedi di St. Mary Mead, dove per fortuna i marciapiedi sono stretti, ma il traffico automobilistico è davvero modesto; di conseguenza ci abbiamo messo circa un'ora per radunarci alla stazione, che da scuola dista dai cinque ai dieci minuti a passo lento o lentissimo.
Arrivato il treno sono state individuate le carrozze con la prenotazione - che tutto sommato servivano, perché anche se la mattina i treni da St. Mary Mead a Pietraforata sono quasi vuoti, 380 tra ragazzi e insegnanti imprevisti sono un bel boccone per qualsiasi treno regionale.
Alla prima fermata sale anche Crifosso, alla seconda scendiamo. Un quarto d'ora circa di treno, e siamo intorno alle 9.30. Facciamo tappa in un parchetto per la colazione, qualcuno decide di sperimentare il sushi-bar proprio lì davanti, qualcuno va a caccia di souvenir e insomma tutti si comportano come una scolaresca in gita, con l'unico inconveniente che siamo ben nove scolaresche in gita. 
Alle 10.30 sbarchiamo infine al cinema. Ci disponiamo faticosamente tra platea e gallerie, tenendo i gruppi compatti il più possibile (con scarsi risultati: mi ritrovo in mezzo a una fila di perfetti sconosciuti e intravedo i miei nelle file davanti).
Arrivano  il sindaco o l'assessore, insomma l'autorità preposta, e il critico cinematografico e parlano per circa mezz'ora. Il critico dice anche delle cose interessanti, ma non ho mai capito perché ha parlato prima e non dopo. So che è abitudine in questi casi spiegare alla gente cosa vedranno, anche se non ho mai capito bene perché non spiegano invece, caso mai, cosa hanno visto per poi rispondere a eventuali domande. D'altra parte fanno sempre così anche con gli adulti, non è una cosa riservata solo ai fanciulli in fiore.
Film, intervallo e poi saluti. Assai faticosamente le classi vengono radunate e poco dopo mezzogiorno siamo fuori dal cinema e ci dirigiamo avventurosamente (a Pietraforata i marciapiedi sono di grandezza normale, ma per contro il traffico è decisamente sostenuto trattandosi di un paesotto di rispettabilissime dimensioni) e raggiungiamo la piazza centrale del paese, dove facciamo la seconda colazione. 
I ragazzi pascolano allegramente, fraternizzando (o litigando) tra istituti, e io realizzo improvvisamente che è rarissimo che i due plessi al completo si incontrino, mentre gli insegnanti si vedono assai più spesso. Come sempre in questi casi c'è un gran viavai di acquisti di ulteriori dolcetti e souvenir e panini e pizzette. La giornata è bella e molti si mettono a giocare usando i souvenir. Niente incidenti né discussioni serie, comunque. O non più del solito.
Alle 12.50 prendiamo il treno che ci riporterà a Crifosso prima e a St.Mary Mead dopo - e scopriamo che per il ritorno la prenotazione non c'è nonostante ci sia stata promessa e garantita. 380 passeggeri in più sono un bel boccone per qualsiasi treno regionale, con l'aggravante che dopo le 13.00 la linea in questione non è affatto vuota e insomma quasi tutti ci facciamo il tragitto in piedi. Niente di drammatico, per carità, ma a quel punto non capisco a cosa sia servito che la collega si sia dovuta preoccupare di prenotare, se a conti fatti la questione è stata risolta da Trenitalia non prenotando alcunché perché tanto non c'era posto.
Alle 12.58 Crifosso sbarca, alleggerendo abbastanza il treno, e alle 13.05 sbarchiamo anche noi. Pochi minuti ed eccoci in classe a chiacchierare del più e del meno, ovvero del film, che è piaciuto parecchio (ma mai quanto l'uscita collettiva e l'acquisto di souvenir, immagino).
E insomma, come dicevo ne siamo usciti tutti vivi e in buona salute e abbiamo pure fatto alcune piccole ma simpatiche passeggiate. Una mattinata mo,lto faticosa per noi insegnanti, ma nel complesso spesa assai bene.

giovedì 25 maggio 2023

Il Gran Torneo Letterario del Comprensivo di St. Mary Mead - 3 - I giurati sospettosi

Un gregge di testi per il nostro concorso letterario
Infine il tempo delle consegne è scaduto e nella mia casella di posta sono giunti i 45 elaborati degli studenti e una tabella dove scrivere le valutazioni, da 1 a 100. Da brava e coscienziosa giurata (e curiosa come una gazza, sì come soglio essere) mi sono prontamente messa a leggere, dopo aver dismesso mentalmente i panni dell'Insegnante di Lettere (chissenefrega delle virgole, ignoriamo gli accenti fuori posto e le maiuscole mancanti... i congiuntivi sbagliati no, quelli abbassano la valutazione, e parecchio: mi interrompono il ritmo della lettura e dunque è giusto sanzionarli) ed essermi rivestita dei miei consueti panni di lettrice onnivora e pure un po' compulsiva. 
Leggo avidamente da quando avevo sei anni, correggo accenti da quando ne avevo trentotto. La lettrice è arrivata ben prima della correttrice di bozze, e non stacca la spina nemmeno quando correggo (il testo è scorrevole? Va giù liscio? Mi interessa continuare a leggerlo? Offre un punto di vista insolito e/o ben sviluppato? Mi insegna qualcosa? Ed ecco che il voto comincia a lievitare).
Ormai da più di vent'anni correggo testi di tutti i tipi prodotti da alunni che vanno dai dieci ai quindici anni, e se a volte mi sono imbufalita davanti a periodi inutilmente aggrovigliati e a pronomi che vagano alla deriva, molto raramente mi sono annoiata e molto spesso mi sono divertita o appassionata. Ci sono sempre, in una classe, almeno due o tre perle di gran capacità letteraria e contavo di ritrovarmi davanti la crema del nostro Istituto Comprensivo. E magari la crema c'era, ma sospetto che sia stata traviata e mal instradata.

Cominciamo dall'argomento: il titolo segnato nel bando era Alla ricerca della felicità. Non mi era sembrato male. Non avevo idea di come l'avrei svolto a quell'età e non ho nemmeno cercato di immaginarmelo, ma mi sembrava un campo piuttosto vasto, dove si poteva pascolare in modi molto diversi.
Alcuni testi però recavano come titolo Rifletti su cosa significa per te, alla tua età, la ricerca della felicità, che mi sembra piuttosto diverso.
Rifletti, prima di tutto. Nessuno nel bando gli chiedeva di riflettere su un bel nulla - padronissimi di riflettere quanto volevano, ma non era dato per obbligo. Ancor meno gli si chiedeva di tirare in ballo eventuali e fantomatici ragazzi della loro età. Ovvio che un tredicenne scrive dal suo punto di vista di tredicenne (ma comunque dal suo punto di vista di tredicenne, che non necessariamente è lo stesso del suo altrettanto tredicenne vicino di banco) ma perché non avrebbe dovuto provare a immaginarsi nei panni di un neonato, di un vecchio decrepito o di un capibara? La traccia del bando non mostrava alcuna volontà di inchiodarlo a sé stesso medesimo, e indubbiamente uno dei lati più interessanti della scrittura è che, volendo, ti permette di provare ad essere qualcun altro.
Oltre a leggere testi li assegno, e ho sempre gran cura di cercare una forma che permetta di addentare la questione dal maggior numero di lati possibili - e i giovani scrittori affidati alle mie amorevoli cure han spesso profittato di questa possibilità. Mai, a quanto ricordo, han chiesto di ridurgli il campo di azione. Perché un ragazzo, più o meno raziocinante, dovrebbe di sua spontanea volontà trasformare la traccia in quel modo?
Evidentemente Qualcuno, in qualche classe, è intervenuto, in un caso almeno riscrivendogli il titolo.
(Sospetto malvagio in sottofondo: forse anche per essere sicuro di poter riconoscere dal titolo i suoi alunni? Chissà).
Forse Qualcuni, in effetti; perché, su quarantacinque testi, una buona ventina si è preoccupata di precisare che, nonostante quel che dicono in tanti, la felicità non consiste nei beni materiali - che non è quel che si dice una osservazione particolarmente originale, ma possibile sia venuta in mente a quasi metà dei partecipanti? O sono io che sono troppo sospettosa?
E perché tutti quelli che tiravano in ballo i beni materiali convenivano come un sol scrittore che no, la felicità non è quello? A titolo personale posso anche essere d'accordo, ma magari avrebbe potuto essere divertente provare a sostenere il punto di vista opposto e fare una bella tirata sulla felicità data dal possedere una villa con parco, una squadra di calcio di serie A, una grossa quota di partecipazione a una multinazionale, un enorme scrigno stracolmo di gioielli di gran peso e di squisita fattura.
Il gruppo in questione comunque concordava sull'importanza di trovare la felicità nelle piccole gioie di ogni giorno. Forse dovremmo cambiarci nome e chiamarci Istituto Comprensivo Minimalista di St. Mary Mead.
Un nutrito gruppetto citava Leopardi - che ci sta benissimo, in effetti Leopardi parla parecchio della felicità e della sua ricerca, anche se non addiviene, per quanto ne ho letto, alla conclusione che sia effettivamente possibile trovarla. Tuttavia l'unico che ha tirato in ballo Leopardi approfondendo un po' la questione al di là di una bacinella di acqua calda è stato un ragazzo che ha citato anche altri cinque poeti, con tanto di passi scelti, scodellando un testo decisamente interessante che concludeva con una poesia sulla felicità di sua propria mano che era anche piuttosto ben fatta. Una specie di tesina. E perché no? Niente vietava di presentare una tesina. L'ho letta volentieri e gli ho messo un votazione bella alta.
La ventina di ragazzi minimalisti ha partorito dei testi tutto sommato corretti, ma di una noia davvero notevole. Dargli un voto sotto il sessanta non mi sembrava giusto (ahimé, la mia anima di insegnante riemerge nonostante tutto), e in qualche caso mi sono spinta anche sopra il settanta, anche perché tra i miei criteri di lettrice c'era la scorrevolezza, e in fondo molti erano scorrevoli, se pur soporiferi. I voti dall'ottanta in su però li ho rigorosamente riservati ai testi che mi sembravano scritti da un essere umano capace di interessarsi a qualcosa - una dote che magari non ti aiuta a trovare la felicità, ma che ti permette di scrivere dei testi capaci di interessare chi li legge.
Con una certa delusione da parte mia i testi originali non erano molti.
C'è un ragazzo che trova la felicità grazie a una buona terapia psicologica, e la storia si chiude con l'analista che gli offre di prenderlo come assistente per l'alternanza scuola-lavoro.
La felicità che si trova in un lavoro molto amato dove si raggiungono altissimi livelli è ripresa anche in un altro testo, che racconta la storia di un barbiere che esegue prodigiosi tagli di capelli. Sembra quasi una storia zen e mi è piaciuta molto (è il testo cui ho dato il massimo punteggio).
C'è un ragazzo che cerca la felicità facendo esperienze, e dopo averne collezionate diverse di vario tipo si dice "Ma io sono felice anche così, senza fare niente di particolare" e lì si chiude il racconto. Decisamente originale, con una sottile vena polemica che ho apprezzato molto: la felicità è una roba individuale, ognuno ha la sua.
Poi una storia abbastanza orrorifica, dove il protagonista una notte scopre prima il gatto sventrato, poi la madre altrettanto sventrata, ed è molto felice quando scopre che era solo un sogno. Non sono molto sicura che c'entri molto con la felicità, ma il racconto e le descrizioni facevano davvero paura ed era scritto singolarmente bene.
Una ragazza molto infelice perché tutti la guardavano con compatimento e quello che faceva era sempre sbagliato. Così un giorno decide di uccidersi buttandosi da un ponte, e quando muore prova una felicità assoluta. Purtroppo dopo si risveglia e scopre che era un sogno - mi è venuto il sospetto che l'autrice abbia avuto paura che la giuria restasse sconvolta davanti a una tesi così alternativa; secondo me il racconto avrebbe dovuto chiudersi proprio con l'immagine della felicità trovata con la morte; ma sono opinioni personali, e non è detto che il finale sia stato appiccicato per non turbare il professorale perbenismo, magari il racconto era nato proprio così nella mente dell'autrice. L'esaltazione provata al momento della morte però era descritta molto bene.
Poi c'è stata una ragazza che ha scritto una lunga dissertazione sull'importanza di piacersi perché la felicità non viene dall'esterno, con frequenti agganci al tema dei disturbi alimentari e al canone della bellezza che oggi è troppo esigente (ma quando mai non lo è stato?). Era più sul versante trattatistico, ma era scritto molto bene e con adeguata proprietà. Senz'altro molto apprezzabile.
In realtà una ragazza ha provato a parlare della felicità che non ha per colpa di una serie di traversine sentimentali - ma ne è venuto fuori un racconto talmente insulso e pasticciato che gli ho riservato uno dei voti più bassi. Sarai pure un'anima infelice per amore, ma il lettore ha diritto a non morire di noia leggendoti!
Poi c'erano le poesie. Una manciata, mezza dozzina al massimo.
Da sempre i giovinetti scrivono poesie. E' una nobile attività e i risultati talvolta sono affascinanti.
Non è stato questo il caso. Con una sola eccezione erano poesie atroci, brutte sia nella forma che nel contenuto, e con una metrica del tutto improponibile. Scrivere in versi sciolti non vuol dire scrivere ogni verso della lunghezza che ti pare, è un procedimento un po' più complesso. Mentre leggevo quegli abomini continuava a venirmi in mente la definizione di un mio amico dell'università "la poesia non è prosa dove ogni tanto vai a capo". Una invece aveva un bel ritmo molto cantabile (e anche quella ha preso un voto sopra al novanta), e poi c'era quella dell'autore della tesina. Erano comunque tutte poesie di andamento vagamente didattico - fermo restando che io contro la poesia didattica non ho proprio niente da ridire, anzi mi piace abbastanza; e mi rendo conto che trovare l'ispirazione per quelle è più facile che scrivere che si illuminano di immenso o cose del genere.
Poi c'era un testo abbastanza breve. Cos'era la felicità? Non era questo, né quello, e non veniva dall'esterno. Secondo l'autore la felicità si trovava attraverso Dio. Ho apprezzato molto.
Nessuno, ma proprio nessuno, ha avuto una parola per l'amore come felicità. Ammetto di esserne rimasta sorpresa, anche se il silenzio su questo tema è stato così assoluto che ho colto l'assenza soltanto alla fine della prima lettura. I nostri quarantacinque autori hanno, quasi tutti, già compreso che l'Amore non è la chiave della felicità.
Forse dovremmo cambiare nome in Istituto Comprensivo Ascetico di St. Mary Mead? Eppure, da tutta una serie di piccoli segnali, mi era sembrato di capire che le nuove generazioni non sono del tutto immuni alle lusinghe della fiera dolceamara.
Chissà?
Mancavano anche gli animali, con l'unica eccezione del gatto sventrato (che immagino non fosse molto felice). Eppure a St. Mary Mead moltissimi hanno animali da affezione e parecchi bazzicano per i maneggi. Assolutamente nessuno ha identificato la felicità con la nascita dei figli, ma considerata l'età non lo trovo strano.

In conclusione, l'idea del concorso letterario mi sembra molto valida, anche sul piano didattico (dopotutto siamo una scuola, e il ritorno didattico è giusto che sia sempre in cima ai nostri pensieri) ma nel complesso mi sembra che l'occasione non sia ancora sfruttata come dovrebbe. Almeno un insegnante, ma a questo punto visto il numero di testi così simili sospetto che siano almeno due, ha cercato davvero troppo di guidare le cose (vanificando con ciò qualsiasi possibile ritorno didattico per gli alunni). Inutile che il prof. De Magistris si industri a trovare tematiche vaghe e larghe al dichiarato scopo di consentire a chiunque di esprimersi a modo suo, con un trattamento del genere nessun argomento può dare al meglio tutti i suoi frutti, per quanto accuratamente scelto. E d'altra parte da una parte mi sembra troppo sperare che il comprensivo disponga di ben dieci insegnanti di Lettere disposti ad ammettere che ogni alunno ha un cervello di prima qualità e dunque va lasciato il più possibile libero di usarlo; mi verrebbe da pensare che è anche un problema generazionale, ma ahimé un* dei miei sospettati ha una buona quindicina di anni meno di me, quindi sospetto che sia inutile sperare nelle nuove leve - e d'altra parte c'è un consistente numero di insegnanti che trova normalissimo suggerire ai suoi alunni durante le prove Invalsi, quindi forse non è un problema generazionale ma nazionale.

venerdì 5 maggio 2023

Gli innamorati di Sylvia - Elizabeth Gaskell

                                                 

Il penultimo romanzo di Elizabeth Gaskell, pubblicato nel 1863, da lei definito la storia più triste che abbia mai scritto (e aveva ragione) non riscosse un grande successo. In Italia è rimasto completamente sconosciuto fin quando l'editore Jo March, di cui si sono perse le tracce, si decise a pubblicarlo una decina di anni fa. Io l'ho trovato molto bello.
Cominciamo dallo sfondo: è un romanzo storico, e l'autrice lavorò con molta pazienza per documentarsi. Siamo ai tempi delle guerre napoleoniche, quando ogni due per tre l'Inghilterra si univa alle più varie alleanze nella speranza di fermare il Gran Nemico: Napoleone, appunto. L'esercito inglese si trovava spesso a corto di uomini e ricorreva all'arruolamento forzato: ogni tanto, o meglio ogni poco, sui paesi della costa e non solo arrivava qualche nave della Regia Marina a fare la spesa, prendendo tutti i giovani uomini su cui era materialmente  possibile mettere le mani e arruolandoli, volenti o nolenti (spesso molto, molto nolenti, par di capire).
Naturalmente c'erano delle regole molto precise: gli uomini non dovevano essere sposati, i balenieri erano esentati eccetera. Ma le regole, anche nel paese che ha inventato la monarchia costituzionale, han sempre la strana caratteristica che nei momenti di emergenza vanno a farsi friggere e allora puoi reclamare quanto vuoi, e magari hai tutte le ragioni del mondo per protestare e reclamare, ma non serve a niente perché nessuno ti fila nemmen di striscio. 
Così non di rado capitava che uomini sposati e anche balenieri (compresi i balenieri sposati) venissero presi, caricati di peso su una nave e trasformati in marinai al servizio di Sua Maestà; questo, in particolare, nei paesi sul mare - non perché lì le regole venissero seguite meno che ltrove, quanto perché se ti servono dei marinai li cerchi, appunto, nei paesi dove la gente impara a stare sulle navi sin da piccoli. All'interno invece arruolavano le truppe di terra.
Non sono sicura di aver capito bene perché i balenieri avessero diritto all'esenzione, ma i diritti dei cacciatori di balene non sono mai stati un tema molto trattato in Italia, nemmeno ai tempi in cui le balene non erano considerate una specie da proteggere ma solo comodi astucci ricolmi di grasso e carne e pelle e stecche di balena. In Italia, all'epoca come adesso, si pescavano acciughe, sgombri, grossi tonni e grossi pescespada, ma nel Nord dell'Inghilterra si pescavano balene - anche se non in prossimità della costa inglese, si doveva andare in Groenlandia per trovarle.
La Groenlandia entra dunque a far parte della vita i certi villaggi inglesi: per sei mesi all'anno gli uomini più giovani e più avventurosi andavano verso la Groenlandia a caccia di balene, e la loro vita ruotava intorno alla caccia alle balene sin da piccoli. Dopo aver pescato balene per svariati anni avevano messo su abbastanza soldi da comprarsi della terra, o una nave (per andare a caccia di balene, si capisce) e comandarla. Il tutto, certo, se riuscivi ad evitare l'arruolamento forzato, perché in quel caso sparivi dai radar del villaggio e anche della tua famiglia per anni e anni o addirittura per sempre. Certo, magari alla famiglia potevi scrivere ogni tanto (soprattutto se eri ancora vivo), ma non è che in quel tipo di villaggi fossero in tanti a saper leggere e scrivere.
Per descrivere la vita in questo tipo di villaggi Gaskell quindi si documentò a lungo, studiando anche la vita sulle baleniere e le tecniche della caccia alle balene - tutte cose che le era utile sapere per interpretare l'ambiente; nel romanzo comunque non si vede l'ombra di una balena e quel che accade sulle baleniere si intravede appena - ma per Sylvia, figlia di un ex baleniere e molto disponibile a innamorarsi di un baleniere, va benissimo così.

Il romanzo si apre con una descrizione del paese non troppo immaginario di Monkshaven, con il grazioso quadretto quasi di maniera di due ragazzine che vanno al mercato a vendere burro e uova; Sylvia, la più bella e benestante delle due, col ricavato della vendita comprerà la sua prima mantellina. Lei la vorrebbe rossa, sua madre la preferirebbe grigia (così non si macchia con la pioggia) e le due ragazze chiacchierano allegramente di innamorati (che ancora non hanno) e di mantelline per poi assistere all'arrivo delle baleniere che ritornano dal loro viaggio. E all'inizio, nonostante l'arrivo delle navi sia funestato dalla solita compagnia di militari a caccia di uomini, il tutto si presenta piacevolmente frivolo, almeno per qualche pagina. Vediamo Sylvia tampinata da  un corteggiatore bravo, fedele e squisitamente pedante - so che a lui vanno le simpatie di molti lettori, ma io l'ho trovato antipatico fin dalla sua prima comparsa in scena, e non a caso piace molto alla madre di Sylvia, che è quella che preferisce le mantelline grigie a quelle rosse.
Il secondo corteggiatore, molto bello, molto coraggioso ed estremamente baleniere, all'inizio si intravede appena, quasi un'ombra che va via via prendendo consistenza. Sylvia comunque lo vede benissimo fin dall'inizio e fa la sua scelta senza quasi farla, semplicemente comincia a girare nell'orbita del bel giovane come un satellite intorno al suo pianeta, e per un po' le cose vanno come sembra che debbano andare: i due si corteggiano, poi si scambiano la promessa e infine lui parte - a caccia di balene, si capisce.
Il corteggiatore pedante naturalmente disapprova moltissimo. Per disgrazia di tutti i protagonisti, e in modo del tutto improvviso e inaspettato, viene posto davanti a una scelta - una di quelle scelte che possono cambiare la vita delle persone. Una scelta vera, che in apparenza giocherebbe tutta a suo favore. Segue la voce del cuore (e dei suoi interessi) e di colpo il romanzo diventa la storia più triste che mai Gaskell abbia scritto.
Quando il destino, perfido, cinico e baro, presenterà il conto non ci saranno vincitori, anche se in effetti il baleniere non avrà nulla da rimproverarsi - e, a conti fatti, nemmeno Sylvia, ingannata non soltanto dal suo non voluto corteggiatore ma anche da una serie di circostanze contro cui non era possibile lottare.
Il vero centro del romanzo non sembra essere la vicenda di un amore infelice e di due innamorati che non riescono a giungere a felice conclusione a dispetto di tutto, ma proprio la constatazione che a volte le cose vanno male perché una miriade di circostanze, all'apparenza anche lontanissime dai protagonisti, opera nel più perverso dei modi perché tutto vada male - e non è una conclusione delle più consuete, in un romanzo vittoriano. Il senso dell'ingiustizia pervade tutta la storia, ma non è l'ingiustizia del fato e di una volontà superiore, ma proprio l'ingiustizia delle leggi umane, che sin dall'inizio danno pessima prova di sé intrufolandosi nei più vari modi nella vita di persone che pure, tra una caccia alla balena e l'altra, sembrerebbero avere già circostanze avverse in quantità più che sufficiente a complicare la vita di chiunque.
Guarda caso però l'unico personaggio che fin dai primi capitoli del libro lotterà sempre con molta risolutezza contro le ingiustizie, senza nascondersi, senza provare ad aggirare le circostanze ma con molta fermezza - ovvero il baleniere - alla fine della storia, per quanto abbia passato i suoi guai e ricevuto dalla vita una buona serie di colpi, non tutti metaforici, è quello che troverà comunque il modo di costruirsi un'esistenza soddisfacente.

In teoria non è il mio genere di libro, perché disapprovo le storie che non vanno a finire bene; invece l'ho letto molto volentieri e con grande partecipazione, e dopo averlo finito ho continuato a sentirlo volteggiare nell'aria intorno a me per diversi giorni. In effetti, tra i libri che ho letto di quest'autrice è senz'altro quello che ho preferito.

mercoledì 3 maggio 2023

Impreviste opportunità didattiche offerte dalla guerra in Ucraina

anche questo micio ucraino ama molto il suo paese (e disapprova la guerra)
Con la Seconda Sfigata è ormai venuto il tempo di affrontare l'Europa dell'Est a Geografia. 
Quest'anno l'ho lasciata per ultima perché ero abbastanza fiduciosa che la situazione in Ucraina si sarebbe evoluta, ma al momento non si è evoluto un accidente e insomma in qualche modo l'Ucraina andava fatta. Ho deciso dunque di dedicarle una lezione un po' diversa, impostata sul tema sul tema "come fu che anche in un libro ben fatto e assai aggiornato in un breve lasso di tempo si è trasformato in un reperto buono al più per un museo di archeologia".
Per la cronaca il libro in questione è Pianeta in gioco 2030, tanto ben fatto e aggiornato quanto sfortunato: e infatti anche l'anno scorso avevo fatto una lezione sullo stesso argomento nella Terza Asserpentata, dedicata all'Afghanistan che, durante l'estate, a volumi ormai stampati e prenotati, aveva cambiato denominazione, governo e parecchio altro trasformandosi in Repubblica Islamica.
Quest'anno però, ho visto, il disastro era ben più grave e articolato: in fondo l'Afghanistan non aveva cambiato confini, e la sue condizioni erano parecchio ma parecchio disastrate anche prima del ritiro delle truppe americane e dell'arrivo del governo talebano.
Nel caso dell'Ucraina invece sia il nome del paese che la forma istituzionale (repubblica semipresidenziale) sono rimasti intatti, ma quasi tutto il resto è cambiato, a partire dalla colonnetta riassuntiva che ogni manuale propone all'inizio di uno stato.
Prima voce: superficie del paese. Spiego che l'ONU continua a riconoscere quella indicata nel libro, sta di fatto che il governo ucraino non ha dal 2014 possibilità di intervenire in Crimea (e questo il libro lo dice, mettendo anche un bel box dedicato alla questione) ma che adesso anche una lunga striscia sulla costa e parte del territorio del Dombas sono state invase dall'esercito russo, e che per giunta la Russia si è ufficialmente annesso l'intero Dombas, compresa la parte che non è ancora sotto il suo controllo e insomma la situazione territoriale dell'Ucraina è decisamente confusa ma di sicuro l'estensione del paese al momento è più bassa di quella indicata. Arrivati alla Crimea con la storia dell'invasione degli omini verdi la classe ha, del tutto legittimamente, cominciato a rumoreggiare, tanto più che gli ho pure chiesto come compito di trovare una carta con la situazione aggiornata (e i poverini non sanno in che razza di pasticcio li ho messi, perché la rete pullula e brulica di mappe di tutti i tipi, forme e qualità, e una infinità di commentatori sostengono che la loro mappa è migliore delle altre. Va da sé che prenderò senza batter ciglio qualsiasi cosa decidano di rifilarmi perché non sono in grado di stabilire qual è quella giusta, e anche se ci riuscissi di giorno in giorno le cose cambiano, anche se di poco).
Peggio che peggio per in numero degli abitanti: il libro rimanda probabilmente all'ultimo censimento ucraino, ma anche lasciando stare il movimento migratorio piuttosto consistente, non solo c'è stata un grosso esodo all'inizio della guerra, ma poi c'è stato pure il controesodo e in tanti sono ritornati, soprattutto uomini ma non solo. Quindi, c'è chi dice che da 42 milioni sono passati a 30, chi dice che sono 35, chi dice che si sa un accidente. In tutti i casi era già in corso una contrazione demografica da diversi anni.
La capitale però è rimasta quella?
Sì e no, perché mentre prima tutti la chiamavano Kiev, alla russa, adesso i commentatori e i cronisti più filologici la chiamano col suo nome ucraino, cioè Kijv.
E la lingua? Ah, anche la lingua è una roba complicata: fino a quindici mesi fa c'erano quelli che parlavano in ucraino e i russofoni, che detto così sembrano uno di quegli strumenti a tubo che andavano tanto di moda negli anni 60 ma in realtà sono più che altro ucraini che parlano russo. Questi ultimi però sono in netto calo perché dopo l'invasione tanti han deciso che il russo non gli piaceva più e parlano ucraino, non sempre benissimo, e lo stesso presidente dell'Ucraina, che era anche lui uno di quegli strumenti a tubo, dal giorno dell'invasione parla solo in ucraino (e sembra che abbia pure un accento russo piuttosto forte). Prima dell'invasione invece capitava spesso di sentire conversazioni dove ognuno parlava in russo o in ucraino come più gli comodava e la cosa non creava problemi a nessuno perché tutti capivano entrambe le lingue - una forma di bilinguismo piuttosto insolito, in effetti.
In compenso il nome del presidente dell'Ucraina lo sanno tutti, ma proprio tutti. E anche questo è un bel cambiamento, perché fino a due anni fa poche cose erano più lontane dall'interesse di un alunno delle medie del nome del presidente ucraino in carica.
La moneta e la forma di governo, vivaddìo, son rimaste uguali, ma quando si arriva al PIL procapite tutti conveniamo che con tutta probabilità in questi quindici mesi si è  decisamente abbassato.
L'ISU, un misterioso indice di benessere nazionale con cui da anni i manuali di geografia ci martirizzano tutti quanti, non era brillantissimo nemmeno due anni fa, e la tabellina mette l'Ucraina all'88° posto - un po' bassino per un paese europeo, ma è probabile che la qualità della vita in Ucraina negli ultimi 15 mesi si sia decisamente abbassata e che quell'88° posto si sia pure quello parecchio abbassato.
Si passa poi alla parte fisica, tenendo conto che, se sono cambiati i confini, son cambiati anche fiumi, laghi e città. Il clima comunque dovrebbe essere rimasto quello: similmediterraneo sulle coste del mar Nero - che al momento riguardano Odessa e poco più - e continentale di tipo freddino all'interno. 
La cronologia poi si ferma al 2014, anno dell'annessione russa della Crimea e dell'Euromaidan, che il libro spiega piuttosto dettagliatamente, e c'è anche un accenno ai tatari, che erano in origine gli abitanti indigeni di quella bella penisola, oltre a una cartina che indica le zone contese di Crimea e Dombas.
Si passa infine all'economia, che si presenta problematica. Vengono citate le principali coltivazioni (e qui passo a un breve riepilogo della questione dell'esportazione di cereali e semi di girasole, che al momento rappresentano l'unica parte sopravvissuta della fu economia ucraina), poi un piccolo aggiornamento della questione energetica: il settore nucleare al momento se la passa male perché la grossa centrale atomica di Zaporizia, oltre a contare attualmente il massimo numero dàbile di grafie e pronunce, è anche stata occupata dai russi sin dai primi giorni di guerra, senza contare che ci sono stati numerosi attacchi al sistema elettrico, e che sulla rete di gasdotti che dalla Russia portava il gas verso l'Europa si sono presentate un discreto numero di criticità.
Il settore siderurgico, che era molto fiorente, è andato abbastanza in crisi dopo l'occupazione e spegnimento (pare) delle grandiose acciaierie dell'Azovstahl, andate distrutte dopo una lunga resistenza insieme alla città di Mariupol che aveva la sfortuna di ospitarle.
Altrettanto in crisi, stabiliamo, deve essere il settore turistico, fino a poco tempo fa decisamente produttivo, e anche le vie di comunicazione presentano diversi problemi a causa dei vari bombardamenti. In effetti, l'intero settore terziario non sta vivendo un momento particolarmente buono.
Il box su Chernobyl invece mantiene una certa attualità, anche perché i ragazzi si sentono raccontare la storia della centrale nucleare esplosa praticamente sin da quando sono nati. Decido quindi di non soffernarmici più di tanto, anche perché il tempo passa e l'ora sta finendo.
Non ha molto senso studiare un paese in queste condizioni, e nemmeno farci su qualche interrogazione, così per compito gli chiedo di fare una lista di dieci punti dove il libro di testo non è più attuale, e di dieci in cui è ancora valido.
Dopo di che una pausa di dieci minuti in cortile prima di passare a Dante mi sembra d'obbligo.