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domenica 24 gennaio 2021

Tanto gentili e tanto onesti paion / gli alunni miei quando altrui salutan (Gli implacabili insegnanti di St. Mary Mead, di nuovo)

                  

La Terza Brillante vanta un memorabile curriculum scolastico. Al suo interno comprende un Certificato bravo, diligente e coscienzioso che ha legato a meraviglia con la classe e che durante la micidiale Didattica a Distanza ha studiato con rinnovato vigore arrangiandosi a meraviglia col computer, tre DSA che usano senza problemi gli strumenti compensativi e vivono serenamente la loro DSAggine; uno di loro, Perceval, ha il ruolo di Elemento Originale: fa tutto a modo suo, non sempre bene, e quando prende un voto basso perché ha fatto tutt'altro da quel che gli avevamo chiesto lo incassa senza batter ciglio (e ascolta interessato le nostre rampogne, pur continuando a fare a modo suo). Inoltre c'è Jeanne d'Arc che, operata d'urgenza di appendicite durante la Didattica a Distanza quando eravamo in zona rossa è rientrata quattro giorni prima delle vacanze di Natale assicurando di star bene e con tutti i compiti fatti, per poi esporre serenamente la ricerca che non aveva potuto esporre perché all'epoca era sotto i ferri, e due Stranieri arrivati di punto in bianco dal paese d'origine rispettivamente un anno e due anni fa, che adesso parlano un italiano fluente. L'unico elemento discordante è Fantomas, che frequenta pochissimo e non parla quasi mai, nemmeno se interrogato, ma che nonostante tutto agli scritti prende sempre dei buoni voti, e che certo non crea alcun problema disciplinare - anche perché non c'è quasi mai.
Persino i genitori sono quasi tutti equilibrati, tanto che vantiamo perfino un Figlio di Insegnante che non ha mai causato alcun incidente diplomatico con la sua stimabile madre che lavora da noi.
Durante il lockdown la Terza Brillante è stata allegra, partecipe e briosa nonché di grandissimo conforto e sostegno per noi insegnanti (col risultato che ha svolto praticamente tutti i programmi e adesso non dobbiamo fare troppe corse). Sin da quando era una Prima Molto Promettente è stata presente e partecipe, e faceva moltissimi miracoli. Cortesi, educati, disponibili e studiosi ma anche vivaci e divertenti. Le loro mascherine sono sempre ben posizionate, i loro avvisi sempre firmati, i loro rapporti interni sempre rilassati e amichevoli. Accoglienti con insegnanti e nuovi compagni. Portano sempre i libri della materia giusta. 
Insomma, gli manca solo l'aureola.

Una mattina, mentre imperversavo con il colonialismo del tardo Ottocento Perceval alza la mano (essi alzano quasi sempre la mano prima di parlare).
"Prof, il mio banco è rotto".
E mi fa vedere che il ripiano del banco si è staccato.
"Vai dalla custode e chiedine un altro" autorizzo garbatamente prima di rimettermi a imperversare con i poveri neri africani oppressi e i cattivi bianchi colonialisti (del resto, richiesti di portare dopo le vacanze un fatterello internazionale che li aveva colpiti, in tanti mi hanno fatto lunghi resoconti sulla morte di George Floyd e Black Lives Matter).
Alla quinta ora, mentre sono in Sala Insegnanti ad assemblare una lezioncina sui laghi, arriva Inglese.
"Coordinatore della Terza Brillante, questo è per te".
Guardo il bellissimo cacciavite a stella "E' un regalo?" chiedo speranzosa. Non ne ho mai visto uno così bello e dall'aria così ben funzionante.
"Fai tu. Comunque l'ho sequestrato a Perceval. Sembra che, per passare un po' il tempo, lui e altri quattro svitassero e riavvitassero banchi, finché uno dei banchi alla fine si è rotto. Ho sequestrato il cacciavite e lo passo a te".
"E va bene" sospiro rassegnata mettendolo nel cassetto "Lo riconsegnerò alla famiglia, se viene a riprenderlo" (ma non vengono mai a riprendere queste cose, e allora la riconsegna avviene a fine anno).
La spinosa questione dei banchi svitati non viene ripresa quando entro in classe due giorni dopo, ma solo al Consiglio di Classe, dove Inglese, che non è poi tanto incantata dalla classe (del resto l'ha avuta solo da qualche mese) suggerisce sanzioni. Far ripagare i banchi, mettere rapporti?
"Non hai messo il rapporto?" mi informo.
"La custode gli ha fatto una partaccia e ha detto che se lo rifanno gli farà mettere un rapporto".
Davvero una sanzione esemplare, non c'è che dire. Quasi feroce, direi (del resto, la Custode li conosce da tre anni, la sindrome di Stoccolma deve aver colpito anche lei).
"Abbassiamogli il giudizio di condotta" suggerisce qualcuno.
"Questo almeno sì" convengo a malincuore "Ma forse anche il rapporto non ci starebbe male".
"Glielo metti tu come coordinatore?".
"Io non metto rapporti su cose che non ho visto. Mettiglielo tu che c'eri".
A tutt'oggi il rapporto non è stato inserito. 
Non solo: rivedendo i giudizi sulla condotta mi sono pure accorta che avevamo dimenticato di abbassarlo a uno di loro. Ho provveduto.
Voglia di sanzionar saltami addosso, ma vatti un po' più in là, che mi non posso.
(L'avesse fatto la Terza Invasata, mi figuro gli strilli. Io per prima, si capisce).

venerdì 15 gennaio 2021

Praticamente innocuo - Douglas Adams


Nel 1992, a otto anni di distanza dal quarto volume della sua trilogia, che sembrava a tutti gli effetti una vera e propria conclusione, con la morte e redenzione del robot depresso Marvin e il messaggio di Dio all'umanità (peraltro credibilissimo), ecco che Adams decide di scrivere il quinto volume, che dà una nuova conclusione alla storia - ma forse non quella definitiva.
Comunque è un libro molto triste.

No, non "deprimente": anzi, come sempre il romanzo si avvale di una scrittura brillante, un intreccio fascinoso ed eccellenti dialoghi, oltre che di una complessa struttura che va compiutamente rivelandosi nell'ottimo finale (ho scritto ottimo, non lieto. Tuttavia perfino io sono disposta ad ammettere che non sempre un lieto fine convenzionale è il migliore dei finali possibili in una storia).
E così cominciamo con Tricia McMillan, ormai lanciatissima giornalista televisiva a New York. La carriera brillante però non basta a lenire il rimpianto per una occasione persa quando era molto giovane. Per tanti di noi arriva un momento che può rivelarsi decisivo, l'occasione da cogliere ora o mai più, e lei non l'ha colta: a una festa in maschera aveva attaccato discorso con un giovane affascinante, che si è poi rivelato essere un alieno, e lei si era detta disposta a seguirla MA doveva andare a riprendere la sua borsetta - e quando era tornata con la borsetta, il giovane era scomparso.
Qui il lettore comincia a guardare con sospetto le pagine: perché i quattro romanzi precedenti si basano anche sul fatto che Tricia, con o senza borsetta, aveva seguito eccome il suo alieno, e ci aveva intrecciato una storia ricca di alti e bassi (finita con lei che se ne andava per sempre piantando l'alieno, ci pare di ricordare) e dunque... e dunque...
Del resto la New York descritta sembra una normalissima New York dei primi anni 90, dunque la Terra non è stata distrutta e... boh?
Lasciamo Tricia con i suoi struggenti rimpianti e troviamo Arthur Dent triste e solo. Un triste giorno infatti, durante un volo interstellare, la sua amatissima Fenchurch è sparita, inghiottita in un salto iperspaziale. Da allora lo sconsolatissimo Arthur cerca di ritrovarla, o di ritrovare almeno la Terra, una delle Terre del multiverso che non sono saltate in aria; ma niente, non c'è verso.
Lo ritroviamo anni dopo, parcheggiato su un simpatico pianetino di periferia, dove gestisce un chiosco che produce eccellenti panini. Anche fare panini può essere un processo artistico, o una via per la contemplazione, e lui è avviato su questa strada. Finché un giorno arriva Patricia, che è passata da lui per lasciargli per un po' la loro figlia. E se il lettore si sorprende che Tricia e Arthur abbiano una figlia, figurarsi Arthur, che sa benissimo che giammai ha fatto niente di riproduttivo con Tricia.
Il romanzo procede e si snoda, con un lettore sempre più stranito che cerca non solo di seguire la storia, ma soprattutto di capire come la storia che conosceva, o credeva di conoscere, si sia potuta evolvere in sì incomprensibile modo. Pian piano però tutto si spiega - in modo non troppo rassicurante ma si spiega.
C'è anche una profezia, o qualcosa di molto simile, che dovrebbe servire a rassicurare Arthur. Come tutte le profezie di tutti i tempi, si rivelerà proprio nelle ultime pagine una colossale presa di giro, e con un mirabile doppio salto mortale carpiato e avvitato la vicenda si concluderà quasi dove è cominciata. E' un bel finale, comunque, e Arthur lo accoglierà con un certo sollievo e la convinzione che tutto si è sviluppato nel modo più adatto.
Così si chiude la complessa e multiversica vicenda legata alla Guida galattica per gli autostoppisti (sì, anche la Guida avrà una sua parte non piccola in tutta la vicenda). 

E con questo terzo finale della trilogia in cinque volumi la storia sembrerebbe giunta una terza volta a conclusione. Ma...

L'autore in seguito dichiarò che aveva scritto un romanzo così triste a conclusione della sua storia perché in quel periodo era triste anche lui. Ma poi pensò che gli dispiaceva, e cominciò ad elaborare un quarto finale, e nel contempo avviò un finale diverso anche per la serie (televisiva? Radiofonica? Non ricordo). Quello arrivò effettivamente a conclusione, e Arthur ritrovava la sua Fenchurch che faceva la cameriera nel Ristorante al termine dell'universo.

I tempi di produzione letteraria di Douglas però erano abbastanza particolari, e si racconta che l'editore, per ottenere che terminasse alfine i suoi romanzi lo doveva praticamente rinchiudere in qualche luogo isolato.
Stavolta non pensò a rinchiuderlo in tempo, e dopo aver traccheggiato per ben nove anni con il suo quarto foinale per la trilogia in sei volumi, Douglas morì per un attacco di cuore nel 2001 lasciando nel più nero sconforto editore, amici, fan e soprattutto la sua famiglia.
La quale famiglia però frugò nei suoi computer e trovò ampie tracce del quarto finale, e dopo avere a lungo ponderato la questione affidò la redazione di questo quarto finale a Eoin Colfer, che ne trasse un romanzo intitolato E un'altra cosa..., che uscì nel 2009.
A qualcuno piacque e lo trovò adeguato, qualcuno invece non riuscì ad entusiasmarcisi più di tanto. Quanto a me, non posso giudicare perché non l'ho letto.
Anche se forse, rifiutarsi di leggere un libro è pure quello, a modo suo, una specie di giudizio.
E dunque proverò a motivare il mio non-giudizio che si basa sul rifiuto di leggere il libro.
Ho apprezzato moltissimo la trilogia in cinque volumi, per il suo complesso intreccio, per questa sua struttura fluida che ti cambia in mano pagina dopo pagina, e certamente anche per i suoi risvolti religiosi (perché Douglas era dichiaratamente ateo, e ciò nonostante/appunto per questo/in parte per entrambi i motivi, questo suo ateismo aveva dotato di vari, mutevoli e cangianti riflessi assai religiosi la sua visione della vita, dell'universo e di tutto quanto come traspare nel ciclo) ma soprattutto avevo apprezzato il suo modo di scrivere, di raccontare e di sbalestrare continuamente il lettore - cosa, quest'ultima, che di solito detesto ma che nel suo caso mi è piaciuta molto. Secondo me però quel tipo di stile davvero personale lo poteva gestire un solo essere umano in tutto il multiverso: Douglas Adams, appunto.
Di Eoin Colfer ho letto un po' di cose, e non posso dire che mi siano dispiaciute, ma non ne ho tratto l'impressione che fosse in grado di gestire un lavoro così personale. Per scrivere un romanzo à la Douglas Adams secondo me non basta riprendere lo stile di Douglas Adams, ma è necessario essere Douglas Adams. Magari sbaglio, si capisce.
Ma dubito che farò il tentativo.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma, finalmente ricomparso dopo lunghe settimane di assenza, e concludo senza davvero concludere (o concludendola davvero, chissà) la mia serie di recensioni su questo bellissimo ciclo che consiglio caldamente a tutti, soprattutto a chi desidera rivedere la sua concezione della vita, dell'universo e di tutto quanto. 
E ringrazio sentitamente per tutto il pesce.

martedì 12 gennaio 2021

L'incoronazione di Carlo Magno (post assai legato alla storia contemporanea)

 


La mattina di Natale, durante la messa, Carlo re dei Franchi venne incoronato imperatore da papa Leone III. Con questo gesto diede prova di grande gentilezza verso gli studenti, perché scelse una bella data rotonda che si ricorda sempre senza sforzo, e fondò una istituzione che attraversò i secoli per chiudere i battenti definitivamente solo nel 1919, quando l'ultimo imperatore cattolico d'Europa fu sbattuto fuori dal trono. Naturalmente non poteva sapere che quel gesto avrebbe avuto conseguenze così durature, ma sia lui che il papa erano consapevoli di fare qualcosa di importante - anche se in cuor loro erano convinti di continuare una tradizione, non di avviarne una completamente nuova (almeno credo).
Sul fatto che Carlo fu incoronato imperatore non ci sono dubbi: abbiamo le nostre varie fonti, anche se non dettagliate come le vorremmo. In compenso non sappiamo, e non possiamo sapere, cosa veramente passasse per la testa ai protagonisti.
Da secoli il dibattito storiografico in merito prosegue senza sosta, né c'è possibilità alcuna che qualcuno arrivi un bel giorno portandoci le risposte, e così ognuno ha la sua e in tanti non ne abbiamo affatto.
Quando, tanti e tanti anni fa, feci un corso all'università appunto dedicato a Carlo Magno scoprii che ogni storico vedeva quell'incoronazione a modo suo; ognuno di noi partecipanti al corso aveva avuto assegnato un bel tomo di studi storici dedicati appunto a Carlo Magno (e si trattava sempre di testi assai blasonati, che non di rado avevano rivoluzionato la storiografia carolingia) e lo doveva leggere e riferirne agli altri. Inevitabilmente ognuno di quei pregiati volumi conteneva ampie riflessioni e considerazioni sull'incoronazione e rimasi sorpresa, oltre che affascinata, dallo scoprire che ognuno dava di quell'interpretazione una versione diversa.
Carlo Magno fu colto di sorpresa? Oppure tutto era stato organizzato minuziosamente? Oppure c'era un progetto in corso ma Carlo non sapeva, o faceva finta di non sapere, che quella mattina sarebbe entrato in chiesa re per uscirne imperatore?
Quel gesto rafforzò il papa o l'imperatore o entrambi? Carlo era convinto? Era contento? Lasciò fare? Non si rese conto della portata del gesto?
Ogni storico aveva la sua da dire, e nessuno era completamente d'accordo con nessuno; tutti però, essendo storici di gran pregio, poggiavano la loro opinione su argomenti e considerazioni sempre molto appropriate e dunque, come nei manuali di filosofia, l'ultimo che arrivava ti convinceva sempre più del penultimo per poi essere soppiantato dal successivo. Evvabbé, eravamo giovani studiosi in formazione, che ci lasciassimo convincere senza far troppa resistenza ci stava.
A tutt'oggi non ho opinioni precise in merito, come spiego regolarmente ai miei alunni esponendogli una breve rosa di possibilità - perché mi preme prima di tutto che capiscano che la storia non è un insieme di fatti, ma un gioco di specchi dove, a seconda del punto in cui ti collochi, il quadro è sempre diverso perché è fortemente influenzato dalla realtà e dalla cultura contemporanea di chi la sta studiando.

Non abbiamo molta speranza di capire cosa passava per la testa dei protagonisti: nessuno di loro ci ha lasciato diari, memorie o autobiografie - ma quand'anche l'avesse fatto, fino a che punto sarebbe stato sincero, financo con sé stesso?
Poniamo che Carlo, sul suo diario personale e segretissimo, avesse scritto "Oggi mi hanno incoronato imperatore, proprio come Augusto. Che ganzo che sono!", lo avrebbe fatto per incoraggiarsi o perché lo pensava davvero? Lo avrebbe scritto per i posteri o per i suoi figli? Lo avrebbe scritto portato dall'entusiasmo del momento oppure due giorni dopo avrebbe pensato "Naaa, è stata una sciocchezza. Oh, se potessi tornare indietro e levarmi dai piedi il papa!"? Eccetera eccetera eccetera. Anni dopo, a imperatore morto, Eginardo scrisse che in seguito Carlo avrebbe detto che se avesse immaginato quel che sarebbe successo nemmeno entrava in chiesa. Eginardo però quel giorno non c'era, e soprattutto: sul serio il papa avrebbe azzardato una mossa del genere se avesse davvero pensato di contrariare il re dei Franchi, che non era esattamente quel tipo d'uomo che si lascia trasportare dagli eventi per poi balbettare smarrito "ma io non sapevo... non credevo... non immaginavo..."? La versione che vuole Carlo contrariato dal gesto è contemporanea o di molto successiva, e tesa ad indicare la modestia e l'umiltà (seeee...) del Re unto dal Signore?
Vai a sapere.

La sera del 6 Gennaio, mentre tutti noi mettevamo i denti negli ultimi dolci di Natale guardando con una punta di dispiacere (o di sollievo) gli addobbi natalizi che presto sarebbero stati riposti, negli USA è successo un avvenimento davvero molto particolare: il presidente ancora in carica ha fatto un discorso dai toni piuttosto sovversivi negando di essere stato sconfitto alle elezioni. Le migliaia di persone che hanno assistito a detto discorso hanno tumultuato e rumoreggiato in segno di approvazione e dopo una piccola frazione di loro se n'è andata all'assalto del palazzo sede del Congresso, che era lì dietro l'angolo, e che nella seduta di quel giorno avrebbe dovuto ratificare appunto che c'era un nuovo presidente in arrivo. La polizia ha cercato di traccheggiare e prendere tempo, suppongo anche per evitare una strage di dimostranti (molti dei quali armati) e di parlamentari, poi alla fine è dovuta intervenire ma non in modo indolore, e ci sono stati cinque morti - nessun parlamentare ma quattro degli assalitori e uno dei poliziotti, più varie decine di feriti. Alla fine il VicePresidente ancora in carica ha preso in mano la situazione, ratificato la nomina del nuovo Presidente e preso le distanze dal Presidente tuttora in carica. E tutti, tranne i morti e i feriti, sono tornati a casa piuttosto straniti.
Tutto ciò è avvenuto in diretta, davanti agli occhi del mondo. Telecamere, telecamere ovunque. Messaggi e filmati dai cellulari, social impazziti, cronisti da ogni angolo del mondo tirati giù dal letto, testimonianze di prima mano come se piovesse, resoconti discordanti altrettanto come se piovesse.
Ma per quanti filmati e racconti possiamo collezionare, nessuno mi dà le risposte che davvero vorrei, e sospetto che nessuno potrà mai darmele, per quanto il fatto venga e verrà esaminato da diritto e da rovescio.
Il Presidente in carica voleva che le cose andassero così o gli eventi gli han preso la mano?
Credeva di non volerlo ma in realtà voleva?
L'assalto poteva riuscire?
Era un golpe, un tentativo di golpe o una scampagnata in libertà? C'era un progetto comune?
Il Presidente sperava davvero che il VicePresidente avrebbe lasciato fare? Il VicePresidente si è posto il problema?
Quali ordini aveva ricevuto la polizia? 
Con i se e con i ma non si fa la storia, ma questo particolare avvenimento che oggi ci appare in un centinaio di modi diversi tra una settimana, un mese o quindici anni ci apparirà probabilmente sotto una luce differente, anche perché a quel punto sapremo cosa è successo dopo - ma chi ci ha partecipato poteva solo immaginare cosa sarebbe dovuto succedere, e nessuno, credo, aveva la palla di vetro in tasca.
Ad ogni modo, sembra di capire, a Capitol Hill si è fatta la storia. Che tipo di storia lo scopriremo col tempo.
Nel frattempo mando giù i commenti di tutti come fossero pane in tempo di carestia, e ogni volta do ragione all'ultimo che ha scritto.
E sono curiosa come una gazza* (e molto dispiaciuta per i morti e i feriti, naturalmente).

*detto e non concesso che le gazze siano particolarmente curiose

martedì 5 gennaio 2021

La Dodicesima Notte


 La Befana vien coi gatti
e ci riempie di dolcetti
Nella notte più stregata
ogni calza è ben riempita
E il mattino, pur piovoso,
sarà sempre delizioso

Vacanze di Natale (Quando i Tuoi Amati Colleghi Sembrano Marziani)


L'anno scolastico 2020/2021 si è rivelato molto faticoso e disagevole per gli insegnanti della media di St. Mary Mead, tra quarantene, minacce di quarantene, cambi di colore della regione, lavori in corso ufficialmente terminati a fine Novembre ma che il 22 Dicembre imperversavano ancora e la micidiale Educazione Civica che nella nostra scuola è stata organizzata nel più complicato dei modi.
Ma finalmente arrivavano le Vacanze di Natale. Oh gioia, gaudio e tripudio! 
Per queste vacanze mi sono preparata con la massima cura: pochissimi compiti, tutti rigorosamente assegnati per la settimana dopo il rientro a scuola, banner a renne e alberi di Natale per tutti sulla Classroom, attingendo alla mia scorta inesauribile di immagini natalizie di cui faccio gran sfoggio anche sul blog, e una bella immagine altrettanto natalizia per tutte le classi, solo con dei sobrii auguri e senza alcun tipo di messaggio o esortazione.

Certo, naturalmente capita di dare una scorsa ogni tanto alla casella della posta della scuola. Che non sarei obbligata a fare, perché a questo punto sono in vacanza - ma insegnanti si nasce, non si diventa, e poniamo che qualche alunno voglia un chiarimento o un consiglio?
Ammettiamolo, gli alunni delle medie di St. Mary Mead hanno battuto il personale docente di gran lunga per buon senso, accortezza e praticità. 
Infatti han cominciato a dare pallidi cenni di vita dopo Capodanno, mandandomi comunicazione che avevano svolto il piccolo compito assegnato, l'avevano consegnato su Classroom e informandosi 1) se l'avevo ricevuto e 2) se lo leggevo. Entrambe le domande, visti i precedenti, erano più che legittime, ma fortunatamente ho potuto rassicurare tutti. Aspettare almeno Capodanno per mettere mano ai compiti mi sembra pratica assai buona e giusta, specie  quest'anno.
Ma i colleghi, ah, i colleghi...

Si comincia il 22 Dicembre pomeriggio, a scuole ormai chiuse e ad ultima scarica di circolari già arrivata, quando la responsabile di Educazione Civica (perché la scuola di St. Mary Mead ha preso la legge molto sul serio, nominando tra l'altro una specifica Responsabile che a sua volta ha preso molto sul serio il suo incarico) ci avvisa che è stata indetta una riunione tra coordinatori di classe per approvare i descrittori per la valutazione di suddetta materia - e, suppongo, anche per decidere cosa mettere nella prova scritta generale di fine quadrimestre che è stato deciso di svolgere. Tale ineffabile riunione, inizialmente fissata per le 16.00 del 7 Gennaio, si svolgerà invece alle 18.30 perché "la Preside prima non può". 
Due giorni dopo, a scuole ormai chiuse, arriva la richiesta per i coordinatori di caricare su Classroom apposita tabella ove indicare le ore già svolte, che "si possono facilmente ricavare dal registro elettronico".
Siccome verso tutta la questione di Educazione Civica ci ho un dente avvelenato che nemmeno un cobra, e siccome le mie ore le ho segnate sul registro cartaceo che a suo tempo è stato distribuito nelle classi, carico la tabella per il mio Consiglio di Classe ma NON inserisco le ore che ho svolto e che trascriverò il 7 Gennaio quando avrò in mano il registro cartaceo di cui sopra. E in cuor mio mi domando perché ci han dato un registro su carta da compilare se poi dovevamo compilare anche la tabella.
Ma siamo sotto Natale e poi io sono buona e cara e non polemizzo mai - insomma, carico la tabella e mi chiudo in un pudico silenzio.
Il giorno dopo arriva l'invito per la riunione, cui mi guardo bene dal rispondere. 
Passa Natale e tutti sembrano essersi messi tranquillini.

Errore!
Il giorno 28 Dicembre la Coordinatrice della Seconda Asserpentata ci scrive per ricordarci che uno dei serpentelli avrà in Gennaio un intervento piuttosto delicato. Ci raccomanda di essere pazienti con lui se nelle prime settimane di scuola sarà un po' di fuori (e vabbé, mi sembra il minimo) ma soprattutto prevede di organizzare il piano per la Didattica a Distanza mentre è a casa (che in quel caso si chiama Didattica Integrativa e prevede che il singolo alunno in quarantena si colleghi da casa con la classe).
Dopo aver rimesso al loro posto gli occhi che mi erano cascati in mano rispondo che la Didattica Integrativa è nata per i poveri alunni sfavati che sono costretti in quarantena anche se asintomatici, e non per gli alunni effettivamente ammalati,  che giustamente sono autorizzati da apposito certificato medico a fregarsene alla grande della scuola: tutto sommato preferisco rischiare un richiamo sullo Stato di Servizio che prendermi una colossale lavata di capo da Amnesty International.
Non ricevo risposta e ne sono ben lieta.
Ma il giorno dopo - e siamo ormai al 29 Dicembre - arriva una mail dalla VicePreside che ci manda, nientemeno, che lo schema del verbale per i Consigli di Classe di Gennaio - sì, i cosiddetti Prescrutini, che si svolgeranno nell'ultima settimana del mese. 
E va bene, chi ha tempo non aspetti tempo, meglio un giorno prima che un giorno dopo eccetera eccetera. Tuttavia, secondo me, c'è una sottile linea di demarcazione che separa il Giusto Zelo Lavorativo, del tutto doveroso soprattutto in un dipendente dello Stato, dall'Assoluto Masochismo, e a St. Mary Mead questo limite è stato abbondantemente varcato.

Proprio come i gatti, la Didattica a Distanza lascia impronte nel nostro cuore, e a quel che sembra anche nel nostro cervello. E forse sarebbe il caso di cancellarle, perché un conto è una cauta apertura di disponibilità anche in vacanza verso gli alunni, ma ben altro conto è la disponibilità durante le vacanze a occuparsi delle scartoffie (o della Didattica Integrativa fatta a chi sta in ospedale).

sabato 2 gennaio 2021

Desideri per l'anno nuovo - Un anno dopo (post autobiografico)


Capita sovente anche a me di stilare liste di buoni proponimenti e desideri per l'anno nuovo.
Di solito non le metto sul blog, ma l'anno scorso, morsa da non so quale tarantola, stilai una listarella di desideri per la scuola, idealmente indirizzata alla nostra nuova ministra: proprio quella Lucia Azzolina che durante l'anno è stata tante volte in cima ai pensieri di tutti noi che siamo coinvolti nel comparto scuola: alunni, genitori di alunni, presidi, insegnanti eccetera.
In effetti erano richieste valide, ma nemmeno io immaginavo quanto fossero adeguati all'anno che stava arrivando: belle scuole spaziose, insegnanti reclutati con metodi coerenti e in tempi ragionevoli, presidi sennati, maggior numero di custodi, miglior compenso per i coordinatori, ma soprattutto che per favore smettessero di dirci come si sarebbe svolto l'esame di Stato all'ultimo momento.
Non avevo pensato a suggerire pratiche virtuose per avviare l'anno scolastico in modo decoroso: nel mio demenziale e perenne ottimismo pensavo che quello comunque fosse un punto già abbastanza avviato. Niente mi lasciava immaginare che proprio per l'avvio dell'anno scolastico 2020/2021 il Ministero avrebbe dato il peggio del gran peggio che aveva in sé. 
Di solito l'anno scolastico in arrivo viene organizzato a partire dalla fine del precedente - di solito con qualche ritardo e inciampo, ma non in modo troppo disastroso. Ma quest'anno, quando si è cominciato già a metà Marzo a farneticare di "preparare il nuovo anno scolastico perché fosse bello, perfetto, il migliore degli anni scolastici possibili, ché c'era da recuperare buona parte del precedente", devo dire che il Premio Avvio del Cazzo dell'Anno Scolastico ha toccato punte di virtuosismo veramente notevoli, in particolare con la deliziosa idea di avviare un nuovo sistema di nomine per le cattedre scoperte, con insegnanti arrivati dopo tre, quattro, sei e sette settimane - il tutto perché - incredibile ma vero - il nuovo sistema di reclutamento informatico aveva qualche margine di criticità nel suo funzionamento. Davvero strano, va detto, perché  in un paese minuziosamente organizzato e metodico come l'Italia, quando avvii una novità, di solito va tutto alla perfezione, è cosa nota.
E sorvoliamo sul personale aggiuntivo, il cosiddetto "personale COVID" che è arrivato a pezzi e bocconi, quando è arrivato e se è arrivato.
Sorvoliamo altresì pietosamente anche sulla complessa saga dei banchi nuovi, con o senza rotelle che fossero, e sulle mascherine per alunni e docenti che han cominciato ad arrivare con una certa regolarità solo a Novembre - immagino anche perché, essendo le superiori ormai chiuse, erano più agevoli da distribuire.

Ancor peggio mi andò con la lista di proponimenti, che però tenni ben custodita nel mio diario perché, infine, interessava soltanto me e i miei cari: uscivo da una lunga e debilitante malattia ed ero molto affamata di vita sociale e soprattutto di piacevoli eventi più o meno culturali. Perciò mi feci una bella lista che comprendeva per ogni mese una media di almeno due film e un concerto dal vivo, due o tre cene fuori con gli amici, possibilmente a ristoranti etnici, qualche conferenza di vario argomento (nella mia zona se ne fanno di molto interessanti - o, per meglio dire, se ne facevano) molti mercatini, qualche saga di paese durante l'estate, giri di shopping a Firenze per esaminare nel dettaglio tutti i nuovi negozi spuntati nel centro e altrove negli anni della mia malattia - tra l'altro ero desiderosa di testimoniare, a chi tanto mi aveva aiutato, la mia riconoscenza con qualche grazioso oggettino scelto con cura tra miriadi di possibilità - e perfino ritornare alla Settimana di Studi sull'Alto Medioevo a Spoleto per rinfrescare un po' il mio Alto Medioevo, ormai coperto da quasi tre decenni di polvere; c'era addirittura un vecchio progetto con delle amiche per un fine settimana a Londra, rimandato dalla mia malattia e ormai incombente perché la Brexit bussava alle porte.
Sappiamo com'è andata a finire, anche se nei primi due mesi tenni fede a sì fitta agenda.

Mi guarderò bene dunque dallo stilare, sia pur privatamente, liste di desideri, richieste e proponimenti, anche perché detta lista non osa andare più in là di una buona quota di didattica in presenza e alla possibilità di accedere almeno ai negozi di Lungacque, che non saranno all'altezza di quelli di Firenze o della Mostra dell'Artigianato, ma che mi permetterebbero comunque di rinfrescare un po' il guardaroba. Per quel che riguarda i concerti, c'è sempre YouTube con quelli già fatti, e per i film ho avviato un recupero di certi vecchi e nuovi classici di cui la biblioteca di paese è abbastanza fornita.
E visto che il nuovo lockdown ha regole un po' meno feroci di quello della scorsa primavera, potrei avviare un programma di passeggiate a piedi, visto che la mia zona è ricca di pregevoli itinerari - se smette di piovere, soprattutto.

Desideri moderati e aspettative ridotte, e vivere nascostamente. Mai come quest'anno il progetto di vita di Epicuro appare attuale.
E dunque blandi auguri a tutti per un 2021 che raggiunga almeno punte di una moderata decenza.
Al di là di questo, non oso spingermi.

venerdì 1 gennaio 2021

Buon 2021 a tutti!



Un bell'unicorno azzurro 
di buon auspicio per tutti,
con l'augurio 
per me di godermi un anno
scialbo, banale e ordinario 
e per chi legge
di avere l'anno più adatto
alle sue inclinazioni

giovedì 31 dicembre 2020

Un caloroso saluto al 2020 che se ne va


Come salutare signorilmente,
senza indulgere a un facile turpiloquio,
 il 2020 che se ne va?
Non con feste e musica sulla pubblica piazza,
non con un tripudio di fuochi artificiali,
non con grandiosi assembramenti.
Lo saluteremo nell'intimità, 
al massimo con qualche congiunto.
Un anno ricco di sorprese e di imprevisti, 
faticoso e complicato, 
e non saranno molti che lo rimpiangeranno.
Un anno insolito, ecco.
Decisamente insolito.
Noi che l'abbiamo vissuto
non lo dimenticheremo facilmente.
Alziamo i nostri calici,
brindiamo con chi abbiamo vicino
e aspettiamo con fiducia.
Anche questa notte passerà.

lunedì 28 dicembre 2020

Lunedì Film - Lo schiaccianoci e i quattro regni


Come ho già scritto più volte, amo follemente la musica e il balletto dello Schiaccianoci che per me rappresentano una delle vere essenze del Natale.
Uno dei miei grandi rimpianti era che nessuno ne avesse mai tratto un bel film, e fui davvero contenta quando, nell'autunno 2018 il film arrivò, e dai trailer sembrava davvero fascinoso e molto fantasy (come tutte le fiabe, del resto).
Purtroppo proprio quando uscì nelle sale* venni ricoverata per l'ennesima ma ultima volta e non mi rimase che consolarmi con le recensioni - quelle sui giornali tutte ottime, quelle degli spettatori un po' perplesse.
Il tempo passa e infine questa vigilia di Natale, in mancanza di altri festeggiamenti che quelli miei privati che avevo allestito in casa, me lo sono potuto guardare in tempo reale, cioè al momento giusto - perché, com'è noto, è una storia ambientata durante la vigilia e la notte di Natale. 
Mi è piaciuto molto, ma adesso che l'ho visto comprendo anche le perplessità di molti spettatori, specialmente quelli che non stravedono come me per lo Schiaccianoci.

Andiamo per ordine: la regia è di Lasse Hallström, regista svedese non particolarmente prolifico ma molto amante delle favole e del mondo immaginario dei bambini. Per quanto ne so non ha mai sbancato il mondo, ma i suoi film sono gradevoli, simpatici e privi di retrogusto dolciastro ma non di un certo spessore.
Il cast è di tutto rispetto e comprende perfino due nomi che conosco: Vera Knightley, a suo tempo Elizabeth Bennet e qui nel ruolo della Fata Confetta (o Confetta o Dei Confetti, non ricordo che traduzione hanno scelto nell'edizione italiana del film)  e Morgan Freeman che interpreta il padrino Drosselmeyer, più altra gente assai famosa per chi va al cinema un po' più spesso di me.
La colonna sonora... non so perché hanno scritto che la colonna sonora è in parte presa dal balletto. A me sembra che sia stata presa assolutamente tutta dal balletto, anche se la maggior parte dei pezzi è spostata, riarrangiata e infilata comunque in punti diversi da quelli previsti da Chajkovskj, e secondo me va benissimo così. In un punto, sul finale, c'è addirittura una scena del balletto ballata nel più perfetto stile del balletto classico di fine Ottocento, e che racconta appunto la storia (quella del balletto o quella del film? Mah, diciamo che in quel punto coincidono).

La storia... ufficialmente è "riadattata" dal racconto di Hoffmann, ma a dire il vero è proprio una roba diversa e qualcuno ci ha trovato da ridire. Non io, perché tanto c'è la musica di Chajkovskj e l'importante per me è quello.
Siamo ai tempi in cui è ambientato il balletto, ovvero fine Ottocento, in una ricca famiglia che comprende Clara, che non ha nove né undici anni come nella novella, ma all'incirca quattordici-quindici, una sorella, di età non molto diversa, e un fratellino minore. Poi c'è il padre, un pover'uomo affranto dal dolore (cosa di cui tutti si rendono conto benissimo tranne Clara e il fratellino) e che cerca di tirare avanti come può dopo la morte per malattia dell'amatissima moglie. La suddetta moglie, come intuiamo da un flashback, già l'anno prima sapeva di essere malata in modo irrimediabile e aveva lasciato per i suoi figli tre regali da aprire appunto alla vigilia di Natale. E il regalo per Clara era... no, non uno Schiaccianoci, ma un uovo di quelli tipo Fabergè, d'argento e senza chiave. In pratica, un uovo inapribile.
Clara è una bella ragazza, molto amante delle scienze (fisica, chimica, meccanica eccetera) che si diverte ad inventare complicati esperimenti per spiegare al fratellino le leggi delle suddette scienze. Questo grande amore l'ha ereditato proprio dalla madre, orfanella adottata a suo tempo da Drosselmayer, che la considerava la migliore inventrice di sua conoscenza. Come scopriremo più avanti Drosselmeyer non è solo un ricco signore amante pure lui delle scienze, ma qualcosina di più - i suoi topi e i suoi gufi per esempio sono particolarissimi.
Dal padrino la famigliola un po' triste e molto nostalgica va a festeggiare il Natale, in una festa grandiosa dove tra l'altro entra in scena lo Schiaccianoci di legno dipinto da soldatino, che nessuno si fila più di tanto.
Ad ogni modo, quando la festa è appena iniziata, Clara vede la chiave del suo uovo che viene portata via da un topo bianco che scopriremo poi chiamarsi Topolastro. Inseguendo il topo si ritrova ben presto nella Valle degli Alberi di Natale, poi davanti a un ponte che, ebbene sì, conduce a un regno incantato. A guardia del ponte un bel ragazzo vestito da soldatino-giocattolo. Un po' per volta scopriremo che si chiama Philip Hoffmann, anche se per buona parte del film sarà solo "il Capitano"

Il Soldatino la porta nel regno incantato, dove tutti la riconoscono come la figlia di sua madre, che un tempo era la loro principessa e aveva inventato una macchina che dava vita ai giocattoli (tutti loro infatti sono ex-giocattoli).
Tutto andrebbe bene tranne per il fatto che in uno dei Quattro Regni la Regina ha perso la testa e ha deciso di ribellarsi e conquistare gli altri tre.
Clara, aiutata dal Capitano ma anche dal prode Topolastro, riporta le cose a posto anche grazie alla sua conoscenza delle macchine, non senza aver scoperto che la storia non è andata esattamente come le avevano raccontato. 
In pratica, uno Schiaccianoci steampunk dove il personaggio più zuccherino si rivela di una cattiveria inaudita e dove le apparenze ingannano (ma quest'ultima cosa era già evidenziata anche nella storia originale, sia quella scritta che quella musicata).
In effetti è tutt'altra storia che quella del balletto o del racconto di Hoffmann (lo scrittore, non il Capitano) ma a me sembra che funzioni benissimo. Avanzo però due piccole obbiezioni.
Primo, lo Schiaccianoci. Sia nel balletto che nel racconto è quasi sempre sulla scena e fa un sacco di cose, ad esempio rompersi nel primo atto quando è un pupazzo. Qui compare dopo la prima mezz'ora di un film di meno di novanta minuti, fa tutto sommato piuttosto poco e soprattutto: vabbé, Clara a un certo punto lo chiama Schiaccianoci, ma in tutto il film non si vede nemmeno l'ombra di una noce, lui non subisce alcuna trasformazione né è sotto alcun incantesimo e in pratica non fa niente se non aiutare l'eroina in un paio di scene. In pratica: possiamo anche credere sulla fiducia che un tempo lontano sia stato uno schiaccianoci, ma volendo anche un termosifone, un ornitorinco o un dolce alla crema. Cioè, che ci azzecca il titolo, musica a parte?
Secondo e più importante punto: lo Schiaccianoci è essenzialmente una storia d'amore: la piccola Clara trova il suo principe, e alla fine lo sposa pure (anche se in alcune versioni del balletto si ricorre all'espediente di farla risvegliare alla fine della musica per scoprire che è stato solo un sogno). Qui la storia d'amore proprio non c'è, al massimo niente impedisce allo spettatore di immaginarla in controluce  ma senza altro appiglio concreto che ci sono per protagonisti due bei ragazzi e dunque si potrebbe anche andare a finire lì.
D'accordo, ai tempi di Chajkovskj tutte le ragazze sognavano un principe da sposare, anche perché non avevano molto altro da sognare visto che carriere e studi erano loro precluse; al contrario, oggi si ama immaginare giovani eroine con un destino tutto loro da seguire che, tutto sommato, al principe azzurro non ci pensano più di tanto:

Lungi da me deprecare queste valide aspirazioni, e soprattutto è bene ricordare agli spettatori che a questo mondo c'è ben di meglio dei principi, tuttavia a me le storie d'amore piacciono, specie se in sottofondo c'è il leggendario passo a due dello Schiaccianoci

che nel film, ahimé, è usato soprattutto come musica del carillon nell'uovo, in una scena dove un aggancio sentimentale non ce lo trovi nemmeno a cercarlo col microscopio elettronico.
Così Philip accompagna la sua principessa alla frontiera col mondo reale, dove lei ballerà il passo a due... con suo padre, con cui da quel momento avrà un rapporto molto più affettuoso anche se del tutto privo di sfumature incestuose.
Lei e Philip si ritroveranno? Lei promette di ritornare, ma non precisa né come né quando né con quali intenzioni.
Resta comunque un bel film, adattissimo per la vigilia di Natale e assolutamente piacevole. Volendo, adattissimo anche per una classe delle medie se non è l'anno del Covid e quindi i giorni ti precipitano addosso senza che tu riesca a programmare quasi niente.

* strano a dirsi, in quell'epoca remota i film uscivano nelle sale e non in streaming, e sotto Natale quelle sale di solito erano assai piene

venerdì 25 dicembre 2020

Buon Natale 2020

 


E dopo aver detto 
tutto il mal che in bocca ci venìa
di questo Natale assai alternativo e insolito
tanto vale godercelo
nei limiti del possibile.
Auguri a tutti!

giovedì 24 dicembre 2020

Notte di Natale 2020

 


E' la notte magica.
Anche se sei solo, lontano dai tuoi cari triste e infreddolito,
ci sarà comunque chi pensa a te 
e ti porterà un regalo 
e un po' di speranza,
per ricordarti 
che non sei poi così solo.
Auguri a tutti!

mercoledì 23 dicembre 2020

La routine di scuola ai tempi della pandemia - Bilancio di fine trimestre


Approfitto di questo post per esprimere la massima solidarietà ai colleghi delle scuole superiori che quasi subito sono finiti a fare la Didattica A Distanza. Mi rendo perfettamente conto che al loro confronto alle medie siamo dei privilegiati.
Sono altresì riconoscente perché, grazie al fatto di lavorare in presenza, posso dare il mio piccolo contributo alla collettività: le lezioni in presenza sono preziose perché tengono occupati i ragazzi con una routine che ha una sua parvenza di normalità, gli permettono di uscire di casa e di non fondersi il cervello passando troppe ore davanti a uno schermo e trasmettono questo lieve senso di normalità alle loro stressatissime famiglie - e anche a noi, naturalmente: in certi brevi momenti pare quasi di essere a scuola a far lezione e per un po' l'Onnipresente Covid viene lasciato fuori dalla porta. Son cose, queste, che fanno bene a tutti.
Detto questo, garantisco che non sono tutte rose e fiori.
E passo qui a descrivere una normale mattinata di scuola a St. Mary Mead, al netto dei micidiali lavori in corso che ufficialmente sono finiti da tre settimane, e infatti le impalcature davanti alle finestre non ci sono più, ma ugualmente siamo perseguitati da muratori, imbianchini e trapani e gru e betoniere che continuano a ricordarci che nonostante siano finiti, i lavori imperversano tuttora. 
E andiamo a incominciare.

Ben avvolta nella mia mascherina entro a scuola, salutando i ragazzi davanti all'ingresso che da dietro le loro mascherine mi augurano il buongiorno. Perché adesso gli ingressi sono due e una parte degli alunni entra dal portone principale e non più dal grande piazzale sottostante.
Saluto la custode mascherata e l'ausiliaria di cui ignoro il nome, mascherata pure lei.
Passo in Sala Insegnanti per firmare il registro. Mi tolgo il cappotto e lo infilo nella mia custodia personalizzata con nome e cognome - questo sono una delle poche a farlo, in quanto la maggior parte degli insegnanti non si toglie proprio niente e va in classe con piumino e sciarpa, e del resto va pur riconosciuto che la situazione climatica da noi non è delle più calorose, anche perché i termosifoni emanano solo un vaghissimo tepore e in effetti nei corridoi e nei locali più grandi fa un freddo cane.
Alle otto entrano le Terze, alle 8.05 le Seconde, alle 8.10 le Prime. Almeno in parte, perché i ragazzi sui pullmini (detti "i Trasportati" in scolastichese) arrivano nei successivi dieci minuti.
A seconda della composizione geografica della classe dunque può succedere che le cosiddette risorse umane non siano al completo prima delle 8.25, e fino a quell'ora niente appello.
Accendo il computer e la LIM. Saluto i ragazzi via via che arrivano. Chiedo notizie degli eventuali ammalati. Apro il registro elettronico. Apro la piattaforma, dove ho caricato il materiale per la lezione.
Predispongo il foglio per le uscite al bagno e il foglio per gli assenti.
Di solito questa fase va abbastanza liscia ma talvolta ci sono intoppi di vario tipo, per esempio il sistema ha improvvisamente deciso di autoaggiornarsi e in quel caso non c'è verso di convincerlo a rimandare la cosa al pomeriggio. Di fatto, i nostri computer sono un po' allo stato brado: continuano a offrirci meravigliosi aggiornamenti di MacAfee, il sistema di protezione che nei computer delle mie classi ho (vanamente tentato di) cancellato, e in quel caso mi offre di autoreinstallarsi. Gli aggiornamenti arrivano alla cazzo di cane e sempre nel momento meno opportuno. Qualche volta la password è lunatica e non vuole entrare, qualche volta ad essere lunatica è la tastiera. Eccetera.
Se mi riesce avvio una musichetta di ingresso mentre gli alunni arrivano alla spicciolata: Smoke on the water se a scuola piove, l'introduzione dell'Oro del Reno se facciamo i fiumi europei, una canzoncina natalizia se siamo sotto Natale, cose così.
Avvio l'appello - una cosa piuttosto rapida, se ci si limita a contare i banchi vuoti invece di chiamare i ragazzi uno per uno come sono invece costretta a fare quando siamo in quarantena. Poi segno gli assenti anche nell'apposita tabella, dove devo suddividerli tra Assenti Per I Cazzi Loro e Assenti Forse Per Covid.
A quel punto sarei pronta per un caffè supplementare, magari con un paio di biscottini; invece la lezione deve ancora cominciare.
Qualche minuto per predisporre la lezione (andate a pagina 86, oggi si interroga, stamani ci sono le ricerche sulla Belle Epoque eccetera).
E si parte, per un po', salvo interrompersi quando qualcuno vuole uscire per segnarlo sull'apposita tabella.

E veniamo allo spinoso intervallo, di solito una pratica dolorosamente breve ma che in tempo di Covid è diventata una piovra che invade qualsiasi ora, e in ogni caso nella tua c'è sempre.
Abbiamo due intervalli di dieci minuti - che, con sei ore in classe, è veramente il minimo sindacale. Le Terze intervallano dalle 9.45 alle 9.55, le Seconde dalle 9.55 alle 10.05 (con in mezzo il cambio dell'ora) e le Prime, non sono riuscita a capire perché, dalle 10. 45 alle 10.55, cioè verso la fine della terza ora.
A suo tempo provai a dire che, a lume di logica, il primo intervallo andava fatto fare alle Prime e che è assurdo farle intervallare alla fine della terza ora. In tanti si dissero d'accordo con me, venne presentato il punto all'ordine del giorno del Collegio di Plesso... e arrivati al dunque, quegli stessi che si erano detti d'accordo con me dissero che no, non importava.
Nel frattempo, sin dal primo giorno, era stato stabilito che alle prime sarebbe stato concesso un piccolo spazio negli ultimi dieci minuti della seconda e della quarta ora per mangiare, visto che dopo due ore avevano fame.
Questo spazio della prima colazione si è misteriosamente dilatato diventando "dieci minuti alla fine della seconda ora" che poi quando arrivi per fare la terza ora i ragazzi stanno ancora mangiando e mangeranno per altri dieci minuti. Non solo, i ragazzi ci han preso gusto e han cominciato a dire che avevano fame già alla fine della prima ora.
Di conseguenza la terza ora comprende il tempo per il cibo e anche l'intervallo, il quale intervallo finisce ai cinquantacinque minuti e non è che in quegli ultimi cinque minuti si raccatti 'sto granché. 
In sintesi, la terza ora (e pure la quinta)  si trasformano in trentacinque minuti, quaranta se l'insegnante a un certo punto chiede che la piantino di mangiare; e aggiungo che, non so come se la cavino i miei colleghi, ma personalmente ho un sacco di remore a strappargli il pane di bocca perché sono fermamente convinto che lo studente deve nutrirsi, tanto e bene, ma persino io comincio ad essere stufa di questa storia.
La questione degli intervalli si ripete pari pari tra la quarta e la quinta ora, pausa supplementare per mangiare per i primini compresa.
Poi, chiaramente, con gli intervalli sfalsati c'è l'intervallo della tua classe e l'intervallo delle altre classi che ululano in corridoio - perché, abbastanza giustamente, è stato ribadito che i ragazzi han da sfogarsi visto che in classe devono star fermi come acciughe nella scatola e per giunta mascherati, però in certi casi ottenere, non dico una gran concentrazione da parte degli alunni chiusi in classe mentre fuori gli altri ululano, ma almeno un minimo di possibilità per i suddetti alunni chiusi in classe e, al limite, anche per il docente di turno, di farsi sentire, diventa spesso piuttosto difficile.
E arriviamo alla sesta ora, l'unica senza intervalli... ma con l'uscita. E i pulmini partono prima, per evitare di creare resse. 
Naturalmente i ragazzi trasportati devono fare la cartella, e pazienza quando hai tre trasportati silenziosi e discreti che raccolgono le loro cose e sgusciano via in dignitoso silenzio, ma quando i trasportati sono dieci o dodici su una classe di ventuno, ecco, la faccenda è un po' caotica.
Resta infine la Grande Domanda: nell'ultimo quarto d'ora, a ranghi ridotti, che si fa?
Poco, ovviamente. Certo non si può spiegare, e alla fine della sesta ora è difficilino anche interrogare. Nella Prima che mi è toccata in sorte rimedio mettendoli a spazzare e a ripulire la classe, che hanno la deplorevole tendenza a ridurre come uno stalletto per maiali. 
Che dire? A modo suo è anche quella una attività didatticamente valida, ma insomma...

Nei ritagli di tempo tra un intervallo e l'altro e tra un pulmino e l'altro, ecco, sì, ci sarebbe anche da fare lezione, perché c'è pur sempre una programmazione da tirare avanti. 
Ma non una programmazione normale, bensì una programmazione double face, che possa da un momento all'altro essere trasbordata nella classe in quarantena o impelagata nella tanto odiata Didattica a Distanza, e che riesca a concentrare l'essenziale in lezioni piuttosto brevi, sempre senza dimenticare che le creaturine devono esporre e fare anche qualche verifica scritta. Le interrogazioni sono affidate a una serie di escamotage e le verifiche scritte perennemente sospese all'inquietante possibilità di una quarantena, per tacere degli alunni che da un momento all'altro possono venirti scippati senza preavviso per parcheggiarli a casa nella malinconica attesa di un tampone che a volte ha pure la sfrontatezza di rivelarsi positivo. 
Per tacere poi delle Terze, che a tutt'oggi non sanno come sarà l'esame - si spera di farlo in modo normale, ma vai a sapere come sarà la situazione a Maggio, qua si naviga a vista.
I ragazzi nel complesso collaborano, ma l'insieme è davvero complicato, e in tutto questo gran frullare di precauzioni, regole e controregole, anche quando siamo in presenza di scuola se ne fa poca, e di tempi distesi per l'apprendimento si è proprio persa la memoria.
L'impressione che spesso provo è di essere una giocoliera impegnata in qualche esercizio particolarmente complesso, più che una insegnante - e alla fine di ogni spettacolo sono abbastanza stremata.

venerdì 18 dicembre 2020

Addio, e grazie per tutto il pesce - Douglas Adams


Pubblicato nel 1984, due anni dopo La vita, l'universo e tutto quanto, quarto volume di una trilogia, il romanzo che vado oggi a presentare è essenzialmente una bella storia d'amore, che contiene anche una delle migliori e più originali scene di sesso da me mai lette - e posso dire in tutta onestà e senza tema di vantarmi che ne ho lette parecchie e di vario genere, non di rado annoiandomi assai e assolutamente non perché l'argomento fosse privo di fascino ai miei occhi.
Un romanzo d'amore, dunque, e la storia di una ragazza. Un ragazza già citata nelle prime pagine del primo romanzo, che aveva appena avuto una perfetta intuizione su come sistemare tutto nel mondo, e in modo semplice e per niente aggressivo, ma che non aveva avuto tempo di comunicarlo a nessuno perché l pianeta era esploso, e lei con esso.
Ma il romanzo non comincia con lei. Comincia con Arthur Dent, il protagonista quasi principale di tutto il ciclo che, poverino, fino a questo romanzo non aveva avuto occasione di pensare molto né all'amore né al sesso, e quand'anche gli era capitato di pensarci non aveva avuto (stando alle apparenze) modo di combinare alcunché, vuoi perché lo catapultavano subito in un altro pianeta/astronave/universo spaziotemporale, vuoi perché il perfido autore lo piantava lì senza raccontare niente al lettore, che a detta dell'autore non doveva impicciarsi più di tanto in questi affari. Un po' meglio, va detto, gli andava nel film, dove Trillian sceglie lui al posto di Zaphod (da notare che la sceneggiatura del film l'ha scritta Adams ed è stata rispettata. Ma Adams non è mai stato persona che avesse paura delle contraddizioni, specie in questo ciclo).
Di fatto, l'unica cosa in tutto il ciclo in versione scritta che poteva somigliare a una storia d'amore era il legame tra Trillian, l'altra terrestre sopravvissuta all'esplosione e Zaphod Beeblebrox, l'affascinante ma a tratti insopportabile alieno a due teste nonché comandante dell'astronave Cuore d'oro. Nel romanzo precedente però ad un certo punto Trillian si stufa e lo lascia, non sappiamo se per sempre o no (lo scopriremo solo nel quinto libro, ma senza esserne davvero sicuri).

Per combinare una storia d'amore che non sia solo spirituale, è necessario che i due protagonisti si trovino l'uno in prossimità dell'altro. E così avviene. Sulla Terra.
Se qualcuno dei pazienti lettori che mi han seguito fin qui si starà domandando come fa la Terra ad essere teatro di una storia d'amore dopo essere stata polverizzata dai Vogon, ecco, questa domanda se la fanno anche i due protagonisti, fino a trovare la risposta. Ma andiamo per ordine.
Siamo sulla Terra. Sulla Terra sbarca Arthur Dent, da una astronave cui ha chiesto un passaggio in autostop, e ritrovandosi a poca distanza da casa sua resta comprensibilmente perplesso. Ma tutto è come lo ricordava, compresa casa sua, che a quanto pare non è stata distrutta per farci passare una autostrada.
Naturalmente il suo non è un ritorno felice: piove a dirotto, nessuno si ferma a dargli un passaggio... tranne un tipo che ha a bordo la sorella, ben drogata perché è un tipo strano e ha una malattia mentale non meglio definita. Ma Arthur la trova comunque molto attraente e soprattutto avverte con lei una forte risonanza perché...
Arthur la rincontrerà poco dopo, dopo qualche tempo che si è reinstallato a casa e ha ripreso una vita tutto sommato tranquilla (ma priva di delfini, perché sulla Terra i delfini sono improvvisamente scomparsi tempo addietro e nessuno sa come ciò sia accaduto).
Sono passati alcuni anni da quando Arthur Dent è scomparso. Al suo ritorno inventa un po' di storie, cui gli amici e i conoscenti credono fino a un certo punto - ma naturalmente non prova a raccontare a nessuno che in quegli anni ha viaggiato per lo spazio e la Terra su cui tutti loro stanno vivendo attualmente è esplosa. Perché, comprensibilmente, teme di non essere creduto.
Dicevo: Arthur e la ragazza, che si chiama Fenchurch, si incontrano di nuovo e Arthur si ritrova in seria difficoltà a gestire in contemporanea le conseguenze di un colpo di fulmine e il desiderio di condividere con la ragazza la sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato in un pianeta che notoriamente è esploso anni prima, eppure c'è ancora. Questa, di fatto, è la causa della malattia mentale di Fenchurch: una sorta di scollamento spaziotemporale che deriva dalla consapevolezza di stare in un pianeta che non è il suo, perché il suo non c'è più.
Siccome l'autore era di umore felice mentre scriveva, e anche innamorato a sua volta (non è una mia illazione, è cosa nota nell'ambiente e ammessa anche dal diretto interessato), lo sfortunatissimo Arthur Dent riesce a spiegarsi con la ragazza, e i due avviano una felicissima storia d'amore che lascia talvolta perplessi i vicini (chi legge scoprirà perché. No, non si tratta di vicini particolarmente pettegoli, o meglio, anche se lo sono la cosa non c'entra con la loro perplessità).
Bene, la storia è tutta qui, salvo due piccoli particolari. Il primo è che verrà spiegato come mai la Terra c'è ancora (c'è e non c'è, per la verità. Ma sorvoliamo). Il secondo piccolo particolare è che la coppia di innamorati lascia la Terra per andare a viaggiare nello spazio, e troverà il posto dove è custodito il Messaggio Finale di Dio al Creato. Con loro ci sarà anche Marvin, il robot depresso che abbiamo incontrato nel primo libro della trilogia ma di sfuggita anche negli altri romanzi, e che alla vista del messaggio morirà, alfine sereno. Questo messaggio... beh, secondo me è molto valido e pertinente e racchiude in sé alquante spiegazioni - ma naturalmente ogni lettore è libero di pensarla a modo suo, ci mancherebbe.
Forse in virtù di questo messaggio, forse perché le storie d'amore mi sono sempre piaciute, specie quando sono a lieto fine, forse perché si tratta di un romanzo felice scritto da un autore felice (e per i libri felici e le persone felici io sempre avuto una certa inclinazione) questo per me è il libro preferito dei cinque della trilogia, e il finale che preferisco.
Sì, perché a questo punto la storia è finita. Forse. Può essere. Chissà.
A proposito, nonostante la frase del titolo sia quella con cui i delfini salutano la Terra ormai destinata alla distruzione, tutto il romanzo si segnala per una malinconica assenza di delfini.

Con questo post partecipo, temo per l'ultima volta quest'anno, al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro quindi felici - per quanto assai casalinghe e intimistiche - feste a chiunque passi da queste parti.