Il mio blog preferito

martedì 8 gennaio 2019

Memorie di una acciughina debole e stressata

Le specie di pesce azzurro sono in realtà molto più numerose. Qui ad esempio mancano pesce sciabola, sugarello, tonnetto, tonno, pesce spada, ricciola, cefalo, aringa e altri
La notte dell'Epifania del 2017 qualcosa nel mio - fino a quel momento - fedele ed affidabile metabolismo si spezzò, e l'ernia ombelicale decise di strozzarsi. Non lo sapevo ma era l'inizio di una nuova vita, qualcosa di molto simile alla carta dei Tarocchi col crollo della Torre - quella che Rowling utilizza come base per raccontare la morte di Silente, per intendersi: una brusca fine che porta a un nuovo inizio.
La fase in verità rischiò seriamente di essere solo una brusca fine, ma al termine dell'intervento, che la chirurga definì "importante" agli amici che avevano ansiosamente aspettato per più di due ore, si poteva ragionevolmente supporre che oltre alla brusca fine ci sarebbe stato anche il nuovo inizio.
L'inizio della convalescenza fu un piacere: ogni giorno un pendaglio in meno e una nuova conquista in più: riprendere a bere, stare in piedi, camminare, vedere le flebo via via sostituite da pasticche...
Persi qualche chilo, naturalmente. Molti di più ne persi quando ripresi a mangiare, perché non mangiavo quasi niente: il mio leggendario appetito sembrava avermi abbandonato. Ho un ricordo vagamente allucinato di me che mi sforzavo di mandare giù una matassina di quaranta grammi quaranta di tagliatelline come unica componente del pasto e di un paio di giorni in cui il mio stomaco rifiutò con decisione di avere a che fare con qualsiasi cosa che non fossero cucchiaini di miele (neanche tanti), per non parlare delle crisi di rigetto che mi davano il pane (davvero inconcepibile) e la carne arrosto (inconcepibile perfino al di là dell'inconcepibile).
In queste condizioni non mi meravigliai certo nello scoprire che continuavo a dimagrire: con quattrocento calorie al giorno chiunque dimagrisce, anche facendo una vita molto sedentaria, e le brusche esortazioni dei medici del tipo lei deve mangiare delle belle bistecche! non miglioravano granché la situazione.
Per la prima volta in vita mia avvertii una certa solidarietà con quelle a me estranissime creature  nomate "anoressici" quando si lamentavano che dirgli "devi mangiare" non li aiutava più di tanto  perché non era una questione collegata solo alla loro volontà.
Per la prima volta mi resi conto di quanto irritanti, offensive e arroganti fossero quelle stupidissime pubblicità sulla prova costume. E perché dovrei aver paura della prova costume, anche se peso quanto mi pare? Chi l'ha detto e stabilito che devo dimagrire? COME OSATE intasare la mia rispettabile casella di posta elettronica con la pubblicità dei vostri insulsissimi prodotti e "metodi" che a memoria d'uomo e di donna non hanno mai fatto dimagrire alcuno? E perché siete convinti che l'unico scopo della mia vita sia dimagrire e incrementare le dimensioni del mio pene*? Soprattutto, cosa ne sapete, VOI, di come si dimagrisce, cosa vuol dire dimagrire e com'è complicato a volte tutto il meccanismo?

La rabbia contro i venditori di improbabili creme e tisane dimagranti non mi passò, ma piano piano l'appetito tornò. Non mangiavo proprio come ai vecchi tempi, ma più che abbastanza per mantenermi dignitosamente in vita. Anzi, cominciavo a trovare divertente il fatto di cercare di mettere più olio nell'insalata, più burro e marmellata sul pane, più condimento sulla pasta.
I vestiti smisero di tirarmi, cominciarono a piombarmi addosso in modo fantastico... poi arrivò l'era delle spille da balia per sostenermi le gonne in vita. Mi muovevo con ritrovata agilità, accavallavo le gambe senza problemi, passavo quasi dappertutto...
Non c'erano particolari problemi di guardaroba: un look di tipo molto ammantato come il mio sfidava il tempo e le taglie e anche gli sbalzi di qualche decina di chili. Io però mi sentivo un po' spaesata: cambiare tre o quattro taglie in pochi mesi è traumatico, ho scoperto. Ci sono difficoltà spaziali e di bilanciamento difficili da spiegare (e perfino da capire), come se quel nuovo corpo ti appartenesse solo fino a un certo punto.
Dopo essermi vista come una persona tutto sommato di stazza media, a dispetto di tutte le apparenze fenomeniche, adesso che la mia stazza era rientrata davvero nella media avevo dei problemi abbastanza seri con la mia immagine allo specchio.

Tutte queste sono cose che si superano, naturalmente. Il mio problema fu che continuai a dimagrire a dispetto dei vassoietti di noccioline, delle stecche di croccante alle nocciole e dei pasticcini di mandorle (tre cose che non avrei ancora dovuto mangiare, ma nessuno me lo aveva detto né alcun medico pensò ad assegnarmi un nutrizionista vero nonostante le mie ripetute richieste. In compenso ero circondata da uno sciame di nutrizionisti fai-da-te che niente riusciva a chetare).
In vari modi la situazione crollò, letteralmente, fino ai 48 chili: praticamente ero diventata un mucchietto di ossa con la pelle intorno, ed evitavo con ogni cura gli specchi.  Una acciughina dall'aria molto malinconica e sbattuta. Per accavallare le gambe dovevo aiutarmi sollevandole, e quanto ai passaggi, lì davvero non c'erano problemi: purché ci passasse una lama di coltello ci passavo anch'io. Ma il fondo dell'abisso mi resi conto di averlo toccato solo il giorno in cui mi sorpresi a guardare con un certo interesse lo scaffale dei reggiseni imbottiti - proprio io, che a partire dai tredici anni non avevo mai avuto il minimo problema a riempire qualsiasi scollatura e anzi potevo sfoggiare scolli virtuosissimi con la felice consapevolezza che la bellezza e morbidezza della carne ivi contenuta apparisse chiaramente senza dover ricorrere ad alcun espediente artificiale.
Poi qualcuno si rese infine conto che avevo una sindrome di mal assorbimento del cibo.

Al momento la situazione è in via di miglioramento. Continuo a non avere una diagnosi né una cura specifica, e dall'inizio di Settembre non ho ancora avuto il bene di toccare una cattedra di scuola, ma sono tornata sui sessanta chili - che considero di gran lunga troppo pochi, ne voglio almeno una decina in più, ma insomma ci si può convivere e anche portarci su un po' di biancheria adatta.
Aspetto con fiducia che i medici procedano nel loro lavoro, porto pazienza (anche perché non ho alternative) e guardo con fiducia il futuro. I chili torneranno, si spera, e magari, ora che da acciughina sono passata al grado di sardina, magari riuscirò almeno a diventare sgombro o addirittura tonnetto.

*un classico della mia casella postale, mai capito perché.

domenica 6 gennaio 2019

The Party Is Over?


È passata anche la dodicesima notte, quella più magica, che chiude il tempo della pausa e della festa.
O forse, chissà, la vera festa deve ancora cominciare.
Possano le vostre calze traboccare di dolci e giocattoli, ricordando sempre però che anche il carbon dolce può essere una utile fonte energetica e che è importante non sprecare niente.

giovedì 3 gennaio 2019

Memorie di una signora che è stata a lungo di corporatura tradizionale

Peter Paul Rubens - Venere allo specchio (collezione privata)

Da piccola ero una falsa magra, più avanti mi trasformai in una autentica grassa e più avanti ancora, negli anni più recenti, ero entrata a pieno titolo nel numero degli obesi.
Ad epoche varie hanno corrisposto pesi diversi, con una sorta di aumento progressivo: fino a trent'anni e passa ero una ragazza piacevolmente abbondante, di curve morbide e generose, forse un po' troppo pesa per gli standard dell'epoca ma tutt'altro che improponibile. Un anno di pillola mi piazzò tra le persone francamente grasse (di corporatura tradizionale, per dirla con Precious Ramotswe, che è un personaggio cui mi sento molto vicina) e l'anemia quindici anni dopo mi portò a fare il definitivo salto di qualità oltrepassando il quintale*.
C'era di mezzo qualche problema di metabolismo, naturalmente, mai ben identificato (e questo vale soprattutto per il tempo dalla pillola in poi); c'entrava una forte eredità familiare da parte del ramo paterno. C'entrava forse anche una certa ansia continua che sentivo in famiglia vivendo sotto l'impressione di un esame mai ben superato.
Di sicuro c'era di mezzo un vivace appetito: ho sempre seguito una dieta abbondante che comprendeva un po' di tutto (o meglio molto di tutto) e non ero carente di alcun principio nutritivo, grazie anche al fatto che non ho quasi mai cercato di seguire una dieta, anche se in certi periodi facevo più movimento. Di sicuro non mi sono mai comportata in modo da far pensare che volessi scusarmi di essere grassa, così come non parlavo mai di diete e di sovrappeso. A dirla tutta li trovavo argomenti spaventosamente  noiosi e deplorevoli indizi di limitazione mentale nelle femmine - vivaddio, i maschi ne parlano assai più raramente, anche se sono capacissimi lo stesso di avere una conversazione di una noia allucinante, all'occorrenza.
Sviluppai uno stile di abbigliamento molto personale (che a volte rendeva necessario l'intervento di sarti o di abbigliamento straniero: celebre il mio mantello alla Darth Fender e le mie camicie cinesi a dragoni, ma vorrei ricordare anche le mie lunghe gonne a balze e le sottogonne col bordo di pizzo sangallo, dove la mia nonna paterna si impegnò a lungo. La regola base comunque era che l'insieme doveva risultare sontuoso e andava usata molta più stoffa del necessario.
C'erano dei vantaggi, naturalmente, e imparai a sfruttarli: un bel passo deciso, una presenza con una sua imponenza, e una notevole forza fisica - perché sotto lo strato di lardo c'era un robusto strato di muscoli che mi permetteva di affrontare con disinvoltura sforzi notevoli, e abbondanti riserve che mi rendevano agevole saltare uno o anche due pasti all'occorrenza - un bel viso liscio e ben colorito, pronto al sorriso e spesso assai gradito per questo agli alunni.
Negli ultimi anni c'erano anche degli inconvenienti, naturalmente: ad esempio dover evitare certi passaggi perché, appunto,  non ci sarei passata, o le gambe che non sempre era possibile accavallare. Ma per tutti questi anni in cuor mio non sono mai stata veramente "grassa": per strano che possa sembrare la mia anima era snella, solo un po' tondeggiante ma appena appena, e qualche volta guardandomi allo specchio ero sorpresa (ebbene sì, talvolta spiacevolmente sorpresa). Credo di essermi sempre considerata una persona di corporatura normalissima che al momento era un po' appesantita.

Adesso ricordo quei tempi felici come l'età dell'oro.


*non era colpa dell'anemia, naturalmente, anche se mentre ancora non sapevo di averla mi rendevo conto che mangiavo troppo perfino per i miei standard. Diciamo comunque che le due cose sono piuttosto legate sul piano cronologico.

martedì 1 gennaio 2019

È arrivato!


Accogliamo con ardore draghesco il nuovo anno del Maiale (o, secondo l'oroscopo giapponese, del Cinghiale) portatore di soldi, prosperità e soddisfazioni economiche. Siccome la salute, il Buonismo e la stabilità politica sono senz'altro valori importanti dovrebbe essercene per tutti.
Auguri!


lunedì 31 dicembre 2018

Anche questa notte passerà



Godiamoci questi ultimissimi scampoli di 2018 in attesa di un 2019 che ci auguriamo tutti meno cupo e molto, molto, moltissimo più buonista 
💖💖

Imprevisti risvolti avventurosi del Piccolo Premio Letterario


Tutti gli anni le tre classi prime della Scuola Media di St. Mary Mead partecipano al Piccolo Premio Letterario. Si tratta di una simpatica iniziativa atta a diffondere la lettura nelle giovani generazioni: il Piccolo Premio Letterario ci fornisce una batteria di libri a prezzo ridotto,  i ragazzi li leggono e poi li valutano con apposito voto.
A fine Maggio arriva poi la  Gran Finale: i quattro libri più votati dai ragazzi entrano in finale, e le classi che lo desiderano vanno nel Paese del Piccolo Premio, dove gli autori ripresentano i loro libri e rispondono alle domande dei giovani giudici. In ultimo c'è la  votazione finale dove i ragazzi scelgono il vincitore e dopo tutti tornano a casa felici e contenti, almeno nelle intenzioni degli organizzatori.

Per vecchia tradizione le classi prime di St. Mary Mead partecipavano a questa specie di gita di fine anno che, vista la distanza che ci separava dal Paese del Piccolo Premio diventava una escursione piuttosto impegnativa anche se i ragazzi si divertivano sempre molto (che era poi il vero motivo per cui gli insegnanti di Lettere si mettevano all'anima quella che tutti noi consideravamo una gran palla).
Normalmente sono abituata a scansare le gite di uno o più giorni perché soffro molto i viaggi in pullman. Tuttavia quell'anno la situazione logistica e la disponibilità degli insegnanti era tale che quasi subito mi ero resa conto che non sarei riuscita a sfuggire, stavolta. Mi ero così rassegnata e con apparente buona grazia mi ero impegnata ad accompagnare le prime con le proff. Therral e  Quadrella in base al principio che chi schivare non può la propria noia, la accetti di buon grado.

Così, in un caldo e luminoso mattino di Maggio, ad una scomodissima e assai antelucana ora  partimmo alla volta del Paese del Piccolo Premio.

Il viaggio si svolse senza inconvenienti e approdammo alla piazza centrale del Paese che non erano ancora le undici. Su di noi il sole splendeva, l'asfalto riverberava che era una meraviglia e, per dirla in sintesi, si schiattava di caldo. Le scolaresche arrivate prima di noi si erano logicamente acquattate nelle zone in ombra, ma non era stata presa in considerazione la possibilità di ombreggiare l'intera piazza. Sul palco i quattro autori chiacchieravano dei loro libri (nessuno dei quali mi era particolarmente piaciuto) e confesso che mi ero rifugiata in una volta fresca e ombrosa piena di espositori carichi di libri per ragazzi, con la scusa di cercare ispirazione per gli acquisti futuri della biblioteca quando mi raggiunsero per avvisarmi che Confucio, uno dei miei, si era sentito male.

Prontamente accorsi, come di dovere, e trovai Confucio, pallido come un cencio appena candeggiato, disteso in un altro punto della volta fresca e ombrosa, mentre uno dei quattro autori (per la cronaca, quello che poi ha vinto) che per l'occasione è risultato essere un medico, gli misurava la pressione e faceva domande varie. Confucio rispondeva in modo accorto e pertinente, ma lamentava anche un gran mal di testa. Alla fine l'autore-medico suggerì una visitina all'ospedale locale per un piccolo controllo: certamente era stato solo un malore passeggero, ma qualche ora in un ambiente fresco e silenzioso poteva fargli solo bene.
Naturalmente accettai senza batter ciglio e naturalmente toccava a me accompagnarlo e lo accompagnai.
All'ospedale furono efficienti quanto cortesi: allettarono Confucio, gli fecero la solita flebo fisiologica e avvisarono la famiglia (in realtà il padre, perché i due genitori erano separati e i figli vivevano appunto col padre in un menage con caratteristiche a tratti un po' strampalate).
Confermarono che erasi trattato di un piccolo malore, nulla di grave; Confucio comunque continuava a lamentare mal di testa.
Mi sistemai alla destra del letto, su una comoda poltroncina, con una rivista a farmi compagnia, rispondendo all'occorrenza alle domande di Confucio e facendo un po' di conversazione con lui, in attesa dell'arrivo del padre che immaginavo già per strada, ansioso di recuperare la sua malandata prole.
Evvabbé, sono cose che succedono.
Passa una mezz'ora e improvvisamente sento una voce assai simile a quella della prof. Quadrella. Mi affaccio incuriosita sul corridoio e scopro per l'appunto che, oltre alla voce della prof. Quadrella c'era anche la prof. Quadrella in persona. Ellamiseria, mi dico, ma che docenti ansiosi siamo fra tutti, dopotutto Confucio ha accusato un modesto malore e un po' di mal di testa, si suppone che ne uscirà vivo.
Una seconda occhiata mi svela però l'amara verità: non al capezzale di Confucio era accorsa la prof. Quadrella, bensì stava accompagnando un suo alunno, che durante il pranzo al sacco che aveva seguito la prima parte della cerimonia del Piccolo Premio non aveva saputo trovare di meglio che farsi venire una crisi di panico dovuta alla claustrofobia perché i locali del castello che il Comune ci aveva messo a disposizione erano un po' stretti. Dunque secondo ricovero, e la prof. Therral si trovava nella non invidiabile posizione di dover gestire da sola più di cinquanta ragazzi ormai decisamente inquieti e perplessi. (Therral comunque non si perse d'animo, portò i cinquanta ragazzi all'aperto su dei prati all'ombra e attese impavida lo sviluppo degli eventi).

Già che erano a chiamare famiglie, all'ospedale richiamarono il padre di Confucio per sapere quando sarebbe arrivato. Risultò così che costui non era affatto partito perché "tanto l'avevano assicurato che non era una cosa grave" e dava per scontato che il ragazzo sarebbe tornato con gli altri. A quel punto me lo feci passare (in quell'ospedale non era consentito usare telefoni personali ma solo il telefono messo a disposizione dall'ospedale) e gli aprii il mio cuore spiegandogli che 1) far rientrare Confucio che aveva ancora il mal di testa con cinquanta alunni scalmanati non mi sembrava una grande idea e che 2) all'ospedale avrebbero assai gradito affidare la creatura ancora sofferente a persona responsabile di lui, più che lasciarlo con gli insegnanti.
"Per me però è difficile adesso farmi sostituire sul lavoro, e ho la macchina parcheggiata lontano da qui. Caso mai vengo domattina a riprenderlo, lei intanto può tornare a casa con gli altri, naturalmente".
No, non posso - lo assicuro - in questo momento suo figlio è sotto la mia responsabilità e non posso abbandonarlo,  e comunque sarebbe più pratico per tutti, e soprattutto per Confucio, se lei venisse a prenderlo.
Il padre promette che vedrà quel che può fare e riattacca, lasciandomi all'arduo compito di cercare gli occhi che mi son cascati per terra onde rimetterli nelle orbite. E siam d'accordo che oggi il genitore  medio è davvero troppo ansioso e ansiogeno, ma forse qua stiamo esagerando: parcheggiare solo  soletto un ragazzo di dodici anni non ancora compiuti in un ospedale all'altro capo della regione solo perché papi ha la macchina parcheggiata lontana  mi sembra francamente un po' eccessivo.

Poco dopo chiama la VicePreside, allertata dalle altre colleghe, per offrirmi la sua solidarietà e promettere che cercherà di trovarmi una scappatoia legale per tornare a casa con il resto delle scolaresche. Nel frattempo dalla corsia il personale dell'ospedale si lamenta che stiamo facendo e ricevendo troppe telefonate e facendo troppa confusione nei corridoi. Faccio loro una doverosa ringhiata, poi ringrazio la VicePreside del disturbo che si sta prendendo ma le garantisco che la scappatoia legale non c'è, e che se anche ci fosse piantare Confucio come un carciofo per la notte solo soletto non mi sembrerebbe davvero cosa, per quanto io sia del tutto favorevole a coltivare l'automia e il senso di autoresponsabilità dei ragazzi preadolescenti.
Una volta riattaccato il telefono, mi siedo di nuovo accanto a Confucio che dormicchia, cercando con coraggio di ingoiare il rospo di una notte fuor di casa, all'ospedale per di più, e speriamo che almeno mi diano un po' di cena perché comincio ad avvertire un certo appetito.

Suonano le tre e mezzo. Il padre del ragazzo che ha avuto la crisi di panico, che adesso riposa nel letto accanto a quello di Confucio, è noto per essere persona inaffidabile, sciagurata e sempre coinvolta in disegni e progetti di dubbia limpidezza morale; sta di fatto che si è mosso alla velocità della luce e quando arriva con uno zio al seguito saluta il figlio con tutta l'affettuosa complicità e apprensione che qualsiasi genitore affettuoso mostra in questi casi.
Il ragazzo viene così prelevato e la prof. Quadrella può infine riunirsi alla prof. Therral e ai cinquanta e passa ragazzi, che aspetteranno per ripartire fino all'ultimo momento in cui ci sarà la ragionevole speranza di vedermi partire con loro.
Poco dopo chiama la VicePreside per assicurarmi che la scappatoia legale per me non c'è; provo a risponderle con una variante garbata di "E grazie al cazzo, si sa che non c'è, ed è anche giusto che non ci sia". Poi un parzialissimo raggio di sole: la prof. Quadrella chiama per annunciarmi che il padre di Confucio è riuscito a farsi sostituire sul lavoro e a raggiungere la sua macchina; addirittura l'ha messa in moto ed è partito alla nostra volta anche se l'auto fa uno strano rumore.
A svariati chilometri di distanza io e la prof. Therral pensiamo in coro "Non ce la farà MAI!". E di nuovo provo eroicamente a rassegnarmi all'idea di una simpatica notte all'ospedale, lontano dalle mie belle gatte e dai confort della mia ancora più bella casa.
Tuttavia un raggio di luce assai più deciso viene da Confucio: quando si sveglia, finalmente libero da mal di testa, gli vengono riferite le ultime notizie. "Non vuol dir niente" ci rassicura "quella macchina fa SEMPRE qualche strano rumore, poi va tutto bene."
Rianimata da questo bel cavo intrecciato di speranza (ho molta fiducia nel giudizio di Confucio, ne mai ho avuto motivo di perderla, in tre anni) comincio a guardare al futuro con un po' di ottimismo.
Passa il tempo. Io e Confucio parliamo di traffici di armi, di armi in vendita, dell'esistenza o meno di dio (lui non ci crede) ...
Infine il padre di Confucio arriva, in un mare di ansia e confusione. Prende il figlio e se ne va, con grande sollievo della collettività tutta.
Accolta da un grande applauso riesco a raggiungere il pullman che parte immediatamente.

E sia io che Therral che Quadrella, in triplice giuramento e Voto Infrangibile, giuriamo che MAI PIÙ il Piccolo Premio Letterario avrà il nostro scalpo e d'ora in poi le prime verranno deprivate di questa succosa occasione mondana.

sabato 29 dicembre 2018

Manuale del Perfetto Insegnante - DATEGLI DA MANGIARE!

Un "panino" non è necessariamente formato da due malinconiche fette di pane  di scarsa qualità farcite con una sottiletta  insipida, una fetta di prosciutto cotto di un improbabile rosa acceso e un diluvio di maionese insapore, senza ombra di verdura e in totale assenza di ingredienti appetitosi: può anzi essere una gustosa scatola di tesori che racchiude combinazioni originali, saporite e molto nutrienti
Ovvero: un alunno ben nutrito c'è speranza che ti ascolti, con un alunno affamato non è il caso di contarci troppo.

A scuola a St. Mary Mead facciamo educazione alimentare - o meglio la fanno gli insegnanti di scienze: e ivi è gran sfoggio di piramidi alimentari, di "dieta mediterranea" (detto e non concesso che qualcuno abbia capito cos'è esattamente), di sviolinate contro le merendine e le bevande zuccherate e in più il comune di Saint Mary Mead interviene con programmi alimentari del tipo "frutta a tavola" (a distanza di anni ricordo ancora il delizioso sfrutta la frutta dei sukki Mukki - dove Mukki è la stimabilissima centrale locale del latte).
Poi c'è il distributore di merendine e di acqua minerale il cui senso sfugge a tutti noi e che ogni anno il corpo docenti chiede in ginocchio che venga rimosso ma ogni anno il Consiglio di Istituto spiega che non è possibile nascondendosi dietro le più fumose motivazioni; di conseguenza durante gli intervalli l'Estathè e le più varie patatine e merendine dominano sovrani in spregio alla Coop, al bar, al forno e ai tre negozi di gastronomia che si trovano nel raggio di cinquanta metri e all'acqua dell'acquedotto (ottima) purificata con i più vari filtri al carbone attivo, passivo e deponente.
In teoria, che gli alunni si imbottiscano di patatine è affar loro; ma in pratica per un insegnante non è così. O meglio: quel che conta davvero è che non si imbottiscano soltanto di patatine e tè più o meno zuccherato. Con gli anni mi sono anzi convinta che il problema dell'alimentazione a scuola è uno dei più sottovalutati dell'istruzione, con assai deplorevoli conseguenze per le giovani generazioni.
Una torta di mele fatta in casa o in una valida pasticceria è senz'altro più buona e nutriente di qualsiasi dolcetto confezionato del distributore - ed è anche molto meno cara, in proporzione
Partiamo dalle basi: siamo in presenza di ragazzi cui è imposto un orario di sei ore sei consecutive con scarsi intervalli, spesso preceduto e seguito da un viaggio su pullmino, e che avranno a   disposizione un pomeriggio piuttosto corto per tirare il fiato, prepararsi alle sei ore sei di lezione del giorno successivo  e magari affrontare pure qualche allenamento sportivo - prezioso, utile e corroborante quanto si vuole ma che pure il suo tributo di tempo lo esige. Checché se ne dica, il corso di studio previsto alle medie è abbastanza pesante e solo una attenzione piuttosto costante durante le lezioni permette di ridurre i tempi dello studio e dell'approfondimento a casa. Occorre dunque che il cervello degliu alunni sia ben sveglio e la concentrazione ottimale - e specialmente in prima è molto difficile ottenere questo.
Quel che le famiglie dovrebbero ficcarsi in testa in questa situazione è che la creatura DEVE fare tre colazioni tre, proprio come se fosse un hobbit, e di contenuto ben studiato.
Quiche e torte salate nonché schiacciate ben farcite si possono confezionare in casa, ma anche comprare da un buon fornaio - ad esempio ai banchi da forno della tanto deprecata Grande Distribuzione se ne trovano di squisite e preparate con estrema cura
Cominciamo dalla prima, quella fatta verso le sette. Qualcuno a quell'ora proprio non manda giù niente e allora gli vanno date due colazioni rinforzate da portarsi dietro o qualcosa che possa magari mangiare in pullman o prima di entrare in classe. Personalmente se qualcuno mi chiede di mangiare durante la prima ora lo faccio uscire e mangiare, o mangiare direttamente al banco: l'uomo ha da nutrirsi, e la donna pure, in particolare quando sono in fase di crescita.
Qualcuno potrebbe volere la colazione salata. La cosa, in Italia, è tuttora vista come una pericolosa stravaganza ma non tutti vanno pazzi per il rituale tanto amato nelle pubblicità che prevede un bigonciolo di caffellatte dove tuffare i frollini o le brioscine della marca di turno; e conviene dedicare qualche indagine alla questione se la creatura si mostra inappetente e magari allestirgli qualcosa, appunto, di salato. Anche la frutta non è opzione da disprezzare. Di sicuro ci vogliono una buona dose di calorie piene, con dei carboidrati, dei grassi e possibilmente un po' di vitamine.
Ma l'attenzione maggiore va riservata alle due colazioni successive: non spuntini ma colazioni vere e proprie.
Non importa se la creatura è sovrappeso o convinto/a di esserlo. Non importa se ha deciso di fregarsene dei precetti islamici e di praticare il ramadan in barba alla saggia dispensa stabilita da Maometto in persona per i ragazzi in crescita. Non importa se voi genitori siete salutisti e convinti che una mela  e un pacchetto di cracker rappresentino due opzioni valide per nutrire bene al mattino la vostra creatura, o che il dietologo di turno vi abbia detto qualche scemenza in merito: chi fa sei ore di lezione la mattina deve nutrirsi, e nutrirsi con calorie piene. Lo zucchero dell'Estathè non conta, il singolo Flauto del Mulino Bianco è piccolo, la mela o l'arancia possono essere una simpatica aggiunta, le patatine fritte non levano la fame pur contenendo un sacco di calorie e non nutrono, il succo di frutta da solo non basta, la singola bustina di cracker è POCO.

Occorrono grosse fette di torta, robusti panini al prosciutto, formaggio, frittata, roastbeef o quel che vi pare da metterci come farcia, merendine doppie, qualcosa da mangiare con i cracker, dosi robuste di ciliegie, pesche, albicocche, dolcetti, biscotti e biscottini, consistenti tranci di pizza, brioche e budini di riso o di semolino. Il ramadan e la dieta la faranno nel pomeriggio, se così gli gira, ma le tre colazioni mattutine devono essere abbondanti  e nutrienti - poi, se vogliono o se sembra loro così indispensabile, i ragazzi ci possono aggiungere le patatine e il tè zuccherato, ma che sia chiaro che si  tratta di giunte, non del corpo principale della colazione. Insomma il Buon Genitore deve ponderare la questione e organizzarsi, in modo da non sbancarsi e da non perderci troppo tempo, ma sempre evitando di lavarsi la coscienza dando alla prole due euro da giocarsi al distributore delle patatine fritte e delle bevande gassate, che non levano nulla, per carità, al benessere fisico della creatura ma nemmeno sono molto utili a fornire un cervello sveglio, disponibile e ben zuccherato e oliato per dedicare adeguata attenzione alla duration form o alla rotazione dei trapezi anche alla sesta ora.

Basta questo a garantire alla prole un proficuo e indolore percorso di studio?
Naturalmente no, ma aiuta, e può semplificare la vita a tutti.

Fare la pizza in casa non è molto difficile, comunque ce ne sono anche di ottime, surgelate. 
Per taxwre del fornaio all'angolo, che la pizza la fa per mestiere.

Nota a posteriori: ieri sera, mentre riflettevo su questo post, mi sono accorta di un particolare che non avevo preso ancora in considerazione: non riguarda solo i miei alunni (che mi hanno sentito, loro e le famiglie, più volte, sviolinare su questo tema) ma ormai riguarda anche me:  considerando la mia ormai flebile forma fisica, i tempi in cui arrivavo a scuola alle otto con due uova, un  po' di spinaci e una fetta di pane nello stomaco per poi tirare diritta senza un attimo di pausa fino alle due o magari alle sei dopo la riunione sono finiti, forse per sempre; ed è opportuno che impari a ritagliarmi le mie pause per un caffè e qualche spuntino, leggero ma sostanzioso.
Sic transit...

giovedì 27 dicembre 2018

Haeretica - Le avventure di Lady Murasaki nello stravagante e orrido Mondo dei Nutrizionisti


Va da sé che fare il nutrizionista può essere un lavoro rispettabile come qualsiasi altro: ho la massima stima&considerazione per i nutrizionisti che ho incontrato nelle mie varie peregrinazioni ospedaliere: gente seria, assai disponibile all'ascolto, impegnatissima nel calcolo delle calorie necessarie per permettermi letteralmente di arrivare a fine mese e preoccupata di nutricarmi nei modi più opportuni per le mie balorde condizioni fisiche, mentalmente flessibili, ragionevoli e ben preparati.
Ho anche trovato un nutrizionista all'apparenza assai affidabile e informato su YouTube, dai cui video ho imparato un sacco di cose, soprattutto sulle numerose zone di dubbio, di incertezza e di evoluzione che la disciplina comporta.
Quelli che mi preoccupano e mi inorridiscono sono l'infinità di nutrizionisti fai-da-te che imperversa nella nostra bella penisola e di cui Internet ospita solo la punta dell'iceberg, e forse nemmeno la più pericolosa.
Il punto è che diventiamo un paese di settanta milioni di allenatori della Nazionale solo in tempo di mondiali di calcio, e i nostri settanta milioni di Grandi Economisti sbucano fuori soprattutto in tempo di Documento di Programmazione Finanziaria, in Autunno, mentre i settanta milioni di nutrizionisti non conoscono pause né ferie né stagioni morte: Essi sono sempre fra noi, lo sguardo vagamente lupestre e assai fanatico, poche e non immutabili certezze e una determinazione davvero degna di miglior causa, soprattutto se gli sveli (o non puoi nascondergli di avere) qualche problema legato all'alimentazione, fosse pure un modestissimo diabete da gravidanza.
Immaginatevi una poveretta afflitta da un malassorbimento nutrizionale come me.
Quelli che ti annunciano trionfanti l'uscita di una nuova linea di prodotti senza glutine suggerendomi di adottarla quanto prima.
"Grazie, ma non ho nessun problema legato al glutine"
Ma il glutine è sempre e comunque un fattore di irritazione!
"Ma quando mai?"
Niente, è stato stabilito che la mancanza di glutine non può che migliorare la mia vita.
Poi ci sono quelli che ti spiegano che devi assolutamente prendere latte e formaggi senza lattosio.
"Non ho alcun problema col lattosio. Si sono raccomandati che prenda il latte parzialmente scremato, ma è quello che ho sempre preso comunque".
Ma, ahimé, anche il lattosio è un fattore universalmente riconosciuto come irritante. Non solo, ma ci sono quelli convinti che il latte vada evitato in qualsiasi forma e quelli sicuri che vadano evitati i formaggi in quanto "prodotti artificiali" (e infatti contano poche decine di migliaia di anni di tradizione, nella lavorazione. Eccheccazzo, anche Polifemo faceva il formaggio!).
Poi c'è il povero burro, ingiustamente calunniato da decenni. E siamo d'accordo che, passati i trent'anni, il burro mooolto abbrustolito ti ritorna in mente e in gola a giornate intere, ma un garbato soffritto di burro e olio extravergine di oliva ingentilisce gran copia di piatti e un garbato strato di burro fresco sul pane rallieta di sé miele, marmellata, salmone e sandwich al roastbeef e ai cetrioli.
E che dire di chi ti offre trionfante dolci senza uova, latte né burro né panna né zucchero (non sempre, ammettiamolo, di bontà sopraffina al palato) ma fatti con amido di mais (che se non è zucchero diciamo che ci somiglia assai assai), latte e panna di soia, olio di semi e uno strano impasto burroso di semi di zucca e di girasole tritati?
Non parlerò delle povere uova, autentici frutti del demonio secondo alcuni:
Come PUOI mangiare due uova a colazione? Fanno malissimo e sono piene di colesterolo! 
"Il mio colesterolo è regolarissimo, e comunque le uova non c'entrano un accidente col colesterolo, così come non c'entra l'alimentazione. In compenso la mia albumina fa veramente pena, e si sono raccomandati che mangi molte uova". 
Ma è PERICOLOSO! Le uova andrebbero evitate con tutte le nostre forze! Fanno terribilmente male!
E sorvolerò sulla povera carne rossa (particolarmente sul maiale) che in teoria andrebbe mangiata a dosi omeopatiche (e che mi sta perfino stufando un po', visto che me ne vorrebbero dare a dosi industriali e io, per quanto carnivora, non sono un lupo anche se a volte mi sento una tigre (quanto a umore, non certo per la forza e la vitalità che caratterizzano da sempre questo nobile e striato animale).

D'accordo, in questo periodo mi sto barcamenando con un regime alimentare davvero un po' particolare e un treno diverso ogni settimana nel tentativo di capire come funziona la mia complessa interiorità, e devo lottare per ogni singola porzione di verdura. Ma almeno sono malata e lo so, non mi impongo strane limitazioni senza motivazioni mediche solo perché qualcuno si è svegliato ieri e ha proclamato che i cavolini di Bruxelles sono il demonio mentre l'insalata belga è il Santo Graal della nutrizione.

(N.B.: nessun alimento è stato maltrattato o vilipeso durante la elaborazione di questo post, tranne il latte di soia che ai miei occhi esiste solo per essere insultato. Sono comunque disposta a scusarmi con lui, ove necessario).

lunedì 24 dicembre 2018

Notte di Natale 2018

Nella notte più magica dell'anno tutto si ferma, in attesa dell'Inizio del Passaggio. 
Indosso i miei nuovi orecchini blu e aspetto anch'io.
Auguri di buon Natale a tutti!

venerdì 21 dicembre 2018

Sunshine Blog Aware 2018 - Un po' di autodomande parte seconda

Ed eccomi al secondo (e ultimo, per buona sorte dei miei lettori) blog aware in cui mi intrufolo senza  alcun diritto. Romolo Giacani ha preparato una serie di domande cui sono lietissima di rispondere anche se nessuno me l'ha chiesto.
E partiamo da una premessa: tutti ti chiedono sempre cosa porteresti su una isola deserta, ma nessuno ti dice mai  quanto cazzo di tempo ci dovrei stare, in questo cazzo di isola.
Il mio limite è quattro anni, sopra quel tempo non mi servono né musica né libri, solo una bella corda ben insaponata.
Detto questo: 

1. Il libro che porteresti in un’isola deserta?
Non mi conviene certo portare un libro che ho letto e riletto, per cui la mia scelta ricade  su: la Bibbia, possibilmente versione CEI e testo a fronte in latino, e possibilmente anche una bibbia aggiornata e filologica redatta da studiosi ebraici. Lì troverei abbondanza di letture nuove e potrei anche ripassare con cura la parte già letta, avendo così agevolmente di che passare il tempo. No, non sono cristiana ma la Bibbia è un testo importante per la nostra cultura.

2. La canzone che porteresti sulla stessa isola deserta?

In base alla stessa teoria, non una canzone ma una cantata: il Messiah di Hændel, una musica che amo follemente ma che conosco solo a pezzi isolati.
Quanto alle canzoni, possiedo un ottima memoria musicale quindi portarmi dietro, poniamo, Save a Prayer o Astronomic Domaine non mi porterebbe alcuna reale gioia, perché posso riascoltarle quando voglio semplicemente chiudendo gli occhi e facendo partire la memoria del cuore.

3. Se non avessi un blog, dove scriveresti?

Sul diario, a mano, esattamente come facevo prima di aprire il blog.


4. Come ti vedi tra dieci anni? 

Perfettamente risanata, attivissima e piena di vitalità!


5. Saresti soddisfatta del tuo blog se...

Se potessi ricominciare a scrivere di scuola!


6. Perché hai aperto il blog?

A quei tempi c'erano diversi blog di insegnanti, ma quasi tutti avevano un tono un po' acidetto. Io, che ho sempre amato profondamente i miei allievi, (salvo poi  archiviarli quando uscivano dalla mia vita lasciando così affiorare le mie effettive preferenze) volevo fare  un blog  che mettesse loro al centro dei miei racconti, ma sempre prendendoli molto sul  serio, e che cercasse di far capire il fascino della vita di classe in una scuola media. 


7. Il mio ricordo piú bello

Quando ho scambiato un lungo, lento e approfondito bacio in tutta tranquillità con un ragazzo... sulla striscia di Viale Volta a Firenze. D'accordo, erano le quattro del mattino in zona Ferragosto, ma onestamente non l'avrei mai creduto possibile.

Probabilmente il giorno della discussione della tesi, anche.

8. Il mio più grande rammarico

È molto composito ed è formato dall'infinità di volte in cui ho parlato troppo e a sproposito. La discrezione è una arte che ho imparato a caro prezzo con molte ore di rimorsi.


9. Ti regalano 10.000 euro ma devo spenderli in 24 ore

Ecchessaràmai? Una bella offerta al gattile, un po' di beneficenza (microcrediti Pangea, 

Medici senza frontiere, qualche contributo a pozzi in Africa o simili) un contributino a PiúEuropa, poi un paio di buoni in un paio di negozi di mia scelta di vestiti e biancheria da notte da spendere con comodo per rifarmi un po' di guardaroba.

10. Con una bacchetta magica ti danno la possibilità di cambiare un evento della storia

Sono giochi molto rischiosi e per fortuna non sono nemmeno possibili, ma forse, restando sul recente... sceglierei che Bush Senior non creasse le premesse per l'attacco del 1990 in Iraq.


11. Mi spieghi cosa ti spinto a rispondere a queste domande? 

I motivi che ho spiegati all'inizio del post (in pratica: l'ho fatto perché sì).


Lunga vita e prosperità a tutti!

giovedì 20 dicembre 2018

Luma Liebster Award - insomma, un po' di autodomande


Sull'eccellente blog di CineCivetta è apparsa la risposta alla nomina del LumaLiebster Award, ricco di effetti grafici e che consiglio a tutti di andare a leggere: 
In più, in questo periodo la mia civetta preferita sta scodellando un bellissimo calendario dell'Avvento a sfondo cinematografico natalizio, che ugualmente consiglio a tutti di andare a guardarsi.
Detto questo, nessuno mi ha nominato ma le domande mi sono piaciute e così ho deciso di rispondere, per vedere di inaugurare una nuova fase del blog e della mia vita, magari piantandola di allietare tutti con le mie vicissitudini mediche e sperando di riprendere prima o poi di parlare di SCUOLA, che in teoria dovrebbe essere l'argomento portante di questo diario.

1) Ti chiedo di mettere in ordine di preferenza i seguenti nove medium espressivi che butto là in ordine sparso: romanzo, poesia, cinema, fumetto, fotografia, pittura, televisione, musica, illustrazione

Musica, prima di tutto: mi piace tutta, dai canti gregoriani all'hard rock. Poi i romanzi, che raccontano tante belle storie e i fumetti di vario tipo, specie quando raccontano una bella storia ma anche le strisce. Asterix, molti manga, Sandman, un po' di graphic novel, Jeff Hawke... 
Seguono la pittura, l'illustrazione, la televisione e ultimissima la fotografia, di cui farei pure comodamente a meno.

2) Chi è il tuo ideale di donna/uomo (un nome di un personaggio riconoscibile da tutti, il tuo vicino/a di casa non vale)? 

Prima di tutto Char Aznable della Cometa Rossa nelle prime dieci puntate di Gundam


 poi Fritz Arken di Danguard e Capitan Harlock



Anche Richard Armitage e Martin Freeman



3) Se non avessi intrapreso la strada del blogging a quale altro hobby pensi avresti dedicato l'equivalente del tempo?

Lettura, musica, forse qualche passeggiata in più. Nulla di particolare, insomma, rispetto a quel che faccio di solito.

4) Col senno di poi... hai scelto la strada giusta nel tuo percorso di istruzione scolastica (superiori, università, specializzazioni) o cambieresti qualcosa?

Ah, saperlo, saperlo... Mi sono fatta iscrivere come un pacco al liceo classico ma lì ho avuto una fortuna sfacciata con certi insegnanti e i compagni di classe. All'università mi sono laureata in latino medioevale e più avanti diplomata in archivistica. Ho cercato più volte di diventare bibliotecaria, ma non sono mai riuscita a superare un concorso che fosse uno, nonostante la diligenza con cui mi preparavo. Infine mi sono ritrovata in cattedra alla scuola media e con grande sorpresa ho scoperto che era un lavoro adatto a me - insomma, in qualche modo devo aver azzeccato un percorso giusto, visto che funzionavo benino anche come archivista..

Tuttavia c'è una parte di me che sogna tuttora un passato di studi per contabile,  visto che maneggiare i soldi degli altri mi piace, anche se non mi interessa minimamente intascarli.

5) Sei un/una amante della vita sedentaria? Un/una amante della vita nomade? Un sedentario/a costretto/a al nomadismo? O un/una nomade costretto/a alla vita sedentaria?

Amante della vita sedentaria? Io SONO la personificazione vivente della vita sedentarissima! 


6) Domanda strettamente legata alla precedente: Ti senti radicato alla tua terra d'origine o piuttosto un/una apolide?  

"radicata" non rende l'idea, è una parola troppo blanda: io vivo abbarbicata alla mia terra e già accettare per biechi motivi economici di lasciare Firenze per Lungacque (addirittura venti chilometri!) mi ha mandato discretamente in crisi. È uno dei motivi per cui simpatizzo tanto con i migranti, italiani compresi.


7) Sempre sulla stessa onda: Il mio amatissimo Rilke (il poeta) diceva che seppure di origine praghese e di cultura tedesca, la sua patria spirituale era la Russia. Tu ti riconosci una patria spirituale? 

Inghilterra, senza dubbio - e anche la Svezia. Sto soffrendo molto per la Brexit proprio perché la vivo come uno schiaffo e un tradimento.


8) Tendi ad amare di più: La natura? Le cose vecchie/antiche? Le cose moderne? Per la cronaca, si tratta di una divisione in tre tipi di essenze umane (naturale, classica, moderna) appartenente a una particolare scuola psicologica. 

Della natura fondamentalmente me ne frego, anche se appoggio con passione tutte le cause ambientaliste. Le cose moderne non mi dispiacciono affatto e, naturalmente, apprezzo molto anche le cose antiche (e i romanzi storici fatti bene)


9) Ora una domanda facile facile, su qualcosa che pare molto d'attualità: qual è il tuo decennio preferito (da te vissuto direttamente o anche solo per via indiretta)?

Gli anni 80 perché ero giovane e bella e mi piaceva quasi ogni canzone che usciva dalla radio. 


10) Collezioni qualcosa (francobolli, farfalle, cartoline, ecc.)? 

Ho una modesta raccolta di draghi e di immagini di gatti (ma tengo in casa anche due splendide gatte nere ben vive, mentre purtroppo non ho alcun drago). 


11) Hai o hai avuto una tua enciclopedia preferita?

Wikipedia, eccellente per preparare gli approfondimenti di Geografia e anche quelli sulle istituzioni.


sabato 17 novembre 2018

17 Novembre 2018 - Festa del Gatto Nero (dopo tanto fascismo, un po' di nero elegante ci sta bene)


Per quel che riguarda i gatti neri, e soprattutto le gatte nere, ritengo di essere una autorità, e di sicuro ho molta esperienza: a parte la simpatica Alfonsina, intrepida cacciatrice di pipistrelli e, ahimé, caduta quando contava appena sette anni di vita dal tetto della mansarda presumibilmente proprio mentre cercava di prenderne uno, e la regale Sybilla, adottata da mia madre quando scoprì di aver dato involontaria ospitalità a sua madre e alle sue sorelline* al momento ben due gatte nere ornano casa mia con la loro bella presenza: Ninphadora, che ormai va sui quattordici anni, e la vivacissima Astrifiammante che non ne ha ancora quattro. Non per questo sono convinta di avere particolari competenze sulla specifica psicologia delle gatte nere, perché ognuna di queste gatte era ed è assai diversa per temperamento dalle altre. L'unico tratto comune che hanno mostrato è la tendenza a venire da noi in veste di trovatelle mendicanti - in pratica, ci hanno scelto.
Alfonsina (che originariamente era stata chiamata Alfonso el Sabio, in onore di un re castigliano del XIII secolo, dato che ci era stato assicurato che era un maschio) arrivò in casa mia perché la bella Clodia aveva fatto solo un gattino e aveva molto latte; così andai dal veterinario sotto casa e chiesi se serviva una balia, e serviva. Quando la piccola (all'epoca davvero piccola: pochi giorni di vita) arrivò aveva una certa sindrome abbandonica, ma si riprese bene. Era una grande cacciatrice, molto amante dei pipistrelli (per nostra fortuna né sul tetto della mansarda né nel giardino vivevano topi), che ci portava sempre a casa come trofeo e che noi cercavamo di sottrarle, con alterne fortune - imparai un sacco di cose sull'anatomia dei pipistrelli, in quegli anni. Ed era chiaramente una gatta magica. Si era molto legata al ragazzo che in quegli anni abitava con noi, e morì pochi giorni dopo la sua morte - non sono mai riuscita a credere che fosse un caso. Ci mise una eternità per sviluppare, per poi sfornarci due nidiate di gattini, alcuni neri e alcuni d'argento, di una bellezza favolosa e che davamo via senza nemmeno doverci scomodare a offrirli - ci bastava mostrarli a qualche scelta persona che subito cadeva in deliquio e ci supplicava per pietà che gliene dessimo almeno uno.
Una gattina magica, di taglia mignon, madre terribilmente ansiosa e stressante. Ottima cacciatrice, come ho detto, ma non molto intelligente; assai affettuosa però.

Anche Sybille era una gatta magica (ma quale gatto non lo è?), di carattere conciliante ma non troppo espansiva. Era estremamente la gatta di mia madre e sparì di casa poco tempo dopo la sua morte. Non abbiamo mai saputo cosa le fosse successo - una cosa non rarissima con i gatti, che scompaiano senza lasciare tracce, ma il fatto che sia successo dopo la morte di mia madre mi ha sempre dato da pensare.

Trovai Ninphadora che mi aspettava nel minuscolo giardino del condominio dove abitavo all'epoca, rientrando da quell'ordalia che sono le convocazioni per le supplenze annuali. Anche quell'anno a me non era toccato niente, ma stavolta si erano fermati pochissime posizioni prima di me - il che voleva dire che sarei stata chiamata ben presto per le supplenze brevi. 
Era una gattina molto minuta, molto affamata (ma non denutrita) e molto affettuosa e giocherellona. Salì al quinto piano con me e iniziammo la nostra felice convivenza.
E' una gatta vivace, un po' ombrosa e molto intelligente, e ho spesso sospettato che oltre all'italiano capisca anche l'inglese. Con l'arrivo del tablet le ho anche fatto diverse foto:
Da brava gatta-strega ama molto i draghi, naturalmente - anche quelli imbottiti dell'Ikea:
Mi ha sempre amato di un affetto profondo ma non prepotente e siamo legate da una sintonia che non ho mai sperimentato con nessun altro gatto. E' anche lei una brava cacciatrice, ma cacciava solo in campagna dai miei: con grande gentilezza mi ha sempre risparmiato la sfilata di topi morti, pipistrelli agonizzanti e lucertole scodate. Il suo posto preferito è tra i due guanciali nel letto dove dormo. Va abbastanza d'accordo con Astrifiammante, ma la loro è una pacifica convivenza, più che una vera sorellanza; in compenso la lascia sempre mangiare per prima.

Astrifiammante è l'ultima arrivata, scelta al gattile. O meglio, è stata lei a scegliere me, perché appena mi vide si sdiede nel modo più totale.
"E' un gatto davvero molto affettuoso" osservai "Si vede che vuole essere adottato".
"Ma, veramente è la prima volta che fa così con qualcuno" osservò il volontario perplesso. Non so perché, ma mi venne presentata come maschio, e scoprii che era femmina solo al momento di firmare il modulo per l'adozione, quando me la portarono a casa.
E' una gattina minuta, dai grandi occhi perennemente spalancati con stupore sul mondo misterioso e una singolare capacità di ficcarsi nei guai. Per esempio, quando chiudo una finestra controllo sempre se c'è un gatto sul davanzale. Ciò nonostante...
(Si prega di notare l'aria estremamente rimproverosa: come puoi abbandonarmi così al freddo e al gelo? E in effetti quel giorno era abbastanza freddino; ciò nonostante nelle stanze usa cambiare l'aria ogni tanto, almeno per pochi minuti).
E' anche una perfetta gatta acrobata e ogni tanto combina i suoi bravi disastri. In effetti credo sia l'unico gatto con cui mi sia ritrovata ad alzare la voce per rimproverarla - finendo poi per sentirmi assai in colpa perché è anche una gatta sensibilissima, anche se i sensi di colpa le risultano naturalmente del tutto sconosciuti.
(sembra posizionata in alto, vero? Lo è. Quella libreria è alta sui due metri. Ma Astri è una brava acrobata).

Oggi è la giornata internazionale dedicata alla valorizzazione dei gatti neri. A tutti loro faccio gli auguri, alle gatte nere che vivono con me ho scottato del buon pesce (cosa che in verità faccio abbastanza di frequente, indipendentemente dal calendario e dalle sue ricorrenze) ma non per questo voglio negare gli auguri a quei gatti che neri non sono. Il nero è un colore molto elegante e che sfina, ma essere neri non è condizione indispensabile per un gatto per essere molto elegante e raffinato.
Anche se comunque aiuta.

*madre e sorelline furono naturalmente date in adozione a famiglie integerrime e assai amanti dei gatti