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sabato 23 aprile 2022

Haeretica - Ulteriori raffinatissime considerazioni sull'insegnamento della storia a scuola (ormai giunte ad un livello di raffinatezza davvero incommensurabile)

Esistono vari tipi di propaganda.
Questo rientra in un genere raffinato, direi quasi subliminale.

Come ho già raccontato, mi sono spesso chiesta come mai nella della scuola dell'obbligo è contemplato anche l'insegnamento di storia. 
Tutte quelle teorie sulla storia che ci racconta chi siamo, donde veniamo e anche quale sia nostro codice fiscale* non mi hanno mai convinto granché**:  chi siamo è un concetto scivoloso perché cambiamo in gran fretta, donde veniamo qualche volta ha un suo peso, ma oltre che dal passato*** siamo abbastanza plasmati dal presente, che pure quello cambia di giorno in giorno, e quanto al nostro codice fiscale l'anagrafe nazionale è molto più informata in proposito dei più prestigiosi istituti di storia patria.
La risposta mi è apparsa nella sua luminosa evidenza mentre ascoltavo un minicorso di storia ucraina in cui un ucraino raccontava, tra l'altro, i vari tentativi russi di russificare tale territorio - tentativi che peraltro non sempre hanno sortito un effetto duraturo, se stiamo ancora a parlare di russificare l'Ucraina al giorno d'oggi. Tale risposta, detto per inciso, non c'entra un accidente con la storia ucraina.
La risposta è: propaganda, semplice propaganda.
In sintesi ogni governo si preoccupa di insegnare ai suoi cuccioli (ma anche agli adulti) appunto chi siamo e donde veniamo secondo la narrazione più in voga al momento, che guarda caso è quella che il governo in carica trova più valida (e forse potremmo spingerci a dire la più opportuna).
Anche in Italia?
Sì, certo, anche in Italia. E anche negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Francia, in Olanda e via dicendo, mica solo nelle dittature.
La storia è un elemento che sfida qualsiasi tavola periodica: cambia di valenza a seconda della prospettiva con cui la guardi e lo fa anche in tempi molto rapidi. I buoni e i cattivi cambiano posizione a velocità sbalorditiva, e infatti lo Storico Prudente si riconosce anche dall'attenzione con cui cerca di smussare gli angoli: i cattivi non erano poi del tutto e solamente cattivi, i buoni talvolta picchiavano i bambini eccetera. 
Per smussare questi angoli non importa truccare le fonti, a volte basta semplicemente scoprirne di nuove - perché la storia non è una scienza esatta, piuttosto un caleidoscopio.

Sono nata quando la Repubblica Italiana era già consolidata. Nel corso della mia ormai non breve, ma nemmeno eccezionalmente lunga esistenza ho assistito a diversi cambiamenti nel modo di raccontare la storia di questo e di quello nei manuali usati a scuola. Cito i primi che mi vengono in mente.
Il Risorgimento: quando ero bambina era una favola a lieto fine, dove Dio un bel mattino si era svegliato e aveva stabilito che l'Italia aveva da riunirsi e a tal scopo aveva operato in maniera che quello che in partenza era un eroico gruppetto di uomini lungimiranti diventasse un grandioso fiume in piena che aveva finito per travolgere il consunto impero asburgico. 
In seguito il Risorgimento è diventato un movimento storico che è andato a buon fine ma avrebbe potuto insabbiarsi in qualsiasi momento, e comunque la spedizione dei Mille ha avuto le sue zone d'ombra e la piemontesizzazione fu una stupidaggine bella e buona che portò un bel po' di problemi. 
(In anni recenti  si è parlato anche di un prospero regno delle Due Sicilie biecamente colonizzato e impoverito dal barbaro invasore; in contemporanea nacque la teoria che i popoli dell'Italia Settentrionale avessero subito la barbara annessione di un regno di nullafacenti e nullapensanti che li aveva depredati senza pietà. Ma niente di tutto questo è approdato nei libri di storia per la scuola anche se sono stati introdotti piccoli elementi sparsi dell'una e dell'altra visione, che contengono entrambi alcuni granelli basati su elementi oggettivi, almeno allo stato attuale degli studi).
Le invasioni barbariche sono passate da momento di disastrosa devastazione dove tuttavia la forza della cultura classica e del Cristianesimo riuscì col tempo ad ingentilire le belve umane, a salutare iniezione di nuove forze vitali in un tessuto stanco e decadente, per diventare ai giorni nostri una occasione di incontro tra popolazioni e culture diverse che ha portato a proficui scambi culturali.
La nascita dell'impero islamico un tempo era un elemento sostanzialmente neutro ma di recente è stato guardate con decisa antipatia come dimostrazione di una irresistibile tendenza dei popoli di religione islamica a sottomettere i popoli di religione cristiana (il cosiddetto scontro di civiltà) e molto si è insistito negli ultimi anni sul tema della guerra santa.
La conquista dell'America che quando ero bambina era considerata tutto sommato in chiave positiva e come un vantaggio per gli indigeni che avevano potuto in tal modo conoscere la religione cristiana nonché il progresso occidentale; oggi invece si depreca assai il deplorevole trattamento subito dagli indigeni sia del Nord che del Sud America. In particolare i cosiddetti indiani d'America han conosciuto una netta rivalutazione in quanto popoli di alta sensibilità ecologica e animati da nobili valori morali. Questo fenomeno si è risolto in un certo beneficio a vantaggio dell'immagine dei popoli indigeni australiani, di cui fino a pochi decenni fa non si parlava affatto nei manuali, né male né bene.
L'impero romano, un tempo fiore all'occhiello della nostra storia e autentico vanto della civiltà, si è in seguito molto ridimensionato: era un impero, appunto, e un tantino guerrafondaio (tutti gli imperi lo sono, dopotutto), con una classe dirigente piuttosto corrotta. Nel primo ciclo adesso se ne occupano le elementari, mettendone in risalto soprattutto la notevole capacità organizzativa, la tolleranza religiosa e i molti scambi commerciali. All'arrivo del cristianesimo, la palla passa alle medie che se la sbrigano abbastanza in fretta perché il medioevo incombe. E spesso ci si ricorda adesso di far cenno al fatto che all'epoca c'erano anche altri imperi al mondo - ad esempio quello persiano e quello cinese.
Le crociate han conosciuto un certo declino che le ha viste gradualmente ridimensionate: si insiste molto meno sulla loro portata spirituale e più su quella commerciale (ormai è difficile trovare un manuale di storia che non citi la frase di LeGoff L'unico frutto pregiato delle crociate è l'albicocca) e le vicende del regno di Gerusalemme sono ridotte in poche righe.
Le migrazioni verso l'America di fine Ottocento cui un tempo erano dedicate a malapena un paio di righe sono oggi approfondite con laboratori, ricerche e testimonianze di vario tipo, con la prospettiva di favorire un atteggiamento più accogliente verso i migranti moderni che arrivano da noi (ma che contemporaneamente sono anche parte integrante dello scontro di civiltà).

Tutto questo è stato molto influenzato dall'indirizzo politico di governi che sono andati e venuti e anche dalle nuove posizioni assunte dalla Chiesa cattolica dopo il Concilio Vaticano II: si cerca di andare verso posizioni più aperte e tolleranti verso le religioni e le culture "altre"; molto spesso inoltre ci si preoccupa di rintracciare origini molto lontane nei conflitti moderni (dove noi di tendenza stiamo dalla parte "giusta"). Starà poi all'insegnante decidere se porre l'accento sullo scontro tra civiltà o sul nostro passato di migranti, o magari mettere entrambe le questioni sul piatto e fare esporre ai ragazzi le loro opinioni in modo più o meno guidato e indirizzato - di fatto l'intervento dell'insegnante può fare una certa differenza anche in presenza di regimi piuttosto opprimenti, soprattutto se costui riesce a stabilire un rapporto di fiducia con gli alunni e se il preside di turno accetta di starsene un po' al suo posto.
Io però non sto parlando di dittature che riscrivono la storia buttando a mare ogni decoro e senso del pudore, ma della repubblica italiana, dove la Costituzione dichiara che L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento**** e dove il margine di manovra dell'insegnante è davvero ampio e limitato solo dalla dimostrabilità di quel che racconta. Posso avere dei problemi se decido di attribuire la causa della caduta dell'impero romano ad una invasione di rettiliani, ma non se decido di non occuparmi dei migranti o riassumo in due parole ci combattimenti nel Pacifico della Seconda Guerra Mondiale*****.
In tutti i casi la storia è una materia che si presta molto bene all'indottrinamento - anzi, è una materia dove è del tutto impossibile non infilare una certa dose di indottrinamento: con la scelta degli argomenti da mettere in rilievo, dei temi da approfondire e della visuale da cui trattarli. Tutte questioni davvero importanti ma che, per un insegnante di storia alla scuola media, sono decisamente in second'ordine rispetto all'onnipresente incubo del "pover* me quanto sono indietro col programma!".
Adesso che l'ho capito, finalmente so cosa rispondere a chi mi chiede "Ma perché dobbiamo studiare storia?" (ce n'è sempre qualcuno, in tutte le classi):
"Perché la storia è la materia con cui lo stato italiano spiega ai cittadini come sono, come dovrebbero essere e come diventeranno un giorno; ma è anche quella materia che ognuno interpreta a modo suo, sia da insegnante che da studente. Benvenuti nel gioco degli specchi".
Quantomeno sarà una risposta un po' più originale del  mio consueto "Non saprei, davvero. Però a me piace".
Non vedo l'ora di sconcertare la prossima prima che mi passa tra le mani.

* (da una vignetta di Altan, disegnata appunto ai tempi in cui venne istituito il codice fiscale, ove era raffigurato un pensieroso bagnante che nuotava ponendosi queste essenziali domande. Non sono riuscita a trovarla in rete.
** più esattamente le classifico automaticamente nella categoria "ciarpame".
*** che la totalità di noi conosce ben poco, anche se magari chi ha studiato a lungo storia può avere qualche vaga idea in proposito, che comunque è costretto a rivedere a scadenze più o meno regolari.
**** articolo 31.
***** le due parole naturalmente con cui riassumerli sono, naturalmente, "ci furono".

domenica 17 aprile 2022

Pace in terra agli uomini di buona volontà


 Buona Pasqua  a chi passa di qua e anche a chi non ci passa, con l'augurio che il cioccolato delle vostre uova sia spesso spesso, abbondante e della qualità che preferite.
E speriamo che le cose vadano a migliorare, ché altro non possiamo fare da qui.

mercoledì 13 aprile 2022

La grande fortuna di essere musicisti

Quella che passerà alla storia come l'operazione militare speciale della Russia in Ucraina presenta invero dei tratti piuttosto insoliti, tra cui quello di essere una guerra raccontata (anche) dai social, e nei più vari modi. 
A tal proposito vado adesso a raccontare una storia molto edificante che, nella follia delle infinite voci di corridoio che si rincorrono, presenta la curiosa caratteristica di essere rigorosamente vera e controllabile passo per passo.

Il protagonista di questa vicenda si chiama Andriy Khlyvnyuk, ha 42 anni, è sposato e padre di una bambina.
Ha anche una splendida voce e infatti fa il cantante in un gruppo, i BoomBax: una rock band ucraina assai apprezzata in zona russa,anche se decisamente sconosciuta da noi, almeno fino a qualche settimana fa.
Pochi giorni prima dell'invasione russa i BoomBax fecero un concerto nell'ormai tristemente celebre teatro di Mariupol, per poi partire per un tour negli USA.
Quando Andriy seppe che il presidente dell'Ucraina Zelensky aveva indetto la mobilitazione totale dei cittadini abbandonò il tour e tornò in patria e fu proprio in occasione di questa sua scelta spontanea che molti in occidente appresero della sua esistenza in vita. Al momento lavora nella polizia di Kiev pattugliando la città e si è anche preso qualche scheggia di granata ma nulla di molto grave, a quel che ho capito.
Siccome è un marito, un padre, un bravo cittadino ma anche e soprattutto un musicista, appena arruolato si fece un piccolo video: vestito in divisa, nella piazza della cattedrale di Santa Sofia, con la cupola dorata in sottofondo, cantò a gola spiegata una canzone ucraina molto famosa - una quarantina di secondi a dir tanto. Poi postò il video su Instagram.
Il video fu un grande successo e in tanti, ucraini ma anche russi, bielorussi, lituani, moldavi eccetera lo postarono e ripostarono rimbalzandolo sempre con grande successo tra un social e l'altro.


La canzone all'apparenza non è una canzone di guerra - anche se è stata scritta proprio durante la Grande Guerra nel 1914, da Stepan Charnetskii; paragona la gloriosa Ucraina ad un viburno rosso che è stato un po' maltrattato ma che presto rifiorirà più bello di prima. Di solito è cantata con un certo struggimento, mentre Andriy ne dà una versione vivace, allegra e soprattutto determinata - insomma, una perfetta rappresentazione della resistenza ucraina come la vediamo da quaggiù.

Il viburno non è una pianta conosciutissima da noi; o meglio, da una trentina d'anni è diventato molto di moda nei giardini ma probabilmente è chiamato in altro modo, se pure è chiamato. Ad esempio  i miei genitori piantarono una sontuosa siepe di viburno in giardino ma mai tale parola venne pronunciata in famiglia, a quel che ricordo, anche se tutti eravamo molto fieri di quella bella siepe lussureggiante.
Non solo ha dei bei fiori bianchi e rossi che poi diventano bacche rosse e blu, ma a un certo punto dell'anno le sue foglie passano da un verde lucido ad un altrettanto rosso lucido
Confermo che è una pianta molto forte e di una resistenza davvero encomiabile: sopporta il freddo, sopporta il caldo e continua risolutamente a farsi la sua vita alla faccia di tutti. Ad ammalarsi non ci pensa nemmeno. Persino io, credo, potrei tenerne una senza ammazzarla nel giro di pochi giorni come faccio inevitabilmente con qualsiasi vegetale mi passi tra le mani.

Come stavo raccontando, il video rimbalzò in rete in lungo e in largo e pochi giorni dopo Andriy ricevette una telefonata da David Scott, un musicista del Sud Africa che come nome d'arte si è scelto The Kiffness e che fa brani di quel tipo che si chiamano campionature - una tecnica curiosa che prende suoni o pezzi di altri brani e li ritocca variamente. Tra le altre cose ha fatto cantare anche un gatto e un cane, per intendersi. Comunque gli chiese il permesso di lavorare su quel piccolo video, e il ricavato dei diritti d'autore sarebbe stato devoluto alla causa ucraina. 
L'autorizzazione fu concessa e ne venne fuori un tipico video dei giorni nostri, dove il musicista suona dalla sua stanzetta accompagnando con la tastiera Andriy che canta nella piazza, prima con  batteria, poi con una base e infine con la sua voce raddoppiata, e ci mette anche un assolo di tromba. Il video è corredato dal testo in ucraino e in inglese e da notizie varie sul musicista e sul fatto che il ricavato servirà a finanziare la resistenza ucraina. 
Ne è venuto fuori un  brano molto partecipato, con un bel piglio agguerrito e di grande impatto.


Al momento  conta sei milioni di visualizzazioni (in rapida e costante crescita) ma è stato caricato in lungo e in largo anche in molti altri canali e ogni mattina mi racconforta mentre prendo il caffè - perché è una canzone che riesce ad essere insieme solenne e molto vitale. Sul piano finanziario inoltre i risultati sono stati decisamente lusinghieri.
A sua volta questo video è stato campionato nei più vari modi ma anche cantato in altre lingue slave, e insomma i più vari cori e gruppi si sono lanciati a farne versioni con o senza Andreiy.

E poi un giorno Andriy ha ricevuto una nuova telefonata, stavolta da David Gilmour - sì, il chitarrista dei Pink Floyd. Anche lui gli chiedeva il permesso di usare il video eccetera eccetera. Perché i Pink Floyd hanno ufficialmente chiuso l'attività da molto tempo, ma Gilmour e Mason volevano  fare qualcosa a sostegno della causa ucraina. Tra l'altro Gilmour e Andriy si erano quasi conosciuti a Londra qualche anno fa in un concerto di solidarietà legato alla causa bielorussa; o meglio Gilmour aveva suonato con i BoomBox mentre Andriy era rimasto a casa per problemi di visto.
La canzone è uscita l'8 di Aprile, e proprio come nella campionatura di The Kiffness, i musicisti hanno lavorato senza Andriy ma usando il suo video. Oggi si può fare, e in qualche modo funziona tutto lo stesso: Hey Hey Rise Up non è certo una canzone cui manca l'anima.


Siccome ci sono di mezzo i Pink Floyd (o almeno due terzi di quel che resta dei Pink Floyd) ne è venuta fuori una roba molto più seria: studio di registrazione, immagini della guerra, una piccola introduzione con un coro slavo che accenna la canzone eccetera. La struttura del video comunque è molto simile a quella di The Kiffness anche se la batteria non è affatto sintetica e l'assolo è di chitarra e invece di riprendere la melodia originale in un certo senso la continua e la amplia.
Il video di Andreiy, leggermente rallentato, assume un tono molto più solenne e sfumato ma anche il senso di una volontà inflessibile. Il risultato è più struggente e solenne, ma altrettanto glorioso e ricco di speranza.
Inutile dire che il successo è stato vieppiù lussuoso e i diritti d'autore meglio che mai.

Una canzone (tre canzoni, nel caso specifico. O forse molte di più, perché le versioni del viburno rosso che imperversano in rete sono ormai infinite) fa molto di più che raccogliere fondi per una nobile causa perché riesce a parlare del passato, del presente e del futuro nello stesso tempo, toccando quelle zone del cuore dove solo la musica riesce ad arrivare.
E tutto ciò senza i social non sarebbe mai stato possibile.

domenica 10 aprile 2022

Un cesto per le anaconde (chomp!)

Il nostro cesto non è ancora proprio così, ma spero che lo diventerà presto
In tempi più felici il tavolo della Sala Professori della scuola media di St. Mary Mead era spesso allietato da dolcetti e salatini, con le più varie scuse: compleanni, anniversari, entrate in ruolo, inizio o fine dell'anno scolastico, auguri per le varie feste, traslochi...
V'erano poi docenti che si compiacevano assai nel preparare dolci, tradizionali e non, e li portavano allietando non poco i nostri lunghi pomeriggi dedicati agli organi collegiali.
La pandemia ha bruscamente posto fine a tutto ciò, e nel giro di pochi giorni siamo passati dalla schiacciata alla fiorentina farcita di crema Chantilly con cui festeggiare il Martedì Grasso di Carnevale al lockdown, dove ci si dedicava vieppiù alla cucina, ma con l'unico scopo di nutrire la famiglia ché tutti gli altri andavano tenuti a distanza.

Il ritorno a scuola ci ha visto sospettosi e prudenti, e perfino chiedere ai colleghi un pacchetto di cracker o una barretta di cereali sembrava una mossa compromettente, visto che quasi inevitabilmente il collega l'aveva toccata in precedenza. Quanto agli organi collegiali, ce li facevamo ognuno a casa propria - il che col tempo ha dimostrato anche qualche lato positivo, ma non certo sotto l'aspetto conviviale.
Col tempo la paranoia è andata calando, ma il tavolo della Sala Professori continuava a ospitare solo penne, spillatrici, libri scolastici e simili insulsaggini.
Tuttavia, un pezzetto per volta, la Natura si è ripresa i suoi spazi e prima di Natale, all'inaugurazione della Didattica Dada, campeggiava un cesto pieno di porzioni monodose di grissini e biscotti ma, vivaddio, anche di mandarini e caramelle.
Qualcosa avanzò e, sbocconcellandole nei due giorni seguenti,  ci siam detti "Questa idea del cesto è proprio carina, dovremmo mantenerla".
Tornando dopo le vacanze di Natale però il cesto era scomparso, e solo dopo qualche giorno qualcuno se ne ricordò. Venne chiesto alle custodi, che lo tirarono fuori dal ripostiglio ove era stato riposto senza pensarci tanto, qualcuno lo riempì di cracker e lo mise al centro del grande tavolo dicendo "Via via magari ognuno porta qualcosa. Può far comodo".
E qualcuno portò, poi riportò e riportò ancora. Al contrario di quei pentolini e cesti delle fiabe che per incantesimo si riempiono da soli, quel cesto ha la strana tendenza a svuotarsi da solo. Ogni giorno qualcuno arriva carico di crackers, schiacciatine, taralli, biscotti e biscottini, crostatine monodose, pacchetti di wafer e snack vari - a volte anche qualcuni, nel senso che più di una persona si sobbarca il gustoso compito; ma regolarmente, nel giro di poche ore, il cesto langue malinconicamente svuotato. Il supermercato del paese, a un passo dalla scuola, sta facendo lauti affari.
Da qualche settimana qualcuno ha affiancato anche un piccolo, piccolo cestino che viene riservato a cioccolato e caramelle (ovetti, in questa stagione) - ma anche per il piccolo, piccolo cestino vale l'incantesimo alla rovescia di cui sopra.
Anch'io porto, e anzi sto aspettando con pazienza che, finita la stagione dei mandarini, ritorni quella delle ciliegie e delle albicocche (più avanti anche delle pesche e delle prugne).
Qualcuno ha anche ripreso la tradizione delle Torte da Compleanno, soprattutto crostate, similSacher e torte di mele.
E sì, tutto sparisce a velocità interstellare.
Nessuno si tira indietro, nessuno si lamenta che "lui porta sempre la roba e gli altri si limitano a mangiare" - perché, se pur è ben vero che tutti mangiamo a quattro palmenti, a quanto vedo tutti portiamo, e portiamo e portiamo ancora.
"Evidentemente siamo una scuola di anaconde" ho stabilito un giorno, mentre rovesciavo un carico di wafer e di cracker con l'origano (i miei prediletti).
Tutti han convenuto con serenità.
Magari, se facciamo gli scrutini dal vivo, arriverà anche il gelato?
Potrei fare qualcosa di più concreto che sperarlo, visto che abito a un passo da una delle migliori gelaterie della zona...

giovedì 7 aprile 2022

La gran cassa della LIM

Com'è noto, i gatti sono anche eccellenti tecnici del suono

Una mattina dalla Prima Sfigata ci colleghiamo come sempre con Odisseo che langue in quarantena, e come sempre ci saluta. Stavolta però invece della solita voce squillante ci arriva solo un indistinto mormorio.
"Alzi il volume, Prof!" mi esortano gli alunni presenti.
Controllo il volume, che è già al massimo, poi controllo le casse, che sono accese al massimo. Poi controllo le casse, che sono regolarmente collegate. Infine allargo le braccia in segno di resa: evidentemente le casse sono andate in default.
Così, per quella mattina Odisseo si limita ad ascoltarci, salvo un paio di occasioni in cui gli faccio fare qualche frase di grammatica che sento solo io.
Provvedo subito ad informare la sventurata Reponsabile tecnica che si mostra un po' incerta: dopotutto, si sa, le casse audio non crescono sugli alberi.
Ma la mattina dopo mi comunica soddisfatta: "Ho già provveduto, ho messo le casse che abbiamo in Aula Magna".
"Ma quella è un'aula comune... se qualcuno vuol guardare un film come fa?".
"Si arrangeranno. Dopotutto, ogni classe ha una LIM".
Che gli altri si arrangino e mi lascino il piatto più ricco mi sta benissimo, e dunque mi taccio.
E quel giorno chiacchieriamo tutti in scioltezza con Odisseo. Ma già nel pomeriggio la Responsabile mi chiama "Purtroppo dobbiamo riprendervi le casse. Sai, l'Aula Magna è un'aula comune, serve un po' a tutti...".
Mi risparmio il "Te l'avevo detto!" che pur mi brucia sulla lingua, mi rassegno con buona grazia non potendo fare diversamente e una volta entrata in classe e collegata avviso Odisseo.
Tuttavia nessuno viene a riprendere le casse né quel giorno né il giorno dopo - vengono invece due mattine dopo in un momento molto critico, mentre ho appena avviato l'interrogazione di un ragazzo che ha battuto l'osso sacro ed è piuttosto dolorante (siamo o non siamo la Prima Sfigata?) e che ho quindi sistemato su un tappetino da palestra nell'unica zona libera della classe.
Lo smontaggio delle casse richiede una buona ventina di minuti e comprende anche una parte dove io e la Responsabile dobbiamo sollevare la LIM mentre qualcun altro sfila i cavi da dietro - una roba piuttosto inquietante perché l'aggeggo è tanto pesante quanto fragile.
Finita la complessa manovra saluto Odisseo "A questo punto dovrai di nuovo limitarti ad ascoltare".
"Pazienza, Prof" risuona la sua voce squillante dalla LIM.
Lo guardiamo straniti
"Ma tu stai parlando!" lo rimprovero.
"Le stavo solo rispondendo" si scusa Odisseo.
"Voglio dire: ti sentiamo benissimo!"
"In realtà lo sentiamo meglio di prima" osserva qualcuno; ed è vero.
La LIM della Prima Sfigata è in effetti un modello piuttosto nuovo; e a quel che sembra non le servono le casse, gestisce il sonoro in modo autonomo - ma nessuno se n'era accorto finora. Era una LIM, alla LIM servono le casse, e dunque con un certo impazzamento due casse di scarsa affidabilità sono state montate senza che nessuno si preoccupasse di controllare se con quel modello le casse servivano.
E' noto che nessuno guarda mai i libretti di istruzione della roba informatica. Io per prima, si capisce - anche perché sono scritti piccolissimi e in modo del tutto incomprensibile.
Ne concludo che le casse han fatto bene a rompersi, perché adesso abbiamo un impiccio in meno in classe.

domenica 3 aprile 2022

Propaganda ucraina, propaganda russa e propaganda scema (ma il Tubo non ti abbandona mai)

Piccolo video di propaganda patriottica della Disney al tempi della seconda guerra mondiale

Siamo già al secondo mese della guerra-lampo con cui i russi han deciso di liberare la povera Ucraina oppressa dal giogo nazista e come tanti, passato il primo choc (la guerra? In Europa?!? Ma non si può, è pericoloso! La gente dorme male la notte se li bombardi e le guerre son cose scomode, che fanno far tardi a cena!) ho cominciato a reagire.
Stabilito che no, l'Ucraina non si sarebbe arresa entro tre giorni, in tanti ci siamo trasformati in consumati esperti di strategia militare, armamenti e storia contemporanea, riuscendo a sparare una quantità di cazzate che non hanno dell'umano. Mi metto nel mucchio anch'io perché in generale me ne sto parecchio ma parecchio zitta però penso moltissimissimo, e non sono affatto sicura che quel che penso sia roba particolarmente sensata o competente.
In qualcosa però ho una certa di competenza - o almeno sono convinta di averla, che è un po' lo stesso: valutazione delle fonti e propaganda di guerra.
Forte di una tesi di laurea che, tra i suoi tanti elementi, comprendeva anche la Guerra Santa (quella delle crociate, per intendersi) e di una attenta osservazione da lontano delle due guerre del Golfo e della spedizione in Afghanistan, di cui a tutt'oggi sappiamo veramente pochino nonostante un grande sfoggio di servizi dal vivo, ho tratto alcune conclusioni e mi sono schierata, anche se solo in cuor mio. Per la cronaca, sto dalla parte di quelli che vivono in mezzo a una selva di punti interrogativi, in particolare quattro:
1) Perché cazzo è stata fatta questa guerra?
I motivi indicati mi sembrano quanto meno strampalati. I vertici russi, o chi per loro, ne indicano soprattutto due: il primo sarebbe stati il gran desiderio di liberare le popolazioni del Dombass dal crudele gioco nazista che li opprime, ma che dura, a quel che ho capito, dal 2014. Perché occuparsene proprio stamani, e senza nemmeno tentare un qualche tipo di mediazione diplomatica attraverso l'ONU? In otto anni il tempo l'hanno avuto.
Il secondo motivo dichiarato invece è il minaccioso accerchiamento della Russia ad opera della NATO che si è allargata troppo nei pressi dei suoi confini.
Ma i  confini della NATO si sono allargati, per quel che riguarda i confini russi, nel 1999 e nel 2004, e corre voce che all'epoca i russi non ci abbiano trovato niente da ridire. Dopo di allora hanno aderito alla NATO Albania, Croazia, Macedonia del Nord e pure il Montenegro - non proprio potenze militari, tra tutti, ma soprattutto per niente ma proprio per niente confinanti con la Russia.
(C'è poi una terza tesi che sostiene che in Ucraina c'erano dei laboratori incaricati di disperdere virus pericoloso tra i russi e finanziati dal figlio di Biden, ma che Putin non ha potuto dirlo - però non viene specificato perché non ha potuto dirlo, immagino che sia colpa dei Poteri Forti. Questa, comunque, è roba che circola solo nelle frange più estremiste e stralunate, ed è un palese calco del complotto Qanon, dal governo russo non risulta essere arrivata una sola parola in proposito, a quel che so).
Guardando il succedersi degli avvenimenti viene in mente un quarto possibile motivo: volevano semplicemente annettersi l'Ucraina. Che magari non è un motivo improntato alle più squisite forme di cortesia, ma son cose che succedono. 
A questo punto parte la seconda Grande Domanda:
2) Se proprio volevano annettersi l'Ucraina, perché non hanno organizzato un po' meglio l'attacco?
Per quanto laureata in strategia militare all'Università della Vita con i punti della Coop, attaccare con mezzi ridotti un paese così grande sparpagliando le truppe un po' qua e un po' là mi è sembrato curioso. A dirla tutta, mi ha ricordato molto la tattica degli USA nella prima guerra del Golfo ma in versione molto più scalcinata: vogliamo riprenderci il Kuwait e dunque prima di tutto bombardiamo Baghdad che è da tutt'altra parte. Da notare che in quella guerra gli USA fecero un immane casino in Iraq, ma non conquistarono il paese, anzi nemmeno ci provarono (se un giorno qualcuno mi spiegherà perché gli sarò molto riconoscente).
La versione più vulgata dice che Putin sia stato male informato sull'effettiva condizione delle sue truppe, e che era convinto che in Ucraina i russi sarebbero stati accolti come fratelli&liberatori ma che così non sia stato, con suo grande disappunto&delusione. Il problema, sembra, è che lo staff di un dittatore evita sempre di contraddirlo.
Ma se voleva essere ben accolto, forse sarebbe stato meglio cominciare dal Dombass oppresso da una dittatura nazista, mi pare. Bombardare Kiev e poi sperare che i chievini, chievesi o come diavolo si chiamano ti buttino le braccia al collo dicendo "Grazie di avermi distrutto la casa, ne volevo giusto costruire una più grande"... boh?
Fra l'altro sembra (ma alla rovescia) la stessa storia dell'Afghanistan in Agosto, quando  si prevedeva che i talebani avrebbero ripreso lentamente in non meno di sei mesi il controllo del paese, una volta andate via le truppe, e invece l'han ripreso in sei ore e gli americani nemmeno erano andati via davvero. 
In entrambi i casi il presidente di turno non ci ha fatto una gran figura, ammettiamolo.

Per me comunque la vera domanda è:
3) Che gli salta in mente alla Russia di far la guerra?
A partire dalla fine dell'Ottocento le guerre han perso di utilità, diventando sempre più una roba costosissima, scomoda, che fa fare tardi a cena e sempre più inutile. Dopo la caduta del comunismo sono diventate senz'altro una abitudine incredibilmente stupida di cui, davvero, converrebbe liberarsi. Qualche vantaggio si può ricavare da brevissime scorrerie ben programmate (la stessa Russia l'ha dimostrato nel caso della Crimea) ma un conflitto di più di due settimane è una roba che conviene evitare sempre e con qualsiasi mezzo, lecito o illecito che sia. A questo proposito, gli USA avrebbero davvero parecchio da raccontare. 
Il problema è che molti governanti, credo soprattutto per motivi anagrafici, continuano a non capire che non funziona.
E questo porta diritti filati alla quarta Grande Domanda:
4) Cosa succederà dopo questa brillante pensata, quando ci sarà un dopo?
E va bene, questo non si sa ed è più normale visto che nessuno ha la palla di vetro, ma quanto meno sappiamo che ai confini dell'Europa ci sarà un sacco di gente piuttosto irritata, e non sembra una cosa foriera di rosee prospettive.

Avere delle notizie attendibili è difficile perché entrambi i contraenti raccontano storie abbastanza strane. Nei primi tempi si è dato molto più credito ai racconti ucraini perché erano redatti in un tono assai meno delirante di quelli russi - che comunque non sono mai stati il massimo dell'attendibilità nemmeno in tempo di pace, da un secolo a questa parte. Ma già dopo i primi giorni è risultato chiaro che era assai opportuno cercare sempre una fonte di appoggio a qualsiasi notizia, fosse pure un bollettino meteorologico.
In Italia il problema è particolarmente acuto: perché abbiamo una classe dirigente in buona parte compromessa fino a ieri con l'attuale capo della Russia, perché i social sono infestati da blocchi compatti di commentatori che cercano di aderire a una strana narrazione filorussa (si spera che siano pagati, perché sarebbe davvero triste se credessero anche solo a un decimo di quel che raccontano; e tuttavia, almeno tra i fautori della tesi dei laboratori che preparavano la guerra dei virus, alcuni danno pericolosamente l'aria di essere in buona fede), ma anche perché le reti televisive ritengono loro dovere spettacolarizzare al massimo qualsiasi cosa e perciò si scelgono una fazione cui aderire e ci aderiscono con assoluto sprezzo del ridicolo, riciclando con gran disinvoltura vecchi video, video palesemente contraffatti e pure video presi da film e financo da videogiochi, allestendo poi sontuosi dibattiti dove quasi tutti i protagonisti sembrano piuttosto ignari degli argomenti che van trattando, che si tratti di forniture di gas, di trattati diplomatici del recente passato, di armamenti militari o, peggio che peggio, di psicologia di Putin - un argomento, questo, su cui tanti sembrano avere molto da dire anche se, a conti fatti, quelli che davvero lo conoscono abitano piuttosto lontano da noi e l'uomo non sembra di quelli più facili da comprendere, anche per sue personali scelte di marketing.

E dunque, come potevo fare per procurarmi notizie sugli scontri che fossero almeno vagamente attendibili?
Radio Radicale, una volta tanto, non offriva molto: non è che trascuri la Russia, ma nemmeno le dedica rubriche o rassegne stampa regolari, come fanno con altre zone diciamo interessanti del pianeta. Una volta spolpati i bollettini quotidiani dell'inviato stabile in Turchia e di quello del Parlamento Europeo più qualche occasionale reportage mi ritrovo con più fame che pria. 
Così mi sono buttata sugli interventi del canale YouTube di Limes, dove se non altro c'è gente che non ha scoperto l'esistenza dell'Ucraina questa mattina e che ha al suo arco un buon numero di esperti veri su varie questioni cui ricorrere. 
Anche loro però han finito per ammettere che su quel che sta effettivamente succedendo  in Ucraina avevano idee piuttosto vaghe, non abitando nella camera da letto degli stati maggiori dei due contendenti.Ogni tanto però fanno collegamenti con qualche prode giornalista che vive pericolosamente in vicinanza del conflitto - fermo restando che, certo, anche il giornalista può al massimo raccontare quel che succede intorno a lui, o meglio ancora quel che gli risulta succedere intorno a lui. 
E più in là, nel resto del paese?
Chissà.
Allora ho cominciato a vagare nella savana del Tubo come un leone affamato in cerca di preda.
Laggiù è pieno di insopportabili, piccoli video di gente che litiga nelle trasmissioni televisive e di opinionisti che parlano della guerra in Ucraina -  ma a me gli opinionisti non interessavano molto: se voglio delle opinioni sulla guerra in corso ho già le mie; non saranno un granché, ma se non altro mi convincono. 
Mi sarebbe invece piaciuto trovare qualche elemento che me le confermasse, queste mie opinioni - o anche che me le confutasse, perché no? Dopotutto, una opinione senza fondamento è utile quanto la tradizionale bicicletta per il pesce, e nion c'è niente di male a rivedere anche radicalmente le proprie opinioni davanti ad elementi concreti che le dichiarano sbagliate.
C'è tanta roba, su YouTube, chissà che non ci sia anche qualcuno che sa dirmi cosa succede davvero in questa guerra?
Per strano che sia, l'ho trovato. 
La biblioteca di Alessandria, stimabile canale gestito da appassionati di storia che già tante volte mi aveva soccorso quando i manuali su cui mi ritrovavo a lavorare si dimostravano particolarmente ermetici, ha organizzato (come già altri canali) una maratona live di dodici ore  per raccogliere fondi per gli ucraini, nel loro caso per la Croce Rossa; molti YouTuber di vario ramo han partecipato per intrattenere variamente il pubblico - anche con le loro opinioni sulla guerra in Ucraina, naturalmente, ma non solo.
Una maratona molto interessante e assolutamente onnicomprensiva, con grossi intermezzi dedicati a temi affascinanti del tipo "com'era realmente la società degli spartani?" o "quanti erano i persiani che attaccarono i greci?"; ma anche con una serie di persone che della guerra in Ucraina sembravano sapere molto di più della gran parte dei commentatori televisivi. Non solo, ma nel corso della fluviale diretta nessuno ha litigato o berciato con nessuno, bensì tutti hanno esposto pacatamente le loro opinioni aggiungendo molti "non so" quando era il caso. Insomma, persone adorabili. Ne ho approfittato per stirare diverse lenzuola che languivano in malinconica attesa da gran tempo e ho imparato molte cose (anche sugli spartani e i persiani, di cui quel pochissimo che sapevo risaliva agli anni del liceo).
Ho anche conosciuto due adorabili esperti di armi e di guerra moderna: Parabellum, che tiene un sontuoso canale dedicato alla seconda guerra medievale e dintorni cui non mancherò di attingere in futuro, ma che in questi giorni si dedica alla guerra in corso, e RedCOmet'sDen, che all'occorrenza spazia anche un po' più indietro nella storia militare. Usando quelle strane fonti che si trovano nella rete costoro riescono, basandosi sulla loro notevole conoscenza degli armamenti moderni, a interpretare quella strana minutaglia di notizie e contronotizie che arrivano anche a noi poveri mortali, ma che alle nostre orecchie sono del tutto incomprensibili. 
Un piccolo esempio che mi ha molto colpito: le mappe che i russi usano per dare le coordinate per sganciare le cosiddette bombe intelligenti sono vecchie: e la povera bomba intelligente si ritrova a colpire bersagli che non sono registrati e che la fanno esplodere prima che abbiano raggiunto il vero obbiettivo, o addirittura la zona colpita un tempo aveva installazioni militari e oggi non più - e così è stato per la scuola andata distrutta (mi pare almeno che si trattasse della scuola).
E niente, ognuno ha le sue perversioni personali. Io mi sono presa una vera fissazione per capire come funziona questa guerra sul piano militare e adesso sono contenta.
Quasi contenta, intendo. Preferirei di gran lunga di non avere nessunissima guerra in corso su cui tenermi informata, in effetti.
E sì, naturalmente stamani ero in homebanking a pagare il mio piccolo obolo alla Croce Rossa. Mi sembra davvero il minimo.

giovedì 31 marzo 2022

Come sono le nuove prime? (e come siamo noi?)

Gattini in fioritura (del resto, siamo in primavera)
 
"Come sono le prime di quest'anno?" è la classica domanda che aleggia in Sala Insegnanti qualche giorno dopo l'inizio della scuola. E continua a trascinarsi per qualche settimana finché, stabilito che le nuove prime sono come sono, l'anno scolastico parte davvero.
Ogni anno c'è qualcuno che spiega che le Nuove Prime sono ogni anno sempre più infantili e impreparate, e qualcuno* che tenta una debole difesa d'ufficio ricordando che ad ogni nuovo anno la cosa si ripete. E del resto è normale che ogni volta le Prime ci colpiscano per la loro singolare infantilaggine: quando arrivano da noi sono ancora bambini, senza dubbio: la metamorfosi che li porterà a diventare col tempo adolescenti incomprensibili e inconoscibili si avvierà in un qualche momento di Novembre, all'inizio in modo davvero impercettibile.
Sta di fatto che l'anno scolastico è ormai ampiamente avviato, abbiamo licenziato il primo quadrimestre, stiamo contando all'indietro i giorni che ci separano dalla fine dell'anno deprecando in cuor nostro che - orrore! - non abbiamo ancora fatto questo, quello e nemmeno quell'altro e per giunta siamo incredibilmente indietro col programma di storia, ma la domanda non ha ancora avuto una risposta; tuttavia, in qualche modo, continuiamo a farcela. Io, almeno, continuo - segno, se non altro, che la risposta non è arrivata.

La Prima Sfigata, tra alti e bassi e infiniti dubbi, si sta rivelando a conti fatti una classe deliziosa. Li amo teneramente e ci sto come un topo nel formaggio. Hanno un senso dell'umorismo molto simile al mio e un tocco di quieta follia che mi affascina.
Il primo sfondo di schermo che hanno scelto per la LIM è stato un cucciolo di ornitorinco 
ma poi han deciso di cambiare e la loro scelta è caduta su... un cane travestito da coniglio pasquale
che personalmente trovo orrendo ma insomma, il cliente ha sempre ragione.
Fanno quasi sempre i compiti, spesso e volentieri sbagliano a portare i libri e si sforzano di correggere i loro numerosi orrori ortografici.
Hanno una vivace vena narrativa e si prendono volentieri in giro.
E poi sono strani.
Non so spiegare bene come, ma sono strani. Ci provo e ci riprovo a capire cosa c'è di diverso dal solito, ma non ne vengo a capo, se non rifugiandomi in una definizione di comodo: sono piccoli.
Non fisicamente, almeno non tutti, e comunque non c'è niente di strano nel fatto che un primino sia piccolo.
Non sono nemmeno particolarmente infantili. Un po' distratti, questo sì. Ma, di nuovo, anche qui non c'è niente di insolito.
Arruffati, casinisti, rumorosi. E anche questo è normale.
Curiosi, vivaci, con imprevisti sprazzi di ragionevolezza.
Ma anche questo ci sta. 
Del resto, tutte le prime sono strane e ogni prima è strana a modo suo.
Ma le tre prime di quest'anno hanno qualcosa di misterioso e intangibile che noi insegnanti non riusciamo bene a individuare o toccare.

Sono le Prime del Covid. Il loro percorso scolastico in forma ordinaria è finito a metà della quarta. Tutto il lavoro che si fa negli ultimi due anni lo han fatto a pezzi e bocconi e a distanza, lasciando l'impressione di aver fatto un po' di tutto ma niente per bene.
E tuttavia, quando cominci a scavare, non li trovi così impreparati: siamo partiti mettendoci le mani nei capelli e ululando alla luna, ma al momento stiamo seguendo una normalissima programmazione.
Da tre anni non hanno un compagno di banco, anche se forse lo avranno l'anno prossimo, e hanno frequentato pochissimo le classi parallele.
Anche fuori si frequentano, certo, ma non nello stesso modo con cui si frequenterebbero abitualmente. Tuttavia i gruppi-classe non stanno venendo su malaccio.
Questi due anni hanno lasciato una specie di ombra, che non si riesce a toccare.
In sottofondo striscia il dubbio che il cono d'ombra sia rimasto anche su noi insegnanti cambiandoci in qualche modo impercettibile. Loro, certo, sono strani. 
Ma noi?
D'accordo, ogni insegnante è strano sempre e comunque; tuttavia sento una strana sfasatura con quei colleghi che frequento ormai da tanti anni, e non riesco nemmeno a capire se parta da me o da loro. Finisce così che mi sento più rilassata con i cosiddetti nuovi, perché con loro il rapporto è stato avviato quest'anno e quindi, strano o non strano che sia, è quel che è senza confronti col passato.

In conclusione: le nuove prime sono strane, i miei amati colleghi pure e anch'io non mi sento tanto a posto...

* (di solito io)

lunedì 28 marzo 2022

Tormentone di classe o tormentone universale? (il gabbiano e la sua compagna)

La prima volta che sentii citare il povero gabbiano che aveva perduto la compagna non ci feci gran caso, anche perché in classe in quel momento stavamo parlando di fauna aviaria fluviale: stavamo studiando i fiumi, a Geografia, e mi era venuta l'idea di fare una delle mie flipped classroom dove assegno a ognuno una ricerchina su un piccolo tema, da presentare corredata da immagini;  i gabbiani erano dunque del tutto pertinenti. Per quel che mi sembra di ricordare vennero appunto citato il gabbiano, qualcuno dal pubblico aggiunse "che ha perduto la compagna" ma subito dopo  chi presentava la ricerca passò a parlare di aironi e anatre.
Ad ogni modo da allora il povero gabbiano che aveva perduto la compagna era stato citato più volte, soprattutto nelle conversazioni informali che si svolgono mentre l'insegnante cerca di collegarsi in rete o simili. 
Poi ci fu la passeggiata in riva al fiume che scorre a St. Mary Mead, nell'ambito di un laboratorio di scrittura creativa, e il gabbiano scompagnato venne citato svariate volte; mi ritrovai a pensare che si trattasse di una di quelle frasi che fanno parte del folklore interno di una classe. Sapevo che, a semplice richiesta, chiunque mi avrebbe spiegato come e perché era nata quella frase, ma in quel momento i ragazzi stavano facendo la loro prima uscita all'aperto dopo sei mesi tappati in classe come talpe e non volevo distrarli dal mirabile evento, anche perché gli era stato assegnato il compito di concentrarsi sulle loro sensazioni e le chiacchiere dell'insegnante non erano granché previste - tra l'altro era una giornata fredda ma molto bella e anch'io ero assai occupata a godermi la bella sensazione di girare come un'anatra con i pulcini al seguito, tipica dell'insegnante che esce con una prima media, che non provavo ormai da diversi anni perché, prima della pandemia, per me c'erano stati gli anni dell'ospedale.
Fu soltanto mentre correggevo i testi scomodamente composti sul greto per poi renderli ai ragazzi, che li dovevano trascrivere al computer e in seguito appendere ad un grande albero in balsa - una coda del progetto che era venuta in mente ad Arte - che rimasi colpita dalla quantità di poveri gabbiani che avevano perso la partner e mi resi conto che forse più che un tormentone di classe era qualcosa di collegato a una trasmissione televisiva; o forse a un cartone animato?

Così provai con una stringa di ricerca su Google e nel giro di un quarto d'ora ero informatissima su tutta la questione.
La storia è abbastanza insolita: nel 1988 lo stimato cantante neomelodico Gianni Celeste scrisse e cantò la canzone Tu comm'a mme in cui lamentava la triste circostanza di essere stato lasciato dalla sua amatissima ragazza e si paragonava a un povero gabbiano che, avendo perso la compagna, era così sconfortato da non avere più nemmeno voglia di volare. 
La musica neomelodica era anche allora molto popolare, ma solo in certe aree geografiche e insomma, a Firenze l'unico gabbiano musicale  giù di corda che era arrivato era stato Il gabbiano infelice del Guardiano del Faro, nel lontano 1972.
Ad ogni modo Tu comm'a mme deve essere stato piuttosto famoso perché, a distanza di ben 34 anni due TikToker palermitani che in rete sono Duracell e il Signor Franco han fatto un video che citava appunto la canzone.
Com'è noto, i video su TikTok raramente si segnalano per la loro estrema seriosità e anzi vengono spesso additati nell'ambiente educativo e genitoriale come i responsabili di tutti i mali dell'universo. "Ho scoperto che mia figlia fa i video su TikTok" è la frase inorridita con cui molte madri aprono ai docenti il loro cuore affranto, e del resto la piattaforma è frequentata soprattutto da adolescenti. A titolo del tutto personale aggiungo che secondo me la questione è a volte drammatizzata e che la piattaforma pullula anche di deliziosi video di gattini filmati  nei loro momenti più assurdi.

Comunque sia, il video sul povero gabbiano ha avuto un grande successo e conta adesso  anche numerosissimi tentativi di imitazione in cui il lamento sul povero gabbiano viene soprattutto associato ai molti momenti della vita infelicitati da contrarietà non eccessivamente drammatiche (a questo proposito si citano soprattutto i calzini spaiati ma il campo è molto più vasto).
Il caso del povero gabbiano però ha attirato l'attenzione non soltanto perché adesso il mondo pullula di poveri gabbiani che han perduto la compagna, ma anche perché è un curioso passaggio generazionale: una canzone che nel corso degli anni era caduta in parte nell'oblio e che non era mai riuscita a raggiungere il cosiddetto mainstream è adesso improvvisamente tornata alla ribalta ed è stata riportata al successo con una sorta di revival fatto dalle nuovissime generazioni, tanto da arrivare fino a me che su TikTok non ho ancora messo piede.
Io invece mi sono ritrovata a riflettere sul potere della rete di collegare il mondo: tutte le classi hanno avuto i loro tormentoni, nati dalle più varie circostanze - ricordo per esempio i numerosi rifacimenti del Ballo in fa diesis di Branduardi che imperversavano nella mia classe del liceo, adattati alle più varie circostanze dove la più strana gente portava corona. Adesso però questi tormentoni viaggiano da un capo all'altro del paese (se sono in inglese, anche del mondo): sul povero gabbiano circola ormai non solo una vastissima videografia su tutti i social, ma abbondano anche i meme, dove non di rado non c'è nemmeno l'ombra di un gabbiano.
E tutto questo mi sembra davvero carino.

domenica 27 marzo 2022

Il Gran Torneo Letterario del Comprensivo di St. Mary Mead e Crifosso - 1 - Tutti i professori di Lettere andrebbero strozzati in culla (io per prima, si capisce)

Carle Vernet - Il trionfo di Paolo Emilio (dettaglio) 1789

Nel bel mezzo della prima settimana dopo le vacanze di Natale, quando alla scuola media gli insegnanti diventavano positivi uno dopo l'altro, venne indetta una riunione di dipartimento urgente per Lettere: il vicepreside prof. De Magistris aveva infatti avuto l'idea di organizzare un concorso letterario per gli alunni, e chiaramente non si poteva aspettare nemmeno un giorno per discutere cotal proposta (che sarebbe stata alfine avviata due mesi dopo).
Ed eccoci dunque in videoconferenza per organizzare il gran torneo.
L'idea di base in effetti non è malvagia, e non c'è motivo di non approvarla, tanto più che il prof. De Magistris ha pure un argomento già pronto da proporci: il Cambiamento, da intendersi in tutte le sue accezioni: cambiamento climatico, cambiamento personale, metamorfosi, trasformazione e via dicendo.
L'argomento è così convincente e ben trovato che, pur essendo noi ben dieci insegnanti di Lettere, nessuno trova niente da ridire - evento prodigioso e non destinato a ripetersi per tutta la riunione (e forse per tutto il prossimo millennio).
Ammettiamolo, è un gran bell'argomento e ci puoi infilare dentro veramente di tutto. Personalmente odio quei concorsi letterari dove devi svolgere delle riflessioni sulla Resistenza in Val di Serchia nella primavera del 1944 oppure sull'utilizzo dei vegetali a foglia larga nell'ambito di una dieta ben equilibrata, ma non devono essere più di 200 grammi di vegetali a foglia larga e le brassicacee sono escluse. 

Ma poi c'è da stabilire la forma dell'elaborato.
Versi e prosa, suggerisce De Magistris. Racconto, riflessione o quant'altro gli pare.
"Possono scriverlo anche in forma di diario o lettera?" chiede la prof. Galvani. 
Quella della possibilità di esprimersi in forma di diario o lettera è uno dei tormentoni che ricorrono da tempo immemorabili nelle tracce dei temi. Cioè, non proprio da tempo immemorabile, bensì dai tempi dell'ordinanza sull'esame di terza media del 1974. In quegli anni la Forma Diario e la Forma Lettera erano specificati nel programma di seconda media di Italiano e apposite sezioni dell'antologia le illustravano nei dettagli - di solito con risultati spassosi perché da sempre il diario ognuno lo tiene come gli pare e le lettere le scrive parimenti a modo suo, a meno che non lavori in una segreteria o in una cancelleria - ma giuro che alla SSIS qualcuno mi spiegò come doveva essere redatta una lettera d'amore, e si aspettava seriamente che ce ne servissimo, di quella spiegazione, per spiegarlo a nostra volta ai ragazzi.
"Certo che possono scriverla in forma di diario o lettera, possono scriverla come gli pare" provo a rispondere. Ma lei insiste che va specificato nel bando e alla fine, perché no, si può anche specificare.
"E poi possono anche fare una canzone. Un rap, per esempio. Ai ragazzi piace molto il rap".
D'accordo, possono fare anche il rap, conveniamo tutti.
"Oppure un fumetto. Possono fare un fumetto".
Vada per il fumetto. Non è che fare una storia a fumetti sia proprio facilissimo, ma in effetti abbiamo avuto tutti qualche amante del disegno che a volte arrivava col suo fumetto al posto del tema, o meglio che svolgeva il tema in forma fumettata, e regolarmente questo qualcuno veniva lodato, non foss'altro che perché si era sobbarcato una gran fatica e ci aveva speso su un sacco di tempo.

Arriva poi il momenti della giuria, e lì son dolori.
"Giuria mista, formata da alunni e insegnanti" propone De Magistris.
Sembra una buona idea, sulla carta, ma solo per decidere che entrambe le giurie devono comprendere alunni e professori sia di Crifosso che di St. Mary Mead ci vuole un'eternità.
Un'altra eternità viene impiegata a decidere che i professori di Lettere non devono stare in giuria, in base al conflitto di interessi, e un'altra eternità a stabilire a chi chiedere che non sia di Lettere. In sottofondo aleggia il Non Detto "Pòle chi non è un insegnante di Lettere valutare uno scritto?", e alla fine la risposta è uno stentato "Sì". Se da una parte sono un po' dispiaciuta di non poter entrare in giuria, dall'altra avere l'opinione e la valutazione di qualcuno che non è del mestiere mi sembra interessante.

Ma il bello deve ancora venire perché adesso c'è da stabilire le Modalità del Concorso - un punto che invero avevo assai sottovalutato ma che alla fine si è rivelato il più divertente. Per uno spettatore con il pop corn in mano, intendo.
Dunque, i ragazzi fanno il loro bell'elaborato sul cambiamento, poi...
"Poi ce li consegnano e noi facciamo il lavoro di editing" interviene la prof. Galvani col tono di chi dice "E poi quando piove apriamo l'ombrello oppure andiamo sotto una tettoia per ripararci".
"Perché gli dobbiamo fare l'editing?" domando sorpresa.
"Se non gli facciamo l'editing saranno pieni di errori!".
"Cazzi loro. Se sono pieni di errori vuol dire che non verranno premiati".
Anche agli editori, mi si dice da più parti, arrivano sovente manoscritti pieni di orrori e di errori, e la prima scrematura consiste appunto nel cestinare i testi che non sono scritti in un italiano corretto. 
Se lo fanno gli editori, lo possiamo fare anche noi, giusto?
"Ah, ma tu non hai idea!"
Per l'appunto, dopo venti e passa anni che correggo scritti di tutti i tipi qualche idea ce l'ho, ma non capisco perché glieli dobbiamo correggere prima che intervenga la giuria.
Soprattutto mi pare di avere capito che l'editing in editoria è una roba più intrusiva della semplice correzione degli errori, e in cuor mio sospetto che più di un collega sarebbe assai tentato di intervenire sulla struttura e perfino sulle argomentazioni. Questo però non lo dico, perché non voglio finire lapidata sulla pubblica piazza.
Mi sembra però che in un concorso ognuno abbia diritto di partecipare col suo specifico elaborato, e prendersi le conseguenze dei suoi eventuali errori (questo invece lo dico, tipo una decina di volte, forse quindici).
Il prof. De Magistris sembra invece piuttosto fiducioso: lui fa una specie di giornalino della scuola, a Crifosso, e sostiene che di editing ne deve fare ben poco quando gli consegnano i testi, e spesso non edita un bel nulla (il che mi sembra piuttosto credibile).
Ma tutti scuotono la testa sconsolati. Ah, l'editing, l'editing...
"A me non sembra corretto fargli l'editing" insisto.
Pian pianino, sotto l'abile guida di De Magistris, la ristrutturazione del testo intesa da Galvani si trasforma in un editing minimo, di cui sospetto che, nella stesura del regolamento, avrà cura di ricordare di dimenticarsi di accennare.
"E poi useranno un correttore ortografico, giusto?" osserva qualcuno.
"Ah sì, certo, dobbiamo procurarci i computer" osserva qualcun altro "A proposito, ne abbiamo per tutti?".
"Difficile da dire, visto che non sappiamo ancora in quanti parteciperanno".
"Ma.. lo scriveranno dal computer di casa loro, no?" osserva qualcuno, di nuovo col tono di chi dice "E poi quando piove apriamo l'ombrello oppure andiamo sotto una tettoia per ripararci".
Ma no, non è affatto così semplice. Risulta che il Dipartimento è schierato in due fazioni equivalenti e contrapposte, che finora non sono emerse solo perché ciascuno era convinto che la sua fosse l'unica e ovvia possibilità da prendere in considerazione.
Per comodità le chiamerò, come le ho chiamate nella riunione, "Modalità Giralibro" e "Modalità Invalsi".
La Modalità Giralibro, che prende il nome dal concorso letterario detto appunto del Giralibro, prevede che vengano asssegnati un tema, una data di scadenza e un indirizzo cui mandare gli elaborati, che i ragazzi consegnano al referente in busta chiusa e senza che il loro insegnante di Lettere ci abbia niente a che vedere. 
La Modalità Invalsi prevede i concorrenti chiusi in una stanza a far la prova durante l'orario scolastico, mentre il loro insegnante si fa delle gran teglie di cavoli suoi da qualche parte, senza eseguire poi nessunissimo editing.
Interviene la prof. Quadrella "Gli elaborati devono farli a scuola, altrimenti glieli fanno i genitori" e passa a raccontare di come spesso da casa arrivino dei gran capolavori laddove a scuola gli stessi ragazzi scrivono ben peggio.
Sì, sì, convengono tutti, i genitori non devono intervenire.
Il prof. De Magistris prova a mediare. Lui non pensa che l'elaborato sarebbe scritto dai genitori, ma se il lavoro di cosiddetto editing lo facessero i genitori, o gli amici, non ci troverebbe niente di male. Insomma, vedesse un po' l'alunn* come regolarsi.
La discussione procede. L'elaborato deve essere eseguito in un giorno X, nell'Aula Magna, e gli alunni devono entrare senza appunti o schemi o foglietti mentre la stesura degli elaborati in questione verrà sorvegliata con occhi di fuoco da alcuni docenti. Non è ben chiaro se i malcapitati concorrenti verranno anche sottoposti a perquisizione esterna ed interna all'ingresso e se verrà loro consentito di andare in bagno (dove potrebbero essere collocati strategicamente foglietti dell'elaborato preparato a casa dai genitori) o di fare colazione (facendo però attenzione che l'incarto della merenda non contenga foglietti preparati a casa). Mi guardo bene dal far domande, ma da come lo stanno preparando mi sembra peggio di qualsiasi concorso statale cui abbia mai partecipato.
In sottofondo, il prof. De Magistris (anche lui del partito Giralibro) prova a dire che boh, veramente a lui sembra un po' eccessivo, ma una volta tanto nessuno se lo fila.
Qualcuno arriva a suggerire perfino di assegnare l'argomento il giorno stesso, così è certo che non potranno prepararlo a casa. 
Qualcun altro ribatte che in questo modo è semplicemente un tema. E poi siamo sicuri che riusciremmo a tener segreto l'argomento?
Ma certo che riusciremo a tenerlo segreto, che domande!
Io ne dubito assai in cuor mio, anche perché sospetto che molti di quegli insegnanti che vedono tranelli dappertutto non esiterebbero un istante ad anticipare il Segretissimo Argomento onde avvantaggiare i loro alunni, un po' come avviene nel Torneo dei Tre Maghi di Harry Potter (J.K. Rowling conosce molto, molto bene il mondo della scuola), ma di nuovo me ne sto zitta e buona.
Il prof. De Magistris, dopo aver provato a lungo ma invano a mediare o a suggerire formule che riescano a contentare entrambe le fazioni, dopo quasi un'ora di accanita e sempre più delirante discussione adotta infine la Tecnica del Nodo di Gordio:
"Deciderà la Preside" proclama, chiudendo la sessione un attimo prima che la rissa diventi ingestibile.