Arriva Natale, ed ecco che la rete si riempie di gatti che si arrampicano sull'albero e dentro l'albero pazientemente decorato dai poveri umani, spesso con effetti devastanti. Su questo non ho molto da dire, perché i gatti di casa (alcuni dei quali si sono effettivamente arrampicati giocando con le palline) non hanno mai fatto danni... no, diciamo quasi mai. Niente di devastante, comunque. Mi sono quindi inventata la teoria che se il micio non è giovanissimo, lui e l'albero decorato si fanno la loro vita senza troppo interferire. Ma forse ho solo avuto fortuna, chissà.
Da quando ho compiuto i dieci anni non ho più avuto un Natale senza gatti, salvo quando la leggendaria Giselle, adorata e unica gatta di casa morì, tre giorni dopo la mia tesi di laurea, il 16 Dicembre.
Dieci giorni dopo, chiaramente, eravamo ancora troppo affranti per prendere almeno vagamente in considerazione l'idea di un nuovo gatto - anche perché nessuno ce lo aveva offerto. Provvedemmo più avanti, ma ormai Natale era lontano.
La carissima Giselle lasciò un gran vuoto e in casa eravamo tutti molto tristi. Tuttavia non ho nessun particolare ricordo legato a quel Natale senza gatti. Certo tutti guardammo rattristati i cuscini dove amava dormire ma visto che Natale per lei era sempre stato un giorno come un altro, le decorazioni si limitava a guardarle con blando interesse e non le interessavano né il panettone né gli arrosti (si nutriva soprattutto di frattaglie crude e macinata di manzo parimenti cruda) durante le feste sospirammo né più né meno di quanto avevamo fatto nei dieci giorni precedenti.
Dall'anno dopo entrò in scena Clodia, e ben presto finirono i tempi del Gatto Unico, per lasciar posto alla domanda "Quanti gatti hai adesso?" (la risposta andava da due a cinque, ma il numero più abituale era tre) subito seguita da "E se hai 2/3/4/5 gatti, com'è che qua non si vede un baffo né una coda?" - al che abbassavamo gli occhi pudicamente spiegando "Sai, sono un po' rustici". Naturalmente con gli ospiti abituali anche i più rustici prima o poi spuntavano, ma Giselle era sempre stata una gatta socievole, nel senso che non si rintanava sotto i letti al primo passo umano estraneo ma restava tranquilla al suo posto ovunque fosse, e accettava anche qualche timido omaggio, perfino da perfetti estranei, e quando gli omaggi venivano da visitatori abituali talvolta addirittura faceva delle leggere fusa. Permetteva perfino ai visitatori di ammirare i suoi gattini, anche se detti visitatori dovevano avvicinarsi con gran cautela. Ad ogni modo niente di tutto ciò avvenne sotto Natale, perché ha sempre partorito nella bella stagione.
E dunque cosa fa un gatto a Natale?
Niente di particolare, che io sappia: mangia, dorme, gioca con i nastri dei pacchetti aperti e lasciati in giro, talvolta esce e poi chiama per rientrare, oppure aspetta con pazienza che a qualcuno venga in mente di aprire la porta per guardare se è tornato a casa
(comunque questo è un dipinto: i gatti di solito quando fa freddo chiamano con voce forte e chiara per rientrare).
Agli umani comunque piace immaginarseli in ammirazione davanti ai pacchi dei regali preparati apposta per loro
pieni di uccellini, topolini e non so cos'altro, oppure deliziosamente infilati nelle calzette appese al caminetto o all'albero, che dormono con fare assai puccioso
E anche questo, guarda caso, è un dipinto e non una foto - e personalmente mi guarderei bene dal fare l'esperimento di infilare un gatto, per quanto piccolo e puccioso, dentro una calza per poi appenderlo da qualche parte. Voglio dire, le mani fanno comodo.
Licenze artistiche a parte, ecco una foto di felis normalis in tempo di Natale:
Insomma, non c'è nessun legame particolare tra i gatti e il Natale e dunque temo che raramente si sia visto un post più inutile di questo. Ma ho un sacco di gatti natalizi nelle cartelle, quindi perché non sfruttarli?
Nel 1993, durante una udienza fatta sotto Natale, papa Giovanni Paolo II ricordò che il 25 Dicembre era una data convenzionale, e raccontò di come fosse stata scelta da Costantino perché era la festa del Sol Invictus. La cosa suscitò un gran vespaio, dando la stura a una quantità di sciocchezze davvero immane.
Dall'alto dell'istituto di studi sul latino medievale dove lavoravamo, seguimmo la Gran Questione con una certa sorpresa.
Embé, non si sapeva da tempo?
Che nei Vangeli non c'è data di sorta per il celebre evento è noto a chiunque gli abbia dato una scorsa, per quanto distratta.
Che i cristiani nei primi secoli avessero innestato le loro feste più importanti su feste pagane già esistenti era noto e arcinoto. Non si trattava di informazione di nicchia, riservate a pochi eletti: bastava un manuale di storia medievale decente. Non era stata una manovra fatta di nascosto e tramata nell'ombra: abbiamo gran copia di dichiarazioni e istruzioni dove i papi dei primi secoli suggeriscono, una volta convertita una popolazione, di consacrare i templi degli dei pagani e dedicarli a qualche santo.
Sembra ragionevole, in effetti: se una popolazione è abituata ad andare nel luogo X a festeggiare le sue divinità, non c'è motivo di mandarla in un posto completamente nuovo a pregare il Vero Dio che hanno finalmente conosciuto. Riciclare si può, riciclare si deve.
Davvero non riuscivano a capire dove stesse la gran novità.
Tuttavia il dio Mitra e il Sol Invictus piombarono sulla folla dei fedeli come due mannaie, e la polemica si trascinò per qualche tempo. Poi tutti se ne fecero una ragione, grazie a dio.
Tuttavia questo sposta soltanto un po' la domanda. Natale si festeggia il 25 Dicembre perché è stato deciso di utilizzare una festa precedente. Ma la festa precedente, perché era proprio quel giorno?
Natale arriva nel periodo più buio dell'anno. Più esattamente, ripensandoci, Natale apre il periodo più buio.
C'è Natale il 25 Dicembre, sei giorni dopo c'è la notte di Capodanno, altri sei giorni dopo c'è la Dodicesima Notte, quando la Chiesa decise di festeggiare l'arrivo dei Magi ma viene festeggiata pure una strana vecchietta che, anche se prende il nome dall'Apparizione (in greco, appunto, Epifanìa) ha un certo qual tocco pagano - o comunque non ha molto a che vedere col lato strettamente teologico del Natale.
Dodici giorni di festa tra canti e luminarie, poi tutti si danno una calmata e si ricomincia a lavorare. E le giornate si allungano.
Le feste non lasciano mai indifferenti. Molti, appunto, festeggiano e sono di buon umore. Molti festeggiano per dimenticare che non sono affatto di buon umore. E molti invece sono di pessimo umore e sono depressi, in varie forme e in varie misure.
Certo, se sei di malumore essere circondato notte e giorno da gente in festa ti fa venire vieppiù i nervi.
Ma perché sei di malumore?
Il lavoro che non va o che non c'è, la salute, l'amore che è finito, il pensiero di chi soffre, i debiti. Sì, d'accordo, ma è tutta roba che di solito si innesta in un arco di tempo più lungo di dodici giorni. Perché pesa soprattutto in questo periodo?
C'è poca luce, certo. La mancanza della luce deprime. Le giornate sono molto corte, almeno in buona parte del nostro emisfero. La mancanza di luce innesta facilmente la depressione in chi c'è portato*. In questo periodo, notoriamente, ci sono dei picchi di suicidi.
La prima cosa che si fa a Natale sono le luminarie. Candele, luci, ghirlande di lumini. Luci, luci dappertutto. Comuni e strade e rioni si tassano per piazzare luci per ogni dove. E oltre alle luci ci sono cristalli, stagnole, plastiche a forma di prisma e palline di metallo o similmetallo che scintillano al primo barlume di luce che riescono a cogliere dalla fonte luminosa più vicina. Cacciare il buio, ad ogni costo.
In mezzo a questi dodici giorni di festa e bagordi, proprio in mezzo, c'è un evento oggettivo: la fine dell'anno astronomico. La notte del 31 Dicembre la Terra finisce il suo giro intorno al Sole e ne apre uno nuovo. Le attività umane non cambiano vistosamente, nel corso della notte: guerre, inondazioni, cicli di crescita, gravidanze, percorsi politici e scientifici proseguono imperterriti. Ma i singoli esseri umani avvertono con forza che sta succedendo Qualcosa.
Non tutti i popoli fanno finire l'anno il 31 Dicembre - nemmeno tra i cristiani, anzi tra loro in certi periodi era di gran moda legare l'inizio dell'anno al Natale, alla Pasqua o all'Incarnazione. Altre culture si legano ad altri eventi, ad esempio alla primavera. L'anno astronomico comunque termina il 31 Dicembre e ricomincia il 1 Gennaio. Non è una questione culturale o legata alle convenzioni, è regolata da altre leggi sulle quali gli esseri viventi non hanno alcun potere.
Qualcuno lo sente di più, qualcuno meno e qualcuno è convinto di non sentirlo. Molti, comunque, hanno deciso di festeggiarlo - anche tra coloro che non sono confessano religione alcuna; per contro molti sinceri e devoti cristiani non si sentono granché inclini a festeggiare e gli viene più spontaneo soffermarsi sulle molte cose che non vanno per niente bene. Costoro fanno parte di una specifica rama di tradizione strettamente natalizia, ovvero quella del "Ma che cazzo festeggi, che il mondo va a rotoli. Grunt!" che ho sempre avuto cura di scansare il più possibile perché li trovo piuttosto noiosi.
Sì, d'accordo, il mondo va a rotoli, si son persi i bei valori di un tempo e non ci sono più le mezze stagioni.
A me comunque le feste piacciono.
* non parlo di carattere, ma di questioni fisiche e chimiche. Venendo da parte di madre da una famiglia che la depressione sa cos'è solo per sentito dire sono assolutamente convinta che sia una questione fisica. Non è che mia madre, mia nonna e i miei zii - e nemmeno io, in effetti - abbiamo avuto una vita perennemente cosparsa di rose, ma di depressione non abbiamo mai sofferto, nemmeno nei momenti più cupi. Essere tristi, angosciati o di malumore per questioni oggettive è una cosa completamente diversa dall'essere depressi e purtroppo le due situazioni possono essere tra loro compatibili.
Cominciamo presentando le indiscusse protagoniste della vicenda, ovvero le oche di Natale. L'immagine è di Lynn Bywaters.
Un altro nome per me indissolubilmente associato a Natale è Sherlock Holmes, una lettura che ho praticato volentieri molte volte e in tutti i periodi dell'anno ma che ho assaggiato per la prima volta appunto a Natale, quando sotto l'albero i miei lasciarono l'omnibus Mondadori con quattro delle cinque raccolte di racconti.
Il carbonchio azzurro però era con la prima raccolta, quella che accompagnava i quattro romanzi e che comprai qualche mese più tardi. Comunque è una storia assolutamente natalizia, assolutamente vittoriana (e il Natale come lo conosciamo deve parecchio all'Inghilterra vittoriana) e pure a lieto fine, cosa non comunissima nelle storie di Sherlock Holmes che spesso e volentieri cominciano con un cadavere e proseguono di conseguenza.
Qualche volta l'ho fatta leggere in classe appunto la settimana prima di Natale, e ha riscosso un certo successo. Si tratta di un racconto piuttosto vario che presenta una indagine complessa, vari colpi di scena e un certo sottofondo da favola (la gemma rinvenuta casualmente in un animale che sta per essere cucinato è un classico soprattutto nelle fiabe orientali).
Il racconto presenta diversi spunti di riflessione, a partire dal titolo: perché carbuncle in inglese è una parola piuttosto infida, che sta a indicare il"carbonchio" comunemente conosciuto anche come "antrace", ovvero una malattia infettiva non delle più leggere, ma anche pustole e foruncoli e infine le gemme di color rosso scuro, come i granati e i rubini spinelli.
Il carbonchio della storia comunque è azzurro, il che non sembra avere molto senso, e infatti anche gli esegeti holmesiani più integralisti ammettono che si tratta di una contraddizione in termini (ovvero una sciocchezza) di Conan Doyle. Qualche traduzione si arrangia con scelte del tipo "diamante azzurro" e "rubino azzurro". Ad ogni modo si tratta di una pietra di eccezionale valore, rubata a una contessa ospite dell'Hotel Cosmopolitan di Londra, ma che viene poi rinvenuta, come nelle favole, nel gozzo di un'oca - una bella e grassa oca di Natale.
In Inghilterra, almeno in quel periodo, a Natale si mangia l'oca e appositi gruppi di oche venivano allevate e debitamente ingrassate per avere delle carni morbide e saporite alla fine di Dicembre; anzi era consuetudine per il bravo capofamiglia andare in campagna a scegliersi la sua oca qualche settimana prima, da uno dei molti piccoli allevatori che intorno Londra allevavano il loro gruppo. Altri, meno perfezionisti, si limitavano a mandare la serva (o la massaia) di casa al mercato a comprare l'oca qualche giorno prima per poi arrostirla per la festa oppure si iscrivevano a un "club dell'oca", dove con una piccola quota settimanale era possibile ritrovarsi una bestiola adeguatamente nutrita per le feste.
Non credo che in Italia esista la tradizione dell'oca di Natale; di sicuro il pennuto per noi più associato ai pranzi di Natale è il cappone con relativo brodo, ma abbondano anche i polli arrosto, di solito in compagnia di arista, rosticciana e roast-beef, magari anche con qualche piccione, mentre in America fanno il tacchino farcito con castagne o frutta (che, ahimé, non l'ho mai mangiato per quanto ne abbia incrociati parecchi nei romanzi, film e telefilm).
Quanto a me, l'oca non l'ho mai mangiata, né a Natale né in altre occasioni, e sarei anzi molto curiosa di sentire che sapore ha.
In questo racconto Holmes si esibisce in due pezzi di bravura. Il primo è quando, esaminando un cappello rinvenuto sul luogo di un agguato notturno ricostruisce la vita e il carattere del suo proprietario, arrivando anche a capire - sulla base di un indizio piuttosto valido - che sua moglie non lo ama più.
Il secondo è la ricostruzione del modo in cui un'oca si ritrova a mangiare nientemeno che un diamante, o rubino, o granato o quel che sia - una vivanda abbastanza insolita per un pennuto da allevamento. La ricerca lo porta al mercato di Londra fino a uno specifico e rabbioso rivenditore di oche che fin irà per servire su un piatto d'argento la soluzione.
Il ladro di gioielli, molto impaurito e pentito, viene perdonato purché consegni la refurtiva, sulla base di un altro ragionamento molto valido, e cioè che la prigione rischierebbe di trasformare una persona che fino a quel momento era stata onesta in un delinquente incallito.
Tutto quindi finisce bene: la contessa riavrà la sua non ben definita gemma (qualsiasi cosa sia è comunque una roba molto preziosa, dal valore di almeno 20.000 sterline - ovvero un patrimonio, considerando che il prezzo di un'oca di lusso va sotto lo scellino), l'uomo che aveva perso l'oca nel corso della zuffa la ritrova e forse grazie a questo farà pace con la moglie, l'operaio dell'Hotel Cosmopolitan ingiustamente accusato del furto della gemma verrà riabilitato, il fattorino Peterson mangia un'oca in più e il ladro, si spera, si ritroverà redento e se la caverà con un bello spavento.
Ultimo dettaglio: la gemma è rinvenuta nel gozzo dell'oca, quando Mrs. Peterson la pulisce dalle interiora prima di cuocerla. Solo che le oche non hanno il gozzo (sembra) e la gemma nel gozzo dell'oca, o meglio la presenza del gozzo in un'oca è ritenuto da alcuni l'errore più grave commesso da Conan Doyle nel corpus holmesiano.
La storia finisce con una cena a base di gallo cedrone arrosto - un altro volatile di cui il mio stomaco, purtroppo, non ha conoscenza alcuna.
No, queste non sono decorazioni brutte, anzi mi piacciono molto.
Quando si tratta di scegliere le decorazioni natalizie, dire che sono un grandissimo impiastro sarebbe arrecare troppo grande e immeritata ingiuria agli impiastri.
Per giunta, sono un impiastro irragionevole e del tutto incoerente.
Niente riferimenti al Natale cristiano, per carità. Le comete però vanno bene. Anche le campane.
Solo colori classici: oro, argento, rosso, verde e blu notte. Però, misteriosamente, in questi Colori Classici si inseriscono anche il viola e l'azzurro pavone, mentre scanso quanto posso il bianco (che pure è colore classicissimo per il Natale). Metallizzati, possibilmente, oppure sabbiati. Niente grigio, in nessunissimo caso - l'argento però va benissimo.
Niente pupazzi di neve. Gli gnomi vanno bene, ma solo vestiti con i colori giusti.
Le renne sì, i cervi sì, i gufi sì i draghi sì.
Draghi di Natale? Ebbene sì, draghi di Natale.
Anche i gatti vanno benissimo. Gli altri animali si accettano, con cautela, ma solo d'oro.
I fiori no, di nessun tipo, tranne quelli di ghiaccio.
Fiocchi... no, i fiocchi no, nemmeno nei colori canonici.
Niente iuta o tela grezza, ma lo scozzese può andare. Solo quello rosso e verde, naturalmente.
Niente design moderno per carità, ma non deve essere nemmeno troppo vittoriano.
Babbi Natale il meno possibile, e solo vestiti di rosso scuro. Quelli russi molto meglio.
I nastri argentati, solo dei colori canonici.
I cuori vanno bene, ma solo dei colori giusti.
Potrei continuare ancora per molte pagine ma smetto per pietà verso chi sta leggendo.
Il gusto delle decorazioni di Natale è molto personale, e ognuno ha le sue idiosincrasie. Tuttavia ci sono delle decorazioni che sono oggettivamente orrende e che non ho mai sentito lodare da nessuno, ma che a qualcuno devono pur essere piaciute, visto che sono state messe in vendita e pure comprate, oppure approvate dai consigli comunali.
E a proposito di consigli comunali, vogliamo parlare di certe luci abominevoli che in certi anni hanno invaso le città?
Palloncini stroboscopici per discoteche, ad esempio, oppure rombi colorati in fuxia e verde pistacchio. Pacchi dono di lucine. Mongolfiere. Una città intera parata a mongolfiere che brillavano a intermittenza per augurare buone feste a chi passava di lì.
Qualcuno le ha pensate, qualcuno le ha approvate. Non è questione di soldi perché comunque ogni comune ogni anno stanzia una certa cifra per le luci di Natale, e con lo stesso numero di luci potevano fare una cosa carina, o almeno ordinaria.
Farò due esempi, uno per il pubblico e uno per il privato.
Una volta, agli inizi degli anni 80, la giunta di Firenze optò per un coraggioso esperimento: decori fatti da certe cooperative, qualcuno diceva di disabili, altri di recupero per tossicodipendenti (in quegli anni Firenze era una delle capitali dell'eroina).
Nelle piazze principali del centro storico furono allestiti degli enormi alberi di lamiera di plastica a cono, da cui pendevano lattine di bevande vuote, ma colorate con colori psichedelici.
Il risultato è davvero difficile da descrivere e non ci provo nemmeno, ma il senso di sconforto che assaliva i passanti era davvero notevole.
Più di uno disse che, visti i risultati, se si trattava di tossicodipendenti, era chiaro che costoro non avevano ancora completato il recupero e anzi continuavano a drogarsi vieppiù, e se invece erano disabili era chiaro che la loro disabilità consisteva nella mancanza della vista.
(L'esperimento comunque non fu ripetuto).
A un certo punto, una trentina di anni fa, venne la moda dei Babbi Natale gonfiabili che si arrampicavano con strane pose sulle pareti esterne delle case. Il primo anno erano piccoli, il secondo di media grandezza, il terzo enormi. Una intera città (anzi molte intere città) invasa da una orda di Babbi Natale in vistoso sovrappeso, alcuni quasi sferici, che si arrampicavano sui muri.
Molti li criticarono, ma va pur detto che moltissimi li comprarono e furono ben lieti di appenderli alle terrazze e ai muri di casa. Chi li studiò e li mise in vendita fece un buon affare, e buon per lui.
Ma non tutti erano gonfiabili: quelli scoppiarono nel giro di un paio d'anni e non furono mai rimpiazzati (forse perché il produttore era scappato alle Bahamas a godersi i lauti guadagni); ma con gli anni si andò affermando una razza piccola ma resistente di Babbi Natale di medie dimensioni che continua tuttora ad arrampicarsi in talune case. Ce ne sono un paio anche nel mio condominio.
Se qualcuno che passa di qua avesse degli orrori natalizi da segnalare o delle particolari idiosincrasie riguardo alle decorazioni, i commenti sono a sua disposizione e saranno assai graditi.
L'immagine rappresenta fedelmente un gruppo di spettatori del Messiah al termine della rappresentazione in tempo di Natale. Si scioglieranno in primavera, forse.
Non ricordo esattamente quando il Messiah di Händel è entrato nella mia vita, ma probabilmente facevo le medie. Ad un certo punto però si è indissolubilmente attaccato al Natale e da allora Natale non è Natale senza averlo ascoltato dall'inizio alla fine in un qualche momento delle feste. Per un certo periodo anzi, quando abitavo a Firenze, me lo andavo ad ascoltare in chiesa.
Perché in chiesa?
Perché la musica sacra si addice alle chiese: mentre ascolti ti guardi intorno e come l'orecchio si ricrea ascoltando l'armonia dei suoni, così l'occhio può posarsi affreschi, pale e decorazioni e non è raro il caso in cui i dipinti guardati raffigurino proprio le storie che si stanno ascoltando. In chiesa inoltre si possono ascoltare orchestre e cori specializzati in musica sacra, che girano l'Europa su circuiti che molto raramente approdano nei grandi teatri lirici - almeno, così succede in Italia.
Ho ascoltato un paio di Messiah al Comunale di Firenze, e non sarebbe giusto dire che non erano fatti bene. Ma un coro lirico - e quello del Comunale è tra i migliori d'Italia - non è fatto per la musica sacra, almeno non per quella del Settecento, così come i grandi solisti, quelli abituati a fare Mozart, Verdi e Wagner e che a volte partecipano a incisioni particolarmente blasonate, a conti fatti rendono meglio nel loro repertorio abituale.
Ci sono poi da considerare gli strumenti: quelli di un'orchestra moderna sono diversi e hanno di conseguenza un suono diverso. Molto meglio gli strumenti originali dell'epoca; che richiedono però persone abituate a suonarci.
L'ideale quindi è un'orchestra (relativamente piccola) che dispone di strumenti originali, coro e cantanti inglesi o tedeschi e solisti specializzati nel settore.
Strumenti meno sonori e voci più piccole, che in un grande teatro moderno si perderebbero. In una chiesa di dimensioni medio-grandi rendono invece al loro meglio. Il suono è più leggero, più pulito e più scandito.
Per i teatri va meglio Wagner, secondo me.
Per un certo periodo della mia vita ho frequentato molti musicisti, e ho assistito e in un certo senso partecipato a diverse edizioni natalizie del Messiah suonato con strumenti originali e cantato da cantanti inglesi... e dal coro della Scuola di Musica di Fiesole - che non era esattamente un coro inglese, ma secondo me come cantavano loro l'Hallelujah sfondando i timpani a tutti gli ascoltatori fino in fondo alla navata non lo ha mai cantato nessuno: ci mettevano davvero l'entusiasmo giusto, ed erano intonatissimi anche se alla fine dell'esecuzione erano leggermente bluastri in viso.
Il Messiah è un oratorio in lingua inglese scritto da Georg Friedrich Händel nel 1741 su un bel testo scritto da Charles Jennens basato sulle Scritture, e più esattamente sulle Scritture del rito inglese (Bibbia di re Giacomo e Salmi nella versione del Book of Common Prayer); parla, guarda caso, dell'arrivo del Messiah; più esattamente della sua nascita, morte e resurrezione, e anzi sembra che sia nato soprattutto per essere cantato in tempo di Pasqua. Ciò è in effetti altamente consigliabile per i motivi che andrò a spiegare più avanti, ma di sicuro non risulta fuori posto nemmeno a Natale:
La musica è un magnifico impasto di gioia e di solennità e spazia dall'entusiasmo per l'arrivo del Bambino al triste ricordo di come fu da adulto colui fu disprezzato, rifiutato e condannato; il celebre Hallelujah al cospetto di sì lieto evento
si contrappone alla pacata constatazione che la Morte ha perso il suo pungiglione in un duetto decisamente al limite dell'impossibile
e le trombe ci annunciano che presto tutti noi saremo cambiati
(sospetto che sia almeno la terza volta che carico questo video sul blog)
Si tratta di una musica ad alto potere curativo: "Comfort ye" sono le prime parole del libretto e chi ascolta si ritrova guidato su una strada lunga e luminosa da cui esce come rigenerato.
Se sopravvive, intendo.
Perché le belle esecuzioni nelle belle chiese in inverno presentano qualche criticità: fa freddo. Molto freddo.
Oh sì, le chiese sono riscaldate - così ti assicurano, mentre paghi il biglietto. E le vedi, tutte intorno all'altare e sui bordi delle navate, le lampade a spirito e le piccole stufette. Utilissime in una chiesa alta qualche decina di metri, come no.
A seconda della scelta della versione e dei tempi di esecuzione un Messiah va dalle due ore alle due ore e mezzo. A teatro l'ultimo dei problemi degli spettatori è il freddo e ci si possono permettere veli, scollature, maniche corte e tessuti finissimi. In una chiesa d'inverno verso le dieci di sera no. Sì, certo, golf e cappotto, e scarpe imbottite. Ma due ore e mezzo fermi e seduti in una gelida chiesa invernale sono una vera prova di carattere.
Il problema non è solo per gli spettatori (e i coristi, poverelli): anche i delicati strumenti dell'epoca si scordano molto facilmente col freddo e per gli strumentisti è una continua lotta per mantenere l'accordatura.
A Pasqua, va riconosciuto, è tutto un altro vivere.
Quando ho aderito al Blogmas di Simona mi ero ripromessa come massimo e ambiziosissimo traguardo quello di riuscire a mantenere la mia consueta media che va sui due post settimanali (ma disperavo di farcela) e oggi avevo anzi stabilito che era assai opportuno fare una pausa.
Ma poi ho visto il suggestivo albero bianco di My countryside blog, così bello e delicato, e subito il mio cuore è andato al Nimloth di Gondor disegnato da Ted Nasmith
che splendeva a Minas Tirith e che è l'albero bianco del celebre verso
Sette stelle, sette pietre e un albero bianco
che è in un certo senso il motto di Gondor, il regno di Aragorn.
Questa è la copertina che Tolkien stesso disegnò per Il ritorno del re terzo volume del Signore degli anelli:
e direi che a un albero di Natale ci somiglia parecchio.
Del resto, ripensandoci, un post su Tolkien e il Natale andava pur fatto. E sarà oggi quel giorno.
Tolkien amava molto il Natale. Sì, certo, il Natale cristiano. Il tema della redenzione lo sentiva davvero molto. La Compagnia dell'Anello, tra tanti giorni possibili, lascia Rivendell proprio il 25 Dicembre - una cosa che mi sorprese abbastanza, quando lessi la cronologia nelle appendici. Di Natale non si parla nemmen di striscio nel Signore degli Anelli, nemmeno per citare un qualche tipo di celebrazione di Yule o cose del genere. Avranno avuto anche nella Terra di Mezzo un solstizio, immagino, ma non risulta che se ne curassero. Eppure la Compagnia parte proprio il 25 Dicembre e perfino la mia totale ingenuità di dodicenne dubitava che si trattasse di una coincidenza.
In realtà Tolkien curava abbastanza anche il Natale pagano, o consumistico, insomma l'altro Natale, quello che non fa il presepe: dal 1920 al 1943 ogni anno ai figli di Tolkien arrivava una lettera dal Polo Nord, con un disegno e strani racconti sulle cose che succedevano laggiù. Col tempo queste lettere sono state raccolte in un volume e addirittura tradotte in italiano.
La data della partenza della Compagnia da Rivendell non è l'unica cosa che mi fa collegare Tolkien al Natale: nel tempo delle vacanze di Natale ho finito di leggere per la prima volta Il Signore degli Anelli, ma soprattutto i film sono sempre usciti a Natale in America, e la rete brulicava di commenti (e di lamenti) non appena arrivavano le prime indiscrezioni dagli USA, dove uscirono appunto sotto Natale.
Ancor più forte è stato il richiamo natalizio per la trilogia dello Hobbit, perché i tre film uscirono appunto poco prima di Natale, a metà Dicembre, illuminando tre Natali a fila con la loro draghesca luce e gli abbondanti effetti speciali.
Addirittura, quando uscì il primo, diedi come compiti delle vacanze alla prima con cui stavo appunto leggendo il libro de Lo Hobbit di andarsi a vedere il film, cosa che tutti fecero senza batter ciglio, tranne uno. Non, si badi bene, perché non gli piaceva il genere (conosceva benissimo i film del Signore degli Anelli e mi faceva sempre domande piuttosto approfondite sull'universo tolkieniano) ma perché disapprovava per principio che lo costringessi ad andare al cinema.
Ovviamente non potevo costringerlo e non lo costrinsi, né trovai da ridire sul fatto che non ci fosse andato - mi limitai a meditare sulle stranezze del cuore umano.
Comunque c'erano già i social e di Hobbit lì si parlava parecchio, e per l'occasione si ricominciò a parlare anche dei film del Signore degli Anelli. Tra i risultati possiamo includere la gif che apre il presente post, ma anche gli auguri di Thorin che lo chiudono:
Da quando sono entrata nella Grande Rete tutti gli anni sotto Natale sono andata a cercare immagini. Col tempo quindi ho messo su un archivio di notevoli dimensioni che i pochi post che produco durante le feste mi permettono di smaltire solo in parte. Così, quando ho saputo della possibilità del Blogmas uno dei miei primi pensieri è stato appunto che in questo modo ne avrei potute usare una fetta consistente.
Quest'anno poi mi sono infilata in un gruppo Facebook di fanatici del Natale e ho così scoperto un filone che finora avevo intravisto solo in parte: gli animali di Natale.
Sì, certo, le renne.
Poi i gatti di Natale, che naturalmente non mancano.
E c'è anche qualche drago di Natale.
Ma esiste tutto un filone di animali dei boschi che non si limitano ad aspettare Santa Klaus nella notte di Natale, ma svolgono anche una normale vita natalizia: raccolgono decori, fanno l'albero, invitano gli amici in visita per le feste, vanno a trovarli con tanti bei pacchetti portati su uno slittino eccetera.
L'immagine che ho messo in apertura mi ha colpito perché raffigura una serie di animali che non sempre, nella common life, intrecciano rapporti di amicizia duraturi. La volpe che alza il coniglietto per permettergli di imbucare la sua letterina per Santa (immagino con la richiesta dei regali) risulta leggermente incongrua, per tacere del volpino che aspetta di essere a sua volta sollevato dal tasso, con cui cammina zampa nella zampa.
Tutto ciò è molto zuccheroso e leggermente assurdo ma anche piuttosto consolante e lascia un retrogusto piacevole - almeno a me fa questo effetto.
Il rapporto tra gatti e presepe non sempre è dei migliori. Tutto sommato, agli umani di questo gatto direi che è andata di lusso.
Come ho scritto nel post precedente, nonostante ami svisceratamente il Natale il presepe mi ha sempre lasciata del tutto indifferente - forse perché in casa non è mai stato fatto, forse boh.
Non c'entra il fatto che non sono cristiana: un sacco di atei dichiarati fanno il loro bravo presepe ogni anno, talvolta arricchendolo con sempre nuovi arrivi, e altrettanti vanno in giro per presepi, alcuni dei quali sono davvero molto suggestivi.
Tuttavia sul presepe mi sono fatta un bel po' di domande in qualità di storica, e mi sono pure data qualche risposta - e così è nato il presente post.
Il presepe, dunque. Quello che non è stato inventato da Francesco d'Assisi, come ci spiega Una penna spuntata, ovvero una blogger che del presepe si è occupata tantissimo e nel migliore dei modi.
In tanti e tanti proclamano fieramente "Sì, io faccio il presepe, quello tradizionale".
E allora guardiamola, questa tradizione.
Nel presepe tradizionale c'è la neve.
Neve per un bambino nato in Palestina? Mah.
La temperatura media a Betlemme in quel periodo va da una minima sugli 8-10 gradi a una massima che può raggiungere anche i 18 gradi. Di neve, manco a parlarne.
Senza contare che, quando c'è la neve, i pastori si guardano bene dal tirare fuori le pecorelle dagli ovili. A che pro, per portarle a pascolare sul ghiaccio? Figurarsi di notte, quando le povere bestie giustamente dormono.
Eppure nessun preseparo, per quanto sprovveduto, si azzarderebbe a fare un presepe senza un po' di pecorelle. I Vangeli parlano solo di pastori, in effetti. Ma le pecorelle nei presepi ci sono sempre.
(Chi legge i commenti scoprirà però che le pecorelle, anche in inverno, anche in paesi freddi, talvolta vagano di notte.
Dunque le pecorelle sono legittimate, tanto più in Palestina dove di notte non rischiano di prendere freddo).
Siccome c'è la neve c'è anche tutta una letteratura sul povero bambinello infreddolito, che include anche il bue e l'asinello che lo riscaldano col loro calore - e nessuno al mondo si sognerebbe mai di fare un presepe senza bue e asinello.
Ma perché il bue e l'asinello? E perché in una stalla?
E poi: siamo sicuri che ci sia di mezzo una stalla?
Gesù è nato in una stalla? O non piuttosto in una grotta o in una capanna?
Ecco, la prima cosa che deve decidere chi fa il presepe è appunto l'ambientazione. Grotta, capanna o stalla?
E' una scelta come tante, e ognuna ha i suoi fan. Molto spesso è una scelta imposta dalla tradizione (=a casa ci piace farlo così).
Naturalmente, davanti a un evento della portata della nascita del Redentore, non ha nessuna importanza dove scegli di farlo nascere e la forza del messaggio resta comunque. Una discarica di rifiuti? Un campo profughi? Un bosco? Una fabbrica abbandonata? Va bene tutto, l'importante è che sia una sede almeno un po' disagiata: il figlio di Dio avrebbe potuto nascere senza difficoltà in un luogo caldo, ricco e sontuoso, e invece ha scelto di nascere in una situazione scomoda, perché è venuto per tutti e non solo per i ricchi, ed ha scelto di accollarsi sin dall'inizio la sofferenza degli ultimi. Un bel messaggio, che arriva facilmente e su cui è facile predicare.
Ma era davvero così disagiata, la sede in cui nacque Gesù secondo i Vangeli?
Un pochino sì, si direbbe. Più che altro, era molto improvvisata. Ed ecco la citazione da cui è impossibile esimersi, e l'unica nota "storica" che abbiamo sulla nascita di Gesù, dal Vangelo di Luca:
Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. 5Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. 6Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. 7Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
Nessuno mi ha mai spiegato come funziona che dovessero farsi registrare anche le donne, e che non fossero esentate nemmeno se malate o incinte. Comunque, dando per possibile che tutti dovessero andare a farsi registrare per il censimento, uomini e donne (e bambini?) si suppone che di donne incinte non ci fosse solo Maria. Possibile che non fosse stata approntata una nursery?
Chissà, magari c'era ma era già piena. Quando c'è un grosso raduno il pericolo di restare senza alloggio c'è sempre. E insomma, con una donna così evidentemente incinta qualcuno poteva pensare a darle un asilo migliore ma si sa come vanno queste cose. Di fatto Giuseppe e Maria trovarono tutto pieno nell'albergo, e qualcuno li indirizzò... boh, in un luogo con una mangiatoia. Quindi una stalla? O una capanna per il bestiame (che è un altro modo per indicare una stalla)? Oppure una grotta?
Ci sono grotte a Betlemme?
Ce ne sono, da dare e da serbare.
Si è mai sentito di qualcuno che alloggia in una grotta il bestiame?
Certo che sì, è un riparo come tanti. E non solo per il bestiame: un sacco di gente ci vive tuttora, nelle grotte, specie nelle zone a clima caldo, e un sacco di gente ci ha abitato, sin dai tempi più antichi: se cerchi un riparo ma non hai ancora inventato l'architettura, la grotta è una soluzione molto valida.
Comunque si trattava di un posto con una mangiatoia, segno inequivocabile che il bestiame c'era o c'era stato in altri periodi. Magari c'era una mangiatoia in più, oppure ne hanno liberata una all'ultimo momento oppure in quel periodo la stalla/grotta/capanna era vuota o in parte vuota.
Mandare l'ospite in più o arrivato all'ultimo momento a dormire nella stalla col bestiame non era affatto una cattiveria: nella stalla si stava caldi e al riparo e c'era pure il fieno come materasso. Di meglio non c'era, evidentemente, ma avrebbe potuto esserci ben di peggio.
Quindi Gesù può essere nato in una stalla, in una capanna o in una grotta, tutte e tre le possibilità sono ugualmente valide.
Maria si era portata con sé il necessario (o qualcuno glielo aveva fornito) e dunque il bambino venne fasciato, come si conveniva a un bambino appena nato, e posto in una culla di emergenza.
E tutta la retorica sul bambino che nasce in povertà?
Insomma, direi che ci può stare. A casa sua sarebbe stato più comodo. Tra l'altro non risulta da nessuna parte nelle fonti ufficiali che Giuseppe fosse particolarmente povero (e nemmeno che fosse un falegname, a dirla tutta).
Ma continuiamo con la grotta. Da dove salta fuori, visto che nei Vangeli non se ne parla?
Dai Vangeli apocrifi, ovvero quel gruppo di scritti che non sono stati inseriti nella Bibbia pur parlando di Gesù perché ritenuti inattendibili (oppure perché contraddicevano i Vangeli, che è più o meno la stessa cosa dal nostro punto di vista).
Cosa ha di particolare la grotta, legata alla nascita di un dio?
Parecchio. Grotte e dei sono collegati in molti casi, anzi nelle tradizioni mediterranee mettere un dio in una grotta o farcelo nascere era un classico. Le grotte si addicono agli dei, vuoi per la nascita e vuoi per il tempo dell'allattamento.
Tanto per citare i primi nomi che vengono in mente, Zeus venne portato in una grotta dopo la nascita e allevato in gran segreto perché Kronos non si accorgesse che la moglie l'aveva ingannato, e per nutrice ebbe la celebre capra Amaltea. Poi c'è Dioniso, un dio che è stato sacrificato smembrandolo (e pure mangiato) appunto in una grotta in una delle decine di versioni sulla sua nascita e prima infanzia. E nelle grotte gli dei venivano venerati, con altari e tutto quanto - per esempio il dio Mitra (pure lui, sembra, nato in una grotta).
Insomma, per un dio la grotta era un posto assai adatto per nascerci, vivere, morire (smembrato) e poi rinascere. Un luogo assai mistico e niente affatto sconveniente. Un po' esoterico, magari, ma alla fine una tradizione esoterica c'è anche per il Figlio di Dio. Insomma, la grotta è un po' più pagana della capannuccia ma nello stesso tempo anche più internazionale.
Poi, certo, c'è anche chi mette la capannuccia all'imboccatura di una grotta ma secondo me esagera.
E, a proposito di capannuccia, ecco qua una canzone molto filologica e leggerissimamente toscana, dove ci sono anche i venditori di caldarroste (da noi dette bruciate) e pure di castagne bollite (ovvero le ballotte):
Infine, qualche parola sul bue e l'asinello (pure questi attestati solo negli apocrifi).
L'asino, che noi insegnanti siamo soliti evocare a sproposito parlando di taluni alunni non sempre molto studiosi, è animale dalla simbologia complessa ed è stato anche visto come simbolo di regalità. In tutti i casi Gesù entra a Gerusalemme a cavallo di un asino, e la cosa può essere interpretata in molti modi, compreso quello di una rivendicazione di regalità. Sta di fatto che quelli che lo acclamano al suo passaggio non sembrano trovare nulla di sconveniente o inadeguato nella scelta della cavalcatura.
Quanto al bue, diciamo che il maschio bovino si ricollega a una grande quantità di divinità dei bei tempi andati. Zeus, per dirne uno, e il suo forse fratello e forse figlio Dioniso. E poi c'è la casa reale di Creta e il dio Mitra, il sol invictus, che ha come animale sacro un toro (regolarmente ammazzato, per altro, nel corso del rito). La cultura mediterranea ha davvero molto da raccontare sulla regalità e la divinità dei bovini,. e non parliamo delle giovenche.
Insomma come aiutanti, nella primissima e potenzialmente critica fase della sua vita, Gesù si sceglie due animali piuttosto blasonati.
Blasonati o meno, comunque, in una stalla potevano esserci eccome.
Dunque: capannuccia, stalla o grotta a scelta del preseparo, l'importante è che ci sia una mangiatoia e che il bambino sia fasciato.
Il bue e l'asinello non sono attestati, ma pur sempre possibili.
La stella cometa forse non era una cometa ma di sicuro era una stella. E comunque un punto-luce ci vuole anche nel presepe. I re Magi arrivano dopo, ma comunque va benissimo metterli con un po' di anticipo.
L'Angelo ci può stare, dopotutto se ne parla anche se nessuno dice che si accampò nella zona per tutto il tempo delle feste - e in effetti nessuno ci dice nemmeno che sia andato via subito dopo aver dato l'annuncio ai pastori.
La neve la mettiamo tra le licenze poetiche: dov'è nato Gesù non c'era, ma in un sacco di posti cristiani intorno al 25 Dicembre la neve non manca, quindi vada anche per i fiocchi di ovatta.
I pastori sì, perché li mette il Vangelo.
Le pecore servono a fare un po' di scena, come tutto il resto, il moltissimo resto che resta e che piace tanto ai bambini (e ai cosiddetti adulti, anche).
Ed ecco pronto un perfetto presepe, tradizionale anche nella sua illogicità.
Per chi poi volesse puntare davvero all'essenziale, ecco un presepe minimalista che ho pescato per puro caso in rete - dove Gesù si è evidentemente partorito da solo visto che non c'è nemmeno Maria, e la scelta tra grotta e capannuccia è stata risolta non mettendo né l'una né l'altra:
Da bambina avrei molto apprezzato a Natale un salotto come quello della foto.
Ma proprio non c'era verso; e non solo non lo avevo io, ma non l'aveva nemmeno nessuno dei nostri amici o parenti.
Non solo perché i caminetti, all'epoca, c'erano solo in campagna.
Non solo perché le candele non erano particolarmente associate al Natale, e in giro si vedevano solo candele rosse a tortiglione che la cera non l'avevano mai vista nemmeno di lontano.
Il vero punto era che i gadget natalizi erano ben pochi e al pranzo ci si limitava a tirare fuori il servito buono e il panettone era servito su un tradizionalissimo vassoio da dolci rotondo.
Insomma, era proprio l'andazzo della casa che non si prestava a quei begli scenari ipernatalizi che oggi usano tanto e che dalle Alpi in su sono del tutto consueti dalla notte dei tempi.
Erano i gioiosi e tanto amati anni 60, e l'arredamento che andava per la maggiore era decisamente geometrico ed essenziale. I miei, in particolare, andavano pazzi per lo "stile svedese", definizione con cui all'epoca veniva indicata una curiosa commistione di acciaio, legno verniciato e plastica, il tutto assemblato in mobili rigorosamente squadrati e spigolosi (e che dubito molto usasse in Svezia).
Siccome i miei genitori frequentavano soprattutto intellettuali e artisti legati alle avanguardie (la molto tradizionalista Firenze all'epoca era all'avanguardia in tutte le avanguardie) velluto e tessuti erano a malapena tollerati - giusto il minimo indispensabile per i divani - i cuscini scarseggiavano e tutti si ritenevano in dovere di ricoprire i loro pavimenti con stuoie di cocco. L'albero di Natale, di solito rigorosamente abbinato al presepe, faceva la sua brava figura, ma l'insieme della stanza non era molto natalizio.
All'epoca Natale cominciava più tardi. Le prime pubblicità apparivano sui giornali a Dicembre ormai avviato e le vetrine natalizie arrivavano solo a metà mese, quando anche a scuola ci si cominciava a dedicare ai lavoretti natalizi che spesso comprendevano un grande uso di quella che era chiamata "porporina" ma non era affatto di color porpora anche se, all'occorrenza poteva anche essere di un viola porpora - si trattava insomma di brillantini in polvere incollati sui biglietti di auguri tramite la leggendaria colla Coccoina. I miei biglietti di auguri non venivano mai granché bene, ma io adoravo comunque la porporina, come tutto quello che sbrilluccicava.
Le decorazioni luminose per la strada arrivavano anche loro un po' più tardi di adesso ma duravano un po' di più degli alberi e delle vetrine e di solito le smontavano solo dopo l'Epifania. Usavano molto i colori psichedelici e andava parecchio il rosa e il verdolino. Però era tutto molto metallizzato e questo mi piaceva.
L'albero di Natale era qualcosa che veniva fatto soprattutto "per i bambini", e una volta che questi erano cresciuti veniva abbandonato senza rimpianti. Così purtroppo avvenne anche a casa mia e di parecchi miei amici, alla fine delle medie. Io però non ero molto contenta, e qualche anno dopo cominciai a comprarmi ogni anno qualche addobbo che mi appendevo in camera, mentre quelli usati a suo tempo per l'albero restavano nel sottoscala ad accumulare polvere; quando anni dopo vennero tirati fuori, al momento della spartizione, la maggior parte risultò inservibile. Comunque conservo ancora una pallina di plastica ormai di un dorato molto sbiadito che un tempo era decorata a renne e che appendo solennemente all'albero ogni anno.
I nostri alberi erano qualcosa di grandioso, e solo alcuni amici con ricche ville ed enormi salotti potevano sfoggiare qualcosa di vagamente paragonabile. Tre metri e mezzo di altezza, e ci voleva la scala per decorarlo tutto. Il puntale veniva messo dal ballatoio della scala che portava in mansarda. Per decorare alberi del genere ci vogliono addobbi in quantità industriale, ma noi ne avevamo - sei ghirlande di luci, tanto per cominciare. A quei tempi (e per molti anni a venire) le luci avevano le loro forme: c'erano ghirlande di fiori e di piccoli alberelli di Natale, campanelle di zucchero, fiori di ghiaccio, pupazzetti di neve eccetera. Le nostre (a parte i fiori di ghiaccio che comprai personalmente) erano astratte: strani cosi di vetro da palline che ogni tanto si rompevano e quanto al grado di sicurezza... uhm, diciamo che far saltare l'impianto infilando la spina delle luci dell'albero era un classico dell'epoca. Adesso è quasi impossibile trovare altro che lunghissime ghirlande di punti-luce, anche se all'Ikea ogni tanto si ostinano a mettere in vendita delle ghirlande vere.
Come ho già scritto, a quell'epoca Natale era una festa breve, che cominciava tardi e finiva presto. L'albero di Natale era montato la sera della Vigilia, come nella prima scena dello Schiaccianoci, e raramente resisteva fino a Capodanno salvo qualche caso in cui organizzavi la festa a casa tua invece di andare dagli amici. Un anno però, forse per forza d'inerzia, lo tenemmo fino all'Epifania e ricordo che apprezzai molto.
C'era il suo perché: erano alberi veri e anche se il profumo di resina era molto piacevole, dopo qualche giorno cominciavano a spelare e c'era da spazzare tutto intorno - nel caso di un albero di tre metri e mezzo, naturalmente, c'era da spazzare parecchio. Ma vuoi mettere la soddisfazione?
A casa mia eravamo "liberi pensatori", o almeno questa fu la definizione che mi diede mia madre; in effetti ai miei non sarebbe mai venuto in mente di definirsi atei ma con la Chiesa non avevamo assolutamente nulla a che fare. Il Natale era molto apprezzato, ma era considerata una festa che non aveva alcun aggancio con la religione. Non ricordo che intorno a me nessuno insistesse sul fatto che si doveva essere più buoni, era una festa e basta. E mi compravano un sacco di regali che mettevano sotto l'albero, senza incartarli, ma nessuno si aspettava che anch'io regalassi qualcosa. Con gli anni cominciai comunque a fare dei piccoli pensierini, anche se la mia vera preoccupazione era fare i regali alle amiche (e riceverli, naturalmente). Mi piaceva fare i pacchetti e finii per sviluppare una certa abilità, tanto che ai tempi del liceo ero ormai diventata l'incartatrice ufficiale di casa (all'epoca i commessi si offrivano sì di fare i pacchetti, ma venivano fuori delle cose molto mence, al contrario di adesso: carte bige a quadrettini con nastrini scuri, cose così).
Per il pranzo di Natale nella mia zona l'antipasto classico erano (e sono) i crostini di fegatini di pollo, e per vedere una tartina qualsiasi e non parliamo di quelle al salmone sono dovuti arrivare gli anni 80; tartine o meno, comunque, i crostini sono rimasti e restano un baluardo irremovibile di qualsiasi pranzo di Natale in famiglia, nel contado fiorentino.
Siccome la Toscana non ha una particolare tradizione di dolci di Natale finimmo per importare quelli degli altri, anche grazie a una certa opera uniformatrice della televisione. I panettoni erano rigorosamente industriali e solo verso la fine degli anni 70 entrò in scena Sua Maestà il Pandoro, mentre i fornai e le pasticcerie cominciarono a sfornare panettoni "artigianali", che in realtà erano semplicemente dei panettoni fatti bene e senza conservanti e infatti mancavano completamente di quel lieve retrogusto di detersivo che caratterizzava i vari Motta, Alemagna e Wamar. Insieme al panettone arrivarono in tutta Italia anche ricciarelli e panforte, che però non sono affatto dolci di Natale ma semplicemente dolci molto buoni che i senesi mangiano (giustamente) tutto l'anno - anzi, a ben guardare all'inizio c'era solo il panforte, i ricciarelli arrivarono un po' più tardi e finirono per migrare anche verso la Pasqua.
Dopo i dolci della televisione comunque arrivava sempre il classico dei classici della nostra zona, ovvero vin santo e cantuccini con le mandorle da inzupparci dentro - che dopo un finale a base di panettone, panforte e datteri innaffiati di spumante finiva di stendere gli adulti, mentre i bambini prendevano qualche fetta supplementare di panettone e guardavano con scarso entusiasmo il vin santo (anche se i cantuccini con le mandorle avevano i loro bravi estimatori anche tra i piccoli). Mantenevano una certa diffusione anche i fichi secchi farciti con noci e mandorle: erano considerati un po' popolari (del resto lo erano), ma piacevano tanto...
Di biscottini a forma di albero di Natale, voul au vent a forma di stella cometa e biscotti alle spezie non c'era nemmeno l'ombra dell'accenno di un sospetto.
All'epoca rimaneva un certo spleen dopo Santo Stefano perché "ormai era già tutto finito": Capodanno era una festa rigorosamente per adulti e la Befana venne smantellata senza pietà (e senza alcun rimpianto da parte mia). Adesso invece le feste, com'è giusto, durano due settimane piene e il senso del rimpianto per qualcosa di troppo breve è completamente sparito, rimpiazzato da una certa disponibilità a ritornare alla vita normale dopo due settimane di bagordi e da un rinnovato amore per i brodi di verdura leggeri e le porzioni ridotte di pasta.