Il mio blog preferito

giovedì 12 novembre 2020

Don't panic! (ovvero "eccoci all'acqua")


Il titolo di questo post ha una doppia origine.
La prima parte è un modo di dire famosissimo per la generazione cresciuta dopo la mia, in quanto sottotitolo della Guida galattica per gli autostoppisti ovvero quel romanzo che comincia il giorno dopo che i delfini, che sono la specie dominante sulla Terra anche se gli uomini non l'hanno mai capito, hanno salutato l'umanità con grandi e giocose acrobazie (il cui significato era "Addio, e grazie per tutto il pesce") prima di abbandonare il pianeta che stava per essere distrutto e salire a bordo di una bellissima astronave che era appunto venuta a portarli via.
Il secondo è un modo di dire della vecchia e gloriosa tradizione popolare e viene usato nei casi in cui un problema, a lungo prospettato e temuto, si manifesta per davvero.

Passate le prime due, disastrose, quarantene di classe, la Preside Caramell ha meditato e ponderato, soprattutto sulla curiosa osservazione che dalla ASL le han mandato a dire: "E certo, i vostri insegnanti si mettono subito in quarantena. Nelle altre scuole non lo fanno". Sottinteso: "Siete un po' troppo scrupolosi". Così al Collegio ci è stato letto quando effettivamente dovevamo metterci in quarantena, ovvero se avevamo a lungo pomiciato con un alunno positivo o al contrario lui ci aveva sputato in un occhio (dopo essersi tolto la mascherina, ovviamente). Insomma se c'era stato un "contatto stretto" di una certa durata.
Qualora avessimo ritenuto di poter dire in piena purezza di coscienza che lo stretto contatto di una certa durata non c'era stato, allora bastava firmare una piccola autocertificazione in tal senso e potevamo continuare a farci onestamente la nostra vita, anche lavorativa.
Sempre allo stesso Collegio avevamo votato un regolamento per la Didattica a Distanza che diceva in sintesi che, in caso di classe in quarantena, gli facevamo lezione dalla classe, noi in classe e loro a casa, con l'orario un po' sforbiciato per dargli congrui intervalli onde riposarsi gli occhi, e se gli insegnanti in quarantena erano disponibili potevano far lezione anche loro senza mancar di riguardo al nostro ormai preistorico contratto.
E pochi giorni dopo la Terza Brillante è entrata in quarantena, giusto quando avevo deciso di avviare una lunga serie di esposizioni su temi assegnati, da ascoltare pigramente mentre mi laccavo le unghie per poi criticarli che le slide non erano fatte bene o che avevano trascurato questo o quel punto essenziale - insomma un po' di sana routine, finalmente.
E il mio primo, preoccupatissimo pensiero è stato rivolto non già alla salute del povero contagiato, quanto alla telecamera della classe, che non era stata mai provata.
"Dovrebbe funzionare" mi ha rassicurato la paziente Responsabile Digitale. Poi mi ha spiegato, in caso che così non fosse, che potevo prendere questo o quel computer dove la telecamera era già stata ampiamente testata e metterlo in classe al posto del nostro.
Discussioni sulle casse. Ma non importavano, potevo prendere le cuffie che c'erano nel laboratorio di informatica nell'armadietto A sul palchetto B. 
Creazione della lezione su Google Meet. Fitto scambio di mail con i ragazzi e con i colleghi.
In sottofondo la VicePreside che mi tampinava perché "mandassi il programma della settimana alla Preside". Il Piano Didattico, nientemeno, con tanto di tabellina dell'orario, in qualità di coordinatore.
"Quale tabellina di quale orario? Il regolamento prevede che facciamo l'orario regolare" rispondevo sempre più irritata.
Niente, lei voleva che mandassi la tabellina.
Ho mandato due righe dicendo che facevamo l'orario regolare. Avevo altro per la testa che perder tempo con le scartoffie.

La mattina dopo, tremante, tremebonda e assolutamente elettrica mi fiondo in classe, perché avrei avuto il grande onore di fare il taglio del nastro.
Sulla porta dell'aula un cartello "Vietato entrare".
"Che è 'sta roba?" mi son chiesta schifata strappandolo. Sono una Brava Insegnante, non ho tempo per le scartoffie, io, mi preoccupo soprattutto della didattica e del programma.
All'interno della classe funzionava tutto: le casse, le cuffie e pure la telecamera. Anzi, grazie al possente collegamento in fibra per la prima volta vedo non già degli ectoplasmi, ma dei ragazzi rosei e freschi. Molto perplessi, in verità. 
Qualcuno va e viene come un'anima in pena, qualcuno alla fine entra con l'account del padre, della zia o del gatto.
Ma loro sono la Terza Brillante, hanno fatto (bene) tutti i compiti e hanno anche preparato le ricerche. 
Non è proprio una lezione rilassante come speravo, ma funziona.
Dimagrita di un buon paio di chili esco infine dalla classe, dopo essermi preoccupata di lasciare ai colleghi un bel sanificatore onde pulire cattedra e computer, e incrocio la custode.
"Professoressa, ma sulla porta c'era un cartello. Nessuno può entrare in quella classe prima che sia stata sanificata da apposita ditta esterna".
Oh?
Ripensandoci, la cosa ha un senso. Specie se si sorvola pudicamente sul fatto che in quella classe, per quattro giorni, ovvero fin quando non è arrivato il risultato del tampone, senza sanificazione alcuna avevamo allegramente fatto lezione in presenza con tutti gli alunni (salvo quello in quarantena che aspettava il risultato del tampone).
Ma non ci avevo pensato. E nemmeno ci aveva pensato la Responsabile Digitale, o la VicePreside con cui avevo parlato dei miei patemi d'animo riguardo alla telecamera e che, pure lei, aveva provato a racconfortarmi.
Mi sono cosparsa di cenere sul capo e fustigata con una frusta imbevuta nel succo di ortica. E tutti han provato a confortarmi dicendo che non si poteva pensare a tutto.
E poi la vita è continuata. Chi è venuto dopo di me ha fatto lezione dalla biblioteca, che in questo periodo è un posto molto rilassante in quanto non ci va nessuno, nemmeno io - solo un po' di pioggia, ogni tanto, a sgocciolare lungo le pareti.

La quarantena è iniziata, evviva la quarantena.

domenica 8 novembre 2020

Su talune criticità organizzative riguardo a tracciamenti, tamponi e quarantene




Com'è noto anche ai sassi del lungomare, la riapertura delle scuole era considerata uno dei punti critici per la pandemia. E' stato perciò organizzato un attento monitoraggio di insegnanti e alunni per garantire sicurezza ed efficienza alle scuole in questione e alle loro famiglie.
A tal scopo era stato organizzato un Grandioso Sistema di Testatura per gli insegnanti, che a dire il vero in Toscana non ha funzionato male (altrove sembra che abbia fatto un po' pena).
Al momento di rientrare dunque io e tutti i volenterosi colleghi che si erano fatti testare sapevano di essere negativi.
E qualcuno ha osservato che già che c'erano potevano testare anche i ragazzi - che è giusto, ma forse un po' complicato: si era rivelato piuttosto complicato testare qualche centinaio di migliaia di volenterosi lavoratori della scuola, figurarsi fare dieci volte tanto.

All'inizio dell'anno scolastico i nuovi positivi si misuravano a centinaia al giorno, la situazione era abbastanza tranquilla e le ASL non davano particolari segni di stress. Inoltre erano state fatte all'universo mondo due palle di tale incommensurabile grandezza sulla riapertura delle scuole e i rischi che essa comportava, che nella mia santa ingenuità davo per scontato che corsie preferenziali di ogni tipo fossero state organizzate per qualsiasi persona collegata alla scuola che avesse manifestato una qualche, sia pur lieve, forma di malessere (com'è noto a chiunque mi conosca o abbia letto almeno un paio di post del presente blog, nonostante un età tutt'altro che tenera mi distinguo soprattutto per un candore che sconfina facilmente con l'idiozia e un grado di ingenuità addirittura patetico).
Con gran cautela abbiamo affrontato le prime due settimane di lezione. Tutti temevamo la Seconda Ondata, naturalmente, ma ci avevano spiegato nel dettaglio che cotale ondata sarebbe arrivata con l'Autunno - e l'Autunno, in Toscana, si fa spesso desiderare anche dopo Halloween.
Non quest'anno. A fine Settembre nel giro di 24 ore la temperatura è calata di venti gradi, e sono arrivati i primi, inevitabili raffreddori (e, temo, anche la seconda ondata).
Di uno di questi è rimasta vittima la prof. Spini che, svegliatasi un Sabato mattina con febbre e tosse, ha prontamente chiamato la guardia medica onde farsi fare un tampone per fugare subito ogni dubbio in un senso o nell'altro, convinta com'era (pure lei è un po' ingenua, anche se non certo ai miei livelli) che cotale guardia medica fosse attrezzata per fare prontamente tamponi anche al gatto di casa, se ciò gli fosse stato richiesto.
Così non è stato. Anzi, la guardia medica, con bonomia, ha detto che con un po' di raffreddore e la febbre basta stare a casa al caldo per qualche giorno (raffinatissima cognizione tecnica di cui la prof. Spini era già al corrente, forse in virtù della sua formazione prevalentemente scientifica, anche se non medica) e per il tampone doveva rivolgersi al medico di base.
Che è stato chiamato prontamente Lunedì, mentre noi a scuola impazzivamo con le sostituzioni. Ma non c'era il medico ufficiale, c'era il sostituto che ha candidamente dichiarato che non sapeva niente della procedura per fare i tamponi e che si sarebbe informato. 
E così in un colpo solo alla scuola di St. Mary Mead abbiamo scoperto
1) che in tempi di pandemia la guardia medica non faceva tamponi
e
2) ai medici di base e sostituti NON erano state fatte due palle colossali con la trafila necessaria per fare un tampone qui e subito, adesso, anche il giorno prima se possibile.
Mica si dice un corso di quaranta ore, ma almeno uno di quei volantini che decorano spesso gli studi medici. E qualche scatola contenente il necessario per fare il tampone, magari.
Ma scusate, non eravamo in tempo di pandemia e non dovevamo stare tutti preparati a ogni evenienza?
Alla fine per avere il risultato del tampone (negativo) della prof. Spini c'è voluta più di una settimana.

A ruota sono arrivati - o meglio, NON sono arrivati - i primi tamponi dei ragazzi. Con calma, con pazienza, con lunghe attese che sfioravano la settimana e con attese molto più brevi se fatti a pagamento (oops). Qualcuno ha anche avuto fortuna e imboccato la via giusta riuscendo a farsi fare un tampone dalla ASL in nemmeno una giornata. Qualcuno, afflitto da quel gran peso costituito da genitori idioti, è rimasto a candire per giorni e giorni e solo dopo tre telefonate le famiglie si son convinte che per farli rientrare a scuola volevamo l'esito negativo di un tampone; qualcun altro, sempre afflitto dal peso di cui sopra, di tamponi se ne fa circa uno a settimana e finisce che non lo vediamo quasi mai - e sì che gli farebbe un gran bene venire a scuola, non dico per studiare, ma almeno per starsene un po' lontano dai genitori idioti di cui sopra. 
Settimane e settimane di assenze inutili e superflue.
Signora ASL, si rende conto che ognuna di queste settimane perse è un fardello per la collettività e per l'alunno? Se stan male e non possono frequentare d'accordo, è inevitabile. Se stan benissimo e le famiglie li portano a sciare o a far turismo a New York, meglio per loro. Ma se devono solo annoiarsi a casa con un po' di compiti per tutta compagnia, via, davvero si dovrebbe evitare il più possibile.
E vogliamo parlare delle classi che solo una settimana dopo scoprono di essere stati a contatto con un positivo? Utilissimo entrare in quarantena una settimana dopo (utilissimo a favorire i contagi, intendo dire)!
Signora ASL, la scuola coinvolge dieci milioni di persone. Non vale la pena secondo lei di testarne qualcuna ogni tanto, magari una o due in più del necessario, per vedere di contenere il contagio?

Sono poi arrivate le quarantene per gli insegnanti: abbiamo la quarantena di dieci giorni con tampone e quella di quattordici senza tampone, ma fare un tampone a tempi brevi è ben più questione di culo che di procedura, e sorvoliamo pietosamente sui tempi necessari per il risultato, che vanno da poche ore a sei giorni. Quante giornate di lavoro sono state perse senza costrutto, in questo modo?

La scuola è stata riaperta con infinite polemiche, e in tanti ci siamo lamentati della ministra dell'Istruzione. 
La quale ministra ha risolto il problema di riorganizzare le riaperture passando la palla alle scuole secondo il buon vecchio motto "Fate un po' come vi pare".
E le scuole han fatto un po' come gli pareva, con grandissimi patemi d'animo e gran copia di lavoro extra, e ricorrendo ad una solerte e assidua coniugazione del verbo arrangiarsi sì come da sempre le scuole sogliono fare.
Ma due cose non dipendevano dalla scuola: i mezzi di trasporto e i tamponi.
Per quelli, temo, non è proprio possibile accusare la ministra.
E non discuto che organizzare i mezzi di trasporto pubblici nelle grandi città sia un problema (a St. Mary Mead, onestamente, ce la siamo cavata con poco), ma organizzare un po' meglio la tamponatura non era proprio possibile?

Infine, il test per gli insegnanti, che in teoria andrebbe ripetuto una volta al mese.
Ah, questo sì che è un provvedimento logico e sensato! Andrò tosto a prenotarmi per ripeterlo una volta al mese come ci esorta a fare il Ministero!
Ecco, a Settembre ho aspettato cinque giorni per farlo a un chilometro da casa. Stavolta mi hanno offerto una rosa di nomi dove il più vicino era a venti chilometri. Ho scelto quello ma, dice, non era possibile avere un appuntamento entro le prossime settimane.
Capisco di essere in provincia e di non poter sperare sempre di farmi le analisi sotto casa, ma francamente non mi sembra un gran momento per saltellare tra treni e corriere per andare a Ca' del Diavolo - e, a dirla tutta, sul piano climatico non è un gran momento nemmeno per farmi un centinaio di chilometri in moto. Neanche l'idea di organizzare una macchinata con i colleghi per un test-tour mi sembra delle più brillanti.

Al momento stiamo trionfalmente navigando verso i 40.000 casi al giorno.
L'epidemia imperversa in tutta Europa, e sono convinta che un prezzo avrebbe comunque dovuto essere pagato qui da noi, anche se nessuna scuola fosse stata riaperta.
Ma forse, magari, potrebbe essere che, con un po' di organizzazione e qualche relativa spesa superflua in più, avremmo pagato una cedola meno cara?

venerdì 6 novembre 2020

Banchi a rotelle 2 - La Vendetta

Banchi con le rotelle: non solo per l'autoscontro

E così, come mi ero ripromessa, ho portato anche la Terza in gita  di piacere in Aula Magna a vedere i banchi con le rotelle. Ho aspettato che fossero loro a chiedermelo, si capisce. In effetti mi chiedono di portarli a vedere i mitici banchi con le rotelle.
"D'accordo, ma niente autoscontro" dichiaro in assoluta ipocrisia.
Li guardano, ne discutono. E "Prof, possiamo provarli?"
"Sì, ma con cautela. Ricordatevi che sono oggetti fragili".
E lo sono davvero, a quel che sembra. Scontra che ti scontro, dopo nemmeno due minuti uno dei banchi cade per terra. Peccato solo che sul banco ci fosse un ragazzo.
"No, troppo forte così. Non dovete urtarvi bruscamente" li rampogno con dolcezza controllando che il caduto non si sia fatto male (non se ne è fatto manco un po', a giudicare da come ride).
Altri due  minuti, e un altro si ritrova a terra sul sedile. Infatti, come in tante sedie con le rotelle, c'è un perno che tiene unite le due parti, e con un po' di fortuna puoi staccarlo.
"Nemmeno così va bene. Sono oggetti delicati, manovrateli con dolcezza" li rimprovero con un pelino di dolcezza in meno.
Sono una classe molto ragionevole, e infatti cominciano a fare l'autoscontro, ma con dolcezza. Si urtano con garbo, si allontanano con garbo, si circondano e allargano e restringono con garbo. Mentre li guardo capisco finalmente perché a qualcuno è venuto in mente di acquistarli: effettivamente in quel modo il distanziamento di un metro e qualcosa si mantiene. Sono davvero banchi di sicurezza (se non ti attacchi al conducente di un altro banco e non cerchi di tirarlo giù, si capisce. E nella maggior parte delle classi è proprio quel che farebbero, e non solo a titolo di esperimento iniziale come ha fatto la Terza).
Ben presto l'Aula Magna è percorsa da banchi pattinanti. A modo suo, è uno spettacolo grazioso, ricorda vagamente certi galà di pattinaggio su ghiaccio.
Ma, ahimé, entra la custode. Molto arcigna, e piuttosto scandalizzata.
E no, no, no e assolutamente no! Loro quei banchi non avrebbero nemmeno dovuto toccarli, e certo non erano lì per giocarci in quel modo! E vengo rimproverata con una certa asprezza anch'io, ma un po' sotto le righe: ormai sono una decana anch'io, là dentro, più di tanto non si può mancarmi di riguardo. Accetto il rimprovero senza ribattere: non ho particolari argomenti da portare a mia difesa, se non il fatto che i banchi sono ancora in perfetta salute e i ragazzi si sono divertiti, ma in sicurezza. D'altra parte non ho nemmeno voglia di difendermi e del resto sarebbe perfettamente inutile.
Domi, ma neanche un po' pentiti, rientriamo in classe e riprendiamo la lezione senza spendere nemmeno un quarto di parola sull'accaduto. C'è la Belle Epoque che ci aspetta.

Ma secondo me avevamo trovato un ottimo utilizzo per quei banchi.

martedì 3 novembre 2020

Lunedì film - L'ultimo samurai (Film per le medie)

 


Nonostante gli infiniti intralci di tutti i tipi, generi, forme e qualità, gli intervalli sfalsati e perciò onnipresenti, l'infernale valzer delle quarantene con continue sostituzioni e annullamento delle sostituzioni e sostituzioni delle sostituzioni, i cambi orari e la cupa minaccia della Didattica a Distanza che incombe su tutti noi, la pioggia che scorre libera nelle aule e i trapani che imperversano, ogni tanto capita anche che si riesca a far lezione. 
Addirittura, con la Terza brillante mi sono ritrovata una tale quantità di ore che mi sono perfino concessa un film, complice una LIM che al momento funziona davvero bene. E, visto che gli avevo accennato al cambio di direzione con cui il Giappone aveva deciso di modernizzarsi, sotto la guida dell'imperatore Mutsuhito, cosa di meglio che questo film, per quanto un po' lungo (due ore e mezzo), che vanta una splendida fotografia, una bella sceneggiatura, un Tom Cruise in stato di grazia e una quantità sterminata di bellissime armature giapponesi che recitano benissimo, e che i poverini non hanno potuto ammirare al Museo Stibbert di Firenze per colpa del crudele lockdown della scorsa primavera?
Non era la prima volta che lo facevo vedere a una classe, ed ha sempre riscosso un gran successo. Così è stato anche stavolta.

Il film è del 2003, per la regia di Edward Zwick, e c'è dentro un sacco di Giappone, mediato dagli occhi del protagonista americano. Gli splendidi paesaggi giapponesi... sono in realtà forniti dalla Nuova Zelanda, dove conviene andare se si è affamati di verdi pianure e paesaggi scintillanti. Strano pensare che i miei due universi alternativi preferiti, ovvero Giappone e Terra di Mezzo vengono proprio da lì.
La storia è relativamente semplice: siamo nel 1876 e un ufficiale americano, assai traumatizzato dopo la guerra contro gli indiani (dove a traumatizzarlo è stata soprattutto la crudeltà con cui gli indiani sono stati sterminati) accetta di andare in Giappone per addestrare all'occidentale le truppe giapponesi dell'impero.
L'incarico, per quanto redditizio, non lo entusiasma, e ancor meno lo entusiasma l'ordine di andare troppo presto a combattere contro le truppe di un samurai che si sta ribellando all'imperatore. Le truppe, sostiene Nathan, non sono per niente pronte. Ma si sa che in questi casi c'è sempre qualche idiota che insiste per andare a combattere nonostante tutto, e quindi si parte.
Come da copione, le truppe imperiali davvero non sono pronte, e il combattimento finisce malissimo. L'ufficiale americano comunque non demorde, e catturarlo sarà una vera impresa, tanto che il comandante dei samurai decide di fargli grazia della vita e lo porta nel quartier generale delle sue truppe, dove l'americano ferito viene curato per poi scoprire che deve restare lì fino a primavera perché la neve blocca i passaggi.
Noi per la verità di neve ne vediamo abbastanza poca. Comunque l'ufficiale non può scappare e i suoi gentili carcerieri, una volta che le sue ferite sono guarite, lo trattano con bel garbo e gli insegnano anche a combattere à la japonaise, con i bastoni di legno. 


Quanto al samurai, che parla un po' di inglese, lo impegna in conversazioni assai filosofiche, mentre l'americano finisce per imparare il giapponese quanto basta per affrontare conversazioni essenziali ma a sfondo filosofico sull'onore, la lealtà, il percorso esistenziale, la morte e consimili. E tutti sono molto cerimoniosi e anche l'ufficiale americano impara a esserlo, e scrive molte riflessioni filosofiche sul suo diario.
In primavera, quando i valichi si riaprono, il samurai riporta il suo prigioniero in città, dove ne approfitta per parlare col suo imperatore, che lo tratta con grande rispetto ma si rifiuta di abbandonare il suo progetto di occidentalizzazione. Naturalmente i due non affrontano direttamente un concetto che sia uno, e si attorcigliano su raffinatissime riflessioni, ma la sceneggiatura è fatta talmente bene che anche lo spettatore occidentale capisce perfettamente di cosa stanno in realtà parlando dietro il velame de li versi strani.
E qualcuno cerca di uccidere il samurai, ma l'ufficiale lo salva... e ritorna tra le montagne con lui, per affrontare al suo fianco l'ultima battaglia contro l'esercito imperiale (ormai addestratissimo e perfettamente in grado di usare le armi occidentali, cannoni compresi).


La battaglia finale si svolge in modo assai nobile ed eroico e l'ultimo samurai realizza il sogno di ogni aristocratico giapponese, ovvero una morte onorevole, mentre l'ufficiale americano mette su famiglia nelle montagne (con la sorella del suo amico). Finale molto rasserenante, che comprende anche una scena dove l'ufficiale va a trovare l'imperatore e in un certo lo riconcilia con il suo amato nemico (perché il samurai ribelle e l'imperatore si amavano molto, e in realtà il samurai... combatteva contro l'imperatore per la gloria dell'imperatore, cosa di cui l'imperatore era perfettamente consapevole. Del resto è noto che Sono Pazzi Questi Giapponesi).
La storia è vera?
Abbastanza, anche se per amor di sceneggiatura certe cose sono state un po' ritoccate. Per chi vuole approfondire comunque ecco una recensione dal punto di vista storico, dove si conviene comunque che come film funziona a meraviglia.

Ultima nota: mentre lo rivedevo sono rimasta molto colpita dai cavalli, nobili e bellissimi animali sacrificati nell'ultima eroica carica dei samurai contro le armi occidentali (che in realtà non andò proprio così, ma fa niente). E mentre meditavo sulla crudeltà di portare i cavalli in guerra, intorno a me era un fiorire di fanciulle che si disperavano per i cavalli, mentre i fanciulli osservavano seccati che, insomma, c'erano anche degli uomini lì, possibile che si preoccupassero soltanto dei cavalli?
Naturalmente anch'io ero d'accordo con le fanciulle, ma ho potuto rassicurare tutti quando sui titoli di coda è apparsa la celebre frase "nessun animale è stato maltrattato per questo film".
E in cuor mio riflettevo che in vita mia ho visto decine di cavalli morire sullo schermo e mai prima d'ora mi ero posta il problema. Decisamente, il nostro rapporto con gli animali sta cambiando.

sabato 31 ottobre 2020

Un deprimente e impaurito Halloween a tutti



La situazione è cupa e deprimente, la caccia all'untore è in  piena attività, ad ogni angolo trovi qualcuno che si strappa i capelli e prevede disgrazie per tutti, e la legge e il buonsenso ci negano gli unici conforti validi in queste circostanze: uscire con gli amici per ridere, scherzare e pensare a qualcos'altro o uscire con gli amici per andare al cinema o a teatro, e infine uscire con gli amici o con gli estranei per bere e dimenticare. Una sbronza in famiglia, con brindisi al prozio in terapia intensiva che non puoi andare a trovare non è esattamente la stessa cosa, e nemmeno un DVD guardato a casa tua.
E non solo i poveri bambini si sono visti depredati di una delle loro feste preferite, ma in più non è mancato l'idiota di turno che ha fatto la solita stupida tirata sulle origini non italiche di Halloween (che non è nemmeno vero, ma è noto che ai moralisti dell'accuratezza della ricostruzione storica importa meno che zero).
Ordunque, stabilito che Halloween è uno stato d'animo oggi molto diffuso, faccio gli auguri a tutti e vado ad accendermi le candeline arancioni nei portacandele a forma di zucca, mentre la mia Nimbus 2000 stasera resterà a raccattare polvere.
Ho comunque due gatte nere su cui contare, e se i morti arrivano li saluterò ben volentieri.

lunedì 26 ottobre 2020

Sono arrivati i banchi a rotelle!


E infine i banchi a rotelle sono arrivati per davvero.
E che ci fanno a St. Mary Mead, dove dalla notte dei tempi i nostri amati alunni per avere un compagno di banco sono costretti ad appiccicare due banchi tra loro (ottima procedura che permette tra l'altro anche banchi a tre e quattro posti e perfino classi con i banchi disposti a ferro di cavallo, nonostante il responsabile della sicurezza strepiti e faccia fuoco e fiamme)?
Non so. Era possibile ordinarli e la Preside Caramell li ha ordinati. La prima idea, corre voce, era di darne un gruppetto ad ogni classe. Ma se davvero ha pensato una scemenza simile, tosto è rinsavita e li ha dirottati là dove potevano avere un senso, ovvero nell'Aula Magna - che tanto magna non è, ma insomma è lì che ospitiamo i genitori in riunione e teniamo le presentazioni dei libri o eventuali conferenze, le plenarie dell'esame e cose del genere. E le sedie dell'Aula Magna...  Immaginatevi dei patetici rottami dei tempi andati, di plastica verde graffiata e per giunta piccole e scomode; ecco, sono loro. Anzi erano loro, perché adesso se ne stanno impilate in un agolino e i nuovi banchi rotanti, in versione arancione psichedelico, han preso il loro posto.
Lì hanno effettivamente un senso. C'è il ripiano per appoggiare il telefonino o il blocco degli appunti, un adulto ci sta abbastanza comodo...
A cosa servono le rotelle? 
Non lo so e non mi interessa, però la prossima volta che riceveremo i genitori in massa il giorno delle elezioni dei rappresentanti di classe (sì, tornerà quel giorno. Io ci credo fermamente, per quanto adesso sembri lontanissimo) potremo farli sedere in modo dignitoso anche se sono genitori alti o in lieve sovrappeso, e se lo desiderano potranno anche prendersi un po' di appunti attingendo alle perle di saggezza che Preside e VicePresidi gli propineranno senza pietà.

E così adesso i banchi con le rotelle stanno accalcati in Aula Magna.
C'è solo un piccolo problema: in Aula Magna portiamo alcune classi a fare l'intervallo, proprio perché è Magna e quindi hanno più spazio per muoversi.
Ed è toccato anche alla mia prima.
"Prof, possiamo sederci?".
"Sì, ma solo sedervi, niente autoscontro perché sono strutture fragili".
Ovviamente, ottanta secondi dopo l'autoscontro imperversava già, anche se contenuto per ovvi motivi di spazio.
Li ho fatti alzare.
La volta dopo però li ho lasciati un po' di più. Un cautissimo autoscontro non dovrebbe recare troppo danno ai delicati oggetti.
"Prof, ma a che servono le rotelle?".
"Non l'ho mai capito". Forse proprio per farli giocare all'autoscontro?
Oggi ci porto la Terza. Ho aspettato, perché sono più grandi e quindi più forti dei primini.
Anch'io siedo in un angolo. Ho scoperto che riesco a resistere alla tentazione di giocare all'autoscontro anch'io.
Come ci spiega ogni tanto qualcuno, il Covid è anche un viaggio all'interno di noi stessi, e ci permette di scoprire nuove cose di noi che altrimenti non avremmo mai scoperto. E a quanto sembra, io possiedo una grande riserva di forza di volontà.
Per adesso.

domenica 25 ottobre 2020

Under my cover

Per strano che possa sembrare, in casa ho alcune coperte a gatti

 Come mi sembra di aver detto, in questi giorni a scuola oltre ad essere molto, molto umido fa pure un gran freddo, tanto che spesso i ragazzi rumoreggiano e protestano quando apriamo le finestre per cambiare l'aria come previsto da regolamento Covid.
E una bella mattina, entrando in classe, trovo Perceval che mi dice "Prof, oggi ho la coperta a gatti".
Lo guardo, con una sensazione indefinibile di familiarità perché...
"Ehi, ho anch'io quella coperta. Nel senso che in questo momento ce l'ho nel salotto, su una poltrona. E quando sono uscita di casa su quella medesima coperta c'era un bel gatto nero molto acciambellato".
Seguono mirallegri di tutti i tipi. Perceval si drappeggia la coperta addosso con eleganza, annodandola intorno al collo.
"Qualcuno di voi tiri fuori un cellulare e faccia una bella foto, se Perceval è d'accordo. Poi la mettiamo sulla piattaforma".
Perceval naturalmente è d'accordo.
"Se non inquadrate la testa non corriamo nessun rischio sulla privacy" suggerisce l'accorta insegnante di sostegno.
Segue defilé di Perceval, con foto. Mi fanno vedere le foto, approvo.
Arrivano i ragazzi dei pulmini. Tutti festeggiano e ammirano la coperta.
Alla fine la lezione comincia, con Perceval ben ravvolto nella sua elegante coperta a gatti.
Che sfoggia anche durante l'intervallo. Un paio di colleghi guardano interessati.
"Un ragazzo intelligente. Forse dovremmo fare anche noi come lui".
Il giorno dopo, per fortuna, la temperatura si è alzata e di coperte non se ne sono viste più.

mercoledì 21 ottobre 2020

Il primo positivo non si scorda mai (post autocelebrativo sugli Eroici Insegnanti di St. Mary Mead)


Pur nella soverchia confusione degli interminabili lavori tuttora in corso (e uno si domanda: ma come avran fatto con la piramide di Cheope e l'Empire State Building, se qui da sei mesi ci strasciniamo un cappotto antisismico per una scuoletta di paese?), pur nell'eterna attesa di nomine che ancora non arrivano, pure nel gran rifrullo di orari provvisoriamente definitivi e definitivamente provvisori, la piccola scuoletta di St. Mary Mead procedeva la sua perigliosa rotta nel tormentato anno scolastico con qualche modesto tampone il cui risultato era sempre stato negativo.

Finché anche per noi è arrivata la feral notizia che un tampone era positivo.
Naturalmente l'annuncio è arrivato quando tutti eravamo più tranquilli e assorti nelle più domestiche cure, ovvero di Domenica pomeriggio.
Tampone positivo. Alunno positivo. Classe in quarantena. Professori in quarantena.
Siamo una piccola scuoletta, con tre sezioni. 
Siamo poco più di venti insegnanti. Se ci togli gli insegnanti di una classe diventiamo istantaneamente una scuola nei guai.
Se per giunta un paio di ulteriori insegnanti nel fine settimana non han trovato di meglio da fare che ammalarsi per conto proprio (e una di loro si è pure fatta il tampone) diventiamo vieppiù una scuola nei guai.
E poi c'è l'indotto: in questo momento per esempio tra i nostri alunni contiamo ben due figli di insegnanti.
E poi siamo in un paesello: l'untore di turno ha amici e parenti, e giustamente un po' li frequenta. Guarda caso, sia amici che parenti frequentano proprio la stessa scuola. Non molto strano, in effetti. Così abbiamo ben quattro ulteriori alunni in "quarantena cautelativa" in attesa di tampone.
Oltre al fatto che ci continua a mancare un insegnante di inglese per questioni che la mia debole mente si rifiuta di seguire. E le mascherine scarseggiano. E, signora mia, non ci son più le mezze stagioni e infatti fa un freddo invernale e l'autunno deve essere andato in vacanza da qualche altra parte, alla faccia dell'estate di san Martino.
Qualcuno ha quindi passato la Domenica pomeriggio a ricomporre l'orario, ridotto nuovamente a quattro ore dopo ben una settimana in cui eravamo riusciti a fare quello pieno, nonché ad avvisare i colleghi della lieta novella.
Qualcun altro ha passato la Domenica a tormentare il Comune perché riorganizzasse il servizio pullmini.

Strano ma vero, ce l'abbiamo fatta. Lunedì eravamo lì, un po' straniti ma col coltello in mezzo ai denti al grido di "Scuola o morte!". E a mezzogiorno i pullmini c'erano.
E scuola è stata.
Poi è arrivato il tampone negativo dell'insegnante ammalata, e già ci stavamo un po' racconfortando quando i positivi sono diventati due.
Seconda classe in quarantena. E ulteriori insegnanti in quarantena, compresa quella appena dichiarata sana.
"Stavolta ci toccherò chiudere" ha scosso la testa qualcuno.
Ma misteriosamente l'orario è stato ricomposto e in qualche modo funziona - del resto, c'è una classe in meno dove fare sostituzioni.
ogni mattina insegnanti, alunni e custodi varcano i due portoni e le lezioni e le sanificazioni si svolgono regolarmente (e siccome ha smesso di piovere facciamo perfino lezione all'asciutto).

Il primo che mi viene a parlare della tradizionale indisciplina degli italiani lo scuoio vivo.

lunedì 19 ottobre 2020

La rivoluzione cubana - Di cose che non vorresti mai sentire

 

Uno studente ascolta con estremo interesse la lezione della prof. Murasaki

Non so perché molti manuali di storia delle medie si ostinano a raccontarci con gran dovizia di dettagli la parte finale dell'Ottocento nella storia italiana rifilandoci quella che, in sintesi, è una soporifera cronaca di governi e di presidenti del consiglio, che già mi ci annoio io a leggerli e figuriamoci quei poveri ragazzi. E dunque quando si arriva a Depretis, Crispi e quant'altri risolvo il tutto con una carrellata non già di governi, ma di pochi eventi di rilievo narrati per sommi capi.
Mentre ero appunto impegnata in questa opera di mirabile sintesi sui primordi del disastroso colonialismo italiano Perceval alza la mano.
"Prof, ma siamo a pagina 364?"
Confermo che sì, siamo proprio alla pagina 364.
"Perché io ho la rivoluzione cubana".
Edizione diversa? Impaginazione diversa? Se a fine Ottocento a Cuba hanno avuto una rivoluzione, non ne ho mai sentito parlare, e comunque la sera prima mi ero riletta il capitolo per decidere come sfrondarlo in modo indolore e di rivoluzioni cubane non c'era traccia.
"Non sarà che quello che hai in mano è il terzo volume?" azzardo. Infatti, come succede quasi sempre all'inizio della Terza, da un mese stiamo combattendo disperatamente per levarci infine dalle corna il secondo volume del manuale e attaccare infine il terzo con relativo Novecento.
Perceval guarda la copertina "Ah sì, è vero. Devo averlo portato per sbaglio".
"Molto probabile che tu l'abbia portato per sbaglio, tesoro bello, perché non sembra molto probabile che, in un attacco di esibizionismo, il terzo volume del manuale si sia infilato da solo nello zaino" penso, ma taccio pudicamente. Gli altri lo guardano un po' perplessi ma tacciono altrettanto pudicamente: è una classe molto attenta ad evitare attriti interni e dunque niente esortazioni a usare il cervello, domande su cosa si è fumato la mattina a colazione eccetera.
Da notare che prima del colonialismo di fine Ottocento avevo parlato delle rivolte sociali di fine Ottocento, della questione dell'analfabetismo di fine Ottocento e di tante altre cosarelle di fine Ottocento di cui ben difficilmente un manuale di storia di Terza a fine volume si occupa, concentrato com'è su sciocchezze quali la Guerra Fredda, le dittature in Sud America e simili - e ne concludo che con tutta probabilità della prima parte della mia brillante spiegazione Perceval non doveva aver seguito molto.
Ma anch'io taccio pudicamente. Perché anch'io, in quella classe, sto molto attenta ad evitare attriti, visto che che sono sempre così carini e disponibili. 
Anche studiosi, di solito.
(Di solito...)

sabato 17 ottobre 2020

DPCM 13 Ottobre 2020: ma in classe si usano le mascherine?



Com'è abbastanza noto e oggetto di gran commenti ovunque, in questi giorni il numero dei positivi per il coronavirus ha subito un certo qual incremento, al che il solerte governo ha fatto, come del resto era suo dovere, un nuovo DPCM ovvero Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, che contiene misure che si sperano atte a limitare la possibilità dei contagi. 
Tra queste spicca l'obbligo di indossare sempre la mascherina qualora ci si trovi in luoghi chiusi, non adeguatamente areati o in circostanze che impediscano di mantenere opportuno distanziamento.
Di questo DPCM in preparazione si è molto parlato, e ampie indiscrezioni sui suoi contenuti sono state diffuse da giornali e agenzie di informazione.
Per ogni insegnante leggerle e pensare "Ah, dunque gli dobbiamo far tenere in classe fissa la mascherina?" è stato tutt'uno.
Di fatto, prima del DPCM, gli alunni dovevano tenere il malefico e sgradito dispositivo di protezione solo quando si muovevano, mentre quando erano seduti al banco potevano levarla perché (risata omerica in sottofondo) il distanziamento di un metro è garantito
Che poi non sempre è proprio esattissimamente vero ma insomma.

E dopo essersi posto la fatidica domanda ogni insegnante, anche quelli che han preso la laurea e l'abilitazione con la raccolta punti del supermercato, ha concluso che, sì, dovevano: perché una scuola italiana, anche parificata e paritaria e privata, sta su suolo italiano e dunque una legge dello stato italiano la riguarda, anche se il regolamento della scuola non la contempla e non c'è circolare a riguardo - allo stesso modo che di solito le circolari non vietano l'uso di armi da fuoco all'interno della scuola ma non per questo insegnanti e alunni che non han porto d'armi possono circolare col mitra a tracolla al suo interno, esattamente come non possono farlo per la strada o al night club.
Fatta questa considerazione, degna di monsieur de La Pallice, quasi ogni insegnante in cuor suo ha deciso di non tirare la coda al can che dorme ed è andato al lavoro fischiettando con fare casuale e non ha accennato alla questione nemmen di striscio con gli alunni ma ne ha discusso in Sala Insegnanti, dove in linea di massima si è convenuto di aspettare comunque la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, ovvero che il DPCM uscisse dal suo limbo di ipotesi, prima di scodellare nuove regole agli sventurati alunni, anche se qualcuno sosteneva che "prevenire è meglio che curare" e perciò ha affrontato apertamente l'argomento con gli alunni, qualcun altro ha detto invece che "senza circolare non se ne fa di nulla" mentre altri ancora sostenevano che in fondo la circolare era inutile e cosa ci chiedeva la legge si sapeva benissimo, ma era inutile far applicare a forza una legge che ancora non c'era e qualcuno infine metteva in discussione che il concetto di "luogo chiuso" potesse ragionevolmente applicarsi alla scuola di St. Mary Mead, dove al momento acqua e vento entrano liberamente da un tetto che presenta più buchi di uno scolapasta.

Nelle famiglie di St. Mary Mead comunque si deve aver parlato parecchio della spinosa questione, perché in più di una classe gli alunni han cominciato a tenere la mascherina fissa, togliendola solo per mangiare, senza alcuna necessitò per gli insegnanti di affrontare direttamente la questione.
Non tutti gli insegnanti però devono essersi chiusi in un pudico silenzio, e non tutte le famiglie devono aver condiviso appieno in cuor loro le direttive governative e docentesche, perché taluni coordinatori si sono trovati tempestati di chiamate e messaggini vari che criticavano la crudeltà con cui la propria prole era stata sottoposta all'ignobile trattamento di sei ore filate di mascherina "in assenza di una circolare". E se magari l'accorato lamento può avere un senso di per sé (notoriamente le mascherine sono una discreta scocciatura, altrimenti la gente non cercherebbe di sfilarsele con i più improbabili pretesti e ben capisco che per un ragazzo vivace e a sangue caldo possano essere vieppiù scoccianti) il problema della mancanza di circolare mi sembra una gran stupidaggine, stante che la scuola pubblica non è una ambasciata o una nave battente bandiera straniera ma costituisce parte integrante del patrio suolo e le leggi statali al suo interno sono comunque valide, con o senza circolare.
Comunque già il giorno dopo questi incresciosi episodi la circolare della preside Caramell è arrivata. E che circolare! 
Due fitte paginate che riepilogano la normativa sulle mascherine (ovviamente non indicate con il nomen vulgaris, bensì con la ben più solenne definizione di dispositivi di protezione delle vie respiratorie) a partire dagli ormai remoti inizi di Settembre, compresi i casi particolari in cui gli alunni sono esentati dal portarle, cui segue la sobria constatazione di come queste prescrizioni, estese dall'ultimo DPCM a tutti i contesti "al chiuso" pongano la scuola in una situazione di oggettiva difficoltà e una garbata esortazione all'opportunità, da parte di tutti,  di usare equilibrio nell'utilizzo dei dispositivi di protezione eccetera tenendo sempre presente buon senso, necessità e anche esigenze di comunicazione chiara ed efficace, non sempre favorita dall'uso della mascherina - qui misericordiosamente ritornata al suo nome più comune.
Insomma, una perfetta esposizione della buona e cara direttiva del "mah, fate un po' il cazzo che vi pare" spaniandosi nel contempo da eventuali conseguenze perché lei, dopotutto, la normativa ce l'ha ricordata.
Davvero, Ponzio Pilato difficilmente avrebbe saputo far di meglio.

mercoledì 14 ottobre 2020

La nuova, innovativissima didattica DADA - 3 - Ma Cicerone piace a tutti!


Tra i tanti essenziali elementi della Didattica DADA - di cui, pian pianino, per speculum in aenigmate, stiamo cominciando a intravedere qualche dettaglio, c'è la personalizzazione delle aule.
A questo proposito di recente è stato chiesto ai docenti di cercare delle citazioni adatte alle varie materie, e avrebbero dovuto essere trovate nel giro di tre giorni - perché è sempre buona norma secondo la Preside Caramell fare le cose di corsa come se gli Unni siano a un passo dallo sfondare le porte della città, anche quando non c'è fretta alcuna: e infatti la decoratrice che avrebbe dovuto arrivare già due settimane fa, al momento non si è nemmeno intravista.
Abbiamo dunque proposto frasi, di vario genere e ne abbiamo un po' parlato. Poi la Decana della scuola, con un abile colpo di mano sul gruppo di What'sUp ha stabilito che la frase per l'aula di storia sarebbe stata 
(rullo di tamburo)

HISTORIA MAGISTRA VITAE
(Cicerone)

La notizia mi ha lasciato piuttosto perplessa, e corre voce che abbia lasciato abbastanza perplessa anche la Preside.
Così ho preso da parte la Decana e le ho chiesto con soave diplomazia da dove mai avesse cavato una sì orrida pensata, e per giunta pure in latino.
"Sì, certo, in realtà è di Tucidide, ma non mi sembrava il caso di metterla in greco" è stata la risposta.
Ho così appreso non solo che la frase era di Cicerone (cosa di cui ero sempre rimasta beatamente ignara) ma anche che alla base c'era il buon Tucidide, del quale in effetti avevo grande stima ma che, a conti fatti, non avevo mai letto. 
Ma, l'abbia pur detta Tucidide o chiunque altro, ai miei occhi rimane una frase del tutto assurda e mai e poi mai avrei voluta averla in una classe dove lavoravo.
"Ma come ti è venuto in mente di mettere una roba di Cicerone? Cioè, insomma, proprio Cicerone?" ho insistito, facendo vieppiù mostra del tatto impareggiabile che da sempre mi contraddistingue.
"Ma Cicerone piace a tutti!".
E qui sono quasi (quasi) rimasta senza parole.
"Veramente conosco un sacco di classicisti, e mai ne ho sentito uno dire una parola buona su Cicerone. Quanto a me, lo detesto con tutte le mie forze e faccio del mio meglio per ignorare financo il fatto che sia esistito, ma mi rendo conto che è un parere un po' estremista. Però non conosco nessuno, a parte te, che si azzarderebbe a dire che gli piace".
In effetti, che ci sia mai stato qualcuno che ha nutrito un minimo di stima per Cicerone come scrittore è uno dei grandi misteri della mia vita. Ma in questa occasione ho scoperto che nutre tuttora una piccola, e pure agguerrita, schiera di fan.
È seguita una discussione assai colta sulla sintassi di Cicerone, la sua difficoltò di tradurlo (difficoltà di cui, invero, non mi ero mai accorta) e sulle sue caratteristiche stilistico-tecniche, che se non altro ha avuto il pregio di tenerci occupate per un po' con argomenti che non fossero i contagi, i tamponi, il risultato dei tamponi, l'aumento dei positivi eccetera, il che ha recato gran sollievo a entrambe.
Di fatto, è stato un confronto piuttosto civile, anche perché la poverina è rimasta così sbalordita nello scoprire che il suo amato Cicerone era da me tenuto in sì infima considerazione, da ridurre alquanto la sua consueta vis polemica, mentre io faticavo assai a farmi una ragione del fatto che una donna colta, di formazione classica assai avanzata e più che provvista di intelligenza e buon gusto potesse prendere sul serio un tal trombone, tanto da arrivare al punto di volerlo infliggere a dei poveri ragazzini nel pieno dell'età della formazione.

Tuttavia, dopo accorta meditazione e alcuni piccoli eventi ho deciso che non farò alcuna opposizione ad alcuna frase scritta sul muro dalla fantamatica decoratrice qualora costei effettivamente arrivasse e decorasse.
In effetti potremmo anche scriverci, su quelle pareti, Scemo chi legge senza incorrere in alcun discredito nemmeno da parte del più tradizionalista degli osservatori: le pareti van colmandosi di gore di ogni forma e dimensione, e nessuna frase, al momento, sembra destinata a sopravvivere più di qualche ora. Quanto alle decorazioni, Madre Natura sta già provvedendo in tal senso con una ricca fioritura di muffe rosse, rosa, gialline e di altre sfumature cromatiche e tutto ciò ci ha instillato nuove preoccupazioni, qualora non ne avessimo già in numero sufficiente, perché abbiamo alunni e financo insegnanti allergici alle muffe in questione
Tuttavia sono perfettamente consapevole che, se per avventura una qualche frase scritta sulle pareti dovesse sopravvivere alle ripetute inondazioni, di sicuro sarebbe quell'orrendo luogo comune del tutto privo di fondamento (sempre ai miei occhi) che da tanto tempo infelicita l'esistenza di chiunque si ritrovi ad avere a che fare con lo studio della storia. 
Perché Cicerone non piace a tutti, ma a quel che sembra è intramontabile e ha più vite di una colonia di gatti.


Per entrambe le immagini di questo post sono debitrice all'eccellente pagina di Facebook Apostrofare Catilina in senato facendogli sapere che ha rotto il cazzo dove Cicerone non gode di eccessive simpatie.

domenica 11 ottobre 2020

La nuova innovativissima didattica DADA - 2 - Ripassando la tabellina del nove



Una giratempo potrebbe risultare di notevole utilità, per una DADA in spazi ristretti

Nello stato di caos primordiale in cui versa la nostra scuoletta verrebbe da pensare che ogni pensiero relativo alla didattica DADA sia stato accantonato in attesa di tempi migliori.
Errore! L'impavida preside Caramell, dopo aver sostenuto fino all'ultimo che all'inizio dell'anno la DADA partirà, anche se in forma ridotta è poi passata a  la DADA partirà durante l'anno, probabilmente prima di Natale.
Ed eccoci dunque a guardare le planimetrie.
In assenza della Preside, giustamente (perché la Preside, al momento, ci ha Ben Altro da fare, e lo capisco, ma allora perché non si limita a quello? Non mi sembra un momento adatto per mettere nuova carne sul fuoco, ché tra l'altro la pioggia lo sta facendo sfrigolare e la carne non cuoce bene).

Aula di Matematica, aula di Tecnologia, due aule di Italiano, aula di Storia e Geografia...
Come mi sono vantata più volte anche in questo blog, io non sono di quelli che han scelto Lettere perché Matematica non gli riusciva. Io a Matematica ero brava, e avevo la media del sette.
A me i numeri non hanno mai fatto paura. E ho avuto dei bravi insegnanti, che mi hanno insegnato a contare fino a cento. Addirittura, conosco la tabellina del nove.
"Scusatenoi abbiamo nove classi, e ognuna di queste classi fa quattro ore di Storia e Geografia. Quattro per nove fa trentasei, ma noi abbiamo un tempo scuola di trenta ore".
Il problema non è nuovo: già a Febbraio ci avevano spiegato che le aule di Lettere sarebbero state condivise da due insegnanti: e già a Febbraio avevo osservato che ogni insegnante di Lettere aveva un orario di diciotto ore, che moltiplicato per due faceva trentasei - e noi avevamo un tempo scuola di trenta ore.
L'obiezione era stata accolta con interesse, ma qualcuno aveva detto "Ma no, ci hanno assicurato che ogni insegnante di Lettere avrò la sua aula".
A occhio mi sembrava improbabile, visto che le aule a disposizione erano dieci e che non esiste solo Lettere, alla scuola media, ma me ne ero stata zitta perché gestire gli spazi non era un compito che spettava a me - e ne ero ben lieta, perché non mi sembrava che ci fosse modo di venirne a capo.
"Possiamo togliere l'aula di Religione" suggerisce qualcuno "Dopotutto, perché dovrebbe avere una stanza tutta per lui?".
Di nuovo, mi sono chiusa in un dignitoso silenzio. Per quanto mi riguarda non sono esattamente una fan dell'Insegnamento della Religione Cattolica, ma le leggi dello Stato lo prevedono e in un paese chiesino come St. Mary Mead, dove i quattro quinti degli alunni si avvalgono dell'Insegnamento in questione, non credo sia fattibile spostarlo in un sottoscala (e nemmeno legale, a dirla tutta).

Alla riunione successiva l'aula di Arte risulta abolita. Del resto Arte aveva detto sin dall'inizio che non le serviva, perché il laboratorio era grande e spazioso, ma la Preside aveva insistito perché la voleva a tutti i costi.
Tecnologia ha deciso di far sua l'aula di cibernetica (dove andava quasi solo lei, e del resto che cosa ci andrebbe a fare nell'aula di cibernetica un insegnante di Lettere?).
È stato anche deciso di fare una stanza comune per Storia e Religione. L'accoppiata ai miei occhi ha un suo perché, visto che a Storia capita spesso di impicciarsi di religione, soprattutto cristiana, senza contare che diciotto più nove fa ventisette, che è pur sempre possibile infilare in un tempo scuola di trenta ore - anche se non so a prezzo di quale orripilante orario.
Però, davvero, qualcuno dovrebbe regalare una tavola pitagorica alla Preside.

Il meglio però deve ancora venire: perché le aule andranno personalizzate...

giovedì 8 ottobre 2020

School On The Water


Le scuole felici si assomigliano tutte, ma ogni scuola infelice lo è a modo suo.
Alle medie di St. Mary Mead è stato deciso di approfittare della forzata pausa di questa primavera per avviare i necessari lavori di ristrutturazione, che era stato giurato alla Preside Caramell sarebbero stati finiti entro l'inizio dell'anno scolastico.
Non è stato così, naturalmente. E quando mai si è dato il caso che dei lavori siano stati terminati nel tempo stabilito?
Inutile lamentarci: ce lo aspettavamo tutti, e la nostra anima si è rivelata assai profetica.
Al momento dunque, oltre ai vari impacci dati dalle mascherine che non arrivavano, dalle entrate e uscite e intervalli scaglionati, dai patemi innescati da ogni singolo alunno che lamenti un qualsivoglia malessere, fosse pure esistenziale, dal registro elettronico che quest'anno serviva come il pane ma tanto per cambiare è arrivato solo adesso, e la nuova versione funziona male e alla segreteria han sbagliato un sacco di cose eccetera, abbiamo anche la palestra inagibile, l'unico cortile ingombro di impalcature, immani quantità di roba fuori posto per ogni dove, operai ovunque, calcina e detriti appena metti il naso fuori dall'edificio e un gran trapanare che non è di grande aiuto mentre le lezioni sono in corso.

In più abbiamo anche l'acqua corrente.
No, non solo nei bagni. Ovunque, quando piove. E se è pur vero che in Ottobre può capitare che piova, va pur riconosciuto che quest'anno piove molto più del solito.
L'acqua entra dal tetto in riparazione. L'acqua entra dalle nostre ineffabili finestre di cui giù tanto bene ho detto a suo tempo. Corridoi allagati, buona parte delle aule del piano superiore allagate, acqua per ogni dove.
Custodi e muratori che spazzano via l'acqua.
Insegnanti che meditano l'acquisto di un paio di calosce.
Muratori che passano sulle impalcature cantando mentre l'insegnante cerca di spiegare.
Studenti che, ovviamente, salutano i muratori. Vabbé, mi sembra il minimo.
Ampie gore che van disegnandosi su soffitti e pareti.

Questo non è un anno scolastico, è una prova di carattere.