Il mio blog preferito

venerdì 12 aprile 2019

Salvate Radio Radicale!


Come ho raccontato, i Radicali hanno fatto parte della mia vita fin dalla prima adolescenza.  Con loro, molto presto, arrivò anche una novità attraverso l'etere: Radio Radicale.
Nata verso la fine del 1975, con l'arrivo delle cosiddette "radio libere" (quelle fatte nel tinello di casa col minestrone che bolliva nella cucina lì vicino) per qualche tempo fu un fenomeno locale limitato alla zona di Roma, ma col tempo, non ricordo come e quando, si diffuse per tutta l'Italia. Nella mia zona all'inizio era schiacciata nell'ultimissima parte delle modulazioni di frequenza, poi si assestò verso il centro ma prenderla non è stato mai semplicissimo. Con l'arrivo dell'informatica però le cose si semplificarono e in rete è diventata una specie di radio on domand dove ognuno può scaricare in podcast quel che più gli interessa della sua programmazione per ascoltarselo quando gli fa comodo (nel mio caso soprattutto quando stiro, cucino o riordino qualcosa, anche se la rassegna stampa del mio amatissimo Massimo Bordin in diretta la mattina mentre prendo il caffé ha un suo fascino tutto particolare).
Per molti anni mi sono domandata se permetterci di ascoltare in diretta le sedute del parlamento valeva tutte le complicazioni che richiedeva a noi per trovare la sintonia  e a Pannella per trovare i finanziamenti. In effetti non ha esattamente l'impostazione di una radio da teen-agers e l'unico supporto musicale che a brevi tratti inframezzava le varie trasmissioni era costituito solo e soltanto da brani tratti da una bella edizione del Requiem di Mozart (quella diretta da von Karajan, pare) e qualche brano da qualche altro requiem parimenti blasonato. C'era poi qualche rubrica e una valanga di dirette: dal parlamento, dai processi, dai congressi dei più vari partiti, conferenze di argomento altamente istituzionale e naturalmente un po' di notizie sulle varie campagne radicali, poche per volta ma assai insistite.
Era una radio da adulti, e per uno specifico tipo di adulti. Mi ci affezionai un po' per volta, nel corso dei decenni, soprattutto quando succedeva qualcosa sul piano istituzionale che mi interessava particolarmente: elezioni del Presidente della Repubblica, sedute parlamentari su determinati argomenti, congressi di partiti... i congressi dei partiti, soprattutto, mi piacevano molto: sentire un discorso politico completo, dall'inizio alla fine, mi interessava molto di più che leggere le frasette staccate dell'intervento con tanto di code e commenti dei giornalisti o vedere i piccoli assaggi che trasmettevano in televisione. Del resto, si sa che ognuno ha le sue perversioni e avevo imparato a concentrare i lavori di casa più monotoni in coincidenza con gli eventi che più mi interessavano.
Negli ultimi anni, cioè da quando sono diventata per gli strani casi della sorte una docente di Geografia, ho imparato a sfruttare le rubriche di approfondimento di politica e soprattutto di economia estera - anche perché la normale informazione, quella della RAI, per intendersi, alla politica estera dedica sempre meno attenzione - non dovessimo perderci dietro a scemate come la via della seta e perderci l'ultimo tweet dei viceministri o l'ultima proposta di legge sulla castrazione chimica, per carità.
Dopo molti anni di vita travagliata per mancanza di fondi Radio Radicale si assestò grazie a una convenzione con lo stato che garantiva regolari finanziamenti e cominciò ad avere un palinsesto piuttosto vario - ma sempre molto politico, per carità: volendo c'era anche un sacco di gossip, ma era sempre gossip molto ben documentato e la trasmissione dell'evento integrale e senza mediazioni né filtri permetteva all'ascoltatore di farsi opinioni in proprio sulle questioni più strane e sui partiti all'apparenza più insignificanti. Le fonti integrali in diretta, non manipolate: immagino che il problema al momento sia tutto lì, per l'attuale governo, formato da due partiti che hanno sempre praticato una notevole manipolazione delle informazioni a tutti i livelli manipolando, distorcendo o semplicemente inventando le notizie.
Sta di fatto che con l'ultima legge finanziaria hanno stabilito di dimezzare i finanziamenti a Radio Radicale in nome di una più sana gestione dell'economia statale che riducesse gli sprechi ma senza cambiare la quantità di programmazione, togliendosi di torno una buona volta quei rompiscatole che insistevano a trasmettere tutto il congresso, tutto il dibattito, tutto il processo eccetera eccetera - insomma, di farla chiudere per fame.
Potranno i Radicali cadere senza combattere? Certamente no. Il problema è che per combattere non hanno molta forza sui tempi brevi perché di fatto stanno sull'anima a tutte le forze politiche esistenti al momento, tranne la piccola PiùEuropa. 
Hanno diffuso appelli, si capisce, e lanciato una raccolta di firme, che sta pure andando benino; ma sappiamo tutti benissimo che il potere delle raccolte firme è, come dire, piuttosto limitato. Una sommossa popolare avrebbe probabilmente miglior esito, ma una sommossa popolare in nome di Radio Radicale sembra eventualità abbastanza improbabile perfino al mio incrollabile ottimismo. In fondo l'approccio diretto con la fonte è un tema che interessa solo i cosiddetti radical chic da salotto, quelli che nell'immaginario popolare collettivo vivono nei loro ricchi attici in piazza Navona e nulla sanno dei veri problemi della ggente.
Radio Radicale chiuderà alla fine di Maggio, lasciandomi nelle ambasce e nelle angosce e senza più informazioni attendibili cui attingere. Oh sì, quando si forma un vuoto si trova sempre chi lo riempie e non ho nessun dubbio che intorno a noi pioveranno informazioni alterate a vari livelli - con scarsa verosimiglianza se indirizzate ai terrapiattisti, più curate quando il pubblico da convincere è più addentro al viver del mondo ma comunque tutte accentrate sull'Italia perché il resto del mondo fuori dall'Italia, notoriamente, non esiste e se esiste è fatto solo da persone molto cattive ed egoiste, che vogliono soltanto invaderci o ridurci alla fame. Insomma resterò sola e disarmata, senza più anticorpi e col mio solo buonsenso a proteggermi contro le voci false e tendenziose - che è come spedire un nudista armato di fionda e pallini di carta ad affrontare un drago.
Certo, almeno per la politica estera potrei sempre rivolgermi con fiducia agli articoli dell'Avvenire, che notoriamente ha una sezione curatissima sull'argomento. C'è purtroppo il piccolo dettaglio che anche l'Avvenire è a rischio di chiusura per colpa dei tagli previsti per l'anno prossimo verso l'informazione indipendente. Certo, la Chiesa cattolica e apostolica romana ha risorse più vaste  cui attingere e potrà forse ignorare la stretta economica che l'attuale governo cercherà di imporgli. Forse. Vedremo.
Io però, lo confesso, preferivo Radio Radicale che era gratis all'Avvenire che, giustamente, dovrei pagare.

venerdì 5 aprile 2019

Tokyo Express - Matsumoto Seicho





















Nonostante le apparenze si tratta dello stesso libro in due diverse edizioni. 
Naturalmente l'edizione Adelphi è filologicamente corretta e completa in ogni sua parte, mentre l'edizione del Giallo Mondadori è stata sforbiciata qua e là, sì come usavano fare nella redazione del Giallo Mondadori dove avevano deciso che un buon giallo doveva avere un dato numero di pagine e parole e non di più.
In Giappone è stato pubblicato nel 1958, in Italia arrivò nel 1971 grazie appunto a Mondadori e piacque assai, tanto che molti appassionati di gialli se lo ricordano ancora e nel 2018 si sono quindi precipitati a comprare la nuova edizione di Adelphi. 
L'autore è molto famoso (in Giappone naturalmente, ma anche altrove) ed è stato soprannominato il Simenon giapponese - non so se anche per merito di questo libro, che non mi sembra abbia molto a che fare con Simenon, ma ammetto che l'ultimo libro di Simenon l'ho letto intorno ai quindici anni e quindi potrei non aver colto la somiglianza nell'atmosfera. Mi ha ricordato invece moltissimo le Cinque piste false di Dorothy Sayers per l'immane quantità di orari di treni che rovescia sul povero lettore lasciandolo completamente stordito. Matsumoto mostra maggior riguardo verso chi lo legge, che in effetti potrebbe seguire le vicende dei sospettati con una certa facilità... se soltanto tutti quei nomi di località giapponesi si sgranassero facilmente davanti ai suoi occhi su una mappa mentale del Giappone; ma noi poverelli quando abbiamo imparato a collocare Tokyo, Osaka, Nagasaki, Hiroshima e Sapporo ci sentiamo dei veri draghi in geografia giapponese e ci pare di aver fatto chissà quale prodigio, e qui ci vuole ben altro. 
Adelphi in effetti ci ha provato, a corredare il libro con una cartina con i nomi di località citati, ma mancano le indicazioni delle linee ferroviarie e soprattutto per il lettore italiano, con poche e rare eccezioni, sono e restano  nomi appiccicati lì e difficili da collocare per chi non conosce il Giappone.

Il racconto parte dal ritrovamento di due corpi su una spiaggia: un uomo e una donna, piuttosto giovani, distesi l'uno accanto all'altro. Nulla di cruento, niente segni di lotta, solo i sintomi di avvelenamento da cianuro. I due vengono identificati senza problemi e non sono sposati. La polizia ne conclude che si tratta di un suicidio d'amore, una categoria di suicidi relativamente comune in Giappone e quasi codificata in certe circostanze. Lui lavorava al ministero X, dove stava montando uno scandalo legato a... tangenti e appalti? L'autore resta squisitamente sul vago, e questo l'ho trovato molto gentile da parte sua. Del resto, essendo nata e vissuta in Italia, di queste vicende ne so abbastanza per sapere che si somigliano tutte e che di solito i funzionari di grado più alto, che  sono anche i principali colpevoli, non soltanto non pagano di persona ma riescono a rovesciare tutte le colpe su funzionari di grado più basso. Così succede anche in Giappone, con la non lieve differenza che in più di un caso i leali funzionari di grado più basso tendono a suicidarsi pur di evitare di incriminare i loro amati superiori, coinvolgendo talvolta nel suicidio anche la loro amante che non vuol più vivere senza il suo amato (e questo, ammettiamolo, in Italia è decisamente più raro nonostante la tanto decantata passionalità dei nostri amori). La polizia sa che nel Ministero X l'inchiesta sta andando avanti a grandi passi e che presto il morto ritrovato sulla spiaggia sarebbe stato imputato - e, nonostante ancora nessun procedimento penale fosse stato avviato, evidentemente lo sapeva anche il funzionario.
Sembra quindi che non ci sia alcun mistero da chiarire e l'inchiesta sarebbe ben presto archiviata se il bigio e dimesso ispettore di lungo corso Torigai Jutaro non venisse insospettito da un paio di dettagli che gli suonano strani.
Nonostante il supplemento di indagini che Jutaro avvia, in accordo con i suoi superiori, non salta fuori niente di sospetto e l'ispettore di lungo corso si darebbe per vinto se da Tokyo non arrivasse un giovane ispettore rampante, tal Mihara Kiichi, pronto ad accogliere tutti i suoi dubbi e le sue perplessità e a proseguire le indagini. L'inchiesta perciò va avanti, snodandosi lentamente, costellata dallo scambio di lunghe lettere alquanto formali e molto cerimoniose dove i due poliziotti si scambiano impressioni e suggerimenti fino al completo chiarimento della vicenda, che arriva diversi mesi dopo e lascia il lettore più che sorpreso.
Se infatti si comprende abbastanza presto chi sia il colpevole, vista l'encomiabile pazienza e cura con cui per decine e decine di pagine il poliziotto giovane e quello anziano si dedicano a smontare l'alibi di una persona che non era lì, non poteva essere lì e d'altronde non aveva assolutamente alcun motivo per essere lì, ricostruire le modalità del delitto (perché infine un delitto c'è stato) e soprattutto le motivazioni è decisamente complicato.Niente infatti è come sembra, e non soltanto perché il presunto suicidio non è esattamente un suicidio, ma perché a lungo si lavora sulle persone sbagliate attribuendo loro ciò che non hanno fatto anche se all'apparenza tutto sta a indicare che l'hanno fatto.
Quando infine l'investigatore più giovane chiarisce ogni singolo dettaglio in una lunga lettera inviata all'ispettore anziano, la disposizione che le carte avevano mantenuto imperterrite per tutta la durata del romanzo si capovolge improvvisamente e il lettore scopre di essere stato ingannato per tutto il tempo da svariati errori di prospettiva, oltre che da qualche pregiudizio.
Abbiamo dunque una bella soluzione a sorpresa, una serie di colpi di scena che si sgranano solo nelle ultime pagine e, come dicevo all'inizio, un grandissimo squadernarsi di treni e traghetti e perfino aerei che, con grande sorpresa del lettore italiano, arrivano sempre sempre sempre in orario, spaccando il minuto e a volte perfino il secondo. La geniale trama è resa possibile solo dal perfetto funzionamento dei mezzi di trasporto giapponesi, che lascia il lettore ammirato quanto invidioso, ma certo non fornirà mai ad alcun assassino qui residente lo spunto per organizzare un qualche delitto quaggiù, dove i treni e tutto il resto (particolarmente gli autobus) non solo arrivano spesso e volentieri in ritardo, ma facilmente sono in buon ritardo già alla partenza, se pure non vengono soppressi prima ancora della partenza, e dove ogni pendolare ha una bella collana di racconti uno più surreale dell'altro cui attingere per ingannare l'attesa con i compagni di sventura - e forse sì, questi pendolari in cuor loro meditano omicidi a raffica, ma non si fiderebbero mai a organizzarne nemmeno mezzo basandosi su un orario dei mezzi di trasporto.

Si tratta insomma di un buon giallo di impianto classico, che lancia molti segnali al lettore ma lo convince con abilità a guardarli dalla parte sbagliata; ma è anche, credo, un noir: la soluzione infatti è molto cupa e questa cupezza invade il lettore un po' per volta, sin da quando il meccanismo è ancora completamente nascosto e non solo niente lascia immaginare la crudeltà del delitto, ma nemmeno che un delitto in effetti ci sia.
Consigliato nei giorni di pioggia o di nebbia, quando si hanno a disposizione molte ore di lettura, è perfetto anche per i pendolari delle linee più a rischio, quelle dove spesso i treni vengono soppressi (con tecniche indolori, mi auguro) e gli aerei accumulano ore di ritardo. Se lo leggete alla fermata dei tram, invece, fate attenzione a posizionare la borsa in modo sicuro per evitare che qualcuno approfitti della vostra distrazione quando sarete molto immersi nella lettura.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro felici ore di letture a tutti, profittando di questo ultimo scorcio di inverno: presto tornerà per tutti il tempo delle passeggiate nel verde e delle gite in bicicletta tra gli alberi in fiore.

lunedì 1 aprile 2019

Aggiornamenti del 1 Aprile (no, non è un pesce)


Scrivo questo post all'unico scopo di non far preoccupare qualcuno dei lettori che, nonostante i vuoti e le lunghe pause, continua con immutata gentilezza a seguire le mie vicende.
No, non c'è stata nessuna ricaduta. No, la mia interiorità va rinsaldandosi di giorno in giorno, le mie condizioni migliorano e le forze ritornano. Mi sento infine disponibile ad un certo ottimismo e comincio ad ammettere in cuor mio che forse la tempesta stavolta è passata davvero. Quello che seguirà è un breve bollettino medico e  contiene dolo buone notizie, anche se devo ammettere che mi aspettavo una ripresa più veloce; devo però ammettere, in accordo con i medici che mi rampognano garbatamente dicendo che anzi la mia ripresa è ottima e velocissima, che insomma le cose procedono piuttosto bene.
Ho ripreso a curare la casa: l'immane confusione che regnava sovrana sta pian piano lasciando posto a una certa pulizia generale, le pile di carte abbandonate qua e là alla rinfusa si van riducendo di volume e di altezza, i tavoli cominciano a mostrare piccoli spazi liberi, i pavimenti hanno assunto un aspetto abbastanza decoroso, la cucina, per quanto frequentata e vissuta, ha ripreso un aspetto frequentabile e i suoi scaffali sono ben riempiti.
Non mangio ancora di tutto ma la scelta degli alimenti si è assai allargata e ho ripreso a mangiare regolarmente frutta, verdura e legumi, nonché la mia amata pasta integrale; e tanto mi racconforta il poter finalmente mangiare senza conseguenze insalate crude, mele con la buccia e arance non spremute (altra frutta fresca per il momento scarseggia, ma a Maggio conto di rifarmi anche su quel fronte, quando i nuovi raccolti me lo consentiranno) nonché zuppe di lenticchie e fagioli all'uccelletto che ho anzi avviato una Quaresima vegetariana, ovvero frutti della terra arricchiti con uova, pesce e latticini vari. Siccome sono convalescente da lunga e cruda malattia potrei quando voglio prendere tutta la carne che voglio, ma in effetti la carne non mi interessa granché e anche gli insaccati al momento non mi attirano molto - così ho rimandato l'incontro con salame, salsicce e soprassata a dopo Pasqua.
Ho mangiato la mia prima cena cinese dalla notte dei tempi e ho in programma un ristorante giapponese a tempi brevi. 
Ho comprato un  nuovo ferro da stiro e sto pian piano venendo a capo di una pila piuttosto imponente di biancheria varia. Salgo le scale senza troppi problemi e sono perfino in grado di salire su una corriera. Preparo gustosi spuntini per gli amici che vengono a trovarmi e ho risistemato il termostato di casa. Cammino, anche: dopo qualche uscita incerta dove esitavo anche per salire e scendere su un marciapiede, adesso ho sviluppato una autonomia di circa tre chilometri. Da acciughina scarna sono passata a sardella di media taglia e conto di farmi promuovere a sgombro nel giro delle prossime settimane.
Siccome esco spesso, anche se per tempi brevi, passo molto meno tempo davanti al computer. La capacità di concentrarmi in compenso sembra diminuita:  probabilmente ho passato troppo tempo quest'inverno a scrivere e leggere e adesso il mio organismo si è stufato e brama attività diverse - oppure tutte le energie sono concentrate sulla ripresa fisica.
A scuola tornerò soltanto a Maggio: pare che orde di virus gastrointestinali e influenzali siano acquattati ovunque e aspettino solo di far scempio delle mie ancora molto tenui difese immunitarie. Mi sono arresa di buon grado alla sorte, perché tornare a Maggio vuol dire non rientrare in classe ma restare a disposizione - e dal momento che praticamente in nessuna delle classi che la prudente Preside mi aveva assegnato mi conoscono, mi sembra molto meglio per i ragazzi se finiscono l'anno col supplente, che mi è parsa persona assai sennata e capace e con cui scolari e colleghi sembra si siano trovati benissimo.
Niente rientro in classe il 1 Aprile, dunque, anche se quest'anno avevo anche gli orecchini a forma di pesce e quindi avrei potuto fare ottima figura.
Così ai pesci mi limito a dedicare una canzone, cantata dai delfini:



So long, and thanks for all the fish!

venerdì 22 marzo 2019

Mansfield Park - Jane Austen

Può darsi che a suo tempo Mansfield Park sia stato pubblicato in Italia nella vecchia BUR grigia (sì, quella che dopo sessanta o settant'anni ormai si sfalda quando la riprendi in mano, e peccato perché erano sempre edizioni integrali e con ottime traduzioni). Sta di fatto che quando ero una giovinetta implume in libreria non si trovava e solo nel 1983 Garzanti la propose (o ri-propose, forse) nella collana dei classici. Naturalmente mi ci precipitai sopra come un falco affamato si precipita sulla preda e lo spolpai in pochi giorni rimanendone assolutamente soddisfatta. Ma sono una delle poche.
Tra i sei romanzi di Jane Austen infatti è il meno amato, e lo fu anche ai tempi della sua prima pubblicazione - con una certa delusione da parte di Jane, sospetto., che ci aveva dedicato parecchio lavoro visto che dei sei è il suo romanzo più lungo.
Aggiungo che la rilettura più recente l'ho fatta un paio di mesi fa durante la mia ultima degenza ospedaliera, scaricandolo aggratisse dalla rete, dove si trova molto facilmente. L'edizione che mi capitò fra le mani aveva la traduzione di Giuseppe Ierolli e conteneva anche una ricca appendice dove erano raccolti diversi interessanti documenti e soprattutto l traduzione integrale di Giuramenti di innamorati, la commedia che nel corso del romanzo i personaggi cercano di allestire e che l'autrice non riassume, dandola assolutamente per conosciuta da tutti i suoi lettori; al giorno d'oggi, ahimé, Giuramenti di innamorati è stata  completamente dimenticata, almeno in Italia (se pure è mai stata conosciuta due secoli fa) e potersela legge aiuta a capire un bel po' di allusioni e di commenti fatti appunto nel corso dell'allestimento dello spettacolo. Insomma, consiglio vivamente di cercare quell'edizione perché è un bell'aiuto per il lettore e mi scuso vivamente per non sapervi indicare da dove l'ho scaricata (in modo del tutto legale e alla luce del sole, garantisco): quelle sono state per me settimane un po' confuse e insomma mi sono completamente dimenticata di dove l'ho presa.

Come mai Mansfield Park è meno popolare degli altri romanzi?
Non sono la persona più adatta a rispondere, visto che a me è piaciuto moltissimo, tanto che è il mio preferito subito dopo Orgoglio e pregiudizio; posso solo azzardare delle ipotesi.
E' il romanzo meno divertente tra i sei, tanto per cominciare. Veramente non ci si fanno poi queste gran risate nemmeno con l'ultimo, Persuasione, che però vanta foltissime schiere di apprezzatori. Comunque in Mansfield Park quasi tutti i protagonisti passano il loro tempo soffrendo come cani, soprattutto per questioni di amore non corrisposto e per gelosia - e sempre con l'obbligo sociale di mantenere una facciata serena e brillante. 
La protagonista, Fanny, risulta abbastanza antipatica (non a me, sia chiaro): molti la trovano troppo perbenino e ha il grande inconveniente di non sbagliare un colpo, mai. Fanny ragiona senza orgoglio e senza pregiudizio, ha un suo codice morale molto rigoroso e una sensibilità quasi esasperata, non prende mai in giro nessuno e piange parecchio, anche se di solito senza farsi vedere. E' anche abituata a vedersi scavalcare da tutti, e quindi non pesta mai i piedi per difendere i suoi diritti anche quando avrebbe ottime ragioni per farlo.
Altrettanto ingrato risulta il suo prediletto, Edmund, anche lui un po' troppo perfettino e perbenino. E anche lui mi piace moltissimo, quindi fatico a simpatizzare con chi non lo apprezza. 
D'accordo, né lui né Fanny hanno uno spiccato senso dell'umorismo - ma in fin dei conti non lo aveva nemmeno Fitzwilliam Darcy, che vanta invece schiere numerosissime di fan.
Va detto poi che non c'è una scena d'amore che sia una - si svolgono tutte dietro le quinte - e questo può effettivamente dispiacere in un romanzo dove si parla quasi esclusivamente d'amore. C'è un certo fondo di moralismo e una grande abbondanza di buoni sentimenti, ma a ben guardare c'è in tutti i romanzi di Jane Austen, solo che negli altri le circostanze di solito sono più gentili per tutti, mentre Mansfield Park è sfiorato più di una volta dall'ala della tragedia e ha un lieto fine solo per alcuni dei personaggi. 
Ci sono poi i due fratelli Crawford, brillanti vivaci e spiritosi, che ho sempre trovato di una antipatia mortale (soprattutto Henry) ma che alla media dei lettori risultano molto più simpatici dei due perfettini perbenisti.  Entrambi comunque hanno una singolare capacità di di complicarsi la vita con le loro mani e l'autrice rifiuta costantemente di soccorrerli quando sono nelle ambasce - ma in effetti proprio non so perché dovrebbe: di fatto i Cawford non si mettono nei pasticci per ingenuità o imprudenza, ma perché se ne fregano di tutto e di tutti tranne che di sé stessi, e in effetti non sono il tipo di persone che sono più portata ad apprezzare.

E' un romanzo di gente ricca, ma è anche il romanzo, tra i sei, che mette più apertamente in rilievo i problemi che si possono avere quando si fa parte della gentry ma non si hanno adeguati soldi.
Ho scritto che leggendolo non ci si fanno poi queste gran risate. In realtà non è vero, e contiene alcune delle più acuminate frasi uscite dalla penna dell'autrice, a partire dall'inizio quando spiega che "di certo al mondo non ci sono abbastanza uomini ricchi per tutte le donne graziose che se li meriterebbero" - e il problema di partenza è proprio questo: Maria Ward, donna di notevole bellezza ma con un modesto patrimonio personale di 7000 sterline, ha avuto la fortuna di conquistare Sir Thomas Bertram di Mansfield Park, diventando così Lady Bertram; a suo tempo tutti convennero che per avere il diritto di aspettarsi una fortuna del genere le mancavano almeno 3000 sterline, ma anche sull'evidente fatto che un matrimonio così ricco era un colpo di fortuna anche per le due sorelle minori di Lady Bertram che quindi avrebbero facilmente stretto matrimoni altrettanto vantaggiosi. E invece non va così, appunto perché ci sono più ragazze graziose che gentiluomini ricchi pronti a sposarle, e così le due sorelle minori dovettero contentarsi: la maggiore delle due sposò un sacerdote che non aveva nulla di suo (ma Sir Thomas provvide a fornirlo di adeguato beneficio ecclesiastico) mentre la minore, Frances, sposò contro il volere della famiglia un luogotenente di marina senza soldi né conoscenze e senza nemmeno un buon carattere a raccomandarlo. In compenso il luogotenente di marina si mostrò assai fertile sin dai primi anni, col risultato che gli sposi più squattrinati si ritrovano con una bella nidiata. Sir Thomas decide di aiutarli e, tra le altre cose, prende in casa una delle bambine: Fanny, la Cenerentola di turno - che non viene maltrattata e messa a fare le pulizie di casa o roba del genere, ma che comunque si ritrova sempre in seconda linea rispetto ai quattro figli di Mansfield Park occupando un ruolo che è più quello di una dama di compagnia per Lady Bertram che quello di una figlia adottiva. Tenera, sensibile e molto, molto paziente, la piccola Cenerentola si innamora ben presto di Edmund, il fratello minore, ma ha molta cura di nascondere la cosa - per molto tempo perfino a sé stessa.
Quando Fanny raggiunge l'età giusta per essere presentata in società e Edmund, destinato agli ordini eccclesiastici, sta per essere ordinato sacerdote, a un passo da Mansfield Park piombano i due fratelli Crawford, pieni di fascino e di soldi; e siccome i quattro giovani Bertram sono molto belli e tutt'altro che poveri, inizia una lunga serie di corteggiamenti intrecciati complicati dal fatto che la maggiore delle sorelle Bertram, Maria, è già fidanzata con un ricchissimo e ottimo partito che non ha nulla per raccomandarlo quanto a fascino e simpatia ma di cui le piacciono molto la posizione sociale e i vasti possedimenti. Aggiungiamo che il giovane Crawford ama moltissimo farsi corteggiare e che la giovane Crawford è molto attratta da Edmund ma non sopporta l'idea di legarsi a un ecclesiastico e che Sir Thomas, padre nobile ai limiti dell'insopportabile, passa una buona metà del romanzo all'altro capo del pianeta a badare alle sue proprietà e otterremo una miscela esplosiva in cui all'improvviso si ritrova coinvolta perfino Fanny, quando Crowford il Farfallone decide che la piccola di casa è troppo indifferente al suo fascino e che quindi è indispensabile che anche lei ceda al suo fascino come già hanno fatto le due sorelle Bertram. Naturalmente il tutto finirà in un mezzo disastro - beh, per qualcuno a dire il vero finisce in un disastro completo e senza remissione, e il Qualcuno in questione alla fine può incolpare solo sé stesso... e la sciagurata scelta di farsi trascinare dai sentimenti che fino a quel momento aveva tenuto assai a bada per un sacco di motivi uno più opportunistico dell'altro.
Insomma, i buoni alla fine del romanzo ottengono adeguata ricompensa della loro bontà,  mentre i meno buoni finiscono in castigo - qualcuno anche a tempo indeterminato, ma il tutto è così ben motivato e ben condotto che per conto mio ogni volta resto assolutamente ammirata per l'abilità e il realismo con cui l'autrice ha gestito una trama tutt'altro che semplice, anche se un po' resto dispiaciuta per come chi si sia messo nei pasticci si ritrovi poi costretto a restarci.

Due postille prima di concludere.
La prima riguarda Mrs. Norris, la zia cattiva che opprime costantemente Fanny sotto il peso di una serie di angherie non troppo crudeli (ma solo perché Edmund e Sir Thomas non lo permetterebbero mai!) ma, garantisco, comunque davvero spiacevoli e offensive quanto inutili: di lei non sapremo mai il nome, è sempre e soltanto Mrs. Norris. Quasi due secoli dopo J.K. Rowling chiamò proprio Mrs. Norris la perfida gatta dell'irascibile custode Argus Gazza. I lettori italiani però se ne accorsero solo se e quando presero in mano il testo in inglese, perché i traduttori ignorarono completamente il riferimento letterario e chiamarono la spettrale gatta "Mrs. Purr".
La seconda postilla riguarda il bel saggio che Nabokov dedica a Mansfield Park nelle sue Lezioni di letteratura, dove tra l'altro si parla molto sia della tentata rappresentazione di Giuramenti di innamorati sia, soprattutto, del bellissimo gioco di anticipazioni e rappresentazioni più o meno simboliche degli sviluppi futuri della vicenda che sono una delle cifre più caratteristiche di Jane Austen - e di cui questo romanzo è particolarmente ricco (peraltro, prima di leggere Nabokov, non ci avevo mai fatto caso se non a livello inconscio).

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e mi riprometto solennemente di essere molto più regolare nella mia partecipazione, d'ora in poi. Possa la primavera regalarvi piacevolissime ore di lettura mentre guardate dalla finestra gli alberi in fiore - in attesa che si alzi un po' la temperatura e che sotto gli alberi in fiore possiate andare a leggere godendovi il profumo e il tepore della bella stagione.

venerdì 8 marzo 2019

8 Marzo - Festa della donna

Nell'età dell'oro della mia radiosa giovinezza, ovvero quei favolosi tardi anni 70 in cui una serie di leggi e riforme sembrava garantire alle fanciulle in fiore un avvenire aperto a ogni avventura e scevro di ogni discriminazione, l'8 Marzo era una festa rigorosamente al femminile dove la mimosa era un regalo da scambiarsi tra donne e, in  caso, da portare alle professoresse; soprattutto era un giorno speciale in cui si poteva ribadire l'importanza di essere donne (cosa di cui eravamo tutte molto fiere, anche se in effetti il merito di sì felice genere era da ascriversi esclusivamente ai nostri padri). O almeno, nel mio giro, nella mia classe e nel mio liceo la vivevamo così.
Con gli anni la mimosa è diventata qualcosa che ci regalavano gli uomini (presidi, capufficio e innamorati) e la cosa mi piaceva molto meno, ma ho sempre ringraziato con bel garbo. 
Poi nacque l'abitudine di uscire per cena in gruppi al femminile - e anche lì non ero molto convinta, perché mi sembrava che uscire fra donne fosse cosa che ci spettava di diritto 365 giorni all'anno (366 negli anni bisestili), ma non c'era motivo di rinunciare a una pizzata tra amiche per cui partecipavo sempre di buon grado, specie se la riunione era a casa di una di noi e non in qualche ristorante dove ci spennavano facendoci pagare il doppio del consueto in cambio di una fronda anemica di mimosa e di una cucina più trascurata del solito a causa del sovraffollamento del locale.
Arrivò poi l'uso di andare in gruppo nei locali dove c'era lo spogliarello maschile - un rituale cui non ho mai partecipato e che mi sembrava leggermente idiota, ma dal momento che nessuno ha mai chiesto il mio parere in merito, mi sono ben guardata dal darlo.
Tali cene-con-spogliarello venivano spesso servite con un menù garbatamente allusivo (di quelli, per intendersi, che avrebbero fatto senso ad uno scaricatore di porto della più vivace tradizione) di cui passo ora a dare un forbito esempio:

Corre voce che questo specifico menù sia durato lo spazio di un mattino in quanto, dopo alcune assai vibrate proteste, è stato precipitosamente ritirato con un contrito discorsetto di scuse da parte dei gestori - e del resto non è molto chiaro perché le clienti di cotal ristorante dovrebbero passare la serata a spasimare per un po' di sesso dopo essersi volontariamente allontanate da chi molto di buon grado glielo avrebbe elargito (o, se lesbiche, essendo vicine a chi volentieri gliene elargirebbe dietro cortese richiesta).
Venne poi il tempo di deprecare la violenza sulle donne - cosa assai giusta da deprecare, ma perché proprio il giorno della nostra festa?  - e di lamentarci per i molti soprusi ai quali in quanto donne siamo sottoposte, nonché di scannarci tra noi in nome delle più varie questioni: infatti non c'era più un femminismo soltanto, ma era arrivata la stagione de I femminismI - perché col tempo ogni donna aveva imparato ad essere femminista a modo suo, e tenendo conto di quante siamo, trovare un comun denominatore tra tante individue non è certo cosa facilissima.
Poi arrivò il Gran Lamento Maschile, perché molti uomini si lamentavano di essere discriminati e che per loro non c'era una festa specificamente dedicata (e ogni volta che sento 'sta storia faccio gran fatica a non ringhiare tra i denti "Ah sì, volete una festa? Mo' venite qua che ve la facciamo una volta per tutte, la festa, e più che volentieri").
Oggi la Festa delle Donne dell'8 Marzo è diventata un gran lamento, specie se in quel giorno ti affacci sui social, e i maschietti intervengono moltissimo, spesso e volentieri spiegandoci anche come dovremmo festeggiarlo e come vivere la nostra condizione femminile, ma soprattutto insistendo su come dovremmo essere in quanto donne.
Qualche uomo, ammettiamolo, riesce a cogliere il lato demenziale di tutto ciò:
Sì, la parte legata all'argomento del post è la seconda vignetta della seconda striscia.
No, non sono capace di postare solo quella, altrimenti l'avrei fatto
(la tavola viene dal fumetto che ZeroCalcare ha dedicato alle unioni civili, e che merita assai)
Ma la maggior parte... vabbé, paragonare l'ufficio propaganda della Lega di Crotone a ZeroCalcare è decisamente ingeneroso e quindi non insisterò sul confronto. 
Però trovo che il volantino che quest'anno la Lega di Crotone ha dedicato all'8 Marzo meriti una citazione perché a modo suo è altrettanto divertente, anche se in modo involontario:
Ad ogni modo è noto che provare a discutere con i leghisti è tempo completamente perso. 
Non si tratta comunque degli unici che sembrano convinti che le donne necessitino di spiegazioni sul modo giusto di stare al mondo:
Che una donna servano specifiche istruzioni per essere adeguatamente femminile mi sembra una contraddizione in termini: in teoria la femminilità dovrebbe essere quell'insieme di caratteristiche che fanno di una donna una donna, che insomma si possiedono spontaneamente, e dunque la femminilità è composta da quelle caratteristiche che le donne hanno, e non da quelle che alcuni (che donne non sono) han deciso di voler loro attribuire. Una donna potrà mancare di buon senso, di pudore, di istinto materno, di eleganza, di pazienza, di empatica comprensione, di senso dell'umorismo, di amore per l'arte e le belle lettere, di sentimentalismo, di sentimento, di coraggio e di tantissime altre caratteristiche, ma non di femminilità, così come un gatto non può mancare di felinità anche se è senza pelo o senza talento per la caccia e una persona con la pelle nera (o anche semplicemente un po' scura) non è obbligata ad avere il senso del ritmo per proclamare con fierezza "Black is beautiful" mentre sfila orgogliosamente in corteo.

La Festa della Donna (detta anche Giornata Internazionale della Donna) è dunque una strana entità formata da molti strati. Il fatto che si festeggi proprio l'8 Marzo fa pensare che all'origine fosse niente di più e niente di meno della solita festa di inizio di primavera* dove le donne venivano omaggiate in virtù della loro potenziale fertilità -  una festa di nascita o di rinascita, insomma. Molto rispettabile, senza dubbio, molto importante, e ognuna di noi ha diritto di festeggiarla nel modo che più ritiene opportuno, anche guardando uno spogliarello se così le gira (del resto queste feste di inizio primavera includono spesso anche un aspetto fallico, com'è logico che sia) e senza mostrare troppa pazienza e comprensione verso chi si impiccia di ciò che non lo riguarda. Le riflessioni, anche sconsolate, sulla condizione femminile sono opportune e benvenute, le tavolate di amiche a cena insieme anche, e qualche rametto di mimosa è sempre gradito, chiunque sia che ce lo porge e indipendentemente dal fatto che lo offra con sincero entusiasmo, per quieto vivere o per convenzione e contentino - ma sempre ricordandosi che è roba da donne e alle donne appartiene, anche a costo di ferire orribilmente la delicata sensibilità  interiore degli uomini (ai quale comunque nessuno impedisce di istituire una Giornata Internazionale dell'Uomo, se proprio ci tiene tanto).

Come mi pongo, nel mio ruolo di insegnante, davanti a questa festa?
Con molta discrezione: evito di fare apposite lezioni sull'argomento, a meno che a Storia non sia tempo di suffragette; e avviso sempre, con qualche giorno di anticipo, che l'8 Marzo non interrogo le ragazze, a meno che non vengano volontarie. I maschi osservano che è una ingiustizia (ma non lo dicono mai in tono troppo serio, devo dire) e io ribatto che non lo è affatto, perché gli chiedo semplicemente di prepararsi per le mie materie, né più né meno che gli altri giorni, salvo poi lasciar capire che comunque accetto volontari - e di solito qualche volontario si raccatta sempre.
La Giornata Internazionale della Donna è importante ma avranno tutti modo di pensarci più avanti quando saranno cresciuti, immagino.

*no, non c'è stato nessun rogo di operaie l'8 Marzo, né in USA né altrove. Ci sono stati molti roghi di operaie e di operai, in varie parti del mondo, dovuti a incuria e allo spregio delle condizioni di sicurezza, ma quelli attribuiti all'8 Marzo sono risultati leggende metropolitane. E magari si potesse dire lo stesso di tutti gli altri!

venerdì 1 marzo 2019

Questo non è un libro sul sesso - Chusita


Chusita Fashion Fever è una giovane vlogger (così si chiamano coloro che gestiscono un blog fatto di video) spagnola che tiene un canale su YouTube con oltre 270.000 iscritti - il che le vale, credo, anche il titolo di influencer, cioè di persona che detiene un certo potere nel formare le opinioni degli altri. Forte di queste qualifiche ha scritto una specie di prontuario di educazione sessuale indirizzato ai giovinetti, aiutandosi con le eccellenti illustrazioni di Maria Llovet. Il libro, pubblicato in Spagna nel 2016, è stato poi tradotto per l'editore Giunti all'inizio del 2018.
Siccome a scuola c'era stato di recente un gran lamentarsi che questi ragazzi, per quanto riguarda il sesso, sono di una ignoranza veramente mostruosa (lamentela perfettamente giustificata, stando a quel che ho potuto giudicare di persona) al momento di allestire la Mostra chiesi alla libraia di riferimento se aveva qualche buon libro sul sesso, di quelli indirizzati ai ragazzi e non del genere teso a rassicurare gli adulti, tutto pieno di farfalline e e fiori e sentimenti: qualcosa di concreto, che non girasse troppo intorno agli argomenti e da cui i diretti interessati potessero tirare fuori informazioni comprensibili e valide. Così la libreria mi fornì tre o quattro testi diversi, tra cui appunto quello di Chusita.
Quando arrivarono i libri e la mostra venne allestita non stetti a guardare né a controllare: per me si trattava di uno dei tanti temi su cui c'erano libri a disposizione. Notai però, col passare dei giorni, che i ragazzi che arrivavano durante gli intervalli si radunavano di preferenza intorno a un dato punto, esibendo un palese imbarazzo, risate forzate e un certo disagio, come di chi cerca di fare di soppiatto qualcosa ma non ci riesce perché è sulla pubblica piazza. Uno dei ragazzi venne per farmi notare che Thunderball stava sempre lì a guardare i libri con le cosacce, e questo mi rallietò perché voleva dire che lo scopo che mi prefiggevo era stato raggiunto. Risposi con mirabile calma non disgiunta da una ben studiata indifferenza che avevo chiesto quei libri appunto perché venissero esaminati e, in caso, comprati - che era poi la pura verità. In cuor mio disapprovavo sia le risatine che le prese di giro rivolte a quelli che, come Thunderball, mostravano interesse per la materia: non sono mai riuscita a capire perché nella cultura attuale si dia per scontato che i ragazzi, soprattutto maschi, si interessino al sesso ma si dà ancor più per scontato che debbano vergognarsi almeno un po' per cotale loro interesse (che alla mia antiquata mentalità sembra invece più che legittimo), e ancor più disapprovo che i ragazzi appoggino tale balordissimo atteggiamento mostrando effettivamente di vergognarsi almeno un po' - ma mi rendo conto di avere ormai una certa età e che probabilmente questo mi impedisce di comprendere appieno la mentalità giovanile contemporanea, senza contare che, pur avendo sempre osservato un rigoroso riserbo riguardo alla mia vita più intima, non l'ho mai vissuta come qualcosa di cui vergognarsi, essendosi completamente dimenticati i miei genitori di instillarmi sensi di colpa a tal proposito.

Ed eravamo ormai arrivati al terzo giorno quando, raggiungendo la Mostra dopo la fine dell'orario  delle lezioni, le custodi mi consegnarono il libro di Chusita e un foglietto con su scritto "Libro ritirato dalla vendita perché inadatto" spiegandomi che il biglietto era della prof. Casini, responsabile di plesso. 
Decisamente irritata feci coriandoli del biglietto e rimisi il libro dove era stato fino a quel momento: la prof. Casini poteva anche essere la responsabile del plesso, ma io e soltanto io ero responsabile della Mostra e della Biblioteca, perciò rompesse poco e se quel libro non le stava bene, andasse alla stazione di St. Mary Mead e si attaccasse pure al treno.
Quanto alle custodi, palesemente divertite, mi assicurarono che loro con quella storia non c'entravano niente e si erano limitate a fare da postine.
Durante il pomeriggio la prof. Casini mi gratificò di una lunga telefonata per assicurarmi che nemmeno lei c'entrava niente, e che si era limitata ad eseguire le istruzioni della VicePreside, che a sua volta era intervenuta a seguito di una protesta della prof. Quadrella.
Sarebbe stato interessante, a quel punto, scoprire perché la prof. Quadrella invece di andare a lamentarsi dalla VicePreside non era venuta a parlare con me, che ero piuttosto facilmente reperibile visto che quando non ero in classe a fare lezione stazionavo alla Mostra a riordinare libri, vendere libri e contare l'incasso della vendita dei libri (talvolta financo a leggere libri, cercando di valutare se era il caso di includere questo o quello nella lista degli omaggi cui avevamo diritto). Stava di fatto però che la VicePreside, al contrario della coordinatrice di plesso, aveva il diritto di darmi degli ordini e io ero tenuta ad obbedirle - perciò, arrivata all'ora di chiusura della Mostra ripresi il libro incriminato e lo feci scivolare nel mio cassetto personale. 
La mattina dopo ebbi un aperto e franco confronto* con la prof. Quadrella chiedendole come mai in un libro non ci potevano stare le stesse identiche cose che venivano dette da noi insegnanti nelle nostre lezioni di Educazione all'Affettività. Mi rispose che era una questione di età, perché certe lezioni le facevamo in Terza, non in Prima, e alla Mostra venivano anche le ultime classi delle elementari (che evidentemente era bene che restassero ancora saldamente ancorate alla fase della cicogna, dei cavoli e delle rose), ma a quanto capii in mia assenza su quel libro c'era stata una discussione piuttosto animata, in cui la fazione dei Liberali era rimasta sconfitta principalmente perché il motto della VicePreside da sempre era "evitiamo ogni possibile rogna, per quanto remota possa essere".
Quanto alle eventuali lamentele di eventuali genitori, non se n'era vista l'ombra di un cenno, e sì che in molti avevano esaminato la Mostra palmo a palmo, venendo perfino da me a congratularsi per l'ampia scelta a disposizione dei ragazzi - ma è cosa risaputa che quando servirebbe un genitore polemico che ti facesse da scudo non se ne trova mai traccia
Nel frattempo avevo avuto modo di riflettere a lungo sulla questione e ne avevo tratte due conclusioni:
1) il libro si presentava ormai piuttosto gualcito, e restituirlo così ammaccato alla libreria non era molto corretto; d'altra parte era gualcito perché era stato maneggiato parecchio e da parecchie mani, segno che l'utenza era molto interessata a leggerlo e insomma andava tenuto.
2) D'altra parte la VicePreside era all'ultimo anno di servizio, a Giugno sarebbe andata in pensione e quindi per il successivo anno scolastico il libro poteva ricomparire in pubblico senza problemi**.
Così segnai il libro tra gli omaggi e raccontai tutta la storia alla libraia, che si divertì molto - e un pochino, a dire il vero, si scandalizzò.

E allora, com'è questo terribile libro scritto dalla vlogger influencer spagnola con 270.000 e passa iscritti al suo canale su YouTube?
In tutta onestà, e per quel che ho visto, l'ho trovato un lavoro molto ben fatto, con illustrazioni assai pertinenti, pieno di buon senso e consigli pratici, scritto in un linguaggio chiaro e diretto ma non pesante e capace di affrontare l'argomento nel suo complesso senza trascurare né il cuore, né il cervello né alcun altro organo direttamente coinvolto nella questione. Ottimo da regalare a un giovinetto o una giovinetta di primo pelo o alle sue prime esperienze, così come a giovinetti ancora completamente estranei all'argomento (...almeno all'apparenza). 
La versione su carta costa 13 euro, quella liquida soltanto 7 e in più offre il vantaggio di consentire una certa privacy al lettore che può sfogliarselo in santa pace sull'e-reader o sul cellulare senza essere obbligato ad ascoltare commenti importuni o lazzi fuor di luogo.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma. Buone letture e buon inizio di primavera a chiunque passi per di qua!

*pare che, nel linguaggio dei comunicati del Quirinale, sia l'espressione usata per indicare quando il Presidente della Repubblica si è preso a pesci in faccia con qualcuno.
**peraltro il libro è ancora al calduccio nell'armadio della Biblioteca in attesa di essere catalogato, visto che in quest'anno scolastico non ho ancora messo piede a scuola.

martedì 26 febbraio 2019

Timeo uozzappos et dona ferentes


Dice che sono gatti disegnati specificamente per Whatsapp. Dice.

Mi sono sempre ritenuta una persona non dico al passo coi tempi, ma comunque decorosamente aggiornata sul piano informatico - fermo restando che le operazioni che mi interessa fare sono poche e semplici: gestire il blog, con tutto il suo corredo di link e di illustrazioncine, qualche foto alle gatte ogni tanto, un po' di chiacchiere e qualche drago su Facebook, il registro elettronico, qualche libro sul tablet, un po' di navigazione a caccia di notizie varie, un po' di videoscrittura, qualche mail... la grafica e Photoshop li lascio a persone più competenti e più interessate di me. Vanto inoltre una dimestichezza con i computer ormai trentennale, che parte con una tesi scritta su quello che ormai è un pregiato pezzo da museo che aveva ben due floppy drive e nessun disco fisso*
Quando si tratta di telefonia invece piombo di colpo nella preistoria. Quando, dopo essermi messa in salvo da un branco di dinosauri affamati, riesco infine a rifugiarmi nella mia bella caverna con acqua corrente** e mi infilo sotto le coperte di pelliccia tutto quello su cui posso fare affidamento è un telefono fisso (sissignori, ne esiste ancora qualcuno. In realtà lo trovo comodo soprattutto per la connessione a internet) e un minuscolo cellulare color nero a forma di mattoncino, progettato in prossimità della fine del millennio scorso, capace solo di spedire e ricevere modesti SMS di testo e fare telefonate. L'ho comprato undici anni fa alla Coop con una offerta speciale per soci e costava 25 euro, ma cinque te li restituivano subito sotto forma di ricarica. Lo tengo quasi sempre spento a dormire in borsa*** e me lo porto dietro solo per poterlo usare in casi di emergenza, per esempio se mi casca un albero in testa***. Il numero ce l'hanno pochi amici fidati.
E gli altri?
Chiamano sul fisso, o mi mandano due righe di mail. Non è che raggiungermi sia impossibile, solo che quando sono fuori casa (il che non avviene poi così spesso, viste le mie abitudini casalinghe) non mi va di stare a chiacchierare al telefono, soprattutto se sono in giro con altre persone e magari sto parlando con loro.
No, non ho mai trovato molto educato tenere il cellulare sulla tovaglia del ristorante e passare il tempo a telefonare o ricevere telefonate - a meno che uno non sia primario d'ospedale, ministro o cose del genere. Ma sono opinioni personali, del tutto individuali, e me le tengo per me.

Questa abitudine di vivere dietro al paravento, dettata più dalla mia natura che da una precisa scelta esistenziale, si è rivelata estremamente utile nel momento in cui nel mondo virtuale si è affacciata una nuova, diabolica creatura: Whatsapp.
Non sono di quelli avversi per principio alle novità, non ho niente contro i social e non credo che abbiano distrutto la capacità degli individui di comunicare. Ma Whatsapp mi ha sempre inquietato parecchio, probabilmente perché non ti permette di usufruire dell'utilissima possibilità di far finta di non esserci. Puoi far finta di non aver ricevuto una mail, di non aver letto un messaggio, di non aver visto una provocazione. Puoi sparire dalla rete per due o tre giorni e poi spiegare che hai avuto problemi di linea, e a quel punto la polemica di quattro giorni fa sarà morta, sepolta e dimenticata da tempo immemorabile*****.
Ma non con Whatsapp, che ti inchioda al malefico meccanismo delle spunte e sa quando sei e quando non sei connesso. Inoltre lavora soprattutto su piccoli gruppi, ed è difficile sfuggire al controllo, in particolare se l'argomento della discussione ti riguarda da vicino.
Ma mi accorgo che sto divagando e rischio da un momento all'altro di finire nei Trattati sui Massimi Sistemi. Passerò quindi a svelare qual è il vero motivo per cui Whatsapp mi inquieta.
Nella mia amata scuola abbiamo il gruppo degli insegnanti (che comprende tutti gli insegnanti tranne me che, a causa del mio telefono di antiquariato, non posso installarlo)... e il gruppo degli Insegnanti di Lettere (che comprende tutti gli insegnanti di Lettere tranne me che a causa del mio telefono ecc. ecc.).
In apparenza può non sembrare una cosa negativa, certo. A chi non insegna nella piccola scuola di un piccolo paesello, intendo. Un sacco di gente si trova benissimo con i gruppi di Whatsapp, li trova di una comodità estrema, li usa con serenità e non gliene è mai venuto niente di male - e di tutto questo io mi rallegro sinceramente. Ma la categoria degli insegnanti - come quella dei genitori, e se qualcuno che legge fa o ha fatto parte di un gruppo di classe o di catechismo o di calcio, pallavolo e simili capirà di cosa sto parlando - è molto emotiva e portata a drammatizzare. I topolini trasformati in elefanti per molti di noi sono la norma, e gli incidenti diplomatici si susseguono a una velocità incredibile****** lasciando spesso molte più scorie tossiche dei normali diverbi che avvengono a voce, e ancor più di frequente creando attriti laddove di solito non si creava alcun tipo di diverbio - sì, insomma, perché c'è una fetta di umanità che in queste faccende si crogiola senza darsi pace finché tutti, volenti o nolenti, non hanno preso una ben precisa posizione schierandosi da una parte o dall'altra. Inoltre, per qualche misteriosa ma inevitabile alchimia, chiunque cerchi di riportare pace ed equilibrio tra gli elementi più polemici riesce inevitabilmente ad acuire vieppiù il conflitto in corso e, con un po' di fortuna, a diventarne parte integrante a tutti gli effetti.

In conclusione: al momento continuo a trattare con la massima considerazione il mio amato cellulare nero d'antiquariato e a tenerlo il più possibile spento da quando sono tornata a casa; e, casomai dovessi comprarmi un Telefono Elegante, mi guarderei bene dal portarlo a scuola o dal farne parola con i colleghi.
Nel frattempo, visto che ho ancora un sacco di tempo libero (che passo per lo più a cucinare e a mangiare a otto palmenti), medito sulla stranezza del fenomeno che trasforma un gruppo di persone dall'apparenza equilibrata in una manica di piantagrane.
*sissignori, i primi HD arrivarono appena un po' più tardi, e bastava qualche foto per riempirli - insomma, oggi farebbero più pena che altro.
**Sì, nel senso che corre giù dalla volta di roccia. Perfetta per farsi la doccia nelle mattine d'estate o per tenere in fresco la birra nelle sere d'inverno - peccato che la birra non l'abbiano ancora inventata
***Se non sono all'ospedale, si capisce.
**** Come faccio a telefonare se mi è cascato un albero in testa? Non lo so, non mi ci sono ancora trovata. Se mi capita e dovessi sopravvivere vi farò sapere.
*****In rete il tempo è ancor più strano che nella cosiddetta Real Life. Accade così che quattro giorni bastino e avanzino per datare un diverbio, anche molto animato, a svariate migliaia di anni fa facendogli così perdere completamente di valore.
******Come faccio a saperlo se non ho Whatsapp? Ma che domande, me lo raccontano, spesso facendomi anche leggere i messaggi incriminati. Perché il problema di quel che è scritto è che, essendo appunto scritto, rimane in memoria e si può anche far leggere a chi per sua buona sorte era rimasto del tutto estraneo allo scazzo, magari chiedendogli un parere - che assai facilmente non sarà tale da rendere onore al senno di chi l'ha pronunciato proprio perché la questione di partenza è spesso di una sorprendente minimalità.




venerdì 22 febbraio 2019

Nel Giappone delle donne - Antonietta Pastore


Una volta tanto ho deciso di presentare al Venerdì del libro di Homemademamma un saggio, e più precisamente un saggio dedicato alla condizione femminile in Giappone pubblicato nel 2004. L'autrice, Antonietta Pastore, è una traduttrice dal giapponese molto blasonata, ma soprattutto ha sposato un giapponese e ha vissuto in Giappone dal 1977 al 1993; si presenta dunque perfettamente qualificata ad illustrare al nostro italico sguardo le convenzioni e i modelli su cui si basa l'esistenza femminile in quell'affascinante e misterioso paese i cui abitanti fanno tutto a modo loro, maschi o femmine che siano, e sempre secondo una infinità di regole non scritte ma fortissimamente interiorizzate, al punto che  non è nemmeno necessario citarle perché sono assolutamente implicite. 
L'indubbia competenza sull'argomento, unita ad una scrittura molto scorrevole e ad un notevole spirito di osservazione fanno di questo libro una lettura assai avvincente per chiunque sia interessato all'argomento, in particolar modo per una lettrice amante di manga e che negli anni della sua radiosa giovinezza si ritrovava a riflettere e sentir discutere di condizione (e oppressione) femminile a colazione, pranzo e cena e che, ritrovandosi negli anni della maturità davanti a quella folta schiera di personagge sempre incredibilmente ordinate e ben regolate, misurate nei movimenti quanto nelle parole e perfettamente padrone di sé nelle più strampalate circostanze, sempre capaci di sorridere impeccabilmente pur quando erano immerse nel caos più assoluto*, finiva inevitabilmente per domandarsi se cotali creature erano esclusivo frutto di convenzioni letterarie o se in realtà avevano qualche, sia pur tenue, collegamento con la realtà.
"Le donne giapponesi ci sono o ci fanno?" è domanda che il lettore, e soprattutto la lettrice di manga e di letteratura giapponese finisce per porsi all'incirca un paio di volte per ogni tavola illustrata o pagina che gli capiti sotto gli occhi.
Finito di leggere questo libro, la risposta che si affaccia alla mente è "Entrambe": il modello culturale proposto non tanto per la Donna Ideale, quanto proprio per la Donna Normale - quella che incrociamo alla cassa del supermercato o all'uscita di scuola dove siamo andate a prendere i nostri figli, la vicina di casa, la giornalaia dove acquistiamo le riviste o la commessa che ci guida alla ricerca di un pullover azzurro-cenere, è talmente interiorizzato che finisce per aderire come una seconda pelle alla bambina, ragazza, adulta e anziana giapponese - un pensiero sconcertante per una femmina italiana, che certamente non è in alcun modo libera da condizionamenti culturali legati al suo sesso ma che di sicuro non è intralciata dal divieto non scritto di palesare le sue più profonde emozioni, anzi si sente quasi obbligata ad esternarle con gran fracasso (occorre però considerare come il codice culturale giapponese prevede non solo l'imperativo categorico di non far pesare le proprie emozioni sugli altri, ma anche e soprattutto l'abitudine alla disciplina e al rispetto incondizionato delle regole - due caratteristiche che non sono particolarmente dominanti qui da noi).
Scopriamo allora che esistono regole specifiche per i maschi e altre per le femmine; e sono regole che a volte complicano non poco la vita dei traduttori perché, tanto per fare un esempio, maschi e femmine fin da piccoli usano parole differenti (quelle riservate alle femmine sono, naturalmente, più aggraziate e spesso e volentieri leziose, nello stile da compagnucci della parrocchietta); ovvio che quello che vale per la scelta delle parole vale anche per la scelta dei colori nell'abbigliamento, per i gesti eccetera eccetera, fino ad arrivare alla divisione dei lavori di casa, che è in realtà molto semplice: il padre di famiglia non deve impicciarsene. Allo stesso modo non deve impicciarsi della gestione delle spese, che spetta interamente alla moglie (mentre su di lui ricadono l'onere e l'onore di guadagnare i soldi per le spese in questione per poi consegnare l'intero stipendio nelle mani della moglie che provvederà ad assegnargli una specie di paghetta per le spese minute); e dunque sarà la padrona di casa a saldare i conti per i regali che il marito compra per l'eventuale amante - di cui peraltro non è tenuto a rendere conto alla moglie in alcun modo.

Una volta passata la vernice esteriore dell'apparenza e della formalità, la condizione femminile in Giappone non sembra poi così diversa da quella, poniamo, italiana - dove, tanto per fare un esempio, parecchi mariti tengono una o più amanti e parecchie mogli sopportano più o meno in silenzio; ma solo un uomo con un notevolissimo pelo sullo stomaco, da noi, accetterebbe di girare alla moglie i conti dei regali fatti all'amica del cuore perché lei provveda a saldarli. 
Allo stesso modo, anche da noi è implicito che la cura dei genitori anziani del marito ricada in gran parte sulle spalle della moglie, oppure che una volta arrivati i figli è la moglie che deve sospendere il lavoro fuori casa per occuparsene, per poi riprendere a lavorare solo molto più avanti, a figli cresciuti, di solito con attività part-time che le permettano di continuare ad occuparsi della famiglia. In Giappone però questo passaggio è quasi codificato anche a livello sindacale: esistono infatti due tipi di contratto con cui una donna può essere assunta dopo l'università, e quello usato in prevalenza prevede che la donna non abbia avanzamenti di carriera, proprio in previsione del suo futuro matrimonio: l'iter più tipico infatti prevede che, dopo due-tre anni di matrimonio (e l'arrivo del primo figlio, o al massimo del secondo) la signora lasci il lavoro**.
Dunque i ruoli dei sessi sono regolati molto rigidamente, e vengono rispettati. Quanto esattamente la donna giapponese morda il freno e trovi tutto ciò ingiusto non è dato sapere, e l'impressione che si ricava dal libro è che le stesse giapponesi siano consapevoli solo in parte di una loro eventuale disponibilità alla ribellione. Sta di fatto che, al momento in cui il libro è stato consegnato alle stampe, se qualche singola giapponese delle fasce culturalmente più avanzate era disponibile a dichiararsi "femminista" e a chiedere (ma quasi mai al proprio consorte) una equa divisione dei lavori domestici, un vero e proprio movimento di rivendicazione femminile non risultava, né  risulta aver iniziato a prendere piede.
D'altra parte occorre anche considerare la differenza culturale di base, secondo la quale in Giappone l'atto di rivendicare i propri diritti parlando con i superiori da pari a pari è visto come qualcosa di estremamente scortese, se non addirittura in contrasto con le leggi umane e divine - e questo indipendentemente dal fatto di essere maschi o femmine.

Nel complesso una lettura molto interessante, che mi sento di raccomandare a tutti e che affronta questioni molto serie sotto una veste gradevole e all'apparenza leggera. Volendo, un buon modo per iniziare la primavera che è la parte più impegnativa e creativa dell'anno.

*in realtà avrei voluto scrivere "nel casino più completo", ma sono convinta che qualsiasi signora giapponese avrebbe fortemente disapprovato un modo di esprimersi così dozzinale e privo della pur minima traccia di raffinatezza.
**Un contratto di questo tipo da noi non sarebbe legalmente possibile; d'altra parte da noi il datore di lavoro tende a risolvere il problema alla radice, ad esempio non assumendo manodopera femminile, evitando di affidare loro ruoli di una qualche responsabilità o addirittura facendosi rilasciare lettere del tutto illegali di dimissioni senza data da esibire per rescindere il contratto di lavoro qualora l'operaia o l'impiegata decida di riprodursi, o anche semplicemente di sposarsi. 

mercoledì 20 febbraio 2019

Passata è la tempesta?


Dopo una ennesima e interminabile sessione di analisi, ricerche, osservazioni e scansioni di tutti i generi, tipi, forme e qualità, nonché svariati scazzi reciproci e discussioni, il sempre più vasto team di medici* che si occupava del mio complesso caso è alfine addivenuto ad una diagnosi senza punti interrogativi: scartata la possibilità di un malassorbimento del cibo, il problema risultava meccanico - in breve, un tratto della mia interiorità risultava danneggiato, e andava rimosso con un nuovo intervento.
Da lì la strada è stata in discesa: l'intervento è stato eseguito senza problemi né complicanze, il decorso è stato ottimale e, dopo esser stata tenuta a parcheggio a mesi interi  per i vari ospedali del distretto fiorentino, sono infine stata rispedita nel giro di una decina di giorni a casa dove, invece di strisciare come un lombrico anemico, ho finalmente avviato una ripresa in piena regola costellata di abbondanti pasti che digerisco senza apparenti problemi e a una velocità spaventosa, tanto che ho l'impressione di passare le mie giornate a cucinare, chiedere sempre più spesso immani quantità di derrate alimentari agli sventurati amici che si erano offerti di farmi "un po' di spesa" e mangiare senza soluzione di continuità tra un pasto e l'altro.

Naturalmente è ancora presto per bandire ogni dubbio e sciogliere ogni riserva, tuttavia alcuni indizi mi fanno seriamente sospettare di essere infine entrata per davvero in convalescenza - ad esempio, dopo avere tanto scalpitato per tornare a scuola adesso di tornare a scuola me ne frego, com'è giusto e normale che sia, e l'unica attività che mi interessa davvero è stare in ammirata contemplazione della mia convalescenza e bearmi dei miglioramenti che osservo - oltre, naturalmente, a godermi la compagnia delle gatte di casa che hanno accolto con molto favore il mio ritorno.
Vedremo gli sviluppi successivi...

*non scherzo e non esagero: ogni giorno ero visitata da un medico diverso, ma sempre informatissimo sul mio caso.