Il mio blog preferito

venerdì 12 dicembre 2008

...e quello della dea Volpe


Alla scuola di St. Mary Mead il culto della dea Volpe è stato abbastanza trascurato, di recente.
Dunque, oggi la CGIL ha indetto uno sciopero generale, e con lei l'hanno indetto anche alcuni sindacati scolastici.
Il nostro astutissimo VicePreside ha fatto, come la volta scorsa, la solita circolare dove "prega gli insegnanti di voler informare se intendono aderire etc.", ovvero la formula cui ricorre sempre la dirigenza per sapere se gli insegnanti sciopereranno. Di norma gli insegnanti dichiarano apertamente le loro intenzioni, ma in questo periodo a St. Mary Mead i nostri rapporti con le alte sfere non sono dei migliori. Inoltre, di solito, la dirigenza divide il foglio in tre colonne (sì, no, mi avvalgo della facoltà di non rispondere) e l'insegnante può scegliere se rispondere o no.
Il nostro astutissimo VicePreside invece mette solo le colonne "Sì" e "No", contando in tal modo di costringerci a prendere posizione. Il fatto che molti avessero firmato di traverso alle due colonne Per Presa Visione non lo ha colpito più di tanto perché in cuor suo aveva stabilito che lo sciopero di oggi non lo avrebbe fatto quasi nessuno - anche se non siamo riusciti a capire da dove avesse tirato fuori questa convinzione, dato che non aveva chiesto in giro (viene però l'atroce sospetto che abbia stabilito che nessuno lo faceva perché non lo faceva lui. Per quel che abbiamo capito del suo carattere, ci potrebbe anche stare).
Sta di fatto che i ragazzi hanno ricevuto una circolare che avvisava che ci sarebbero potuti essere dei problemi con i pulmini ma dove non si parlava di eventuali intralci al normale svolgersi delle lezioni a scuola, una volta che la suddetta scuola fosse stata raggiunta.
Ieri qualcuno l'ha infine preso in un angolo e avvisato che, veramente, lì a St. Mary Mead, c'era chi aveva intenzione; anzi, quelli che avevano intenzione erano un bel gruppetto.
Così la circolare per i ragazzi è arrivata... alle tre del pomeriggio, mentre al mio cineforum stavamo tranquillamente guardandoci Nightmare Before Christmas.
"E ce lo dicono adesso?" ha chiesto un ragazzo perplesso.
Allargo le braccia "Non so che dirti" (che è una risposta che va bene per tutto e il contrario di tutto, e non ti compromette).
Un'altra bella figurina con i genitori da aggiungere all'album - e in questi mesi la dirigenza ne ha collezionate un bel po'.

giovedì 11 dicembre 2008

Il culto della dea Ragione...


Negli ultimi quindici anni il culto della dea Ragione è alquanto decaduto (non solo da noi, ahimé). Eppure ogni tanto ci accorgiamo che financo le creature più irragionevoli sono infine costrette, per cause di forza maggiore, a rispolverare questo culto all'apparenza non più attuale, ma che trova modo di farsi valere proprio presso quei circoli e gruppi di persone che sembravano averla in minor cura.

Così oggi il ministro Gelmini ha infine accettato l'evidenza dei fatti e soprattutto dei tempi e, un po' prima di far impazzire svariati milioni tra insegnanti, alunni, genitori e burocrati vari, ha deciso di rimandare all'anno prossimo la "riforma" delle superiori.
Che magari, in questo modo, potrebbe perfino acquistare una parvenza di riformità.

domenica 7 dicembre 2008

Dicembre, andiamo: è tempo di orientare...



Ritengo di essere una persona ben disposta verso le cosiddette "uscite", e in tutta sincerità le ho sempre trovate assai utili non solo come simpatici diversivi che spezzano la monotonia curricolare e aiutano la classe a socializzare, ma anche per le loro specifiche funzioni didattiche.
Detto questo, l'uscita al carrozzone "Le scuole si presentano" per l'orientamento l'avevo fissata proprio malvolentieri, e solo e soltanto perché ci andavano anche le altre terze di St. Mary Mead e i miei allievi se la pregustavano praticamente dal primo giorno dell'anno. E allora amen, per venire incontro all'unico desiderio irragionevole espresso dalla classe in tre anni ho sacrificato tre delle mie preziose ore frontali, dato la mia disponibilità come accompagnatrice e mi sono financo sobbarcata l'incomodo di fare il biglietto cumulativo. Poi, giunto il Malefico Giorno, mi sono armata di pazienza, ho radunato la frotta con le altre colleghe e con loro mi sono diretta alla stazione con spirito assai più da volontariato che didattico.

Ho scoperto con piacere di aver avuto torto: di mattina la manifestazione non era affollata, e i ragazzi hanno avuto modo di visitare i diversi stand ricevendo adeguata attenzione; inoltre i due istituti alberghieri di Firenze avevano allestito uno spazio dove alcuni alunni servivano salatini e dolcetti fatti con le loro mani e bevande calde e fredde - ottima pensata perché trasformava in occasione didattica anche la propaganda, permetteva ai ragazzi in visita di confrontarsi ai loro pari, ristorava la collettività e faceva del loro spazio il più affollato e apprezzato. C'erano altri istituti che avevano messo in mostra i prodotti dei loro allievi (ceramiche, ad esempio, vestiti e stampe) ma naturalmente non potevamo mangiarli.
La visita mi ha dato anche l'occasione di aggiustare una situazione delicata: la Cerbiatta già dalla fine della prima ha espresso molto timidamente il desiderio di fare il liceo classico - timidamente ma con costanza. Lei e la famiglia sono però divorati dalla Grande Paura che la fanciulla non si riveli all'altezza.
Io il liceo classico l'ho fatto, conosco tonnellate di insegnanti che ci lavorano e so come funziona. Non esiste un tempo e uno spazio in cui una fanciulla dotata di pazienza, buona volontà e disponibilità allo studio non possa sbarcare onorevolmente una licenza liceale. Ho provato a trasmettere a lei e alla famiglia questa mia solare certezza, ma senza particolari risultati; sospetto anzi che il mio atteggiamento un po' disincantato verso il Grande Liceo gli abbia scombinato i piani mentali - d'altra parte, ripeto, io l'ho fatto e so che non morde, ma forse ho sottovalutato l'aura leggendaria che può avere agli occhi degli abitanti di un paesello di provincia (?). Sta di fatto che han cominciato a parlare di liceo classico paritario (ovvero di uno strano istituto in un paese vicino che gode di una pessima reputazione) pur avendone uno pubblico e di buona fama pochi chilometri più in là.
Comunque ieri mattina mi si è offerta l'occasione di rimediare: facendo un po' di vasche tra gli stand ho incrociato il MIO liceo, uno dei due prestigiosi licei fiorentini, e una vecchia amica che ci insegna da qualche anno. Dopo i consueti convenevoli si è svolta la seguente conversazione:
- Ma voi al classico siete molto stronzi?
- No, per niente.
- Perché io ho un'allieva che vorrebbe etc. etc.
- Non c'è problema, mandala qui. Tra l'altro può venire ad assistere a una lezione, e quando vedrà come sono casiniste le nostre quarte capirà che non deve farsi problemi.
Così ho cercato la Cerbiatta e gliel'ho spedita, insieme alla sua amica Cignoappiccica i cui genitori (giustamente) non vogliono spendere 3000 euro l'anno per mandarla al paritario, ma che gradirebbero assai vederle fare il classico per ragioni di prestigio. La Cerbiatta, richiesta dell'esito dell'incontro, mi ha garantito che si sentiva molto più rassicurata (quanto a Cignoappiccica, non ha mai avuto particolari problemi di autostima).
Al banco dell'Istituto Agrario ho preso un bel poster che riproduceva una stampa del 600 e l'ho attaccato in classe, dove ho un paio di ragazze seriamente tentate in quella direzione.

Tra uno stand e l'altro ho anche trovato il raffreddore. A quel che sembra, aspettava solo me.

giovedì 4 dicembre 2008

"Possiamo scrivere in rosso?"



La mia prima supplenza fu piacevole, grazie soprattutto alla notevole gentilezza delle due classi ospitanti (che con la titolare, a quanto mi fu dato di capire, si annoiavano discretamente). Prima del tema che mi era stato richiesto gli feci fare uno scritto del tipo "Lettura e comprensione". Per le terze lessi il primo capitolo de Lo Hobbit, per le prime il primo capitolo de La carica dei 101 (che, se si trovasse in giro, sarebbe un ottimo libro di narrativa). La prima era una classe molto seria e disciplinata, in cui tutti scrissero in blu e in nero senza chiedermi deroghe particolari. La terza, più disinvolta, decorò il lavoro con disegni e commenti e decise di darsi alla policromia.
"Professoressa, posso scrivere in rosso?" 
"Se ti piace, fai pure".
"Professoressa, io posso scrivere in viola?" 
"Non c'è problema".
"Professoressa, io invece posso scrivere in rosa?" 
"Scrivi pure col colore che più ritieni opportuno".
Arrivata a casa con il mio bel fascio di compiti arlecchino sorse inevitabile la domanda "E adesso con che colore li correggo?".
Controllai la scatola degli inchiostri e adocchiai un bel verde squillante della Mont Blanc.  In verde non aveva scritto nessuno e, come scoprii più avanti, quand'anche l'avessero fatto non sarebbe stato un problema perché un bell'inchiostro verde carico ha tutt'altro rilievo che il verdolino sbiadito delle penne cosiddette verdi.
Corressi amorevolmente ogni verifica in verde, arrotondando un po' le valutazioni come faccio sempre al primo compito (ma sul registro trascrissi i giudizi con una penna nera, seguendo l'uso della titolare).
Tutti trovarono molto bella l'idea delle correzioni in verde. Mi spiegarono che così i compiti avevano un aspetto migliore (immagino che la loro notevole sensibilità cromatica ne fosse vieppiù stimolata).
All'inizio mantenni quest'abitudine con la scusa che in questo modo le titolari distinguevano facilmente gli scritti fatti da me nel cassetto dei compiti. In realtà mi piaceva distinguermi da "gli altri insegnanti", senza contare che scrivere in rosso non mi ha mai ispirato. Così ho finito per istituzionalizzare la cosa, dedicando una stilografica alla correzione e solo alla correzione, e tenendo una boccetta di inchiostro verde sempre a disposizione. A tutt'oggi non ho mai scritto una correzione in altro colore che verde.
In quasi otto anni di duro lavoro tre di queste boccette sono state prosciugate, e sono a metà della quarta (un inchiostro Scheaffer che si è rivelato un po' troppo scuro per i miei gusti, e che non ricomprerò). Non ho mai incontrato un altro insegnante che non usasse il canonico rosso, ma qualcuno da qualche parte ci deve essere perché mi hanno riferito una lezione dell'area trasversale della SISS dove il docente tuonava contro l'abitudine di correggere in colori diversi dal rosso - pare che così facendo si trasmetta un messaggio sbagliato agli studenti e li si spinga a non dar peso alla correzione, non so perché, e dunque, qualcuno oltre a me che non corregge in rosso da qualche parte esiste.
Sarebbe carino incontrarci, un giorno, e comporre un consiglio di classe a correzioni arcobaleno. Così, giusto per dare un tocco di colore alla scuola...

mercoledì 3 dicembre 2008

Currente calamo


"Possiamo scrivere stampatello?" è una domanda che l'insegnante di lettere si sente rivolgere spesso. Se l'insegnante di lettere sono io, le risposte sono sempre state varianti del "Certo che sì". Voglio che si sentano a loro agio quando scrivono, e dunque li lascio scegliere a seconda dell'umore o del tipo di lavoro il formato del foglio e del quaderno, il tipo di penna (o di pennarello) e il colore dell'inchiostro, con l'unica eccezione del giallo, che sarà anche un bel colore ma non sempre si legge
Noi dame hejan siamo molto attente ad intonare il colore e la forma della carta da lettere con i colori della stagione, il nostro umore e simili, anzi troviamo questo complicato sistema di scelte una dimostrazione della grande sensibilità della nostra anima; perché non dovrebbero anche i nostri alunni evidenziare la grande sensibilità della loro anima, se così desiderano?
Tempo fa ho scoperto che la questione ha dei lati spinosi: pare infatti che lo stampatello venga guardato da taluni insegnanti con fiera disapprovazione, e addirittura sembra che in una circolare dell'anno scorso il nostro Vecchio Preside ricordasse che era vietato scrivere il tema di esame in stampatello (non certo in base a una normativa giuridica, semplicemente gli era presa così).
Ho provato a chiedere ai colleghi cos'aveva di male lo stampatello. Le risposte sono state varie, ma non convincenti.
"Non va bene perché alle superiori non vogliono lo stampatello" (ma questo si limita a spostare il problema. Perché alle superiori non vogliono lo stampatello?)
"Non va bene perché ci mettono più tempo a scrivere e si stancano prima" (che non è convincente: perché qualcuno, di suo genio, dovrebbe preferire un sistema più faticoso per scrivere?)
"Non va bene perché significa che non sanno scrivere in corsivo".
Quest'ultima è la risposta più interessante, perché se non altro arriva al cuore del problema. Non dico che sia vera (spesso lo stesso studente che due mesi fa scriveva in stampatello oggi scrive in corsivo e viceversa, e raramente mantiene la stessa scrittura per più di tre mesi di fila, almeno alle medie); ma, quand'anche davvero non sapessero scrivere in corsivo, quale sarebbe il problema? 
Che danno riceve, la società, dal fatto che i suoi giovani membri scrivano in stampatello come già i nostri antenati ai tempi delle XII tavole?
A questo non ho avuto risposta, di nessun tipo, ma a quanto ho capito la scrittura cosiddetta stampatello viene considerata segno di una deplorevole rilassatezza di costumi tipica della gioventù moderna. Si dà insomma per scontato che un essere umano ben formato e acculturato debba saper scrivere in stampatello per comporre titoli o redigere striscioni da stadio, ma debba comunque saper usare il corsivo per le sue comunicazioni personali,  i suoi appunti e simili.
Chi ha un'infarinatura di paleografia sa però che non sempre gli esseri umani nel nostro bel continente hanno scritto in corsivo e in stampatello: nel corso dei secoli di solito si sceglieva l'una o l'altra forma di scrittura, almeno fino al Cinquecento, quando l'invenzione della stampa cambiò le carte in tavola. Per la cronaca, mi sembra di ricordare che il cambio di scrittura che porta alla nascita della scrittura currente calamo (cioè dove non si staccava la penna dal foglio tra una lettera e l'altra) risalga al II secolo d.C., quando cambiò anche l'angolo di scrittura.
Il mio compianto professore di paleografia Emanuele Casamassima sosteneva che i mezzi di scrittura non incidevano sulle scelte grafiche dello scrivente. Era un professore considerato bravo ma eretico, con idee molto personali (e convincenti) sull'evoluzione della scrittura; ma nonostante l'enorme credito che gli davo, su questo punto ero abbastanza scettica: mi sembrava ovvio che lo scrivente scegliesse il tipo di tratto che lo faceva faticare meno. Adesso sono un po' meno convinta, perché non mi sembra di avere sempre seguito, nella scrittura, la legge del minimo sforzo, né che lo faccia la gente intorno a me.
E' vero che la penna stilografica ti porta spontaneamente ad usare un bel corsivo inglese, ma quando adopero le mie non scrivo in corsivo inglese (che pure è la scrittura che mi hanno insegnato alle elementari) bensì in quella specie di stampatello minuscolo che oggi viene considerato corsivo, con le p, le b, le t e le h staccate dalle altre lettere,  le s con due curve e non con una e la V, la L e la H maiuscola in tutto e per tutto simili alle litterae capitalis - tutte scelte grafiche impiegate non solo da me ma anche da molte mie compagne sin dai tempi delle elementari, e contro le quali non sono mai intervenute né le nostre maestre né alcuno dei successivi insegnanti.
Per qualche motivo del tutto imprecisabile, insomma, negli ultimi quarant'anni la nostra scrittura si è andata "capitalizzando" (o semplificando nelle legature), un po' come sta succedendo alle forme delle nostre poltrone e dei nostri divani. Insomma, un mutamento di gusto, di quelli che forse hanno un profondo significato culturale e forse no, e ai quali fa da contrappeso... il rilancio della stilo col pennino tagliato per ottenere gli effetti gotici.

martedì 2 dicembre 2008

Wonderful Christmas Time



Sono una persona totalmente ripiena di spirito natalizio. Del Natale mi piace TUTTO: paesaggi innevati, cespugli di agrifoglio, panettone, pandoro, renne, stelle comete, regali, cori celestiali, le decorazioni per le strade, la stagnola colorata, le canzoncine con i sonagli della slitta di Babbo Natale...
Ecco, le canzoncine di Natale. Siamo ormai a Dicembre. Alla scuola di St. Mary Mead, per tradizione, invece dello spettacolo di Natale fatto dai ragazzi c'era un bel concerto d'organo nella chiesa del paese, ad opera del nostro professore di Musica. Un ottimo organista, il nostro professore di musica - dev'essere proprio vero perché, non contenti di dirmelo prima del concerto, i colleghi me lo ricordavano anche durante il concerto medesimo: Senti com'è bravo? Lo senti che bravo? Alla terza interruzione, per ascoltarmi in pace quanto era bravo (in effetti è bravo davvero) lasciavo la panca e mi mettevo in piedi appoggiata alla colonna, con la scusa di sorvegliare i ragazzi - che in verità stavano molto tranquilli, vuoi per il magico potere della musica, vuoi per un principio di congelamento - ché naturalmente le chiese ai concerti di Natale non le riscaldano, e anche se le riscaldassero sarebbero gelide lo stesso perché tanto sono troppo alte per scaldarle davvero.
Quest'anno nessuno ha ancora parlato del concerto per organo, ma c'è un gran brusio di preparativi di canzoni natalizie e anche una persona poco intuitiva come me è stata costretta a prendere atto che l'ultimo giorno di scuola avremo sì un concerto natalizio, ma con una spiccata parte vocale.
I miei scolari disapprovano moltissimo (forse perché le terze non cantano) e hanno criticato sia il numero esorbitante di prove che siamo costretti ad ascoltarci nostro malgrado durante le lezioni sia l'intonazione dei cantanti; perché il nostro professore di musica è un ottimo organista, ma come insegnante di canto non sempre sorte risultati imperdibili - del resto, per insegnare ai ragazzi a cantare, dovrebbe prima di tutto rivolgere loro la parola, e non è mai stato un tipo molto comunicativo.
Comunque da giorni ci arrivano echi sfumati e un po' stonati di Stille Nacht e Adeste Fideles
probabilmente non cantati nelle lingue originali.
Anche le insegnanti di inglese danno il loro contributo: abbiamo così le immancabili We Wish You Have A Merry Christmas e Jingle Bells, ma anche The Twelve Gift Of Christmas e ha fatto una comparsa pure Away In A Manger; il mio contributo si è limitato ad un blando suggerimento di provare con Do They Know It's Christmas Time, che è senz'altro una canzone adatta ai programmi scolastici delle medie e ricca di spunti di riflessione (per fortuna il mio suggerimento è rimasto inascoltato, perché è anche piuttosto difficile da cantare). Corre voce che avremo anche la splendida Marry Christmas (War is Over), classico dei classici che amo molto anche nell'ottima versione dei Pooh.
Nessuno canterà la mia canzone di Natale preferita, che in effetti richiede un coro piuttosto esperto. E nessuno citerà il mio amato ritornello "Sta scendendo già l'incenso / è un Natale molto intenso".
Nel frattempo calma, sangue freddo e un po' di prezzemolo per le orecchie - in fondo mancano meno di tre settimane al fatidico giorno.

domenica 30 novembre 2008

Siegfried - Il più libero degli eroi è un ragazzino capriccioso


Di nuovo al Comunale di Firenze, con quasi altrettanta diffidenza di quando sono andata a vedere la Tosca: perché, se Wagner è il mio autore, il nutrimento per eccellenza dell'anima mia etc. etc., va pur detto che Siegfried mi è sempre sembrato l'anello debole della tetralogia.
Primo problema: il protagonista è un giovane idiota, un eroe per contratto, che fa le cose a casaccio ma gli vanno sempre bene perché ha letto in anticipo la sceneggiatura. Non è un puro folle trasognato come Parsifal, non è un nobile personaggio ammaestrato dal dolore e dall'esperienza come suo padre, è un giovane idiota punto e basta.
Secondo problema: la scena d'amore finale è indigeribile. Lunga fino allo sfinimento e idiota quasi quanto Siegfried.
Terzo problema: Siegfried è un ruolo incantabile, come Violetta. Per Violetta ad un certo punto è arrivata la Callas, per Sigfrid stiamo ancora aspettando. Fatto sta che finora chi aveva la forza e la voce per cantare la parte spesso non aveva... ehm... molta finezza interpretativa, e la voce comunque non gli bastava: di solito i Sigfridi fanno piuttosto bene la prima scena con Mime, stramazzano nella forgiatura della spada (che terminano agonizzando) e si arrangiano come possono nei due atti successivi. Il pubblico li applaude debolmente e esce da teatro mormorando "non ci sono più gli heldentenor di una volta", senza considerare che forse non ci sono più nemmeno le orchestre di una volta, e che oggi per suonare Wagner si ritiene doveroso sfoderare un orchestra à la Mahler, che per l'appunto esiste dai tempi di Mahler ma che ai tempi di Wagner era decisamente più contenuta.
Recentemente è sorta l'abitudine di alleggerire un po' l'orchestra, fare un po' meno casino e permettere così agli interpreti wagneriani di puntare a qualcosa di più della stretta sopravvivenza. Lo chiamano "un Wagner più sinfonico" e per quanto ho sentito produce risultati ottimi. In fondo, se proprio uno vuol sentir strillare, basta andare in un cortile di scuola elementare all'ora dell'intervallo dopo la mensa.
Ieri sera siamo arrivati quasi alla quadratura del cerchio. Premetto che è il primo Siegfried che ho visto: ho ascoltato l'opera diverse volte da disco o dalla radio, ma vedere un'opera in scena è sempre diverso (specie con una regia come quella della Fura dels Baus); sta di fatto che mi è piaciuto, un sacco.
Siegfried, che nella vita si chiama Leonid Zakhozhaev ed è russo, non ha molta voce. In compenso
1) canta che era una meraviglia
2) ci ha un gran bel timbro.
Ammetto, sì, l'ammetto, che un po' più di volume nella forgiatura di Notung non ci sarebbe stato male; ma immagino ci sia un prezzo per tutto.
Siegfried è un ragazzino, uno di quei ragazzini capricciosi che tanto irritano noi insegnanti. Vestito a modo suo, con le extention (che proprio non so dove si sia procurato, in quella foresta) e un insieme stracci&pellicce dall'aria firmata; irritante, maleducato, irrispettoso, irritabile, capriccioso, volubile, vuole sempre la mamma, risponde male a tutti (Mime, drago, Viandante) salvo cambiare completamente atteggiamento quando incrocia una ragazza. Manda al diavolo chiunque cerchi di insegnargli qualcosa, non ti sta a sentire, fa sempre a modo suo... e gli va bene. Comanda  a bacchetta il fabbro che l'ha allevato, non mostra mai un briciolo di riconoscenza (con buone ragioni, si scopre poi), pesta i piedi arrabbiato perché quello non sa fargli una spada e alla fine se la fa da solo, inventandosi una tecnica che va contro tutte le conoscenze del fabbro in questione... ma che funziona. Non dà ascolto al grande fabbro, non dà ascolto al Saggio Viandante, ma segue a puntino le istruzioni del primo uccellino di passaggio. Un disastro educativo sotto tutti gli aspetti, ma alla fine ha sempre ragione.
La scena d'amore... beh, continuo a trovarla un po' lunghetta, ma per la prima volta mi è sembrato che avesse un senso, se pure un po' prolisso.
Molto suggestiva la regia, bravi tutti gli altri interpreti, eccellente l'orchestra (anche se all'attuale governo non sembra che l'Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino sia un'eccellenza da proteggere; ma va detto che di musica l'attuale governo capisce perfino meno che di scuola), molto bella la direzione di Mehta che, come sempre quando esegue Wagner, alla fine dell'opera ha fatto salire tutti gli strumentisti sul palcoscenico.

sabato 22 novembre 2008

Manuale del Perfetto Insegnante - La Classe di Gattemorte


Cos'è mai una classe di gattemorte? Presto detto: è una classe di ragazzi silenziosi, molto educati e molto disciplinati.
Chi tutti i giorni combatte all'arma bianca con torme di studenti maleducati, polemici, irrispettosi, chiacchieroni e magari pure violenti penserà che una classe di gattemorte sia l'Eden di ogni insegnante, il sogno proibito di tutti noi.
Errore. La classe delle gattamorte è un limbo ovattato che riuscirebbe a demotivare Maria Montessori in persona. Ti logora, ti spolpa e ti lascia a sbiancare sulla sabbia.
Il Silenzio degli Alunni è debilitante. Certo, non il silenzio dell'attenzione assoluta, quando i ragazzi ti guardano con grandi occhioni spalancati e sembrano bere le tue parole - tutti lo abbiamo provato, qualche volta, ma sappiamo che è un silenzio di breve durata: qualcuno chiede di andare a riempire la bottiglietta dell'acqua, qualcuno vuole sapere l'ora, qualcun altro fa una domanda pertinente alla lezione e qualcuno la fa non al legittimo e stipendiato docente, bensì al compagno di banco.
Il silenzio delle gattemorte è eterno. Non fanno domande, parlano solo se interrogati (ma non sempre per dire cose memorabili), ti guardano mentre parli e ti risucchiano l'anima - no, non per nutrirsene nel complesso procedimento della crescita individuale. Te la succhiano e basta, come se fossero buchi neri.
Non fanno domande, non si pongono problemi, assai raramente studiano a casa. Non si lamentano per i cinque e quattro che incassano, e si fanno bocciare senza particolari lamenti. Abbiamo i loro corpi, ma non la loro anima.
Replicanti?
Chissà.
Non ho mai avuto una classe di gattemorte. Potrei sfoderare un bel sorriso e aggiungere "Nessuna classe di gattemorte lo rimarrebbe a lungo, con me in cattedra" - ma so che non è vero. Ne ho vista una dall'interno, e sono esperienze che non si dimenticano.
Successe che per qualche settimana mi ritrovai in certe ore a sostituire il sostegno di un disabile piuttosto grave (che non è una cosa molto legale, ma diciamo che c'era stata una serie di sfortunati eventi). Così assistei ad un buon numero di lezioni in una classe di gattemorte, rischiando pure di addormentarmici. Non era colpa degli insegnanti, che anzi erano - o meglio, in condizioni normali sarebbero stati - due fulmini di guerra, apprezzati in qualsiasi classe normale. Lì erano accolti e insabbiati in un rispettoso silenzio che...
Ecco, insabbiati. Come quei ruscelli che vanno a spegnersi nel deserto, inghiottiti dalla sabbia, succhiati via in un imbuto invisibile.
Il tutto mi fece ricordare una bella canzone degli Hooters dal titolo assai evocativo di All You Zombies.
Dopo quell'esperienza ho guardato con assai maggior considerazione alla mia classe: un po' casinista, certo, non molto amante dello studio e della letteratura, qualche volta anche un pochino esasperante.
Ma sono vivi!

venerdì 21 novembre 2008

Mia madre ha un gatto nero, nero, nero!



L'arrivo di un gatto nero va sempre salutato con gioia, e non solo perché è un buon presagio: il gatto nero infatti è notevole per bellezza perfino tra i gatti, animali belli per eccellenza, e riesce a conferire grazia a qualsiasi casa di campagna o di città; inoltre è simpatico, piacevolmente dispettoso, molto dolce, di ottima compagnia, assai filosofico e dotato di grande comprensione ed empatia.
In questo caso però la gioia è molteplice, perché ormai da anni mia madre desiderava un gatto nero (più o meno da quando aveva conosciuto la mia gatta nera...) e, strano ma vero, non riusciva mai a procurarsene uno. Invece questa è arrivata con due fratellini praticamente alla porta della sua casa. I due fratellini (parimenti neri) sono stati ottimamente collocati e a lei è rimasta la femmina - e si sa che l'unica cosa migliore di un gatto nero è una gatta nera che ti viene a cercare spontaneamente.

E' una gattina mignon, di quelle che non cresceranno mai molto (come la mia Ninfadora) ancora senza nome perché, si sa "dare un nome a un gatto è un serio affare"; le altre gatte di casa le han fatto un'accoglienza tutto sommato decorosa (i primi giorni di un inserimento possono essere drammatici, come ben sa ogni insegnante). Mio padre come sempre ostenta grande sufficienza verso "queste storie di gatti" ma una predilezione per i neri e i grigi ce l'ha anche lui.
Adesso la bella gattina ancora senza nome è saldamente insediata sul letto di casa e nelle prossime settimane andrò ad omaggiarla come si conviene.

giovedì 20 novembre 2008

Contrasti generazionali




St. Mary Mead, come molti paesi della Toscana, non viene da una tradizione di secolare miseria - il che non vuol certo dire che trent'anni fa lì fossero tutti ricchi o anche semplicemente benestanti: diciamo che non facevano la fame e, a partire dagli anni 50, i bambini han sempre avuto le scarpe ai piedi.
La posizione geografica è buona e grazie alla ferrovia il paese non era tagliato fuori dal civile consorzio; resta il fatto che era fuori dell'orbita della Città e lontano dal Grande Paese. Le medie furono costruite nel 1963 e fino a quel momento chi voleva continuare a studiare dopo le elementari doveva prendere il treno (e nel primo dopoguerra nemmeno quello, perché la ferrovia era sfasciata). Insomma è un paese di brave persone, oneste e lavoratrici, ma non è detto che chi è nato prima del 1950 abbia necessariamente una gran cultura, ecco.
Altra cosa si cui tener conto è che, nonostante i toscani siano convinti di parlare italiano di default, il fiume in cui Manzoni e altri vennero a sciacquare i loro panni non passa per St. Mary Mead. Per intendersi il loro è un italiano abbastanza originale, ecco. Creativo.
Il vero problema non sono i vari "si dice" per "diciamo", "si mangia" per "mangiamo" ("e poi s'è mangiato tutti i tortelli fatti dalla zia e l'arrosto girato", dove l'insegnante è tentato di aggiungere a lato "la volta prossima ricordatevi di invitare anche me"; "gli s'è detto che la smettesse di fare così"): con un po' di pazienza scompaiono quasi da soli quando i ragazzi realizzano che fan parte del registro parlato ma non di quello scritto. La vera difficoltà arriva con i verbi autenticamente dialettali: andiedi, potenno, stettimo, friggerono. Dove si rischia seriamente l'incidente diplomatico.
"Cos'è quest'orrore?" chiedo schifata, durante la correzione degli esercizi di grammatica dati per casa, quando uno scolaro mi scodella serenamente un "fecino".
Lo scolaro sgrana gli occhioni, irraggianti lampi di innocenza "Me l'ha detto il nonno; io volevo mettere "facemmo", ma lui mi ha detto di scrivere così".
Attimo di panico. I nonni, è risaputo, sono amatissimi. C'è chi mi ha scritto dei poemi d'amore sui nonni, in quella classe. Criticare i nonni è proprio fuori questione, senza contare che se i nonni non han studiato e quindi non parlano proprio un italiano dei più correggiuti, non è detto che sia stato per loro scelta.
"Ehm, i compiti li devi fare tu, non tuo nonno. E poi ricordate sempre che forma parlata e forma scritta sono due cose diverse" spiego, dopo aver velocissimamente montato ai piedi e alle mani le ventose per arrampicarmi sugli specchi. La gomma stride un po', ma fa niente.
Col tempo abbiamo imparato tutti quanti a manovrare meglio: io limito le mie esclamazioni di orrore a quel che scrivono in classe e sono mooolto più diplomatica su quel che fanno a casa, e loro han smesso di chiedere ai nonni e talvolta perfino ai genitori, mettendo in pratica l'ottimo detto "Non datemi consigli, so sbagliare da solo".

martedì 18 novembre 2008

Dovrebbe pur esserci un limite....


E' noto che il nostro glorioso parlamento ne ha viste di tutte; a volte però verrebbe da pensare che dovrebbe pur esserci un limite.

Ora, io capisco che nel parlamento ci siano o cerchino di esserci mafiosi, collusi, cacciatori di appalti e di forniture, aspiranti golpisti - è tutta gente che non solo ha i suoi validissimi motivi per cercare di entrarci, ma soprattutto gode di appoggi bastevoli a prendersi il seggio. 
Quel che non capisco è la quantità di piante leguminose (fave da baccello, per intendersi) che pullulano tra i nostri presunti rappresentanti; perché d'accordo che gli italiani non sono un popolo tanto furbo ma, insisto, dovrebbe pur esserci un limite. Persino per i deputati della Lega, che da qualche tempo intervengono pure loro nel dibattito scolastico con dichiarazioni e suggerimenti.
E così dopo la simpatica tirata sugli insegnanti del Sud che non conoscono la cultura del Nord e quindi "massacrano" i giovani studenti padani, dopo la brillante pensata delle classi-ponte, c'è anche la pensata di corredare l'iscrizione con un certificato medico. Tutti, italiani e stranieri
Come raccontano colà "La richiesta è contenuta in una interrogazione dell'on. Grimoldi che verrà discussa in Commissione Cultura nei prossimi giorni. Secondo Grimoldi si tratta di scongiurare la trasmissione di decine di malattie, dall'HIV, all'epatite fino alla gonorrea, alla sifilide, all'amebiasi e alla tricocefalosi.". 
L'articolo non ci spiega se la questione riguarda gli studenti di materne, elementari, medie o superiori; di sicuro, la scena del bambino di sei anni che va a farsi il suo bravo test per l'HIV e la gonorrea è troppo italiana per essere improbabile.
Soltanto, due modeste domande: ammesso che qualche bambino abbia la gonorrea, come diavolo pensa l'on, Grimoldi (che posso solo augurarmi non faccia il medico) che possa trasmetterla ai compagni?

E qui chiudo e ritorno alla domanda iniziale: cosa ci fa certa gente in parlamento? Non protegge interessi leciti o illeciti, non procura appalti né forniture; si limita a rompere le scatole a colleghi e cittadini e a dare qualche spunto ai giornalisti per un po' di colore locale (che è un'attività utile all'incirca quanto provvedere gli eschimesi di frigoriferi o  insegnare a Totti a giocare a calcio).
Qualcuno, tempo fa, ha raccolto firme perché alle camere fossero ammessi solo parlamentari incensurati. L'idea non mi ha mai entusiasmato; mi piacerebbe invece promuovere una raccolta di firme perché il grado di alienazione mentale dei nostri rappresentanti non passi una certa soglia.

venerdì 14 novembre 2008

Crisalide





Nei tre anni delle scuole medie ad ognuna delle creature mutanti che ci vengono assegnate capita in sorte di chiudersi in un bozzolo e poi uscirne - almeno una volta, abbastanza spesso due. Il fenomeno è senz'altro faticoso, ma la cosa più curiosa è che chi lo attraversa lo fa senza esserne consapevole. Ho un'ottima memoria, ma ricordo benissimo di non ricordarmene, né ricordo che qualcuno me l'abbia mai raccontato. Più avanti nella vita le metamorfosi sono molto più consapevoli.
Di solito i genitori osservano solo che "il ragazzo sta cambiando" - ma i genitori, vivaddio, non passano il tempo a interrogarti o a leggere quel che scrivi. Se in una normale conversazione sul tempo, la politica, il fatto che stai troppo alla playstation o l'ultima storia di Naruto l'esposizione del figlio non è logica, sintetica e brillante come al solito, il genitore non ci fa gran caso - anche perché non si preoccupa di classificare ogni intervento della prole in base agli indicatori OSA  o agli obbiettivi formativi, cerca solo di godersi il tempo passato con il figlio (almeno si spera). Inoltre, spesso è troppo occupato a colpevolizzarsi e/o crearsi alibi per riuscire a osservare spassionatamente la carne della sua carne.
Quanto agli amici... mah, gli amici stanno entrando o uscendo dalla crisalide come te. E poi anche lì la comunicazione avviene su altri canali.
Da dietro la cattedra invece il fenomeno è molto evidente. Chi li interroga o corregge quel che scrivono si ritrova per forza di cose a constatare che lo Svagato da qualche tempo fa particolarmente onore al suo nome e Hermione Granger ha una scrittura incomprensibile e risponde fischi per fiaschi.
Dovrebbe essere l'età della crescita e dell'evoluzione ma improvvisamente i ragazzi involvono. Rispuntano vecchi errori di ortografia faticosamente debellati e addirittura ne spuntano di nuovi, le frasi diventano confuse, la calligrafia si attorciglia, le ragazze mettono su quell'orribile scrittura a festoni dove M, N e U si confondono in un'unica marmellata che non prende un senso nemmeno quando lo sventurato insegnante si mette a contare pazientemente tutte le zampette - perché va tenuti conto che spesso le I perdono i puntini e le T si abbassano improvvisamente, senza contare che le A e le O, che si sono sempre molto somigliate, cominciano a confondersi anche con le E. In compenso molti maschi adottano scritture talmente microscopiche che l'insegnante, in preda al mal di testa, arriva a contemplare l'acquisto di un paio di occhiali nuovi.
Tutti, maschi e femmine, diventano più insofferenti e vittimisti. Dal loro punto di vista la cosa ha un senso: hanno l'impressione di lavorare come prima, e non riescono a capire perché improvvisamente tutti i professori sbuffano appena loro aprono bocca, mentre quel che scrivono ritorna sempre indietro coperto da varie, indignatissime correzioni. In realtà lavorano un po' meno di prima, ma soprattutto sono molto meno concentrati, però non ne sono consapevoli. Per forza di cose, quelli che protestano meno sono quelli che han sempre lavorato poco, e che a vedere le annotazioni indignate sui compiti si sono abituati e ci si tormentano il giusto. Gli altri, quelli abituati a studiare e ad essere di ciò adeguatamente remunerati, vi cominciano a guardare con antipatia, più raramente con aria di scusa. E proprio non capiscono cosa c'è che non va.
In effetti la cosa ha un senso: provateci un po' voi, a guardare attraverso la parete di una crisalide, e ditemi se vedete tanto chiaro. Provate voi a concentrarvi mentre tutte le forze del vostro organismo sono impiegate per costruire il filo per il bozzolo. Provateci voi a studiare mentre l'organismo, stanco dopo il lungo sforzo, si immerge in un piacevole letargo rigenerator... (ronf... ronf... ronf...).

Una mattina la crisalide si apre. Lo scolaro si scrolla le ali ancora un po' bagnate (e nel frattempo cambia di nuovo scrittura) si asciuga un attimo al sole, si pettina le idee e riparte non da dove era rimasto, ma da un bel pezzo avanti.
L'insegnante fa appena in tempo a rallegrarsi della cosa che già le sue attenzioni sono assorbite da Cuorcontento e Riservata, che han lasciato a mezzo il compito di matematica, infilato una singolare serie di scemenze in quello di inglese, spostato l'Unità d'Italia nel 1848 e avviato una simpatica collezione di stò, fù, quà e via sgrammaticando.
Perché non gli viene nemmeno in mente di sintonizzarsi, alle nostre farfalline.
(Ad averci un bel pannello di polistirolo e qualche spillo...)

mercoledì 12 novembre 2008

Voti a rendere


Sulla spinosa questione dei voti il nostro ineffabile Ministero ci ha lasciato del tutto sprovvisti di indicazioni. Il nostro quasi altrettanto ineffabile Nuovo Preside pure: al collegio di Settembre disse che non conveniva mettere voti perché dal Ministero non erano arrivate comunicazioni; al collegio successivo, un mese dopo, accennò vagamente un "i voti mi sa che dovrete metterli, perché qui non mandano a dir niente".
Quando qualcuno provò a suggerire una commissione per individuare qualche linea guida, borbottò che magari sì, poteva essere un'idea. Di fatto in quella scuola abbiamo commissioni sulle cose più strane, ma la commissione sul passaggio dai giudizi ai voti decimali non è mai nata. 
Abbiamo iniziato l'anno scolastico all'insegna della più totale anarchia, chi con i voti, chi con i giudizi, chi con entrambi e chi rimandando il momento di segnare le valutazioni (io ero e sono tuttora tra quelli che segnano voti e giudizi).
Nel frattempo il decreto è diventato legge a tutti gli effetti, regolamenti applicativi non se ne sono visti e l'unica certezza è che nelle schede del quadrimestre dovremo mettere i voti.
Un paio di settimane fa abbiamo ricevuto una lettera dal Coordinamento Provinciale dei Poli di Aggregazione Funzionale (ebbene sì, si viene a sapere che c'è pure quello) che aveva per oggetto Suggerimenti riguardo la valutazione numerica degli alunni e che ci comunicava come, "sollecitati dalle perplessitò espresse da molti docenti" avevano pensato di elaborare delle linee guida a livello provinciale onde evitare che ogni insegnante andasse per i cazzi suoi (si esprimeva in modo più forbito, ma il concetto era quello), fermo restando che ogni scuola poteva pur sempre fare a modo suo.
Insomma, ci hanno mandato una tabella di conversione. Ne ho fatto una fotocopia ingrandita e l'ho incollata al tavolo centrale della Sala Professori. Non dico di essere d'accordo in tutto e per tutto con quel che c'è scritto, ma finalmente qualcuno ci ha dato uno straccio di criterio, meglio tardi che mai.
Anche noi non andiamo sotto il 4. Il 6 equivale al Sufficiente, il Buono va dal 6 al 7, il Distinto va dal 7 all'8 e l'Ottimo dal 9 al 10, ricordando comunque che "il voto espresso in pagella non è solo il risultato della media aritmetica delle votazioni riportate nelle prove di verifica".

Ho cominciato a dare i voti.
Non dico di non riuscirci, ma nemmeno di trovarmici a mio agio. Con i giudizi è sempre stato diverso - la sera del terzo giorno della prima supplenza ero a correggere verifiche di italiano e le valutazioni arrivavano da sole alla fine della correzione. Immagino fossero valide, perché quando le trascrissi sul registro scoprii che erano molto simili a quelle che assegnava la titolare.
Comunque adesso do i voti. I ragazzi seguono questo processo di trasformazione con molto interesse e al momento del verdetto dopo le interrogazioni nella classe cala un silenzio pieno di curiosità - più di quello che calava negli anni scorsi, intendo.
Per loro ha ancora il fascino del giocattolino nuovo ma io, ogni volta che scrivo un numero su quel registro, vorrei avere tra le mani Tremonti per strozzarlo con le sue medesime budella.
Nel corso di questa navigazione a vista ho tratto grande conforto da due preziosi amici che non ho dovuto cambiare in quanto perfettamente compatibili con i voti (ricordo di avere preso parecchi degli uni e degli altri al liceo): il più e l'impreparato (NP, in registrese).
Esiste anche il meno, naturalmente, ma non l'ho mai usato molto.
A cosa equivalgono non è del tutto chiaro nemmeno a me, ma sono entrambi utili compagni di viaggio. L'NP sostituisce validamente qualsiasi due, tre e meno due.
"Come si rimedia un NP?" chiede ogni tanto qualcuno. "Si dimostra di conoscere il programma" rispondo con una punta di minaccia nella voce. In realtà non si rimedia: avere qualche NP sul registro vuol dire essere tagliati fuori da qualsiasi valutazione sopra il Buono da Confermare.
Il + è un'entità ancor più indefinita e perciò ancora più utile: serve per segnalare che i più menci hanno fatto bene gli esercizi, o che tutta la classe ha mostrato di avere ben compreso la differenza tra attivo e passivo, che Hermione Granger ha fatto un bell'intervento a geografia o che l'Imbranato è subentrato al compagno che si è arenato sulle secche della presa di Roma, completando l'interrogazione al posto suo. 
Il meno di solito indica che il malcapitato non ha fatto gli esercizi per casa o che ha sparato un'irragionevole quantità di sciocchezze sull'uso dei pronomi personali o simili.
Non ho ancora fisicamente scritto un 4: i due NS dei ragazzi che hanno tirato un po' troppo al risparmio nei diari del mese erano corredati da una frase minacciosa del tipo "Non ho voglia di scrivere certi numeri, comunque è proprio quello che pensi" ; dunque al momento il voto più basso è un cinquemmezzo,  il più alto un novemeno.
Ritengo altamente improbabile, al momento, di ritrovarmi a scrivere un 10.