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venerdì 12 giugno 2020

American Gods - Neil Gaiman


Il libro è stato pubblicato nel 2001 e tradotto in italiano nel 2003; nel frattempo aveva vinto il premio Bram Stoker, il premio Nebula e pure il premio Hugo, dunque è blasonatissimo. Del resto è scritto da Neil Gaiman, e già questo è un notevole titolo di merito. Di recente ci hanno anche tirato fuori una serie televisiva, che credo sia arrivata anche da noi qualche tempo fa.
È un libro fantasy, quindi parla di dei, di religione e del destino dell'anima umana. Un libro fantasy vero, quindi non c'è la lotta del Bene contro il Male che molti insistono, gli dei soli sanno perché, a ritenere la vera caratteristica del fantasy; inoltre non c'è nemmeno l'ombra di una qualche ambientazione medievale e i draghi scarseggiano - ma  che il fantasy debba per forza avere l'ambientazione medievale è un luogo comune che ormai circola solo nelle antologie delle scuole medie e soltanto lì, si spera. Qualcuno ha parlato di gothic fantasy, ma siccome non ho idea di cosa sia il gothic fantasy non sono in grado di dire se sia giusto o sbagliato. Comunque la morte è uno dei temi portanti, senza dubbio - ma lassù nelle alte sfere la separazione tra vita e morte è molto meno definita di come tendiamo a vederla noi comuni mortali. Ecco, sì: è un libro dove di comuni mortali ne circolano davvero pochini.
È senza ombra di dubbio un romanzo on the road - categoria che normalmente detesto e che scanso con tutte le mie forze. Stavolta però il romanzo on the road mi è piaciuto molto, e l'unica spiegazione che riesco a darmi è che l'autore in realtà è inglese anche se vive da tempo negli Stati Uniti. Oppure dipende dal fatto che, per quanto on the road, dietro gli strani giri del protagonista c'è un percorso ben preciso, e qualcuno che tira i fili (dove "qualcuno" sta per "un sacco di gente"). Comunque c'è un sacco di vita quotidiana americana: hamburger, sceriffi, autostrade, alberghetti inquietanti, gazzettini locali, luna park e musei stranissimi...
Il romanzo afferisce anche a un altro filone narrativo piuttosto moderno: quello di una qualche divinità che "ritorna" per rimettere le cose a posto - filone che ha prodotto alcuni libri interessanti, una discreta quantità di ciarpame e alcuni film davvero divertenti. Qui gli dei all'opera sono una quantità immane, alcuni sotto un anonimato abbastanza trasparente, altri piuttosto ben nascosti.
Il protagonista si chiama Shadow, e in effetti è un po' inconsistente - anche come personaggio, in un certo senso. A chi legge risulta simpatico, ma mentre fa, disfa, lavora, muore e ritorna a vivere (fa anche questodà sempre l'impressione di essere un po' altrove. La cosa naturalmente è voluta dall'autore, ma non sono sicura di aver capito il motivo. In effetti le cose che non ho capito di questo libro sono parecchie, e probabilmente una o due riletture mi aiuteranno.
Dicevo, il protagonista. Un bravo ragazzo, in prigione per reati che ha più o meno commesso. C'è una rapina di mezzo, e col tempo si capisce che non l'ha fatta di sua spontanea volontà e non l'ha fatta da solo.
Comunque è in prigione ma sta per uscire, e lo aspettano una moglie affezionata e un lavoro in palestra che il suo più caro amico gli ha conservato. E già durante il colloquio che fa prima di uscire ci rendiamo conto che qualcosa non va: esci di galera e sei pronto a riprendere la tua vita lavorativa e familiare? È chiaro che c'è una fregatura in agguato.
E che fregatura: la moglie e il datore di lavoro (grandi amici da sempre) muoiono in un cruento incidente automobilistico proprio due giorni prima della fine della detenzione, così Shadow avrà due giorni di sconto sulla pena per andare al funerale. Quando si dice fortuna.
Per il lavoro comunque non ci sono problemi: già mentre torna a casa gliene viene offerto un altro, da un individuo di nome Wednesday. Scopriremo più avanti che è un dio in incognito, e che la povera Laura - la moglie, un personaggio davvero struggente - non è morta affatto per caso.
C'è una guerra in corso: i nuovi dei (un gruppo di sciamannati, imbecilli, imbranati, insomma una roba assolutamente patetica), gli dei del Progresso e della Modernità, contro i vecchi dei, quelli seri, tutti importati da fuori - perché gli americani non sembrano avere dei indigeni. Dei vichinghi, egiziani, mediterranei - c'è anche la dea Bast, naturalmente sotto la forma di gatto e di bella fanciulla, e dorme sempre, cioè quasi sempre - dei celtici, dei africani, dei che ci rendiamo conto che sono dei ma non sappiamo bene da dove vengano - almeno, io alcuni non sono proprio riuscita a riconoscerli. Non se la passano proprio benissimo: vivacchiano, spesso di truffe, furti ed espedienti vari, e qualcuno è ridotto proprio male, mentre qualcuno si è costruito una piccola nicchia; dei divisi in fazioni e separati da vecchi rancori, talvolta assai poco raccomandabili, talvolta ancora molto forti e ben avvolti in un grigiore ingannatore.
Dei, dei dappertutto, e una caterva di oggetti magici. Non c'è letteralmente verso di mangiarsi nemmeno un paio di hamburger in pace senza incappare in qualche oggetto magico e in qualche creatura ancor più magica. Shadow conduce una vita davvero complicata, anche se... ecco, in qualche modo sembra avere dentro una bussola interna che lo aiuta a orientarsi - al contrario del lettore che un po' si perde.
Wednesday sta facendo il giro degli dei sopravvissuti per riorganizzarli contro quelli nuovi. Qualcuno ci sta, qualcuno no, qualcuno cambia idea due e tre e quattro volte. C'è una tela complicata da tessere, e da disfare per poi rifarla.
La storia però va per conto suo. Ci sono diverse sorprese per Shadow, e un finale imprevedibile che rovescia diverse carte in tavola. Anche la battaglia finale sarà molto diversa dal previsto, e soprattutto non ci sarà, assolutamente e nemmeno per sbaglio, la minima lotta del Bene contro il Male: siamo molto al di sopra di questo livello, e del resto il Bene e il Male sono entità piuttosto scivolose - anche se mai quanto gli dei, che hanno tutti più facce dei dadi da gioco fantasy, e alcune facce sono del tutto incomprensibili.
Qualche lettore ci si è perso, qualcuno ci si è perso ma si è anche molto divertito, qualcuno, come me, è rimasto molto affascinato oltre a divertirsi e ha deciso di darsi una ripassata ai libri di mitologia, da rileggere con occhi nuovi.
Consigliato, ma solo se non vi appassionate particolarmente alle lotte del Bene contro il Male. E consigliatissimo se vi piacciono le storie on the road. Una infarinatura di mitologia nordica e celtica può essere di grande aiuto, ma al giorno d'oggi ce l'abbiamo quasi tutti. Comunque credo che si legga bene anche senza, basta essere consapevoli che gli dei a volte sono un filino inaffidabili.

Con questo secondo post partecipo per la seconda volta nella giornata al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture e un sereno fine settimana a chi passa di qua.

Chissà come si divertivano! - Isaac Asimov

Questo contributo al Venerdì del Libro di Homemademamma è un po' insolito: più che presentare una lettura infatti la riporto, pari pari. Potrei dare un link*, ma si tratta di un testo talmente breve che a citarlo tutto insieme si fa quasi prima.
È un racconto breve, anzi brevissimo - di quelli che si chiamano microstorie, ovvero ai miei occhi il genere più difficile di tutti in assoluto. Isaac Asimov, come molti altri autori di fantascienza, aveva un tocco speciale per questi racconti mignon che in poche righe riuscivano ad evocare uno scenario completamente diverso dal nostro infilandoci pure una storia, a volte. 

Ed ecco il testo, riadattato dalla sottoscritta (cioè aggiustato nella formattazione):
ISAAC ASIMOV
Chissà come si divertivano!
Margie lo scrisse perfino nel suo diario, quella sera. Sulla pagina che portava la data 17 maggio 2157, scrisse: “Oggi Tommy ha trovato un vero libro!”
Era un libro antichissimo. Il nonno di Margie aveva detto una volta che, quand’era bambino lui, suo nonno gli aveva detto che c’era stata un’epoca in cui tutte le storie e i racconti erano stampati su carta. Si voltavano le pagine, che erano gialle e fruscianti, ed era buffissimo leggere parole che se ne stavano ferme invece di muoversi, com’era previsto che facessero: su uno schermo, è logico. E poi, quando si tornava alla pagina precedente, sopra c’erano le stesse parole che loro avevano già letto la prima volta – Mamma mia, che spreco – disse Tommy. – Quando uno è arrivato in fondo al libro, che cosa fa? Lo butta via, immagino. Il nostro schermo televisivo deve avere avuto un milione di libri, sopra, ed è ancora buono per chissà quanti altri. Chi si sognerebbe di buttarlo via?
– Lo stesso vale per il mio – disse Margie. Aveva undici anni, lei, e non aveva visto tanti telelibri quanti ne aveva visti Tommy. Lui di anni ne aveva tredici. – Dove l’hai trovato? – gli domandò,
– In casa. – Indicò lui senza guardare, perché era occupatissimo a leggere. – In solaio.
– Di cosa parla?
– Di scuola.
– Di scuola? – Il tono di Margie era sprezzante. – Cosa c'è da scrivere, sulla
scuola? Io la scuola la odio.
Margie aveva sempre odiato la scuola, ma ora la odiava più che mai. L’insegnante meccanico le aveva assegnato un test dopo l’altro di geografia, e lei aveva risposto sempre peggio, finché la madre aveva scosso la testa, avvilita, e aveva mandato a chiamare l’Ispettore della Contea. Era un omino tondo tondo, l’Ispettore, con una faccia rossa e uno scatolone di arnesi con fili e con quadranti. Aveva sorriso a Margie e le aveva offerto una mela, poi aveva smontato l’insegnante in tanti pezzi. Margie aveva sperato che poi non sapesse più come rimetterli insieme, ma lui lo sapeva e, in poco più di un’ora, l’insegnante era di nuovo tutto intero, largo, nero e brutto, con un grosso schermo sul quale erano illustrate tutte le lezioni e venivano scritte tutte le domande. Ma non era quello il peggio. La cosa che Margie odiava soprattutto era la fessura dove lei doveva infilare i compiti e i testi compilati. Le toccava scriverli in un codice perforato che le avevano fatto imparare quando aveva sei anni, e il maestro meccanico calcolava i voti a una velocità spaventosa.
L’ispettore aveva sorriso una volta finito il lavoro, e aveva accarezzato la testa di Margie. Alla mamma aveva detto: – Non è colpa della bambina, signora Jones. Secondo me, il settore geografia era regolato male. Sa, sono inconvenienti che capitano, a volte. L’ho rallentato. Ora è su un livello medio per alunni di dieci anni. Anzi, direi che l’andamento generale dei progressi della scolara sia piuttosto soddisfacente. – E aveva fatto un’altra carezza sulla testa a Margie.
Margie era delusa. Aveva sperato che si portassero via l’insegnante, per ripararlo in officina. Una volta s’erano tenuti quello di Tommy per circa un mese, perché il settore storia era andato completamente a pallino.
Così, disse a Tommy: – Ma come gli viene in mente, a uno, di scrivere un libro sulla scuola?
Tommy la squadrò con aria di superiorità. – Ma non è una scuola come la nostra, stupida! Questo è un tipo di scuola molto antico, come l’avevano centinaia e centinaia di anni fa. – Poi aggiunse altezzosamente, pronunciando la parola con cura. – Secoli fa.
Margie era offesa. – Be’ io non so che specie di scuola avessero, tutto quel tempo fa. – Per un po’ continuò a sbirciare il libro, china sopra la spalla di lui, poi disse: – In
ogni modo, avevano un maestro?
– Certo che avevano un maestro, ma non era un maestro regolare. Era un uomo.
– Un uomo? Come faceva un uomo a fare il maestro?
– Be’, spiegava le cose ai ragazzi e alle ragazze, dava da fare dei compiti a casa e faceva delle domande.
– Un uomo non è abbastanza in gamba.
– Sì che lo è. Mio papà ne sa quanto il mio maestro.
– Ma va’! Un uomo non può saperne quanto un maestro.
– Ne sa quasi quanto il maestro, ci scommetto.
Margie non era preparata a mettere in dubbio quell’affermazione. Disse. – Io non ce lo vorrei un estraneo in casa mia, a insegnarmi.
Tommy rise a più non posso. – Non sai proprio niente, Margie. Gli insegnanti non vivevano in casa. Avevano un edificio speciale e tutti i ragazzi andavano là.
– E imparavano tutti la stessa cosa?
– Certo, se avevano la stessa età.
– Ma la mia mamma dice che un insegnante dev’essere regolato perché si adatti
alla mente di uno scolaro o di una scolara, e che ogni bambino deve essere istruito in modo diverso.
– Sì, però loro a quei tempi non facevano così. Se non ti va, fai a meno di leggere il libro.
– Non ho detto che non mi va, io – sì affrettò a precisare Margie. Certo che voleva leggere di quelle buffe scuole.
Non erano nemmeno a metà del libro quando la signora Jones chiamò: – Margie! A scuola!
Margie guardò in su. – Non ancora, mamma.
– Subito! – disse la signora Jones. – E sarà ora di scuola anche per Tommy, probabilmente.
Margie disse a Tommy: – Posso leggere ancora un po’ il libro con te, dopo la scuola?
– Vedremo – rispose lui con noncuranza. Si allontanò fischiettando, il vecchio libro polveroso stretto sotto il braccio.
Margie se ne andò in classe. L’aula era proprio accanto alla sua cameretta, e l’insegnante meccanico, già in funzione, la stava aspettando. Era in funzione sempre alla stessa ora, tutti i giorni tranne il sabato e la domenica, perché la mamma diceva che le bambine imparavano meglio se imparavano a orari regolari. Lo schermo era illuminato e stava dicendo – Oggi la lezione di aritmetica è sull’addizione delle frazioni proprie. Prego inserire il compito di ieri nell’apposita fessura.
Margie obbedì con un sospiro. Stava pensando alle vecchie scuole che c’erano quando il nonno di suo nonno era bambino. Ci andavano i ragazzi di tutto il vicinato, ridevano e vociavano nel cortile, sedevano insieme in classe, tornavano a casa insieme alla fine della giornata. Imparavano le stesse cose, così potevano darsi una mano a fare i compiti e parlare di quello che avevano da studiare. E i maestri erano persone...
L’insegnante meccanico stava facendo lampeggiare sullo schermo: – Quando addizioniamo le frazioni 1/2 + 1/4...
Margie stava pensando ai bambini di quei tempi, e a come dovevano amare la scuola. Chissà come si divertivano!, pensò.


Isaac Asimov, Chissà come si divertivano!, in Tutti i racconti, Arnoldo Mondadori, Milano, 1991 Titolo originale: Isaac Asimov , The Fun They Had!, in Magazine of Fantasy and S.F., 1954

E siccome non c'è cosa che un buon apparato didattico non riesca a rovinare irreparabilmente, ecco anche una bella mappa concettuale: ché davvero, se serve una mappa concettuale per venire a capo di sì complesso testo letterario, forse sarebbe meglio puntare su qualcosa di più serioso, almeno se il povero alunno si spalla può gettare il biasimo anche sull'autore:

Quando lo lessi avrò avuto quindici o sedici anni, e lo trovai piuttosto insulso. 
Una scuola senza classi e senza insegnanti. Che razza di scenario balordo! Come era potuto venire in mente, al pur stimabile Asimov (che già conoscevo e apprezzavo, visto che in casa di fantascienza ne circolava abbastanza) una roba del genere, senza capo né coda? Chi mai avrebbe avuto interesse a fare una roba del genere? Che senso avrebbe avuto?
Il racconto è sempre stato presente nelle antologie scolastiche, ma non l'ho mai proposto in lettura. Mi sembrava piuttosto irriguardoso rifilare a dei poveri adolescenti una storia dove si cercava di spiegargli quanto era bella la scuola, e che culo avevano a poterla frequentare invece di essere affidati a dei robot di programmazione talvolta inaffidabile. A me la scuola non è mai dispiaciuta, da allieva, ma sin da bambina sapevo che c'era chi la viveva come qualcosa di cupo e oppressivo - e poi erano gli anni 70, quando dappertutto si vedevano oppressioni e condizionamenti, senza contare che la scuola può effettivamente essere oppressiva e indottrinante, come ben dimostrato durante il ventennio ma anche dopo. Inoltre per tutti gli studenti è sempre stata una gran soddisfazione poter dire male della propria scuola e criticarla per ogni dove; e spiegargli che invece dovevano essere riconoscenti e sentirsi fortunati mi è sempre parso assai scortese. Chi ha voglia può sentirsi grato e riconoscente quanto gli pare, ma la gratitudine dovrebbe essere un sentimento spontaneo, da non vivere come un obbligo - altrimenti sì che il meccanismo diventa oppressivo.

Ricordare oggi questo racconto, dopo che a tutti i ragazzi del regno sono stati imposti tre mesi di isolamento sociale, per tacere degli esami in rete, mi sembra invece legittimo, o almeno divertente. Nel 1954 non c'erano computer né robot se non nei film e in qualche fumetto o libro di fantascienza, e non si trattava affatto di robot amichevoli, di solito. Quest'anno invece i computer sono diventati l'oggetto del desiderio per qualsiasi alunno che non ne avesse - fare temi su smartphone non è affatto semplice, proprio  no tesssoro - e i robot sono da tempo nostri fedeli compagni, di grande aiuto nelle pulizie di casa e nel giardino e in tante altre cose. 
Per contro, quei disgraziati del Ministero dell'Istruzione sembrano convinti che la Didattica a Distanza sia un eccellente modo per ridurre le spese di una roba insulsa e inutile come l'istruzione, e stanno tirando fuori proposte una più strampalata dell'altra in nome di qualcosa che certamente è stato meglio di niente, ma che per stessa dichiarazione del Ministero in almeno un quinto dei casi non ha funzionato né tanto né poco, mentre  secondo i sei quinti degli insegnanti la percentuale in cui ha funzionicchiato almeno quel tanto che bastava per arrangiarsi alla meno peggio è decisamente più bassa non dico dell'80 per cento, ma anche del 40.

In conclusione mi sono rimangiata le mie delicate teorie sull'indottrinamento e, come credo molti altri insegnanti, ho caricato sulla piattaforma il raccontino come regalo di fine anno per i miei amati alunni, e chi vuole se lo leggerà. In fondo è corto e non morde.

*e infatti lo do, basta andare qui. Tutto legale, legalissimo, alla luce del sole e nel pieno rispetto delle leggi di Dio e degli uomini, e per chi vuole c'è anche la versione con tanto di esercizi altamente didattici.

mercoledì 10 giugno 2020

Possiamo definirlo un happy ending? (ultimo giorno di scuola)

La prof. Murasaki, impegnata nella Didattica a Distanza

L'ultimo giorno di scuola dell'anno scorso era stato abbastanza strano nella sua sonnacchiosa tranquillità; ma il destino aveva in serbo altre frecce, stavolta da condividere con l'intero corpo docenti della repubblica italiana.
Mercoledì ho (avevo) una sola ora di lezione, alle tre di pomeriggio. In effetti mi sono messa quasi tutte le lezioni di pomeriggio, in base al principio che ai ragazzi le lezioni di mattina presto non piacciono molto e a me nemmeno - e siccome la Dirigente aveva suggerito di farle possibilmente di mattina non avevo trovato molta concorrenza.
Così il mio ultimo giorno di scuola è iniziato senza sveglia, come ormai da mesi. Un caffé tranquillo guardando il temporale in azione, uno sguardo pacioso alla corrispondenza... e poi giù a correggere le verifiche finali. Perché io sono una Vera Insegnante, e negli ultimissimi giorni ho avvertito l'inderogabile e insopprimibile esigenza di fare delle Ultimissime Verifiche, onde mandare di traverso a quei poveretti affidati alle mie solerti cure financo la coda di un anno così complicato alla fine del quale erano decisamente sullo stanco-distrutto. A onor del vero me ne sono pentita dieci minuti dopo avergliela data, e ho perfino meditato di rimangiarmele, ma poi le ho lasciate dov'erano e gli è toccato farle. Niente di male, tutto sommato, se non fosse che esattamente tutti gli altri insegnanti avevano avvertito la mia stessa inderogabile e insopprimibile esigenza, come sempre avviene negli ultimi giorni dell'anno scolastico (salvo poi starcene tutti quanti a coccodrillare sull'immane quantità di pacchi di verifiche da correggere negli ultimissimi giorni di scuola, nemmeno ce l'avesse ordinato il medico come pratica salvavita).
Le prove più complicate, naturalmente, erano state assegnate alla Seconda Brillante, gioiello tra tutte le classi, che con la Didattica a Distanza ha continuato a studiare come prima e più di prima, incurante del fatto di essere una Seconda e quindi tenuta per contratto ad avere almeno un vistoso calo di rendimento nel corso dell'anno, meglio se due; la qual Seconda Brillante ha comunque deciso di vincermi di cortesia facendole bene e quindi correggerle è stato affare piuttosto veloce*. 
Dopo ho ricontrollato per l'ennesima volta i voti, cambiato per la quarantesima volta qualcosina su cui ero incerta. Infine ho frugato con cura nel guardaroba a caccia di un vestito che non fosse troppo leggero né troppo pesante (una strana ricerca da fare il 10 di Giugno, quando di solito qualsiasi cosa estiva va benissimo) e di una mise collana+orecchini che non fosse troppo estiva ma nemmeno sembrasse invernale, e con mirabile coerenza ho finito per puntare su un paio di orecchini di madreperla azzurra a forma di conchiglia e collana estivissima di ceramica. Infine, ben bardata e sorridente ho acceso il computer... scoprendo che il microfono era andato in sciopero, vai a capire perché. 
Le cuffie comprate per l'ospedale hanno in qualche modo rimediato, e a due minuti alle tre gli allievi della Seconda Brillante quasi al completo (uno aveva una visita medica) sono piombati in casa mia, molto giocosi e sfarfallosi. 
Le mie gatte sono venute a farci compagnia, poi abbiamo fatto la sfilata dei vari gatti e cani della classe, fino a quel momento vagamente intravisti ma stavolta presentati in pompa magna, con grandissimo sdilinquimento da parte mia. Un ragazzo mi ha anche presentato il suo animale domestico preferito, che era il fratello gemello, qualche genitore è passato a salutare cantandomi le lodi del loro cane, qualcuno ha presentato un paio di battute assolutamente idiote raccattate su TikTok, io ho risposto con un paio di battute altrettanto idiote, vecchia memoria dell'ultimo anno del liceo**, poi siamo passati agli indovinelli e ai programmi per l'estate. Purtroppo mancavano le patatine, i cornetti al mais e i gavettoni, ma si sa che la Didattica a Distanza ha i suoi limiti, come noi insegnanti non manchiamo mai di ricordare a quegli storditi del Ministero dell'Istruzione ormai da più di tre mesi.
Alla fine gli ho fatto un breve fervorino spiegando che erano stati tutti molto buoni&bravi nel corso dei nostri mesi telematici e come unico compito delle vacanze gli ho dato di ascoltare quando gli capitava i notiziari che parlavano di paesi extraeuropei, per vedere di entrare in quell'ordine di idee; poi io e il Sostegno ci siamo defilati lasciandoli da soli a salutarsi in libertà. A scuola si sono sempre molto raccomandati che non li lasciassimo mai da soli in rete nemmeno per un secondo perché potevano avviare pericolose azioni di bullismo e di molestie, ma l'atmosfera mi sembrava sull'amichevole andante, e poi volendo possono molestarsi a volontà anche su What'sUp. Quanto alle gatte, erano scappate in giardino già da un pezzo. Ogni tanto passavo a sbirciare discretamente - a telecamera chiusa - e quando ho trovato la classe deserta, una quarantina di minuti dopo, ho chiuso l'incontro.

Mezz'ora dopo si è scatenata l'ennesima tempesta da bicchier d'acqua legata alla compilazione dei giudizi della Prima Asserpentata, mangiandosi una buona parte del restante pomeriggio.
L'anno scolastico infatti non è ancora finito. Evviva l'Anno Scolastico.

* e immagino che tanto splendore in Seconda ce lo faranno scontare in Terza, visto che la Natura ha le sue esigenze; ma insomma morderemo quel serpente quando arriverà.

** naturalmente ne ho collezionate molte anche dopo, ma al momento mi son venute in mente quelle.

domenica 31 maggio 2020

Come fanno ad Hogwarts? (considerazioni didattiche accampate per aria)

A Hogwarts la didattica ha un approccio piuttosto laboratoriale
Durante la chiusura delle scuole ho pensato molto a Hogwarts. 
Prima di tutto perché ad Hogwarts era già successo qualcosa di molto simile, nel secondo libro Harry Potter e la Camera dei Segreti: dopo un certo numero di ragazzi pietrificati dall'Erede di Serpeverde, Hogwarts viene chiusa e a fine anno gli esami vengono annullati e tutti gli alunni promossi d'ufficio, come comunica Silente durante il banchetto conclusivo, nel gran tripudio generale.
Quando poi è cominciata la Gran Tragedia delle Valutazioni mi sono improvvisamente accorta che ad Hogwarts non fanno mai interrogazioni né verifiche scritte, solo un esame a fine anno. Tuttavia i ragazzi studiano, oh se studiano.
Come funziona?
Le lezioni iniziano sempre con un piccolo riepilogo del precedente e una o due domande alla scolaresca (dove di solito risponde Hermione, ma questo succede nella classe di Harry Potter, che è l'unica che seguiamo dall'interno. Nelle altre classi si suppone che risponderà qualcun altro).
Di solito con la sua risposta Hermione spiattella in sintesi il contenuto della lezione. L'insegnante riprende l'argomento, ci ricama un po' su e mette i ragazzi al lavoro. I ragazzi quindi provano gli incantesimi, tentano di allestire pozioni, invasano piante, cercano di alzarsi in volo sulla scopa eccetera. Unica eccezione il professor Rüf, che spiega monotonamente il suo argomento (non a caso fa storia) e non si è ancora accorto di essere un fantasma, forse perché non sente la differenza rispetto a quando era vivo - ma in effetti Storia è una materia che richiede molte spiegazioni e non puoi chiedere ai ragazzi di allestire una rivoluzione o una carestia, sarebbe scomodo. È probabile comunque che esistano modi più coinvolgenti di insegnarla del metodo Rüf, e so che qualcuno fa costruire castelli e rappresentare investiture cavalleresche. Certo, ci vogliono gli spazi giusti e un po' di materiali - giusto quello che difficilmente si riesce a ottenere.
Alla fine della lezione i ragazzi ricevono i compiti: di solito si tratta di scrivere un saggio di una lunghezza stabilita (in centimetri, non in parole) sulla parte teorica dell'argomento, oppure di lavorare sugli incantesimi e le trasfigurazioni. Nella lezione successiva talvolta si è "interrogati", per esempio mostrando di saper padroneggiare gli incantesimi, e assistiamo a compiti piuttosto concreti - per esempio quando preparano gli schiantesimi, allestendo una stanza ben imbottita di cuscini per il poveretto di turno che così, quando viene schiantato, cade senza farsi male.
Ci sono molti metodi e molte possibilità, e ognuno lavora a modo suo. La professoressa Cooman mette i ragazzi a divinare dai fondi del tè, la professoressa McGonagall fa trasformare vari oggetti, il professor Vicious fa levitare piume e cosa fanno ad Astronomia non è dato sapere, ma stan sempre in osservatorio.
I compiti sono compiti essenzialmente di compilazione: i ragazzi copiano dai libri di scuola, oppure vanno a fare ricerche in biblioteca, a volte lavorando in gruppo. Conta la completezza del lavoro - e, immagino, anche il modo con cui il compito è strutturato. Le valutazioni fioccano numerose ma sono spesso il risultato di un duro lavoro tra salamandre, ippogrifi e mandragole urlanti.
In Italia abbiamo ministri che straparlano di laboratorietà senza pagare i laboratori, e le valutazioni sono rigorosamente divise tra scritte e orali ("almeno due valutazioni scritte e due orali per quadrimestre" si raccomandò a Gennaio la preside prima degli scrutini, beatamente ignara del fatto che alcune materie sono soltanto orali, qualsiasi cosa ciò voglia dire). E, arrivati alla didattica a distanza molti si sono lamentati di avere problemi a interrogare a distanza. E se leggono sul libro? E se da dietro gli suggeriscono? Corre voce che qualcuno abbia perfino fatto bendare gli alunni prima delle interrogazioni, ed è una vera fortuna che esistano tanti ragazzi di animo così gentile e disponibile da accettare di adattarsi a questa roba - non so cosa avrei detto io alla proposta di farmi interrogare bendata, ma dubito davvero che sarebbe stata una risposta cortese, e sospetto anche che avrebbe un po' abbassato il mio voto di condotta.

Molti insegnanti hanno cercato di continuare "nello stesso modo", salvo lamentarsi che non funzionava granché. Altri si sono dati alla libera invenzione mandando a ramengo le vecchie regole e consuetudini, che indipendentemente dal risultato (per quanto ne so, spesso piuttosto buono) è sempre una buona cosa.
(Quanto agli insegnanti dell'alberghiero, giunti alla preparazione di soufflé e pasticcini, non so cosa hanno detto ma credo non siano parole adatte ad un ritrovo di gente educata. Purtroppo nessuno di loro tiene un blog o una pagina su Facebook, e mi dispiace assai).

Comunque questo è un post che non va da nessuna parte in particolare, semplicemente mi andava di scriverlo.

venerdì 29 maggio 2020

Portami il diario. La mia scuola e altri disastri - Valentina Petri


Quando aprii il blog eravamo un bel gruppetto di insegnanti, soprattutto delle medie, in gran parte di Lettere, che ci rimbalzavamo racconti, esperienze e commenti. I miei punti di riferimento erano LaProf, da qualche anno scomparsa senza lasciare recapito, La Noisette, riaffacciata da poco in occasione della malefica Didattica a Distanza e Milady.
Milady teneva un salotto, ora scomparso dalla rete ma di cui si trova ancora traccia navigando con ostinazione. Raccontava un precariato abbastanza avventuroso e classi abbastanza feroci. Dal mio tranquillo paesello di campagna seguivo con grande interesse le sue avventure, intervallate da spassose trame di opere liriche e spiccioli di vita quotidiana: era una Milady di frequentazioni d'artagnane e suo marito, ovviamente, si chiamava Athos.
Poi anche Milady (come La Noisette) dirazzò e passò alle superiori, nel complesso e faticoso mondo degli istituti tecnici, dove l'insegnante di Lettere deve guadagnarsi la vita e soprattutto l'attenzione delle classi frusto a frusto, senza che niente le sia garantito per contratto. Continuò ad allietarci con i suoi racconti ed era chiaro che in mezzo a quella bolgia ci stava come un topo nel formaggio.
Poi un bel giorno migrò su Facebook, lasciandoci il recapito (che è tuttora sul mio blogroll, colonna a destra, se voleste servirvi).
Misi subito il Like di rigore e continuai così a seguire le sue avventure scolastiche, dalle quali ahimé Athos era scomparso, così come l'Erede, ovvero la graziosa fanciullina nata da sì letterario connubio: e non c'erano più nemmeno le opere liriche, anche se sembra che adesso la signora stia seriamente pensando di aprire una rubrica a loro dedicata.
Su Facebook la non più Milady, ormai Portami il diario fece un salto non tanto di qualità (che era già altissima) bensì di pubblico, e da blogger di nicchia - una nicchia ben nutrita, comunque - passò, in crescita esponenziale, a contare i  lettori in decine di migliaia. Così a qualcuno che lavorava a Il Fatto Quotidiano venne in mente di contattarla e adesso l'ex-Milady tiene una brillante rubrica dedicata alla scuola, che si contraddistingue per la vivacità e la pertinenza dei suoi articoli e per la balordaggine assoluta dei commenti che raccoglie (e per una volta Facebook batte la carta stampata 30 a 0, perché lì i commenti sono molto sennati oltre che divertiti).

Poco dopo Portami il diario venne contattata anche da qualcuno che lavorava alla Rizzoli e furono presi accordi per un romanzo. Che cosa mai poteva andare storto?
Nel romanzo niente, certo; ma questo è un anno, come dire, con caratteristiche molto particolari; e così il primo romanzo di Portami il diario (che nel frattempo aveva ripreso la sua legittima identità di Valentina Petri) sarebbe dovuto uscire in quel di Marzo ed essere presentato al pubblico in librerie ed eventi vari ma l'uscita è stata rimandata di due mesi causa totale chiusura delle librerie e blocco delle rotative, ed è stato pubblicizzato con una serie di Presentazioni a Distanza rigorosamente prive di contatto umano*. Nonostante questo le vendite non devono essere andate malissimo, perché a una settimana dall'uscita era già in ristampa.
Un sospetto in merito mi era già venuto quando avevo chiamato in libreria al secondo giorno dall'uscita per chiedere che me lo procurassero.
"Ce l'abbiamo, puoi venirlo subito a prendere" aveva detto la libraia festosa "Vado a mettertelo da parte".
È poi tornata spiegando che ce l'avevano, sì, ma poi lo avevano anche venduto e quindi non lo avevano più e dovevo ripassare a settimana nuova quando ne avrebbero ricevuto nuove copie.
Così ho fatto, e adesso mi accingo a dare il mio minuscolo contributo per incrementare le vendite della ristampa presentandolo al Venerdì del Libro di Homemademamma - vendite che, nonostante il mio apporto, sembrano comunque destinate ad andare piuttosto bene. 

Il libro costa 18.00 euro, un prezzo tutto sommato accettabile per 400 e passa pagine discretamente fitte. Sulla copertina sorvolo pietosamente, ma so che a qualcuno è piaciuta - e naturalmente richiama le copertine del Diario di una schiappa
Personalmente la trovo angosciosa - al contrario del libro che è molto solare.
La Rizzoli però poteva ben degnarsi di mettere un indice, in cambio di diciotto euro, visto che il romanzo è diviso in capitoletti, molti e numerati, ognuno con il suo bravo titolo, e spartito per mesi. 
Perché un romanzo ambientato a scuola nel corso di un anno scolastico, chiaramente, va diviso per mesi. Come potrebbe essere altrimenti?

Quanto alla trama, si racconta in fretta. Il libro è ambientato a scuola e parla di scuola, la protagonista è una giovane insegnante che racconta il suo primo anno in un tumultuoso istituto tecnico e che stabilisce con le sue varie classi un rapporto tutto sommato positivo dove la sindrome di Stoccolma gioca un bel ruolo. Parte dell'intreccio è dedicato anche alla rappresentazione di uno Shakespeare assai alternativo: no, non un dramma di Shakespeare, bensì tre storie di Shakespeare frullate insieme fino a tirarne fuori un lieto fine. Il copione della commedia è poi fornito in una sorta di appendice e già da solo vale il prezzo del libro; giusto per dire che non è un obbligo mettere sempre in scena i Promessi Sposi, si può anche cercare qualcos'altro.
La non-storia è scritta nel classico stile di Milady, con un particolarissimo miscuglio di ironia e di realismo che ha sempre goduto di gran successo tra i suoi lettori e che personalmente mi ricorda un po' Pratchett (che per me è un grandissimo complimento, ma immagino che non significhi molto per chi non ha mai letto Pratchett). 
La protagonista però non è l'insegnante, che racconta in prima persona quel che vede, e non sono nemmeno i ragazzi, quella meravigliosa schiera di pestiferi alunni uno più adorabile dell'altro, e che sono fotografati e riprodotti su lastra d'argento con una rara capacità nonché dotati di soprannomi altamente descrittivi quanto indimenticabili (ce li ricordiamo tutti, credo, i leggendari soprannomi di Milady. Molti blogger han tentato di imitarli, di solito con risultati su cui è cortese sorvolare. Davvero, dare un soprannome ad un alunno è un serio affare, non un passatempo per bagnanti oziosi).
La protagonista è la Scuola, ed è per questo che il romanzo è adorabile e può essere letto tutto di fila, o a ritroso, o a spizzichi e carotaggi o come accidente vi pare: perché la Scuola è sempre sé stessa, sempre immutabile e sempre in continuo cambiamento e cresce e muta aspetto ad ogni istante, come quelle figure mitologiche che danzano e sotto i loro piedi nasce e rinasce il mondo.
Esistono molti romanzi ambientati a scuola, per ragazzi e per adulti. Ce ne sono di didascalici, di avventurosi, di saccenti, di boriosi, di missionari. Quelli per ragazzi talvolta possono essere molto buoni**. Quelli per adulti di solito suonano falsi come la proverbiale moneta da tre euro perché sono molto preoccupati di dare un senso e di trasmettere un messaggio. La scuola è buona o cattiva? È repressiva o maestra di vita? Gli adulti sanno porsi come modelli o sono in realtà più cattivi degli scolari? Ma soprattutto, qual è il modo giusto di portare avanti il discorso?

Tutto ciò non ha il minimo senso nel momento in cui un essere umano di questa terra si pone in veste di docente davanti a un gruppo di altri esseri umani di questa terra, più giovani, radunati in un gruppo che per convenzione si chiama "classe" ma è in realtà una creatura vivente che contiene in sé molto più che la somma dei suoi componenti.
La società (il Potere, se preferiamo chiamarlo così) stabilisce che gli adulti abbiano determinate funzioni e insegnino una determinata quantità di cose (non sempre e soltanto nozioni, "cose" di vario tipo: metodi di lavoro, tecniche, criteri di giudizio); a questo scopo si elaborano infinite quantità di regole e linee guida e modalità, cercando di aggiornarle e migliorarle in continuazione, e si cerca di insegnarle agli insegnanti (che di solito scalpitano perché gli sembrano per lo più grandissime cazzate).
Poi, le cose vanno come gli pare. La scuola è una centrale atomica in continua ebollizione. La scuola è un processo alchemico di perenne trasformazione che a volte produce piombo, a volte oro, a volte quegli strani composti chimici che non sono né piombo né oro ma sono utilissimi per cose del tutto imprevedibili e che devono ancora essere inventate. La scuola va come gli pare, perché si tratta di qualcosa che è composto da esseri umani, ognuno dei quali funziona a modo suo; e questo vale sia per gli alunni che per gli insegnanti (ma sarebbe il caso di ricordare che il processo riguarda anche molti custodi e perfino qualche preside).

Siamo piene di storie in cui intrepidi e carismatici insegnanti affrontano con consumata abilità classi turbolente e intrattabili, instradandole sulla retta via, e risvegliano classi addormentate dalla noia riportandole a nuova vita; e parimenti abbondiamo di storie dove impavidi alunni affrontano valorosamente insegnanti crudeli sconfiggendoli lealmente e talvolta eroicamente oppure infondono nuova linfa ed entusiasmo in insegnanti disillusi e abbrutiti. Tutto ciò è molto gratificante da leggere o da veder raccontato su pellicola ma la scuola è un meccanismo molto più complicato di così - più un posto dove le pecore vanno rassomigliando ai pastori e i pastori alle pecore, per citare Barbalbero, in una continua interazione che non si sa mai dove va a finire e che a volte cambia direzione senza un apparente perché - anche se, naturalmente, un perché c'è sempre.
Valentina Petri ha scelto di raccontare quella scuola, perché è l'unica che conosce e che le sembra valga la pena di raccontare. Non ci sono ragazzi sbagliati da redimere, campioni da esaltare o modelli sociali da discutere, solo un vasto campionario di umanità a tratti decisamente incomprensibile e di cui è difficile capire l'esito a meno che tu non sia Dio nel suo massimo fulgore. Ma in quelle quattrocento e passa c'è la scuola vera, in tutta la sua disperante imprevedibilità e nella sua imprevedibile capacità di farsi male e guarirsi da sola.
In quelle pagine dove l'insegnante annusa la classe entrando e sa giù se potrà o non potrà fare la lezione che ha progettato, magari con qualche aggiustamento, o dovrà giocare carte completamente diverse; dove la classe ha reagito di malagrazia a una qualche proposta apparentemente allettante, e dopo averci sputato su per giorni e giorni conclude svolgendo un impeccabile lavoro; dove i Preziosi Insegnamenti scivolano giù dal lavandino senza lasciar traccia e altri - probabilmente altrettanto Preziosi ma serviti per caso, sbadatamente o senza un perché (anche se naturalmente, un perché c'è sempre) sortiscono effetti del tutto insperati, dove qualcosa produce frutti completamente diversi da quelli previsti, o dove un alunno lascia scivolare una frasetta casuale che fa capire all'insegnante che sta sbagliando tutto e che probabilmente avrebbe fatto meglio a non essere mai nato; dove seguiamo gli sviluppi di quelle bellissime iniziative avviate nel plauso corale, organizzate con ogni cura e dove circostanze impreviste conducono a disastri epocali (e lì davvero a volte non c'è un perché, solo una grandissima sfiga che come è risaputo ci vede benissimo); dove assistiamo a improvvise gratificazioni piovute assolutamente dal cielo senza un perché (e non starò a ripetere che naturalmente un perché c'è sempre, ma vai a capire qual è) - ecco, quelle pagine (più di quattrocento, insisto) sono scuola, nella sua più pura e incomprensibile realtà.
In conclusione, si tratta di un libro altamente consigliato a chi lavora nella scuola, a chi la frequenta, a chi con la scuola ha avuto a che fare almeno qualche volta nella sua vita ma anche a chi della scuola se ne frega nel più completo, totale e assoluto dei modi: un libro dove c'è molto da imparare ma anche parecchio da divertirsi.
Un libro, ahimé, che sarebbe stato davvero adatto ad essere letto nel corso della lunga e cupa quarantena appena passata. Ma funziona bene anche così.
Funziona bene comunque perché ci ricorda che il mondo è in continua costruzione e vivendo c'è sempre molto da imparare, a tutte le età.

*ne trovate in abbondanza a semplice ricerca, comunque sono tutte segnalate nella pagina di Facebook. Io non ho ancora avuto tempo di guardarne nemmeno mezza, ma conto di recuperare qualcosa nel ponte prossimo venturo, dove almeno la pianteranno di fissarmi riunioni e prescrutini.
** poniamo, quelli di Harry Potter, ma ce ne sono anche altri.

giovedì 28 maggio 2020

Ricevimento Genitori, ovvero sugli Svantaggi della Didattica a Distanza

...perché certe volte tutto è davvero molto complicato
(L'autrice di questo bel disegno è Monokubo)
L'ora di ricevimento non è mai stata un peso per me.
Qualche volta ho dei genitori e qualche volta no, e qualche volta arrivano a intermittenza; ma non è mai tempo perso: in Sala Insegnanti c'è sempre qualche scartoffia da riempire, qualche chiacchiera da scambiare, qualche verifica da correggere o da preparare, qualche lezione da ripassare e, da quando curo la biblioteca, anche qualche scatolone di libri vecchi da riporre. Per male che vada, si può sempre aggiornare il registro o riordinare il cassetto. Se i genitori arrivano invece si fa conversazione, cercando di metterli a loro agio e allungando bene le antenne: c'è sempre tanto da imparare, conversando con loro, e non di rado si raccolgono gustosi aneddoti che serviranno a intrattenere famiglia e amici nelle lunghe serate d'inverno accanto al caminetto.

Per quanto ne so, al tempo del coronavirus la maggior parte delle scuole ha sorvolato con eleganza sulla questione del ricevimento dei genitori sospendendolo di fatto. D'altra parte ormai siamo in trappola e i genitori riescono a contattarci agevolmente via mail a qualsiasi ora del giorno e della notte, per tacere del fatto che siamo soprattutto noi a braccare loro in cerca delle nostre scolaresche disperse stanandoli con pazienza e aggirando con abilità qualsiasi intralcio legato a difficoltà di collegamento o carenza di supporti informatici. Insomma, tra tutti i difetti che si possono imputare alla Didattica a Distanza dobbiamo ammettere che non c'è quella di avere allentato il contatto con le famiglie degli alunni - con alcune, per lo meno.
Tuttavia, quando un rappresentante dei genitori ha chiesto che riprendesse il ricevimento,  la cosa è stata prontamente accordata - ma non certo condotta agevolmente.
Faticosamente è stato costruito un orario di ricevimento. Faticosamente sono state elaborate le procedure che, non ho capito bene perché, tiravano di nuovo in ballo il Registro Elettronico, dove a suo tempo era stato elaborato un sistema di appuntamenti da prenotare in una finestra di 48 ore - poniamo, se io ricevevo alle nove di Mercoledì essi dovevano prenotarsi nelle 48 ore precedenti, né prima né dopo, e invece per il ricevimento generale avevano una settimana MA a partire esattamente da mezzogiorno e che chiudeva il giorno prima e...
(Poi finiva sempre che qualcuno arrivava all'ultimo momento e chiedeva di essere ricevuto, di solito con successo. Oppure ti guardava con fare invitante, se per caso ti trovava in Sala Insegnanti e, come si suol dire "ci provava": sa, vedo che è libera/o, se potessi avvantaggiarmi... Non ricordo che abbiano mai incassato un no, anzi talvolta eravamo noi a sfarfallargli intorno chiedendo "Vuole venire anche da me? In questo momento sono disponibile" manco si trattasse di raccattare clienti per arrotondare la paga. Ma per una giusta causa si fanno anche le marchette).

Il Ricevimento a Distanza è una roba complicatissima e altamente ansiogena, almeno per me.
Alla scuola media di St. Mary Mead ora funziona che prima di tutto il genitore si prenota nei due giorni canonici nel registro elettronico nel vecchio registro, non su quello nuovo. Poi l'insegnante va a vedere sul vecchio registro elettronico, scopre che A, B, C e D si sono prenotati per parlare con lui e allora gli preparava un appuntamento sulla classe elettronica della piattaforma dandogli l'ora e una finestra di pochi minuti.
E ci sono così tante possibilità di sbagliare... posso sbagliare l'ora, la classe, fissare due appuntamenti in contemporanea e scoprirlo troppo tardi, sbagliare il giorno (queste ultime due le ho fatte davvero, anche se solo una volta per una) e ogni volta che il genitore di turno si presenta il sollievo è tale che sono già stanca e mi riesce difficile avviare una conversazione decente, sempre con l'occhio all'orologio per non sforare ché poi c'è quello dopo che aspetta.
Il genitore di turno, temo, non è molto più a suo agio di me, e anche lui/lei è abituato a climi più rilassati e a situazioni più agevoli. Ci tapiniamo un po', scambiamo qualche ovvietà, deprechiamo la situazione presente... niente a che vedere con un colloquio serio.
E non sempre va tutto liscio, perché la rete è instabile e talvolta infida e anche per loro ci sono ampie possibilità di sbagliare - e infatti qualcuno ha sbagliato e qualcuno si è trovato di punto in bianco senza banda.
Da ieri dovrebbe essere finito, vivaddio. E spero proprio di non ritrovarmici mai più.
Immagino che valga anche per loro.

domenica 24 maggio 2020

Il complesso ma affascinante mondo dei compiti a casa - Guida per l'aspirante Bravo Insegnante

I gentili lettori sono avvisati: questo non sarà un post molto divertente, anzi è soporifero in sommo grado
(nessuno comunque vi obbliga a leggerlo, a meno che non soffriate di insonnia.
Nel qual caso sì, direi che almeno  un tentativo lo merita)
"Affascinante 'na sega" sbufferebbero tutti gli alunni del mondo a una voce se per avventura passassero di qua (il che, per loro fortuna, è più che improbabile)
"Affascinante 'sto par de cojoni" ringhieranno alcuni genitori approdati per caso su queste rive. Non tutti però, solo i più malaccorti. Perché la prima regola dei compiti a casa è che il genitore non dovrebbe impicciarsene né tanto né poco: i compiti a casa degli alunni infatti sono, per definizione, degli alunni. 
Se tuttavia gli alunni non riescono a farli il genitore può utilmente collaborare in due modi:
1) suggerire alla sua prole di parlarne con l'insegnante
e se il problema persiste, dopo qualche settimana
2) parlare con l'insegnante per chiedergli francamente se la creatura non ha per caso a suo avviso qualche disturbo di apprendimento e regolarsi in base alla risposta. Magari l'insegnante è idiota o ha le traveggole, certo, può essere - nel qual caso una visita andata buca da un medico del settore andrà aggiunta alle tante seccature che il mestiere di genitore include; ma è il classico caso in cui è meglio essere troppo apprensivi che fregarsene perché se il problema esiste non passerà da solo.
Una cauta opera di sorveglianza da lontano mentre la creatura di cui sopra compiteggia può essere rassicurante per lei (e per il genitore); una amichevole risposta a un dubbio può essere un modo come tanti di comunicare; una paziente opera di ascolto della lezione su richiesta della prole può essere uno dei tanti balzelli che la vita ti impone di pagare per goderti le gioie della genitorialità. Fine.
I compiti a casa riguardano solo due categorie di persone: gli insegnanti e gli allievi. Qualche volta anche i pasticceri, se i figli sono creature socievoli e amano ritrovarsi tra amici per svolgerli insieme (nel qual caso una merenda si impone) e se il genitore ospite non sa fare le torte o gli sta fatica imburrare tramezzini, è giusto che si rivolga agli addetti del settore senza inutili sensi di colpa: un genitore è un genitore, non una macchina da cucina.

Spostiamo l'obbiettivo sui compiti, lasciando in pace le famiglie e le loro abilità culinarie.
I compiti nascono con il più o meno lodevole scopo di permettere agli alunni di assimilare quanto gli è stato rifilato a scuola - che magari a volte sono sciocchezze o cose inutili, ma questi son argomenti da discutere altrove e tra specialisti. Come tutti, anch'io ho un bel po' di teorie in merito (e per "tutti" intendo proprio tutti, anche quelli che con la scuola hanno cura di averci a che fare il meno possibile. E anche loro hanno diritto alle loro libere opinioni in proposito). Quindi lascio da parte tutte le opinioni sull'effettiva utilità dell'apprendimento mnemonico delle tabelline, dello studio della storia romana o della genetica e via dicendo - ripeto, tutte opinioni lecite e rispettabili ma non è di questo che stiamo parlando.

I contenuti si assimilano nei più vari modi. Ci sono compiti più noiosi dei giorni di pioggia, ci sono compiti divertenti e gradevoli. Puntare su una categoria o sull'altra a a che fare soprattutto con il rapporto che il singolo insegnante ha con il piacere, che a sua volta si lega al rapporto che il suddetto insegnante ha con la vita e con il sapere. Chi ritiene che solo una grandiosa ipertrofia testicolare conduca ad un giusto apprendimento non esiterà a dare compiti noiosi noiosi, convinto con ciò di fare il bene dell'alunno onde instillargli senso del dovere, disciplina e instradarlo all'esercizio di quell'utilissima virtù che è la pazienza. Altri, più goderecci e portati ad associare all'apprendimento emozioni piacevoli come il gusto della scoperta e il divertimento, cercheranno di darne di vari e di divertenti. 
A questo proposito occorre comunque ricordare che, se è vero che le emozioni piacevoli sono un fissante di grande rilievo per la memoria, questo vale anche per le emozioni negative quali la noia, l'esasperazione e il dispetto - e infatti anche gli insegnanti più goderecci assegnano talvolta compiti noiosissimi e interminabili, e anche gli insegnanti più puritani scodellano a sorpresa compiti variegati e divertenti: il Sapere, invero, è un grandissimo Mistero, e come tutti i veri Misteri ci sono molte strade che vi conducono, e molte porte per entrarvi e nemmeno i saggi conoscono tutte le risposte - per fortuna, vien da dire. Inoltre non tutte le classi reagiscono nello stesso modo: un gruppo di alunni dotati di ambizione, apertura mentale e salda autostima non avrà paura di divertirsi facendo qualcosa per la scuola e un compito insolito non li spaventerà - mentre alunni di mentalità più convenzionale e meno interessati alle scoperte affronteranno con diffidenza e leggerezza un compito dall'apparenza meno seriosa, e se ne faranno sfuggire l'utilità svolgendolo in modo trascurato e assai cialtronesco. In teoria è proprio ai secondi che dovresti dare i gadget più divertenti e riservare le idee più brillanti - ma andranno prima convinti e rassicurati che anche tu sai essere un insegnante noioso come tutti gli altri, prima che si azzardino a prendere sul serio un compito non troppo pedante.

La prima e indispensabile regola perché i compiti vengano presi sul serio è correggerli con grande accuratezza e pazienza e soprattutto controllare sempre che siano stati fatti, almeno nei primi tempi. Se la classe tende allo scioperato andante, conviene partire da dosi leggere, quasi omeopatiche, elargire votacci con grande liberalità una volta appurato   che non sono stati fatti, sopportare con infinita pazienza e dolcezza la torma di genitori che verranno in processione a lamentarsi di tutto ciò (perché una classe scioperata ha spesso alle spalle famiglie iperprotettive), persistere nei votacci e aspettare; e quando i compiti minimali cominciano ad essere svolti (il che a volte comincerà ad avvenire solo dopo il primo giro di colloqui con le famiglie o addirittura dopo la prima scheda di valutazione, ma solo se il voto è estremamente basso - insomma, quattro) alzare gradualmente il carico fino ad arrivare a dosi normali: in sintesi, la buona vecchia regola della bollitura della rana. Nel frattempo, può essere utile assegnare in classe esercitazioni molto facili, dove tutti possano ottenere in un modo o nell'altro valutazioni decorose: dopo qualche quattro un sei può talvolta sortire effetti miracolosi e perfino innescare una perfetta sindrome di Stoccolma. Capisco che possa sembrare una procedura a tinte sadiche ma, come si dice in questi casi, è per il loro bene.
Tutto questo può essere molto complicato quando si tratta di insegnare quelle che io chiamo "materie a trama" (come Matematica o le lingue straniere, dove senza certe basi non si va avanti; mentre alla fine Italiano è una lingua che l'alunno recupera quando vuole e decide di occuparsene, come Storia e Geografia).

La seconda regola consiste nel dare compiti impossibili da copiare, o che anche se "copiati" sortano comunque il loro effetto.
Poniamo di fare una poesia come A Zacinto. Si può assegnare una parafrasi scritta, e a quel punto parecchi rimedieranno con facilità perché una ricerca in rete può fornire in circa mezzo secondo ad andare lenti una buona decina di ottime parafrasi e qualche ventina di parafrasi scadenti - e sotto quest'ultimo aspetto alcuni siti di soccorso per gli alunni sono una vera iattura (ricordo che una volta diffidai apertamente una classe dal ricorrere a non so quale sito e finii con l'indirizzarli verso uno molto più affidabile - perché ce ne sono anche di molto buoni. Diciamo che provai a vincerli di cortesia. Una operazione di questo tipo può col tempo convincerli che sei una persona seria e che non conviene cercare di prenderti in giro. Succede solo con classi sprovvedute, certo. Ma una classe non troppo sprovveduta di solito fa la parafrasi, salvo magari controllarla in rete per sicurezza).
Oppure si può aggirare la questione della parafrasi - per esempio facendo leggere la poesia ai casi sospetti, e una volta avuta la prova con la lettura che chi legge non ha idea di cosa sta leggendo, partire con le domande: perché le sponde sono sacre, che significa inclito e chi è che scrive l'inclito verso eccetera. Dopo un paio di pubbliche figure di palta (e di relativi quattro) l'alunno, piuttosto seccato, finirà per cercare almeno di appiccicare la parafrasi con un po' di criterio, e a quel punto lo scopo del compito è conseguito.
Oppure si può far leggere la parafrasi ad alta voce, chiedendo a quali versi si riferisca, a quali espressioni corrisponda questo quel verso eccetera. Se il malcapitato si è limitato a copiare passivamente dalla rete non saprà rispondere, altrimenti vuol dire che in qualche modo alla fine la parafrasi l'ha fatta - senza usare la vostra, ma pazienza.
(Tutto ciò non è particolarmente gentile verso Foscolo, che quando scrisse A Zacinto aveva ben altri scopi in mente che quello di tormentare poveri ragazzi nei secoli a venire, e può darsi che dopo questa disastrosa esperienza di lacrime e sangue molti dei ragazzi non ne serberanno un gran ricordo. Se volete puntare solo sul piacere che può dare questa bellissima poesia, conviene limitarsi a leggerla e spiegarla, non dare compito alcuno e chiudere lì la questione: ha comunque un bel suono e delle parole molto suggestive*).

Oppure avete fatto la Rivoluzione Francese. Sapete che in quella determinata classe solo quattro o cinque alunni sono in grado di rifilarvi una bella interrogazione distesa sulla Rivoluzione Francese, che è argomento complesso e irto di date e di avvenimenti, e ognuno di questi candidi cigni ha già tre voti. Tuttavia, com'è comprensibile, desiderate che in qualche modo la Rivoluzione Francese resti impressa e sia conosciuta e compresa almeno a grandi linee.
Se volete puntare sulla memorizzazione potete fare una serie di interrogazioni programmate, una pagina per alunno. Ognuno studierò bene solo la sua, ma sentirla ripetere nel complesso sarà un utile esercizio di esposizione.
Oppure potete dare delle domande scritte da fare a casa. Qualche amante delle scorciatoie cercherò un riassunto a sintesi della Rivoluzione Francese (magari quello che c'è a fine capitolo del libro, oppure qualcosa in rete) ma alla fine sempre sulla Rivoluzione Francese lavorerà, volente o nolente. Oppure potete chiedere una cronologia, e per farla dovranno sfogliare e risfogliare quelle maledette pagine; o un riassunto: "La Rivoluzione Francese in 10 tappe, lunghezza massima quaranta righe", ed eccogli servito su un piatto d'argento un utile esercizio di sintesi. Se poi lo fate leggere in classe i poveretti ne ascolteranno una ventina di versioni diverse, e alla fine, stante che le gocce scavano le pietre, i concetti di base li avranno pur assorbiti, anche se per un malefico caso avessero trovato in rete proprio una sintesi in dieci punti della lunghezza richiesta (cosa pur sempre possibile) - e in quel caso avranno anche conseguito il bonus supplementare di  essersi dovuti leggere con cura la sintesi da copiare per controllare che rispondesse in tutto e per tutto ai requisiti richiesti e di essersi cimentati in una ricerca più particolareggiata. D'altra parte, anche quella che trovano sul libro di testo è una sintesi, ben lungi dall'essere perfetta, e per loro si tratta pur sempre di lavorare su materiale premasticato.
Ma potete anche scovare un breve video sulla Rivoluzione Francese e chiedergli di riassumerlo in cinque, sette o quale altro numero vogliate di punti. Se vorranno copiarlo da un compagno, dovranno ritoccare il testo per impedire che scopriate l'inghippo (se non si preoccupano di farlo c'è sempre il buon vecchio quattro a soccorrere l'insegnante in ambasce, e magari una interrogazioncina supplementare di recupero).
Oppure potete fargli fare una scheda individualizzata da leggere in classe dedicata a un singolo personaggio - con la Rivoluzione Francese si può fare tranquillamente anche con le classi più numerose. Lì si parte già dal presupposto che copieranno, o meglio dovranno cercarsi delle fonti; in rete, in questi barbari tempi, ma anche alla biblioteca comunale o dello zio Rodolfo in tempi più gentili.

Terza e ultima regola: i compiti si danno tenendo conto di quel che serve alla classe. Sono un po' incolti e devono sgrezzarsi? Conviene puntare spesso su compiti di ricerca, che gli apriranno nuovi mondi.
Espongono da cani? In quel caso anche le interrogazioni programmate hanno un loro perché.
Ripetono meccanicamente imparando a memoria? Conviene chiedergli l'argomento partendo da una prospettiva particolare.
Scrivono da far pena? Si danno soprattutto compiti scritti, attingendo da qualcosa che ben difficilmente può essere fatta da altri che da loro - magari lezioni preparate a tal scopo che dovranno riferire.
La punteggiatura questa sconosciuta? Si chiede un testo formato da un numero x di frasi che contenga anche almeno una domanda e due esclamazioni, legato a qualche argomento fatto in classe - in questo caso si possono agevolmente acchiappare due materie con una fava, e in più dare anche una mano all'insegnante di italiano.

Domanda: "ma tutta questa gran mole di compiti non sarà troppo lunga e faticosa da gestire?"
Caaaalma, nessuno ha parlato di una gran mole di compiti. Mica gli vanno dati tutti i giorni.
Non c'è da temere: nessuna classe a memoria d'uomo è mai morta di inedia per eccessiva scarsità di compiti. Essi compiti non devono essere troppo frequenti né troppo assidui, anzi il sovraccarico va evitato con cura - anche perché finisce per danneggiare soprattutto i più bravi e coscienziosi, ovvero quelli che i compiti li fanno sempre e comunque, crollasse il mondo. Inoltre non è sempre necessario correggere quelli che vengono letti in classe.

Altra possibile domanda: "non so perché, da qualche tempo avverto l'irresistibile tentazione di fargli fare qualcosa di assai monotono, tipo scrivere tutto il paradigma del verbo essere. Cosa vorrà dire?".
Risposta scontata: è noto che non fa mai bene resistere troppo alle tentazioni; inoltre, se una pensata così pallificante per tutti si è fatta strada, probabilmente c'è il suo bel motivo. Un po' di noia non ha mai ucciso nessuno - e magari tanto si annoieranno che impareranno a usare quel povero verbo in modo adeguato e corretto, non fosse che per la paura di dover rifare di nuovo un sì palloso compito. Dopotutto la vita non è solo un giardino di rose eccetera eccetera.

* E comunque mai dire mai: ricordo di una classe che si arrabattò malamente con In morte del fratello Giovanni tanto che alla fine chiesi scusa pubblicamente dicendo che avevo mancato verso di loro e verso Foscolo e che mai più avrei fatto una cattiveria tale a dei poveri ragazzi e a un sì bravo poeta. Mi guardarono stupiti e molti dissero che no, in realtà la poesia gli era molto piaciuta anche se era effettivamente risultata difficile. Vai a sapere.