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mercoledì 30 maggio 2012

Haeretica - Sull'assoluta e totale indispensabilità dell'acquisto di un libretto per la preparazione alle prove Invalsi di italiano (a sentire i rappresentanti)

Una mattina del 2006 (erano appena iniziate le vacanze di Pasqua) gli insegnanti delle scuole medie scoprirono che nell'esame sarebbe stata inclusa anche la Prova Invalsi di italiano e di matematica. In cosa esattamente consistesse questa fantomatica Prova Invalsi nessuno lo sapeva né dal Ministero arrivarono chiarimenti. Arrivò invece, per il giorno prefissato, la prima di quella che sarebbe poi diventata una lunga serie di Prove Invalsi, e alunni e insegnanti scoprirono di cosa si trattava applicando la buona e vecchia regola del "Butta il bambino in acqua e così imparerà a nuotare" (da notare che sopravvissero, tutti).


Il tempo passò. Ad ogni nuovo anno all'Invalsi gli partiva un treno diverso, per le prove: a volte facilissime, a volte  lunghissime, a volte complicate, a volte piuttosto normali. Non c'era uno standard preciso cui attenersi e questo era piuttosto scomodo perché ogni anno all'esame di terza c'era la Tagliola dell'Invalsi con il suo Voto Oggettivo (qualche volta un po' falsato perché era arrivata la griglia di correzione sbagliata, ma questi son dettagli); tale voto, cambiando molto la difficoltà della prova a seconda dell'anno, finiva col risultare piuttosto imprevedibile complicando alquanto la vita vuoi ai fulmini di guerra che aspiravano al dieci, vuoi agli alunni ammessi sul filo del rasoio che la Commissione disperava di riuscire a passare qualora si fossero verificati intoppi, vuoi a tutta la fascia intermedia che, dopo un impegno più o meno approfondito, aspiravano legittimamente ai suoi sette, otto o nove - perché, insomma, se uno ha navigato un triennio in zona sette non è mica giusto che esca dall'esame finale con sei.
In seguito le Prove Invalsi vennero messe anche in prima media e in altri ordini di scuola e si cominciò a parlare di prove Invalsi anche per l'Inglese.. Lo Spettro della Prova Invalsi vagava ormai a pieno titolo nei corridoi delle italiche scuole, con gran stridio di catene rugginose e sfoggio di pallidi lenzuoli dalla fluorescenza un po' verdastra.


Per gli insegnanti c'era il problema di come preparare al Gran Cimento gli allievi: dal momento che il grado di difficoltà delle prove dell'anno a venire era imprevedibile non c'era in realtà molto altro da fare che preparare la classe nel migliore dei modi e sperare in dio o in chi per lui - e per la verità era così che veniva fatto anche prima dell'avvento delle Prove Invalsi.
Per gli insegnanti di Italiano delle medie, in verità, la questione si presentava piuttosto semplice*: la Prova Invalsi di Italiano in somma delle somme consisteva in alcune prove di comprensione del testo più qualche domanda di grammatica aggiunta in fondo - ovvero niente di diverso dalla struttura di una consueta prova di ingresso o di uscita, di quelle che spesso si fanno all'inizio o alla fine dell'anno scolastico, con l'unica incognita della lunghezza e di qualche domanda che a volte risultava sbagliata nell'impostazione o riguardo a quel che sarebbe lecito aspettarsi da un alunno di prima o terza media, vuoi per difetto e vuoi per eccesso - e su quello non c'era rimedio, perché alle domande sbagliate poteva porre rimedio soltanto l'Istituto Invalsi stesso medesimo, e non risulta che l'abbia mai fatto; mentre, per quanto riguardava la lunghezza e quindi il tempo necessario per la soluzione, l'unica cosa da fare era, di nuovo, sperare in dio o in chi per lui che quell'anno capitasse una prova congrua al tempo assegnato, perché i ragazzi non dispongono di un acceleratore che gli consenta di affrettare i tempi a piacer loro, e del resto a scuola usualmente si cerca di farli riflettere su quel che fanno, più che di fargli accelerare i tempi e dare risposte a casaccio (un'arte, questa, di cui sono di solito già perfettamente padroni ma di cui normalmente i docenti non si rallietano molto).


Volendo dunque "preparare" gli alunni alle mitiche Prove Invalsi di Italiano alle medie l'unico mezzo a disposizione sembrava quello di far loro eseguire una o più delle prove tra quelle già assegnate negli anni precedenti dall'Istituto Invalsi istesso medesmo. Quest'ultimo, e unico, sistema aveva comunque un inconveniente di base perché ogni Prova Invalsi costituiva un caso a sé e non era dunque una valida preparazione per affrontare la prova dell'anno a venire. E d'altra parte, meglio di niente...


L'Insegnante di Lettere standard è comunque intrinsecamente una creatura ansiosa e ansiogena, nonché assai portata all'autocolpevolizzazione; e i corridoi e le sale docenti delle varie scuole si popolarono di creature infelici che vagavano battendosi il petto e invocando un modo per preparare gli alunni alle imprevedibili Prove Invalsi prossime venture. Il banale espediente di svolgere correttamente e in modo approfondito il programma del triennio per poi sperare in dio o in chi per lui, se pure veniva largamente praticato (nei limiti delle capacità di docenti e alunni, si capisce) non pareva quasi ad alcuno soluzione valida e adeguata per placare le ansie della collettività - perché col tempo la Paura si era diffusa capillarmente e ormai lo spettro della Prova Invalsi inquietava anche taluni genitori e alunni che a loro volta inquietavano vieppiù i poveri insegnanti di Italiano con  l'ansiogena domanda "Ma quando cominciamo con la preparazione per la prova Invalsi"?  


E vennero gli editori di libri scolastici e si chinarono sugli insegnanti affranti ascoltando il loro grido di dolore, per poi interrogarsi in cuor loro su come fosse possibile lenire tanta ambascia. E dopo lunghe ponderazioni, riflessioni e considerazioni, la soluzione balenò infine nelle loro fertili menti.
Nacque così "il libretto per la preparazione all'Invalsi", in un primo tempo studiato per le terze medie che avevano la prova all'esame, poi per le prime medie che avevano la prova verso la fine dell'anno e infine anche per le seconde medie che non avevano alcuna prova Invalsi né mostravano di languire in modo eccessivo per cotale mancanza.
E ogni rappresentante cominciò ad offrire i suoi ottimi Libretti di Preparazione all'Invalsi in aggiunta ai consueti manuali delle discipline e agli usuali Libretti per le Vacanze. E gli insegnanti di Italiano (ma anche di Matematica) ci si precipitarono sopra, riconoscenti, e cominciarono a trattare per l'acquisto dei libretti delle prove Invalsi già all'inizio dell'anno, spesso facendosi consegnare i soldi dagli alunni e poi comprando i libretti a prezzi "di favore" dai rappresentanti, che li portavano col fare furtivo non tanto del contrabbandiere di merce illegale, quanto dell'adddetto al duty free che riesce a farsi scivolare in macchina una cassetta di liquori senza dazio e a fornirli agli amici a prezzi ridotti. Tali libretti erano poi custoditi religiosamente in Sala Professori e tirati fuori una volta al mese, al momento della mitica Simulazione della Prova Invalsi di Italiano.
E tutto ciò avrebbe magari avuto un senso ai miei occhi se tali libretti fossero stati partoriti dall'Instituto Invalsi: noi prepariamo la Prova, noi sappiamo secondo quali criteri più o meno perversi la prepariamo, ed eccovi una serie di tappe mediante le quali preparerete i vostri alunni ad eseguire bene la prova da noi preparata, quale che sia.
Ma a quel che sembra l'Istituto Invalsi non c'entra niente con questi libretti, e ogni editore prepara il suo a suo genio (o a suo cretino, come si racconta che qualche malvagio insegnante abbia commentato in privato). E in qualche caso si tratta di una serie di prove tutto sommato proponibili e sensate, in qualche altro caso di deliri partoriti con il probabile aiuto di qualche sigaretta che conteneva ben poco tabacco (ne ricordo una in particolare dedicata alla metrica della poesia, dove un qualsiasi dei miei alunni, per quanto bravo, non avrebbe raschiato nemmeno una sufficienza stretta dato che io, della metrica, a malapena gli racconto che esiste) e talvolta di una sfilata di domande cervellotiche sui più strampalati complementi e tipi di periodo che mai abbia sentito rammentare (e che nelle Prove Invalsi ufficiali non ci sono).


A rischio di sembrare terribilmente trascurata a colleghi e alunni, io il libretto non lo faccio prendere. Qualche settimana prima della fine della terza li metto a tu per tu con l'ultima prova assegnata dal Ministero per l'esame, e questo è quanto. Fotocopie a spese della scuola, rigorosamente. E una simulazione soltanto.


Non è solo perché le ore sono poche e in terza arriviamo sempre alla fine a rotta di collo e si risparmia il tempo dove si può. E' proprio il principio, che non mi convince: si suppone che quella prova verifichi le competenze degli alunni. Il mio compito, per come sembra indicare l'Invalsi (che, ripeto, non cura libretti per la preparazione alle sue medesime prove) è renderli in grado di svolgere quella prova, fornendogli le competenze per farla almeno a livello decente, ma NON abituarli a fare prove Invalsi. 
Insomma, in quelle ore che altri dedicano alle esercitazione sulle prove Invalsi, io lavoro sulla grammatica o la comprensione del testo, all'incirca.


Sarei così rigorista e spietata se i libretti per la preparazione all'Invalsi venissero distribuiti gratis** o fossero curati dall'Istituto Invalsi?
Non lo so o, per meglio dire, non mi ci sono ancora trovata. Al momento, l'idea di spiegare alle famiglie che devono sborsare dai cinque agli otto euro in più funziona molto bene come deterrente.


*Non altrettanto avviene per gli insegnanti di Matematica, ci dicono, perché le loro prove Invalsi sono strutturate in modo diverso e a quel che sembra richiedono effettivamente una preparazione specifica - anche se, per i motivi elencarti più sopra, non è sempre facilissimo capire come debba svolgersi cotal preparazione.


**a volte lo sono, nel senso che sono allegati all'Antologia. Devo dire che ho gran cura di scansare le edizioni dell'Antologia che contengono il fascicolo delle prove Invalsi, perché costano sempre qualche euro in più.

venerdì 25 maggio 2012

Sull'ineffabile ipocrisia di taluni Collegi Docenti


Un tetto di zucchero e canditi può essere assai carino, oltre che dolce. Un tetto di spesa, invece, di dolce e di carino non ha proprio niente. Specie se non viene ritoccato dalla notte dei tempi.

E venne il Collegio Docenti sull'adozione dei libri per il prossimo anno. E si scoprì - sorpresa! - che le classi prime e terze non sforavano il tetto di spesa preventivato dal Ministero per l'acquisto dei libri, ma le classi seconde sì, anche perché per le seconde il tetto è molto più basso.
Per un Dirigente Scolastico è un banco di prova piuttosto interessante. So che il Preside Reggente che c'era l'anno scorso a St. Mary Mead aveva fatto scrivere, per le seconde che sforavano (cioè tutte), una formula del tipo "tetto non rispettato perché vincolato dall'adozione pregressa dei libri", che tradotto suona più o meno "Signori, qua nessuno si è dato alla pazza gioia scegliendo libri più cari: son gli stessi dell'anno scorso e la cifra che risulta è questa. Così è se vi pare".
Il Nuovo Preside che c'era tre anni fa invece adottò la tecnica del "mettere qualche libro tra i consigliati": cioè il libro era ufficialmente "consigliato" ma i genitori sapevano che dovevano comunque comprarlo. All'epoca la trovai una soluzione singolarmente cinica (ufficialmente il tetto di spesa è osservato, però le famiglie spendono lo stesso più soldi del dovuto in libri), ma anche foriera di rogne: perché qualora qualche genitore avesse deciso di non comprare i libri in questione, nessuno avrebbe potuto dirgli nulla né discriminare il figlio, che quel libro non lo aveva e che quindi non ci poteva studiare su, non avendolo. Non so se qualche genitore tentò l'esperimento perché l'anno dopo non ero più a St. Mary Mead; sospetto di no, perché i nostri genitori sono molto (troppo) pazienti.
A Hogsmeade invece la questione non era stata nemmeno sollevata, e d'altra parte l'anno prima le nuove adozioni erano state fatte con un criterio molto risparmioso (non tanto però da permetterci di rientrare nel tetto con le seconde, comunque). Approvammo le liste com'erano e amen, dopo un breve accenno nel verbale al fatto che gli acquisti per le seconde erano vincolati.

Ma veniamo a quest'anno, a St. Mary Mead e alla Nostra Preside, che ci fa osservare che le seconda sforano il tetto, anche se di poco, ed è un problema, perché dal Provveditorato hanno mandato a dire che assolutamente non si deve sforare*, e dà poscia l'avvio alla Manfrina dello Scaricabarile.
Non si potrebbe levare qualcosa e metterlo tra i Consigliati? Chessò, Religione?
No, Religione è ormai da tempo tra i "consigliati".
Oppure Fisica?
No, nessuno degli insegnanti di Fisica ha adottato libri.
Oppure Narrativa?
No, Narrativa è fuori dalla lista. In caso viene adottato durante l'anno.
Allora, forse... Antologia?
Qualcuno suggerisce di far acquistare l'Antologia in versione liquida, così i ragazzi possono stamparsi solo le parti su cui si lavora.
L'idea è in apparenza sensata ma comporta un certo ingrullimento da parte delle famiglie, che non sono obbligate ad avere un computer con relativa stampante né ad avercelo sempre ben funzionante. L'obiezione è sensata, anche se si alza il solito coro "Sì, ma questi ragazzi al computer ci passano la vita"; che in parte è vero, ma non per tutti, senza contare  che stampare dai siti degli editori non è sempre facilissimo e comunque se fossi un genitore io mi scoccerei, lo ammetto - senza contare che avvisare i agazzi che il giorno dopo portino le pagine tali e talaltre dell'Antologia... mah, non sempre e non con tutte le classi funzionerebbe, sospetto. E chi porterebbe le pagine sbagliate, chi le lascerebbe a casa, chi  proprio la sera prima la cartuccia era finita...
E qui qualcuno tira fuori un ovetto di Colombo: "Preside, quando insegnavo alla scuola di Monculi di Mezzo, l'Antologia era stata messa tra i consigliati però nel sito della scuola era spiegato chiaramente che era obbligatorio acquistarla".
Tramecolo: non solo viene suggerito un illecito (cioè "consigliare" un libro che in realtà è obbligatorio) ma viene anche proposto di dichiarare apertamente questo illecito facendolo passare per regola?
In pratica si tratterebbe di mandare una lista falsa al Provveditorato, mentre i genitori sforerebbero eccome il tetto di spesa, il tutto dichiarandolo pure ai quattro venti. A parte tutte le considerazioni etiche sul rispetto della legge che va a farsi benedire, mi sembra un modo singolarmente efficace per andare a caccia di grane: un genitore che avesse voglia di  scocciare potrebbe far passare diversi e notevoli guai alla scuola, mi sembra.
Tutti però sembrano trovarla un'idea valida, tanto che la cosa è regolarmente trascritta nel verbale.
Medito di sollevare obiezioni, poi lascio perdere: tutti sembrano così garrulamente convinti che sia una bella cosa dichiarare il falso in atto pubblico e aver cura di specificare su un sito altrettanto pubblico che  quel che è scritto nell'atto pubblico è un falso, che non ho cuore di parlare. Del resto, io ho una terza e di conseguenza ho preparato la lista per una prima, la mia lista rientra abbondantemente nel tetto spesa, e l'anno prossimo se sarò lì avrò una prima, o forse due. Insomma, non sono affari miei.

Però in cuor mio la trovo una vicenda molto, molto italiana, e a modo suo molto istruttiva. 
Educazione alla legalità, sissignori. E al rispetto delle regole.
Eccerto.

* cioè hanno dato la solita generica indicazione di tutti gli anni, presumo. Del resto non avrebbe avuto molto senso scrivere in circolare "Questi sono i tetti di spesa per l'acquisto dei libri, ma potete anche fregarvene perché tanto noi si fa la circolare giusto per perdere  un po' di tempo e farlo perdere anche a voi che la  leggete".

domenica 20 maggio 2012

Con il nastro nero


Intendiamoci, anche se metti una bomba su un treno, davanti a una banca, in una piazza o in una pasticceria ci sono buone possibilità di beccare dei ragazzi. Però davanti a una scuola, specie in certi orari, le possibilità sono davvero alte, senza contare che si tende (...tendeva) a dare per scontato che davanti a una scuola nessuno lascia una bomba. Anche negli anni di piombo, quando gli studenti desiderosi di passare una mattinata un po' diversa dal solito telefonavano alle scuole annunciando bombe, credo che nessuno dei molti artificieri che puntualmente accorrevano prendesse in seria considerazione la possibilità che la bomba ci fosse davvero - e infatti mai ne vennero trovate.
Ci sono dunque tutte le premesse, mettendo davvero una bomba davanti a una scuola e facendola pure esplodere, per smuovere parecchio le acque.
Se poi la scuola si chiama Morvillo-Falcone, ha vinto un premio per la legalità ed è in una regione del Sud certi pensieri vengono davvero spontanei, anche prima che venga svolto un solo quarto d'ora di indagini.
E allora forse è vero che una bomba davanti a una scuola è un segno di debolezza.
Debolezza o no, comunque, una ragazza è morta e un'altra è molto grave. E oggi ogni insegnante, alunno, custode e genitore si sente molto, molto inquieto, scosso, angosciato, dispiaciuto, impaurito...
....e molto, molto, molto arrabbiato.

venerdì 18 maggio 2012

Hortodoxa - 17 Maggio 2012 - Giornata mondiale contro l'omofobia


Mi rendo conto che la giornata mondiale contro l'omofobia era ieri, e non oggi; ma oggigiorno la vita è caotica, non ci sono più le mezze stagioni, a scuola questo mese stanno cercando di battere il record europeo della concentrazione di impegni pomeridiani dopo avermi lasciata quasi libera per due terzi dell'anno e insomma sono venuta a saperlo soltanto ieri sera sul tardi, e d'altra parte ormai le giornate mondiali si sprecano e star dietro a tutte è un'impresa improba. Ci vorrebbe un calendario dedicato. 
Però ho visto che il Ministro dell'Istruzione aveva esortato gli insegnanti a intervenire sull'argomento e mi sono detta che parlarne il giorno dopo era pur sempre meglio che non parlarne affatto, 
Pensavo a un piccolo intervento incentrato sul mutamento di costumi, di come tutta la terminologia sui gay fosse relativamente recente e di come il concetto di omofobia si fosse assai esteso, includendo anche gesti e parole che un tempo erano ritenuti quasi normali... il tutto aiutata da quella che è la migliore amica dell'insegnante con la LIM, ovvero Wikipedia, che citava ben tre diverse accezioni del termine omofobia. Un interventino piccino picciò, che poi c'era la Conferenza di Yalta che incombeva e tanto per cambiare a storia siamo in ritardo.
Arrivata in classe ho acceso la LIM. "Ieri era la giornata mondiale contro l'omofobia".
"Sì, l'abbiamo visto. C'erano un sacco di link su Facebook".
"Molto bene. Chi mi spiega cosa vuol dire omofobia?".
"Sono quelli che amano gli uomini".
"Ehm, non proprio. Qualcuno ha un'altra ipotesi?".
Le ipotesi degli altri, per fortuna, erano molto, molto più vicine al vero.
Così siamo partiti dall'etimologia di "omofobia" e dal suo significato attuale, piuttosto ampio, passando poi alla nascita della parola "gay" nell'accezione comune oggi, al politically correct, alle leggi che vietano la discriminazione basata sull'orientamento sessuale, all'etimologia della parola "lesbica", al significato di "coming out" e "outing"...
... praticamente una lezione di linguistica, con tanto di dettatura di una paginata di schema. Del resto io sono la loro insegnante di lettere, chi più di me deve vegliare sulle loro competenze linguistiche?
Un'ora e mezzo di dibattito ad ampio raggio, con un ricco intermezzo sulle adozioni dei bambini, un altro sulla necessità di non discriminare di ama Justin Bieber (un argomento che ricorre molto spesso, in quella classe. E pensare che fino a otto mesi fa ignoravo financo l'esistenza di Justin Bieber) e finestre varie su Marco Mengoni, George Michael, Oscar Wilde, i registri delle unioni civili, De Gasperi e Pio XII, la nostra costituzione, il Vecchio e Nuovo testamento, le leggi inglesi e americane, la domanda rimasta senza risposta se una coppia gay può adottare un bambino all'estero e vedere riconosciuta l'adozione in Italia, le possibili reazioni dei genitori davanti a un figlio gay, l'opportunità di non usare la parola "finocchi" al di fuori del contesto puramente vegetal-verduriero (qui in Toscana non ha necessariamente un'accezione offensiva), a meno che non si sia più che sicuri dell'uditorio perché si rischia di offendere senza volere il capufficio che sta meditando se rinnovarti o no il contratto, più un'infinità di altre questioni di piccolo e medio calibro.

Piuttosto divertente, nel complesso; ma, da insegnante di lettere, mi sono immersa in profonda meditazione sul fatto che spesso le parole sono usate a caso o comprese con lo spannometro. Voglio dire, di outing si sente parlare a colazione, pranzo e cena, è una parola che si finisce per dare per scontata.
E invece con gli adolescenti è bene non dare per scontato proprio nulla.
Faticoso, a pensarci.
Comunque, eccomi qua. Il mio sassolino l'ho portato anch'io. Del resto, si sa, le parole a volte sono pietre.
La Conferenza di Yalta aspetterà il prossimo Martedì, augurandosi che non sia anche quella una Giornata Mondiale di pari levatura.

Auguri a tutti che questa giornata mondiale diventi inutile il prima possibile e possa venire sostituita da una Ulteriore Giornata Mondiale del Gatto.

giovedì 17 maggio 2012

Hortodoxa - Sulle considerevoli difficoltà di un'equa interpretazione dei risultati delle prove Invalsi


Va da sé che fare una prova Invalsi di grammatica ad un gatto sarebbe solo una gran perdita di tempo: è noto infatti che la maggior parte dei felini ha competenze grammatiche molto alte.

Premetto che non sono contraria per principio alle Prove Nazionali Invalsi, anche se il fatto che vengano somministrate mi ha sempre evocato irresistibilmente l'immagine del bravo insegnate che, come una madre affettuosa, somministra ai suoi amati scolari sciroppi per la tosse e ricostituenti a base di vitamine (capisco che non è il problema principale, ma non potremmo semplicemente sorvegliare l'esecuzione delle prove Invalsi, o qualcosa di altrettanto scialbo e un po' meno ridicolo?).
Mi spingo più in là e aggiungo che addirittura non trovo del tutto inutile l'esistenza di un'unica prova nazionale per verificare i livelli di competenze effettivamente raggiunti dai fanciulli che frequentano le italiche scuole e pazienza se ci dobbiamo prendere il disturbo di (ahem) somministrarla agli alunni di dette scuole; e arrivo ad affermare che secondo me lo scopo di queste prove non è valutare gli insegnanti sulla scorta delle competenze verificate nei loro alunni, ma valutare effettivamente le competenze raggiunte dagli alunni in questione - e aggiungo, quand'anche l'idea fosse davvero quella di valutare gli insegnanti sulla scorta dei risultati degli alunni, l'Invalsi è un ente troppo sciamannato e disorganizzato per sperare di venirne a capo e dunque noi insegnanti, i meritevoli come i non meritevoli e financo i demeritevoli, possiamo sotto questo aspetto comodamente dormire non tra quattro bensì tra otto guanciali imbottiti col più pregiato piumino di sottogola d'oca per molti, molti anni ancora.
Comunque queste sono mie personali opinioni. Credo però di poter affermare serenamente che il meccanismo delle Prove Nazionali necessita ancora un bel po' di rodaggio.
A questa conclusione sono giunta in parte dopo l'attenta lettura del post di Galatea e per la rimanente parte dopo aver partecipato alla correzione delle prove da me in precedenza (ahem) somministrate

Si comincia col dire che in teoria non avrei dovuto correggerle io perché sono insegnante di italiano, ma così è andata. Non è che mi ci hanno proprio costretta, me l'hanno solo proposto. 
"Sei disponibile per la correzione dell'Invalsi?"
"Beh, non è proprio che smani, in effetti".
"Certo che no, io non ti ho chiesto se vuoi farle, solo se sei disponibile".
"Beh, diciamo che se proprio non trovate nessun altro posso anche starci".
"Bene, ti segno per la classe dove le hai fatte".
"Ma io veramente avevo detto che..."
"Appunto, non hai detto di no".
Perché siamo una piccola scuola di paese con pochi insegnanti e insomma io non avevo madri in fin di vita da assistere, bambini piccoli ammalati, corsi di recupero da fare quel pomeriggio e via dicendo.

Così, in un luminoso pomeriggio di primavera, io e l'insegnante di Tecnologia (che insegna in tutte le nove classi e dunque anche in quella specifica prima) ci ritroviamo a correggere le prove Invalsi di una prima che io non conosco ma lei sì. Cioè, veramente anch'io qualcosa ne so, perché il paese è piccolo, la scuola pure e tra noi si parla parecchio.
Cinque ore di duro lavoro e le prove sono corrette. Secondo il nostro criterio. Perché Galatea ha ragione, le domande aperte sono davvero parecchie e i casi lasciati al nostro libero arbitrio sono un po' troppi. Sta di fatto che, in almeno in due casi, verso la fine della correzione mi viene il dubbio di aver interpretato la risposta nel modo più favorevole all'alunno (faccio così anche quando correggo i miei compiti: in dubio, pro reo) e, addirittura, nel secondo caso di avere letteralmente frainteso la domanda.
Poi ci sono i disegnini per matematica: dove cade la diagonale? Faccio vedere a Tecnologia e lei decide. Ma se invece di Tecnologia c'era Spagnolo (che invece sta assistendo la madre morente) che di diagonali ne capisce quanto me, allora saremmo semplicemente andate a caso. Scusateci, signori dell'Invalsi, io ero anche bravina a geometria ma disegno tecnico non l'ho fatto mai; calcolare diagonali, quante ne volete, ma disegnarle... beh, non erano proprio il mio forte, ecco.
A volte ci consultiamo. "Dici che possiamo dargliela per buona?".
"Massì, poverino, ha fatto anche troppo. E' un ragazzo debole" (dal che si deduce che se non era debole non gli avremmo dato la risposta per buona. Del resto, se non fosse stato debole probabilmente avrebbe anche dato una risposta incontrovertibilmente giusta, chissà?)
Particolarmente drammatiche sono le domande in cui gli sventurati alunni devono spiegare il procedimento seguito. Sono in prima, si spiegano come possono, però tutto sommato ci sembra che abbiano seguito il ragionamento giusto... Conoscendolo, lui ha scritto questo e intendeva dire quest'altro...
I risultati non cambiano molto, credo. Ma un punto qui, e due là, e ancora uno qua...
Cioè, non era un test oggettivo?

Infine il micidiale questionario a scopo statistico: un'infinità di domande sulle questioni più strampalate. Alcune mi sembrano proprio gratuite.
Perché i ragazzi devono scrivere se i loro genitori sono separati? O con chi abitano?
Per le statistiche sui genitori separati o vedovi non esiste lo stato civile?
E cosa c'entra lo stato civile dei genitori con i giudizi degli alunni sui vari docenti?
E siamo sicuri che quel sistema balordo del rispondere con "abbastanza d'accordo / non molto d'accordo / per nulla d'accordo" sia per loro così domestico? Io mi ci perdo abbastanza, per esempio, e la prima media me la sono lasciata alle spalle da un po'.
Ma soprattutto: se il questionario è anonimo, perché anche sul questionario c'è il codice di identificazione dell'alunno, che permette a qualsiasi insegnante di sapere chi ha scritto cosa? 
I pacchi delle prove Invalsi sono rimasti nell'armadio non chiuso di una stanza dove stanno tutti i documenti della scuola. Chiunque poteva andare a guardare quel che voleva. Magari in molti l'hanno fatto, anche solo per curiosità. Cambiare qualche risposta sarebbe stato facilissimo. Nessuno, naturalmente, è stato a sorvegliare che ciò non accadesse - anche perché tutti noi là dentro, custodi inclusi, abbiamo già il nostro bel da fare anche senza stare a sorvegliare quel che non ci compete.
A St. Mary Mead siamo tutte persone di buona volontà, serie e coscienziose, e probabilmente nessuno ha fatto niente di illecito con le prove Invalsi. Credo. Ma chiunque avrebbe potuto fare un bel po' di cose illecite, volendo. 

In sintesi: preparate e somministrate in cotal guisa, le prove Invalsi al momento mi sembrano una perdita di tempo per noi e per i ragazzi, nonché di soldi per il pubblico erario, fermo restando che secondo me l'idea di fondo non sarebbe malvagia.

martedì 15 maggio 2012

25 Aprile 1944: l'Italia è infine liberata

La data di questo giornale, naturalmente, è 25 Aprile 1944

Domanda:come mai in una classe discretamente studiosa e dove tutti, per amore o per forza, si sono dovuti seriamente confrontare con la seconda guerra mondiale nel tentativo di uscire vivi dalle interrogazioni a tappeto e dalla verifica finale, TUTTI sono convinti che l'Italia sia stata liberata definitivamente nel 1944?

Per rispondere a questa avvincente questione è opportuno guardare il manuale - che, tanto per non fare nomi, è  Grandangolo. Come molti manuali di storia per le medie, anche lui  ha i suoi pregi e i suoi difetti. Tra i difetti, per il terzo volume posso senz'altro indicare una certa tendenza a collegare due punti sullo stesso piano non attraverso una banale e scialba retta, bensì con un ben più decorativo e appariscente arabesco - il che non presenta troppi problemi se il lettore è già addentro alla storia della seconda guerra mondiale avendone sentito parlare più volte e anche a livello approfondito ma può creare degli inconvenienti quando a leggerlo è un giovinetto che per la prima volta si confronta con il conflitto in questione. Si sa che nessuno nasce imparato, ma il giovinetto in questione che può fare se non cercare di impararsi attraverso il manuale? Certo, l'insegnante ha parlato, e molto, sull'argomento, ma dopo aver ascoltato l'insegnante è sul manuale che si studia.

La Seconda Guerra Mondiale su Grandangolo è narrata in modo ordinario e consueto fino al 1943.
Da lì si procede in cotal guisa: 

- Sbarco degli Alleati in Sicilia, crollo del fascismo, 8 Settembre, Repubblica di Salò
- 8 Settembre e sue conseguenze per l'Italia (sì, lo ripete due volte, intrecciando un po' i fatti)
- Resistenza in Italia. Resistenza passiva (che ho incontrato per la prima volta in vita mia) sempre in Italia.
- Risalita degli Alleati in Italia. Liberazione di Roma il 4 Giugno 1944. Il CNL. Discussioni se tenere o no la monarchia. Togliatti che alla Svolta di Salerno dice "Prima mandiamo via i tedeschi, poi se ne parla". Governo di Bonomi nel Maggio 1944.
- La Resistenza. Rappresaglie tedesche, Fosse Ardeatine, liberazione nel 1945, 25 Aprile festa nazionale italiana.
- Cattura e morte di Mussolini
- Sbarco in Normandia (6 Giugno 1944). Liberazione della Francia, avanzata dell'Armata Rossa. Resa della Germania. Resa del Giappone.
- Ampi box su bombe atomiche e Resistenza italiana (ma non una parola viene detta, né qui né dopo, sulla Resistenza negli altri paesi europei). Box sul 25 Aprile e sulle Foibe.
- Nascita dell'ONU
- Conferenza di pace nel 1946 (con foto della Conferenza di Yalta del 1945 di cui però non si parla)
- Divisione della Germania, ordinamento dell'Europa negli anni successivi, Piano Marshall, Patto di Varsavia e Nato
- Iugoslavia di Tito
- Guerra fredda
- Repubblica Cinese
- Distensione degli anni 80, il Sessantotto, la crisi petrolifera
- Decolonizzazione, Terzo e Quarto Mondo
- Nascita della repubblica italiana, elezioni dl 1948 in Italia, il piano Marshall
- Le foibe in Istria e l'Iugoslavia di Tito (e con tutto che se ne parla tre volte, per tre volte il discorso sulle foibe e la Iugoslavia di Tito è piuttosto confuso)
- Vicende italiane dal 1948 in poi
- Un improbabile capitolo sulla globalizzazione con cui il libro si chiude.

Immagino sia l'ennesimo tentativo (riuscito, oso dire) di scardinare l'impianto cronologico, nonché di confondere le idee dello sventurato studente.

Domanda successiva: qual è il vantaggio di confondere le idee al pur bendisposto studente?

Si accettano ipotesi.

venerdì 11 maggio 2012

Merito più che bilustre non m'Invalse




Fino a quest'anno, le prove Invalsi per me erano qualcosa che riguardava gli altri e mai avevo avuto da impicciarmene se non per far eseguire alla terza che mi trovassi eventualmente tra le mani una qualche prova somministrata negli anni precedenti dal Ministero a mo' di esercitazione.
Quest'anno però ho vinto il mirabile privilegio di somministrare una prova Invalsi in una prima dove non insegnavo. Non avevo chiesto tale privilegio, ma me l'hanno ugualmente accordato, perché talvolta la scuola è davvero generosa nei suoi doni. 
Al ritorno dal ponte elettorale mi sono dunque ritrovata sola soletta con la classe e il paccone delle prove.
Ho salutato i ragazzi con bel garbo, risposto a qualche domanda, dato qualche istruzione essenziale, ordinato e imposto che dimenticassero financo l'esistenza di lapis e matite per usare solo penne blu o nere, controllato che ognuno avesse squadra e righello, esortato a mettere via le calcolatrici, fatto separare i banchi (ma, con tutta la buona volontà del mondo, quando ci sono venticinque alunni in una classe concepita per accoglierne al massimo una ventina, c'è poco da separare, non parliamo di camminare tra i banchi per controllare che non copino. E pazienza se, secondo le istruzioni, avrei dovuto invece camminare, mi pagassero le scarpette da danza classica con la punta in gesso potrei pure provarci).
In seguito ho proposto una scaletta: prima matematica, che secondo me era meglio affrontare a mente fresca, poi il questionario come tramezzo, infine italiano. Qualcuno avrebbe preferito fare prima italiano "perché era più facile", ma i compagni li hanno convinti che andava bene come dicevo io. Infine gli ho ricordato che la compilazione del questionario era da considerarsi del tutto volontaria e che chi voleva non rispondere ad alcune o tutte le domande poteva tranquillamente regolarsi secondo il suo capriccio.
Davanti alla classe ormai pronta e attenta, ho preso il pacco delle prove di matematica, l'ho assegnato ad un fanciullo disponibile a collaborare e gli ho detto con fare regale "distribuisci, una copia a testa".
Il pacco è stato dunque distribuito. poi ho dato il segnale per aprire il fascicolo, ho augurato buon lavoro e mi sono accinta a sorvegliare.

La prova è filata liscia. Al termine ho dato il segnale di consegna dei fascicoli e fatto iniziare l'intervallo, poi mentre i ragazzi mangiavano ho riordinato le prove per numero di codice e...
Ecco, sì, appunto. C'era un piccolo dettaglio. Insignificante, del tutto secondario, ma c'era: ad ogni alunno corrispondeva un codice, segnato su apposita etichetta Invalsi sul fascicolo, ma io avevo fatte distribuire i fascicoli a casaccio - il che significava che non avevo modo di garantire che allo stesso codice corrispondesse la prova di italiano dello stesso medesimo alunno, né il questionario (beh, il questionario a dire il vero mi sembrava il male minore: dopotutto doveva restare anonimo).

Che fare?
Scartata come del tutto inutile per la soluzione del problema la possibilità di impiccarmi a una trave del corridoio (in quanto, una volta sanato l'aere contaminato da mia presenza il problema sarebbe ben rimasto)  non restava che andare in ginocchio a chiedere soccorso alla VicePreside. Ma la VicePreside, che di solito sta lì inchiodata alla scuola nemmeno fosse incatenata come i bambini pakistani ai telai da tappeti, in quel momento aveva un'ora buca ed era uscita per una commissione. A chi altri confidare la mia tragica ambascia, nel mentre che la mia mente pullulava di orribili immagini di me cacciata dalla pubblica scuola a cavalcioni su un pezzo di binario dopo essere stata spalmata prima di pece e poi di catrame, nonostante l'impeccabilità del mio stato di servizio ormai più che decennale? Sono finita a tapinarmi in un'altra prima, dove la giovanissima e precarissima collega, con un bel sorriso, mi ha spiegato che i codici erano strutturati, e che ad ogni ragazzo corrispondeva il numero che aveva nel registro di classe: dovevo solo controllare le ultime due cifre. Insomma, bastava distribuirli dal numero più basso al più alto seguendo l'ordine alfabetico.

Dopo aver promesso riconoscenza eterna alla collega mi sono fiondata nella prima che mi avevano incautamente affidato, e  dove  l'intervallo volgeva ormai al termine. Lì  ho distribuito prima i questionari e poi le prove di italiano secondo la sequenza da lei dedotta. Nel frattempo qualcuno mi ha spiegato che la colpa non era del tutto e soltanto mia, perché di solito nei pacchi c'era anche una lista che associava i codici agli alunni, ma nel mio mancava (in compenso, avevamo un fascicolo di prove in più, pur se senza codice, il che volendo aveva una sua equità di fondo). Ero molto felice perché a quel punto cominciavo a nutrire qualche speranza di scansare sia il pezzo di binario che il catrame e financo le piume. Nemmeno la notizia giuntami casualmente che le istruzioni dicevano di iniziare con italiano ha alterato questo mio gaudioso stato d'animo: confidavo infatti, salvo improbabili delazioni da parte degli alunni all'Invalsi Institute, che all'INVALSI non avrebbero mai saputo del mio insurrezionale ed anarchico gesto, visto che sui fascicoli non facevano scrivere l'orario di consegna.

A prove terminate ho chiamato i ragazzi ad uno ad uno, prima quelli che alla prova di matematica si ricordavano di aver disegnato qualcosa su qualche bordo, poi quelli che ricordavano di avere scritto in stampatello... In realtà non è stato troppo lungo, e nel giro di un quarto d'ora ogni prova di matematica aveva il suo giusto codice, da me corretto brutalmente a penna sulla delicata etichettina fornita dall'Invalsi. Mi hanno poi detto che all'Invalsi non volevano che si correggessero i loro codici a penna e avrei dovuto scollare e rincollare le etichette adesive. La mia risposta è forse immaginabile, ma in ogni caso del tutto sconveniente per una Vera Signora.
D'altra parte quel che m'interessa è scansare il binario, la pece e le piume. E visto che le prove verranno corrette qui a scuola e all'Invalsi il pacco non si sa nemmeno se e quando lo apriranno, è pur sempre possibile che l'uno e gli altri non siano nel mio futuro più immediatamente prossimo.

martedì 8 maggio 2012

A reti unificate - Considerazioni sulla litigiosa vita della Grande Rete


Sono entrata in rete molti anni fa, quando ancora si conversava soprattutto con i newsgroup. Con una certa sorpresa, ho scoperto che in rete si litigava con più facilità che nella cosiddetta Real Life.
All'epoca c'era, naturalmente, lo scudo dell'anonimato, molto più saldo di adesso: postavi con uno pseudonimo e spesso nessuno aveva la minima idea di chi tu fossi realmente; questo rendeva molti inclini a sfogarsi in rete delle frustrazioni della vita quotidiana. Tuttavia litigavano con facilità anche quelli che postavano con nome e cognome, o che del nome e cognome non facevano nessun mistero.
La teoria che sono andata sviluppando è che la rete ci rende tutti più suscettibili perché postiamo non con tutti noi stessi, ma con quella parte che è la più sensibile, ovvero l'anima. I contatti in rete sono diversi da quelli che abbiamo nella vita normale e ci espongono di più. Come conseguenza diventiamo più suscettibili e ci sentiamo feriti più facilmente. Spesso e volentieri si finisce per fare i capricci e si pestano i piedi peggio dei bambini piccini.
A questo punto ci starebbe bene una accorata rievocazione dei miei numerosi litigi, ma la realtà è che una sola volta non sono riuscita del tutto a scansare la flame - che però non è esplosa in pubblico.
Più esattamente ci fu qualcuno che litigò con me, in un newsgroup. Mi chiusi in un Dignitoso Silenzio Offeso, evitando di rispondere ai suoi commenti, e per me la cosa sarebbe finita lì. Senonché lui mi scrisse in mail, tutto allegro, per chiarire. E io chiarii. Scintille e fulmini uscirono dal computer, con sua grande sorpresa. Comunque continuò a scrivermi perché, se era una persona che litigava con facilità, dopo non portava rancore. Lui. Io invece ne portavo moltissimo, e gli ci volle il suo tempo per calmarmi. Dovrei concludere dicendo che da allora siamo rimasti ottimi amici ma non è vero: il nostro fu sempre un rapporto burrascoso  perché non eravamo adatti a intenderci e alla fine si estinse, lentamente. Tuttavia da quel litigio imparai un sacco di cose, compreso come evitare di litigare in rete con chiunque defilandomi senza parere quando sospettavo che la flame si avvicinasse troppo. Diciamo che ho sempre espresso con fermezza le mie opinioni, ma ho evitato sempre che il discorso si allontanasse dal punto centrale della questione passando sul terreno degli insulti personali e delle insinuazioni.
La rete infatti offre una grande opportunità, che molti a mio avviso non sanno sfruttare: il silenzio. Se hai dei contrasti con i colleghi, sai che il giorno dopo li ritroverai in ufficio e ci dovrai avere a che fare ancora e ancora e ancora. Peggio ancora - molto peggio - se litighi con il marito, con i genitori o con i fratelli. Ma in rete questo si può sempre evitare chiudendo il computer. E mica lo devi fare per forza apertamente, puoi sempre invocare come spiegazione un guasto del telefono o una caduta della linea. O più semplicemente un viaggio, un'uscita, un'influenza. Se poi qualcuno si è messo in testa di litigare sul tuo blog, puoi sempre cancellargli i commenti. Semplice, e indolore. 
La flame non è mai inevitabile: uno dei due può decidere, in qualsiasi momento, di defilarsi e togliere all'altro il giocattolino di mano. Se non ti rispondo rimarrai da solo a pestare i piedi e a lanciare insulti, e chi legge ti troverà piuttosto noioso. Se ti rispondo accettando di abbassare il livello del discorso e tu mi ribatti sullo stesso tono saremo in due a pestare i piedi e gli altri finiranno per trovare noiosi entrambi. E magari saranno loro a defilarsi. Perché caratteristica dei litigi in rete è di avvenire comunque in pubblico: i testimoni che assistono sono obbligati a prendere parte per l'uno o per l'altro dei litiganti, oppure a defilarsi, il tutto in nome di qualcosa che non hanno cominciato loro. E ciò non è bello.

Sto parlando di flame, non di scontro, anche deciso. La flame inizia quando una delle due parti, messa con le spalle al muro per qualche sciocchezza che ha detto,  pesta i piedi e comincia a strillare che la tua mamma di mestiere batte il marciapiede o che è gente come te che rovina il mondo e provoca l'effetto serra, invece di infilare una blanda frasetta di scuse e scivolare nell'ombra. E una flame non è mai un evento positivo o foriero di un aperto confronto, è solo una zuffa inconcludente.
Provo a spiegarmi con un esempio. Mettiamo che scriva sul mio blog un post sull'allevamento degli ermenegildi rosa. Crodegango commenta dicendo che sbaglio tutto perché gli ermenegildi rosa ormai da decenni si allevano in tutt'altro modo. Io gli rispondo che nella steppa si allevano ancora così eccome. Crodegango ribatte che su "La voce dell' Ermenegildo" ha letto che nella steppa l'allevamento degli ermenegildi è ormai del tutto marginale. Ci infiliamo in una lunga e accanita discussione sugli ermenegildi, senza concessioni folkloristiche alle nostre mamme maiale, alle nostre repressioni sessuali o al nostro egoismo. Questo è un confronto, magari concitato. La comunicazione vive di queste cose.
Poi interviene Agilulfo, per spiegare che l'ermenegildo rosa non è mai stato allevato in Siberia, e gli rispondo citandogli l'ultima tabella sull'allevamento degli ermenegildi rosa pubblicata sul National Ermenegild Geographic. Allora Agilulfo ribatte che comunque solo un mezzo pervertito si occupa dell'allevamento di ermenegildi rosa. Io gli chiedo cosa cazzo ci sta a fare, sul blog di una pervertita, e che vuole dalla vita. Agilulfo ribatte che sono una povera isterica e che scrivo sugli ermenegildi per compensare il fatto che nessuno mi tromba. Gli rispondo che quello che non tromba, con tutta evidenza, è lui, ma è certo che non tromberà con me. E via farneticando. Questa è una flame.
La linea di discrimine è data dalle considerazioni personali, che portano direttamente in braccio alla Sagra dei Luoghi Comuni e allontanano dal tema iniziale, di cui ben presto non resta che un vago ricordo. La persona non è interessata al tuo post, sta solo cercando di manipolarti, deviando dal'argoemnto della discussione, probabilmente per distogliere l'attenzione dal fatto che gli hai dato torto con ragione. Ti usa come una tastiera: pigia un tasto e tu esegui quella nota. La flame si basa sul principio della manipolazione. E io odio essere manipolata.
Ora, non c'è dubbio che chiunque è in grado di non farsi manipolare in rete: basta spengere il computer. O almeno, contare fino a dieci prima di mandare il post sull'altrui mamma maiala.
Non si può impedire agli altri di essere imbecilli, ma possiamo usarci un certo riguardo e non esserlo noi  solo perché il primo imbecille di turno ci lancia l'amo e ci lasciamo provocare.
Soprattutto in rete. 
Senza contare che il provocatore, quando scopre che non reagiamo, resta molto, molto, moooolto più offeso che se gli offendiamo la mamma - mentre al contrario i testimoni si divertono, soprattutto se il flammatore insiste un po' (e di solito insistono un po').
L'obiezione che viene sollevata più spesso in questi casi è "ma allora finisco col dargli/le ragione" seguita da "mi rifiuto di legittimare il suo comportamento scorretto". A me sembra, viceversa, che proprio rispondendo e dando spago alla controparte si legittimi il suo comportamento e gli si riconosca la dignità di interlocutore. Molto più raffinato togliergli di mano il giocattolo e lasciarlo da solo a strillare.

La morale di tutto questo discorso è che non c'è motivo di schiamazzare in pubblico con qualcuno che puoi toglierti dai piedi come e quando vuoi - è sufficiente, appunto, toglierselo dai piedi.

(Osservazione in calce: nei giochi di ruolo tutti abbiamo una parte. Io, oggi, ho fatto la parte di quello che in televisione annuncia il filmato... che poi non parte.
No, nessuno me l'aveva assegnata. No, non è stata nemmeno una mia libera scelta. No)

lunedì 30 aprile 2012

La nebbia ai dolci colli / non sempre se ne sale


Tipico paesaggio collinare intorno a Hogsmeade e a St. Mary Mead

In questi due anni ho avuto la LIM in classe e l'ho trovata utilissima. Tuttavia entrambi gli anni ho dovuto combattere col problema delle tende.
Si parte da una contraddizione di base: le le aule scolastiche moderne sono costruite in modo da garantire l’accesso della massima quantità di luce solare possibile per limitare il ricorso alla luce artificiale, che oltre ad avere un suo costo stanca gli occhi. Per lo stesso  motivo le tende a scuola sono in tessuti leggeri e chiari. Viceversa la LIM, che è prima di tutto un grande schermo, richiederebbe almeno un po’ di penombra per permettere una visione chiara delle immagini e delle scritte. Sarebbe quindi opportuno, per le aule dotate di LIM, disporre di un ulteriore tendaggio scuro che permetta all’aula un momentaneo oscuramento. 
A Hogsmeade le tende erano di un delicato celeste pastello, di un tessuto assai fragile che si andava sbriciolando già dopo il primo anno di vita. Provai a chiedere un qualche tipo di drappeggio scuro che parasse la luce ma la Preside non sembrò mai realizzare l'effettiva entità del problema, anche se giurava di avere chiesto tende al Comune.
D'altra parte era anche la stessa Preside che teneva il proiettore in una grande aula completamente a vetri e raccontava che c'era un grandioso (e, immagino, costosissimo)  progetto per dotare l'aula in questione di pareti a vetro fumé, con il risultato che in tutta la scuola media di Hogsmeade non c'era una stanza dove farsi una proiezione decente. Insistei fino all'esasperazione (sua) spiegando che era assurdo tenere un oggetto costoso come la LIM se poi non c'erano le premesse per utilizzarlo ma non addivenni ad alcunché. Non era nemmeno possibile arrangiarsi con una colletta per le tende nuove perché le tende in un'aula devono rispondere a requisiti speciali e sono piuttosto costose, inoltre spettavano al Comune - che, come tutti i Comuni in questi anni, non aveva soverchia copia di fondi a disposizione e, fornendoci in abbondanza di carta da fotocopie e carta igienica, faceva già del suo meglio.
Per fortuna fu un anno molto, molto piovoso: spesso il tempo era grigio e nelle prime ore della mattinata ci assisteva quasi sempre una benefica nebbia che creava condizioni piuttosto adeguate: in sostanza il problema si limitò a una manciata di ultime ore di Giovedì quando facevo geografia e il sole batteva dalla nostra parte.

A St. Mary Mead ci sono delle orribili tende a pannello di una tela pesante e bianca, arrotolabili. Le tende arrotolabili sono da sempre una fissazione di St. Mary Mead, che però si ostina a sceglierle di un tipo che si arrotola male, si incastra volentieri e spesso finisce per rompersi, il tutto anche senza calcolare Cristaccecami che cercava di tirarle giù attaccandocisi (riportando talvolta anche un parziale successo). Inoltre l'aula della mia classe si distingueva per una posizione assai favorevole, da dove il sole poteva baciarla appassionatamente sin dal primo istante di lezione. Verso la fine della mattinata il sole girava e le cose miglioravano, ma per l'appunto io avevo quasi soltanto prime ore.
La Nostra Preside mi assicurò che le tende erano state richieste, con lo stesso esatto tono con cui me l'aveva garantito la Preside di Hogsmeade. Piuttosto sconfortata salii nella Stanza dei Fantasmi, uno stanzone al terzo piano ricolmo di relitti del passato, in cerca di una qualche ispirazione: perché le nostre finestre erano talmente grandi e luminose da farmi dubitare che perfino la tradizionale nebbia di St. Mary Mead bastasse ad assisterci. 
E quasi subito trovai, non dico la soluzione, ma una miserabile toppa per sbarcare quelle prime settimane di piena estate: il Catafalco.
Costui era un grande e lungo pannello di tela nera, probabile ricordo di una scenografia degli anni passati, montato su legno leggero e dall'aspetto assai lugubre. Gli efficienti custodi provvidero prontamente a portarlo in aula dove tre scolari di buona volontà fecero numerosi tentativi e alla fine scoprirono che, sistemandolo in una data e precaria posizione dove rischiava continuamente di cascare in testa a chi stava nei banchi accanto alle finestre sì, effettivamente oscurava una buona parte della luce. Altra cosa che risultò subito chiara era che, in presenza di Cristaccecami, il pannello andava gestito con grande cautela.
Si inaugurò così una scomoda routine in cui il Catafalco era conservato in Segreteria (che di solito era chiusa a chiave, onde salvare la fotocopiatrice dalle incursioni di Cristaccecami) e portato in classe quando serviva. Non era un oggetto maneggevole né di scarso ingombro, non era facile da collocare nella posizione giusta ma a modo suo funzionava, e frasi come  “Prof, andiamo a prendere il catafalco?” e “Prof, possiamo riportare a posto il catafalco?” sono entrate nel nostro linguaggio comune. Non solo, anche il Catafalco è entrato nell'uso comune della scuola e più volte lo si è visto muoversi da una classe all'altra per consentire la visione di video o film.
E "meno male che il Catafalco c'è" dovremmo cantare tutti in coro perché quest'anno, a causa di una curiosa combinazione metereologica, St. Mary Mead si è ritrovata quasi completamente sguarnita dalla sua celebre e onnipresente nebbia, e uno scintillante sole ha infelicitato quasi ogni giorno delle nostre attività didattiche. Le poche comparsate della nebbia, ho notato, riguardavano soprattutto momenti in cui non vi era alcuna necessità di usare la LIM e anzi erano state programmate attività in cui la LIM era del tutto inutile.

domenica 22 aprile 2012

Quel che gli scolari non dicono

E' noto che alcune divinità hanno più di una faccia. E anche alcuni scolari.

Venerdì alla prima ora ero di supplenza in una prima quasi sconosciuta, dov'ero stata solo un'altra volta, a inizio anno, per un'altra supplenza; quel giorno gli avevo risentito un po' di verbi, mentre Venerdì la prof. Palmina, che sostituivo perché era in gita con le Terze, mi aveva chiesto di spiegare loro la Sardegna.
Entro, saluto, mi metto a sedere. Uno dei ragazzi di prima fila fa vedere che ha i pantaloni bagnati fino al ginocchio "perché Acquacheta mi ha schizzato". Gli altri intorno a lui mi confermano che è vero, è stato Acquacheta. Suggerisco al giovinetto inzuppato di chiamare a casa, se c'è qualcuno, per farsi portare un cambio asciutto, perché stare così zuppo non mi par cosa; e il giovinetto va a telefonare.
Poi mi informo sul come mai il giovinetto in questione è stato inzuppato. Non c'è un motivo, mi assicurano. Acquacheta fa così. Fa anche altre cose, spiegano: picchia, insulta, bestemmia in modo esasperante. A scuola, all'entrata della scuola, sul pulmino della scuola e anche altrove, ad esempio a calcio. Lo fa da sempre, dai tempi delle elementari; scocciava abbastanza anche all'asilo, ma meno. Lo fa senza un particolare motivo: non con qualcuno in particolare, non per ottenere elargizioni forzate di soldi o merende o altro. Lo fa e basta.
Non ci sono incertezze né contraddizioni nelle accuse. Non c'è traccia di omertà. Non c'è nemmeno livore, solo una certa (comprensibile) esasperazione. I ragazzi inanellano una sequela di capi d'accusa invero notevole. Piglio qualche appunto, poi, presa dal dubbio di star facendo una cosa inutile chiedo: "Naturalmente di tutto questo avete già parlato con i vostri professori, vero?".
Mi assicurano che no, mai.
Trasecolo. "Scusate, io conosco poco la prof. Palmina, ma mi è sembrata una persona molto disponibile e interessata ai suoi allievi".
Tutti confermano, e mi fanno vedere prove di tal disponibilità e interesse - ad esempio un bel cartellone fatto in classe dove per ognuno erano state elencate dai compagni le qualità positive. Poi mi raccontano aneddoti vari dove la prof. Palmina si è prodigata in vario modo per loro.
"E allora" chiedo "Come mai di questa cosa non avete parlato con lei, invece che con me che vedete per la seconda volta dall'inizio dell'anno?".
Perché io, mi spiegano serenamente, insegno nella classe di Acquacheta (un'ora alla settimana, per il malefico Approfondimento). Quindi, siccome è un mio alunno, posso fare qualcosa.


Resto vieppiù sconcertata. La classe intera ha taciuto per più di sei mesi non per omertà, non per una malintesa solidarietà verso Acquacheta, non per paura, ma semplicemente perché convinti che solo un'insegnante di Acquacheta avesse la possibilità di intervenire - e loro, insegnanti di Acquacheta in classe non ne vedevano mai, finché per caso non sono arrivata io. E sembrano in sincerissima buonafede.


Due ore dopo raggiungo gli insegnanti della classe di Acquacheta e scodello il tutto, compresi i nomi di chi ha reclamato - nomi elargiti senza esitazioni né precauzioni né remore. E le insegnanti ascoltano e sgranano gli occhioni perché mai nessuno in classe si è minimamente lamentato di Acquacheta. Anzi, è sempre parso loro un ragazzo un po' troppo controllato, quasi compresso, con genitori iperformalisti. E' vero, ammetto, Acquacheta ha proprio l'aria di un ragazzo un po' compresso da una famiglia iperformalista. Un po' ansioso, anche.
Li lascio a gestire la patata bollente come meglio credono e torno nella classe di Cristaccecami (dove, nonostante le squadre e le forbici che volano alla luce del sole e senza infingimenti, i conflitti nascosti non mancano di certo); e una volta di più invidio quelle candide creature che con tanta convinzione discettano su come son fatti i ragazzi e come funzionano, e che con tanta precisione descrivono i loro processi mentali. 
E' così riposante, avere delle certezze. Non so se sia sempre utile, ma riposante lo è di sicuro. Almeno credo, perché io di certezze ne ho ben poche.

domenica 15 aprile 2012

Haeretica - Alcune pacate considerazioni sull'inopportunità di uno studio approfondito del latino alle scuole medie


Il mio atteggiamento verso il latino non è dei più amichevoli

Persino io stessa medesima, quando provo a ragionare sulla questione, sono costretta ad ammettere che il mio atteggiamento verso il latino ha qualcosa di patologico, tanto più che in latino mi sono pure laureata. D'accordo, il latino medievale è un po' un mondo a sé, comunque Livio e Virgilio mi piacciono molto, ho la mia brava mensola di autori latini (molti con testo a fronte) e ogni tanto li rileggo (con un occhio all'originale) e qualche citazione in latino la faccio pure io (di solito in cuor mio). Però, sia chiaro, col latino ho un pessimo rapporto.

Quando andavo alle medie latino era ancora obbligatorio in seconda, facoltativo in terza. Quindi in seconda media me lo trovai davanti come materia curricolare. 
Fu odio a prima vista. Il problema, lo capii solo col tempo, non era tanto il latino quanto le grammatiche latine. Anzi, il contesto generale delle grammatiche latine.
Il mio istinto di contraddizione scattò subito al primo paragrafo "A cosa serve il latino".
"A una sega" fu la risposta che mi diedi in cuor mio. Né alcuna delle motivazioni addotte dal Manna (manualista all'epoca in gran voga per il latino) servì ad addolcirmi. Non ricordo cosa diceva, ma nulla che avesse un senso ai miei occhi. Provarono a spiegarmi (ci provano ancora, ogni tanto) che il latino apriva la mente, ma a me non sembrava che la mia fosse particolarmente chiusa. Cercarono di adescarmi con la promessa di migliorare il mio grado di comprensione dell'italiano, peccato però che l'italiano lo comprendessi già benissimo; anche quello arcaico, anche quello medievale.
E poi c'era la grandezza della civiltà latina; ma io ero una perfetta figlia degli anni 70 e per me i latini erano una manica di imperialisti guerrafondai e pure assai maschilisti, e l'idea della grandezza della passata gloria imperiale mi faceva venire l'orticaria.
C'erano le frasi, poi: fanciulle che giocavano a palla, ancelle assai soddisfatte di un braccialetto d'argento, discepoli assidui, alfieri strenui, Annibale e i suoi elefanti. E le favole di Fedro - ah, quell'abominevole concentrato di banalità, buon senso spicciolo e moralismo d'accatto. Le favole di Fedro mi davano addirittura il voltastomaco.
L'avversione per quello strano mondo era tale che davanti al latino feci muro, semplicemente. Ci vollero anni e anni per rimediare quel primo, disastroso avvio; ci vollero eccellenti insegnanti e i più bei versi di Virgilio e Lucrezio prima che sopportassi di avere a che fare con quella robaccia e mi adattassi a cercare di tradurla.
Il mio profitto a italiano calò drasticamente: in prima media avevo uno sfolgorante nove, unico di tutta la scuola, in seconda un miserabile sette, dato che il latino faceva media con italiano. In terza mi arrangiai meglio - perché nel frattempo i miei genitori, in un attacco di singolare idiozia, decisero di farmelo fare anche se era facoltativo perché volevano mandarmi - e mi mandarono - al liceo classico. Dove ovviamente fu pianto e stridor di denti perché continuavo ad avere l'allergia alla cultura classica e nemmeno la meravigliosa prof. De Divinis, con tutta la sua cultura, il suo senso assai classico della misura e le sue idee antimperialiste riuscì completamente ad aggirare le mie difese (e non so immaginare che disastro totale sarebbe stato se avessi incontrato una di quelle pazze scatenate che circolano tuttora in libertà ad insegnare al Ginnasio, seriamente convinte che il latino apra la mente, dia un metodo e trasmetta sani valori morali).

E fin qui è storia personale. Qualche anno dopo qualche anima accorta decise che il latino non era propriamente indispensabile alla formazione di base nella scuola dell'obbligo - e pazienza se per colpa della sua mancanza ai virgulti non si sarebbe aperta la mente ancora per chissà quanti anni.
Così approdai alle medie per insegnare, fiduciosa e ragionevolmente convinta che di latino, lì, non si sarebbe più parlato.
E invece, scoprii, il latino c'era ancora. Ancora con gli alfieri strenui, le fanciulle che si grattavano le palle, le ancelle operose e, naturalmente, con Annibale e i suoi elefanti, questi ultimi sempre in gran numero.
In effetti le frasi erano le stesse, scoprii con orrore, anche perché il Manna continuava a circolare, più o meno adattato. E c'erano insegnanti che si contendevano all'arma bianca il mirabile privilegio di annoiare a morte i loro alunni con appositi corsi pomeridiani di latino a pagamento; e  questa ai miei occhi rimane la cosa più sbalorditiva: che ci siano genitori che pagano per mandare i loro assidui e diligenti figli ai corsi serali di latino, incuranti che l'anno prossimo i figli avranno fior di insegnante regolarmente stipendiato dallo Stato per insegnargli latino al liceo mediante un regolare corso di studi curriculare,e che invece di ricompensare l'assiduità negli studi dei loro integerrimi figli con gelati, scarpe firmate, giochi per la wii o, al limite, semplicemente lasciandoli in pace, si preoccupano di tormentarli ulteriormente con il latino.
Tali corsi sono riservati ai più bravi "quelli che faranno il liceo"; anche se i privilegiati, depositari di tanto onore, devo dire che spesso mostrano entusiasmo piuttosto scarso, soprattutto quelli che fanno latina in alternativa al Cineforum o ai laboratori di Artistica o Fisica.
Scopo di questi corsi, a quanto vedo, è fornire ai virgulti subito, in anteprima, la parte più noiosa del latino scavalcando tutto ciò che di piacevole il latino può avere. Se non è il Manna buonanima sono strane imitazioni del Manna (sempre con gli alfieri strenui e il pio Enea) - tutta roba capace di stroncare sul nascere ogni sia pur vaga inclinazione agli studi classici.

Mi hanno detto - e probabilmente è vero - che il mio istintivo rigetto per il latino è stato un caso isolato, che i virgulti si adattano spesso di buon grado, che la cosa non fa poi danni così grossi come la mia drammatica esperienza mi porta a presumere. E' possibile, senz'altro è possibile; e magari a loro la mente si apre davvero, non so.

Io, comunque, continuo a trovare il tutto piuttosto privo di senso.