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domenica 13 agosto 2023

La censura dei cartoni animati come forma di elementare sopravvivenza (Che strazio, questi finali. Ma dobbiamo proprio trasmetterli?)

Alcor-Rio-Koji, il ragazzo dai molti nomi
Qualche anno fa dedicai un post alla deplorevole vicenda delle censure che Mediaset applicò sistematicamente ai cartoni animati giapponesi negli anni 90, e in quel post proclamavo con gran convinzione che nella prima ondata che arrivò sui nostri schermi alla fine degli anni 70 non c'erano state censure, anche se a volte i dialoghi erano tradotti male.
Non è del tutto esatto - o per meglio dire ho scritto una grandissima stupidaggine. Ad assestarmi infine su questa elementare constatazione rimettendo alfine insieme le decine e decine di piccoli e insignificanti errorucci che mi ero via via resa conto che c'erano negli adattamenti (e che spesso e volentieri sono in realtà licenze e aggiustamenti di dimensioni piramidali) è stata la frequentazione del bel canale Il tempo dei cartoni, dedicato appunto all'animazione giapponese, dove l'autrice non manca mai di affrontare le... ehm... varianti che i suddetti han subito in Italia.
Insomma, di interventi ce ne sono stati parecchi fin dalle primissime serie arrivate alla fine degli anni Settanta e le cause sono state molto varie, ma non per questo meno deprecabili.
C'erano stati prima di tutto degli errori dovuti a ignoranza. Il caso più famoso è quello di Rio-Koji-Alcor. 
Come non è ancora molto noto al di fuori della larga cerchia degli appassionati, nell'universo di Go Nagai Mazinga Z, Goldrake e il Grande Mazinger sono tasselli di una sola, grande vicenda che è proseguita anche dopo con film, episodi vari e quant'altro. Di ciò i vari addetti ai lavori italiani non avevano idea quando comprarono i diritti delle serie, e così si ritrovarono con tre ragazzi davvero molto simili tra loro che in realtà erano sempre e soltanto Koji Kabuto. 
Partiamo dalla prima serie - che in realtà in Giappone non era affatto la prima, e venne da noi ripresa adattano l'adattamento francese, che già ci aveva messo del suo - ovvero Goldrake.
Il nostro Goldrake era stato chiamato Grendizer dai giapponesi (non so perché e nemmeno voglio saperlo). I francesi, dio solo sa perché, lo chiamarono Goldoràk, rigorosamente con l'accento sull'ultima sillaba. Da noi fu deciso di chiamarlo Goldrake, che era un nome che non gettò il minimo sospetto in alcuno spettatore: chiamare sia l'astronave che il megarobot di turno Drago d'oro sembrava perfettamente plausibile, e dava senz'altro l'idea di qualcosa di potente e destinato a trionfare sempre e comunque.
Nella serie del Drago d'Oro c'era anche, a fianco del principe di Fleed che aveva portato il drago in questione sulla Terra e lo usava per difenderci dai perfidi veghiani invasori, un bel ragazzo che i francesi avevano chiamato Alcòr e che noi italianizzammo in Alcor. Costui in realtà si chiamava Koji Kabuto e all'epoca era già famosissimo (in Giappone) per aver combattuto a bordo di Mazinga Z per difendere la Terra da Mikenes, altra popolazione venuta dallo spazio per conquistare la Terra; e vabbé, gli intrecci di Nagai erano un pochino monotoni ma non stiamo a guardare il capello.
Quando venne adattato Mazinga Z, che in Italia venne presentato come una serie del tutto indipendente, si decise - di nuovo dio solo sa perché - di cambiare il nome del pilota di Mazinga da Koji in Rio Kabuto. Nessuno, credo, si meravigliò molto della somiglianza con Alcor, anche perché in Italia stavano piovendo robot di vario tipo ma tutti della Toei Animation e tutti partoriti da Nagai, e i personaggi tendevano a somigliarsi parecchio tra loro, in particolare per delle pettinature piuttosto curiose dove i capelli stavano spesso orientati da una parte e puntavano verso l'alto sfidando la legge di gravità.
Toccò infine al Grande Mazinger, dove Koji fa una comparsata nelle ultime puntate e dove stranamente fu deciso di tenergli il nome originale. 
La notizia che si trattava di un unico protagonista (che non soffriva nemmeno di particolari crisi di identità) cominciò a trapelare diversi anni dopo, via via che le conoscenze su quel misterioso universo della cultura giapponese si andavano ampliando. 
Chi aveva importato quelle serie era rimasto affascinato da quei bei disegni colorati, dall'idea che le armi venissero evocate chiamandole a gran voce al momento di usarle (Lame rotanti!) e dai variegati mostri contro cui c'era da combattere. Nessuno, immagino, al momento si preoccupò dei finali. C'era un invasore dallo spazio da combattere, giusto? Dopo un tot di episodi spesso autoconclusivi gli invasori sarebbero stati sconfitti, giusto? E alla fine tutti sarebbero stati felici e contenti, come da prassi consolidata in questo tipo di storie di avventura. Dove poteva mai essere il problema?
Francamente non lo so, ma è un dato di fatto che l'animazione giapponese vanta ben pochi finali che abbiano un minimo di senso ai nostri occhi occidentali. Nel caso dei Mazinga per esempio i nemici vengono sconfitti, irrimediabilmente sconfitti. E basta, si abbassa il bandone e si va a casa - per le serie che si basano su invasioni aliene in effetti era il finale più consueto e di cosa fanno dopo i vari personaggi, nemici compresi,  nessuno ci informa; un gran riserbo cala inoltre sulle varie storie d'amore che erano state più che abbondantemente prima accennate e poi ben coltivate nel corso dei vari episodi. Niente, lo spettatore resta a bocca asciutta.
Nel caso di Goldrake la cosa fu piuttosto surreale: i veghiani sono sconfitti e nel frattempo ad Actarus è arrivata la notizia che il pianeta Fleed, di cui un tempo era principe e da cui era fortunosamente fuggito a bordo del Goldrake, la vita è di nuovo possibile. Così Actarus e la sorella Maria ritornano sul pianeta per ripopolarlo.
"E come lo ripopolano?" fu la domanda che ci facemmo tutti.
La risposta più immediata lasciava perplessi: sì, in teoria dandosi parecchio da fare... ma Actarus e Maria erano fratello e sorella, non era una soluzione un po' estrema e geneticamente discutibile?
Venne poi spiegato (molto, molto tempo dopo) che la real coppia di fratelli sarebbe stata raggiunta dai numerosi fleediani che erano riusciti a fuggire e si erano rifugiati su altri pianeti. La popolazione di Fleed si sarebbe dunque riformata, sulla base di un patrimonio genetico abbastanza vario; peccato che di tutta questa gente fuggita su altri pianeti nessuno avesse mai sentito parlare: Actarus era partito su Goldrake, che era tra l'altro anche una eccellente astronave ma gli altri come avevano viaggiato, in monopattino? Per quel che se ne era sempre saputo, Fleed era ormai un pianeta irrimediabilmente rovinato dalle radiazioni e tutti gli abitanti erano morti.
Ai nostri occhi c'era poi una questione ben più importante: i due fratelli si erano, per così dire, rifatti una vita sulla Terra. Sin dalle prime puntate Actarus aveva fatto coppia fissa con Venusia, mentre quando era arrivata sua sorella Maria, Alcor dai mille nomi aveva avviato con lei qualcosa di molto simile a una storia d'amore. Ma i due terrestri restarono sulla terra e non si accennò nemmen di lontano alla possibilità che potessero partire con i due principi di Fleed. L'addio tra i quattro è molto struggente, Alcor lancia un mazzo di rose rosse a Maria con una bella acrobazia aerea e... boh?
(d'altra parte in Mazinga Z Koji-Rio aveva avviato una storia con Sayaka, la qual storia era rimasta totalmente confinata in quella serie. Un po' più di considerazione era stata data alla coppia Tetsuya-Jun nel Grande Mazinger, e i due avevano perfino avuto l'occasione, in un film successivo, di mostrare allo spettatore i figli frutto della loro felice unione).
Già che ci sono, prima di continuare a parlare dei finali aggiungo che col tempo e la pazienza è risultato che praticamente tutte le serie arrivate in Italia nei primi anni vennero trasmesse incomplete: mancavano due, tre, cinque... addirittura più di quaranta episodi, nel caso di Mazinga Z, e il motivo spesso e volentieri non si capisce ma non è del tutto impossibile che c'entri la famosa delega in bianco citata da Valeri Manera molti anni dopo. Personalmente ricordo di aver beccato una puntata di Capitan Harlock a me del tutto sconosciuta sulla televisione francese. Il francese non lo conosco, ma non ebbi difficoltà a venire a capo del titolo Le complexe d'Oedipe e la vicenda si seguiva facilità: una mazoniana aveva assunto le sembianze e la voce della defunta madre di Tadashi, che aveva perciò grosse difficoltà ad affrontarla. Alla fine però riesce a spararle addosso e Harlock si congratula con lui per essere riuscito a superare il condizionamento. La TV francese, come ho detto, aveva trasmesso la puntata senza farsi particolari problemi, ma si sa che in Italia la mamma è sempre la mamma.
L'ignoranza degli spettatori salvò gli adattatori da reclami e lamentele, ma in tanti notammo che a volte in quelle storie c'erano misteriose incongruenze, e che i dialoghi qualche volta erano proprio strani - cose che succedono, quando traduci male.
Il caso di una serie che veniva trasmessa regolarmente dall'inizio alla fine era piuttosto raro e perfino la RAI si rifugiava dietro lo scudo di "Prima serie" "Seconda serie" "Terza serie ma se volete vedere il finale vi riguardate tutto dal primo episodio". Per giunta erano gli anni eroici delle telelibere, dette anche "emittenti locali". A Firenze avevamo la gloriosa Tele Libera Firenze che di tendenza trasmetteva una serie cinque giorni a settimana, a orario fisso, dal primo episodio all'ultimo e qualche replica nel fine settimana, ma appena si usciva da quel cerchio incantato ogni serie si incartava in strani loop dove solo un gruppo di puntate veniva trasmesso e poi ritrasmesso e poi ancora ritrasmesso e dopo qualche tempo (mesi, ma anche anni) ritrovavi la serie su una diversa emittente con un diverso gruppo di episodi. Facevo fatica a capirci qualcosa anch'io che ero ormai al triennio delle superiori, mi figuro i bambini. 
Tutto ciò non era comunque da imputarsi in alcun modo agli adattatori, ma solo alla disorganizzazione di queste emittenti ancora implumi che infatti vennero pian piano assorbite nei circuiti della Fininvest.

I finali si rivelarono comunque un punto assai critico: tanto per cominciare per molte serie il finale non veniva trasmesso e in qualche caso lo si conobbe solo quando arrivarono le edizioni integrali su DVD, molti anni dopo - e a quel punto si capì anche perché a suo tempo non erano stati trasmessi.

Prima di tutto: nella cultura occidentale romanzi, film e sceneggiati specificamente destinati a bambini o ad adolescenti finivano quasi sempre bene - le uniche eccezioni che mi vengono in mente sono Incompreso e I ragazzi della via Pàl. Il giovane spettatore arrivava dunque al finale convinto che tutto si sarebbe risolto a tarallucci e Coca Cola. Il giovane spettatore giapponese, evidentemente, dava il lieto fine molto meno per scontato e si adattava a qualsiasi soluzione gli avessero allestito gli sceneggiatori. 
Qualche volta, come ho detto, il finale era semplicemente il protagonista che diceva "Abbiamo sconfitto gli invasori!" oppure, nel caso delle cosiddette maghette "Oh, i miei poteri sono esauriti, devo tornare sul pianeta della magia", e questo era quanto. In questi casi a volte c'era una puntata finale versione gadget con un riassunto della vicenda. Non so che effetto avesse sui giovani spettatori  giapponesi, ma per lo spettatore occidentale risultava piuttosto frustrante perché non gli forniva alcun nuovo dettaglio.
Tutt'altro che raro era poi il caso del protagonista che dopo l'ultima vittoria... moriva. Così. La morte, vista in quei casi come la degna conclusione e apoteosi di tutta la vicenda lasciava spiazzati prima di tutto gli adattatori, e c'era allora il problema, piuttosto serio, di passare quel finale a una torma di bambini che da sempre era abituata al lieto fine. Il caso più famoso credo sia stato Rocky Joe, ma negli anime sportivi se ne contano diversi. A volte, come in Baldios, il finale era decisamente catastrofico e si prevedeva una pessima fine per la Terra anche dopo aver sconfitto gli alieni (che erano in realtà i nostri discendenti). Anche gli anime a sfondo storico, come Lady Oscar avevano una certa qual tendenza a chiudere la vicenda facendo crepare tutti i protagonisti - e nel caso appunto di Lady Oscar la cosa risultò particolarmente dolorosa perché proprio due puntate prima della fine tutto sembravano finalmente mettersi bene per la coppia di innamorati - e non a caso la prima volta che la serie fu trasmessa si fermarono proprio in quel punto. Quando arrivò la nuova serie, risultò composta di appunto due episodi due, uno che si chiudeva con la straziante morte di André e l'ultimo dove moriva anche Oscar - più l'avvertenza finale che sarebbero morti anche Luigi XVI e Maria Antonietta, ma  quello fu un trauma minore perché la maggior parte degli spettatori era preparata a ciò grazie ai manuali di storia letti alla scuola media.
Le varie serie di Gundam, a quanto ho capito, finivano di punto in bianco, senza darci notizie sui vari protagonisti che rimbalzavano da una serie all'altra infilando una serie di vicende una più lugubre dell'altra (comunque le serie di Gundam erano tutte estremamente lugubri dall'inizio alla fine, che avessero un finale tutt'altro che foriero di felicità per tutti ci stava e per lo spettatore era più facile adattarsi).
C'erano anche i cosiddetti finali aperti: la vicenda si ferma a un certo punto e cosa succede dopo non si sa. Qualche volta il finale vero e proprio è confezionato in appositi episodi destinati alla vendita (caso classico Lamù).
Per lo spettatore occidentale la cosa era piuttosto destabilizzante: segui un personaggio per svariate decine di episodi, dove il personaggio in questione affronta le più varie traversine uscendone sempre vittorioso... e poi la storia si chiude lasciandolo in mezzo al guado. Oppure lo vedi morire. Oppure gli innamorati, dopo essersi rincorsi per centonovantasette puntate, si ritrovano improvvisamente separati da qualche impedimento sorto due puntate prima. Perché sì, uno dei problemi più seri risultarono proprio i finali degli anime a derivazione shojo, quelli destinati a un pubblico in prevalenza femminile e incentrati su una storia d'amore... e che spesso sono senza lieto fine. Spesso, ma non sempre. Anche qui, gli spettatori italiani non erano per niente preparati. 
Anche qui c'era un equivoco di partenza dovuto alle nostre scarse conoscenze della produzione giapponese: le storie shojo non sono storie romantiche destinate a chiudersi con la felice unione delle coppie che han popolato la vicenda, bensì storie ad alto, altissimo contenuto emotivo, a volte davvero strazianti, e possono finire malissimo - come appunto nel caso di Lady Oscar - oppure così-così, con le coppie che non si formano oppure che si dividono giusto nel finale. Qualche volta, vivaddio, capitava anche che finissero bene.
Gli adattatori coniugarono dunque il verbo arrangiarsi, ritoccando i finali, seminando qua e là frasette speranzose sulla felice futura unione delle coppie, sorvolando garbatamente su chi moriva, magari con l'aiuto di qualche fermo immagine (come nel caso di Rocky Joe).
Ad uno di questi casi di finale, diciamo così, ritoccato per occidentalizzarlo dedicherò il mio prossimo post.

martedì 8 agosto 2023

8 Agosto 2023 - Giornata Mondiale del Gatto

Spiace non poter citare l'autore di questa bella immagine, ma ne ignoro il nome.
Sarò naturalmente ben lieta di rimediare se qualcuno mi fornirà i dati.
Nel frattempo mi congratulo con lui, oppure con lei, chiunque sia.
Lo stesso vale per le altre immagini del post.

Visto che oggi il mondo intero festeggia Sua Maestà il Gatto, com'è suo dovere e com'è vero scandalo che non avvenga tutti i giorni, ho pensato di dedicare questo post al rapporto tra libri e gatti. No, non i gatti in letteratura, ma proprio i gatti e i libri intesi come oggetti fisici. 
L'immagine che apre il post appartiene ad un ricco filone che omaggia questi graziosi amanti dei libri, anche se tende forse a inzuccherare un pochino la realtà. Talvolta infatti il rapporto è meno idilliaco di come sembra qui, e se è notoriamente vero che i gatti lasciano impronte nel nostro cuore, chi tiene in casa una libreria e dei gatti sa che costoro lasciano impronte, talvolta molto visibili, anche sui libri, sotto forma di morsi, graffi e simili. Tuttavia, i gatti sanno sempre come farsi perdonare questi piccoli inconvenienti.

Qualche volta i gatti amano dormire nelle librerie, sopra i libri
e niente è più piacevole di allungare una mano verso uno scaffale pieno di libri e trovarlo occupato anche da una creatura dolce, giocosa e fusaiola.
Ma altre volte i gatti amano riposare dietro le file di libri (e questo da solo è un motivo che dovrebbe spingere ad evitare di tenere libri in doppia fila. L'altro motivo, ahimé, è che non avendo sempre sotto gli occhi tutto ciò di cui si dispone, può capitare di scoprire di aver comprato più copie dello stesso libro).
Dicevamo dunque dei gatti dietro i libri. Molto carini, ed è graziosissimo  vedere due orecchie a punta spuntare da dietro i volumi.
Un po' meno graziosissimo, forse, è dover riporre con pazienza i libri crollati a terra qualche tempo dopo: i gatti amanti dei sonnellini dietro i libri talvolta escono dalla scaffalatura rifacendo esattamente lo stesso percorso che han fatto in entrata, senza smuovere un sol foglio, ma più spesso buttano giù i volumi con due zampate per poi scendere per la via più facile - il mio scaffale di romanzi russi avrebbe parecchio da raccontare sull'argomento.

I gatti sanno leggere? 
Non è scientificamente provato, tuttavia si sa di casi di gatti che cercano di affrettare la voltatura delle pagine o che protestano se la pagina è voltata troppo in fretta dal lettore umano. Comunque un altro filone di immagini che si trova facilmente riguarda gatti e umani che leggono insieme:
Tuttavia ve ne sono parecchie, per lo più foto, dove il gatto legge il libro per conto suo (che in effetti è più comodo perché se la lettura è un piacere che raddoppia quando è condiviso, poter tenere il proprio ritmo è comunque comodo):
Altre volte il micio di casa collabora con il suo umano impedendogli la lettura. Ciò è molto gentile da parte sua quando il libro in questione è un libro di studio.
Questa foto mi ha ricordato di come la bellissima Giselle collaborava al mio esame di maturità distogliendomi dallo studio di Lucrezio in tarda serata, come ho già raccontato nel mio post sull'esame di maturità. Questa foto descrive meglio la circostanza perché il gatto impedizionista è grigio come Giselle, e il libro di cui ostacola la lettura è in versi proprio come il De Rerum Natura (che è comunque un bellissimo testo, checché ne pensasse Giselle):
A chiusura del post, ricordo che un gatto può essere anche un eccellente fermalibro
e talvolta, se gli gira, anche un segnalibro particolarmente puccioso:
I gatti sanno dunque tenerci compagnia anche in quella affascinante attività che è la lettura, perciò è vieppiù nostro dovere onorarli e festeggiarli ringraziandoli per la bella compagnia che ci offrono.
Auguri a tutti i gatti, in questo e in tutti i giorni che verranno. E naturalmente l'augurio vale anche per tutti i diversamente gatti, indipendentemente dal numero delle zampe.

lunedì 7 agosto 2023

Lunedì film - La città incantata (film per le medie)

Dal 2001, grazie alla magnanimità del grande maestro Miyazaki, noi comuni mortali possiamo dilettarci guardando questo grandioso film. Insisto molto sul tema della grandezza perché tutto in questo film è davvero abbondante: prima di tutto la lunghezza (due ore abbondanti, ma dice che aveva elaborato materiale per circa tre ore), poi la varietà dei temi trattati e infine la trama decisamente complessa. L'ho visto almeno quattro volte e ogni volta mi ritrovo a seguire la storia come fosse la prima volta che lo vedo, e d'accordo che per i film non ho grande memoria, ma questo è un caso particolare anche per me. In tutti i casi mentre lo si guarda è tutto estremamente chiaro e alla fine si ha la sensazione di aver assistito a qualcosa di molto importante e molto giusto.
Come spesso accade nei film di Miyazaki la protagonista è una ragazzina in piena età acquamarina, che è l'efficacissimo modo in cui i giapponesi definiscono l'orlo dell'adolescenza. La troviamo in macchina con i suoi genitori: la famiglia sta traslocando in una nuova città e lei non è molto contenta della cosa ma da brava figlia giapponese non lascia trapelare troppo il suo dispiacere.
E' una bella giornata luminosa e il paesaggio intorno a loro è molto verdeggiante. Per un qualche motivo il padre decide di fare una deviazione (o forse sbaglia strada) e si trovano davanti a un tunnel bel fronzuto. I genitori decidono di passarlo anche se Chihiro non è contenta. 
Si ritrovano così in una specie di parco dei divertimenti abbandonato - o almeno loro lo vedono così. Abbandonato da poco, comunque, tutto sembra ancora molto nuovo e quasi funzionante, e dentro un chiosco trovano uno splendido buffet allestito e nessuno in vista. I genitori hanno fame e si siedono a mangiare nonostante le proteste di Chihiro, e mangiano a quattro palmenti stabilendo che, quando arriverà qualcuno, pagheranno il pranzo. Ma non si vede nessuno e Chihiro va a guardare il parco. Quando ritorna scopre che i genitori si sono trasformati in maiali e nemmeno la riconoscono.
Un bel ragazzo arriva in suo aiuto mentre lei si sta sbiadendo, le impedisce di diventare del tutto invisibile dandole da mangiare una bacca e le dà un paio di istruzioni su come sopravvivere all'interno di quella strana città incantata.
Seguendo attentamente le istruzioni Chihiro
 riesce a farsi assumere in uno stranissimo impianto di bagni pubblici gestito da una maga. Nel contratto la maga le cambia nome in Sen e in questo modo le impedisce di uscire dal recinto della città incantata.
Lavorare in uno stabilimento di quel genere non è una esperienza delle più comuni, e anche i clienti sono piuttosto particolari. Qui lo spettatore occidentale è un tantino ostacolato dal fatto di non riconoscere le strane creature che arrivano come clienti - com'è noto i giapponesi hanno uno sterminato catalogo di spiriti ed esseri magici uno più strampalato dell'altro, e non è che anche gli altri che lavorando nei bagni siano creature delle più consuete. 
Il primo cliente che arriva è un terrificante Spirito Del Cattivo Odore, che si rivela poi un fiume molto inquinato ma che grazie a un buon lavaggio ritorna un bel fiumicello limpido. Poco dopo entra in scena anche Senza Volto, un signore con l'aria piuttosto sofferente e abbandonata che si rivelerà uno spirito davvero inquieto
che procurerà diversi problemi allo stabilimento ma che alla fine Sen riuscirà a curare.
In mezzo a questo c'è anche una specie di faida tra la maga dello stabilimento e una sorella a lei quasi identica ma che è molto più piacevole da frequentare.
Durante le varie vicende interviene anche un drago, il più splendido e lussuoso drago che mai sia comparso in un cartone animato giapponese
che rischia seriamente di morire avvelenato per aiutare Sen. Per fortuna lei riesce a salvarlo e scopre che è il ragazzo che l'ha aiutata fin dall'inizio. Chiamandolo con il suo vero nome, Sen riesce a liberarlo dall'incantesimo che lo vincola alla città incantata.
Infine Sen riesce a liberare anche i genitori, che si ritrasformano in umani e che naturalmente non ricordano assolutamente nulla di quel che è successo. Il viaggio verso la nuova città così può riprendere. 
Della sua particolarissima esperienza Chihiro conserva un paio di souvenir, il ricordo di tutti gli amici che l'hanno aiutata e la promessa del ragazzo-drago che un giorno si rivedranno.

Molti sono i significati e le chiavi di lettura di questa intricata vicenda (tra cui affiorano l'importanza della cura dell'ambiente, tema sempre carissimo a Miyazaki, e la vanità dell'oro e dei beni materiali) ma non importa capirli tutti o analizzarli, credo, perché la bellezza della storia e dei vari protagonisti basta da sola a nutrire l'anima dello spettatore. Sospetto che la rete pulluli di analisi molto raffinate in merito, ma ammetto di non averne mai cercata nemmeno una perché ho l'impressione che messaggi e significati arrivino allo spettatore per vie diverse dalla comprensione razionale. In tutti i casi vedere questo film è sempre un'esperienza rigenerante che nutre l'anima di qualsiasi età. I ragazzi, tra l'altro, lo apprezzano moltissimo e dopo averlo visto hanno il tipico aspetto di un pitone soddisfatto da pasto particolarmente succulento - e probabilmente ce l'ho anch'io, ma non mi è mai venuto in mente di guardarmi a uno specchio subito dopo, quindi non posso dirlo con sicurezza.
Ad ogni modo mi sento di consigliarlo assolutamente a chiunque.

venerdì 4 agosto 2023

Cronaca di una mattinata davvero inquieta in tempo di pandemia

La Prima Sfigata si conquistò il suo soprannome per essere stata la prima, primissima classe ad essere andata in quarantena, già nella prima settimana di scuola. Tuttavia in seguito consolidò la sua fama per altri accadimenti, il più appariscente dei quali mi accingo adesso a narrare.
Spoiler: buona parte di quel che successe in quell'epica mattinata è appunto da imputare alla pandemia e al particolare stato d'animo in cui tutti versavamo.

Era una tranquilla mattinata di Novembre. Dal momento che la Prima Sfigata aveva mostrato una serie di notevoli incertezze nell'uso dei tempi dei verbi, avevo deciso di ricorrere a un metodo particolarmente innovativo, ovvero una serie di interrogazioni a tappeto sui verbi. Lo scopo era di innestare un meccanismo automatico dovuto alla continua ripetizione e aiutata dal fatto che una parte della classe i verbi li conosceva benissimo e avrebbe quindi risposto in grande scioltezza. Chiamavo gli alunni uno ad uno, assegnavo un verbo e chiedevo di coniugare una serie di tempi. 
E se l'alunno non sapeva farlo? Bene, tutti avevano la grammatica aperta sulle coniugazioni dei verbi. L'alunno sbirciava e poi declinava, in base al buon vecchio criterio che sbagliando si impara, ma facendo giusto si impara di più.
Anche così comunque ogni tanto emergevano delle criticità. A quel punto ci fermavamo e riflettevamo sulla questione. Il primo round andò piuttosto male, il secondo round decisamente meglio e mi ripromettevo qualche soddisfazione dal terzo e, speravo, ultimo.
La giornata non era partita sotto i migliori auspici: appena finito l'appello Peggy era approdata alla cattedra spiegandomi che quella mattina era venuta a scuola anche se si sentiva un po' strana. Adesso però era convinta di stare proprio male. Poteva andare a telefonare a casa che la venissero a prendere?
Si capisce che poteva. La mandai a telefonare, la segnai in uscita eccetera. Peggy sparì quasi subito e tornò due o tre giorni dopo, munita di certificato di tampone negativo. Perché sì, poteva capitare di stare male anche senza avere il Covid. Di fatto anche prima della pandemia la gente si ammalava.
Le prime interrogazioni andarono discretamente. Ma quando chiamai Eola la ragazza, dopo un attimo di silenzio, si alzò, corse verso la cattedra e disse piangendo "Professoressa, mi sento malissimo".
A scanso di equivoci: sia Peggy che Eola padroneggiavano i verbi con notevole disinvoltura. Nemmeno per un istante fui sfiorata dall'ombra del sospetto che avessero accusato malesseri per scansare l'interrogazione, né che quell'interrogazione fosse per loro qualcosa di stressante. Così esortai Eola ad andare giù dalle custodi che avrebbero provveduto a lei. Eola uscì.
Da notare che in circostanze normali, ovvero non pandemiche, quando qualcuno si sente male fa parte del galateo istituzionale, almeno alle medie di St. Mary Mead, mandarlo giù con un amico al seguito. Ma, appunto, eravamo in tempo di pandemia e non feci niente del genere (e feci malissimo, come risultò poi).
Qualcuno commentò che quel giorno proprio non era cosa, e le interrogazioni ripresero. MA un quarto d'ora dopo bussò la custode, alquanto preoccupata. Eola stava male, non riusciva più a muovere il braccio destro e anzi non lo sentiva più e piangeva. Avevano provato a chiamare i genitori ma non rispondeva nessuno.
Tra i tanti sintomi del Covid la sparizione della sensibilità agli arti non mi risultava, ma un braccio destro che fa male può essere sintomo di pessime cose, che di solito a dodici anni non infestano la vita ad alcuno MA ci sono sempre delle eccezioni e insomma...
Dissi di chiamare la guardia medica e di avvisare la Preside, se riuscivano a raggiungerla: è uso non chiamare mai la guardia medica senza aver avvisato la famiglia, ma se la famiglia non risponde? Poi frugai tra i numeri di telefono e trovai anche quello del nonno: magari, chiamare anche lui...
A quel punto la classe era decisamente stressata, e Violetta accusò malesseri. 
Violetta versa in particolari condizioni sanitarie e può sentirsi male da un momento all'altro, soprattutto in caso di stress - e di stress, in quel momento, ne avevamo da dare e da serbare, quindi nessuno si preoccupò particolarmente di Violetta, che uscì di classe e si regolò sì come richiedeva il suo protocollo medico per poi rientrare un po' ristabilita.
E tutto ciò mi ricordava sempre più la filastrocca dei Dieci piccoli indiani.
La custode passò ad avvisarmi che la Preside in quel momento non era raggiungibile, ma il nonno stava venendo e la guardia medica era stata contattata. 
Più avanti venne ad avvisarmi che sia il nonno che la guardia medica erano arrivati, e scesi giù lasciandola a sorvegliare la classe, mentre una serie di pensieri uno più lugubre dell'altro mi rutilavano in testa.
Quando arrivai la guardia medica mi spiegò che si trattava... di un attacco di panico.
Lui e il nonno si consultarono e stabilirono che non era il caso di portare Eola all'ospedale più vicino per un controllo perché in quei giorni i pronto soccorso di tutta Italia erano intasati e rischiavi di passarci un tempo interminabile prima che qualcuno ti considerasse. Ovviamente un attacco di panico sarebbe passato in coda a qualsiasi altro caso più grave, e ancor più ovviamente passare delle ore circondata dall'atmosfera elettrica di un pronto soccorso intasato, con tanto di luci accese a pieno carico e senza nessuno che ti badasse non era esattamente la cura migliore per un attacco di panico che per giunta era il primo e quindi spaventava il doppio.

Attacco di panico. Quelle tre parolette magiche restituirono al cielo il suo azzurro e fecero splendere il sole. Senza dubbio gli attacchi di panico sono cose spiacevolissime e da non sottovalutare, ma han di buono che non sono Covid né portano a paralisi o complicazioni cardiocircolatorie. Eola doveva solo aspettare che l'attacco passasse e non ci sarebbero state conseguenze irreversibili. 
Mai attacco di panico fu guardato con tanta simpatia. Io e le custodi lo amavamo.
Quel sant'uomo del nonno aveva prontamente abbracciato la nipote e la stava confortando. Eola continuava a piangere, ma in modo molto più tenue e sollevato.
Il nonno ci informò che sua figlia, che era poi la madre di Eola, "dopo essere diventata signorina"* aveva avuto per diverso tempo attacchi di panico assai frequenti. L'uomo si era dunque fatto una certa esperienza e, lui almeno, non era spaventato. Preziosa circostanza, in verità. Confortò Eola, confortò tutti noi, informò i genitori, che nel frattempo erano diventati raggiungibili e si portò via la povera impanicata, che nel frattempo era andata alquanto calmandosi.
Dimagrita di circa dieci chili ma molto racconfortata risalii in classe e informai la custode della lieta novella prima di rimandarla in libertà.
Ormai eravamo verso la metà della seconda ora.
"Prof, che si fa, continuiamo con grammatica?".
"Nossignori. Prendete i vostri palloni, le vostre merende e qualsiasi altro genere di conforto desideriate e andiamo giù in cortile a farci tutti quanti un lungo, lungo intervallo".
In cortile raggiunsi Violetta, che sembrava perfettamente ristabilita e mi assicurò che andava tutto bene, e fui poi raggiunta da Carl Palmer che lamentava un forte mal di testa. Lo mandai a telefonare a casa perché si facesse venire a prendere, se così preferiva, e già che c'ero chiesi se c'era qualcun altro che non stava bene. Mi assicurarono che no, stavano benissimo, grazie - e a guardarli saltare come tanti camosci la cosa risultava piuttosto credibile. Mentre stavano scavallando arrivò la Preside, che potei così aggiornare con il lieto fine della dolorosa vicenda. 

In serata feci una navigatina in rete per informarmi un po' sugli attacchi di panico. Non ne ho mai sofferto né mai avuto a che fare con persone che ne soffrissero e insomma ne sapevo men che zero.
Scoprii così che avrei dovuto regolarmi in tutt'altro modo, parlando a Eola e confortandola, abbassando le luci in classe eccetera. Invece la povera Eola si era dovuta muovere da sola e pure fare due rampe di scale, con la vista che si abbassava e il braccio che andava desensibilizzandosi. A ripensarci mi vengono i brividi.
Ecco, in circostanze normali avrebbe avuto almeno qualcuno accanto a sostenerla e confortarla.
La mattina dopo feci un breve sermoncino spiegando che gli attacchi di panico erano una cosa molto spiacevole e che potevano capitare a tutti in qualsiasi momento, e la prima cosa da fare quando qualcuno vicino a noi ne veniva afflitto era, appunto, non farsi prendere dal panico a nostra volta e cercare di confortarlo ma senza farlo muovere finché non si era calmato, abbassare le luci eccetera. Insomma, come per qualsiasi malanno, la prima regola era non peggiorare la situazione: primum, non nocere. Glielo scrissi anche alla lavagna.
Da allora la Prima Sfigata, che tra poco diventerà la Terza Sfigata, ha fatto serenamente il suo miglio e attacchi di panico non ce ne sono più stati. Tuttavia in cuor mio mi domando: la crisi di Eola sarebbe stata così forte se non fossimo stati in tempo di pandemia? Di sicuro, se non fossimo stati in tempo di pandemia e di distanziamento, sarebbe stata gestita molto meglio da tutti noi, e in particolar modo dalle custodi, che nel loro lungo servizio han visto di tutto e di più e molto probabilmente avrebbero capito ben prima cosa stava succedendo, almeno a grandi linee.

* "diventare signorina" è ormai espressione quasi antiquaria, ma qualche decennio fa era il modo con cui tra persone educate si indicava che una ragazza aveva avuto la prima mestruazione.

mercoledì 2 agosto 2023

La nuova, innovativissima didattica DADA - Considerazioni dopo il primo anno

Agli scolari, nel complesso, la didattica DADA non è dispiaciuta
Il primo anno della nuova, innovativissima didattica DADA è ormai alle spalle, così ho pensato di fare un piccolo bilancio delle mie personali impressioni, elencando aspetti positivi e negativi in ordine di comparsa (nella mia mente) senza preoccuparmi di tenerli separati. Dopotutto, vantaggi e svantaggi si sono presentati insieme.

Primo elemento positivo: il Cambiamento
Per motivi del tutto estranei alla nostra volontà la DADA ha inaugurato il Ritorno alla Normalità dopo la malefica pandemia. Si è innestata dunque in un momento di Cambiamento, ed ha apportato essa stessa a sua volta un notevole elemento di Cambiamento.
Il Cambiamento è cosa buona e giusta in un ambiente statico, tradizionalista e insieme in perenne fermento com'è la scuola. In questo caso il Cambiamento è arrivato dopo tre anni di Scuola-Galera. ovvero esattamente quello che nella scuola moderna tutti dovremmo cercare con tutte le nostre forze di evitare a qualunque costo. E invece, in spregio totale ai più elementari principi di base della moderna didattica, in questi tre anni la principale preoccupazione di tutti noi insegnanti non è stata quella consueta di porgere nel migliore dei modi possibili i contenuti delle varie materie ai nostri amati alunni, bensì quello di svolgere un implacabile ruolo di poliziotti, tenendo il più possibile i poverini buoni, fermi, con la mascherina addosso e soprattutto ben staccati gli uni dagli altri, isolandoli vieppiù dall'umano consorzio al primo vago accenno di malessere, cercando di adattarci alle varie quarantene nostre e loro, insomma isolandoli da quella fratellanza tra coetanei che è sempre stata il fattore più importante della scuola sin da quando la scuola esiste (le prime testimonianze le troviamo nei testi babilonesi ed egiziani). Uno strazio inenarrabile, completamente contro natura per noi e per loro.
Con l'arrivo della Didattica DADA i ragazzi invece sono stati esortati a muoversi, e soprattutto a muoversi in autonomia, senza più guardiani che ne sorvegliavano ogni movimento, recuperando così un po' di quella libertà che ne aveva sempre caratterizzato i movimenti. Ciò ha costituito un piacevole elemento di novità. Insomma, è cominciato un nuovo corso. 
Ci si può muovere, hallelujah! 
Ci si muove in gruppo, hallelujah doppio, carpiato e rinforzato!

Secondo elemento positivo: il cambio dell'ora
che spesso porta con sé una punta di ansia: la classe, si sa, non deve mai essere lasciata scoperta senza sorveglianza, quindi per uscire dovevi aspettare che arrivasse il collega a darti il cambio, e nel frattempo restava forse scoperta quella dove dovevi andare, mentre i colleghi che dovevano sostituirti spesso dovevano percorrere tutta la scuola per raggiungere l'aula dov'eri, poi c'eri tu che dovevi a tua volta percorrere tutta la scuola, e insomma a volte era una procedura lunga anche se tutti facevamo del nostro meglio. Ogni tanto si presentava perfino il caso dello scambio, dove Inglese doveva darti il cambio in 1A e tu dovevi darlo a lui in 1B, e magari le due classi erano pure a piani diversi e aspettare il cambio era del tutto inutile perché nessuno di voi due aveva il dono dell'ubiquità e solo ricorrendo alle custodi si riusciva a fare il cambio senza lasciare scoperta la classe.
Con la DADA fai uscire la classe, che se ne va dove deve andare, e poi restia ad aspettare la classe successiva oppure te ne vai per i fatti tuoi mentre le varie classi vagano per i corridoi e si accalcano intorno agli armadietti. L'insieme, devo dire, è piuttosto rilassante anche se non sempre ordinatissimo e silenzioso - ma chissenefrega. 
Inoltre quei pochi minuti di stacco hanno in sé un valore aggiunto perché aiutano appunto a staccare, ed è una buona cosa sia per noi che per i ragazzi.

Primo elemento negativo: gli armadietti
La scelta degli armadietti, così allegri e colorati, si è rivelata un punto davvero debole. Quelli scelti ahimé si sono rivelati dei veri aggeggi, il cui unico scopo nella vita sembra essere quello di incastrarsi, staccarsi dai cardini, rifiutarsi di aprirsi e di chiudersi e insomma fare tutto tranne che adempiere alla loro funzione di armadietti. 
Dopo averli tanto bramati e desiderati durante l'anno scorso, alla fine gran parte della scolaresca ha deciso di non servirsene oppure li usa, in modo molto contenuto, all'inizio e alla fine della mattinata. Così abbiamo classi che vagano per la scuola cammellandosi dietro zaini, cartelle da disegno e di tecnologia, borsa per ginnastica più eventuale attrezzatura per la piscina e magari anche piumini e giacchetti vari che poi ingombrano le aule. Non è il massimo della comodità per nessuno, e soprattutto per gli alunni. Quindi il primo consiglio che darei al personale di una scuola che decide di passare alla DADA è scegliete con cura gli armadietti e diffidate dei prezzi troppo bassi, e anche degli armadietti che richiedono un lucchetto. Davvero non è da credersi quanto degli armadietti che chiudono male o non chiudono affatto riescano a complicare la vita.

Terzo elemento positivo: i ragazzi si muovono di più
Sgranchirsi un minimo spostandosi da una classe all'altra e magari anche da un piano all'altro due-tre volte per mattinata per un ragazzo in piena crescita è un piccolo ma consistente aiuto. Farlo sciamando con i compagni è ancora meglio. Meglio ancora sarebbe farlo senza doversi portare la casa dietro, ma insomma si sa che nella vita non si può sempre avere tutto.

Secondo elemento negativo: le campanelle
Da due anni le campanelle suonano più basse del solito, col risultato che nella seconda parte del corridoio, anche a porte aperte, non si sentono proprio. Questo non è colpa della DADA ma del comune di St. Mary Mead, che nonostante i ripetuti avvisi non le ha ancora alzate di volume (o forse non ci è riuscito). Risultato: le classi in fondo al corridoio spesso si muovono in ritardo. Un orologio in ogni aula aiuterebbe a limitare i danni, e infatti c'è - ma buona parte di questi orologi non funziona...
Come per gli armadietti, anche qui si tratta di un lato negativo dovuto a criticità specifiche della scuola, però si rivela con più forza in presenza della didattica DADA che richiede spostamenti di massa in tempi ragionevoli.

Terzo elemento negativo: l'orda dei bufali
Alcune classi sembrano del tutto incapaci di non seminare carte e cartacce e briciole tutto intorno. Talvolta l'insegnante scopre con orrore solo dopo che la classe è uscita che l'aula si è trasformata in una via di mezzo tra un trogolo da maiali e un campo di battaglia, e non di rado la classe che arriva dopo si trova a dover iniziare la lezione prendendo scopa e strofinaccio per fare un po' di pulizia.
La soluzione sarebbe chiamare a pulire la classe che c'era prima, ma per vari e talvolta misteriosi motivi non si riesce a capire che classe c'era prima, oppure tutti giurano che han lasciato una classe impeccabile.
E' stata rispolverata perciò una iniziativa che in anni precedenti aveva dato ottimi frutti, ovvero nominare appositi guardiani che sorvegliassero i compagni e assegnare un punteggio a base di croci e cuoricini a seconda delle circostanze. Con la didattica DADA però il sistema funziona poco e male appunto perché nella stessa aula si avvicendano classi diverse, e in più c'è l'incognita dell'intervallo, che l'insegnante passa in corridoio a fare sorveglianza e in cui dunque non può sorvegliare quel che succede nell'aula - e capita perfino che se una classe durante l'intervallo rimane vuota venga presa d'assalto da qualche gruppo particolarmente amante dello sbriciolamento selvaggio e della scia di cartacce.
Il problema non si presenta di facile soluzione, ma tutti confidiamo che con la dipartita della Terza Capricciosa l'anno prossimo la situazione possa migliorare.

Elemento neutro: le dimenticanze
Succede quando, lasciando un'aula per raggiungerne un'altra, qualcuno dimentica qualcosa. Qualche volta arriva un Raccoglitore Ufficiale che saluta dicendo "Scusate, avete trovato per caso due diari, una penna, una calcolatrice e due libri di letteratura?" per andarsene poi via carico di bottino. Altre volte abbiamo un Volenteroso Postino: "Prof, la 2 C ha dimenticato due giacche, le scarpe da ginnastica e un astuccio. Posso andare a portarglieli?" e va via con la sua carriola di avanzi.
Lo inserisco come elemento neutro perché non crea un gran disturbo ma soprattutto perché è inutile sperare in un mondo perfetto dove nessuno dimentica mai niente. Tuttavia col tempo ci si rende conto che alcuni alunni sono veramente un po' distratti, e vale allora forse la pena di rampognarli nella speranza che comincino a dimenticare solo due o tre giorni alla settimana e magari, col tempo, anche soltanto uno.
Va detto poi che tutto ciò aumenta per gli alunni le possibilità di movimento e non è dunque una cosa negativa di per sé.
Gli insegnati dimenticano mai qualcosa?
Oh sì, e in quantità industriale. Ma questo fa parte del

Quarto elemento negativo (solo per gli insegnanti di Lettere): chi siamo, donde veniamo e soprattutto dove dovremmo andare?
Inglese, Spagnolo, Tecnologia e tante altre materie hanno una loro specifica aula.
Lettere invece ha tentato una soluzione che sin dai primi giorni si è rivelata piuttosto cretina: Lettere si snoda sul corridoio del piano superiore, cinque aule per cinque insegnanti di Lettere. Le aule non sono state assegnate ai singoli insegnanti, bensì alle materie: tre aule per Italiano, una per Storia, una per Geografia. La VicePreside disse "Bene, distribuitevi l'orario in modo da fare Storia nell'aula di Storia eccetera.
La cosa si è rivelata impossibile perché spesso abbiamo due insegnanti di Lettere che fanno Storia nella stessa ora e cose del genere. Il risultato è che l'insegnante cambia aula più volte per ogni mattinata e non ha un posto specifico dove mettere le sue cose, se non nell'armadietto che diventa così la raccolta di materiali vari di tutte le insegnanti di Lettere. In più c'è il grave inconveniente che l'insegnante in questione deve ricordarsi un orario piuttosto complicato e vaga da una classe all'altra non di rado confondendosi, almeno nei primi mesi, e spesso deve andare in altre aule a prendere il materiale dell'attività cominciatra uno o due giorni prima in un'altra aula.
E' stata avanzata la proposta di assegnare la singola aula al singolo insegnante, e questa proposta mi piace molto perché fin dall'inizio speravo di personalizzarmi l'aula a piacer mio. Vedremo se l'idea va in porto.
Tutto ciò toglierà un po' di senso alle citazioni scritte alle pareti, ma buona parte di quelle citazioni non mi avevano mai convinto molto, e dunque me ne farò una ragione.

Quinto elemento (parzialmente) negativo: "Tenete sempre la destra quando vi muovete!"
La regola, in apparenza assai facile da seguire, ha lo scopo di impedire che le classi si aggroviglino ed ostacolino tra loro. In realtà è stato un aspetto che ho molto curato, tanto che il mio rituale grido "Tenete la destra!" è diventato famoso in tutta la scuola. Tuttavia, grida oggi e grida domani, nel corso dell'anno le mie classi si sono abituate a procedere sulla destra senza invadere corridoi e scale bensì formando una colonna decorosamente ordinata. Temo però di non poter dire altrettanto delle altre classi. Tuttavia sono molto fiduciosa sul fatto che il progressivo ritorno alla normalità restituirà col tempo una certa abitudine ai gruppi di muoversi con criterio invece di dilagare come acqua fuoriuscita dagli argini.

Terzo elemento positivo: la Mostra del Libro
Non so spiegarmi bene i motivi, sta di fatto che quest'anno la Mostra del Libro è filata molto più facilmente del solito e soprattutto me la sono potuta fare da sola senza disturbare nessuno; probabilmente questo dipende soprattutto dall'orario con le ore accoppiate, ma insomma tutto ha funzionato bene senza che dovessi chiedere aiuto o sostituzioni a nessuno salvo un paio di intervalli alla collega di sostegno che è in classe con me.

Quarto elemento positivo: gli intervalli in cortile
Questo non è un frutto della DADA bensì della pandemia. Per noi di Lettere è particolarmente fruttuoso perché per portare le classi in cortile dobbiamo fare un sacco di scale (che migliora la nostra circolazione e la nostra tenuta fisica in generale) e permette agli alunni di muoversi. A ciò si aggiungono varie gite nell'aula dell'Agorà, che è nel sotterraneo ma sbocca sul cortile. Insomma scale, scale e ancora scale. 

Anche se ho elencato cinque elementi negativi contro quattro positivi sono convinta che gli aspetti positivi prevalgano perché più importanti, mentre i cinque negativi possono facilmente essere migliorati - salvo gli armadietti, che ormai ci sono e ce li dobbiamo ciucciare così.
Nel caso che qualcuno si stia chiedendo se la didattica DADA consiste solo negli spostamenti, non posso che rispondere che sì, dal momento che le aule sono ancora strutturate nel modo consueto, file di alunni che guardano verso l'insegnante che sta in cattedra o al massimo gira tra i banchi cercando, non sempre con successo, di non inciampare in zaini e cartelline varie.
Corre voce che la DADA sia soprattutto laboratoriale ma nessuno ci ha dato particolari spiegazioni in merito, e d'altra parte a St. Mary Mead abbiamo gran copia di laboratori e cerchiamo di fare lezioni abbastanza variegate. Così, a tastoni, perché ripeto che nessuno ci ha spiegato niente in proposito.

venerdì 28 luglio 2023

La divina commedia - Go Nagai


Verso Novembre, quando stavamo ancora vagando per la selva oscura con risultati tutt'altro che commendevoli, Odisseo arrivò una mattina recando seco un enorme tomo. Quando entrai in classe lo vidi in mezzo a un capannello che sfogliava il tomo con grande interesse.
"Prof, ho comprato la versione manga della Commedia" mi annunciò trionfante.
I miei occhi diventarono grandi come tazze da tè.
"Una versione manga della Commedia?" chiesi interdetta.  Ed ero interdetta, sia perché non avevo mai sentito nemmeno vagamente dire che esistesse una roba del genere, con tutte le pagine specializzate che seguivo, sia perché trovavo sbalorditivo che a un qualsivoglia mangaka fosse mai venuto in mente di disegnare la Commedia. D'accordo, Dante è abbastanza famoso anche all'estero, ma insomma era una roba davvero molto occidentale.
Quando poi Odisseo mi spiegò che l'autore era Go Nagai miei occhi diventarono grandi come ruote da mulino.
Nagai da noi è decisamente famoso: dai suoi manga sono state tirate fuori le grandi serie della prima invasione dei cartoni animati giapponesi, ovvero Mazinga, il Grande Mazinga, Jeeg e Goldrake. Ma pur essendo universalmente molto apprezzato (non da me: lo trovavo troppo scuro nel tratto, e infatti di lui non ho niente in casa. Ma credo che presto rimedierò appunto con la sua Divina Commedia) non ce lo vedevo a entusiasmarsi per...
Evidentemente sbagliavo.
Faticosamente presi l'enorme (e pesantissimo) tomo e lo sfogliai. 
"C'è dentro tutta la storia, dall'inizio alla fine" mi spiegò Odisseo.
Ma poi, continuavo a pensare dietro ai miei occhi grandi come ruote da mulino, com'era possibile che non ne avessi mai sentito parlare? C'è stato l'anno di Dante, ci hanno fatto verdi a righe rosa con Dante e ancora Dante e poi Dante, ma forse adesso dovremmo anche parlare un po' di Dante. Avevano ristampato Dante in tutti i modi, possibile che non mi fosse giunta nemmeno una vaga voce...
Evidentemente era possibile. 
Lo sfogliai distrattamente, mi informai sul prezzo (30 euro, praticamente un regalo) e stabilii che quella roba doveva arrivare al più presto nella biblioteca di scuola.
Senza il prezioso apporto di Odisseo avrei continuato a non sapere niente della versione della Commedia di Nagai, perché la pregiata libreria che organizza la Mostra del Libro non ci pensò nemmeno a portarlo. Glielo chiesi io. Con mio disappunto non se lo filò nessuno nei giorni della Mostra, ma lo misi comunque da parte tra gli omaggi e ancor prima di catalogarlo me lo portai a casa per leggerlo con cura. Quella che segue è la presentazione del pesantissimo libro. Un vero mattone, garantisco (ma ben rilegato). 

A un certo punto della sua vita Go Nagai incrociò la Divina Commedia illustrata da Gustave Doré. Come già tanti prima di lui ne rimase molto affascinato, e ne trasse spunto per un paio di opere: prima Mao Dante*, poi Devilman, entrambe degli inizi degli anni 70.
Ma venne il giorno, più di vent'anni dopo, in cui decise di disegnare proprio la Divina Commedia, quella dove un tal Dante si ritrovò vincitore di un viaggio premio nei i tre regni dell'aldilà. All'apparenza l'argomento era piuttosto estraneo alle storie dove grandi robot combattevano contro invasori dal passato e dal presente - ma chi ha frequentato anche solo la regina Himika e il suo successore, l'Imperatore delle Tenebre, sa che Nagai si è sempre occupato volentieri di demoni più o meno perversi e sempre da un punto di vista piuttosto partecipe. Ebbene sì, i demoni gli piacciono, e li disegna molto volentieri (in modo davvero efficace, tra l'altro).
La Commedia è un testo molto particolare e, verrebbe da pensare**, poco esportabile: una roba terribilmente cristiana, secondo una religione che si basa su un impianto completamente diverso dalle religioni orientali. Tuttavia Nagai decise di disegnarla e, senza una particolare preparazione teologica e con nozioni relativamente scarse sul medioevo italiano decise di raccontare quella storia, proprio quella.
Ne è venuto fuori un racconto che forse Dante avrebbe seguito con una certa sorpresa, ma nemmeno tanto. Strano ma vero, i concetti base ci sono. Quasi tutti. Magari un po' rielaborati, alla luce di una personalità davvero differente.
Sul piano grafico Dante (intendo proprio il personaggio di Dante) non è molto sorprendente: si sa che a un certo punto qualcuno fece un ritratto di Dante e a quel ritratto Dante si trovò inchiodato per l'eternità.
Questo a sinistra è il ritratto più famoso, di Botticelli (1495) e deriva in parte da un altro ritratto fatto per il Duomo di Firenze da Domenico di Michelino (1465):

 

Da sempre e per sempre Dante per noi è così: perennemente vestito di rosso, col cappuccio,  una ghirlanda di alloro in testa e l'aria fra l'irritato e lo scocciato. Che viene da domandarsi: ma sul serio andava in giro con una ghirlanda di alloro in testa? Davvero non gli capitava mai di portare vestiti di un altro colore? Non sorrideva mai? Proprio mai? E sempre il cappuccio, sempre, sempre, sempre?
D'altra parte dobbiamo pure ammettere che vedere raffigurato Dante con i capelli al vento e con un sorriso smagliante ci lascerebbe tutti un po' traumatizzati. E così Go Nagai - che del resto non è uso a raffigurare personaggi sorridenti, con l'aria allegra e vestiti pastello - ci offre un Dante perfettamente intonato alla nostra immaginazione. Lo fa più giovane, però, con lo sguardo molto intenso e, spesso, con l'espressione sconvolta (considerando quel che vede, ci può  stare). Del resto, anche Doré lo disegnava così, e dalle immagini di Doré Nagai prende diverse tavole. Belle scure, come piace a lui, con tonnellate di linee cinetiche e molte ombre. Insomma, col suo stile.
La prima cosa che mi ha colpito però è stato il panorama di Firenze, con una bella cupola di Brunelleschi ben stagliata sullo sfondo.
La cupola del Brunelleschi Dante non l'ha mai vista, perché è arrivata diverse generazioni dopo di lui. Probabilmente Nagai ha preso il panorama di Firenze dal secondo ritratto - che sta appunto dentro il Duomo, quello della cupola, e dunque è relativamente normale che uno dei più tipici simboli di Firenze venga citato, a costo di confondere un po' le date.
La cupola di Firenze con Dante che la guarda, lo confesso, mi ha divertito molto; che un giapponese non si sia preoccupato di documentarsi più di tanto in proposito mi sembra comunque più che scusabile.

La Divina Commedia di Nagai è un tomo enorme, spesso cinque centimetri e con diverse centinaia di pagine, 24x17 cm. Non un tascabile di quelli che puoi farti scivolare in borsetta per leggerlo in treno. Mi farebbe piacere anche dire quante sono le pagine, ma per saperlo dovrei contarle una per una: perché in tutto il libro e nemmeno nell'indice c'è un numero che sia uno***. Dallo spessore però garantisco che l'Inferno occupa più di due terzi, il Purgatorio prende a malapena un sesto e per il Paradiso restano gli spiccioli. Che Nagai traesse assai maggiore ispirazione dall'Inferno non mi sorprende, anzi avrei trovato strano il contrario. D'altra parte, per quanto Dante avesse costruito tre cantiche del tutto simmetriche e di lunghezza praticamente identica, nell'immaginario collettivo la Commedia è soprattutto l'Inferno: è più facile da seguire, ci sono un sacco di effetti speciali e il quadro è molto più animato. Io, che di natura non amo molto né le storie di avventura né le tinte fosche preferisco di gran lunga il Purgatorio e mi compiaccio molto delle cascate di luce che adornano il Paradiso, anche se non di rado mi accascio durante certe raffinate disquisizioni teologiche che riesco a seguire solo fino a un certo punto.
Ci sono poi delle differenze. Prima di tutto Beatrice - la più deliziosa e simpatica Beatrice che abbia mai visto. Nagai, dopo che Virgilio l'ha nominata spiegando perché è venuto ad aiutare Dante, parla di lei e spiega al lettore chi è - in pratica riassume la Vita Nova. Non solo, riesce anche a spiegare molto bene l'essenza della storia d'amore tra i due, che è decisamente particolare. Come ho detto, Beatrice è simpatica e gentile: quando ritrova Dante nel paradiso terrestre non gli fa una drammatica piazzata come avviene alla fine del Purgatorio, gli sorride. E sorride anche Dante. Ebbene sì, abbiamo anche delle immagini dove Dante sorride di gioia. Secondo me vale la pena di comprare il volume anche solo per quello.

Provo adesso a scendere più nel dettaglio.
Prima di tutto una nota di demerito: c'è sì un indice. Senza il numero delle pagine, e vabbé, tanto le pagine non sono comunque numerate - che non mi sembra poi questa bella cosa.
Ma non c'è un indice dei nomi. Come nel poema, Dante si ferma ogni tanto a parlare con qualche anima. Alcune sono famose di per sé, altre, come Pier delle Vigne, sono famose principalmente perché Dante ne ha parlato - anche se ne ha parlato perché ai suoi tempi erano molto famose. Perché il lettore non deve avere una lista dei nomi, e magari anche dei personaggi che ci sono e parlano ma il cui nome è stato tralasciato perché tanto ai giapponesi, o almeno a Nagai, non interessava dirlo? Alcune anime sono anonime ma un nome nel poema lo avevano. Altre hanno nome, cognome e magari l'autore ne racconta qualcosa, ma dove sono? E naturalmente non ci sono solo le anime, ci sono diavoli, spiriti malvagi e pure spiriti buoni, e ci sono i luoghi: Cocito, Stige, paradiso terrestre. Uno vede subito che non c'è Bertran de Born e non perde tempo a cercarlo. Manca un sacco di gente ed è normale, altrimenti il volume di pagine avrebbe dovuto averne tremila e forse Nagai starebbe ancora lì a disegnare per finirlo.
Non viene sforbiciata alcuna delle minuziose classificazioni in cui tanto Dante si diletta, e questo in parte spiega perché l'inferno, che è pieno di gironi, cerchi, sottogironi, bolge e non so che altro prende tanto più spazio. No, un momento: nel paradiso vengono indicati solo i cieli, con un vago accenno alla rosa mistica (che però non viene mai nominata), e della Madonna non si fa cenno. Nemmeno di Gesù, ora che ci penso. Il futuro esilio viene gratificato di un solo, piccolo accenno, laddove nel testo originale ogni cinquanta versi Dante trova qualcuno che glielo predice. La parte politica è completamente cassata, come buona parte delle, ehm, spiegazioni scientifiche. E anche le parti dove si parla della redenzione. E', come dire, un aspetto del tutto secondario della questione su cui Nagai non ha ritenuto indispensabile soffermarsi.
In realtà Virgilio dichiara di non sapere cosa succederà dopo il giudizio finale, quando le anime si ricongiungeranno ai loro corpi, ma ritiene probabile che riavere il corpo dovrebbe comunque costituire un miglioramento per loro. In sostanza, l'autore lascia capire (ma non dice esplicitamente) che le pene dell'inferno potrebbero non essere eterne, almeno non con quella intensità.
Virgilio, a proposito, sta nel purgatorio (ma non viene precisato in quale balza del monte) e non nel limbo, che pure esiste e viene rapidamente descritto.
Abbiamo anche una scena aggiunta di tutto punto: quando arrivano da Minosse c'è una donna, molto perbenino, che grida e strepita che c'è stato un errore e che lei non ha mai commesso alcun peccato. Lascio immaginare la reazione di Minosse e la fine che farà la poveretta, ma è una scena davvero efficace, e secondo me a Dante non sarebbe affatto dispiaciuta perché spiega molto bene perché si finisce all'inferno.
Non è l'unico cambiamento: per esempio nel girone dei golosi la pioggia dissolve i corpi e quindi la schifida poltiglia su cui Dante e Virgilio camminano è formata dai corpi dei dannati, che poi riprenderanno forma per continuare a patire - la cosa impressiona abbastanza Dante, e possiamo capirlo.
Ci sono Paolo e Francesca, naturalmente, e la storia è raccontata con molta cura, anche se è saltata la parte letteraria dove i due innamorati leggono. Molto estesa è anche la scena con Brunetto Latini.
Ulisse non parla, anche se Virgilio racconta nei dettagli la storia dell'inganno del cavallo. Il conte Ugolino invece racconta nel dettaglio tutta la sua storia e anche se non racconta esplicitamente di essersi mangiato i figli, si capisce comunque che c'è qualcosa di cui rifiuta di parlare - il tutto è davvero straziante e molto efficace.
Molto forte è anche la scena della città di Dite, avvincente come solo la miglior fantasy sa essere (e io l'ho vista sempre come una scena fantasy, in effetti).
Tra un girone e l'altro Dante e Virgilio parlano molto: del peccato, del peso del peccato, di ciò che porta l'uomo verso il peccato.
Nel purgatorio i due parlano ancora di più, soprattutto del libero arbitrio, del destino dell'uomo, del senso della vita e di tante altre cose molto interessanti, a volte in un modo che mi suona strano - certe discussioni mi suonano un po' diverse da come Dante le ha scritte, ma suonano molto interessanti. Non so se Dante avrebbe sottoscritto tutto, ma certo avrebbe ammesso che non si tratta di discussioni superficiali.
Dante si arrampica su per la montagna, con le sue sette P sulla fronte che via via scompaiono. C'è molta attenzione ai colori, e vengono spiegati con cura sia i colori dei tre gradini della scala che porta all'angelo che incide le P (che indicano la trasmigrazione alchemica dell'anima durante la confessione) sia quelli delle vesti delle fanciulle del paradiso terrestre, mantate nei tre colori di bianco, rosso e verde (che sono le tre virtù teologali, dove la carità, molto correttamente, è tradotta con "amore"). Piuttosto interessante dato che, a parte le due pagine introduttive, il manga è completamente in bianco e nero. Viene descritto molto bene anche il corteo che Dante incrocia e il suo significato.
Con grande dispiacere da parte mia Virgilio non incorona Dante in qualità di anima ormai padrona di sé stessa, ma il mancato addio (Virgilio sparisce senza dir niente) è molto commovente.
Il paradiso, temo, tranne per le parti con Beatrice, è più che altro un compitino ben fatto ma le tavole finali sono davvero belle e probabilmente sono la cosa più gioiosa che Nagai abbia mai disegnato nella sua lunga carriera.

* Mao Dante non è, come qualcuno potrebbe essere portato forse a pensare, la storia di un gatto di nome Dante, bensì una roba assolutamente demoniaca che racconta le vicende di un demone di nome Dante. Altro non so né bramo sapere.
** o almeno a me è sempre venuto da pensare
** a occhio dovrebbero essere tra le ottocento e le novecento