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domenica 16 luglio 2023

Haeretica - Il gender non esiste! (soprattutto in letteratura)

L'immagine è presa da un autentico esercizio in rete. Da notare che tutte le risposte sono giuste, mentre il testo contiene un errore: il romanzo giallo non CI incentra, bensì SI incentra.

Una delle moltissime cose che mi perplimono nelle antologie per le medie sono le sezioni dedicate ai cosiddetti generi letterari.
I motivi sono molti, e alcuni mi sembrano piuttosto oggettivi. Ma il primo è del tutto individuale e pure (per me) un po' esistenziale: ai generi credo poco, alla letteratura specifica divisa in generi ancor meno e di fatto nella suddivisione in generi non vedo alcuna utilità, salvo forse per le librerie che in questo modo hanno possibilità di raggruppare prodotti simili a vantaggio del cliente che così può indirizzarsi verso lo scaffale di questo o quel genere - come in effetti faccio anch'io.
Del resto, quando vado a farmi un giro in libreria, non posso sperare che in mio onore disfino tutto per raggrupparlo secondo il criterio... boh, non ho un criterio specifico. Forse per secoli? Forse per paesi? La mia libreria è divisa appunto per paesi, con gli autori in ordine cronologico, e per argomenti. Piccolo particolare: la libreria dei miei genitori era organizzata così, e un po' per genetica e un po' per abitudine mi è sempre sembrato il modo migliore. Tra l'altro anche la classificazione Dewey delle biblioteche funziona grosso modo così (anche se all'interno delle sezioni si va in ordine alfabetico per autori e non in ordine cronologico).

In che senso non vedo l'utilità della divisione in generi? Nel senso che per me i libri si dividono in due grandi categorie: quelli che mi piacciono e quelli che non mi piacciono. Se mi piacciono, possono essere del genere che gli pare, se non mi piacciono idem. I generi narrativi non mi interessano, per me è comunque letteratura e la qualità la stabilisce il mio gusto individuale.
Di fatto, un'opera di narrativa, indipendentemente dal fatto che mi piaccia o meno, non appartiene mai a un solo genere. Harry Potter è senz'altro fantasy ma è anche un romanzo (diviso in sette volumi) di formazione, ha una forte componente politica, è nato come lettura per ragazzi, è un romanzo di scuola (più esattamente di college), è un romanzo di avventura e infine rientra nella categoria "sogno dell'Inghilterra": in pratica un romanzo vittoriano ambientato nei tempi moderni. Di fatto, buona parte della letteratura fantasy si può tranquillamente incasellare anche nelle categorie "avventura" e "formazione". Twilight , che abbonda di vampiri e lupi mannari, è stato (misteriosamente, ai miei occhi) classificato pure quello come fantasy ma sarebbe letteratura horror ed è soprattutto, oltre che una storia di formazione, una storia d'amore - in effetti il suo vero posto sarebbe forse nel cosiddetto genere "rosa".
I romanzi rosa sono una delle spine nel mio fianco: ebbene sì, sono romanzi d'amore, non necessariamente a lieto fine. Un sacco di classici rientrano nella categoria delle storie d'amore e hanno anzi stabilito i canoni di gran parte delle storie d'amore che ancora oggi leggiamo; e d'altra parte, oltre che romanzi di formazione e qualche volta di avventura, sono non di rado anche romanzi storici, o di scuola e qualche volta anche gialli.
Di fatto, l'unico genere letterario che solo raramente include romanzi storici credo sia la fantascienza - che di solito è ambientata nel futuro; ce n'è comunque parecchia ambientata nel presente o in un futuro molto vicino, e naturalmente abbiamo fantascienza gialla, fantascienza rosa e un sacco di fantascienza di formazione.
I generi, tutti i generi, sono nati a tavolino dopo che un certo numero di romanzi e racconti prodotti nello stesso periodo han mostrato di avere caratteristiche comuni. A un certo punto cominciarono ad andare di moda i romanzi storici - una gran bella invenzione, secondo me - che di solito erano romanzi di avventura e di amore (a secondo dei canoni dell'epoca in cui venivano scritti) ambientati in epoche diverse per dargli un tocco più esotico oppure per raccontare il presente dello scrittore senza compromettersi troppo - come per esempio succede ne I promessi sposi oppure ne Il nome della rosa.
E, guarda un po' i casi della vita, una volta che gli stati moderni ebbero preso forma e fu inventata la polizia, il processo con le testimonianze e tutto il resto, qualcuno cominciò a scrivere storie legate a delitti di cui si doveva scoprire il colpevole. Siccome gli inglesi sotto questo aspetto erano arrivati molto prima di altri paesi non ebbero difficoltà a scrivere gran copia di gialli ambientati nelle più varie epoche, soprattutto dal tempo dell'istituzione degli sceriffi in poi. Una volta che hai in mano il procedimento, naturalmente, puoi ambientare gialli in qualsiasi tempo della storia: basta rinunciare alla polizia e assegnare tecniche diverse all'investigatore di turno.
Ancor più insidiosa è la cosiddetta divisione in generi legata alla forma: il romanzo in versi, il romanzo epistolare, il romanzo a dialogo, il romanzo autobiografico... sono forme con cui puoi raccontare storie di ogni tipo. Perfino il fumetto, che all'apparenza si distingue dalla normale narrativa per un dato formale piuttosto forte, ovvero la narrazione anche per immagini, serve per raccontare storie di tutti i "generi".

Nelle antologie per la scuola media quando si arriva alle sezioni dedicate ai "generi" il problema è esattamente lo stesso di tutta la parte che l'antologia dedica alla storia della letteratura, ovvero una superficialità che sconfina spesso nel più assoluto ridicolo. Molto più sensato sarebbe scegliersi dei temi o degli argomenti e infilarci dentro un po' di testi senza preoccuparsi del genere. Tuttavia l'imperativo categorico di far studiare "i generi" (di cui in verità le indicazioni ministeriali non si occupano né tanto né poco e che dunque è uno di quei fardelli che la scuola si trascina dietro senza un perché) è sentito con tanta forza dagli insegnanti di Lettere che non ho mai osato esternare cotali mie ereticissime idee in presenza dei colleghi e mi limito a non adottare l'antologia se non in prima quando, non sapendo ancora di che morte si va a morire, un volume che racchiude un po' di testi brevi di vario tipo può fare parecchio comodo, soprattutto nei primi mesi.
Veniamo ordunque a raccontare cosa si intende nelle antologie delle medie per "generi".
Il romanzo rosa di solito non c'è, ed è un vero peccato perché l'argomento interesserebbe parecchio l'utenza.
Il fantasy da qualche tempo viene fatto in prima, visto che ben si attacca alle favole - e io le favole le faccio sempre, in quantità industriale, perché mi piacciono e ne conosco tante.
In seconda c'è il giallo e l'horror. In terza si fa la fantascienza, credo perché viene considerata più difficile - il che non sempre è vero; infine spesso c'è una sezione sul romanzo storico in letteratura, che serve di solito da introduzione per i Promessi Sposi.
Per ogni genere vengono indicate delle caratteristiche che mi fanno regolarmente venire l'orticaria - una particolarissima forma di orticaria psicologica di cui soffro con grande facilità ma che fortunatamente su di me non ha ripercussioni fisiche, visto che finora non ho mai sofferto né di orticaria né di allergie alimentari di alcun genere.
Partiamo dalla figurina con cui apro il post: l'alunno deve scegliere fra tre diverse possibilità la caratteristica base di un romanzo giallo. Piccolo e insignificante particolare: tutte le tre risposte sono giuste: un romanzo giallo si incentra sulla soluzione di un enigma o di un mistero, ma anche sulla scoperta di un crimine e a volte sulla ricerca di un serial killer. Certo, se si parla di un giallo della scuola "classica", ovvero scritto tra la fine del XIX secolo e i primi trent'anni del XX, si tratta soprattutto di risolvere un mistero, e spesso infatti nei titoli dei gialli compare la parola mistery o mistero. Abbondano comunque i serial killer (basti pensare all'immane quantità di apocrifi di Sherlock Holmes dedicati alla caccia a Jack lo Squartatore) e, soprattutto nei cold case, si tratta di scoprire che una misteriosa fuga con l'amante o suicidi conclamati o morti all'apparenza naturali sono stati in realtà omicidi di cui è opportuno scoprire l'autore.
I romanzi o racconti di fantascienza non hanno necessariamente a che fare con le astronavi e sono spesso trattati di sociologia o di antropologia più o meno ben camuffati, qualche volta includono un mistero da risolvere, spesso contengono almeno una storia d'amore e non di rado sono ambientati in scuole o accademie militari e non di rado sono romanzi di formazione - spesso comunque si basano soprattutto sull'incontro con il diverso ed evidenziano i pregiudizi della nostra epoca. Altrettanto spesso sono storie che descrivono uno scenario alternativo che viene sviluppato anche solo per curiosità.
Piccolo particolare: i testi scelti sono tutti degli anni 50 o 60 del secolo scorso e che io sappia non si parla nemmeno della saga di Guerre stellari. D'accordo, La sentinella è un bellissimo racconto, di quelli che lasciano il segno, Asimov è davvero bravo, ma è possibile che dopo di lui non sia più stato scritto niente di interessante? Mi permetto di dissentire, pur non essendo certo una grande esperta del ramo.
Quando si arriva alle caratteristiche del fantasy non si tratta più di una semplice orticaria, mi ritrovo regolarmente con una colossale orchite - fenomeno assai insolito in una dama che non ha mai avuto problemi di gender e che non solo dunque non dispone di testicoli, ma nemmeno ha mai desiderato averne, e se ne sta contenta col le sue brave ovaie, tra l'altro ormai andate in pensione dopo lunga vita lavorativa.
Il fantasy, non fanno che ripeterci le antologie, parla parla de la lotta del bene contro il male, dove naturalmente deve vincere il bene, per il quale il protagonista combatte senza tregua. Il tutto ignorando che il tema portante della saga di Harry Potter (oltre all'estrema importanza del libero arbitrio) è che il confine tra bene e male è difficilissimo da distinguere e che è estremamente facile, perseguendo con troppo zelo il male, ritrovarsi schierati in pieno dalla sua parte e per di più con l'assurda pretesa di farlo per difendere il bene, e che in Tolkien, anche nei film, la regola base è che nessuno parte cattivo, anche se a volte si cade (con possibilità di rialzarsi) e nessuno è buono per contratto ma solo per scelta, minuto dopo minuto, e soprattutto buttando allegramente nel cesso la grande abbondanza di letteratura fantasy che tratta spesso di tutt'altro: l'importanza di opporsi all'autorità e superare la tradizione, il problema di svegliare forze troppo forti per potere essere controllate, il rapporto con la natura, l'emancipazione femminile... anche nel fantasy c'è molta antropologia e molta sociologia, e negli ultimi decenni anche una sempre più forte tendenza a mescolarsi con la fantascienza.
Ah, e poi tra queste caratteristiche del menga c'è anche, sempre, l'ambientazione medievale citando tra gli elementi medievali i draghi e la magia (che non  mi risulta fossero più diffusi nel medioevo di quanto lo sono ora, e che si trovano in abbondanza anche nella letteratura classica - intendo quella greca e latina). Capisco che Il trono di spade abbia lasciato le sue belle tracce, ma allora perché non lo citano mai? E perché non spendere nemmeno mezza parola sulla urban fantasy, che è quella che più facilmente leggono i ragazzi?
Dopo queste descrizioni da Bignami dei poveri, regolarmente le antologie suggeriscono ai malcapitati insegnanti di Lettere (che raramente si intendono di letteratura di genere, limitandosi per lo più a leggere, giustamente, quel che gli pare a seconda dei gusti) e agli ancor più malcapitati alunni di scrivere un racconto di questo o quel genere, sorvolando allegramente sul fatto che scrivere un racconto, di qualsivoglia genere, forma e qualità è una roba piuttosto complessa che richiede comunque un po' di addestramento.
Vabbé, lasciando perdere il ciarpame delle caratteristiche di questo o quel genere, mettere i ragazzi a scrivere un racconto in effetti non morde, e può risultare molto catartico o comunque interessante. Dargli qualche paletto, tipo un inizio o uno scenario, o anche l'obbligo di scrivere solo parole di una determinata lettera dell'alfabeto è in realtà una forma di facilitazione perché li aiuta a scartare un po' di possibilità. E naturalmente nessuno obbliga né può obbligare alcun insegnante a mettere in pratica consigli assurdi, né gli impedisce in alcun modo di eliminare le parti più improbabili di questi suggerimenti per confezionare un compito su misura per la singola classe. In effetti non so bene nemmeno io perché mi sto lamentando - a parte forse il problema dello spreco di carta che moli libri di testo costituiscono (ma non c'è alcun obbligo di adottarli, in effetti).

venerdì 14 luglio 2023

Le volpi del deserto - Pierdomenico Baccalario

Ho adocchiato questo romanzo alla Mostra del Libro, me lo sono preso tra gli omaggi e me lo sono pure portata a casa per leggerlo con calma. Ho trovato molti motivi per dirne bene, a cominciare dalla copertina.
Ebbene sì, perfino la Mondadori può azzeccare una copertina! E questo dimostra che davvero c'è speranza per tutti. Non solo, ma mi accorgo che è la terza copertina di fila di cui mi ritrovo a dire bene. Che si stia aprendo un nuovo corso nell'editoria, almeno in quella per ragazzi? 
Sarebbe davvero molto bello.
Il titolo è altamente evocativo e pure un po' ingannatore: volpe del deserto è il celebrissimo soprannome dell'ancor più celebre Erwin Rommel, generale del Terzo Reich noto per le sue grandi qualità di stratega ma anche per la sua astuzia. Se si guardano le sue foto si deve ammettere che non era un brutto uomo, ma certo niente a che vedere con la sfolgorante bellezza della volpe del deserto propriamente detta, ovvero il fennec.
Ecco qui una pucciosissima cucciolata di fennec:
Piccolo ma surreale dettaglio: è una cucciolata di allevamento. E capisco che il fennec è carino, capisco anche che possa nascere un legame di amicizia con un fennec se vivi ai bordi del deserto, così come può capitare di fare amicizia da noi con un riccio, uno scoiattolo o un merlo, ma andarselo a comprare... sembra però che si lasci più o meno addomesticare. In molti stati comunque è illegale possederlo, e mi sembra giusto così: chi vuole per amico un animale selvatico secondo me se lo deve guadagnare, con la pazienza, l'amicizia e qualche piccolo dono o aiuti concreti, grandi o piccoli che siano. Fine della tirata.
La copertina presenta comunque non un fennec, ma una vera e propria volpe, di quelle che si trovano con relativa facilità anche nei nostri boschi o in campagna; questa volpe se ne sta nel deserto su una duna a guardare... un sommergibile che vola nel cielo. Normale, no? 
Nel cielo comunque c'è anche un aeroplano, di quelli da seconda guerra mondiale.
Dunque una storia ambientata nella seconda guerra mondiale nel deserto africano con Rommel tra i protagonisti?
Niente affatto: come ho detto la copertina è deliziosamente ingannatrice.
Non c'è l'ombra di un fennec in tutto il romanzo.
Non si parla di sommergibili che volano (e a questo, magari, il lettore arriva abbastanza preparato).
La storia è ambientata nel 1986 in Corsica - che, per quanto goda di un clima caldo di tipo Mediterraneo, col deserto non ha nulla a che vedere.
La volpe di copertina evoca però irresistibilmente una delle volpi più celebri della letteratura: quella del Piccolo principe di Saint-Exupéry, di cui troviamo una citazione proprio prima dell'inizio - il celebrissimo passo dove la volpe spiega al principe i pregi della domesticazione.
Di Rommel e di Saint-Exupéry in effetti si parla molto, e c'è anche un piccolo accenno a Dahl, ben più di un piccolo accenno a Bormann e perfino qualcosa su Hitler.
La storia però  è ambientata in Corsica, nel 1986 e racconta la prima estate passata in Corsica da un ragazzino di dodici anni con la sua famiglia - una famiglia francese abbastanza normale per l'epoca, padre e madre piuttosto simpatici e tre figli: il protagonista, che si chiama Morice, secondogenito, una sorella maggiore che studia lingue e una sorellina più piccola. Della famiglia fa parte anche Fabrice, che è una sorta di fantasma del fratello gemello che Morice si porta dietro - no, non è un vero spoiler, Fabrice entra in scena già alla terza pagina e quasi subito capiamo che i genitori di Morice non vivono con grande entusiasmo la presenza di questa sorta di amico immaginario (Morice comunque se ne frega, giustamente).
La famiglia di Morice viene dal continente, ovvero dalla Francia. Il padre si è abbastanza stufato del suo lavoro e ha deciso di dare una svolta alla sua vita: ha visto un albergo abbandonato (dal non troppo originale nome di Napoléon, che come sanno anche i sassi era appunto di origine corsa), se n'è innamorato e ha deciso di comprarlo, restaurarlo e riavviarlo. La moglie è piuttosto favorevole all'idea, i figli non sono contrari.
Un albergo abbandonato, nemmeno si sa bene perché, vicino a un piccolo e semidisabitato paesino di nome Dautremere, una famiglia di francesi che arriva lì portata dalla piena...
Dautremere è un classico paesino da romanzo giallo o dell'orrore: tutti si conoscono benissimo e tutti (come apparirà ben presto) condividono immani quantità di segreti. A questo punto può arrivare qualche misteriosa morte da indagare o qualche spettro  da esorcizzare o sotto cui soccombere. Ma non succede né l'una né l'altra cosa - oppure, in un certo senso, succedono entrambe, ma il tema portante non è quello; e non si tratta nemmeno, se non in piccola parte, di un vero romanzo di formazione. Naturalmente nel corso della vicenda il protagonista crescerà e imparerà una serie di cose su sé stesso, ma questo succede in qualsiasi romanzo che abbia un protagonista giovanissimo - oppure in qualsiasi romanzo, punto.
Il romanzo afferisce a un genere letterario particolare e relativamente nuovo, anche se ha dei precedenti nella narrativa dell'Ottocento: è un romanzo da Complotto, dove viene ricostruita una vicenda storica con gran pezze di appoggio storiche e ricostruzioni storiche e grandi interventi di personaggi storici (nel frontespizio viene citato Christian Hill che ha svolto appunto le indagini storiche) il tutto per raccontare qualcosa che magari si è svolto in un qualche universo parallelo ma che nella nostra linea storica non risulta. Il genere Codice da Vinci, per intendersi; ed è un genere che, quando è scritto bene, mi piace molto. Vedere la storia in una luce diversa e scoprire misteriose sottotrame...
Per esempio: è cosa piuttosto nota che Roal Dahl ha collaborato con i servizi segreti inglesi durante la guerra come spia e come propagandista. Ma sapevate che anche Saint-Exupéry ha lavorato come spia?
Probabilmente no, visto che non esiste uno straccio di prova a riguardo; tuttavia  per una serie di circostanze si creò questa reputazione. Ma se Il piccolo principe fosse stato un romanzo a chiave, usato per trasmettere informazioni segrete solo a certi lettori? Informazioni, per di più, che riguardavano non tanto attacchi nemici o basi segrete bensì notizie su un grandissimo tesoro che...
Ecco, anche questo probabilmente non lo sapevate. In realtà l'ultima volta che mi sono ritrovata a scorrere Il piccolo principe mi sono convinta che è effettivamente un testo a chiave, di quella razza di racconti genericamente definiti "iniziatici" - come Il serpente verde di Goethe, per intendersi. Niente di legato allo spionaggio, ma una storia che racconta per simboli un'altra storia legata allo sviluppo e al perfezionamento dell'individuo. E con la trama che ha e quei numeri strani piazzati qua e là si presta bene a tanti tipi di interpretazione pur avendo anche una trama, diciamo così, "esterna" che funziona benissimo anche da sola (meglio del Serpente verde in effetti).
L'estate di Morice se ne va così, ricostruendo una storia del passato del tutto sconosciuta agli storici ordinari, un tassello per volta e i tasselli sono veramente tanti. E il sommergibile (che non vola) ha una parte molto importante.

Il complotto è divertente se si scopre pezzo a pezzo, come il cioccolato dentro la stracciatella, e dunque non ne posso parlare. Mi limito a dire che la lettura è molto piacevole e quel che è successo in passato ha dei risvolti piuttosto neri.
C'è un altro aspetto cui non avevo mai pensato, ed è che non puoi sapere una storia, anche molto famosa, se qualcuno non te l'ha raccontata. Non importa un racconto a voce, va bene anche un libro o un film. Morice ha fatto un regolare corso di studi ma del nazismo e della seconda guerra mondiale conosce ancora solo qualche frammento sparso, ricavato da brandelli di conversazione, documentari, cose così. Alle elementari di certi argomenti non si parla troppo nel dettaglio. Sa che Hitler ha fatto delle cose orribili, ma le vicende della guerra non le conosce bene. In effetti è stato così anche per me, e direi per tutti quelli che sono nati dopo il 1950.
Per un insegnante di storia è sempre difficile stabilire se c'è una base su cui si può costruire o se ci si sta impaludando - senza contare il fatto che ogni individuo, ogni generazione e anche ogni gruppo ha i suoi singoli brandelli e scampoli - l'ultima prima sapeva un sacco di cose sul feudalesimo perché ha passato due anni a giocare a "Castelli e cavalieri", quella che hai davanti adesso ha passato quei due anni a giocare a tutt'altro e devi partire dalle basi. E tutto ciò è complicato e ogni volta richiede tecniche diverse, e a volte sbagli approccio.

Comunque il libro si legge molto bene, ha una bella trama e dei personaggi interessanti e sto coltivando una mezza idea di leggerlo in classe l'anno prossimo.
Comunque per ora l'ho letto io, e mi è piaciuto.
Credo si trovi in tutte le biblioteche pubbliche, e l'edizione Oscar te la danno per undici euro.

mercoledì 12 luglio 2023

Educazione civica - Meno male che Argo c'è

Penelope lavora con pazienza alla tela che tosto disferà.
Allo stesso modo, e con risultati assai simili, l'insegnante delle medie di St. Mary Mead compila il registro Argo.
Sono ormai passati tre anni dall'introduzione di quella  materia che, ormai da un ventennio, il Ministero decide periodicamente di reintrodurre  dopo un piccolo restyling e che attualmente porta il nome, non nuovissimo in verità, di Educazione Civica.
La legge era stata fatta un po' con i piedi ma alla prova dei fatti si è dimostrata piuttosto praticabile; perciò a St. Mary Mead ci siamo organizzati, abbiamo fatto il nostro bravo curriculum e abbiamo continuato a svolgere il nostro onesto lavoro su ecologia, informatica e istituzioni e regolamenti vari. 
Dopo attenta riflessione posso dire che l'insieme presenta anche degli aspetti positivi: per esempio quando ho voglia di occuparmi un po' dei massimi sistemi invece che della solita routine lo faccio senza alcun tipo di rimorso, con la scusa che "comunque dobbiamo fare le nostre trentatrè ore di Civica, giusto?". Per Geografia i temi ambientali e sociali non mancano di certo, per storia c'è lo studio dei vari sistemi di governo e legislativi con annessi e connessi, i flussi migratori, il colonialismo, lo sviluppo dei vari diritti eccetera. Per Italiano, ci sono autentiche valanghe di testi, anche ad altissimo valore letterario, che trattano temi sociali di vario tipo.  Ma tutte le materie hanno infinite possibilità: i regolamenti sportivi per Fisica, le statistiche per Matematica, la sostenibilità per Tecnologia... Insomma, il problema è soprattutto quello di darci un taglio a un certo punto e andare avanti col programma, non certo quello di trovare argomenti per riempire le trentatré ore che la legge ci richiede..
Di fatto ne facciamo parecchie di più, e alla fine dell'anno vengono fuori dei numeri che vanno dalle 50 alle 90 ore per classe.
Tutto bene dunque?
Ebbene no, non proprio tutto bene. La colpa però non è del Ministero o della legge; o almeno, non del tutto.
Le ore esclusivamente di Educazione Civica infatti sono rarissime: se, poniamo, Spagnolo decide di dedicarsi alla famiglia reale con relativa parte istituzionale (lezioni piuttosto utili perché, oltre a un po' di cronaca e di storia includono anche i nomi delle parentele e qualche termine legale e istituzionale, ovvero lingua spagnola) la lezione è di Spagnolo, il programma è di Spagnolo e nel registro elettronico...
I primi due anni abbiamo chiesto invano ad Argo di fornirci della materia di Edicazione Civica, e in mancanza di quello ci arrangiavamo tenendo una tabellina con gli argomenti e le date delle lezioni che allegavamo poi alla relazione finale.
Quest'anno, finalmente, il nostro amato registro Argo si è degnato di aggiungere Educazione Civica alle materie.
La procedura però non è delle più pratiche: l'insegnante di Spagnolo segna la lezione di Spagnolo, poi segna in contemporanea anche l'ora di Educazione Civica, e riscrive l'argomento della lezione, e se poi fa una verifica sull'argomento deve segnare la prova per Educazione Civica e anche i voti inserendoli per Spagnolo e per Civica - insomma, lavoro doppio. Che è una colossale scocciatura e porta via il suo tempo. Diciamoci la verità, con il registro su carta sarebbe stato più comodo.
Succede così che spesso l'insegnante segni le ore e voti per la sua materia e poi dica tra sé "Oggi non ho tempo, la duplicherò in un altro momento". E succede assai spesso che "l'altro momento" non arrivi mai e anzi che l'insegnante si dimentichi completamente che deve rifarlo. E davvero la cosa è più che scusabile perché Argo è assai lento e farraginoso da compilare, e se poi le ore le devi segnare due volte e due volte i compiti scritti con relativi voti, e due volte pure le interrogazioni, il rimpianto per le ore sprecate ad aprire e chiudere e rientrare e ri-rientrare si trasforma facilmente nel classico lamento "Ma queste ore che spreco a fare e disfare la tela, chi me le restituirà mai?". Ahimé, nessuno, perché è cosa nota che il tempo sprecato non torna più indietro.
Consapevole di questo, ho aperto la solita tabella degli anni precedenti sulla piattaforma dicendo ai colleghi "Compilatela lo stesso, così a fine anno saprete già quando avete fatto le ore, e per me quando faccio la relazione di fine anno sarà più semplice scrivere la parte su Civica". Mi è venuto in mente di dare sì strampalato consiglio, all'apparenza farraginoso, perché c'erano stati diversi problemi anche negli anni precedenti.
Risultato quasi inevitabile: la tabellina l'ho compilata solo io e un altro collega.
Arrivata dunque a fine anno ho fatto sì come prevedeva la trafila: ho chiesto le ore di Civica al registro... e ne sono arrivate quaranta. 
"Che strano" mi sono detta "Avrei giurato che ne avessimo fatte di più". Chiacchierando, infatti, era venuto fuori che era stato fatto questo, quest'altro e quest'altro ancora; ma lì invece risultavano soltanto le mie ore e quelle di Fisica, più  un paio di cosucce sparse qua e là - guarda caso, proprio le ore che risultavano anche dalla tabella della piattaforma.
Così ho scritto una letterina garbata ai colleghi dicendo "Ma non è che per caso qualcuno di voi, qualche volta, si è dimenticato di?".
Gran parte dei colleghi si è cosparso il capo di cenere e ha promesso di rimediare al più presto, ma alla fine dell'anno gli impegni sono tanti e qualcuno più distratto non ricordava nemmeno quando le aveva fatte, queste ore, e non era così sicuro delle verifiche. Già che ci siamo aggiungo che, se trascrivere due volte le lezioni è una gran palla, trascriverle dopo essersi scorsi il registro di tutto l'anno è una palla inenarrabile - e siccome alla fine dell'anno scolastico le cose da sistemare a livello di scartoffie sono veramente parecchie, sospetto che qualcuno abbia fatto un lavoro decisamente incompleto soprattutto a livello dei voti. In particolare Arte, che di ore di Civica so che ne ha fatte una valanga, trovandosi con nove classi da riguardare ha rimandato fino all'ultimo e nella mia classe risulta non aver fatto quasi niente. Anche così comunque è risultato un carnet di 68 ore, per quanto incompleto. Il fatto però che su 68 ore ci siano solo quattro voti di Civica per quadrimestre per alunno è, ammettiamolo, un tantino sospetto.
Ultimo ma non del tutto insignificante: da sempre da noi circola la stravagante teoria che il voto di Civica dovrebbe essere compatibile con la valutazione di condotta, e regolarmente agli scrutini qualcuno cerca di abbassare o alzare i voti in tal senso.
Ora, finché si tratta di alzare posso anche far finta di niente, ma abbassare un voto di materia per una motivazione così campata in aria e che non trova nessun riscontro in nessun punto della legge mi ha sempre molto contrariato - tanto più che quegli eventuali voti alti non sono piovuti dal cielo, ma glieli abbiamo dati noi, e se glieli abbiamo dati vuol dire che corrispondono a una prova positiva. Pòle un alunno indisciplinato, scortese o scorretto verso i compagni avere dei voti alti in questo o in quello? E se non pòle, dove sta scritto che non pòle? Per quale motivo un ragazzo indisciplinato, scortese o scorretto con i compagni non potrebbe avere una buona conoscenza delle istituzioni o una raffinata coscienza ecologica? Chi ci dice che non sarà proprio l'alunno indisciplinato e scortese che un giorno inventerà qualche meraviglioso sistema di ricavare energia pulitissima a costo infimo o, sviluppando la sua personalità, non condurrà mirabili battaglie per i diritti umani, animali e vegetali proprio in virtù di un grande interesse che ha sentito insorgere alle medie davanti alle nostre mirabili lezioni?
A questo nessuno mi fornisce mai una risposta; ma soprattutto nessuno mi indica mai il punto della legge che ci obbligherebbe a far coincidere civica con la valutazione della condotta.
Un caso interessante di autovincolo imposto da pregiudizi e stereotipi, mi sembra.

lunedì 10 luglio 2023

Lunedì film - Marie Antoinette (film per le medie)

Arrivati alla rivoluzione francese, considerata fin da quando avvenne un punto di svolta della storia occidentale, c'è sempre una certa difficoltà nel far capire ai giovinetti tredicenni l'enorme balzo che rappresentò, soprattutto per i francesi, e qual incredibile novità fosse per la cosiddetta gente comune il fatto che re e nobili erano fatti della stessa pasta di tutti loro. A rendere assurda, eretica e perfino ridicola questa possibilità c'era non solo la legislazione dell'ancien régime ma tutto quell'incredibile apparato montato a Versailles. Il ragazzino che non si è letto millemila romanzi storici  e testi dell'epoca, e magari non si è nemmeno visto Lady Oscar  fatica a comprendere l'enormità del salto e la frattura che detto salto creò in tutta l'Europa. Marie Antoinette aiuta parecchio a colmare questo vuoto, oltre ad essere un film molto gradevole alla vista.
Il film, uscito nel 2006 per la regia di Sofia Coppola, racconta il tempo della permanenza di Maria Antonietta a Versailles: si parte con un paio di scene alla corte austriaca, poi il viaggio e il passaggio della frontiera: la futura delfina deve entrare in Francia nuda e senza portarsi dietro assolutamente nulla dal suo paese di origine, né vestiti, né servitù e nemmeno il suo amato cagnolino. Naturalmente il passaggio del confine avviene dentro una simpatica casetta nei boschi e la futura regina di Francia viene subito rivestita (con abiti francesi, certo) e dopo qualche mese il cagnolino le verrà rispedito, ma insomma il messaggio è molto chiaro: da quel momento Maria Antonietta appartiene alla Francia - una presa di possesso piuttosto brutale e va detto che in pieno illuminismo la cosa sembra piuttosto anacronistica.
L'impressione della povera ragazza è di essere capitata in una gabbia di matti: il folle rituale del risveglio, che il film racconta in tutti i complicatissimi dettagli,  i pasti consumati in pubblico con la coppia circondati da enormi ed elaboratissime piramidi di cibo, dove il giovane Luigi XVI mostra chiaramente di essere spaesato quanto la sua consorte.
I dolci hanno una bella parte nella scenografia, e la prima immagine del film che è circolata è questa, molto famosa:
un vero trionfo di bianco, rosa e zucchero, estremamente rococò.
La principessa sopporta con pazienza, cerca di cogliere gli aspetti positivi e col tempo impara a ritagliarsi i suoi spazi, con una certa complicità sotterranea del giovane marito al quale, per quel che se ne sa, ha sempre avuto in grande uggia il cerimoniale di Versailles anche se non ha mai cercato di fare qualcosa per ridimensionarlo.
Anche la misteriosa storia della consumazione del matrimonio è affrontata con gran cura e abbondanza di dettagli, e se ci sono degli aspetti che restano piuttosto oscuri non è colpa del film, ma del fatto che a tutt'oggi la faccenda non è granché chiara.
E' noto che per diversi anni la delfina,  poi regina di Francia, rimase vergine. Tutte le biografie affrontano la questione con gran sfoggio di dettagli, ma di fatto non si capisce bene cosa è successo. Luigi XVI non aveva nessuna avversione per la sua giovane sposa, anzi sin dall'inizio le mostrò molto affetto. Era in grado di fare il suo real dovere (e infatti lo fece), la regina era assolutamente disponibile a fare la sua parte (e infatti la fece, scodellandogli poi ben quattro figli, due dei quali morti in tenera età) e ha sempre avuto un rapporto molto affettuoso col re, e in aggiunta era molto attraente. 
Sta di fatto che per diversi anni Luigi non batté chiodo. Pare che non ci fossero problemi tecnici (Sua Maestà, per intendersi, reagiva correttamente), ma il colpo non partiva. Abbiamo un intero carteggio tra Austria e Francia dove la questione veniva discussa nei dettagli e la povera Maria Antonietta veniva regolarmente rimproverata dalla madre di non essere abbastanza affettuosa col suo sposo. A un certo punto intervenne addirittura l'Arciduca, che oltre a mandare lunghe lettere di consigli prese una carrozza e venne ad esaminare la questione di persona. Non è chiaro se si limitò a dare dei consigli tecnici  al re o se ci fu un qualche piccolo intervento chirurgico - è un classico caso in cui tutti gli storici hanno la verità in tasca ma non la spiegano al lettore che pure sarebbe disponibile ad ascoltarla - e non è nemmeno molto chiaro perché nessuno alla corte di Francia cercò di  sistemare la questione; c'è chi dice che la Francia preferiva non farsi troppo coinvolgere in una alleanza con l'Austria e fin quando il matrimonio non era consumato lo si sarebbe potuto sciogliere; va detto però che in Francia nessuno, a quel che so, mosse un dito per sciogliere il matrimonio, e anzi molti a suo tempo avevano mosso ben più di un dito per avviare l'alleanza. A corte però in tanti spettegolavano sulla presunta sterilità della principessa austriaca, e si sa che l'ambiente di Versailles a definirlo tossico gli fai un complimento.
Alla fine comunque la coppia fece il suo dovere e arrivarono prima una principessina, poi un principe erede al trono. Maria Antonietta si dimostrò un madre molto affettuosa e anche un po' borghese, perché badava molto ai suoi figli, secondo la moda che in quegli anni andava affermandosi e vige tuttora: fai un figlio, e poi gli dedichi un sacco di tempo se sei una donna. Nel caso di Maria Antonietta comunque fu una scelta, anche un po' criticata, perché in Francia le grandi dame lasciavano volentieri la gestione dei figli alla servitù.
Un giusto spazio viene poi dedicato anche al conte di Fersen. 
Siccome costui, oltre ad essere assai noto per la sua bellezza era anche un modello di discrezione, a tutt'oggi non c'è niente di sicuro sulla sua relazione con la regina e le circa 750.000 prove indiziarie che abbiamo in proposito non vengono dal suo ermetico diario né dalle sue lettere né da alcuna chiacchiera imprudente o vanteria da lui fatta. 
Di lui, come della regina, abbiamo molti ritratti, ma sospetto che non gli rendano giustizia - di tendenza, i ritratti di quegli anni mi è sempre sembrato che non rendessero giustizia a nessuno.
Molto meglio la versione che ne dà il manga Lady Oscar di Ryoko Ikeda dove entrambi hanno un ruolo piuttosto importante, sia come personaggi che come coppia. L'immagine che segue è presa dall'anime, dove il character design è stato curato dal bravissimo Shingo Araki
Nel film, esattamente come nel manga, la relazione viene data per certa, mentre non viene indicato se il re ne sapesse qualcosa. E se Fersen sulla questione è stato di una discrezione esemplare, Luigi XVI non è stato da meno perché non diede mai segno di sapere qualcosa in merito, e men che meno di essersene adombrato. Di fatto Fersen andava e veniva per la corte di Versailles come più gli comodava, ed era sempre accolto come un caro amico. Di sicuro la real coppia si fidava di lui, tanto che in seguito lo incaricò di organizzare il tentativo di fuga verso l'Austria (dove Fersen non diede prova di soverchio buon senso e i reali di Francia vennero fermati alla frontiera. Storia tristissima).

Abbiamo quindi un sacco di dolci, di pettegolezzi, di intrighi di corte e anche una bella storia d'amore. Non abbiamo invece la Rivoluzione, che in effetti fu un evento che si svolse al di fuori della corte. Il film si chiude proprio nel momento in cui il popolo, scalata la collina di Versailles, entra nella reggia. Sappiamo che da lì la famiglia reale venne portata a Parigi, dove venne confinata nelle Tuileries, con la scusa che "il popolo voleva vicino il suo re" - e gli ultimi minuti del film mostrano molto bene il terrore di quella notte. 
Il resto della rivoluzione, gli anni di prigionia, il processo e la decapitazione restano fuori, e la trovo una scelta molto felice.
Il film è molto ben fatto storicamente e c'è una gran cura nei dettagli. Costumi, acconciature, dolci, ambienti, arredi, dorature, il palazzo e il parco di Versailles, tutti recitano splendidamente e ricostruiscono a meraviglia un'epoca tanto pazza quanto dispendiosa. Anche gli attori fanno molto bene la loro parte e dopo avere visto Kirsten Dunst interpretare Maria Antonietta diventa quasi impossibile immaginarsi una Maria Antonietta diversa.
Come ho già detto, il film scorre molto bene nonostante la lunghezza di due ore e offre ai ragazzi materia per un sacco di domande: ma non erano scomode quelle acconciature? Perché fare quelle piramidi di cibo che nemmeno un elefante tenuto a digiuno riuscirebbe a mangiare? Ma i reali non si sentivano un po' osservati? Ma sul serio dopo la prima notte di nozze facevano il bollettino con il risultato? Ma è vera la storia con Fersen? Ma il re lo sapeva?
Il tutto offre quindi l'occasione per una lezione supplementare sotto forma di risposte e dettagli aggiuntivi.  Fra film e domande dunque va via parecchio tempo, ma si tratta comunque di un buon investimento.

domenica 9 luglio 2023

Il Gran Torneo Letterario del Comprensivo di St. Mary Mead - Questo è il vincitore, ma attenzione a non farlo sapere in giro.

Ignoro l'autore di questo bel disegno, ma sarò felice di citarlo se qualcuno sa dirmi chi è.       
Infine i testi sono stati votati da tutti i giurati, è stata stesa la classifica e i numeri sono stati collegati con i nomi e i cognomi. dei partecipanti. 
Ho così scoperto, con un certo dispiacere, che Crifosso batte St. Mary Mead per 34 partecipanti contro 12, e che  la rappresentanza di St. Mary Mead non si è distinta per grandi meriti: tra questi 12 infatti solo una è riuscita ad approdare nelle prime dieci posizioni; con ulteriore dispiacere ho dovuto constatare che nessuno di questi 12, faceva parte della Seconda Sfigata, che così può vantare il non troppo onorevole titolo di non aver partecipato per due anni di fila al Gran Torneo - che secondo me è un gran peccato perché, per quanto Sfigata, la classe ha al suo arco un buon gruppo di ottime penne.
Pazienza, e speriamo che l'anno prossimo le cose funzionino meglio.
Il mio favorito, cioè la storia del barbiere, si è piazzato tra i primi dieci ma, a parte me, non sembra avere entusiasmato nessuno. Il primo premio è andato invece al saggio, quello che comprendeva citazioni di cinque autori e anche una poesia di discreto livello oltre a una serie di considerazioni piuttosto interessanti.
La premiazione, quest'anno, si è svolta a Crifosso visto che l'anno scorso era avvenuta a St. Mary Mead. L'orario è stato stabilito in base agli impegni del Preside e, nel più puro rispetto della Legge di Murphy, è riuscito a centrare l'unico momento della settimana in cui noi tre giurate di Lettere eravamo in servizio in contemporanea, consentendo così alla VicePreside di godersi il piacere di ritrovarsi ben tre classi scoperte. Ma siccome quelle ore erano anche le ultime della mattinata, il problema è stato risolto mandando a casa le classi due ore prima. Ripensandoci meglio quindi la legge di Murphy ha toppato clamorosamente, almeno dal punto di vista dei ragazzi che certo non si sono dispiaciuti di ritrovarsi a sorpresa con due ore extra di vacanza.
Il Gruppo Vacanze Premiazione risultava dunque composto dai tre insegnanti e i tre ragazzi che avevano fatto parte della giuria più la concorrente classificata tra i primi dieci, per un totale di sette persone una sola delle quali automunita. E' stato dunque stabilito che saremmo andati in treno - e con mio grandissimo scandalo, i giurati e la concorrente il biglietto se lo sono dovuto pagare di tasca propria. Non sembravano però sconvolti della cosa, e del resto si trattava di un tratto breve e dunque la cifra era molto modesta, ma io ho trovato abbastanza da ridire anche se ho evitato di farlo in loro presenza. Secondo il mio personale ragionamento, Crifosso per noi insegnati è una delle sedi di lavoro, e quando viene fissata lì una riunione ci andiamo a spese nostre, come usa fare quando ci si reca sul posto di lavoro e dunque che non ci pagassero il biglietto aveva un suo perché; ma  i ragazzi  sono stati cooptati, per giunta in un momento in cui i loro compagni di classe si avviavano festosi a farsi i fatti loro, e pagargli il biglietto mi sarebbe sembrato giusto nonché doveroso - ma sembra che a nessuno sia venuto in mente, e secondo me è una caduta di stile. Proverò a insistere l'anno prossimo.

La linea tra St. Mary Mead e Crifosso è ben frequentata e di solito anche piuttosto puntuale. Naturalmente la mattina della premiazione c'è stato non so qual problema alla centralina e il nostro treno ha fatto più di mezz'ora di ritardo. Tutto ciò non ha comunque costituito un grosso problema e e si è risolto con un arrivo in ritardo di soli pochi minuti.
La cerimonia è stata semplice ma piuttosto carina: discorsetto del prof. De Magistris che ha organizzato il tutto, discorsetto molto più breve del Preside (che faceva anche parte della giuria e si è sciroppato tutti e quarantasei gli elaborati, votandoli uno per uno) con doverose congratulazioni ai partecipanti, consegna di un piccolo pacchetto (un libro, ovviamente) con tanto di bigliettino per i primi dodici partecipanti e consegna dei buoni-premio per i primi tre classificati, applausi per tutti, un po' di mirallegri e infine un piccolo brindisi rigorosamente analcolico a chiudere la premiazione. Tutto molto rispettabile ma...
"Stavolta lo metti l'avviso della premiazione sul sito, e ci mandi il volantino da appendere anche a St. Mary Mead?" chiedo minacciosa a De Magistris.
"Ma certo!".
Magari era anche in buona fede, ma proprio quella sera ha fatto una brutta caduta dalla moto, è finito in malattia per una decina di giorni, e insomma anche stavolta niente annuncio sul sito e nemmeno l'ombra di un volantino.
Altro giro e altra corsa, speriamo per l'anno prossimo.

sabato 8 luglio 2023

Classici Book Tag

La marcia imperiale da Star Wars è senz'altro un classico.
Eseguita dalla Wiener Philarmoniker lo è ancor di più
Girando in rete mi sono imbattuta nel Classical Book Tag, ovvero una serie di domande sul rapporto con i classici che per un certo periodo hanno imperversato su YouTube tra i vlog dei lettori.
Senza un vero perché ho deciso di farlo anch'io, ed ecco le mie risposte.
A proposito: non mi sembra sia stata data una specifica definizione di quel che si intende per libri classici - una buona idea, a mio avviso, perché così ognuno ha interpretato questa parola a modo suo, e così farò anch'io.
Chiamo "classici" tutti i libri scritto e/o pubblicati fino a 50 anni fa e che abbiano avuto una certa risonanza. Insomma i libri vecchi e che, in un qualche tempo o per qualche motivo sono stati famosi o oggetto di studio accurato, non necessariamente per chissà quale grandioso merito letterario.
E' una definizione come tante, dubito che ci siano molte persone disposte ad approvarla ma la approvo io, e questo mi basta.
Detto questo, credo che i classici che andrò a citare siano considerati classici un po' da tutti. Harry Potter dunque non è (ancora) un classico - anche se non dubito che lo diventerà visto che si è lasciato dietro una bella e consistente scia e che l'eco della sua fama, a più di 25 anni dalla sua prima pubblicazione, non accenna a spengersi.
Non tutti i classici sono sempre stati universalmente definiti classici: Shakespeare per esempio, Inghilterra a parte dove è sempre stato tenuto in grandissima considerazione, ha conosciuto una lunga eclissi ed è tornato di gran moda in Europa solo con il romanticismo. Omero ed Euripide invece sono sempre stati ritenuti classici molto blasonati, ma nel medioevo erano conosciuti solo di nome là dove il greco non era  conosciuto, per non parlare del povero Menandro che è stato recuperato solo di recente dopo una buona quindicina di secoli di oblio.

1. Un classico celebre che a te non è piaciuto 
Ce ne sono a vagoni!
Il primo che mi è venuto in mente è I miserabili di Victor Hugo. L'ho letto tutto, e in qualche punto devo perfino ammettere che mi è piaciuto - le prime trenta pagine che dedicava a un argomento, intendo. Poi cominciavo a sbuffare invocando a gran voce che per pietà ci desse un taglio e passasse a qualcos'altro, anche perché quando addenta un concetto costui lo ripete non so quante volte e sempre con parole diverse. 
Ho sbuffato molto, quando lo leggevo. Sembravo una locomotiva di quelle dell'Ottocento.
Decisamente non il mio genere.
Poi c'è Il giovane Holden, che è tanto apprezzato ma che ho letto sprofondando ad ogni pagina in un sempre più vasto oceano di indifferenza, e sempre annoiandomi a morte.
C'è poi una gran quantità di classici che non ho letto perché non mi piacevano - cioè ho stabilito per partito preso che non mi interessavano. Chissà se a torto o a ragione?
Le ultime lettere di Jacopo Ortis, anche. Foscolo mi piace molto quando scrive in versi, ma l'Ortis proprio non lo reggo.
Non sopporto nemmeno Cuore, ma soprattutto perché lo trovo una lettura tossica per i ragazzi. Letto da un lettore adulto, non è né meglio né peggio di tanta roba che circolava all'epoca.

2. Di quale epoca storica ti piace leggere?
Non amo molto il periodo classico, ovvero l'antichità greca e romana, a volte nemmeno quando è raccontata dagli scrittori del periodo. Dall'alto medioevo all'Ottocento mi piace tutto. Il Novecento come sfondo non mi interessa: troppe guerre, troppe dittature, troppi morti. In effetti, ora che ci ripenso, anche la letteratura del Novecento non mi piace granché a parte qualche eccezione, tranne per quel che riguarda la letteratura fantastica.
Ho una certa predilezione per le storie del Sei-Settecento - probabilmente per l'imprinting che mi hanno dato Angelica e I tre moschettieri che sono i primi romanzi storici che ho letto.

3. La tua fiaba/favola preferita 
Difficile scegliere: le fiabe mi sono sempre piaciute moltissimo e ne ho lette a tonnellate. Diciamo che se la giocano L'acqua della vita e Pelle d'asino, con una certa preferenza per la prima: la parte dove la principessa prepara la strada lastricata d'oro per il cavaliere che deve tornare, dicendo di portare al suo cospetto solo colui che cavalcherà diritto al centro della strada riconoscendo che è stata fatta per lui mi piace troppo. 
Anche La piccola guardiana d'oche, che mi sembra una storia deliziosamente assurda, soprattutto la parte con le tre gocce di sangue parlanti. C'è senz'altro qualcosa che non capisco, lì dentro, ma non so cos'è.

4. Un classico che ti dispiace di non avere ancora letto 
Il Lancelot-Graal ovvero il ciclo della Tavola Rotonda. Per fortuna Einaudi ha pubblicato già tre dei quattro volumi, e quando arriverà anche il quarto potrò tuffarmici dentro. Ho già letto la versione degli Oscar, ma temo che fosse solo una selezione.

5. I 5 classici che vorresti leggere al più presto 
Odissea, Eneide, Orlando innamorato, La regina delle fate, I demoni.
L'Odissea forse la leggerò questa estate. La regina delle fate, se non si decidono a ristamparla, la vedo difficile per adesso. Tra l'altro non è facile trovarla nemmeno in biblioteca.
Sempre in tema di desiderata, mi struggo da tempo immemorabile per leggere qualche chanson de geste. In Italia è stata tradotta solo la Chanson de Roland, anche in versioni col testo a fronte. E basta, nient'altro. Invece il famoso ciclo carolingio era appunto un ciclo, lo scrissero per non meno di tre secoli e a me piacerebbe tanto leggerlo, non dico tutto ma almeno qualcosina. A quanto pare però questo mio interesse non è, come dire, granché condiviso...

6. Una serie o un romanzo preferito basato su un classico 
Per cominciare Storie della storia del mondo, primo ed indimenticabile incontro con la mitologia greca e soprattutto con l'Iliade.
Poi l'Orlando furioso di Ronconi e il Marco Visconti , che è stato completamente riadattato e rimpolpato ed è venuto fuori una roba completamente diversa dal romanzo - guadagnandoci molto, in effetti. Ecco, il Marco Visconti quando lo lessi beccando per puro caso una vecchia edizione di fine Ottocento mi lasciò molto delusa - possiamo senz'altro definirlo un classico dimenticato, e sinceramente penso che ci siano i suoi bravi motivi se gli è andata così.
Non so se nelle intenzioni la domanda voleva includere le opere liriche, però io ce le metto lo stesso: la tetralogia di Wagner sull'Anello del Nibelungo, dove il libretto ricuce con pazienza e attenzione una serie di miti germanici, interpretati pure quelli in chiave romantica - una specie di Storie della storia del mondo in versione germanica - con l'unico inconveniente che dopo aver letto Storie della storia del mondo credo che nessuno sia mai rimasto deluso leggendo l'Iliade, mentre io quando leggo le saghe norrene trovo spoesso che mi manca... non so... qualcosa. Forse la  musica?
Poi c'è lo Shakespeare rifatto da Verdi, tutte e tre le opere: Macbeth, Otello e soprattutto Falstaff. Sono venuti tutti e tre molto bene e c'è dentro tutto quel che ci doveva essere, mi sembra, e nel Falstaff c'è perfino qualcosa di più. Tra l'altro i libretti di Otello e Falstaff sono stati scritti da Boito, e quindi sono anche loro classici a pieno titolo.

7. Adattamento cinematografico/televisivo preferito 
Ragione e sentimento di Ang Lee. In effetti lo trovo meglio del romanzo di Jane Austen. Sceneggiatura di Emma Thompson, immagino sia per quello.
E il castello errante di Howl, si capisce - il classico esempio di un film che non ci si stanca mai di vedere.
In generale tutti i film da Shakespeare mi piacciono molto, e ne ho parecchi - una piccola collezione che vorrei allargare.

8. Peggior adattamento cinematografico/televisivo basato su un classico 
Quasi sempre anche negli adattamenti più infelici ci sono spunti molto interessanti.
Come eccezione a questa regola metterei il Gesù e il Romeo e Giulietta di Zeffirelli, che mi han fatto venire l'orticaria, senza se e senza ma (a sorpresa invece l'Amleto di Zeffirelli mi piacque molto).

9. Edizioni di classici preferite che vorresti collezionare 
Ho sempre amato molto le edizioni di Adelphi, che tra l'altro in libreria stanno benissimo.
Ho apprezzato molto anche i Classici di Garzanti: avevano il formato e la carta giusta e non erano pesanti. Uso l'imperfetto perché negli ultimi anni sono un po' cambiati e adesso tendo a evitarli. Non mi dispiacciono i moderni Universale Feltrinelli, anche, che hanno un formato comodo e la carta del giusto spessore.
Non mi piacciono i Meridiani (carta troppo sottile, formato troppi piccolo), non mi piacciono i Millenni (troppo grandi e pesanti, carta troppo spessa), non mi piace  la vecchia BUR che aveva il difetto di sbriciolarsi dopo qualche decennio, non mi piace quella più moderna che secondo me ha un formato troppo grande, non mi piacciono gli Oscar perché disapprovo il formato e lo stesso vale per i tascabili Einaudi,  e non mi piace questo e non mi piace quello. Mi piace il formato delle edizioni grandi della Newton&Compton ma è scritto a caratteri un po' troppo piccoli e quando arrivi alle note della Commedia ti devi veramente mettere gli occhi in mano. E mi piacciono le edizioni rilegate del Club degli Editori, anche se non sono veramente una collana - ma c'è comunque un rapporto tra carta e scrittura piuttosto dignitoso: se leggono bene, ma non ti ci vuole un leggìo per reggere il peso della cultura.
Con i libri sono una vera palla, ammettiamolo. Finisce che prendo quel che c'è e pazienza. Tra l'altro cerco sempre le edizioni economiche per risparmiare spazio.

10. Un classico sottovalutato che consiglieresti
Se è un classico di solito non è sottovalutato - magari passato di moda, o con un pubblico ridotto, ma non sottovalutato. In Italia è stato per lungo tempo ignorato Trollope, ma adesso Sellerio sta rimediando.
Gli innamorati di Sylvia, forse, e i racconti di fantasmi di LaFanu, che in Italia nessuno ha ancora degnato di una edizione completa - ma in Inghilterra sono molto apprezzati.

giovedì 6 luglio 2023

Mostra del Libro - Il Ritorno

                     

Il vero inizio della pandemia per me è stato quando la Preside mi spiegò con bel garbo che no, di Mostre del Libro non era il caso di parlare per il momento, e io mi ritrovai con tre bellissimi post ormai del tutto inutilizzabili.
Siccome l'ottimismo non mi ha mai fatto difetto, e tra tutti non ci rendevamo minimamente conto della tegola che ci era cascata in testa, arrotolai i poster e li riposi con cura nei grandi armadi della Sala Insegnanti avvisando le custodi che non li buttassero via.
"Quando questa storia sarà passata basterà incollare le nuove date sui poster" spiegai loro.
Le custodi convennero che era una buona idea e garantirono che mai e poi mai li avrebbero toccati.
Così fu, e per più di due anni i poster rimasero a riposare nel loro cantuccio. Siccome il cantuccio era in Sala Insegnanti li avevo sempre sotto gli occhi e potevo controllarli quando volevo, mi bastava lanciare uno sguardo distratto in quel punto.
Passò il primo anno e il mio ottimismo subì colpi notevoli. I poster però erano sempre lì.
Passò il secondo anno e i poster erano sempre lì, tuttavia la stessa idea di fare una Mostra del Libro mi sembrava ormai argomento buono tutt'al più per un racconto fantastico, di quelli che ci si scambiano davanti al caminetto quando si sbucciano le castagne arrostite.
Venne il terzo anno, e in primavera le cose cominciarono a migliorare. I poster stavano sempre lì  e nel mio fiducioso cuoricino ricominciava ad albergare la speranza.
Quest'anno, a Settembre, eravamo tutti assai rimpannucciati. Alla mia timida proposta di fare la Mostra del Libro mi fu risposto con un trionfante "Certo che sì!" e così compilai il mio solito schema di progetto, sezione "Arricchimento dell'Offerta Formativa", che il Consiglio di Istituto approvò senza batter ciglio.
A fine Febbraio dunque entrai nell'ordine di idee di organizzare il tutto.
La trafila in realtà era piuttosto semplice e con gli anni era diventata una confortevole routine.
Contattare la libreria, far telefonare alla cooperativa che ci presta i tavoli, prendere i poster...
Ed ecco che, improvvisamente, scopro che i poster non sono più lì.
Sia io che le custodi abbiamo fatto una accurata ricerca e controllato il controllabile ma, niente: improvvisamente i poster sono scomparsi.
In quell'occasione ho scoperto che il celebre detto La scuola è come la casa: nasconde ma non ruba reca con sé il corollario ma quando nasconde, nasconde davvero bene.
A tutt'oggi di quei poster non si trova traccia. Immagino che prima o poi salteranno fuori, probabilmente il giorno prima di una nuova pandemia o in qualche altra circostanza che li renderà del tutto inutilizzabili*.
A quel punto si imponevano dei nuovi poster e pure dei nuovi volantini, anche se ormai la piattaforma e l'uso generalizzato della posta elettronica rendeva questi ultimi abbastanza inutili.
Bastava forse ritoccare qualche file dei poster degli anni precedenti?
Ebbene no, non bastava - perché durante il lockdown il computer della Sala Insegnanti che custodiva quei file era irreversibilmente morto: quando lo abbiamo riacceso al nostro rientro nella scuola, semplicemente, non ha dato segni di vita.
Sic transit.
"In fondo è meglio riaprire questo nuovo corso con un poster nuovo" han provato a consolarmi.
Ad ogni modo, se mi andava bene c'era da fare un poster nuovo, e se non mi andava bene il poster nuovo era lo stesso da fare.
A sorpresa, ho scoperto che con il programma della piattaforma preparare poster e volantini era di una facilità commovente anche per una analfabeta grafica come me, e dunque l'unica difficoltà era trovare una bella immagine - che per me di solito non è affatto una difficoltà.
Dopo una breve navigatina ho proposto ai colleghi la scelta tra un bel drago azzurro in biblioteca, il solito libro magico che si apre mostrando paesaggi insoliti che si sprigionano in un volar di scintille e l'immagine che apre questo poster, e che è poi quella che è stata scelta. Qualcuno ha notato che il mappamondo che si apre davanti al ragazzo che legge non è il mappamondo che conosciamo (cosa a cui non avevo fatto minimamente caso), in compenso nessuno ha colto il raffinato messaggio implicito: leggere è (anche) una cosa da ragazzi, intesi come maschi. Di fatto, nelle ultime generazioni (intendo dagli anni 80 in poi) la lettura è diventata sempre più un affare da donne, e personalmente deploro abbastanza questa tendenza. Lungi da me criticare le scelte individuali, ma un piccolo messaggio subliminale, forse?
Così i poster sono stati stampati e affissi, la cinquantina di volantini** rigorosamente a gatti anche, i tavoli sono stati montati e addobbati come di consueto dalle custodi e la libreria di Lungacque ha portato gran copia di eccellenti libri di assai varia tipologia, che ha distribuito sui tavoli aiutata da alcuni alunni accuratamente scelti da noi insegnanti di Lettere. 
E la Mostra fu.
I risultati sono stati ottimi: molti libri sono stati venduti, tanto che la libreria ha dovuto tornare due volte con vari rinforzi librari e l'incasso è stato decisamente alto anche tenendo conto del tasso di inflazione che ci ha allietato negli ultimi due anni; grazie a tale pingue incasso abbiamo così potuto prendere una fornitura di omaggi davvero lussuosa . La Mostra è stata assai apprezzata anche da genitori e colleghi, io mi sono come sempre stancata ma anche divertita molto e mi sono pure fatta un po' di aggiornamento aggratisse.
E per me la pandemia è ufficialmente finita il giorno in cui ho compilato la mia prima ricevuta di vendita.
Ad maiora, semper!

in effetti avevo sperato di vederli risbucare dall'universo parallelo in cui erano finiti dopo aver fatto stampare i nuovi poster, ma non è successo nemmeno quello. Magari sono davvero spariti per sempre?
**prima della pandemia ne stampavamo circa trecento, di cui gran parte venivano distribuiti nelle classi, e sparivano quasi tutti. Quest'anno non sono statio quasi toccati. Un buon risparmio di carta, decisamente.
Chissà...