Il mio blog preferito

giovedì 23 febbraio 2023

Gli incappucciati

La Seconda Sfigata si avvia verso la scuola, insieme agli altri fanciulli del paese di St. Mary Mead

C'è stato un tempo per taluni alunni, e forse c'è ancora, l'uso di ornarsi il capo con berretti più o meno sportivi,  di varia e spesso vivace coloritura, indossati con una certa varietà nella disposizione della visiera. Taluni alunni usavano (e probabilmente usano ancora) portarli anche in classe, cosa che causava grandissima offesa a taluni docenti e grandissima indifferenza a me, che di solito non li notavo nemmeno. Del resto è mia ferma opinione che il cosiddetto outfit (=abbigliamento, accessori&decorazioni) è una forma espressiva e che dunque, in una età con cui con gran difficoltà i ragazzi cercano di cistruirsi una immagine, sia buona norma intervenire il meno possibile. "Il cliente ha sempre ragione, soprattutto se ha fatto i compiti di storia" è uno dei miei principi cardine
In questo sono aiutata da una mia personale e profonda indifferenza verso l'abbigliamento dell'universo mondo, e l'unico per cui mi capita di provare un certo interesse è il mio.

Tuttavia, almeno in tempi recenti, almeno a St. Mary Mead i berretti sono spariti. In compenso è arrivata una nuova e più inquietante moda: i cappucci.
Gli alunni tendono a indossare felpe, con cappucci. E i cappucci restano bel alzati anche in classe, e tenuti ben tirati sul viso  in modo da coprirne la maggior porzione possibile.
Tutto ciò mi perplime assai, anche se mantengo uno scrupoloso silenzio sull'argomento.
Volete tenere il cappuccio? Tenetelo, e che il cielo sua con voi.
Tuttavia sono perplessa.
Altro dettaglio: la moda dei berretti era, per quanto ricordo, rigorosamente maschile. Magari può esserci stata qualche fanciulla che girava imberrettata, ma personalmente non ne ho memoria e ritengo che, se anche c'è stata, si sia trattato di un fenomeno assolutamente marginale. In compenso, fanciulle incappucciate ne vedo a iosa.
E mi domando in cuor mio: perché?
Il cuore mi suggerisce che il cappuccio abbassato abbia una funzione protettiva.
Protezione? In classe? Nella Seconda Sfigata, classe quanto mai giocosa e ospitale?
Chissà.
E tuttavia, in un periodo in cui in certi paesi tante donne rischiano la pelle, e talvolta pure la perdono, in nome dell' elementare diritto di girare a volto scoperto, in Italia, almeno a St. Mary Mead, le fanciulle su incappucciano almeno quanto i ragazzi.
Le guardo e cerco di capire. Alla loro età, mi sarebbe piaciuto rifugiarmi nei lembi di un anichevole cappuccio che mi isolasse dal mondo esterno?

...forse sì?

lunedì 20 febbraio 2023

Di quanto sia godurioso e semplice fare l'appello con il registro Argo (giuro di dire la verità, tutta la verità, soltanto la verità)

Carlo Cioni "S'i' fossi Argonauta Argo"
Un tempo esisteva il Registro Scolastico Su Carta; che per carità, si bagnava con la pioggia e si sporcava col gelato e cose del genere, ma aveva anche i suoi bei tratti positivi.
Messer docente entrava in classe alla prima ora, salutava gli alunni, afferrava la prima penna o pennarello che gli passava tra le mani, non importa di che colore, chiedeva distratto "Chi manca oggi?" e poi "Qualcuno deve giustificare?" e nel giro di mezzo minuto il registro del giorno era bell'e che fatto.
Poi è arrivato Sua Maestà il Registro Elettronico, che Dio l'abbia in gloria.
E l'appello si è trasformato in una sezione distaccata dell'Ufficio Complicazione Cose Semplici.

All'inizio, a dire il vero, non era così drammatico: si apriva la schermata dell'Appello, si scorreva la lista e si crocettavano gli assenti e si cliccava sulla casella dei giustificandi che effettivamente ti portavano una giustificazione. Nessuno, per quel che ricordo, ci ha fatto su i capelli bianchi.
Un pochino più complicato era chi entrava in ritardo o usciva in anticipo, perché dovevi aprire una schermata a parte ma soprattutto, per le uscite anticipate, c'era la malefica casella da giustificare, che era spuntata di default.
La cosa non ha molto senso, a ben guardare: o l'alunno è minorenne, e in quel caso non si può farlo uscire dalla scuola se non arriva a prenderlo qualcuno maggiorenne e autorizzato a prelevarlo, e dunque è giustificato se esce; oppure l'alunno è ormai maggiorenne e quindi si giustifica da solo. Noncurante di ciò, la casella esiste ed è spuntata di defult, quindi va tolta la spunta. E non sempre l'insegnante se lo ricorda MA quand'anche la ricordasse, sui computer della nostra scuola la casella non compare se non ricorrendo a una particolare manovra perché lo schermo non contiene tutta la schermata.
Tutto ciò rende complicato assai controllare le giustificazioni perché si svolge perennemente la stessa scena:
"Childerico, hai la giustificazione?"
"No" risponde perplesso Childerico "ma in effetti io non..."
"E' andato via a mezzogiorno" spiega il compagno più sveglio "E' venuto suo padre a prenderlo per portarlo dal dentista".
La classe conferma, Childerico ricorda e conferma pure lui. Posso capirlo, povera creatura: due o tre giorni fa è uscito prima da scuola per andare dal dentista ma non gli sembrava chissà quale avvenimento da restargli impresso più di tanto.
A questo punto l'insegnante di turno ben volentieri accetterebbe di cancellare la giustifica MA spesso non può farlo perché in quell'ora non era in classe e appare il malefico avviso "Ora non firmata!". 
Childerico dunque dovrà avvisare l'insegnante che era in classe quel giorno eccetera. Eccheppalle.
Tuttavia questo è ancora il meno. Anche sorvolando sulla deplorevole tendenza di Argo a dirti che l'ora non è firmata quando invece l'hai firmata, eccome, e devi riprovarci un paio di volte.
Un anno fa Argo infatti ha deciso di rendere il più possibile complicato il momento dell'appello, che in casi particolari può richiedere anche una ventina di minuti per essere gestito.
Andiamo per ordine e presentiamo i vari casi.
Childerico è assente.
L'insegnante deve aprire una apposita schermata, pomposamente definita Aggiungi evento multiplo.
Già l'idea che una semplice assenza sia addirittura un Evento fa abbastanza ridere. Si immaginano i giornali e i TG che aprono Childerico oggi è assente! Cosa sarà mai successo? Ascoltiamo le interviste dei suoi vicini. Con i vicini che poi raccontano "Bravo ragazzo, educato. Salutava sempre. Non so perché oggi è assente. Magari ha il raffreddore?".
Comunque due giorni dopo Childerico ritorna a scuola, munito di regolare giustificazione. E l'insegnante va a cliccare la G che sta per "deve giustificare". 
Si apre tosto una schermata a colonne: data (dell'assenza), stato (dove un rettangolino scarlatto avvisa DEVE GIUSTIFICARE e infine la descrizione dell'evento, che reca scritto "assenza".
Va bene, è un po' ridondante, ma insomma. 
Si clicca sul rettangolino scarlatto e compare un elegante ovale verde prato con dento scritto Giustifica.
In qualsiasi universo dabile la procedura finirebbe lì. Ma no, Argo prosegue inserendo l'avviso: Sarà giustificato 1 evento senza indicare una motivazione. Vuoi procedere?
Perché, in alto, c'è pure un rettangolo che dovrebbe contenere la Motivazione.
Personalmente non lo riempio mai - il ragazzo è minorenne, la famiglia ha firmato, noi dobbiamo comunque riprendercelo e dunque la motivazione secondo me non è affar mio né di Argo. In effetti da sempre, davanti a quel rettangolino, ogni volta mi prudono le mani e devo reprimere l'istinto a scrivere Ma saranno cazzi suoi? Senza contare che a volte i genitori, sobriamente, scrivono "indisposizione" oppure il buon vecchio "motivi familiari" ma non è raro che si dilunghino spiegando che il malcapitato aveva diarrea, vomito e mal di stomaco a causa di una indigestione* oppure crampi mestruali o addirittura era molto stanco e quindi l'ho tenuto a casa* e mi sembra che almeno una volta qualcuno abbia perfinoi spiegato che erano andati a prendere il nonno all'areoporto. Tutte motivazioni valide, per carità, ma che personalmente ritengo che rientrino nella buona, cara e vecchia categoria degli "affari suoi". Insomma, che fine ha fatto la normativa sulla privacy? I dati sulle malattie che affliggono noi insegnanti vengono (giustamente!) custodite dalla segreteria con grande segretezza e io devo andare a spiattellare ai quattro venti che uno dei miei alunni ha la diarrea? Davvero non mi sembra cosa. E insomma, ognuno ci ha le sue seghe mentali, io ci ho questa, che i fatti personali dei miei alunni li racconto davvero il meno possibile in giro. Che poi, il genitore ha pieni poteri di giustificare l'assenza anche se il ragazzo, semplicemente, non ci aveva voglia di andare a scuola. La legge glielo consente, sissignori.
Per i cultori della materia aggiungo che la farraginosa proceduta che ho descritto si è in realtà un po' accorciata nell'ultimo mese, perché prima c'erano ben due avvisi sul fatto che si procedeva a giustificare un malcapitato che era tornato a scuola, e inserire una motivazione non semplificava affatto le cose (una volta, per esperimento, ho messo la motivazione scrivendo "E' tornato" nella vana speranza che la procedura con la motivazione si accorciasse un po'. E no, non si accorciava).
Torniamo allo sventurato insegnante che prima di tutto deve aprire il riquadro degli eventi (un tempo, addirittura, definiti "straordinari", poi anche questa follia è stata tolta) e cliccare dall'elenco chi è assente. Poi giustifica - mediante la snella procedura testé descritta - chi è rientrato a scuola munito di regolare giustificazione, e infine si dedica a un nuovo riquadro di eventi per segnalare chi esce una o due ore prima. E, gente mia, non è da crederci quanti minuti riesca a mangiarsi l'appello, specie nei giorni in cui la classe all'ultima ora non ha insegnanti e dunque le famiglie vengono a prenderli prima del previsto, in particolar modo se  il collegamento fa i capricci (che di solito coincidono con il giorno in cui hai particolarmente fretta di cominciare).
Com'è noto a tutti, la pandemia ha lasciato un forte strascico di disagio psicologico. Anche nei programmatori di Argo, temo.

* giuro, e ho le prove per dimostrarlo

venerdì 17 febbraio 2023

17 Febbraio 2023 - Giornata Nazionale del Gatto / Il canto di Acchiappacoda - Tad Williams

                     

Per la Festa Nazionale di Sua Maestà il Gatto, che in questo blog è sempre stato assai onorato, ho deciso quest'anno di presentare un libro. Non un normale libro sui gatti, di quelli che oggi riempiono le librerie con titoli del tipo Il gatto che moltiplicava i pani e i pesci oppure Il gatto che salvò la banca d'Inghilterra e che alla fine parlano soprattutto di gatti che si interfacciano con gli esseri umani (spesso con eccellenti risultati, peraltro) ma un libro che ritengo il libro più gattoso che mai sia stato scritto, e dove gli esseri umani occupano un ruolo davvero marginale pur comportandosi in modo molto rispettoso con i gatti protagonisti.

Ci sono libri che per un certo periodo godono di grande fortuna per poi sparire nel nulla, e in Italia Il canto di Acchiappacoda è uno di questi.
Tad Williams è un rispettabile (per quanto, forse, non del tutto imperdibile) autore di fantasy e fantascienza, Sul finire degli anni 80 Mondadori tradusse la sua Trilogia delle Tre Spade e poco più. Tuttavia il suo primo romanzo è stato proprio Il canto di Acchiappacoda, pubblicato negli USA nel 1985 e tradotto da noi l'anno dopo. Il romanzo, autoconclusivo, rientra nel filone della fantasy con animali, che era stato inaugurato qualche anno prima da La collina dei conigli di Richard Adams - che è un libro ancora assai stimato e si trova ancora il libreria, ma devo ammettere che non mi entusiasmò, anche se mi precipitai a comprarlo perché lo vendevano con la solita fascetta che prometteva atmosfere tolkieniane e all'epoca avevo una fame cosmica.
Il fantasy di animali è proprio quel che promette il nome: un romanzo a struttura fantasy con animali per protagonisti, che hanno una loro mitologia, un loro folklore, a volte dei re (non i gatti, naturalmente, e chiedo scusa per l'ovvietà della precisazione), una loro lingua eccetera,  con tanto di profezie, predestinati, spiriti malvagi da sconfiggere e così via. 
Se la mitologia dei conigli mi entusiasmò molto tiepidamente, quella dei gatti mi convinse subito. Anche il linguaggio assai solenne tipico del fantasy di quegli anni, dove tutti sembravano convinti di dover ripercorrere passo per passo le orme di Tolkien, nelle graziose fauci dei gatti mi sembrava adattissimo. E chi meglio di un gatto può salvare il mondo?
Risposta scontata: molti gatti.
Altro dettaglio non secondario: in quegli anni i gatti erano naturalmente molto apprezzati, ma niente a che vedere col culto di cui godono oggi. Anche i gadget a gatti erano piuttosto rari e richiedevano un po' di ricerche, addirittura c'erano negozi specializzati - laddove oggi fatichi abbastanza a trovare gadget dove i gatti siano del tutto assenti. E tuttavia in quegli anni Il canto di Acchiappacoda era continuamente ristampato ed esaurito, mentre oggi non se ne trova più traccia. Scomparve in un qualche punto degli anni 90. Si trova comunque molto facilmente nelle biblioteche, e naturalmente all'usato.

La storia, naturalmente, è una storia di gatti. Si comincia con una breve introduzione mitologica, dove si racconta dei tre Primi Nati della Grande Coppia di gatti Harar e Fela. Perché, via, siamo seri, da cosa mai avrebbe potuto iniziare l'universo se non da una coppia di gatti?
I tre Primi Nati seguono un destino relativamente comune per questo tipo di creature: il più puro e nobile viene ucciso dal fratello cattivo che poi si rifugia nelle tenebre sotterranee perché non può più sopportare la luce. Il fratello di mezzo, il più astuto e fiero, Tangaloor Zampa di Fuoco, viveva invece ancora tra noi ma nessuno sapeva dove.
A Tangaloor Zampa di Fuoco viene rivolta sempre la Preghiera del Gatto quando si trova nei guai:
E' il tuo cacciatore che ti chiama.
Nel bisogno egli cammina
Nel bisogno, ma mai nella paura.
Naturalmente è vero solo in parte: come sappiamo, anche i gatti hanno paura - a volte molta - ma gli piace credere di non averne mai. Fa parte del loro modo di essere.
Finita la brevissima introduzione mitologica eccoci ai giorni nostri, con le avventure di Fritti Acchiappacoda - un bel gattino rosso, con una stella bianca in fronte (non una stella vera, come nella copertina che ho messo all'inizio, ma una normale stella-da-animale, ovvero un punto bianco - ancora molto giovane, mezzo accasato con una umana che gli lascia del cibo nella veranda ma molto più interessato al suo branco di gatti (semiliberi pure loro, oppure accasati) che hanno la loro vita notturna piuttosto indipendente. Funzionava proprio così in quegli anni nel mio quartiere: c'era una ricca rete di giardini comunicanti e la notte si sentivano dei gran concerti*.
Torniamo a Fritti: un giorno si rivolge al capobranco perché quella che stava per diventare la sua ragatta (avevano cantato la sera prima il Rituale accanto al muro, e ricordo benissimo che a quel punto mi misi a ridere come una pazza immaginando il Rituale, ovvero la serie di berci variamente modulati con cui i mici ritengono loro preciso dovere precedere l'accoppiamento, e che rompevano assai spesso il silenzio notturno) era improvvisamente scomparsa. 
Alla fine Fritti parte alla sua ricerca. Il romanzo comincia così ad inanellare una serie di avventure dove Fritti incora vari gatti, sventa varie insidie eccetera finché...
...finchè il lettore si ritrova immerso in un vero romanzo fantasy sempre più cupo e pericoloso: c'è una foresta incantata, o forse dovremmo dire maledetta, dove strani esseri imprigionano i gatti e li obbligano ai lavori forzati in una malefica dittatura. Fritti è un gatto simpatico, coraggioso e astuto ma la situazione è sempre più spaventosa. Ma alla fine, proprio nel momento più drammatico e disperato, con un filo di voce prima esitante e poi sempre più deciso, canta la siua preghiera a Tangaloor Zampe di Fuoco, che mi sono sempre immaginata molto simile alla Kirara che compare in Inuyasha. Eccola in versione trasformata:
(normalmente è una normalissima gattina a due code, molto coccolosa nonostante i suoi dentini davvero aguzzi).
In realtà nel romanzo Tangaloor è qualcosa di molto più potente e grandioso, come scopriamo quando improvvisamente si rivela in risposta al richiamo del suo cacciatore. E sì, ogni tanto era venuto al lettore il sospetto che quel gatto assolutamente inutile all'apparenza che Fritti si era ritrovato vicino fin dall'inizio fosse qualcosa di più di quel che sembrava, o che comunque avrebbe avuto prima o poi un qualche ruolo, ma la scena in cui Tangaloor si svela (e si risveglia) in tutta la sua possanza e grandezza è proprio bella e scalda il cuore.
Il canto di Acchiappacoda è insomma quello che risolve tutta la questione: la potenza del canto, la forza dell'evocazione, la magia... e il romanzo fantasy ha un finale del tutto in linea con i canoni del genere.
Dunque finisce tutto in gloria e Fritti termina la sua ricerca -  per scoprire che la gattina si era semplicemente trasferita con la sua famiglia di umani, e nei mesi in cui Fritti viaggiava in lungo e in largo per cercarla si era anche parecchio imborghesita. I due non faranno coppia e anzi Fritti stabilisce una volta per tutte quel che già in cuor suo sapeva, ovvero che non desidera mettere su casa con degli umani e che da quel momento la sua sarà la vita di un gatto libero. E tornerà dalla bella gatta molto avventurosa che aveva conosciuto durante il viaggio e che l'aveva molto aiutato.
Abbiamo dunque una queste dove si trova tutt'altro che quel che si era cercato (in linea con i romanzi fantasy di quegli anni, che alla fine presentavano sempre una sorpresa - come del resto fanno spesso tuttora - che è anche un romanzo di formazione con una Colossale Redenzione finale: perché, se Tangaloor ha salvato il suo coraggioso cacciatore, il vero salvataggio l'ha fatto il cacciatore restituendo a Tangaloor la sua vera identità.
Oltre a tutto questo però abbiamo una vera infinità di gatti, ognuno con la sua personalità specifica ma sempre assai felina, e un grandioso viaggio nella psiche di Messer Gatto fatta con mano davvero magistrale, e impariamo l'opinione che i gatti hanno su una gran varietà di cose, umani inclusi - ma gli umani restano sempre molto, molto sullo sfondo né sembra che la loro presenza sia poi così indispensabile.
Il libro dovrebbe avere il suo posto nella libreria di ogni gattaro appassionato di fantasy, o forse di ogni gattaro punto e basta, perché è comunque una Guida al Gatto davvero molto esauriente, anche per chi del fantasy tutto sommato se ne frega.
Però secondo me è un gran bel romanzo fantasy e per quel che mi riguarda Tad Williams se la cava molto meglio con i personaggi-gatti che con i personaggi più ordinari, tipo uomini e folletti.

Per presentare il libro all'inizio ho scelto una copertina straniera. Questa, invece, è quella che ho in casa, e la più diffusa. E dopotutto è comunque una bella copertina, con due gatti assai ben disegnati. Da notare la stella bianca che Fritti porta in fronte, molto più evidente nella copertina straniera ma qui raffigurata in modo assai più realistico.
Concludo naturalmente con un doveroso augurio a tutti i gatti, che in nome dell'inclusività comprende anche i diversamente gatti - quelli a due zampe, per esempio, ma in generale tutti, proprio tutti.

*e magari si sentono ancora, ma io sono emigrata a Lungacque e perfino nel mio sterminato condominio c'è gente che si vanta di tenere i suoi gatti chiusi in casa "così non corrono rischi". E forse è anche vero che non corrono rischi, però secondo me si annoiano più di quelli che vanno in giro - ecco, questo sta diventando un punto di vista sul limite dell'eresia. Spero che la moda passi presto.

martedì 7 febbraio 2023

La maledizione di St. Mary Mead parte 2 (imprevista)

Questa volta ci metto anche il sonoro: Leonard Warren, nientemeno, e una figurina d'antan, forse Liebig.

Tornata a scuola dopo il fine settimana mi informo di come si è poi evoluta la gran tragedia.
Tutto risolto, mi assicura la prof Ghirlandai: la prof. Quadrella ha prontamente recuperato dal suo ricco archivio Il viaggio di Fanny e l'ha riversati su chiavetta. Adesso il film è in Aula Magna, sullo schermo in bella vista.
In Aula Magna è infatti montato l'unico Megaschermo di nuovissima generazione riservato al corridoio di Lettere. 
Il grande vantaggio del Megaschermo di nuovissima generazione è che ci si vede molto, molto meglio che sulle ormai sbiadite LIM che già al primo raggio di sole trasformano i più sontuosi film in una malinconica sfilata di ectoplasmi. 
Ad ogni modo di sole se ne vede poco e in più l'aula dove sono quel giorno con la Seconda Sfigata ha una dotazione di orripilanti tende marrone scuro che il venditore ci ha rifilato come "verde oliva" che certo non son belle, ma bloccano anche il sole di Agosto; cosî ci guardiamo Arrivederci, ragazzi che, come è stato osservato nei commenti, non si può proprio definire un film a lieto fine ma è comunque molto bello e scorre senza intoppi: la rete non cade, la LIM non entra in depressione e tutto va nel migliore dei modi cinematograficamente possibili. Alla fine facciamo un po' di chiacchiere e di approfondimenti del tipo non particolarmente allegro che il film ispira e così finisce la mattinata.
Il giorno dopo la Prima Brava invoca a gran voce di vedere Il viaggio di Fanny. 
"Non c'è problema" assicuro "purché l'Aula Magna sua libera"
L'Aula Magna è felicemente libera e con grande fiducia la occupiamo, i ragazzi si sistemano nelle postazioni preferite mentre io accendo computer e schermo per poi...
...per poi restare lì a guardare piuttosto spersa il grande schermo dove non c'è traccia di nessun viaggio di nessunissima Fanny, mentre le note finali del Rigoletto mi risuonano in mente. Intanto la prof. Ghirlandai si è appena avviata verso casa, l'ho salutata giusto prima di entrare in classe.
Maledizione o non maledizione, comunque, c'è un limite a tutto. Lascio la custode a badare alla classe e mi fiondo al piano di sotto per telefonare appunto alla prof. Ghirlandai: quell'accidente di film andrà pure visto, in un modo o nell'altro.
La prof. Ghirlandai ammette in tutta onestà e senza infingimenti di essersi proposta bensì di caricare il file sullo schermo, ma di essersi poi dimenticata di farlo.
Con un angolino della mente prendo atto che, come c'è il presente storico che narra al presente cose avvenute in un passato anche molto lontano, tipo Cesare che attraversa il Rubicone duemila e passa anni fa, allo stesso modo esiste il passato futuribile con cui si danno per già fatte cose che è in effetti nostri fermo proposito eseguire quanto prima - ma per il resto ascolto attentamente le istruzioni della prof. Ghirlandai: nel suo cassetto, sotto il primo strato di carte, nell'angolo a sinistra in basso, c'è una scatolina argentata con dentro la chiavetta dove c'è il film (se la maledizione di St. Mary Mead non lo ha formattato, si capisce)...
La parte più complicata naturalmente è sdipanare il cassetto (i cassetti degli insegnanti sono davvero un universo a parte) ma sono stata molto aiutata dal fatto che la scatolina argentata era davvero nell'angolo in basso a sinistra. Il resto comunque è scivolato via senza problemi e non solo sono riuscita a far vedere il film alla classe, ma perfino a caricarlo in bella vista sullo schermo per le altre due prime.
Comunque è evidente che la maledizione di St. Mary Mead al momento si è magari assopita, ma è tutt'alltro che domata.

domenica 5 febbraio 2023

Haeretica - Non è, forse, lo stesso parlare del Classico un classico esso stesso?

Molly Brett - Going Back To School

Di primo mattino, sorseggiando il caffè, navigavo placidamente su Facebook. Qualche gattino, qualche coniglietto, qualche draghetto...
E l'ennesima disamina sul Liceo Classico. Pòle, esso liceo classico, essere una buona scuola? Pòle formare le giovani menti? Ha un suo specifico surplus che lascia dentro ai giovinetti che lo frequentano quel certo nonsoché?
La Gran Questione del Liceo Classico viene fuori spesso, non soltanto nella stagione delle preiscrizioni. Stavolta mi ha toccato più da vicino perché ne parlavano persone di cui sono solita condividere le opinioni e che analizzavano la questione in modo più approfondito e sensato dei consueti richiami al latino che apre la mente e consimili. 
Eppure, anche così, non ero d'accordo.
E quando mai sono d'accordo con qualcuno se si parla del Liceo Classico?
Di fatto il solo pensiero che esiste il Liceo Classico mi fa venire l'orticaria.
Eppure, ripensandoci, non mi sono poi trovata male a fare il liceo classico. E ho fatto un classico liceo classico, con tutta la gioventù bene di Firenze e anche con un sacco di gente che con la Firenze bene non aveva molto a che spartire.
Ho avuto fortuna, certo; ma con la scuola un po' di fortuna è indispensabile perché ci sono troppe varianti.
Ho avuto la gran fortuna di incrociare la prof. De Divinis al ginnasio, che era preparatissima e molto brava e assai empatica, ma che non era probabilmente un caso così raro. La prof. De Divinis ha anche molto ben amalgamato la classe, ma forse ci saremmo amalgamati lo stesso. E poi avevo un sacco di persone simpatiche, in classe - e lì si rientra nell'ambito della fortuna. Fossi finita nella classe parallela, ne avrei trovate ben di meno.
Studiavamo tutti abbastanza volentieri - beh, quasi tutti. E alcuni del gruppo dei simpatici son rimasti per strada perché sono andati in sciopero e l'unica cosa era fermarli. Anche allora, da alunna, capivo che i professori non avevano potuto fare diversamente. Alla fine non era gente irragionevole, e han sopportato tutti il mio notevole impaccio col greco con una certa comprensione, senza fermarmi.
D'altra parte io avevo un notevole dente avvelenato nei confronti della cultura classica, anche se a guardare la mia libreria non si direbbe. Di fatto, molti autori mi piacevano, ma deprecavo parecchie cose nella cultura classica; e poi per me il mondo cominciava con l'arrivo dei barbari. Del resto, ognuno ha le sue idiosincrasie.
Non ho mai capito nulla di filosofia, ma del resto nessuno me l'ha mai insegnata.
Mi seccava molto il fatto che mia madre mi avesse iscritta al liceo classico come si porta un pacco alla posta. Ai miei il fatto che io facessi proprio quel liceo classico che loro non avevano potuto fare perché le famiglie non avevano voluto rischiare piaceva molto. A me, molto meno. 
Anche lì, idiosincrasie.
Deprecavo che ci fosse poca matematica, ma onestamente con l'insegnante che avevamo è stato meglio così perché comunque non avrei potuto imparare granché. E poi fisica mi annoiava a morte, anche se forse con un insegnante che ci capiva qualcosa magari ci avrei capito qualcosa anch'io. Gli insegnanti comunque sono un terno al lotto e secondo me lo saranno sempre, qualsiasi sistema di arruolamento si scelga.
Non ricordo che ci chiedessero niente di improponibile - anche se eravamo una utenza ben selezionata; tuttora però chi va al liceo classico ha una certa propensione allo studio teorico, a meno che i suoi genitori non siano dei perfetti idioti. Anche chi era stato mandato al liceo classico perché il liceo classico era l'unica scuola proponibile in società si arrangiò, bene o male. 
Ai genitori tremebondi che mi chiedono "Vorrebbe fare il classico. Secondo lei è in grado?" rispondo di solito con un "Le assicuro che non c'è idiota che non riesca a raccattare una maturità classica". Per la cronaca, quelli che rimasero per strada e non riuscirono a prenderla non erano affatto idioti, e sospetto che soffrissero come me di idiosincrasia - più forte della mia, evidentemente; perché io deprecavo diverse cose della cultura greca e latina, ma alla fine la letteratura mi piaceva tutta e quindi quel che studiavo non mi dispiaceva.
Non so se davvero il liceo classico forma le persone e non sono affatto sicura che garantisca un metodo di studio: quando arrivi all'università le cose cambiano parecchio e il metodo liceale non funziona granché. Ad ogni modo il mio metodo di studio me lo sono formato appunto all'università (dove ho sempre fatto piuttosto bene) ed è strettamente individuale; e poi nel frattempo ero cresciuta.
Sull'effettiva utilità del liceo, classico o non classico, nutro parecchi dubbi ma non c'è dubbio che, come tutti i licei, sia un utile parcheggio che aiuta i ragazzi a capire meglio chi sono, cosa vogliono eccetera - anche se, a dirla tutta, non ci sono grosse garanzia nemmeno in quel senso e magari cinque anni di impostazione liceale possono perfino impedirti di capire che il tuo campo è in quelle lande che il liceo non accosta nemmen di lontano. Comunque, è una onesta possibilità.
Non sono sicura che manderei volentieri i miei figli (che non esistono) al liceo; ma se fossero esistiti e avessero voluto fare il liceo non avrei mosso un dito per impedirglielo. A che titolo, del resto? L'indirizzo di studio è sempre un terno al lotto.
Mentre rimuginavo questi e molti altri pensieri profondi (talmente profondi che il rischio di annegare nell'acqua calda era davvero molto forte) mi sono tuttavia sovvenuta di un piccolo e insignificante dettaglio di cui nessuno sembra tenere conto: quando compri il liceo classico, o l'istituto alberghiero o la scuola d'arte, compri un pacco il cui contenuto è tutto da scoprire.
Non esiste il Liceo Classico. Esistono una serie di scuole che hanno la targhetta con su scritto "Liceo Classico" e che contengono di tutto. E, soprattutto, esiste il singolo alunno che ha fatto il liceo classico in una determinata classe, con determinati insegnanti e con determinati compagni in un determinato ambiente sociale, culturale e storico. Io ho fatto il classico negli anni di piombo, altri lo hanno fatto nei ruggenti anni 80, o negli anni immediatamente successivi al 68 (dove gran parte degli insegnanti si dettero una notevole e assai salutare regolata) o alla fine della Guerra Fredda o con l'arrivo delle prime ondate di stranieri o in tempo di pandemia. Quel che succede fuori dalla scuola influisce sempre molto su quel che succede dentro la scuola.
Le declinazioni latine o i quattro tipi di periodo ipotetico sono piccoli accidenti inseriti in un contesto molto più complesso. Una scuola è quel che i docenti provano a insegnarti (con alterne fortune), più tutto quel che succede intorno a te più le novità che arrivano, anche quando vieni da una famiglia tranquilla e vivi in ambiente protetto (per quanto quasi nessuna famiglia è davvero tranquilla e quasi nessun ambiente è davvero protetto); e una scuola è anche la tua vita in quegli anni, nel bene e nel male. Quando entri in una scuola superiore non sai cosa ci troverai, cosa ci vorrai trovare e come cambierai in quegli anni*. E dunque una scuola inventata da Napoleone due secoli e passa fa - e che inaugurò comunque il concetto del giovane virgulto che studiava un tot di anni invece di tirare avanti a precettori o seminari - può avere un senso ancora oggi, probabilmente. Quel che conta davvero è avere una certa inclinazione ad andarci, e soprattutto avere un po' di fortuna.
Che poi oggi puoi anche cambiare idea a metà percorso senza troppi danni, e questa secondo me è una cosa molto, molto buona**.

sì, è così anche per i primi ordini di scuola; ma quelli sono unificati e quindi non c'è niente da scegliere, ti capitano in sorte e basta

** comunque, se proprio deve essere liceo, secondo me lo scientifico è meglio. A meno che  non si abbia una grande e profonda affezione per la grammatica e la linguistica. Allora sì, il Liceo Classico è la scelta giusta e farà di te una persona felice quando apri i libri di scuola per ben cinque anni.

lunedì 30 gennaio 2023

Lunedì film - Troy (Film per le medie)

                             

Nel 2004 uscì un grandioso colossal dedicato, appunto alla guerra di Troia, dopo un lungo periodo di silenzio cinematografico dopo molti anni di silenzio: infatti i numerosi adattamenti dei tre poemi epici dedicati alla guerra più famosa della nostra cultura sono numerosi, ma concentrati soprattutto intorno agli anni 60, e passato il periodo di entusiasmo per i film detti peplum l'argomento era stato piuttosto trascurato dai registi cinematografici (anche se mi sembra di ricordare che c'erano stati nel frattempo anche un po' di sceneggiati, ma nessuno molto recente).
Quando Troy piombò sugli schermi di tutto il mondo però venni presa da un attacco di spocchiosità e rifiutai di andare a vedere quella che a mio avviso era una colossale (appunto) americanata. Contribuì in parte anche mia madre, che tornò scuotendo la testa e lamentando una serie di varianti che non l'avevano affatto convinta. In realtà niente di quel che disse fece capire che deprecava il film o rimpiangeva i soldi spesi per il biglietto, ma all'epoca non ero molto indulgente per chi osava fare film di storie note non esattamente nel modo che piaceva a me.

A redimermi da tanta stupidità provvide qualche anno dopo la prof. Therral, che usava farlo vedere alle sue prime, come sigillo delle letture epiche che noi insegnanti non manchiamo mai di fare, un po' perché l'epica ci piace, e soprattutto perché quasi sempre Omero piace moltissimo ai ragazzi; un giorno che facevo una sostituzione nella sua classe mi chiese se ne approfittavo per fargli finire di vedere appunto Troy e io coscienziosamente obbedii, come usa fare in questi casi, deplorando in cuor mio tanta superficialità da parte della mia stimata collega.
Uscii dalla classe deplorando invece la mia idiozia e da allora ho fatto penitenza facendo vedere anch'io Troy alle mie prime, tranne alla Prima Sfigata (che non a caso si chiama così) perché quando sarebbe venuto il momento le porte della scuola si stavano riaprendo e i ragazzi si godevano finalmente un po' di uscite e di attività varie dopo due anni di reclusione - e la durata di Troy (due ore e mezzo) e il caldo terrificante che c'era nelle aule mi sconsigliarono la visione. L'ho rivisto quest'anno con una delle due prime che mi sono toccate in sorte, perché lo avevano iniziato durante una supplenza ma la prof. Quadrella aveva rifiutato di sacrificare due ore a quel film, che deprecava assai.
In quella classe io faccio Storia e Geografia, e non c'è dubbio alcuno che Troy con la storia e con la geografia non c'entra un cavolo, ma con loro non avevo ancora visto un film, hanno sempre lavorato molto e con grande dedizione - e poi me lo hanno praticamente chiesto in ginocchio.
D'accordo, non è un film molto filologico - ma in effetti, cosa c'è fa filologizzare con la storia della guerra di Troia? Si tratta di una guerra che forse c'è stata ma non se ne sa niente o quasi, e che è diventata un gomitolo di miti e leggende ognuno dei quali ha almeno tre versioni diverse e che ha continuato a essere riscritta e reinventata per almeno tre millenni spargendo frutti per tutta Europa, non ultimo quello che vuole un troiano come capostipite di Angli e Franchi e dove tutti gli dei più famosi han lasciato un pezzetto del loro cuore, tra figli, innamorati vari e dispetti di tutti i tipi. Si trovano facilmente in rete elenchi di "errori storici" del film, ma ammetto che mi ricordano quelle discussioni dove si sostiene che i vampiri di Twilight non sono veri vampiri, quasi che il Vero Vampiro sia certificato da un apposito consorzio come il Chianti Gallo Nero o la carbonara col guanciale.
L'unica variante che non ho gradito è stata Menelao, che a me è sempre piaciuto moltissimo e che leggenda vuole che Elena si fosse scelta come marito in una vasta rosa di pretendenti, riprendendoselo dopo la guerra con grande gioia di lui e grande disapprovazione da parte di Euripide: nel film è un uomo antipatico e Elena ha gran cura di spiegare a Paride che non le è mai piaciuto né tanto né poco. 
Per quanto antipatico comunque è sempre più sopportabile di Agamennone, che io stessa, che l'ho sempre trovato insopportabile, non avrei saputo rappresentare più odioso di come l'ha fatto lo sceneggiatore, nemmeno impegnandomi con tutte le mie forze.
Non mi ha convinto troppo nemmeno Patroclo, che Omero presenta come un uomo di grande sensibilità e non come un ragazzino ansioso di far vedere che è bravo - ma alla fine quella del film è una delle varianti possibili, e dunque perché no?
Uno dei grandi punti di forza del film è senza dubbio Brad Pitt: mai Achille fu più Achille di lui, nel bene e nel male: un tipo strano, difficile da trattare, a tratti incomprensibile ma che in qualche modo si lascia capire benissimo. E mi è dispiaciuto vedere Enea ridotto a poco più di un fotogramma, ma è vero che nell'Iliade non è un personaggio molto importante. Ho apprezzato anche l'idea di lasciare aperta una finestra che non nega la possibilità per Paride ed Elena di restare insieme (e che di sicuro fa scappare Elena lontano dalle grinfie dell'insopportabile marito, anche se non è chiaro verso quale sorte), e l'ho trovata anzi una pensata molto gentile da parte dello sceneggiatore - del resto va ben riconosciuto che Orlando Bloom nella parte di Paride fa pure lui una riuscita molto rispettabile.
Quanto a Ettore, è talmente Ettore che nessun filologo potrebbe mai trovarci da ridire.
Tuttavia la mia protagonista preferita è proprio Troia, presentata in modo magari non troppo filologico (ma anche lì: che caspita ne sappiamo noi di com'era quella città all'epoca della guerra?): davvero solenne, sontuosa e grandiosa:
Esistevano davvero città così? E' mai esistita una città così?
Non importa, mi piace, e anche lo spiegamento dei due eserciti è sempre molto suggestivo, come i sipari dove i troiani si ritrovano a discutere, a parlare o a guardare dalle mura (o a camminare per le bellissime strade), con scorci davvero interessanti.
Mancano completamente gli dei - togliere gli dei dalla guerra di Troia è una moda recente e non mi ha mai convinto, ma va pure riconosciuto che, una volta tolti gli dei, la trama funziona benissimo o anche meglio, e d'altra parte se tieni gli dei le scelte dei vari personaggi hanno molta meno importanza anche se la continua presenza delle varie Moire, Destino, Fato e quant'altro conferisce un fascino speciale a scene come quella della morte di Patroclo. Tuttavia, in mezzo a un film d'azione, le scene di Zeus che con la bilancia in mano si mette a pesare le anime non tanto per stabilire quanto per conoscere quale delle due è consacrata alla morte avrebbero stonato, senza contare che vale l'osservazione del mio alunno "Ma se il Fato ha già stabilito perché tutta questa gente sta a perdere tempo, dei ed eroi?". E' un punto molto importante, quello del perché dei ed eroi stan lì a perdere tempo con scelte e decisioni, e va benissimo sia per una lettura in classe che per un banchetto, ma in un film che non è il Settimo sigillo effettivamente non so: i greci a banchetto che ascoltavano l'aedo di turno conoscevano già piuttosto bene le vicende, immagino che gli interessassero di più lo stile specifico del poeta o gli interventi degli dei; quando si sedevano e tagliavano l'arrosto Patroclo ed Ettore per loro erano già morti, ma indagare chi li avesse effettivamente uccisi (Apollo, Ettore e un terzo guerriero nel primo caso, Apollo, la Sorte e per ultimo Achille nel secondo caso) aveva invece un suo perché, e in tutti i casi c'erano abbondanti motivi di commozione e nessuno si domandava cosa succedeva dopo perché tanto sapevano anche quello. 
Invece per chi non si è fatto come me la collezione di tutte le varianti in anni di letture, per chi segue semplicemente la storia - ed è una gran bella storia - perché ancora non la conosce è diverso, e se Paride ed Elena restano insieme dopo la caduta di Troia, alla faccia di tremila anni di stratificazioni, ebbene non può che fargli piacere, così come si rallieta assai se anche quell'antipaticissimo Agamennone crepa insieme al ben più stimabile Priamo (che tanto pochi giorni dopo la presa di Troia Agamennone è destinato a crepare comunque, e quindi tanto vale).
Dunque la via prosegue senza fine, lontano dall'uscio da cui parte, le storie appartengono a anche a tutti gli sceneggiatori che arrivano col tempo e che parlano ogni volta a un pubblico diverso, e Troy è un film adattissimo per le medie, e se poi i ragazzi si interessano particolarmente alla vicenda, hanno tutto il tempo che vogliono per approfondire la questione in tutte le sue complesse ramificazioni e varianti, con o senza apparato filologico.

domenica 29 gennaio 2023

La maledizione di St.Mary Mead

Un po' più originale della solita copertina con la prima legge di Murphy.
E poi ieri l'avremmo cantata tutti davvero molto volentieri, a scuola. 

La Giornata della Memoria non passa mai inosservata alla media di St. Mary Mead: le Terze vanno in pellegrinaggio alla tomba di una celebre famiglia ebrea, Prime e Seconde guardano appositi film, ad Arte si fanno disegni in tema eccetera; insomma, se ci sono i Negazionisti (della Shoah) davvero non è colpa nostra.
La scelta dei film per le Prime e le Seconde in questi anni di pandemia si è fatta più delicata: mentre fino a tre anni fa sbattevamo senza ritegno la pellicola più cruda che ci passava tra le mani (e infatti io tendevo a lasciare l'incombenza ai colleghi perché cotali film mi impressionano alquanto) in questi anni di pandemia abbiamo preferito storie più soft in considerazione del fatto che primini e secondini sono, appunto, più facilmente traumatizzabili.
E dunque la prof. Spini arrivò qualche giorno fa offrendo per le Prime Il viaggio di Fanny, che ci garantiva essere adattissimo. Quanto a me, volevo approfittarne per vedere finalmente un film che avevo sempre desiderato vedere ma su cui non ero mai riuscita a mettere le mani, ovvero Arrivederci ragazzi, di cui tutti avevano sempre detto un gran bene.
Il mio progetto si era ben presto arenato perché la nostra Scaricatrice Seriale non era riuscita a procurarselo nonostante vari tentativi e ricerche. Così avevo deciso di ripiegare anch'io sul Viaggio di Fanny, che godeva pure della caratteristica, molto rara per questa categoria di film, di un lieto fine.
Le Prime dunque avrebbero visto Il viaggio di Fanny proprio nella Giornata della Memoria, riunite insieme nell'Aula Magna - un lusso che negli anni scorsi non era nemmeno lontanamente proponibile: intere decine di ragazzi a distanza ravvicinata riuniti insieme, figurarsi!
Adesso però si poteva fare senza paura, e alla terza ora ho raccolto i miei pulcini e li ho portati in Aula Magna. Un po' di tempo per la distribuzione dei posti, disinnescando qualche gruppetto potenzialmente pericoloso, una breve presentazione della prof. Ghirlandai ed ecco che il film parte e per i primi quaranta minuti va tutto bene. Poi...

Poi, finito il primo file, si trattava di avviare il secondo. Peccato che il file in questione sembrasse completamente svanito nel nulla. Dopo qualche tentativo di recuperarlo in rete abbiamo infine stabilito che, anche se siamo abituati tutti quanti a fare l'impossibile, per i miracoli non siamo ancora attrezzati e i ragazzi vengono riaccompagnati in classe, tra molti mugugni e lamentele cui non troviamo altra risposta che un generico, per quanto sincero "Ci dispiace".
Appena entrata li lascio lamentare un po'. A dire il vero sono soprattutto storditi perché il film li aveva assai presi e avrebbero assai gradito continuare a vederlo. Anch'io, per la verità.
Vado alla lavagna. "Ragazzi, conoscete la prima legge di Murphy?" chiedo.
Non la conoscono. Così gliela scrivo: Se qualcosa può andare storto, lo farà
Poi spiego: "Vedete, il vero problema è che ci siamo dimenticate, tutte noi, della maledizione dei film che pesa da sempre su St. Mary Mead".
E passo a raccontargli di come, da sempre, veder un fil a St. Mary Mead è sempre pericoloso, soprattutto nell'Aula Magna. Non soltanto lì, certo, in generale vedere un fil nella nostra scuola è sempre pericoloso, perché salta sempre fuori qualche intralcio imprevedibile: DVD che han sempre fatto il loro dovere e improvvisamente funzionano solo per la traccia in inglese, DVD che decidono di rompersi proprio quel giorno, file che non funzionano o che spariscono all'improvviso, come è successo stamani, l'audio che proprio quel giorno decide di non funzionare, film sulla piattaforma proprio il giorno che non c'è la rete... ogni volta un impiccio diverso, ma sempre del tutto imprevedibile.
"Un tempo in quell'aula c'era un impianto un po' complicato, e per quanto chi andava a vedere il film avesse sempre avuto gran cura di preparare tutto per tempo succedeva sempre qualcosa. In queste condizioni ho fatto ben due cineforum, nei primi anni, e alla fine ho imparato che l'unica tecnica che funzionava quasi sempre, soprattutto in classe con la LIM,  era non dire a nessuno che quel giorno c'era il film e farlo partire di soppiatto. Stavolta non l'abbiamo fatto, anche e soprattutto perché sono passati quasi tre anni dall'ultima volta che abbiamo visto un film in quell'aula a classi aperte, e ci eravamo dimenticati della maledizione".
Le povere creature mi guardano sempre più perplesse, ma evitano di contraddirmi. Non reagiscono in modo scomposto nemmeno quando accenno alla possibilità, che dovrebbe pure essere presa in esame una buona volta, di chiamare qualche alto prelato ad esorcizzare la scuola. Poi passiamo a fare un pochino di geografia e gli faccio vedere un video di tema quasi altrettanto allegro, ovvero la catastrofe del Vajont. In effetti, era uno degli argomenti che avrei affrontato quel giorno se non ci fosse stato il film.

L'ora dopo sono nella Seconda Sfigata, che da giorni invoca a gran voce un film sulla Shoah per commemorare la Giornata della Memoria.
"Lo vedremo Lunedì" spiego "Avevo già deciso comunque di fare così, ma ammetto che ormai non è più una scelta, bensì un caso in cui si deve accettare di piegarsi alle circostanze avverse".
Pentasilea alza la mano "Prof, io ho un film carinissimo. L'ho visto qualche anno fa ed è su una piattaforma dove ho l'account. Si intitola Il viaggio di Fanny".
Come succede in certi cartoni animati, mi arresto a metà di un gesto. Scambio uno sguardo con l'insegnante di Sostegno.
"Cioè, mi stai dicendo che hai un account per Il viaggio di Fanny?" chiedo con un filo di voce.
E che dunque sarebbe bastato chiamarla in Aula Magna per continuare serenamente a vedere il nostro bel film, tutti quanti...
Pentasilea è beatamente ignara della tragedia avvenuta poco prima e conferma che sì, ha l'account per vedere il film sì desiato dalle prime (e anche da noi insegnanti).
Di nuovo guardo il Sostegno "Forse sarebbe il caso di avvisare la prof. Ghirlandai, quanto meno per risparmiarle altre ricerche" mormoro.
Sostegno ne conviene e sparisce per qualche minuto; nel frattempo ringrazio Pentasilea e la deludo ripetendole per l'ennesima volta che no, noi quel giorno non vedremo alcun film.
In compenso, durante il fine settimana la Scaricatrice Seriale mi chiama per annunciarmi che ha trovato Arrivederci ragazzi.
E si spera, domani, di poter adempiere tutti quanti il nostro dovere civico di onorare la Giornata della Memoria.

giovedì 26 gennaio 2023

L'ora multitasking

dolci, croccanti, con gli occhi radianti di innocenza: gli alunni-draghetti croissant
Alla quarta ora c'è storia con la Prima Brava. E prima di tutto c'è da finire di vedere Troy, che per una malefica serie di inciampi ha dovuto essere interrotto il giorno prima nel bel mezzo dell'incendio di Troia, a un quarto d'ora scarso dalla fine.
Per giunta, per finire di vedere il film dobbiamo entrare nell'account Netflix di un alunno, perché il DVD dell'insegnante che l'aveva avviato, dopo molti anni di onorato servizio ha deciso di funzionare soltanto nella traccia in inglese. E dopo da quello stesso account dobbiamo pure uscire.
I ragazzi avevano chiesto se c'erano film anche per L'Odissea e L'Eneide. Una piccola ricerca il giorno prima mi aveva confermato sì che ce n'erano diversi, ma che era tutta roba degli anni 60. Così gli spiego che anche i film hanno le loro mode e discutiamo un po' dei cambiamenti che la sceneggiatura ha fatto rispetto alle versioni più consuete. Spiego che non esiste una versione specifica della leggenda della guerra di Troia, che forse non è solo una leggenda ma grandi certezze in merito non ci sono, e insisto un attimo sulle storie che hanno sempre nuove diramazioni e cambiano e fruttificano variamente nel corso dei secoli.
Nel frattempo siamo tornati in classe e non so come mai siamo passati a parlare di gatti, e anche un po' di cani e parecchi ragazzi parlano dei loro gatti e cani. Poi passiamo ai maiali che nell'alto medioevo pascolano nei boschi, e io stessa non ho idea di come sia avvenuto il passaggio di argomento, che non ho forzato in alcun modo.
Da lì all'economia curtense il passo è breve e un paio di alunni mi leggono la sintesi che hanno fatto in proposito. Segno un paio di voti, rispondo a un po' di domande rigorosamente pertinenti alla storia altomedievale e registro l'offerta di una alunna che non ha fatto la sintesi perché vorrebbe fare una esposizione (quella, insomma, che nei tempi andati si chiamava interrogazione e che quest'anno accosto con grande cautela perché le prime sono sì piuttosto studiose, ma assolutamente non abituate a esporre).
Mentre ripongono libri e quaderni per avviarsi verso l'aula successiva prendo atto una volta di più che quella classe si distingue per la rara capacità di riuscire ad infilare in una singola ora una quantità immane di cose: più di una volta mi sono ritrovata, esaurito con tutti i crismi l'argomento che mi ero proposta di trattare, ad avere ancora del tempo a disposizione che ho impiegato facendogli fare gli esercizi di ripasso "così per la volta prossima avete i compiti già fatti" e dopo restava anche qualche minuto da aggiungere al risicato intervello che ci permetteva di uscire fuori in cortile.
Da notare che il tutto non è legato ad una implacabile disciplina, ma anzi tra i maiali al pascolo nei boschi e la contrazione delle città non manca il tempo per abbondanti intermezzi dedicati alle tipiche chiacchiere da Prima. Semplicemente, c'è il tempo per tutto.
Come sia possibile questo prodigio non lo so, ma certo non è per merito mio perché nelle altre classi il tempo non mi basta mai. Se però qualcuno riuscisse a distillare il misterioso principio che permette loro di utilizzare così bene il tempo, credo che il comune di St. Mary Mead diventerebbe il più ricco d'Italia (e naturalmente anche la scuola con gli alunni meno stressati di tutta la penisola).

domenica 22 gennaio 2023

E per concludere, solo un ultimo piccolo modulo sulle gite e le uscite...


All'inizio dell'anno ognuno di noi insegnanti si è preparato il suo piccolo carico di uscite e progetti per le varie classi, più le gite di un giorno e perfino - oh, miracolo miracoloso! - perfino una gita di ben tre giorni per le Terze. Insomma, la solita roba. Il tutto con una certa cautela perché, anche se apparentemente tutto stava avviandosi verso la normalità, vai a sapere.
Personalmente ho preparato un paio di gitarelle a Firenze, dove andare in treno, una visita all'acquedotto di Firenze per le prime, una per la diga di Bilancino e la solita uscita per le seconde al Museo Stibbert. Tutta roba ordinaria e abbastanza collaudata, ma per il museo e l'acquedotto e la diga ci serve il pullmann.
Dopo abbiamo preparato la lista di tutto ciò, unita ai vari progetti, divisi per classi, e li abbiamo segnati nel verbale del Consiglio di Classe, poi nella programmazione delle singole classi, poi in una apposita lista, sì come ci era stato richiesto dalla Segreteria.
Infine abbiamo anche preparato una piccola lista per la Segreteria dove le gite erano divise secondo il mezzo di trasporto (treno o pullmann, perché purtroppo il teletrasporto ancora non lo abbiamo anche se per le uscite farebbe davvero comodo), indicando quanti alunni e quanti insegnanti avrebbero partecipato a ciascuna gita, qualche volta anche con i nomi degli insegnanti accompagnatori, ma con date molto approssimative, del tipo in primavera, marzo-aprile e roba del genere.

Qualche giorno fa arriva una circolare che chiede di indicare le uscite e le gite previste, con le date precise e di compilare tre lunghissimi moduli, di quelli che chiedono anche se gli alunni sono stati partiriti con parto ordinario o cesareo e il numero di scarpe degli accompagnatori, entro lo scorso Venerdì.
Era naturalmente la settimana dei prescrutinio e tutti eravamo discretamente immersi fino al collo nelle più varie tematiche.
Dopo ponderata riflessione ho stabilito che dopo aver compilato per tre volte la lista delle uscite, ritenevo che il tutto fosse sufficiente, anche perché non avevo nulla di nuovo da aggiungere perché ancora non avevo contattato né il museo Stibbert né l'acquedotto di Firenze per fissare la data, né del resto le mie ancora precarie condizioni di salute mi spingevano a tal passo.
Così ho lasciato i moduli dove stavano e mi sono limitata a rispedire lo schemino, che ho avuto cura di spedire Venerdì dopo le otto di sera, convinta in tal modo che la questione sarebbe stata riaffrontata dopo il fine settimana.

Era troppo sperare, e infatti la mattina dopo, mentre l'aurora faceva ancora fatica a mostrare un piccolo cenno di vita, ho trovato la risposta:

mi scusi ma dovrebbe mettere delle date e dirmi se richiede lo scuolabus o il pullman privato.
In tal caso dovrebbe compilare la modulistica che le allego. Grazie e un cordiale saluto

Ho contato fino a dieci, fin ito di bere il caffè e sono infine riuscita a partorire una risposta almeno vagamente civile, che se non altro non iniziata con la parola "Vaffanculo".

Le date non sono state ancora fissate. Ho segnato solo le gite per cui richiedo il pullman.
Su queste gite ho già riempito una serie di prospetti e schede.

Sette minuti dopo arriva la risposta.

Mi scusi nel  piano gite a volte non vengono definite date ed orari...oppure se si richiede lo scuolabus o pullman privato...questi dati sono indispensabili ai fini delle richieste da fare al Comune e per i preventivi da richiedere alle ditte.
Grazie e buon sabato

E va bene, apprezziamo se non altro la dedizione al lavoro. Ma è proprio sicuro che proprio stamani vadano fissate delle gite da fare ad Aprile?
Provo di nuovo a spiegarmi, ma con scarsa fiducia.

Nel mio piano credo di averli indicati.
Ad ogni modo: per queste uscite mi serve un qualche tipo di mezzo di trasporto perché con i treni non ci arriviamo, e sono tutte uscite che rientrano nell'orario scolastico, quindi partenza poco dopo le 8.00 e rientro entro le 14.00. Le date ancora non le ho, in quanto devo ancora contattare gli enti. Diciamo che ho aspettato per vedere come andavano la pandemia e l'inverno. Ho sempre aspettato l'anno nuovo per decidere le date delle uscite di primavera.
In tutti i casi le date non ci sono. Naturalmente appena le avrò ve le farò conoscere.

Rileggo per controllare se sono stata chiara. Il problema è che a me sembrava di essere sempre  stata chiara, ma boh.
Con mia grande sorpresa invece sembra che abbia trovato la chiave magica.
Tre minuti dopo arriva la risposta.

Ah va bene allora tutto ok

Leggo il messaggio con vivo sbalordimento. Cioè, dopo avere insistito tre volte stabilisci che ti va bene fare con quel che ti ho dato? Che era quanto avevo già scritto nei precedenti tre prospetti che ti ho inviato?
Invero, il mondo delle segreterie di scuola è strano, e la quantità di scartoffie che ci vengono richieste è piuttosto ridondante. Ma non solo a scuola, in effetti.
Credo che sia qualcosa che noi italiani abbiamo nel sangue: suvvia, un altro moduletto dove ci fornisci di nuovo le stesse informazioni che ci hai dato già tre volte. Coraggio, ancora uno. Giuro che non te ne chiediamo altri, dopo. Almeno fino alla prossima volta.

Comunque, ho iniziato il Sabato mattina di umore piacevolmente fiammeggiante