| Oleg Federov (Ucraina) - Fanny Cats |
Nel cortile della scuola media di St. Mary Mead ci sono alcuni alberi. Cipressi, soprattutto, ma anche uno di quegli alberi sempreverdi a forma di vero albero, con robusti rami che si aprono tutto intorno al tronco. E un giorno Vercingetorige mi ha chiesto il permesso di provare a salirci.
Sono quasi sicura che è vietatissimo arrampicarsi sugli alberi per i ragazzi, ma l'argomento non è stato mai sfiorato nelle varie discussioni legate al regolamento, come del resto non è mai stato detto che è vietato salire sul tetto. E quello, in effetti, è proprio il classico albero su cui ci si può arrampicare senza rischio né difficoltà, se appena si ha una vaga idea di come ci si arrampica sugli alberi. Così, dopo breve meditazione, ho detto di sì. In quel momento, come quasi sempre nel corso della vicenda, la classe era sola in virtù degli intervalli scaglionati che tuttora imperversano.
Con mia grande sorpresa Vercingetorige non riesce ad arrampicarsi. Mi guardo bene dal dare consigli perché il mio curriculum di arrampicatrice di alberi si limita ad un paio di olivi molto bassi quando ero ancora bambina e insomma non è un argomento in cui mi senta in grado di dar lezioni a nessuno e azzardo solo un vago "Beh, magari puoi riprovarci più avanti" rallegrandomi per aver scansato il pericolo, fatto bella figura con poca spesa e soprattutto non essere finita davanti alla corte marziale a rispondere della mia sciagurata imprudenza.
Ma già il giorno dopo Vercingetorige torna alla carica "Credo di aver trovato un sistema per arrampicarmi. Posso provarci?".
Impossibile dire di no, a quel punto. E con pochi e rapidi movimenti, partendo da un altro punto, la breve arrampicata viene conclusa stavolta con successo. Gli passo la merenda che mi aveva chiesto di tenergli, e la mangia sull'albero.
Comprensibilmente, è molto soddisfatto di sé anche se cerca di non darlo troppo a vedere.
Quasi, dal mio punto di vista.
I compagni, che gironzolavano lì intorno senza dar l'aria di guardare, accorrono festosi. Lui scende, risale, gli fa vedere come si fa.
E tutti vogliono riprovarci.
Lo spettro della corte marziale incombe su di me. Dalle finestre occhi curiosi ci guardano con aperto interesse. Pochi minuti e sarò bollata come il disonore della scuola, radiata dall'albo e mandata in prigione.
Tutti salgono con successo.
Come dio vuole, finisce l'intervallo.
Rientrata in classe spiego "Vedete, Vercingetorige oggi ci ha ricordato una lezione molto importante: quando non si riesce subito a fare bene una cosa, a volte è solo perché sbagliamo il punto di partenza. Lui ci ha pensato, ha riprovato e ci è riuscito. Le cose non riescono sempre alla prima, ma non per questo ci si deve scoraggiare e rinunciare".
La classe ascolta interessata e tributa un piccolo applauso a Vercingetorige.
Con mia grande sorpresa nessuno dei colleghi mi rimprovera o rampogna. In effetti, nessuno mostra di essere al corrente di quanto è successo.
E tutti quegli occhi curiosi alle finestre? Nessuno dei ragazzi ha commentato ad alta voce?
Boh.
Il giorno dopo le ragazze vengono a chiedere di provare anche loro.
Come faccio a dire di no?
Del resto, sono anche più leggere.
Prima sale una, poi un'altra, una non ci riesce, le altre le danno consigli e alla fine ci riesce anche lei...
Di nuovo le finestre si popolano di occhi interessati.
Io però sono un po' meno terrorizzata. Ormai ci sono saliti quasi tutti, su quel benedetto albero, fosse permesso o meno dal regolamento. Posso almeno dimostrare con i fatti che la cosa non è poi così rischiosa. Magari non mi licenziano.
Il giorno dopo all'intervallo piove, e stiamo al chiuso.
Due giorni dopo non piove ma ha piovuto tutto il giorno precedente e tutta la notte.
Stavolta rispondo alla richiesta con un bel no "Il tronco è scivoloso e bagnato, secondo me non è una buona idea".
Passa qualche giorno e il tronco è di nuovo asciutto.
E Vercingetorige torna a chiedere il permesso di arrampicarsi.
"Ma sì, vai pure".
Nuova sorpresa: non ci riesce.
Ci rimango male.
"Ma secondo me l'altra volta non partivi da lì. Dovresti fare come hai fatto la settimana scorsa".
Gli altri danno consigli. Vercingetorige ci riprova con successo.
La classe intorno approva. Ma...
"Professoressa, non riesco a scendere".
"Ma certo che ci riesci, ci sei sempre riuscito!" ribatto indignata.
Ma no, ha paura.
Tutti danno consigli. I minuti passano.
A un certo punto comincio a prendere seriamente in considerazione il fatto che alla fine ci toccherà chiamare i pompieri. E già mi vedo a spiegare "No, non si tratta di un gatto, è un ragazzo di prima media".
I commenti dei pompieri cerco di non immaginarli, ma sospetto che dopo la Preside non verrà a farmi i complimenti per le mie innovative tecniche didattiche.
Come dio vuole, Vercingetorige alla fine scende. Ed è piuttosto scosso dall'avventura.
E questa è la fine della Saga dell'Albero. Nessuno ha chiesto più il permesso di salirci e dunque può darsi che alla fine il mio stato di servizio non subirà grossi danni e nessuno si sentirà moralmente obbligato a portarmi le arance in prigione.
Probabilmente questa storia reca in sé un insegnamento, ma davvero non saprei dire quale.
Due giorni dopo sono stata aspramente redarguita da una collega perché gli permettevo di giocare con una piccola palla morbida.
Che è permessa dal regolamento.
"Ma non è abbastanza morbida! E poi quando giocano urlano e disturbano le altre classi che fanno lezione!"
"Guarda che durante l'intervallo urlano sempre. E lo stesso vale per le altre classi".
"Ma facciamo che quando giocano a palla fanno più rumore? Se non giocassero a palla ne farebbero meno"
"No".

