Il mio blog preferito

martedì 1 febbraio 2022

Il morbo infuria, il pan non manca

La scuola media di St. Mary Mead affronta impavida l'assedio del perfido virus
Oggi ho deciso di affrontare per il mio blog un argomento fresco e nuovo, mai ancora trattato da alcuno riguardo alla scuola, ovvero la pandemia.
Nessuno è ancora riuscito a spiegarci se la variante Omicion sia più pericolosa delle precedenti o meno. Tuttavia, considerando che al momento abbiamo quattro volte i positivi raccattati durante le punte più aspre di questi due anni pur essendoci quasi tutti vaccinati insin nelle budella, sorge il sospetto che sia comunque un po' più contagiosa delle altre; e per quanto la piccola scuoletta di paese di St. Mary Mead abbia affrontato impavida tutte le tempeste, questa si sta rivelando molto più tempestosa delle altre - insomma, anche noi siamo sotto assedio.
In mezzo a cotanto tumulto, la Prima Sfigata, di cui ho l'onore e il piacere di essere coordinatrice, ha scelto una sua personalissima tecnica di resilienza che a modo suo si sta dimostrando efficace per consentirci un minimo di continuità didattica: i suoi positivi, per quanto sempre nuovi e numerosi, per i più vari motivi non contano mai.
Ha cominciato Teodora, che si è fatta positiva proprio sul finire delle vacanze di Natale. Ovviamente non contava, perché non era possibile che si fosse contagiata a scuola. E così alla prima ora del primo giorno di scuola dell'anno sono entrata in classe, ho fatto l'appello e mi sono collegata con lei. Non mi è sembrato un grande inizio, ma a conti fatti poteva andare assai peggio perché nella classe accanto alla mia qualcuno è arrivato, ha fatto due ore di scuola e poi è andato a casa perché stava male, non prima però di aver contagiato un paio di compagni - e così si sono fatti tutti la quarantena.
Poi c'è stata Cucciola, entrata in quarantena perché la sorellina era positiva. E tanto era positiva, la sorellina, che deve averla contagiata perché una settimana dopo è risultata positiva anche lei. Ma non contava, perché si era contagiata a casa.
Poco dopo è arrivato il momento di Dioniso, entrato pure lui in quarantena perché il fratellino eccetera. Svariati giorni dopo la famiglia manda a dire che il ragazzo non si era collegato quel giorno perché la notte aveva avuto trentanove di febbre. Ovviamente due giorni dopo è risultato positivo, ma pure lui non contava perché era a casa da qualche giorno.
Nel frattempo abbiamo avuto altre assenze, variamente motivate: Ulisse è stato ricoverato in ospedale, non per Covid bensì per appendicite, Bradamante si è presa una colossale influenza ma è stato provato al di là di ogni ragionevole dubbio che non si trattava di Covid e dunque è tornata a scuola... per due giorni, perché poi la madre è risultata positiva e adesso ci saluta ogni mattina dallo schermo di un computer. Naturalmente nemmeno lei conta, perché non è positiva bensì in quarantena cautelativa (e si annoia parecchio, dice).
Infine Gongolo. Lui si è sentito male Domenica, ha fatto il tampone a casa ed è risultato positivo. Venerdì invece stava benissimo, però non è venuto a scuola per fatti suoi - proprio lui che, in una classe che non siamo ancora riusciti ad avere al completo nemmeno per un giorno, ha collezionato due magre assenze in cinque mesi. E così nemmeno lui conta, perché nelle 48 ore precedenti ai sintomi non abbiamo avuto contatti con lui. 
Al momento ci colleghiamo con quattro alunni tutte le mattine, ma nessuno di loro conta. 
Stamani ho chiuso la lezione proclamando "Verrà il giorno in cui finiremo in DaD, ma non è stato oggi. Oggi noi abbiamo fatto scuola in presenza!" sentendomi molto Aragorn prima dell'assalto al Cancello Nero.

Tutto intorno a noi, occhi minacciosi e tamponi positivi ci guardano malevoli.
L'assedio infuria, ma quando cadremo potremo dire di essere caduti con onore (perché cadremo anche noi come tutti, non ho il minimo dubbio).

domenica 30 gennaio 2022

Dormire, forse sognare (cronache inquiete di un periodo inquieto)

Ogni insegnante in questi giorni vorrebbe essere così. E forse ogni essere umano, anche.

Il rientro dopo le vacanze di Natale è sempre un momento delicato, ci dicono. Soprattutto quando avviene di Lunedì. Soprattutto quando mancano tre settimane alla fine del quadrimestre. Soprattutto quando la pandemia imperversa per ogni dove. Soprattutto quando si hanno un sacco di colleghi in quarantena perché hanno il padre, i figli, il marito, l'amante o tutto il giro di parenti e congiunti al completo positivi e loro stessi medesimi sono positivi.
Soprattutto quando tutte queste invidiabili circostanze si presentano insieme, maravigliosamente intrecciate in un dedalo inestricabile.

In mezzo a tutte le circostanze soprelencate, del tutto imprevedibili e ingestibili a livello individuale anche dai docenti più previdenti e coscienziosi (perché il virus arriva come e quando gli pare, e per strano che sia non presenta preavvisi né manda prenotazioni, e del resto che si trattasse di un virus assai screanzato s'era già avuta contezza da millemila piccoli e grandi indizi) ve n'è una che, unica fra tutte, era prevedibile e prevista. Nascosta come una peonia tra le rose, è tuttavia facile da isolare.
La fine del quadrimestre.
Sì, proprio lei. 
Stavolta il Covid non c'entra: tutti gli anni in questo periodo* il quadrimestre finisce, e ci sono da fare le medie dei voti, i prescrutini e gli scrutini. E già anche in circostanze normali gran parte degli insegnanti ha ogni anno la precisa impressione che costoro, ovvero i prescrutini e gli scrutini, siano stati inventati due sere prima da qualche buontempone in vena di scherzi di pessimo gusto e se li sente piombare addosso come ladri nella notte.
Stavolta però davvero in tanti stiamo cascando dal pero con un fragoroso STUMP!.
E ci guardiamo indietro balbettando smarriti "Ma io non credevo... non sapevo... non pensavo... e accidenti a me, cosa ho fatto negli ultimi due mesi? Dove sono spariti i miei voti e le mie verifiche?".
Già, cosa abbiamo fatto negli ultimi due mesi?
Essenzialmente abbiamo cercato di sopravvivere, tutti.
E un giorno si arriva in classe e mancano metà alunni perché sono in quarantena con la febbre alta / a vaccinarsi / a fare il tampone / ammalati di qualcosa che non sia il Covid, e allora si rimanda la verifica. Il giorno dopo l'orario è ridotto perché mancano i colleghi, e guarda caso le nostre ore sono tra quelle eliminate. Due giorni dopo in quarantena, a sorpresa, siamo entrati noi e dunque di nuovo niente verifica. 
Nel frattempo non è stato possibile interrogare né Asdrubale, né Cornelia né tantomeno Scipione o Drusilla perché sono andati a fare il tampone e/o il vaccino, la scuola non aveva linea oppure il microfono non gli funzionava - e sì, saranno tutte scuse, ma chissà perché quando piove i ragazzi in DaD si scusano molto più spesso che nei giorni di bel tempo, e comunque la linea continua a saltare anche a noi. Magari nel centro di Milano l'interrogazione in rete viene bene, e ne siamo tutti contentissimi per chi insegna o studia lì, ma da noi in provincia interrogare in rete non è proprio il massimo anche se a volte non si può fare diversamente.

Col tempo e l'esperienza ogni insegnante impara ad affrontare con nonchalance i singoli inconvenienti - classe decimata per malattia, cambi di orario, laboratorio che quel giorno non si può usare, stampanti che han finito la cartuccia, colleghi malati all'improvviso da sostituire. Di solito però imprevisti e intralci, che pure sono pane quotidiano per ogni docente di qualsivoglia ordine, grado e materia, non si presentano a blocchi di dieci al giorno ogni giorno della settimana per settimane di fila.
Al termine della complicata mattina si arriva a casa con l'impressione di essere un panno appena centrifugato col programma normale anche se sul nostro cartellino c'è scritto che siamo indumenti delicati. Ci accasciamo in poltrona e mettiamo a scaldare il pranzo pensando "Adesso un piccolo riposino, poi si prepara tutto per domani e dopo si lavora su quei due pacchi di compiti che languiscono sul tavolo da quattro giorni. Una rapida cenetta e poi si comincia a lavorare sui giudizi, ché così arriviamo al prescrutinio ben preparati".
Nel migliore dei casi, il riposino qualche volta si riesce a farlo (purché non si abbiano figli in età scolare, e non perché i poverini vengano a disturbare con importune richieste di aiuto per i compiti o simili, quanto perché nelle loro chat è tutto un fiorire di allarmi e controallarmi su insegnanti in quarantena, compagni in quarantena, genitori parenti amici e amanti dei ragazzi in quarantena, laddove nei bei tempi andati si mandavano le foto porno e i vocali con la parodia dei loro insegnanti). 
Qualche volta si riesce anche a preparare il materiale per il giorno dopo, e talvolta perfino ad addentare qualche compito. Ma prima o poi entra in scena la chat di WhatsApp con tutto il suo carico di quarantene, vaccini, tamponi e malanni vari. Non avere WhatsApp in quei casi non è di nessun aiuto perché comunque tutto ciò si riverbera inevitabilmente sulla casella postale della piattaforma.
"Buonasera, siamo i genitori di Agilulfo. Purtroppo sua sorella è risultata positiva e siamo tutti in quarantena, inoltre Agilulfo ha la febbre e il mal di testa e da tutto il pomeriggio sta tossendo". "Buonasera, vi scrivo per avvisarvi che la prof. NorthSouth è risultata positiva al tampone in casa. Domani farà quello in farmacia, ma starà a casa e va sostituita. Murasaki, sei disponibile a fare due ore in più per sostituirla?" "Buongiorno prof, sono Amalasunta. Ho fatto il tampone e sono ancora positiva, quindi per altri dieci giorni devo stare a casa".
Eccetera eccetera.
La Preparazione dei Giudizi va a Ramengo, ridente città di mare, dove si spera prenderà il sole e si divertirà giocando a palla sulla spiaggia con le Preparazioni dei Giudizi delle altre classi, la correzione dei compiti è sospesa mentre l'insegnante, tra una mail e l'altra o tra una telefonata e l'altra si domanda "E che cavolo gli faccio, per altre due ore, a quei poveri ragazzi?" e ripesca la lezione sugli oceani prevista per la settimana seguente  e non ancora pronta perché "tantoc'ètempo".
E insomma, sono giorni complicati. E tutti siamo indietro per la chiusura del quadrimestre. 
Che, guarda caso, è domani.

Ci dicono che l'ondata sta passando. Un po' per volta. 
Ma intanto ci sentiamo tutti sotto assedio e meditiamo dolorosamente su quei due colpi di tosse che ci sono improvvisamente usciti dalla gola.

* di norma il 31 Gennaio. E tuttavia un anno, misteriosamente, finì il 28 Gennaio, e ce lo dissero quando già avevamo fatto medie e scrutini. Ma non ci spiegarono mai il perché, o almeno non ce lo spiegò il Preside che avevamo all'epoca.

martedì 25 gennaio 2022

Manuale del Perfetto Insegnante - Tecniche di sopravvivenza per Educazione Civica, ovvero Quando Ci Piace Vincere Facile

Non c'entra niente col post, ma è molto meglio della foto di un disastro ambientale! 
Cari colleghi,
siete stanchi&stressati, il carico di lavoro vi schiaccia, non riuscite a preparare in modo adeguato le vostre lezioni?
Ecco per voi una soluzione facile e molto pratica, che vi aiuterà per Geografia, Scienze, Tecnologia e in più vi fornirà qualche utilissimo voto per Educazione Civica, ché magari avete fatto un sacco di lezioni, magari sono pure state apprezzate, ma alla fine non avete in mano un voto che sia uno, perché siete stati tutto il tempo a discutere e approfondire ma niente interrogazioni vere.

Tutto iniziò in un grigio pomeriggio autunnale, mentre riflettevo sull'opportunità di preparare un approfondimento per la Terza sul disastro di Fukushima - e anche qualcosa sulle isole di plastica, visto che stavo per affrontare il tema degli Oceani.
Mentre vagavo pigramente per la rete mi accorsi che tutto quel che sapevo sulle isole di plastica negli oceani me lo avevano raccontato i miei alunni anno dopo anno - ed erano sempre assai documentati sulla questione, che ai loro occhi è di estremo interesse.
Io, lo confesso, delle isole di plastica nell'oceano un po' me ne frego. Certo, mi rendo conto che non è una bella cosa il fatto che ci siano, però non ci perdo il sonno. Loro invece...
Improvvisamente venni assalita da una Grande Illuminazione: visto che i ragazzi van matti per le questioni ambientali, perché non farle raccontare a loro?
In questo modo univo molti vantaggi:
1) Il mio lavoro si sarebbe limitato a scegliere da un vasto assortimento i disastri ambientali più appetibili e palatabili al giovane pubblico.
2) Il suono della mia voce, tanto bella quanto armoniosa* avrebbe riecheggiato un po' meno nell'aula. Un po' di varietà sonora, finalmente!
3) In Terza c'è l'esame, quindi lavorare su qualche piccola presentazione gli fa solo bene (e infatti gliene ho fatte fare diverse). Anche fare un po' di esercizio di esposizione in pubblico. Ancor più, un po' di esercizio di ricerca di materiale. Tra l'altro sulla ricerca autonoma del materiale in rete ci lavoriamo sin dall'inizio della pandemia, con risultati molto più lusinghieri di quelli conseguiti dalla Seconda Capricciosa, e assai maggior partecipazione emotiva da parte loro, che sono una classe normale con reazioni normali.
4) Non c'era da fare nessun controllo sulla reperibilità di materiale attendibile in italiano: ce n'era senz'altro da dare e da serbare e tutti i siti delle associazioni internazionali ecologiche ne fornivano a bizzeffe
5) Venti disastri diventava un po' stressante, forse; meglio dieci, da fare a coppie, col vantaggio supplementare di abituarli un po' a lavorare insieme - perché, siamo sinceri, in questi due anni lavoro di gruppo se n'è fatto pochino.

Dieci disastri dotati di un certo appeal si trovavano con uno schiocco di dita.
In un paio d'ore scarse di lavoro ho selezionato dieci Grandi Disastri causati dall'Intervento Umano sapientemente distribuiti su tutti i continenti extraeuropei: sbiancamento della barriera corallina in Australia, scioglimento dei poli, deforestazione nell'Amazzonia, Bhopal in India, isole di plastica nell'oceano, desertificazione del Sahel eccetera. E visto che il dibattito sull'utilizzo del nucleare sta riaffiorando ho messo anche Chernobyl (la Russia la faccio sempre in Terza, appunto per consentire a chi vuole di portarla all'esame e quest'anno, visto che eravamo rimasti indietro, si è aggiunto un rapidissimo sorvolo anche su Ucraina e Bielorussia)... 
Disastri ambientali, disastri ambientali ovunque.
Un altro quarto d'ora per preparare le coppie e assegnare gli argomenti.
"Siccome ci vorrà qualche lezione per esporre tutta questa roba, in questo modo nelle due settimane prima di Natale, quando tutti vi fanno fare mucchi e pacchi di verifiche scritte non dovrete lavorare per Geografia" ho spiegato con l'aria di chi porta in tavola un vino particolarmente pregiato.
Non ci sono state critiche né lamentele, e tutti han lavorato come castori. 

I risultati sono stati ottimi: per cinque lezioni mi sono limitata a piazzarmi lontano dalla LIM ed ascoltare e guardare pregevoli ricerche, regolarmente corredate, oltre che da foto impressionanti, anche da altrettanto impressionanti grafici e previsioni per il futuro, proiezioni economiche inquietanti eccetera, e ho imparato un sacco di cose - non necessariamente piacevoli da ascoltare, ma comunque interessanti. Dopo tutto, la vita non è solo un letto di rose.
Qualche volta sono anche intervenuta, con alcuni disastri che conoscevo meglio o che hanno origini più antiche e di cui ho narrato come sono stati vissuti dall'attenzione pubblica negli scorsi decenni. Ho anche fatto un accorato discorso sull'energia nucleare** con un ricco amarcord dei tempi di Chernobyl e successivi referendum.
Alla fine dell'ultima lezione, quella sulla foresta amazzonica, ho osservato blandamente "Direi che ho fatto un affare: ho imparato un sacco di cose, mi sono riposata e voi alla fine non vi siete annoiati più del solito a preparare queste cose".
Hanno ammesso senza remore che non si erano affatto annoiati.
E niente, a volte non c'è motivo di complicarsi la vita.

* è un complimento che mi è stato fatto più volte, anche da persone che non dovevano chiedermi favori né prestiti o altro.
** né pro né contro. Mi sono limitata a spiegare che sul nucleare tutti abbiamo la verità in tasca ma si tratta di un argomento decisamente complesso e quindi li ho esortati, prima di intascare la loro verità personale, di provare a informarsi con cura e da fonti attendibili, partendo dal concetto che non era un argomento facile da spiegare né da comprendere, anche per gli addetti ai lavori.

venerdì 21 gennaio 2022

La bandiera greca e lo scudo di Achille, ovvero annotazioni storiche non sempre molto attendibili (post tanto erudito quanto insulso)


Purtroppo non ho la minima idea di chi abbia fatto questo bel disegno, né quando né come

Terminata con la Seconda Capricciosa la regione balcanica, comprese Grecia e Macedonia del Nord, ho assegnato un compitino sulle bandiere dei sette stati della ex-Jugoslavia e della Grecia, alla quale la Macedonia del Nord è variamente collegata per motivi storici. C'erano delle coppie di stati tra cui scegliere e in molti hanno scelto appunto l'accoppiata Grecia-Macedonia del Nord.
Niente di imprevisto emerge sulla bandiera della Macedonia del Nord: lo stato è nato nel 1992 dopo una scissione abbastanza pacifica, la bandiera è stata ufficialmente adottata nel 1995 e c'è anche una storia interessante sul numero dei raggi del sole rosso che raffigura. Quando siamo arrivati alla Grecia però la questione si è rivelata molto più variegata.
Il mondo delle bandiere è complicato di per sé, e capita spesso di vedere spiegazioni diversissime sul significato di colori e simboli anche per bandiere relativamente recenti - ad esempio per la ruota al centro della bandiera indiana ci sono non meno di tre interpretazioni diverse che convivono, almeno loro, abbastanza pacificamente e non si escludono a vicenda.

Anche la bandiera greca offre non meno di due interpretazioni per ogni suo elemento, fatta salva la croce in alto a sinistra che indica la chiesa ortodossa, che ai tempi della dominazione musulmana gestiva scuole clandestine di greco permettendo così di mantenere il tutt'altro che insignificante patrimonio linguistico&culturale della tradizione greca.


Le righe azzurre indicano, a scelta, il cielo azzurro della Grecia o il mare, e non c'è dubbio che da quelle parti entrambi sono decisamente di un azzurro carico. Le righe bianche si collegano alla spuma del mare, alle candide nuvole o anche alla purezza dell'anima greca.
Le nove righe sono nove perché nove sono le sillabe del motto "Libertà o morte", oppure nove sono le lettere della parola greca che sta per "Libertà", ma forse c'è anche un riferimento alle nove Muse.
Fin qui, tutto regolare o quasi. Il problema arriva con la data di nascita della bandiera in questione - che di solito è uno dei pochi dati sicuri di una bandiera.
Stilicone mi spiega che la bandiera è nata nel 1992. Resto un po' perplessa perché mi sembra un po' troppo recente; ma forse è andata come per l'inno d'Italia, diventato ufficiale solo pochi anni fa dopo un periodo di adozione provvisoria durato più di settant'anni?
Ma subito dopo Teodora spiega compunta che è nata invece nel 1974 e Eudossia che è nata nel 1978. La cosa risalta in modo particolare perché i tre sono stati chiamati a fila. Per fortuna un rapido sondaggio tra i molti che han portato la bandiera greca non porta alla luce una quarta data. 
Io però sono piuttosto perplessa: d'accordo, la scelta delle fonti. Ma confesso che, davanti alla data di nascita di una bandiera nemmeno a me sarebbe venuto in mente di cercare una seconda fonte per la conferma, in quanto mi sembra uno di quei dati che si trascinano intatti anche nelle fonti più scalcagnate.
Ancor più perplessa però resto davanti alla notizia che i colori bianco e blu derivano dai colori dello scudo di Achille, poi usati pure da Alessandro Magno.
Che Achille venga preso a modello come eroe storico della Grecia ci può anche stare, e il piccolo dettaglio che dell'unità e indipendenza della Grecia non risulti minimamente essergliene mai fregata una benemerita minchia non è poi molto rilevante, visto che buona parte degli eroi nazionali hanno tratti marcatamente leggendari, a partire dal Balilla citato nel nostro inno nazionale.
Ma lo scudo bianco e azzurro?
Per lo scudo di Achille, in teoria, dovrebbe far fede Omero, che racconta nel dettaglio come nasce il suddetto scudo e l'infinita infinità di roba che ci è rappresentata sopra da Efesto che in esso fece molti ornamenti con i suoi sapienti pensieri; ma  di colori non si parla affatto se non per indicare quelli dei metalli che lo compongono: bronzo, stagno, oro e argento. E a ben guardare, anche se è noto che ai greci classici piacevano i colori accesi, non ricordo un solo brano si letteratura dove si parli di smalti colorati su metallo.
Esprimo le mie perplessità in merito ad una classe che ha chiaramente scritto negli occhi "A noi che ce ne frega? Già siamo andati a cercarci indicazioni sulle stupide bandiere che ci hai chiesto, sul serio ti aspettavi che ci facessimo delle gran domande sull'attendibilità dei dati?". E del resto una delle insolite caratteristiche di quella classe, secondo me, è proprio che manca di ogni tipo di curiosità e non ti fanno mai una domanda assurda nemmen per sbaglio. Chiaramente han messo sul motore di ricerca "bandiera greca" e han pescato la prima pagina che gli è cascata sotto gli occhi copiando distrattamente quel che c'era dentro - e purtroppo per alcuni non si è trattato della sezione Wikipedia sulle bandiere, che per quanto ne so è molto ben fatta. Ma, a dire il vero i primi siti sono delle robe piuttosto rispettabili e per trovare la storia dei colori di Achille, poi usati anche da Alessandro Magno, si deve andare su Travel Diary 19 - un sito probabilmente ricco di preziose informazioni turistiche ma che non mostra vistose pretese di accuratezza storico-filologica, a partire dal nome che si è dato.
Da dove salta fuori allora la storia dello scudo di Achille bianco e azzurro?
L'unico accenno che sono riuscita a trovare in rete riguarda il tentativo di dare una continuità da lontano alla coppia di colori bianco&azzurro, fatto comunque in epoca piuttosto recente:
"Molti studiosi greci hanno cercato di stabilire una continuità sull’utilizzo e sul significato dei colori blu e bianco, nel corso della storia grecaGli usi conosciuti includono un pattern bianco e blu sullo scudo di Achille, il collegamento con i colori della dea Atena, le bandiere dell’esercito di Alessandro Magno e presumibilmente bandiere bianche e blu usate durante il periodo bizantino, stemmi delle dinastie imperiali e delle famiglie nobili, uniformi e ovviamente anche altri utilizzi durante la dominazione ottomana." 

E tutto ciò mi è sembrato davvero interessante, perché il fenomeno della storia che viene continuamente ricreata mi ha sempre affascinato moltissimo.

Triste a dirsi, di tutto questo mi sono ben guardata dal parlare in classe perché sono sicura che nessuno di loro sarebbe stato interessato alla questione.
Ho invece avuto cura di precisare che la bandiera greca è diventata ufficiale nel 1978, dopo essere stata elaborata alla fine della dittatura dei colonnelli (nel 1974) sulla base di bandiere precedenti. Anche di questo non gli importava né tanto né poco, ma mi è sembrato il caso di precisarlo, insieme a una inutilissima ma doverosa esortazione a controllare meglio i dati.
Mettiamola così: io ho imparato un sacco di cose sulla bandiera greca e gli strani modi di ricostruirsi l'identità nazionale e mi sono pure riletta un bel brano di Omero, ma è stata una di quelle divagazioni erudite che non ha avuto alcuna ricaduta sull'insegnamento in classe - contrariamente a quel che succede di solito,  stante che questi dettagli ottengono di solito un gran successo e non di rado vengono ricordati anche ad anni di distanza.

domenica 9 gennaio 2022

Quarantena non bussa, lei entra sicura

 

Il presente anno scolastico si va sempre più configurando come una prova di carattere degna dei più perfidi cartoni animati giapponesi degli anni 70 - ma sotto certi aspetti anche un raffronto con i 300 di Sparta non ci starebbe male, e il fatto che la filiera dei tamponi in Toscana sia andata in tilt per sovraccarico non rende le cose più semplici.
Tamponi, tamponi ovunque, e procurarsene uno è un serio affare; averne il risultato, poi, peggio che mai.
Buona parte delle nostre classi ripartono con la cosiddetta didattica mista perché durante le vacanze in tanti si sono infettati, loro e le famiglie (oppure loro sì ma le famiglie no, o anche le famiglie sì ma loro no. Abbiamo il ventaglio completo di tutta la casistica dabile), nel senso che alle otto e cinque, salutati i presenti, apriremo il computer, compileremo il registro e poi inviteremo chi sta a casa a barbificarsi a farlo insieme a noi, che almeno gli teniamo un po' di compagnia.

Apriremo a scartamento ridotto, quattro ore invece di sei - perché, per quanto gli insegnanti di St. Mary Mead si distinguano per il loro esemplare senso del dovere e la dedizione alla causa, nessuno è capace di fare più di un'ora per volta. Con l'orario di quattro ore invece ci arrangiamo e riusciamo a colmare il gran vuoto che i tamponi hanno scavato nel nostro organico e pure tra i custodi*.
Qualcuno prevede che dovremo comunque cedere le armi dopo aver tentato di batterci con valore, e a breve ci chiuderanno. 
Qualcuno si augura che la fiammata delle feste, con tutti i suoi assembramenti, si smorzi per riportarci infine a numeri un po' più tollerabili. 
Qualcuno non esprime alcun parere e si comporta con quieta normalità senza concessione alcuna alla stranezza delle circostanze. 
Qualcuno cita Seneca: "Disprezza la pandemia: o finirà lei, o finirai tu" (Seneca lo scrisse riguardo al dolore, ma il concetto resta quello). 
Qualcuno scrive complicatissime circolari che partono sempre da Adamo tra i pruni per ripercorrere la storia dell'universo e infine dare qualche direttiva fumosa.
Qualcuno pensa che il primo requisito che andrebbe cercato  in un Dirigente Scolastico nei concorsi dovrebbe essere la capacità di sintesi, perché con tutto quel che c'è da fare in questi giorni dover fare pure l'esegesi della circolare dà sui nervi, ammettiamolo.
Vada come vada, domani si riparte.
In God We Trust.

* no, non ci siamo ancora ritrovati a pulire i pavimenti, ma temo sia solo una questione di tempo visto che sanificare si può, ma soprattutto sanificare si deve.

mercoledì 5 gennaio 2022

Un supplemento di auguri serve sempre

 

Per molti la notte più magica delle feste è questa.
Per certe scuole, poi, c'è un piccolo bonus di feste che ci aspetta, ancor più gradito del solito considerate le circostanze.
Auguri a tutti!

sabato 1 gennaio 2022

Buon 2022 a tutti!


 Sarà un anno zuccherino, dolce e pieno di regali?
(N.B. ho scritto REGALI, non "sorprese")
Chissà.
Comunque un gatto di buon augurio va sempre bene, e con i numeri in biscotto va ancora meglio.
Auguri a tutti!

venerdì 31 dicembre 2021

Nell'ultima sera dell'anno...


 ...si posso fare talvolta incontri insoliti ma piacevoli.
Auguri per la Notte del Passaggio
che poi domani si vedrà

Frate Leone pecora d'Iddio, parte terza

Anne Mortimer - Christmas Visitor
In una radiosa e splendente mattinata di fine anno, cosa di meglio di una bella puntata in un centro vaccinale per la tanto attesa terza dose?
Qualche considerazione comunque si impone.
La prima è che, se non trovo modo di farne una rubrica fissa come, ad esempio, Il vero Insegnante non teme il Ridicolo, non ha molto senso continuare con queste comunicazioni. Tanto per cominciare, vaccinarmi ha perso ogni tratto di originalità: sono insegnante, ergo devo vaccinarmi, così come ogni anno devo scrivere una programmazione per ogni materia di ogni classe, due volte all'anno devo fare gli scrutini alle classi in questione e ogni mese ricevo una busta paga. 
Si parla di farne un appuntamento fisso semestrale o quadrimestrale, quindi almeno per qualche anno tutto ciò farà parte della consueta routine del mio lavoro.

La seconda considerazione è che la macchina organizzativa sta perdendo colpi. Abbiamo un tot di gente che sta facendo la prima dose, un altro tot di gente che sta facendo la seconda e in più ci siamo noi della terza. A questo punto sarebbe interessante capire perché i punti di vaccinazione sono diminuiti e a Lungacque non ce n'è più nessuno.
D'accordo, non siamo una metropoli, ma abbiamo pur sempre 20.000 abitanti e una stazione ferroviaria con biglietteria, oltre ad essere lo snodo di diverse linee. Qualcosina potevano lasciarcelo. E qualcosina in più potevano lasciarla anche a Firenze e comuni limitrofi.

Terzo punto: il morbus italicus del Dato Inutile, che alle prime due dosi sembrava debellato, torna a colpire. C'è una sorta di diavoletto burocratico che ogni anno e per ogni pratica suggerisce "Fagli inserire un nuovo dato". Per accedere al portale delle prenotazioni, per esempio, mi chiedono in più, rispetto alle prime volte, il numero della tessera sanitaria  e di dichiarare che mi vaccino di mia spontanea volontà e sono consapevole dei rischi che corro. Il tutto per accedere alla disponibilità della prenotazione. Magari potresti chiedermelo quando prenoto. Oppure potresti non chiedermelo affatto, visto che poi mi fai compilare un lungo modulo in proposito (dove devo scrivere, di nuovo,  il lunghissimo numero della tessera sanitaria. A che pro, visto che me la farai tirare fuori tre volte? Alla terza volta, a mia domanda, mi spiegano che è per "sparare" il codice fiscale e farmi avere a casa il Green Pass. Ma non è chiaro a cosa è servito controllarla due volte in precedenza, e farmi scrivere il numero sul modulo).
Inoltre, stando alle istruzioni, avrei dovuto venire con ben due moduli compilati di tutto punto, ma nessuno mi chiede, nemmeno pro-forma, se li ho portati, e me li fanno riempire sul momento.
Ha un senso che me li facciano riempire lì, ma stando alle istruzioni avrei dovuto stamparli e compilarli a casa. Invece tutti danno per scontato che non l'abbia fatto. Allora, perché mi ricordano che devo farlo?
(D'altra parte lavoro in una scuola dove nel modello dei PDP per dislessici chiedono di indicare se la famiglia è "regolare" (qualsiasi cosa sia una famiglia regolare"), adottiva o affidataria. Naturalmente mi sono sempre ben guardata dal compilare quelle caselline, e nessuno ha mai protestato per questa mia voluta dimenticanza ma la perplessitudine rimane: essere adottati potrà forse innescare particolari questioni psicologiche, ma con la dislessia c'entra quanto il numero di coperti che tieni nel servito buono o una qualsivoglia altra cosa che non c'entra niente).

In questa immensità di dubbi s'annega il pensier mio, per cui lascio spazio anche al signor Covid, qui in una sua esternazione:

sabato 25 dicembre 2021

Diario di Natale - 24 - Natale 2021



 Auguri a tutti per un Natale il più possibile 
dolcioso, riposante, festoso.

E tranquillo. 
Quest'anno lo vogliamo soprattutto tranquillo.

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venerdì 24 dicembre 2021

Diario di Natale - 23 - Notte di Natale 2021

 


La notte più magica dell'anno ci aspetta, col suo carico di regali e di speranze.

Auguri a tutti, e ricordiamo di lasciare fieno per le renne e panna e biscotti per Babbo Natale perché chi lavora in tempo di feste ha diritto a un piccolo bonus e ai nostri sinceri ringraziamenti.

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Diario di Natale - 22 - Il caso del dolce di Natale - Agatha Christie (Venerdì del Libro)

Il libro che vado a presentare oggi fa parte di una piccola antologia di racconti di Agatha Christie  curata dalla stessa autrice, che azzarda una ardita metafora tra la raccolta dei racconti e un gustoso pranzo, paragonando nell'introduzione  i vari racconti con le portate che compongono il pranzo.
Sono tutti racconti molto validi ma qui parlerò soltanto del primo, anche perché è l'unico che ha a che fare col Natale.
Con questo nuovo titolo - che è la fedele traduzione dell'originale The adventure of the Christmas pudding - la storia si presenta come incentrata su un dolce di Natale. Col titolo che gli era stato dato in precedenza, ovvero Il rubino si presentava legata soprattutto a un rubino. Entrambe le cose sono vere, e dunque partiamo dal rubino.
Si tratta di una grossa e preziosissima pietra rossa (che, al contrario di quel che avviene col carbonchio azzurro di Sherlock Holmes, è proprio il tradizionale colore dei rubini. Niente effetti speciali, per quel che riguarda l'aspetto cromatico).
Non una pietra comune, naturalmente. Prima di tutto è enorme, talmente enorme che quando entra in scena viene scambiata per un pezzo di vetro da bigiotteria. Niente a che vedere con i normali rubini che un professionista benestante e affettuoso regala alla moglie per festeggiare un anniversario o la nascita di un figlio. Questo è un rubino enorme, antichissimo, di inenarrabile purezza e perfezione, carico di valore religioso ma anche di incalcolabile valore storico, culturale e nazionalista - ovvero la tipica pietra che orna la tipica divinità indiana nei romanzi esotici, anche se non si entra nei dettagli. Una roba à la Salgari, insomma.
Questa gemma dall'incalcolabile valore è stata rubata al legittimo proprietario, ovvero l'erede di un principato dinastico dell'India. Perché il racconto è stato scritto nel 1960, quando l'attuale Repubblica Federale Indiana non era più una colonia inglese ma alcuni degli stati che la componevano erano ancora guidati dalle famiglie dei maragià e insomma in alcune delle sue zone potevano ancora, magari, forse, con un po' di buona volontà, esserci problemi dinastici.
La storia della gemma di inestimabile valore il cui furto potrebbe scatenare disastri e conflitti  ha un delizioso sapore vintage, ma in verità tutto il racconto punta sul vintage: un vintage divertito, ironico ma anche molto accattivante, con una   continua rievocazione dei bei tempi andati e del Natale tradizionale inglese, ma guardato come in cartolina. La scena iniziale mostra al lettore il solito Alto Diplomatico che chiede l'aiuto di Poirot per ritrovare la gemma e scongiurare così Gravi Implicazioni a livello internazionale, e per convincere l'investigatore, che ormai si è ufficialmente ritirato dal lavoro, evoca la prospettiva di passare un Autentico Natale Inglese, di quelli tradizionali, che tra poco scompariranno perché ahimé, le giovani generazioni non ne avvertono più il fascino (cosa in realtà non vera, come scoprirà il lettore), mentre il povero Poirot, assolutamente inorridito all'idea di un Natale Inglese Tradizionale passato in una Villa Inglese Tradizionale piena di tradizionalissimi spifferi e di correnti gelide, cerca di spaniarsi in tutti i modi e cede solo quando gli viene assicurato che nella Villa Inglese Tradizionale c'è un niente affatto tradizionale impianto di riscaldamento centralizzato e una totale e per nulla tradizionale mancanza di correnti gelide.

Ma veniamo al secondo pilastro del racconto, quello che in italiano è tradotto con un generico "dolce di Natale". Si tratta nientemeno che di un pudding, ovvero una roba che non ha assolutamente un equivalente italiano e che ci si arrangia a tradurre con dolce o budino ma non è quello che in Italia intendiamo come "dolce" o "torta" e non ha niente a che vedere col nostro budino. Eccola qui in foto:
Non mi attenterò a spiegare cos'è in realtà un pudding perché non lo so e non ne ho (purtroppo) mai mangiati. Proverò invece a descrivere cos'è un pudding di Natale - ovvero una bestia che sfugge alla nostra italica comprensione.
Intanto avviso che, dopo aver scorso un po' di ricette ho deciso di prendere come punto di riferimento quella di Buonissimo perché mi è sembrata la meno addomesticata tra quelle che ho visto ed è l'unica che ammette francamente che si tratta di una roba ardua da confezionare e parla di difficoltà "alta". Certo, una brava cuoca inglese lo troverà meno complicato di quel che sembra a una toscana abituata a cucinare secondo la Ricetta Base della nostra regione che recita più o meno "Prendi pochi ingredienti di eccellente qualità, manipolali il meno possibile ma con cura e servi in tavola".
Per chi vuole un'altra ricetta aggiungo il rimando al blog di Mani di pasta frolla, che sta dedicandosi a una rassegna di ricette di Natale molto tradizionali (e perciò abbastanza sconosciute) in associazione con Una penna spuntata che al mitico pudding e alle tradizioni collegate dedica un bel post.
Ma torniamo al nostro budino di Natale e guardiamo gli ingredienti.
Alcuni sono assolutamente alla nostra portata: mele Golden, limone e cedro, uova, burro,  canditi, uvetta, uvetta di Corinto, mandorle, confettura di albicocca (o zucchero di canna e melassa, in altre versioni) panna fresca, sale. Cannella e noce moscata nei dolci si usano talvolta, così come brandy e rum (esiste addirittura in commercio una roba che spacciano per "rum da cucina" e che costa pochi spiccioli, ma personalmente userei qualcosa di un pochino più blasonato). Poi ci vuole un litro di birra Stout, e qui si comincia a dirazzare parecchio dalle tradizioni nostrane. Per la cronaca, la Stout è un particolare ramo delle birre scure e non mi attento a dire di più - ad ogni modo dubito che afferrare la prima lattina di birra che trovi al supermercato sia una buona idea.
La mollica di pane, a quanto ho capito, è la mollica del pane inglese che è una roba molto più briosciata del nostro filoncino. Infine è necessaria una bella dose di grasso di rognone - una roba abbastanza consueta per un inglese che i rognoni li mangia anche a colazione (letteralmente) ma che da noi va chiesta al macellaio come un favore personale. Come alternativa però alcuni suggeriscono di usare lo strutto - che però, a quanto so, è grasso di maiale e non di manzo e quindi proprio identico al grasso di rognone bovino non dovrebbe essere.
Gli ingredienti vanno poi mescolati con cura. Durante la complessa opera di mescola è tradizione che gli ospiti invitati per Natale scendano in cucina e diano una girata all'impasto esprimendo un desidero. Altro uso è mettere nell'impasto una moneta d'argento e talvolta altri piccoli oggetti o monete (immagino sia una tradizione assai apprezzata dai dentisti) e chi li trova avrà vari gradi di fortuna nell'anno a venire.
L'impasto viene poi lasciato a riposare tutta la notte e il giorno dopo va cotto a bagnomaria per cinque ore. Seguono decorazioni a piacere e, prima di servirlo, una generosa passata di liquore per portarlo poi in tavola fiammeggiante.
Piccolo particolare: il dolce si può preparare con largo anticipo perché si conserva per un mese. In realtà molti suggeriscono di farlo appunto diversi giorni prima perché decanti e si insaporisca a dovere; dà comunque l'idea di uno di quei piatti con cui puoi sostentare una città sotto assedio per un mese (nel caso che qualcuno si stesse domandando perché mi sono incaponita su questa ricetta: sì, il tutto è strettamente collegato al racconto).

Agatha Christe, come molti scrittori di gialli, ha imbastito diverse vicende collegate al Natale e uno dei suoi romanzi più famosi è appunto Il Natale di Poirot, dove si narra di un classico omicidio di Natale. Tuttavia di natalizio in quel romanzo c'è poco, anche come messinscena e tradizioni. L'avventura del dolce di Natale invece è quasi un trattato sul Natale, senza contare che la storia è decisamente meno drammatica, e dunque mi è sembrato un buon modo per chiudere il mio Diario di Natale, cui ormai mancano soltanto i post con gli auguri (uno per la Notte di Natale e uno per Natale, com'è mia personale tradizione).

Sempre in tema Blogmas desidero ringraziare Simona e tutti gli altri partecipanti per questa bella iniziativa cui ho aderito a modo mio, ma anche due blogger del mio giro che per questo Natale da un mese circa si stanno concentrando sulla stagione delle Feste: Una penna spuntata che ci presenta una rassegna molto interessante e storicamente ben curata di tradizioni di Natale nelle varie epoche legate soprattutto alla storia inglese, e Cinecivetta che, con un viaggio nel tempo, ripercorre i giorni di Natale negli anni 70 fermandosi ogni giorno in un anno diverso di quello che secondo me è stato il decennio più importante della storia italiana per quel che riguarda il costume.
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giovedì 23 dicembre 2021

Diario di Natale - 21 - Natale all'ospedale (tratto da una storia vera)

No, questo non è un reparto dell'Ospedale di Careggi. Tuttavia l'albero, per quanto più piccolo, era addobbato in modo abbastanza simile.

C'è stato un anno, durante la mia malattia, in cui ho passato tutte le feste  all'ospedale: mi ricoverarono "per accertamenti" agli inizi di Dicembre, ma per quanto accertassero con tutte le loro forze, non riuscivano a capire perché ero così malandata e continuassi a dimagrire e indebolirmi nonostante tutte le flebo nutrienti che mi davano (e che contenevano tra l'altro, così giuravano i medici, bistecche e ananas). 
Accerta che ti accerto, e nonostante mi avessero giurato il contrario, arrivò Natale e poi Capodanno e pure l'Epifania senza che nessuno riuscisse a venire a capo del mio misterioso caso fin verso metà Gennaio, quando ormai le feste erano definitivamente concluse. Tre settimane dopo, nuovamente operata e pazientemente ricucita, tornavo a casa ormi in netta ripresa e capace di badare a me stessa, alle gatte e, con qualche iniziale aiutino, anche alla casa.
Mentre stavo all'ospedale invece ero un povero ectoplasma che mangiava malvolentieri, faticava seriamente a reggersi in piedi  e come attività principale aveva quella di dormire e navigare o leggere sul tablet - perché anche maneggiare un libro di media taglia era un po' problematico.
Feste o non feste, l'Ospedale di Careggi lavorava a pieno ritmo. Mi è rimasta impressa una lunghissima risonanza magnetica prima della quale si informarono se ero incinta.
"No, sono in menopausa da un anno" spiegai.
"Un anno non ci basta, ce ne vogliono almeno due. Deve firmarci una dichiarazione dove garantisce che non è incinta".
"Va bene, vi firmo la dichiarazione"; in quelle condizioni, non ero certamente stata in grado, negli ultimi due mesi, di fare assolutamente nulla che avrebbe potuto fare di me una futura madre, e quand'anche ci fossi riuscita era del tutto improbabile che il mio stremato organismo fosse in grado di far attecchire dentro di me una nuova vita, stante che già era tanto se riuscivo a tenermi stretta la mia.
Ma mentre compilavo il modulo rimasi colpita dalla data, che era il 24 Dicembre.
Tale data stava a significare due cose. La prima era, appunto, che anche a Natale  le analisi proseguivano regolarmente (la mia era stata programmata due giorni prima e  non era considerata una emergenza); la seconda era che i responsabili di Careggi, in quei giorni, preferivano per prudenza non dare niente per scontato sulle gravidanze delle loro pazienti, stante che si festeggiava appunto il parto di una signora che, a quel che ci assicura la tradizione, esattamente come me non aveva fatto niente che potesse ragionevolmente condurre ad un concepimento. 
Mentre firmavo, in cuor mio ridevo come una pazza.

Intorno al 20 Dicembre mi ritrovai nel letto vicino una ragazzina, o meglio una di quelle donne che a trent'anni sono come a quindici. E infatti la poverina aveva un malessere adolescenziale, ovvero l'appendicite. Come me insegnava alle medie, e faceva inglese. Quando vennero a trovarmi le mie colleghe di Lettere e Matematica e le sue di Arte e Spagnolo meditammo seriamente di imbastire un Consiglio di Classe all'impronta.
Parlavamo di scuola, o meglio ne parlava soprattutto lei, deprecando di non essere riuscita ad aspettare la fine delle lezioni per farsi ricoverare - ci aveva anche provato, ma alla fine il medico era riuscito a farla ragionare. A me poteva dirlo, perché la capivo perfettamente, mentre parenti, amici e fidanzato non riuscivano proprio ad appassionarsi al Gran Problema di non essere riuscita a fare l'ultima verifica prima delle vacanze.
Venne operata d'urgenza e riuscì a tornare a casa per festeggiare Natale, anche se senza pandoro farcito di crema pasticcera; i medici però le assicurarono che per Capodanno avrebbe potuto mangiarlo tranquillamente.
Le chiesi qual era la sua canzone di Natale preferita per fargliela ascoltare sul tablet, e lei mi indicò Mary, Did You Know? dei Pentatonix, che non avevo mai sentito ma che è molto famosa:
e siccome mi piacque molto ce l'ascoltammo tre volte.

In quelle patetiche condizioni ero completamente in balìa di OSS e infermieri; tuttavia mi era stato consigliato di cercare di camminare un po' (purché bardata con guanti, camicione di carta e mascherine perché ero assolutamente alla mercé del primo germe che passava di lì, e il fatto che ne passassero ben pochi non era sufficiente a salvaguardarmi perché le mie difese immunitarie viaggiavano intorno allo zero assoluto); dunque due-tre volte al giorno zampettavo eroicamente facendo il giro del reparto e strascicandomi nel corridoio che portava a una sala comune, dove di solito mi fermavo per una pausa corroborante dopo tanta fatica. Quando poi mi sentivo particolarmente in forma mi affacciavo anche al reparto contiguo per qualche metro. A tanto sforzo mi spingeva il desiderio di vedere entrambi gli alberi di Natale apprestati nella reception dei due reparti, e le varie decorazioni che allietavano i corridoi - e che erano molto ben fatte. In particolare ricordo l'albero di Gastroenterologia, addobbato in toni verdescuro-oro con eccellente gusto, e le palline appese a lucenti nastri dorati nel corridoio di ginecologia.
Infermieri e OSS, di loro spontanea volontà, nei giorni di festa portavano berretti di Natale di vario tipo (da lì viene il mio grande amore per quell'accessorio) e la mattina, arrivando prima col carrello delle analisi (io venivo regolarmente sforata due volte al giorno, e trovarmi le vene era sempre una vera impresa), poi col carrello per lavarci e infine con quello della colazione da dove attingevo il mio amato yogurt bianco, ché quello alla frutta era troppo dolce al mio stomaco mattutino, non mancavano mai di farci gli auguri oltre alle solite domande su come avevamo dormito e se ci serviva un analgesico.
Di una di queste infermiere notai che aveva dei deliziosi orecchini molto natalizi, fatti con pezzi di addobbi di Natale assemblati con molto gusto. Le chiesi dove li aveva trovati perché mi sarebbe piaciuto averne un paio anch'io.
Risultò che li faceva una collega, che poco dopo approdò al mio letto portandomi una scelta di quelli che le erano rimasti. Ne presi un paio azzurro e argento ma quando chiesi il prezzo mi disse che li faceva come regali, perché considerava di essere ripagata dal piacere che provava confezionando la sua bigiotteria - perché creare era divertente.
Dopo un po' di blande insistenze mi presi il regalino. Quegli orecchini fatti con pezzetti di nastro argentato diventarono i miei portafortuna (insieme alla fiala color magenta nel portafiale di Dolcezze). Mentre ero all'ospedale non mancavo mai di infilarli al mattino e di riporli con cura la sera, ma continuai a indossarli anche nelle prime settimane a casa, per poi riporli tra le cose di Natale. Tutti gli anni li indosso due-tre volte, anche se ho smesso di raccontare a chiunque me li ammiri la storia che c'è dietro (del resto, chiunque mi frequenti da qualche tempo ormai la conosce).
Natale è anche la stagione dei piccoli gesti e delle piccole cose, e i piccoli gesti di gentilezza non sono mai sprecati.
Anche nel resto dell'anno, certo.
Gattino rasserenante in pacifica attesa
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mercoledì 22 dicembre 2021

Diario di Natale - 20 - Ultimo giorno di scuola prima delle vacanze

Scolari in versione Bravi Micetti Canterini

La notte porta consiglio e stamani in Sala Insegnanti ci sentivamo tutti più disponibili verso la vita, anche perché la prof. Therral, contro ogni (lugubre) previsione si era rivelata negativa e la prospettiva di un normale pranzo con i parenti non le appariva più come un miraggio irraggiungibile. 
Inoltre la stampante stampava regolarmente, e solo chi insegna alle medie di St. Mary Mead può valutare adeguatamente la forza positiva di questo segnale.

Alla prima ora ho la Terza Chiassosa. Trovo il consueto saluto di benvenuto alla lavagna (gli piace moltissimo scriverne, non solo a me) stavolta decorato con alberi di Natale e piccole renne... ma trovo anche la classe ben bardata con i berretti rossi di Natale; chi ci ha sopra le stelline che si illuminano a intermittenza, chi ci ha anche le cornina da renna, chi ci ha i pupazzi di neve disegnati sul bordo bianco...
Mi sento molto inadeguata, anche se loro con molta gentilezza lodano il mio completo scozzese rosso e verde, la lunga collana di perle verdi e i miei orecchini ad albero di Natale. Ahimé, ero convinta di aver curato il mio abbigliamento ma mi mancava il meglio e il più.
"Sono anni che vorrei comprarmi un berretto di Natale da mettere l'ultimo giorno prima delle vacanze di Natale" confesso contrita "ma poi finisce che non lo faccio mai. Dove potrei trovarne uno?".
"DAPPERTUTTO!" rispondono in coro. E passano a farmi una lunga lista di possibilità.
Si fanno la foto. Mi chiedono di fare la foto con loro.
Poi facciamo lezione.
Mentre percorro rapidamente il corridoio per raggiungere la Prima al piano superiore, scopro che non sono gli unici festaioli. Una gran varietà di berretti rossi e passate da renne imperversa in tutte le classi. 
Continuo e insisto a sentirmi inadeguata, ma alla fine non mi importa granché. E in ogni caso, dopo la scuola, ci ho le amiche che mi aspettano per il primo pranzo delle feste.
Inoltre a Lungacque hanno inaugurato uno scintillante mercatino di Natale con una delle migliori parate di bricolage natalizio che abbia mai visto: ho perfino trovato un "Attenti al drago" dove il drago è di un adorabile verde primavera, oltre a un sacco di regali per amici e parenti.
Niente berretti di Natale, però, e anche i negozi che mi hanno indicato li hanno esauriti.
Sto troppo dietro alla scuola e non curo per tempo le cose essenziali, ecco. Il mio problema è questo.
L'anno prossimo la prima cosa che comprerò per Natale sarà un berretto di Natale, possibilmente con il bordo bianco disegnato a renne.


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martedì 21 dicembre 2021

Diario di Natale - 19 - Natale al tempo del Covid

(Notare la finezza filologica del vestito della dama, rosso e verde che son li veri natalizi colori)

Questo post non era previsto. 
Si sa che il Covid è stato da due anni a questa parte, anche nel migliorissimo dei casi, una colossale scocciatura. In tempo di Natale però le scocciature si sono moltiplicate, perché Natale è la festa sociale per eccellenza: le grandi tavolate con i parenti, i pranzetti di gruppo con gli amici, le feste sociali, aziendali, di circolo e di club, i concerti, le passeggiate per il centro a guardare le vetrine e le decorazioni nelle strade affollate, i mercatini, il giro dei presepi, le messe, le affollatissime feste di Capodanno, le vacanze all'estero... tutto, tutto, assolutamente tutto è stato falciato, decimato e complicato.
L'anno scorso abbiamo avuto i pranzi di Natale a numero chiuso (una vera novità, credo, nella storia universale), la didattica a distanza che andava e veniva negli ultimi giorni prima delle vacanze, le messe scaglionate. E tutto ciò non è stato divertente, oh no tesssoro, proprio no. 
Ma si sperava che fosse un unicum.
Quest'anno ci risiamo, con un po' meno di contingentazione (per ora) e un po' meno di ammalati. Ma c'è una certa esaperazione di fondo nel ritrovarsi nelle stesse peste di un anno fa nonostante i vaccini e tutto quanto.
Tutto questo per dire che alla scuola di St. Mary Mead, che ha conosciuto lunghe settimane di tranquillità, la tempesta è nuovamente arrivata, a due giorni dalle vacanze.
Insegnanti positivi, alunni positivi, insegnanti che contano i contatti.
Insegnanti che si ritrovano improvvisamente la classe in quarantena, i figli in quarantena, il marito che è stato contatto di un contatto e l'assai concreta prospettiva di passare il secondo Natale di fila in quarantena.
E tutti a far la caccia al tampone 0 e al tampone 5 con la ASL che va in sovraccarico e ti lascia a piatire per giorni interi i risultati.
Una settimana fa eravamo tranquilli e paciosi ad organizzare pranzi e ritrovi, e adesso eccoci qui a scambiarci notizie inquietanti.
Tutto ciò, oltre ad essere noioso oltre ogni dire, è piuttosto esasperante quando ti capita al secondo anno di fila.
Questo post lo dedico a tutte le persone che si sono trovate e si trovano in questa incresciosa situazione, a scuola, fuori dalla scuola e dovunque siano.
E incrocio le dita perché, anche se la tempesta non mi ha ancora sfiorato, tuttavia è molto, molto vicina.


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