Il mio blog preferito

domenica 24 ottobre 2021

Una classe da incubo, un incubo di classe

(fonte: facebook.com/morireconnoncuranza/photos/a.346047412644707/840990973150346)
 
Cerchiamo di capire: di chi è stata la colpa se la Prima Pucciosa, piena di cari ragazzini con gli occhi stellati e il sorriso amichevole, tutti pronti e diligenti, si è trasformata in una Prima Capricciosa e poi in una Prima Insopportabile? Eravamo partiti assai Soddisfatti&Compiaciuti: le altre due Prime infatti erano oggetto di continue lamentele da parte dei loro insegnanti, ma la Prima Pucciosa era brava ed obbediente, faceva sempre i compiti...
Sì, le ragazzine chiacchieravano (anche i ragazzini, per la verità, e spesso proprio con le ragazzine. Ma a St. Mary Mead per le ragazzine è più grave chiacchierare, mai capito perché).
Sì, ogni tanto era saltato fuori qualcosa. Un giorno, durante l'intervallo, le ragazzine avevano deciso di chiacchierare anche con me, spiegandomi che Stilicone e Genserico avevano preso di mira Gontrano, e quando li avevo rampognati i due mi hanno spiegato che Gontrano "non diceva che gli dispiaceva" e dunque loro si sentivano autorizzati a continuare a usarlo come punch-ball. 
E io li avevo ben cardati perché, scusate, cosa poteva dire Gontrano? Dovevano essere loro a capire quando lo "scherzo" diventava troppo pesante e a darsi una regolata. E comunque eravamo a scuola e non in un campo di libero addestramento e spintonare i compagni non stava bene. 
Così Stilicone aveva abbassato le orecchie e detto che gli dispiaceva, che non si era reso conto eccetera (mentre Gontrano taceva, avvolto in un pudico silenzio e una nuvola di malumore sì come suole fare).
Poi era arrivato Radagaiso, sotto Natale, piovuto dal niente perché i genitori si erano separati. Non benissimo, pareva di capire, perché altrimenti Radagaiso avrebbe continuato a fare scuola dove la faceva prima, a Firenze - e invero le chiacchiere di paese ci avevano confermato che sì, in effetti la separazione dei genitori di Radagaiso non era stata proprio il massimo del politically correct.
Radagaiso era silenzioso, impenetrabile e con l'aria molto compressa. Passava le mattinate a tormentare povere gomme innocenti riducendole in minutissimi frammenti e seminava intorno al suo banco una quantità immane di spazzatura di vario genere; e siccome passava molto del suo tempo anche a tirare palline di carta ai compagni il resto della classe era parimenti pieno di spazzatura - e del resto, siamo onesti, i ragazzini con gli occhi stellati avevano un tasso di cialtronaggine e di disordine davvero notevole e dopo la colazione mucchi di briciole, incarti di tutti i tipi e una quantità incredibile di frammenti di patatine tappezzavano il pavimento, per tacere delle inondazioni di bianchetto e acqua che si verificavano con sconcertante regolarità. 
Comunque, anche in mezzo a quella discarica, il banco di Radagaiso spiccava per la quantità di detriti che lo ricoprivano e circondavano. 
Radagaiso comunque era troppo occupato a seminare detriti per partecipare alla lezione. Si aggiunga che mostrava chiaramente i segni di una di quelle dislessie che non le salta un cavallo. Convocata a tal proposito la madre, costei ci aveva intortato con una storia senza capo né coda sul fatto che alle elementari avevano segnalato qualcosa del genere, e Radagaiso era stato mandato in centro apposito dove poi l'avevano dichiarato "guarito" - il che, considerando certi segnali, era chiaramente una balla, e del resto le solite chiacchiere di paese sostenevano appunto che la madre in questione avesse un rapporto abbastanza creativo con la realtà.
Radagaiso non studiava perché ne era impedito da una dislessia che non sapeva gestire (stante che nessuno aveva provato a spiegargli come gestirla) e dunque era scoraggiato, o semplicemente non aveva voglia di fare alcunché perché gli stava fatica? La questione è ancora aperta ma se non altro una diagnosi siamo riusciti a strapparla. Si tratta però di lavorare su un terreno assai disseminato di rovi perché al momento Radagaiso non collabora.
Con i compagni comunque Radagaiso chiacchierava, dopo il primo mese di silenzio. E questo di per sé era un segnale molto positivo, e lo sarebbe stato ancor di più se Radagaiso non avesse scelto di collegarsi strettamente al gruppo dei parabulli.
Ma quale gruppo di parabulli, se la classe era tutta piena di bravi ragazzini studiosi e solo un piccolo e trascurabile episodio subito rientrato (quello di Gontrano) aveva turbato con una lieve increspatura...
Lieve increspatura una sega, lì ci sono dei bei problemi interni, di quelli che un elicottero a serbatoio pieno fatica a sorvolare.
Col tempo abbiamo scoperto (una madre alla fine ci ha raccontato che, stante che nessuno di noi insegnanti era riuscito a capirlo da solo) il novello uso che si era stabilito nella classe: il gruppetto formato da Stilicone, Genserico, Radagaiso e Flavio Onorio, a scadenze regolari, sceglieva una vittima che poi meleggiava alla grande ricoprendola di improperi & insulti, vuoi in classe vuoi nelle infernali chat dei vari social. La povera vittima, sommersa da tanto biasimo, faticava assai a districarsi.
C'era anche il problema di Flavio Onorio: costui è un ragazzo apparentemente traviato dalle Cattive Compagnie. Poi si scopre che le Cattive Compagnie se le va a cercare col lanternino e ama molto essere vessato da loro e fare una gran quantità di cose assai colpevoli che senza l'incitamento delle Cattive Compagnie non farebbe (oppure: non avrebbe il coraggio di fare).  Dopo averlo scambiato per vari mesi per una Vittima ci siamo arresi al fatto che sì, sarà anche una vittima, ma è veramente difficile capire se sono gli altri che vessano e sfruttano lui o se è lui che strumentalizza le Cattive Compagnie per avere un pretesto per tormentarsi meglio. In tutti i casi è un ragazzo molto triste e pure incline alla depressione, e del fatto che in teoria a scuola si venga anche per seguire un corso di studi sembra del tutto inconsapevole, perso com'è in una spirale talmente negativa che l'Antimateria va da lui a farsi dare lezioni di Inghiottimento.

Allora forse è stata colpa del Supplente Maleducato? Così giovane e inesperto, oltre che maleducato, ha maltrattato la classe e così...
E così un accidente, il Supplente si è mostrato assai scortese con la Prima Capricciosa appunto perché la Prima Capricciosa si è rivelata ingestibile, più o meno come la Terza Invasata. 
A tutti noi il Supplente Maleducato è rimasto assai molto sul gozzo e siamo stati davvero felici di vederlo sparire all'orizzonte a fine anno ed eravamo molto preoccupati di un suo possibile ritorno. Ma invece no, è arrivato un bravo ragazzo, molto rispettabile e che non parla mai del suo cazzo e di come facilmente esso si rompe, ma con lui la classe continua a fare una gran confusione. Il problema è che costui è un supplente e non un domatore di leoni - e non essere un domatore di leoni là dentro crea diversi problemi ai docenti.
Io invece sono una bravissima domatrice di leoni, mi assicurano i colleghi. Perché con me la classe sta buona. Talmente buona che l'ultima volta qualcuno ha svitato il rubinetto a un termosifone allagando la classe e dando la colpa al compagno seduto davanti (che è stato assolto senza difficoltà dato che non ha braccia estensibili fino a due metri, a quanto ci risulta).
A quanto sembra siamo in due che riusciamo a far lezione là dentro: io e la prof. Therral. Che poi "lezione": andiamoci piano con certi termini. Diciamo che riesco ad ammanirgli dei piccoli sunti di Storia e Geografia. Bigini, più che lezioni,  di una noia talmente abissale, che farebbero venire il latte alle ginocchia a un torello in tempo di monta.  Mai fatto delle lezioni così indicibilmente scialbe e noiose (e spero proprio di non rifarle mai più). Nemmeno nella Seconda Invasata ho mai lavorato a un livello così patetico.
Ma non è facile condurre una lezione mentre volano fette di salame. Ecco il mio ultimo rapporto: 
Durante la quarta ora l'alunno è stato spostato vicino alla cattedra del docente allo scopo di arginare un volo di fette di salame che proveniva dall'angolo del suo posto. Il volo di fette di salame è in effetti cessato anche se non sussiste prova che i due avvenimenti siano collegati tra loro dal rapporto causa-effetto.
Perché io sono brava e garantista, e non ho visto Flavio Onorio mentre tirava fette di salame. Ho solo cercato di provvedere in modo da poter continuare la mia soporifera lezione. Certo, dopo che il volo si è fermato, il sospetto che Flavio Onorio non fosse del tutto estraneo al lancio delle fette di salame in qualche modo insorge anche nel mio animo fiducioso e garantista, ecco.

Allora forse la colpa è dei genitori?
In effetti i genitori di quei ragazzi sono entità davvero interessanti. E si odiano, come solo nelle scuole di paese è possibile odiarsi. Antiche faide riecheggiano nelle loro parole, perfino in quelle di genitori sbarcati in Italia pochi anni fa: perché St. Mary Mead non è un paese razzista, anzi è molto inclusivo e gli stranieri han diritto a infilarsi nelle faide plurigenerazionali come chiunque altro.
Ognuno di questi genitori è convinto di aver generato l'Arcangiol Gabbriello in persona, e peccato che in quella classe ci sia tanto bullismo, ma senz'altro è colpa dei genitori (dei genitori degli altri, si capisce). 
Chiami un genitore (ma ormai da tempo siamo arrivati a chiamarli entrambi) perché il figlio ha fatto questo, questo e quest'altro ancora e si mettono a raccontarti le malefatte degli altri genitori -  naturalmente dopo averti spiegato che quel che ha fatto il loro angelico figlio non è nulla di grave perché "tra ragazzi usa":  per esempio bere dalla borraccia e sputare addosso al compagno al momento dell'uscita. Del resto, è successo quando ormai erano fuori della scuola, quindi non è cosa che ci riguardi. In tempo di pandemia, tra l'altro.

Avevamo chiuso l'anno scolastico animati da una lieve speranza perché, con l'aiuto di un potente microscopio elettronico avevamo rilevato alcuni lievi e impercettibili miglioramenti. Ma poi l'estate è passata, è arrivato il nuovo anno scolastico e abbiamo scoperto che le cose non erano migliorate, bensì peggiorate di parecchio. L'anno scorso, se non altro, i termosifoni li lasciavano in pace. 

E non sappiamo che pesci pigliare.

venerdì 8 ottobre 2021

Ione - Euripide


Nonostante il titolo, Ione non è un trattato sulla struttura dell'atomo bensì uno dei più screditati drammi di Euripide e nessuno sembra disposto a prenderlo sul serio a parte me.
Chi avesse interesse a documentarsi in merito, infatti, o chi per sua libera scelta ha deciso di seguire un corso di storia della letteratura greca, troverà solo pochi e scarni commenti dedicati a quest'opera, nei quali si mette in rilievo l'insolito intreccio, più adatto a una commedia nuova, di quelle dove c'è sempre un trovatello o una trovatella che inevitabilmente sono riconosciuti da qualche nastro, stemma di famiglia o quant'altro che permette di identificarli alla fine come di libera nascita, di cittadinanza ateniese e spesso anche come discendenti di una nobilissima famiglia - la quale nobilissima famiglia lo stava cercando invano dopo esserne rimasta separata per un deplorevole insieme di circostanze. L'essere di libera nascita (e di cittadinanza ateniese) permette inoltre al non più orfanello di convolare con l'amato bene  a felici nozze, fino a quel momento precluse appunto dal mistero legato alla sua nascita.
Ma mai nessuno che spenda mezza parola sull'aspetto che mi ha colpito sin dalla prima lettura (perché l'ho letto diverse volte ed è uno dei miei drammi preferiti anche se Euripide mi piace un po' tutto).

Non è una tragedia, è un dramma - nel senso che va a finire abbastanza bene. Non si conclude con un matrimonio, ma alla fine della storia ognuno ha ottenuto quel che voleva - Creusa e Xuto un figlio, e Ione una famiglia.
Ma la tragedia c'è stata, diversi anni prima della vicenda rappresentata in teatro, quando il dio Apollo "aveva preteso amore" dalla principessa Creusa. 
E siccome il dio Apollo, com'è noto a chiunque abbia anche solo sfogliato un manuale di mitologia greca, aveva un concetto tutto suo dell'amore che non contemplava minimamente la possibilità che la controparte potesse avere una sua qualche opinione o preferenza, la cosa è finita con uno stupro in una grotta, come Creusa ricorda con amarezza quando anni dopo si ritrova nel tempio di Apollo.
Dopo lo stupro venne poi la gravidanza (com'è noto gli dei sono fertili, molto fertili). Creusa la tenne nascosta a tutti, non disse niente nemmeno a sua madre e partorì da sola, una notte, in quella stessa grotta - altra esperienza che ricorda con comprensibile angoscia.
E dopo mise il figlio in una cesta (con gli usuali contrassegni di cui sopra) e lo abbandonò nel bosco perché le fiere lo divorassero, o perché Apollo lo salvasse - ma quest'ultima possibilità non la vedeva molto probabile.
Invece Apollo, che dopo lo stupro non si era più fatto vedere né sentire, salvò il bambino, facendolo portare in zona Delfi da Hermes e poi facendolo trovare da una sua sacerdotessa che lo adottò e gli diede il nome di Ione (che alla fine, ammettiamolo, è sempre meglio di Protone o Neutrino, e anche di Xuto).

Il piccolo Ione all'epoca della storia è un fanciullo cresciuto nella dimora di Apollo, che lavora al tempio e considera quel tempio la sua casa. Del resto, non ne ha mai avute altre, e da bravo orfanello è molto riconoscente verso chi l'ha adottato.
Proprio a quel tempio, anni dopo, Creusa e suo marito Xuto, re di Atene, che dell'involontaria maternità della moglie non sa niente di niente, approdano per chiedere ad Apollo se potranno mai avere un figlio.
Naturalmente Apollo dà un responso che crea a tutti una gran serie di equivoci, difficoltà e incomodi - notoriamente i responsi del Lossia sono un disastro sempre e comunque e fan più danni della grandine -  tuttavia alla fine le cose si sistemano: madre e figlio si ritrovano e si riconoscono, mentre Xuto rimane convinto che Ione sia suo figlio, avuto da un suo trascorso prematrimoniale (di cui non ha nemmeno chiaro quando e come e con chi) e gli lascerà quindi il trono di Atene.
Il prologo viene recitato da Hermes, l'epilogo da Atena (in qualità di nume tutelare della città di Atene).
Apollo non compare mai in scena, e fa benissimo.

Nessuno, per quanto ne so, si è mai soffermato sulla vera particolarità di quest'opera: è l'unica narrazione, in tutta la letteratura classica, di uno stupro visto dalla parte della vittima.
Per la cultura greca e romana, par di capire, lo stupro è una pratica amatoria come tante altre, e giammai autore alcuno mi risulta essersi soffermato sul fatto che tale pratica possa eventualmente lasciare qualche strascico emotivo alla persona che l'ha subito - chessò, un senso di sopraffazione, una punta di amarezza, qualche traccia di rancore o vergogna, insomma una qualsiavoglia impressione negativa.
Euripide, a quel che sembra, qualche sospetto in merito invece l'ha avuto. 
Del resto Euripide è un autore molto particolare e sul tema della prepotenza e della sopraffazione davvero non c'è chi possa reggere il confronto. Tre delle sue tragedie che il Gran Canone Alessandrino ha ritenuto opportuno conservarci sono dedicate per intero a "le donne schiave dopo la caduta di Troia" e il tema del letto forzato cui le donne si ritrovano costrette è sviolinato per lungo e per largo, per tacere della magnifica tirata che Cassandra fa a sua madre quando la portano da Agamennone (e lei sa benissimo come andrà a finire) dove le spiega che quel suo matrimonio forzato è degno di grandi festeggiamenti e i troiani, che hanno perso, sono assai più fortunati dei greci che hanno vinto - con argomenti all'apparenza folli, ma che filano perfettamente e devono aver lasciato un profondo senso di inquietudine agli ateniesi che assistevano allo spettacolo.
Molti dei personaggi femminili di Euripide, in vari e numerosi drammi, si soffermano spesso sull'ingiusta condizione in cui sono tenute le donne - il passo più famoso è il monologo con cui Medea si presenta al pubblico, ma ce ne sono molti altri - e non uno solo sembra fuor di luogo e campato in aria, letto da occhi moderni. 
Eppure, ho scoperto con grande sorpresa, Euripide era spesso criticato per la sua misoginia dai contemporanei; e davvero, pensare che nella Atene dell'età classica che chiunque fosse passibile di misoginia lascia sbalorditi, considerando che si tratta di un sistema sociale dove la posizione delle donne era di poco migliore di quella delle donne afghane sotto il regime talebano.

Nello Ione  non c'è un racconto dello stupro, naturalmente, e nemmeno una descrizione dettagliata del parto. Eppure i pochi accenni di Creusa mi hanno sempre fatto venire i brividi, e la scena dove nella notte la ragazza madre abbandona a morte praticamente sicura* nella notte il bambino che piange ha qualcosa che buca i secoli. Leggendoli affiorano spontanee alla memoria  tutte quelle storie (alcune anche molto recenti) di donne che partoriscono di nascosto e abbandonano il bambino sulla porta della chiesa o della caserma del paese quando va bene, nel cassonetto della spazzatura quando va molto, molto male, e dalla pagina sale tutto il carico di paura e di orrore che c'è dietro a ognuna di quelle storie, molto meglio che in qualsiasi romanzo verista - e senza in realtà raccontare quasi niente. Tutto quel carico di violenza, sopraffazione e dolore cascato addosso alla povera Creusa, che non aveva fatto assolutamente nulla per procurarselo spezza davvero il cuore. O almeno, ha molto addolorato il mio, ma a quanto pare sono stata l'unica a notarlo.
Vai a capire.

Con questo post alquanto pensieroso partecipo di soppiatto al Venerdì del Libro di Homedemamma e auguro buone letture a chiunque passi da queste parti.

* anche se nella letteratura classica abbandonare un bambino nel bosco in mezzo agli animali selvatici è di gran lunga il modo più sicuro per garantirgli una vita lunga, prospera e ricca di eventi interessanti in barba a qualsiasi tasso di mortalità infantile. Ma Creusa non sapeva di essere un personaggio della letteratura classica, e dunque era convinta di lasciare il bambino a morire di fame e di disperazione o in pasto alle fiere.

domenica 3 ottobre 2021

La Prima Sfigata

La nostra Prima versione DADA,  così come l'aveva prevista Antoni Kozakiewicz in questo quadro del  1885. Il cane e il fuoco acceso sono però elementi aggiunti dalla fantasia del pittore e di fatti in classe non ci sono. L'aspetto di accampamento di fortuna però è proprio quello.

Quando le maestre delle elementari ci hanno descritto la mia futura prima sembrava parlassero della Corte dei Miracoli: dislessici che così dislessici non se ne erano mai visti, BES di ogni genere, tipo, forma e qualità, problemi sociali, culturali, fisici e caratteriali, genitori uno più suonato dell'altro.
A tanta catastrofica descrizione il buon Coronavirus ha prontamente deciso di adattarsi, infliggendo alla povera Prima Sfigata la prima quarantena dell'anno.

Anche la scuola ha deciso di fornire i poveretti di un ulteriore carico di sfiga:
grazie alla nuova e innovativissima Didattica DADA infatti (o, forse, più semplicemente, a causa di un piccolo errore nella richiesta delle forniture) ci siamo ritrovati con meno banchi del necessario.
E allora è stato deciso di allestire una delle aule con gli ormai mitici banchi a rotelle.
Quale aula?
Ma la Prima Sfigata, ovviamente.
Ma siccome la Didattica DADA al momento non la facciamo, i banchi a rotelle erano inutilizzabili e occorreva rassegnarsi a tirar fuori qualcosa di almeno vagamente simile a dei banchi.
"Qualcosa di almeno vagamente simile", di fatto, è la definizione più caritatevole che mi è venuta in mente vedendo il risultato: in quella sventurata classe c'è una collezione di resti, relitti e reliquie da far invidia a una discarica dell'ente locale per la raccolta rifiuti.
Alla fine della mattinata di Venerdì, dopo aver fatto le ultime due ore, ho contato non meno di sei diverse tipologie di bancame - ognuna delle quali, da nuova, aveva i suoi pregi e i suoi difetti ma almeno non presentava buchi e bordi slabbrati - e tre tipi diversi di sedie, che si contraddistinguevano soprattutto per differenza di misure. Alcune delle sedie però sono praticamente nuove e farebbero rispettabile comparsa in una rispettabile classe allestita a dovere.
Che dire? I banchi a rotelle se non altro erano tutti uguali e anche nuovi di pacca, e fornivano un insieme decisamente più decoroso nonostante il loro demenziale colore arancio psichedelico. In effetti in cuor mio quasi li rimpiango.

Dopo aver guardato con attenzione tutto ciò mi sono detta che, magari, in attesa dei banchi nuovi - il cui arrivo va spostandosi sempre più avanti nel tempo, anche perché al momento nessuno li ha ancora ordinati - si poteva far qualcosa per rendere l'insieme meno caotico, e così mi sono messa a spostare i banchi riordinandoli per misure e tipologie rendendo l'insieme non meno vario ma un po' più armonico - e le file di posti, se non altro, adesso sono orizzontali e meglio distanziate.
Vedremo se domattina i ragazzi noteranno qualche miglioramento.

Ma non basta: non contenti di aver trasformato la Prima Sfigata in una discarica, l'hanno anche dotata di stranissime tende di un verde molto scuro che vira decisamente al marrone e che non si riesce a capire come a qualcuno sia venuto in mente di infilare in una classe, laddove sarebbero invece adattissime in una cappella mortuaria.
Che tende servirebbero in una scuola? 
Ovviamente tende chiare e leggere, che fermino il sole ma non la luce, e che facciano passare l'aria.
E una seconda tenda più scura può rivelarsi utile al momento di guardare film o video alla LIM in una giornata particolarmente soleggiata.
Quelle tende invece bloccano risolutamente ogni raggio di sole ma anche ogni scintilla di luce, ed essendo di un tessuto assai spesso il sole che picchia sul tessuto scuro riverbera alla grande, trasformando l'aula in una sauna in men che non si dica. In compenso, una volta che le abbiamo chiuse è inevitabile accendere la luce elettrica perché non si vede più una mazza.

Tende a parte, che dire della Prima Sfigata?
Non so, alla fine della terza settimana di scuola la conosco ancora poco, anche perché per una settimana li ho avuti a distanza, e il perfido meccanismo dei tamponi ha tenuto alcuni a casa anche la settimana scorsa. Quindi non mi attento ancora  a dare valutazioni. 
Ma, se proprio dovessi darne, direi che non mi sembra poi tanto diversa da tante altre prime che ho avuto e che poi han fatto assai onestamente il loro miglio; e  anche che per il momento sembra contraddistinguersi soprattutto per una notevole pazienza nonché per un certo qual stoicismo, dato che sopporta e tira avanti. 
Del resto, agli sfigati conviene aver pazienza.

venerdì 1 ottobre 2021

Il mio migliore amico è fascista - Takoua ben Mohamed


Per una serie di circostanze casuali sono finita a una presentazione di questo libro, al seguito di un'amica. Non avevo mai sentito nominare l'autrice, in quel momento ero piuttosto disinteressata ai problemi di integrazione degli stranieri in Italia e i miei pensieri erano rivolti soprattutto alla gustosa cenetta che mi aspettava una volta finita la mia marchetta di accompagnamento.
L'autrice comunque è una bella ragazza vivace e parla molto bene in pubblico. Sta di fatto che poco dopo ho preso il volume a una ragazzina che stava seduta (con doveroso distanziamento) nella sala piena quanto lo consentivano le leggi spartane di questo disgraziato periodo e gli ho dato una scorsa, non senza notare per prima cosa che l'editore era Rizzoli, ovvero un Grande Editore, e che la fanciulla che l'aveva disegnato e scritto era alla sua quarta pubblicazione e tanto fanciulla ormai non era più, avendo ormai trent'anni.
Via via che la ragazza parlava e che sbirciavo le tavole nel mio cuore di bibliotecaria si è fatta strada una certezza: dovevo procurarmi subito quel libro. All'istante e senza indugio.
Così ho guardato il sacchetto dei Fondi Neri, ovvero quei soldi in più che talvolta i genitori facevano scivolare nell'incasso della Mostra del Libro dicendo con un bel sorriso "Tenga pure il resto, tanto sono soldi per la biblioteca, giusto?". E io assentivo e mettevo in una scatolina a parte, usandoli per acquistare qualche libro usato che incrociavo ai mercatini delle varie sagre della ranocchia fritta o del cinghiale arrosto. Ahimé, dall'ultima Mostra del Libro sono passati ormai quasi tre anni, ma in compenso è stato un periodo in cui le sagre di paese si sono fatte abbastanza desiderare e insomma mi restavano giusto sedici euro e mezzo, che comunque la scuola mi avrebbe restituito. E dunque sono scivolata giù nella libreria, ho acquistato il libro e me lo sono pure fatto firmare con tanto di disegnino decorativo e di saluti agli alunni della media di St. Mary Mead.
Per una scuola media questo libro è assolutamente perfetto (anche se può funzionare bene anche per l'ultimo biennio delle elementari e almeno per il primo delle superiori), ma per un insegnante a caccia di spunti per Educazione Civica è praticamente una miniera d'oro.
C'è assolutamente tutto, e il fatto che questo "tutto" sia ricavato da una storia vera (e invero assai credibile) rende la miniera ancora più redditizia.

L'autrice racconta il suo primo anno alle superiori - un anno molto delicato per tutti gli adolescenti. Ma, oltre che adolescente, lei è immigrata e tunisina, e giusto per complicarsi un po' la vita ha deciso di portare il velo - non per imposizione della famiglia, ma perché le va.
"Non sono riuscita a capire il tuo rapporto con il velo" ha ammesso una delle insegnanti che presentava il libro, centrando senza saperlo il nucleo della questione: per tutto il libro la protagonista si ritrova circondata di adulti che vedono in lei una tunisina, una immigrata, una potenziale terrorista, una fanciulla oppressa dalla cultura maschilista e retrograda dei paesi arabi, una studentessa scontrosa e malmostosa, ma sempre dimenticando di avere a che fare prima di tutto con una adolescente a caccia di identità - come ogni bravo adolescente che si rispetti.
Perché una donna sana di mente dovrebbe portare il velo, se non perché costretta da una famiglia oppressiva o da imam rompiscatole e invadenti?
E perché un adolescente sano di mente dovrebbe starsene col berretto in classe, pur sapendo benissimo che la maggior parte dei professori dà in escandescenze e considera il berretto in classe una inqualificabile mancanza di rispetto?
Pur non dando in alcuna escandescenza, perché un alunno col berretto in classe per me è solo un alunno che gli va di portare il berretto in classe e allora se lo porti pure e buon pro gli faccia, anch'io mi sono posta questa domanda. 
La mia risposta è stata "Perché gli va". Sarà un segno di riconoscimento, sarà un modo per distinguersi, sarà una coperta di Linus, sarà quel che gli pare.
Per una tunisina immagino possa anche avere un aspetto da madaleinette - un modo per ricordare il suo paese. Chissà. Forse. In fondo, è solo un pezzo di stoffa, e a un pezzo di stoffa ci puoi attaccare quello che ti pare. E, ancora più in fondo, la cosa dovrebbe riguardare solo lei. Gli oggetti, i simboli e le appartenenze sono robe strane di per sé, ma a quell'età diventano una palude inconoscibile agli occhi stessi di chi si impaluda. Si sceglie qualcosa per vedere come ci sta, per vedere di nascosto l'effetto che fa, per distinguerci, per confonderci nel mucchio, per il piacere di scartarlo una settimana dopo, perché tutti ci dicono che non va bene e non è adatto a noi e per almeno altri duecento motivi, talvolta incomprensibili prima di tutto a noi (e tra i quali il piacere del gioco occupa un ruolo non del tutto irrilevante, secondo me).
E di fatto anche l'amico fascista che dà il titolo al libro si è scelto il ruolo di fascista per motivi che con i sistemi politici del secolo scorso hanno ben poco a che vedere.

In meno di 300 tavole - perché si tratta di una graphic novel, di quelle disegnate con uno stile dall'apparenza assai semplice e che scorrono velocissime alla lettura - c'è posto per la questione del velo e del terrorismo islamico, per tutti gli stereotipi che i poveri immigrati inconsapevoli (ovvero quelli che sono arrivati in Italia troppo piccoli per capire che stavano emigrando) si trovano addosso,  per il femminismo, per un piccolo episodio di cyberbullismo che precorre i tempi, per gli inevitabili problemi scolastici di chi non studia un accidente e nemmeno sta a sentire i professori perché è molto offeso con loro e ha una sola materia preferitissima dove va molto bene, per le amicizie con l'uno e con l'altro sesso, per una tipica famiglia mediterranea ricca di affetto e di comprensione (ma che evita di intromettersi troppo) e per una carrellata di professori che chiunque sarebbe lietissimo di non avere nel Consiglio di Classe (ma chissà se erano davvero così insopportabili? Gli occhi dell'Alunno/a a volte sono davvero spietati) oltre che, naturalmente, per i problemi di abbigliamento, nonché per le infinite dissonanze che attraversano la vita di chi appartiene a due culture diverse. Il menù è ricco e ben assortito, e ci si può pescare all'infinito.

Dedico questo post al Venerdì del Libro di Homemademamma che è ritornato in sordina, e forse c'è ancora e forse no, chissà; e consiglio il libro per qualsiasi biblioteca scolastica e per chiunque graviti nel mondo della scuola. Magari può interessare anche altre persone, non so - ma certo per la scuola è assolutamente perfetto.

giovedì 30 settembre 2021

Il ritorno del Ciuccio d'Oro

Sono ormai passati due anni e l'ex Prima Asserpentata è ormai diventata una Terza Chiassosa ma tutt'altro che spiacevole.
Hanno comunque mantenuto un certo attaccamento per le tradizioni, e così ieri mattina Rama si è presentato con una piccola collana di ciucci - solo cinque pezzi. Vere caramelle a forma di ciucci, stavolta. Li ho guardati con entusiasmo e l'ho ringraziato molto.
"Questi però vanno dati per premio" ho stabilito, riaprendo così il Gran Torneo del Ciuccio d'Oro.
Ebbene sì, ora che ho più di venti anni di onorato servizio alle spalle posso finalmente darmi alla sperimentazione delle più moderne tecniche didattiche, tra cui quella di compensare gli alunni con una caramella per le loro performance più riuscite. D'altra parte la classe ha reagito con grande entusiasmo alla prospettiva, e in fondo i ciucci li ha pagati Rama (assolutamente di sua spontanea iniziativa), e non io.

Nelle prime due settimane di scuola abbiamo lavorato a orario ridotto, e la Terza Chiassosa l'avevo vista solo due volte. Entrambe le lezioni erano state impiegate per parlare dell'Afghanistan, argomento che si è imposto da solo. 
In effetti avevo parlato soprattutto io, che appunto allo scopo di preparare una buona lezione avevo dedicato molte ore ad ascoltare dibattiti, testimonianze e ricostruzioni storiche quest'estate.
E parlando avevo avuto anche l'occasione di far notare come la Geografia sia materia imprevedibile per definizione, e che il nuovo libro da me adottato soprattutto allo scopo di dar loro qualcosa di un po' aggiornato (è fresco di pacca) si rivelava, non per colpa sua, ormai vetusto e ampiamente superato, a partire dal nome del paese, per non parlare della forma istituzionale e, ahimè, del PIL, che ormai meriterebbe una segnalazione a Chi l'ha visto?
Inevitabilmente siamo finiti anche a parlare dell'11 Settembre, e così come compito gli avevo dato di intervistare un paio di adulti chiedendogli dov'erano quando avevano saputo la notizia, come avevano reagito e cose del genere.
Merida però aveva qualcosa di meglio di un amarcord: perché i suoi genitori, quel giorno, erano a New York in viaggio di nozze, hanno visto l'esplosione in diretta e hanno pure fatto le foto, convinti all'inizio che si trattasse di un qualche effetto speciale allestito per un film o roba del genere (come pensavano anche tanti intorno a loro); e la mattina dopo hanno comprato il giornale naturalmente, e l'hanno conservato tra i tesori di famiglia. Tanto, non c'era altro da fare che leggerselo e preoccuparsi, perché la zona della città dov'era il loro albergo era stata bloccata e il loro bel viaggio di nozze era ormai andato irrimediabilmente a ramengo.
Così una buona mezz'ora l'abbiamo passata a far girare le foto e a sfogliare il giornale commentando le foto dei giornalisti e i titoli dell'Washington Post.

Il primo Ciuccio è stato assegnato al coraggioso che si era offerto volontario per la prima interrogazione dell'anno e ha così ricevuto il primo voto. Ma il secondo Ciuccio, ovviamente, è andato a Merida. E mai Ciuccio fu più meritato, secondo me.

domenica 26 settembre 2021

Non Angli sed Angeli; non DADA sed DaD


Quando fu che il latino cominciò a leggere la g seguita dalle vocali a, e, i col suono dolce e palatalizzato con cui noi moderni pronunciamo "angelo"?
Sembra che questo sia avvenuto in epoca piuttosto tarda. A prova di ciò il professore di filologia romanza ci raccontava di un grazioso gioco di parole di Gregorio Magno: vedendo due adorabili bambini biondi al mercato degli schiavi chiese chi fossero, e chi era con lui rispose "Angli". Ma Gregorio lo corresse con garbo "Non angli, sed angeli".
L'episodio, tutt'altro che sicuro, è comunque molto famoso fra gli inglesi, tanto che gli hanno dedicato pure una piastrella dipinta nella cattedrale di Westminster - e addirittura si racconta che la vista di quei due adorabili bambini spinse papa Gregorio ad inviare missionari in Britannia, dove la popolazione si lasciò convertire molto volentieri.

Invero, una vocale può fare una grande differenza, come stiamo scoprendo alla scuola media di St. Mary Mead; perché un conto è fare la DADA (Didattiche per Ambiente Di Apprendimento) - una metodologia che prevede orde di ragazzi che sciamano festosi per i corridoi cambiando aula in continuazione; e ben altro conto invece è fare la DaD (Didattica a Distanza) che prevede singoli ragazzi scocciati e inchiodati nella loro camera con un computer quando va bene, ma a volte con un cellulare dove devi metterti gli occhi in mano per seguire le condivisioni del docente, e quando il docente crede di aver trovato la soluzione mettendo il materiale sulla piattaforma spiegargli in tono rassegnato che non può tenere aperte due finestre per volta.

Con un certo sfavamento collettivo dunque è partita la DaD senza A finale; perché abbiamo una classe in quarantena e altre classi con uno o due alunni confinati in casa, senza contare che i tamponi, come l'anno scorso, continuano ad essere elargiti con una certa lentezza e parsimonia dalla ASL e  dunque la cosa si protrae al di là dello stretto indispensabile.
Inutile lamentarsi, certo: in tante scuole del regno (e non solo) sta succedendo la stessa cosa. Non fa piacere a nessuno, nessuno è contento di ciò e pazienza.
Tuttavia spero che nessun'altra scuola del regno abbia in sovrappiù una Dirigenza che mostra segni di scollamento dalla realtà e con allarmante frequenza si dichiara convinta che quel che stiamo facendo in questi giorni decisamente critici abbia qualcosa a che spartire con la didattica DADA, ed esorta a gran voce i docenti a sentirsi e mostrarsi sempre più dadaisti e a spostare il più possibile le classi, che sennò si deprimono e si sentono troppo compresse*, ignorando platealmente il fatto che ogni spostamento è potenzialmente pericoloso e che dopo ogni spostamento ci vuole una sanificazione dell'aula e che i custodi, per quanto disponibili, sono due e non più di due per volta e spesso uno solo, mentre i laboratori da sanificare sono collocati in punti dell'edificio che rendono assolutamente impossibile per i suddetti custodi fare tutto quel che devono comunque fare - rispondere al campanello, tanto per fare un esempio, che dal sotterraneo dove sono i laboratori non si può sentire. 
Davvero, l'insieme sta diventando piuttosto inquietante.

* che è pure vero, e tutti noi ne siamo amaramente consapevoli. Ma che ci possiamo fare se questo paesello si è trasformato di punto in bianco in una piccola Wuhan?

martedì 21 settembre 2021

Principio sì giolivo ben conduce

E dunque siamo tornati a scuola. In presenza.

Che bello essere in presenza!
Che bello avere di nuovo una prima da imboccare cucchiaino su cucchiaino cercando di non traumatizzarla troppo nel Terribile Passaggio da Elementari a Medie, per poi accorgersi che non solo non li abbiamo affatto traumatizzati, ma si sono fatti più viziati di un gatto viziato.

I primi giorni quindi siamo tutti molto soft e amichevoli. 
Ci informiamo su cosa sanno, cosa hanno fatto, cos'hanno letto eccetera.
Si chiacchiera un po'. Gli spieghi come funzionano i libri di testo - quelli che metà classe non ha ancora; nel senso che a tutti mancano alcuni libri, ma non a tutti mancano gli stessi.
Tanto si sa, un po' per volta i libri arrivano.
Primo giorno, secondo giorno, terzo giorno con Prova d'Ingresso di Grammatica.
Perché l'anno scorso il Dipartimento aveva deciso compatto che ognuno la prova d'ingresso la faceva a modo suo, se e come voleva, ma quest'anno lo stesso Dipartimento, formato dalle stesse identiche persone, ha parimenti deciso (un po' meno compatto perché a me le prove d'ingresso non piacciono, ma trovandomi in minoranza schiacciante me ne sono stata zitta e buona) che ognuno fa le prove d'ingresso a modo suo, ma ne deve fare tre: una di grammatica, una di comprensione del testo, una con una storia basata su un'immagine.
E Lunedì mi accingevo appunto a fare la seconda prova d'ingresso, quella con l'immagine (nel mio caso, un dipinto di Monokubo).

E invece non abbiamo fatto proprio niente, perché la classe era andata in quarantena.
La prima classe positiva dell'anno, al terzo giorno.
La prima classe in DaD, al quinto giorno (ieri, non ho capito bene perché, non abbiamo fatto nulla perché l'autorizzazione non era ancora arrivata).

Non se la sono sbrigata male. C'erano tutti, proprio tutti. Parlavano e rispondevano. Due o tre sono entrati e usciti un paio di volte, ma roba da poco.
E non sembravano nemmeno troppo straniti, al contrario di me che comunque cercavo di darmi un contegno.

Ma la prima positiva dell'anno seguiva anche un corso di danza, per cui abbiamo potenziali positive in parecchie classi.
E per l'occasione ho anche scoperto che St. Mary Mead durante l'estate ha avuto diversi casi.
Praticamente, siamo diventati la Wuhan d'Italia.
Proprio noi, che nei due anni trascorsi abbiamo brillato per scarsità quasi totale di positivi.

Didattica a Distanza al quinto giorno.
L'anno scolastico si prospetta interessante, davvero.

sabato 18 settembre 2021

Banchi a rotelle - Il ritorno

Banco (scritto proprio così) è anche un personaggio del Macbeth di Verdi.
 Qui lo interpreta Riccardo Zanellato

Qualche mese fa raccontai in dettaglio di come, alla scuola media di St. Mary Mead, fossero arrivati almeno una trentina degli ormai mitici banchi a rotelle. Di essi la Preside disse in uno degli ultimi collegi dell'anno scorso che faticavano a trovare una collocazione - vale a dire, nessuno li voleva.
Per molto tempo rimasero in Aula Magna, dove avrebbero potuto rivestire un ruolo dignitoso nelle riunioni con i genitori (che comunque in questo periodo non facciamo). Ma con il presunto arrivo della didattica DADA si decise di usarli diversamente.
Molto, molto diversamente.
Nel senso "in modo diversificato, un po' dappertutto".
Il 5 Settembre, quando rientrai nella scuola dopo varie riunioni on line trovai un paio di insegnanti che li stavano trasportando dalla ex-Segreteria, dove erano approdati in un qualche momento dei giorni precedenti (tramite ascensore, perché l'Aula Magna è al primo piano mentre la ex-Segreteria è al piano terra) verso l'Aula del Sostegno, sempre a piano terra.
Quando tornai qualche giorno dopo li ritrovai nella ex-Biblioteca, che si trova al piano superiore (e di nuovo gli ascensori devono aver lavorato), ma qualcuno disse che andavano spostati nella ex-3C, dove avrebbero occupato l'aula di Storia e Religione, ovvero una di quelle dove avrei dovuto insegnare con la didattica DADA, anche se solo per poche ore a settimana.
Aiutai a spostarli, poi scesi dalla VicePreside.
"Sia chiaro che non ho nulla contro i banchi a rotelle, e non mi formalizzo se i ragazzi ci giocano all'autoscontro, anche perché tengono effettivamente il distanziamento di un metro. Ma non ci si può far lezione, su quelle tavolette non ci appoggi nemmeno il libro di Storia" dissi.
"Li sposteremo nel giro di qualche settimana" mi assicurò la VicePreside. 
"No, spostateli subito"
"La Preside li vuole lì. Lo ha deciso lei".
"La Preside veda di attaccarsi al treno".
"Vedi, il punto è che abbiamo dovuto mettere in tutte le aule il numero di banchi della classe più numerosa, e il risultato è che adesso non abbiamo più banchi".
"Comprateli".
"Temo che ci vorrà un po' di tempo".

La mattina dopo dopo scopro che la classe con i banchi a rotelle è la mia prima, o più esattamente quella in cui passerò più di metà del mio orario.
"Oh" rassicuro subito i ragazzi "Non vi preoccupate, i banchi a rotelle verranno spostati al più presto".
"A noi piacciono" osserva qualcuno.
Guardo, e scopro che si sono organizzati proprio bene: gli zaini all'interno del cerchio delle rotelle, e tutto molto in ordine.
Certo, il primo giorno è più facile: si lavora soprattutto di diario e si sta a guardare quegli strani e nuovi esseri che sono i Professori.
E si gioca un pochino (ma solo un pochino, davvero) all'autoscontro nell'intervallo.
"Chi è favorevole a tenerli?" chiedo. 
Si alzano due terzi delle mani.
"Mh, vedrò quel che si può fare".

Finite le prime due ore incrocio la VicePreside.
"No, quei banchi in classe non ci possono stare. Per fortuna, visto che non facciamo la DADA, possiamo recuperare un po' di banchi nelle classi meno numerose".
"Non c'è fretta, a loro piacciono" la rassicuro "Anzi, ripensandoci si potrebbe provare...".
"NO. Non possono fare Matematica con quei banchi, non c'è nemmeno posto per il libro".
Mi piacerebbe capire perché non possono fare Matematica su quei "banchi" ma potevano tranquillamente farci Storia, che oltretutto ha il libro più grande; ma evito di indagare (sì, la VicePreside insegna Matematica).
"Però secondo me contentare l'utenza..." provo a suggerire.
"NO. Domani non li troverai più".

E così è stato.

Invece la frase è rimasta. Sì, proprio lei: la mia amatissima frase "Historia est magistra vitae" del mio ancor più amato Cicerone troneggia, dipinta in un bel maiuscoletto, con tanto di precisazione che è tratta dal De oratore.
Al contrario del crocifisso che preferirei non tenere in classe ma tanto è alle mie spalle e non lo vedo, la frase è proprio lì, davanti ai miei occhi, ma troppo in alto perché possa sperare di coprirla con qualche poster o cartellone come mi ero ripromessa di fare.
In compenso la prof. Casini, che l'ha voluta con tutte le sue forze, non può trarre alcun piacere dalla sua presenza, visto che in quella classe fin quando rimarrà la DADA soft (parecchio, vien da pensare, visto che abbiamo aperto l'anno con sei alunni in quarantena) non passerà un solo singolo minuto.

L'anno scolastico è iniziato, evviva l'anno scolastico.

giovedì 16 settembre 2021

Molto rumor per nulla - La nuova, innovativissima didattica DADA

Abboccheremo sempre, abboccheremo ancora!

Come raccontavo qualche giorno fa, ormai per la partenza della nuova, innovativissima didattica Dada mancava solo l'assenso del nostro Responsabile della sicurezza, che in data 2 Settembre sarebbe venuto a controllare se c'erano gli spazi adatti per farla in sicurezza.
Da allora nessuno ci aveva mandato a dir niente; ma con l'attuale Preside nessuno ci manda mai a dir niente e, avendo visto che i preparativi per la DADA-partenza continuavano a fervere per ogni dove, avevo dato per scontato che fosse arrivata l'autorizzazione - anche perché nel frattempo era arrivato l'orario DADA con relative classi DADA che tanto mi aveva gettato nel panico perché, si sa, imbranati si nasce e non si diventa - e io, modestamente, lo nacqui.
Avevo anche deciso, visto che facevo la prima ora, di mettere a tutto volume dalla LIM il video delle gemelle Kessler che ballano il Dadaumpa in perfetta simmetria, e a tal scopo mi ero ripromessa di arrivare un po' prima onde assicurarmi che le casse audio fossero collegate.
Mi sembrava un modo carino per festeggiare.

Ma c'erano anche altre cose cui badare, e così il giorno prima dell'inizio delle lezioni ero passata dalla scuola, armata di schemi e tabelle, allo scopo di definire con sicurezza in quali classi sarei dovuta andare il mattino seguente e non coprirmi soverchiamente di ridicolo già alla prima ora - ma anche con la vaga speranza di far appendere le carte geografiche nelle aule che mi sarebbero toccate in sorte, perché senza carte geografiche quando insegno sono una donna morta.
Avevo trovato gran fermento, naturalmente, ma anche custodi assai cortesi e pronte ad appendermi tutte le carte che volevo, anche se scarseggiavano i chiodi.
Ma erano custodi anche un po' esasperate e una mi disse "Non so se si rende conto che stasera alle quattro arriva il Responsabile della Sicurezza per decidere se partirà o no la didattica DADA" col tono di "Ma tu guarda in che condizioni da pazzi ci tocca lavorare".
In sottofondo, la Preside stava passando con un gruppetto di Adulti non meglio definiti (Genitori? Giornalisti? Assessori? Chissà) illustrando con grande entusiasmo l'avvio prossimo venturo della DADA.
"Immagino sia solo una formalità" ho provato a confortarla. E ci credevo davvero perché, se davvero ci fossero stati ancora dei dubbi, almeno di quello ci avrebbero avvisati, giusto?
E poi la presenza di quegli sconosciuti genitori o giornalisti o quel che erano mi rassicurava assai. Chi mai oserebbe convocar gente per vendere pelli di orsi non in suo possesso?

Così alle sette di sera, ormai dimentica di tutta la questione, ho dato una ultima scorsa alla posta sulla piattaforma e ho scoperto che sarebbe partita la DADA soft, quello con tutti fermi come sempre in classe e qualche visitina ai laboratori. Quello che facevamo già nel 2006, quando per la prima volta varcai le porte della scuola media di St. Mary Mead ma già c'erano laboratori per Musica, Informatica, Scienze, Arte e financo Lingue.
Evviva le novità.

C'era anche una lettera della Preside che ci spiegava che purtroppo la DADA in tempi di pandemia doveva iniziare a passo ridotto. Perché eravamo in tempo di pandemia, dovevamo sapere.
E anche  questa, devo ammetterlo, è una bella novità e nessuno aveva pensato a dircelo, fino a questo momento.

La mattina dopo le custodi erano un po' elettriche. Anche perché mi avevano messo le carte nelle aule sbagliate. Cioè, quando erano andate via, alle tre, le aule sarebbero state anche giuste, in effetti.
Si sono pure scusate, povere stelle, e offerte di rimediare quanto prima.
Sì, certo, perché tutto questo casino è stato senz'altro colpa loro.

Resta da capire chi ha preso in giro chi, e come sia stato possibile che questa storia si sia trascinata così a lungo invece di essere messa in chiaro al di là di ogni possibile dubbio come minimo due settimane fa. 
Magari col tempo si saprà anche questo, visto che siamo in un piccolo paese.
Per il momento si accettano ipotesi, se qualcuno ne ha.

lunedì 13 settembre 2021

Non si smarriscon tutti gli errabondi (ma io certamente sì)


Qualche anno fa chiesi a un caro amico di farmi un blasone nobiliare che mettesse in rilievo le mie più notevoli caratteristiche.
Dopo attenta disamina venne deciso di puntare su un elemento che da sempre mi caratterizza: una totale mancanza di senso dell'orientamento nonché di senso pratico.
Un serpente (classico simbolo femminile nella cultura mediterranea) stranito circonda una bussola senza ago, mentre sullo sfondo scorrono le placide acque dell'Arno.
Il motto scritto sulla lingua biforcuta del serpente si riferisce alla celebre (da noi)  esclamazione "E un tu sapresti trova' l'acqua in Arno!", detto a chi dimostra di non essere dotato di particolare destrezza.
L'Arno infatti è un fiume piuttosto grandotto, che non va mai davvero in secca; non riuscire a trovarci dell'acqua denota dunque una singolare imbranataggine.
Insomma, è un proverbio che sembra nato per descrivere me.
E infatti con grande onestà e una certa malinconia il serpente (o meglio la serpentessa) infatti confessa "Non ho mai trovato l'acqua in Arno".

Questo mio modo di essere, ahimé, verrà dolorosamente messo in rilievo dalla didattica DADA che a St. Mary Mead andremo ad affrontare a partire a Mercoledì.
Tale didattica infatti avrebbe come primo punto di partenza il fatto che sono gli alunni a muoversi verso l'insegnante, ed era una cosa che mi aveva assai confortato: perché, se sono fissa in una classe, ben difficilmente perfino io dovrei rischiare di perdermi, o di finire nella classe sbagliata - cosa che nelle prime due-tre settimane dell'anno faccio regolarmente nonostante le custodi abbiano gran cura di affiggere per ogni dove tabelle che indicano con gran chiarezza la disposizione delle classi nella scuola (che poi sono nove classi su due livelli, disposte lungo due corridoi. Non proprio un dedalo, insomma).

A causa della pandemia però per quest'anno verrà adottata una didattica DADA in versione particolare: si spostano sì i gruppi dei ragazzi, ma si spostano anche gli insegnanti onde permettere alle custodi di sanificare le aule ad ogni passaggio.
Tutto ciò mi ha gettato nel panico: se già riesco a sbagliare con classi che sono ferme e stabili al loro posto, che ne sarà di me al momento di entrare ogni ora in una diversa aula per trovare una diversa classe?
L'orario, oggettivamente, è più complicato del solito. Le singole aule non sono dedicate né a una classe, né a una materia e nemmeno a un insegnante. E' un orario con tanti colori e delle piccole, piccole indicazioni negli angolini. Però le due solerti vicepresidi lo hanno corredato di vari sussidi: orari delle singole aule, orari del singolo insegnante, orario della singola classe...
Con un po' di buona volontà ci posso arrivare perfino io, ammettiamolo. Forse.

Una cosa però mi conforta: le ore di Lettere sono concentrate in un solo corridoio, che contiene cinque aule.
Alla fine, gira che ti rigira, la mia classe dovrei comunque riuscire a trovarla, anche se non è detto che succeda al primo tentativo e nemmeno al secondo.

In God We Trust.
(L'anno scolastico sta per cominciare, evviva l'anno scolastico).

sabato 4 settembre 2021

Di alcune incertezze del tutto marginali legate all'avvio della didattica DADA

 

Un insegnante di St. Mary Mead attende con pazienza chiarimenti sugli sviluppi futuri 

Alla scuola media di St. Mary Mead tutto il personale ha provveduto a vaccinarsi con grande celerità e a quanto ci risulta i nostri amati alunni stan facendo la fila per fare altrettanto - e dunque le polemiche sul Green Pass e l'obbligo vaccinale non han turbato in alcun modo la nostra estate. 
Tuttavia l'inizio del nostro anno scolastico presenta margini di entropia tali da spingerci a invidiare tutte quelle scuole dove sono presenti nuclei di VaccinoDissidenti.
Le suddette scuole infatti hanno, se non altro, aule e banchi dove potrebbero, qualora gli insegnanti si presentassero, muniti di adeguata documentazione che li attesta in buona salute, svolgere regolari lezioni. Al contrario noi siamo abbastanza sguarniti a questo riguardo.

Il nostro problema è la Nuova e Innovativissima Didattica Dada.
Che partirà, purché il responsabile della Sicurezza dia l'autorizzazione. E il Responsabile della Sicurezza, a quanto ci risulta, nicchia alquanto e scioglierà la riserva solo tra qualche giorno.
Nel frattempo è stato preparato un orario Dada, con le ore accoppiate - allo scopo di limitare gli spostamenti degli alunni tra le aule. 
Perché la prima e grande caratteristica della Didattica Dada è che sono gli alunni a spostarsi, e non gli insegnanti. E allora conviene che i ragazzi si spostino poco, sennò fanno confusione.
E già qui il ragionamento presenta, a mio avviso, qualche incertezza. Se è bene che i ragazzi si muovano, perché devono muoversi poco? 
Comunque in tempo di pandemia la cosa purtroppo ha un senso, perché dopo ogni spostamento va fatta la sanificazione della classe, onde accogliere in sicurezza la classe che arriva dopo. E siccome la sanificazione è una procedura che prende un po' di tempo, capiterà che a spostarsi sarà l'insegnante e non la classe, in modo assai poco DADAista.
E tuttavia il vero problema non sono gli spostamenti, quanto le aule: perché  i lavori di allestimento  sono indietro. Molto indietro.
A dirla tutta, al momento abbiamo soprattutto delle aule vuote, anche se ben imbiancate, e un po' di banchi sparsi per il mondo - pochi, perché quelli appositi devono ancora arrivare. E devono arrivare anche le sedie, perché per ora ci sono soltanto le famigerate sedie con le rotelle che tutti rifiutano con sdegno (pare. A me non le hanno mai offerte. Comunque credo che le avrei rifiutate con sdegno anch'io, non perché abbia niente contro l'autoscontro ma perché c'è anche la tavoletta che in teoria dovrebbe sostituire il banco ma che mi sembra spaventosamente scomoda per lavorarci).
La decoratrice, come i banchi, le sedie e le attrezzature varie di cui abbiamo compilato già infinite volte la lista, arriverà "la settimana prossima". 

Nel tentativo di placare il Responsabile della Sicurezza è stato tenuto come piano B una DADA soft, ovvero le classi stanno in classe tranne quando vanno ai laboratori - più o meno come avremmo fatto anche l'anno scorso, se i lavori in corso non ci avessero impedito per quasi tutto l'anno di accedere ai laboratori.
Entro il 15 va dunque deciso se faremo la DADA hard oppure soft, se la faremo in aule decorate con adeguati colori divisi a seconda dei dipartimenti o nelle solite aule di tutti i giorni e soprattutto se i ragazzi avranno sedie su cui sedersi o se faremo invece una DADA sportiva, sul pavimento, magari disposti a cerchio (che potrebbe essere molto gradita alle giovani leve).

A quel che ho capito, al momento l'unica certezza sono le cattedre per gli insegnanti: le solite, scialbissime e un po' scheggiate cattedre che ci fanno compagnia ormai da tanto tempo (troppo, secondo me) - anche se la vera DADA, mi avevano detto, si fa senza cattedra.
Io, a dire il vero, avevo sperato in un elegante tavolo in stile svedese. 
L'avrei voluto più lungo e più stretto di una normale cattedra, in legno chiaro o colorato e senza cassetti (ché ormai sono abituata a farne a meno perché quelli delle nostre cattedre funzionano malissimo).
Per esempio così:

Ecco, il fatto che non avrò l'elegante tavolo in legno chiaro è forse l'unica certezza di cui disponiamo al momento.

Questo solo possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non abbiamo.
Non chiederci la formula che la DADA possa aprirci.