Il mio blog preferito

domenica 15 agosto 2021

La notte che Google perse i' capo*

Oscure minacce si addensano anche sulle conversazioni in apparenza più innocue
(Taci, il nemico ti ascolta!)
 
Alla fine di Maggio strane cose stavano succedendo nell'universo Google (un universo assai complesso e articolato, che comprende anche YouTube e, molto più modestamente, la piattaforma da cui sto scrivendo).
C'era uno YouTuber  di discreta rinomanza, per esempio, che si era visto improvvisamente cancellato un video su Dubai ove osava sostenere che la manodopera straniera importata in quel paese non era trattata in modo molto rispettoso. A seguito di tutto ciò lo YouTuber in questione aveva tosto pubblicato un altro video dove si lamentava moltissimo, sostenendo che lui su quel video ci aveva lavorato come un castoro e non gli sembrava davvero cosa mangiarglielo così, senza un motivo.
Poi il video ritornò.
Poi un altro YouTuber, anche più conosciuto del primo, si era visto sparire un video che parlava (mi pare) delle polemiche che imperversavano sul disegno di legge Zan contro l'omofobia. Glielo sbloccarono poche ore dopo e lui non commentò in alcun modo la cosa. La commentarono però, e parecchio, i suoi abituali follower che si erano ampiamente accorti che il video era stato rimosso. Questo secondo YouTuber aveva dedicato negli ultimi mesi diversi video alla questione delle censure su Facebook e su YouTube, spiegando qualmente di come i proprietari di questi colossi della rete stessero cercando un equilibrio tra la libertà di censura, le conseguenze politiche che certi contenuti pubblicati sui social potevano portare, le censure operate dalla Cina ma anche da altri paesi, il rischio di querele, il rischio di scontri con i poteri istituzionali (come si era già visto con Trump dopo le ultime elezioni presidenziali) - e insomma osservando che la questione era molto complicata e i colossi in questione stavano faticosamente cercando un punto di equilibrio che gli permettesse di continuare a gestire in pace i loro enormi social (e incassare i soldi che gli fruttavano) ma anche che questo punto di equilibrio era complicato da trovare per vari motivi, e non ultimo il fatto che la quantità di roba pubblicata su questi social è ormai enormissima e molto difficile da gestire e soprattutto da tenere sotto controllo.
E poi qualche tempo prima era stato chiuso un canale di quelli molto complottisti, se vogliamo anche tossico. Ma... era giusto chiuderlo, visto che tutti hanno diritto alla libertà d'espressione? E considerando che la Verità è una creatura piuttosto sfuggente e difficile da definire? Ed era apparso anche un video pubblicato da uno YouTober che vantava anche lui un suo seguito, anche se più contenuto di quello dei due YouTuber di cui ho scritto prima, e che sosteneva che la rimozione dall'alto delle fake news era sbagliata per principio; e io su questa posizione mi ero tutto sommato attestata anche se mi rendevo conto che il problema non era solo quello.
E su tutto ciò io meditavo e ponderavo con grande attenzione, cercando di capire tutti i lati della questione, che si rivelava invero assai spinosa e senza veri precedenti storici; ma ci riflettevo come si riflette sui Massimi Sistemi, perché mi ritenevo coinvolta solo in qualità di utente.

Ma ecco, una mattina di Maggio mi svegliai e come sempre accesi il computer e guardai la posta. E lì trovai 5 mail 5 di Google, che mi spiegava che aveva deciso di sbloccare cinque miei post perché, ripensandoci, lei Google si era accorta che     questi post non violavano gli standard di Google e non incitavano al terrorismo, alla pornografia, all'abuso di minori e simili.
Con gli occhi grandi come tazze da tè guardai e riguardai le mail domandandomi
1) perché ero ubriaca visto che da almeno tre giorni non toccavo una goccia di alcool
ma soprattutto
2) perché alla Google bevevano invece in modo così smodato prima di mettersi al lavoro.
E continuando a scorrere la posta trovai anche le lettere che mi avvisavano, la sera prima, mentre leggevo il mio bel romanzo vittoriano di turno e coccolavo i gatti prima di spengere la luce per dormire, che quei cinque post erano stati cancellati in quanto qualcuno li aveva segnalati e dopo averli esaminati Google aveva stabilito che sì, effettivamente violavano gli standard perché incitavano al terrorismo, erano altamente pornografici eccetera.
E a quel punto i miei occhi erano diventati grandi come ruote da mulino.
Per fortuna l'orologio incombeva, la scuola aspettava e dunque piantai tutto lì e corsi a fare il mio onesto lavoro, per riprendere la questione soltanto a pomeriggio ormai avviato.

Tornata a casa, riconsiderai la questione con perplessità sempre maggiore.
Prima di tutto: quali erano questi post che incitavano al terrorismo, all'odio eccetera?
La cinquina era composta da
- un post sulla festa del 25 Aprile e la curiosa reinterpretazione cui è stata sottoposta di recente
- una modesta recensione del bellissimo film Porco Rosso del grande Miyazaki, 
- un post sulla reinterpretazione del  fascismo  ai giorni nostri 
- uno sul razzismo (che si apre con la sovversiva immagine di una razza intesa come pesce, onde meglio incitare al terrorismo)
- e una piccola commemorazione dell'anniversario della chiusura delle scuole per pandemia dove avevo osato scrivere nel titolo la parola Covid, ormai diventata ben più popolare dell'inizialmente più usata Coronavirus. Gli auguravo un buon compleanno, nientemeno. Assai terroristico da parte mia, ne convengo. Ma perché non deve avere diritto a un compleanno pure lui, poverino? Mica l'ha scelto dal catalogo, di essere un virus ad alta mortalità. Magari avrebbe preferito essere uno di quei virus che aiutano la flora intestinale.

Prima di ripubblicarli, come la stessa Google mi aveva autorizzato a fare, rilessi i cinque post. Vabbé, non c'erano dentro contenuti che incitavano al terrorismo o all'odio e questo lo sapevo, ma nemmeno mi sembrava che potessero essere definiti violenti - in particolar modo quello della recensione del film. E poi via, il buon compleanno al virus con le bottiglie di champagne, davvero esisteva qualcuno disposto a prenderlo sul serio?

Va bene, l'algoritmo aveva cannato alla grande, esattamente come aveva fatto col video su Dubai e con quello sul disegno di legge Zan. Ma come c'era arrivato, l'algoritmo, al mio piccolo blog di nicchia? I due canali di YouTube censurati avevano centinaia di migliaia di iscritti. Il mio blog, in un anno, non fa nemmeno un centinaio di migliaia di accessi. Chi se lo fila, a parte qualche gentile e paziente lettore?
E, sul serio, era davvero possibile che qualcuno di questi lettori, un po' meno gentile degli altri, avesse deciso di segnalare alla Suprema Autorità di Google quei cinque post trovandoli insopportabili nel tono e nel contenuto? Anch'io ho lettori che arrivano qui per caso, dopo aver incrociato un rimando su Google alle prove Invalsi o alle recensioni di Harry Potter, ma son tutte persone molto paciose, mi sembra.
L'unica possibilità ragionevole mi sembra che laggiù, a casa Google, qualcuno abbia lanciato l'algoritmo all'impazzata nella blogsfera di Blogspot - che non è esattamente una piattaforma titanica per frequentazioni, va pur detto - ottenendone risultati piuttosto discutibili.

Tutta la vicenda ai miei occhi rimane un assoluto mistero. Che mi ha lasciato una certa inquietudine, però.
Spero che da allora abbiano un po' rivisto l'algoritmo, non mi sembra dei più affidabili. Per diminuire la diffusione del terrorismo nel mondo, cancellarmi i post temo che non serva a molto.
Dovrebbero cercare u  rimedio più efficace, secondo me.

* modo di dire tipicamente toscano per indicare qualcuno che perde il ben dell'intelletto e fa qualcosa di estremamente stupido

domenica 8 agosto 2021

8 Agosto 2021 - Giornata Mondiale del Gatto: gatti in musica (luuungo)


In occasione della Giornata Mondiale del Gatto ho pensato di presentare, invece del solito post zuccherino su quanto son belli i gatti, una piccola selezione personale di musiche dedicate appunto ai gatti negli ultimi secoli.

Cominciando con un falso storico, ovvero la Fugue du chat di Scarlatti; che è una fuga, ed è di Scarlatti, ma che non si chiamava così nelle intenzioni dell'autore.
Si tratta della Fuga in Sol minore, K. 30 L. 499, composta nel 1739. Qualche decennio dopo apparve la denominazione Fuga del gatto con relativa leggenda che racconta di come Scarlatti la componesse ispirandosi al suo micio Pulcinella (che è davvero esistito e di cui Scarlatti faceva gran conto) che amava passeggiare sulla tastiera - come fanno del resto tutti i gatti che hanno una tastiera a disposizione. L'andamento del pezzo è comunque molto felino:


Un buon esempio di Fuga del Gatto sulla Tastiera l'abbiamo anche nel film de Gli Aristogatti


che include anche una bella canzone dedicata al giusto sentimento che spinge ognuno di noi a desiderare di essere un gatto


ed esplora il rapporto dei gatti con lo swing, il jazz e la musica d'atmosfera.
E già che si parla di Aristogatti, è giusto aggiungere anche la sigla cantata nientemeno che da Maurice Chevalier


Molte volte i gatti sono stati messi in musica. Abbiamo per esempio il musical Cats mandato in scena con gran successo nel 1980 da Lloyd e Webber. Grandi musicisti, che si basavano sui testi di T.S. Eliot, nientemeno. Belle le poesie di Eliot, belle le canzoni, ma a dir la verità quelli non sono gatti, sono umani con la coda. Così, giusto per onor di bandiera, posterò soltanto la canzone più famosa, cantata da Elaine Page vestita da gatta triste e malandata:


Altra canzone struggente su una gatta ci arriva dai Queen. Il gattaro ufficiale del gruppo era Freddie Mercury, che a una delle sue gatte preferite dedicò Delilah che non è probabilmente il loro più grande capolavoro  (anche se Freddie miagola molto bene). Tuttavia Brian May da ragazzo aveva avuto una gattina di nome Squeaky, purtroppo morta giovane. La versione originale della canzone venne pubblicata nell'album News Of the World e per il 40° anniversario della pubblicazione venne fatto un cartone animato, che aveva anche una versione cantata da Freddie. Entrambe le versioni hanno i loro specifici pregi, ed entrambe mi sono sempre parse molto commoventi perché un adulto che ricorda l'amico scomparso nella sua prima giovinezza (ma anche l'amico umano scomparso a quando ormai la giovinezza stava finendo) compie uno strano gioco di specchi che lo porta a piangere la sua stessa morte, ma anche a sperare la rinascita e la riunione alla fine di tutto. Secondo i fan, i quattro uccelli che alla fine del video volano insieme nel sole sono i quattro Queen (e il robot a terra naturalmente è Freddie), e comunque nel cartone animato si vede benissimo che il senso è quello.



I Queen non sono stati gli unici a dedicare una canzone a un gatto amato e poi perduto: verso la fine degli anni 80 un gruppo di Prato, "Edipo e il suo complesso" scelse di fare la cover di un celebre brano degli U2. Il brano riscosse un certo seguito e veniva spesso trasmessa anche dalle radio locali. Il titolo è M'è morto il gatto, e la canzone è cantata in purissimo vernacolo fiorentino. Ricordo che l'ascoltai pochi giorni dopo la morte dell'amata Giselle ed ero seriamente incerta se ridere o piangere - nel dubbio, feci entrambe le cose.


Parliamo adesso di gatti disagiati e maltrattati, dalla sorte ma anche dagli umani.
Quella che segue è stata definita da un critico musicale l'unica canzone di protesta del 1968 che ha avuto un successo duraturo


tanto che il successo dura tuttora: la canzone viene continuamente citata, il celebre ritornello sei per sette quarantadue è ancora d'aiuto per chi studia le tabelline e il titolo è usatissimo come nome per le associazioni per la tutela dei felini, per le linee di cibo per gatti e c'è pure una serie animata che va in televisione. La canzone parla di gatti randagi che si organizzano per rivendicare il loro diritto ad una vita migliore.
A volte però una vita migliore ci si può conquistare anche in proprio, utilizzando bene le opportunità offerte dalla sorte - com'è il caso della Gatta Cenerentola di Roberto De Simone, arrivata in scena nel 1976, in cui Cenerentola, stabilito che c'è chi nasce cane e chi nascette gatta, e che lei è nata gatta e non canillo, aspetta fiduciosa di acchiappare il sorcetto che la sorte prima o poi le manderà - e infatti tradizionalmente ai gatti è attribuita la virtù della paziente attesa


In altri casi invece quello che per il gatto è un gioco viene volutamente frainteso e interpretato come un malessere psicologico - ed è così che Giorgio Gaber ha scritto una canzone che descrive in realtà una tipologia umana (quella che oggi viene classificata come hater). La canzone è tuttora molto attuale e mi riprometto di usarla quando in classe si parla di bullismo.


E infine ci sono anche gatti danneggiati dalla stupidità umana. E' il triste caso cantato da Modugno in due pregevolissime versioni (dialetto e italiano) nei 1961



Com'è noto però i gatti neri hanno anche moltissimi estimatori, e al loro fascino esclusivo è dedicato uno dei classici immortali dello dello Zecchino d'Oro (edizione 1969)

La canzone ha anche avuto un grande successo all'estero e conta molte cover nelle più svariate lingue (specie in Asia). Qui una versione multilingue,


ma la canzone è stata reinterpretata davvero in vari modi. Ecco per esempio la versione coreana


Passiamo adesso a quelle canzoni dove i gatti descrivono sé stessi e il rapporto (molto soddisfacente, di solito) che hanno con la loro gattità: per esempio nel bel film La gabbianella e il gatto del 1998 (un film davvero molto gattoso e che dell'identità felina vera o presunta fa uno dei temi principali) questa è Siamo gatti scritta e cantata da Samuele Bersani


Della gattità si erano già occupati i musicisti barocchi. Per esempio Richard Brown in un delizioso quadretto di vita notturna, con gattini innocenti che si ritrovano la notte per fare le fusa insieme:


Ci sono poi canzoni dedicate allo stupore e l'ammirazione che gli esseri umani provano verso quella splendida creatura che è il gatto. In Rejoice in the Lamb di Britten uno dei brani è appunto dedicato al gatto Geoffrey esaltato dal suo umano (nel Settecento) come esempio dell'armonia divina; musica sacra, dunque.

For I will consider my cat Jeoffry.
For he is the servant of the living God.
Duly and daily serving him.
For at the first glance
Of the glory of God in the East
He worships in his way.
For this is done by wreathing his body
Seven times round with elegant quickness.
For he knows that God is his saviour.
For God has bless'd him
In the variety of his movements.
For there is nothing sweeter
Than his peace when at rest.
For I am possessed of a cat,
Surpassing in beauty,
From whom I take occasion
To bless Almighty God.*

 

Molto meno sacrale ma estremamente realistica è invece la canzone Gatto Matto di Roberto Angelini, che nel 2003 riscosse un enorme e meritato successo e che descriveva fedelmente la convivenza col suo gatto:


(no, nel video non ci sono molti gatti anche se è comunque piuttosto gradevole. Cercando su YouTube comunque le versioni gattate abbondano).

Lo strumento scelto da Prokov'ev per illustrare il gatto in Pierino e il lupo è il clarinetto

Lo cito soprattutto perché la composizione è ancora famosissima, a quasi un secolo di distanza, e tuttora gli studenti di tutto il mondo se lo ritrovano davanti nei loro primi approcci con la musica classica. Il gatto è un personaggio abbastanza secondario, ma il suo tema è di quelli che rimangono impressi per la vita.
Anche Rossini dedicò una composizione ai gatti: si tratta del Duetto buffo, di solito eseguito da due soprani o da voci bianche. Ce ne sono molte versioni, anche con cantanti assai famose, ma si può interpretare in molti modi: come una discussione, un litigio oppure come un corteggiamento.
Qui ho messo la mia versione preferita, dove la regia è assolutamente geniale:


Molto famosa è anche la versione animata da Lele Luttazzi


In questo modo ho introdotto l'ultimo tema: gatti e amore. Si tratta di un sentimento che i gatti vivono con molta intensità e che spesso finisce per coinvolgere anche i vicini dei loro umani - oggi meno perché molti gatti accasati nelle famiglie vengono sterilizzati, ma siccome i gatti continuano ad essere molto numerosi il rituale del corteggiamento deve essere ancora piuttosto diffuso.
In questa canzone dell'inizio del secolo viene descritto molto bene il comportamento usuale di un gatto innamorato


ma la vera e perfetta canzone dei gatti innamorati naturalmente è Lovecats dei Cure


Durante il lockdown dell'anno scorso la Ukulele Orchestra in Great Britain ne ha fatta una cover dove ognuno suonava a casa sua in uno sfondo il più gattoso possibile; la bravura della Ukulele Orchestra nel reinterpretare brani assai famosi è davvero notevole, e insomma per quanto i Cure siano senz'altro una delle vette della musica contemporanea, la versione ukulele mi piace più dell'originale


Per chiudere la carrellata, una canzone molto felina di Lucio Battisti uscita nel 1978 nell'album Una donna per amico. Il ritmo, l'orchestrazione e perfino il testo sono davvero ben misurati e solo molti, molti anni dopo, riascoltandola per puro caso mi resi conto che non si limitava a descrivere la singolare capacità del gatto nello spadroneggiare in casa, ma parlava di un particolare tipo di gatto, ovvero quello a due zampe: un caro, carissimo amico, molto discreto e talmente simpatico che si finiva sempre per invitarlo perché tanto abbiam tempo per star soli. Il narratore si rende conto benissimo di dove il gatto vuole andare a parare, ma capisce anche che avvisare la sua ragazza sarebbe una grave mancanza di stile, perché implicherebbe che la ragazza non è capace di gestire la situazione da sola - e intanto il gatto conduce con fare felpato il suo corteggiamento e se la ragazza è innocente non c'è dubbio che ci cascherà e davvero il gatto riuscirà a farci quel che vuole.
Non esiste un video originale, ma il video amatoriale composto da disegni di Vladimir Rumyancev secondo me rende molto bene l'idea.


(Eh sì: immagino di non aver capito di cosa parlava la canzone perché se la ragazza della canzone fossi stata io, avrei senz'altro abboccato come una carpa con assoluta innocenza. Sempre stata piuttosto ingenua, io).

 *il testo originale di Christopher Smart è molto più lungo. 

lunedì 2 agosto 2021

Invalsi 2021 - Sono arrivati i sorprendenti risultati delle Prove di quest'anno

Un funzionario invalsi bruca tranquillo nel prato

Il 14 Luglio sono usciti i risultati delle prove Invalsi per l'anno scolastico 2020-2021.
A sorpresa (a giudicare dal grande scandalo collettivo) cotali risultati si sono rivelati non esattamente favorevoli alle nostre truppe. E subito i Tuttologi dell'Estate si sono scatenati deprecando tutto ciò, stracciandosi le vesti e ululando alla luna e ivi fu pianto e stridor di denti su tutti i giornali, con grandi critiche rivolte alla scuola tutta e lamentando questa e quest'altra sua Enorme Carenza.
E qui sorge spontanea la domanda: Cosa si aspettavano? Dopo un anno e mezzo di lamentazioni collettive di alunni, insegnanti, genitori e via dicendo che ululavano alla luna per colpa della Didattica a Distanza e delle sue Deplorevoli e Inevitabili Conseguenze?

Ebbene sì, strano ma vero qualche conseguenza negativa dopo un anno e mezzo di Didattica a Distanza c'è stata.
Ma proviamo a guardare nel dettaglio.
Le Elementari, dette anche talvolta Primarie, tutto sommato hanno fornito prove abbastanza simili a quelle di due anni fa.
Le Medie, dette anche Secondarie (e se proprio vogliamo sono Secondarie di Primo Grado) han perso cinque punti per Italiano e Matematica rispetto a due anni fa. Inglese no, soltanto due.
Le Superiori, dette anche Secondarie (ma sono Secondarie di Secondo Grado, nel gergo specialistico) invece han perso 9 punti per Italiano e Matematica e 3 per Inglese, e quindi sono andate davvero molto peggio del solito (salvo Inglese).
Se, come osservava la gentile commentatrice Nicoletta forse proprio perché il campione non è omogeneo (si riferiva al fatto che nelle varie regioni il tempo della DaD non era stato uguale) fare queste prove è interessante, per capire come e quanto la dad abbia inciso sull'apprendimento allora possiamo dire che la Didattica a Distanza sull'apprendimento ci incide abbastanza. E infatti la differenza è proprio la Didattica a Distanza: rispetto a due anni fa gli insegnanti sono grosso modo gli stessi MA quest'anno le Elementari hanno lavorato per gran parte in presenza, pur se con qualche alto e basso a seconda delle zone, le Medie sono andate avanti a strattoni ma una buona parte dell'anno in buona parte d'Italia per loro è stata in presenza; alle Superiori invece, a parte una piccola ouverture e un epilogo finale a presenza alternata, la gran parte dell'anno è stata a distanza. Dunque la DaD incide sull'apprendimento tra il 5 e il 9 per cento in media, in misura abbastanza proporzionale alla sua durata.
E' un dato interessante, senza dubbio. Ottenuto a caro prezzo (le Invalsi costano, oltre a essere un discreto impazzamento per organizzarle, specie in tempo di pandemia) ma alla fine è l'unico che abbiamo perché dal Ministero non ci hanno mai mandato a chiedere nulla e tutto quel che sappiamo sui risultati della DaD lo dobbiamo a chiacchiere più o meno estemporanee di gente che conosceva solo il suo orticello e a qualche indagine della Fondazione Agnelli che comunque ha lavorato su un campione (scelto con gran cura, sono convinta, ma qui è davvero un caso dove ognuno ha la sua storia da raccontare).

E qui sorge spontanea una domanda - soltanto a me, sembra, perché non mi risulta che nessuno abbia indagato:
Perché Inglese ne ha risentito molto meno di Italiano e Matematica?
Dal momento che gli alunni sono gli stessi, e gli insegnanti di Lingue son fatti della stessa materia di cui siamo fatti noialtri docenti, la differenza può stare solo nella natura della materia o nella metodologia didattica. Sinceramente, mi piacerebbe saperne qualcosa di più, e davvero non ho niente in contrario a farmi spiegare da qualche collega di Inglese come fare meglio il mio mestiere.
In compenso mi sento decisamente acida verso i tanti che deprecano la deplorevole incapacità degli italici insegnanti nella Didattica a Distanza: prima di tutto perché non c'è stato un cane che fosse uno che è venuto a farci assistenza spirituale e soprattutto materiale indicandoci una metodologia concreta e dandoci istruzioni (a parte gli sventurati Referenti Informatici, che peraltro sono pure loro insegnanti della scuola italiana); ma ancor di più perché, a quel che mi risulta, gli insegnanti di Inglese - che sono insegnanti della scuola italiana a tutti gli effetti - non sembrano al contrario essersela cavata per niente male.

Ma le sorprese non finiscono qui: infatti scopriamo che (questa sì che è una novità) al Sud hanno fatto molto peggio che al Nord.
Eppure sappiamo tutti che le regioni del Sud si distinguono per un tenore di vita assai elevato rispetto ai loro connazionali, e notoriamente godono di una assai migliore qualità di servizi: più computer, più laboratori informatici, abitazioni più comode, in generale un benessere economico e sociale ben più alto e collegamenti informatici nettamente superiori ai nostri. Davvero questo gran divario in negativo non si spiega.
Qualcuno sa come ha funzionato la distribuzione dei dispositivi agli alunni in condizioni di digital divide nelle regioni del Sud, e quali e quanti dispositivi sono stati distribuiti?
Così, per curiosità.
Perché una cosa che abbiamo imparato in questi 18 mesi è che la DaD è molto, molto classista.
E vogliamo parlare del numero dei componenti delle famiglie?
No, personalmente non ne voglio parlare; ma corre voce che i figli unici con la DaD se la siano passata meglio. Quando siamo in tre a fare lezione, più magari un genitore, l'appartamento dovrebbe avere ALMENO cinque stanze (gli altri che non fan lezione dovrebbero pur avere un posto dove stare, mica li puoi sbattere nell'androne. Specie d'inverno) - ma se per disgrazia non ce l'ha non puoi costruirgliela sul momento, e allora tutti saranno in difficoltà.

Come scrivevo più sopra, i Tuttologi si sono scatenati spiegando che le scuole dovrebbero essere più grandi e comode, che si potrebbero fare lezioni all'aperto (ad avercelo, un aperto dove stare), che gli insegnanti andrebbero formati meglio eccetera eccetera. Tutti temi freschi e nuovi che porteranno senz'altro a grossi esiti concreti.

In attesa di questi esiti, vorrei fare una piccola considerazione estemporanea sulle Prove Invalsi, che nel corso di questi anni Invalsi hanno cambiato più volte pelle: Prima sono state obbligatorie e facevano media con il voto della materia (e per un certo periodo anche con il voto dell'esame, almeno alle medie), ma abbiamo avuto anche tutta una serie di formule intermedie.
Al momento dice che non contano più, e corre voce che anzi i ragazzi possano decidere di non farle. Corre anche voce che, soprattutto alle superiori, molte le abbiano fatte senza impegno, tirando via a rispondere come capitava. E questa voce corre perché diversi alunni lo hanno ammesso senza remore, spiegando che la fine dell'anno è stata piuttosto turbinosa e piena di verifiche e dunque in molti han preferito concentrarsi su quelle verifiche che sfociavano in un voto, invece che sulle Prove Invalsi che, dal punto di vista dell'ammissione, lasciavano il tempo che trovavano.
Può darsi che eticamente questo non sia un atteggiamento valido (può darsi. Forse. Chissà) ma la scuola italiana è decisamente votocentrica nella sua impostazione, e di questo è bene che i funzionari Invalsi tengano conto, mentre si appendono i festoni di rose alle lunghe corna di cui madre natura li ha dotati* 
Davvero, sono passati più di dieci anni da quando abbiamo le Prove Invalsi, e sarebbe ora che dette Prove decidessero cosa vogliono fare da grandi e mantenessero stabile questa decisione.
Sono prove amatoriali?
Sono prove valide a tutti gli effetti come verifiche?
Sono prove dell'esame?
Sono prove iniziatiche?
Sono prove i cui risultati saranno inseriti nel casellario giudiziario?
Sono prove che danno punti-patente?
Sono prove che permettono di accedere a sconti e facilitazioni nei bar e nelle discoteche?
Va bene tutto, ma che si decidano una buona volta. 

Quanto ai Tuttologi, per fortuna quest'anno siamo stati assistiti da una pregevole vittoria dell'Italia agli Europei di calcio e da olimpiadi dove gli atleti italiani hanno conseguito risultati davvero ottimi, e quindi si sono calmati quasi subito.
I risultati dell'Invalsi di quest'anno comunque restano quello che sono, che i Tuttologi se ne occupino o meno; e limitarsi a criticare per un giorno o due gli insegnanti e la qualità degli edifici non porterà ad alcun miglioramento dei risultati per l'anno prossimo, temo.

*(com'è noto infatti essi tutti sono, senza esclusione alcuna, dei grandissimi cornuti, come ho ripetuto più e più volte in questo onorato blog).

venerdì 30 luglio 2021

La caduta dell'impero romano. Una nuova storia - Peter Heather

Ammetto senza problemi che la copertina non è tra le migliori sul piano estetico, davvero. Tuttavia, l'unico modo per scansarla almeno in parte è ricorrere al formato elettronico, dove se non altro non si è obbligati a guardartela ogni volta che si apre il libro; perché detto libro conta svariate edizioni e ristampe da quando è apparso in Italia nel 2006, ma l'editore Garzanti è rimasto deplorevolmente fedele a quella, senza nemmeno dirci di chi è quella brutta faccia (credo sia Costantino, ma collegarlo alla caduta dell'impero... boh?).
E dunque, un libro di storia sulla fine dell'impero romano. 
Con che coraggio l'autore mette come sottotitolo Una storia nuova
Sì, certo, un pelino di provocazione c'è. Si tratta però e prima di tutto di una sintesi della storiografia degli ultimi cinquant'anni sull'argomento (all'epoca della prima pubblicazione, ovvero il 2005). Gran profluvio di considerazioni basate sui recenti scavi archeologici, ma anche sulle analisi recenti delle fonti scritte, che nel frattempo ovviamente sono un po' aumentate: ricerca di qua, spulcia di là, è inevitabile che qualcosa di nuovo salti fuori. E poi naturalmente vale il classico slogan che esorta a "guardare le fonti vecchie con occhi nuovi".
Ne esce un quadro rivoluzionario, che stravolge e rivolta come calzini le vecchie teorie?
Ovviamente no, ma qua e là qualcosa cambia, e tanti piccoli cambiamenti finiscono per alterare notevolmente il quadro d'insieme.
Inoltre, per Heather come per tutta la storiografia inglese, c'è l'enorme totem dell'antico e sacrale testo di Gibbon The Decline and Fall of the Roman Empire, che in Inghilterra è tuttora il classico testo che se non l'hai letto puoi solo andare a nasconderti con la tua vergogna in un cantuccio  - mentre da noi è stato letto solo da pochi eletti nelle cui file non posso ad alcun titolo vantarmi di essere inclusa. E già dal titolo c'è una nota polemica, visto che si parla senza infingimenti di caduta dell'impero romano, ma si mette da parte il declino; e infatti il quadro che traccia Heather non è di un impero in declino, bensì di un impero che declinò, alla fine, solo e soltanto perché stava cadendo - perché se crolli vuol dire che tanto in forze non sei più. Oppure, spingendosi un pelo più in là: se cadi vuol dire che chi ti ha fatto cadere era più forte di te, che tu stessi declinando o meno.
Dunque una onesta opera di compilazione con qualche teoria innovativa accennata qua e là.

Il tema delle motivazioni della caduta dell'impero romano è molto sentito e discusso sin dal 476 d.C., come scoprii con un certo divertimento mentre preparavo non so quale esame (Storia della Chiesa, mi sembra) appunto a tema tardoantico, e tra i testi da studiare c'era una raccolta di saggi data alle stampe da Einaudi nel 1968 dedicata a Il conflitto tra paganesimo e cristianesimo nel secolo IV che apriva con una conferenza di Arnaldo Momigliano che vantava un inizio di quelli che restano impressi:
Possiamo forse cominciare con una buona notizia: in quest’anno di grazia 1959 è ancora possibile considerare verità storica il fatto che l’Impero romano declinò e cadde. Nessuno, a tutt’oggi, è disposto a negare la scomparsa dell’Impero romano. Ma qui comincia il disaccordo degli storici: quando si domanda perché l'Impero romano sia caduto, si ottiene una sconcertante varietà di risposte.
Seguiva poi la garbata constatazione che le cause della caduta in questione erano invece tuttora assai discusse, e tra le possibilità più carine c'era una teoria marxista che sosteneva che il declino iniziò con la fine della guerra del Peloponneso (ovvero parecchio prima della nascita del suddetto impero). Di quel saggio, che da anni mi propongo di recuperare e fotocopiare, ricordo soprattutto le gran risate che mi feci leggendolo e di come perseguitassi chiunque mi capitasse a tiro leggendone passi scelti (senza far troppi danni, perché si trattava comunque di gente che faceva Lettere e dunque non sempre era completamente disinteressata alla questione). Ancora oggi, ogni volta che in classe devo parlare della caduta dell'impero romano o anche più in generale delle discussioni storiche cito quel passo introduttivo ai ragazzi, spiegando che la storia è materia molto più mutevole e ondivaga di quanto si sia tradizionalmente portati a pensare.
Giusto per sintetizzare un minimo e uscire dalla palude dei bei ricordi della mia giovinezza, la frase di Momigliano sta ad indicare che già 60 anni fa, con buona pace di Gibbon, la questione delle cause e concause della caduta dell'impero romano era ancora tutt'altro che definita. E, del resto, quale argomento di storia lo è stato mai?

Ma veniamo al libro.
In sintesi, si divide in tre parti. La prima è una dettagliata descrizione del Signor Impero Romano: come funzionava, com'era strutturato, quali erano i suoi limiti di fondo - limiti per certi versi non aggirabili, per esempio il problema della lentezza delle comunicazioni: all'epoca, più che organizzare una bella rete di strade con tanto di stazioni di cambio per i cavalli non si poteva fare, anzi sotto quell'aspetto i romani erano stati molto bravi ed efficienti. Ma l'impero era grande e le comunicazioni lente. Per lo stesso motivo l'impero non era veramente centralizzato, a piramide: c'era il potere centrale e c'erano i poteri locali, piuttosto autonomi. Era una soluzione che per molto tempo si dimostrò piuttosto valida.
C'era poi un grosso esercito, molto ben addestrato e pagato con le tasse. I problemi con le tasse arrivarono nel momento in cui le tasse smisero di arrivare con regolarità perché una parte sempre maggiore dell'impero era in mano ai barbari, che le tasse, detto e non concesso che le riscuotessero, se le tenevano per sé.
La classe dirigente era corrotta, ma lo era in modo sistemico, e lo era sempre stata anche quando l'impero rifulgeva sì come gemma.
I confini... è noto che a un certo punto l'impero smise di espandersi. Perché?
Perché da una parte c'erano i persiani, che all'inizio del IV secolo diventarono molto forti e pericolosi. Una parte delle truppe venne infatti dedicata da allora al confine con i Sasanidi, ma non sempre con grandi risultati. Inoltre, le truppe che schieravi contro i Sasanidi non le potevi schierare da altre parti, che in certi momenti si dimostrò un serio limite.
L'altro confine erano i Germani, divisi in millemila tribù occupatissime spesso a combattersi tra loro e tutte decisamente poverelle. A un certo punto Roma stabilì che, visto che tanto da loro non c'era da raccattare granché, tanto valeva lasciarli stare salvo occasionali scorrerie quando gli servivano rinforzi per le truppe o nuovi coloni - e, naturalmente, quando cercavano di allargarsi. Modesti contingenti di migranti erano accolti senza problemi, ma sempre facendo molta attenzione a impedirgli appunto di allargarsi, spesso con sistemi davvero tutt'altro che cortesi.

La seconda parte è dedicata al primo Problema Serio che si presentò per l'impero, ovvero l'arrivo in massa nel 375-76 di ben due popoli germanici, greutungi e tervingi, che si presentarono in massa alla frontiera chiedendo di entrare, finirono per entrare in modo decisamente caotico e rimasero per anni a scorazzare all'interno dell'impero sostentandosi a razzie fino alla battaglia di Adrianopoli del 378 dove i romani persero. Il problema dunque da occasionale si fece permanente, anche se venne in vario modo arginato. Solo che, una volta arginato in qualche modo, entrò in scena Attila con gli unni al seguito - guarda caso proprio il popolo che aveva convinto greutungi e tervingi a scappare verso l'impero ad imlorare protezione e asilo.
Gli unni guidati da Attila furono un problema ancor più serio, anche perché al contrario dei Germani sapevano gestire un assedio e prendere una città, per quanto ben cinta di mura. Se dal disastro di Adrianopoli l'impero era riuscito a riprendersi, sia pure con qualche cedimento, con Attila e i suoi le cose andarono molto peggio. Ma l'impero di Attila, è noto, durò pochissimo. Tuttavia...

La terza parte è dedicata al disastro vero e proprio che secondo l'autore cominciò, ebbene sì, proprio al crollo dell'impero unno: a quel punto infatti i Germani non erano più tanti rivoletti di scarsa rilevanza, ma avevano imparato a riunirsi in grandi confederazioni (con grandi eserciti) e gestirli era tutt'altra storia. In particolare un problema decisamente serio furono i vandali di Genserico, che decisero di improvvisarsi navigatori; con un certo successo, visto che approdarono sulle coste africane. Di tutto questo il problema più drammatico fu proprio la perdita, per la parte occidentale dell'impero, delle cospicue tasse africane.
Nel 468 però la parte orientale dell'impero armò e finanziò una grandiosa spedizione per il recupero dell'Africa (che finì in un disastro abbastanza simile a quello dell'Invincibile Armata del 1588) e secondo Heather il vero punto di non ritorno fu proprio quello: dopo quel disastro militare non c'erano più soldi né esercito da giocare per la parte occidentale e la parte occidentale dell'impero entrò dunque in agonia. Quella orientale però, com'è noto, sopravvisse e anzi ben presto ricominciò ad allargarsi e prosperare per un buon paio di secoli prima dell'arrivo degli arabi - il che starebbe ad indicare che i problemi esistenziali dell'impero romano non erano tali da minarlo alle radici, visto che le due parti dell'impero erano organizzate e funzionavano esattamente nello stesso modo.

I veri cattivi dunque sono gli unni: che fecero la loro brava parte di danni scorazzando su e giù per le steppe e per l'Europa, insegnando ai Germani - già in evoluzione e in espansione per conto loro - che "uniti si vince, da soli non è bello". E l'impero romano d'occidente cadde infine, a causa delle invasioni barbariche.
E qualcuno dirà che dopotutto non si tratta poi di una teoria così nuova, e che qualche dubbio che le invasioni barbariche ci avessero messo lo zampino, nella caduta dell'impero romano, circolava già da tempo negli ambienti storici - così come in parecchi tendevano a pensare che l'impero romano era caduto principalmente perché si era dimostrato meno forte dei suoi nemici, in base alla vecchia teoria che "di solito chi è più forte vince, e l'altro perde".
In realtà qualcosa di nuovo c'è, nel senso che almeno o per la prima volta ho letto uno studio approfondito sull'impero unno e sull'evoluzione degli usi e costumi e politiche germaniche in quel  secolo tanto movimentato che va dagli anni di Adrianopoli alla deposizione di Romolo Augustolo; naturalmente è uno studio approfondito che va avanti a frammentini, briciole e schegge faticosamente incollate con tanti periodi ipotetici e tanti buchi nella trama, però è comunque molto interessante.

L'autore appartiene alla scuola degli storici inglesi, che ritengono loro dovere esprimersi in uno stile comprensibile, chiaro e amichevole, evitando deliberatamente di tirar scemo il lettore a ogni singola frase e accumulando la pedanteria soprattutto nelle note (che hanno soprattutto lo scopo di spiegare al lettore specialistico o particolarmente interessato come ripercorrere il percorso che ha portato a questa o quella conclusione). In tanti han lodato la sua squisita scorrevolezza e brillantezza, e probabilmente considerando la materia ha fatto davvero miracoli. Tuttavia, via via che si assemblano le schegge e le briciole, quando di ogni briciola è data una accurata analisi storico-filologico-bocciofila, la scorrevolezza non sempre è proprio così totale - mentre la parte introduttiva, dove si viaggia su fonti più solide e soprattutto più abbondanti e si possonop fare discorsi più distesi, va davvero giù come acqua di fonte. Di sicuro comunque Heather riesce a coniugare chiarezza e precisione - e anche un notevole disappunto perché la fonte che sarebbe davvero più utile per sdipanare questo o quel groviglio regolarmente manca e al più si riesce a intravederla per speculum in aenigmate (e nell'alto medioevo, sotto questo aspetto, andrà pure peggio).

Con questo post partecipo in sempre più totale anarchia al Venerdì del Libro di Homemademamma, che al momento latita assai, e auguro buone letture e soprattutto vacanze molto rilassanti a chiunque passi da queste parti.

giovedì 29 luglio 2021

Haeretica - Migrazioni umane e confronti cinofallici

Sappiamo che Attila aveva un atteggiamento molto assertivo verso la vita

Al giorno d'oggi i manuali di storia delle medie si sentono moralmente obbligati a fare richiami e approfondimenti alla società contemporanea.
Fermo restando che questa è una parte che andrebbe lasciata all'insegnante - perché il mondo è mutevol cosa per definizione, e quindi i confronti che si presentano più opportuni cambiano di anno in anno in modo assolutamente imprevedibile*, un approfondimento sensato e fatto con criterio non morde e sarà pur sempre una utile risorsa per l'insegnante (o anche solo per il singolo alunno che si sfoglia il manuale per conto suo) che deciderà in proprio se occuparsene o meno. 
Purtroppo però la gran parte di questi confronti sembra  fatta senza criterio alcuno.
Tanto per citare Vivi la storia!, manuale di cui già gran bene ho avuto occasione di dire, i primi due li ho trovati davvero agghiaccianti.
Editto di Rotari; ed ecco che parte l'approfondimento per spiegare come qualmente oggi si approva una nuova legge in Italia.
Per carità, se proprio un alunno fa una domanda specifica in proposito è giusto  rispondere (molto a grandi linee), fermo restando che tutta la trafila di approvazione di una legge in un moderno sistema costituzionale non è proprio adattissimo a coinvolgere degli undicenni. Ma, insomma, l'editto di Rotari non era se non in minima parte una nuova legge: al contrario, si trattava di mettere per la prima volta in forma scritta un diritto nato per consuetudine - e allora, se proprio davvero vogliamo tirare in ballo il confronto con la società contemporanea, ci sarebbe magari qualcosa da dire sul diritto consuetudinario (che esiste ancora, ed è molto importante) e magari sulla Costituzione inglese, che a tutt'oggi non è scritta in forma completa ed è nata appunto per una serie di consuetudini accumulate a partire dall'XI secolo, ovvero dall'arrivo dei normanni.

Peggio che peggio l'altro esempio: un confronto, nientemeno, tra le migrazioni dei popoli barbari... e i migranti che arrivano in Italia in questi anni.
Qui non c'è solo un confronto fuor di luogo, ma che alla fine non morde e al massimo addormenta. Al contrario, c'è proprio un confronto tossico. La stravagante teoria che proclama che i barconi che approdano malamente a Lampedusa portano truppe di invasione è una roba che in una classe onorata non andrebbe sfiorata nemmeno col pensiero, e pazienza se nei centri sociali dell'estrema destra ne parlano, mi sembra davvero un caso da "lasciamo stare i bambini", che a undici anni difficilmente sono appassionati alla questione - e se lo sono, di solito lo sono perché se ne parla in famiglia, e meno ci si mette in contrasto apertamente con il modello educativo delle famiglie e meglio è, quando i ragazzi sono così giovani.
Ad ogni modo, da una parte abbiamo qualche centinaia (a volte qualche decina di centinaia, ma sempre e comunque alla spicciolata) di uomini, donne e bambini di varia provenienza che nel migliore dei casi sbarcano un po' straniti e a volte piuttosto malandati e non hanno con sé armi - qualcuno per restare in Italia, molti per andarsene altrove; dall'altra intere popolazioni con carri, provviste e bestiame al seguito e truppe di dieci-quindicimila armati guidati da uno o più re che vengono con intenzioni più o meno invasive e, come si usa dire in questi casi, con un progetto comune - o, quanto meno, con un itinerario comune.Quasi sempre via terra, ma questi son dettagli.
Certo, fai il confronto e dici che sono cose diverse.
Il punto è che sono veramente due cose diverse. E' come fare un paragone tra un colpo di stato militare e un referendum per una scissione politica del territorio; è verissimo che sono due cose diverse, e infatti non c'entrano nulla tra loro.

Già che ci sono ne approfitto per agganciarmi a un curioso dibattito storiografico attualmente in corso (spero solo in Italia) appunto sulle invasioni barbariche (di cui però va detto che Vivi la storia! è del tutto innocente).
Tale dibattito parte dalla constatazione che, al momento delle prime, vere invasioni (in sintesi: l'arrivo improvviso dei due popoli germanici tervingi e greutungi al confine dell'impero romano che chiedevano accoglienza in modo assai insistente nel 376), già da tempo i romani accoglievano o si procacciavano mediante deportazione gruppi piccoli o medi di popolazioni germaniche stanziati vicino al confine dell'impero, arruolandoli o usandoli come contadini.
Secondo alcuni curiosi individui, non troppo usi forse a frequentare libri di storia di una qualche qualità, questo deplorevole uso romano di flirtare con il potenziale invasore portò al disastro di Adrianopoli e in seguito alla caduta dell'impero romano. E dunque non va bene per noi accogliere i migranti sui barconi.
A questa strampalata corrente di pensiero se ne contrappone una seconda, composta se non altro in parte da persone che qualche volta e in un qualche momento della loro vita una scorsa a qualche libro di storia tardoromana l'han data (pur se, vien da dire, senza gran costrutto) che sostiene che per molto tempo il sistema funzionò a meraviglia e che infatti l'impero romano è stato a lungo una fiorente società multietnica (entrambe affermazioni senz'altro valide, all'attuale stato delle nostre - tuttora scarse - conoscenze del periodo); e che dunque accogliere i migranti non comporta per noi alcun pericolo e anzi è nostro dovere e fonte di salvezza.

Fermo restando che sul fatto che è nostro dovere (come ci dice la Costituzione) sono d'accordo, e che al momento grossi pericoli non ne vedo neanch'io all'orizzonte, entrambi i ragionamenti mi sembrano parimenti accampati per aria e basati su presupposti piuttosto balordi - per tacere del fatto che il collegamento tra orde barbariche e barconi di migranti stressati mi sembra all'altezza di quello che legherebbe il culo con le quarant'ore, e visto che il blog è mio e lo gestisco io ne approfitto per spiegare perché tutti costoro mi sembrano delirare, da una parte come dall'altra.

E' verissimo che l'impero romano è stato a lungo una fiorente società multietnica, e qualsiasi manuale (compreso il tanto da me deprecato Vivi la storia!) lo afferma senza mezzi termini. Del resto, impero giapponese a parte - che, come tutto ciò che è giapponese funziona con regole tutte sue - gli imperi sono sempre stati per definizione società multietniche, altrimenti si chiamerebbero regni monoetnici. Qualche volta han funzionato bene, qualche volta male, ma quello sono. E, molto spesso, questi imperi funzionano che tutti sono abbastanza uguali ma l'etnia fondante dell'impero è molto più uguale delle altre, anche se può includere larghe percentuali di altre etnie, purché ben addomesticate  agli usi e costumi dell'etnia dominante. Nel caso dell'impero romano, infatti, non importava se eri greco, numida, tervingio o quant'altro, se facevi (o meglio, se tuo figlio cresciuto in ambiente romano faceva) il normale corso di studi e di formazione romana, potevi arrivare anche alle cariche più alte ed eri un romano a tutti gli effetti; altrimenti potevi scegliere di restare nella zona grigia, mantenere usi e costumi e lingua della tua gente e venivi usato per la manovalanza.
E' altrettanto vero che i piccoli contingenti di barbari venivano spesso accolti, e talvolta anche cercati, quando appunto serviva un po' di manovalanza supplementare - soprattutto nell'esercito, che a partire dal III secolo era spesso a corto di personale perché erano aumentati i nemici (cioè i persiani rompevano assai).
Il massiccio arrivo di turvingi e greutingi (causato da un vivo desiderio di queste popolazioni di sfuggire agli unni, piombatigli addosso all'improvviso come disgrazie) era però un caso molto diverso, principalmente perché stavolta i barbari erano davvero tanti.
Le fonti non sono facilissime da interpretare, ma quel che appare chiaramente è che, mentre fino a quel momento i romani facevano grandissima attenzione a rispettare un protocollo che mettesse sempre i barbari in condizione di assoluto svantaggio, stavolta il protocollo saltò, principalmente perché i richiedenti asilo erano davvero troppi per essere gestiti nel solito modo. E insomma entrarono, scorazzarono e non si riuscì a fermarli. Il risultato finale fu la battaglia di Adrianopoli.
Col tempo, la pazienza e un grande uso delle armi si finì per venirne a capo in un qualche modo. Quando però tutto sembrava riavviato verso il meglio, arrivarono gli unni - anche loro tanti, ma anche molto ben armati e con tecniche di guerra più efficienti di quelle delle popolazioni di origine germanica. Da lì l'impero non riuscì più a riprendersi, anche se in più di una occasione  sembrò che le cose si fossero riavviate per il meglio.
In pratica, le migrazioni diventarono pericolose quando smisero di essere migrazioni alla spicciolata e diventarono invasioni. Tuttavia, con le invasioni i romani non flirtarono proprio per niente - semplicemente i nemici erano troppi (e continuava in più ad esserci l'onnipresente problema dei persiani). 
L'impero romano quindi non cadde per eccesso di ospitalità o soverchio buonismo, cadde perché venne sconfitto dopo aver tentato di resistere con le unghie e con i denti.

Due considerazioni si affacciano, in questa curiosa discussione che avrebbe la pretesa di avere qualcosa a che fare con la storia:
1)Ma tutti quei popoli al confine, non si poteva pensarci prima e sorvegliarli con più attenzione invece di fidarsi tanto?
Beh, tutti quei popoli al confine per molto tempo non c'erano. Forse i romani avrebbero dovuto sorvegliare meglio non tanto la frontiera (quello lo facevano già) quanto i territori interni - anche se, naturalmente, è molto facile dirlo standosene in poltrona a fare la calza in un mondo dove i social ti mettono in contatto quando vuoi con buona parte del globo terracqueo. All'epoca si viaggiava a piedi o a cavallo, fuori dall'impero le strade erano quel che erano... e soprattutto le infinite e piccolissime popolazioni germaniche solo raramente avevano dato dei veri problemi, e in quelle rare occasioni erano state ben rimesse in riga. Che senso aveva preoccuparsi di quattro straccioni accampati più o meno in prossimità del confine?
In effetti, forse avrebbe avuto senso, considerando che nel corso delle generazioni anche gli straccioni si evolvono e imparano a confederarsi eccetera. Magari si può dire che fra le concause della caduta dell'impero romano c'è anche stata la convinzione dei romani che "tanto da lì grandi problemi non ne venivano". Un eccesso di confidenza, forse. Ma, di sicuro, non un eccesso di ospitalità.
2) Ma tutta questa confidenza, non spingeva i barbari ad andare nell'impero, dove tanto sapevano che sarebbero stati ben accolti?
Non so, a me sembra piuttosto normale che, dal momento che l'impero romano era là, non troppo lontano, i germani pensassero di andare lì piuttosto che dagli atzechi. E d'altra parte dalla zona in cui si trovavano i barbari era abbastanza difficile andare da qualche parte che non fosse l'impero romano o il Polo Nord. 
Va comunque riconosciuto che i romani non cercavano in alcun modo di tenere nascosta la loro esistenza, e nel caso dei germani sarebbe stato invero piuttosto complicato, dopo essersi tanto azzuffati sui confini con loro.

In conclusione: la tarda antichità e l'alto medioevo sono epoche assai interessanti da studiare per moltissimi motivi, ma l'utilità di questo studio per affrontare certe questioni strettamente contemporanee mi sembra abbastanza discutibile.

* Vogliamo parlare degli infinitissimi approfondimenti su peste del Trecento e la peste ne I promessi sposi nonché sull'improvvisa ondata di spagnola dopo la prima guerra mondiale che in tanti abbiamo fatto, spesso anche a gran richiesta della platea, negli ultimi 18 mesi, laddove fino a due anni fa si trattava di argomenti che riscuotevano sì un certo successo di pubblico, ma offrivano scarsissimi raffronti con la vita quotidiana contemporanea?