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giovedì 17 giugno 2021

Cronache dagli Esami che quest'anno son di nuovo Esami - La consegna dell'Elaborato

la prof. Murasaki davanti al computer, in ansiosa attesa dell'arrivo degli Elaborati
(Il disegno è di Monokubo)

Quest'anno il Ministero dell'Istruzione, pace all'anima sua, si è mosso con un certo anticipo rispetto all'anno scorso e, stabilito che a fine inverno eravamo ancora in mezzo al guado e nessuno poteva ragionevolmente prevedere di che morte si sarebbe andati a morire (non solo in senso metaforico) di lì a Giugno, ha fatto una Ordinanza Ministeriale che prevedeva sì un esame in presenza (con possibilità di trasformarlo in esame da remoto qualora le circostanze lo consigliassero) ma senza scritti e col solito tormentone dell'elaborato, che se non altro quest'anno è stato definito con un po' più di precisione rispetto all'anno scorso.  
E dunque niente scritti.
E sì, d'accordo, adesso siamo buoni tutti a dire che gli scritti si potevano benissimo fare perché la scuola era vuota e quindi gli alunni di ogni classe avrebbero potuto agevolmente occupare due e financo tre aule in totale sicurezza (specie dopo che per tutto l'anno ne avevano occupata una sola, e ufficialmente sempre in perfette condizioni di sicurezza)- ma posso anche capire che nessuno se la sia sentita di rischiare. Resta il fatto che, in assenza di una prova scritta, talune classi e taluni alunni corre voce si siano alquanto rilassati a Matematica e a Lingue, e pure a Grammatica Italiana.
Che ci vuoi fare? Sono i casi della vita.
Comunque, due giorni dopo l'arrivo dell'Ordinanza la scuola ha partorito la circolare, che in sintesi riproponeva ampi passi scelti dell'Ordinanza, e ce l'ha trasmessa.
E nella Circolare era scritto chiaramente che la Tematica dell'elaborato consentiva l'impiego di conoscenze, abilità e competenze acquisite sia nell'ambito del percorso di studi, sia in contesti di vita personale, in una logica di integrazione tra gli apprendimenti ovvero la possibilità per gli alunni di trattare nell'Elaborato della loro vita e dei loro interessi, come del resto si è sempre fatto, almeno da quando insegno.
Dopo di che si sono visti insegnanti lamentarsi perché "Ahimé, Eriberto vuol portare il ciclismo e non c'è niente in letteratura italiana che parli di ciclismo, e la Preside ai Consigli di Classe è stata tassativa nel dire che negli elaborati possono portare solo cose fatte in classe" e "Hedwig porta il Calcio come tematica ma le ho detto che per Scienze Motorie non può parlarne perché non lo facciamo in classe, e allora dice che parlerà dello stretching", il tutto non solo rendendo grande onore alla flessibilità mentale della nostra categoria, ma dimostrando pure di non saper leggere quel che gli viene scritto né ascoltare quel che gli viene detto, visto che l'attuale DS ci avrà anche i suoi limiti, come tutti, ma non l'abbiamo mai vista contraddire le sue medesime circolari, e quanto al tema dell'inclusività certo non ha fallato per mancanza di disponibilità, vuoi con pensieri e parole e vuoi con atti.

E dunque, stabilito che nell'Elaborato i ragazzi possono occuparsi di quel che più gli interessa e infilarci tutto ciò di cui li punge vaghezza, ed essendo noi stati esortati apertamente a suggerirgli, caso mai gliene venissero a mancare, soluzioni creative e spregiudicate per infilare nella tematica le varie materie, la palla passava a loro.
Da brava coordinatrice ho dunque aperto una classroom dedicata agli esami della Terza Brillante, con brani scelti della circolare, uno spazio sia per le Tematiche, con tanto di scadenza di consegna (il 7 Maggio) sia per gli elaborati, anche lì con scadenza di consegna (il 7 Giugno). E le scadenze non me le sono cavate dalla testa, bensì erano prese pari pari dall'Ordinanza.
E qui sono cominciati i problemi: come ho più volte sviolinato, la Terza Brillante è una classe seria, brava, industriosa, con tanto di aureola sulla testa. Però, alla fine, è una classe di esseri umani. E quale Essere Umano a scuola va in anticipo sulle consegne?
Sì, qualcuno c'è. Non all'esame, per quanto mi risulta. E comunque son casi piuttosto rari.
Passavano le settimane e tutte le volte che li vedevo chiedevo "Come va con le vostre tematiche?" ma non è che ne veniva fuori granché. 
Così un bel giorno li ho presi (metaforicamente) per le orecchie e ho detto "Sputa fuori la tua tematica, caro, ché davvero è tempo di farlo" e tutti hanno cominciato a farfugliare qualcosa di indistinto, e insomma pian piano le tematiche sono arrivate. Non proprio per il 7 Maggio, ma insomma verso il 10 tutti avevano almeno spedito un titolo, e due terzi mi avevano anche mandato quel che chiamo "l'albero", ovvero i collegamenti con le varie materie.
Ai tempi dell'esame normale, quello in presenza, cosa dire al colloquio dell'esame per me era una questione che riguardava principalmente loro, e non me. Ci sono coordinatori molto pressanti che insistono per sapere tutto prima, ma io mi sono sempre limitata a qualche domanda distratta e a dire che se volevano che dessi un occhiata a eventuali testi ero lì disponibilissima. Qualcuno me li mandava, qualcuno no, e per me non era un problema. Altri insistevano per sapere tutto, e ho avuto notizia anche di chi faceva incontri pomeridiani per risentire i percorsi e addirittura i colloqui, che era un bel lavoraccio. Io ho sempre preferito non immischiarmi, non intervenire, non interferire, non condizionare, non influenzare, limitandomi a rispondere se interrogata. Altrettanto facevo con gli insegnanti della classe che coordinavo: ognuno gestisse la sua materia come meglio credeva.
"E se poi facevano male?".
Gli servirà come utile insegnamento per il futuro, sostenevo.
"E se poi non viene un lavoro coordinato?".
"La legge non ci chiede un lavoro coordinato, per il colloquio. La legge dice che anche argomenti collegati in modo estemporaneo, ad esempio dal fatto che interessano all'alunno, vanno benissimo, rispondevo io.
Arrivata all'esame, non mi preoccupavo tanto della mia reputazione ma del loro risultato: per la prima volta potevano lavorare in autonomia, e io mi limitavo a guardare il risultato, col sacchetto di pop corn in mano da sgranocchiare.
Tra l'altro, gli esami delle medie sono senza rete: una volta ammessi, gli alunni passano quasi in automatico, e caso mai non passassero sarebbe perché han dimostrato di non aver cavato un ragno dal buco in tre anni, non certo perché il colloquio orale non era ben coordinato.

Quest'anno però mi sono dovuta impicciare ben di più, e pure assistere in diretta alle risposte dei colleghi sulla classroom. Era le Legge che me lo chiedeva, e alla Legge si deve obbedire. Inoltre, per quanto i ragazzi fossero vieppiù senza rete, stavano facendo da cavie a qualcosa di abbastanza nuovo.
E il problema, infatti era  che, essendo il tutto abbastanza nuovo, noi stessi insegnanti ci si orizzontava alla meno peggio. E che sarà del cieco se si piglia per guida un altro cieco? Il capitombolo nel burrone era dietro l'angolo ma in qualche modo tutti dovevamo attivamente coniugare il verbo "arrangiarci".
Comunque diciamo che a metà Giugno, dopo una risciacquata in piena regola, gli alberi c'erano tutti al gran completo.
Mi aspettavo, a quel punto, un lento stillicidio di elaborati, frammenti di elaborato, pezzetti di elaborato. Certo, ogni tanto qualche alunno mi scriveva chiedendo se mi andava bene questo o quest'altro e sottoponendomi testi, ma solo per le mie materie.
Arrivata al 3 Giugno ho cominciato a guardare male la classroom. Nel pomeriggio ho scritto un avviso ricordando che la scadenza del 7 Giugno non se l'era inventata la scuola, ma era proprio scritta nell'ordinanza ministeriale. Insomma, dura lex sed lex.
La mattina del 4 Giugno ho detto (più o meno) che si sbrigassero a mandare quei cazzi di elaborati una volta per tutte. Ed era Venerdì.
Sabato mattina ho mandato un garbato avviso. 
E poi sono rimasta col computer aperto e la classroom in bella vista, e ogni poco passavo a controllare.
E hanno cominciato ad arrivare gli elaborati. Uno, due, tre... Domenica sera (6 Giugno) erano un bel gruppetto. La mattina del 7 ho guardato la posta e ce n'erano altri. Nel pomeriggio, stessa trafila. Alle undici, quando ho spento il computer, ne mancavano però DUE.
A tutti, via via che arrivava l'elaborato, mandavo una letterina di ricevuta con le iconcine dello champagne stappato, del brindisi, dei fuochi artificiali e dei festeggiamenti, dopo aver controllato se c'era tutto. Perché durante l'anno, a volte, era capitato che spedissero ma che non arrivasse niente, o arrivasse metà roba.
E infatti  anche stavolta una povera fanciulla durante il trasferimento ha visto le sue belle slide preparate con gran cura arrivare completamente scomposte, finché qualcuno non le ha suggerito di spedire con un altro dispositivo. Dopodiché ho potuto mandare anche a lei debita ricevuta, insieme all'invito a mangiarsi una grossa fetta di torta perché esperienze di quel tipo sono sempre molto stressanti.

La mattina dell'8 ho visto che erano arrivati anche gli ultimi due elaborati MA che l'ultimissimo, spedito alle due e mezzo di notte (!) era composto da... quattro slide.
Panico, telefonata alla responsabile digitale, mail all'infelice alunno... che mi ha scritto affranto che aveva fatto l'elaborato sul computer di suo padre ma che adesso la piattaforma non lo voleva.
Il poverino ha quindi passato una giornata infernale a tentare e ritentare, finché alla fine la piattaforma si è decisa ad accettare il suo lavoro dopo una serie di manovre piuttosto complicate.

Ecco, questa parte dell'esame non mi è proprio piaciuta, perché qualche problema è inevitabile che salti fuori quando più di venti esseri umani devono inderogabilmente spedire qualcosa: quasi sempre la piattaforma, il registro, la casella postale, il collegamento o la banda fanno i capricci, e qualche sfigato che finisce invocando un trapianto di fegato perché il suo suo ormai se l'è mangiato tutto c'è sempre - e la povera coordinatrice soffre con lui/lei (e le famiglie pure, immagino).
E quando l'ultimo allegato dell'ultimo alunno è infine arrivato, seppur diviso in quattordici piccoli file, mi sono sentita molto sollevata e mi è parso di aver concluso un lavoro assai faticoso - anche se io, in effetti, non avevo fatto altro che guardare il computer con gli occhi ansiosi come il gattone del bel disegno di Monokubo che apre questo post.
Ah, da non credere quanto è faticoso preoccuparsi senza costrutto.

domenica 13 giugno 2021

Che belle le vacanze! (ultimo giorno di scuola)


 


Quest'anno l'Istituto Comprensivo di St. Mary Mead, in un occasionale soprassalto di buon senso, ha optato per una lectio brevis, ovvero alle medie usciamo alle undici e alle elementari alle dodici.
Il mio orario dunque prevede soltanto due ore con la Terza Brillante, e per tacito accordo, una volta fatto l'ultimo appello dell'anno e controllate le eventuali ultime giustificazioni e risposto alle eventualissime ultime domande sull'esame, sapevamo tutti che dopo saremmo andati in cortile dove chi voleva avrebbe giocato a palla e chi non voleva avrebbe fatto quel che altrimenti meglio gli sembrava, salvo l'osservanza dovuta al codice civile e penale.
Non devo essere stata l'unica a stabilire cotal silenzioso contratto con la scolaresca, perché mentre veleggio in corridoio intravedo un fanciullo coronato, una strega e pure un unicorno.
Il quale unicorno è di tipo moderno: non un lussuoso equino dalle movenze aggraziate e rigorosamente bianco, bensì una roba molto arcobalenata con un sacco di fiorellini. Anche se, a ben guardare, qualche fiorellino non mancava nemmeno nei bei tempi andati:


La nostra unicorna, per la precisione, aveva un mantello bianco, un corno arcobaleno e una ghirlandetta di fiori colorati; e naturalmente camminava su due gambe e non su quattro.
In classe faccio l'appello: una roba decisamente più lunga del solito perché gli alunni vanno e vengono, chiacchierano tra loro e insomma non è facile capire chi c'è e chi non c'è senza scorrere la lista uno per uno, e tuttavia qualcuno manca e l'appello dunque va in qualche modo fatto; e appena l'appello è faticosamente  terminato, ecco che arrivano anche i due assenti. Barrata l'ultima giustificazione - che in verità era stata portata due giorni fa, ma c'è sempre qualche collega che incassa le giustificazioni, le firma ma non le inserisce nel registro - ci avviamo schiamazzando lungo il corridoio verso l'uscita. Cioè, loro schiamazzano, e io non faccio nulla per dissuaderli.
In corridoio ritrovo il re -  diventato nel frattempo regina con un rapido passaggio di corona - l'unicorna col mantello e la strega, oltre a uno strano individuo vestito di pizzo nero con boa di struzzo (che detta così sembra una roba molto trasgressiva, ma tenendo conto che l'individuo portava cotal mise sopra jeans e maglietta bianca, la trasgressione era piuttosto annacquata). Grandi saluti, qualcuno mi chiede di restare con unicorni e reali. "Ma certo, ci raggiungerete più tardi" rispondo fregandomene del dovere di sorveglianza. Siamo a classi aperte, qualcuno sorveglierà.
Il cortile è relativamente tranquillo, solo una classe che gioca a pallavolo. Solita caccia alle palle, qualcuno chiacchiera all'ombra, un gruppo di ragazze colora non so che cosa e faccio un po' di salottino con loro.
Arriva la classe dei travestiti, che scopro contare anche un paio di fatine, un gatto con tanto di coda, un diavoletto, qualche ragazz* con pizzi e  paillettes, e se non ho capito male c'è pure un marziano, anzi una marziana. Nel frattempo la regina è tornato re.
"Ma non è Carnevale" prova a prenderle in giro qualcuno.
"E perché mai? Carnevale è uno stato d'animo" ribatto io, per il puro piacere di contraddirlo, pur consapevole che lui ha detto una cosa vera e io una stupidaggine.
Dopo un po' l'Unicorna lascia perdere il mantello bianco, che è di pile e le fa caldo; niente di strano, visto che la temperatura comincia a salire. I gruppi che giocano a palla sotto il sole non mostrano invece il minimo segno di cedimento. 
Alla terza ora si cominciano a temere i mitici Gavettoni di Fine Anno, e chi suggerisce di chiudere l'acqua, chi blocca i ragazzi che arrivano esibendo con fierezza grandi bottiglie d'acqua, chi assicura di avere dato rigorose istruzioni per fermare l'orribile scempio... tutto ciò comunque non mi riguarda, perché il mio orario della mattina è terminato. Saluto unicorni, colleghi, streghe, alunni e quant'altro e rientro dentro la scuola...
...dove passo due ore a stilare i compiti per l'estate della Prima Rabbiosa. Perché io per principio non do mai compiti per le vacanze, tranne nei rari casi in cui decido di darne.
Un po' di firme ai verbali degli scrutini, un po' di ripulitura del cassetto, un saluto ai custodi (che rivedrò comunque già il giorno seguente) ed eccomi pronta per il più sacro dei rituali di Fine Anno Scolastico, ovvero la gita in biblioteca a ritirare i libri prenotati: le mie prime letture vacanziere.
Perché sono in vacanza, finalmente: il più lunatico e irascibile anno scolastico della mia vita è ormai ufficialmente terminato e davanti a me si snoda la striscia dell'estate, lunga e riposante. Il sole mi accarezza la pelle, una piacevole brezza mi rinfresca.
Vacanze, che belle le vacanze. Quest'anno mi sento perfino più vacanziera del solito. Un bel falafel per festeggiare e finalmente a casa!

...dove alle tre e venti accendo il computer ed entro nella piattaforma, ché c'è la plenaria che apre l'esame. E dopo la plenaria ci sono ventun elaborati caldi caldi da valutare durante il fine settimana.

Quest'anno scolastico è finito, finalmente. Ma non del tutto, e non per tutti.

venerdì 11 giugno 2021

Le piccole donne crescono - Louisa May Alcott

Com'è noto il successo di Piccole donne fu enorme sin da subito e quasi subito le lettrici cominciarono a scalpitare per avere un seguito. Posso capirlo perché anch'io, quando vidi quella robaccia raffigurata a sinistra e lessi sul retro che era il seguito di Piccole donne mi precipitai a comprarlo, nonostante in famiglia mi avessero cresciuto con una certa diffidenza verso quella strana roba ibrida che sono spesso i seguiti. Per giunta, la copertina avrebbe fatto cascare i denti a un elefante, zuccherosa com'era, e anche le illustrazioni all'interno non erano certo da meno - senza contare che l'essere umano addetto a cotali illustrazioni aveva un solo personaggio maschile e un solo personaggio femminile (e, aggiungo, un solo vestito per ognuno dei due) al suo arco, cui all'occorrenza cambiava colore dei capelli - ma sempre mantenendo la stessa pettinatura, quella che vedete raffigurata in questa non memorabile opera grafica. Anzi no, per il professor Bhaer dovette cambiare qualcosa, e in effetti era l'unico che sembrava un essere umano.
Alcott era brava, operosa e prolifica e il seguito fu pronto nel giro di un anno; in seguito, venne considerato la seconda parte del primo. 
Ora che ci penso, il pubblico avrebbe probabilmente gradito una serie di romanzi uno per ogni anno della vita delle sorelle March senza che la scena cambiasse granché e con nuovi personaggi introdotti gradualmente. Alcott comunque vedeva la cosa in modo diverso e l'arco di tempo coperto dal secondo romanzo è di sei anni, più un quadro finale che si svolge sei anni dopo. A tutto ciò occorre aggiungere che il romanzo si apre con il matrimonio di Meg che, come annunciato sul finire del primo romanzo, si svolge tre anni dopo il suo fidanzamento. Le piccole donne quindi crescono assai, e in effetti alla fine della storia sono ampiamente adulte.
Dunque sedici anni, ma il cuore della vicenda ne copre sei. Meg si sposa, e godrà in seguito una vita coniugale tranquilla e soddisfacente, anche se con qualche inevitabile contrattempo. Anche Amy si sposa, ma dietro le quinte. Jo si limita a fidanzarsi (per poi sposarsi un anno dopo, come raccontato nell'ultimo capitolo) e Beth... Beth muore, come sanno assolutamente tutti su questo pianeta.
Perché Beth muore? Perché in un romanzo vittoriano (e in fondo, Piccole donne quello è) c'è sempre l'eroina angelica che muore in odore di santità, si pensa di solito. La questione però è più complessa.
Come sanno anche i sassi, le quattro ragazze March sono (quasi) esattamente le sorelle Alcott e anche i signori March riprendono parecchio dai genitori dell'autrice. La quale si prese, con le sue sorelle, le sue buone libertà ma con Beth non riuscì ad andare oltre al fatto, appunto, che Beth morì molto giovane. Aveva preso la scarlattina, era guarita... ma non del tutto, e dopo un lento declinare era morta di consunzione. Classica morte da Eroina Buona e Innocente, morte molto edificante... ma non era stata letteratura, era andata proprio così, e al di là di quello Louise non riuscì ad andare. Anni prima Charlotte Bronte si era tolta la soddisfazione di far vivere felice sua sorella, carattere indomabile ma poi domato dall'amore, un matrimonio assai felice e per giunta l'aveva trasformata in una ricca ereditiera che gestiva in prima persona un grandioso patrimonio. Louise non ci riuscì, o meglio non ci provò nemmeno. In qualche modo la morte di Beth era intrinseca al personaggio. E la morte di Beth, serenamente accettata dalla povera ragazza, si svolge in un lento smorzarsi, con grande edificazione della famiglia. Chi ci è passato sa che a volte succede proprio così, e in casa Alcott appunto così erano andate le cose. 

E per le altre tre?
Ci sono invece dei bei cambiamenti. Louise Alcott non si sposò mai e per quanto ne sappiamo la cosa non le dispiacque. Nel romanzo però non poteva andare così - non so se l'editore disse qualcosa in proposito, ma l'autrice non viveva sulla Luna e ne era quindi assai consapevole. Non per questo accettò la soluzione più ovvia, quella che i lettori si aspettavano: Jo non sposa Laurie, con grandissima e generale disapprovazione (anche nel libro, dove nessuno si capacita e solo i genitori, sospirando, se ne fanno una ragione, ben consapevoli che il marito ha da piacere a chi si sposa e l'affetto non sempre basta a garantire la felicità coniugale. Invece avvia una fiorente attività di scrittrice, con i suoi inevitabili alti e bassi, e alla fine si sposa, sì, ma non col giovane, ricco bello e di onesti principi che da sempre è il suo migliore amico, bensì con il vecchio (beh, non troppo vecchio, ma certamente non adatto a entusiasmare le ragazzine innamorate di Laurie) professore tedesco, povero, immigrato e con un sacco di idee strane sul mondo e sull'educazione. Molti hanno visto in questo una scelta punitiva dell'autrice verso sé stessa - quasi che non si fosse mai visto il caso di una ragazza che, a dispetto dell'universo mondo, si sposa un uomo con parecchi anni più di lei; e qualcuno ha pure evocato il fantasma di un padre troppo amato. Eppure, secondo me, il punto è che Alcott voleva far sposare al suo alter ego una persona che le piacesse; e Laurie è sì un carissimo ragazzo, ma ripensandoci non solo ha un carattere piuttosto vago e indistinto, ma, in un certo senso, non esiste. Nel primo romanzo serve soprattutto come reagente - fa da voce della coscienza a Meg quando la trova alla fiera delle vanità, fa da fratello maggiore ad Amy quando è abbandonata dalla zia March per isolarla dalla scarlattina di Beth, fa da paraninfo più o meno inconsapevole tra Meg e John Brooke, aiuta Jo a tirare fuori Amy da sotto il ghiaccio - anzi, par di capire che senza Laurie la povera Amy sotto il ghiaccio sarebbe rimasta, perché Jo in quel momento ha perso completamente la testa - fornisce all'occorrenza la famiglia March di beni di conforto in varie occasioni, assiste moralmente Jo quando va a consegnare un paio di racconti a un editore, ma per tutto il primo libro non vive mai di vita propria e, al contrario delle ragazze, non attraversa alcun tipo di crisi, evoluzione o rinnovamento - del resto, perché mai un reagente dovrebbe vivere di vita propria?
Nel secondo romanzo, che dire - Laurie non fa in sintesi un bel niente a parte essere tenuto a distanza da Jo che lo vede troppo innamorato, diplomarsi e chiedere di sposarla. Sotto l'effetto del trauma da rifiuto si abbandona a una vita di modeste sregolatezze e a una certa inattività. Amy si prende l'incarico di fargli da voce della coscienza, lo risveglia e Laurie decide così di sposare lei. Non ho mai visto questa cosa come un ripiego, ma in effetti non si può non convenire che si tratti di una storia d'amore abbastanza smorta, e nei due romanzi successivi siamo sì abbondantemente informati che il loro matrimonio è felice, ma quando se ne parla il lettore si annoia, senza se e senza ma.  Anche perché - sorpresa! - non è un rapporto dei più dinamici e i due non sembrano mai interagire tra loro.
Altro piccolo dettaglio su Amy: nel corso di Piccole donne crescono anche lei prova a coltivare il suo talento per le belle arti, ma ben presto, guidata da un notevole senso critico che non le ha mai fatto difetto, finisce per rendersi conto che il talento, per quanto coltivato con cura e dedizione, non può evolversi in genio, e finisce per limitarsi a qualche garbata produzione privata (anche se a fine romanzo accenna di non aver ancora abbandonato le sue aspirazioni artistiche, in effetti). Una scelta curiosa perché, ho scoperto con una certa sorpresa, la sua controparte Abigail May Alcott diventò invece una pittrice di una certa rilevanza, anche se ebbe l'incauta pensata di morire prima di compiere quarant'anni. Ma in effetti per una ragazzina bionda, bella e di raffinati interessi artistici in un romanzo la fine giusta è sposarsi un eroe di tipo classico, giovane, bello e ricco - e d'altra parte Laurie aveva ben diritto a non sposarsi fuori dalla cerchia delle sorelle March, dopo avergli fatto da reagente in tante e diverse occasioni. Tra ,l'altro, quale lettrice avrebbe apprezzato di vederlo sposato alla simpaticissima signorina XY sbucata a metà libro dal nulla e del tutto estranea alla prima vicenda?

Cosa fare invece con Meg?
Meg all'inizio del romanzo si sposa, e conosce così il suo momento di gloria. Poi vivrà la sua serena vita coniugale nella casetta vicina a quella della sua famiglia, ma senza più interagire veramente con loro - con una sola eccezione. Le vengono riservati due cammei. Nel primo, a parte un quadretto di maniera su una drammatica vicenda a base di marmellate (e quale donna non ha provato almeno una volta in vita sua il disappunto della brodaglia che non ne vuol sapere di trasformarsi in marmellata? Solo le poche, savie creature che la marmellata la lasciano fare agli altri, e possibilmente agli addetti ai lavori) abbiamo una specie di seguito del viaggio di Meg alla fiera delle vanità - che culmina, sembra di capire, con una guarigione definitiva da certe tentazioni. 
Nel secondo è invece affrontato un tema decisamente serio, ovvero come impedire che il primo figlio rischi di scardinarti il matrimonio - e viene affrontato à la March, ovvero con teorie assai sennate ma che faticano tuttora ad affermarsi, e che possono essere riassunte nei due principi cardine "coinvolgi il padre nella gestione dei figli, e coltiva la tua vita perché stare solo con i figli ti svuota", principi che la saggia madre scodella alla figlia dall'alto di una considerevole esperienza - dopotutto, lei di figli ne ha avuti quattro - ma che gli editori italiani hanno sempre falciato con gran disinvoltura mentre sforbiciavano i romanzi destinati alle bambine, anche quando lasciavano l'unica scena d'amore tra Laurie e Amy (e su questa curiosa tendenza degli editori di libri per ragazzi negli anni 60 e 70 di rimuovere le scene d'amore anche e soprattutto dai romanzi che principalmente d'amore trattavano sarebbe forse interessante indagare, chissà).

Alla fine del romanzo, nell'ultima scena, abbiamo tre coppie felici, ognuna delle quali benedetta da qualche figlio - nazi quattro, contando i genitori delle protagoniste, e uno strano college che magari non farà mai tendenza, ma dove tutti stanno a meraviglia e si divertono un mondo e gli alunni sono allevati con criteri rivoluzionari che comprendono - orrore! - una considerevole dose di autonomia per tutti i giovinetti; e, come viene ripetuto più volte, non diventeranno mai ricchi.
Un lieto fine per tutti, dunque, e un'atmosfera rasserenante nonostante le traversie e traversine che non sono mancate nel corso del romanzo. 
Una lettura gradevole, carica di vitalità e che, vista nella prospettiva di un secolo e mezzo dopo non manca di ispirare riflessioni di vario tipo.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro come sempre felici letture a chiunque passi da queste parti.

mercoledì 9 giugno 2021

La deboscia della fine dell'anno


Incredibile ma vero, il più complicato, imprevedibile e faticoso anno scolastico della storia della scuola italiana si sta avviando alla fine. Nessuno di noi ci avrebbe sperato, quando riemergevamo dai collegi docenti a distanza dove appositi esperti rispondevano alle nostre tremolanti domande:
"Posso fare questo?"
"NO"
"E quest'altro?"
"E' altamente sconsigliabile"
"Ma non è che forse potremmo...?"
"NO"
E ci guardavamo spaventati domandandoci che cavolo di anno scolastico sarebbe stato.
E infatti è stato, appunto, un vero anno scolastico del cavolo

dove ogni settimana spuntava fuori un nuovo decreto, una nuova circolare, un nuovo positivo, una nuova quarantena.
Ma adesso sta finendo, e lo si vede da una generale tendenza alla deboscia.
Sì, certo, tutti gli anni nell'ultima settimana la disciplina si allenta assai, ma quest'anno è diverso. Un po' di sole dopo infinita pioggia è infine arrivato a scaldarci, una nuova speranza arriva dai nuovi decreti, i numeri sono in netto calo. 
Dopo un anno passato a ripetere come registratori rotti "Alzate la mascherina, ché deve coprire anche il naso, allontanatevi e non fate assembramenti, non accostatevi troppo, non toccatevi, non passatevi penne, fogli, merendine, evitate financo di guardarvi con troppa intensità" sentendosi ogni volta più noiosi, pedanti e puritani, c'è una certa voluttà nel consentire a cose normalissime soprattutto in questo periodo dell'anno.
Pare quasi, a tratti, che l'anno del cavolo finisca con una qualche parvenza di normalità.
"Prof, ci porta fuori?"
"".
"Prof, posso usare il cellulare per fare una foto ai compagni?"
"".
"Prof, ci lascia quest'ora per lavorare alle tesine?"
""
"Prof, e se invece di lavorare alle tesine prendessimo i giuochi dell'aula di Sostegno e..."
"Ottima idea, vai".
Piacevoli notizie arrivano da ogni dove.
"Ragazzi, da stasera il coprifuoco finisce a mezzanotte. Ricordatevi tutti di mettere le scarpette di vetro quando uscite"
"Non mancheremo, prof"
"Ma che ci faccio io, con le scarpe di vetro?"
"Non ti preoccupare, corre voce che le scarpette di vetro nascessero da un errore di trascrizione e che in realtà fossero di vitello".
I corridoi sono popolati di torme di ragazzi urlanti e nessuno esce più a rimproverarli. Il cortile di scuola si riempie di classi. Stiamo sfiorando l'assembramento.
"Prof, possiamo andare a cercare una palla?"
"Ma certo"
Il Bravo Insegnante deve essere assertivo, giusto? E noi asseriamo, con forza e convinzione.
"Ma non era vietato giocare a palla?" prova a intervenire una collega.
"Forse. Me ne sono dimenticata. Non lo so"
"Giusto, non lo so neanch'io".
"Prof, possiamo andare a prendere i banchi nel ripostiglio e fare lezione fuori?"
"Ottima idea, andiamo tutti a prenderli".
Deboscia, deboscia completa.
"Ricordate che per ogni professore colpito dai palloni sono due punti, a cinque punti si rientra in classe".
Una palla vola in mezzo a due insegnanti che chiacchierano.
"Ops, scusateci. Quanti punti sono?"
"Niente punti per stavolta, non ci avete colpite. Anzi, è stato un tiro molto elegante".

L'anno scolastico sta finendo. Evviva l'anno scolastico.
Ma il prossimo, per favore, lo vorremmo meno tormentato.

venerdì 4 giugno 2021

Piccole donne - Louisa May Alcott



Da Natale a Natale, Piccole donne racconta le vicende di una famiglia tutta al femminile durante un anno della Guerra di Secessione. L'uomo di casa, ovvero il padre di famiglia, è al fronte a fare il cappellano militare, e della guerra non si parla altro che come grave e dolorosa circostanza che, appunto, costringe gli uomini al fronte per obbedire al richiamo della Patria. Di solito chi legge sa che la guerra in corso è una guerra civile, dove americani combattono contro altri americani e che verrà vinta dalla parte cui la famiglia March appartiene, ma anche se non lo sa la lettura non ne risente: nessuno legge bollettini di guerra, e nessuno commenta l'andamento del conflitto, papà è  al fronte perché c'è la guerra e questo è quanto. Per sostenere la guerra al fronte, la famiglia decide per solidarietà di devolvere all'esercito i soldi destinati ai regali di Natale. Poi, siccome Natale non sarebbe Natale senza regali, come proclama Jo in apertura del romanzo, concordano di tenersi qualche spicciolo per scambiarsi comunque dei piccoli regali simbolici.
La famiglia è composta dalla madre, donna saggia e misurata quant'altre mai ma che soffre acutamente la mancanza del suo amato marito (e dei suoi saggi consigli) più quattro figlie a scalare, che all'inizio del romanzo hanno rispettivamente sedici, quindici, tredici e dodici anni - quattro ragazze con caratteri molto diversi tra loro. Poi c'è Hannah, la fedele cameriera che è rimasta a servizio della famiglia senza stipendio ed è pure lei una personificazione del buon senso oltre che della fedeltà, fonte di aiuto concreto ma anche di consigli per le ragazze.
A tutt'oggi è un libro molto letto tra le giovinette, le quattro ragazze March sono rimaste nell'immaginario collettivo e nel corso di un secolo e mezzo dal libro sono stati tratti in continuazione film, cartoni animati, serie a fumetti e, almeno in Italia, una serie di versioni ridotte di cui secondo me potevamo fare benissimo a meno. Una di queste versioni ridotte mi fu regalata per Natale dai miei genitori - che erano del tutto inconsapevoli che fosse ridotta, altrimenti me ne avrebbero cercata una integrale. 
Siccome le ragazze sono quattro caratteri a tutto tondo è difficile riassumerle in una parola, per cui non ci provo nemmeno. Durante l'anno comunque ognuna di loro attraversa prove di vario tipo e momenti drammatici, uscendone cambiata perché a quell'età in un anno si cambia moltissimo. A fine anno, durante il secondo Natale, il padre ritorna, ancora debole dopo una lunga malattia, ed elargisce a tutte e quattro molti complimenti e un attestato di buona condotta.
La trama è tutta qui, e del resto la conoscono tutti. Posso aggiungere che è un libro interessante da rileggere nelle varie stagioni della vita, perché ogni volta ci si trovano dei nuovi spunti di riflessione - specialmente quando la versione integrale la leggi per la prima volta a trent'anni, com'è successo a me.
Qualcuno si dichiara seccato dal tono moralistico che pervade tutto il libro. Per me è invece uno dei tratti più affascinanti, perché è molto sentito e anche piuttosto originale. Di fatto, i valori della famiglia March sono abbastanza insoliti, e la base culturale anche. Qua e là le ragazze parlando lasciano scivolare (soprattutto Jo) citazioni abbastanza insolite di autori che normalmente nei libri per ragazzi non compaiono nemmeno di striscio. Si tratta insomma di una famiglia di intellettuali. Squattrinati.
Un tempo (qualche anno prima) la famiglia era piuttosto benestante, ma "il padre aveva perso i suoi soldi per aiutare un amico in difficoltà" - cosa su cui nessuna delle protagoniste trova da ridire, nemmeno col pensiero. Cresciute in una iniziale situazione di ricchezza le ragazze sono quindi state sbalzate in una situazione di relativa povertà, mantenendo comunque un giro di amicizie piuttosto ricche che frequentano senza farsi particolari problemi. Le due figlie maggiori lavorano a mezza giornata, con classici lavori da ragazze squattrinate di buona famiglia: rispettivamente istitutrice e dama di compagnia - e lo fanno al preciso scopo di aiutare in casa, ma la casa a quanto sembra non è poi messa così male.
La famiglia abita in una graziosa villetta con giardino, pratica un po' di beneficenza (che rischierà di pagare a caro prezzo, quando l'angelica Beth verrà contagiata proprio dalla famiglia da loro assistita), risparmiano soprattutto sui vestiti che sono piuttosto semplici  (e sulla servitù) e i problemi principali sono la mancanza di abiti da sera, stivaletti alla moda e un pianoforte professionale per la musicista di casa - e siamo d'accordo che non sono mancanze da poco, ma la tavola è comunque ben fornita e il carbone per il riscaldamento non manca, il bilancio di casa quadra senza troppi problemi e non ci sono fornitori insoddisfatti che vagano minacciosi intorno alla villetta. Una dignitosa povertà, insomma, che non ha niente da spartire con la miseria.
Il problema salta fuori principalmente per la presenza degli amici ricchi - non i vicini di casa Lawrence, da cui si accetta tutto o quasi senza difficoltà, anche perché sanno offrire con molto garbo, ma le compagne di scuola di Amy e soprattutto le amiche di Meg.
Uno dei miei capitoli preferiti, anche quando leggevo il romanzo in versione sforbiciata, è stato proprio quello dove Meg va alla Fiera delle Vanità: gli ospiti sono brave persone a modo loro, accolgono la ragazza con grande affetto e la coprono di cortesie ma per tutto il tempo la giovanissima lettrice fiorentina degli anni 60 sentiva che c'era qualcosa che non andava, anche se lo champagne era stato implacabilmente tagliato via dall'adattatore, insieme a buona parte dei commenti e dei sospiri legati all'abito di tarlatana, che gli ospiti trovano assolutamente inadatto pur sforzandosi di non farlo capire; e quando Meg si fa vestire all'ultima moda  dalle amiche assolutamente ben intenzionate (e lo fa sapendo di sbagliare e paga il suo errore con un lungo pentimento) la lettrice si rendeva conto che c'era qualcosa di sbagliato, ma non riusciva a capire con precisione di cosa esattamente si trattasse: in fondo era tutto molto rispettabile, la madre ospite non faceva nulla per impedirlo e quindi dov'era il problema?
Il problema, e alla fine ci arriva anche la lettrice sprovveduta, era che Meg viene infiocchettata per essere messa sul mercato della buona società - che è una cosa che il rigido codice morale dei March disapprova, e avrebbe con tutta probabilità disapprovato assai anche se la famiglia avesse mantenuto il trascorso benessere: lo champagne non andava bene, il busto stretto nemmeno, gli orecchini men che mai; e infatti anche il ricchissimo Laurie Lawrence disapprova. Il problema non è solo nella falsità dell'insieme, ma anche negli occhi di chi guarda interpretando il tutto con la mentalità di chi, su quel mercato, ci vive e ci mette anche le sue figlie senza farsi problemi. Meg scopre la verità ascoltando le chiacchiere degli invitati sulle mire matrimoniali attribuite a sua madre - e dopo aver "goduto" le gioie del bel mondo finisce per fidanzarsi senza ombra di rimpianto con un istitutore squattrinato, che le darà una vita dignitosa ma che certo ricco non diventerà mai - ma sarà un buon marito e soprattutto le piace (che è sempre il criterio più valido per scegliersi un consorte).

In casa March vige una ferrea disciplina: si obbedisce ai genitori, punto (nel caso in cui ci sia solo la madre, chiaramente, si obbedisce alla madre). Si può cautamente provare a insistere, allora la madre spiega pacatamente le sue ragioni, che non sempre convincono appieno le ragazze, almeno all'inizio - ma la possibilità della disobbedienza, aperta o nascosta, non è nemmeno presa in considerazione. "Mamma non vuole" e "Mamma ha detto di no" sono due argomenti definitivi, che non ammettono replica. Tutto ciò non per evitare una punizione (non ci sono punizioni in casa March; o almeno, non ci sono punizioni elargite dai genitori, che si fanno un punto d'onore di guidare le ragazze esclusivamente attraverso l'amore e la libera discussione), ma talvolta è la vita stessa ad elargirle, senza alcun intervento genitoriale. Molto spesso, addirittura, non ci sono nemmeno rimproveri, ma solo amorevoli segnalazioni di dove si è sbagliato. A rendere obbedienti le ragazze non è la paura di una sanzione o di un rimprovero, ma la paura del dispiacere che proverebbero per avere in qualche modo addolorato i loro genitori. Quando ci sono stati errori però questi vengono accuratamente analizzati nelle motivazioni e a quel punto le esortazioni a fare meglio e i buoni consigli non mancano. In tutti i casi le ragazze sono consapevoli che l'amore dei genitori è garantito, qualsiasi cosa succeda - quello che non è invece garantita proprio per niente è l'approvazione o l'aiuto a perseverare nell'errore o a scansare le conseguenze dell'errore. Di violenza fisica, naturalmente, manco a parlarne, anzi la madre disapprova fortissimamente le bacchettate ricevute da Amy a scuola per una disobbedienza - ma senza scusare in nessun modo la disobbedienza; solo, le bacchettate proprio no, in ogni caso. Nella scuola della fine del secolo scorso era un ragionamento addirittura rivoluzionario, e faticò non poco a diventare legge (da noi le percosse agli alunni sono state ufficialmente vietate solo verso la fine degli anni 60, anche se già mia nonna, durante la guerra, andò a rampognare l'insegnante che aveva bacchettato la figlia minore in una scuoletta di campagna, ai tempi dello sfollamento, e per quanto ne so a Firenze negli anni 30 non si vedevano né bacchettate né i tradizionali ceci secchi dietro la lavagna su cui tenere in ginocchio gli alunni rei di qualche errore, pure molto spesso citati nei modi di dire).

Le regole saldamente interiorizzate consentono alle ragazze March una notevole libertà: al contrario delle ragazze italiane dell'epoca e ben più delle ragazze vittoriane loro contemporanee, le sorelle March coltivano i loro interessi, vanno a teatro, pattinano, organizzano un circolo più o meno culturale e recite casalinghe e in più dispongono di  un solido e amorevole punto di riferimento cui confidare dubbi e difficoltà (due punti di riferimento, alla fine del romanzo, quando il padre ritorna) - che non è una fortuna che capita a tutti i ragazzi. Come ho già scritto, le sedute di autocoscienza in casa March abbondano, e perfino quando la famiglia sarà quasi dispersa, nel momento più critico del romanzo, quando sia il padre che una delle sorelle sono in punto di morte, anche la piccola Amy approfitterà del forzato soggiorno dalla zia per dedicarsi all'introspezione e meditare sui suoi difetti proponendosi di emendarli.
A questo proposito vorrei aggiungere che Amy, giovane aspirante arrampicatrice sociale e assai dedita alle frivolezze (ma sempre in modo molto compito, assistita com'è da un buon gusto che nel resto della famiglia sembra scarseggiare) ai miei occhi di lettrice adulta è risultata il personaggio più interessante proprio perché è quella che per natura più si discosta dai valori morali che predominano in famiglia e che dunque si ritrova con il cammino più difficile da percorrere; il fatto che la sorella più vicina a lei per età sia universalmente riconosciuta come un angelo incarnato - stato che raggiunge senza grandi difficoltà perché invece assai predisposta a questo appunto dalla sua natura completamente diversa da quella della sorella -  non le semplifica certo le cose.
Una delle tesi di fondo del romanzo potrebbe dunque essere "E' possibile essere persone autentiche in un mondo che sembra dare importanza soprattutto alle apparenze? Sì (segue dibattito)". Tesi affascinante, e affrontata con incrollabile ottimismo. Alla fine del romanzo il fondo di originalità dei March è rimasto intatto, e i fatti e la buona sorte gli han dato ragione: padre e figlia sono sopravvissuti alle malattie, Jo ha pubblicato il suo primo racconto, Meg si è fidanzata (fidanzamento assai deprecato dal Bel Mondo, per l'occasione impersonato dalla zia) e Amy... beh, per il momento Amy ha rimediato solo un paio di graziosi anellini, ma è anche definitivamente uscita dall'infanzia dopo qualche esperienza piuttosto brusca.
Nel romanzo ci sono infine anche alcuni graziosi gattini che allietano il quadro.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a chiunque passi da qui buone letture all'aperto, ché l'estate alla fine è arrivata davvero.

lunedì 31 maggio 2021

Di aggiornamenti delle nomenclature non sempre apprezzatissimi (post di singolare inutilità)

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemos

Cambiare nome alle cose sostituendo parole usate da gran tempo non sempre sorte effetti felicissimi. D'altra parte le lingue vivono di cambiamenti e una lingua non cambia più solo quando è morta.
In molti han rumoreggiato quando gli handicappati sono diventati prima portatori di handicap e poi disabili, e i negri sono diventati neri, ma ormai gli handicappati non ci sono più e i negri esistono solo nelle vecchie traduzioni della Capanna dello zio Tom e nei discorsi di qualche estremista di destra particolarmente arretrato.
E in tanti hanno sbuffato davanti alle prime ministre e sindache e assessore dicendo che mai e poi mai sì barbare parole avrebbero attecchito nella nostra lingua - ma ormai abbastanza comunemente si parla appunto di sindache e ministre e financo avvocate, e pure le architette han smesso di suscitare reazioni scomposte e risate sguaiate.
Tuttavia certi cambiamenti devono percorrere una strada piuttosto lunga. Ricordo che mio padre ha continuato per diversi anni ad andare alla Valdarno al lavoro quando già da tempo la Valdarno era stata assorbita dall'Ente Nazionale per l'Energia Elettrica - credo anzi che il vero cambiamento sia stato quando cambiò sede di lavoro per andare in una palazzina che non era stata mai della Valdarno ed era stata costruita dall'ENEL e dove tutti si erano sentiti lavoratori dell'ENEL sin dall'inizio. Tuttavia anche la Valdarno rimase nei discorsi di famiglia per anni, ma non per decenni.

In un qualche momento dei miei primissimi anni di insegnamento qualcuno decise di cambiare nomi agli ordini di scuola. La scuola materna diventò "dell'infanzia", la scuola elementare diventò "primaria" e la scuola media diventò "secondaria di primo grado", mentre le superiori diventarono "secondarie di secondo grado".
All'inizio, come sempre davanti a una qualsivoglia novità, rimasi piuttosto schifata. Passato il primo choc culturale feci appello alla mia autodisciplina e cercai coscienziosamente di adattarmi, aiutata in parte dai continui moduli che compilavo in quel periodo per il rinnovo graduatorie e dalle molte segreterie che frequentavo ai tempi delle supplenze brevi. La mia autodisciplina tuttavia subì una certa ridimensionata quando mi accorsi che intorno a me gli addetti ai lavori parlavano sempre solo e soltanto di medie e giammai si sporcavano la bocca evocando le scuole superiori. 
E  così, mentre gli africani e gli afroamericani dotati di pigmentazione scura venivano ormai quasi universalmente chiamati "neri" e gli handicappati sparivano senza lasciar traccia di sé insieme ai portatori di handicap, gli insegnanti delle elementari parlavano di primarie in gran scioltezza nemmeno fossero tutti cittadini americani in tempo di elezioni, la scuola dell'infanzia viveva un percorso più complesso, dovendo smanicarsi anche dal vecchio "asilo" oltre che dal desueto appellativo di "materna" ma insomma conosceva una sua evoluzione e la scuola "secondaria" si stava faticosamente smarcando dalle "superiori"ma la strada sembrava ancora lunga.
In tutti questi anni però le medie sono rimaste "medie", non solo per i giornalisti e i dibattiti televisivi, ma anche tra gli addetti ai lavori. Perfino i libri di scuola, che un tempo scrivevano fieramente in copertina "Manuale di storia per le scuole medie" oggi sorvolano pudicamente sull'ordine di scuola cui sono destinati.
A tutt'oggi, sono docente della scuola secondaria di primo grado solo quando compilo qualche modulo del MIUR e nessun genitore, custode o alunno sembra avere la minima propensione a parlare di "secondarie". 
E c'è il suo motivo.
Tre anni fa, mentre compilavo un modulo dove mi dichiaravo Murasaki Shikibu, insegnante della Scuola Secondaria di Secondo Grado di St. Mary Mead, fui presa da un dubbio. 
Col mio modulo in mano, uscii dalla scuola e guardai la targa di marmo dell'ingresso. C'era scritto "SCUOLA MEDIA XY".
Va bene, mi dissi, è una targa vecchia e non l'hanno cambiata.
Poi guardai meglio.
In alto, sopra la targa, c'era una targa in metallo. Portava scritto "Scuola Media XY". Era molto nuova e molto lucida.
E c'erano sopra la bandierina dell'Unione Europea e la targhetta del PON. E il PON è una roba senz'altro successiva all'arrivo delle scuolesecondariediprimogrado.
In tutti i casi, la mia scuola si dichiarava MEDIA in entrambe le targhe. Era lo Stato che la definiva così. Se andava bene per la targa d'ingresso, doveva andar bene anche per il MIUR, e meno storie.
Così rientrai, presi un nuovo modulo e scrissi risolutamente che ero Murasaki Shilibu ed insegnavo nella scuola media XY di St. Mary Mead, insieme a tutte le altre informazioni che mi erano richieste, e lo portai in Segreteria - dove lo presero senza batter ciglio. E da allora nei moduli scrivo sempre che insegno nella scuola media XY di St. Mary Mead che fa parte dell'Istituto Comprensivo di St. Mary Mead.

E poi venne il giorno in cui la Toscana aprì il portale dove gli insegnanti si segnavano per vaccinarsi. E mentre lo compilavo per l'ennesima volta nella vana speranza di trovare un angoletto disponibile per me, mi accorsi che stavo barrando la casella "docente scuola media".
Un portale per vaccinazioni della Regione Toscana è una roba piuttosto ufficiale, mi sembra, e serve a distribuire vaccini per conto delle ASL della Toscana - tutta roba molto statale, e siamo pure una regione a statuto ordinario. Ma non vogliono sentir parlare di scuole superiori di primo grado.

Ricapitolando: insegno in una Scuola Media, con tanto di targa all'ingresso che la definisce tale. L'Unione Europea ci elargisce fondi perché siamo una Scuola Media, la regione Toscana ci dichiara scuola media, la nostra carta intestata parla di Scuola Media XY di St. Mary Mead. I docenti intorno a me si autodefiniscono "insegnanti delle medie", ai Collegi Docenti le Scuole Secondarie di Primo Grado vengono nominate solo quando viene letta qualche circolare del Ministero - che è l'unico ente che si incaponisce a sostenere che siamo una Scuola Secondaria di Primo Grado e non una scuola media, anche se tollera che nella nostra targa sia scritto tutt'altro.
Siamo un caso isolato? La Toscana scolastica parla una lingua tutta sua? In tal caso, perché il Ministero lo tollera?
Oppure l'Italia brulica di scuole medie che solo due o tre volte all'anno vengono chiamate "Scuole Secondarie di Primo Grado"?
Che senso ha avuto svegliarsi una mattina e stabilire che le scuole d'Italia dovevano cambiare denominazione ufficiale e poi lasciargli quella vecchia?
Perché, almeno al MIUR, non si impegnano per chiamarci Istituti di Scuola Superiore di Primo Grado?
Oppure perché al MIUR non lasciano cadere questa farraginosa denominazione e non tornano a chiamarci, come tutti, Scuole Medie?

In questi infiniti dubbi s'annega il pensier mio. E può pur essere che al mondo esistano entità più inutili di questo post, ma al momento non me ne viene in mente nessuna.


*la data precisa non sono riuscita a trovarla, ma mi sembra di capire che sia stato il 2003, con la Riforma Moratti. Forse.

domenica 30 maggio 2021

Scartoffie di fine anno - L' Innovativissima Riforma del MIUR per Educazione Civica e le sue complesse conseguenze



Quando l'Innovativissima Riforma del MIUR per Educazione Civica entrò nelle vite di noi insegnanti giurai solennemente davanti alla luna che avrei usato tutte le mie (poche) capacità per limitare con ogni cura e diligenza qualsiasi aggravio di impegno cotale riforma pretendesse apportare nella mia vita lavorativa, e di non spostare di un capellesimo di millimetro le mie programmazioni in suo onore, in quanto la ritenevo una Riforma Falsa e Mendace che nulla di nuovo apportava alla scuola se non qualche scartoffia.
A tutt'oggi ritengo di aver adempiuto con sufficiente zelo a questo nobile proponimento, con una sola eccezione che passerò a raccontare in fondo al post.
Non altrettanto posso dire dei miei amati colleghi, e mi giungono tristi notizie in merito anche da altre scuole: per incredibile che sia, in tanti stan prendendo sul serio questa bieca operazione di cosmesi superficiale, non solo, ma in tantissimi si sono ingegnati per adempiere agli obblighi di legge nel più complicato dei modi possibili.
Anche a St. Mary Mead, nel nostro piccolo, ci siamo ingegnati in tal senso.

Ordunque, in principio era il Registro su Carta: in un anno scolastico dove le autorità mediche si raccomandavano di limitare l'uso delle scartoffie su carta, la prima geniale pensata fu che ogni classe avrebbe avuto un Registro Su Carta (cioè due fogli in croce fotocopiati) da conservare nel Librone delle Carte della Classe, dove ogni insegnante avrebbe coscienziosamente appuntato le sue ore di Educazione Civica specificando per ognuna di queste ore la data, l'argomento, l'Area Tematica cui detto Argomento afferiva e il numero di ore impiegato per sviluppare cotale Argomento, con Eventuale Verifica, scritta o orale che fosse.
Detto così suona lungo, ma in realtà è affare molto veloce e si fa in circa 40 secondi; di fatto non mi sembrò poi una pensata così balorda.

Tosto dunque, già il primo giorno, mi segnai nella Terza Brillante due ore per la Tematica 1 (Costituzione, istituzioni e regolamenti vari nonché Regole di Vita Quotidiana) per illustrare una presentazione a slide che la scuola aveva pazientemente composto per spiegare le nuove  regole legate alla pandemia in corso - una bella chiacchierata tra amici, in pratica. Poi segnai qaueste ore con la dicitura Educazione Civica anche nel registro elettronico - ma tanto, nel registro elettronico, dovevo comunque spiegare che caspita facevo nelle mie ore, giusto?
La settimana seguente segnai altrettante due ore per la spiegazione del meccanismo elettorale che porta all'elezione del presidente degli Stati Uniti, e su ciò assegnai apposito compito che venne coscienziosamente svolto dai ragazzi e che corressi trascrivendone poi con cura i voti sul registro elettronico.
Dopodiché  mi addentrai nelle complesse tematiche dell'Italia postunitaria, del colonialismo nella seconda metà dell'Ottocento, nello studio di oceani, Artide e Antartide eccetera, e quindi per diverse settimane non feci più alcunché legato ad Educazione Civica.
Nel frattempo i miei colleghi del Consiglio di Classe si affannavano a parlare del patrimonio culturale italiano e internazionale e delle leggi che lo tutelavano, delle fonti di energia alternativa, delle città sostenibili, del lavoro minorile, delle fake news e di tante altre belle cose che, indubbiamente, afferivano ad Educazione Civica, sì come tanti altri argomenti che ormai da tempo formavano le nostre programmazioni. Tuttavia  il registro di Educazione Civica continuava a contenere solo le mie quattro ore, sole solette in un gran deserto.
"Scusate carissimi, ma visto che state facendo tante belle cose di Educazione Civica, perché non le segnate anche sul registro della classe?" chiesi alfine a metà Novembre dopo che, avendo preso il registro per segnarci un approfondimento sulla vita sott'acqua e relative problematiche chiesto dai ragazzi dopo la lezione sugli oceani, trovai appunto questo gran vuoto.
"No no, noi le segniamo. Io le segno sempre" - mi assicurarono in tanti.
"Veramente in Terza non hai segnato un accidente, ma mi sembra che le città sostenibili siano assolutamente un tema che rientra nella seconda area".
"Ah sì, forse è vero, me ne sono dimenticata. Ma tanto a fine quadrimestre le recuperiamo dal registro".

Premesso che dal Registro Argo io personalmente ho grande difficoltà a recuperare alcunché, senza dubbio per demerito mio, mi sfuggiva a quel punto l'utilità del registro su carta. Decisi comunque di cucinarmi una teglia di cavoli miei - ma non senza aver dato una scorsa ai registri delle altre classi, che languivano in uno stato di parziale o totale abbandono né più né meno di quello della classe che coordinavo, proprio come sospettavo.

Naturalmente a fine quadrimestre fu pianto e stridor di denti. Tuttavia qualcuno se ne uscì con una trovata assai ragionevole e ogni Classroom dei Consigli di Classe venne dotata di una elegante tabella su cinque colonne dove ognuno poteva segnare le sue ore. Cosa che venne fatta all'ultimo minuto e con grandi lamentele - e non trovavo, e non pensavo, e non ricordavo, e non ho segnato e ho dovuto riguardare tutto il registro elettronico.
E vabbé, mi dissi, anche l'asino quando è cascato da qualche parte impara a non ricascarci.

Così non è stato, naturalmente. Finiti gli scrutini del primo quadrimestre le tabelline han continuato a languire in un deplorevole stato di abbandono, con un paio di solerti eccezioni. Ho spedito qualche giorno fa un garbato invito a darsi una mossa dalla Classroom e un paio di colleghi mi hanno spedito due orrendi pastoni monoblocco che contenevano anche le ore del primo quadrimestre raggruppate in modo che definire cialtronesco è fargli un complimento davvero immeritato.
"Boh, saranno affari loro" mi sono detta scuotendo le spalle. La coordinatrice non è mica una balia, né è responsabile in alcun modo delle negligenze altrui. Che peraltro nessuno avrebbe mai controllato né censurato quand'anche fosse capitato di dover rendere pubblico tale sciamannato registro.
Ma quei due pastoni mi disturbavano. Le altre classi dove insegnavo avevano registri ben ordinati, perché proprio la classe che io coordinavo doveva ospitare quelle due orrende mappazze?
Ebbene sì, l'ho fatto. Ho preso il registro elettronico e dal primo giorno di scuola mi sono segnata le ore dei colleghi con le date (che solo occasionalmente corrispondevano a quelle segnate sul registro) per poi trascriverle in bell'ordine rigorosamente cronologico inserendole al punto giusto. Due palle da non dirsi.
Se fossi stata obbligata a farlo le mie strida avrebbero stancato il cielo. In effetti, il vero motivo per cui mi sono sentita forzata a farlo è proprio che nessuno mi ci obbligava.
A mia totale e completa vergogna aggiungerò che anche senza i due mappazzoni il monte ore richiesto per Educazione Civica era già stato ampiamente raggiunto e pure superato.

E il solenne giuramento alla luna?
No, non c'entra nulla: se madre natura e i cromosomi ereditati dai mei due stimati genitori mi han dotato di una raffinata sensibilità cronologica e di scarso senno il Ministero dell'Istruzione non ci ha colpe e non posso prendermela con lui - fin lì almeno ci arrivo anche io.

Ho almeno rampognato i colleghi?
No. Hanno l'incarico annuale, e forse l'anno prossimo non ci saranno più (che sarebbe un peccato, peraltro, perché sono bravi e coscienziosi sul lavoro vero). Se ci saranno, farò una garbatissima esortazione a inizio dell'anno nuovo. Molto, molto garbata. Perché, comunque, se sono scema non è colpa loro.

martedì 25 maggio 2021

Haeretica - Prove Invalsi: tra oscuri complotti e cheating

Capita di doversi difendere da insidie assai perfide

A Pasqua del 2009 gli insegnanti delle medie scoprirono da un giorno all'altro che quell'anno l'esame avrebbe incluso anche una Prova Invalsi. E corre voce che queste Prove Invalsi, a livello di sperimentazione, circolassero in Italia ormai da qualche anno ma certo a St. Mary Mead non ne avevamo mai sentito parlare, e sospetto che non fossimo gli unici a versare in tal deplorevole stato di ignoranza.

Quasi subito si scatenò il Gran Tifone del Dissenso: venne infatti stabilito (da chi? Tutti e nessuno, come sempre in questi casi. E forse era una scoperta un pochino pilotata) che cotali Prove Invalsi erano oggetto di una Subdola Manovra ordita dal Ministero per Valutare gli Insegnanti. E schedarli, anche.
Lo Spettro della Valutazione incombeva da qualche anno sui poveri insegnanti, e sembrava che si annidasse per ogni dove, e a quanto mi dicevano era qualcosa contro cui era Assolutamente Necessario lottare, anche se non ho mai ben capito  perché. 
Quando sono entrata a scuola circolava vagamente l'idea che la scuola doveva essere produttiva, e a tal scopo ci spiegavano che l'insegnante andava formato con metodi e criteri scientifici e la valutazione andava fatta con criteri oggettivi (per poi promuovere tutti perché d'altra parte la scuola doveva anche essere inclusiva - all'epoca non esisteva ancora la parola ma il concetto era comunque quello).
E' il vecchio problema della scuola e non parte dal leggendario '68 (molto evocato, e di solito in modo piuttosto farneticante, vuoi come fonte di tutti i mali, vuoi come sorgente di ogni valore positivo) ma dall'istituzione della scuola pubblica: la scuola è per tutti e deve risultare utile a tutti, senza essere inutilmente punitiva e selettiva; per contro la scuola deve anche fornire una preparazione specifica e accurata. Siccome raggiungere entrambi gli obbiettivi è piuttosto complicato, di tendenza si cerca di barcamenarsi, sia sulle linee generali che per le singole scuole, classi e alunni, tra bastoni, carote, cerchi e botti - sempre con risultati abbastanza approssimativi perché la perfezione è rara in questo mondo, e sperare di trovarla in una entità che racchiuda una intera classe e un intero gruppo di insegnanti richiede davvero molto ottimismo. Insomma, noi insegnanti finiamo sempre per sentirci un po' in torto quando non abbiamo una Classe Perfettissima - il che, a causa dell'umana debolezza, avviene ben di rado).
Ad ogni modo: le Prove Invalsi (gestite, ci tengo a ricordarlo, da Grandissimi Cornuti) avrebbero dato finalmente un Riscontro Oggettivo. In base a quel riscontro oggettivo sarebbero stati giudicati gli insegnanti (all'epoca solo quelli di Italiano e Matematica): dove le Prove avessero sortito risultati alti, voleva dire che gli insegnanti erano bravi, dove i risultati si fossero rivelati bassi voleva dire che l'insegnante era di scarsa levatura e dunque.... 
Quand'anche davvero per assurdo Qualcuno, nelle alte sfere, avesse fatto sul serio un ragionamento così idiota come "Insegnante Bravo = Alunni Bravi", cosa gli potevano fare all'insegnante scarso?  Licenziamento, calo di retribuzione, deportazione nelle colonie, pubblico ludibrio mi sembravano tutte soluzioni dalle quali il nostro contratto ci garantiva. E dunque? 
Qualcuno ci avrebbe chiamato da parte per dirci che così non andava bene e avremmo dovuto migliorare la nostra produttività facendo questo e quello?
Lo ammetto: non mi sarebbe sembrata poi questa gran tragedia. Da quando insegno il Senso di Inadeguatezza è sempre stato mio fedele compagno, se qualcuno mi vuol spiegare come posso far di meglio è il benvenuto.
Ma aveva un senso preoccuparsi del fatto che la Prova Invalsi servisse a valutare gli insegnanti? Ufficialmente serviva a valutare quel che i ragazzi erano in gradi di dire, fare, baciare, lettera e testamento arrivati a un certo punto della loro vita. Eventualmente, sarebbe servita a valutare la scuola nel suo complesso. Non lo trovavo un proposito così irragionevole, per quanto cornuti potessero essere coloro che lo gestivano.
Ma soprattutto: in un mondo dove le segreterie continuavano a chiedermi a sfinimento i dati essenziali, quasi non glieli avessi già scritti decine di decine di volte, che improvvisamente qualcuno riuscisse a elaborare così bene dei dati da schedare tanta parte del corpo docenti in base ai risultati di una data prova, mi sembrava abbastanza improbabile. Fermare quello che mi sembrava un coraggioso esperimento di valutazione collettiva del sistema scolastico in nome della paura che qualcuno scoprisse che io, singola Murasaki Shikibu, forse ero scarsa, non mi sembrava giusto.
E poi, c'era qualcosa di ufficiale su questa Valutazione degli Insegnanti?
Non mi risultava.
Ma soprattutto: era proprio così sicuro che questa fantomatica valutazione degli insegnanti in base alla Prova Invalsi sarebbe necessariamente stata negativa?
A quanto pare, in molti davano per scontato che sì; e all'Invalsi, tra una lucidata e l'altra delle corna con l'olio di camelia, hanno da tempo predisposto dei sistemi più o meno validi per depurare i dati dal cheating, ovvero l'irresistibile tendenza degli insegnanti a suggerire le risposte giuste - dando per scontato (a ragione, temo di dover dire) che questa tendenza ci fosse, e fosse anche piuttosto elevata, anche tra i molti insegnanti che magari predispongono settantasette varianti di un compito in classe per evitare che gli alunni copino tra loro, e distanziano i banchi e ricorrono a un sacco di altre tecniche più o meno efficaci a questo scopo.
E qui si apre il varco per alcune domande.
O voi che suggerite, siete così sicuri che gli alunni che avete preparato siano così incapaci di trovare da soli la risposta giusta?
Nel qual caso, siete ben determinati a cambiare la programmazione dell'anno successivo per consentire alla prossima classe che vi passerà tra le mani di rispondere alla medesima prova in scioltezza e assoluta autonomia, vero?
Ma soprattutto: perché vi ritenete così responsabili nei confronti dei vostri alunni?
Non sarà che date per scontato che davvero la preparazione di una classe sia determinata solo e soltanto dall'insegnante e non, anche, dalla loro collaborazione sotto forma di studio e di attenzione a quel che dite?
Se gli alunni han rifiutato ostinatamente di darvi retta quando gli spiegavate questo e quello, perché volete privarli del legittimo piacere di scazzare la Prova Invalsi, raccogliendo così i legittimi frutti della loro ignavia & indolenza?

L'Oscuro Senso di Colpa e di Iperresponsabilità che molti insegnanti provano verso il loro lavoro è alla base sia del cheating che della convinzione che le Prove Invalsi siano un complotto ordito ai loro danni.
Tale Oscuro Senso di Colpa, va detto, alberga anche in molti insegnanti diligenti e coscienziosi.
Forse perché tutti ci criticano? Ma in quest'epoca di acidità perenne, quale categoria professionale non è costantemente criticata giorno e notte per i suoi scarsi risultati? Nemmeno artisti di fama internazionale e calciatori regolarmente convocati in Nazionale si salvano da questo continuo discredito. Tuttavia, per quel che vedo, gran parte della gente si scuote dalle spalle le critiche e continua a fare (talvolta male) il suo lavoro. 
Perché gli insegnanti no?
Per quale misterioso groviglio interiore costoro danno per scontato di dover salvare il mondo tutto da soli e nel contempo di esserne del tutto incapaci?
Ecco, su questo secondo me non sarebbe male che all'Invalsi facessero qualche riflessione. Perché, come una classe non combinerà mai nulla se rifiuta per principio di collaborare in qualche modo con l'insegnante, allo stesso modo le Prove Invalsi richiedono un po' di collaborazione da parte del corpo docente.
Una collaborazione facile, anche: in sintesi, si tratta di non far nulla e limitarsi a sorvegliare le prove (sostituendo il computer che si impalla con uno più efficiente. Se riescono a trovarne uno nella scuola dove lavorano, si capisce).
Non dovrebbe essere poi così difficile.