Il mio blog preferito

venerdì 6 novembre 2020

Banchi a rotelle 2 - La Vendetta

Banchi con le rotelle: non solo per l'autoscontro

E così, come mi ero ripromessa, ho portato anche la Terza in gita  di piacere in Aula Magna a vedere i banchi con le rotelle. Ho aspettato che fossero loro a chiedermelo, si capisce. In effetti mi chiedono di portarli a vedere i mitici banchi con le rotelle.
"D'accordo, ma niente autoscontro" dichiaro in assoluta ipocrisia.
Li guardano, ne discutono. E "Prof, possiamo provarli?"
"Sì, ma con cautela. Ricordatevi che sono oggetti fragili".
E lo sono davvero, a quel che sembra. Scontra che ti scontro, dopo nemmeno due minuti uno dei banchi cade per terra. Peccato solo che sul banco ci fosse un ragazzo.
"No, troppo forte così. Non dovete urtarvi bruscamente" li rampogno con dolcezza controllando che il caduto non si sia fatto male (non se ne è fatto manco un po', a giudicare da come ride).
Altri due  minuti, e un altro si ritrova a terra sul sedile. Infatti, come in tante sedie con le rotelle, c'è un perno che tiene unite le due parti, e con un po' di fortuna puoi staccarlo.
"Nemmeno così va bene. Sono oggetti delicati, manovrateli con dolcezza" li rimprovero con un pelino di dolcezza in meno.
Sono una classe molto ragionevole, e infatti cominciano a fare l'autoscontro, ma con dolcezza. Si urtano con garbo, si allontanano con garbo, si circondano e allargano e restringono con garbo. Mentre li guardo capisco finalmente perché a qualcuno è venuto in mente di acquistarli: effettivamente in quel modo il distanziamento di un metro e qualcosa si mantiene. Sono davvero banchi di sicurezza (se non ti attacchi al conducente di un altro banco e non cerchi di tirarlo giù, si capisce. E nella maggior parte delle classi è proprio quel che farebbero, e non solo a titolo di esperimento iniziale come ha fatto la Terza).
Ben presto l'Aula Magna è percorsa da banchi pattinanti. A modo suo, è uno spettacolo grazioso, ricorda vagamente certi galà di pattinaggio su ghiaccio.
Ma, ahimé, entra la custode. Molto arcigna, e piuttosto scandalizzata.
E no, no, no e assolutamente no! Loro quei banchi non avrebbero nemmeno dovuto toccarli, e certo non erano lì per giocarci in quel modo! E vengo rimproverata con una certa asprezza anch'io, ma un po' sotto le righe: ormai sono una decana anch'io, là dentro, più di tanto non si può mancarmi di riguardo. Accetto il rimprovero senza ribattere: non ho particolari argomenti da portare a mia difesa, se non il fatto che i banchi sono ancora in perfetta salute e i ragazzi si sono divertiti, ma in sicurezza. D'altra parte non ho nemmeno voglia di difendermi e del resto sarebbe perfettamente inutile.
Domi, ma neanche un po' pentiti, rientriamo in classe e riprendiamo la lezione senza spendere nemmeno un quarto di parola sull'accaduto. C'è la Belle Epoque che ci aspetta.

Ma secondo me avevamo trovato un ottimo utilizzo per quei banchi.

martedì 3 novembre 2020

Lunedì film - L'ultimo samurai (Film per le medie)

 


Nonostante gli infiniti intralci di tutti i tipi, generi, forme e qualità, gli intervalli sfalsati e perciò onnipresenti, l'infernale valzer delle quarantene con continue sostituzioni e annullamento delle sostituzioni e sostituzioni delle sostituzioni, i cambi orari e la cupa minaccia della Didattica a Distanza che incombe su tutti noi, la pioggia che scorre libera nelle aule e i trapani che imperversano, ogni tanto capita anche che si riesca a far lezione. 
Addirittura, con la Terza brillante mi sono ritrovata una tale quantità di ore che mi sono perfino concessa un film, complice una LIM che al momento funziona davvero bene. E, visto che gli avevo accennato al cambio di direzione con cui il Giappone aveva deciso di modernizzarsi, sotto la guida dell'imperatore Mutsuhito, cosa di meglio che questo film, per quanto un po' lungo (due ore e mezzo), che vanta una splendida fotografia, una bella sceneggiatura, un Tom Cruise in stato di grazia e una quantità sterminata di bellissime armature giapponesi che recitano benissimo, e che i poverini non hanno potuto ammirare al Museo Stibbert di Firenze per colpa del crudele lockdown della scorsa primavera?
Non era la prima volta che lo facevo vedere a una classe, ed ha sempre riscosso un gran successo. Così è stato anche stavolta.

Il film è del 2003, per la regia di Edward Zwick, e c'è dentro un sacco di Giappone, mediato dagli occhi del protagonista americano. Gli splendidi paesaggi giapponesi... sono in realtà forniti dalla Nuova Zelanda, dove conviene andare se si è affamati di verdi pianure e paesaggi scintillanti. Strano pensare che i miei due universi alternativi preferiti, ovvero Giappone e Terra di Mezzo vengono proprio da lì.
La storia è relativamente semplice: siamo nel 1876 e un ufficiale americano, assai traumatizzato dopo la guerra contro gli indiani (dove a traumatizzarlo è stata soprattutto la crudeltà con cui gli indiani sono stati sterminati) accetta di andare in Giappone per addestrare all'occidentale le truppe giapponesi dell'impero.
L'incarico, per quanto redditizio, non lo entusiasma, e ancor meno lo entusiasma l'ordine di andare troppo presto a combattere contro le truppe di un samurai che si sta ribellando all'imperatore. Le truppe, sostiene Nathan, non sono per niente pronte. Ma si sa che in questi casi c'è sempre qualche idiota che insiste per andare a combattere nonostante tutto, e quindi si parte.
Come da copione, le truppe imperiali davvero non sono pronte, e il combattimento finisce malissimo. L'ufficiale americano comunque non demorde, e catturarlo sarà una vera impresa, tanto che il comandante dei samurai decide di fargli grazia della vita e lo porta nel quartier generale delle sue truppe, dove l'americano ferito viene curato per poi scoprire che deve restare lì fino a primavera perché la neve blocca i passaggi.
Noi per la verità di neve ne vediamo abbastanza poca. Comunque l'ufficiale non può scappare e i suoi gentili carcerieri, una volta che le sue ferite sono guarite, lo trattano con bel garbo e gli insegnano anche a combattere à la japonaise, con i bastoni di legno. 


Quanto al samurai, che parla un po' di inglese, lo impegna in conversazioni assai filosofiche, mentre l'americano finisce per imparare il giapponese quanto basta per affrontare conversazioni essenziali ma a sfondo filosofico sull'onore, la lealtà, il percorso esistenziale, la morte e consimili. E tutti sono molto cerimoniosi e anche l'ufficiale americano impara a esserlo, e scrive molte riflessioni filosofiche sul suo diario.
In primavera, quando i valichi si riaprono, il samurai riporta il suo prigioniero in città, dove ne approfitta per parlare col suo imperatore, che lo tratta con grande rispetto ma si rifiuta di abbandonare il suo progetto di occidentalizzazione. Naturalmente i due non affrontano direttamente un concetto che sia uno, e si attorcigliano su raffinatissime riflessioni, ma la sceneggiatura è fatta talmente bene che anche lo spettatore occidentale capisce perfettamente di cosa stanno in realtà parlando dietro il velame de li versi strani.
E qualcuno cerca di uccidere il samurai, ma l'ufficiale lo salva... e ritorna tra le montagne con lui, per affrontare al suo fianco l'ultima battaglia contro l'esercito imperiale (ormai addestratissimo e perfettamente in grado di usare le armi occidentali, cannoni compresi).


La battaglia finale si svolge in modo assai nobile ed eroico e l'ultimo samurai realizza il sogno di ogni aristocratico giapponese, ovvero una morte onorevole, mentre l'ufficiale americano mette su famiglia nelle montagne (con la sorella del suo amico). Finale molto rasserenante, che comprende anche una scena dove l'ufficiale va a trovare l'imperatore e in un certo lo riconcilia con il suo amato nemico (perché il samurai ribelle e l'imperatore si amavano molto, e in realtà il samurai... combatteva contro l'imperatore per la gloria dell'imperatore, cosa di cui l'imperatore era perfettamente consapevole. Del resto è noto che Sono Pazzi Questi Giapponesi).
La storia è vera?
Abbastanza, anche se per amor di sceneggiatura certe cose sono state un po' ritoccate. Per chi vuole approfondire comunque ecco una recensione dal punto di vista storico, dove si conviene comunque che come film funziona a meraviglia.

Ultima nota: mentre lo rivedevo sono rimasta molto colpita dai cavalli, nobili e bellissimi animali sacrificati nell'ultima eroica carica dei samurai contro le armi occidentali (che in realtà non andò proprio così, ma fa niente). E mentre meditavo sulla crudeltà di portare i cavalli in guerra, intorno a me era un fiorire di fanciulle che si disperavano per i cavalli, mentre i fanciulli osservavano seccati che, insomma, c'erano anche degli uomini lì, possibile che si preoccupassero soltanto dei cavalli?
Naturalmente anch'io ero d'accordo con le fanciulle, ma ho potuto rassicurare tutti quando sui titoli di coda è apparsa la celebre frase "nessun animale è stato maltrattato per questo film".
E in cuor mio riflettevo che in vita mia ho visto decine di cavalli morire sullo schermo e mai prima d'ora mi ero posta il problema. Decisamente, il nostro rapporto con gli animali sta cambiando.

sabato 31 ottobre 2020

Un deprimente e impaurito Halloween a tutti



La situazione è cupa e deprimente, la caccia all'untore è in  piena attività, ad ogni angolo trovi qualcuno che si strappa i capelli e prevede disgrazie per tutti, e la legge e il buonsenso ci negano gli unici conforti validi in queste circostanze: uscire con gli amici per ridere, scherzare e pensare a qualcos'altro o uscire con gli amici per andare al cinema o a teatro, e infine uscire con gli amici o con gli estranei per bere e dimenticare. Una sbronza in famiglia, con brindisi al prozio in terapia intensiva che non puoi andare a trovare non è esattamente la stessa cosa, e nemmeno un DVD guardato a casa tua.
E non solo i poveri bambini si sono visti depredati di una delle loro feste preferite, ma in più non è mancato l'idiota di turno che ha fatto la solita stupida tirata sulle origini non italiche di Halloween (che non è nemmeno vero, ma è noto che ai moralisti dell'accuratezza della ricostruzione storica importa meno che zero).
Ordunque, stabilito che Halloween è uno stato d'animo oggi molto diffuso, faccio gli auguri a tutti e vado ad accendermi le candeline arancioni nei portacandele a forma di zucca, mentre la mia Nimbus 2000 stasera resterà a raccattare polvere.
Ho comunque due gatte nere su cui contare, e se i morti arrivano li saluterò ben volentieri.

lunedì 26 ottobre 2020

Sono arrivati i banchi a rotelle!


E infine i banchi a rotelle sono arrivati per davvero.
E che ci fanno a St. Mary Mead, dove dalla notte dei tempi i nostri amati alunni per avere un compagno di banco sono costretti ad appiccicare due banchi tra loro (ottima procedura che permette tra l'altro anche banchi a tre e quattro posti e perfino classi con i banchi disposti a ferro di cavallo, nonostante il responsabile della sicurezza strepiti e faccia fuoco e fiamme)?
Non so. Era possibile ordinarli e la Preside Caramell li ha ordinati. La prima idea, corre voce, era di darne un gruppetto ad ogni classe. Ma se davvero ha pensato una scemenza simile, tosto è rinsavita e li ha dirottati là dove potevano avere un senso, ovvero nell'Aula Magna - che tanto magna non è, ma insomma è lì che ospitiamo i genitori in riunione e teniamo le presentazioni dei libri o eventuali conferenze, le plenarie dell'esame e cose del genere. E le sedie dell'Aula Magna...  Immaginatevi dei patetici rottami dei tempi andati, di plastica verde graffiata e per giunta piccole e scomode; ecco, sono loro. Anzi erano loro, perché adesso se ne stanno impilate in un agolino e i nuovi banchi rotanti, in versione arancione psichedelico, han preso il loro posto.
Lì hanno effettivamente un senso. C'è il ripiano per appoggiare il telefonino o il blocco degli appunti, un adulto ci sta abbastanza comodo...
A cosa servono le rotelle? 
Non lo so e non mi interessa, però la prossima volta che riceveremo i genitori in massa il giorno delle elezioni dei rappresentanti di classe (sì, tornerà quel giorno. Io ci credo fermamente, per quanto adesso sembri lontanissimo) potremo farli sedere in modo dignitoso anche se sono genitori alti o in lieve sovrappeso, e se lo desiderano potranno anche prendersi un po' di appunti attingendo alle perle di saggezza che Preside e VicePresidi gli propineranno senza pietà.

E così adesso i banchi con le rotelle stanno accalcati in Aula Magna.
C'è solo un piccolo problema: in Aula Magna portiamo alcune classi a fare l'intervallo, proprio perché è Magna e quindi hanno più spazio per muoversi.
Ed è toccato anche alla mia prima.
"Prof, possiamo sederci?".
"Sì, ma solo sedervi, niente autoscontro perché sono strutture fragili".
Ovviamente, ottanta secondi dopo l'autoscontro imperversava già, anche se contenuto per ovvi motivi di spazio.
Li ho fatti alzare.
La volta dopo però li ho lasciati un po' di più. Un cautissimo autoscontro non dovrebbe recare troppo danno ai delicati oggetti.
"Prof, ma a che servono le rotelle?".
"Non l'ho mai capito". Forse proprio per farli giocare all'autoscontro?
Oggi ci porto la Terza. Ho aspettato, perché sono più grandi e quindi più forti dei primini.
Anch'io siedo in un angolo. Ho scoperto che riesco a resistere alla tentazione di giocare all'autoscontro anch'io.
Come ci spiega ogni tanto qualcuno, il Covid è anche un viaggio all'interno di noi stessi, e ci permette di scoprire nuove cose di noi che altrimenti non avremmo mai scoperto. E a quanto sembra, io possiedo una grande riserva di forza di volontà.
Per adesso.

domenica 25 ottobre 2020

Under my cover

Per strano che possa sembrare, in casa ho alcune coperte a gatti

 Come mi sembra di aver detto, in questi giorni a scuola oltre ad essere molto, molto umido fa pure un gran freddo, tanto che spesso i ragazzi rumoreggiano e protestano quando apriamo le finestre per cambiare l'aria come previsto da regolamento Covid.
E una bella mattina, entrando in classe, trovo Perceval che mi dice "Prof, oggi ho la coperta a gatti".
Lo guardo, con una sensazione indefinibile di familiarità perché...
"Ehi, ho anch'io quella coperta. Nel senso che in questo momento ce l'ho nel salotto, su una poltrona. E quando sono uscita di casa su quella medesima coperta c'era un bel gatto nero molto acciambellato".
Seguono mirallegri di tutti i tipi. Perceval si drappeggia la coperta addosso con eleganza, annodandola intorno al collo.
"Qualcuno di voi tiri fuori un cellulare e faccia una bella foto, se Perceval è d'accordo. Poi la mettiamo sulla piattaforma".
Perceval naturalmente è d'accordo.
"Se non inquadrate la testa non corriamo nessun rischio sulla privacy" suggerisce l'accorta insegnante di sostegno.
Segue defilé di Perceval, con foto. Mi fanno vedere le foto, approvo.
Arrivano i ragazzi dei pulmini. Tutti festeggiano e ammirano la coperta.
Alla fine la lezione comincia, con Perceval ben ravvolto nella sua elegante coperta a gatti.
Che sfoggia anche durante l'intervallo. Un paio di colleghi guardano interessati.
"Un ragazzo intelligente. Forse dovremmo fare anche noi come lui".
Il giorno dopo, per fortuna, la temperatura si è alzata e di coperte non se ne sono viste più.

mercoledì 21 ottobre 2020

Il primo positivo non si scorda mai (post autocelebrativo sugli Eroici Insegnanti di St. Mary Mead)


Pur nella soverchia confusione degli interminabili lavori tuttora in corso (e uno si domanda: ma come avran fatto con la piramide di Cheope e l'Empire State Building, se qui da sei mesi ci strasciniamo un cappotto antisismico per una scuoletta di paese?), pur nell'eterna attesa di nomine che ancora non arrivano, pure nel gran rifrullo di orari provvisoriamente definitivi e definitivamente provvisori, la piccola scuoletta di St. Mary Mead procedeva la sua perigliosa rotta nel tormentato anno scolastico con qualche modesto tampone il cui risultato era sempre stato negativo.

Finché anche per noi è arrivata la feral notizia che un tampone era positivo.
Naturalmente l'annuncio è arrivato quando tutti eravamo più tranquilli e assorti nelle più domestiche cure, ovvero di Domenica pomeriggio.
Tampone positivo. Alunno positivo. Classe in quarantena. Professori in quarantena.
Siamo una piccola scuoletta, con tre sezioni. 
Siamo poco più di venti insegnanti. Se ci togli gli insegnanti di una classe diventiamo istantaneamente una scuola nei guai.
Se per giunta un paio di ulteriori insegnanti nel fine settimana non han trovato di meglio da fare che ammalarsi per conto proprio (e una di loro si è pure fatta il tampone) diventiamo vieppiù una scuola nei guai.
E poi c'è l'indotto: in questo momento per esempio tra i nostri alunni contiamo ben due figli di insegnanti.
E poi siamo in un paesello: l'untore di turno ha amici e parenti, e giustamente un po' li frequenta. Guarda caso, sia amici che parenti frequentano proprio la stessa scuola. Non molto strano, in effetti. Così abbiamo ben quattro ulteriori alunni in "quarantena cautelativa" in attesa di tampone.
Oltre al fatto che ci continua a mancare un insegnante di inglese per questioni che la mia debole mente si rifiuta di seguire. E le mascherine scarseggiano. E, signora mia, non ci son più le mezze stagioni e infatti fa un freddo invernale e l'autunno deve essere andato in vacanza da qualche altra parte, alla faccia dell'estate di san Martino.
Qualcuno ha quindi passato la Domenica pomeriggio a ricomporre l'orario, ridotto nuovamente a quattro ore dopo ben una settimana in cui eravamo riusciti a fare quello pieno, nonché ad avvisare i colleghi della lieta novella.
Qualcun altro ha passato la Domenica a tormentare il Comune perché riorganizzasse il servizio pullmini.

Strano ma vero, ce l'abbiamo fatta. Lunedì eravamo lì, un po' straniti ma col coltello in mezzo ai denti al grido di "Scuola o morte!". E a mezzogiorno i pullmini c'erano.
E scuola è stata.
Poi è arrivato il tampone negativo dell'insegnante ammalata, e già ci stavamo un po' racconfortando quando i positivi sono diventati due.
Seconda classe in quarantena. E ulteriori insegnanti in quarantena, compresa quella appena dichiarata sana.
"Stavolta ci toccherò chiudere" ha scosso la testa qualcuno.
Ma misteriosamente l'orario è stato ricomposto e in qualche modo funziona - del resto, c'è una classe in meno dove fare sostituzioni.
ogni mattina insegnanti, alunni e custodi varcano i due portoni e le lezioni e le sanificazioni si svolgono regolarmente (e siccome ha smesso di piovere facciamo perfino lezione all'asciutto).

Il primo che mi viene a parlare della tradizionale indisciplina degli italiani lo scuoio vivo.

lunedì 19 ottobre 2020

La rivoluzione cubana - Di cose che non vorresti mai sentire

 

Uno studente ascolta con estremo interesse la lezione della prof. Murasaki

Non so perché molti manuali di storia delle medie si ostinano a raccontarci con gran dovizia di dettagli la parte finale dell'Ottocento nella storia italiana rifilandoci quella che, in sintesi, è una soporifera cronaca di governi e di presidenti del consiglio, che già mi ci annoio io a leggerli e figuriamoci quei poveri ragazzi. E dunque quando si arriva a Depretis, Crispi e quant'altri risolvo il tutto con una carrellata non già di governi, ma di pochi eventi di rilievo narrati per sommi capi.
Mentre ero appunto impegnata in questa opera di mirabile sintesi sui primordi del disastroso colonialismo italiano Perceval alza la mano.
"Prof, ma siamo a pagina 364?"
Confermo che sì, siamo proprio alla pagina 364.
"Perché io ho la rivoluzione cubana".
Edizione diversa? Impaginazione diversa? Se a fine Ottocento a Cuba hanno avuto una rivoluzione, non ne ho mai sentito parlare, e comunque la sera prima mi ero riletta il capitolo per decidere come sfrondarlo in modo indolore e di rivoluzioni cubane non c'era traccia.
"Non sarà che quello che hai in mano è il terzo volume?" azzardo. Infatti, come succede quasi sempre all'inizio della Terza, da un mese stiamo combattendo disperatamente per levarci infine dalle corna il secondo volume del manuale e attaccare infine il terzo con relativo Novecento.
Perceval guarda la copertina "Ah sì, è vero. Devo averlo portato per sbaglio".
"Molto probabile che tu l'abbia portato per sbaglio, tesoro bello, perché non sembra molto probabile che, in un attacco di esibizionismo, il terzo volume del manuale si sia infilato da solo nello zaino" penso, ma taccio pudicamente. Gli altri lo guardano un po' perplessi ma tacciono altrettanto pudicamente: è una classe molto attenta ad evitare attriti interni e dunque niente esortazioni a usare il cervello, domande su cosa si è fumato la mattina a colazione eccetera.
Da notare che prima del colonialismo di fine Ottocento avevo parlato delle rivolte sociali di fine Ottocento, della questione dell'analfabetismo di fine Ottocento e di tante altre cosarelle di fine Ottocento di cui ben difficilmente un manuale di storia di Terza a fine volume si occupa, concentrato com'è su sciocchezze quali la Guerra Fredda, le dittature in Sud America e simili - e ne concludo che con tutta probabilità della prima parte della mia brillante spiegazione Perceval non doveva aver seguito molto.
Ma anch'io taccio pudicamente. Perché anch'io, in quella classe, sto molto attenta ad evitare attriti, visto che che sono sempre così carini e disponibili. 
Anche studiosi, di solito.
(Di solito...)

sabato 17 ottobre 2020

DPCM 13 Ottobre 2020: ma in classe si usano le mascherine?



Com'è abbastanza noto e oggetto di gran commenti ovunque, in questi giorni il numero dei positivi per il coronavirus ha subito un certo qual incremento, al che il solerte governo ha fatto, come del resto era suo dovere, un nuovo DPCM ovvero Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, che contiene misure che si sperano atte a limitare la possibilità dei contagi. 
Tra queste spicca l'obbligo di indossare sempre la mascherina qualora ci si trovi in luoghi chiusi, non adeguatamente areati o in circostanze che impediscano di mantenere opportuno distanziamento.
Di questo DPCM in preparazione si è molto parlato, e ampie indiscrezioni sui suoi contenuti sono state diffuse da giornali e agenzie di informazione.
Per ogni insegnante leggerle e pensare "Ah, dunque gli dobbiamo far tenere in classe fissa la mascherina?" è stato tutt'uno.
Di fatto, prima del DPCM, gli alunni dovevano tenere il malefico e sgradito dispositivo di protezione solo quando si muovevano, mentre quando erano seduti al banco potevano levarla perché (risata omerica in sottofondo) il distanziamento di un metro è garantito
Che poi non sempre è proprio esattissimamente vero ma insomma.

E dopo essersi posto la fatidica domanda ogni insegnante, anche quelli che han preso la laurea e l'abilitazione con la raccolta punti del supermercato, ha concluso che, sì, dovevano: perché una scuola italiana, anche parificata e paritaria e privata, sta su suolo italiano e dunque una legge dello stato italiano la riguarda, anche se il regolamento della scuola non la contempla e non c'è circolare a riguardo - allo stesso modo che di solito le circolari non vietano l'uso di armi da fuoco all'interno della scuola ma non per questo insegnanti e alunni che non han porto d'armi possono circolare col mitra a tracolla al suo interno, esattamente come non possono farlo per la strada o al night club.
Fatta questa considerazione, degna di monsieur de La Pallice, quasi ogni insegnante in cuor suo ha deciso di non tirare la coda al can che dorme ed è andato al lavoro fischiettando con fare casuale e non ha accennato alla questione nemmen di striscio con gli alunni ma ne ha discusso in Sala Insegnanti, dove in linea di massima si è convenuto di aspettare comunque la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, ovvero che il DPCM uscisse dal suo limbo di ipotesi, prima di scodellare nuove regole agli sventurati alunni, anche se qualcuno sosteneva che "prevenire è meglio che curare" e perciò ha affrontato apertamente l'argomento con gli alunni, qualcun altro ha detto invece che "senza circolare non se ne fa di nulla" mentre altri ancora sostenevano che in fondo la circolare era inutile e cosa ci chiedeva la legge si sapeva benissimo, ma era inutile far applicare a forza una legge che ancora non c'era e qualcuno infine metteva in discussione che il concetto di "luogo chiuso" potesse ragionevolmente applicarsi alla scuola di St. Mary Mead, dove al momento acqua e vento entrano liberamente da un tetto che presenta più buchi di uno scolapasta.

Nelle famiglie di St. Mary Mead comunque si deve aver parlato parecchio della spinosa questione, perché in più di una classe gli alunni han cominciato a tenere la mascherina fissa, togliendola solo per mangiare, senza alcuna necessitò per gli insegnanti di affrontare direttamente la questione.
Non tutti gli insegnanti però devono essersi chiusi in un pudico silenzio, e non tutte le famiglie devono aver condiviso appieno in cuor loro le direttive governative e docentesche, perché taluni coordinatori si sono trovati tempestati di chiamate e messaggini vari che criticavano la crudeltà con cui la propria prole era stata sottoposta all'ignobile trattamento di sei ore filate di mascherina "in assenza di una circolare". E se magari l'accorato lamento può avere un senso di per sé (notoriamente le mascherine sono una discreta scocciatura, altrimenti la gente non cercherebbe di sfilarsele con i più improbabili pretesti e ben capisco che per un ragazzo vivace e a sangue caldo possano essere vieppiù scoccianti) il problema della mancanza di circolare mi sembra una gran stupidaggine, stante che la scuola pubblica non è una ambasciata o una nave battente bandiera straniera ma costituisce parte integrante del patrio suolo e le leggi statali al suo interno sono comunque valide, con o senza circolare.
Comunque già il giorno dopo questi incresciosi episodi la circolare della preside Caramell è arrivata. E che circolare! 
Due fitte paginate che riepilogano la normativa sulle mascherine (ovviamente non indicate con il nomen vulgaris, bensì con la ben più solenne definizione di dispositivi di protezione delle vie respiratorie) a partire dagli ormai remoti inizi di Settembre, compresi i casi particolari in cui gli alunni sono esentati dal portarle, cui segue la sobria constatazione di come queste prescrizioni, estese dall'ultimo DPCM a tutti i contesti "al chiuso" pongano la scuola in una situazione di oggettiva difficoltà e una garbata esortazione all'opportunità, da parte di tutti,  di usare equilibrio nell'utilizzo dei dispositivi di protezione eccetera tenendo sempre presente buon senso, necessità e anche esigenze di comunicazione chiara ed efficace, non sempre favorita dall'uso della mascherina - qui misericordiosamente ritornata al suo nome più comune.
Insomma, una perfetta esposizione della buona e cara direttiva del "mah, fate un po' il cazzo che vi pare" spaniandosi nel contempo da eventuali conseguenze perché lei, dopotutto, la normativa ce l'ha ricordata.
Davvero, Ponzio Pilato difficilmente avrebbe saputo far di meglio.

mercoledì 14 ottobre 2020

La nuova, innovativissima didattica DADA - 3 - Ma Cicerone piace a tutti!


Tra i tanti essenziali elementi della Didattica DADA - di cui, pian pianino, per speculum in aenigmate, stiamo cominciando a intravedere qualche dettaglio, c'è la personalizzazione delle aule.
A questo proposito di recente è stato chiesto ai docenti di cercare delle citazioni adatte alle varie materie, e avrebbero dovuto essere trovate nel giro di tre giorni - perché è sempre buona norma secondo la Preside Caramell fare le cose di corsa come se gli Unni siano a un passo dallo sfondare le porte della città, anche quando non c'è fretta alcuna: e infatti la decoratrice che avrebbe dovuto arrivare già due settimane fa, al momento non si è nemmeno intravista.
Abbiamo dunque proposto frasi, di vario genere e ne abbiamo un po' parlato. Poi la Decana della scuola, con un abile colpo di mano sul gruppo di What'sUp ha stabilito che la frase per l'aula di storia sarebbe stata 
(rullo di tamburo)

HISTORIA MAGISTRA VITAE
(Cicerone)

La notizia mi ha lasciato piuttosto perplessa, e corre voce che abbia lasciato abbastanza perplessa anche la Preside.
Così ho preso da parte la Decana e le ho chiesto con soave diplomazia da dove mai avesse cavato una sì orrida pensata, e per giunta pure in latino.
"Sì, certo, in realtà è di Tucidide, ma non mi sembrava il caso di metterla in greco" è stata la risposta.
Ho così appreso non solo che la frase era di Cicerone (cosa di cui ero sempre rimasta beatamente ignara) ma anche che alla base c'era il buon Tucidide, del quale in effetti avevo grande stima ma che, a conti fatti, non avevo mai letto. 
Ma, l'abbia pur detta Tucidide o chiunque altro, ai miei occhi rimane una frase del tutto assurda e mai e poi mai avrei voluta averla in una classe dove lavoravo.
"Ma come ti è venuto in mente di mettere una roba di Cicerone? Cioè, insomma, proprio Cicerone?" ho insistito, facendo vieppiù mostra del tatto impareggiabile che da sempre mi contraddistingue.
"Ma Cicerone piace a tutti!".
E qui sono quasi (quasi) rimasta senza parole.
"Veramente conosco un sacco di classicisti, e mai ne ho sentito uno dire una parola buona su Cicerone. Quanto a me, lo detesto con tutte le mie forze e faccio del mio meglio per ignorare financo il fatto che sia esistito, ma mi rendo conto che è un parere un po' estremista. Però non conosco nessuno, a parte te, che si azzarderebbe a dire che gli piace".
In effetti, che ci sia mai stato qualcuno che ha nutrito un minimo di stima per Cicerone come scrittore è uno dei grandi misteri della mia vita. Ma in questa occasione ho scoperto che nutre tuttora una piccola, e pure agguerrita, schiera di fan.
È seguita una discussione assai colta sulla sintassi di Cicerone, la sua difficoltò di tradurlo (difficoltà di cui, invero, non mi ero mai accorta) e sulle sue caratteristiche stilistico-tecniche, che se non altro ha avuto il pregio di tenerci occupate per un po' con argomenti che non fossero i contagi, i tamponi, il risultato dei tamponi, l'aumento dei positivi eccetera, il che ha recato gran sollievo a entrambe.
Di fatto, è stato un confronto piuttosto civile, anche perché la poverina è rimasta così sbalordita nello scoprire che il suo amato Cicerone era da me tenuto in sì infima considerazione, da ridurre alquanto la sua consueta vis polemica, mentre io faticavo assai a farmi una ragione del fatto che una donna colta, di formazione classica assai avanzata e più che provvista di intelligenza e buon gusto potesse prendere sul serio un tal trombone, tanto da arrivare al punto di volerlo infliggere a dei poveri ragazzini nel pieno dell'età della formazione.

Tuttavia, dopo accorta meditazione e alcuni piccoli eventi ho deciso che non farò alcuna opposizione ad alcuna frase scritta sul muro dalla fantamatica decoratrice qualora costei effettivamente arrivasse e decorasse.
In effetti potremmo anche scriverci, su quelle pareti, Scemo chi legge senza incorrere in alcun discredito nemmeno da parte del più tradizionalista degli osservatori: le pareti van colmandosi di gore di ogni forma e dimensione, e nessuna frase, al momento, sembra destinata a sopravvivere più di qualche ora. Quanto alle decorazioni, Madre Natura sta già provvedendo in tal senso con una ricca fioritura di muffe rosse, rosa, gialline e di altre sfumature cromatiche e tutto ciò ci ha instillato nuove preoccupazioni, qualora non ne avessimo già in numero sufficiente, perché abbiamo alunni e financo insegnanti allergici alle muffe in questione
Tuttavia sono perfettamente consapevole che, se per avventura una qualche frase scritta sulle pareti dovesse sopravvivere alle ripetute inondazioni, di sicuro sarebbe quell'orrendo luogo comune del tutto privo di fondamento (sempre ai miei occhi) che da tanto tempo infelicita l'esistenza di chiunque si ritrovi ad avere a che fare con lo studio della storia. 
Perché Cicerone non piace a tutti, ma a quel che sembra è intramontabile e ha più vite di una colonia di gatti.


Per entrambe le immagini di questo post sono debitrice all'eccellente pagina di Facebook Apostrofare Catilina in senato facendogli sapere che ha rotto il cazzo dove Cicerone non gode di eccessive simpatie.

domenica 11 ottobre 2020

La nuova innovativissima didattica DADA - 2 - Ripassando la tabellina del nove



Una giratempo potrebbe risultare di notevole utilità, per una DADA in spazi ristretti

Nello stato di caos primordiale in cui versa la nostra scuoletta verrebbe da pensare che ogni pensiero relativo alla didattica DADA sia stato accantonato in attesa di tempi migliori.
Errore! L'impavida preside Caramell, dopo aver sostenuto fino all'ultimo che all'inizio dell'anno la DADA partirà, anche se in forma ridotta è poi passata a  la DADA partirà durante l'anno, probabilmente prima di Natale.
Ed eccoci dunque a guardare le planimetrie.
In assenza della Preside, giustamente (perché la Preside, al momento, ci ha Ben Altro da fare, e lo capisco, ma allora perché non si limita a quello? Non mi sembra un momento adatto per mettere nuova carne sul fuoco, ché tra l'altro la pioggia lo sta facendo sfrigolare e la carne non cuoce bene).

Aula di Matematica, aula di Tecnologia, due aule di Italiano, aula di Storia e Geografia...
Come mi sono vantata più volte anche in questo blog, io non sono di quelli che han scelto Lettere perché Matematica non gli riusciva. Io a Matematica ero brava, e avevo la media del sette.
A me i numeri non hanno mai fatto paura. E ho avuto dei bravi insegnanti, che mi hanno insegnato a contare fino a cento. Addirittura, conosco la tabellina del nove.
"Scusatenoi abbiamo nove classi, e ognuna di queste classi fa quattro ore di Storia e Geografia. Quattro per nove fa trentasei, ma noi abbiamo un tempo scuola di trenta ore".
Il problema non è nuovo: già a Febbraio ci avevano spiegato che le aule di Lettere sarebbero state condivise da due insegnanti: e già a Febbraio avevo osservato che ogni insegnante di Lettere aveva un orario di diciotto ore, che moltiplicato per due faceva trentasei - e noi avevamo un tempo scuola di trenta ore.
L'obiezione era stata accolta con interesse, ma qualcuno aveva detto "Ma no, ci hanno assicurato che ogni insegnante di Lettere avrò la sua aula".
A occhio mi sembrava improbabile, visto che le aule a disposizione erano dieci e che non esiste solo Lettere, alla scuola media, ma me ne ero stata zitta perché gestire gli spazi non era un compito che spettava a me - e ne ero ben lieta, perché non mi sembrava che ci fosse modo di venirne a capo.
"Possiamo togliere l'aula di Religione" suggerisce qualcuno "Dopotutto, perché dovrebbe avere una stanza tutta per lui?".
Di nuovo, mi sono chiusa in un dignitoso silenzio. Per quanto mi riguarda non sono esattamente una fan dell'Insegnamento della Religione Cattolica, ma le leggi dello Stato lo prevedono e in un paese chiesino come St. Mary Mead, dove i quattro quinti degli alunni si avvalgono dell'Insegnamento in questione, non credo sia fattibile spostarlo in un sottoscala (e nemmeno legale, a dirla tutta).

Alla riunione successiva l'aula di Arte risulta abolita. Del resto Arte aveva detto sin dall'inizio che non le serviva, perché il laboratorio era grande e spazioso, ma la Preside aveva insistito perché la voleva a tutti i costi.
Tecnologia ha deciso di far sua l'aula di cibernetica (dove andava quasi solo lei, e del resto che cosa ci andrebbe a fare nell'aula di cibernetica un insegnante di Lettere?).
È stato anche deciso di fare una stanza comune per Storia e Religione. L'accoppiata ai miei occhi ha un suo perché, visto che a Storia capita spesso di impicciarsi di religione, soprattutto cristiana, senza contare che diciotto più nove fa ventisette, che è pur sempre possibile infilare in un tempo scuola di trenta ore - anche se non so a prezzo di quale orripilante orario.
Però, davvero, qualcuno dovrebbe regalare una tavola pitagorica alla Preside.

Il meglio però deve ancora venire: perché le aule andranno personalizzate...

giovedì 8 ottobre 2020

School On The Water


Le scuole felici si assomigliano tutte, ma ogni scuola infelice lo è a modo suo.
Alle medie di St. Mary Mead è stato deciso di approfittare della forzata pausa di questa primavera per avviare i necessari lavori di ristrutturazione, che era stato giurato alla Preside Caramell sarebbero stati finiti entro l'inizio dell'anno scolastico.
Non è stato così, naturalmente. E quando mai si è dato il caso che dei lavori siano stati terminati nel tempo stabilito?
Inutile lamentarci: ce lo aspettavamo tutti, e la nostra anima si è rivelata assai profetica.
Al momento dunque, oltre ai vari impacci dati dalle mascherine che non arrivavano, dalle entrate e uscite e intervalli scaglionati, dai patemi innescati da ogni singolo alunno che lamenti un qualsivoglia malessere, fosse pure esistenziale, dal registro elettronico che quest'anno serviva come il pane ma tanto per cambiare è arrivato solo adesso, e la nuova versione funziona male e alla segreteria han sbagliato un sacco di cose eccetera, abbiamo anche la palestra inagibile, l'unico cortile ingombro di impalcature, immani quantità di roba fuori posto per ogni dove, operai ovunque, calcina e detriti appena metti il naso fuori dall'edificio e un gran trapanare che non è di grande aiuto mentre le lezioni sono in corso.

In più abbiamo anche l'acqua corrente.
No, non solo nei bagni. Ovunque, quando piove. E se è pur vero che in Ottobre può capitare che piova, va pur riconosciuto che quest'anno piove molto più del solito.
L'acqua entra dal tetto in riparazione. L'acqua entra dalle nostre ineffabili finestre di cui giù tanto bene ho detto a suo tempo. Corridoi allagati, buona parte delle aule del piano superiore allagate, acqua per ogni dove.
Custodi e muratori che spazzano via l'acqua.
Insegnanti che meditano l'acquisto di un paio di calosce.
Muratori che passano sulle impalcature cantando mentre l'insegnante cerca di spiegare.
Studenti che, ovviamente, salutano i muratori. Vabbé, mi sembra il minimo.
Ampie gore che van disegnandosi su soffitti e pareti.

Questo non è un anno scolastico, è una prova di carattere.

martedì 6 ottobre 2020

Malati illustri e negazionisti a oltranza

Un bel gatto ingentilisce qualsiasi post

Uno degli aspetti più curiosi ai miei occhi nell'attuale pandemia è il fenomeno dei negazionisti.
L'Organizzazione Mondiale della Sanita si è spolmonata a lanciare avvisi e allerta e suggerire rimedi (non sempre validissimi, in verità). Scienziati di tutto il mondo si accapigliano notte e giorno sulle origini, il percorso esistenziale e le cure opportune per l'ormai mitico virus. Politici di ogni luogo e di ogni tendenza politica prendono posizioni e provvedimenti di tutti i tipi, con esiti non sempre felici o prevedibili. Più di un milione di individui, più o meno illustri, ci ha ormai lasciato le penne e svariati milioni si sono infettati. In tutto il mondo l'economia ondeggia e traballa.
Tuttavia esistono i negazionisti.
Non giovinetti ignari che negano stragi e massacri lontano nel tempo e nello spazio, ma persone apparentemente in grado di intendere e di volere che assicurano che il Covid sarebbe  un fenomeno ampiamente sopravvalutato, privo di rilevanza e montato dai Poteri Forti per... non ho capito a quale scopo, immagino per dominare il mondo e stabilire una sorta di dittatura universale, preparare la strada all'invasione dei rettiliani o cose del genere.
In tutti i casi i poteri forti che hanno organizzato tutto 'sto casino sono indubbiamente forti, tanto da convincere i giornali e le televisioni di tutto il mondo a fare interminabili articoli e servizi e dibattiti sull'inesistente virus e un sacco di gente, anche molto illustre, ad ammalarsi e financo a finire in terapia intensiva.

Poi ci sono taluni politici, in vari paesi del mondo, che han finito col dare una sorta di valenza politica al fatto di indossare o meno la mascherina e prendere altre elementari precauzioni. Ne abbiamo avuti anche in Italia, ma a onor del vero costoro si sono dimostrati un po' incerti al riguardo e da noi portare la mascherina non è un gesto esclusivamente riservato alle sinistre: per esempio la leader di un partito decisamente di destra sin dall'inizio ha messo la sua mascherina e solo con quella si fa fotografare (in foto invero piuttosto inquietanti dove uno sguardo perennemente corrucciato e combattivo, unica parte visibile del suo viso, incombe sullo spettatore). Probabilmente non è un caso se il suo partito sta crescendo a vista d'occhio nei sondaggi mentre il partito che ha assunto un tono blandamenta antimask va calando.
Negli USA invece la mascherina ha una forte valenza politica: il Buon Repubblicano non la indossa e il suo motto sembra diventato il "Me ne frego!" di memoria fascista*.
Siccome negli USA i repubblicani al momento sono al potere, la pandemia laggiù imperversa in modo più grave che negli altri paesi occidentali. E siccome il virus circola lì con particolare libertà, un bel giorno è successo che il presidente della repubblica, che era il no-mask più no-mask di tutti e sosteneva che il Vero Americano non dà importanza a lievi malanni immaginari, sia risultato anche lui positivo al virus in questione, e varie indiscrezioni tenderebbero a mostrare che se l'è un pochino cercata.
Dopo aver cercato di ignorare e rimuovere con la forza di volontà il triste accadimento, è poi successo che il presidente in questione abbia avuto qualche problema fisico ed è stato perciò ricoverato in ospedale, dove ha cercato in tutti i modi di spiegare che in realtà andava tutto bene, anche attraverso una serie di azioni un tantino sconsiderate, e forse dettate dagli esiti di taluni sondaggi legati alla sua candidatura per il prossimo mandato presidenziale dove il suo gradimento sembrava un tantino calato.

Tuttavia in Italia (solo in Italia, spero) in molti sono convinti che costui non sia affatto positivo al coronavirus, e soprattutto non si sia affatto ammalato e che abbia solo inscenato una pantomima a scopo elettorale. 
Dunque, dopo aver dichiarato ai quattro venti che il virus in circolazione è cosa lieve di cui non mette conto preoccuparsi, costui ha finto di essere ammalato e addirittura di aver avuto una crisi respiratoria.
Siccome non mi era molto chiaro in che modo dichiarare di essere ammalato fosse una mossa utile ai fini elettorali ho chiesto lumi ai sostenitori di questa bizzarra Teoria del Malato Immaginario.
Mi han spiegato che lo scopo sarebbe quello di risvegliare gli istinti protettivi del suo elettorato che quindi si sentirebbe più portato a votarlo perché, poverino, anche lui si è preso il virus (dopo aver evitato con cura di fare alcunché per evitarlo).
L'essersi ammalato, secondo questa teoria, starebbe a dimostrare NON che colui sia stato   imprudente (che per un uomo politico chiamato a gestire un paese non sembrerebbe 'sto gran titolo di merito), ma bensì che anche lui è un uomo fragile, povera creatura in balia della sorte,  pur se cerca comunque di affrontare la situazione con coraggio. Il quale coraggio, mi sembra, sarebbe certo una nota di merito se costui avesse cercato con tutte le sue forze di evitare il contagio pur rimanendone vittima nonostante le precauzioni messe in atto, piuttosto che cercando di mostrarsi fedele all'idea che "il coronavirus è roba da perdenti, e chi lo piglia è una scamorza".

Non so, probabilmente sono io che non capisco un accidente di politica e di campagne elettorali, ma non mi suona molto credibile.
Insomma, continuo a pensare che costui si è ammalato davvero e non abbia simulato alcunché.




* mi riferisco qui al fascismo storico italiano, dove peraltro il motto non è mai stato associato ad epidemie di sorta.

venerdì 25 settembre 2020

Peregrinaggio di tre giovani figliuoli del re di Serendippo - Cristoforo Armeno



Il libro che vado oggi a presentare per il Venerdì del Libro di Homemademamma non è esattamente un classico di quelli di cui tutti, ma proprio tutti, han sentito parlare almeno alla lontana.
Anche nella mia vita in effetti è entrato quasi per puro caso - il che gli si addice molto.
Le coincidenze infatti non sono tutte uguali, e ne esistono di particolarmente fortunate e curiose: quando ti avviene di trovare una cosa mentre ne cercavi un altra, per esempio, oppure quando un curioso gioco del caso avvia una strada completamente diversa da quella che intendevi percorrere e dove avrai gran successo e riconoscimenti - ed è una trama molto comune e molto amata.
Tutto ciò ha un nome strano, che a sua volta ha una storia lunga: serendipity (in italiano serendipidità).
Anni fa, nel blog dedicato ai film dello Hobbit, si addivenne appunto a parlare di serendipity - che, se vogliamo, non è proprio il primo argomento che ti viene in mente leggendo quel libro. Eppure, racconta Gandalf nelle appendici del Signore degli Anelli, lui incontrò per caso Thorin Scudodiquercia all'osteria del Puledro Impennato (o del Cavallino Inalberato, nella nuova traduzione): un incontro casuale, diciamo noi nella Terra di Mezzo - e fu così che, cercando di recuperare il tesoro di Smaug, capitò quasi per caso di ritrovare l'Unico Anello, che nessuno stava cercando perché nemmeno si sapeva che era andato perduto: un vero caso di serendipity, se mai se ne vide uno.
Insomma, non ricordo come mai si parlasse di serendipity ma qualcuna spiegò che era una parola che derivava da questo testo del Cinquecento, e raccontò di come lo avesse letto traendone gran piacere.
Rimasi un po' interdetta, perché mai e poi mai ne avevo sentito parlare, e decisi di cercarlo.

L'edizione qui raffigurata al momento è l'unica in Italia (ma una parte del testo si trova anche in rete). Non è un testo economicissimo (35 euro) ma nemmeno improponibile, così lo comprai e questa estate l'ho letto facendo una interessante serie di scoperte: per esempio che non si trattava, come credevo (non so perché), di una storia bizantina di formazione, ricca di avventure: Bisanzio non c'entra niente, di azione non ce n'è poi molta, ma si tratta invece di un classico della letteratura persiana a sfondo assai filosofico.
Anche la nascita della parola serendipity è assai curiosa. Viene da Serendippo, che è l'antico nome... dello Sri Lanka alias Ceylon. D'accordo, in quegli anni avevamo dei problemi piuttosto seri con la traslitterazione dei nomi arabi, visto che abbiamo trasformato Abū al-Walīd Muhammad ibn Ahmad Ibn Rushd in Averroè, ma partire da Ceylon per arrivare a Serendippo   mi sembra richieda comunque una bella fantasia.
Ad ogni modo, verso la metà del Cinquecento, il signor Cristoforo Armeno, di cui non sappiamo praticamente nulla, tradusse dal persiano questa storia in un periodo di gran caldo in cui non aveva evidentemente voglia di uscire, e poscia la pubblicò a Venezia per i tipi dell'editore Michele Tramezzino nel 1557.
Si tratta quindi di un testo di letteratura italiana, scritto nell'italiano dell'epoca e può darsi che qualche manuale di storia della letteratura italiana ne parli, ma dubito assai che sia citato nemmen di striscio nei manuali scolastici. Eppure dovrebbe, perché ebbe un certo successo e fu attraverso questa traduzione che giunse per la prima volta in Europa la storia de le Sette Principesse, capolavoro indiscusso del celebre (per i persianisti, si capisce) Nezami di Ganjè, poeta persiano del XII secolo; il Pellegrinaggio comunque traduce e riadatta una fonte successiva dove la storia è un po' diversa.
Lo scritto di Cristoforo Armeno, in barba ai manuali scolastici di letteratura italiana, ebbe la sua brava diffusione, tanto che nel 1719 un tal de Mailly lo tradusse in francese. Questa traduzione qualche decennio dopo finì poi nelle mani di Horace Walpole che inventò la parola serendipity - e va riconosciuto che per arrivare a questa parola partendo dallo Sri Lanka il cammino è stato lungo, tanto più che nel Pellegrinaggio di Serendippo si parla solo per dire che era il regno del protagonista, più esattamente del padre dei tre protagonisti.
Di tutto questo l'introduzione di Renzo Bergamini non dice molto, concentrandosi per lo più su complesse questioni editoriali di cui ho smesso ben presto di cercare di venire a capo. Quanto al commento, non è in alcun modo da considerarsi un aiuto alla lettura ma al più un compendio sulla grammatica del Cinquecento, in quanto spiega con grandissima dovizia di dettagli le costruzioni appunto grammaticali e sintattiche del testo - no, non nel senso che le traduce in italiano corrente, ma che dice come si chiamano in grammatichese stretto - una roba, insomma, che al lettore medio interessa men che zero, tanto più che se con l'italiano del Cinquecento ti arrangi non ti serve a nulla se non ad annoiarti in sommo grado, e  se invece l'italiano antico non lo mastichi troppo ti serve ancor meno. 
Siamo d'accordo che la Salerno editrice si rivolge agli addetti ai lavori, ma un po' di inquadramento e di analisi dei topi letterari ricorrenti potevano anche darla, in cambio di 35 euro.

Fatta questa micidiale introduzione storicoculturalstoricobocciofila, passo a raccontare la storia, o meglio le storie.
Infatti si tratta di un racconto a cornice; i tre figli del re di Serendippo hanno la loro storia, nel corso della quale gli viene raccontata una seconda storia che a sua volta contiene sette racconti. La storia della seconda cornice, quella che copre la maggior parte del testo, ruota  intorno a un re malmesso in salute che, su consiglio dei tre saggi figliuoli del re di Serendippo, decide di curarsi con la cromoterapia: ogni giorno in un palazzo di un colore diverso, appositamente fatto costruire per l'occasione, e tutti i servi, il re stesso, la sua famiglia, la bella vergine incaricata di intrattenerlo per quel giorno in lieti conversari e il saggio incaricato di raccontare una storia, (questi ultimi diversi ogni giorno) tutti quanti insomma, vestono nel colore del palazzo, che naturalmente non è scelto a caso ma richiama un metallo, un pianeta, un giorno della settimana... insomma, lo sappiamo tutti come sono costruite queste cornici, ma quand'anche non lo sapessimo questo racconto è lì a spiegarcelo.
Alla fine della cura il re è di nuovo in perfetta forma, rimedia a un errore del passato e i tre giovani serendippini tornano a casa dove li aspettano belle spose (una guadagnata nel corso della vicenda), un padre affettuoso e ricche prospettive per il futuro.
Le sette storie incastonate nella seconda cornice sono belle e assai varie. Per giunta in appendice abbiamo anche l'originale delle Sette Principesse - tradotto in italiano corrente, e quindi molto più facile da leggere, così possiamo studiare le differenze. Già che ci sono, ne anticipo una: nella versione di Cristoforo Armeno, che era cristiano, i re e principi e protagonisti vari sono tutti rigorosamente monogami, nel racconto persiano un po' meno.
Ad ogni modo è divertente sia leggere le storie originali che quelle alterate, perché entrambe hanno tra l'altro il piacevole gusto della novità: al massimo troviamo qualche vago elemento fiabesco di nostra conoscenza, ma si tratta di sette storie decisamente nuove ad occhi occidentali, e anche molto diverse tra loro.
La serendipità si annida comunque nella cornice iniziale, quando si racconta dei tre bravi e virtuosi figli di del re di Serendippo. Il padre li aveva presi da parte, uno per uno, dicendogli che aveva deciso di lasciargli il regno per ritirarsi a vita privata ché era stanco. Il primo risponde virtuosamente "Padre mio che dite, siete ancora assai prestante e baldo, di succedervi se ne parlerò quando morirete ma non c'è nessun motivo di affrettarvi a farlo, tanto più che io sono ancora giovane, inesperto e assai bisognevole di imparare e non saprei certo gestire un regno", mentre il secondo e il terzo oltre a dargli la stessa risposta aggiungono che il trono spetta al fratello maggiore, che tra l'altro è molto più saggio e adatto a regnare di loro.
Molto compiaciuto della saggezza, modestia e virtù dei suoi tre figliuoli, il re di Serendippo si mostra invece assai adirato e li caccia via dal regno. 
Così i tre si avviano, e dopo qualche giorno incappano in un signore che aveva perso il suo cammello. Assai premurosi, i tre giovinetti gli descrivono molto dettagliatamente il suddetto cammello, il suo carico, cosa aveva fatto e dove il signore avrebbe potuto trovarlo: ma siccome la descrizione del cammello e del carico risulta esatta al millimetro ma il cammello non si trova, i tre vengono arrestati per furto.
La storia andrebbe a finire male se non fosse che il cammello, andandosene per i fatti suoi, viene preso, riconosciuto e restituito al suo legittimo proprietario. I tre giovani, una volta liberati, vengono richiesti di come mai avessero potuto indovinare tante cose su quel cammello che non avevano mai visto e passano a spiegare le loro deduzioni - che al lettore occidentale del XXI secolo risuonano talvolta decisamente strane, ma che gli ascoltatori dell'epoca trovano invece assai sennate. Così i tre finiscono a fare i consiglieri del sultano o visir o quel che è del luogo e continuano a fare deduzioni, sempre più strampalate e sempre più confermate dai fatti. Come da una serie di deduzioni basate sulla logica e le credenze del tempo (ma che ricordano molto le tecniche deduttive di Sherlock Holmes, e anche la prima scena del Nome della Rosa, dove Guglielmo da Baskerville descrive mirabilmente un cavallo che non ha mai visto appunto sulla base della cultura dell'epoca - e immagino che Umberto Eco il Pellegrinaggio l'avesse letto) si sia arrivati al concetto di serendipidà proprio non saprei dire, ma insomma è andata così.
Comunque si tratta di una lettura piacevole, insolita e assai acculturata e perciò la consiglio a chiunque per avventura passasse da queste parti.