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lunedì 17 agosto 2020

17 Agosto 2020 - Giornata della Valorizzazione del Gatto Nero

Ordunque è cosa nota che il Gatto Nero è bello tra i belli, splendido fra gli splendidi, fonte di gioia per chiunque abbia la fortuna di averci a che fare e anche portatore di buoni auspici e buona sorte per chi lo ama. 
Dunque cosa possiamo fare, noi comuni mortali, per valorizzarlo, visto che il suo valore è evidente a chiunque abbia occhi per vedere e capacità di intendere?
Semplicemente seguire la nostra natura, portata spontaneamente al bene, e adorarlo.
Amare e rispettare i gatti neri è cosa buona e giusta. Essi sono un dono che ci è stato dato. Se è vero che il soriano, come ci ricorda un bel proverbio indiano, ci è stato donato per consentirci di accarezzare la tigre senza rischi per la nostra incolumitò, altrettanto possiamo dire per il gatto nero, che ci permette di giocare senza rischi con quello splendido animale che è la pantera, e di servirla e riverirla com'è giusto.
Così come, in modo spesso piuttosto involontario, talvolta noi umani nutriamo le pantere, di buon grado è giusto che nutriamo queste belle pantere mignon, con poca spesa e assai minor incomodo.

Sempre ricordando che il gatto nero è una dolce e piacevole compagnia, ma è anche assai affettuoso, empatico e gentile e ci dà affetto, compagnia e un grande sostegno morale.
E dunque auguri e felicità a tutti i gatti neri e ai loro umani - e, come sempre, auguri anche a tutti i gatti diversamente neri e ai diversamente gatti che ci sono di sostegno e di aiuto in questo impervio cammino che è la vita.

sabato 8 agosto 2020

8 Agosto 2020 - Giornata Mondiale Fantasma del Gatto

L'anno scorso scoprii per caso (grazie al tanto bistrattato Facebook) che esiste una Festa Mondiale del Gatto. Da aggiungersi, ça va sans dire, alle varie Feste del Gatto che mi industrio a commemorare ogni anno.
Questa però è piuttosto misteriosa, e si fatica a trovarne tracce anche nella loquacissima rete, che pure quanto a gatti non si è mai fatta mancare niente. Ufficialmente sarebbe stata creata nel 2002 dalla Ifaw, ovvero l'International Fund for Animal Welfare, che però non ne parla nella sua pagina. Inoltre, le prime tracce in rete risalgono al 2007 (e sono pochine).
Perché una nuova Giornata del Gatto, visto che ne abbiamo grande abbondanza sia di nazionali che di internazionali? 
Chissà.
Da qualche parte spiegano che è stato scelto il mese di Agosto perché proprio in quel periodo le famiglie vanno in vacanza abbandonando i poveri micetti per la strada. La cosa però non mi convince molto perché nemmeno in Italia ormai andiamo tutti in vacanza d'Agosto, figurarsi nel resto del mondo, e per quel che ne so la tradizione di abbandonare cani e gatti per le vacanze è abbastanza passata di moda. Non che sia scomparsa del tutto, ahimé, ma non mi risulta legata specificamente alle vacanze estive.
Comunque la festa esiste, visto che qua e là se ne trovano sporadiche tracce, e così ho pensato di dedicare un piccolo post alle molte impronte che i gatti hanno lasciato nella storia della musica, cominciando con tre brani rigorosamente classici (ma sono disponibile ad ampliare il post).

Cominciamo da un misterioso brano, che era nel repertorio di un coro dove cantavano diversi miei amici e che amava pescare tra le canzoni inglesi. È un brano di tale Richard Brown, autore del Seicento, e pubblicato nel 1733. I miei amici secondo me lo cantavano meglio, ma anche i Lumina non se la cavano male


Racconta la storia di un gruppo di gatti che si riuniscono for innocent purring, ovvero per fare le fusa tutti insieme. E cosa succede se in questo idillio notturno arriva un cagnaccio? Sì, certo, l'innocent purring si trasforma all'istante in una scena ben più animata. 
Pochi anni dopo Domenico Scarlatti compose la sua Fugue du chat (ma il titolo è posteriore). La leggenda racconta che il musicista, che aveva effettivamente un gatto che amava curiosare sulla tastiera dove il suo umano lavorava, trasse ispirazione da una delle sue acrobazie feline per il tema portante della suonata. Il brano è stato scritto per clavicembalo, ma guarda caso diventò famoso nell'Ottocento, quando veniva eseguito su pianoforte - e secondo me su pianoforte acquista una sua grazia tutta felina e molto elegante.

Infine un pezzo molto famoso: il Duetto buffo di due gatti, di Rossini. Ne esistono infinite versioni, cantate da grandi cantanti e anche una versione animata di Lele Luttazzi

ma la mia preferita resta questa, cantata da due voci bianche vestite di bianco


I gatti cantano, duettano, si ritrovano in gruppo per fare le fusa e talvolta suonano anche il pianoforte. Ma anche altri strumenti:

E soprattutto, sanno come suonare le corde dei nostri cuori!

giovedì 6 agosto 2020

Tu be or not tu be? (le vie per l'aggiornamento di noi insegnanti sono infinite)


Tanti e tanti anni fa, YouTube per me era uno strano luogo informatico ove stranissima gente caricava stranissimi video dove, in strane classi, taluni alunni picchiavano compagni disabili, attività invero assai scortese, oltre che singolarmente stupida, e disapprovando il tutto evitavo con cura di accostarmi a sì barbaro strumento informatico.
Un bel giorno però un amico delle Brigate Takahashi condivise su Facebook il video della sigla di un qualche anime.
I miei occhi si illuminarono. 
Sigle di anime? C'erano anche le sigle degli anime su YouTube?
Mi precipitai tosto, e passai un lieto pomeriggio riguardandomi un sacco di sigle italiane e pure giapponesi. In un attacco di nostalgia mi caricai perfino qualche sigla francese.
Soltanto qualche giorno dopo (non sono mai stata molto sveglia) mi venne in mente che, forse, se c'erano le sigle dei cartoni giapponesi magari c'erano anche canzoni di altro tipo, e controllai.
C'erano, oh se c'erano.
Così YouTube divenne per me un carissimo amico, dove potevo ascoltarmi tutte le canzoni che volevo. A quei tempi c'erano solo canzoni, o comunque video di pochi minuti.
Ma poi dalle canzoni si passò ai dischi completi e qualcuno cominciò a caricare anche intere sinfonie, atti di opere...
Opere intere. Concerti dal vivo. Tanti, tantissimi concerti dal vivo. Dove spesso la musica veniva meglio che su disco.
YouTube diventò così la mia colonna sonora: quando lavoravo al computer mi sceglievo un qualche concerto e lavoravo (...oppure facevo qualche videogioco).
Una meraviglia.
Col tempo una casualissima segnalazione di LaNoisette mi spinse verso le conferenze di Alessandro Barbero. Quelle non le potevo mettere come sottofondo quando scrivevo, ma mentre stiravo o facevo le pulizie sì, e così finii per alternarle alle trasmissioni di Radio Radicale, che ha una programmazione molto interessante per me, ma quanto a storia medievale non è che abbia molto da dire.

Poi arrivò il tempo della malattia, e mi ritrovai a esplorare YouTube più a fondo.
Conoscevo già i video sui gatti, ma nonostante il grande amore che nutro per questi bellissimi felini, non è che i video di gatti mi interessino molto: dopotutto ho in casa tre gatte che mi forniscono dal vivo tutti i video che voglio e posso guardarle per ore senza stancarmi gli occhi.
Cominciai a spulciare video di cucina: mangiavo poco e non avevo mai fame, ma sognavo un tempo in cui mi sarei rimessa a cucinare e imparai un sacco di cose.  
Poi rispolverai tutti i miei grandi amori: video sui cartoni animati, video su Tolkien, video di pubblicità dei tempi andati. Puntate di sceneggiati. Brani di film. Brani di film in inglese.
E naturalmente scoprii l'infinito mondo degli YouTuber.
Sono, costoro, stranissimi individui che aprono canali e fanno infinite infinità di video dalla loro cameretta per parlare dei loro argomenti preferiti. Spesso sono giovani, a volte giovanissimi, ma mica tutti.
Alcuni sono di una noia mortale, alcuni usano quaranta minuti per dire cose che qualsiasi persona normale sintetizzerebbe in meno di tre, alcuni sono bravissimi. Essi tengono non dei blog, come usava un tempo, ma dei vlog (=video blog).
Video sul fantasy, video sul cinema, video sui libri - recensione di libri, presentazioni di libri, video che ti spiegano come fare a leggere cento libri in un anno, video dove presentano la loro libreria o tirano fuori le casse dei loro ultimi acquisti, video dove parlano della dipendenza dal comprare troppi libri e come curarla, video dove parlavano del loro rapporto con i libri.
Video sul femminismo. Video di politica. Video di economia.
Video di vlogger che parlavano di altri vlogger (ci sono canali interi di vlogger che sparlano di altri vlogger, soprattutto di quelli più famosi. Ne ho beccato uno che era la più noiosa persona dell'universo e sparlava orribilmente di gente assai brava e soprattutto brillante che era un piacere ascoltare anche quando ti leggevano la lista della spesa. Bah.)
Scoprii qualcosa sull'affascinante mondo della monetizzazione, ovvero dell'arte di ricevere soldi dalla pubblicità che YouTube carica sui video, e imparai così che un sacco di gente prende i suoi bravi soldini dal suo canale YouTube. E tutto ciò mi affascinò molto e mi spinse a iscrivermi ai canali che mi piacevano, onde contribuire a sovvenzionarli.
Soprattutto imparai che YouTube è meglio del pozzo di san Patrizio, e qualsiasi argomento di cui mi pungesse vaghezza di sentir parlare lì c'era. Non sempre trattato nel modo che avrei voluto, ma spesso sì.
Così, quando arrivò il tempo della Didattica a Distanza ignorai spocchiosamente l'elenco di fonti gentilmente fornito dalle varie case editrici, dal MIUR e da quant'altri e andai su YouTube.
La Rivoluzione Francese in sette minuti? C'era.
L'Albania in quattro minuti? C'era.
La muraglia cinese in tutto il suo splendore? C'era.
Il PIL spiegato semplice in tre minuti? C'era.
Ma chi è che faceva tutte queste belle cose?

Prima risposta: gli insegnanti. Ho scoperto che ampi stormi di insegnanti avevano aperto canali dove caricavano lezioni, ripassi, sintesi con slide eccetera. 
No, non avevano cominciato per la Didattica a Distanza, lo facevano da qualche anno. Infatti sotto certi video c'erano i saluti al prof di turno e i commenti di qualche ospite occasionale che ringraziava (compresi i miei, quando il lavoro mi sembrava fatto bene, cioè spesso).
E dunque ecco perché la Didattica a Distanza ha funzionato così bene, in certi casi: c'erano insegnanti che ci lavoravano da anni. Alla faccia delle critiche di tanti giornalisti sui docenti giurassici che non sapevano nemmeno accendere un computer. Evidentemente qualcuno lo sapeva accendere e sapeva anche fare qualcosina in più. Ho trovato perfino un video che riassumeva in modo molto chiaro le guerre iugoslave degli anni 90.
Lezioni lunghe, lezioni brevi, lezioni mignon, e parecchie fatte molto ma molto bene. I miei video preferiti erano quelli mignon, dai tre ai sette minuti, dove il docente di turno non ci metteva la faccia ma caricava invece slide e foto.

Seconda risposta: gli amanti del genere e i cultori della materia. Ci sono un sacco di blogger che caricano video dei loro viaggi, con tanto di riassunti degli stati e dei monumenti. Molto, molto comodo.
Ma ci sono anche gli amanti della geografia, sia di quella fisica che di quella politica. Gente che si diverte a fare video sulla Transnistria e sull'Uzbekistan - e sono molto più chiari, precisi e aggiornati delle fumose spiegazioni che si trovano (quando pur si trovano) nei manuali di geografia; o, se per questo, dei video didattici preparati dalle case editrici -  delle robe dove, ad esempio, due ragazzi di punto in bianco si mettono a parlare della Rivoluzione Americana e uno la spiega all'altro con una legnosità che farebbe onore a una trave in noce.
E gli amanti della storia, o dell'economia. Gente che si diletta a fare piccoli video dove racconta la storia dell'Invincibile Armata o dell'inizio della Guerra dei Cent'anni, uno più adorabile dell'altro. Geologi. Paleontologi. Archeologi. Musicologi. Anime gentili prontissime a illuminare tutti i dubbi che attanagliano il docente. Creature adorabili che analizzano questo o quel film per decidere se la ricostruzione storica è valida o meno. 
Divulgatori, tendono a definirsi. Angeli del cielo, li chiamo in cuor mio.
Sì, certo, su YouTube c'è anche un sacco di fuffa. Anche nei manuali di scuola, purtroppo. Comunque, se sulla Transnistria bevo riconoscente qualsiasi scempiaggine decidano di rifilarmi e posso rimettermi solo al loro buon cuore e alla loro onestà, per la Guerra dei Cent'anni ritengo di avere coordinate bastevoli per rendermi conto se il canale è affidabile o meno - e comunque si possono fare anche dei controllo incrociati (anche se le informazioni disponibili in italiano sulla Transnistria, in rete come fuori, sono pochine. Ma quello è un caso in cui Radio Radicale potrebbe forse soccorrermi).

Così questa estate sto curando il mio aggiornamento su YouTube, approfittandone per riempire tante piccole lacune. 
Per esempio giusto ieri ho scoperto che la spedizione dell'Invincibile Armata andò così male perché era stata organizzata singolarmente male - ma, a dire il vero, ne ero convintissima anche prima.


lunedì 3 agosto 2020

Lunedì film - A qualcuno piace caldo (Film per le medie)

                           

Il film è assolutamente famoso, e con gran ragioni.
Racconta la storia di due musicisti jazz (sassofonista e bassista) che, costretti a scappare da Chicago per sfuggire a una banda di gangster, decidono di travestirsi da musicistE imbucandosi in una orchestra femminile in partenza per la Florida. In questa orchestra c'è anche una ragazza assai carina suonatrice di ukulele che, povera creatura, ha la tendenza a innamorarsi a ripetizione di sassofonisti squattrinati e di facili costumi che, dopo aver approfittato di lei la lasciano in malo modo con svariati conti da pagare (inutile dire che il sassofonista  in fuga è esattamente quel tipo di sassofonista: perennemente squattrinato, di facili costumi ed uso a profittare senza scrupoli del notevole fascino che esercita sulle donne). La poverina vorrebbe dunque lasciar perdere i sassofonisti e trovare un milionario da sposare. 
E la Florida in verità pullula di milionari a caccia di avventure, ma sono piuttosto avanti con gli anni. Il bassista in fuga (che non cercava affatto un marito milionario) ne rimedierà facilmente uno, simpatico e di larghe vedute. 
Quanto alla bella ragazza, è possibile che stavolta le cose le andranno un po' meglio del solito anche se il sassofonista non può certo trasformarsi in milionario da un giorno all'altro.
Come si può agevolmente dedurre da questo riassunto la storia, nonostante le abbondanti sparatorie che la costellano in più punti, non è molto seria - si tratta in effetti di una commedia, e forse non delle più realistiche.
I due attori principali passano buona parte del loro tempo travestiti, e come donne riportano un notevole successo; del resto, è cosa abbastanza nota che, soprattutto da giovani, vestirsi con gli abiti dell'altro sesso porta spesso a risultati spettacolari - cosa che lascia spazio a molte e interessanti considerazioni sul fatto che le differenze tra maschi e femmine sono assai meno evidenti di quanto siamo abituati a credere dagli stereotipi culturali che ci circondano: e in effetti le due musiciste travestite, che incontrano inizialmente qualche difficoltà con i tacchi, le calze e tutto il resto delle consuete bardature che costituiscono la cosiddetta "femminilità", risultano donne perfettamente credibili soprattutto perché si presentano come femmine, e dunque tutti le vedono automaticamente femmine.
Quanto alla forma mentale tipicamente femminile, detto e non concesso che esista, il sassofonista non entra mai veramente nel suo ruolo perché è assai concentrato sulla ricerca di un modo efficace per sedurre la suonatrice di ukulele; il contrabbassista, invece, sin dall'inizio si cala più facilmente nel suo ruolo, con ottimi risultati.

Il film può contare su una sceneggiatura misurata al millimetro, su una Marilyn Monroe in grandissimo spolvero e su una battuta finale che è famosissima, resta impressa e apre il cuore alla speranza di un mondo più tollerante e meno crudele. È vero, nessuno è perfetto, ma Billy Wilder ci va molto vicino.

Alle medie è un film molto gradito - e come non potrebbe?
Lo provai una volta quando tenevo un cineforum sull'incontro tra culture diverse*, e mi resi conto in quell'occasione che i ragazzi avevano sentito molto parlare della Marilina, ma non l'avevano mai vista su pellicola. Com'è giusto, riscosse un successo travolgente, e personalmente sono convinta che si tratti una attrice molto sottoutilizzata e che questo sia di gran lunga il film migliore in cui si è imbattuta.
La seconda volta invece lo feci vedere a una Terza, per dargli una qualche idea dell'America del proibizionismo - un periodo piuttosto lugubre, come tutto il programma di Terza. Non è quel che si dice un vero film storico, anche se le sparatorie recitano davvero molto bene, ma di tendenza cerco sempre di infilare in programmazione qualche film non troppo triste per non infelicitargli troppo la vita.

Per concludere: nel 1985 uscì una canzone intitolata come il film. Non c'entra assolutamente nulla né come atmosfere né come testo, ma a me è sempre piaciuta molto e quindi ce la infilo.


* Le culture che si incontravano, naturalmente, erano quella maschile e quella femminile. Io almeno glielo rivendetti così e nessuno ci trovò niente da ridire.

martedì 28 luglio 2020

Haretica - Scuola e soldi: un rapporto perverso (e fortemente in passivo)


Come ho raccontato qualche tempo fa , da quando insegno, non ho mai speso niente, nemmeno il tradizionale centesimo bucato per la scuola. Gli do il mio lavoro, vedano di farselo bastare.
Adesso che ho un contratto dove pago una cifra fissa al mese per le telefonate faccio talvolta qualche telefonata di lavoro da casa (prima le facevo solo col telefono della scuola, e se c'era da aspettare aspettavo). Quel che dovevo stampare o fotocopiare per la scuola lo facevo a scuola, con la stampante della scuola, l'inchiostro della stampante della scuola e la carta della scuola. Qualsiasi spesa esterna mi trovassi a fare perché la scuola non disponeva di attrezzature adeguate era preventivamente autorizzata e immediatamente seguita da richiesta di rimborso; che poi il rimborso arrivava quando arrivava, a volte dopo mesi, ma alla fine arrivava sempre. 
Qualsiasi minima spesa fatta per la scuola avrebbe pesato sul mio cuore come un macigno e mi avrebbe persino causato dei sensi di colpa. Con tanti gatti affamati in giro, con tante belle cose da fare e da comprare, proprio alla scuola dovevo dare dei soldi? Il lavoro si cerca di farlo bene, ma non deve mai e poi mai costituire una fonte di spesa.

È un punto di vista che a me sembra dettato da semplice buon senso, ma che evito di esternare se non ne vengo richiesta perché mi sono accorta che non è affatto condiviso. Al momento di fare una telefonata di lavoro - al comune, ai colleghi, ai rappresentanti, ai genitori, ai centri di assistenza, ai musei per fissare una gita - la gran parte dei miei colleghi tira fuori il suo cellulare e chiama. Se il numero di fotocopie fissato per la classe è finito, l'insegnante va in cartoleria e paga. Se dalle elementari, dove al momento c'è l'unica fotocopiatrice disponibile a colori, per qualche motivo qualcuno della segreteria stabilisce che non dobbiamo fare fotocopie a colori, l'insegnante esce e va a farle per conto suo. Se serve un cartellone l'insegnante compra il cartoncino e spesso porta i pennarelli colorati da casa. Se serve un dizionario, per esempio di latino, l'insegnante porta da casa il suo, perché la scuola paga il corso di latino, ma non il dizionario (soprattutto se non le viene chiesto).
Io invece pesto i piedi, mi intrufolo negli armadi dove so che riposano strane scorte di cancellerie dimenticate negli anni, vado a mendicare senza alcun ritegno alle elementari o in segreteria (dove hanno sempre tutto), circuisco i custodi addetti alle fotocopie insomma ricorro a qualsiasi bassezza tranne mettere mano al borsellino - e questo è il motivo per cui non sono mai riuscita ad ottenere un cavo di collegamento maschio-femmina il cui prezzo credo fosse di pochi euro (probabilmente però se all'epoca la mia salute non fosse stata così precaria a forza di piazzate e di insistenze sarebbe arrivato anche il cavo, o almeno l'autorizzazione a comprarlo di persona in attesa di rimborso).
Insisto. Tormento. Trovo altre strade. Mi intrufolo. Chiamo la Dirigente. Se necessario ci spendo anche del tempo (ma il tempo speso in quel modo non mi sembra perso) e quel che mi serve prima o poi arriva.
Ci riesco perché sono fornita di determinazione, tempo libero e ostinazione, e perché quel che faccio mi sembra giusto. Mai avuto l'ombra di un senso di colpa in proposito.

A questo punto, con un bel triplo salto carpiato abbandono la descrizione del mio personale rapporto con il denaro sul posto di lavoro (che non è poi 'sto granché, come argomento) e passo ad allargare il campo.
La scuola è un servizio gratuito che lo stato fornisce ai suoi cittadini e ai giovani ospiti sul suo territorio, perché tutti i giovinetti che calpestano l'italico suolo han diritto a un po' di istruzione. Siamo un paese ospitale e animato da sani principi, noi. La nostra Costituzione è chiarissima, sull'argomento: i giovani vanno istruiti.
A spese dello stato. E lo stato siamo noi. 
Qualcuno, a quel che sembra, è più stato degli altri.
Andiamo per ordine. Lo stato, grazie alle nostre tasse, paga gli insegnanti, i custodi, gli addetti alle pulizie (che a volte coincidono con i custodi e a volte no, in un pasticcio che non ho mai ben compreso), gli addetti di segreteria. Fornisce anche edifici a ciò preposti, e cura (un pochino) la manutenzione delle scuole superiori. Delle scuole materne, elementari e medie invece si occupano (un po') i comuni. Ancora lo stato dota tutte le scuole pubbliche di modesti e insufficienti  finanziamenti per la cancelleria, i laboratori, le biblioteche, gli strumenti di corredo. Per la primaria paga anche i libri di testo.
La Comunità Europea finanzia determinati progetti.
Per tutto il resto ci sono i genitori. I tanto deprecati genitori, così cattivi, rompiscatole, arroganti e pretenziosi, che pretendono di insegnarci il mestiere e che si lamentano sempre. Loro, sì.
I genitori pagano i libri di testo, a partire dalla scuola media. Quelli della lista da comprare a inizio anno, ma anche un sacco di altri libretti, libriccini e manualetti e libri di lettura che arrivano nel corso dell'anno, o addirittura a fine anno per le vacanze. E poi biglietti di musei e teatri, il noleggio dei pullman per le uscite (per una scuola di provincia come la nostra, i pullman sono sempre la parte più pesante del costo delle uscite didattiche, e ai pullman dobbiamo ricorrere quasi sempre perché i treni sono utilizzabili solo in casi particolarmente fortunati; comunque i genitori pagano pure i biglietti per quelli, anche per gli insegnanti).  Cancelleria e attrezzature varie. Corsi speciali di latino, musica, inglese e quant'altro. Assistenza per dislessici. Visite per certificare alunni con problemi di apprendimento (ché se aspetti le visite dell'ASL, i tempi sono decisamente lunghetti). E tante altre cosarelle che spuntano come funghi ogni giorno per ogni dove. Pagano, pagano e ancora pagano. "Pagherete caro, pagherete tutto" è il loro motto, scritto sul blasone che ricevono all'uscita dall'ospedale con il nuovo arrivato in braccio.
A St. Mary Mead (ma non siamo gli unici) pagano anche un contributo volontario di svariate decine di euro che qualche volta qualche Dirigente ha avuto lo stomaco di sollecitare - una pratica che il men che possa dire è che disapprovo ferocemente.
"Prof, ma il contributo è volontario, vero? Significa che possiamo anche non pagarlo?" "" è invariabilmente la mia risposta, qualsiasi cosa abbia scritto la Dirigenza nella circolare di sollecito (ne abbiamo avute, e arrossisco ancora a ricordarle).
A seconda delle annate, delle mattane del Ministero e delle varie leggi finanziarie questi soldi volontariamente forniti dalle pazienti famiglie servono per l'indispensabile (tipo carta igienica, per intendersi) oppure per qualcosa di meno brutale: computer nuovi, per esempio.
Altro cespite di entrata: i supermercati. Da qualche tempo alcune ditte o marchi assai diffusi (l'anno scorso c'era anche una marca di benzina, per esempio) offrono in certi periodi dei buoni da consegnare alla scuola. Ogni anno si aggiunge un marchio, e ormai l'ingresso di una scuola pullula di teche per la raccolta dei buoni. Poi qualche insegnante paziente li inserisce in apposito sito, scopre a quanti soldi abbiamo diritto e deposita sul tavolo della Sala Insegnanti i cataloghi di quel che possiamo scegliere. I supermercati eccetera offrono cancelleria, lettori di DVD, stampanti, fotocopiatrici, carta e cartoncini colorati ma anche LIM e computer (non sempre di qualità eccelsa, a quanto ho capito). Il loro contributo si rivela sempre molto prezioso. Ma anche quelli, a dirla tutta, sono soldi che vengono dai genitori: se non ci fosse questa iniziativa il supermercato gli offrirebbe punti, sconti, stoviglie, coperte, abbonamenti a teatro o altri tipi di premi. Di fatto, al supermercato importa il giusto della scuola, quel che davvero gli interessa è che il cliente sia soddisfatto e torni da loro il più spesso possibile, e cambia le sue offerte in base all'umore della clientela. Per esempio un tempo andavano di moda i pozzi in Africa.

Lo Stato dunque ha scelto di defilarsi sempre più, lasciando che gli utenti del servizio Scuola si arrangino come possono, anche con l'aiuto del supermercato, se necessario. Che vuoi che sia pagare qualche rotolo di carta igienica, un po' di detersivi, qualche barattolo di pennarelli, un po' di lavagne cancellabili, le carte geografiche, le uscite per il laboratorio sul razzismo o sulla legalità, le visite al museo dell'arte vetraria o all'accademia delle belle arti? Il Buon Genitore deve essere contento di pagare per l'istruzione dei suoi figli, giusto? Altrimenti è uno Schifo di Genitore.
(E quand'anche lo fosse? La scuola pubblica non è nata anche per compensare il divario di chi ci ha degli Schifi di Genitori, o semplicemente dei Genitori Poveri o che sull'orlo della povertà navigano perigliosamente facendo quadrare il bilancio a suon di aggiustamenti? In ogni caso, i giovinetti han diritto a essere istruiti, indipendentemente da quanto schifo possano fare i loro genitori, che comunque non ha scelto da un catalogo, ma gli sono capitati in sorte).

In un commento due post fa la povna scrive sarebbe ora di fare tutti una enorme ammenda collettiva e pensare che sostituendoci a chi quei materiali doveva fornirli non abbiamo fatto un atto di supplenza civica, ma abbiamo avallato la sostituzione individuale per beneficenza di un diritto sociale. E forse ha ragione e forse no.
Può darsi che il problema sia più profondo di così. 
Perché abbiamo accettato di fare quest'atto di supplenza civica invece di andare non dico a Roma con i forconi (con le punte avvelenate) ma almeno dai sindacati per schiarirgli le idee?
Può esserci che c'entri qualcosa il fatto che la scuola è in mano alle donne? 
Non parlo solo di insegnanti (che telefonano al museo etrusco a spese loro) ma anche, appunto, di genitori: perché la maggior parte dei genitori che gestiscono il rapporto con la scuola sono donne.
La gran parte del cosiddetto lavoro di cura in Italia, come in molti paesi, è in mano alle donne, in particolare quella parte che non è retribuita ma senza la quale il bilancio dello stato e la società tutta andrebbe a rotoli in men che non si dica. 
Si tratta di un lavoro non retribuito, che vive nell'ombra e che è fatto spesso di aggiustamenti, arrangiamenti, espedienti, dove il motto predominante è "intanto risolviamo il problema presente in qualche modo, mettendoci una toppa, dopo penseremo a trovare un rimedio più stabile"; ma quando arriva il "dopo" ci sono altri settecentoventotto problemi minuti di cui occuparsi subito e che non possono aspettare che tu stia ancora a rimuginare sul primo, che bene o male con la toppa che ci hai messo per il momento è stato aggiustato.
Per i genitori la scuola è solo una parte dell'esistenza. Per le insegnanti, anche. Dopo c'è da pensare a tutta la minutaglia che forma il tessuto della vita, perché nessuna di noi ha una moglie che pensi a tutto l'insieme di piccole incombenze che la vita quotidiana ci impone.
La carta igienica, il cartoncino per il tabellone, le fotocopie a colori servono adesso, ma c'è ancora tutto il resto da fare. Paghi la carta igienica, poi telefoni all'idraulico perché il rubinetto perde (adesso), dopo vai a fare i moduli dell'ISEE (adesso) e a cercare il regalo per il nonno Attilio (adesso) e a prendere la figlia in palestra (subito) e a portare il cane a fare il vaccino (prima che il veterinario chiuda). Si mette la toppa e si spera che per il momento basti.
Per il momento infatti basta, ma tra due settimane la carta igienica servirà di nuovo. E di nuovo andrò pagata. E ci sarà un nuovo cartoncino da comprare per farci un tabellone sulla struttura dell'inferno in Dante o sulla mappa dei sentimenti (da distinguersi dalle emozioni). E via e via, fino alla fine dell'anno.

Non ho soluzioni da offrire se non 
1) dismettere, tutte, ogni lavoro di cura non retribuito (tranne quello di cura dei gatti, naturalmente) e lasciare che il mondo si arrangi. Forse il mondo si arrangerò e forse no, ma ci sarebbe molto più tempo libero per tante di noi
e
2) andare a Roma con i forconi (dopo averne avvelenato per bene le punte), profittando del tempo libero in più di cui disponiamo, al grido non di "banchi rotanti!" bensì di "Alabarda spaziale!"
ma soprattutto
3) evitare di sentirsi in colpa anche per l'effetto serra - perché non sempre la colpa delle porcate altrui è nostra "perché glielo permettiamo".

lunedì 27 luglio 2020

Banchi rotanti! (il Vero Ministro non teme il ridicolo)


Nell'intervista da me citata nel post precedente la nostra ministra aveva accennato al nuovo e portentoso rimedio da lei studiato per dare agli studenti una scuola più bella e innovativa: dei nuovi banchi. Pochi giorni dopo si è anche presentata in televisione a mostrarli al grande pubblico, e su questi poveri banchi si è scatenato l'inferno. E qualcuno ha anche rievocato il buon Goldrake, che ha rallegrato l'infanzia e l'adolescenza di tanti di noi: banchi con le rotelle, banchi rotanti... alabarda spaziale... pioggia di fuoco...
Giustamente perché, come ci ricorda la celebre canzone di Vince Tempera Goldrake era un ottimo studente, mangiava libri di cibernetica e insalata di matematica (prima di andare a giocare su Marte)

Quando però ho visto la foto dei banchi in questione a me, più che Goldrake, è venuto in mente un altro ricordo della mia giovinezza: L'autoscontro.
E il mio primissimo pensiero non è stato di indinniazione, di deprecazione o altro, ma la gran preoccupazione non tanto di impedire alle classi di giocare all'autoscontro con banchi rotellati, e nemmeno di trovare un modo per impedirglielo (ad impossibilia nemo tenetur) ma di riuscire a tenermi ferma e a non mettermici a giocare con loro - cosa che, seriamente, dispero di riuscire a fare.

Si suppone, in base alle sagge argomentazioni presentate dalla povna nei commenti al post precedente nonché al buon senso che da qualche parte esiste anche nell'italica dirigenza (anche se, certo, talvolta è un po' nascosto), che quei banchi nelle aule non ci entreranno mai e che la storia morirà ben prima di cominciare dopo aver allietato per qualche giorno la rete. E tuttavia una domanda mi perplime.
Senza dubbio è vero che la scuola necessita di tante cose, e che scuole più belle, più innovative e dotate di suppellettili che coniughino bellezza, eleganza e funzionalità sarebbero assai gradite dall'utenza. Ma in questo momento quel che l'utenza richiede a gran voce è, prima di tutto, una scuola sicura sul piano sanitario
Forse qualcuno si è dimenticato di avvisare di questo la ministra - che tuttavia, vista l'aria che tira, avrebbe anche potuto arrivarci da sola anche senza suggerimenti. I banchi, bene o male ci sono. I disinfettanti, i tamponi e i misuratori di temperatura no, e tuttavia sarebbe assai opportuno procurarcene un po' in queste settimane prima della riapertura dell'anno scolastico.

Una volta passata questa tempesta, certo, si può pensare anche a banchi e sedie.
Per esempio:

lunedì 20 luglio 2020

I Tuttologi dell'Estate - La supercazzola scorre potente in questa ministra

È mia personale opinione che l'attuale Ministra dell'Istruzione non si segnali per capacità organizzativa.
E ciò mi irrita. Molto.

In teoria molto teorica, una Ministra dell'Istruzione che parla di scuola non andrebbe annoverata tra i Tuttologi bensì tra gli Addetti ai Lavori. L'attuale ministra Azzolina però, pur avendo effettivamente lavorato nella scuola in qualità di insegnante mostra un evidente disinteresse a gestire la scuola italiana nel suo complesso, anche se è sempre disponibile a descrivere la scuola come dovrebbe essere, la scuola del futuro, la scuola com'è nel Multiverso eccetera - e dunque rientra a tutti gli effetti nella vasta categoria dei Tuttologi, come dimostra l'intervista che vado adesso a spulciare.
Detta intervista, datata 17 Luglio 2020, è presa dal sito dell'Huffington Post ed è stata gestita da Fabio Luppino, giornalista di lungo corso che non vanta particolari competenze sul comparto scolastico ma che non ha mostrato veruna tendenza ad atteggiarsi a Tuttologo. È una intervista molto soft, senza nessun tentativo di mettere la ministra all'angolo - vuoi per cavalleria, vuoi per scelta editoriale, vuoi perché tanto basta lasciarla parlare, e commentare sarebbe come portare acqua al mare, vuoi per una infinità di altri motivi tutti rispettabili.
In compenso il tasso di supercazzola esibito dalla ministra è davvero notevole.
Andiamo a cominciare.

Al momento, e secondo le disposizioni attuali, qualcuno ha calcolato che la superficie delle aule è inferiore a quella richiesta per un rientro a scuola in sicurezza. In risposta all'accusa di  mettere un milione di bambini fuori dalla scuola a settembre (col solito amore per i numeri vaghi che accomuna la politica di tanti partiti al giorno d'oggi. Ma guarda te, proprio un milione. Immagino si ritenga che l'elettore medio fatichi a comprendere una cifra meno rotonda, sia pure approssimata al migliaio, come potrebbe essere 863.000 o 1.080.000); la ministra risponde che chi dice questo probabilmente non ama né i musei, né i teatri, né i cinema che per lei invece rappresentano luoghi di cultura. Quindi, portare gli studenti anche lì, al di là dell'aula scolastica, è un modo per avvicinare tantissimi ragazzi, anche con poche possibilità economiche, nei luoghi dove si fa cultura.
Nel suo genere è una risposta fantastica, tanto che non si sa nemmeno bene da che parte cominciare per commentarla - anche perché non è una risposta ma un perfetto esempio di gnégnégné dove invece di rispondere si spara in modo del tutto gratuito su chi ha posto una questione; e quand'anche la persona in questione fosse effettivamente un troglodita nemico di cinema, teatri e musei, che accidente c'entra? È stato segnalato un problema, e questo problema non sparirà nel nulla solo perché chi l'ha segnalato è un essere incolto, becero e magari tifa pure per la squadra sbagliata. 
Abbiamo troppi alunni rispetto ai metri quadri calpestabili necessari, vogliamo parlarne?
Evidentemente no. Meglio esaltare la potenza salvifica di cinema, teatri e musei; peccato che la funzione culturale di queste nobili strutture non c'entri una beneamata minchia col problema posto.
È verissimo che nei cinema e nei teatri (che non di rado possono sovrapporsi tra loro, e infatti molti cinema sono nati dal riadattamento di teatri e molti teatri ospitano all'occorrenza proiezioni cinematografiche) si fa cultura, proiettando film, rappresentando spettacoli e, a volte, ospitando dibattiti e conferenze; molte volte infatti si sono viste ampie scolaresche allietare con la loro bella e fresca presenza tali luoghi di cultura, ivi recandosi per vedere film, guardare spettacoli o partecipare a dibattiti, cerimonie e congressi e talvolta anche a proporre film, spettacoli e interventi da loro preparati. Sono belle esperienze, spesso assai fruttuose sul piano didattico e che di solito lasciano bei ricordi in chi ci partecipa, allievo o insegnante che sia; e certo aiutano anche gli alunni provenienti da contesti culturalmente non troppo fertili a familiarizzarsi con questi ambienti  - e già che ci sono aggiungo pure che le poltroncine di cotali locali quasi sempre si rivelano ben più comode delle sedie che usualmente si adoperano a scuola. 
Ma questi ambienti, per quanto ci si possa far cultura, non sono stati progettati per farci scuola, senza contare che possono ospitare solo una classe per volta, non è che puoi mettere la 2A a destra a fare scienze e la 2B a sinistra a fare inglese; oppure puoi anche mettercele, ma è probabile che sul piano didattico non se ne ricavi un granché.
Un po' diverso mi sembra il discorso dei musei, dove è assai utile portare le scolaresche per acculturarle su temi particolari, ma che non sono certo nati per ospitare classi a tempi lunghi per farci lezione e hanno il sistema di riscaldamento e di illuminazione studiato in funzione non già di una scolaresca ospite fissa, bensì della visibilità del materiale esposto e di una sua adeguata preservazione: tasso di umidità dell'aria, temperature delle lampade puntate sulle bacheche... percorsi di sicurezza in caso di incendio...
L'ha mai visto un museo, la ministra? Lo sa come funziona?
Voglio sperare che sì, ma qualche dubbio viene.
La supercazzola però va al di là di questo, perché dove sta scritto che gli alunni rimasti fuori dalla scuola siano necessariamente poveri e disagiati culturalmente? Una superficie è una superficie, un numero è un numero. Se la scuola X si trova settanta alunni di troppo per la metratura di cui dispone non vuol dire che ci sono tre classi di troppo, ma che alcune (o tutte le) classi hanno ognuna l'eccedenza di un gruppetto di alunni. Come scegliamo quelli da mandare al museo, col sorteggio? Guardiamo l'ISEE o il titolo di studio delle famiglie per mandare a teatro i ragazzi di famiglia meno abbiente o meno acculturata? Facciamo un questionario alle famiglie per sapere quanta dimestichezza hanno con musei, cinema e teatri per avvicinare a questi ambienti gli alunni meno usi a frequentarne?
Tutte domande senza risposta. Ma non sta a noi comuni cittadini preoccuparci, perché al ministero stiamo lavorando dalla mattina alla sera per riportare tutti a scuola a settembre - cosa che, quand'anche fosse vera, è motivo di forte inquietudine per tanti di noi.

Con garbo, l'intervistatore si informa su una questione di cui il paese comincia a mormorare, ovvero il fatto che le classi in entrata, formate quest'anno in piena pandemia, sono affollate come quelle degli anni precedenti: Le scuole hanno già costituito le classi, secondo la legge vigente, la Gelmini, che obbliga a non scendere sotto i 27 alunni, in tempo di Covid un vero problema. Lei ha detto ai sindacati che si può derogare. Già da quest'anno? si informa l'intervistatore.
Ovviamente la risposta esatta è "No": le classi quest'anno sono state giù formate e i pazienti genitori stan già acquistando i libri di testo che serviranno ai loro figli. Le classi ci sono e così come sono ormai ce le dobbiamo tenere. E anche se fa sinceramente piacere, (perché è cosa buona e giusta che le parti sociali dialoghino tra loro) che la ministra abbia detto ai sindacati, che di formazione classi non si sono mai occupati a memoria d'uomo, che dai numeri della legge si può derogare, è un vero peccato che non le sia venuto in mente di parlarne anche con i provveditorati due o tre mesi fa, perché per quest'anno le classi saranno non numerose quanto gli anni scorsi, bensì più numerose, come ci informa una persona informata dei fatti, a causa di una riduzione degli organici avvenuta un po' di soppiatto e che al Ministero nessuno si è preoccupato di intralciare.
Ma questo la ministra non lo racconta, bensì molto scivolosamente afferma:
Nel decreto Rilancio c'è un'enorme novità, sfuggita quasi a tutti, su questo punto. Sulle classi più numerose possiamo iniziare, compatibilmente con gli spazi, a derogare. Non possiamo eliminare le classi pollaio in un mese e mezzo, ma è l'inizio di un processo. Quando arriveranno i soldi del Recovery Fund li utilizzeremo anche per quest'obiettivo, senza contare che da quel giorno nei fiumi scorrerà latte, le fontane daranno vino, dalle travi del soffitto goccioleranno burro e miele eccetera, praticamente l'età dell'oro. In un futuro indefinito, naturalmente - l'età dell'oro della scuola inizia sempre in un futuro indefinito.
Quale sia mai questa enorme novità sfuggita quasi a tutti non saprei dire; e a quel che sembra non lo saprebbe dire nemmeno la ministra, che infatti non lo dice. Ma se è pur vero che eliminare le cosiddette classi pollaio in un mese e mezzo è ormai difficile, quattro mesi fa i mesi sarebbero stati cinque e mezzo senza contare che negli scorsi mesi decreti emergenziali ne abbiamo pur visti parecchi, e qualcosa sulla scuola avrebbe pur potuto passare. Se fosse stato proposto, certo.

Veniamo a una ulteriore supercazzola sulla riapertura: a domande assai precise si risponde vagamente Non ci sarà più un lockdown generalizzato come quello che c'è stato, siamo molto più pronti. Nelle linee guida riportiamo quel che il ministro della Salute ha detto che si deve fare se si dovessero verificare contagi nelle scuole. Ci vuole senso della responsabilità da parte di tutti, a partire dalla misurazione della temperatura a casa. Se un bambino ha 37,5 non lo mettiamo sugli autobus, non lo facciamo uscire di casa, non mettiamo in pericolo gli altri.
E ci fa piacere sapere che siamo molto più pronti, ma misurare la temperatura ai bambini non sono sicura che sia una grande garanzia - anche perché il lockdown passato non è stato causato da torme immani di bambini che giravano con la febbre, mi sembra di ricordare, ma è pur possibile che una parte di responsabilità ce l'abbiano invece avuta stormi di bambini asintomatici che circolavano liberamente, all'apparenza sani come lasche.

I banchi singoli che permetteranno il distanziamento nelle aule arriveranno in tempo per la riapertura? si informa l'intervistatore.
Personalmente non mi spiego la storia dei banchi singoli: da quando insegno, nelle classi  ho visto solo e soltanto banchi singoli; quadrati, rettangolari e anche a tronco di trapezio da disporre in esagono, ma sempre rigorosamente singoli. Magari la provincia di Firenze è una felice isola di individualisti, non so.
Per l'arrivo di questi indispensabili banchi comunque la ministra ripone grande fiducia nell'intervento del mitico Arcuri, detto "Il Signore delle Mascherine e dei Respiratori Mancanti" e si lamenta ma anche qui solo polemiche. Prima ci portano a esempio la bella scuola dei paesi scandinavi, poi quando proviamo a rendere più bella la scuola in Italia solo chiacchiere. I nuovi banchi serviranno a costruire una scuola innovativa.
Come possano dei semplici banchi (singoli oppure a due e financo tre piazze, ma pur sempre banchi) costruire una scuola innovativa non riesco davvero a immaginare, tanto più che dove lavoro io i banchi singoli abbondano, e anche se nel nostro piccolo cerchiamo con tanto impegno e tanta buona volontà di fare, tutti, del nostro meglio e di aggiornarci il più possibile, non mi pare che la scuola di St. Mary Mead sia poi così incredibilmente innovativa. Boh?
Sono comunque molto contenta che la scuola dove lavoro abbia già dei banchi singoli, perché anch'io sono tra quelli che considerano molto improbabile che l'intervento di Arcuri ci rechi gran sollievo, parendomi che costui non abbia dato prova molto brillante di capacità direttive e organizzative nell'ultimo anno. Ma è pur possibile, a questo proposito, che una certa ostilità di fondo mi faccia velo: ho infatti digerito molto male la supercazzola che Arcuri ha sfoderato sui liberisti che criticano dal divano sorseggiando cocktail quando gli venne fatto osservare che calmierare il prezzo delle mascherine non necessariamente pareva destinato a risolvere il problema della reperibilità delle mascherine in questione.

Infine la ministra parla di scuola. Prima la scuola in generale:
la scuola viene usata per prendere consenso elettorale e se restiamo così non cambierà mai nulla. E invece è una cosa serissima. Siccome oggi la scuola parla alla metà delle famiglie del Paese, a 8 milioni di studenti, a un milione e 250mila circa di lavoratori, questo fa sì che ci sia un'attenzione forte, ma che in passato non c'è stata.
In effetti è vero che la scuola è usata da chi è a caccia di consensi elettorali (basta pensare all'eterna promessa di pingui aumenti che gli insegnanti ricevono da tutti i partiti ad ogni campagna elettorale a carattere nazionale; promessa di cui i partiti in questione si dimenticano regolarmente una volta chiuse le urne e a cui, immagino, nemmeno i più giovani e sprovveduti tra i docenti danno il minimo credito) né so immaginare, visto i numeri su cui viaggia, che possa andare diversamente. Ma per l'appunto questi numeri di oggi sono ben più modesti di quelli di qualche decennio fa, quando eravamo in pieno boom demografico, e il fenomeno non è certo nuovo. In questi mesi si è parlato parecchio di scuola soprattutto perché praticamente tutti, da un giorno all'altro, se la sono letteralmente ritrovata in casa o han deplorato assai di non averla a casa e insomma ha smesso per un po' di essere quel posto esterno dove spedivi la prole per un certo numero di ore e la cui esistenza era data per scontata (come in effetti dovrebbe essere). E se è vero che la classe politica l'ha talvolta trascurata, ancora più vero è che spesso se n'è occupata fin troppo; ma non è questo il caso del presente governo che davvero nessuno potrà accusare di avere dedicato eccessiva attenzione alla scuola, salvo citarla a sproposito in estemporanei interventi nei social, nelle trasmissioni televisive e sui giornali.

Tuttavia la ministra sembra convinta di avere fatto meraviglie - ed è davvero un bene che ne sia convinta lei, perché in parecchi tendono a pensarla diversamente.
In realtà stiamo facendo cose meravigliose per la scuola italiana, a partire dalla digitalizzazione delle graduatorie provinciali che danno anche ai giovani la possibilità di iniziare il percorso dell'insegnamento, giovani sempre maltrattati.
Per carità, che i giovani insegnanti siano vessati e maltrattati e umiliati e offesi mi sembra davvero fuor di dubbio e sarebbe davvero ora che gli allestissero un percorso decente e soprattutto stabile di avvio alla professione - ma, onestamente, non mi sembra che la causa dei maltrattamenti fosse la mancanza di digitalizzazione delle graduatorie; se è pur vero che, all'inizio degli anni 90, compilai a mano e a mano consegnai la mia prima domanda per le supplenze, nel corso degli anni le cose sono assai cambiate e l'ultima domanda che ho fatto prima di entrare in ruolo, una decina di anni fa, la sbrigai al computer e dal computer qualche settimana potei controllare la mia posizione - ma oggi credo che arrivi direttamente l'avviso sul telefono.
E allora di cosa sta parlando la ministra?
Hanno cambiato sistema informatico, tutto qui. Lo annunciano con grandissima pompa sul sito del Ministero, col tono di chi ha appena appena aperto il canale di Panama o fatto il primo passo sulla Luna. Par di capire che tutto ciò segni anche la fine del rito barbarico noto come Convocazione per le supplenze annuali - e davvero questa sarebbe una bella cosa, ma non è che siamo passati nel giro di una settimana dalla tavoletta spalmata di cera al riconoscimento facciale. 
E dal profondo del mio animo fortemente prevenuto avanzo pure qualche dubbio che il merito sia dell'attuale ministra e non di procedure di rinnovamento partite qualche anno fa. Ammetto comunque di non avere prove che appoggino sì nero sospetto.
Avete digitalizzato le strutture scolastiche? si informa quietamente l'intervistatore.
Nessuno lo aveva fatto prima assicura la Ministra. Che mi sembra davvero confidare troppo nella mancanza di memoria di chi legge.
Il Piano Nazionale Scuola digitale venne annunciato con trombe e tamburi nella legge della Buona Scuola del 2015 e, a dispetto di tutto e di tutti, è stato perseguito con una certa determinazione nel corso degli anni, conseguendo qualche buon risultato e parecchi risultati ampiamente migliorabili. Tuttavia nemmeno quello partì dal nulla e già da tempo anche il mondo della scuola cercava faticosamente di digitalizzarsi: per esempio i registri elettronici circolavano già da qualche anno (la scuola media di St. Mary Mead per esempio si lanciò nell'avventura già nel 2014, come da me narrato in numerosissimi post, ma non fu certo la prima). 
Con tutto ciò la digitalizzazione nella scuola è ancora molto in divenire, come è stato ampiamente dimostrato nel corso del lockdown, e non saprei proprio dire in che modo la ministra Azzolina possa allegarsene meriti e demeriti: innumerevoli genitori impazziti negli ultimi anni nel vano tentativo di iscrivere la loro prole alla scuola pubblica per via telematica per poi approdare nelle segreterie delle scuole a firmar carte possono testimoniare che la digitalizzazione della burocrazia scolastica è un processo ormai avviato da tempo, anche se non sempre efficientissimo.

In ultimo, una chiosa assai graziosa.
La DaD (didattica a distanza) da settembre sarà usata solo al bisogno. Ma ci sarà e non è contemplata da nessun contratto. Non sarebbe il caso, dopo i ringraziamenti di questi mesi ai docenti, di normarla? suggerisce l'intervistatore, in perfetta versione Serpente nell'Eden.
Stiamo, intanto, scrivendo le linee guida sulla didattica a distanza per colmare il vuoto che c'era. Poi si penserà al contratto nazionale risponde serafica la ministra.
Qualcuno magari potrebbe osservare che le linee guida sarebbe stato interessante e forse perfino utile averle durante il lockdown, quando gli insegnanti hanno coniugato intensamente il verbo "arrangiarsi", e che ormai un po' di linee guida ce le siamo date per conto nostro applicando il metodo sperimentale, visto che altro non potevamo fare. Ma a me sembra ancor più pertinente domandarmi come funziona il cervello di chi prepara delle linee guida per qualcosa che non è ancora normato per contratto, mostrandosi nel contempo del tutto ignaro dei problemi che potrebbe comportare rimettere le mani su un contratto scaduto ormai nella notte dei tempi e che ostinatamente nessuno si preoccupa di rinnovare per tutta una serie di motivi prima di tutto finanziari.
E qui smetto di sparare sulla Croce Rossa.

sabato 18 luglio 2020

Il lavoro di gruppo al tempo del Coronavirus (in sintesi: meglio lasciar perdere)

Sui calzini che entrano nella lavatrice a coppie ed escono spaiati  c'è  una vastissima serie di vignette in rete.
Questa è solo una delle tante.
In pieno lockdown, nel corso di un Consiglio di Classe con Genitori uno dei rappresentanti della Seconda Invasata ci suggerì di fare il lavoro di gruppo.
È sempre un piacere quando i genitori ti insegnano a fare il tuo lavoro, dimenticando magari due o tre evidenze grosse quanto una balena azzurra in avanzato stadio di gravidanza; in quel caso la prima evidenza era che un lavoro di gruppo per via telematica non è proprio il massimo della vita. 
Ad ogni modo la Seconda Brillante, fin dall'inizio dell'anno, aveva mostrato di gradire la possibilità di lavorare a coppie per fare i compiti e aveva dunque continuato anche durante la chiusura della scuola con la mia più totale benedizione. Ma la Seconda Brillante è una classe ben armonizzata dove i rapporti interni sono molto amichevoli, e infatti come premio per la squisita disponibilità & pazienza con cui si erano sciroppate le mie quattro lezioni frontali quattro sull'avvincente tema Tutto quel che non avreste mai voluto sapere sull'Illuminismo ma per vostra disgrazia in cattedra ci sono io avevo fissato, proprio per il giorno in cui le scuole del regno hanno chiuso, una verifica di riepilogo che sarebbe dovuta consistere in un alfabetiere sull'Illuminismo inclusa la nascita degli Stati Uniti da farsi a gruppi, con il libro di testo a portata di mano e possibilità di usare la rete; va da sé che ogni gruppo avrebbe incluso anche uno dei bravi più bravi che avrebbe tolto dal fuoco le castagne più scottanti e insomma contavo di riportarne per tutti un onesto lavoro di ripasso e di riepilogo, due ore non troppo spiacevoli e una bella batteria di voti alti oltre alla possibilità di infilare nella verifica qualche guizzo creativo. La faccenda, ahimé, si è risolta con una serie di malinconici alfabetieri svolti in solitudine. Alcuni l'hanno fatto davvero molto bene, certo - ma quegli stessi avrebbero comunque fatto molto bene qualsiasi tipo di verifica, scritta o orale che fosse.
A dirla tutta c'era in programma qualcosina del genere anche per la Seconda Invasata: un bell'alfabetiere sull'arcipelago britannico. Naturalmente lì fare i gruppi, considerando che i rapporti interni facevano per lo più schifo, ribrezzo e pietà, non era solo complicato, ma anche pericoloso; perciò mi ero consultata con buona parte dei colleghi del Consiglio e al terzo tentativo era venuta fuori una combinazione che, con un po' di fortuna e una occhiutissima sorveglianza da parte mia, dava speranze di non lasciare sul campo né morti né feriti gravi.
Anche lì la faccenda si era risolta in una serie di malinconici alfabetieri fatti in solitudine, ma il risultato era stato molto meno brillante, anche perché molti per riempire le lettere vuote sparavano definizioni a caso che non avevano niente a che fare con l'arcipelago britannico e qualcuno l'ha perfino dovuto rifare. Nonostante le mie minute spiegazioni, il concetto stesso di alfabetiere sembrava sfuggirgli, anche se più volte, durante qualche sostituzione dell'ultimo momento, li avevo visti giocare appunto all'alfabetiere con fiori, frutta, città, campioni dello sport  e altro - e anzi proprio da lì mi era venuta l'idea di mettere tutti a lavorare sugli alfabetieri.
Niente da dire se qualcuno (pochissimi) di sua spontanea volontà decideva di preparare un compito insieme a qualcuno con cui per avventura gli accadeva di avere dei rapporti decenti; ma metterli a lavorare a gruppi in privato e senza sorveglianza sperando che per buona sorte andasse tutto liscio mi pareva cosa davvero da irresponsabili. 
Invece con la Seconda Brillante ho deciso di provarci, dandogli come compito una gita turistica nei paesi della ex-Iugoslavia. Potevano scegliere quel che volevano da una serie di possibilità (boschi, parchi nazionali, città e non so che altro) e organizzarsi il viaggio o la gita come meglio gli pareva.
Ne sono venuti fuori dei buoni lavori, nel complesso, ma l'elemento più critico della classe, un ragazzo piuttosto bravo ma del tutto refrattario alle interrogazioni orali e alquanto tendente all'assenteismo, si limitò a non rispondere alla chiamata, così come si è rifiutato di leggere la sua pur valida ricerca nel corso di un lavoro collettivo sui contemporanei di Napoleone: spense microfono e telecamera, dopo aver detto che non gli funzionavano, e questo fu quanto. Rimediai facilmente leggendo la ricerca al posto suo e mettendogli il voto sul lavoro fatto, ma per il lavoro di gruppo dove si era defilato non c'era altro da fare che segnargli un doveroso quattro e riflettere in solitudine.
Anche le classi più integerrime ci hanno qualche componente lunatico. Ecco, in una classe dal vivo si nota meno, o puoi far finta di notarlo meno o aggirare il problema con abili stratagemmi; ma la didattica a distanza accentua queste componenti lunatiche.