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martedì 12 novembre 2019

Il complotto demoplutogiudaicomassonico ai danni di Tolkien (post ad alto contenuto cultural-filologico)


Abstract: è uscita la prima parte della nuova traduzione del Signore degli Anelli. Do anch'io il mio parere senza averla letta, come fanno tanti. E anch'io come tanti cito Cannarsi, ma solo di striscio.

Cominciamo dalle basi: la prima parte de il Signore degli Anelli è stato tradotto nel 1967 per lo sconosciutissimo (da me) editore Astrolabio senza gran successo commerciale dalla giovanissima Vicky Alliata di Villafranca. Poco dopo, credo nel 1971, uscì una traduzione completa, sempre di Alliata ma rivista da Quirino Principe e pubblicata da Rusconi. Nel 1973  Adelphi pubblicò la traduzione dello Hobbit ad opera di Elena Jeronimidimis Conte. In seguito la traduzione del Signore degli Anelli subì alcuni ritocchi (per esempio gli Gnomi tornarono Elfi, con mio grande sollievo).
Nel 1978 arrivò in Italia la versione a cartoni animati del film tratto dal Signore degli Anelli (più esattamente dalla prima parte, poi finirono i soldi), a partire dal 2002 ci furono i film di Peter Jackson, in seguito Bompiani rilevò i diritti editoriali e pubblicò una versione ritoccata della traduzione Alliata-Principe correggendo alcuni errori, dal 2012 arrivarono i film di Peter Jackson tratti da Lo Hobbit e Adelphi rivide un po' la traduzione. Nel doppiaggio dei film furono adottati nel complesso i nomi delle traduzioni italiane, con qualche ritocco (per esempio i troll de lo Hobbit dopo essere stati sia Uomini Neri che Vagabondi tornarono appunto troll) oppure fu scelta la versione Alliata-Principe che non era sempre uguale a quella di Jeronimidimis (per esempio Gran Burrone invece che Forraspaccata, Pungolo invece di Pungiglione).
A questo punto, e siamo ormai ai giorni nostri, Bompiani decide di fare una nuova traduzione de Il Signore degli Anelli. 
E fu grande festa nell'universo tolkieniano dove da tempo si diceva che la traduzione Alliata-Principe non era cosa, traboccava di errori, praticamente un cimitero di croci più che una traduzione.
Poi la traduzione, ad opera di Ottavio Fatica, ha cominciato a uscire - per adesso è arrivata solo la prima parte, ovvero La Compagnia dell'Anello, e il fandom tolkieniano è letteralmente impazzito. No, non di gioia. Improvvisamente quasi tutti hanno cominciato a dire un gran bene della versione Alliata-Principe, descrivendola come un vero capolavoro a parte alcuni trascurabili errorucci di cui nemmeno metteva conto parlare. In compenso la nuova traduzione è un vero cesso - più esattamente una serie di water chimici sotto usura di quelli che si trovano a qualsiasi grande fiera - l'orrore fatto traduzione, l'abominio degli abomini. Addirittura, sembrava essere stata fatta dal mitico Gualtiero Cannarsi, una sorta di creatura mitologica la cui fama al momento è legata soprattutto ad alcuni adattamenti di anime che si sono distinti per una impronta piuttosto personale, tanto che gli è stato dedicato un gruppo su Facebook*. Insomma, una traduzione così brutta, ma così brutta che non si era ancora mai vista.

All'inizio ho seguito la discussione con blando disinteresse: bella o brutta che sia, la versione Alliata-Principe mi tiene compagnia da quasi mezzo secolo con una buona ventina di riletture e il suono che ho nelle orecchie ormai è quello. 
Tuttavia poche settimane di ardenti polemiche sono bastate per ammorbidire le mie posizioni, tanto da farmi decidere che, non appena la traduzione sarà stata pubblicata per intero e acquistata da una delle biblioteche del mio circuito le dedicherò una lettura completa e accurata. 
Nell'attesa continuo a seguire i thread con il tradizionale sacchetto di pop corn in mano, il quale sacchetto è ormai diventato una gigantesca balla, di quelle che si usano per trasportare grandi quantità di patate, e a forza di seguirli mi è venuta voglia di dare anch'io il mio augustissimo parere;  cosa importa se della traduzione conosco solo qualche frasetta sparsa e qualche diatriba sui nomi? Un parere gratuito non si nega a nessuno e anche se non ho letto la traduzione io so. E dunque è giusto che parli, o meglio che scriva.
Fine della premessa.

Due sono i temi a cui ho deciso di dedicare questo lungo post (so già che sarà molto lungo, anche se ancora non l'ho scritto, allo stesso modo con cui so come criticare una traduzione che non ho ancora letto): il primo è il complotto demoplutogiudaicomassonico dal quale questa traduzione è generata, allo scopo di reclutare politicamente Tolkien, e l'altro sono naturalmente i nomi, argomento principale della maggior parte delle diatribe.
Partiamo dal Perfido Complotto: una bieca macchinazione al cui confronto il leggendario piano Kalergi per sterminare la razza europea è una ragazzata e nulla più; perché la nuova traduzione si dice che sia stata fatta per spostare a sinistra Tolkien e sdoganare il suo romanzo in direzione LGBT. Dietro a questa traduzione ci sarebbe la sinistrissima mano del collettivo Wu Ming che, oltre a varie altre tematiche, si interessa effettivamente da tempo anche di questioni tolkieniane e dei curiosi rapporti che la politica italiana ha avuto con Tolkien sin dai tempi in cui il Signore degli Anelli fu tradotto in italiano la prima volta. Qui potrei infilare una giungla di link sulla questione, ma mi rifiuto. Una stringa di ricerca del tipo "Signore degli anelli nuova traduzione" oppure "Tolkien e Wu Ming" fornirà facilmente a chiunque passi di qui e non sia ancora scappato urlando "Mai più e mai poi!"  materiale più che sufficiente a riempire un fine settimana passato forzatamente in casa per colpa di un raffreddore. Mi limito a segnalare un articolo di due anni fa, appunto di Wu Ming 4, dove viene effettivamente ammessa senza mezzi termini la ferma intenzione di disincrostare dal santo nome di Tolkien le interpretazioni della destra più estrema (ma senza alcun riferimento alle tematiche LGBT, di cui onestamente si fatica assai a trovare traccia in un testo dove nessuno fa sesso e gran parte dei personaggi non mostra di pensarci nemmen di striscio) - proponimento tutto sommato legittimo quanto qualsiasi altro del genere - e una sintesi sulla complessa nascita della traduzione e i misteriosi ma intricati rapporti tra Tolkien e politica italiana fatto da Cardini, che è persona sensata e soprattutto informata dei fatti perché c'era, oltre ad essere un buon medievista assai esperto di guerre sante.
Personalmente non sono molto interessata alla questione se non, moderatamente, sul piano storico. Le reali opinioni politiche di Tolkien contano fino a un certo punto: ha pubblicato il Signore degli Anelli e così facendo lo ha messo a disposizione di tutti, e ognuno può trovarci quel che meglio crede. "La letteratura è un fiume, e il lettore ci pesca la sua cena" diceva un personaggio di Erica Jong, e io la penso nello stesso modo. D'altra parte siamo in un periodo in cui va assai di moda indinniarsi moltissimo su qualunque cosa, soprattutto per partito preso e senza curarsi troppo di sapere su cosa effettivamente ci si stia indinniando. La cosa mi irrita alquanto, ma indinniarmi perché gli altri si indinniano mi sembra sport troppo faticoso e troppo poco fruttifero perché ai miei occhi valga la pena di praticarlo, e d'altra parte è forse meglio che chi sente l'inderogabile necessità di indinniarsi almeno tre volte al giorno lo faccia a spese di un presunto complotto tolkieniano piuttosto che screditando i vaccini o il parto assistito - dopo tutto Tolkien dispone di uno zoccolo di ammiratori abbastanza duro da permettergli di superare anche questa tempesta, credo.
Detto questo, ammetto senza riserve che ai miei occhi si tratta di "una quantità di chiacchiere degne degli orchetti", per citare il saggio Sam, e non nego che leggere le grida straziate di chi lamenta che la nuova traduzione sia il mezzo per sfregiare una cosa troppo bella, anzi bella al punto di causare solo rabbia e invidia negli indegni che non sono in grado di capirla nella sua purezza e suprema bellezza e piange perché d'ora in poi, più se ne parlerà e più il mondo di Tolkien perderà quell'aura di sacralità che a ragione lo contraddistingueva, lungi dal ricavarne nuova dignità con chi aveva preteso di dargliene** mi fa  un po' male al cuore - non già per la perdita di sacralità cui il mondo di Tolkien rischia di andare incontro, ma per l'evidente (ai miei occhi) perdita del raziocinio in chi parla del mondo di Tolkien con accenti che a malapena Bernard de Clairvaux avrebbe riservato al culto della Madonna.
In questi casi non viene criticata dunque la nuova traduzione (non sia mai che ti toccasse addirittura leggerla, o almeno dargli una scorsa) ma il fatto stesso che essa esiste e i biechi scopi con cui Big Pharma e le lobby ghei ce l'hanno inflitta, sperando di dannare le nostre anime a colpi di Forestali.

Grande scontento han suscitato anche le traduzioni delle poesie, e  sono polemiche in cui ho molta difficoltà a prendere posizione. Personalmente ritengo le poesie di Tolkien quasi intraducibili, o comunque la versione Alliata-Quirino non mi è mai piaciuta e quella Jeronimidimis mi ha sempre fatto accapponare la pelle. In effetti ho comprato lo Hobbit e il Signore degli Anelli in inglese soprattutto per vedere com'erano le poesie in lingua originale e mi son piaciute molto di più che leggendole in italiano, tanto che parecchie me le sono pure mandate a memoria. Quel po' che ne ho visto nella nuova traduzione onestamente non mi è piaciuto, ma in effetti è roba che mi piace solo in inglese e quindi per conto mio tendo ad assolvere chiunque provi a fare una buona traduzione delle suddette poesie e non cavi un ragno dal buco perché mi sembra molto difficile che qualcuno possa riuscirci.

Ma veniamo al grave problema dei nomi, dove di posizioni sempre ne ho prese e sempre ne prenderò. Sui nomi discutono, con assoluta parità di astio, fan di destra, di sinistra, di centro e pure quelli che votano solo occasionalmente o non votano affatto non entusiasmandosi per alcuna formazione politica, oltre a etero e gay, sovranisti e europeisti, bianchi e neri, carnivori e vegani, giovani e anziani, cattolici e agnostici; e quasi tutti deprecano assai. E depreco anch'io, naturalmente. E perché mai non dovrei deprecare? Ma mi rendo conto che la questione è davvero complessa.
Prima di tutto: detti nomi tengono compagnia all'immaginario italico ormai da decenni, e quindi sarebbe stato forse il caso di lasciarli proprio stare secondo come si erano variamente stratificati. Col tempo si è sedimentata nell'immaginario collettivo una bizzarra miscellanea di nomi italiani, nomi stranieri e adattamenti vari. Il cuore ha le sue ragioni, e sono ragioni che della fonetica e della linguistica se ne sbattono alla stragrande. Vale la pena cercare di intervenire rischiando di spezzare il cuore a tanta brava gente? Personalmente penso di no. Trent'anni fa, forse, avrebbe potuto scivolar via senza troppi danni. Ma ormai...

Ad ogni modo, se decidi di prendere in mano la situazione e riponderare i nomi uno per uno, il disastro è garantito: perché ogni nome deve tenere conto di infiniti fattori ed è impossibile usare un criterio omogeneo dato che ogni caso è diverso e in più c'è l'affetto per la tradizione che fa velo e induce a prediligere cose francamente indigeribili rifiutando magari di accettare eventuali miglioramenti. Sul momento comunque l'effetto è atroce e tutti si lamentano e ululano come tante banshee. In cuor mio, devo dire, davanti a certe scelte ululo un po' anch'io.
Prendiamo i Forestali, oggetto di disapprovazione quasi universale (e che personalmente  mi piacciono, ma a quel che sembra sono un caso unico).
L'originale è Rangers. Tradurlo con Raminghi mi è sempre parso una sciocchezza: già quando venne scelta questa traduzione, negli anni 60, era parola decisamente aulica, da libretto d'opera, per intendersi. "Ramingo ed esule, in suol straniero", roba di questo tipo; d'altra parte l'originale Ranger all'epoca evocava irresistibilmente l'ombra dell'orso Yoghi; adesso dopo non so quanti anni di Texas Ranger è ancor meno proponibile. Ottavio Fatica l'ha tradotto con "Forestali" riscuotendo una disapprovazione davvero universale, anche se a me non dispiace: mi evoca l'immagine di persone serie e ben formate professionalmente, che proteggono l'ambiente loro affidato  avendo cura di intervenire il meno possibile e addirittura di non farsi notare. Ma tutti erano abituati ai Raminghi e tutti ululano alla luna come tanti coyote. Che dire? Magari hanno torto, ma ormai è fatta. Anche se la tua mamma si chiamava Ruodperta era la tua mamma, e non si tocca, inutile dire che chiamarla Roberta suona meglio in italiano.
Ancor più se ti metti in testa di dar retta alle istruzioni dell'autore - che magari aveva le sue buone ragioni, o faceva finta di averle quando dava certi suggerimenti a eventuali traduttori, ma era anche piuttosto biforcuto e prendeva in giro i lettori alla grande.
Nelle appendici per esempio il nostro caro professore universitario J. R. R. Tolkien,  filologo nonché buontempone, finge che il romanzo sia stato tradotto da una lingua ormai scomparsa parlata un tempo nella Terra di Mezzo, dove a sua volta alcuni dei nomi erano stati tradotti dalle più varie lingue. Uno dei risultati di tutto questo gran tradurre e ritradurre nomi è... Brandywine, tradotto assai sennatamente in maniera assai letterale da Alliata-Principe in "Brandivino" - una roba assai alcolica e inebriante, insomma. Ebbene, non si tratta né di brandy né di vino bensì di Baranduin, che vorrebbe dire acqua di confine MA gli hobbit amavano chiamarlo"Braldahim" ovvero "birra inebriante" perché tal fiume aveva le acque di un bel colore bruno-dorato, proprio come la birra.
Ma tu guarda che coincidenza, non è brandy né vino, ma una bella birra un po' scura.
Tolkien quindi non intendeva assolutamente tirare in ballo né il vino né il brandy, giusto?
Ma no, certo. Perché mai pensare a una cosa così terraterra come il colore del brandy?
Il nome del Brandivino significa "acqua di confine", brandy, birra e sidro non c'entrano assolutamente nulla. E del resto tutti sappiamo che Tolkien era astemio e che gli Inklings quando si ritrovavano bevevano esclusivamente camomilla e tisane di equiseto. 
Qualcosa del genere deve essere successo con Samwise, che la prima traduzione traslittera con un semplice e innocuo "Samvise". Di fatto, per quasi tutto il tempo Samwise è semplicemente Sam, un comunissimo Sam. Poi Tolkien ci spiega che in antico sassone e in antico inglese Samwise vuol dire più o meno "sempliciotto". Ma Tolkien sapeva benissimo che il lettore medio, anche quello abbastanza acculturato verso cui puntava, di antico inglese e di antico sassone di solito non sa molto mentre conosce benissimo la parola wise, che vuol dire "saggio" (nel senso di "savio" e non di "trattato, dissertazione"). Abbiamo così un nome a triplo fondo: il personaggio apparentemente sempliciotto e un po' sprovveduto, che si rivelerà molto saggio e che al momento giusto prenderà decisioni assai accorte anche se passerà le milleduecento pagine del romanzo a darsi continuamente di scemo e a guardare con occhi tondi tutti quei grandi saggi che incrocia continuamente e che senza di lui sarebbero andati tutti a ramengo, Ramingo compreso. Tradurlo Samplicio ci può stare, come non tradurlo affatto e affidarsi a quell'infarinatura di inglese che tutti noi abbiamo grazie alla scuola pubblica e che ci permetterebbe comunque di fare il passaggio "wise = saggio". Di fatto, salvo pochissime volte, Sam rimane Sam. E perché proprio Sam?
Omaggio letterario: a Charles Dickens, per la precisione, e ai suoi Documenti postumi del Circolo Pickwick dove il giovane Sam Weller, di umile condizione, uso a citare sempre suo padre che a sua volta si esprime per detti e modi di dire, servo fedele e devoto, si dimostra abilissimo nello spaniare il suo amato padrone Pickwick dai più vari impicci e a fine romanzo si sposerà con la cameriera Mary con cui ha flirtato per numerose pagine. 
Ma c'è anche un altro omaggio dickensiano: Pipino (che nella nuova traduzione mantiene il nome Pippin) che a un certo punto ci racconta che "gli amici a volte lo chiamano Pip". In realtà nel corso del romanzo, dove con i suoi amici passa parecchio tempo, nessuno fa niente del genere. Ma Pip, guarda caso, è il nome del protagonista di "Grandi speranze": giovane, ingenuo, con una buona educazione alle spalle. Batte qualche cornata ma alla fine, come tutti i protagonisti dickensiani, se la cava abbastanza bene. Ma tu guarda che coincidenza.
Sui nomi del quartetto hobbit c'è poi un altro giochetto, che mi è sempre piaciuto molto: il servo ha un nome abbastanza comune, mentre i tre hobbit possidenti hanno tutti e tre nomi regali, ma di diversa origine. Fino a Pippin, giustamente lasciato com'era in inglese nella nuova traduzione (ma altrettanto giustamente tradotto con "Pipino" nella prima traduzione) ci arriviamo tutti: nella stirpe di Carlo Magno ce ne sono ben due, entrambi molto abili a destreggiarsi in politica come nel campo di battaglia - mentre lo hobbit Pippin a destreggiarsi in politica non ci prova neppure né gli interessa. Ma in realtà anche Pippin è un soprannome, perché il vero nome è Peregrin - nome abbastanza raro ma che si trova senza troppa difficoltà nei romanzi inglesi con protagonisti aristocratici, o almeno io ne ho incrociati almeno due. Volendo proprio tradurlo comunque non sarebbe "Peregrino", come avevano messo nella Alliata-Quirino, bensì "Pellegrino" (sì, proprio come il santo e la magnesia bisurata). Giusto per completare il quadro suo padre si chiama Paladin, nientemeno (che sì, si traduce "paladino", pari pari, con tutte le sue implicazioni ciclocarolineggianti).
Meriadoc (Merry per gli amici) è invece un antico e semileggendario re di Bretagna - la Bretagna francese, quella di Asterix e di Lancillotto. La voce di Wikipedia che ne parla mi forza ad ammettere una volta di più la mia immensa ignoranza sulle fonti dell'alto medioevo inglese, però i due testi che ne parlano di più li ho almeno sentite nominare: Gilda era un monaco inglese che scriveva in un bellissimo latino che nessuno mi ha mai fatto la gentilezza di tradurre in italiano**, mentre del gallese Sogno di Macsen conosco almeno la trama grazie ai romanzi di Mary Stewart su Merlino.
Frodo infine richiama apertamente Frotho, semileggendario re di Danimarca le cui gesta sono narrate da Saxo Grammatico*** e che in gioventù uccise un drago per recuperare un tesoro che detto drago gli aveva rubato, guarda un po' la combinazione.
Dunque abbiamo un personaggio che fa riferimento all'epica carolingia, uno che richiama quella arturiana o comunque anticoinglese, e un rappresentante dell'epica norrena. 
E di nuovo: ma tu guarda la curiosa combinazione.
Dopo questo ignobile sfoggio di cultura nozionistica di terza mano si impone una domanda: di tutto ciò, quanto conosce il lettore medio inglese? E quello italiano?
Immagino che nel primo caso la risposta sia "qualcosina certamente. Almeno l'origine dei nomi". Per quello italiano darei per sicuro che la risposta giusta sia "ben poco, se non rientra nella ristretta categoria di quelli che son diventati medievisti perché hanno letto Tolkien".
Vanno tradotti? Non tradotti? Va ignorata la questione? Lasciamo starte, ché tanto la storia si leggerebbe bene anche se i protagonisti si chiamassero Luca, Claudio, Antonio e Bertoldino? Recuperiamo qualcosa? Come lo rendiamo visibile, questo qualcosa? Tolkien avrebbe voluto che lo recuperassimo, questo qualcosa?
La nuova traduzione (che, ripeto, non ho ancora letto e per un bel pezzo ancora non leggerò) sarà anche sponsorizzata dalla sinistra ma i problemi che Fatica si è trovato davanti non erano né di destra né di sinistra, erano problemi e basta, e anche parecchio rognosi.
Personalmente, non trovo poi così strano che non li abbia risolti tutti nel più soddisfacente dei modi.

*"Gualtiero Cannarsi, cambia lavoro!!!" https://www.facebook.com/groups/132361799200/
** giuro che lo scrivono davvero, e anche di peggio. Controllate pure su una qualsiasi pagina tolkieniana su Facebook, se non ci credete. O su un qualsiasi altro social, perché temo che le cose non migliorino bussando ad altre porte.
*** anche se potrei pur sempre darmi una mossa e leggermelo in inglese o, meglio ancora, in latino visto che il governo ha la gentilezza di pagarmi perché mi aggiorni.

domenica 10 novembre 2019

Un serpente a sonagli morde? (intermezzo demenziale)


Lezione di Geografia nella Terza Zuzzurlona. Sto spiegando alcuni ambienti particolari e parlo del deserto.
"In realtà il deserto non è affatto deserto, anzi è abitatissimo e ha una ricca fauna. Ci sono per esempio molti serpenti, per esempio i serpenti a sonagli...".
Brusìo. Mano alzata.
"Mi scusi, prof, ma i serpenti a sonagli pinzano?"
Brusìo più alto. "Scemo, i serpenti non pinzano, Non hanno le pinze!".
"Ehm, no. Come faceva notare giustamente il vostro compagno i serpenti, non avendo braccia, non hanno nemmeno le pinze per pinzare. I serpenti a sonagli però mordono".
Breve pausa. Lo dico o non lo dico?
Massì, diciamolo.
"Anzi, la vera domanda è "Morde un serpente a sonagli?" e la risposta è "A sonagli no, ma a pestagli eccome se morde!""
Nuovo brusìo. Sorrido, un po' contrita.
"Scusatemi, ragazzi, la verità è che questo tipo di battute sciocchine mi piacciono, e non ho saputo resistere".
Nuovo brusìo. Un ragazzo ha l'aria un po' triste.
"È che volevamo dirlo noi..." mi spiega.
Mi mostro molto contrita.
"Mi dispiace" dico con le orecchie abbassate.
Mentre la classe si sganascia decido che è il momento di passare alla foresta tropicale.

giovedì 7 novembre 2019

A cosa serve il registro elettronico? - 6 - Caro, autem infirma (imperativo presente)

Il moderno set di attrezzature con cui l'insegnante di St. Mary Mead notifica la sua presenza in tempo di nuove tecnologie

Altro indubbio vantaggio del registro elettronico è di contenere in sé anche il registro delle firme che attesta la presenza degli insegnanti nelle classi.
Un tempo, alla scuola media di St. Mary Mead gli insegnanti notificavano la loro presenza strisciando un badge. La faccenda era di dubbia utilità perché tanto nessuno controllava mai e un bel giorno la macchinetta da strisciaggio venne levata, mi pare (ma non sono sicura) in concomitanza con l'arrivo del Grandioso Registro Elettronico.
Comparve però un registrino per le firme manuali, che nella maggior parte dei casi dimenticavo di firmare. Non ero però l'unica.
"Non capisco" osservai blandamente un giorno in cui entravo alla seconda ora "Siamo nove classi, oggi non ci sono insegnanti assenti ma qua sono la quinta a firmare".
"Io non firmo per partito preso, è una cosa assolutamente inutile" mi spiegò una collega.
"Io non firmo perché me ne dimentico sempre" aggiunse un'altra.
Più avanti, però, nella remota eventualità che qualcuno controllasse, presi l'abitudine di firmare in entrata e in uscita per segnalare sommessamente l'immane quantità di ore che dedicavo alla biblioteca, all'epoca in fase di allestimento. Era un lavoro che facevo aggratisse e del tutto di mia spontanea volontà, ma se qualcuno caso mai avesse voluto controllare, avrebbe comunque potuto agevolmente vedere che in quella scuola passavo un tempo molto maggiore di quanto il mio orario prevedesse.
Quest'anno ho visto però che il regolamento della scuola prevedeva che io firmassi su carta perciò firmo, per purissimo spirito di pedanteria e per nessun altro motivo. Ma non siamo in molti a farlo.
"La firma su carta è inutile e io non la faccio" ha dichiarato stamani la collega Scarpetta "L'importante è che ci sia la mia firma sul registro elettronico". 
Pausa "Beh, certo, io firmo alle sei e un quarto da casa..."
"Ti alzi alle sei e un quarto per firmare?" chiede una collega perplessa.
"Non proprio" risponde Scarpetta "Mi sveglio alle sei e un quarto, per prima cosa accendo il computer e a quel punto ne approfitto per firmare".
Rassicurati sulla salute mentale della nostra collega, non ci sfugge però un problema di base: la firma fatta in anticipo non ha una gran base legale; infatti se, poniamo, io firmo alle sei e un quarto, faccio colazione, mi vesto e poi ho un qualche intralcio, del tipo macchina che non parte o treno in grave ritardo, la mia firma si trasforma in un falso in atto pubblico.
Argo si è evoluto: un tempo andava a dormire da mezzanotte alle otto e firmare in anticipo non era possibile. Siccome però non era possibile nemmeno fare nient'altro sul registro, nemmeno controllare i compiti o inserire voti, qualcuno deve aver sturato le orecchie all'Argo in questione che adesso evidentemente è sveglissimo a tutte le ore del giorno e della notte, salvo di Domenica quando è regolarmente staccato per improbabili lavori di aggiornamento - peccato che in certi periodi molti insegnanti passino la Domenica per l'appunto a lavorare sul registro, soprattutto dopo aver corretto caterve di compiti scritti; ma immagino che non si possa avere tutto dalla vita.

Di fatto in molti abbiamo preso l'abitudine di firmare tutte le ore insieme, ai tempi in cui la connessione era una sorta di araba fenice, della serie "Prendiamone finché ce n'è".  Del resto, se alla prima ora conviene aprire il registro elettronico per segnare assenze, presenze e giustificazioni, nelle altre ore finisce per diventare quasi sempre solo una perdita di tempo.
Ma, in teoria, chi ha firmato alle otto (o alle sei e un quarto) non è detto che alle undici sia ancora lì: potrebbe essersi sentito male, o essere corso via per gravi e inderogabili motivi. E potrebbe persino succedere che, sempre per i soliti e inderogabili motivi, sia sì presente a scuola ma intento a tutt'altro che a far lezione - per qualche improvvisa emergenza, per l'arrivo di un funzionario che vuol essere scarrozzato di qua e di là a controllare la sicurezza dell'edificio e via dicendo. Sono cose che succedono raramente, ma succedono, e non sempre ci si ricorda di aggiornare il prezioso archivio informatico.
Tutto ciò, una volta tanto, non è minimamente colpa di Argo né della Segreteria, ma solo degli incerti casi della vita. Sta di fatto che il registro elettronico sul piano delle presenze non è sempre molto attendibile.
Resta da vedere quanto però sia attendibile un registro delle firme su carta che qualcuno si dimentica di firmare, qualcuno non firma per partito preso e che molti firmano in ritardo - non perché siano effettivamente arrivati in ritardo, ma perché gli è venuto in mente di farlo solo alla quinta ora.
Per fortuna in ogni classe disponiamo di abbondanza di testimoni oculari pronti a prendere atto della nostra presenza, funzionino o meno i numerosi registri di vario supporto di cui siamo dotati.

lunedì 4 novembre 2019

A cosa serve il registro elettronico? - 5 - A poco, se Argo non fa mai le pulizie

Alcuni insegnanti di St. Mary Mead si lamentano del loro rapporto (complesso e un po' perverso) con il registro Argo

Premessa: quest'anno, all'apertura del nostro amato registro elettronico, sul nostro abituale Argo Next è comparso l'avviso che durante l'anno tale registro si sarebbe spostato sull'applicazione Argo DidUp, per cui noi insegnanti eravamo caldamente esortati a lavorare fin dall'inizio su Argo DidUp, onde arrivare pronti al Gran Trasloco.
La cosa ci è stata invero facilitata dal fatto che Argo Next non funzionava più (se non per prenotare il ricevimento, con nostra enorme comodità nel saltellare da una applicazione all'altra. Ma questi son dettagli).

Come ogni anno, anche quest'anno a fine Ottobre dalla scuola ci è arrivata la calda esortazione a preparare le nostre programmazioni, ovvero quel documento in cui, secondo la teoria di una mia saggia amica, andrebbe scritto precipuamente Visto il livello di apprendimento e la preparazione degli alunni nonché il loro livello socio-affettivo oltre alle condizioni economiche, sociali e culturali delle loro famiglie, considerando inoltre le dinamiche del gruppo-classe, le circostanze esterne, previste e impreviste e financo imprevedibili, le attrezzatura di cui dispongono la classe e la scuola, le possibilità offerte dal territorio e tenendo conto inoltre del livello culturale e professionale di noi insegnanti
si farà quel che si può.
Perciò tutti noi abbiamo preparato con impegno e dedizione le nostre programmazioni, sì come il dovere ci imponeva. 
Una volta chiusi i nostri file pieni di nobili intenzioni che ci ingegneremo di condurre a buon fine, restava solo da allegarli al nostro Grandioso Registro Elettronico. E lì sono cominciati i problemi.
Il mio primo tentativo di allegare le programmazioni ad Argo DidUp si risolve in un nulla di fatto: esiste sì uno spazio per programmazioni scolastiche, dove trovo le mie classi e anche l'indicazione delle materie che insegno, ma non vi è alcuna possibilità di inserirci alcunché.
D'altra parte anche il ricevimento dei genitori è stato inserito in Scuola Next. Chissà se...
Entro su Scuola Next e comincio a cercare. Tra le altre cose trovo le mie programmazioni... dell'anno 2016/2017, che comunque non riesco ad aprire. Ma ricordo benissimo di avere fatto e inserito anche quelle dell'anno successivo, di cui non c'è più traccia.
Mentre pasticcio tra una schermata e l'ìaltra mi ricordo di un amico che sosteneva che un determinato programma di archiviazione con cui ho avuto la sventura di lavorare molti anni fa non aveva una interfaccia, ma al massimo un interculo. Direi che tale definizione si adatta benissimo anche ad Argo.
Mi arrendo e chiamo l'esperta di informatica della scuola. È la mattina di Domenica e un vaffanculo ci starebbe benissimo da parte sua, anzi mi preparo spiritualmente a riceverlo perché la Domenica mattina una povera insegnante avrebbe ben diritto a pensare ai fatti suoi e non ad Argo. La poverina però è una creatura molto gentile, si prende a cuore il mio caso e cerca di guidarmi. Dopo due o tre tentativi andati a vuoto finalmente ricorda il percorso giusto e mi assiste spiritualmente durante il periglioso inserimento. Poi mi fa fare un giro di controllo.
"Si aprono" confermo.
"Guarda un po' se si aprono anche dalla bacheca dei genitori. La Ghirlandai ha detto che come genitore riesce a vedere le sue".
La Ghirlandai infatti ha due figli nella nostra scuola.
"I genitori le vedono?" strabilio.
"Sì, dovrebbero vederle anche loro".
Tramecolo. Le programmazioni, che io sappia, sono quelle strane scartoffie che nessuno guarda mai, salvo qualche professore in qualche particolarissimo caso, per esempio quando si ritrova una classe che l'anno prima era affidata a qualcun altro. Cosa gliene può mai fregare, a un genitore, di una paginetta scritta in didattichese? Soprattutto se riguarda una classe dove suo figlio nemmeno c'è?
(ma anche: cosa se ne fa l'archivio di Argo delle mie programmazioni di tre anni fa, visto che riguardavano classi ormai felicemente licenziate? Non potrebbe stoccarle da qualche parte, visto che nemmeno si aprono? Ah, saperlo, saperlo).

Ultimo dettaglio di colore locale: per scrivere questo post ho aperto entrambe le versioni di Argo, e ne ho approfittato per controllare se le mie relazioni si aprivano anche oggi.
Non si aprono, ma in compenso posso scaricarle. Così ho scoperto che hanno una impaginazione orrenda. Immagino sia perché ad Argo non piace la mia videoscrittura.

venerdì 1 novembre 2019

La voce delle ombre - Frances Hardinge


Un Venerdì del libro che cade proprio il primo di Novembre merita senz'altro una storia di fantasmi, e questa è piuttosto speciale.
Mi ci sono imbattuta per puro caso vagando per la biblioteca in cerca di qualcosa che non sono poi riuscita a trovare, e sono rimasta affascinata dalla copertina - dalla foto non si vede, ma le foglie sono metallizzate e l'insieme è davvero accattivante.
Qual prodigio ha mai  spinto Mondadori a mettere una bella copertina a uno dei suoi libri? E per di più, a un libro tendenzialmente indirizzato ai Giovani Lettori?
Risposta: il fatto che era la copertina originale. Magari c'era un obbligo contrattuale o qualcosa del genere, chissà. Del resto, anche se è molto bella, non c'entra molto col contenuto, quindi Mondadori non poteva proprio farsela sfuggire.
Mi dava l'impressione di una storia di fantasmi di quelle un po' dolciose e consolatorie, come piacciono a me, e infatti l'ho presa proprio perché volevo leggere una storia di fantasmi in quel modo lì.
Le prime pagine mi hanno convinto che avevo fatto una sciocchezza: c'era la solita madre insopportabile che non dice nulla a sua figlia di chi è, da dove viene eccetera e la sottopone cupamente a durissime prove. Ho spento la luce un po' schifata e mi sono addormentata ben decisa a piantarla lì.
Il giorno dopo mi sono detta che boh, magari più avanti migliorava? E poi quattro pagine, obbiettivamente, sono un po' poco per valutare un libro che ne conta più di trecento (belle fitte, non è di quei tipici young adult con dieci righe a pagina dove fai cento pagine in tre quarti d'ora e nel frattempo sorvegli il sugo che cuoce).
Comunque quando l'ho ripreso in mano ero preparata a schifarlo ancora, ma volevo un campione di lettura un po' più consistente. Quindi ho ripreso la lettura armandomi di pazienza e pronta a lanciare commenti sarcastici ogni tre righe.
Ma mi sono completamente dimenticata di farlo perché ero troppo assorbita dalla lettura.

Non so se davvero la sera prima ero troppo stanca, o se l'inizio è effettivamente un po' consueto - consueto per un certo tipo di romanzo, perché in effetti che una madre, per quanto di carattere cupo, curi gli incubi della figlia dodicenne portandola la notte al cimitero e rinchiudendola in uno stanzino buio dove i fantasmi cercheranno di inghiottirsela non è il più consueto degli inizi in un  romanzo maistream, e forse non è comunissimo nemmeno nelle storie di fantasmi. Quel che mio ha irritato (e che irritava moltissimo anche la protagonista, che ha tutta la mia comprensione per questo) era che la madre rifiutasse di dare spiegazioni: non era nemmeno un espediente per tirare in lungo la trama - prima di tutto perché la trama non è affatto tirata in lungo, e poi perché ad ogni modo buona parte delle spiegazioni arriva abbastanza presto, e non averle date prima non influisce molto sulla trama.
Ma andiamo a raccontarla un po', questa trama, almeno a grandissime linee: la storia si svolge ai tempi della guerra civile inglese e re Carlo II, che compare di striscio in un paio di circostanze, ci fa la figura da imbecille che gli compete. Viene anche spiegata un po' l'atmosfera di quegli anni, che rende comprensibile quella pazza medaglia coniata dai rivoluzionari con la scritta "combattiamo per il re contro il re"*. 
La protagonista, dall'insolito nome di Makepeace, cresce in un villaggio di puritani ma poi si ritrova in un castello di sostenitori del re, e vede quindi entrambi i lati della questione ma soprattutto sente entrambe le versioni delle due propagande diverse, finendo per impararne tutto ciò che merita di essere imparato in merito, come dimostra nella sua scelta finale, tanto ragionevole quanto accorta.
Si può ben immaginare l'accoglienza che ha ricevuto in quel villaggio sua madre, mandata da ragazzina a servizio di una famiglia aristocratica e poi ritornata incinta e senza l'anello al dito. Comunque nessuno la rinnega e la scaccia, anzi le offrono un grazioso ripostiglio per dormire, lei e la sua piccola figlia della colpa, purché faccia da serva a tutta la famiglia aggratis.
Da ragazzina Makepeace comincia ad avere degli incubi terribili. Dopo diverse notti in cui si è svegliata gridando la madre adotta quella curiosa terapia che ho descritto più sopra,  che in realtà funziona perché la ragazza impara a sviluppare delle difese contro i fantasmi che cercano di insinuarsi in lei per possederla. In seguito ad un incidente la madre muore, e Makepeace per salvarsi fugge lontano. È l'inizio di una lunga avventura, decisamente cupa, che la porterà a conoscere (molto profondamente) la sua famiglia d'origine e i numerosi e terribili segreti in cui suo malgrado è coinvolta, oltre a un buon numero di fantasmi con cui costruisce un legame, come dire, molto intimo (no, niente sesso. Non se ne accenna nemmeno di lontano).

Abbiamo quindi una giovane eroina. Vanno di moda, oggi, le giovani eroine che affrontano i pericoli con carattere deciso, ma di solito lo fanno in una realtà magari piuttosto eroica ma non molto terrifica. Questo invece, più che un romanzo di fantasmi (non dolcioso) è un vero e proprio romanzo dell'orrore dove il sentimento predominante della protagonista nonché del lettore è l'angoscia. Niente intermezzi romantici, nemmeno accennati, niente fan service, niente concessioni al fragile stomaco dei giovani lettori. E in effetti, anche se si tratta di un romanzo di formazione (e che formazione!) con una giovane protagonista, non c'è motivo di pensare che il lettore debba per forza essere giovane. I temi trattati sono importanti, anche se gestiti in modo, come dire, piuttosto rude: si parla di identità personale, di anima (di molte anime, in effetti), della vita e della morte - com'è giusto in una storia di fantasmi - ma anche di politica, ingiustizie sociali e compromessi, oltre che naturalmente della libertà.
Lo stile non è leggero, la narrazione non è consolante, del leggendario humor inglese non si trova traccia. Di solito queste caratteristiche ai miei occhi sono difetti, ma questo libro va benissimo così com'è e sono molto contenta di averlo letto. In particolare, l'autrice è molto brava a gestire le atmosfere cupe.
Ottimo per qualsiasi età anche se non amate il genere. Del tutto sconsigliato invece se cercate una storia gradevole e fresca o un romanzo di conversazione.

*Giuro che non me la sono inventata. Caso mai se l'è inventata Kantororovicz nel saggio I due corpi del re, ma non credo.

giovedì 31 ottobre 2019

A cosa serve il registro elettronico? - 4 - "Umilissimamente supplichiamo di poter conferire il giorno tale con le Vostre Illustrissime Signorie"

Un genitore implora di essere ricevuto dagli spietati insegnanti della scuola media di St. Mary Mead
Uno degli indiscussi vantaggi del registro elettronico consiste nella programmazione del ricevimento degli insegnanti: i genitori si prenotano e così il giorno del ricevimento settimanale sappiamo quali e quanti genitori vedremo. Molto pratico.
"Ma nel caso in cui nessuno si sia prenotato, l'insegnante può considerarsi libero?".
Ascolto distrattamente perché il problema non mi riguarda: da sempre parlo volentieri con qualunque genitore si presenti a qualsiasi ora, purché non sia in classe a far lezione - mi sembra il classico caso in cui si fa bella figura con poca spesa. 
In effetti fanno così anche tutti gli altri, per quel che mi risulta.
"In teoria si può, perché dovrebbero prenotarsi"
"In teoria non si può perché quella è la tua ora di ricevimento"
"In teoria si potrebbe se la Preside stabilisse di fare così".
" In teoria forse si potrebbe qualora...".
E via con i più vari tipi di periodo ipotetico.
Ma non è così semplice: ci sono i genitori che non aprono il registro. Quelli che non riescono a prenotarsi. Quelli che credono di aver prenotato, anime candide, ma hanno sbagliato qualcosa, chissà che cosa, e in realtà non hanno prenotato proprio per niente. Quelli che prenotano e poi non vengono. Quelli che nemmeno si pongono il problema, vengono e basta. Quelli che...
"Potrebbero mandare un avviso sul diario".
"Sì, ma magari ti mandano l'avviso e tu hai già troppi appuntamenti e non li puoi ricevere. Come puoi controllare che non sia così?".
"Io prendo pochi appuntamenti proprio in previsione di questa possibilità"
Ma ci sono tutti i casi di cui sopra: il genitore che crede di aver prenotato, il genitore che non sa di doversi prenotare eccetera eccetera eccetera. Una casistica infinita, da fare invidia ai canonisti medievali quando cercavano di stabilire in quali circostanze un rapporto sessuale tra coniugi era lecito. A quanto pare un ricevimento settimanale a scuola è più complicato da organizzare di un matrimonio regale in mondovisione..
"Dobbiamo stabilire un criterio che sia valido per tutti e osservarlo".
Sempre, sempre e ancora sempre, dove c'è un gruppo di insegnanti che discute una questione c'è qualche bella anima che stabilisce che dovremmo stabilire un criterio valido, una linea d'azione comune, delle regole che valgano per tutti. Qualche volta si fanno anche riunioni e proclami per stabilirle, queste regole comuni, e mai una volta che abbia visto qualcuno applicarle salvo la sottoscritta che talvolta ancora, nonostante il passar degli anni e l'ormai consistente esperienza, tuttavia abbocca come una carpa e solo dopo qualche giorno smette, accorgendosi che nessun altro le segue, le nuove e condivisissime regole, nemmeno quelli che le han richieste a gran voce.
Di fatto, la scuola, soprattutto la Scuola Inclusiva e dell'Accoglienza non può avere regole troppo precise salvo gli obblighi di legge, perché regolarmente si presenta la situazione particolare, l'eccezione, le circostanze speciali, il caso lacrimevole e via dicendo - succede, quando si ha a che fare con esseri umani, ognuno con la sua storia e i suoi drammi personali.
"Ma se il registro elettronico non funziona dovrebbe essere la Segreteria a farsi carico della gestione dei colloqui con i genitori!".
"Seee, la Segreteria non riesce nemmeno a stamparci delle schede decenti a fine anno, figurati se son buoni a gestirci i colloqui con le famiglie".
La Segreteria del Comprensivo di Sty. Mary Mead è una sconcertante raccolta di imbranati (tuttavia, se il registro elettronico funziona male e le password generate dal registro elettronico in questione sono in gran parte farlocche, non può essere solo per colpa sua).
Non ho voglia di intervenire. Non ho voglia di fare una tirata sulla Funzione Insegnante. Anche Fisica, che è specializzata a chiedere sempre Regole Condivise che poi non segue mai (anche perché si è pure dimenticata di averle chieste e parla principalmente per tenersi in esercizio con la lingua italiana) alla fine è una brava persona (credo) e ha a cuore il benessere psicofisico dei nostri amati alunni, come tutti noi.
"E se è Lunedì', c'è la luna nuova e il genitore indossa calzini di colori diversi?".
"Allora deve fare formale richiesta di un colloquio speciale, specificando dettagliatamente le motivazioni che lo spingono a chiedercelo e i punti che vuole discutere con noi".
"E se invece la luna è crescente"?
"Vabbé, è chiaro che stiamo discutendo in generale. Se la luna è crescente lo riceviamo e basta".
Alla fine chiedo "Scusate, io ricevo sempre tutti se appena posso. Posso continuare a farlo?".
"Certo che puoi. È quel che facciamo un po' tutti, mi sembra".
Forse ho perso qualche anello di congiunzione, in tutto quell'urlío. Forse sono troppo tonta per capire. Forse...
Li lascio discutere e mi immergo in una profonda riflessione: al supermercato stasera per le gatte sarà meglio prendere il cuore, lo spezzatino di manzo o i cuori di nasello surgelati a sconto? Da qualche tempo ho l'impressione che il pesce non gli piaccia molto.
Forse potrei provare col tacchino? È da tanto che non gli compro il tacchino...

domenica 27 ottobre 2019

A cosa serve il registro elettronico? - 3 - Ma anche What's Up, se per questo

La prof. Murasaki e i suoi alunni durante una lezione
Prima ora nella Seconda Invasata. Soliti saluti, buongiorno, come va eccetera. Poi comincio a risentire gli esercizi dati a casa, tra cui un gruppo di domande con risposta scritta.
"Prof, io questi non li ho fatti, non ce li aveva dati" spiega Atalarico, che era stato il primo fortunato chiamato a leggere le sue risposte.
"Sì che ve li ho dati. Ho detto che avrei finito di scrivere i compiti nel pomeriggio, e sono passati cinque giorni".
"Ma io non leggo il registro elettronico".
"Potevi chiedere ai compagni. So che questa classe ha un gruppo su What's Up e che lo usa anche per passare i compiti agli assenti e cose del genere".
"L'ho chiesto, ma nessuno mi ha risposto".
Vabbeh, poniamo che sia vero.
"In quel caso i tuoi compagni sono stati scorretti. È vero che è andata così?" chiedo alla classe con fare assai accigliato.
Qualcuno spiega che non c'era, che non ha letto la notifica, che non aveva il contatto, che era impegnato a salvare il mondo eccetera; e qualcuno aggiunge che lui il registro non lo può leggere. La classe si trasforma in una schiera di analfabeti digitali.
"Io però questi compiti li ho scritti cinque giorni fa. Come mai non hai cercati di leggerli prima, invece di metterti a farli ieri sera dopo cena?".
"Non sapevo che c'erano, l'ho saputo dopo. Io il registro non lo apro".
Va bene, Atalarico è in torto. D'altra parte è in torto anche la scuola che continua a distribuire password farlocche o che scadono improvvisamente durante l'estate. Fino a quel momento non mi ero preoccupata della cosa perché pensavo che il gruppo su What's Up avrebbe supplito alle carenze di Argo (o forse dovrei dire della segreteria che mal gestisce Argo?). 
Ma, in effetti, quanto è prescritto che un alunno debba sbattersi per avere i suoi legittimi compiti o per farli avere ai compagni distratti?
Così lascio momentaneamente da parte le istituzioni dell'Unione Europea e decido di informarmi meglio sul misterioso rapporto che la classe ha col tanto sbandierato Registro Elettronico.
Qualcuno spenge il cellulare dopo cena, o glielo fanno spengere i genitori. Di per sé non mi sembra una cosa sbagliata, e comunque delle regole di famiglia per principio non mi impiccio mai. Io stabilisco le regole in classe, la famiglia le stabilisce a casa.
Qualcuno apre il registro ma non vede i voti.
Qualcuno apre il registro ma non vede i compiti. 
Qualcuno non ha il permesso dei genitori di guardare il registro elettronico. Sgrano gli occhioni, ma sì, mi conferma che. Dice che non vogliono che veda i voti perché se no il voto risulta già visto e ai genitori non arriva la notifica e così i genitori non vengono informati se costui ha peso un votaccio.
La storia mi sembra troppo idiota per escludere che possa essere vera. Fossi il genitore di un ragazzo che ha trovato il modo di occultarmi i voti negativi in quel modo credo che mi limiterei a controllarli ogni giorno invece di impalettarlo in un divieto assurdo, e sarei pure rassegnata in partenza al fatto che se tuo figlio vuol fregarti un modo lo troverà di sicuro, esattamente come succede a noi insegnanti con gli alunni. Ma io non sono un genitore di adolescenti e non vivo immersa nella perenne tempesta emotiva che un figlio adolescente porta in famiglia anche solo per il semplice fatto di esistere e crescere: finite le mie lezioni li saluto e torno a casa dove un benefico silenzio e tre gatte fusaiole placano i miei nervi scossi - e a volte è difficile anche così.
Qualcuno non ce l'ha proprio, il registro elettronico, perché è arrivata la nuova app e in casa non sono riusciti ad installarla perché i cellulari sono del tipo più vecchio. In effetti la faccenda delle app che funzionano solo sulla versione dello smartphone più aggiornata in commercio mi è sempre parsa piuttosto sporca.
Qualcuno è convinto  che esista un registro versione ragazzi (con i voti ma senza i compiti oppure con i compiti ma senza i voti) e uno versione genitori.
Qualcuno vede solo una selezione scelta dei suoi voti, e questa l'avevo già sentita tre anni fa - senza sapere che dire perché io continuavo a vedere tutto quel che avevo messo e quindi sapevo una sega del perché Argo avesse deciso così.
E via e via, peggio dell'infinita serie del Qualcuno era comunista della buonanima di Giorgio Gaber
D'accordo, ricomincerò a dettare i compiti alla fine della lezione proprio come se non avessi il registro elettronico, e se mi viene in mente di aggiungerci qualcosa dopo la fine della lezione me la farò passare e aspetterò la lezione seguente; quanto al gruppo di What's Up si farà conto che i ragazzi lo usino solo per i cazzi loro - e, del resto, per cos'altro lo dovrebbero usare?
Ma forse la domanda del titolo andrebbe leggermente modificata in un più pertinente A cosa serve un registro elettronico che funziona poco e male?
A complicarci la vita, ovviamente. E, a quel che sembra, anche a complicare quella delle famiglie.

venerdì 25 ottobre 2019

Chiamate la levatrice - Jennifer Worth

Di questa lettura sono debitrice al Venerdì del libro di Homemademamma, cui partecipo col presente post: tanto e tanto tempo fa infatti una delle partecipanti presentò questo libro spiegando che era una lettura divertente e gradevole dedicata al mestiere della levatrice. 
I libri di vita vissuta raccontati con brio mi sono sempre piaciuti e il soggetto prometteva bene: i parti al giorno d'oggi vanno quasi sempre a buon fine, ma da sempre i bambini sono specializzati nel venire al mondo nelle circostanze più strane - tutti hanno nel carnet qualche storia divertente legata a un parto, compresa la sottoscritta.
Del resto anche la fascetta parla della "fresca verve" dell'autrice (anche se ammette che la materia è "cruda") e la stessa autrice racconta nella rapida prefazione che il libro è nato in risposta a una sfida di un tale che si chiedeva se mai ci sarebbe stata una ostetrica che avrebbe fatto per il suo pregevole mestiere quel che James Herriot aveva fatto per la veterinaria. E tutti abbiamo letto qualche romanzo di James Herriot con gran divertimento. 
Per l'appunto cercavo una lettura fresca e allegra e quindi con fiducia sono andata in biblioteca e la sera stessa ho aperto con fiduciosa attesa questo libro tanto lodato  per la sua verve - e mi sono ritrovata invece in un vero romanzo dell'orrore; perciò, dopo essere doverosamente inorridita, lo presento in questo Venerdì che apre la settimana di Halloween.
Sia chiaro che quel che sto scrivendo non è uno sconsiglio, anzi. Ho letto il libro con estremo interesse e l'ho trovato una lettura assai avvincente - e del resto l'autrice scrive bene e il tutto è assai scorrevole e ben scritto. Ma, ripeto, è un vero romanzo dell'orrore.
Siamo a Londra, negli anni Cinquanta del secolo scorso. Quasi ieri, e in uno dei paesi più ricchi del mondo, a due passi da casa nostra. La gloriosa Inghilterra, quella che ha 
inventato la democrazia parlamentare e l'industria, la letteratura rosa, quella poliziesca, quella fantastica e quella dell'orrore (sì, appunto).
In effetti, è anche il paese che ha inventato lo sfruttamento operaio, oltre che l'industria; e il lavoro minorile, gli slums e lo smog. Anche la tratta degli schiavi, ora che ci penso. 
Poplar è il sobborgo dove ha lavorato l'autrice: un quartiere in una condizione molto particolare in quegli anni, per buona parte distrutto dai bombardamenti e sulla via non tanto del risanamento ma del trasloco generale: gli appartamenti erano piccoli, miserabili, affollatissimi, sprovvisti di servizi igienici e a volte anche di acqua corrente fredda, e per quella calda si doveva comunque provvedere in proprio. In compenso, visto che ormai era stato dichiarato inabitabile, mancavano molti dei servizi più importanti; era stato dichiarato inabitabile ergo non ci abitava nessuno, e il fatto che in realtà continuasse notoriamente ad abitarci un sacco di gente era considerato un dettaglio del tutto trascurabile.
Si partoriva in casa. Niente di male fin qui, anche le mie nonne hanno partorito in casa, come tutte le loro vicine. Quindi quando partorivano andava chiamata la levatrice. Che era un'istituzione assai nuova e moderna, perché prima si partoriva aiutate alla meno peggio da parenti e, come dire, da cultrici della materia provviste sì di grande esperienza ma assai digiune di scienza medica. Al lettore contemporaneo si rizzano i capelli ad ogni pagina. È l'Inghilterra di Dickens e di Gaskell, solo che nel frattempo è passato un secolo. È, possiamo anche aggiungere, l'Inghilterra dei filantropi, dove solo con difficoltà si raccattano un po' di soldi per fornire di un minimo di assistenza prenatale alle partorienti - e si raccattano, questi soldi, solo quando arriva la mutua pubblica per tutti. Come dire, ci si occupa delle gravidanze solo in ultimo, quando ormai si è pensato davvero a tutto. Gli ultimi spiccioli del fondo cassa sono per le gestanti: se proprio non è rimasto altro a cui provvedere...

Oh sì, qua e là ci sono anche storie divertenti: il parto di Natale, col resto della famiglia che canta a squarciagola gli inni natalizi; il parto nella nebbia giallastra londinese, quando Londra si blocca e non circolano più né auto né mezzi pubblici perché non saprebbero dove andare visto che non si vede a un passo, e così la levatrice va in bicicletta, preceduta e scortata da due poliziotti a piedi che illuminano la strada con una grossa torcia elettrica perché la sventurata possa vedere dove va; i tre parti multietnici a sorpresa, ognuno con un finale diverso. 
Ma la maggior parte dei racconti è agghiacciante, a partire dal breve e sobrio capitolo sul rachitismo (e sui motivi per cui colpiva soprattutto le bambine) per culminare nella terrificante storia della vagabonda che incrociamo di striscio nei primi capitoli  e nella straziante vicenda della prostituta irlandese - un racconto quasi fuori dal tempo, quello, ma anche curiosamente moderno, che ricorda davvero molto certi racconti dell'orrore fatti da talune prostitute straniere assai presenti nel nostro civilissimo paese e che i nostri civilissimi occhi hanno imparato a non vedere. Leggendola, mi sono trovata per la prima volta a nutrire sentimenti non eccessivamente ostili verso le nostre "case chiuse", che al confronto appaiono alberghi di lusso muniti di tutti i confort.
L'autrice racconta senza troppo commentare, e del resto quel che racconta di solito si commenta benissimo da solo. L'elemento davvero straniante però è che quel che racconta non è successo in qualche baraccopoli in uno di quei paesi dove il reddito pro capite è di due dollari al giorno, ma a poche centinaia di metri dal tran tran quotidiano  di una delle più sfarzose metropoli del pianeta.
Prima ancora dell'indignazione arrivano lo sbalordimento e un senso di ghiaccio. Ma davvero un paese ricco e prospero poteva far questo ai suoi concittadini? E alle sue concittadine?
Evidentemente sì. E siamo d'accordo che anche noi abbiamo il nostro bel campionario di racconti dell'orrore, ma va pur detto che siamo sempre stati fino agli anni Sessanta un paese notoriamente povero, e dal nostro impero mignon, nel brevissimo tempo in cui ne abbiamo avuto uno, abbiamo ricavato poco più di qualche voragine nei conti pubblici dell'epoca. 

Consigliato a tutto in qualsiasi momento perché davvero c'è molto da imparare, ma non se state cercando una lettura leggera per rilassarvi. E credo che possa funzionare anche come cura per la depressione, secondo il principio del chiodo scaccia chiodo.
Il libro è stato pubblicato in Inghilterra nel 2002 e, dopo che ne hanno tratto una serie televisiva di gran successo (più volte tramessa da noi su vari circuiti, a partire da Netflix) tradotto per Sellerio nel 2014. E' il primo di una serie di tre libri che l'autrice ha dedicato alla sua esperienza professionale negli anni Cinquanta. Sono stati pubblicati anche gli altri due che si intitolano rispettivamente Tra le vie di Londra e Le ultime levatrici dell'East End. Li leggerò non appena mi sarò rimessa dal trauma del primo.

martedì 22 ottobre 2019

A cosa serve il registro elettronico? - 2 - Piccole perversioni individuali

Oscuri spettri turbano la mia coscienza
 Sono le dieci. Prima di spengere la luce ho abbondante tempo da dedicare alla lettura, e sto leggendo un libro che mi piace assai.
Ma sono inquieta. Guardo male il libro. Lo riguardo ancor più male. 
No, non sono inquieta, sono infelice e turbata.Oppressa da cupi presentimenti. La mia coscienza, quella sì, è inquieta.
Ma cosa vuole da me? Ho preparato le lezioni e la borsa per il giorno dopo, corretto le verifiche di geografia, riempito le ciotole delle gatte che dormono serenamente intorno a me, svolto tutti i miei doveri.
Proprio tutti?
In preda a una oscura premonizione torno al computer, che ho spento poco prima. Lo accendo e vado... sul registro elettronico.
Cosa diavolo ci faccio sul registro elettronico? Ho trascritto i voti delle verifiche, segnato i compiti per le prossime lezioni...
Torno indietro. E scopro con vivo orrore che il giorno precedente nella Seconda Invasata non ho scritto l'argomento delle lezioni. E nemmeno risulto aver interrogato nessuno.
Riguardo ancora indietro. E anche nella Terza...
Tiro fuori l'agenda dalla borsa. Riempio i buchi. Inserisco tutte le interrogazioni. Controllo le altre classi. Risistemo i compiti. Combatto col Perfido Registro per più di mezz'ora. E vinco su tutta la linea.
Controllo la settimana precedente, ma lì va tutto bene.
La seduta di lettura è andata a ramengo ma non importa più: torno a letto di umore celestiale e con la coscienza che ronfa soddisfatta.
Le gatte mi guardano perplesse. 
Le accarezzo, spengo la luce e mi addormento di un sonno tranquillo.

Sono scema, non c'è altra spiegazione.