Nell'ultimo anno nei circuiti letterari si è andato diffondendo un curioso tema di discussione: davanti ai meccanismi editoriali le donne risultano svantaggiate?
Murasaki Nel Paese Delle Meraviglie è rimasta abbastanza perplessa davanti a questo Grande Interrogativo perché è una figlia dei tardi anni 70, un periodo in cui le donne andavano assai di moda o almeno così sembrava. D'altra parte, se J.K. Rowling in persona (e non certo solo lei) ha preferito dare al suo nome come autrice una sorta di neutralità, evitando di indicare i suoi due nomi e limitandosi alle iniziali, qualcosa di vero potrebbe anche esserci.
E invero le statistiche non sembrano lasciare dubbi: rispetto agli uomini le donne sono meno pubblicate, meno lette e anche meno considerate come scrittrici anche dalle donne stesse (che, com'è noto, sono la maggioranza delle persone che leggono). In rete è circolata la domanda Nella tua libreria ci sono più libri scritti da uomini o da donne? e la risposta in molti casi sembra sia che gli autori maschi prevalgono alla grande.
Ho scrutato molte volte la mia personale libreria, senza peraltro nessuna voglia di mettermi a fare un conto preciso ché mi sta troppa fatica - senza contare che andrebbe ben considerato come la mia libreria contenga solo una parte dei libri che lo letto (biblioteche, prestiti di amici e una cospicua libreria di famiglia assai ben fornita han fatto il resto) e a quel punto il conto diventa decisamente difficile.
Tuttavia, nonostante la massiccia presenza di Agatha Christie e di Marion Zimmer Bradley* e di alcune ottime mangaka temo proprio che i libri negli scaffali di casa mia siano in buona parte al maschile - cosa del tutto inevitabile in una biblioteca formata in gran parte di "classici" (chiamo classico qualsiasi libro abbia più di una quarantina di anni, indipendentemente dal valore letterario); anche perché, fino a buona parte del XVIII secolo le scrittrici del canone europeo si contano abbastanza facilmente**: per la letteratura greca abbiamo Saffo e una manciatina di signore che ci han lasciato qualche citazione indiretta, come Anite di Tegea; per quella latina abbiamo tal Sulpicia che ci ha lasciato un pingue corpus di ben cinque brevi scritti finiti nel canone di Tibullo e che forse non sono nemmeno suoi. Per il mio amato medioevo non siamo messi molto meglio, anche se le poche autrici si segnalano se non altro per una certa varietà di temi (Dhuoda scrisse un manuale di educazione per suo figlio, Rosvita, badessa assai colta, scrisse drammi edificanti che le sue monache potevano recitare, Trotula ci ha lasciato un bel trattato di medicina, Eloisa segue il filone autobiografico e introspettivo oltre che monastico, Ildegarda di Bingen si occupò di mistica, minerali, medicina, musica e teologia, Maria di Francia scrisse poesie che narravano storie cavalleresche e d'amore in francese, Caterina da Siena teologa e oggi patrona d'Italia nonché dottore della Chiesa, ci ha lasciato un corpus davvero vasto e Christine de Pizan scrisse di soprattutto di storia e filosofia. Qualcosina arriva col rinascimento italiano, con una fioritura di poetesse italiane che comprende anche Gaspara Stampa e Vittoria Colonna, e nel Seicento dalla Francia con i grandi epistolari *** e soprattutto con Madame de La Fayette, considerata dalla critica l'inventrice del romanzo moderno francese (o anche occidentale, dipende).
Nel Settecento la situazione cambia, perché è arrivata quella benemerita invenzione che si chiama appunto romanzo, e lí fin dall'inizio le donne hanno dato un consistente apporto, soprattutto nella letteratura inglese.
Quanto ai pregiudizi verso le femmine scrittrici, almeno da parte dei critici maschi, moltissimo ci sarebbe da dire anche per il presente (se andate a leggervi un po' di cosiddetti Commenti Autorevoli su Elena Ferrante e la sua quadrilogia avrete un interessante spaccato in materia) ma posso assicurare che anche in passato alle donne scrittrici non è stato fatto mancare niente.Il primo sospetto in materia lo ebbi quando, al liceo, studiavo letteratura italiana. D'accordo, il professor Blasio nemmeno ci accennò all'esistenza di poetesse rinascimentali, ma quell'anno facemmo un programma veramente ridotto ai minimi termini, e d'altronde a suo tempo aveva risolto Boccaccio con una lezione una. Ma mi colpí il manuale di letteratura di Salinari, che invece alle potesse del Cinquecento accennava quanto bastava per spiegare che non erano nulla di che: troppo emotive e troppo prese dal sentimento (e troppo poco letterarie?). Io lessi e rilessi l'unica citazione che si degnava di fare di Gaspara Stampa
"Arsi, piansi, cantai; piango, ardo e canto;
piangerò, arderò, canterò sempre
(fin che Morte o Fortuna o tempo stempre
a l'ingegno, occhi e cor, stil, foco e pianto)
la bellezza, il valor e 'l senno a canto
che 'n vaghe, sagge ed onorate tempre
Amor, natura e studio par che tempre
nel volto, petto e cor del lume santo...“
Gaspara Stampa, 26. XXVI.
e la trovai molto bella, mentre gli altri poeti del Cinquecento, quando non scrivevano poemi epici, mi lasciavano piuttosto freddina.Più amara fu la sorpresa quando una cara amica che si laureava in inglese mi prestò la storia della letteratura di David Daiches e scoprii quanto poco spazio dedicava a quelli che, a mio avviso, erano senza dubbio i meglio pezzi dopo Shakespeare: Jane Austen e le sorelle Brontë, e quante banalità sciorinasse per la circostanza. Un po' meno mi sorpresero le discussioni sugli scritti di Eloisa, e su "quale uomo fosse nascosto dietro quel nome". Solo a un certo punto della mia vita mi resi conto che, essendo abituata a leggere soprattutto critica letteraria (e sociologia) scritta da donne negli anni più caldi del femminismo, arrivavo in un certo modo impreparata all'impatto col mondo accademico che era soprattutto maschile.
Perché il punto è proprio questo: di tendenza leggo mooolto più volentieri libri scritti da donne, e per quanto ricordo è sempre stato così. In qualche modo trovo che il loro punto di vista sia più morbido, più interessante, più sfaccettato e più recettivo verso le cose che effettivamente sono importanti, e a questo punto non saprei dire se si tratta di un pregiudizio o di una effettiva risonanza col mio modo di essere - sta di fatto che, classici a parte che in qualche modo sono usciti dal vaglio di una dura selezione, di tendenza i romanzi scritti da uomini quasi sempre mi annoiano un po' (con le dovute eccezioni, si capisce).
Tutto questo per spiegare che quando Lurkerella ha esortato Pensierini a leggersi Anne Brontë l'ho presa per una richiesta rivolta a me di segnalarli nel Venerdì del Libro e, come una tigre che visto un bel filetto di chianina decide di farsi anche il controfiletto, la noce e lo scannello pappandoseli in tre bocconi con gran gusto, ho prontamente deciso, finiti di presentare i sei romanzi di Jane Austen, di dedicarmi a tutti i romanzi delle sorelle Brontë nonché alla biografia di Charlotte Bronte scritta da Elizabeth Gaskell, a qualcosina di George Eliot (così magari è la volta che finalmente mi leggo il Mulino sulla Floss invece di limitarmi a rileggere Middlemarch) e forse perfino a qualcosina di Virginia Woolf. Con i miei tempi, naturalmente. Il tutto al grido di "ogni scusa è buona per rileggere certi romanzi".
Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro a tutti felici letture degli autori ogni sesso.
*la cui influenza su di me appare piuttosto sovradimensionata dal formato dei volumi, a dire il vero, ma insomma l'ho letta quasi tutta
** sotto questo aspetto han fatto assai meglio in Giappone, dove la letteratura giapponese segnala nomi assai importanti ben prima della mia illustre omonima. Quanto alla tradizione araba, indiana e cinese, confesso la mia totale ignoranza in materia ma se mi fosse capitato per le mani qualche antico testo arabo o cinese scritto da una signora araba, indiana o cinese sono sicura che avrei cercato di procurarmelo, sia pure in prestito. Se però quaggiù non ce ne siano perché non ce ne sono punto e basta, oppure se sia per colpa dell'insipienza degli editori italiani davvero non saprei dire. Si accettano con gioia chiarimenti e segnalazioni.
***Ne approfitto per mandare un particolare vaffanculo agli editori che non si sono ancora degnati di tradurre l'epistolario di Madame de Sevigné.







