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lunedì 5 agosto 2013

I miei insegnanti - Il prof. Blasio

Il prof. Blasio, qui ritratto mentre preparava le sue lezioni

Sulla carta era uno dei Grandi Nomi del nostro glorioso Liceo, nonché uno dei motivi di vanto della nostra gloriosa sezione. Era in effetti un nome di un certo peso, e non solo a livello cittadino. Molti suoi alunni lo hanno indicato come il loro insegnante di riferimento, e quando è morto ne hanno lodato senza mezze misure la preparazione, la grande cultura, la competenza ma anche e soprattutto quella capacità di rendere viva la materia e di appassionare le scolaresche scolpendo nelle loro tenere menti non solo versi e brani e analisi critiche, ma anche e soprattutto parametri di giudizio e coordinate culturali. E pare fosse anche un'ottima compagnia nelle escursioni fuori scuola che a volte organizzava. 

"Eh, adesso che siete al liceo avrete il prof. Blasio" - ci dicevano i nostri colleghi dell'ultimo anno "Vedrete, vedrete le meraviglie". E sembrava quasi che ce lo invidiassero, il grande privilegio di riaverlo al primo anno del triennio.


A noi non fece né caldo né freddo. E siamo ancora qui a domandarci che cosa ci avessero trovato, di tanto mirabolante, gli altri.


E' chiaro che il prof. Blasio per noi è stato un'occasione persa, ma come abbiamo fatto a perderla non l'ho ancora capito. Certo non per colpa di pregiudizi, perché se mai su di lui ne avevamo, erano a suo favore.

Ma non funzionò sin dalle primissime lezioni.

In cuor mio ho sempre coltivato la personalissima teoria che alla base ci fosse prima di tutto un problema di genere; eravamo infatti verso la fine degli anni '70, cioè in quegli anni in cui la gran parte del genere maschile* scoprì che quasi tutto quel che pensava e diceva sulle donne era sbagliato. In molti si sforzarono di rimediare a quest'increscioso stato di cose, ma per alcuni disincagliarsi da vecchie pastoie si rivelò piuttosto difficile se non impossibile.

In classe eravamo 21 ragazze e buona parte dei 7 ragazzi erano stati fin dall'inizio espulsi all'esterno del gruppo per manifesta inadeguatezza. Inoltre, specie dopo due anni di ginnasio in cui la De Divinis ci aveva fatto da maestra unica, il concetto che la conoscenza si trasmetteva per via femminile era in noi saldamente ancorato - per abitudine, più che per convinzione, né il prof. Ruf aveva fatto molto per riequilibrare le nostre idee in proposito. E il prof. Blasio trattava noi fanciulle con un blando paternalismo di cui era beatamente inconsapevole, ma che noi percepivamo con chiarezza e che ci irritava assai. Ci colpì molto ad esempio il racconto che ci fece, di quando, anni prima, leggeva in classe l'Ariosto Spinto** dopo aver allontanato l'unica alunna femmina in biblioteca. Era chiaro di come non si rendeva conto che una classe composta per tre quarti di fanciulle rampanti non era in grado di apprezzare nel migliore dei modi una storia del genere. 
C'era poi il fatto che fumava. Ora, all'epoca a scuola tutti fumavano senza problemi - ma in corridoio. In classe c'era un bel cartello con su scritto "VIETATO FUMARE", proprio dietro la cattedra. Quando una fanciulla del primo banco (che tra l'altro aveva problemi di nausee ricorrenti e non sopportava il fumo) osò protestare, si sentì rispondere che la multa era di 10.000 lire e lui era disposto a pagarla - e per meglio dimostrarlo tirò fuori una bella banconota croccante da 10.000 lire e la poggiò sulla cattedra in un silenzio di gelo. Quando poi un'altra fanciulla accanita fumatrice suggerì che, in tal caso, tutti avevamo il diritto di fumare, si sentì rispondere di no - non ricordo se in osservanza del divieto, che per noi valeva, per qualche oscuro motivo, o se perché noi eravamo ventotto mentre lui era uno o, più semplicemente, perché lui era lui e noi non eravamo un cazzo. E non son gesti e risposte che predispongono a tuo favore una scolaresca***.  Anche il fatto che Sabato, nella stagione di caccia, lui fosse regolarmente assente non contribuì a entusiasmarci nei suoi confronti****.

Può darsi dunque che qualcosa di non troppo facilmente quantificabile da parte nostra non gli abbia dato il giusto slancio - resta il fatto che con noi non faceva una sega.
Lo abbiamo avuto negli ultimi due anni della carriera. La quale carriera, sembra, dice, narrano, si fosse incagliata sulle secche di una cattedra universitaria non ottenuta in barba ai suoi numerosi titoli, togliendogli l'entusiasmo e la verve che abitualmente profondeva nel suo lavoro; e dire che, comunque, la cattedra non gliel'avevamo negata noi non serve a nulla perché l'entusiasmo, come il coraggio, se uno non ce l'ha non può darselo. 
Può darsi che fosse semplicemente stufo. Può darsi che boh. Comunque, con noi lavorò ben poco, e noi con lui; il che contribuì vieppiù a innervosirci perché eravamo una classe molto ben disposta verso la letteratura italiana.
Un po' di poesia delle origini (fatta piuttosto bene, devo dire), un po' di Dolce Stil Novo e poi Dante, due lezioni su Petrarca senza interrogazione (fatte bene pure quelle, mi accorsi quando ripresi in mano Petrarca alla SSIS), Boccaccio da studiare durante l'estate e archiviato con un'oretta di ripasso generale all'inizio del secondo anno.
L'anno dopo un pizzico di Dante, un po' di Ariosto spelluzzicato (compreso qualche bocconcino dell'Ariosto Spinto), un vago accenno al Seicento, e morta lì. L'unico autore fatto a dovere fu Machiavelli, anche perché c'era la richiesta tassativa di recitare la Mandragola a fine anno. Noi non avevamo nessuna voglia di recitare la Mandragola, ma nessuno osò dirlo apertamente e quindi per tutto l'anno una volta alla settimana restammo un'ora in più in classe a provare - il che ci permise forse di rafforzare il nostro buon rapporto come classe ma, garantisco, non ci trasformò in attori men che canini.

Si raccontavano cose mirabolanti delle Mandragole di fine anno del prof. Blasio, sui prodigi di scenografia, allestimento, costumi e non so che altro. Della nostra, meno si parla e meglio è (con l'eccezione delle musiche: una delle due musiciste della classe trovò delle musiche del Cinquecento e improvvisò un piccolo coro con una mezza dozzina di soprani con cui vennero cantate le canzoni. Il risultato era davvero gradevole. Peccato durasse circa sette minuti complessivi mentre la rappresentazione toccava le due ore).
Anche se una cosa  merita di essere ricordata, di quella Mandragola: la favolosa parodia che Sary fece di un monologo di Lucrezia (il personaggio che interpretava) e che qui trascrivo fedelissimamente:

"Io ho sempre mai dubitato che la voglia che messer Blasio ha di fare la Mandragola non ci faccia fare qualche errore; e per questo sempre che lui ci ha parlato d'alcuna cosa ne sono stata in gelosia e sospesa, massime poi che m'intervenne quel che voi sapete per andare a Borgunto*****. Ma di tutte le cose che si sono tentate questa mi pare la più strana, di avere a sottomettere la faccia mia a questo vituperio, ed esser cagione che il Blasio muoia (dalle risate) per vituperarmi; che io non crederei, se noi fussimo i soli attori rimasi al mondo, e da noi avesse a risurgere l'umano teatro, che ci fusse tal schifo concesso"******

Intendiamoci, nessuno di noi aveva niente contro la Mandragola, anzi. La trovavamo assai ben scritta e molto divertente; e avremmo tanto voluto che la recitasse qualcuno in grado di renderle maggior giustizia.
L'anno finì e il prof. Blasio andò in pensione; come regalino d'addio ci lasciò tutti i voti alzati di un punto e metà del programma non fatto.

La storia ha un curioso epilogo. L'anno dopo c'era l'esame di maturità, e pur gemendo tutti quanti sotto il peso delle valanghe di compiti che ci assegnava la prof. Legree, a qualcuno venne in mente di andare da lui a chiedere lumi perché "certe cose del programma non erano molto chiare".
Quali fossero queste cose non molto chiare francamente non saprei dire - ma naturalmente mi infilai nel gruppo, un po' per vedere cosa ci avrebbe scodellato quell'uomo e un po' per compagnia. Il risultato furono sei lunghe lezioni, tenute nell'ampio e comodo salotto di casa sua, arrampicati e accovacciati un po' dove potevamo. Lezioni vere, ricche, dense e particolareggiate. Il fatto che lui appoggiasse un'altra scuola critica rispetto alla prof. Legree le rendeva vieppiù affascinanti - era come guardare il mondo attraverso una lente diversa. E finalmente mi feci un'idea del motivo per cui si era parlato di dargli una cattedra universitaria.
Siccome non c'era stato assolutamente modo di fissare un qualche tipo di compenso, finite le lezioni gli spedimmo a casa una cassa di vini (che spero siano risultati di suo gradimento); e mai ci spiegammo perché ci avesse regalato sei ottime lezioni di sì gran pregio, pur avendocele sempre ostinatamente negate in quei due anni in cui lo stato gli versava regolarmente uno stipendio appunto perché ce le tenesse.

*naturalmente c'erano (come c'erano sempre stati) anche uomini che, vuoi per essere stati educati all'estero, vuoi per loro personale capacità, avevano sempre considerato le donne normali esseri umani e come tali a loro si rapportavano. Per costoro l'avvento del femminismo non comportò particolari rivoluzioni dei piani mentali.
**E "l'Ariosto Spinto" rimase per noi una categoria letteraria, esattamente come il Dolce Stil novo o il Romanticismo.
***No, nessun altro insegnante tirò mai fuori una sigaretta in nostra presenza, nemmeno quelli che notoriamente fumavano con gran gusto al di fuori delle ore lavorative.
****Per tacere dei colleghi, che un paio di volte in nostra presenza mostrarono evidenti segni di contrarietà davanti a questa sua tendenza. O forse davanti al fatto che Lui Poteva e che la dirigenza non gli diceva niente perché, appunto, Lui Poteva.
*****La frazioncina nel cui teatrino parrocchiale avvenne l'abominevole rappresentazione, sulla quale mi permetto di stendere un pietoso e ben spesso coltrone.
******Il testo originale di Machiavelli recita:
"Io ho sempre mai dubitato che la voglia che messer Nicia ha d'aver figliuoli non ci faccia fare qualche errore; e per questo sempre che lui m'ha parlato d'alcuna cosa, io ne sono stata in gelosia e sospesa, massime poi che m'intervenne quel che voi sapete per andare ai Servi. Ma di tutte le cose che si sono tentate questa mi pare la più strana, di avere a sottomettere il corpo mio a questo vituperio, ed esser cagione che un uomo muoia per vituperarmi; che io non crederei, se io fussi sola rimasa al mondo , e da me avesse a risurgere l'umana natura, che mi fusse simile partito concesso"

domenica 16 marzo 2014

Noi leggiavamo un giorno per diletto

Paolo e Francesca di Edward Charles Hallé (1846-1914)

Al contrario di Manzoni che non sempre suscita grandissimi entusiasmi al suo apparire alle medie né nei giovinetti né negli adulti, Dante è atteso con grande entusiasmo, almeno nella provincia di Firenze, a dispetto del fatto di essere molto più difficile.
Nei primi tempi della mia insegnantesca carriera, dopo accorta ponderazione, stabilii anzi che era troppo difficile e non aveva senso farlo in seconda media, e decisi dunque di non farlo. Tuttavia non sono mai riuscita non dico a mettere in pratica tale proposito, ma nemmeno ad annunciarlo: le seconde infatti non aspettano Dante in modo passivo, ma addirittura scalpitano per leggerlo e in nessun modo vogliono restare indietro rispetto alle altre seconde della scuola.
"Prof, quando cominciamo Dante?".
"Prof, nelle altre seconde sono già arrivati al Purgatorio!".
"Prof, perché non abbiamo ancora cominciato Dante?".
Insomma leggere Dante comporta un certo prestigio sociale, e lo vivono come un loro diritto.
Dunque, come tutti i miei colleghi di Lettere delle medie in seconda faccio Dante. E provaci, a non farlo.
Al contrario di molti, però, non pretendo che se lo studino a memoria.
A domanda (che arriva sempre) rispondo che chi vuole è liberissimo di impararsi a memoria anche tutta la Commedia al completo, se così gli aggrada, e che sono disponibile a risentire su richiesta qualsiasi brano di Dante decidano di impararsi e anche a mettere un bel voto a premio dell'impegno di chi lo impara bene, ma che nessuno è minimamente obbligato a impararsi a memoria un bel nulla. 
Le reazioni davanti a questa mia presa di posizione  oscillano tra un certo sollievo e una certa delusione - e c'è sempre qualcuno che mi porta qualche pezzo a memoria (la porta dell'Inferno, di solito) e  incassa il suo bel voto. In alcuni casi, anzi, si tratta dell'unico momento di interesse dimostrato da costui/costei verso le italiche lettere, e allora grandissimo onore a Dante per i suoi poteri taumaturgici e rallegriamoci di poter mettere dei bei voti anche a chi di solito naviga su una sufficienza stirata. 

E poi ci sono Paolo e Francesca. 
Sono assolutamente contraria a fare il brano su Paolo e Francesca alle medie: lo trovo troppo complesso, soprattutto per quell'enorme sostrato letterario che si porta dietro. Il prof. Blasio, in una delle sue rare lezioni, ci aveva spiegato in modo dettagliato e assai convincente come per Dante quell'episodio rappresentasse un passato letterario da lui superato ma che aveva appassionatamente amato e di come quindi quell'incontro lo commuovesse in modo particolare, e aveva fissato in modo indimenticabile nella mia mente i motivi per cui Paolo e Francesca erano all'Inferno e lì destinati a restare e di come per loro quel passato letterario si fosse trasformato in una tragedia senza ritorno. 
Tutto ciò fu bello e giusto da parte sua e gliene sono grata - ma non è un tipo di insegnamento che si possa trasmettere ai giovinetti implumi di seconda media, del tutto digiuni di ogni strumento critico per seguire un discorso del genere, e anche, vista la loro tenera età, della possibilità direi fisica di seguire un ragionamento di tal fatta: per loro l'episodio di Paolo e Francesca è una bella storia d'amore, e la tragedia si limita al fatto che sono morti per quell'amore; e non si può pretendere che la vedano in altro modo o che si soffermino troppo sul fatto che quei due sono all'inferno e nell'inferno resteranno, e non per un disguido casuale o per colpa dei pregiudizi dell'epoca; anche perché nel frattempo c'è stato il romanticismo, che ha sdoganato l'episodio con un'interpretazione abbastanza diversa da quella che Dante aveva previsto, e dopo ancora ci sono state tutte le stratificazioni successive, compresi i Baci Perugina e Venditti, e una parte di quelle stratificazioni sono arrivate fino a loro per osmosi: quando arrivano a Paolo e Francesca sanno già in parte quel che vogliono sentire.
E detto questo, l'antologia che da cinque anni mi perseguita contiene l'episodio di Paolo e Francesca, e dunque mi tocca farlo (e provaci, anche soltanto ad accennare di sfuggita che non vuoi farlo!).

E allora lo faccio, e mentre lo faccio ho l'impressione di camminare sui vetri.
D'accordo, il sostrato letterario. Ma mica si potrà deludere una classe solo per un miserabile puntiglio letterario, no?
E poi chi sono io, per impedire che i miei alunni interpretino come gli pare quel brano, o un qualsiasi altro brano? Proprio io che sostengo che, una volta scritta, l'opera appartiene al lettore che ne farà l'uso che più troverà opportuno? Forse che i desideri di un'intera classe di giovinetti ansiosi dovranno piegarsi al mio vissuto di studente? Forse che anch'io non tentai di resistere all'interpretazione che il prof. Blasio ci scodellò, con grande dovizia di argomenti, per poi chinare il capo e rassegnarmi perché gli argomenti erano validi? Ma io avevo sedici anni e  adeguate conoscenze per rendermi conto che il prof. Blasio aveva ragione, loro no. E poi non sono al liceo, sono alle medie.

Tutto questo e molto altro mi frulla in testa mentre, in un silenzio irreale che e profondo che c'è solo quando in classe si legge Paolo e Francesca, tento con tutte le mie forze di recuperare quello stadio di innocenza e di Baci Perugina da cui il prof. Blasio mi strappò, e che in seguito è stato ulteriormente devastato  dalle tonnellate di testi medievali sui più svariati argomenti che mi hanno fornito  ulteriori strumenti e conoscenze. 
E quel silenzio non è l'usuale silenzio interessato, punteggiato spesso da domande e richieste di chiarimenti, che accompagna tante altre letture, compresi gli altri brani di Dante: è il silenzio inquietante di una spugna che beve e di una classe in preda alle prime tempeste d'amore (a metà anno tutte le seconde sono così) che trova, in quei versi d'amore di una forza tutta particolare, un faro che sembra guidare a un punto d'attracco.

Quest'anno comunque mi sono presa una piccola soddisfazione: prima del brano su Paolo e Francesca gli ho fatto leggere la fonte, ovvero il (lungo) passo del romanzo della Tavola Rotonda (versione Lancelot-Graal) in cui Galeotto fa la sua mediazione e Lancillotto e Ginevra scoprono quant'è bella la compagnia a quattro - così non ho perso tempo a spiegare chi era Galeotto.
E dopo la lettura Wasp ha chiesto: "Ma se loro si sono baciati per la prima volta leggendo la storia di Lancillotto e Ginevra, non è possibile che ci sia stata qualche coppia che si è baciata per la prima volta leggendo la storia di Paolo e Francesca che si baciavano?".
Considerando l'infinita serie di studenti delle superiori che studiano quel brano, e che spesso questi studenti studiano a coppie sì, direi che è senz'altro possibile.
In effetti sarebbe strano se non fosse mai successo.

mercoledì 9 maggio 2018

E tu dov'eri, quando hanno rapito Aldo Moro?


Aldo Moro fu rapito il 16 Marzo 1978 dalle Brigate Rosse e rilasciato da cadavere il 9 Maggio. All'epoca avevo diciassette anni e frequentavo la prima liceo (classico).
Per quanto ricordo, nella mia vita Aldo Moro c'è sempre stato, come Andreotti e Fanfani. Ricordo una vita senza Pannella, senza Craxi e senza Scalfaro (che già c'era, naturalmente, ma non era personaggio di gran spicco) ma non senza Aldo Moro. Niente di strano, perché da quando c'era la repubblica aveva sempre ricoperto cariche di rilievo. Non mi stava granché simpatico, ma nemmeno lo detestavo. C'era, e lo sopportavo con paziente rassegnazione.
Le Brigate Rosse invece erano molto più recenti, anzi erano entrate nella vita di tutti i giorni di noi comuni mortali solo nel 1974, quando rapirono il giudice Sossi (poi rilasciato). Scrivevano dei comunicati fluviali noiosissimi e un tantino deliranti dei quali non sono mai riuscita ad andare oltre la terza riga e mi davano l'impressione di essere dei pazzi incautamente lasciati in libertà. Probabilmente non era una impressione priva di fondamento.
Il giorno del suo rapimento Moro con la sua scorta (cinque uomini che per l'occasione furono tutti assassinati) stava andando ad assistere alla presentazione di un qualche governo Andreotti. Nel frattempo la 1E stava svolgendo con grande impegno e determinazione un tema.
Entrò un custode, si avvicinò al prof. Blasio e gli disse qualcosa a bassissima voce. I due scambiarono qualche parola, poi il custode uscì ratto ratto. Seguimmo il tutto con scarsissimo interesse: la nostra attenzione era concentrata tutta sul tema. 
Il prof. Blasio ci guardò un instante, poi a voce bassa e chiara disse "Le Brigate Rosse hanno rapito Aldo Moro".
Ventisette paia di occhi assai indifferenti si alzarono dai fogli protocolli, più per cortesia che per altro. In ognuna di quelle paia di occhi era scritto a chiare lettere "E chi se ne frega?".
Il prof Blasio rimase chiaramente spiazzato davanti al nostro gelatinoso e  plateale disinteresse.
"Mi sembrava giusto che lo sapeste" mormorò in tono di scusa, poi si chetò e riprese a leggere il giornale, mentre noi ci rituffavamo nei nostri temi con ardore. 
Ebbene sì, professore, non era poi così fuor di luogo informare tempestivamente una classe del fatto che uno dei massimi esponenti della politica italiana era stato rapito da un gruppo di terroristi, e no, non lo si poteva definire un morboso tentativo di forzare i ragazzi verso un esasperato interesse verso la politica. Lei si comportò nel modo più opportuno. Ma per noi, tutti noi, in quel momento era molto più importante il tema.

Così facemmo il tema, lo consegnammo, prendemmo atto che il giorno dopo o due giorni dopo ci sarebbe stata l'assemblea straordinaria dedicata al rapimento di Aldo Moro (il cui senso mi sfuggiva completamente, ma perché negarsi una assemblea saltando qualche ora di lezione? Poteva essere una buona occasione per attaccare discorso con X o con Y, scopo della vita di tutti quanti). 
In noi non c'era stupore, paura o sconcerto: le Brigate Rosse avevano sequestrato Aldo Moro, ebbene sì. Era pur giunto il momento che cominciassero a sequestrare politici, e allora perché non Aldo Moro? Tutto avveniva nel corso naturale delle cose, perché eravamo negli anni di piombo. E no, non era colpa dei comunisti, e nemmeno dei fascisti, e gridare in corteo "Fascisti, carogne, tornate nelle fogne" contro le Brigate rosse era una stupidaggine, né piú né meno. Ma di stupidaggini nei cortei in quegli anni se ne dicevano tante - né l'abitudine si è persa al giorno d'oggi, anche se ci sono meno cortei.  

Per quel che ricordo il sequestro Moro non incise molto nella vita e nei discorsi della gente comune, e perfino nella mia piuttosto politicizzata famiglia se ne parlava assai poco, salvo all'ora dei notiziari. 
Per quel che ricordo nemmeno per un minuto ho seriamente pensato che Moro sarebbe uscito vivo da quella storia, né mai me ne è fregato qualcosa che ci riuscisse. Di una cosa però ero assolutamente convinta: lo Stato doveva trattare e cercare di farlo rilasciare, a costo di "ammettere l'esistenza delle Brigate Rosse": primo perché Moro di mestiere faceva il politico e non l'aspirante martire e aveva tutto il diritto di uscir vivo da quella storia, secondo perché ad ogni modo le Brigate Rosse esistevano, piacesse o no, e per favore la smettessero fra tutti di prendersi in giro. Ricordo che  apprezzai molto la mirabile franchezza con cui Paolo VI avviò il suo appello: Mi rivolgo a voi, fratelli delle Brigate Rosse, pur sicura com'ero che non sarebbe servito a niente.
Chi era favorevole alle trattative, possibilmente affiancate a robuste indagini tese a fare gran sfracello dei rapitori una volta messo in sicurezza l'ostaggio, a parte Murasaki e la sua famiglia?
Quasi nessuno tra politici e giornalisti, che fra tutti stavano facendo della vicenda un vero affare di stato (quale in effetti era), loro sì, parlandone moltissimo.
Quasi nessuno: Craxi, Pannella e i radicali, Sciascia, autore di un celebre motto "Né con questo stato, né con le Brigate Rosse", che gli procurò il biasimo quasi universale in qualità di Immondo Traditore della Patria ma che rendeva perfettamente il punto di vista di chi, come me, non nutriva molta simpatia per uno stato autoritario, arbitrario e molto probabilmente implicato in una parte delle stragi di quegli anni, ma ne nutriva poca anche per chi straparlava di popolo al potere un un linguaggio astruso e noiosissimo ma pieno di una retorica insopportabile.

Di tutto questo per strada non si parlava mai, nemmeno con casuali accenni: il rapimento Moro non scosse le nostre coscienze né turbò la quiete del viver nostro: erano gli anni di piombo.
Qualche tempo dopo, commentando l'importanza del 16 Marzo 1978 nell'umano calendario, la nostra politicizzatissima compagna di classe (che anche lei aveva continuato imperterrita a fare il tema) commentò svagata "sì, successero un  casino di cose, quel giorno: mi misi con Andrea, rapirono Moro...".
Non c'è dubbio che, tra i due, per lei l'avvenimento più importante sia stato essersi messa con Andrea, col quale ha poi fatto due figli all'interno di un matrimonio che mi risulta essere stato felice. Ma, garantisco, anche il resto della classe diede assai maggior peso all'avvio di questo legame che al rapimento di uno dei più importanti uomini politici del paese.

Nel corso degli anni ho maturato tre convinzioni sul rapimento Moro, non una delle quali supportata dalla benché minima prova concreta:
1) Moro fu rapito perché era favorevole all'ingresso del PCI nei governi italiani.
2) E i mandanti furono gli USA, che hanno sempre nutrito un irragionevolissimo terrore verso il PCI, senza mai accorgersi che era di fatto un partito borghese e moderatamente conservatore che avrebbe costituito un utile contrappunto alla DC.
3) Cossiga, allora ministro degli interni, seguì all'epoca le istruzioni ricevute, convinto di fare la cosa migliore per l'Italia e con grande sacrificio personale; ma  poi se ne pentì amaramente e il rimorso di aver abbandonato il suo amico lo ha tormentato per tutta la vita.
Col corollario aggiuntivo che, a ben guardare, la DC fu assai pronta a cogliere la palla al balzo e liberarsi da quel rompiscatole moralizzatore - qui però non si tratta di ipotesi, ma di banale constatazione. 

giovedì 8 agosto 2013

I miei insegnanti - La prof. Simona Legree

Uno studente supplica invano la prof. Legree per avere una piccola dilazione per i compiti. 
 Sullo sfondo il cotone, che si sforza di essere il più produttivo possibile nella speranza di evitare le sferzate

Per la legge del contrappasso, dopo il prof. Blasio arrivò la prof. Legree. All'epoca costei faceva ancora le supplenze annuali, ma si era già conquistata una certa reputazione. Neanche a farlo apposta, la sua cattedra era a metà con il blasonato liceo scientifico dove andavano le mie amiche, così potemmo rimbalzarci pettegolezzi e voci di corridoio.
Costei era terribile. Una vera negriera. Avrebbe perfino messo alla frusta i semi del cotone, per farli produrre di più. Ed era strettissima di voti.
Beh, diciamo che non regalava niente. E che si era ritrovata con una classe all'ultimo anno che il grande e leggendario prof. Blasio aveva lasciato nelle secche della letteratura del Seicento. Era una fedele adepta della critica marxista, ma comunque qualsiasi scuola critica dà per scontato che  per studiare l'Ottocento e il Novecento ci voglia una certa consapevolezza di quel che era andato maturando nella seconda metà del Settecento, né le accorte lezioni di storia del prof. Ruf   riuscivano a soccorrerci a tal riguardo, quand'anche avessimo tentato di ascoltarle. Ora che ci penso, nelle prime settimane la Legree tentò effettivamente degli agganci introdotti dalla celebre frase "come avete fatto a storia", ma col  tempo perse l'abitudine e si rassegnò a darci un po' di coordinate storiche che ci permettessero di seguire le sue argomentazioni.

Il primo impatto fu drammatico per tutti. Lei, quando scoprì dove eravamo arrivati col programma, sbiancò e mormorò un flebile "Non è possibile" (e ricordo di averla trovata davvero un po' esagerata, pur comprendendo il suo punto di vista: e la miseria, era un programma di Italiano, non una questione di vita o di morte. Saremmo sopravvissuti tutti quanti, giusto?). 
Noi, alla consegna del primo tema, guardammo con orrore quei voti così mirabilmente bassi, e in molti casi addirittura insufficienti e ci domandammo quale sarebbe stata la nostra infelice sorte (anche lì, forte di un qualcosa intorno al sette che era comunque uno dei cinque voti più alti della classe, ricordo di aver trovato un po' eccessivo il gran lamentare che si faceva intorno a me: e la miseria, un periodo di adattamento ci voleva sempre, al cambio di un insegnante, giusto?).
Quell'anno la classe desiderava assai vibrare e tremare ed entrare in ansia: perché a Giugno ci aspettava nientemeno che la Maturità, terribile mostro a sette teste (che nel caso del liceo classico era una tigre di carta, perché passavano tutti) dove tutti noi saremmo stati impallinati senza pietà come quaglie alla riapertura della caccia. Tragedia, tragedia, terribile tragedia! E in qualche modo la nostra ansia veniva probabilmente anche dalla prof. Legree, vuoi che temesse di non essere all'altezza dell'immane compito di darci una preparazione adeguata, vuoi che, pur essendo un'ottima insegnante, tendesse comunque a drammatizzare un po' le cose.

La frusta schioccò sulle nostre teste e tutti noi chinammo il capo e cominciammo a studiare furiosamente. Appunti, appunti e ancora appunti. Tonnellate di appunti riempirono i nostri quaderni. Dopo un mese eravamo tutti esperti Settecentisti e si partì col programma vero e proprio - un programma un po' aggiornato, perché nel nostro arcaico Salinari mancavano diversi autori a quanto pareva imprescindibili - ad esempio Porta, Baudelaire, Verlaine - nonché testi imprescindibili - ad esempio l'introduzione al Didimo Chierico di Foscolo, che in verità non ci sembrò poi così imperdibile, e quella del Ritratto di Dorian Gray di Wilde, che in effetti mi convinse molto di più. E Germinal, che in molti lessero (ma io no, per una volta: perché avevo già preso in mano una volta un romanzo di Zola, e mi ero resa conto che non era pane per i miei denti). Fotocopie, fotocopie e ancora fotocopie, non solo di testi ma anche di saggi critici. Gramsci a colazione, pranzo e cena. Auerbach, Fubini, Spitzer. L'erlebte rede di Verga, col suo coro di parlanti popolari semireale, l'interpretazione figurale di Dante e l'onnipresente intellettuale organico, che invece di suonare l'organetto alle feste di paese o all'angolo di strada aiutava a prendere coscienza di sé la classe sociale che rappresentava. Croce per diritto e per rovescio (no, non il punto da ricamo, bensì il celebre critico e filosofo) e una barcata di altra gente. Arrivammo a Pirandello, un po' stremati, più dieci canti di Dante spiegati in modo davvero mirabile.

Studiammo tutti, con devozione e con accanimento, in qualche caso (per esempio io, ma non solo) anche con una certa passione. Non ho mai preso molto sul serio la critica letteraria, ma con lei per la prima e unica volta ebbi l'impressione  che forse non era solo un'esasperante serie di seghe mentali, ma poteva perfino servire a capire meglio un testo. La scintilla del Grande Amore comunque non scoccò mai, con nessuno, per quel che ne so.
Era all'apparenza piuttosto fredda, in cattedra - dico all'apparenza perché mi sembra che mettesse molta passione nel suo lavoro: in fondo ci fece un bel po' di ore in più aggratis, e una valanga di interrogazioni fuori classe, né si risparmiò mai in alcun modo; ma in classe, quando c'era lei, la temperatura emotiva era decisamente fredda. Era bassa di voti ed esigente e correttissima come la prof. Della Gherardesca, era elegante come lei, come lei non si allargava e non si intrometteva, ma certo con la prof. Legree non si stabilì mai nemmeno un'ombra di quella confidenza o di quella complicità che in un anno di stretta convivenza sono quasi inevitabili. Ad ogni modo io ne ho conservato un buon ricordo, perché quel che diceva mi interessava, e anche quando non mi interessava mi dava l'impressione che un giorno, in futuro, avrebbe potuto interessarmi e quindi lo ascoltavo comunque con attenzione.

Anche qui c'è un epilogo a sorpresa. Qualche anno fa mi telefonò Sary, annunciandomi che un nostro compagno di classe aveva iscritto sua figlia al nostro liceo, e lo aveva fatto al solo scopo di assicurargli la Legree come insegnante.
"Boh, è una scelta come tante" commentai "Era senz'altro una brava insegnante, però, dopo trent'anni non so se..."
"Sì, ma tu non la odiavi" ribatté Sary "E non cambiavi marciapiede quando la vedevi per non salutarla".
"Non penso proprio che l'avrei fatto" ammisi "Anche se in effetti non l'ho mai incontrata. Ma di sicuro non la odiavo, anzi ne ho un buon ricordo".
"Per l'appunto. Lui invece la odiava".
Il cuore umano è, invero, un curioso guazzabuglio - né, in effetti, il nostro comune compagno di classe ci è mai sembrato una persona particolarmente notevole per buon senso. Ma, se mai qualcuno dei miei alunni mi ha odiato o mi odierà, spero caldamente che si astenga dal mandarmi qualche suo figlio a scuola apposta perché mi abbia per insegnante. Lo troverei piuttosto inquietante, ecco.

lunedì 5 gennaio 2015

I miei secondi dieci libri-cardine


Passati i miei primi dieci libri-cardine ero ormai al primo anno del liceo - e siccome il liceo in questione era un liceo classico, quella che veniva spacciata per "prima liceo" era in realtà il terzo anno delle superiori - dove, nel giro di tre mesi incontrai altri tre cardini delle mie numerose porte.

11) Corso di storia: il medioevo di Giorgio Cracco. Per l'appunto il mio manuale di storia, scelto chissà per quale strano caso dal prof. Ruf. Era un signor manuale, aggiornatissimo per l'epoca, pieno di fatti, di fonti e con un sacco di sfondo, oltre a un infinità disperante di re, di papi, di imperatori e pure di regine. Niente sintesi abborracciate, per Giorgio Cracco, niente salti a canguro, niente buchi nella trama. Quando arrivai all'università, del medioevo sapevo quanto bastava ad orizzontarmi senza difficoltà - ed era tutto merito di quel meraviglioso manuale.

12) I romanzi di Chretien de Troyes. Devo il suggerimento al prof. Blasio. All'epoca questi romanzi erano merce rara - c'era solo una poderosa traduzione di Sansoni in un unico volume, e guarda caso una copia di quel volume era nella biblioteca del mio liceo.  Dopo averli divorati l'amor cortese non ebbe più segreti per me. All'epoca il mio preferito fu Yvain, o il cavaliere del leone, ma mi piacquero alla follia tutti e cinque.

13) La grotta di cristallo di Mary Stewart, racconto dell'infanzia di Merlino che si ferma alla notte del concepimento di Artù - una bella via di mezzo tra romanzo storico e leggendario, dove Artù è posto nel VI secolo. Diciamo che per me fu il primo romanzo "simile a Tolkien" su cui fossi riuscita a mettere le mani, anche se già all'epoca mi rendevo conto che non c'entrava niente con Tolkien né voleva minimamente entrarci.

14) Fonti francescane - un ampio tomo che comprende i pochi scritti di Francesco d'Assisi, Testamento e Regole incluse, e le prime e più famose biografie. Furono il testo su cui preparai il mio primo esame (Storia della Chiesa, su Francesco d'Assisi) - o meglio uno dei testi, perché ce ne fornirono anche altri. Per me rappresentano la scoperta di un personaggio affascinante come Francesco, ma furono anche un introduzione al mondo dell'agiografia e della revisione storica. Spulciandole amorosamente preparai la mia prima relazione (all'epoca non usava parlare di "tesine", almeno a Firenze) sulla  simplicitas francescana.

15) Pietro Abelardo Storia delle mie disgrazie - e naturalmente anche le lettere tra Abelardo e Eloisa. Leggendo non ebbi alcuna difficoltà a capire come mai Eloisa si fosse innamorata pazzamente di costui: il fascino di quell'uomo trapassava le pagine a distanza di nove secoli. Tuttavia, ritengo imperdonabile da parte sua e di Eloisa aver chiamato il loro figlio Astrolabio - povera creatura.
Ai due sventurati amanti devo un trenta e lode all'esame di filosofia medievale - e mai e poi mai avrei sognato di riuscire a prendere il massimo dei voti in una qualsivoglia interrogazione che recasse attaccata la parola filosofia.

16) Pierre de Brantome Le dame galanti il mio primo trattato sull'amore galante del Cinquecento. Purtroppo è rimasto anche l'unico, ma ha lasciato un bel segno. A questo libro devo tra l'altro una delle mie massime preferite "Ve ne sono alcuni che, pur di non stare senza sparlare di qualcuno, sparlerebbero di sé stessi" - senza alcun dubbio una grande verità.

17) Michael Baigent, Richard Leigh, Henry Lincoln Il santo graal libro di storia assai liberamente interpretata, ma che mi schiarì molto le idee non solo sulla questione, invero misteriosa, dell'improvvisa comparsa del Graal nella letteratura medievale, ma anche e soprattutto sui problemi di interpretazione delle fonti storiche.

18) Ivan Morris Il mondo del principe splendente. Il saggio descrive l'epoca hejan giapponese (XI-XII secolo) compresa la grande fioritura di scrittrici specializzate in diari e monogatari. Il monogatari più famoso l'ha scritto tale Murasaki Shikibu e si intitola Storia di Genji, il principe splendente. Non è quel che si dice un racconto breve. 

19) Anne McCaffrey La cerca del weyr, ovvero il primo racconto del ciclo dei dragonieri di Pern. E' stata la mia prima storia di draghi dove i draghi erano buoni e saggi e sviluppavano un profondo legame emotivo con il loro dragoniere... o la loro dragoniera. Perché l'altra particolarità di questo racconto è che la protagonista è una ragazza. Da lì ho preso coscienza di uno dei miei più grandi desideri: cavalcare un drago in combattimento. Nel caso specifico, una draghessa, o meglio una Regina. Secondo l'autrice non è fantasy, bensì fantascienza - c'è di mezzo un pianeta, anzi più di un pianeta, e dei tentativi di invasione... comunque io alla divisione in generi non ci ho mai creduto granché.

20) Rumiko Takahashi Ranma 1/2 avvincente storia di un ragazzo che, a seguito di un incidente in allenamento, si trasforma in ragazza se bagnato dall'acqua fredda e torna ragazzo se bagnato con acqua calda, raccontata a fumetti su svariate migliaia di tavole per complessivi 33 volumetti, è stata per almeno quattro anni la mia lettura preferita.

mercoledì 15 dicembre 2021

Diario di Natale - 13 - Il Natale si addice a re Artù

Yule Stag, di Briar.
Nelle Nebbie di Avalon si ricama molto sul tema del re-cervo, sacro e pure sacrificato.

La lettura più tipica per me durante le vacanze di Natale sin dai tempi del liceo è quella delle storie della Tavola Rotonda. 
Quando ero bambina sulla Tavola Rotonda non si riusciva a trovare niente se non qualche patetico riassuntino - per dirne una credo di aver scoperto l'esistenza di quel personaggio tutt'altro che secondario che si chiama Galvano soltanto al liceo. C'erano i riassuntini per bambini, accuratamente espurgati (te ne accorgevi subito. Perché anche i bambini sapevano come cosa nota che Lancillotto e Ginevra ci avevano una relazione preferenziale di un qualche tipo, di cui il marito di lei Artù era ampiamente a conoscenza) e c'erano quelli per adulti, altrettanto corti ma dove si parlava di Lancillotto e Ginevra più un misterioso Galeotto che non era un carcerato ma che veniva citato nelle note del passo di Dante su Paolo e Francesca.
Qualche film americano, anche. Soprattutto uno, uscito nel 1963 


che non è mai stato tra i miei preferiti ma insomma non credo si possa definire brutto.
(In realtà La spada nella roccia versione Disney è tratto, abbastanza fedelmente, dal romanzo di Whyte Re in eterno che era stato sì stampato negli anni 60, ma, sospetto, solo in edizione sforbiciata e che Mondadori si decise a ripubblicare solo nel 1989, quando ormai mi ero laureata).
Al liceo però il professor Blasio ci accennò ai romanzi della Tavola Rotonda di Chretien di Troyes, che circolavano dagli anni 50 nella collana dei classici Sansoni e che - wow! - erano presenti nella biblioteca del liceo. Due giorni (e no, non era Natale, anche se era comunque inverno) dopo il suo casuale accenno li tenevo in mano e finalmente cominciai a capire qualcosa di quello strano mondo che conoscevo soltanto a piccolissimi spizzichi.
Fu amore a prima vista. Per mia gran fortuna proprio in quegli anni, forse sulla scia del successo che Tolkien cominciava ad avere, forse perché alla fine perfino tra gli editori italiani c'era un po' di vita, cominciarono ad apparire storie sulla Tavola rotonda: rifacimenti moderni, ma anche testi medievali tradotti e talvolta perfino con un pochino di introduzione critica. Pian pianino cominciai a capire di che si trattava, e spesso le letture sono avvenute nelle vacanze di Natale, probabilmente perché era proprio sotto Natale che tutti gli anni veniva pubblicato qualcosa - oppure perché l'ispirazione all'acquisto arrivava sempre per me sotto Natale, vai a capire. Comunque molto spesso a Natale mi ritrovo qualcosa di arturiano in mano, talvolta messo appunto da parte appunto per leggerlo intorno a Natale perché ormai l'imprinting è quello, e forse quell'imprinting mi è stato dato dalla lettura della Grotta di cristallo la notte del 23 Dicembre, a vacanze di Natale appena avviate, cui seguì subito un rifacimento del Malory ad opera di, nientemeno, che Steinbeck - che è assolutamente l'unica cosa che ho letto e probabilmente mai leggerò di costui, che di solito si occupa di temi che mi attirano quanto un leone può essere attratto da un piatto di broccolini lessi fumanti.
Anni dopo, sempre a Natale, arrivò Le Nebbie di Avalon - un libro che ha avuto un'eco straordinaria ma che non mi ha mai convinto molto; però mi venne regalato da una persona molto cara con un bellissimo biglietto di auguri in scrittura gotica. La chiave di lettura, se non ho capito male, era contrapporre la versione tradizionale della storia, narrata dal punto di vista maschile, ad una versione al femminile e pagana dove le vicende venivano gestite da lontano da un gruppo di donne altamente magiche; in pratica una narrazione in chiave femminista della Tavola Rotonda, o così venne interpretata dalla critica. 
Devo ammettere che il senso dell'operazione mi è sempre sfuggito, un po' perché le storie della Tavola Rotonda ai miei pur sensibili occhi non sono mai apparse come maschiliste, ma soprattutto perché la confraternita segreta delle donne magiche perde sistematicamente una battaglia dopo l'altra. Visto che si tratta di una leggenda, e per giunta di una leggenda che è stata raccontata in molti modi diversi, non si poteva far vincere la parte "buona", delle donne pagane, contro quella cattiva e maschilista della Chiesa?
Del resto, anche sulla contrapposizione tra cristianesimo e culti pagani nelle storie di Re Artù mi sembra che ci sia ancora parecchio da indagare, e per giunta senza troppe speranze di venirne a capo. Tanto per cominciare non abbiamo le idee molto chiare su quando è nata la leggenda di re Artù, e forse nemmeno sulla cristianizzazione dell'Inghilterra, che quando venne invasa dai pagani angli e sassoni era cristiana. Il lavoro fu poi rifatto ai tempi di Gregorio Magno perché la zona inglese si era abbastanza dimenticata di essere stata cristiana, ma insomma tutto l'insieme non è proprio tra i più chiari - anche perché per quei secoli si va avanti parecchio a tastoni avendo poche fonti scritte, e per giunta anche quelle poche sono spesso piuttosto misteriose. 
A dire il vero tutto l'impianto della leggenda sembra molto, molto intrecciato tra elementi cristiani, elementi pagani e soprattutto tantissimi elementi altamente efficaci sul piano narrativo, e le teorie che raccontano dell'arrivo di una Chiesa oscurantista che stravolge tutto dando una verniciata cristiana a leggende pagane non mi convince molto - o quanto meno, va pur ammesso che si tratta di una verniciatura dove l'intonacatura era stata preparata con molta, molta cura e che risulta piuttosto impermeabile alle macchie di umidità.

Cos'ha in comune Artù con il Natale?
Parecchie cose. Corre voce che appunto a Natale sia nato; inoltre proprio il giorno di Natale apparve, davanti a una qualche importante chiesa di Londra, una roccia con dentro una spada dove era scritto "Chi mi estrarrà sarà legittimo re d'Inghilterra".
Com'è noto in tanti provarono, nessuno ci riuscì ma qualche anno dopo un ragazzino al seguito come scudiero del fratello, il cavaliere Kay che era venuto a Londra per farsi onore in un torneo, giusto la mattina di Natale si accorse che aveva dimenticato la spada di suo fratello nella locanda, tornò indietro per riprenderla ma la locanda era chiusa perché tutti erano andati a guardare il torneo e allora, girando molto sconsolato per Londra, capitò proprio nella piazza dov'era la spada nella roccia e pensò che in fondo anche quella era una spada e la prese, autoproclamandosi così re d'Inghilterra senza saperlo e senza averne la benché minima intenzione.


Com'è noto, ci furono inizialmente un po' di difficoltà e i vari baroni increduli davanti a quel ragazzino - che poi risultò comunque essere il discendente diretto dell'ultimo re - insistettero per rimettere la spada nella roccia ed estrarla di nuovo, per poi scoprire che l'unico che riusciva ad estrarla era, ahimé, proprio il ragazzino. Dopo parecchi tentativi i baroni si rassegnarono e incoronarono Artù re d'Inghilterra.
Il meno che si possa dire di questa storia è che suona piuttosto strana, a partire dallo scudiero che si dimentica di prendere la spada del cavaliere che assiste.
Ma ancora più strano è un torneo a Natale: se già ascoltare un Messiah di due ore e mezzo in una chiesa, che almeno ci ha un tetto, è una vera prova di carattere, non so immaginare cosa sia starsene tutto il giorno su una gradinata a guardarsi un torneo all'aperto a fine Dicembre. Nel migliore dei casi, il giorno dopo corte e popolo l'avrebbero passata a letto a curarsi il principio di congelamento con tisane e ponci. 
In effetti i tornei li facevano in primavera o all'inizio dell'estate, a quanto ci risulta.
La spada nella roccia estratta a Natale c'entra forse qualcosa col fatto che Carlo Magno venne incoronato imperatore la mattina di Natale?
Vai a sapere, ma è una vita intera che mi domando quanto si sono influenzate e incrociate le leggende dedicate a questi due re (unici sovrani di tutto il medioevo ad avere cicli cavallereschi a loro dedicati) dei quali solo uno è sicuramente esistito ma ha fatto comunque cose diversissime da quelle che vengono narrate su di lui nella leggenda.

Ad ogni modo, dopo sì natalizio avvio, ci si aspetterebbe che alla corte di Artù tutti gli anni il Natale venisse festeggiato in modo sontuoso e desse inizio alle più strabilianti avventure; ma al contrario non ricordo una sola storia della Tavola Rotonda legata al Natale. Non si pretende di vedere Lancillotto che appende le mele e le candeline mentre Galvano gli regge la scala, ma almeno qualche vago accenno ci potrebbe stare.
Invece no, le avventure cominciano sempre a Pasqua, il primo giorno di Primavera o addirittura a Pentecoste.

Comunque io leggo queste storie soprattutto nel periodo di Natale, e sempre con grande soddisfazione, anche e soprattutto perché sono un vero concentrato di tutto quel che mi piace in una lettura: le leggende, prima di tutto, e particolarmente a sfondo magico; poi anche le storie legate al destino e alla predestinazione. Inoltre prediligo in altissimo grado le storie d'amore, e in modo particolare quelle che vanno a finire bene e mi piace molto anche lo scenario medievale delle storie d'avventura, con tutte le descrizioni di armi magiche, armature magiche, castelli magici, fontane e boschi magici eccetera eccetera.
Naturalmente tutto questo mi piace in ogni stagione dell'anno. Resta il fatto che le storie arturiane mi scivolano tra le mani soprattutto nel periodo natalizio, magari con libri che stavano ad aspettare buoni buoni nel loro cantuccio da mesi se non da anni.

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venerdì 11 gennaio 2019

Letteratura al maschile e letteratura al femminile

Le tre sorelle Brontë, dipinte dal fratello Patrick. 
Il ritratto, molto più malridotto di come appaia qui, si trova alla National Portrait Gallery - un piccolo quadretto smiciato che lascia l'impressione di una forza davvero potente. 
Nell'ultimo anno nei circuiti letterari si è andato diffondendo un curioso tema di discussione: davanti  ai meccanismi editoriali le donne risultano svantaggiate?
Murasaki Nel Paese Delle Meraviglie è rimasta abbastanza perplessa davanti a questo Grande Interrogativo perché è una figlia dei tardi anni 70, un periodo in cui le donne andavano assai di moda o almeno così sembrava. D'altra parte, se J.K. Rowling in persona (e non certo solo lei) ha preferito dare al suo nome come autrice una sorta di neutralità, evitando di indicare i suoi due nomi e limitandosi alle iniziali, qualcosa di vero potrebbe anche esserci.
E invero le statistiche non sembrano lasciare dubbi: rispetto agli uomini le donne sono meno pubblicate, meno lette e anche meno considerate come scrittrici anche dalle donne stesse (che, com'è noto, sono la maggioranza delle persone che leggono). In rete è circolata la domanda Nella tua libreria ci sono più libri scritti da uomini o da donne? e la risposta in molti casi sembra sia che gli autori maschi prevalgono alla grande.
Ho scrutato molte volte la mia personale libreria, senza peraltro nessuna voglia di mettermi a fare un conto preciso ché mi sta troppa fatica - senza contare che andrebbe ben considerato come la mia libreria contenga solo una parte dei libri che lo letto (biblioteche, prestiti di amici e una cospicua libreria di famiglia assai ben fornita han fatto il resto) e a quel punto il conto diventa decisamente difficile.
Tuttavia, nonostante la massiccia presenza di Agatha Christie e di Marion Zimmer Bradley* e di alcune  ottime mangaka temo proprio che i libri negli scaffali di casa mia siano in buona parte al maschile - cosa del tutto inevitabile in una biblioteca formata in gran parte di "classici" (chiamo classico qualsiasi libro abbia più di una quarantina di anni, indipendentemente dal valore letterario); anche perché, fino a buona parte del XVIII secolo le scrittrici del canone europeo si contano abbastanza facilmente**: per la letteratura greca abbiamo Saffo e una manciatina di signore che ci  han lasciato qualche citazione indiretta, come Anite di Tegea; per quella latina abbiamo tal Sulpicia che ci ha lasciato un pingue corpus di ben cinque brevi scritti finiti nel canone di Tibullo e  che forse non sono nemmeno suoi. Per il mio amato medioevo non siamo messi molto meglio, anche se le poche autrici si segnalano se non altro per una certa varietà di temi (Dhuoda scrisse un manuale di educazione per suo figlio, Rosvita, badessa assai colta, scrisse drammi edificanti che le sue monache potevano recitare, Trotula ci ha lasciato un bel trattato di medicina, Eloisa segue il filone autobiografico e introspettivo oltre che monastico, Ildegarda di Bingen si occupò di mistica, minerali, medicina, musica e teologia, Maria di Francia scrisse poesie che narravano storie cavalleresche e d'amore in francese, Caterina da Siena teologa e oggi patrona d'Italia nonché dottore della Chiesa, ci ha lasciato un corpus davvero vasto e Christine de Pizan scrisse di soprattutto di storia e filosofia. Qualcosina arriva col rinascimento italiano, con una fioritura di poetesse italiane che comprende anche Gaspara Stampa e Vittoria Colonna, e nel Seicento dalla Francia con i grandi epistolari *** e soprattutto con Madame de La Fayette, considerata dalla critica l'inventrice del romanzo moderno francese (o anche occidentale, dipende).
Nel Settecento la situazione cambia, perché è arrivata quella benemerita invenzione che si chiama appunto romanzo, e lí fin dall'inizio le donne hanno dato un consistente apporto, soprattutto nella letteratura inglese. 
Quanto ai pregiudizi verso le femmine scrittrici, almeno da parte dei critici maschi, moltissimo ci sarebbe da dire anche per il presente (se andate a leggervi un po' di cosiddetti Commenti Autorevoli su Elena Ferrante e la sua quadrilogia avrete un interessante spaccato in materia) ma posso assicurare che anche in passato alle donne scrittrici non è stato fatto mancare niente.
Il primo sospetto in materia lo ebbi quando, al liceo, studiavo letteratura italiana. D'accordo, il professor Blasio nemmeno ci accennò all'esistenza di poetesse rinascimentali, ma quell'anno facemmo un programma veramente ridotto ai minimi termini, e d'altronde a suo tempo aveva risolto Boccaccio con una lezione una. Ma mi colpí il manuale di letteratura di Salinari, che invece  alle potesse del Cinquecento accennava quanto bastava per spiegare che non erano nulla di che: troppo emotive e troppo prese dal sentimento (e troppo poco letterarie?). Io lessi e rilessi l'unica citazione che si degnava di fare di Gaspara Stampa
"Arsi, piansi, cantai; piango, ardo e canto; 
piangerò, arderò, canterò sempre 
(fin che Morte o Fortuna o tempo stempre 
a l'ingegno, occhi e cor, stil, foco e pianto) 
la bellezza, il valor e 'l senno a canto
che 'n vaghe, sagge ed onorate tempre 
Amor, natura e studio par che tempre  
nel volto, petto e cor del lume santo...“ 
Gaspara Stampa, 26. XXVI. 
e la trovai molto bella, mentre gli altri poeti del Cinquecento, quando non scrivevano poemi epici, mi lasciavano piuttosto freddina.
Più amara fu la sorpresa quando una cara amica che si laureava in inglese mi prestò la storia della letteratura di David Daiches e scoprii quanto poco spazio dedicava a quelli che, a mio avviso, erano senza dubbio i meglio pezzi dopo Shakespeare: Jane Austen e le sorelle Brontë, e quante banalità sciorinasse per la circostanza. Un po' meno mi sorpresero le discussioni sugli scritti di Eloisa, e su "quale uomo fosse nascosto dietro quel nome". Solo a un certo punto della mia vita mi resi conto che, essendo abituata a leggere soprattutto critica letteraria (e sociologia) scritta da donne negli anni più caldi del femminismo, arrivavo in un certo modo impreparata all'impatto col mondo accademico che era soprattutto maschile.

Perché il punto è proprio questo: di tendenza leggo mooolto più volentieri libri scritti da donne, e per quanto ricordo è sempre stato così. In qualche modo trovo che il loro punto di vista sia più morbido, più interessante, più sfaccettato e più recettivo verso le cose che effettivamente sono importanti, e a questo punto non saprei dire se si tratta di un pregiudizio o di una effettiva risonanza col mio modo di essere - sta di fatto che, classici a parte che in qualche modo sono usciti dal vaglio di una dura selezione, di tendenza i romanzi scritti da uomini quasi sempre mi annoiano un po' (con le dovute eccezioni, si capisce). 


Tutto questo per spiegare che quando Lurkerella ha esortato Pensierini a leggersi Anne Brontë l'ho presa per una richiesta rivolta a me di segnalarli nel Venerdì del Libro e, come una tigre che visto un bel filetto di chianina decide di farsi anche il controfiletto, la noce e lo scannello pappandoseli in tre bocconi con gran gusto, ho prontamente deciso, finiti di presentare i sei romanzi di Jane Austen, di dedicarmi a tutti i romanzi delle sorelle Brontë nonché alla biografia di Charlotte Bronte scritta da Elizabeth Gaskell, a qualcosina di George Eliot (così magari è la volta che finalmente mi leggo il Mulino sulla Floss invece di limitarmi a rileggere Middlemarch) e forse perfino a qualcosina di Virginia Woolf. Con i miei tempi, naturalmente. Il tutto al grido di "ogni scusa è buona per rileggere certi romanzi".


Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro a tutti felici letture degli autori ogni sesso.


*la cui influenza su di me appare piuttosto sovradimensionata dal formato dei volumi, a dire il vero, ma insomma l'ho letta quasi tutta
** sotto questo aspetto han fatto assai meglio in Giappone, dove la letteratura giapponese segnala nomi assai importanti ben prima della mia illustre omonima. Quanto alla tradizione araba, indiana e cinese, confesso la mia totale ignoranza in materia ma se mi fosse capitato per le mani qualche antico testo arabo o cinese scritto da una signora araba, indiana o cinese sono sicura che avrei cercato di procurarmelo, sia pure in prestito. Se però quaggiù non ce ne siano perché non ce ne sono punto e basta, oppure se sia per colpa dell'insipienza degli editori italiani davvero non saprei dire. Si accettano con gioia chiarimenti e segnalazioni.
***Ne approfitto per mandare un particolare vaffanculo agli editori che non si sono ancora degnati di tradurre l'epistolario di Madame de Sevigné. 

venerdì 26 giugno 2015

Diario di una Sissina - 2 - Come fu che affrontai il test di ammissione (unplugged)


(Seconda e ultima parte delle mie memorie da Sissina scritte 12 anni fa, in cui racconto di come fu che arrivai sesta o settima al test di ammissione su oltre quattrocento concorrenti, e giusto dopo che il viscidissimo somministratore del test ci aveva spiegato che i voti più alti li prendevano sempre i classicisti. Tiè)


Com'è noto, la SSIS è a numero chiuso. Questo vuol dire che ogni anno il Ministero dell'Istruzione decide quanti posti autorizzare per ogni classe di concorso per ogni regione, in base alle necessità del personale insegnante della regione in questione.
Tradotto in italiano: ogni anno le università pestano i piedi per avere un tot di mucche da mungere e ogni anno ne ottengono in quantità esorbitante e del tutto sproporzionata al più elementare buon senso. E infatti in Toscana, dove le abilitazioni per le materie letterarie sono in tal sovrannumero da garantire agevolmente rincalzi per i prossimi 15 anni come minimo, abbiamo l'assurda disponibilità di... 280 posti per la 43/50, 51 e 52. Roba da denuncia per atti osceni in luogo pubblico, se non fosse che qualsiasi esibizionista si sdegnerebbe del paragone e giustamente farebbe ricorso contro un paragone sì offensivo e lesivo della sua dignità (vincendolo di sicuro). 

Ad ogni modo, in quel luminoso mattino del 24 Settembre, al Palasport di Pisa siamo quattrocento e qualcosa, e qualcuno è pure spaventato e continua ansiosamente a ripassare libri e appunti.
Non io, che ho scorso le prove degli anni precedenti - una sfilarata di quiz a riposta chiusa improntati al più folle e specialistico nozionismo. Passare una prova del genere potrebbe forse essere iscritto a mio merito, ma non passarla non potrebbe in alcun modo essere titolo di biasimo: è noto che nelle estrazioni del Lotto può andarte bene o male, a seconda del caso. Diventa anche inutile prepararsi, al di là forse di qualche esercizio spirituale di concentrazione e della solita tavoletta di cioccolato che da sempre accompagna i miei esami, secondo una  tradizione familiare avviata da mia nonna.

L'organizzazione non è proprio entusiasmante, ma nemmeno malvagissima. Quello che invece è del tutto insopportabile è il viscidissimo commissario che ci fa il sermone introduttivo - uno di quegli esseri che riuscirebbero a pietrificare un basilisco con lo sguardo, per intendersi. Viscidamente, e con tono di gran superiorità, ci spiega il meccanismo: prima un test di 20 domande di area generale, poi uno di 30 per la 43/50, un altro per la 51 e un quarto per la 52. Non è un test fatto per selezionare chi già sa tutto, proclama, bensì per controllare quanto in realtà sappiamo - perché in effetti nei tre anni precedenti non si è mai dato il caso di qualcuno che abbia risposto esattamente a tutte le domande (e dopo averle viste, le domande, non ho nessuna difficolta' a credergli). Assai viscidamente ci esorta poi a non copiare - una raccomandazione magari obbligatoria ma, credetemi, ci sono tanti modi per farla, e il tono che ha usato lui sarebbe stato insopportabile anche rivolto a un congresso di copisti.

Conclusa la predica si degnano alfine di distribuire i moduli per la prova di indirizzo e ci fanno cominciare.
Risolvo facilmente i primi tre quiz su Dante, grazie all'esame di Filologia dantesca dove portavo la cantica del Purgatorio. Quanto a Farinata degli Uberti, è un brano che a scuola fanno quasi sempre e possiamo darla come domanda ragionevole.
Quasi sempre a scuola viene fatta anche la novella di Federigo degli Alberighi, per cui con un po' di ragionamento è facile decidere a quale giornata appartiene. Il finale della Mandragola è abbastanza conosciuto, anche da chi non l'ha mandata praticamente a memoria come me al liceo, quando il professor Blasio buonanima ci ha praticamente costretto a recitargliela a fine anno.
Si passa a Leopardi, Canto notturno del pastore errante, ovvero una delle mie poesie preferite - dove fraintendo la domanda e sbaglio platealmente la risposta: "covile o cuna" si riferisce a uomini e animali, certo; disgraziatamente, all'epoca una grande quantità di uomini nasceva in posti assai simili a covili, e probabilmente questo mi ha fatto confondere.
Sempre Leopardi: che cosa caratterizza la struttura metrica della canzone libera? Non ne ho la benché minima idea e mi rifiuto di tentare di rispondere, anche se la penalità per le risposte sbagliate e' solo O,30 punti.
Si passa a Pirandello, prima indicando quale opera di un gruppo citato non è teatrale (dopo un certo lavorio basato principalmente su brandelli di scampoli di vecchi ricordi televisivi, indico I vecchi e i giovani), poi scegliendo una risposta sul metateatro (e lì non ci sono problemi) e infine con la folle richiesta di indicare che cosa significa una determinata battura da Sei personaggi. Dopo averci pensato e ripensato scelgo una delle traduzioni, senza molta convinzione; ma in cuor mio disapprovo moltissimo, perché secondo me nessuno, nemmeno l'autore, è mai veramente sicuro del motivo per cui un dato personaggio dice o fa questo e quest'altro, men che meno con Pirandello.
Salto anche la domanda sul potere decisionale a Sparta, pur sentendomi molto in colpa perchè è la classica domanda che avrei dovuto sapere.
Mi si chiede poi "chi ha descritto la storia della lunga e pericolosa ritirata di un corpo di mercenari greci attraverso l'Asia Minore" e qui resto perplessa; non sulla risposta, che per chi ha fatto il liceo classico o letteratura greca è di una facilità disarmante (Senofonte, nell'Anabasi), ma proprio sulla domanda in sé, che per l'appunto, per chi non ha fatto il classico o letteratura greca è piuttosto difficile, non essendo né l'autore né l'opera particolarmente noti al di fuori del ristretto mondo che fa o corregge versioni. Eppure siamo nella "prova di indirizzo", non nei quiz per la 52.
Scazzo platealmente la domanda sull'Epiro, che colloco in Asia Minore con grande convinzione, ma stabilisco senza difficoltà che la cittadinanza romana per gli italici arriva dopo la guerra sociale.
Il tumulto dei Ciompi e le funzioni del podestà nei comuni non mi creano problemi, grazie alla Storia delle Istituzioni che ho studiato per il diploma di archivistica (diploma che non mi ha mai dato nemmeno un punto nelle graduatorie permanenti, ma che mi è stato utilissimo una volta salita in cattedra); sospetto però che per molti siano state domande piuttosto insidiose.
Invece per tutti noi è stato senz'altro facilissimo rispondere che il fiorino veniva coniato a Firenze, visto che siamo in Toscana e ogni gioielleria espone in vetrina orecchini, collane e bracciali composti con riproduzioni di tal nobile moneta.
Con mia grande indignazione sbaglio platealmente le due domande di storia medievale: prima trasformando le regalie assegnate a Federico I dalla Dieta di Roncaglia da pedaggi in tasse versate dai comuni al momento dell'incoronazione dell'imperatore (per scoprire l'errore non mi basta però controllare sul mio amatissimo e particolareggiatissmo manuale del Cracco, dove di regalie manco si parla, ma dovrò andarmi a spulciare una biografia specifica sul Barbarossa: infatti le regalie sono tornate di moda nei manuali solo negli ultimi anni); faccio arrivare i primi normanni in Italia al seguito di Carlo d'Angiò, ovvero dopo la loro istessa medesima dominazione, e non al servizio dei duchi longobardi. Fatto da me è un errore da frustarmi per una notte intera, ma per chi non ha una formazione medievistica mi sembra una domanda difficilotta.
La più dura a scorticare è la coda, si sa, e infatti la ventesima domanda presenta tratti di perfidia veramente notevoli.
"Qual è l'intruso?" si domanda. Dobbiamo scegliere tra agostiniani, gesuiti, somaschi, barnabiti e teatini.
A quanto scopro tutti indicano come un sol uomo i teatini "che non sono un ordine religioso". Per l'appunto io so benissimo che sono un ordine religioso (mi ha molto colpito, quando preparavo storia moderna, il fatto che i teatini nuovoraccoltini fossero nati praticamente insieme ai cappuccini), e quindi indico come intruso... i somaschi, che tutti tranne me sanno aver educato il giovane Manzoni.
E dunque qual è l'intruso? Immagino si tratti degli agostiniani, che sono un ordine religioso come tutti gli altri, ma molto precedente alla controriforma. Vista però la mia innegabile e annosa competenza in ordini monastici e religiosi, confraternite e penitenti vari, mi sento di affermare che una domanda su questi argomenti cui nemmeno io riesco a rispondere esattamente è una domanda assurda per definizione.

Dunque, nella parte "generale" c'erano i teatini, le regalie di Federico Barbarossa, l'Anabasi di Senofonte e l'improbabile significato di una battuta teatrale di Pirandello.
Le domande specifiche, nel loro genere, erano ancora più pazze. L'imopressione era che per ogni materia qualcuno si fosse scervellato per partorire i quiz più specifici e micragnosi che riusciva a trovare; per fortuna avevo la cioccolata, che si è rivelata di grande aiuto.

Avendo letto Cappa e spada da bambina so benissimo che la notte di San Bartolomeo non è una strage di cattolici belgi ad opera di truppe olandesi, ma quando si arriva ad una esatta definizione dei giannizzeri toppo platealmente, e dopo aver escluso che si trattasse di guerrieri giapponesi o di guardie del corpo dell'epoca Ming, escludo anche (sbagliando) che si tratti di cavalleggeri balcanici. Ammetto però di averla trovata una domanda un po' perfiduccia.
Grazie alla ricerca fatta in terza media sulla rivoluzione russa riesco a non confondere un kolchoz con un kibbutz, e a riconoscerla invece come una piccola azienda agraria privata dei tempi di Lenin. Intuisco anche che "la grande depressione" non è una nevrosi studiata da Freud, bensì la crisi del '29 (qualcuno però sostiene trattarsi invece della stagnazione economica europea della fine del XIX secolo); riconosco anche senza difficoltà che la Comune di Parigi non e' un avvenimento verificatosi nel 1861, mentre non provo nemmeno a indovinare l'autore della normativa su cui su basa la scuola pubblica nell'Italia liberale (per molti, scopro poi, era una domanda facilissima).
Nessun problema nemmeno per la data della conquista della Libia, basta ricordare che c'era già ai tempi del fascismo, ma non da molto. Ancor meno difficile indicare Kennedy come presidente USA ai tempi della crisi cubana, anche perchè la domanda era già stata fatta l'anno scorso e pure due anni prima e quindi se ancora non l'abbiamo imparato vuol dire che siamo proprio duri. L'anno del primo governo di centro-sinistra in Italia mi sembra già una domanda un po' spinosa per chi non era adulto in quegli anni, ma azzardo un 1962 che poi si rivelerà giusto. Azzecco l'autore de La crisi dell'aristocrazia in base ad un fine ragionamento del tipo "Marc Bloch no perché il suo libro più famoso è sulla società feudale, Lawrence Stone nemmeno perché è inglese e in Inghilterra l'aristocrazia non è mai andata granchè in crisi"; ed ecco che storia è finita e siamo a letteratura, dove si comincia con la scelta tra quattro diverse parafrasi di una canzone di Dante: parte così un giochino di raffronti incrociati che mi ricorda moltissimo il "Che cosa manca?" della Settimana Enigmistica. 
Seguono quattro schede critiche del Canzoniere di Petrarca, molto simili tra loro, tra cui dobbiamo scegliere quella giusta, sempre con un metodo di selezione da Settimana Enigmistica. Faccio un pallido tentativo, poi la pianto lì perche' del Canzoniere di Petrarca so veramente poco e proprio non saprei dire se contiene odicine anacreontiche o se il codice Vaticano Latino 3196 è un manoscritto importante per i petrarchisti. Immagino che il mio amico che ha fatto una tesi e un dottorato di ricerca su Petrarca, e pure pubblicato qualche edizione delle sue opere per la Lorenzo Valla, ne sarebbe venuto facilmente a capo; peccato averlo perso di vista ormai da anni.
Abbiamo poi una lunga citazione in versi di Leopardi, di cui dobbiamo dare il titolo (e sbagliando lo attribuisco a Sopra il monumento di Dante, invece che Alla Primavera. Comprensibile, visto che non ho mai letto né l'una né l'altra, né ho mai provato la sia pur minima tentazione a farlo).
Riconosco invece che Nevicata di Giosuè Carducci è scritta in distici elegiaci  e non in strofe alcaica o archilochea - ma non è stato un grosso sforzo, dal momento che il distico elegiaco è praticamente l'unico metro che ho imparato in cinque anni di liceo classico, e l'ho imparato proprio perché si riconosce bene.

Seguono alcuni gruppi di testi che dobbiamo attribuire alla giusta sequenza di autori. Sembra difficile, ma con l'aiuto di un po' di fortuna non lo è poi molto, perché se per avventura si riesce a riconoscere con sicurezza un testo/autore, basta indicare poi la sequenza che dà quel testo/autore al posto giusto. Per esempio, una volta stabilito che ragionevolmente Pietro Bembo era l'unico che poteva indicare come modelli di lingua italiana Boccaccio per la prosa e Petrarca per la poesia, e ben difficilmente avrebbe parlato di come usare i prosatori del '600 o usato espressioni come "strumento linguistico unificato", i brani di Ascoli, Giordano e Manzoni vanno a posto da soli. Oppure, una volta stabilito che "Quand'io di carne a spirto era salita / e bellezza e virtù cresciuta m'era" è chiaramente un passo di Dante, sia perché ha un suono molto dantesco, sia perché riconosci il brano, isolare Pasolini non è poi una grande impresa anche se di Pasolini hai letto a malapena i titoli delle opere.
Il giochino viene proposto anche con la prosa. Siccome il primo passo inizia con "Il tempo di cui parlo fu per noi tedeschi l'epoca del crollo dello Stato" e guarda caso uno degli autori è Thomas Mann con il Doctor Faustus, una totale e felice ignoranza nelle letture di Gadda, Calvino, Pavese e soprattutto Fenoglio non impedisce in alcun modo di maritare autore e brani.
Dicevo della mia completa ignoranza di Pavese. Non ho mai letto niente di niente di lui. Allora, come ho fatto a riconoscere La luna e i falò dal riassunto? Forse perché si parla di ritorno al paese e di Resistenza e riaffiorano vecchie larve di ombre di ricordi di chiacchiere di quarta mano, ascoltate distrattamente chissà quando e chissà dove.
Con la stessa trance ispirata, pur non avendo mai letto quasi niente di D'Annunzio, quando mi informano che "il protagonista non riesce a dimenticarla, tanto da invocarne il nome mentre fa l'amore con la nuova amante" segno con serena certezza Il piacere e passo oltre.
Insomma, ho riconosciuto d'istinto due trame di libri che non ho letto, che ho sempre scansato, per giunta scritti da autori che conosco pochissimo e ho sempre evitato con ogni cura in virtù di un antipatia fortissima quanto irragionevole. Ma queste due risposte esatte cosa dimostrano?
Francamente non saprei. Sono prontissima a dichiararmi molto, molto ignorante nella letteratura italiana moderna e contemporanea. Mai letta e mai studiata, a scuola non si faceva ai miei tempi, e certo dopo non ho mosso un dito per colmare tale lacuna. La zona tra Boito e Tomasi di Lampedusa per me è nera, vuota e del tutto priva di interesse.

Riesco poi a riconoscere che una poesia di Saba scritta tutta di seguito è in endecasillabi, sempre in virtù della stessa Ispirazione Celeste, e infine vengo a capo facilmente di una domanda particolarmente insidiosa su un espressione usata da Boccaccio nella novella di madonna Oretta - ma questo non è affatto strano, perché il Decameron l'ho letto almeno tre volte, sempre con grande entusiasmo.

Arriviamo alla geografia, dove la mia ignoranza è tanta e tale che dovrebbero farmi solo per quella una SSIS di quattro anni come minimo. Una almeno la azzecco, riconoscendo che il centro organizzatore di una regione si chiama capoluogo e non polo (almeno spero che sia la risposta giusta). Non riconosco invece quale regione si localizza a occidente di Napoli. Azzecco con un po' di ragionamento cos'è un conoide di deiezione, ma quando mi chiedono come scegliere l'area appetibile per un'industria sulla base della teoria della localizzazione industriale di Weber non provo nemmeno a rispondere: non ho la benché minima idea di chi sia Weber, e nemmeno sotto minaccia di morte saprei dire alcunché sulle sue teorie.
L'ultima domanda chiede di individuare il paese con il più elevato tasso di incremento demografico, e anche lì mi areno: chiaro che non è l'Italia, probabilmente nemmeno la Cina, dove le politiche di decremento sono state molto rigorose; probabilmente non è nemmeno la Russia, dove sono troppo confusi e sfigati per azzarsarsi a far molti figli. Quanto all'Afghanista e all'Albania... boh?
Piazzo comunque una qualche risposta, consegno e torno a casa chiacchierando piacevolmente con un po' di colleghi. E chiacchierando scopro, con un certo divertimento, che Il piacere di D'Annunzio lo hanno riconosciuto in pochi.