Il mio blog preferito

sabato 10 dicembre 2016

#ioleggoperché: niente di meglio di un Buon Classico

Gatti e lettura: un rapporto talvolta controverso

Il 15 Novembre sono apparsi i numeri definitivi dell'operazione di #ioleggoperché dedicata alle biblioteche scolastiche: nulla di travolgente ma certo molto meglio di quanto sembrava nel primo post che gli avevo dedicato.
Nel frattempo c'è stato qualche sviluppo per St. Mary Mead, che fa tornare in mente l'antico detto vichingo che esorta a non dire male di una giornata finché non è conclusa.
Infatti un bel giorno nella mia casella postale apparve una mail dalla Feltrinelli RED di Firenze (una delle librerie con cui avevo gemellato la scuola), che mi chiedeva di andare a ritirare i libri che erano stati acquistati per noi.
Inizialmente rimasi sorpresa, poi ricordai che la stessa organizzatissima Feltrinelli RED aveva a suo tempo mandato una circolare a tutti noi solerti bibliotecari spiegandoci come aveva organizzato tutto l'evento, preparando tra l'altro una rastrelliera con i libri più richiesti dalle scuole*. Mi dissi quindi che parimenti dovevano avere mandato una circolare a tutti indistintamente perché passassero a ritirare i loro libri.
Invece, quando passai da loro la settimana seguente, scoprii con mia infinita sorpresa che ben quattro famiglie di St. Mary Mead erano andate a prendere un libro ciascuna per la nostra biblioteca. Guardando con attenzione piazza della Repubblica dov'è la Feltrinelli RED,  che in questi ultimi anni è molto cambiata, mi è venuto spontaneo considerare che un giro di compere a Firenze può portare molto facilmente fin là e che dunque non era così strano che da St. Mary Mead avessero preferito quella alla paciosa libreria di Lungacque.
#ioleggoperché li aveva forniti di un adesivo enorme su cui scrivere qualche considerazione sulla lettura, e tre di loro l'avevano usato, coprendo con ciò una buona metà della quarta di copertina. A nessuno di loro comunque era venuto in mente di firmare anche col cognome, così i libri adesso risultano inventariati come "dono di #ioleggoperché", il che un po' mi secca ma non sapevo come altro fare.

Ma veniamo al dunque. Cosa hanno comprato questi generosi donatori?
Ho aperto la borsa di carta di Feltrinelli e in cuor mio ho smoccolato alquanto:
* Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne
* Il gran sole di Hiroshima di Karl Bruckner
* Il giardino segreto di Frances Burnett
* Bar Sport di Stefano Benni
Ventunesimo secolo, non pervenuto.
In pratica, quattro classici, due dell'Ottocento e due del Novecento.

Forse che ho qualcosa contro i classici?
No: Il giardino segreto è sempre stato uno dei miei romanzi preferiti e Il gran sole di Hiroshima ha illuminato e anche istruito la mia infanzia.
Di Verne per la verità non ho mai letto nulla, anche se questa potrebbe essere un occasione per rimediare; e Bar Sport non mi è piaciuto - ma immagino sia un limite mio, perché molti lo trovano assai divertente**. Se non altro però Bar Sport costituiva una novità per la nostra biblioteca, perché è l'unico dei quattro che non avevamo già.
Perché proprio questo è uno dei problemi con i classici per ragazzi dell'Ottocento: è facilissimo trovarli in regalo, e infatti ne abbiamo una discreta quantità, in ottimo stato e in belle edizioni complete e ben rilegate. Addirittura di alcuni titoli ho copie in ottimo stato non catalogate perché già disponevamo di due esemplari, e cominciamo ad avere problemi di spazio. Ma è rarissimo che qualcuno li prenda in prestito.
Perché questo è il secondo problema con i classici dell'Ottocento: ai ragazzi non interessano se non (a volte) dopo paziente e accorta attività dell'insegnante che li indirizza abilmente.

Il canone cambia col passare del tempo. Fa parte dei fatti della vita. 
Al momento le nuove generazioni si ingegnano quanto possono di scansare i classici dell'Ottocento - sì, proprio quelli con cui noi amanti della letteratura siamo cresciuti. Al più ne leggono uno ogni tanto a titolo di curiosità. Ma scordarsi di vederli scalpitare intorno agli scaffali di Stevenson, Twain e Malot.
So che questo causa grande dispiacere agli adulti. Non a me, che lo trovo l'evoluzione dei gusti un segno di vitalità culturale e che sostengo che il cliente ha sempre ragione. Non credo ai libri indispensabili (probabilmente non è del tutto indispensabile nemmeno Shakespeare), e forse non credo nemmeno all'indispensabilità dei libri; credo invece fermamente ai libri che piacciono.

In realtà, come ho poi scoperto in biblioteca, in questo caso ha avuto ragione anche il cliente-genitore: perché della Burnett avevamo sì due belle copie in ottima edizione del Piccolo Lord, ma solo un esemplare molto gualcito del Giardino Segreto, per giunta in edizione scolastica e piena di insulsi esercizi, e altrettanto dicasi per Il gran sole di Hiroshima (che comunque quasi tutti hanno già letto alle elementari), e anche Ventimila Leghe sotto i mari c'era, sì, ma era un edizione ridotta e che per giunta stava cadendo a pezzi. Adesso abbiamo delle belle copie nuove e croccanti, che resteranno probabilmente tali ancora a lungo (ma va detto che il Giardino Segreto, oltre che un classico per le vecchie generazioni è anche piuttosto gradito dalle nuove).

In cuor mio però alberga una certa perplessità: i nostri bravi quattro genitori sono venuti decisi ad acquistare quei libri, o hanno preso qualcosa dalla rastrelliera dedicata a #ioleggoperché?
E in quel caso, che gioco hanno giocato alla Feltrinelli RED? Possibile che l'unica biblioteca scolastica del granducato fornita di una ricca sezione di classici sia proprio quella di St. Mary Mead, e che tutte le altre implorassero per avere le ventimila leghe sotto i mari e il giardino segreto, di cui sarebbero altrimenti state sprovviste?
Probabilmente lo scopriremo vivendo.
Intanto resta in sospeso la questione del raddoppio, che ci dicono scatterà in Febbraio. Forse.

*sì, avevano chiesto una lista di desiderata. No, non l'avevo mandata perché ero convinta che da loro non sarebbe andato alcun genitore. Capita di sbagliare per eccesso di preveggenza (o, più esattamente, di stupidità)
**No, Benni mi piace molto, almeno quel che ho letto. Tranne Bar Sport, che mi ha annoiato a morte. Capita.

giovedì 8 dicembre 2016

Il Vero Insegnante Non Teme il Ridicolo - 7 - Nemmeno nella vita privata (ghirlande o morte!)


Ecco, nelle intenzioni una roba così. All'incirca. Più o meno.

Ognuno ha i suoi scopi nella vita, e da qualche anno uno dei miei era di farmi una corona dell'Avvento.
Si tratta di un bell'oggetto a forma circolare composto di vegetazione invernale con quattro candele, tre viola e una rosa. Così mi ha insegnato Mel, che ne fa di molto belle.
Ne esistono di vari tipi, e in realtà le candele, specie per chi non alberga nel suo cuore pensieri liturgici o religiosi, possono essere di tutti i colori, per esempio rosse e verdi, azzurre o come meglio si preferisce. Io, comunque, mi ero incaponita per farne una di tipo liturgico perché il viola sotto Natale è un colore che mi ispira molto.
L'anno scorso è stato un Natale molto avventuroso con tutte le grane collegate al trasloco, e insomma non era tempo di altre corone che di spine; e dunque non ci ho nemmeno provato.
Quest'anno invece sono partita dalla prima tappa, che è stata procurarmi quattro belle candele viola e rosa in diverse sfumature, e grazie all'Ikea ci sono riuscita senza difficoltà.
Sull'intrecciare corone non c'era nemmeno da provarci, però potevo comunque procurarmi un po' di vegetazione invernale, ovvero abete e agrifoglio, per decorare il vassoio.
A tal scopo, andando a mensa con i ragazzi, avevo adocchiato un bell'abete rosso e un nobile agrifoglio sul retro della scuola. Ma, certo, non potevo mettermi nell'intervallo della mensa a sforbiciare alberi - in primis perché non sarebbe stato motivo di decoro da parte mia, et in secundis perché entrambi gli alberi erano sulla stradina percorsa per andare a mensa, e all'andata i ragazzi hanno fame e io pure, e dunque abbiamo tutti fretta di raggiungere la mensa, e al ritorno i ragazzi vogliono raggiungere l'agognato cortile dove giocare a palla e io magari lo desidero con meno intensità, ma insomma in quel momento mi pagano per sorvegliarli e non per darmi allo scempio della pubblica vegetazione. 
D'altra parte già sapevo che ai primi di Dicembre, nel pieno del ponte elettorale, mi attendeva al varco una riunione sull'avvincente tema delle prove Invalsi.
(In realtà la cosiddetta Commissione Invalsi è nata dalle ceneri di una commissione che si occupava dell'ex-POF, oggi Ptof, ed ero stata trasbordata lì non so come e non so perché. Siccome non ero riuscita a capire bene di cosa si occupava ho pensato di aspettare di capirlo prima di andarmene, e anche se quando l'ho capito l'idea di analizzare le prove Invalsi per capire quali esatte competenze richiedevano agli alunni mi è sembrata singolarmente soporifera, mi sono detta che per quest'anno si poteva anche fare per vedere se ne cavavo qualcosa, e l'anno prossimo magari la faceva qualcun altro, e comunque tutto questo con la corona dell'Avvento non c'entra.)
Così, il pomeriggio della riunione sono arrivata qualche minuto prima, armata di cesoie da pollo (quelle avevo) e mi sono apprestata a impadronirmi dell'agognata vegetazione indispensabile alla mia corona.
"Proooof!" gridano festosi ben quattro alunni che stanno lì in bicicletta. E uno mi fa vedere assai fiero di essersi procurato le kuna croate (moneta che prende il nome dalla martora, la cui pelle era anticamente usata come moneta di scambio, e infatti la martora orna le monete ma non le banconote da 10 kuna, che sono invece ornate dalla faccia di quel che per me è un perfetto sconosciuto anche se probabilmente per i croati è un personaggio di grandissimo rilievo).
Mi congratulo col ragazzo per lo zelo dimostrato, poi i quattro se ne vanno a sbiciclettare nel fondo del vialetto dopo avermi salutato.
Rimasta finalmente sola, prendo le mie cesoie e sfrondo un paio di rami sporgenti dalle piante, nel mentre placo la mia coscienza dicendomi che in fondo sto fornendo un utile servizio di potatura al Comune. Anzi, dovrebbero ingraziarmi.
Occulto con cura il mio bottino vegetale in una grossa borsa di stoffa da spesa e vado infine alla riunione, dove mi annoio con molta dignità.

Finalmente a casa, tiro fuori i vegetali e mi rendo conto che ci potrei fare come minino mezza dozzina di corone. Comunque, visto che nel più ci sta il meno, tiro fuori il mio vassoio più grande - che è poi un normalissimo piatto rotondo da portata - e ci piazzo sopra le mie quattro candele, che ho voluto del diametro di sette centimetri, e a quel punto mi accorgo che di spazio per la vegetazione ne è rimasto ben poco.
Ad ogni modo riprendo le mie cesoie da pollo, sminuzzo a dovere e alla fine, su un letto di frammento di rami di abete poggio le candele e completo con qualche punta di ramoscello di agrifoglio che dà una bella nota rossa all'insieme. 
Incredibile a dirsi, ne viene fuori un insieme che non è nemmeno privo di un suo certo fascino, almeno ai miei occhi.
Dopo aver acceso le candele mi accingo a fotografarlo, onde inviare su Facebook il risultato di cotanto sforzo.
E scopro così che fotografare una corona dell'Avvento non è affatto semplice, perché la fiamma di una delle candele spara.
"Forse è in una posizione troppo esposta" mi dico, e mi rassegno a spengerla.
Macché, adesso ne spara un altra. Un bel cerchio di luce liquida nel bel mezzo della mia amata corona.

Rassegnata ripongo il tablet, riaccendo la quarta candela e mi consolo pensando che comunque ci ho la mia similcorona con vegetazione natalizia.
E alla fine mi decido a fotografarla a candele spente. Niente caldi riflessi delle fiamme dorate, ma almeno si vede qualcosa.
E dunque ecco il mio gruppo di candele da Avvento (notare il delicato gioco di sfumature rosa-viola) e, sotto, quel che resta del mio furto botanico. Mai buttare via le decorazioni di Natale, specie quando sono vere...





venerdì 2 dicembre 2016

Jamie Thomson - Dark Lord. Le origini


Il libro che vado oggi a presentare è un libro per ragazzi. Può piacere anche agli adulti (io, almeno anagraficamente, sono tale) ma solo se sono nerd inside. Non importa che siano appassionati di fantasy, ma devono avere un fondo di scervellaggine e una certa propensione per l'assurdo. Tutti gli adolescenti ce l'hanno, salvo qualche triste caso, e dunque a loro si può regalare con una certa fiducia.

Si tratta, in sintesi, del primo Diario di una schiappa in versione fantasy.
Alla voce narrante esterna si uniscono brani di diario del protagonista, trafiletti di giornale, immaginifiche illustrazioni, pagelle con commenti eccetera; lo stesso protagonista è, in sintesi, una specie di schiappa, anche se solo per colpa della ria sorte.
Si tratta di un Oscuro Signore che viene da una dimensione parallela del Multiverso. Il suo più temuto avversario, un Mago Bianco, gli ha fatto un incantesimo catapultandolo nel nostro mondo, in una cittadina inglese, nel parcheggio di un supermercato... nel corpo di un ragazzino di dodici anni e senza più poteri magici.
Prontamente soccorso da due poliziotti che chiamano un ambulanza e ricoverato in ospedale, gli viene diagnosticata una grave amnesia dovuta a qualche serio trauma. Tutti sono molto compassionevoli e comprensivi verso i suoi discorsi completamente sballati, traslitterano il suo nome "Dark Lord" in Dirk Lloyd e, dopo una serie di esami clinici che ne testano la buona salute, confusione mentale a parte, i servizi sociali lo affidano a una coppia benissimo intenzionata che si prende cura di lui con grande affetto.
Per l'Oscuro Signore inizia così un duro calvario: circondato per ogni dove da radiazioni benefiche (per lui letali) e privato dei suoi poteri, è costretto a sottomettersi e a iniziare una normale esistenza di dodicenne. 
Arrivano i primi amici, molto divertiti da quel ruolo vagamente fantasy che lui mostra di prendere terribilmente sul serio, e inizia lo studio.
Il fatto che i suoi amici non si scompongano più di tanto quando lui comincia a farneticare di Maleficio della Nona Dipartita e di Torre della Ferrea Disperazione è un grazioso tocco di genio: tutti abbiamo avuto (o siamo stati) un compagno stravagante che faceva finta di essere questo e quest'altro, estendendo il gioco anche agli amici, e spesso ne abbiamo tratto gran divertimento.
Le sue pagelle sono interessanti: come tanti alunni geniali (e tutti noi che insegniamo ne abbiamo avuti alcuni) studia solo quello che gli pare, ma riesce a prendere dei buoni risultati in tutte le materie - perché, infine, se sei diventato un Oscuro Signore è chiaro che non sei uno sciocco e i disturbi dell'attenzione sono l'ultimo dei tuoi problemi. Nondimeno gli insegnanti sono piuttosto perplessi: "Spesso svolge i compiti in modo insolito: La replica di un elmetto romano con la visiera coperta di sangue e cervella di marzapane che spuntano fuori è molto interessante, ma avevo chiesto una ricerca scritta sulle guerre galliche di Cesare".

Anche un Oscuro Signore, specie se intrappolato in un giovane corpo piuttosto inoffensivo, finisce inevitabilmente per essere influenzato dall'ambiente che lo circonda: col passare del tempo Dirk si trova sempre più spesso turbato da sentimenti positivi e insoliti, scopre di provare una certa affezione per i suoi amici (che considera comunque suoi servitori) ma vuole assolutamente tornare nel suo mondo e vendicarsi del Mago Bianco. A questo scopo allestisce un complesso rituale con l'aiuto della sua personale servitù.
Il rituale si risolverà in un mezzo disastro (alla fine del libro scopriremo perché) ma in qualche modo apre un varco tra i due mondi, e proprio quando Dirk si stava convincendo di essere effettivamente un normalissimo ragazzino affetto da confusione mentale in seguito a innominabili traumi, improvvisamente arriva un aiuto dall'altra dimensione.
Sarà allora la volta degli amici che dovranno convincersi che le farneticazioni di Dirk non erano affatto tali. Dopo aver affrontato e sconfitto la Candida Belva, il giovane Oscuro Signore tenterà un nuovo rituale, che questa volta i suoi amici vivranno con qualcosa di più della curiosità mossa dagli effetti speciali di un compagno assai fantasioso - dimenticando però il piccolo dettaglio che a suo tempo aveva causato il fallimento del primo tentativo.
Il romanzo si chiude su un nuovo incidente causato dal tentativo di aprire un portale tra i due mondi: il portale si aprirà, ma porterà via non Dirk, bensì la sua migliore amica (che, scopriremo nelle ultimissime pagine, nella nuova dimensione dove è stata catapultata sembra non trovarsi poi male). Nel nostro mondo però Dirk e gli amici sono molto angosciati per i nuovi e imprevisti sviluppi, oltre che divorati dai sensi di colpa.

Il libro è il primo di una serie, e spero caldamente che la Salani si sbrighi a tradurre gli altri due già usciti in Inghilterra - augurandomi di tutto cuore che siano all'altezza del primo, perché storie di questo tipo sono relativamente facili da iniziare ma se non sono maneggiate con estrema destrezza ci mettono davvero poco a trasformarsi in tavanate galattiche.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro gustose letture a tutti, in questo primo fine settimana prenatalizio.

lunedì 28 novembre 2016

Lunedì film - Anna and the King


Nel 1862 l'inglese Ann Leonowens raggiunse il Siam, dove era stata chiamata dal re Mongkut per fare da insegnante ai suoi figli (oltre 60) e alle sue mogli (una trentina). L'idea del sovrano era di sprovincializzare il Siam e dare anche un educazione inglese e una perfetta padronanza della lingua inglese al suo successore, oltre che a tutta la sua numerosa famiglia.
Ann Leonowens rimase in Siam per sei anni per poi pubblicare due libri dedicati a questa esperienza. 
Nel 1944 Margaret Landon trasse un romanzo da questi due libri e lo intitolò Anna e il re.
Dal libro, assai fortunato (e ristampato in Italia proprio in occasione dell'uscita del presente film) furono tratti un musical - da cui fu tratto a sua volta anche un celebre film con Yul Brinner - una serie televisiva e altro.
Nel 1999 infine Andy Tennant ne trasse un nuovo film, girato in prevalenza in Malesia, interpretato da Jodie Foster, Chow Yun-Fat e Tom Felton nella parte del figlio di Ann (quest'ultimo in seguito diventò più noto per il ruolo di Draco Malfoy).
Il film dura due ore e mezzo ed è splendido e assai colorato: oltre agli attori che svolgono assai degnamente i loro ruoli recitano assai bene anche i paesaggi, i numerosi elefanti

un gran numero di scimmiette e molte bellissime imbarcazioni.


A quanto ho capito la storia d'amore tra il re e Ann è stata ideata dai vari sceneggiatori per meglio condurre il film e i vari spettacoli, ma non ha molto riscontro nella realtà; in compenso serve molto bene per descrivere l'incontro di due culture molto diverse e per tirare avanti la storia, ma è vero che tra Ann e il re venne formandosi un rapporto di stima e anche di amicizia, nonostante svariati contrasti. Quel che è certo è che l'influsso di Ann si fece sentire con gran forza anche sull'erede al trono, Chulalongkorn, che riuscì a mantenere l'indipendenza del Siam e proseguì le riforme del padre, abolendo anche la schiavitù.

Ad ogni modo non c'è dubbio che il film è anche una bella storia d'amore, segnata da un leggero e garbato corteggiamento dove il re si mostra assai più raffinato e cortese del gruppo di inglesi decisamente beceri che compaiono occasionalmente nella vicenda. I due mondi arrivano a sfiorarsi e balleranno anche due volte insieme, ma per quanto forte sia il legame che li unisce, non sfocerà in quella che comunemente viene definita "una relazione", restando qualcosa di meno e nello stesso tempo qualcosa di più.

Il film è sempre molto apprezzato dai ragazzi: paesaggi, battelli (e che battelli!), parchi reali e cerimonie per il raccolto gli danno un tono colorato e arioso, e le scene di vita scolastica sono brillanti e assai gradite mentre seguono con coinvolgimento crescente la storia d'amore per poi scoprire che non approderà a niente - mi sono fatta l'idea che anzi uno dei punti di forza del film sia avere una storia d'amore ma non una scena d'amore propriamente detta.
In effetti le storie d'amore sono due, e con mia grande sorpresa leggendo il libro ho scoperto che sì, la storia di Tuptim e Khun Phra Balat si svolse esattamente nel pazzo modo con cui viene raccontata nel film e non è solo un riempitivo ideato dagli sceneggiatori dopo abbondanti libagioni per creare un contrappeso alla storia principale.
Completamente inventata è invece la sottotrama politica, che comprende comunque una bellissima scena finale sul ponte dove il re gioca d'azzardo e d'astuzia riuscendo ad evitare un colpo di stato con grande maestria.
Non ci sono scene cruente, anzi la decapitazione dei due infelici innamorati è a modo suo impressionante, ma girata con singolare grazia.
Si passano due ore e mezzo vedendo splendidi paesaggi e bellissimi costumi e seguendo una storia assai piacevole, impostata su due personaggi molto simpatici, imparando molto sull'estremo Oriente e sul colonialismo inglese. Inoltre, visto all'inizio della Terza, funziona sia per storia che per geografia, oltre che per impostare un qualche tipo di discorso sull'incontro tra culture diverse.
C'è anche una bella e abbondante citazione de La capanna dello zio Tom, utilissima per introdurre il tema della schiavitù, e una graziosa scena sul fumo dove scopriamo che, laggiù, almeno nell'alta società, si dava il primo sigaro ai bambini intorno ai sei anni. Il figlio di Ann decide di provare, naturalmente sentendosi malissimo.
Nel complesso, tre ore decisamente spese bene.

sabato 26 novembre 2016

I want to ride my bicycle / I want to ride my bike

Freddie Mercury insieme a Jim, il suo ultimo fidanzato. E sì, entrambi amavano molto i gatti.

Venticinque anni e un giorno fa, parlando al telefono (un banalissimo telefono fisso, allora ancora molto usato per le conversazioni serali) un caro amico mi raccontò che era molto triste per la morte di Freddie Mercury.
Cascai dal pero con un fragoroso STUMP, perché ancora non lo sapevo. 
Ancor di più cascai quando seppi che era morto di AIDS, perché non sapevo nemmeno che  fosse ammalato (niente di strano, visto che l'aveva comunicato alla stampa un giorno o due prima di morire).
"Ma non era gay!" protestai.
"Non vuol dir niente, l'AIDS si piglia anche se non sei gay" mi spiegò l'amico.  E del resto lo sapevo anch'io.
In effetti, l'unico vago ricordo che avevo sulla vita privata di Freddie Mercury era un intervista di parecchi anni prima, dove parlava della sua fidanzata storica, Mary, che era l'unica donna con cui pensava di potersi un giorno sposare (e con cui in effetti aveva convissuto per qualche anno). Roba piuttosto vecchia, e col tempo si è saputo molto di più.
Comunque passai un bel po' di tempo a condolermi con il mio amico e a deprecare il tristissimo caso.
Ma, oltre che addolorata, ero sbalordita: ma come, Freddie Mercury era morto da più di ventiquattro ore e non solo io non l'avevo ancora saputo, ma addirittura il mondo proseguiva nella sua solita orbita? Inconcepibile.
Non c'erano ancora i social. Le notizie non arrivavano in tempo reale. E, soprattutto, in Italia non la trovarono una di quelle notizie che fermano il mondo. Immaginavo un profluvio di documentari e interviste, ma l'unica cosa che passò in quei primi giorni fu una trasmissione di Red Ronnie (fatta piuttosto bene, tra l'altro). Giornali e telegiornali non sembravano minimamente consapevoli della portata della notizia.
Tutti conoscevano i Queen. Tutti ascoltavano i Queen. Le canzoni dei Queen erano parte della colonna sonora di tutti noi. Ma, in qualche modo, la morte del cantante dei Queen rimase relegata nelle pagine dello spettacolo per diverse settimane. Il culto postumo di Freddie Mercury, almeno da noi, maturò lentamente. 
Per quelli della mia generazione fu un duro colpo. All'epoca della sua morte stava sul mio altarino personale da una buona quindicina d'anni, da quando cioè mi ero comprata News of the World, album che cominciava con We will rock you e proseguiva con We are the champions - e il resto del disco non era niente male, ma dopo un inizio del genere risultava un po' sbiadito. 
L'anno dopo era uscito Jazz, che aveva assai imperversato, e che conteneva Bycicle Race


di cui ho faticato assai a trovare la versione non censurata.
Oggi non si sente spesso per radio, ma l'ho sempre ascoltata con entusiasmo (come tutto il resto del disco, devo dire), e le ragazze nude che pedalavano mi piacevano un sacco.

Fuori dall'Italia comunque si diedero un gran daffare a commemorarlo. Ebbe anche un galà fatto in suo onore dai cantanti lirici, promosso da Monserrat Caballé, che con lui aveva fatto uno splendido disco l'unico esperimento davvero riuscito di collaborazione tra lirica e rock dove, in barba ai problemi di ritmica e di impostazione vocale che incontrano sempre questo tipo di collaborazioni, entrambi fecero faville. Questa è forse la mia traccia preferita (il video non è ufficiale, come si evince dalla presenza di Inuyasha in un fotogramma):


Freddie aveva una voce meravigliosa, di cui non si dirà mai abbastanza bene, e la sapeva usare. In teoria era di quelli che avrebbe potuto cantare anche l'elenco delle farmacie aperte e sarebbe andato benissimo lo stesso, ma di fatto la usava soprattutto per cantare delle gran belle canzoni. Pare che l'ultimo album sia stato per lui un tormento dall'inizio alla fine, perché era ormai estremamente ammalato. Ascoltandolo però non ce ne accorgiamo (guardando bene i video un po' sì, anche perché evitano di inquadrarlo troppo da vicino).

Con mia grande sorpresa, i Queen hanno bucato le generazioni. Poche cose mi hanno sbalordito come ascoltare per la prima volta una classe che batteva l'inconfondibile inizio di We will rock you sui banchi (poi ci ho fatto l'abitudine). Ancor più sorprendente è stato vederli sorpresi che riconoscessi la canzone. E certo che la riconosco, avevo più o meno la loro età quando comprai il disco. Ma gli fa uno strano effetto sentirselo dire, perché non la riconoscono come una canzone di quarant'anni fa. Eppure i Queen non erano di quei gruppi fuori dal tempo, che precorrono e innovano la musica. Tutto sommato erano anzi piuttosto tradizionali.

Resta il rimpianto di non averlo mai sentito dal vivo. Ma non è colpa mia: i Queen in Italia non hanno suonato mai, limitandosi al massimo a lambire la Svizzera. 

Un vero peccato.

giovedì 24 novembre 2016

Esperimenti per l'educazione all'affettività - 1


Ufficialmente i draghi si accoppiano in volo, ma vai poi a sapere se lo fanno anche altrove


Al primo stormir di Settembre mi sono fatta con qualche collega un corsetto di formazione con le Life Skills (sì, sempre loro) sull’educazione sessuale.

In sintesi, consigliavano un approccio olistico, che partisse già da elementari e materne (ma senza alcun corso di masturbazione dal vivo, per quel che mi è stato dato di capire), non limitandosi solo ai dati più tecnici ma lavorando sulla persona nel suo complesso,  il tutto al nobile scopo di permettere ai fanciulletti un atteggiamento il più possibile sereno e positivo verso sé stessi e poi verso gli altri.
Tutto ciò è cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di vibrazioni positive (oooohm), ma io sono un insegnante di Lettere, e dunque sulla parte più tecnica non potrei comunque fare granché. Però….

Fu così che, ricolma e traboccante di ardimentoso zelo, decisi di fare con la mia amata seconda un bel percorso sul Gran Passaggio dell’adolescenza, l’amore, la questione femminile e gli stereotipi di genere (grano, uova, lardo e cinghiale, tutto cotto insieme per far prima, secondo la ricetta del cuoco militare di Asterix Legionario), il tutto sotto specie di purissima innocenza e senza dichiarazione di intenti; e a tal scopo vado tuttora elaborando una bella lista di libri e film,di cui per ora solo Quando c’era Marnie è passato sotto i loro occhi. Del resto, questa classe nello specifico sembra ancora abbastanza assopita sotto questo aspetto. Sembra.
Tuttavia è noto che anche la più  tradizionale e consueta delle programmazioni può portare a sviluppi inaspettati.

Per esempio grammatica. Analisi logica.


perché vedete, c’è il predicato verbale e quello nominale. Il predicato nominale è quella cosa che tutti capiscono al volo ma che altrettanto al volo dimenticano, e così arriviamo alla classica scena dove “Il gatto è bello” viene analizzata come “Il gatto: soggetto; è: predicato 

verbale; bello: complemento oggetto”. Allora l’insegnante urla e strepita e alla fine per un attimo la classe si ricorda che c’è il predicato nominale. Ma due giorni dopo, quando si tratta di fare l’analisi de “La moto di Giampioppo è veloce” siamo di nuovo punto e a capo”.
La classe riflette meditabonda, poi qualcuno chiede “Ma perché il verbo essere sul libro si chiama copula?”.
Perché è la cerniera tra il soggetto e il modo in cui il soggetto viene descritto. “Copula” sarebbe proprio l’unione, nel senso di accoppiamento, e infatti l’altro significato che ha è proprio quello di unione tra maschio e femmina. Anche se io, per la verità, non so immaginarmi un soggetto e un predicato nominale che si accoppiano”.
Di nuovo la classe medita; poi Biancaneve alza la mano “Prof, posso fare una domanda che non c’entra nulla?”.
E’ l’Attimo del Terrore, quando l’insegnante non può prevedere cosa uscirà da quelle bocche. Niente che abbia a che vedere con i predicati, di sicuro. Ma ormai l’ora sta per finire...
Sentiamo” concedo benigna.
“Mi sono sempre chiesta come fanno le balene. Per fare i figli, intendo”.
Oh?
Fanno esattamente come noi: sono mammiferi”.
“Come noi?”.
A parte il piccolo dettaglio che lo fanno in acqua: c’è il baleno, poi c’è la balena, si uniscono e nasce il balenino”. (Mi sento molto sentinella in piedi che spiega che per  un bambino ci vuole il papà e ci vuole la mamma e tutto il resto è contronatura).
Siamo alla fine della quinta ora, ovvero quando ci si mette a ridere con niente e non si riesce più a smettere. La descrizione della vita familiare di Baleno e Balena dà alla classe il colpo di grazia e il resto della conversazione si svolge a voce alta, per farsi sentire al di sopra delle risate convulse che travolgono tutti.
“E le meduse?” domanda Aurora.
Panico. Vecchi frammenti opalescenti di ricordi delle scuole medie, quando stavo anch’io nei banchi.
Ah, le meduse è una roba complicata. Non mi sembra che si accoppi, e dopo diventa un altra cosa...” (a casa scoprirò che “l’altra cosa” è un polipo, anzi molti polipi che a loro volta 

diventano poi meduse).

“Come sarebbe che non si accoppia?”.
Vedete, ragazzi, il mondo è vario, e i modi di riproduzione anche. Noi mammiferi facciamo sesso, poi ci sono le specie che fanno sesso virtuale e quelle che si riproducono da sole, in autonomia”.
“Da sole? Com’è possibile?”
“E’ vero” conferma Dirk Lloyd “Gli organismi monocellulari”.
 “Esatto. C’è l’ameba, tutta tranquilla, che mangia e cresce, e poi a un certo punto si scinde e abbiamo due amebe”.
“E quelli del sesso virtuale?”.
I fiori, per esempio. Le api portano il polline da un fiore all’altro, ma i due fiori non si sono mai conosciuti né parlati, però due fiori che sono stati virtualmente insieme fanno un frutto”.
“E’ per questo che si parla di frutto dell’amore?” si informa Virgilio.
Potrebbe essere” ammetto "E poi i pesci. Certi pesci non si accoppiano, la femmina depone le uova e se ne va per i fatti suoi, poi arriva il maschio e le feconda e se ne va pure lui, Tempo dopo le uova si schiudono e nascono i pesciolini, ma i due pesci genitori non si sono mai visti né frequentati”.
“Quindi ci sono dei pesci che non sanno chi è il loro padre?”
Per la verità ci sono anche un sacco di pesci che non sanno nemmeno chi è la loro madre, e questo è già più insolito”.
“E i serpenti?”
No, le serpentesse depongono le uova già fecondate...” altro momento di panico. Alcune serpene fanno le uova, altri i serpenti... o sono io che ricordo male?
Qualcuno fa le uova, comunque. Nella storia di Rikki-Tikki-Tawi ci sono le uova di Nagaica, e questo è tutto quel che so sull’argomento.
“Ma come fanno i serpenti ad accoppiarsi? Sono lunghi...”
Non ho la minima idea di come facciano i serpenti ad accoppiarsi! Chiedete a Scienze, io faccio Lettere!”.
La classe è ormai completamente andata. Qualcuno prova a mimare due serpenti che si distendono uno sull’altro, qualche altro scuote la testa, ma tutti ridono a più non posso, me 

compresa.
Alzo ancora di più la voce, dopo aver guardato l’orologio “La lezione di biologia è finita. Tirate fuori i diari che vi do gli esercizi!”.
Ecco, appunto: un approccio olistico, dolce e subliminale, soffermandoci sui sentimenti, sull’importanza dell’autostima...
Ho come l’impressione di non essere partita col piede giusto.

giovedì 17 novembre 2016

17 Novembre 2016 - Festa del Gatto Nero


Ma i gatti neri sono cattivi?
Un po', qualche volta. Forse.
Ma hanno sempre l'aria così dolce, anche quando hanno appena vomitato sul migliore tappeto di casa o ti hanno lasciato una lucertola nel letto.
Insomma, sono gatti.
E meritano dunque di essere amati incondizionatamente, come tutti i gatti.
Ma forse anche più di tutti i gatti.
Perché sono gatti, ma sono anche neri.
Auguri!
con la gentile collaborazione di Acquaforte
E ricordate sempre che ogni resistenza è inutile: se un gatto vi vuole, VI AVRA'!

martedì 15 novembre 2016

Ai confini della realtà (post sulla realtà dei confini)


E' noto che ogni insegnante ci ha le sue (più o meno innocue) fissazioni. Una delle mie è che l'interrogazione di geografia su un paese o un continente comincia con l'indicazione dei confini, e che detti confini devono essere elencati in senso orario o antiorario, a piacer dell'alunno, ma non con la sequenza nord-sud-est-ovest oppure sparpagliati e come viene viene.
Non so donde mi venga questa (tutto sommato innocua) fissazione; forse da un condizionamento innestato ai tempi delle medie, quando mi chiamavano alla cattedra con l'atlante?
In tutti i casi non dovrebbe essere nulla di drammatico starmi dietro, se non quando i confini sono quelli della Russia (che, oggettivamente, confina con un numero di paesi immane e che spesso hanno pure nomi stranissimi) tanto più che interrogo alla carta geografica e, quando posso, alla LIM, dove il malcapitato di turno può tranquillamente passare dalla carta politica a quella fisica ogni volta che lo desidera.
Nei primi tempi capita spesso che il malcapitato in questione elenchi i confini con la sequenza nord-sud... e lì lo fermo e con bel garbo, gli ricordo che voglio i confini in senso orario o antiorario; il malcapitato si corregge e amen.
E c'è un altra cosa su cui insisto, e onestamente non posso definirla una fissazione: se un paese confina con qualche mare, voglio che mi venga detto il mare e non il paese o continente che arriva dopo il mare.
Lì succede qualcosa che ai miei occhi è estremamente misterioso.
"Mi raccomando" spiego sempre "Quando il paese o il continente confina con un mare mi dovete dire il mare, non quello che c'è dopo.  Niente Regno Unito che confina con la Francia, niente Italia che confina con l'Africa, niente Danimarca che confina con la Svezia".
Ho imparato a fare questa precisazione dopo i primi, spiacevoli incidenti. 
Col tempo ho anche imparato che fare questa precisazione non serviva a niente, ma la faccio lo stesso, per onor di bandiera e perché non si dica che non ci ho provato. Io non sono di quelli che tendono coscientemente trappole ai loro implumi allievi per ridere sadicamente di loro. Niente è più lontano dal mio modo di essere. E tuttavia: dopo la mia precisazione tutti proclamano in gran coro che no, assolutamente, chi mai potrebbe essere così scemo da sostenere che la Danimarca confina con la Svezia? Davvero a nessuna persona ragionevole verrebbe mai in mente di dire una stupidaggine del genere.

Si arriva poi alle interrogazioni e, regolarmente, la Grecia confina con l'Africa, l'Estonia con la Finlandia e Cipro con la Turchia. A tutt'oggi il pezzo migliore della mia collezione restano i Paesi Bassi i quali confinano con l'Inghilterra, da cui sono separati dal mar Baltico.
Segue invariabilmente una sceneggiata dove io, mostrando i segni del più acerbo dolore, sospiro e dico "ripensaci bene, caro/a, e guarda la carta" per poi proseguire con la domanda "e quella roba celestina/azzurra/azzurroscuro, cosa sarebbe secondo te?" e infine l'urlo "Mare! Quello è un mare! Non c'è niente di immorale nel confinare con uno o più mari, anche l'Italia è in gran parte circondata da mari e nessuno ci ha mai trovato da ridire!" e consimili esclamazioni altamente teatrali.
Ho visto studenti che sapevo essere perfettamente in grado di intendere e di volere, impuntarsi per un tempo interminabile sulla Grecia che confinava con l'Africa e perfino con la Turchia che confinava con l'Africa, mentre la classe cercava invano di fargli intendere ragione, e non voglio nemmeno provare a ricordare con cosa riusciva a confinare l'Irlanda (intesa come isola, non come Eire). E tutto ciò mi ha sempre immerso nel più profondo stupore non disgiunto da un certo sgomento. 
Perché mai un territorio non può confinare col mare? Cos'ha il mare che non va? Perché il mare non può essere un confine lecito, legittimo, onesto e rispettabile?
Vallo a capire.

venerdì 11 novembre 2016

Vacanze matte - Richard Powell


Il romanzo è stato scritto nel 1959 e tradotto immediatamente in Italia da Garzanti, che continuò a ristamparlo almeno fino al 1977. Quando da ragazzina leggevo Angelica o le storie di James Bond o un altro degli infiniti tascabili Garzanti che riempivano la mia libreria lo trovavo spesso pubblicizzato, ma aveva una copertina con delle facce talmente idiote che non mi venne mai la più vaga tentazione nemmeno di scorrerlo in libreria, nonostante che mi promettessero risate senza fine.
Adesso Einaudi l'ha ritradotto e impreziosito con una introduzione di Francesco Piccolo, che assicura che dentro ci sono gli antenati dei Simpson e Forrest Gump, e da una postfazione di Luca Briasco che, più sobramente, ci informa su chi era Richard Powell e cosa ha scritto e fatto nella sua vita.
Leggendo l'una e l'altra ho così scoperto che il libro con le facce idiote in copertina negli anni era diventato un cult e che ne veniva regolarmente chiesta la ristampa da un piccolo stuolo di lettori - quelli, per intenderci, che erano riusciti a metterci su le mani in biblioteca.
Proprio in biblioteca l'ho rivisto, con una copertina un po' meno demenziale, e ho deciso di dargli una possibilità.
Non è che abbia riso fino a farmi venire le convulsioni, e francamente non capisco cosa c'entrano i Simpson, con tutto il rispetto per quel nobile cartone animato, ma mi è piaciuto molto.

I protagonisti sono una famiglia... no, non sono propriamente una famiglia, anche se si considerano tali. Sono (in buona parte) un gruppo di Kwimper, una stirpe particolarissima e assai ambita dagli psicologi a scopo di studio. Il titolo originale del romanzo è Pioneer, go home! senza alcuna citazione di vacanze matte.

Ricominciamo e descriviamo il gruppo. Prima di tutto c'è il patriarca, chiamato semplicemente "papà" perché la storia è narrata dal figlio  (si suppone che in un qualche tempo ci sia stata anche una madre, ma nel corso del romanzo non viene mai nominata). E' un brav'uomo, onesto, nemmeno tanto spiccio di modi, abituato a rapportarsi da pari a pari con lo Stato (che lo campa a suon di sussidi), con un etica piuttosto solida anche se a tratti un po' personale, e un ruvido fondo di buon senso.  Non è un uomo di cultura, ma conosce il viver del mondo e soprattutto le leggi - in particolare sa quali leggi esistono anche senza aver letto i vari codici dei singoli stati, e sa anche a che periodo attribuirle, in modo da costringere i magistrati a cercarle - e, naturalmente, a trovarle. Non è autoritario né desidera esserlo, ed è senz'altro un padre affettuoso con tutto il gruppo.
Il figlio, Toby, è un bravo e candido ragazzo, bello e forte, beatamente inconsapevole dell'effetto che ha sulle donne e piuttosto ignaro di quelli che comunemente vengono chiamati "i fatti della vita". La sua etica è molto semplice: fare ciò che è giusto, aiutare chiunque quando può, dire sempre e comunque la verità. Il concetto di Male è assai estraneo al suo modo di essere, anche se è vagamente consapevole del fatto che da qualche parte probabilmente ne esiste un po'. Non solo è incapace di mentire, ma non concepisce nemmeno la pur vaga possibilità di farlo. Ed è un figlio devoto, in tutto e per tutto obbediente al padre.
Poi abbiamo la baby sitter, una graziosa fanciulla di nome Holly Jones: la classica fanciulla americana piena di senso pratico, un po' intimorita dalle autorità ma non del tutto ignara del viver del mondo. Ha fatto le medie, quindi è vista come l'intellettuale del gruppo, e gestisce i due gemelli con disciplina dolce ma implacabile.
E i due gemelli, naturalmente. Da dove parte il tema letterario dei gemelli americani discoli e irrefrenabili? Da molto lontano, credo, perché c'è già nel Fantasma di Canterville. Comunque i due gemelli sono proprio così: furbetti, simpatici, discoli e un po' irrefrenabili. Un po', non troppo.
Non sono figli di Papà, fanno parte di un ramo laterale della famiglia. Papà li ha presi con sé, intascando regolare assegno di mantenimento e li tratta con gran cura, oltre ad avere assunto una baby sitter proprio per loro.

La storia è semplice e molto, molto americana: tornando dalle vacanze, un po' per caso e molto per puntiglio il gruppo ignora un cartello di divieto di accesso e finisce così in una zona che non è del tutto di proprietà dello stato né di un altro stato; e dopo essere rimasto bloccata lì per qualche giorno decide di reclamare il terreno e di stabilircisi, avviando una piccola rivendita di esche con annesso noleggio di canne e barchette da pesca.
Inizialmente lo Stato cercherà di impedirglielo in ogni modo (anche lui in gran parte per puntiglio ma anche per partito preso e infine per pura ostinazione) ma sempre fallendo pietosamente; ma più avanti lo Stato, nelle vesti di un giudice capace di coniugare logica e senso dell'umorismo, accetterà il fatto compiuto e soggiogherà i Kwimper facendogli pagare un po' di tasse - nemmeno troppe, in verità.
E tutto ciò è molto divertente da leggere e incoraggia la fiducia del lettore nel genere umano e nella vita, ma gli ricorderà anche l'importanza dell'etica e della sincerità, oltre a trasmettere il messaggio che non c'è nulla di meglio del Sano e Onesto Lavoro: i Kwimper, usi a sfruttare tutti i possibili sussidi statali, di loro spontanea volontà accetteranno di lavorare per mantenersi, e anzi insisteranno per godere di tale privilegio, con grande giovamento per la loro salute fisica - né saranno i soli a scegliere (o riscegliere) questa strada nel corso del romanzo. 
Molto adatto nei momenti di scoraggiamento o quando non si osa pensare di voler prendere una qualche iniziativa, e particolarmente adatto per chi è nato o vive in Italia.
Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro a chiunque viva nella mia zona un lungo fine settimana molto casalingo, e tanta felicità ad anatre e paperelle di ogni specie. Che il diluvio sia con voi!


mercoledì 9 novembre 2016

Quel che se ne andrà se ne andrà / Quel che resterà resterà* (in USA c'è un nuovo presidente ma non è quel che volevo)

No, non ha vinto lei. Non per questo pubblicherò sul mio amato blog una foto di colui che ha vinto.

Tanto per cominciare, una considerazione: perché diavolo continuano a perseguitarci notte e giorno con i risultati di sondaggi elettorali se poi questi sondaggi risultano regolarmente sbagliati? Alla luce degli eventi occorsi negli ultimi anni, mi sembra che la prima spesa inutile della politica da abolire sia proprio quella dei sondaggi - e se proprio i vari partiti e movimenti vogliono mettere in giro dei sondaggi, li affidino a qualche studente squattrinato che li faccia a casaccio per una piccola mercede, così almeno quei soldi saranno spesi con un qualche utile.
Ufficialmente Hillary (rimasta sempre in testa, anche se di poco, sul suo avversario) aveva due-tre punti di vantaggio, djiventati cinque-sei proprio all'ultimo momento. Di fatto, nella Notte delle Elezioni, non è stata mai in vantaggio nemmeno per cinque minuti. Che cazzo hanno sondato? E se erano sondaggi truccati per influenzare l'elettorato, perché diffonderli anche all'estero, dove tanto non potevamo influire in alcun modo sul risultato?

L'idea che la signora Hillary Rodham coniugata Clinton, che quasi subito per me è diventata Hillary e basta, potesse un giorno diventare a sua volta presidente degli Stati Uniti cominciò a serpeggiare già poco dopo la prima elezione del di lei marito: si sapeva che aveva assai collaborato all'organizzazione della campagna elettorale, e che da sempre era una fida aiutante del consorte nei suoi incarichi politici. La candidatura sembrava ancora acerba allo scadere del secondo mandato di Bill Clinton, e nel corso degli anni il suo gradimento era assai calato. Di fatto ben presto ci si cominciò a lamentare che era troppo bella (?) e troppo autoritaria (?), poi ci fu quell'infelice riforma sanitaria che non riuscì a passare, e molti e molte disapprovarono che si fosse tenuta il marito anche dopo l'affaire Lewinsky - una cosa piuttosto incomprensibile per me, ma sembra che negli Stati Uniti sia stata interpretata come indice di avida ambizione e di bieco opportunismo - beh, se davvero di opportunismo si è trattato, non è stata una scelta vincente, ma quanto all'ambizione... come fa un qualsiasi essere umano a entrare nel giro dei possibili candidati alla presidenza se non è ambizioso/a fin nelle barbe? Sarebbe come lamentarsi di un violinista perché cura troppo la postura o l'intonazione: se non gli interessasse essere intonato farebbe probabilmente un altro mestiere.
Di fatto, la candidatura Rodham Clinton non ha mai funzionato troppo, anche la prima volta che la signora ci provò. Vero è che nelle primarie aveva contro Obama che, anche se si ostinava a essere nero**, sapeva come raccogliere consensi. Siccome anche Obama mi piaceva molto la cosa non mi dispiacque troppo. 
Hillary aspettò, e nel frattempo lavorò in politica ad alto livello - e anche questo è piuttosto inusuale: di solito i candidati alla presidenza degli Stati Uniti sono ex governatori di successo di qualche stato, lei invece aveva già passato un sacco di tempo nella stanza dei bottoni. Proprio questo è l'aspetto che mi dispiace di più, a parte la simpatia personale per lei e l'antipatia per il vincitore: se avesse vinto lei, per la prima volta nella storia degli Stati Uniti alla Casa Bianca sarebbe entrato qualcuno che sapeva già esattamente cosa aspettarsi e cosa voleva dire essere presidente. La circostanza non sembra essere ripetibile, almeno in tempi brevi, e difficilmente sarò lì a vedere il risultato di qualcuno che comincia a governare dal primo giorno sapendo già quel che c'è da sapere per sopravvivere agevolmente.
Nell'ultimo anno, almeno in Italia, Hillary si è fatta una reputazione agghiacciante che non sono riuscita a capire. Di solito si diceva che l'attuale vincitore era impresentabile e lei era comunque pessima, senza dare molti argomenti se non un vago "è una guerrafondaia". Che non so se sia vero, e ormai non lo saprò più: di riffa o di raffa qualche guerra l'hanno fatta tutti i presidenti USA (compreso il marito di Hillary) ma l'ultima gestione ha dovuto soprattutto intervenire sugli immani casini scatenati dal predecessore di Obama e so che in tanti (curdi compresi, che in materia si sono fatti una certa autorevolezza) si sono lamentati che gli interventi americani contro l'Isis non sono stati troppo massicci - ma non ci sarebbe alcun Isis, nella forma che conosciamo, se i due Bush non avessero assai generosamente contribuito alla causa.
Comunque sia, Hillary non tornerà alla Casa Bianca, e questo mi dispiace molto.

Commenti chi vuole e come vuole, prometto che non interverrò.

*ebbene, trattasi di due versi di una poesia cinese, pare riadattati da Mao Dse Dong. 
La citazione completa è:
Quel che se ne andrà, se ne andrà
Quel che resterà, resterà.
Quando fiori di montagna adornano i miei capelli,
Non chiedermi dove sarà la mia casa.
L'autrice è Yan Rui.
Chissà se Acquaforte la conosce?
Io l'ho presa dal primo libro di Qiu Xiaolong.


**il commento "Sarebbe un buon candidato se non si ostinasse a essere nero" è autentico, ma in realtà fu usato a proposito di Jesse Jackson, che  concorse con successo alle primarie delle elezioni dove fu eletto il primo Bush. Il candidato scelto poi perse rovinosamente, mentre Jackson si ritirò a metà primarie - per mancanza di fondi, suppongo, perché le elezioni andavano piuttosto bene.

lunedì 7 novembre 2016

Cronaca di un trasloco (scolastico)

Una classe della scuola media di St. Mary Mead parte alla ventura, 
portandosi dietro le consuete masserizie.

A causa di una brutta caduta il povero Paciock si è ritrovato con un paio di vertebre incrinate, un antipaticissimo busto da portare per svariate settimane e un bel po' di problemi di mobilità. Oggi è tornato a scuola, ma passerà del tempo prima che possa stare seduto per cinque ore di fila.
In tutti i casi, con l'aria che tira in queste settimane nell'Italia centrale (e St. Mary Mead si trova sull'orlo di una zona ad alto rischio sismico) la responsabile della Sicurezza ha stabilito che tenerlo nell'aula del secondo piano a un passo dalle scale di sicurezza non era davvero cosa: si imponeva dunque un trasloco di tutta la classe.

Detto fatto, è stato così stabilito che a partire da oggi la Seconda Amichevole avrebbe traslocato al posto di una Terza al piano terra, vicinissima all'uscita che dà sulla strada, allo scopo di permettere a Paciock di trarsi in salvo velocemente in caso di pericolo.
Così stamani alla prima ora sono entrata nella nostra nuova classe, accolta da non meno di quattro mani alzate. Dal primo banco Paciock mi ha fatto un sorriso un po' incerto.
Dopo avergli dato il bentornato (e avergli chiesto come stava, domanda cui ha risposto con un sorriso ancor più incerto) sono andata all'armadietto a controllare, e ho trovato un dizionario un po' lacero invece dello Zingarelli quasi nuovo che avevo provveduto a requisire prima dell'inizio delle lezioni per la Seconda.
"Antigone, saresti così gentile da portare in Terza questo dizionario e prendere invece il nostro Zingarelli?".
"Prof, lo Zingarelli è stato portato giù, insieme al dizionario dei sinonimi, è nell'altra parte dell'armadietto. Invece sono rimasti i moduli per l'evacuazione della Terza, e anche il piano della divisione della classe*".
Controllo e scopro che lo Zingarelli (e il dizionario dei sinonimi) effettivamente ci sono, e con questo ai miei occhi il trasloco poteva dirsi perfettamente riuscito. 
E tuttavia devo ammettere che l'osservazione di Antigone merita attenzione. Così la incarico di portare alla Terza i suoi moduli, insieme al dizionario malandato, e di portare giù i nostri moduli, da riempire in caso di emergenza.
Antigone parte, e io mi occupo delle altre mani alzate.
Prima Lancelot "Prof, nella classe dov'eravamo prima la prima finestra non va aperta, ma loro non lo possono sapere perché il cartello che ci avevano messo per avvisare è caduto".
Opperdincibaccolina, mi dico** "Giusto. Per favore, vai su e avvisa immediatamente la Terza".
Dopo tocca a Ginny "Prof, qui è rimasta la lista degli incarichi per l'evacuazione della Terza, e la nostra è ancora su".
Oddoppioperdincibaccolina, mi dico. Guai se arriva il terremoto e non ci ricordiamo chi è l'aiuto disabili, visto che adesso il disabile ce lo abbiamo, ed è anche parecchio disabile e impedito nei movimenti.
"Vorresti allora andare su a portargli la loro lista e prendere la nostra?".
Ritorna Antigone. Attacco i moduli per l'evacuazione al chiodo. Cerco lo scotch nel cassetto della cattedra, ma non c'è.
"Alagna, andresti gentilmente dalla custode a chiedere lo scotch per fissare il piano di divisione all'armadio?".
Quarta mano "Prof, qui al banco abbiamo trovato un dizionario di inglese, ed è del Tale...".
"Lo mettiamo nell'armadio in bella vista e se lo verrà a prendere lui, non è che di mestiere fate i corrieri" decido brutalmente.
Sistemo il dizionario di inglese in bella vista. Metto sulla cattedra lo Zingarelli. Attacco il piano di divisione con lo scotch. Rimando lo scotch ai custodi.
Decido come sistemare un banco isolato rimasto solo soletto, spostando e disponendo gli altri banchi in modo che nessuno rischi di restare bloccato in caso di fuga.
Il tempo passa, ma sembra tutto a posto. Forse.

Vado al computer. Come nella precedente aula, non ha schermo. In compenso i cavi sono disperatamente aggrovigliati e il mouse è praticamente incastrato.
I cavi dei computer della scuola di St. Mary Mead sono sempre disperatamente aggrovigliati, tranne nelle classi dove insegno, dove provvedo a sbrogliarli (ma ogni volta che passa il prof. Jorge devo rifare il lavoro, perché evidentemente gli pare che un vero computer debba avere un mouse incastrato e i cavi tutti attorcigliati più volte su loro stessi).
Sbroglio un po' di cavi, ottenendo così una tastiera e un mouse abbastanza maneggevoli.
Accendo il computer e poi la LIM.
Il desktop è scialbo e insignificante, e pieno di icone del tutto insulse. Apro una nuova cartellina e infilo dentro tutti i file della Terza. Poi apro il registro, firmo le ore e segno l'unica assente.
"Cosa mettiamo come sfondo per il desktop?".
"Una talpa!" chiedono in parecchi.
...una talpa?
"Sì, una talpa con gli occhiali!".
Tutti premono per una talpa con gli occhiali.
E vabbé, il cliente ha sempre ragione. Digito "talpa con gli occhiali" su Google e, con mia infinita sorpresa, appaiono numerose immagini di una talpa con gli occhiali. Tutti guaiolano di entusiasmo.
La prima è piccola, la seconda è sfuocata ma la terza va benissimo, e così una grossa talpa con gli occhiali che tutti tranne me trovano deliziosa orna di sua insolita presenza il nostro desktop.


"Prof, ci cambia di nome al cestino?".
E' una fissa di tutta la scuola. Ogni classe ha un nome diverso al cestino del computer o della LIM. Stavolta, il nome scelto dopo regolare votazione per alzata di mano, è Asdrubale. E io non capisco, ma mi adeguo. La classe è loro, giusto? E' importante che gli alunni si sentano a loro agio nell'ambiente ion cui lavorano, giusto?
Allo scadere della mezz'ora tutti i corrieri sono rientrati, tutti i fogli della sicurezza sono stati sistemati e la LIM è pronta per una nuova fase della sua vita.
Scrivo sul registro elettronico, alla voce "argomento della lezione" Sistemazione della nuova classe, apro una cartina della Danimarca e finalmente la lezione propriamente detta può cominciare.

La Danimarca l'hanno studiata poco e male, ma va detto che hanno dimostrato molta attenzione per la parte burocratica e la salute del nostro infermo, osservando subito particolari, nemmeno troppo secondari, cui non avrei minimamente pensato - e ai quali, invece, sarebbe spettato a me pensare.
(O magari, almeno in parte, anche ai custodi?).

*ovvero le indicazioni per dividere la classe quando resta senza insegnanti
**Sì, si tratta proprio delle nuove e costosissime finestre installate due anni fa. Qualcuna è rotta, qualcuna è bloccata, qualcuna rischia di rimanerci in mano se la apriamo...