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domenica 2 settembre 2018

Considerazioni in libertà sui "personaggi femminili" del Signore degli Anelli

Siamo sinceri: non c'è dubbio che i personaggi femminili di Tolkien siano interessanti, ricchi di personalità, originali e quant'altre note positive possano venirci in mente. Detto questo, se ci fanno su delle singole conferenze o delle singole trasmissioni di scarsa durata, non c'è dubbio che tra le loro più salienti caratteristiche si possa includere a pieno titolo quello di essere pochi: rari e scarsi ircocervi seminati con molta parsimonia nei due romanzi, e abbastanza sporadici anche in Silmarillion e Racconti incompiuti.

E partiamo dallo Hobbit, che si fa davvero in fretta: in tutto il romanzo troviamo citata ben due volte di sfuggita Belladonna Took, già defunta, e una volta verso la fine del libro Dis, la madre di Fili e Kili nonché sorella di Thorin. 
In effetti Dis è l'unica nana di cui sappiamo il nome e qualche parentela, e questo chiude la questione: chi vuole sapere qualcosa su di lei, i suoi gusti e inclinazioni, la sua vita e il suo aspetto è costretto a rivolgersi alle fanfiction. Lo stesso vale per chi desidera conoscere qualche altra nana: Tolkien ci ha fornito un discreto campionario di nani, ma con un nano femmina non sembra aver mai sentito il desiderio di confrontarsi. In compenso la questione dell'identità femminile nanica è stata esaminata in modo brillante da Pratchett, che ci ha regalato il personaggio di Felice Culetto - che probabilmente avrebbe lasciato Tolkien quantomeno un po' perplesso, in quanto ai suoi tempi di certe tematiche non si parlava, soprattutto nei romanzi eroici.  

Il ramo delle Entesse si presenta piuttosto curato, considerando l'esiguità del numero di pagine dedicate agli Ent, e sotto questo aspetto le quote rosa-verdi  vengono rispettate:  le entesse vengono presentate in modo indiretto, ma con ottimi motivi per non farle parlare in prima persona.

Orchi, orchetti e troll probabilmente si riproducono col classico sistema dell'accoppiamento, ma per quel che ne sappiamo potrebbero anche nascere sotto i cavoli (meno probabilmente dai cespugli di rose, dei quali peraltro non c'è grande abbondanza né a Mordor né a Isengard). In ogni caso siamo tutti molto grati a Tolkien di non averci fornito adeguata quota rosa di orchette perché quella celeste di orchetti maschi ci straavanza, grazie.

Il fronte delle hobbit è paurosamente sguarnito: a parte la buonanima Belladonna contiamo quattro personaggie: Angelica, graziosa e un po' vanitosa, Mrs. Maggot che non mi sembra dica una sola parola (ma è brava ai fornelli), Lobelia Sackville- Baggins, che a sorpresa, dopo essere stata introdotta in modo piuttosto convenzionale si rivela una personalità abbastanza complessa e conoscerà perfino un riscatto finale, e, last but not least, Rosie Cotton, fidanzata, sposa e madre esemplare che sembra (e probabilmente è) presa pari pari da un romanzo di Trollope. Negli ultimi due capitoli, che sono anche gli unici dove compare, hauna parte piuttosto importante e addirittura le viene riservata la scena finale. Abbiamo anche una fugacissima menzione della madre di Frodo, Primula Brandibuck, che comunque all'epoca in cui inizia il romanzo è morta e sepolta da un pezzo.  

C'è poi Shelob, la Ragnaccia, che mostra che Tolkien era perfettamente in grado di creare anche personaggi negativi - molto, molto negativi. Anche lei viene fortemente identificata nei ruoli prettamente femminili di sposa (gulp!) e madre (ri-gulp) ma... insomma, anche lei ha poche pagine ma non risulta che nessuno se ne sia mai lamentata. C'è anche da dire che le Ragnacce sono l'unico esempio di personaggi negativi femminili (con tutto il rispetto, non credo proprio che Lobelia possa reggere il confronto).  

E veniamo infine agli Elfi, dove troviamo uno dei protagonisti principali, ovvero Lady Galadriel, donna di potere, Signora dell'Anello d'acqua, grande sovrana - potentissima e davvero ragguardevole, senz'altro, ma anche autentico ircocervo di cui l'autore non cessa di ricordarci quanto e come fosse la più notevole e potente tra le regine degli elfi - fermo restando che non solo non abbiamo in tutto il romanzo alcuna altra regina con cui fare un confronto, ma che in 1200 pagine circa non abbiamo alcuna elfa femmina a disposizione per confrontare alcunché salvo Arwen, che a volerla dire tutta è in realtà una mezzelfa, parla pochissimo, agisce ancora meno e nemmeno il lettore più perspicace è in grado di capire cosa le passa per la testa. 
Insomma, nel caso degli elfi la questione delle quote rosa è risolta in modo tutt'altro che soddisfacente.

Baccadoro invece... bene, Baccadoro è senz'altro una eccezione in questo panorama: nessuno ci spiega cos'è e chi è, ma lo stesso si può dire del suo compagno Tom Bombadil; l'unica cosa che risulta più che chiara è che entrambi sono estremamente potenti, almeno all'interno dei confini che si sono scelti, ed è anche possibile che lei sia più potente di lui; di sicuro comunque non fa parte di alcuna delle razze note della Terra di Mezzo. 

Ma veniamo alla razza che più popola le pagine del Signore degli Anelli, quella destinata a dominare la Terra di Mezzo a partire dalla Quarta Era, quando tutti gli Elfi l'avranno abbandonata: qui di personaggi femminili ne troviamo... (rullo di tamburi) ben DUE, con abbondanza davvero faraonica. La prima è l'adolescente destinata a maturare in donna, la vergine guerriera, la fanciulla presa dal solito romanzo di Trollope ma di cui ci viene detto apertamente e senza infingimenti cosa pensa e sente, la ragazza che stufa di sentirs parlare di obblighi e doveri decide improvvisamente di prendere per il collo la sua vita e  darle una svolta né ha alcun motivo di pentirsene -.0personaggio invero azzeccato sin nelle virgole e su cui tuttavia pare che qualche idiota a suo tempo abbia trovato da ridire.
La seconda invece non è una donna di potere propriamente detta, ma "solo" una abile e rispettata guaritrice, molto amante delle chiacchiere, forse non dotata in quantità sovrabbondante del dono della sintesi (al contrario di tuttissime le altre personaggie, che non si lasciano mai sfuggire una parola di troppo che sia una) ma capace di portare un raggio di luce in un momento particolarmente buio: Ioreth, che sarà un tramite indiretto per la consacrazione di Aragorn come re ricordando che i veri re erano anche guaritori.

Al termine di questo magrissimo elenco (che ignora le molte e non originalissime protagoniste del Silmarillion, che stanno comunque ad indicare che Tolkien scarseggiava di figure femminili solo quando scriveva cose destinate alla stampa) possiamo testimoniare che le figure femminili in Tolkien sono variegate, potenti, ognuna particolare a modo suo, talvolta malvage...  ma non interagiscono MAI tra loro: non abbiamo alcuna immagine che ci riconduca a quell'attività cui così di consueto le donne indulgono quando si trovano in coppia o in gruppo, ovvero fare conversazione. Sappiamo che Galadriel (e Arwen) ha delle damigelle, con cui tesse, ma non assistiamo ad alcuna conversazione tra loro, contrariamente a quel che avviene nei romanzi cortesi. Possiamo immaginare (ma senza nessuna certezza di azzeccarci) che Galadriel e Arwen abbiano parlato di Aragorn, visto che Lady Galadriel si presta volentieri al ruolo di candeliere della nipote. E sì, abbiamo perfino una scena dove Ioreth racconta alla cognata com'era andata la guarigione di Faramir e della parte non secondaria da lei avuta. E tuttavia, perfino lì sentiamo solo e soltanto le chiacchiere di Ioreth: la cognata non risponde una parola.
Che sembra confermare che il professore, pur conoscendo bene e a fondo la psicologia femminile, era del tutto incapace di scrivere una banalissima scena dove due signore parlavano tranquillamente tra loro, fosse pure del tempo o del futuro raccolto di orzo.

venerdì 31 agosto 2018

Storia di Ochikubo

 
Sì, sono d'accordissimo che la copertina non è proprio il massimo. 
Andate a lamentarvi da Marsilio, ma tenete presente che edizione, note, apparato critico ecc.  sembrano invece fatti benissimo.

Nonostante il nome che mi sono scelta in rete la cruda verità è che non sono affatto una gran conoscitrice della letteratura giapponese, e tanto meno dei monogatari, ovvero di quegli antichi romanzi scritti per lo più da nobili e colte dame tra X e XIII secolo - insomma, se mi sono letta il Genji Monogatari che in teoria avrei pure scritto è già tanto. 
Detto questo, non è mai troppo tardi per imparare e quando in biblioteca ho trovato La storia di Ochikubo mi sono detta che magari il tempo era arrivato. 

Si tratta di un monogatari dei più antichi, scritto verso la fine del X secolo da un uomo - sembra che lo si capisca dal tipo di parole scelte, perché da sempre in Giappone maschi e femmine parlano lingue un po' diverse; ma un fiero sospetto si insinua nella lettrice anche quando vede citato lo sterco e financo tirato in causa un attacco di diarrea in piena regola - naturalmente non dei protagonisti, quello sarebbe del tutto inconcepibile.
La storia di Ochikubo fa parte del fiorente filone dei monogatari con la matrigna, ovvero storie dove una bellissima e bravissima fanciulla è crudelmente trascurata, maltrattata e vessata da una crudele matrigna (mentre, di fatto, se il padre è ancora vivo di lei se ne sbatte alla grande in nome del quieto vivere e della più nera superficialità, com'è il caso in questo romanzo). Se poi aggiungiamo che a Ochibuko (il nome che la protagonista ha all'inizio della storia, e che vuol dire all'incirca "Colei che abita in basso") è stata assegnata una stanza molto in basso nel palazzo, che è vestita molto poveramente con abiti logori riciclati dalle sorelle o dalla matrigna e che viene ignobilmente sfruttata perché sa cucire molto, molto bene - una arte che ha imparato da sola, aiutata forse da qualche damigella di casa) e quindi viene messa al lavoro senza riguardi e senza l'ombra di un ringraziamento quando c'è qualche corredo di lusso da preparare per sorelle e generi, il paragone con Cenerentola viene spontaneo.

La trama, relativamente semplice, estremamente hejan e squisitamente a lietissimo fine, racconta di questa bellissima fanciulla vestita quasi di stracci ma assai sensibile ed elegante  nei pensieri e nello spirito, che suona molto bene uno strumento e ha una bella e raffinata scrittura. I servi di casa la amano teneramente, in particolare una damigella della sorella (che qui svolge col suo fidanzato la parte di Figaro, o forse dovrei dire di Despina) e in qualche modo la notizia dei  suoi molti meriti arriva fino ad un bellissimo, ricchissimo e rampantissimo giovane di nobilissima famiglia che riesce, dopo qualche contrattempo, a introdursi nella di lei camera da letto (all'epoca un modo abbastanza usuale di avviare un corteggiamento, nelle alte classi sociali).
La prima notte comunque non va proprio benissimo, perché la poverella non rivolge una singola parola al suo corteggiatore, non risponde alla lettera che lui le manda come di dovere la mattina seguente e passa tutto il suo tempo a piangere... principalmente per la vergogna di avere una camera così brutta e spoglia e di essere così malvestita.
Quando però la damigella riesce a procurare un po' di ornamenti per la stanza, delle vesti almeno decorose e una colazione per il corteggiatore (e per lei) le lacrime diminuiscono assai, la timida fanciulla comincia a rispondere ai complimenti del corteggiatore e la mattina dopo addirittura risponde alla di lui lettera.
Il corteggiamento prosegue con più lieti auspici ma quasi subito la matrigna scopre l'inghippo e trasferisce la sventurata fanciulla... nel magazzino delle provviste, tra sacchi di riso e pesce secco. Tutto ciò naturalmente non fermerà il corteggiatore, che una notte arriva, medita come forzare la serratura della dispensa... e non trovando il modo fa semplicemente e silenziosamente scardinare la porta di legno. D'ora in poi Ochikubo vivrà nel suo palazzo come sua sposa (sua UNICA sposa, aggiungiamo, che era evento piuttosto raro all'epoca) e avvierà con lui un lungo, fertile e felicissimo matrimonio dove le doti della bellissima Ochikubo saranno sempre più luminose e giustamente celebrate.
Tutto qui? Non proprio. Perché la bella e raffinata Ochikubo ha un carattere angelico e non porta rancore a nessuno, sì come avviene a quasi tutte le Cenerentole - ma suo marito di rancore ne porta invece parecchio e, tra una tappa e l'altra di una luminosissima carriera, troverà il modo di vendicarsi in modo tanto perfido quanto raffinato della matrigna e anche delle sorelle più antipatiche, e solo dopo lunghi preamboli accetterà di ammettere l'ignavo e  codardo padre di lei nelle sue grazie - e personalmente, se ho molto apprezzato la dolce storia d'amore, ammetto di aver gustato altrettanto il racconto delle vendette, anche perché al posto dello sposo avrei certo portato rancore come lui, e ho sempre avuto denti assai avvelenati verso chi aveva trattato  male i miei partner, pur considerando la vendetta una scelta individuale che spetta alla vittima.

Lettura raffinata, piacevole e molto particolare perché introduce ad una società e una cultura con usi molto diversi dai nostri (e anche da quelli che oggi siamo abituati ad identificare come "giapponesi"), tra gli altri effetti può attenuare le crisi di nostalgia da sushi e sashimi cui una dieta virtuosa può temporaneamente costringere la postatrice (anche perché all'epoca non esistevano né sushi né sashimi, ma già abbondavano i mochi, ovvero tipici dolcetti di pasta di riso). 

Con questo post (ancora allo stato grezzo) partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro buone letture e felice inizio di autunno a chiunque passi per di qua. 



giovedì 30 agosto 2018

Carlo Goldoni - Il teatro comico

Goldoni mi è sempre piaciuto, così decisi di dedicargli uno dei "percorsi di lettura" (espressione del significato mai del tutto chiarito, ma insomma noi gli portavamo qualcosa di scritto su un autore e amen) per l'esame di italiano del secondo anno della SSIS.


CARLO GOLDONI
IL TEATRO COMICO
(commedia di tre atti in prosa scritta in Venezia nell’anno 1750;
prefazione pubblicata alla medesima nel primo tomo 
dell’edizione Paperini del 1753)

Siamo nel 1750 e Goldoni descrive la sua riforma come già avvenuta e trionfante in tutti  i teatri della penisola,  attraverso quella che, per usare le sue parole più che una Commedia, prefazione può dirsi alle mie commedie [...] né altra evvi diversità fra un proemio e questo componimento, se non che nel primo si annoierebbono forse i leggitori più facilmente, e nel secondo vado in parte schivando il tedio col movimento di qualche azione
A dire il vero il risultato non è un semplice  trattato messo in bocca a più personaggi per vivacizzarlo e la naturalezza con la quale i vari argomenti vengono sviluppati  in modo chiaro ed efficace nel corso della commedia è davvero notevole.
La trama è semplice: un gruppo di attori prova una commedia, che a sua volta si sviluppa in una vicenda “alta”, dai toni quasi drammatici per il gruppo dei protagonisti borghesi, e in una vicenda “bassa”, decisamente comica e ancora legata ai canoni della Commedia dell’Arte, riservata ai servitori.  

L’intreccio “alto” racconta di un Padre (l’intramontabile e onnipresente Pantalon de’ Bisognosi) che corteggia una fanciulla, Rosaura, ignorando che questa si è già promessa al figlio Florindo, il quale a sua volta è combattuto tra la gelosia e l’affetto per il padre. Quando finalmente la verità viene alla luce, il padre si mette da parte e acconsente alle nozze del figlio, ma il sacrificio non avviene senza dolore:
Sì, ben, son un galantomo, son un omo d’onor, voggio ben a sta putta, e voggio far un sforzo per demostrarghe l’amor che ghe porto. Florindo sposerà vostra fia, ma perché vostra fia l’ho vardada con qualche passion, e no me la posso desmentegar, no voggio metterme a rischio, avendola in casa, de viver continuamente a l’inferno. Florindo, fio mio, el Ciel te benediga. Sposa siora Rosaura, che la lo merita, e resta in casa con ela e co so sior pare, fina che vivo mi; e te passerò un onesto e comodo trattamento. Niora, za che no m’avè volesto ben a mi, voggiè ben a mio fio. Trattèlo con amor e con carità, e compatì le debolezze de un povero vecchio, orbà più dal vostro merito che dalle vostre bellezze. Dottor caro, vegnì da mi, che metteremo in carta ogni cossa. Se ve bisogna robba, bezzi, son qua. Spenderò, farò tutto, ma in sta casa no ghe vegno mai più. Oimè! gh’ho el cuor ingropà, me sento che no posso più.         (Atto III)

L’intreccio non è nuovo, e i nomi sono rimasti quelli tipici della commedia, ma i sentimenti sono cambiati: il padre benedice la coppia con affetto, provvede alle nozze con generosità, ma la sua sofferenza è autentica, come autentico è l’affetto per Rosaura; né l’uno né l’altro si dissolveranno in due battute com’era buona consuetudine nei finali di teatro comico, e anzi l’autore gli fa trovare una soluzione onorevole e verosimile per sbarcare in qualche modo la situazione: lasciare la casa agli sposi e andarsene. Benedizione sì, soldi sì, quanti ne servono - ma in casa con i due sposi novelli no e poi no, non sarebbe davvero cosa.

Nell’intreccio “basso” troviamo un tipico contrasto tra pretendenti, con i tradizionali nomi delle maschere: il brillante Arlecchino e l’affidabile e solido Brighella si disputano le nozze con la bella Colombina, cameriera di Rosaura (alla fine, sembra di capire, sarà Arlecchino ad avere la meglio, ma il finale resta aperto); l’indecisione di Colombina è autentica, ma già porre il problema come la scelta tra “un marito accorto o un marito ignorante” cambia notevolmente la temperatura emotiva - per non parlare degli argomenti:

COL: Bene, chi di voi mi persuaderà sarà mio marito.
BRIGH: Mi, come omo accorto, sfadigherò, suderò, perché in casa no se manca mai da magnar.
COL: Questo è un buon capitale.
ARL; Mi, como omo ignorante, che no sa far gnente, lasserò che i boni amici porta in casa da magnar e da bever.
COL: Anche così potrebbe andar bene. 
BRIGH: Mi, come omo accorto, che sa sostegnir el ponto d’onor, te farò respettar da tutti.
COL: Mi piace.
ARL: Mi, come omo ignorante e pacifico, farò che tutti te voia ben.
COL: Non mi dispiace.
BRIGH: Mi, come omo accorto, regolerò perfettamente la casa.
COL: Buono.
ARL: Mi, come omo ignorante, lasserò che ti la regoli ti.
COL: Meglio.
BRIGH: Se ti vorà divertirte, mi te condurrò da per tutto.
COL: Benissimo.
ARL: Mi, se ti vorrà andar a spasso, te lasserò andar sola dove ti vol.
COL: Ottimamente.
BRIGH: Mi, se vedrò che qualche zerbinotto vegna per insolentarte, lo scazzerò colle brutte.
COL: Bravo.
ARL: Mi, se vedrò qualchedun che te zira dintorno, darò logo alla fortuna.
COL: Bravissimo.
BRIGH: Mi, se troverò qualchedun in casa, el copperò.
ARL: E mi torrò el candelier, e ghe farò lume.  (Atto II)

La commedia provata quindi ha una doppia anima e guarda sia verso la  “nuova maniera”, sia verso la tradizione, e si presenta come una descrizione della vita di teatro nel momento del  passaggio tra la vecchia e la nuova maniera di intendere il teatro comico. 
Ogni personaggio ha dovuto o dovrà cambiare il suo modo di lavorare per adattarsi alla “maniera moderna” - e qualcuno, come il Poeta e la Cantatrice, rischia di rimanere stritolato nel passaggio. Qualcun altro, invece, si ritrova a svolgere un lavoro nuovo: il Suggeritore.

A questa maniera moderna gli attori della compagnia hanno imparato ad adattarsi, non senza fatica:
buttemo le burle da banda, e parlemo sul sodo. Le comedie de carattere le ha butà sottossora el nostro mistier. Un povero commediante, che ha fatto el so studio segondo l’arte, e che ha fatto l’uso de dir all’improvviso ben o mal quel che vien, trovandose in necessità de studiar e de dover dir el premedità, se el gh’ha reputazion, bisogna che el ghe pensa, bisogna che el se sfadiga a studiar, e che el trema sempre, ogni volta che se fa una nova commedia, dubitando o de no saverla quanto basta, o de no sostegnir el carattere come xè necessario   (Atto I)

ricorda Pantalone al capocomico, spiegandogli le cause della sua (comprensibile) paura.
Il  capocomico gli dà ragione: è vero, col nuovo teatro comico si fatica di più, ma si ottiene anche un successo maggiore. 
Xè vero; son contentissimo, ma tremo sempre gli risponde Pantalone. 

Più avanti Colombina, richiesta di un parere, se chi ha introdotto queste novità nel teatro abbia fatto bene o male, si disimpegna abilmente: 

è una quistione che non è per me. Ma però, vedendo che il mondo vi applaudisce, giudico che avrà fatto più bene che male. Vi dico ciò, non ostante che per noi ha fatto male, perché abbiamo da studiare  assai più, e per voi ha fatto bene, perché la cassetta vi  frutta meglio. (Atto I)

Il nuovo metodo ha anche dei lati positivi, a dire degli stessi attori: quando Brighella scopre che non deve più improvvisare di testa sua con “paragoni” e “allegorie” approva con un lapidario Manco fadiga, e più sanità.

In realtà lo stesso capocomico non è contrario all’improvvisazione, tecnica italiana per eccellenza, e ricorda che ci sono tuttavia de’ personaggi eccellenti che, ad onor dell’Italia e a gloria dell’arte nostra, portano in trionfo con merito e con applauso l’ammirabile prerogativa di parlare “a soggetto”, con non minore eleganza di quello che potesse fare un poeta scrivendo
All’obiezione del Secondo Amoroso, cioé che le maschere patiscono a dire il premeditato, il capocomico ricorda che se il testo è buono e adatto al personaggio,  qualsiasi maschera lo impara volentieri. E d’altra parte al momento le maschere sono ancora importanti e non vanno assolutamente tolte di scena: Guai a noi se facessimo una tal novità: non è ancor tempo di farla ammonisce.
(Eppure, si accorge il lettore, quel tempo non è poi così lontano).

Durante le prove arrivano un Poeta e una Cantatrice per  chiedere lavoro alla compagnia. L’uno e l’altra sono legati ai vecchi schemi del teatro comico e verranno respinti su tutta la linea, pur venendo alla fine assunti come attori.
I due, ridotti letteralmente alla fame, approdano alla compagnia come ultima risorsa. Le loro condizioni, svelate a poco a poco, si rifanno ad un’illustre tradizione comica teatrale di affamati e parassiti - tuttavia il loro problema ha una causa moderna.

Per primo il poeta Lelio (molto magro) si presenta alla compagnia per proporre i suoi lavori,  ma niente di quel che fa sembra andare  bene: dai titoli troppo complicati (Pantalone padre amoroso, con Arlecchino servo fedele, Brighella mezzano per interesse, Ottavio economo in villa e Rosaura delirante per amore), alle protagoniste che dovrebbero  uscir di casa e scendere in piazza, per  raccontare lì  i fatti loro, fino alle scene inverosimili, dove i servi bastonano i padroni. 
Alla fine, mentre il poeta declama un inverosimile dialogo in rima tra innamorati, la compagnia si dà alla fuga.
"Ma no sàla che dialoghi, uscite, soliloqui, rimproveri, concetti, disperazion, tirade, le son cosse che no se usan più? lo rimprovera Brighella prima di spiegargli che oggi si usano solo commedie de carattere, cosa che ha riportato finalmente il teatro comico alla sua antica funzione di correggere i vizi e metter in ridicolo i cattivi costumi. Prontamente allora Lelio offre una sua traduzione da un testo francese, che il capocomico respinge spiegando che
I Francesi nelle loro commedie non si può dire che non abbiano de’ bei caratteri, e ben sostenuti, che non maneggino bene le passioni, e che i loro concetti non siano arguti, spiritosi e brillanti, ma gl’uditori di quel  paese si contentano del poco. Un carattere solo basta per sostenere una commedia francese. Intorno ad una sola passione, ben maneggiata e condotta, raggirano una quantità di periodi, i quali colla forza dell’esprimere prendono aria di novità. I nostri Italiani vogliono molto più. Vogliono che il carattere principale sia forte, originale e conosciuto; che quasi tutte le persone, che formano gli episodi, sieno altrettanti caratteri; che l’intreccio sia mediocremente fecondo d’accidenti e di novità. Vogliono la morale, mescolata coi sali e colle facezie. Vogliono il fine inaspettato, ma bene originato dalla condotta della commedia. Vogliono tante infinite cose, che troppo lungo sarebbe il dirle (Atto II)

Dunque solo un italico testo può contentare questo pubblico esigente e raffinato, al quale i tanto rinomati autori francesi hanno ormai poco da dare (d’altronde un savio autore di teatro deve sempre aver cura di  blandire il suo pubblico...).
In seguito lo sventurato poeta scopre che è in declino anche la classica unità di scena (di cui peraltro, ricorda il capocomico, Aristotele ha parlato solo per la tragedia, visto che il trattato sulla commedia non ci è pervenuto), molto utile per gli antichi che avevano problemi con i cambi di scena, molto meno per l’epoca moderna, che i  cambi di scena li affronta senza problemi. Il concetto di unità di scena non viene in realtà respinto del tutto, solo si raccomanda di osservarlo solo quando l’azione della commedia non ne risulti forzata - che è quasi impossibile con le commedie “di intreccio”. 
(Più avanti lo sventurato Poeta apprenderà che anche i precetti oraziani son in declino, e del resto il capocomico è un po’ filologo).

Scoraggiato, il povero Poeta decide di provare il teatro come attore, anche perché comporre sembra diventata un’impresa impossibile: per quel che sento, sono tanti i precetti d’una commedia quante sono, per così dire, le parole che la compongono. L’audizione andrà piuttosto bene anche se, naturalmente, la scelta del testo da lui usato per la prova sarà assai criticata, approfittando dell’occasione anche per fare una tirata sui soliloqui, in base al sensato principio che non è verosimile che un uomo, che parla solo, faccia a se stesso l’istoria de’ suoi amori o de’ suoi accidenti.

Infine, prima di completare la prova, la  compagnia riceve  una nuova visita: la Virtuosa di Musica, che offre i suoi talenti (a tariffa tutt’altro che modica) per “cantare gli intermezzi”. L’iniziale imbarazzo dei comici, che non sanno come spiegarle che considerano gli intermezzi musicali nel teatro comico alla stregua di anticaglie, viene presto dissolto dalla superbia della Cantatrice (che, spiegherà la donna più avanti, è praticamente un obbligo professionale per un musico).
E’ passato il tempo, signora mia, che la musica si teneva sotto i piedi l’arte comica, proclamano fieramente i comici prima di rifiutare la scortese offerta. Sarà il poeta Lelio, per solidarietà di naufraghi, a portarla a pranzo con la compagnia  e a suggerirle di  darsi anche lei al teatro di prosa.
Mi lascerò persuadere a far la comica? si domanda la Cantatrice, per poi decidere: Mi regolerò secondo la tavola de’ commedianti. Già, per dirla, è tutto teatro, e di cattiva musica può essere ch’io diventi mediocre comica.

martedì 28 agosto 2018

Uno hobbit per finirlo e alle stampe alfin mandarlo

La seconda considerazione che è andata prendendo forma nelle spaziose pareti eccetera eccetera (vedi post precedente) riguarda la storia editoriale di Tolkien, che fin da ragazzo scrisse ampie e dettagliate storie delle Ere Antiche della Terra di Mezzo, partendo dalla sua creazione attraverso la musica e raccogliendole pazientemente nel Silmarillion, ma senza pubblicarle mai.
Tolkien morì nel 1973, ovvero diciotto anni dopo la pubblicazione del Signore degli Anelli. Il romanzo gli portò in cassa qualche soldo e lui andò in pensione. Quali circostanze più favorevoli per preparare per le stampe la sua opera di una vita, quella cui in teoria aveva sempre lavorato? Ma, nulla. Quando infine Il Silmarillion uscì il figlio Christopher dovette pasticciare non poco per sistemare una materia che era ancora allo stato fluido. Non solo, ma molti dei testi che compongono Il Silmarillion esistevano in più versioni, talvolta lunghe e dettagliate e in contraddizione o in contrasto tra loro. Fino alla fine Tolkien aveva continuato a giocare col suo giocattolo preferito, evitando con cura di dargli una forma stabile che gli permettesse di andare in giro per il mondo incontro a un destino editoriale.
Insomma, la mia personale teoria è che, vivente Tolkien, Il Silmarillion non sia stato pubblicato perché al professore non importava, e voleva tenere aperto il laboratorio fino all'ultimo - oppure, a scelta, che a quel punto le storie del Silmarillion lo interessassero fino a un certo punto perché ormai sapeva come andava a finire la storia.
C'è un altro fattore da considerare: nel frattempo, nell'eroica Terra di Mezzo colma di gioielli magici e cupidi nani e nobilissimi e sanguinarissimi (e talvolta stupidissimi) elfi e uomini usciti di peso, loro sì, da saghe celtiche e germaniche di quelle dove il destino si comporta sempre in maniera scorretta, era entrato in scena un popolo anarchico e disciplinato, gaudente e resiliente, disinteressato a gioielli magici, alle spade incantate e spesso perfino agli spocchiosissimi elfi, che commerciava con i nani comprando soprattutto giocattoli e fuochi d'artificio... insomma, gli hobbit, con le loro doppie colazioni (una delle quali a base di bacon e uova), i loro pub, i loro campi ben arati, indifesi in modo patetico ma capaci di sbrogliarsela nelle situazioni più assurde.
In presenza degli hobbit le storie assumono un senso, e pretendono a gran vice di essere portate a una conclusione. Non ci sono hobbit nel Silmarillion, se non appiccicati con lo sputo nell'ultimissimo capitolo che in sintesi è solo un rapido riassunto per infilare il Signore degli Anelli in tutta la vicenda. 
Non ci sono hobbit, ma soprattutto: come potrebbero esserci? Cosa potrebbero fare, in tutte quelle storie nobili ed eroiche e pure un po' convenzionali? 
Beh, magari potrebbero farci molto, ma col loro intervento le storie avrebbero una conclusione, un senso, una dimensione precisa: diventerebbero, insomma, vere storie. Oppure si snaturerebbero e perderebbero sapore, più probabilmente.
Resta il fatto che di tutte le storie della Terra di Mezzo Tolkien è riuscito a completarne e stamparne due (la prima delle quali non era nata per stare nel ciclo della Terra di Mezzo) ed erano quelle con gli hobbit. Guarda caso, sono anche quelle secondo me letterariamente più valide e con i personaggi più interessanti. 
Coincidenze? Personalmente ne dubito.

lunedì 27 agosto 2018

What are we Tolkien' about?

Di recente Gaberricci mi ha dedicato un post. La cosa mi ha fatto molto piacere, non solo perché sto attraversando un periodo in cui le attestazioni di stima e simpatia mi fanno particolarmente piacere ma anche perché il post in questione tratta di Tolkien e letteratura fantasy. 
In mezzo a tutta una serie di considerazioni (temo piuttosto valide) sulla funzione di buona parte della letteratura fantasy Gaberricci ricorda anche come Il Signore degli Anelli abbia cristallizzato per decenni il canone della letteratura fantasy col risultato di incanalarla ancora in culla ad un modello e a una formula ineludibili, anche se via via sempre più slavati.
La cosa è abbastanza nota e chi ha provato ad assaggiare un po' di fantasy degli anni 70 e 80 conosce benissimo il fenomeno (e l'orchite quasi inevitabile che ne deriva al lettore maschio, mentre nelle lettrici si creava spesso uno spiacevole flusso di latte alle ginocchia). Tuttavia, a forza di ripensarci (ho tantissimo tempo per pensare alle cose più strane, in questo periodo) si sono concretizzate un paio di considerazioni che da qualche anno frullavano pigramente tra le deserte pareti che dovrebbero in teoria custodire il mio povero cervello.
Prima considerazione: la letteratura fantasy nata a imitazione di Tolkien deriva da Tolkien meno di quel che sembra, ed è in realtà figlia soprattutto di una serie di stereotipi culturali attraverso i quali Tolkien è stato filtrato e che sono stati usatissimi per costruire i giochi di ruolo.
Tanto per cominciare, il Medioevo. Qualcuno ha deciso che Il Signore degli Anelli era ambientato nel medioevo perché c'erano un po' di spade famose e i cavalieri di Rohan, e siccome c'era l'ambientazione medievale erano necessari un po' di re, molti cavalieri... e i monaci, di cui in effetti in Tolkien non c'è traccia, per precisa e ben determinata scelta dell'autore.
Altri elementi molto gettonati sono stati maghi, orchetti, unicorni, draghi, incantesimi e soprattutto nani ed elfi. Qualche sacerdotessa e qualche strega, anche.Tutto ciò farà magari parte dell'immaginario legato al medioevo (ma è roba che continua fino almeno a tutto il Cinquecento e in molti casi risale alla letteratura classica) ma certamente NON del medioevo storico che conosciamo. Molti autori stanno comunque ben attenti a scansare patate, tabacco e spaghetti e pizza al pomodoro, finendo spesso per nutrire i propri personaggi soprattutto di pane e formaggio e cacciagione alla brace o allo spiedo. C'è anche una certa abbondanza di belle ragazze con la spada, in percentuale assai maggiore di quella impiegata dal Professore - ma anche lì, il tema viaggia dalle Amazzoni greche fino alla Clorinda di Tasso e la storia e le tematiche legate a Eowyn non ricordo che vengano mai chiamate in causa.
Elfi e Nani sono molto gettonati ma finiscono spesso per appesantire inutilmente la narrazione: gli elfi sono molto nobili d'animo e pallosi, i nani molto ruvidi e spicci e tutto suona decisamente stereotipato.
Gli orchetti (o i loro equivalenti) e le terre maledette dominate dalle tenebre naturalmente abbondano. Due palle da non dirsi, garantisco. Di solito si tratta di una malvagità di superficie, ottenuta lavorando con effetti speciali su cartongesso, in modo assai convenzionale. 
Qualche storia d'amore qua e là un po' accennata, leggermente più esplicita dinquelle di Tolkien. Sesso a malapena intuibile, a volte qualche bacio o una scena un po' affettuosa. Qualcuno ha stabilito che nel fantasy non ci va il sesso e il tabù dura tuttora, se Martin è riuscito a scatenare il vespaio che ha scatenato facendo trombare i suoi protagonisti a volte direttamente sulla pagina (ma niente di più di quanto non sia più che accettabile ormai da decenni nei romanzi  di avventura, e non parliamo di quelli di azione).

In compenso mancano gli hobbit, protetti dalle leggi sul copyright ma anche da qualche meccanismo più potente (forse magico?) che fa sì che non esistano comunità umane che si rifanno al modello della Contea. Ma soprattutto mancano i boschi tolkieniani, che sono qualcosa di molto diverso dalle solite foreste incantate dove a volte si nasconde qualche eremita e costituiscono uno degli elementi più affascinanti del romanzo. Immagino che creare una foresta con una sua personalità sia più complesso che sbattere sulla carta qulche nobile elfo molto saggio e dall'aria assai malinconica (ma bellissimo). 
In pratica: nel rifare Il Signore degli Anelli coloro che hanno... diciamo tratto profonda ispirazione dal romanzo di Tolkien, hanno trovato maggior facilità di utilizzo per gli elementi più, diciamo, commerciali - anche se talvolta hanno trovato loro specifico dovere intrattenere il lettore con soporifere descrizioni di paesaggi costruiti con lo stampino e battaglie simil-medievali (che però, contrariamente alle vere battaglie medievali, facevano un sacco di morti), a rischio di addormentarlo senza pietà. 

domenica 26 agosto 2018

In nuovo pascolo cercare mia civanza

All'inizio di Agosto risultò evidente che l'ospedale che mi aveva seguito fino a quel momento non riusciva a partorirmi una diagnosi né tantomeno una cura per il misterioso male che andava consumandomi. L'affare andava facendosi piuttosto grave non solo perché il nuovo anno scolastico andava avvicinandosi e io stavo peggio che pria, ma anche e soprattutto perché si trattava ormai di trovare una soluzione al problema in tempi rapidi oppure rassegnarsi ben presto a non avere più problema alcuno, perché esso  rischiava di scomparire insieme alla possibilità di risolverlo.
Fortunosamente vènni infine a sapere di un reparto specializzato in problemi come il mio in un altro ospedale cittadino, e lì decisi di tentare nuovamente la sorte. Arrivai strisciando poco prima di Ferragosto e rimasi piacevolmente sorpresa vedendo che affrontavano la questione da una prospettiva molto diversa, fregandosene alquanto che fosse o meno Ferragosto o qualsivoglia altro giorno festivo. 
Al momento le prospettive non sembrano malvage e avrei perfino una diagnosi, per quanto forse parziale. Comunque chi mi sta vicino sembra molto ottimista e sto recuperando con una certa energia. Di più non mi sento di dire, e aspetto futuri sviluppi.

Stamani poi il mio umore ha subito una impennata positiva grazie allo sbarco degli sventurati migranti che finalmente avranno biancheria pulita, cure mediche, docce calde e materassi dopo essere stati usati dal nostro glorioso ministro degli interni come gadget da propaganda per dieci giorni. Da un letto di ospedale si impara a solidarizzare con tante cose e il pensiero di quei poveretti che dormivano per terra su un ponte di metallo in pieno Agosto, non avevano vestiti di ricambio (immagino che il buon leghista non si cambi spesso la biancheria, o almeno questo è il messaggio che mi è arrivato) né antibiotici per la polmonite, anche se gli davano tre pasti al giorno, stava diventando per me una sofferenza aggiuntiva - non so che farci, mi ha preso così. 
Certo, la figura di merda in mondovisione resta, come resta il senso di vergogna che mi ha perseguitato per tutti questi giorni, ma lì non credo ci sia rimedio possibile se non, appunto, quello di accettare la cruda realtà dei fatti e vergognarsi serenamente.

venerdì 20 luglio 2018

Precious Ramotswe, detective

Quel che vado oggi a presentare non è certo una novità per il Venerdì del Libro; o meglio, in un certo senso probabilmente lo è perché in diversi, tra cui la padrona di casa, ma anche Cara Lilli... e Hovogliadichiacchiere (che se non sbaglio è stata la prima a parlarne) hanno presentato Le lacrime della giraffa, che è il secondo volume della serie, mentre questo è il primo e forse, ma solo forse, non l'ha ancora presentato nessuno. In tutti i casi, lo presento io oggi.
Le premesse sono note: Alexander McCall Smith è un bianco di origini scozzesi nato e cresciuto nello Zimbabwe che ha studiato in Scozia e lavorato in Botswana per poi tornare in Scozia. Nel 1998 gli venne anche l'idea di scrivere, e il presente libro è il risultato di questo suo tentativo, che ottenne il suo bravo successo. Da allora ha scritto una caterva di romanzi articolati in diverse serie, ambientati in Botswana ma anche in Scozia - e da quel che ho visto quelli dedicati a Precious Ramotswe sono decisamente migliori degli altri. O almeno, l'unico romanzo a sfondo scozzese che ho letto mi sembrò che lasciasse decisamente il tempo che trovava e non mi spinse affatto a cercare altro di lui (comunque di una di queste serie si è occupata anche MammaAvvocato, in tempi ormai lontani, per chi cerca un parere alternativo).
Quando mi prese il trip africano però decisi di tentare la sorte anche con la serie di Precious, di cui avevo sentito dire un gran bene anche qui sul Venerdì del libro.
Come risultato del primo, diffidente tentativo, adesso mi sto spolpando l'intera serie con grande soddisfazione, con l'unico inconveniente che purtroppo ormai li ho letti quasi tutti - che è un problema perché mi hanno istillato una dipendenza micidiale ed essendo piuttosto brevi ed estremamente scorrevoli vanno via davvero in fretta.
Questo, che è il primo, va via un po' meno in fretta degli altri, anche perché è più denso. Infatti non racconta solo "il primo caso della detective n°1 del Botswana", come recita la copertina, ma, oltre a presentare una vasta selezione dei primi casi della Ladies' Detective Agency n. 1 (un nome che gioca sul fatto che di agenzie investigative in  città c'è solo quella e che è gestita solo da donne, anche se non lavora solo per clienti donne) fondata da Precious, racconta la storia della sua vita fino appunto alla fondazione dell'agenzia, e prima ancora quella del suo amato padre e il passaggio all'indipendenza del Botswana avvenuto nel 1966 (prima era stato la colonia inglese del Bechuanaland).
Il Botswana è uno stato molto particolare dell'Africa: grazie alle miniere di diamanti e a una classe dirigente più sennata di quelle degli stati circostanti è uno stato tranquillo, non eccessivamente povero, in via di costante arricchimento e che non è stato funestato da drammatiche guerre civili o carestie; anche la convivenza tra bianchi e neri risulta piuttosto pacifica e il processo di modernizzazione del paese sta avvenendo senza troppi traumi e senza fratture laceranti con le vecchie tradizioni. Viene insomma presentato un mondo in via di trasformazione ma anche piuttosto tranquillo, dove i casi su cui Precious Ramotswe è chiamata a indagare richiedono spesso molto buon senso e tecniche di indagine piuttosto particolari nonché una notevole capacità di osservazione e di ascolto (senza la quale del resto nessun investigatore ha speranza di concludere un granché) ma dove la violenza scarseggia, le sparatorie e i drammatici inseguimenti mancano del tutto - in compenso abbondano serpenti, scorpioni e strade piuttosto azzardose da percorrere - e solo occasionalmente le indagini riguardano casi di omicidio. Abbondano invece le tazze di tè ma soprattutto le chiacchiere e le indiscrezioni, indispensabili ad ogni buon investigatore da che il mondo è mondo, mentre i moventi e le dinamiche di certi reati possono talvolta lasciare perplesso il lettore europeo - perplesso, ma non incredulo, perché si rende conto di essere in un mondo profondamente diverso da quello cui è abituato.
Con l'andare dei romanzi Precious si fidanza e si sposa, come la sua assistente e poi socia, e il mondo intorno a lei si popola di apprendisti, figli adottivi, amici e parenti e amici di parenti e parenti di amici (perché nel Botswana tutti si conoscono e sono imparentati tra loro, perfino peggio che a Firenze) di cui vengono seguite le vicende nel corso del tempo. Ogni libro presenta quindi una struttura piuttosto composita che comprende almeno due-tre casi di diverso genere per l'agenzia investigativa e almeno un paio di vicende personali dei protagonisti fissi del gruppo. Il tutto è affrontato con un certo fatalismo, molta comprensione umana e una certa fiducia nell'ordinamento cosmico del mondo che conforta il lettore occidentale ed evita di sottoporlo a gravi stress. 
Una lettura rilassante, dunque, che rende molto bene il senso dello scorrere della vita ma dove i drammi non mancano, anche se sono affrontati senza isterismi; una lettura, aggiungo, che funziona per tutte le stagioni e per tutti gli stati d'animo purché non si cerchi uno svolgimento frenetico e una azione senza respiro. 
Consigliabile accompagnarlo con tazze di tè (anche rosso, che è quello preferito da Precious) o, in estate, con spremute di frutta ben ghiacciate.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma, felice di aver abbandonato i pregiudizi verso un autore che avevo all'inizio ingiustamente scartato nonostante i molti buoni consigli ricevuti in proposito.

martedì 17 luglio 2018

Santuzza nei Malavoglia, ovvero amore e contrabbando

Carl Bloch In una osteria romana (1866)

(I Malavoglia mi sono sempre parsi un romanzo molto deprimente e non l'ho mai letto molto volentieri. Tuttavia sono sempre stata costretta ad ammettere che è scritto DAVVERO bene, con un tipo di scrittura corale tutt'altro che consueto nella letteratura italiana... ma molto praticato in alcuni dei miei autori preferiti. Il primo capitolo del Signore degli Anelli per esempio è costruito  esattamente con la stessa tecnica. Scelsi il personaggio di Santuzza perché aveva dei discreti risvolti  da romanzo giallo, e perché ero sicurissima che nessuno dei miei compagni di corso, troppo impegnati a spulciare antologie per avere il tempo di leggere i testi completi con attenzione, se ne sarebbe occupato. Insomma, volevo che fosse chiaro che IO, invece, leggevo sempre il testo in integrale; e volevo che fosse chiaro senza che mi scomodassi a dirlo. I professori che tenevano il corso di letteratura italiana apprezzarono e mi diedero un voto assai alto - e a conti fatti probabilmente non dovetti faticare più dei miei compagni di corso antologizzati, però mi divertii di più.
Di Santuzza si parla nei capitoli II, III, VIII, X, XII, XIII, XIV e XV).


Il personaggio di Santuzza (vero nome Mariangela) viene descritto nel libro poco per volta, con una tecnica non dissimile a quella impiegata da Agatha Christie in alcuni dei suoi migliori romanzi, attraverso un puzzle di voci e pettegolezzi che finiranno per dare un quadro finale molto diverso da quello che è stato fatto intravedere all’inizio: inizialmente sembra solo un personaggio che ha la funzione di fornire un po’ di colore locale allo sfondo di Aci Trezza ma più avanti, pur interagendo solo marginalmente con i Malavoglia, si rivelerà come uno dei perni nascosti del meccanismo che stritolerà la famiglia dei protagonisti.

La intravediamo per la prima volta nel capitolo II, nel corso della conversazione corale al crepuscolo che occupa tutto il capitolo, attraverso le parole di Piedipapera. Si discute sul perché don Michele, la guardia del paese, andasse “a guardare l’interesse dei galantuomini dalla parte dell’osteria”:

Ci va per confabulare di nascosto con lo zio Santoro, il padre della Santuzza. Quelli che mangiano il pane del re devono tutti far gli sbirri, e sapere i fatti di ognuno a Trezza e dappertutto, e lo zio Santoro, così cieco com’è, che sembra un pipistrello al sole, sulla porta dell’osteria, sa tutto quello che succede in paese, e potrebbe chiamarci per nome ad uno a uno soltanto a sentirci camminare. Ei non ci sente solo quando massaro Filippo va a recitare il rosario colla Santuzza, ed è un tesoro per fare la guardia, meglio di come se gli avessero messo un fazzoletto suglio occhi.

I lettori vengono così informati dell’esistenza di un’osteria nel paese e che questa osteria appartiene a una coppia padre-figlia dove il polo più forte, contrariamente alla consuetudine, è la figlia, che anzi grazie alla debolezza del padre riesce a gestire con tranquillità la sua vita sentimentale (in cui partecipa un tal massaro Filippo). 
Solo un certo gusto dell’accumulo può, in apparenza, giustificare la compresenza in un solo paragrafo del gendarme don Michele insieme allo zio Santoro, padre reso forzatamente compiacente dalla sua infermità, alll’ostessa di Aci Trezza e alle relazioni private dell’ostessa medesima. Vedremo invece più avanti che non solo questi personaggi sono legati da una fitta trama di interessi comuni, ma che a questa trama non è estraneo nemmeno Piedipapera.

Il tema di massaro Filippo e della sua relazione con la Santuzza viene ripreso in abbondanza al capitolo successivo, che si svolge sul selciato della chiesa:
Le calze della Santuzza, osservava Piedipapera, mentre ella camminava sulla punta delle scarpette, come una gattina - le calze della Santuzza, acqua o vento, non le ha viste altri che massaro Filippo l’ortolano, questa è la verità.”

Ma non è solo Piedipapera a sparlare: anche altre donne commentano la relazione tra Santuzza e massaro Filippo l’ortolano come cosa nota urbi et orbi, chi per osservare che l’ostessa non dovrebbe tenere in peccato mortale un padre di famiglia, chi per lamentare che comunque la Santuzza è la superiora delle Figlie di Maria.

Per quasi cinque capitoli cala il silenzio su questa strana coppia. Finché
Nella notte si udirono delle fucilate verso il Rotolo, e lungo tutta la spianata, che pareva la caccia alle quaglie. - Altro che quaglie! mormoravano i pescatori rizzandosi sul letto ad ascoltare. E’ son quaglie a due piedi, di quelle che portano lo zucchero e il caffè, e i fazzoleti di seta di contrabbando. Don Michele ieri sera andava per la strada coi calzoni dentro gli stivali e la pistola sulla pancia!

All’alba troviamo Piedipapera a bere dal barbiere Pizzuto, nervoso con la faccia “di un cane che ha rotto la pentola”, Michele che si lamenta con la Santuzza perché la caccia è andata male, e la Santuzza (pure lei molto mattiniera e già al lavoro) che lo rimprovera affettuosamente “Non lo sapete che se chiudete gli occhi voi, vi portate nella fossa anche degli altri?” assicurandolo che non si era trattato di massaro Filippo “che tentava di far entrare il suo vino di contrabbando” (al che il lettore comincia a sospettare che nella scelta dei suoi amici del cuore la Santuzza non sia guidata solo dalla concupiscenza).

Nel frattempo la trama va avanti, e tra le altre cose Barbara Zuppidda sembra decidersi finalmente, ora che ‘Ntoni di padron ‘Ntoni è diventato decisamente povero dopo il secondo naufragio della Provvidenza, ad accettare la corte di don Michele. E le chiacchiere arrivano fino all’osteria, naturalmente:

La Santuzza, mentre risciacquava i bicchieri, si voltava dall’altra parte , per non sentire le bestemmie e le parolacce che dicevano; ma all’udir discorrere di don Michele, si dimenticava anche di questo e stava ad ascoltare con tanto d’occhi. Era diventata curiosa anche lei, e stava tutta orecchi quando ne parlavano, e al fratellino della Nunziata, o ad Alessi, allorché venivano pel vino, regalava delle mele e delle mandorle verdi, per sapere chi s’era visto nella strada del Nero. Don Michele giurava e spergiurava che non era vero, e spesso la sera, quando l’osteria era già chiusa, si udiva un coro del diavolo dietro la porta. - Bugiardo! gridava la Santuzza. Assassino! ladro! nemico di Dio!
Tanto che don Michele non si fece più vedere all’osteria, e si contentava di mandare a prendere il vino”.

Che ne è stato di massaro Filippo? C’è stato  un cambio della guardia? 
Sembra proprio di no. Infatti:
Massaro Filippo, invece di essere contento che si fosse tolto così un altro cane da quell’osso della Santuzza, metteva buone parole e cercava di rappattumarli, che nessuno ci capiva più nulla. Ma era tempo perso.

Infatti la Santuzza giura che non vuol sentirne più parlare, a costo di dover chiudere l’osteria e mettersi a far la calzetta. Massaro Filippo cerca lo stesso di riconciliarla con don Michele “perché la finisse quella lite con la Santuzza, dopo che erano stati amici! ed ora avrebbero fatto chiacchierare la gente”.
E infatti la gente chiacchiera quanto più non potrebbe. L’unico commento riportato, però, il più scontato, è quello di Pizzuto (nella cui bottega Piedipapera sembra di casa): “Massaro Filippo ha bisogno di aiuto” perché “quella Santuzza si mangerebbe anche il Crocifisso!”.

Siamo ormai in piena commedia all’italiana, manca solo Lando Buzzanca. Avviati su questa strada, vediamo la Santuzza  confessarsi dal parroco per la sua tresca con don Michele (e siccome il tutto era stato narrato “sotto sigillo di confessione” ben presto fa il giro del paese) nonché la madre di Barbara Zuppidda allontanare in gran fretta il corteggiatore della figlia - il tutto fra grida, schiamazzi e sceneggiate.

Due capitoli dopo le cose sembrano rimaste immutate, a giudicare dalla conversazione tra don Franco e ‘Ntoni (“La Santuzza ci ha massaro Filippo; e don Michele ronza sempre per la via del Nero, senza nessuna paura di comare Zuppidda e della sua conocchia!” racconta don Franco). 
Poco dopo scopriamo infatti che don Michele sta facendo il filo alla più giovane dei Malaviglia, Lia. 
‘Ntoni non sembra accorgersene; sta infatti attraversando la profonda crisi che lo porterà al carcere; al momento, comunque, è solo un ragazzo senza niente da fare e con una propensione un po’ troppo spiccata per il vino. Un bel ragazzo, anche, come è stato fatto capire più volte.

La Santuzza, dopo che l’aveva rotta con don Michele, aveva preso a ben volere ‘Ntoni, per quel modo di portare il berretto sull’orecchio, e di dondolare le spalle camminando che aveva preso da soldato; e gli metteva in serbo sotto il banco tutti i piatti coi resti che lasciavano gli avventori; e un po’ di qua e un po’ di là gli riempiva anche il bicchiere. In tal modo lo manteneva grasso e unto come il cane del macellaio. Al bisogno poi ‘Ntoni si disobbligava
e si disobbligava per l’appunto con funzioni analoghe a quelle di un buon cane da guardia, affrontando gli avventori più difficili da gestire, sorvegliando il banco quando la Santuzza andava a confessarsi e mostrandosi allegro con gli amici della taverna. Tutti perciò “gli volevano bene come se fosse a casa sua” tranne lo zio Santoro che “borbottava, fra un’avemaria e l’altra, contro di lui che viveva alle spalle di sua figlia” - il che era verissimo.
Alle rimostranze del padre Santuzza però risponde che, infine, era padrona di fare come voleva, perché “non aveva più bisogno di nessuno”.

Sì, sì! brontolava lo zio Santoro, quando poteva acchiapparla un momento a quattr’occhi. Di don Michele ne hai sempre bisogno. Massaro Filippo m’ha detto dieci volte che è tempo di finirla, che il vino nuovo non può tenerlo più nella cantina, e bisognerebbe farlo entrare di contrabbando.

Improvvisamente il misterioso triangolo assume tutt’altro aspetto agli occhi del lettore: a quanto sembra, più che l’amore c’è di mezzo il contrabbando. La complicità dell’uomo di Stato, don Michele, era indispensabile perché il traffico si svolgesse senza problemi, e massaro Filippo aveva ben il suo interesse nell’amicizia tra l’ostessa e la guardia.
Peccato che l’ostessa si sia stufata: per ‘Ntoni, che ha ormai raggiunto un notevole stato di passività, la Santuzza rappresenta una qualsiasi sponda cui attaccarsi senza troppa convinzione; Santuzza invece sembra mossa da una simpatia piuttosto forte, o da un altrettanto forte rancore verso don Michele (o forse da un misto di entrambi): “Dovessi pagare il dazio due volte, e il contrabbando, don Michele non lo voglio più, no e poi no!” perché “’Ntoni Malaviglia, senza galloni, valeva dieci volte don Michele”.
Insomma, per una volta Santuzza segue il suo piacere più che gli interessi dell’osteria. Ma l’idillio ha breve durata, anche per colpa delle continue recriminazioni dello zio Santoro: senza il vino di massaro Filippo gli avventori non vengono più volentieri, e trovandosi davanti “quell’affamato di ‘Ntoni” vengono ancor meno. Volendo, ci sono perfino degli scrupoli di coscienza:
Ora che non c’è più lui [don Michele], non viene nemmeno massaro Filippo. L’altra volta è passato di qua, e io volevo farlo entrare; ma ei dice che è inutile venirci, giacché il mosto non può farlo passare più di contrabbando, ora che sei in collera con don Michele. Una cosa che non è buona né per l’anima né pel corpo. La gente comincia perfino a mormorare che a ‘Ntoni gli fai la carità pelosa, giacché massaro Filippo non ci viene più, e vedrai come andrà a finire! Vedrai che arriverà all’orecchio del vicario, e ti leveranno la medaglia di Figlia di Maria.

La Santuzza tiene duro, anche per puntiglio “perché in casa sua voleva essere sempre la padrona”, ma i capricci non sono eterni e in cuor suo la ragazza sa che suo padre non ha tutti i torti. ‘Ntoni viene gradualmente messo alla porta, e infine lo zio Santoro avvia la riconciliazione con don Michele. “Farò le cose con giudizio” assicura alla figlia “Non ti lascerei fare la figura di tornare a leccare gli stivali a don Michele: sono tuo padre o no, santo Dio?”.
‘Ntoni non la prende per niente bene, e minaccia piazzate (“Voglio svergognare lui e la Santuzza davanti a tutto il paese quando vanno alla messa! Voglio dir loro il fatto mio e far ridere la gente.”). 

Quanto al resto del paese, capisce quel che vuol capire e parla di conseguenza:
Vuol dire che ci era sotto qualcosa per tenersi il broncio. E come massaro Filippo era pure tornato all’osteria: - Anche quell’altro! Che non sa starci senza don Michele? E’ segno che è innamorato di don Michele, piuttosto che della Santuzza. Certuni non sanno star soli neppure in paradiso.

Dopo aver inconsapevolmente ostacolato il contrabbando di Aci Trezza, ‘Ntoni decide di parteciparci, con molte esitazioni e scarsa convinzione. e nel modo più maldestro e appariscente possibile, nonostante i saggi avvertimenti di don Michele che, nel tentativo di avvisarlo tramite sua sorella aveva impostato la questione con grande chiarezza, svelando qualche ulteriore retroscena:
ditegli pure che non bazzichi tanto con quell’imbroglione di Piedipapera, nella bottega di Pizzuto, che si sa tutto e nei guai poi ci resterà lui. [...] Gli altri [Cinghialenta e Rocco Spatu] sono volpi vecchie [...] Vostro fratello si fida di Piedipapera, e non sa che le guardie doganali hanno il tanto per cento sui contrabbandi, e per sorprenderli bisogna dar la parte a uno della combriccola, e farlo cantare per chiapparla.

Don Michele si rivela buon profeta, e ‘Ntoni si ritroverà incastrato in un meccanismo che non ha nemmeno cercato  di capire. Tra una disgrazia e l’altra dei Malaviglia, la Santuzza scompare fino alle ultime pagine, quando scopriamo che ha (quasi) cambiato vita:

La Santuzza aveva ragione di baciare la medaglia; nessuno poteva dire nulla dei fatti suoi; dacché don Michele se n’era andato, massaro Filippo non si faceva vedere più nemmeno lui, e la gente diceva che colui non sapeva stare senza l’aiuto di don Michele. Ora la moglie di Cinghialenta veniva di tanto in tanto a fare il diavolo davanti all’osteria, coi pugni sui fianchi, strillando che la Santuzza le rubava il marito”.