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giovedì 15 novembre 2018

All'armi, siam razzisti?

Un pesce gustoso, economico e che si può facilmente cucinare: niente di strano che anche le razze siano a rischio di estinzione e vadano protette, ad esempio pescandole solo in certi periodi dell'anno.

Quando arriviamo alla questione delle leggi razziali, esordisco sempre spiegando ai miei alunni che, qualsiasi cosa possano dirne i genetisti, le razze esistono eccome, e sono anche molto buone. Poi gliene faccio vedere qualcuna, cruda, cotta o in libertà, sulla Lim.
E poi si passa al resto, che è molto meno ricreativo.

Non è detto che gli italiani al momento siano (ancora, o di nuovo) fascisti, ma mi sembra più che certo e acclarato che siano razzisti. Al momento il fenomeno è in espansione, ma succede spesso nei momenti di grande stagnazione intellettuale: visto che non ci riesce di occuparci di argomenti seri (imprenditoria, collegamenti scuola-formazione-lavoro, gestione dei servizi pubblici, gestione della spazzatura, asili nido, tutela dell'ambiente) troviamo molto più comodo concentrarci su una questione davvero vitale: la razza italiana è in pericolo di estinzione?
Di sicuro non lo è la razza umana, visto che abbiamo gloriosamente passato i sette miliardi e ci stiamo allegramente avviando verso gli otto; ma anche gli italiani sembrano ben lungi dal rischio di estinzione: un po' di contrazione demografica, d'accordo, ma non siamo un gruppetto di trecento sopravvissuti da rinchiudere in apposite riserve e parchi nazionali per evitare la nostra scomparsa. Restiamo abbondantemente sopra i 50 milioni di individui.
Qualsiasi cosa voglia dire "razza italiana", che è un po' come definire "di razza europea" il gatto di casa che a suo tempo abbiamo trovato in giardino o per la strada: incroci di incroci di incroci. Il che non toglie che sia un bellissimo gatto, naturalmente, e chi se ne frega del suo pedigree? Certamente è di razza europea, visto che non siamo andati a prendercelo in Bangladesh o in Australia, ma è stato lui a venirci a cercare nella nostra casa in territorio europeo.

Gli italiani abitano una penisola che sporge in uno dei mari più popolati del mondo, per giunta provvista di un bel clima e di terre fertili. Tutti hanno sempre detto che era un bel posto e tutti hanno cercato di venirci a trovare, di solito con ottimi risultati. Dall'Italia sono passate un po' tutte le popolazioni europee e parecchie nordafricane e mediorientali. Ebrei, anche. Un sacco di ebrei, uno dei quali si chiamava Pietro e ha lasciato un segno piuttosto profondo nella nostra storia, nel I secolo dopo Cristo. Incrociarsi un po' con questo e un po' con quello non è cosa che in Italia dovrebbe sconvolgere nessuno, mi sembra.
Sta di fatto che quando il governo fascista decise di fare delle leggi a tutela della razza, quasi a nessuno venne in mente di farlo oggetto di un lancio ben mirato di uova e pomodori, anzi fior di scienziati firmarono manifesti e proclami per preservare la nostra razza dalla contaminazione con quella ebraica (???) e proclamare la superiorità della nostra razza su quella negra - ma quest'ultimo tratto all'epoca era molto comune e quasi implicito: Bianc era megl che Néger, si sapeva, lo avevano stabilito già da gran tempo inglesi, francesi, olandesi e belgi quando avevano cominciato a venderli, i negri, e quando avevano messo su colonie in Africa. Fino al 1936 per noi non era stato un problema perché non avevamo colonie, o almeno non ce ne facevamo granché. Mussolini organizzò la cosa più seriamente e decise di far ribadire il concetto, che comunque non sembra aver incontrato grosse resistenze. Ma sì, certo, i banchi erano superiori ai neri, certo che sì. E ci mancherebbe altro, non lo vedete che quelli sono selvaggi? Razza inferiore, e incapace di evolversi.

Finito l'impero italiano e perse le colonie i negri sparirono dall'Italia, salvo che nelle barzellette sui cannibali, dove erano sempre vestiti con gonnellini di paglia e ornati da ossicini che gli attraversavano il naso. Siccome erano quasi assenti anche da film e telefilm americani, gli italiani smisero di pensarci, salvo i cattolici missionari che andavano a convertirli. Col tempo arrivò qualche musicista di disco music, ma erano tutta gente molto ricca e stravagante.

Poi i negri cominciarono ad arrivare, sotto forma di emigranti che venivano dall'Africa. Era la fine degli anni 80 e i primi vendevano accendini e collanine per strada e sulle spiagge.
Gli italiani si ricordarono così di essere stati razzisti. Per fortuna però alcuni erano stati anche marxisti e quindi accolsero i venditori senegalesi di accendini come proletari oppressi venuti da terre lontane. Altri comunque ricordarono di essere stati fascisti e razzisti e nacquero così simpatiche attività come i pestaggi in strada senza un perché, i secchi di vernice bianca rovesciati sull'africano addormentato sulla panchina e simili. E qualche volta il pestaggio si trasformava in accoltellamento.
Erano fenomeni marginali, ma lo erano principalmente perché una buona parte dell'opinione pubblica criticava il razzismo. 
Col tempo i numeri cambiarono: non solo tra gli immigrati, quanto tra gli elettori italiani. I proletari oppressi passarono di moda, rimasero i negri con l'ossicino al naso e il gonnellino di paglia, e in sottofondo la sorda paura (maschile) che fossero tutti iperdotati e che le donne bianche, dopo averli provati, avrebbero schifato i loro compagni bianchi che ce l'avevano più piccolo.
Occorreva dunque impedir loro di accostare la donna bianca. Oddio, ormai era un po' tardi perché i matrimoni misti andavano diffondendosi, anche se non certo a velocità vertiginosa. Comunque dai primi anni del nuovo millennio siamo perseguitati da appelli angosciati degli uomini bianchi perché gli uomini bianchi salvino le donne bianche dallo stupro da parte degli uomini neri, e tutto ciò è molto noioso, specie per le donne bianche violentate da uomini bianchi cui viene detto regolarmente che se la sono cercata ed è successo perché son state loro, le donne bianche, a provocare.
Nel frattempo sono arrivate torme di donne nere che fanno sesso a pagamento con gli uomini bianchi, spesso in condizioni di estremo sfruttamento, ma anche quelle nessuno se le fila e non fanno parte in alcun modo dell'Angoscioso Problema dell'Immigrazione. Niente, come se fossero trasparenti. Di solito si occupano talvolta sparuti gruppi di sacerdoti e volontari cui molto raramente viene dato il plauso che meriterebbero. In fondo, quale sorte più luminosa può desiderare una inferiorissima donna negra se non quella di venire in Italia a fare sesso a pagamento con bianchi di pura razza italiana senza nemmeno intascarsi i soldi? Tra un po' i clienti chiederanno anche di essere ringraziati, immagino.In compenso i maschi bianchi si preoccupano moltissimo per l'arrivo dei neri musulmani perché si tratta di popolazioni che non hanno considerazione né stima per le donne, e quindi non dovrebbero stare da noi perché in Italia le donne sono riverite e amate quanto nessun altro mai e mai a nessun bianco passerebbe per l'anticamera del cervello di trattarle altro che col massimo rispetto.
Ma mi accorgo che sto divagando, e d'altra parte l'argomento è vasto, ricco di sfumature e incredibilmente noioso - come tutti gli argomenti dove ci si deve far largo col machete in una selva di luoghi comuni, frasi fatte e sciocchezze di livello quasi sovrannaturale. Perciò vado a concludere:
Sì, gli italiani sono razzisti; e siccome non esiste un modo intelligente di essere razzisti, lo sono in modo stupido. Del resto il razzismo, quando non è dettato da ragioni di interesse allo sfruttamento, è solo un comodo rifugio che evita la fatica di ragionare su questioni un po' più importanti - un caldo nido di piume dove qualsiasi cosa che non vada è colpa dei migranti neri (ma mai delle migrantesse nere, ritenute evidentemente indispensabili al benessere dell'indigeno bianco) - oppure, a scelta, della burocrazia dell'Unione Europea.

martedì 13 novembre 2018

Di cosa parliamo quando parliamo di fascismo?


Pinocchio fascista: uno dei frutti più strampalati della Repubblica di Salò, quando il fascismo mostrò i suoi più stravaganti lati.

Quando in classe arriviamo al fascismo cerco sempre di fornire un po' di sfondo agli alunni: vita quotidiana, qualche spezzone di Cinegiornale, manifesti pubblicitari e di propaganda, qualche canzone (alcune tra l'altro non sono nemmeno male, se si riesce a trovare una versione con un audio decente).
Nei primi tempi questi link venivano da siti del tipo "fontistoriche.com" oppure "circolodeglistorici.it" e magari era specificato che non c'era una finalità politica, ma solo informativa - il tutto seguito da commenti molto civili e solo qualche occasionalissimo "Duce per sempre!" o roba del genere.
Adesso vengono da link come "Veneriamomussolini.oraepersempre.org" oppure "vivailfascismo.it", e le fonti sono precedute da scritte deliranti. mentre i commenti contengono zuffe memorabili tra gente che spiega che il fascismo è stato il miglior periodo della storia italiana e altra gente che va lì a strepitare che il fascismo era il male assoluto - questi ultimi perdendo palesemente il loro tempo perché a ragionare con quelli di "vivailfascismo.it" palesemente non c'è vittoria.
Del resto, né gli uni né gli altri sembrano minimamente interessati a un qualche tipo di analisi storica, superficiale o approfondita che sia: sono solo episodi di tifoseria dove ognuno arriva col suo bandierone ultras e cerca di strillare più forte degli altri; nel complesso uno spettacolo davvero penoso, ma negli ultimi tempi sembra stabilito che chi va su YouTube lo fa solo per schizzare odio e livore, che al confronto su Facebook sembrano tutti baronetti inglesi.

In tanti hanno osservato che questo tipo di frange estremiste di nostalgici c'erano anche prima, solo che si muovevano nei loro circoli e non trasparivano all'esterno - in pratica, tendevano a mimetizzarsi, mentre oggi sbandierano le loro preferenze fasciste a piena canna e senza alcun tipo di ritegno.
C'è del vero in questa analisi, ma non si tiene conto di alcuni dettagli, primo fra tutti quello cronologico.
Il fascismo si è affermato in Italia tra il 1922 e il 1943, più la coda della Repubblica Sociale che arrivò fino al 1945. Stiamo insomma parlando di un fenomeno storico ormai vecchio e che sempre meno persone possono ricordare fisicamente: i repubblichini, proprio come i partigiani, sono ormai una razza in via di estinzione, e i nostalgici del fascismo che postano su YouTube non sono veri nostalgici, non avendo mai vissuto un singolo giorno di fascismo: si tratta  per lo più di ragazzi e giovani adulti che giocano a fare i nostalgici di qualcosa di cui non hanno alcuna conoscenza diretta, e nemmeno indiretta (salvo quel tipo di conoscenza di qualcosa che si impara ascoltando le favole della nonna accanto al caminetto). La loro ignoranza in materia risulta del tutto evidente dai commenti, perché rievocano un fascismo che lascerebbe assai sorpreso (prima ancora che dolorosamente stupito, in certi casi) Mussolini in persona, se potesse ritornare su questa terra e accedere alla rete. Non siamo più alla fase in cui quando c'era lui i treni arrivavano in orario e la mafia era stata sconfitta ed erano arrivate pensione e tredicesima: siamo a un tempo situato nell'età dell'oro, quando nei fiumi scorreva latte e miele, gli italiani venivano sempre per primi eccetera (mentre nessuno ricorda mai le colonie estive, che secondo me furono una cosa assai utile e che aiutò molto a migliorare la salute dei giovinetti in crescita, e che giustamente nessuno si sognò di abolire nel dopoguerra). D'altra parte, tra i denigratori del fascismo, nessuno ricorda più le delizie del surrogato di cioccolato e delle scarpe di coniglio (quanto al caffé di cicoria, in realtà conta i suoi estimatori anche nelle frange della sinistra più estrema).
Insomma, il fascismo vero è rimasto appannaggio degli storici, ma agli ultras l'analisi storica non è mai interessata.
Personalmente sono assai favorevole ad ogni forma di revisionismo storico, purché basata su un corretto esame delle fonti. Imparare che il fascismo ebbe anche i suoi sprazzi di luce e che l'antifascismo ebbe i suoi lati oscuri non può che farci bene - ma da qui a farneticare ce ne corre.

Quando è cominciato questo Supremo Disprezzo della Storia?
Personalmente lo daterei all'inizio dell'Era Berlusconiana, quando l'allora Cavaliere si inventò un rischio di dittatura comunista in arrivo da cui era ben deciso a salvare l'Italia: com'è noto nel 1993 il comunismo era in forte crisi di trasformazione, mentre la destra stava tentando una faticosa opera di trasformazione per diventare una rispettabile Destra Liberale rinunciando al culto del defunto duce.
Tuttavia l'operazione di Berlusconi riuscì, e nacquero due fronti rabbiosissimi che gridavano al Complotto Fascista e al Complotto Comunista al minimo pretesto, e talvolta anche senza pretesto alcuno. I tentativi di revisionismo naufragarono nell'idiozia più totale, fino a sostenere da una parte che durante la Resistenza i comunisti erano stati una percentuale del tutto risibile e che chiunque avesse praticato un qualsiasi pur labile fiancheggiamento ad Alleanza Nazionale andava marchiato come "fascista" senza speranza alcuna di redenzione anche se era nato trent'anni dopo la caduta del fascismo e quindi "fascista" non poteva proprio essere, con tutta la migliore volontà del mondo.
Col passare degli anni i due fronti si sono incattiviti sempre più, e se a sinistra qualcuno dava segni di aver almeno distrattamente scorso qualche libro di storia generale, lo schieramento cosiddetto "di destra" continuò a straparlare di comunismo eversivo.
Non è colpa della scuola, e tanto meno dei libri di scuola - che dedicano ormai regolarmente i loro box alle foibe oltre che alle Fosse Ardeatine. Un pochino di più è colpa della scansione del programma di storia, che fa sì che nonostante tutta la buona volontà in terza media ci si ferma subito dopo la proclamazione della Repubblica Italiana, dopo aver chiuso la seconda guerra mondiale in affanno e confusione (anche perché tra 1943 e 1946 la storia, soprattutto in Italia, è decisamente confusa e complessa). La mia generazione si fermava più o meno alla Marcia su Roma, ma i nostri genitori e nonni potevano facilmente aiutarci a riempire i buchi. Adesso invece i genitori dei nostri alunni sono nati in pieno boom economico e molti non hanno nemmeno intravisto la guerra in Viet Nam. La ferita del Ventennio resta lì, in suppurazione ma ben nascosta e coperta sotto cumuli e strati di cascami di leggende metropolitane e creatività maldestra - e nessuno ricorda mai che quel periodo è stato soprattutto dannatamente scomodo non solo per l'Italia ma per tutta l'Europa, e che quindi c'è ben poco da rimpiangere e molto da essere sollevati per essere nati parecchio dopo.

Dunque non credo sia esatto dire che in Italia sta tornando il fascismo: il fascismo non può tornare, perché è un fenomeno ormai irrimediabilmente datato. Al contrario del concetto di genocidio, che attraversa i secoli mutando qualche aspetto superficiale ma restando sempre molto simile a sé stesso, il fascismo è inchiodato a precise circostanze e coordinate storiche destinate a non ripetersi*, non più di quanto possano ripetersi le città-stato della Grecia o le signorie della fine del Medioevo.
Quindi niente fascismo: solo una spaventosa ignoranza storica unita a uno spirito di tifoseria che lascia veramente il tempo che trova e una mancanza di buon senso davvero allarmante, contro la quale al momento non si vede rimedio a tempi brevi.

*con questo non intendo dire, naturalmente, che in Italia non potremo avere altre dittature, ma solo che saranno comunque diverse dal fascismo.

lunedì 12 novembre 2018

All'arme, siam fascisti?

Una cara amica commenta un giallo di autore italiano che ha letto da poco. E' piuttosto sdegnata dall'investigatore, che fa parte della polizia e rispetta le regole a modo suo, ad esempio sequestrando una partita di droga che provvederà poi a rivendere (tenendone un po' per sé, si capisce) intascandosi gioiosamente i soldi "Se fossi un poliziotto, io all'autore farei una bella causa. Ma ti pare il caso, presentare un personaggio così?".
"Ma, veramente..." trasecolo interdetta; del resto, c'è una tal tradizione di antieroi corrotti o corrompibili nella narrativa poliziesca, non solo italiana, che il personaggio non i risulta poi così insolito.
"Tu, come insegnante, come prenderesti un romanzo che presenta per esempio un insegnante che abusa dei bambini? Non ti girerebbero le scatole?".
"Magari sì, non saprei. Ma ogni autore usa i personaggi che gli pare, mi sembra".
"Io non sono per niente d'accordo!",
"Ma è la libertà di stampa!" insorgo alla fine "E' un diritto sancito dalla nostra Costituzione! C''è gente che si è fatta sparare sulle montagne perché potessimo avere il diritto di scrivere quel che ci pare, e non solo nei romanzi!".
"Mah, io continuo a non essere per niente d'accordo".
Cambio argomento a tutta velocità, un po' sconvolta: la mia amica non è giustizialista, in teoria, e politicamente è schierata a sinistra praticamente da quando è nata - non proprio una rifondina d'acciaio, ma insomma a sinistra sì, e pure con forti con venature radicali.
Qualche giorno dopo sento una vecchia amica di famiglia, lei sì rifondina dalla notte dei tempi, che invoca una legge che vieti l'acquisto di più di un tot di merendine per volta "perché fanno male e creano dipendenza".
"Anche le carote possono far male, se ne mangi troppe" tenta di ribattere qualcuno "Si suppone che uno sia in grado di autoregolarsi. Gente morta per essersi mangiata tre merendine di fila non mi risulta. Perché dovrebbero farci addirittura una legge?".
Ma, niente, secondo la rifondina una legge ci tutelerebbe in tal senso.

Episodi del genere stanno diventando piuttosto frequenti, e li trovo inquietanti.
Durante il ventennio fascista c'era una censura sulla narrativa dove, in contesto internazionale, gli italiani non dovevano mai essere oggetto di ludibrio e di censura, non ci dovevano essere suicidi eccetera (ed ecco perché per decenni in Italia non abbiamo mai saputo che alla fine di Poirot sul Nilo i due assassini, una volta scoperti, si suicidavano e nella Traccia del serpente, il primo romanzo con Nero Wolfe, gli italiani coinvolti con la mafia cambiavano nazionalità o si ritrovavano improvvisamente un passato assai più rispettabile.
Francamente, non mi sembra un sistema da rimpiangere.
Quanto alle merendine, sono sempre stata antiproibizionista anche per le droghe, figurarsi per le merendine (anche se disapprovo che a scuola vengano vendute al distributore; ma è più un discorso legato al prezzo che alla paura dei loro effetti negativi, che alla fine non credo siano così deleteri se il fanciullo non ne ingoia quantità abnormi).

Questa fame di leggi e di divieti è cresciuta a dismisura negli ultimi anni, e sta assumendo connotazioni un po' folli - giusto qualche settimana fa a Firenze è scattato il divieto in alcune strade di sedersi per mangiare panini, il tutto nelle vicinanze di una panineria e mescita che è praticamente una istituzione da più di un secolo. Troppi divieti, specie in Italia, equivalgono a nessun divieto, specie se nessuno provvede poi a farle rispettare - del resto, se la polizia deve passare il suo tempo a sorvegliare i venditori di merendine e i mangiatori di panini come possiamo sperare che avanzi tempo da dedicare alla criminalità organizzata su vasta scala?
D'accordo, a questo  mondo è pieno di gente strana. Il problema è che questa gente strana da qualche tempo sta anche nelle file dei nostri, quelli che si battono contro il cosiddetto ritorno del fascismo e si preoccupano assai di qualsiasi aperta dichiarazione di fascismo che venga da qualsivoglia gruppo o formazione politica.
Quali sono state le caratteristiche del fascismo?
Sì, certo, il manifesto per la razza, l'autarchia, la conquista dell'impero, l'entrata in guerra a fianco della Germania nazista. Ma è roba che arriva piuttosto avanti nel Ventennio.
Le caratteristiche di partenza del nostro italico fascismo e di tutti i regimi fascisti e autoritari sono state una spiccata tendenza alla repressione violenta del dissenso e una deplorevole tendenza dello Stato ad immischiarsi nelle faccende private dei cittadini: come passare il Sabato sera, quanti figli fare, a che età sposarsi, con chi andare a letto, cosa studiare a scuola (in certi casi parola per parola, come nei libri di testo per le scuole elementari) - e una decisa manipolazione delle fonti di informazioni - sì, insomma, quella che è chiamata anche "censura".
Il nostro fascismo, quello italiano DOC, prese il potere in parte con la violenza e reprimendo il dissenso. Ma in molti casi il dissenso non era poi così vivo, e non venne messo a tacere solo dai manganelli: la base popolare offrì una notevole collaborazione. Il consenso di cui ha goduto il regime è stato piuttosto diffuso e sincero, anche se probabilmente non intenso come quello tedesco per il nazismo. L'arrivo del fascismo fu salutato da molti con gran sollievo perché "Oh, finalmente un po' d'ordine!": dall'alto qualcuno che si preoccupa di te e ti spiega cosa dire, cosa fare e cosa pensare - un rilassante antidoto al dilagare della "licenza", che è poi il nome che abitualmente diamo alle cose che non approviamo ma che gli altri intorno a noi fanno volentieri.

Il fascismo, in sintesi, arriva quando c'è paura della libertà: troppe donne che vanno in giro per la strada, troppi bambini che si permettono di avere opinioni in proprio, troppi poveri che si credono chissà chi, troppa gente che va a letto con chi gli pare eccetera. E troppa gente che mangia merendine, a quel che sembra.
Ecco, che i fascisti vogliano essere irreggimentati lo capisco anche: la libertà non gli piace e quindi la disapprovano. Ma che faccia paura anche a noi sinistri mi inquieta parecchio, e mi dà come l'impressione che anche tra gli antifascisti dichiarati e blasonati da tutta una vita di antifascismo ci sia questa richiesta di un Grande Padre che ci instradi, attraverso un cammino disseminato da divieti che ci tolga tutta la fatica delle scelte, appunto verso qualcosa che magari non è fascismo, ma che ci assomiglia parecchio.

domenica 11 novembre 2018

11 Novembre - Martino di Tours (ero straniero e mi avete accolto)

Il dipinto è del 1945, opera di tal Tosi o Rosi (recentiores non deteriores) e si trova nella chiesa di Santa Maria Assunta in Campagna, a Ferno.

La prima volta che ho letto la storia di san Martino e del suo mantello è stata sul libro di lettura delle elementari, e mi piacque molto: ho sempre apprezzato le persone concrete che, davanti a una situazione di grave necessità, non fanno domande e trovano un modo di dare un aiuto purchessia.
La vicenda è piuttosto nota: vissuto in Francia nel IV secolo, Martino fu per diversi anni un soldato, più esattamente un circitor, ovvero addetto alle ronde, specie quelle notturne. Nell'inverno del 335 trovò un mendicante molto infreddolito e gli diede metà del suo mantello d'ordinanza - evidentemente piuttosto grande - tagliandolo a metà con la spada. Quella stessa notte un sogno lo convinse a battezzarsi. Più avanti diventò monaco, vescovo di Tours e insomma un personaggio molto importante per la chiesa francese.
Il nome di Martino di Tours è legato a una infinità di tradizioni, superstizioni e fatti storici e probabilmente si innesta su qualche figura pagana preesistente; ma è un santo vero, che ha lasciato una solida impronta nella storia e non è in alcun modo frutto dell'immaginazione popolare.
Tra i molti aspetti collegati alla sua figura c'è naturalmente quello legato alle sette opere di misericordia corporale, elencate nel Vangelo di Matteo al capitolo 25, quando Gesù, nel giorno del Giudizio, chiama a sé coloro che gli hanno dato da mangiare quando aveva fame, da bere quando aveva sete eccetera (e che lo hanno accolto quando era straniero, donde il nome di una proposta di legge per rivedere la legge Bossi-Fini e permettere una gestione più equilibrata e sensata dei flussi di migranti in Italia).

Basandosi su questa caratteristica del santo, nel 1442 venne fondata a Firenze la Congregazione dei Buonuomini di San Martino, dedicata principalmente all'assistenza dei poveri vergognosi, ovvero quei poveri che lo erano diventati per incidenti o rii casi della vita e che quindi si vergognavano di chiedere la carità pubblica, abituati com'erano a dipendere dal proprio lavoro. La Congregazione era composta da dodici uomini della classe dirigente di Firenze che giravano a coppie (due per sestiere, ché all'epoca Firenze non era ancora divisa per quartieri) scovando e assistendo i poveri vergognosi e, naturalmente, assistendoli con somma discrezione e quasi di soppiatto.
L'abitudine alla discrezione è rimasta: anni fa ricevetti l'incarico di schedare l'archivio della Congregazione, invero piuttosto incasinato e alluvionato e disastrato, e convincere quei dodici rispettabili signori che gli archivisti appunto schedano i documenti e non li leggono fu affare piuttosto complesso. Fu un periodo felice, della durata di circa tre anni: il posto era freddo, scomodo e ignobilmente polveroso ma il lavoro mi diede una gran soddisfazione e lo feci bene: alla fine, su una bella scaffalatura nuova, le serie della documentazione e i vari fondi delle famiglie estinte che avevano lasciato grosse donazioni alla Co0ngregazione erano facilmente reperibili, ben organizzate, spolverate e ordinate - un vero piacere per gli occhi - almeno ai miei occhi di archivista. Assistetti anche al Gran Miracolo di alcuni ammassi di fango che, dopo l'accorto e lungo e costoso intervento del laboratorio di restauro dell'Archivio di Stato di Firenze (che ai tempi dell'alluvione aveva fatto un sacco di pratica disincrostando la nafta dai molti documenti alluvionati ed era così diventato un punto di eccellenza in tutto il mondo) si erano trasformati in bei registri perfettamente leggibili e sfogliabili. 
Gli interventi dei Buonuomini erano molto concreti: non si limitavano a distribuire vesti, cibo e vino, ma davano doti alle ragazze povere per permettere loro di sposarsi e assistevano le puerpere, come si mostra in questo bell'affresco della bottega del Ghirlandaio che decora la cappella dell'Oratorio eccetera. L'assistenza alle puerpere mi è sempre piaciuta molto perché portare pollame (da cui ricavare del buon brodo nutriente) uova e vino alla donna fresca di parto ma troppo povera per poterseli comprare mi è sempre parsa cosa bellissima e degna di lode:

Viviamo in anni crudeli, dove i poveri sono schedati in base alla nazione di origine e al grado di meritevolezza e dove si cerca di far sembrare ingiusto che la puerpera senegalese o nigeriana abbia meno diritto a una buona assistenza di una puerpera italiana. Spero che lo spirito di Martino di Tours, che a quel che risulta dalle fonti non fece tante domande al povero mendicante infreddolito e si limitò ad aiutarlo come poteva, torni ad illuminarci, garantito dalle leggi italiane e dalla costituzione italiana che i nostri padri (e madri) scelsero di darci; e che qualcuno decida di rimettere mano a quello schifo di legge che è la Bossi-Fini, piuttosto che far passare angoscianti decreti che ci promettono improbabili sicurezze.

sabato 10 novembre 2018

4 Novembre 1918, ovvero quella volta che abbiamo vinto (ma non c'è molto da festeggiare, a Firenze men che meno)


La Prima Guerra Mondiale rappresenta un unicum nella storia italiana: non soltanto perché l'Italia era effettivamente tra gli stati che vinsero, ma anche perché, una volta tanto, i Savoia la iniziarono e la terminarono nella stessa parte dello schieramento - cosa mai successa prima, salvo nei casi in cui lo schieramento era stato cambiato due volte.
Con tutto ciò alla fine della guerra non c'era molto da festeggiare né per noi né per nessuno:   il bilancio alla fine del conflitto era disastroso per tutti, vincitori e vinti, e se alcuni sconfitti portarono lungamente e dolorosamente rancore ai loro avversari, i vincitori come i vinti si ritrovarono con un sacco di macerie in giro e una intera generazione massacrata e infortunata. Se gli sconfitti ambivano alla rivincita, i vincitori ambivano a non ritrovarsi mai più in una situazione così disastrosa - e questo spiega perché gli stati che avevano governi democratici e dovevano quindi render conto ai loro elettori cercarono in tutti i modi di scansare la seconda guerra mondiale e provarono in tutti i modi a placare Hitler con offerte di territori e concessioni di tutti i tipi. Unica eccezione: gli Stati Uniti, che in verità ci si erano ritrovati tirati per i capelli e che ritardarono il più possibile l'ingresso nel conflitto - anche se poi furono quelli che ne decisero l'esito, visto che la situazione entrò in stallo quasi subito e senza l'intervento americano sarebbero ancora lì a spararsi da una trincea all'altra.
Ciò nonostante, era pur sempre una vittoria e come tale in Italia venne festeggiata - anzi un paio di anni dopo qualcuno ebbe anche l'idea di innalzare un monumento al Milite Ignoto, ovvero i milioni di poveretti morti smembrati e mai identificati. Il risultato fu un monumento cui tuttora vengono tributati omaggi dalle nostre massime autorità in occasione di vari anniversari di guerra:
Per molto tempo il 4 Novembre fu festa nazionale, e insieme al 1 e al 2 Novembre (Ognissanti e Giorno dei Morti) costituì un simpatico ponte che allietò diverse generazioni di scolari all'inizio dell'autunno. Poi verso la fine degli anni 70 decisero di abolire un po' di feste e rimase solo il 1 Novembre.

Ad ogni modo nel 1966 il 4 Novembre era ancora festa, e molti fiorentini dormivano beatamente nei loro comodi letti, in attesa di godersi il piacevole riscaldamento che dopo tanto umido che aveva infestato il piovosissimo Ottobre di quell'anno, sarebbe finalmente scattato, e tutti i depositi di case, appartamenti e condomini erano ben ricolmi di combustibili  fossili assai solidi (nafta, soprattutto) essendo ancora il ben più ecologico metano ancora di là da venire.
Per quelli che abitavano ai piani bassi o addirittura negli interrati del centro storico di Firenze fu un amarissimo risveglio, e per i direttori della Biblioteca Nazionale e dell'Archivio di Stato fu semplicemente un incubo: all'alba l'Arno traboccò, le fogne scoppiarono, i depositi di combustibile scoppiarono... e molti fiorentini* si ritrovarono letteralmente nella merda, come ricorda la celebre canzone di Marasco:
Io vivevo ai piedi delle colline di Fiesole e per quanto ricordo tutti i parenti e soprattutto gli amici di famiglia stavano in zone ben lontane dal centro; l'alluvione non ci danneggiò (a parte il trascurabile dettaglio di passare qualche giorno senza acqua corrente) ma naturalmente era impossibile non sentirne parlare intorno a me. La leggenda di famiglia vuole comunque che mio padre sia stato uno degli ultimi a varcare il ponte - credo - di Santa Trinita: infilandosi nelle lenzuola matrimoniali dopo una lunghissima serata di piacevoli conversari con amici (= quattro del mattino) svegliò mia madre per dirle "ci soo le fogne che stanno traboccando, in centro".
"Assurdo" rispose mia madre prima di riaddormentarsi "Avete semplicemente bevuto troppo: se le fogne fossero traboccate adesso ci sarebbe mezza Firenze sotto'acqua".
In effetti aveva ragione; il problema era che mio padre non aveva affatto bevuto in modo pregiudizievole per la sua lucidità mentale, e le fogne stavano effettivamente traboccando.
E infatti quando mia madre si alzò qualche ora dopo e andò in cucina per avviare il pranzo, accendendo la radio si sentì esortare a "mantenere la calma" dall'annunciatore del notiziario - che, per quanto calmo uno possa essere, non è mai un gran segnale.

*naturalmente non fu un problema solo di Firenze: l'Arno traboccò in molti altri comuni che ebbero risvegli parimenti drammatici. Firenze però era più famosa e fece più scalpore - senza contare che io abitavo lì, e degli altri comuni non mi interessai né tanto né poco.

mercoledì 7 novembre 2018

Dame hejan radical-chic e politica contemporanea: un incontro difficile (post del tutto occasionale e destinato a restare isolato)

Non sempre il panorama che ti si apre davanti agli occhi è dei migliori
e non sempre questo avviene per colpa del paesaggio

Quando aprii il blog non avevo la minima intenzione di parlare di politica. Lo trovavo un argomento del tutto inelegante e privo di raffinatezza e non mi pareva che c'entrasse molto con la scuola, se non per la banale precauzione che fa parte dei doveri di base di ogni insegnante, e cioè non fare propaganda in classe per non rischiare di influenzare i giovinetti il cui modo di pensare e di sentire era ancora in piena formazione.
In effetti, per quanto ami molto le istituzioni e i riti, la politica spicciola mi ha sempre annoiata a morte, e sono molto riconoscente ai politici che se ne occupano al mio posto risparmiandomi tante seccature.
Del resto, cosa c'era da dire o da fare propaganda? Abito in provincia di Firenze e lì esiste (o meglio esisteva) un solo modo accettabile di votare: a sinistra. PD, quindi, o magari qualcosa un po' più a sinistra del PD (e ci vuol poco), possibilmente senza Bertinotti cui non ho mai perdonato di aver fatto cadere il primo governo Prodi, che amavo teneramente. E, come ho già raccontato, il cuore del mio cuore era radicale, ma i radicali in quegli anni attraversavano uno strano periodo e avevano pure smesso di candidarsi.
Anche i miei alunni e relative famiglie votavano PD o qualcosa più a sinistra, con poche e radissime eccezioni di cui venivo prontamente informata dai colleghi, volente o nolente. Insomma, anche volendo fare propaganda in classe sarebbe stato come portare acqua al mare.
Con l'andare degli anni la politica si è assai impicciata della scuola (soprattutto per tagliare i finanziamenti) e la situazione è cambiata anche da noi, anche perché col tempo la sinistra a sinistra del PD era sparita e il PD diventava ogni giorno più improponibile. Per quanto mi consideri una persona adattabile e comprensiva verso i compromessi necessari a un grande partito di governo, quel partito che aveva piantato a mezzo la legge sul fine vita, quella dello ius soli (alla quale legge gli insegnanti sono particolarmente legati sapendo bene di che si tratta) e la riforma del sistema giudiziario e che giocava a fare il partito giustizialista e sovranista dei poveri mi sembrava sempre più insopportabile.
Quanto ai radicali, non avevano saputo trovare di meglio da fare dopo la morte di Pannella che dividersi in due partiti, non uno dei quali mostrava la benché minima inclinazione a candidarsi per alcunché - roba da strozzarli uno con le budella dell'altro.
Durante l'estate scorsa assistetti con vivo sconforto al fallimento del nobile tentativo di Pisapia di riunire in una coalizione tutte le forze più o meno di sinistra - una cosa semplice all'incirca come tirar via le singole uova da una frittata ormai cotta: non solo le varie parti in campo non si misero mai d'accordo se il PD potesse o meno fare parte di questa coalizione, che in effetti non sembrava un dettaglio così secondario (ma lo stesso PD non sembrava avere affatto le idee chiare in merito), ma lo stesso PD riuscì a scindersi ulteriormente (com'è noto, il passatempo preferito dei movimenti di sinistra è scindersi e scindersi e ancora riscindersi, come tante amebe in soluzione salina; il fenomeno è mirabilmente descritto nel celebre aforisma "un socialista si guarda allo specchio, e la scissione è già cominciata").
E son quei casi in cui il povero elettore, per quanto determinato, finisce per prendere seriamente in considerazione la possibilità di non votare e amen.
Mentre il mio sconforto toccava punte inaudite, Emma Bonino annunciò che voleva fare una lista sua, appoggiandosi al PD. Tirai un sospiro di sollievo e mi dissi che, se non altro, dopo 40 anni che aspettavo di votare Bonino avrei potuto farlo.
Nacque così PiùEuropa, nome che mi ispirava alquanto, anche perché ero stufa sin nelle barbe di sentire politici che si lamentavano perché quelle carogne di Bruxelles osavano trovare da ridire sul nostro debito ritenendolo troppo alto. Intorno a me tutti mi spiegavano che l'Europa era passata di moda ed era troppo burocratica e l'ingresso nell'area dell'Euro era stata la nostra rovina. Io però ricordavo con ben scarso rimpianto i begli anni 70 e 80, quando l'inflazione era a due cifre. Certo, all'epoca ero giovane e bella e la vita si apriva luminosa e piena di speranze davanti a me, ma sul piano economico l'Italia mi sembrava messa piuttosto male e pensarmi al riparo di un ombrello internazionale mi era sempre parso più rassicurante - dopotutto era stato proprio quell'ombrello che nel 2011 ci aveva salvato dal default - una parola che non mi piace affatto, e la trovo una roba spiacevole che fa fare tardi a cena (tra l'altro ho visto che quando capita agli altri paese, questi altri paesi non sono mai molto contenti, oh no tesssoro, proprio no).
Stabilito che comunque avrei votato a scatola chiusa per Emma Bonino, mi dissi che tanto valeva informarmi. Un po' di navigazione, soprattutto su Facebook, mi permise di scoprire il programma di PiùEuropa - un programma tutto sommato banale, basato sul buon senso ma non disperatamente avvinghiato ad un passato e un mondo che non esiste più da tempo: niente caccia agli sporchi negri ma una ragionevole accoglienza (in pratica: rifare da capo a pié la Bossi-Fini), i soliti diritti civili, finanziamenti per la ricerca e soprattutto per i giovani ricercatori, politiche ambientali, apertura ai mercati internazionali, politiche economiche virtuose per ridurre il debito, completare la riforma dell'ordinamento giudiziario per rendere i tempi dei processi accettabili... quasi tutti temi di cui i radicali si occupavano dalla notte dei tempi, in effetti. Perché PiùEuropa non era una lista radicale bensì una lista appoggiata anche da una rama dei radicali, ovvero i radicali italiani (quelli con Bonino e Cappato, per intendersi) oltre che formata da altre componenti, una delle quali era il Centro Democratico di Bruno Tabacci (ex democristiano di lungo corso). Una roba composita, insomma, e questo non mi dispiaceva: ho sempre apprezzato la larghezza di vedute con cui i radicali da sempre si alleano con chiunque quando c'è una battaglia da portare avanti, senza contare che la Democrazia Cristiana, che da allora ha cambiato nome non so quante volte, è sempre stato un partito saldamente europeista.
Seguii la pagina Facebook di PiùEuropa imparando un sacco di cose sulla manipolazione delle notizie e sulle bufale ma anche sulla follia umana: per  esempio a scadenze regolari arrivavano puntualmente orde di presunti esperti di economia che spiegavano l'assoluta evidenza dei vantaggi dell'uscita dall'Euro, perché così lo stato italiano avrebbe potuto finalmente stampare tutte le banconote che ci servivano e dare soldi a tutti (giuro che non sto scherzando). C'era poi la costante del buonismo da radical chic: perché Emma Bonino ma anche tutti i suoi elettori erano persone ricche che non conoscevano le difficoltà in cui si dibbatteva la povveraggente, dall'alto del loro superattico in piazza Navona, dei loro vestiti firmati e dei Rolex d'oro - e devo dire che trovavo davvero divertente vedermi attribuito un superattico a piazza Navona, anche se ogni tanto osservavo che avrei preferito una villa del Seicento sulle colline di Settignano (un commento che di solito mandava in bestia i kattivisti che finivano con l'augurarmi di essere violentata da una schiera di clandestini neri). Non mancavano poi le invocazioni al povero Marco Pannella che certo si stava rivoltando nella tomba vedendo che cose orribili stava facendo Emma, e (con mio notevole sbalordimento) anche l'accusa per l'Emma in questione di essere una guerrafondaia e di avere appoggiato la guerra in Iraq e quella nella ex-Jugoslavia - qualcuno aveva tirato perfino fuori delle frasi (di cui non c'era verso mai di sapere quando erano state dette e dove) in cui si esprimeva apertamente in tal senso. Per chiunque avesse presente il tormentone che era stata Radio Radicale contro l'uno e l'altro conflitto, e quali e quante dichiarazioni di critica e condanna avessero fatto tutti gli esponenti di spicco del partito (ma in particolare sui conflitti in Jugoslavia Emma si era davvero spesa senza risparmio) erano accuse sbalorditive, anche se non altro aiutavano molto facilmente a dividere i cosiddetti haters (gli "odiatori" di mestiere, persone sguinzagliate sui social per denigrare questa o quella persona) da chi poteva anche postare in buona fede perché Bonino gli stava antipatica punto e basta.

Da quei primi mesi le cose si sono un po' evolute e io ho avuto molto, molto tempo a disposizione per studiarmi nei dettagli la politica internazionale e il programma di PiùEuropa; tutto ciò ha finito per innescare in me un folle amore per cotal partito. Avrà anche un programma banale (nel senso di sensato, ed equilibrato) ma è esattamente di quel tipo di banalità rilassante che piace a me, senza strepito né fanatismi o proclami isterici: una roba banale e radical-chic, per un movimento consapevole di esistere qui e ora, in un paese che non è a rischio di genocidio e sostituzione razziale, ma di bancarotta sì.
D'accordo, è anche un partito di minoranza. Ma, mi sembra di capire, in questo periodo tutto ciò che non fa parte della destra più nera sta diventando partito di minoranza, e dunque tanto vale far parte di una minoranza che se non altro mi rappresenta.
E, particolare quest'ultimo da non trascurare, al momento* è un partito che non sembra presentare vistose tendenze alla scissione, e questo per il mio povero fegato è senz'altro un bene.

*sì, certo, magari domattina si scinderà in sette parti. Ma al momento non sembra intenzionato a farlo, vivaddio.

martedì 6 novembre 2018

Haeretica - Sulla utilità e le didattiche finalità dello insegnamento della historia

Questa bella canzone di De Gregori non risponde alle domande del post, ma può essere comunque utile farla ascoltare con attenzione agli alunni, perché spiega bene un concetto molto importante: la storia PRESENTE è fatta da tutti noi, volenti o nolenti.
Quanto alla storia passata, la questione è un po' diversa.

Qualche mese fa Tenar si soffermò in un un post sulle difficoltà per l'insegnante di gestire una materia complessa come Storia a un giovanissimo pubblico digiuno dell'argomento, domandandosi tra l'altro perché insegnare storia, a prescindere dal fatto che sono pagata per farlo - anche se a lei, come a me, insegnare storia piace molto.
La domanda mi perplime da quando studiavo volenterosamente storia dall'altra parte della barricata - perché è una materia che ho sempre studiato molto volentieri anche se raramente raccattavo qualcosa di più di un dignitoso 7 (e del resto era giusto così perché non la studiavo certo in modo regolare). 
Mi piaceva molto, però: leggevo romanzi storici, mi appassionavo alle biografie dei personaggi più illustri, amavo le descrizioni della vita quotidiana del passato, guardavo con piacere gli sceneggiati e i film storici (soprattutto quelli inglesi, che erano fatti molto bene), ascoltavo con interesse i racconti di famiglia e ne parlavo volentieri con mia madre, che è poi quella che mi ha trasmesso questo interesse. Cominciai già dalla fine delle elementari a leggere semplici testi divulgativi, per poi orientarmi su scelte più complesse e raffinate dove i miei non potevano aiutarmi più di tanto perché all'epoca il filone divulgativo non era ancora di moda e in libreria non si trovava molto per i giovani stomaci in formazione. Ricordo ancora l'entusiasmo con cui lessi e rilessi Civiltà sepolte di Ceram e il bellissimo racconto degli scavi della tomba di Tutankamen.
Le letture storiche sono sempre continuate, in una forma o nell'altra - e oltre a una laurea a sfondo storico, a un piano di studi pieno di esami storici e un diploma alla Scuola di Archivistica ho lavorato per qualche anno in un centro di studi storici. Tutto ciò mi permise di affrontare con grande noncagance le prove SISS di storia dove presi dei voti decisamente alti nonché di insegnare Storia improvvisando senza difficoltà nelle supplenze brevi. 
Naturalmente, da quando insegno, ho una scusa ulteriore per approfondire qua e là e ogni estate mi procuro in biblioteca qualche vasto tomo, di solito collegato alla storia del Novecento che è quella dove ero più sguarnita; e naturalmente il bonus-scuola che ancora ci viene assegnato mi ha permesso l'acquisto di qualche volume piuttosto caro.
Tutto questo per dire che magari sono una pessima insegnante di Storia, ma la preparazione è buona e continuamente rinfrescata e la materia mi piace assai. Le mie lezioni sono ricche, varie e assai colte:  faccio ampio uso della LIM per brevi filmati, quadri e immagini, disserto piacevolmente su vita quotidiana, abbigliamento, questioni dinastiche, scandali dell'epoca (di qualunque epoca)  eccetera.
Insegno Storia molto volentieri, non mi pesa l'aggiornamento e scelgo i manuali di storia da adottare in base a rigorosi criteri didattici ma anche disciplinari; di solito le classi sopportano con una certa benevolenza e qualcuno si appassiona pure e lavoro molto sulla preparazione di base, cioè cerco di spiegargli che certe cose un tempo erano davvero differenti da ora: le luci, i trasporti, i rapporti sociali, i rumori, le condizioni igieniche, l'abbigliamento e le forme di corteggiamento, che per chi è digiuno della materia mi sembrano cose più importanti della maggior parte delle date.
Quando però da qualche alunno arriva puntuale la domanda (non sempre polemica) sul perché si studia la storia, non so mai cosa rispondere se non "Io la studio perché mi piace e sono curiosa, ma perché sta nei programmi ministeriali non saprei proprio" - mentre invece non ho nessuna difficoltà a spiegare perché vengono insegnate tutte le altre materie, in particolare l'utilissima Geografia per cui ho trovato la risposta standard "perché ci aiuta a capire il mondo intorno a noi e a seguire i notiziari".

So che esiste un prontuario di risposte anche per la fatidica domanda "perché studiamo storia"; il punto è che non mi sono mai sembrate valide, anzi le trovo singolarmente idiote.
Perché la storia si ripete?
Cazzate, la storia non si ripete mai. Nessun uomo si bagnerà due volte nello stesso fiume, e figurarsi se possiamo rivivere la rivoluzione francese o la seconda guerra mondiale.
O forse perché la storia passata ci insegna a interpretare il presente?
Cazzata ancora più grossa, a mio (non molto) modesto avviso; caso mai vale il discorso opposto: tendiamo a leggere e reinterpretare la storia passata alla luce della storia presente, per esempio immaginando un prospero Regno delle Due Sicilie saccheggiato dai Piemontesi ai tempi del Risorgimento, o una solida coscienza nordista nella Lega Lombarda ai tempi della battaglia di Legnano o una nascita della "borghesia" che si verifica non meno di cinque volte dal medioevo in poi a seconda della corrente storiografica cui aderisci - e non sempre sono operazioni fatte in malafede o da sciocchi sprovveduti e ignoranti. La storia passata è un caleidoscopio che gira e gira e ogni decennio si rinnova alla luce di nuove fonti e di un nuovo presente. La presa della Bastiglia continua ad essere avvenuta il 14 Luglio 1789, ma il modo con cui ci si arriva cambia in continuazione, così come la valutazione che viene data di tutto quel periodo.
Oppure perché gli alunni imparino a identificare il rapporto causa-effetto che lega gli avvenimenti tra loro?
Beati loro, se ci riescono! Anche tralasciando l'infinito numero di domande senza risposta (perché Hitler invase la la Russia? Perché i nostri Padri Costituenti vollero il bicameralismo perfetto? Perché ogni tanto i popoli impazziscono e cercano di sterminare i loro vicini di casa con cui fino all'anno prima sembravano andare d'accordissimo?) che tuttora affliggono e sempre affliggeranno gli storici, qualcuno è davvero sicuro di aver capito perché intorno al Mille l'Europa rifiorì e quali furono esattamente le cause della crisi del Trecento? Per tacere della caduta dell'impero romano che a volte viene ritardata dall'avvento del cristianesimo che invece volte ne è una delle cause principali. E qualcuno mi sa dare una vera causa per la nascita e l'enorme successo dell'Islam che nel giro di pochi anni cambiò completamente il mondo occidentale?
Siamo seri: a malapena siamo in grado di abbozzare una spiegazione sul perché abbiamo scelto questa casa invece di quest'altra - ma si è trattato di un processo che conteneva tante di quelle varianti e variabili (il proprietario aveva fretta di vendere, lo zio del nonno del proprietario dell'altra casa si era detto contrario a svendere per quel prezzo, i titoli in banca erano andati male e mi sono ritrovata qualche migliaia di euro in meno sul conto, il giardino aveva una bella atmosfera, la terrazza aveva una veranda simpatica, c'erano un sacco di piastrelle gialle... - che anche le spiegazioni di eventi all'apparenza semplicissimi sono piene di se e di ma. E queste sventurate creature dovrebbero intuire con ragionamento logico perché scoppiò la Guerra dei Cento Anni di cui sentono parlare per una decina di giorni scarsi?
Gli alunni, poverelli, sono indifesi nelle nostre mani. Gli insegniamo che l'impero romano cadde per colpa dei barbari, o dei romani che erano diventati decadenti, o dei cristiani, e che Carlo Magno inventò l'Europa, o la Francia, o la religione di stato, e loro abboccano come carpe. E che altro possono fare, sottoporre tutto ad un ampio e serrato esame delle fonti (che non saprebbero dove trovare né come valutare)?
Gli abbiamo insegnato che l'Italia si unì perché Dio lo volle e più avanti perché lo vollero gli inglesi o in generale alcune potenze occidentali, che gli inglesi non ebbero l'Illuminismo perché lo avevano già avuto un secolo prima, che i francesi ebbero la rivoluzione francese perché incapparono in alcune annate con pessimi raccolti, che Benito Mussolini era inviato dal Signore, che Benito Mussolini era al soldo degli industriali italiani... loro ascoltano,  a volte, cercano di memorizzare e magari ci fanno anche degli schemi, poi ci ripetono più o meno passivamente o sensatamente quel che gli abbiamo detto, a seconda di quanto l'han capito e di quanto glien'è fregato di capirlo.
Con Geografia possono applicare senza problemi quel che leggono o gli diciamo alla vita di tutti i giorni (i dazi contro la Cina, l'effetto serra, l'inquinamento dei fiumi, la sovrappopolazione di alcune aree, l'elevata produzione di agrumi nelle zone a clima caldo ma non troppo secco), l'italiano e l'inglese li usano regolarmente, sentono parlare assai di selezione genetica e di interventi sul DNA... ma la colonizzazione dell'America del Sud, l'impero cinese in crisi, la storia delle crociate non sono questioni di grande interesse ai loro occhi, e non influiscono più di tanto sulla loro vita quotidiana. Perché devono perdere tempo a studiarle?
"Perché così ha deciso il Ministero dell'Istruzione. Io invece ho deciso che dovete essere in grado di riassumermi in modo sintetico, sensato, preciso e coerente la storia della rivoluzione americana, e se non lo fate prenderete un bellissimo quattro".
In pratica, uso Storia come prova di esposizione di un testo tecnico, insistendo assai sulla precisione del lessico specifico. Dubito che il Ministero l'abbia messa in programma per questo, ma io qualcosa di utile con quelle due ore devo farci e non posso contare solo sull'innata curiosità dei ragazzi per il tempo passato, perché una buona parte di loro ne sembra del tutto priva - il che non è detto che sia un male o un bene, è solo una constatazione.
A conti fatti dunque trovo che Storia sia una materia tutto sommato inutile ma molto dilettevole quando piace, e mi sforzo come posso di trarne un qualche utile espositivo, senza preoccuparmi troppo che imparino la versione "giusta" perché tanto alle superiori e all'università e nella loro vita futura gli smantelleranno quasi tutto quel che hanno imparato alle medie, proprio com'è successo a me - che ho finito per trovare affascinante e divertente questo gioco di trasformazione. Oppure di storia non si occuperanno mai più, e non è detto che saranno cittadini negligenti o inconsapevoli solo per questo.

domenica 4 novembre 2018

Fantasmi del passato - La leggenda del Portfolio

"Portafoglio" un tempo indicava una scatola o addirittura un mobile destinato a contenere documenti

Visto che siamo in zona Halloween e per qualche giorno i fantasmi sono di rigore, ho pensato di riesumare la vecchia Saga del Portfolio, frutto della riforma Moratti che mai giunse a maturazione.
Ne parlo un po' come curiosità storica, ma soprattutto perché mi sembra molto indicativa del modo con cui la classe politica ha affrontato il tema scuola (ma anche parecchi altri temi) negli ultimi 25 anni: con incompetenza, leggerezza, cialtroneria e tanta approssimazione.
E iniziamo con una bella canzoncina:
Ma cos'e' 'sto portfolio
paraparaparaparapappà
Ma cos'e' 'sto portfolio?
Chieda un poco alla Moratti
che tal mostro generò
E vedra'
Men che prima ne sapra'
(da cantarsi sull'aria di "Ma cos'e' questa crisi" di de Angelis).


Cominciamo, come sempre, con un po' di normativa: ai tempi della riforma Moratti (legge 28 marzo 2003 n. 53) di cui rimangono tuttora tracce nell'ordinamento scolastico non si parlava esplicitamente di portfolio - tuttavia questa strana parola aleggiò sin dall'inizio del progetto negli ambienti scolastici: era il mitico portfolio delle competenze e avrebbe dovuto accompagnare i giovani studenti sin dagli anni delle materne. Nel DECRETO LEGISLATIVO 19 febbraio 2004, n.59 se ne parlava negli allegati, dove si spiegava che detto portfolio avrebbe dovuto articolarsi in due sezioni, una legata all'orientamento e una alla valutazione dell'alunno - in pratica avrebbe dovuto servire per dare i giudizi ma anche per aiutare l'alunno a scegliere il suo percorso formativo.
Siccome, al di là di questo, nessuno dal Ministero si era sprecato ad elargire grandi chiarimenti, le scuole più volenterose avevano provato a imbastirsi un portfolio (magari aiutati da altrettanto volenterosi editori che allegavano ai loro libri appositi fascicoli per creare il portfolio in questione) ma tutti erano andati un po' a tastoni, con esperimenti improntati ad un'ampia gamma di soluzioni e alla massima flessibilità, in modo da proporsi come efficace supporto all'azione educativa e agli interventi finalizzati al raggiungimento degli obiettivi formativi di ciascun alunnosecondo quanto affermato dalla circolare ministeriale 85 del 3 Dicembre 2004 dove finalmente qualcuno decise di sporcarsi le mani e dare qualche elemento chiarificatore.
E quanto chiarificatori furono, questi elementi!

Per prima cosa venne precisato che, visto che si trattava di un processo ancora in fase di avvio, interessava di più che le scuole si occupassero della parte valutativa del portfolio.
E, tanto per cominciare con i chiarimenti, il primo da dare sarebbe senz'altro "Come accidenti ve lo dobbiamo fare, questo accidenti di portfolio?" Così il Ministero chiarisce che è  opportuno che la strutturazione e l'utilizzo del Portfolio siano improntati ad un'ampia gamma di soluzioni e alla massima flessibilità, in modo da proporsi come efficace supporto all'azione educativa e agli interventi finalizzati al raggiungimento degli obiettivi formativi di ciascun alunno. 
D'altra parte, l'esperienza realizzata nel corrente anno scolastico potrà consentire di affinare e qualificare l'impiego di tale strumento, avvalendosi dell'apporto diretto e partecipato delle scuole.
Che tradotto in italiano suona più o meno come "fate un po' il cazzo che vi pare, poi magari se ci gira passiamo a dirvi se avete fatto giusto o sbagliato, e chissà che a forza di tentare qualcuno di voi non trovi la strada giusta e ce la spieghi".
Secondo punto da chiarire: chi se ne dovrebbe occupare? Perché il portfolio, come tutte le cose di questo mondo, mica si fa da solo.
Ed ecco il pronto chiarimento del MIUR:                                                                                   
ferma restando l'autonoma determinazione delle singole istituzioni scolastiche, si raccomanda di ispirarsi a criteri di funzionalità ed essenzialità, anche per non gravare i docenti di adempimenti formali aggiuntivi.
e insomma, se non è un chiarimento questo... fate voi, ma non perdeteci troppo tempo. 
D'accordo, facciamo noi, ma come?
La cura della sezione relativa alla valutazione è rimessa alla diretta competenza di tutti i docenti titolari delle attività educative e didattiche previste dai piani di studio personalizzati (articoli 8 e 11 dello stesso decreto).
Insomma, Tecnologia valuterà Tecnologia, Lettere valuterà Italiano e Musica valuterà Musica. Ecco qualcosa che, senza i chiarimenti del MIUR, non sarebbe mai venuto in mente a nessun docente. Ma...è opportuno ricordare che il portfolio documenta il processo di apprendimento di ciascun alunno, nonché gli elementi di rilievo del comportamento, anche mediante annotazioni relative al conseguimento degli obiettivi formativi delineati nei Piani di studio personalizzati. 
Le annotazioni significative dei processi di apprendimento, effettuate secondo scansioni temporali individuate direttamente dagli insegnanti interessati, concorrono alla organica e formale valutazione periodica dell'alunno, da riportare sulla scheda personale e da comunicare alle famiglie, ovviamente nel rispetto delle regole sulla riservatezza. 
E meno male che i docenti non andavano gravati di adempimenti formali aggiuntivi - In effetti devono solo aggiungere commenti individuali legati al percorso didattico individuale. Però possono scegliere da soli ogni quanto farli, questi commenti individuali.
Niente scartoffie aggiuntive, ah no, assolutamente.

Ad ogni modo tutto questo non chiariva cosa doveva esserci in questo accidente di portfolio.
Ma per fortuna un anno dopo arriva una bella normativa vieppiù chiarificatrice, probabilmente da considerarsi allegato virtuale della circolare del 2004: 10 Novembre 2005, Linee guida per la definizione e l'impiego del Portfolio delle competenze nella scuola dell'infanzia e nel primo ciclo di istruzione.
Durante l'anno trascorso comunque i vari IRRE regionali (appositi organi preposti allo sviluppo dell'autonomia scolastica, che non so se esistono ancora; quello che cito qui è comunque tratto dal documento elaborato dall'IRRE della Lombardia, ma è un documento che in rete non mi pare si trovi più) si erano dati parecchio da fare e avevano rintracciato ed esaminato quante più esperienze significative ... al fine della individuazione e definizione degli elementi fondamentali e imprescindibili che ogni Portfolio ... dovrà contenere, in quanto effettiva certificazione di competenze.   
Insomma, la palla era passata agli IRRE, che avevano deciso come doveva essere il portfolio.
E se qualcuno pensa che non sia una procedura molto seria per un ministero nazionale  inventarsi la necessità di un corredo didattico per un alunno senza dire come va fatto e sbolognare il lavoro a una pluralità di enti regionali (che, essendo venti enti diversi, avranno ragionato ognuno a modo suo, si suppone) non so che dire se non che sono d'accordo con lui.

Così comunque scriveva l'IRRE di Lombardia:
(il portfolio) comprende la scheda di valutazione e la scheda di orientamento.La prima è redatta sulla base delle indicazioni fornite dal Ministero ... La seconda è costruita dalle scuole e dai responsabili del processo educativo seguito dagli allievi, e si stratifica lungo il percorso formativo. 
Per intendersi la prima era la buona, vecchia scheda di valutazione che da sempre diamo agli alunni a fine trimestre/quadrimestre e a fine anno e trasmettevamo all'istituto superiore. La seconda era un curioso ricciocorno schiattoso a noi completamente ignoto; tra l'altro sorgeva spontanea la domanda: cosa diamine orienti a tre anni, o a sei, da doverlo poi stratificare?
Mistero.

Nel portfolio andava comunque anche messo qualcos'altro, e finalmente l'IRRE ce lo viene a spiegare: nel portfolio,gli operatori scolastici, insieme alle famiglie e ai ragazzi stessi, aggiornano indicazioni e dati, raccolti in ordine ai seguenti aspetti:ù
- prove scolastiche significative, capaci di descrivere le più spiccate capacità e competenze dell'allievo, specie sul piano logico-scientifico-matematico, linguistico-espressivo e storico-sociale;
-osservazioni dei docenti sui metodi di apprendimento del ragazzo, con la rilevazione delle sue caratteristiche originali nelle diverse esperienze di apprendimento, disciplinari e interdisciplinari;  
-commenti su lavori personali ed elaborati significativi, scelti dal ragazzo in collaborazione con il docente, ritenuti esemplificativi di attitudini e di risorse personali;
-indicazioni che emergono da un questionario attitudinale compilato da ciascun studente
-qualità e attitudini del ragazzo, individuate negli incontri insegnanti-genitori, anche grazie all'aiuto di appositi questionari;
-indicazioni che emergono da un progetto personale di vita, elaborato dallo studente e consegnato al docente, relativo alla sua futura collocazione nella società e in una o più attività professionali.

E non basta:
Si possono costruire vari tipi di portfolio a seconda dei soggetti a cui è affidata la costruzione. Il portfolio può essere costruito dall'alunno che decide cosa, quando e come raccogliere i materiali.
Tale costruzione può essere gestita in toto dal singolo alunno o conla consulenza e l'aiuto da parte del docente. Una seconda modalità è quella che vede protagonista il docente nell'organizzazione del
portfolio. Nel primo caso si dà credito all'alunno di capacità di scelta, di costruzione di criteri con cui attuare le scelte, di riflessione sulle proprie capacità e sui propri progressi di apprendimento, a partire dalla convinzione che sia pedagogicamente utile educare da subito l'alunno ad una autoconsapevolezza e ad un impegno di scelta. Nel secondo caso si privilegia la funzione del portfolio come documentazione aggiuntiva, quasi una 'memoria'
visibile, destinata al docente nell'espletamento del suo impegno di valutazione/orientamento. Nella scuola primaria sembra opportuna un'integrazione delle due modalità di costruzione. In prima battuta è consigliabile che il docente ipotizzi la struttura di portfolio che intende adottare nella propria classe, quindi individui le sezioni di
sua specifica competenza e quelle che possono essere riempite dall'alunno, col suo apporto di consulenza e di scaffolding (sostegno).
Dunque nel portfolio ci stanno prove scolastiche significative (cioè, immagino, quelle venute bene. Anche molte mie versioni dal greco erano altamente significative, a modo loro, ma certo a nessuno sarebbe mai venuto in mente di metterle in un portfolio, col loro bel corredo di meritatissimi 4 e 5; anche se, a ben guardare, testimoniavano assai a favore della mia brillante creatività); che queste prove però possano davvero descrivere le piu' spiccate capacita' e competenze dell'allievo è però assai discutibile: il sistema scolastico si occupa solo di *alcune* competenze (soprattutto quelle logico-scientifico-matematiche, linguistico-espressive e storico-sociali, appunto) - che sono una piccola e quasi insignificante parte dell'universo mentale delle creature in questione, che tra l'altro è in piena età evolutiva e quindi ci cambia sotto gli occhi giorno per giorno, schifando magari ciò per cui fino al giorno prima delirava e impazzendo d'amore per ciò che fino a un attimo prima non sopportava. 
Ma alla fine si sa che questi documenti stilati "dall'alto" sulla pelle dei fanciullini contengono spesso delle clamorose sciocchezze. Il vero problema era un altro, e non era risolvibile: chi le sceglieva, queste prove scolastiche? Scelti dal ragazzo in collaborazione col docente e' una bella tegola. A chi spetta la scelta? Alla creatura, che vuole un portfolio che lo rispecchi, o all'insegnante, che vuole un portfolio che rispecchi quello che *lui crede* sia la personalita' della creatura? 
Come ho scritto prima, è facile che un insegnante fraintenda parecchio la personalità e le capacità di un alunno; ma che dire degli allievi stressi? Siamo sicuri che si vedano come davvero sono, insomma che si conoscano? Il tutto senza considerare che la loro personalità e le loro inclinazioni sono ancora materiale in piena fusione e ben lungi dal solidificare.
Imbarcarsi nella costruzione di un portfolio senza decidere prima chi avrà l'ultima parola è una missione suicida; e lo devi decidere a livello nazionale, non regionale o locale, altrimenti i portfolio della vostra scuola avranno lo stesso valore valutativo, orientativo e descrittivo di un rotolo di carta igienica bianca, a prescindere dall'impegno che possano aver richiesto; senza contare che, in queste condizioni, qualsiasi creatura fornita di un minimo di personalità rischia di prendersi delle arrabbiature micidiali all'atto di confezionare il suo portfolio.
Ma non lo rischia solo la creatura: infatti si parla de IL DOCENTE, sorvolando allegramente sul fatto che il docente unico non c'è nemmeno alla materna. I vari consigli e gruppi di insegnanti si ritrovano dunque per fare insieme i portfolio, e prima ancora si sono trovati per decidere i criteri con cui confezionarlo - e meno male che il lavoro al portfolio andava fatto senza aggravare il docente di ulteriori oneri. Sì, certo, come no.
Messo cosi', il portfolio sembra un bel sasso gettato in uno stagno che, volenti o nolenti, i docenti devono ripescare.Molto comodo, per il Ministero. Ma anche molto stupido.
Per giunta qui si tirano in ballo pure i questionari attitudinali, e pure i genitori. Tirare in ballo anche loro complica parecchio le cose. In tutti i casi si rischia di urtare la loro suscettibilita', e di tirare la creaturina in mezzo a un bel groviglio emotivo. Chi insegna alle medie sa di quante spine e' seminata la strada del consiglio orientativo per la scuola superiore, figurarsi se i genitori hanno apertamente voce in capitolo.
Sorvoliamo poi per pietà sul personale progetto di vita, che anche quando c'è mostra una certa qual tendenza a cambiare abbastanza di frequente (e che forse a tre e sei anni non è l'elemento determinante del fanciullino o della fanciullina).

Tuttavia, anche una volta compilato a dispetto di tutti l'incompilabile porfolio, chiunque se lo sia sobbarcato, resta il fatto che ci sono, nella creatura portfoliata, capacità rimaste impregiudicate o sottoutilizzate durante tutto il periodo della scolarizzazione precedente (nelle attività scolastiche e di laboratorio). 
Perché ci sono anche competenze che la scuola non tocca. Se tutto va bene il ragazzo sa di voler diventare agronomo o pasticcere, ma certo non l'ha scoperto grazie alla scuola media. A quel punto avere o non avere il portfolio per lui e' proprio la stessa. Se poi per sua disgrazia e' pure molto bravo in italiano o in geometria, per colpa del portfolio rischiamo di perdere per strada eccellenti pasticceri e agronomi - per tacere delle molte competenze che la creatura potrebbe avere in nuce (chessò, lavorare il legno o tagliare e cucire abiti) ma che non ha mai avuto la minima occasione di sperimentare.
Esistevano poi altre questioni, di ordine brutalmente pratico. Sul newsgroup dell'Istruzione (da dove ho ripescato il materiale per questo post) una persona assai sensata chiese:
Ma poi il portfolio quanto dovrebbe essere grande? Cioè, materialmente cos'è? Uno scatolone, un faldone, una cartellina? I ragazzi che metteranno nel portfolio i loro "lavoretti" avranno bisogno di uno o più scatoloni? E tutta questa roba dove verrà archiviata? E quanto materiale ogni anno dovrà essere selezionato, considerando che si parte dai 3 anni? A 16 anni hai un'opera completa in venti volumi. E ad ogni cambio di scuola tutti i prof si dovranno andare a leggere tutti i portfolio di tutti i nuovi alunni? E se no, chi se li deve leggere questi portfolio? Cioé, a chi cacchio servono? Ai prof. all'alunno (non diciamo per cosa), alla mamma che si conserva i disegnini del figlio (già lo facciamo!)? Oppure qlcn si illude che un futuro datore di lavoro si vada a guardare il portfolio? (Beh, magari se proprio è un lavoro di eccellenza...). Ma davvero all'estero è già in funzione da anni? Con quali risultati?
Le ultime due domande, che io sappia, sono sempre rimaste senza risposta. Non ho svolto indagini accurate, ma nonostante avessi sentito spesso circolare la storia che all'estero c'è da tanto tempo non mi sono mai imbattuta in qualcuno che ne sapesse più di questo o in un articolo, graffito, dibattito o messaggio di fumo che descrivesse un po' meglio cosa succedeva in questo mitico estero con questi fantomatici portfoli.
Quanto alle altre domande, sul newsgroup qualcuno rispose ricordando alcune concrete circostanze:
Pensa che nella mia scuola ci sono i topi : è arrivata l'ASL che ci ha intimati di non conservare montagne di carte e cartoni.
E allora sti portfolio dove li mettiamo ? E' solo una mossa pubblicitaria.
Ma poi dico io : nell'era dell'informatica non sarebbe stato meglio far fare delle prove di verifica al ragazzo e trasferire tutto su un cd? Compreso i dati, la foto e tutto il resto? 
Idea interessante, a parte che una bella fetta di scuole non avrebbe saputo come confezionarli, questi CD (e tuttora, sospetto, più di una scuola incontrerebbe qualche difficoltà).

Fu così che, a parte qualche pallido tentativo sotto forma di circolare e qualche vaga evocazione, il portfolio sparì dalle vite di noi insegnanti senza esserci in realtà mai stato (molto più lente a scomparire si riveleranno le sezioni dei libri per il portfolio, a riprova del fatto che l'editoria è sempre la parte più conservativa della scuola).


Nota conclusiva: chi, per sua sventura, passando casualmente da queste parti, si fosse ritrovato inpaniato in questo interminabile post e non fosse ancora crollato addormentato leggendolo si potrebbe forse domandare perché ho ritenuto indispensabile raccontare una storia così insulsa.

I motivi sono almeno due: prima di tutto avevo conservato un thread sull'argomento, ai tempi del newsgroup, e ho sempre pensato che volevo ricavarci un post; ma soprattutto mi piaceva ricordare a lettori e colleghi come la nostra vita scolastica è stata spesso scandita da questi fantasmi: progetti demenziali mai portati a compimento perché mancavano delle basi minime di progettazione, idee deliranti, prive di logica e criterio, destinati fin dalla nascita a sparire nel limbo delle intenzioni.
Qualcuno potrà osservare che, purtroppo, non è affatto un uso limitato alle scuole, e non sarò io a contraddirlo.