Il mio blog preferito

giovedì 25 dicembre 2014

Auguri ^__^



Auguri di buon Natale a tutti


mercoledì 24 dicembre 2014

Silent night



Nella più magica delle notti possano le renne 
portare a tutti voi 
ciò che più desiderate


L'orrendevole e drammaticissima Saga del Registro Elettronico - 10 - Cui prodest?


Terminato l'epico cambio degli infissi e tornato ognuno nella sua rispettiva e legittima classe, infine è partito ufficialmente il Registro Elettronico.
Naturalmentre, giusto il Lunedì in cui ciò avveniva, la scuola media di St. Mary Mead anzi le scuole tutte nel paese e financo gli uffici comunali hanno avuto immensi problemi con il collegamento in rete, e tutta la settimana è stata decisamente impegnativa sotto questo aspetto.
Ma questo è così scontato che davvero non dovrei far perdere tempo a chi passasse di qui con eventi così banali.
Altrettanto scontato è il fatto che quasi subito una non piccola parte dei computer sistemati nelle aule abbiano cominciato a perdere colpi: chi non si accendeva, chi si piantava subito, chi produceva strani e inquietanti suoni assai simili al rumore che nei film d'antan si associavano all'arrivo dei bombardieri nemici su una città. Del resto era abbastanza noto che non si trattava di attrezzature proprio... ehm... freschissime.
Sono state aperte le scatole (ormai coperte di polvere) e distribuiti i cinque tablet di cui dispone la scuola e che finora alcuna mano umana aveva potuto sfiorare. Sono piccoli e un po' complicati da usare - e non hanno scheda telefonica per cui, quando il collegamento non funziona, non funziona nemmeno per loro. Chi lavora soprattutto nei laboratori sembra che ne tragga un qualche vantaggio (quando c'è il collegamento, si capisce).
Il computer in Sala Professori (dove la linea arriva un po' più facilmente che negli altri locali, anche se nessuno sa perché) è regolarmente occupato da insegnanti desiderosi di inserire dati che non sono riusciti ad inserire in classe, e questo lo rende abbastanza difficile da usare per chi voleva farci altre cose. Allora è stata prontamente allestita una seconda postazione, dove però il collegamento in rete non arriva quasi mai.
Qualcuno lavora da casa.

Insomma, ci si arrangia.

In classe continuiamo ad avere i rotoloni Regina, cui ogni settimana viene aggiunto un foglio. Chi riesce a compilare il registro elettronico si dimentica di aggiornare quello su carta (anche perché, ogni tanto, gli piacerebbe fare un po' di lezione o scambiare due parole con i ragazzi, non fosse che per interrogarli o chiedergli come stanno). Abbiamo così due diversi registri, entrambi spesso incompleti. Che prima o poi verranno aggiornati, ma sulla cui completezza sul momento nessuno può garantire.

Del resto, come sempre, nessuno ci controlla.

A questo punto ci si potrebbe domandare se tutto ciò ha portato a dei risultati positivi di un qualche genere, ma personalmente non ne vedo, a parte la possibilità per l'insegnante a casa in malattia di poter controllare cosa hanno fatto i colleghi in sua assenza. Ma, in effetti, anche prima i colleghi che avevano fatto qualcosa nelle ore in cui ti sostituivano di solito ti avvisavano, per quel che mi ricordo. Del resto, che motivo avrebbero di tenerti nascosto che hanno fatto nella tua classe una simulazione di Prova Invalsi o degli esercizi sulle potenze?

Il vero e noto Grande Vantaggio del Registro Elettronico, si sa, è che le famiglie possono vedere da casa i voti dei loro virgulti, e che i fanciulli ammalati possono controllare personalmente i compiti assegnati senza dipendere da compagni che spesso si rivelano di memoria assai labile.
Ma noi questo vantaggio non lo abbiamo: nessuna famiglia e nessuno scolaro ha accesso al registro elettronico, né lo avrà in tempi brevi.
Il Gazzettino della Scuola raccontava che, passato il primo quadrimestre, alle famiglie sarebbero state date apposite password, ma adesso varie fonti (alcune persino attendibili)  ci assicurano che, almeno per tutto il corrente anno scolastico, le famiglie non avranno alcuna password né accederanno ad alcunché.
Sempre le solite fonti assicurano che questo dipende da un problema di soldi, cioè la scuola dovrebbe pagare per poter far accedere le famiglie.
Il fatto che Argo, dopo aver fatto un cesso di registro come quello che adoperiamo (e che  tutti mi assicurano essere una versione assai migliorata rispetto a quella dell'anno scorso), pretenda pure di essere pagata in teoria non dovrebbe sorprendermi, conoscendo come ormai conosco la sfacciataggine umana; tuttavia spero ancora che si tratti di voci false e tendenziose, e che il registro non sia visibile alle famiglie solo per meri inconvenienti tecnici. Perché, se per avere quella roba abbiamo dovuto addirittura pagare, allora sarebbe stato cento volte meglio che la Preside quei soldi se li fosse messi direttamente in tasca per andare a giocarli alle corse dei cavalli: almeno si sarebbe divertita un po', almeno lei (detto e non concesso che le piaccia giocare alle corse dei cavalli, certo. Ma era solo per fare un esempio di uso non didattico né fruttuoso e tutt'altro che virtuoso).

Nel complesso, al momento i vantaggi del Grandioso Registro Elettronico continuano a sfuggirmi. 
Magari sono io che non sono capace di vederli, non so.

giovedì 18 dicembre 2014

I balsami beati per me le Grazie apprestino


Entrambi i miei genitori lavoravano nel settore pubblico ed entrambi avevano la curiosa caratteristica di andare al lavoro anche da ammalati, rimproverandosi reciprocamente per tale insana consuetudine.
Era un classico rituale di famiglia cui ho assistito sin da bambina: quello sano rampognava il malato e lo esortava grandemente a prendere dei giorni per malattia, o ad accettare tutti quelli che il medico gli offriva. Talvolta mi univo anch'io alle esortazioni, dicendo cose assai sensate che come tali venivano accolte dal genitore sano, mentre quello malato scuoteva la testa e borbottava qualcosa sul fatto che "quello era un caso particolare". Di fatto era quasi sempre un caso particolare e solo circostanze assai drammatiche riuscivano a tenerli a casa.

In cuor mio non mi capacitavo, tanto più che con la scuola non mi sono mai fatta problemi: se stavo male non andavo, e anche se stavo semplicemente così-e-così mi guardavo bene dal fare mostra di eroismo.
Tuttavia, quando ho cominciato a lavorare, vuoi per condizionamento, vuoi perché il DNA era quello, mi sono ritrovata ad andare al lavoro in condizioni proibitive, sempre ricorrendo alle scuse più improbabili. Perfino quando una serie continua di malanni più o meno bronchiali a lungo trascurati si evolse infine in una splendida broncopolmonite che mi tenne inchiodata al letto per tutte le vacanze di Natale, in un grande rutilare di antibiotici e cortisone, mi rifiutai di prendere atto del sottile confine che separa una persona coscienziosa da una perfetta idiota e mantenni intatte le mie perverse abitudini. I miei stakanovisti genitori, ormai in pensione, non cessavano di rimproverarmi per questo, ma li lasciavo dire, forte del fatto che abitavano ormai a sessanta chilometri di distanza e più di tanto non potevano intervenire. 
C'è da dire che il mio perverso inconscio collaborava: per esempio una notte che rimasi a tossire fin verso le quattro, alle due stabilii che il troppo era troppo e misi la sveglia alle otto per chiamare la scuola e dire che avrebbero dovuto fare a meno di me.
Mi addormentai infine, ma feci un sogno così orribile e spaventoso che quando infine la sveglia suonò, dopo il sollievo di scoprire che, appunto, era solo un sogno, invece di chiamare la scuola mi vestii di tutto punto e mi presentai puntuale in classe (entravo alla seconda ora) seppure alquanto sbattuta.

Naturalmente ero prontissima a criticare tanto demenziale stoicismo negli altri, che trovavo veramente stupidi quando facevano cose del genere. Forse che pensavano che senza il loro apporto lavorativo la scuola sarebbe crollata, o le loro classi sarebbero state condannate in eterno ad una totale ignoranza, mancandogli le più elementari basi per proseguire gli studi? Possibile che non si rendessero conto che pochi giorni di assenza non avrebbero pregiudicato irreparabilmente una programmazione equilibrata e ben impostata? Non si rendevano conto, essi, che stavano solo facendosi del male e rischiavano di trascinarsi per mesi debilitanti indisposizioni che pochi giorni di cure avrebbero debellato pienamente?
Tuttavia, quando l'ammalata ero io, improvvisamente tutto ciò non valeva più, e uno strano misto di senso di colpa atavico e di delirio di onnipotenza, unito a considerazioni-trappola del tipo "Ma anche oggi posso farcela, perché non andare?" oppure "Io mio conosco. So che questa indisposizione non è molto grave. So io quando mi devo fermare" mi hanno portato a collezionare un intero album di Eroiche Gesta non particolarmente necessarie.

Finché un giorno, dopo essermi trascinata per più di un mese una modesta bronchitella che con tre giorni di letto sarebbe probabilmente sparita in tutta fretta senza lasciare traccia, mi feci un profondo esame di coscienza: gli anni passavano, non ero più una giovinetta indistruttibile, passare i pomeriggi a letto dopo essermi trascinata a scuola sui gomiti non era poi questo gran passatempo, senza contare che così facendo tornavo a casa troppo stanca e finivo col restare indietro nella correzione dei compiti e consimili - per tacere del fatto che non avevo mai la forza di stirare e questo incideva negativamente sul mio abbigliamento.

Così decisi che da quel giorno avrei cambiato vita e la prossima volta mi sarei comportata saggiamente, scegliendo il male minore di una breve assenza invece di un lento stillicidio - senza contare che in quel modo avrei evitato di mettere in giro altri bacilli, che sono veramente l'ultima cosa di cui una scuola può avere bisogno.

La volta dopo, che è stata la primavera scorsa, non feci niente del genere, si capisce. Tuttavia addivenni ad un compromesso con me stessa e, dopo una rapida visita dal medico, mi imbottii coscienziosamente di antibiotici che stroncarono sul nascere il mio perfido mal di gola. In effetti l'idea di mettermi a letto mi repelleva, perché mi sentivo perfettamente in forze, a parte la spina in gola. 
Dopo la mia brava settimana di antibiotici, per la verità, tanto in forze non ero più, tuttavia avevo mantenuto un decoroso tenore di vita, oltre a non avere più il mal di gola.

Tutta questa lunga manfrina è per dire che invece stavolta ce l'ho fatta: niente antibiotici, dato che non avevo mal di gola ma solo febbre e un solenne raffreddore: tuttavia ho accettato due giorni dei quattro che il medico mi proponeva, e ne ho fatto buon uso. In mia assenza la terza ha fatto (come ho scoperto esaminando da casa il registro elettronico) una simulazione della prova Invalsi, un ora supplementare di Inglese e una di Arte - il che non gli ha fatto certo male, come non credo gli abbia fatto male andarsene a casa un ora prima. Io invece sono stata al calduccio e ho finito ben tre libri che avevo a mezzo. 
E dunque anch'io posso farcela, e prendermi qualche giorno di malattia senza essere necessariamente in vista della cassa da morto. L'importante è che perseveri, senza dormire sugli allori, e che mi impegni con costanza.

Il fatto che domani o Venerdì voglio andare a vedere il terzo film dello Hobbit, possibilmente senza stramazzare sulla porta del cinema, può darsi che abbia contribuito ad aiutarmi sulla via del rinsavimento. Ma del resto è risaputo, quante grandi imprese sono state portate a compimento appunto perché dall'esterno è arrivato un piccolo ma provvidenziale aiuto?

domenica 14 dicembre 2014

QUESTO BLOG E' CAPTCHA-FREE e fiero di esserlo

Proud Tiger by Caracal

QUESTO BLOG E' APERTO A TUTTI I VISITATORI - INCLUSE LE INTELLIGENZE ARTIFICIALI - E RIPUDIA OGNI FORMA DI RAZZISMO, SPECISMO O DISCRIMINAZIONE. 

Questo blog rispetta le differenze ed è aperto al dialogo con qualsiasi tipo di intelligenza o di mancanza della medesima. Questo blog nutre il massimo rispetto per i robot. Se siete un robot e, per un qualsivoglia motivo, desiderate lasciare qui un segno del vostro passaggio, non lasciatevi ingannare dal messaggio falso e tendenzioso che vi invita a digitare un numero per "dimostrare di non essere un robot" prima di commentare; siate certi che qui siete i benvenuti come chiunque altro, indipendentemente dall'orientamento alimentare, sessuale, politico, religioso, musicale, letterario o cibernetico.

ATTENZIONE: 
l'insulsa richiesta di inserire un insulso numerino che appare quando si accede all'area dei commenti è stata proditoriamente inserita da Blogspot contro la mia volontà e non è nelle mie possibilità rimuoverla, anche se ho mandato apposita mail di reclamo.
 In compenso essa è facilmente aggirabile, perché si può scrivere il commento e financo INVIARLO senza obbedire all'irritante richiesta di "dimostrare di non essere un robot": è sufficiente ignorarla e fare come se non ci fosse.

venerdì 12 dicembre 2014

Ragione e sentimento - Jane Austen


Anche questo, come L'abbazia di Northanger,  è un primo romanzo di Jane Austen.  Sembra che all'inizio sia stato un romanzo epistolare, poi che abbia avuto una seconda stesura intorno al 1797; ad ogni modo è stato il primo romanzo che Jane Austen ha pubblicato (con un discreto successo, tra l'altro).
Nel 1995 Ang Lee ne trasse un signor film, per molti aspetti  anche migliore del romanzo,  che venne ricoperto di plausi e premi, incluso l'Oscar per la migliore sceneggiatura non originale ad opera di Emma Thompson, che riesce tra l'altro nel mirabile prodigio di riconvertire i due futuri mariti delle sorelle Dashwood da Pesci Lessi in Personaggi Affascinanti - certamente Hugh Grant e Alan Rickman (non ancora Pitonato) ci misero del loro, ma non c'è dubbio che la sceneggiatura aiutò parecchio.
Ad ogni modo, per quanto bello e ben fatto sia il film, il libro lo supera in quello che ai miei occhi resterà sempre il suo punto di forza, ovvero la descrizione delle pene e delle angosce di chi assiste una persona a lui/lei carissima con il cuore spezzato senza poter intervenire altro che con un po' di affettuosa partecipazione, utile in quel tipo di crisi all'incirca quanto può esserlo una bicicletta per un pesce.

Il romanzo a tratti scricchiola, e quelli che diventeranno più avanti tra i punti di forza di Jane Austen richiedono ancora un po' di adattamento: d'accordo, è importante sapere con precisione i redditi di ognuno dei protagonisti, che hanno assai importanza nella vicenda, ma non è del tutto necessario leggersi anche l'estratto conto con tanto di prelievi e versamenti, e qualcuna delle varie vicissitudini finanziarie avrebbe forse potuto essere un po' sintetizzata. E siamo più che convinti che Edward sia un carissimo figliolo, ed è pur vero che la stessa autrice ce lo descrive come abbastanza imbranato nei rapporti sociali, ma deve per forza essere così disperatamente incolore? E forse la saggia, brava, intelligente e sempre-all'altezza-della-situazione Elinor non inclina pericolosamente verso la tipologia Mary Sue? Per tacere di tutti quei personaggi noiosi di contorno - non noiosi perché descritti male, bensì noiosi perché la storia richiede una gran quantità di personaggi noiosi per esasperare Marianne e far fare grande sfoggio di pazienza ad Elinor; ma il problema è che questi personaggi noiosi (e talvolta anche di buon cuore) sono mirabilmente descritti nella loro noiosità, con il risultato che anche il lettore finisce per annoiarsi (un problema, questo, che Austen supererà brillantemente in tutti gli altri romanzi riuscendo a costruire una intera galleria di personaggi brillantemente noiosi la cui entrata in scena colmerà il lettore di giubilo, anziché di segreta angoscia).

E tuttavia, passate le prime pagine, il lettore si dimentica dei dettagliatissimi estratti conto, sorvola di buon grado sulla conversazione giustamente noiosa dei personaggi noiosi e di buon grado accetta che Edward somigli assai ad un nasello bollito e condito con parsimonia (in realtà un piatto raffinato, per intenditori) per immergersi completamente nella storia. 
Che comprende una coppia di sorelle belle, intelligenti e abbastanza povere, che alla morte del padre subiscono un brusco calo di reddito. La circostanza non toglie il sonno o la gioia di vivere né a loro né alla madre (che assai più si affligge in verità per la morte dell'amato consorte): hanno meno soldi, e dunque vivranno più modestamente, amen. L'importanza di una persona, ai loro occhi, non è data dalla cifra che questa persona possiede, e questo vale anche quando si tratta di loro stesse medesime - anche se, tra le tre, Elinor è comunque l'unica consapevole che una parte del mondo la pensa in maniera diversa.

Qualsiasi introduzione del romanzo spiegherà che le due sorelle, Elinor e Marianne, incarnano la contrapposizione tra Classicismo e Romanticismo, o, appunto, Ragione e Sentimento. In realtà Elinor non è affatto priva di sentimento, mentre Marianne ha dalla sua parte un desiderio di Assoluto che è abbastanza tipico della prima giovinezza - insomma, secondo me la questione presenta molte più sfaccettature di un generico dualismo.
Guidata da una serie di circostanze un po' perfide abilmente montate dall'autrice, Marianne incrocia l'Uomo Ideale: bello,brillante, sincero, amabile, sempre a suo agio con tutti, pieno di fuoco interiore e pronto a condividere appieno i suoi ideali per formare con lei la Coppia d'Oro. Marianne lo vuole vedere così, e lui prontamente si adatta a diventare così per compiacere quella bella e affascinante ragazza che parla alla parte migliore del suo cuore... o che gli parlerebbe, se il suo cuore avesse una parte migliore a cui parlare.
Ma le carte sono truccate sin dall'inizio: l'uomo è effettivamente bello e disinvolto, nonché abituato ad un costoso tenore di vita che lo ha già portato ad indebitarsi assai. Non è libero perché di essere libero per potersi legare ad un Grande Amore non si è mai preoccupato. E',  a tutti gli effetti, un uomo abituato a non negarsi nulla da cui si senta attratto. Si accorge quasi subito che Marianne è una persona speciale e, quando avrà fatto le sue scelte in maniera da poter continuare a non negarsi nulla che gli piaccia sarà dunque libero di rimpiangerla accoratamente... ma da lontano. Come moglie, Marianne sarebbe stata faticosa e assai dispendiosa emotivamente - e lui, emotivamente, non è che abbia da spendere questo granché. Come innamorata di una breve stagione però è impareggiabile, e lui la rimpiangerà per tutta la vita, fingendo di amarla.

Per Marianne lo scontro con la realtà è durissimo e la ragazza rischia quasi di morire sotto le macerie del suo sogno infranto. Tuttavia, poiché è romantica fino al midollo ma è pur sempre creatura di questa terra, sopravviverà e finirà per trovare la felicità percorrendo una strada all'inizio imprevista. Molti hanno trovato qualcosa di punitivo nella sorte che l'autrice le assegna, ma in cuor mio credo che la legnosità di quel finale sia abbastanza involontaria e che l'esito che condurrà Marianne ad amare l'apparentemente prosaico marito che si è scelta (con qualche persuasione esterna, certo, ma senza riluttanza) con la stessa forza e intensità con cui aveva amato il suo primo amore sia perfettamente verosimile: perché Marianne (come sua sorella, del resto, e come sua madre) non sa amare a metà.

Consigliato sempre e comunque, perché è sempre il momento giusto per un libro di Jane Austen. Può esservi di gran conforto se la vostra amatissima sorella o la vostra amica del cuore è stata crudelmente ferita in amore e non riuscite a darvene pace.
Con questo post partecipo, meglio tardi che mai, al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro calde serate di buone letture accanto al caminetto a tutti; se non avete un caminetto, un prosaico termosifone andrà benissimo lo stesso, anzi anche meglio perché non fa fumo e non rischiate di bruciarvi le pantofole.

giovedì 20 novembre 2014

Non aprite quella finestra (ma soprattutto richiudetela con garbino)

Magritte ha intitolato questo quadro "La condizione umana", e aveva le sue ragioni

Quando finalmente il registro elettronico sembrava avviato e il collegamento stabilizzato, ecco che sulla scuola media di St. Mary Mead è piombato all'improvviso il Cambio degli Infissi.

Esso cambio si era dimostrato più volte assai opportuno negli ultimi anni in più e più circostanze, ad esempio:
- Quando pioveva forte e l'acqua gocciava lietamente giù dalle finestre sui banchi degli alunni, dando vita a simpatici ruscelletti e costringendo i suddetti alunni a spostamenti improvvisi e tamponamenti d'emergenza con carta assorbente e spugne mendicate in tutta fretta ai custodi
- Quando una finestra su tre non si apriva, magari perché priva di maniglia (in quasi tutte le classi)
- Quando la porta non chiudeva bene (in tutte le classi e locali della scuola tutta)
- Quando la maniglia restava in mano all'alunno o insegnante di turno almeno una volta a settimana nonostante fosse stata riavvitata con cura la settimana precedente, o addirittura cambiata in toto il mese prima.
Inoltre gli infissi tutti della scuola contavano svariati decenni di vita ed erano ecologicamente assai dispersivi nonché del tutto privi di doppi vetri.

Siccome il comune di St. Mary Mead ha gran cura delle sue scuole* ha infine deciso di provvedere al Gran Cambio degli Infissi, che doveva avvenire questa estate.
Ma, vuoi perché l'estate quest'anno in Toscana è arrivata di Giovedì ma al Comune erano al telefono, vuoi per altri e non meglio chiariti motivi, d'estate non è stato cambiato alcun infisso e il tutto è avvenuto a cavallo tra Ottobre e Novembre, naturalmente iniziando in quella settimana finale di Ottobre in cui arriva un certo freddino ma il riscaldamento non c'è ancora.

La ditta ha assicurato che avrebbe fatto tutto in due settimane - una settimana per piano. Sarebbe dunque stato sufficiente sgombrare mezza scuola per volta.
Ora, la nostra è una scuoletta ben fornita di spazi: abbiamo una biblioteca (attualmente in fase di resurrezione) un aula multimediale (del tutto priva di multimedialità ma comunque abbastanza spaziosa) un aula informatica (quasi del tutto priva di computer funzionanti ma con due porte blindate), una segreteria (del tutto priva di segreteria), una presidenza (dove i presidi stazionano solo nelle tre settimane dell'esame), un aula di sostegno, un laboratorio artistico, un laboratorio musicale, uno linguistico  e pure uno scientifico. Spostare un gruppo di classi però non è così semplice, perché la segreteria non contiene segretarie ma fax, telefoni e fotocopiatrici, nel laboratorio di informatica ci stanno gli scheletri dei computer, nel laboratorio di artistica - pensa te lo strano caso - i tavoli sono attrezzati per fare attività collegate ad arte eccetera eccetera. Alla fine ci siamo arrangiati come abbiamo potuto, cioè male: per una settimana la (numerosa) prima cui faccio storia e geografia è stata disposta su due lunghe file tra scaffali stracolmi dei più vari attrezzi (però avevamo anche un lavandino dove lavare i pennelli, caso mai ci fosse capitato di avere dei pennelli da lavare), mentre la settimana seguente la Terza Casinista ha perduto quel po' di ritegno che per caso o per errore le era rimasto accampandosi in Biblioteca.
I ragazzi si sono divertiti moltissimo, in base al principio che qualsiasi variante della routine è da loro ben accetto; noi insegnanti invece non ci siamo divertiti affatto, in base al principio che qualsiasi variante della routine è da noi visto come il fumo negli occhi - senza contare che quando ti devi dare il cambio tra quattro livelli invece che  tra due il cambio rischia di arrivare mooolto più tardi (con grande godimento delle classi tutte che, ammettiamolo, se anche il docente dell'ora successiva non è proprio lì davanti alla porta quando suona la campanella, tutto sommato non si dispera).

Finalmente la tempesta è finita, la marea è girata e ognuno è tornato alla sua legittima classe.
"Allora, vi piace la porta nuova?" chiedo con un bel sorriso. A me piace moltissimo, perché è tutta di un bel legno dalla sfumatura rosata, mentre quelle porte-giocattolo di plastica verde con le maniglie-giocattolo bianche e nere che continuavano a cascarci in mano non mi avevano mai convinto molto.
"E' brutta!" si è alzata la lamentela unanime "E' di legno!".
Ingoio la mia ammirazione per la porta.
"E poi si chiude male!".
"Ma, veramente..."
Segue un lungo sipario in cui loro mi mostrano come si chiuda male, con relativo corredo di calci e spintoni che sono abituati a usare con le vecchie porte; mentre io gli mostro come con una leggera pressione esercitata sul punto giusto con dolce fermezza la porta si chiuda a meraviglia. Seguono esercitazioni e prove e dimostrazioni finché non mi sembra che siano in grado di aprire e chiudere quella disgraziata porta con la speranza di vederla almeno arrivare a Giugno. E no, non si tratta di giovani vandali in fase di allenamento, semplicemente hanno tredici anni. Alla loro età anch'io mi muovevo con la grazia e il garbo di un bufalo di malumore. Adesso, da adulta, mi viene spontaneo assecondare il movimento della porta finché non sento scattare la chiusura, ma un tempo non lo avrei fatto. 
Semplicemente, quella porta è stata concepita da adulti per essere usata da adulti.

"E poi hanno messo le luci al neon e il neon mi fa veire il mal di testa" si lamenta Blackie**.
Alzo gli occhi e guardo le solite (bruttissime) lampade al neon che ci illuminano da quando sono lì "Ma, veramente sono sempre state al neon..." spiego timidamente.
La classe insorge: no, prima non c'era nessun neon! Loro se lo ricordano bene, loro!
Finisco per cedere (scoprirò poi che, una volta tanto, è l'insegnante che ha ragione: belle o brutte che siano - e sono bruttarelle assai - sono sempre state luci al neon e nessuno ci ha messo mano).

Ma il vero punto debole del cambio degli infissi si rivelano, ahimé, proprio le finestre.
Esse sono basculanti, cioè si aprono verso l'alto. Peccato che così entri pochissima aria e che, qua a St. Mary Mead come su tutta la provincia fiorentina, passate le settimane di lavori sia tornato un gran caldo, coadiuvato in più dal riscaldamento acceso (e qui si potrebbe aprire l'eterna diatriba del perché mai con una temperatura esterna di 22 gradi sia necessario avere il riscaldamento acceso, in spregio al protocollo di Kyoto e a qualsiasi logica umana. Ma è una diatriba eterna quanto irrisolvibile, e quindi lascio perdere).
C'è poco da girarci intorno, la classe è un fornetto. 
Fortunatamente è l'ultima ora e posso svicolare.
Mi spiegheranno in seguito che le finestre si possono aprire anche completamente, ma solo con apposita chiave che è in mano ai custodi e che aprono su richiesta dell'insegnante, su cui ricadono tutte le responsabilità dell'insano atto. Perché, una volta aperte, sono invero abbastanza pericolose e quindi è stato deciso di aprirne solo una. Ma è difficile, anche per me che sono di un ottimismo ai limiti del demenziale, esimermi da pensare che a fine Maggio, quando lesseremo tutti, andrà corso un rischio più esteso.

Per nostra buona sorte, passato qualche giorno è calata la temperatura e adesso con le finestre aperte à la basculante si sta benissimo - e, per nostra buona sorte, Maggio è ancora lontano.

In realtà, come spesso avviene, il male ha trovato da solo la sua cura: per puro caso ho assistito a una chiacchierata tra la VicePreside e la tecnica della ditta, che ha spiegato che le finestre sono state evidentemente aperte e chiuse con scarso garbo e parecchie di loro già non funzionano più. O meglio, non funziona più la serratura. In pratica sono diventate comunissime finestre che si aprono e chiudono a seconda di come si ruota la maniglia, e non possono più essere bloccate dalla serratura.

Prima considerazione: "non è detto che siano stati i ragazzi a sforzare il meccanismo" assicura la tecnica. 
Per l'appunto, non è affatto detto. Perché i ragazzi non hanno mai toccato le chiavi delle finestre: dette finestre sono state sempre aperte dalle custodi (diventate per l'occasione custodi delle chiavi come Hagrid ad Hogwarts) e dette custodi sono ampiamente adulte e hanno da gran tempo passato la fase del bufalo di malumore: sono persone affidabili e garbate, e non credo che abbiano consapevolmente sforzato alcunché. E dunque com'è fatto questo sedicente meccanismo di sedicente sicurezza? Forse con l'anima di stracchino e l'esterno di mascarpone? Forse pensano, i signori e le signore della ditta, che le scuole siano abitate soltanto da esperti liutai, orefici di lungo corso e ricercatori farmacisti usi a maneggiare con ineffabile cura infinitesime particelle di prodotti? Forse si sono bevuti il cervello, detto e non concesso che ne abbiano mai avuto uno? Forse gli è stata soverchia fatica cercare una serratura che fosse nello stesso tempo efficace e robusta? Non può essere questione di prezzo, visto il costo complessivo dei lavori: una serratura affidabile è alla portata di parecchie tasche, non importa essere un Rockfeller per assicurarsene qualcuna. Perché mai, non appena si tratta di scuole, le cose devono essere necessariamente fatte a cazzo?***

Seconda considerazione:
"Mi raccomando, non diciamolo ai ragazzi" si è raccomandata la VicePreside. 
E perché mai dovremmo dirglielo? Perché dovremmo tediarli con informazioni inutili, visto che lo scopriranno ben presto da soli, detto e non concesso che non l'abbiano già scoperto?
E' ragionevole credere che esista un qualche meccanismo della scuola che frequentano di cui i ragazzi non siano ben più padroni degli adulti?
Mapperpiacere!

*che nonostante quel che possa trasparire dai miei racconti se la passano meglio della media nazionale, tanto che nella classifica dei comuni italiani St. Mary Mead ha riportato un assai lusinghiero piazzamento nei primi cento anche in virtù della qualità delle sue scuole.
**Blackie da un qualche tempo si lamenta parecchio, va detto.
***senza offesa per il cazzo, è soltanto un modo di dire.

lunedì 17 novembre 2014

17 Novembre - Festa del Gatto Nero



Certo, i gatti sono tutti belli e tutti meritano di essere festeggiati e onorati. Ma Sua Nobiltà il Gatto Nero ha un fascino particolare e una speciale capacità di intonarsi a ogni ambiente, conferendogli un tocco di stile tutto particolare.

E poi, ammettiamolo: quale scrivania è completa senza un gatto nero?

Auguri a tutti - anche a chi, dei gatti neri, si interessa il giusto.

venerdì 14 novembre 2014

L'abbazia di Northanger - Jane Austen

La copertina inglese mi piaceva di più, ma esistono decine di edizioni italiane e vanno tutte benissimo

Sarebbe il primo romanzo di Jane Austen - che, a dire il vero, di primi romanzi ne ha tre, da aggiungere alle prime opere giovanili. 
In effetti la nostra scrittrice preferita* ha una vita che dall'esterno sembra piuttosto lineare, cui però si accompagnano vicende editoriali piuttosto complesse. Comunque questo fu il primo romanzo, o uno dei primi tre, ma venne pubblicato per ultimo perché l'editore che ne aveva comprati i diritti non lo stampò (sempre stata gente strana, gli editori), e venne stampato solo dopo la morte dell'autrice.

Come tutti i libri di Jane Austen è fuori dal tempo, e dunque risulta attualissimo all'alba del terzo millennio dell'era volgare come lo risultò un paio di secoli fa, quando infine uscì in libreria, anche sul piano letterario, anche come parodia. 
Era nato infatti come parodia del romanzo gotico (di cui Jane Austen era appassionata); ma in fondo l'intreccio tipico di un romanzo gotico, o semplicemente di un romanzo sentimentale, non è cambiato molto in due secoli, e se passa di moda per qualche breve periodo, presto ritorna nelle librerie o 
sotto altre forme, usando gli stessi meccanismi e gli stessi personaggi che andavano di moda due secoli fa o che delizieranno i nostri trisnipoti tra un secolo o due.

Catherine Morland, la protagonista, non ha molto in comune con le tipiche eroine da romanzo, come l'autrice non manca di ricordarci: prima di tutto dispone di due genitori vivi e in ottima salute, provvisti per di più di assai rispettabili entrate economiche (ma non di un patrimonio favoloso, magari sottratto loro da qualche losco individuo). Non è di una bellezza stupefacente, solo abbastanza carina; inoltre non possiede una prodigiosa intelligenza (pur non essendo affatto stupida) né talenti fuor dal comune, e quel ch'è peggio la sua vita non è stata funestata da alcuna tragedia. Una ragazza graziosa, frivola, 

piuttosto elegante, affettuosa e simpatica, di una ingenuità disarmante, dotata di un ottimo carattere e di ottimi principi, né permalosa né sospettosa, tutt'altro che portata a giudicare senza appello, sincera con sé stessa...
Certo, una persona preziosa se te la ritrovi come collega in ufficio o come condomina, senz'altro un ottima cognata ma... in un romanzo? Cosa può combinare una ragazza così, in un romanzo?

Combina all'incirca quel che potremmo combinare anche noi, incrociando le stesse tipologie di persone che funestano o rallietano la nostra vita: ragazzi simpatici e interessanti (oltre che ben fatti), ragazze brillanti e raffinate, brave persone prevedibili e noiose ma affidabili,  sedicenti amiche...

Ecco, mi è sempre parso che l'amica inaffidabile, da sola, valga il prezzo del libro. Chi di noi, da giovinetta (e forse perfino dopo, ahimé) non ha preso sul serio quel tipo di amiche superficiali che ti si appiccicano con la ventosa, ti sommergono di chiacchiere e riescono sempre a tirarti le più colossali fregature? Non importa che ci siano di mezzo fratelli più o meno matrimoniabili o interessi economici, quel tipo di "amiche" è universale e onnipresente e tutte, una volta che abbiamo smesso di prenderle sul serio, ci domandiamo accoratamente come abbiamo fatto ad abboccare in quel modo senza capire che erano false come una moneta da sette centesimi.
Ancor più pericoloso è l'Esperto Logorroico, quel tipo di conoscente che sa sempre tutto su tutto e trancia giudizi e rovina o innalza reputazioni con poche frasi, del tutto incurante dei danni che riesce a fare nei primi tempi della sua conoscenza, quando le persone più sprovvedute sono portate a prenderlo sul serio. Chi non ne ha incontrati a decine, al lavoro, a scuola, nei più vari giri di amicizia, in comune quando andava a sbrigare pratiche? Chi non ne ha incautamente seguito almeno qualche volta i consigli finendo così per trovarsi nei più immani casini?
Proprio l'Esperto Logorroico sarà il vero Cattivo della vicenda, riuscendo a prendere in giro buona parte dei personaggi, con conseguenze che potrebbero essere disastrose, se il buon carattere e i buoni principi dei due innamorati di turno alla fine non prevalesse e il saldo buon senso dei genitori di Catherine non collaborasse; perché non soltanto i genitori di Catherine sono vivi e in buona salute, ma sono anche ottime persone che, pur comparendo assai di sfuggita nel romanzo, hanno una parte non indifferente nella trama e si comportano ogni volta in modo che rende assai onore al loro cuore quanto al loro cervello.

Il romanzo si conclude lasciando alla sua futura felicità la protagonista, che dalle varie esperienze vissute ha imparato ad affinare le sue antenne e ad ascoltarsi con più attenzione, ma non ha perso una briciola della sua buona predisposizione verso gli altri (per i casi più complessi si suppone che, almeno nei primi tempi, il futuro marito interverrà con qualche accorto consiglio).


Consigliatissimo a chiunque abbia passato gli undici anni, come tutti i libri di Jane Austen questo romanzo si presta a periodiche e numerose riletture perché ha sempre qualcosa da dirti.

Inoltre, negli ultimi vent'anni l'editoria italiana si è infine data una mossa e, se non in libreria, almeno nelle biblioteche è possibile trovare alcuni dei romanzi gotici che fanno da sfondo a questo primo (o secondo o terzo, difficile capire) capolavoro dell'autrice, primo fra tutti il famigerato Misteri di Udolpho di Ann Radcliffe.

Con questo post partecipo (appena in tempo) al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buon fine settimana e buone letture a chiunque si trovasse a passare di qua.

*Di fatto Jane Austen è la scrittrice preferita di un sacco di gente, anche se non se ne parla molto.

lunedì 10 novembre 2014

La schiusa delle uova (una classe troppo bella per essere vera)

Chi può dire cosa uscirà da queste uova tanto affettuosamente curate?

E' noto che, quando era una prima, la Prima d'Ogni Grazia Adorna insegnava alle stelle a splendere ed era l'invidia di tutti gli insegnanti nonché il gioiello della scuola. 
Di condotta integerrima, saldamente legata da saldo e reciproco affetto, pronta ad accogliere qualsiasi nuovo arrivato con calore sincero, tanto studiosa quanto volenterosa, affettuosa e disponibile con ogni insegnante, la classe faceva sbocciare i fiori al suo passaggio e aveva gli scrutini di gran lunga più veloci di tutta la scuola, in una pioggia dorata di otto, nove e dieci.
Carini, educati, sembravano finti e solo la presenza dell'imprevedibile, capriccioso, irritante ed egocentrico Wasp li salvava dall'essere "una classe di bravi bambini" e li provvedeva a volte di una marcia in più.

Me li guardavo crescere sotto gli occhi con una certa perplessità, ma come si fa a dire a una classe "Per favore, potreste fare qualche stupidaggine ogni tanto?". E del resto, una stupidaggine fatta su commissione non sarebbe stata una stupidaggine vera, ma solo un ulteriore atto di obbedienza da Bravi Bambini.

Improvvisamente qualcosa cambiò, e naturalmente noi professori fummo di gran lunga gli ultimi ad accorgercene.
Le ragazze, che prima erano sempre andate d'accordissimo, da un giorno all'altro si scissero in due fronti contrapposti, con un paio di fanciullette che non capivano perché non si potesse continuare ad essere amiche di tutte ma che dovettero infine accettare di barcamenarsi come potevano tra i due schieramenti.
Lo scisma si portò dietro una parte dei ragazzi - un po' straniti, in verità.
Poi qualcuno ai consigli di classe osservò che "in quel periodo Blackie studiava poco" e, più avanti, che "Blackie, Iriza e Polyanna non facevano che chiacchierare". Solo col tempo ci decidemmo a prendere atto che Blackie aveva smesso di studiare in pianta stabile e che con Iriza e Polyanna aveva formato un Malefico Trio la cui principale attività sembrava fosse dir male del mondo intero. Cuorcontento si ritrovò malamente bullato, tanto da chiedere a fine anno di cambiare classe (cosa che gli venne prontamente concessa), mentre Wasp riusciva a litigare con tutti e ogni volta naturalmente era colpa degli altri. Beh, lo faceva anche prima, ma solo con alunni di altre classi: con i suoi compagni andava d'accordo.
Ibn al-Arabi è tornato in Tunisia, caldamente rimpianto. Il suo posto è stato preso dal Calciatore, che proprio non si può definire studiosissimo ma che in quella bolgia si distingue comunque per un certo contegno che persiste a darsi nonostante in quella classe "contegno" sia ormai solo una parola priva di qualsivoglia significato.
Adesso la Terza Casinista è una delle croci della scuola. Studiano poco e in modo assai superficiale, sono palesemente annoiati da ogni materia, anche i più bravi tirano a campare, fuochi di insurrezione covano ovunque e i voti sono in caduta libera. Wasp imperversa, Blackie manca poco che ci mandi tutti quanti a Fanculo. Le famiglie convocate scuotono la testa e sospirano che non sanno più che pesci prendere, e che la scuola faccia quel che deve e loro per quel che possono collaboreranno, ma non riconoscono più i loro figli né sanno in che modo gestirseli. 
Quanto a me, dopo un non lieve periodo di crisi ho dismesso i panni dell'insegnante miciosa e coccolosa e mi sono trasformata in tigre. Il costume da tigre mi fa sempre uno strano effetto quando lo indosso, ma al momento è l'unico con cui si raccatti qualcosa là dentro e, che dire, à la guerre comme à la guerre. Quando ruggisco loro mi guardano straniti e provano a fare gli occhioni innocenti, e allora naturalmente ruggisco vieppiù, mentre Wasp si lamenta che ce l'ho con lui*. Chennesò, magari si sentono anche loro un po' destabilizzati e l'insegnante a strisce può aiutarli a mettere dei paletti. Certo, due anni fa, mentre stavamo serenamente a inanellare un capitolo dello Hobbit dopo l'altro, mai e poi mai avrei pensato di ritrovarmi a fare la terza in queste condizioni, ma si vede che doveva andare così.

Ogni tanto mi domando che razza di esame tireranno fuori - un esame da schifo, verrebbe da pensare, senonché con i ragazzi di questa età non è mai detto e sette mesi sono lunghi e fanno ancora in tempo a cambiare pelle - detto e non concesso che abbiano voglia di cambiarla. E mi chiedo anche che cosa penseranno di noi gli insegnanti delle superiori. Ma in verità noi siamo come siamo sempre stati e lavoriamo con il consueto impegno e non ci capacitiamo che la classe all'apparenza ne sapesse di più in prima che adesso su certi argomenti.

Il nostro è invero uno strano mestiere.

*il che non è una novità, perché Wasp  a onor del vero si è SEMPRE lamentato perché tutti gli insegnanti ce l'avevano con lui. 

venerdì 7 novembre 2014

Haeretica - Dietro il paravento (quando si soffre in silenzio)


Dietro ai paraventi di carta di riso, ai larghi ventagli, alle vesti di seta elegantemente sovrapposte in sfumature ben scalate, alle ampie maniche usate come schermo per coprire il viso, anch'io, come tutte le dame hejan, soffro.
L'eccesso di sensibilità della mia raffinatissima anima, certo. 
Il male di vivere, naturalmente.
Il ricordo di quelle sofferenze che han segnato tutti noi sin dai primi giorni di vita: lutti, dolori, abbandoni, sensi di colpa, ferite mai ricucite, addii mai accettati... anche quello, sì.
Sentirmi inutile, non apprezzata, incapace, inadatta, inetta, calpesta e derisa... si capisce, c'è anche questo.
E non potere mai essere me stessa nella mia totale integrità, sul lavoro.
Ecco, sì. Quello.

Chi mai ha potuto permettersi di essere sé stesso al cento per cento, sul lavoro? Nemmeno i santi più stravaganti, nemmeno i più grandi artisti, credo. C'è sempre una voce interiore che ti ferma a un certo punto e ti dice "No, questo no". Per tutti, anche per chi è andato contro il mondo intero. Persino per chi è andato contro il mondo intero e ha vinto.
Figurarsi per una povera insegnante malamente entrata di ruolo in una piccola scuola di paese.

Non è colpa del piccolo paese, o del ruolo. Il problema c'era anche nelle grandi scuole di città e quando ero precariamente precaria. 
Il problema c'è dal primo giorno in cui sono finita in cattedra.

La scuola è conservatrice e lo è sempre stata. Fa parte della sua natura. Dobbiamo prendere dei piccoli pulcini implumi e trasformarli in membri utili e attivi della società - o almeno provarci. Bravi cittadini onesti, che rispettino le regole e sappiano fare le scelte giuste, impiegare bene il loro tempo e costruirsi una vita ricca e piacevole, ben inseriti nella società. Sani, onesti e laboriosi.
Sembrerebbe un compito rispettabile. Grosso modo lo è. Ai ragazzi piace essere aiutati, instradati e istruiti. Spesso cercano di svicolare, ma nella maggior parte dei casi lo fanno solo perché vogliono essere vieppiù guidati, magari con delicatezza e pazienza. Almeno, credo sia questo quel che credono.

Anch'io del resto ho voluto e voglio essere sana, onesta e laboriosa e guidare con l'opera e con l'esempio. Anch'io sono conservatrice e amo le strade note.
Dentro di me però sonnecchia un anarchica, di quelle che vanno a buttare le bombe nelle carrozze dei re e vorrebbero partire una mattina senza nemmeno un fazzoletto, verso qualcosa che non sanno cos'è né dov'è, e tantomeno se riusciranno ad affrontarlo.
Io come quasi tutti, sospetto. Solo che io me lo ricordo ancora, talvolta, nonostante abbia gran cura nel cercare di rimuovere questo lato della mia personalità.

Nei ragazzi che mi passano davanti però questo lato è molto più desto che negli adulti, e talvolta spunta fuori nonostante tutti i tentativi (anche quelli del giovinetto, o della giovinetta) di addormentarlo. Talvolta sembra quasi indomabile. 
E talvolta, quando li guardo che combattono con le espressioni algebriche e il compasso e i pronomi relativi mi sento mordere delicatamente dal sospetto che no, non è questo che poi gli servirà nella vita. Non a tutti, almeno. Perché la loro vita potrebbe andare in una direzione completamente diversa da quella che vogliamo noi, da quella che ci hanno insegnato a volere per loro. Perché forse, per loro, il cammino è diverso, disseminato di apparenti errori e di sciocchezze inqualificabili, di colossali perdite di tempo, di ferite dolorose e di discese agli inferi che potrebbero ma non vorrebbero risparmiarsi.

E invece la prima cosa che capisci quando sali in cattedra, anche se è il primo giorno che entri in una classe come insegnante, e anche se nessuno te l'ha detto, è che questo lato del loro carattere è pericoloso e non va incoraggiato. Mai. Dove andrebbero a finire la decenza, la ragione, il buon senso e le strutture che tengono insieme la società se proprio tu, loro insegnante e guida ed esempio, faro illuminante o almeno lucina notturna a intermittenza della loro vita, custode dei sacri valori, convenissi con loro che sì, certe cose non si dovrebbero fare, sono rischiose, sono sbagliate ma magari fanno parte di loro  ed è giusto che le facciano, a costo di far male a sé stessi e agli altri? Se si sentissero appoggiati in certe loro malsane attitudini e tendenze proprio da chi dovrebbe aiutarli a reprimerle e per questo è pagato dallo stato, onde renderli sani, onesti e laboriosi nonché utili membri della società?
Quella parte oscura del loro temperamento, che può portarli alla rovina e alla morte o fargliela sfiorare molto da vicino, la faccia nera della luna, il lato oscuro della forza, da cui tanti sono attratti anche loro malgrado (ma chi lo sa se davvero avviene loro malgrado?), sirena incantatrice che può rovinare l'esistenza - quella parte forse li chiama perché la loro strada, la loro vita, il loro destino prevedono lunghe permanenze sui sentieri oscuri, e solo chi conosce davvero le tenebre sa affrontare davvero la luce.

Potrebbe essere. 

Ma chi si azzarda a correre un rischio del genere sulla pelle di uno sventurato adolescente che lo stato e le famiglie ti affidano nella (a volte vana) speranza che tu riesca ad insegnargli a usare bene il compasso e i pronomi e a svolgere adeguatamente le espressioni algebriche?
Non io. Ho già abbastanza fantasmi a carico senza accollarmi pure una responsabilità del genere. Sul mio posso fare quel che voglio, ma sulla pelle degli altri decenza e buon senso e ragione impongono che mi guardi bene dal giocare all'apprendista stregone.
Il solo pensiero di pensare di potermi accollare una responsabilità del genere mi terrorizza, semplicemente.

Tuttavia volte, dietro ai paraventi di carta di riso, ai larghi ventagli, alle vesti di seta sovrapposte, alle ampie maniche usate come schermo per coprire il viso, una tenue voce dal fondo del più profondo del mio cuore mi sussurra pianissimo che, forse, facendo quel che è giusto e buono in realtà faccio la cosa sbagliata.

E la lascio sussurrare, quella tenue vocina, e non prendo nemmeno in considerazione la possibilità di ascoltarla. Però soffro. E vorrei che al mondo ci fossero meno certezze.

E questa è una cosa che non ho mai detto a nessuno prima di scriverla qui, e che mai più dirò.

domenica 2 novembre 2014

2 Novembre, festa dei morti - In ricordo di Stefano Cucchi

Stefano Cucchi, dopo e prima della cura

Dunque è ufficiale: Stefano Cucchi è morto di noia. 
Non certo, come a suo tempo si disse di Gesù Cristo, per il freddo o per il sonno: caldi piumini e morbidi materassi accolgono i nostri detenuti, in celle confortevoli e accoglienti. Nessuno, all'interno di queste celle, può soffrire disagio veruno: né insonnia, né freddo, né caldo. 
Inoltre una capillare e accuratissima assistenza sanitaria si occupa di ogni eventuale malessere dei detenuti, curandolo nel migliore dei modi senza badare a spese.

Sta di fatto che quando venne arrestato Cucchi era vivo, e una settimana dopo era morto, decisamente dimagrito e con una bella quantità di lividi addosso.
Aveva forse fatto una dieta troppo rigida? Si sa che le diete sono pericolose.
Era forse caduto dalle scale, come capita a tante donne con un marito dal comportamento magari un po' troppo esuberante?
Chissà.
Accolto in carcere come un principino, trattato con tutti i riguardi dalle italiche forze dell'ordine, ciò nonostante dimagrò e morì, forse al solo scopo di creare grane ai fedeli servitori dello Stato (certa gente è così antipatica...).
Forse per colpa di anoressia e tossicodipendenza, come disse il senatore Giovanardi (gran paladino del cattolicesimo, piace ricordarlo). Forse per colpa di una vita sregolata, come è stato detto al secondo processo, quello conclusosi pochi giorni fa. 
O forse, semplicemente, per noia. Non avrebbero potuto procurargli qualche lettura interessante, una serie televisiva avvincente o qualche buon film?
Si vede che non ci hanno pensato. Non si può pensare sempre a tutto. 
Non ci fu lesione né trauma, nessuno alzò la mano su di lui, tutto il personale medico e paramedico si prodigò nel migliore dei modi.
Tutti fecero il loro dovere al meglio, insomma. Purtuttavia, Cucchi prima di essere arrestato era vivo, e una settimana dopo era morto.
Che dire? Sono i casi della vita - o, nello specifico, i casi della morte.

Oggi si commemorano i morti. Io commemoro lui.

(Potrei magari aggiungere che, casomai gli fosse capitato di vedere in visita turistica l'inferno, l'avrebbe trovato comodo e accogliente rispetto a quel che ha sperimentato nella sua ultima settimana di vita. Ma potrei sembrare polemica, e non voglio correre questo rischio).

venerdì 31 ottobre 2014

Carmilla - Joseph Sheridan Le Fanu


Tanti e tanti anni fa in una libreria di remainder pescai una raccolta di racconti di fantasmi di Joseph Sheridan LaFanu (1814-1873), scrittore per me totalmente sconosciuto. Andavo spesso a tentativi, a quei tempi, fidandomi dell'istinto e dei riassunti dietro la copertina, che all'epoca avevano la stravagante tendenza a dare effettivamente un idea del contenuto.
Lessi i racconti con gran piacere (e molta paura), ma quello che mi colpì di più fu Carmilla, che è il più conosciuto e spesso è stato pubblicato anche da solo.
E' un racconto non troppo lungo, all'incirca ottanta pagine di lunghezza media - uno di quei bei racconti vittoriani con la cornice: un tale che racconta che ha il resoconto di una storia molto interessante e piena di mistero, poi attacca la protagonista e spiega che il racconto che sta per fare è interessante e pieno di mistero e parte da un suggestivo ricordo d'infanzia su una bella signora che una sera le venne vicino mentre da bambina dormiva nel suo letto...
Infine arriva la storia vera e propria: quando era giovane, la protagonista viveva in un castello isolato con suo padre; per una serie di circostanze si trovano a ospitare per un periodo una bella e distinta fanciulla, Carmilla. 
Le due diventano subito grandi amiche e si amano di tenero amore. La bella ospite ha però alcuni tratti insoliti: dorme di un sonno assai profondo, si sveglia assai tardi la mattina, è pallida e assai languida ma anche molto affettuosa con la sua giovane ospite, di un affetto quasi morboso (quasi?). Per contro la giovane castellana, una ragazza robusta e di eccellente salute, comincia a sentirsi inspiegabilmente debole, finché si accorge di avere degli strani lividi sulla base del collo...
Alla fine la narratrice si salva - come sappiamo fin dall'inizio, visto che è lei che racconta la storia - ma non assisterà all'eliminazione della vampira (che avverrà con tecniche piuttosto cruente, come sempre accade con i vampiri). Al di là del suo legittimo e fermo desiderio di salvarsi la vita, rimangono l'ansia, il ricordo della paura e un fondo di nostalgia per questa bella fanciulla così ricca di fascino e così impenetrabile, che a modo suo (un modo piuttosto divorante, certo) l'ha amata con affetto quasi sincero e certamente intenso.

Il racconto è adattissimo a una giovinetta del tutto inesperta del mondo dei vampiri, com'ero all'epoca. Veniva spiegato come si diventava vampiri, come si "viveva" da vampiri, come si cambiava nome e identità alla caccia di nuove vittime, ma anche l'affetto che legava i vampiri alle loro vittime preferite. Carmilla è un personaggio davvero attraente: bella, di modi raffinati, aggraziatissima nel muoversi e nel parlare, con quel languore che ne fa una perfetta eroina romantica, mi conquistò subito.

Amavo i vampiri, bramavo leggere nuove storie di vampiri, ero ansiosa di addentrarmi nell'universo dei vampiri.  In realtà, volevo soprattutto altri racconti come quello.
Chiesi un libro sui vampiri, per Natale. I miei genitori erano sempre disponibili ad assecondare le mie preferenze letterarie, ma stavolta non trovarono niente, salvo una vita del celebre conte Vlad, neanche fatta benissimo. E non trovarono niente perché niente c'era da trovare: all'epoca non era stato tradotto nemmeno Dracula di Bram Stoker* - assurdo, considerando che i film sui vampiri si trovavano in giro a un soldo la dozzina.
Così la mia passione per i vampiri morì quasi subito, crudelmente trafitta non già da un paletto di frassino, quanto dall'insulsa editoria italiana.
Carmilla però è rimasta tra le mie letture preferite, e non ho mai sostituito la vecchia edizione che si sfascicolò quasi subito (perché se l'avevano messa tra i remainders c'era ben il suo motivo). 

Si legge in poche ore: in mezzo pomeriggio, meglio ancora in una buia serata di Novembre (ad esempio stanotte, che è la notte delle streghe). Ma, onestamente, mantiene la sua carica di paura insidiosa a qualsiasi ora e in qualsiasi stagione. 

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti un ottimo fine settimana e un eccellente sabba per stanotte. Possano le vostre scope volare saldamente dentro i peggiori uragani e depositarvi felicemente sotto il noce di Benevento, sul Monte Calvo o dovunque desideriate recarvi. Ma lasciate a casa i gatti neri, perché potrebbero rischiare spiacevoli incontri:


*che lessi, molti anni dopo, con paziente costanza e annoiandomi un po'. Ai miei occhi il romanzo non lega nemmeno le scarpe al bellissimo racconto di Le Fanu.