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lunedì 6 luglio 2020

I Tuttologi dell'Estate - La Didattica a Distanza è stata un disastro?

Il mio intuito femminile mi porta a supporre che quest'anno la sezione I tuttologi dell'estate sarà abbastanza nutrita, anche se forse meno sarcastica del solito; perché su certe questioni stavolta siamo tutti un po' tuttologi, trovandoci ad affrontare circostanze assai insolite dove andiamo abbastanza a tastoni, potendo far conto solo sul nostro buonsenso (e beato chi ce l'ha).
Così stamani, mentre spulciavo qualche pagina di informazione, mi sono imbattuta in un articolo di Alessandro Barbano* sulle (ovviamente drammatiche*) attuali condizioni della scuola italiana.

Inizia l'articolo lamentando che lo stop alle lezioni ha messo fuori gioco anche il vituperato Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo che sarebbe poi l'Invalsi.
In altri Paesi, però, sono andati a guardare che cosa hanno prodotto 14 settimane di lezioni perdute. E hanno testato una caduta dell’apprendimento variabile tra il 35 e il 50 per cento rispetto alla generazione di un anno fa: in parole semplici vuol dire che i ragazzi entrati nel tunnel del coronavirus sanno la metà dei loro fratelli maggiori.
E già qui ci sarebbero diverse osservazioni da fare; prima di tutto perché non tutti i paesi hanno avuto 14 settimane di scuole chiuse: qualcuno ne ha avute di più, parecchi di meno, qualcuno non ha chiuso affatto, non nello stesso modo, nello stesso tempo e in base allo lo stesso calendario scolastico. In certi paesi, tra l'altro, l'anno scolastico non è affatto finito quindi chi ha già riaperto ha ancora i lavori in corso. Inoltre le perdite in termini di apprendimento saranno più facili da calcolare tra qualche tempo - anche perché gli alunni certe cose non le hanno imparate, magari, ma può essere che ne abbiano imparate altre, variato il metodo di studio, lavorato su tematiche diverse eccetera.
Ma soprattutto:   il 35-50 per cento di caduta dell'apprendimento riguarderà comunque il tempo in cui le scuole sono state chiuse, non tutta la preparazione complessiva accumulata dall'alunno nel corso degli anni - o almeno, si spera, perché in caso contrario cio dev'essere stato qualcosa di terribilmente sbagliato nella salita degli apprendimenti, che ha portato a sì disastrosa caduta - qualcosa di il Covid-19 è del tutto innocente e che coinvolge l'intero sistema scolastico., e insomma l'handicap di proporzioni immani, che peserò sul loro percorso di studi futuro, sulle occasioni di lavoro e sull'economia avrà evidentemente altre, sciaguratissime cause. 
D'altra parte è indubbio che la circostanza non agita più di tanto la navigazione tormentata del gabinetto Conte due e che al momento nessuno al Ministero mostra di essersi granché interrogato su come sono effettivamente andate le cose. Lo ammetto, almeno un questionariuccio di fine anno me lo sarei aspettato - qualche domandina scialba del tipo "Come valuteresti questa esperienza da 1 a 10?" Quanto ti sei sentita adeguata? Elenca fra questi dieci i fattori che ti sono stati di intralcio"; insomma, il solito buon vecchio questionario che non si nega a nessuno che abbia acquistato un frigorifero.
Son tutte cose domande che ci siamo fatte tra noi, nei gruppi di sostegno improvvisati in cui si erano trasformati d'incanto i gruppi scolastici di What'sUp; ma al Ministero si sono limitati a farci un paio di complimenti a scatola chiusa e rallegrarsi che la scuola non si sia fermata, quasi avessero fatto qualcosa per ottenere questo risultato, buono o cattivo che sia. 
Ed è giusto deprecare che i partiti che si avviano ad approvare il quarto scostamento di bilancio, per un totale di cento miliardi di euro caricati in debito sulle spalle delle generazioni future, non hanno battuto ciglio quando venivano stanziati tre miliardi per Alitalia e solo uno per la ripresa delle lezioni. Tuttavia è bene ricordare che non di solo pane vive l'uomo, ma anche di savie disposizioni e di buona organizzazione. 
E a questo proposito possiamo forse lamentarci perché la scuola non ha riaperto a Maggio 
(e almeno al Sud credo che gli estremi per farlo ci fossero) ma NON che non si sono riaperte a Giugno - anche perché in verità almeno le superiori si sono riaperte - e soprattutto a Luglio. Perché perfino un Tuttologo dovrebbe capire che le scuole a Luglio più stan chiuse e meglio è per tutti, e soprattutto per chi dovrebbe frequentarle, e questo fin quando le scuole non verranno infine costruite in modo diverso o almeno dotate di un buon impianto di condizionamento (che a dire il vero farebbe gran comodo già dalla seconda metà di Maggio).
Buon uomo, entri in una qualsiasi scuola che non sia a Bressanone o a Merano il 7 di Luglio e capirà subito che la vera causa della chiusura estiva delle scuole non è che nessuno dei partiti di maggioranza, e di opposizione, oserebbe chiedere ai sindacati degli insegnanti l'esecuzione del contratto, che sulla carta prevede un solo mese di ferie e undici di attività, ma che la prassi ha trasformato in un liberi tutti a metà giugno (che in realtà è un 30 Giugno per le scuole fino alle medie e morde fette consistenti di Luglio e di Agosto per le scuole superiori, bensì il comprensibile desiderio dei dirigenti scolastici di evitare pubbliche denunce per maltrattamento di minori e ancor più pubblici malori. 
Sono secoli che ad ogni estate arriva qualche bello spirito a chiedere "Perché le scuole sono chiuse d'Agosto?" e sì, con l'aiuto di un decoroso impianto di aria condizionata (che del resto sarebbe utilissimo già a metà Maggio) a scuola a scuola si potrebbe andare sia di Luglio che di Agosto, ma ahimé, la vita è crudele e le ditte che forniscono questi utili impianti sono assai venali e pretendono - gli avidi!n - di essere pagati; senza contare che nessun impianto si installa da solo e se i tempi dei lavori pubblici sono notoriamente biblici, quando entra in scena la scuola si allungano vieppiù. 
Ci provò anni fa il ministro Francesco Profumo a sollevare il problema di recuperare le ore perdute a luglio. Rischiò il linciaggio sindacale.
Macché linciaggio sindacale, si saranno limitati a ridergli dietro o a compatirlo. La cosa si smontò in fretta, come si smonta sempre in fretta. Certo, se le scuole fossero fatte in modo diverso...
Ma se le scuole fossero fatte in modo diverso, per esempio con aule più grandi e meno affollate, i presidi adesso non starebbero tanto a lamentarsi, nonostante abbiano l'autonomia scolastica
E allora via con le proteste. Del sindacato dei presidi anzitutto. Che dopo aver invocato per anni l’autonomia, messi di fronte all’autonomia dell’emergenza hanno preteso che “il governo ci dica che cosa dobbiamo fare”. Ma il governo, almeno su questo, ha detto ciò che doveva dire: chiamate i sindaci, coinvolgete le imprese, fate accordi con le aziende di trasporto pubblico e privato, fatevi dare aule capienti, possibilmente gratis perché i soldi sono pochi, e rispettare la distanza di un metro tra bocca e bocca. 
Peccato però che tocchi solidarizzare con i presidi, ai quali il governo ha detto ciò che doveva dire ma si è dimenticato di dargli la capacità di moltiplicare gli spazi e soprattutto fornire scuole provviste di Stanze delle Necessità, come hanno a Hogwarts; e pur promettendo grandiosi arrivi di nuovi docenti ha ulteriormente ridotto gli organici, costringendo le scuole a fare classi di 30 e 35 alunni. 
Il resto lo hanno fatto i partiti, di maggioranza e di opposizione, uniti nel bocciare il concorso di merito timidamente avanzato dalla ministra per assumere 32 mila precari, in nome di un’infornata collettiva, intermediata dai sindacati e di sicuro dividendo elettorale.
E qui, con la morte nel cuore, tocca di nuovo dar ragione ai partiti di maggioranza, e opposizione: perché l'infornata collettiva non è quel che si dice una grande idea, ma se non altro si fa in fretta, mentre il concorso richiede tempi lunghi e porterebbe risultati solo, forse forsissimo, per l'anno scolastico 2021/2022 se non più avanti. Anche se non sono affatto convinta che l'infornata arriverò per l'inizio del prossimo anno scolastico. 

Il ministero ancora non sa cosa sia accaduto in quei lunghi mesi di lezione al computer. C'è un'indagine in corso ma i dati sono sconosciuti. Un'altra l'ha fatta la Fondazione Agnelli, scoprendo che il 20 per cento degli studenti è rimasto tagliato fuori. Perché non aveva il device, o piuttosto la connessione. Erano i più deboli, figli delle famiglie disagiate, soprattutto al Sud. Il loro analfabetismo funzionale è aumentato. E i 70 milioni stanziati per il potenziamento tecnologico erano briciole. 
A dire il vero, il reddito di famiglia c'entra meno di quel che usa ripetere. C'entra di più, caso mai, il livello culturale e il tipo di lavoro delle famiglie in questione. Ma più di tutto c'entra la qualità della connessione, lo stare in città o in campagna, in pianura o in montagna, e nemmeno la fibra è stata una garanzia, come mi spiegava una madre abbastanza amareggiata. Anche stare a Nord o al Sud. E c'entrano anche le famiglie numerose, dove non tutti hanno un computer ma magari i tre figli hanno lezione alla stessa ora e i genitori lavorano on line. Checché si racconti, non sono stati tagliati fuori solo i più fragili, i più poveri, i più meridionali. Ognuno ha la sua storia e la sua residenza, la rete ha retto male il colpo, tanti piccoli paeselli hanno la loro piccola storia da raccontare. Un quinto degli alunni è stato tagliato fuori, ma c'è anche una bella fetta che è stata tagliata fuori un po' o abbastanza e ha avuto i suoi bravi problemi, anche tra gli insegnanti. Ed è verissimo che i dati dell'indagine in corso sono ancora sconosciuti. Di certo a me nessuno ha chiesto niente, e sì che sarei tantissimo disposta a raccontare.

Per la formazione sulla didattica a distanza c’erano appena cinque milioni. Nessuno li ha spesi. Nessuno ha pensato bene di chiamare il corpo insegnante a un aggiornamento estivo, in vista di ciò che potrebbe accadere a settembre, o in vista di ciò che la pandemia avrebbe dovuto insegnarci. 
I cinque milioni in questione, scopro dopo qualche ricerca (che forse anche l'autore dell'articolo avrebbe fatto bene a fare) fanno parte del pingue pacchetto di 85 milioni di euro assegnati il 24 Marzo a seguito del DL 17 Marzo per strumenti per la didattica a distanza. Queste risorse sono state  assegnate alle scuole (non ho idea se siano già effettivamente arrivate, ma tutto può essere) in funzione della distribuzione del reddito regionale e tenuto conto della numerositò degli alunni - insomma, un finanziamento a pioggia; e considerato il numero delle scuole in Italia non è stata una di quelle piogge che mettono a rischio i raccolti. Non c'era quindi alcunché da richiedere e il mucchietto degli euro riservato alla formazione dei docenti immagino che, per puro amore di giustizia, sia stato o sarò assegnato agli sventurati Responsabili Digitali delle scuole in questione, che in questa disgraziata occasione si sono fatti un culo al di là dell'umano, se pure non è stato stornato con qualche lacchezzo contabile verso il più consistente mucchietto di euro consacrato all'acquisto di attrezzature informatiche da assegnare in comodato agli studenti disagiati, ovvero quelli che non avevano un computer a disposizione ed erano troppo poveri per comprarsene uno (e per fortuna molti Comuni si sono adoperati in tal senso, e in modo molto più munifico del Ministero, facendo sì ad esempio che, almeno nella mia zona, dopo le vacanze di Pasqua ogni studente avesse a disposizione il suo bravo dispositivo digitale).
Insomma, questi cinque milioni non sono stati richiesti perché arrivavano da soli, tutte le scuole hanno avuto la loro fettina, e con quella fettina al più ci paghi un mazzolin di fiori per il Responsabile Digitale, non certo un corso sulle raffinate modalità con cui insegnare, ai cento o duecento docenti di cui dispone una schola communis, come si sfruttano le raffinate potenzialità della Didattica a Distanza. 
Infatti, come ci ricorda il Tuttologo, una cosa è l'addestramento, un'altra è la didattica a distanza. Una cosa è spiegare Leopardi su Zoom e poi interrogare uno alla volta, secondo il modello frontale della tradizione. Un'altra è dire: ragazzi, facciamo l'antologia leopardiana della quinta A, dividetevi in gruppo, andate a cercare sulla rete le poesie a vostro giudizio più significative e confrontiamoci poi insieme su come raccontare l'evoluzione del pessimismo.
A titolo personale tuttavia, mi auguro che se mai qualcuno mi farà un po' di formazione sulla Didattica a Distanza, mi tiri fuori qualche pensata migliore; ma io lavoro alle medie e di Leopardi in veste di insegnante ho fatto solo Il sabato del Villaggio, Il passero solitario e (in un singolo caso che sortì un notevole successo) A se stesso, quindi non è detto che l'idea sia balorda di per sé, anche se a me lo sembra.
Ma non è nemmeno detto che serva un corso specifico per farmela venire, e magari mi curioserebbe qualcosina di più sui tempi dell'attenzione o roba del genere.
In tutti i casi, al Tuttologo di turno dobbiamo riconoscere che ha centrato almeno un punto: il tema delle problematiche della scuola non è stato particolarmente sentito dall'attuale classe politica e, come spesso succede, quando pur se ne è parlato è stato quasi solo per sfoggiare un campionario di frasi fatte e banalità scelte di cui tutto sommato mi adattavo volentieri a fare a meno.

* costui è un giornalista, non troppo addentro a tematiche scolastiche; al momento è vicedirettore del Mattino e lavora anche per L'Università della Sapienza come insegnante di giornalismo. 

**perché le condizioni della scuola italiana sono drammatiche per definizione, tranne in qualche intervento che ci scriviamo tra noi addetti ai lavori per consolarci un po', visto che non sempre il disastro è così appariscente quanto lo vedono i Tuttologi e considerando che in qualche modo il carrozzone che va sotto il nome di Istruzione Italiana in qualche modo va avanti e non sempre chi lo frequenta ne è del tutto schifato

giovedì 2 luglio 2020

Svantaggi degli organi collegiali a distanza (tutti abbiamo i nostri segreti)

Nel film Lupin III, Green vs Red ci sono tantissimi Lupin (ma DAVVERO tantissimi).
E ogni tanto li inquadrano tutti insieme.
Il Collegio Docenti non è mai il massimo del divertimento, ma ha comunque una sua valenza sociale; ci disponiamo a gruppi, ci accatastiamo variamente e c'è sempre qualche nuova supplente o qualche collega di Crifosso da salutare, qualcuno che riemerge da lunga malattia o da maternità, qualcuno reduce dall'uscita all'estero con l'Erasmus, qualcuno che ti placca per raccontarti qualche nuovo scandalo locale o per proporti nuovo Pon (spuntano come funghi).
Inoltre tutti possiamo lamentarci tantissimo in coro, e niente rallieta un insegnante più che il lamentarsi tantissimo in coro.
A St. Mary Mead i collegi si svolgono nell'ingresso delle elementari e gli insegnanti, che sono più di 150, una volta esauriti i posti a sedere in platea si arrampicano sui loggioni e sulle balaustre o si appollaiano sulle scale, da dove fanno ciao ciao con la mano ai colleghi più in basso.

I collegi in rete sono tutt'altro. Siamo stati avvisati di entrare, salutare e poi staccare microfono e telecamera per non appesantire troppo la rete. Dopo un po' la schermata è piena di tanti piccoli rettangoli con al centro una iniziale. Tantissimi piccoli rettagoli, sempre di più, sempre più piccoli...
Tutto ciò mi risulta molto angosciante. La prima volta che mi ci sono trovata davanti ho provato qualcosa di molto simile alla paura. La sfilata dei rettangolini con l'iniziale per me è il simbolo dell'epidemia del coronavirus. Mi sono sentita schiacciata da una forza crudele e impassibile.
Vabbé, ognuno ci ha le sue paturnie personali.
Al Collegio Docenti comunque si vota.
Votare dal vivo da noi non è un gran problema: di solito chi è contro o si astiene (quattro gatti, a volte anche tre) alza la mano, si contano le mani e questo è quanto. Le votazioni riguardano normalmente questioni tutt'altro che conflittuali e scivolano via serene.
In rete va un po' peggio, anche perché il sistema ha diversi punti di perversione.
Appare il link sulla chat, e già ci vuole un po' di pazienza per beccarlo e cliccarlo perché la chat scorre parecchio.
Una volta che l'hai cliccato... appare una schermata che dice che quello non è il tuo account Google. E devi uscire dal tuo account ed entrare col nuovo account, quello scolastico.

Non so come funziona per i molti altri (una buona cinquantina di persone) che proclamano di avere problemi con link e votazioni in rete. Ma la nostra piattaforma è GoogleSuite e, comprensibilmente, tanti di noi hanno anche un account Google personale.
Io ho qualcosa di più: un account col quale ormai da anni racconto le brache della mia scuola. Non desidero minimamente renderlo pubblico e mi sono sempre comportata a scuola come se esso non esistesse. L'indirizzo mail che uso per la scuola non è quello Google (quello, per intendersi, che fa bella mostra di sé in testa a questo blog).
Mi ero accostata alla piattaforma con molta perplessità & inquietudine: come avrei potuto tenere separati gli account e preservare il mio preziosissimo anonimato? 
Benissimo, scoprii. Il sistema ignorava serenamente la mia vita privata su Google. Non c'è mai stato l'ombra di un problema. Nessuno può collegare le mie attività didattiche al resto della mia vasta vita di rete - cioè, volendo probabilmente è possibile, ma si dve partire dall'idea di cercare tracce della mia vita di rete attraverso la piattaforma, e sapere cosa si sta cercando, e lavorare con una certa competenza. Dal momento che là dentro nessuno ha mai sentito parlare di Murasaki (nemmeno come illustre scrittrice, sospetto) e che tutti hanno grandissima abbondanza di cazzi didattici loro a cui badare, è abbastanza improbabile che qualcuno decida di indagare se caso mai ho una seconda vita sotto ingannevoli e giapponesi spoglie.
E quindi, priva di ogni diffidenza, ho cliccato il link per approvare la tabella o griglia di turno (una roba molto rispettabile cui non c'era motivo di opporsi)... e mi sono ritrovata improvvisamente in veste di Murasaki.
Ho chiuso tutto precipitosamente "Il link non mi funziona" ho dichiarato, insieme a molti altri.
"Probabilmente qualcuno di voi ha l'altro account Google aperto. Dovete chiuderlo".
Io a chiudere l'account personale non ci pensavo nemmeno di striscio: l'ultima volta che ci sono uscita ho passato un buon mesetto senza poterci rientrare, perché non si fidavano di me che non gli avevo mai dato il mio cellulare. E mi è pure successo di peggio, quando sono rientrata da un lungo soggiorno all'ospedale dove avevo navigato solo col tablet, perché Lassù qualcuno sosteneva che c'era un intruso che tentava di rientrare da un dispositivo diverso dal mio solito (il dispositivo diverso era il mio computer, che comprensibilmente per tre mesi era rimasto spento a casa a raccattare polvere).
"Anzi, chiudete tutti gli account prima del Collegio" suggerisce qualche bella anima.
Eseguo mentalmente il gesto dell'ombrello ma resto chiusa in un dignitoso silenzio.

Siamo davvero in parecchi, ad avere problemi. Ignoro se gli altri abbiano effettivamente problemi, oppure se gestiscano qualche attività disdicevole tipo un commercio clandestino di droga o una cellula terrorista. 
O forse cinquanta di noi tengono un ciarliero blog scolastico sotto un nom de plume?
Non so, mi sembra improbabile. Ma vai a sapere.
"Va bene, se non vi funziona il link votate in chat".
E tutti abbiamo votato in chat.

Ma nel profondo del mio cuoricino cova il dubbio - non tanto sulle improbabili attività illecite dei miei colleghi, quanto sulle capacità di chi ha impostato il programmino che genera i link-da-votazioni.
Se la piattaforma finora non si è nemmen sognata di confondere gli account e impicciarsi della nostra vita privata, come mai il problema è sorto solo e soltanto al momento delle votazioni, durante una riunione fatta sotto l'account scolastico in una applicazione che solo e soltanto a fini scolastici avevo usato? Com'è che Google, dopo avermi permesso di fare e disfare a mio piacimento con quell'account scopre improvvisamente che nel mio computer c'è un altro dei suoi account?
Non sarà che Qualcuno si è dimenticato di guardare bene le impostazioni?
(chiaramente non ho potuto domandarlo, perché la mia versione ufficiale era che "Il link non si apriva" ed ero e sono assolutamente risoluta a non sfiorare nemmeno da lontano la questione dei miei account veri o presunti, perché "a me il link non funzionava", punto e basta. E che ci potevo fare, se il link rifiutava di funzionare?)
Il dubbio però rimane.
Si accettano ipotesi, caso mai qualcuno ne avesse.

lunedì 29 giugno 2020

Crudeli scrutini (gli Implacabili insegnanti di St. Mary Mead colpiscono ancora)

Un insegnante delle medie di St. Mary Mead in un momento di particolare implacabilità

Finita fortunatamente* la scuola arriva dunque il momento degli scrutini, e tra le classi da scrutinare c'era anche la Seconda Invasata, dove già avevo dato prova di implacabile severità.
Stavolta avevamo alle spalle molte meno ore passate a lamentarci** perché le lezioni via rete rendono più difficile insultarsi e prendersi in giro per gli alunni. Cioè, mi erano arrivate vaghe notizie di uno che si durante la prima lezione era divertito a buttarne altri fuori dalla classroom, alla prima lezione, ma in suo  onore ci eravamo fatti ritoccare il programma e con me non aveva potuto dilettarsi in sì insulsa attività.
Nel complesso gli Invasati avevano partecipato (abbastanza), avevano studiato un po' (qualcuno anche a livello più che decoroso), si erano comportati bene. In parecchi avevano fatto in modo assai scialbo i miei rutilanti compiti creativi, in parecchi han fatto grandi difficoltà a mandarmi le cartoline che gli chiedevo, in diversi si erano fatti un po' di sconto sui compiti, ma insomma si erano per lo più mantenuti nei limiti della decenza e qualcuno aveva fatto delle belle cose, anche tra quelli del livello medio-basso.
Inoltre erano arrivate disposizioni quasi precise dal Ministero: dovevamo premiare l'assiduità, l'impegno e la disponibilità (senza tenere troppo conto, si capiva tra le righe, di risultati non troppo brillanti).
C'era però il problema dell'Assenteista, che aveva avuto una crisi di rigetto e in sostanza durante l'anno aveva fatto ben poco, e con la Didattica a Distanza ancora meno. I genitori avevano piagolato che era tanto difficile trattare con lei e che non si voleva collegare in rete al momento delle lezioni - e infatti non si collegava.
Ecco, da qualsiasi parte lo si guardasse, quello dell'Assenteista per me era un cinque con tanto di fiocchi: presenze pochissime, un compito e mezzo su una buona dozzina.
Ma volendo era anche un sei, perché avevo due prove positive in presenza. Un po' stirate, ma sufficienti.
Ho meditato a lungo, cambiando il voto non meno di cinque volte.
Non mi spaventavano le scartoffie che quest'anno erano obbligatorie b(e che richiedevano ben più tempo a descriverle che a redigerle) ma... dopo il cinque ci sarebbe stato l'esame di recupero a Settembre.
Ero sicura che un esame di recupero avrebbe sortito effetti benefici?
Nemmeno un po'.
Ma soprattutto: siamo alle medie. Anche ai miei tempi, e anche in circostanze normali, avrebbero rimandato qualcuno a Settembre in Geografia?
Ne dubitavo fortemente.
Le colossali lacune a Geografia sortivano, nell'ambito della sua preparazione, un effetto consistente nella sua preparazione?
Certo, come no: gravissime, irrecuperabili. Che speranza ha un povero alunno di affrontare la Terza se non conosce la penisola balcanica e i paesi del Patto di Varsavia?
Beh, sapere qualcosa sul Patto di Varsavia male non gli farebbe, in effetti. Ma tanto ne sentirà parlare a storia.
E poi, insomma, non prendiamoci in giro. Fosse Matematica, fosse Inglese. Ma Geografia?
Eddài, è una materia di appoggio.
Ma non è giusto verso gli altri...
Vabbé, non è che "gli altri" si siano mai molto preoccupati di lei, sono due anni che di mestiere là dentro lei fa la Scema del Villaggio e viene trattata di conseguenza...
No, non è esatto. In realtà una delle ragazze le ha fatto un certo sostegno morale: l'ha presa a casa sua per un paio di lezioni, ha svolto con lei un paio di compiti... una cosa molto apprezzabile, in effetti.
In conclusione, sei anche all'Assenteista.
E otto invece che sette alla Diligentissima, che aveva lasciato il libro a scuola nell'armadietto, non aveva potuto mandare nessuno a recuperarlo nell'unico giorno in cui la scuola era stata riaperta ma, tra foto e fotocopie non ha perso un colpo nonostante per diverse settimane non avesse nemmeno il computer e nonostante le avessi detto che badasse soprattutto a tenersi in salute (visto che rientrava in una delle poche categorie a rischio tra i giovanissimi).
E voti un po' arrotondati a tutti gli altri.

In conclusione, l'implacabile prof. Murasaki si è ritrovata stavolta perfettamente allineata ai suoi colleghi di consiglio e la Seconda Invasata, a giudicarla dai quadri, sembrerebbe perfino una buona classe.
O suprema possanza della Didattica a Distanza!

* perché o finiva lei o saremmo finiti noi
** più esattamente a lamentarSI perché io non mi ci trovo poi malaccio, fermo restando che lavorano al minimo sindacale, e potrebbero fare assaissimo meglio

venerdì 26 giugno 2020

Infigenia in Aulide - Euripide


A seguito di una interessante conversazione con un cugino* ho ripreso in mano quest'opera teatrale che da molti anni non rileggevo. 
La trama è abbastanza nota, e siccome si tratta di un dramma greco si può raccontare tranquillamente senza problemi di spoiler, dato che anche gli spettatori che lo videro la prima volta conoscevano benissimo la storia.
Siamo in Aulide, appunto, e la flotta greca scalpita per partire per Troia e fare la famosa guerra per riprendersi Elena. Agamennone è stato eletto capo della spedizione** ma fa una qualche stupidaggine che offende Artemide, la quale decide perciò di mandare venti contrari per impedire la partenza della flotta. 
Il povero Calcante, indovino al seguito dell'esercito, viene interrogato, indaga e scopre che, appunto, Artemide è arrabbiata e impedirà la partenza finché Agamennone non le sacrificherà la sua figlia maggiore, Ifigenia, una fanciulla appena in età da marito.
Agamennone comprensibilmente recalcitra, ma alla fine si fa convincere e manda a chiamare la figlia dicendo che la vuol dare in sposa.
Durante il prologo vediamo che Agamennone è molto pentito e scrive alla moglie Clitemnestra (del tutto ignara dei problemi creati da Artemide) per dirle che non se ne fa di niente. Il fratello Menelao intercetta la lettera e inizialmente fa una bella piazzata ad Agamennone, ma poi ci ripensa, capisce il punto di vista del padre che non vuole sacrificare la figlia innocente per rendere al fratello una moglie che tanto innocente non è e che sembrerebbe meglio persa che trovata e dice che, pazienza, farà a meno di Elena.
Disgraziatamente è troppo tardi; ed ecco arrivare Ifigenia, ovviamente accompagnata dalla madre molto contenta perché la figlia va a sposarsi, e al seguito c'è pure il piccolo Oreste, così il padre vedrà come cresce bene.
Agamennone si dispera, cerca di convincere la moglie a tornare indietro senza assistere al matrimonio (pretesa assurda che Clitemnestra non prende in minima considerazione) e si inventa che Ifigenia verrà data sposa ad Achille. Guarda caso, nel giro di un paio di strofe Clitemnestra scopre che Achille non ne sa niente.
Messo alle strette, Agamennone finisce per rivelare la verità. Clitemnestra cerca di farlo ragionare, Ifigenia piange perché non vuole morire, Oreste non dice una parola in tutto il testo ma probabilmente si sta già domandando in che razza di famiglia è finito e Achille proclama che farà di tutto, a costo di combattere contro l'intero esercito, per salvare Ifigenia - che poi, se crede, lo sposerà, lui ne sarebbe anche contento, ma non è quello il punto: il punto è che il suo nome non va usato per cogliere in trappola povere ragazzine innocenti e infilarle a forza in oscure trame. Quanto a Clitemnestra, esterna con molta decisione il suo estremo disappunto e dichiara che se Agamennone fa il sacrificio, lei troverà modo di fargliela pagare - una reazione più che comprensibile, in effetti.
L'esercito, informato della faccenda da (si suppone) Ulisse, si dimostra invece molto meno comprensivo di Menelao e molto meno cavalleresco di Achille e proclama che questo sacrificio s'ha da fare.
A questo punto - ma solo quando è chiaro che non c'è speranza, perché anche Achille avrebbe i suoi problemi ad affrontare l'esercito greco, Ifigenia toglie del castagne dal fuoco a tutti e accetta di sacrificarsi in nome dell'Ellade e della libertà. Clitemnestra disapprova e rifiuta decisamente di assistere al sacrificio - che non sarà tale perché all'ultimo momento Artemide rapisce la fanciulla e manda una bella cerva bianca da sacrificare al suo posto. 
Com'è noto, allo scambio con la cerva Clitemnestra non crede, anche perché nel frattempo Ifigenia è scomparsa - e di conseguenza il futuro coniugale di Agamennone non sarà dei migliori***.
Siccome sto parlando dell'Ifigenia in Aulide di Euripide, classico tra i classici, universalmente lodato, è inutile che perda tempo a dire quanto è bella e cose del genere, e anche che spieghi quanto mi è piaciuta: Euripide è uno dei miei autori preferiti, sin da quando l'ho incontrato la prima volta ai tempi del ginnasio, e l'ho sempre letto molto volentieri. Ma la storia di Ifigenia la conoscevo già da prima, perché è fra quelle raccontate in Storie della storia del mondo. Quando la lessi per la prima volta però ero una bambina, e ai miei occhi Ifigenia era, per quanto giovane, una ragazza "grande", e la sua era solo una delle tante storie greche, spesso drammatiche, che mi passavano sotto gli occhi.
Qualche anno fa, invece, scoprii che non era affatto una buona idea far leggere quel capitolo di Storie della storia del mondo a una prima media. Avevo portato con molta serenità le fotocopie a scuola e solo arrivata al punto in cui Ifigenia dice "Babbo, tu non vuoi che io muoia, vero?" mi accorsi del silenzio assurdo che c'era in classe. Venti ragazzi ciarlieri assolutamente ammutoliti e con l'espressione choccata. Perché per loro Ifigenia non era grande, era una coetanea. E suo padre l'aveva tradita nel più definitivo dei modi.
Una scelta didatticamente infelice, ammettiamolo.
E così per la prima volta vissi la storia di Ifigenia non come ascoltatrice da intrattenere, ma dal punto di vista della protagonista.
Quando arriva al campo, Ifigenia è una ragazzina. Corre tutta contenta dal padre, per cui ha una predilezione che anche Clitemnestra vede con benevolenza ("sei sempre stato il suo preferito, sin da quando era piccola"), e quando il padre accenna a un sacrificio che va fatto prima delle sue nozze dice tutta convinta che sì, è importante non trascurare gli dei.
Quando si rende conto di essere lei il piatto principale del sacrificio, improvvisamente le piomba addosso anche la consapevolezza di un mucchio di altre cose: che suo padre è disposto a sacrificarla; che ci sono ragioni politiche per cui un sacrificio come il suo (atto empio, impuro e sacrilego lo definisce Eschilo nell'Agamennone) è accettabile agli occhi degli adulti; che ci sono forze che suo padre non è in grado di fermare - né suo padre né il pur famosissimo Achille; che lei, per quanto potesse essere la coccola del papà, conta talmente poco da poter essere privata della vita pur non avendo mai fatto niente di male; che suo padre, anche se poi si è (un po') pentito, l'aveva già venduta; che la vita può essere molto ingiusta e gli dèi peggio che peggio; che per suo padre la politica conta più di tutto, anche della figlia prediletta.
Costretta a crescere tutto insieme, finisce per comprendere che la sua sorte è già segnata, che nessuno può più aiutarla e che l'unica scelta che le resta è di evitare un combattimento interno tra greci e la morte di Achille (che nel difenderla non sarebbe aiutato nemmeno dai suoi stessi uomini (che anzi sono quelli che scalpitano più di tutti perché il sacrificio ordinato da Artemide venga compiuto). Messa così con le spalle al muro decide di piegarsi all'inevitabile senza creare problemi a nessuno, facendo perfino del suo meglio per evitare rimorsi a suo padre: non solo accetta di morire, proclama fieramente di volerlo.
Io l'ho vista così.
Aristotele criticò quell'improvviso mutar d'animo sostenendo, appunto, che era troppo improvviso per lasciare coerenza al personaggio. Non sono d'accordo. Un po' di più posso forse condividere la teoria che dice, in sintesi, che Ifigenia sceglie di fare la brava bambina fino alla fine, ma a me sembra che Euripide racconti una storia diversa e una scelta più lucida.
Ufficialmente Ifigenia in Aulide è considerata una "tragedia a lieto fine", ma un vero lieto fine a ben guardare non c'è, perché proprio l'atto empio, impuro e sacrilego, per quanto non realmente avvenuto, dà la stura ad una serie di atti ancor più empi, impuri e sacrileghi che finiscono quasi per sterminare l'intera famiglia degli Atridi (che d'altra parte hanno una storia familiare fra le più agghiaccianti della letteratura di tutti i tempi anche prima del sacrificio di Ifigenia). 
È però un classico dramma euripideo, dove il vero cattivo è la divinità di turno, nessuno a parte Ifigenia si può definire buono ma in fondo tutti fanno del loro meglio: Clitemnestra che cerca di salvare la figlia, Agamennone che quasi rinsavisce e non vuol più sacrificarla, Menelao che rinsavisce del tutto, ma non prima di aver reso il sacrificio inevitabile, i greci che ormai sono lì e vogliono combattere, Calcante che fa il suo mestiere (ma parla con un po' troppe persone), Achille che sembra preoccupato soprattutto del suo prestigio personale, almeno all'inizio... ma c'è un altro grande Cattivo dietro le quinte: la Politica. Agamennone ama svisceratamente il suo posto di comando e per mantenerlo è quasi disposto a sacrificare la figlia, Ulisse manovra dietro le quinte perché la guerra si deve fare, l'esercito una volta scatenato non intende ragioni e nessuno riesce più a fermarlo, tanto che perfino i Mirmidoni di Achille trovano normalissimo e anzi doveroso sacrificare una ragazza innocente. Ifigenia dalla sua ha soltanto il (legittimo) desiderio di vivere e continuare a vedere la luce. Non basta, nemmeno un po'. Lo sappiamo tutti che a volte non basta.
Così questa storia vecchia di quasi tremila anni risulta deplorevolmente attuale anche ai giorni nostri: l'innocenza non ti dà diritto alla vita, se nasci nella famiglia o dalla parte sbagliata.
Di tutto questo però non ho parlato con mio cugino, anche perché mi è venuto in mente solo due giorni fa, dopo la rilettura.
Invece abbiamo parlato del sacrificio di Isacco. Siamo partiti dal catechismo**** e di come ai giorni nostri tendesse a sorvolare su certi episodi della Bibbia.
Per esempio, appunto, il sacrificio di Isacco.
A ben guardare le due storie sono davvero simili: una mattina un qualche dio si alza e dice "ehi, tu, sacrificami il tuo amatissimo figlio". Così, senza un motivo (del resto, non esiste un motivo valido per una richiesta del genere). In entrambi i casi la madre non viene messa al corrente (chissà perché), il fortunato prescelto prende per mano la vittima ignara e insieme si avviano all'ara e solo all'ultimississimo momento il dio o la dea di turno cambiano idea. Cosa pensa l'agnellino sacrificale di turno quando si accorge che era tutto uno scherzo non è dato sapere, anche se ci sono diversi racconti più o meno seri sul trauma che Isacco si porta dietro, e un bel po' di quadri dedicati ad entrambe le storie. Per esempio per Ifigenia abbiamo Tiepolo che senza dubbio presenta con molta chiarezza il concetto di vittima all'altare, ma molti altri si sono occupati del soggetto, con alterni risultati.

A Isacco invece è dedicato una delle tele più celebri di tal Caravaggio, che tra l'altro esprime con estrema chiarezza il punto di vista del ragazzo.



Tra le due storie ci sono però anche delle differenze.
Sono diverse le motivazioni dei due genitori, prima di tutto; Abramo è mosso da puro  spirito di obbedienza e sottomissione e nessuno (tranne forse Isacco, almeno sul momento) ci trova da ridire. Più avanti il sacrificio di Isacco verrà interpretato come una prefigurazione del sacrificio che Gesù compie in obbedienza al Padre, cioè dell'evento più importante nel cristianesimo*****. Comunque dopo aver salvato Isacco dio mostra di apprezzare molto l'obbedienza di cui Abramo ha dato prova davvero notevole.
Agamennone invece fa quel che fa in nome della guerra ventura, e secondo Euripide anche per il potere e la carriera (e per come ci viene di solito descritto Agamennone, ciò sembra assai probabile). Artemide a lodarlo non ci pensa nemmeno, e nessun altro lo fa anzi l'atto viene descritto come empio, impuro e sacrilego; più avanti nessun dio si preoccupa di proteggerlo dalle conseguenze di quell'atto, che saranno lunghe, assai articolate e finiranno col ricadere sull'innocentissimo Oreste. Perché il bello degli dei greci è anche questo: a disobbedirgli te la passi malissimo, a obbedirgli talvolta pure, e il povero Oreste ne sa qualcosa perché dopo aver ucciso sua madre in obbedienza a un preciso ordine di Apollo, mezzo pantheon si deve dar da fare per ottenerne l'assoluzione e la purificazione, che comunque arriva solo dopo che il poveretto ha condotto una vita decisamente grama.

Quel che io e mio cugino concludemmo dopo questa lunga e colta conversazione fu che, sì, certe storie è meglio maneggiarle con cautela quando gli ascoltatori sono molto giovani.
E comunque il gelato era ottimo e il pomeriggio fu molto piacevole.
Erano i bei tempi in cui si poteva riunire una tavolata di una dozzina di congiunti stretti per stare allo stesso tavolo senza che ad alcuno venisse in mente nemmen di lontano di biasimare la cosa.

Con questo post molto variegato partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma augurandomi che l'estate ci porti anche qualche raduno, oltre a molto tempo libero per leggere.

* che nonostante sia un cugino a pieno titolo non è particolarmente interessato alle leggende metropolitane
** carica che ricoprirà facendo non poche sciocchezze, peraltro.
*** molto giustamente, secondo me.
**** no, nelle intenzioni non era una conversazione colta. Eravamo a un compleanno multiplo estivo, e ci stavamo ingozzando di gelato dopo un pasto di quelli che cominciano con tre antipasti.
***** si potrebbe osservare che Gesù obbedisce al Padre, ma lo fa volontariamente e consapevolmente, al contrario di Isacco: d'altra parte la questione è abbastanza complicata perché, di fatto, Gesù è il Figlio ma è anche il Padre, quindi sarebbe strano se non obbedisse a ciò che lui stesso ha stabilito di fare. Ma sto divagando, né ho alcuna speranza di districarmi da un tal teologico ginepraio.

mercoledì 24 giugno 2020

Cronache dell'Esame che non è un esame - Colloqui a distanza, o presunti tali.

Non ho mai visto questo film.
Tuttavia il titolo rende bene l'idea.
Dopo aver letto gli elaborati, aver valutato gli elaborati e avere variamente commentato gli elaborati, era giunto infine il momento dei colloqui orali, dove sarebbero stati gli alunni che avevano fatto gli elaborati a parlare dei loro elaborati. E noi su quei loro discorsi avremmo dovuto valutare... boh, non si sa bene che cosa, ma insomma dovevamo valutare.
Non eravamo affatto tranquilli. In particolare, io scrutavo continuamente il cielo che prometteva pioggia, diluvio e temporali, e spesso li manteneva anche.
Quando a un esame normale piove non è di solito un gran problema: tutti, esaminatori ed esaminandi, prendono l'ombrello per ripararsi dalla pioggia mentre vanno alla sede degli esami e questo è quanto. Anche se le condizioni delle scuole non sempre sono ottimali, normalmente dentro non ci piove.
Stavolta saremmo stati tutti al comodo nelle nostre casette, ma la linea... ah, la linea.
"Che succede se durante gli esami parte il collegamento?" chiedo preoccupata dopo il secondo mini black-out di pochi secondi mentre i fulmini saltellano allegramente per il contado fiorentino.
"Eh...." sospira la vicepreside "Speriamo che non succeda".
"Cos'ha detto la preside?".
"La preside dice poco, perché è a fare la maturità da tutt'altra parte".
Normalmente nel corso degli esami delle medie il Dirigente Scolastico della scuola non dice alcunché, in quanto è impegnato a sovrintendere agli esami in altra scuola - ma abbiamo naturalmente un Dirigente Scolastico di altra scuola che ci assiste o intralcia, a seconda dei casi e comunque offre un qualche tipo di soluzione ai nostri dubbi e alle nostre ambasce.
Stavolta però la nostra Preside è stata precettata per dirigere gli esami di maturità, e si suppone che sia assai impegnata, ma non è stata sostituita da alcunché. E non è che le circostanze dell'esame siano delle più ordinarie - tanto per cominciare perché stavolta l'Esame non è un esame, bensì Stanislao Moulinsky in uno dei suoi più riusciti travestimenti.

Il primo giorno comunque il mio collegamento è decoroso. In compenso Musica ha la telecamera rotta e un bellissimo fondale arancione, degno di un fervente seguace di Krishna. D'altra parte una delle alunne ha portato un percorso che include anche l'India, quindi è tutto molto congruo.
Uno ad uno arriviamo tutti, esaminatori ed esaminandi, e i colloqui vanno a incominciare.
Andromeda ci racconta del suo percorso interstellare, raccontandoci quanto le stelle sono sempre state importanti per lei. Mentre ci spiega che nei momenti più difficili sin da piccola ha sempre trovato conforto nel contemplare la volta stellare si commuove ma continua a parlare. Più volte le lacrime affiorano, ma il percorso è brillantemente esposto. Alla fine Fisica le fa i complimenti e attacca una tirata spiegando che le sue lacrime non sono segno di debolezza bensì di forza. A quel punto Andromeda si scioglie vieppiù in lacrime.
In cuor mio dissento: da brava dama hejan, ritengo che le lacrime non siano segno né di forza né di debolezza, solo di profonda sensibilità e di raffinato sentire e non mi sembra il caso di insisterci sopra, ma me ne sto zitta e buona.
Il secondo colloquio è abbastanza balordo, ma la cosa rientrava nelle previsioni. Nessuno piange se non per il sollievo quando arriva la fine.
Al terzo Ippolita ci spiega il profondo affetto che da sempre la lega ai cavalli, e di nuovo si sfiorano le lacrime. Stavolta però ricorriamo tutti alla tecnica dello struzzo e facciamo finta di niente.
Ecco, a volte succede anche agli esami dal vivo che qualcuno pianga, ma di solito rimediamo con l'offerta di un kleenex e di un bicchiere d'acqua  e qualche pacca sulla spalla. In rete non si può.
D'altra parte non è mica tanto comune che qualcuno pianga all'esame. La tensione, d'accordo, ma di solito arrivano tutti ben armati e vanno via trionfanti...
Quando però si mette a piangere anche Ifigenia finalmente comprendo.
"Va tutto bene" la rassicuro  "Tutto questo succede perché non avete avuto l'ultimo giorno di scuola".
"Eh?" chiedono i colleghi perplessi mentre Ifigenia si asciuga gli occhi.
"Questi poveri ragazzi non hanno avuto il rituale dell'ultimo giorno, quando tutti si sciolgono in lacrime" spiego compunta "Quindi stanno facendo in contemporanea l'addio alla scuola e l'esame".
Dai microfoni arrivano vari "È vero" "Giusto" "Ecco che cos'era". Ifigenia finisce per mettersi a ridere.
"Benissimo. Chi vuol piangere pianga, va benissimo così" stabilisce Arte.
In un lago di lacrime l'Esame che non è un esame prosegue e la giornata arriva al suo giusto compimento.
Il giorno dopo però nessuno piange.
Tutte anime dure e insensibili?
Non proprio. Ma piove a dirotto e dire che il collegamento fa pena è fargli un complimento.
Non il mio: a Lungacque il tempo è bello e la mia connessione non crea problema alcuno.
Ma oh, quella degli altri, in particolare gli alunni!
Davvero non è il caso di definirli "colloqui". Al massimo "Tentativi malriusciti di".
Musica va e viene peggio di uno spirito in pena, gli alunni sembrano immersi nell'acqua o parlare dall'oltretomba. Disastro su tutta la linea, letteralmente - o meglio, disastro di tutta la linea.
Più che colloqui, sono stati atti simbolici di fede.
"Beh, non sarebbero stati comunque un granché" prova a consolarsi Matematica.
"Diciamo che è il pensiero che conta".
Nemmeno la possibilità di fargli un saluto decente, alla fine di un triennio.
Ma è inutile piangere sull'esame versato (che per fortuna non è un vero esame).
In assenza di colloqui valutiamo i non-colloqui e l'esame che non è un esame e chiudiamo la seduta con quaranta minuti di anticipo, al grido di "Prima finisce quest'anno di merda e meglio è".

L'Esame che non è un esame è finito, evviva l'esame.

venerdì 19 giugno 2020

Romanzo di un crimine (i libri con Martin Beck) - Maj Sjöwall e Per Wahlöö


Nel 1973, quando ancora facevo le medie ed ero assai amante dei gialli (come ora, del resto) vidi spuntare nella rastrelliera del giornalaio accanto alla scuola un volumetto giallo intitolato Il poliziotto che ride, con una fascetta che inneggiava al primo poliziesco scandinavo che era pure Premio Gran Giallo Città di Cattolica. In un colpo solo appresi così
- che esisteva un luogo, in Italia, chiamato Città di Cattolica (e che razza di nome era?)
- che in quel luogo dallo strano nome avevano un premio letterario per romanzi gialli
- e infine che, volendo, avrei potuto comprarmi con poca spesa un giallo svedese (sì, ignoravo l'esistenza di Città di Cattolica ma la Svezia sapevo benissimo cos'era: la patria di Pippi Calzelunghe).
Apprezzavo molto la collana dei Gialli Garzanti, che conteneva libri un po' diversi dai Grandi Classici Mondadori - più internazionali, spesso più moderni. Tra l'altro avevo un grande amore per i tascabili Garzanti in generale, anche perché avevano un formato molto più comodo di quelli Mondadori, che erano un pelo troppo alti per buona parte degli scaffali della mia libreria componibile e che con la loro presenza mi obbligavano a sacrificare un palchetto.
Insomma guardai il libro, il libro mi guardò di rimando, e qualche giorno dopo lo comprai.
Mi piacque moltissimo. Funzionava in modo diverso da quelli della Christie: non c'era l'Investigatore, ma una squadra di polizia ben descritta, un sacco di piste morte, un sacco di tasselli più o meno significativi. E poi c'era la Svezia, che mi si aprì davanti in tutta la sua modernità: un mondo diverso, che non se la tirava troppo ma era ben organizzato e dove tutti sembravano molto più ricchi e assai meglio assistiti che da noi e c'era molta meno retorica e molti meno pregiudizi.
senza grandi pretese e con molti meno pregiudizi. E tutta quella gente così spettacolarmente libera di andare e venire come gli pareva, anche le donne, anche i ragazzi (due categorie che, comprensibilmente, mi stavano molto a cuore). In una pagina Martin Beck riflette in tono critico che sua figlia, a sedici anni, ha un orario per rientrare (mezzanotte) anche se ha sempre mostrato di sapersi badare benissimo, mentre nessuno si è mai sognato di darne uno al figlio minore, assai più stordito "ma lui era un maschio" - in pratica criticando la mentalità retrograda in cui viveva immerso e che andava avanti per forza d'inerzia. Pur cresciuta in una famiglia abbastanza liberale, mi sembrava che Ingrid ricevesse comunque un trattamento di lusso anche se, certo, era un peccato che fosse un po' meno lussuoso di quello ricevuto dal fratello.
Adorai la Svezia, in blocco, senza remore. La adoro tuttora. Non oso pensare a quanto avrebbero scosso la testa gli autori, se avessero saputo quel che mi passava per la testa mentre leggevo quei libri che loro avevano scritto per denunciare l'inqualificabile grado di corruzione e disordine in cui vivevano laggiù.

C'era anche una bella trama gialla: una notte qualcuno sale su un autobus (in un orario in cui da noi gli autobus non si sognavano nemmeno di circolare) e ammazza tutti i passeggeri per poi andarsene tranquillo per i fatti suoi perché la Svezia era un paese moderno e brulicante di vita ma alle undici e un quarto parecchi se ne stanno a casa a dormire e quindi il posto era piuttosto deserto.
E tutti a studiare le stragi americane, a ricostruire i complessi meccanismi psicologici che possono aver portato qualcuno a fare una cosa del genere... fin quando Martin Beck osserva che di solito gli autori di stragi non studiano il modo di svignarsela.
Da lì si passa a cercare di capire se il Qualcuno magari voleva uccidere uno dei passeggeri in particolare, indagando sulle vittime. Interrogatori di amici, parenti, conoscenti e vicini degli sfortunati passeggeri. La Squadra Omicidi arriva alla soluzione un pochino alla volta, entrando nelle case dei testimoni, portandoli a pranzo, ascoltando una serie di chiacchiere più o meno inconcludenti. E pezzo a pezzo impariamo anche un sacco di cose sulla vita privata degli investigatori della Squadra Omicidi, che son gente normalissima che spesso tiene famiglia e vive la vita di tutti i giorni.
Siccome non era piaciuto soltanto a me Garzanti continuò a pubblicare i libri della serie (Il poliziotto che ride era il quarto): quelli pubblicati prima, quelli pubblicati dopo...
Poi la collana si fermò e io me ne dimenticai, salvo rileggerli ogni tanto. Anni dopo scoprii che in Italia non ne erano arrivati tre, e li presi in inglese. Li lessi, più o meno, ma trovai la cosa piuttosto complicata - d'altra parte, era sempre meglio che niente.
Passarono molti altri anni; dalla Scandinavia arrivarono un sacco di altri gialli. Provai a leggere qualcosa ma mi annoiavano, ed erano così deprimenti... Nel frattempo Andrea Camilleri, che a suo tempo come me li aveva letti e apprezzati, suggerì a Sellerio di ripubblicarli.
Sellerio fece un lavoro di fino: prima di tutto tradusse non dalla versione inglese, come avevano fatto alla Garzanti, ma dallo svedese. E poi li tradusse tutti, e in versione integrale. Perché nell'edizione Garzanti mancava un buon terzo del testo, principalmente le osservazioni politiche di cui il testo era ben farcito e una grande quantità di dettagli legati alla vita svedese. E io che mi ero tanto infervorata con solo quel poco che avevano lasciato! Troppo facile prendere in giro una povera ragazzina inesperta delle medie, che oltretutto all'epoca nemmeno sospettava che avrebbe percorso le impervie strade della filologia né avrebbe saputo a che porte bussare per controllare se in un libro mancasse qualcosa.
Accidenti agli editori (ma non all'editore Sellerio, naturalmente).

Passarono anni prima che mi accorgessi che la Squadra Omicidi di Stoccolma era tornata in Italia e, convinta com'ero di averne già sette aspettai con pazienza che arrivassero anche quelli che non avevo. Poi un giorno trovai il primo, Roseanna, in biblioteca, e rimasi sorpresa dell'altezza del volume. Scoprii che era una nuova traduzione e decisi di assaggiarlo. E mi accorsi, con il disgustato orrore che provo sempre in questi casi, di averne letta una versione ridotta.
Come per i libri di Agatha Christie. Come per Piccole donne
Abominio e perversione! Scandalo! Depravazione!
E accidenti agli editori italiani, una volta di più (ma non a Sellerio, Adelphi e Einaudi).
Rallegriamoci; almeno Orgoglio e pregiudizio l'ho letto in edizione completa sin da bambina. E non è poi così scontato. Ma, davvero, questa vita è una giungla e non sai mai se puoi fidarti di qualcuno.

Naturalmente li ho ricomprati tutti. Più esattamente, ho acquistato i tre volumi della foto. I primi casi di Martin Beck contiene i primi tre: Roseanna, L'uomo al balcone, L'uomo che andò in fumo. Il secondo volume Martin Beck indaga a Stoccolma contiene Il poliziotto che ride, L'autopompa fantasma, Omicidio al Savoy. Il terzo Ultimi casi per Martin Beck contiene L'uomo sul tetto, La camera chiusa, Un assassino di troppo, Terroristi.
Ognuno dei romanzi è corredato da una introduzione fatta da nomi illustri: Camilleri, per esempio, che ci racconta appunto di come gli era piaciuto leggere quei gialli della Garzanti e come gli fosse venuto in mente di farli riproporre al pubblico italiane, oppure Anne Holt, giallista di gran rinomanza. 
Da queste introduzioni scoprii un sacco di cose; per esempio che ognuno dei romanzi ha il sottotitolo originale Romanzo di un crimine. Infatti questa serie nacque (oppure diventò col tempo, non saprei dire) come un unico romanzo diviso in dieci parti, uno per anno, dal 1965 al 1975, che aveva lo scopo di descrivere la società svedese, con le sue molte ombre (?), i suoi orribili difetti (??) nonché gli orribili sfaceli che andava generando per colpa della corruzione interna e dell'autoritarismo del regime (???). I due autori erano sposati, e il marito morì proprio dopo l'ultimo dei capitoli del Romanzo, il che è molto triste. Il progetto venne condiviso punto per punto e i due scrivevano un capitolo per uno dopo aver fissato la scaletta.
Insomma, un Lungo Romanzo in dieci capitoli figlio punto per punto di quei magici anni rivoluzionari, molto occupato a criticare il regime: un romanzo a tesi, insomma. Di cui qualcuno, nelle varie introduzioni, osserva come quelle critiche al giorno d'oggi sembrassero magari un po' estremizzate, ma che all'epoca erano perfettamente intonate allo spirito dei tempi. I romanzi di Martin Beck non erano soltanto dei libri da leggere sotto l'ombrellone, ma, come dire, "portavano avanti il discorso" ed erano assai stimati dalla critica.
Beh, anch'io come lettrice li stimavo moltissimo, non c'è dubbio; anche se i miei occhi italiani vedevano la questione sotto una luce un po' diversa. Certamente il paese era il loro, i due lo conoscevano bene e se gli sembrava il caso di criticarlo facevano benissimo: Ma io ero italiana e vivevo negli anni di piombo, in mezzo a un continuo alternarsi di terrorismo di destra e di sinistra dove le spiegazioni ufficiali sembravano talmente improbabili da rendere complottista anche il più fiducioso degli individui, e per quanto radicale e pure un pochino rivoluzionaria leggendo la versione addomesticata di Garzanti la critica spietata e radicale non la colsi affatto; e se ogni tanto qualche componente della Squadra Omicidi si immergeva in cupe riflessioni esistenziali sul mestiere di poliziotto, l'eccesso di autoritarismo del mondo che lo circondava eccetera lo trovavo molto bello e raffinato da parte sua, e del resto dove stava scritto che un poliziotto non potesse interrogarsi sul Bene, il Male, il Potere e l'Autorità, come qualsiasi altro essere umano di questa terra? Ma, appunto, le vedevo come riflessioni esistenziali, non legate a problemi reali. Siamo seri, da noi c'era una legge che prescriveva che autorizzava all'arresto, in nome dell'ordine pubblico, di chiunque si aggirasse con fare sospetto in un qualsivoglia luogo!
Ma è pur vero, come ho scoperto col tempo, che le sue zone d'ombra anche la Svezia le ha e le ha avute, e per tutte le pagine dell'ultimo romanzo (quello dove la critica al regime è più aperta e dichiarata) la lettrice contemporanea ha rievocato ad oltranza l'assassinio del premier Olaf Palme avvenuto nel 1985 in pubblico e solo molto di recente, sembra, risolto (quando già l'assassino era da tempo morto e sepolto - roba da far invidia perfino all'Italia, dove quanto a indagini interminabili e mai completate non ci siamo davvero fatti mancar niente).

In questi dieci romanzi c'è di tutto: serial killer, delitti per cause privatissime, omicidi a sfondo sessuale, delitti incastrati uno dentro l'altro, cold case, storie di spionaggio, omicidi per cause sociali, omicidi per vendetta, intrighi internazionali e perfino un classico dei classici, ovvero un delitto della camera chiusa. Indagini lentissime e indagini fulminee, indagini contorte e indagini che girano a vuoto, indagini bloccate finché arriva un piccolissimo aiuto del caso, molto più spesso indagini condotte sobriamente seguendo le piste più logiche che prima o poi da qualche parte arrivano.
Nel corso dei dieci anni e dei dieci volumi la Squadra Omicidi si fa una sua reputazione, cambia alcuni uomini e alla fine viene (forse) smantellata. Il gruppo degli investigatori cambia un po' nella sua composizione e i singoli ispettori si sposano, divorziano, si riproducono, traslocano, cambiano reparto, cambiano lavoro - insomma vivono. E indagano, ognuno col suo metodo e le sue caratteristiche.
I singoli capitoli del romanzo sono costruiti con la tecnica a mosaico e i punti di vista di vittime, assassini, delinquenti, testimoni casuali, uomini politici e investigatori si sommano e si sovrappongono. Vediamo un sacco di case e di abitazioni (non sempre le due cose coincidono) che regolarmente descrivono gli abitanti. Conosciamo anche le città: non soltanto Stoccolma, ma anche Malmö - dove prima o poi una capatina viene quasi sempre fatta e dove sta un abile poliziotto che è in un certo senso un componente esterno della Sezione - più un po' di Copenhagen e qualche paesello più o meno sperduto. Ci si sposta in aereo, in aliscafo, in battello, in macchina, in taxi, in metropolitana e spesso anche a piedi, si consumano pasti sontuosi e pasti rabberciati, si raccattano indizi e prove grazie alla Scientifica, ai sopralluoghi e alle segnalazioni di più vari tipi, si consultano registri automobilistici ed elenchi telefonici - mirabile il momento in cui si scopre che il cognome di un testimone assolutamente indispensabile da rintracciare al più presto è... Andersson, ovvero uno dei cognomi più comuni di tutta la Svezia.
Martin Beck è quello che tiene insieme tutte le fila e di solito finisce per trovare la soluzione. Non è una persona particolarmente carismatica e brillante e non tende a mettersi in mostra, pur finendo per accumulare suo malgrado una certa fama che considera alla stregua di una grande scocciatura e un notevole credito tra i colleghi di cui si rende conto a malapena ma riesce a sviluppare una certa empatia con tutti, compresi gli assassini e i lettori. Non si può nemmeno definire un poliziotto anomalo, perché non ha niente di particolarmente anomalo, al massimo qualche caratteristica personale - ma chi è che non ne ha? Oggi i poliziotti un po' scialbi e in perenne crisi esistenziale sono piuttosto comuni, ma lui è stato il primo e secondo me il migliore.
La Squadra Omicidi di Stoccolma invece non è stata la prima squadra di poliziotti della storia del giallo (credo che la capostipite sia stata l'87° Distretto di Ed McBain che non so perché le uniche volte che l'ho assaggiata mi ha annoiata a morte, ma molte altre sono venute dopo) ma è sempre stata la mia preferita.

In Italia questi libri sono rimasti un fenomeno di nicchia, e sono molto meno conosciuti dei gialli nordici moderni. Nonostante una certa impronta ideologica però io li ho sempre trovati una lettura fresca e molto vitale e sono molto contenta di averli letti (e riletti).

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma ed auguro un felice solstizio d'estate a chiunque passi di qua.