domenica 13 dicembre 2009

Chiunque avesse preso le mie orecchie è pregato di riportarle


Anche le Yavanna avevano delle belle orecchie ma, non so perché,
a X Factor non hanno avuto pace fin quando non gliele hanno fatte togliere

Qualche anno fa vennero di moda le orecchie di pelouche da aggiungere al casco da motociclista. In quel periodo andavo a scuola in motorino e naturalmente non potevo farmi sfuggire un accessorio così squisitamente demenziale.
Meditai con cura l'acquisto: scartai le orecchie rosa da maiale (padronissimo chiunque di darmi di maiala, se crede, ma pretendere che me lo dia da sola mi sembra un po' eccessivo) e le cornine da cerbiatta o da renna (reputo le eventuali corna un affare strettamente privato, da non drammatizzare ma nemmeno da comunicare per forza anche a chi potrebbe non essere minimamente interessato) e optai infine per delle orecchie da tigre, che avevano il vantaggio di poter essere considerate anche orecchie da oni giapponese (come Lamù, per intenderci); arancioni e nere, facevano una splendida figura sul mio casco blu oltremare.
Le mie orecchie diventarono subito popolarissime nella scuola perché entravo sempre alla prima ora e percorrevo su due ruote la stessa strada che molti dei ragazzi facevano in autobus o a piedi; in pratica la mattina il mio tragitto somigliava a una marcia trionfale scandita da festosi saluti, soprattutto in prossimità delle fermate dell'autobus (di solito salutavano le orecchie, più che me). Anche i colleghi sembravano trovare la cosa piuttosto divertente.
Durante le ore di lezione il casco-con-le-orecchie troneggiava in Sala Professori, perché all'epoca non avevo un bauletto portabagagli al motorino.

Venne primavera e venne Pasqua. Poi le vacanze di Pasqua finirono e tutti tornammo a scuola. Il primo giorno avevo fissato un tema per le tre ore che avrei passato insieme alla seconda.
Lascio il casco appena arrivata, rientro in Sala Professori alla fine della terza ora con il fascio dei temi (neanche venuti granché, ma naturalmente in quel momento non potevo saperlo) e scopro che il mio casco era senza orecchie.
Inorridisco, trasecolo, mi indigno e via dicendo. Provo anche a chiedere ai colleghi, ma nessuno sa niente.
La scuola aveva una struttura curiosa e molto comoda: aule e bagni erano concentrati vicino all'entrata e per arrivare il Sala Professori si doveva percorrere un corridoio laterale molto lungo che portava solo lì. Inoltre vi era totalmente sconosciuta la barbara abitudine di mandare ogni due per tre i ragazzi a prendere oggetti e registri vari nella suddetta Sala Professori, e la zona delle classi era adeguatamente sorvegliata da un congruo numero di custodi. Che un allievo potesse raggiungere indisturbato la Sala Professori senza che nessuno sapesse che c'era andato era del tutto inimmaginabile. Inoltre si trattava di una scuola con una disciplina dall'apparenza molto soft, più reale che apparente, e gli allievi, vuoi per loro naturale mitezza d'animo, vuoi perché non costretti a scontrarsi minuto per minuto contro le regole più demenziali, mostravano uno scarso gusto per la trasgressione.
Insomma non si capiva proprio chi potesse essere stato, ma certo era un caso in cui le apparenze deponevano contro gli adulti. Che interesse potesse però avere un adulto a rubare due orecchie da tigre-oni che non avrebbe potuto sfoggiare pubblicamente e il cui valore materiale era veramente minimo, proprio non si capiva.
Naturalmente tutti mostrarono di partecipare accoratamente al mio triste caso, ma nessuno riuscì (o volle) cavare un ragno dal buco. Lasciai un avviso sulla lavagna in Sala Professori (all'incirca quello del titolo) ma le orecchie non si rividero più.
I ragazzi mi consigliarono dove trovarne di nuove. Purtroppo non le trovai davvero uguali e dovetti ripiegare un un paio di orecchie tondeggianti, dall'interno bianco, che sembravano (e probabilmente erano) un'imitazione scadente delle orecchie di leopardo.
Non era la stessa cosa. Niente affatto.

venerdì 11 dicembre 2009

In Dwimordene, in Lorien


Barbie-Galadriel
(no, non me la sono inventata. Esiste davvero, mi dicono)

Non ho mai visto una raffigurazione di Galadriel che le rendesse giustizia. L'ho sempre immaginata molto diversa da tutte le varianti preraffaelite che ne sono state fatte, e un po' meno perlacea: dietro tutta la loro aura melanconica e di raffinata decadenza gli elfi sono decisamente vitali e concreti, e quelli di Lothlorien lo sono in modo particolare: il Bosco D'Oro è immerso come una punta di freccia in una regione scialba, anzi al confine tra due o tre regioni scialbe, sbiadite e scolorite, e solo a Lorien tutto è vivo e luminoso.
Il Bosco d'Oro è protetto da una guardia di elfi assai determinati, da due fiumi incantati (che sfociano nell'assai noioso Anduin) e da Lady Galadriel, custode di uno dei tre Anelli degli elfi.
Onde meglio preservarne la sua magica e luminosa vitalità evitano quanto più possibile di farci entrare quegli impiastri detti Uomini.
Per uno di loro, suo lontano parente, Galadriel fece un'eccezione: era Aragorn, che durante una delle visite conquistò la di lei nipotina, una giovanetta elfa sui duemila anni di età. Come il migliore degli innamorati, Aragorn ricorda quel bel giorno mormorando frasi in elfico, lo sguardo perso nei ricordi e fiorellini in mano. Il lettore non ci capisce granché, a meno che non riconosca il nome Undomiel nella frase in elfico. Da notare che la bella Undomiel ci è stata presentata assai di sfuggita... ed è stata quasi sempre chiamata Arwen.
Così, giusto per non tediare il lettore con accenni troppo espliciti.

martedì 8 dicembre 2009

In Moria, in Khazad-dum



Non metto in dubbio che fare un viaggio di tre giorni a tastoni possa spaventare parecchio anche un cuore saldo e intrepido, ma per me che devo solo leggere il resoconto del viaggio, al di là di qualche brivido di convenienza, Moria è soprattutto un posto molto affascinante: questi grandiosi saloni enormi, di pietra colorata o nera, questa città abbondonata, così bella quando era ancora viva e abitata e ancora bella nonostante tutta, questa meraviglia dell'architettura nanesca o nanica...
Moria mi ha sempre lasciato un gran rimpianto. Davvero non si può fare più niente, solo perché scava oggi e scava domani è saltato fuori un balrog?
Ma dopo la morte di Gandalf il balrog dovrebbe (dovrebbe) essere morto... forse il regno è recuperabile? Con un massiccio lavoro di restauro alle due entrate principali e alle Scalinocascate?
In realtà i balrog, come i maiar (categoria di spiriti superiori cui appartiene Gandalf) sono tecnicamente immortali, e tutto sembra indicare che Tolkien considera Moria come un esperimento fallito su cui non si deve più ritornare.

"Ahimé, troppo in basso scavarono le nostre pale, e risvegliarono la paura senza nome".
Peccato, perché a me abitare a Moria, con inclusa la possibilità di qualche passeggiata nell'Agrifogliere e intorno al Kheled-zaram, sarebbe piaciuto assai molto.

Il cancello del Cornorosso



Il Signore degli Anelli è un libro pieno di cancelli, a cominciare dal piccolo cancello che Bilbo fa costruire intorno al suo giardino per accogliere gli ospiti. C'è un cancello che separa la Contea dalla Vecchia Foresta, a Brea ci sono cancelli che vengono chiusi la sera, poi i cancelli di Moria (che in realtà sono porte), i Cancelli di Minas Tirith, i cancelli della cerchia di Isengard, il Cancello Nero della Torre Oscura a Mordor...
Di solito tutti questi cancelli sono varcati, magari a caro prezzo - ma il Cancello del Cornorosso, che in realtà è un passo di montagna, pur esigendo un prezzo piuttosto alto, nessuno riesce a passarlo. La Compagnia gioca il tutto per tutto, rischiando la morte collettiva per congelamento, ma non c'è proprio verso. Ghiaccio e neve hanno la meglio e alla fine la Compagnia si arrende e gira i tacchi (o i talloni, nel caso degli hobbit).
L'alternativa non sarà indolore: dovranno abbandonare il povero pony Billy (che comunque se la caverà benissimo) all'entrata dei Cancelli di Moria, e il povero Gandalf (che comunque se la caverà benissimo) all'uscita dei Cancelli in questione.

Misteriosamente, durante la tempesta sul Caradhras, anch'io stavo per arrendermi - o comunque interruppi la lettura per un paio di mesi, proprio mentre la Compagnia era a un passo dalla morte bianca. Mai capito perché.

Il Gatto Nero (Perché Odio le Antologie)



Lettura in classe dall'antologia: Il Gatto Nero di Edgar Allan Poe. Per ovvi motivi è un racconto che mi sono sempre guardata bene dal leggere; però la classe non sembra avere a schifo la letteratura dell'Ottocento, così mi attento.
Qualcosa però mi lascia perplessa: la storia c'è tutta, più o meno, ma quando l'ho saltato leggendo i Racconti di Poe mi era sembrato che il numero delle pagine fosse più alto.
In serata sono da persone che possiedono i racconti di Poe, così controllo. E scopro, con il solito empito di indignazione che mi coglie sempre in questi casi nell'indifferenza generale, che il racconto era stato massacrato peggio del povero micio protagonista.
La trama... beh, nei punti essenziali la trama era la stessa - anzi, in effetti restava solo quella. Certo, il fatto che la cravatta bianca sul petto del gatto avesse preso pian piano la forma di una forca mancava; ma soprattutto mancavano quasi tutte le descrizioni degli stati d'animo del protagonista, l'introduzione... insomma mancavano tutti i tentativi del protagonista di spiegarsi.
Sparita la cornice di quieta follia del narratore, se ne andava a ramengo anche quasi tutta l'angoscia della storia, che diventava un triste racconto di maltrattamento di animali e un monito sulle nefaste conseguenze dell'alcolismo ma perdeva buona parte del terrore che avvolgeva l'originale.
In effetti diventava anche meno difficile da seguire, dato che raccontare come cavi un occhio o impicchi un gatto è molto più semplice del provare a spiegare perché diamine hai fatto una cosa tanto assurda; così anche una buona parte delle parole "difficili" restava per strada.
Me ne sono accorta quando ho portato a scuola la versione integrale e l'ho fatta leggere: le interruzioni per avere chiarimenti erano molte più di quelle durante la prima lettura.

Tutto è bene quel che finisce bene: la classe ha apprezzato molto anche la seconda lettura, abbiamo fatto una piccola esercitazione sulle differenze tra le due versioni e due chiacchiere sul verbo "adattare". Con una sola eccezione tutti hanno dichiarato di preferire la versione originale, che gli risultava più chiara e anche più paurosa e molto più ricca di atmosfera. Molti hanno suggerito che forse i tagli erano stati fatti per rendere la storia "meno difficile". Qualcuno ha chiesto se non potevano esserci questioni legate ai diritti d'autore - e immagino sia quello che ha più colto nel segno.

Personalmente non amo molto l'horror, in nessuna forma, e concepisco benissimo l'esistenza di un'antologia priva di tale sezione. Tuttavia, se per qualche motivo (ad esempio il fatto che oggi è un genere assai apprezzato dai ragazzi, e forse lo è sempre stato) dovessi preparargli una scelta di testi avrei cura di lasciare integri i testi in questione. Perché, dico, se a un racconto horror togli nientemeno che l'atmosfera e i dettagli, cosa ne rimane se non un triste elenco di tristi vicende, talvolta un po' misteriose?

(Dimenticavo: se proprio dovessi curare una scelta di testi horror per le nuove generazioni, magari, a parte Poe e Lovercraft - di cui nessuno mette in dubbio il valore - e Dickens e Jerome, la cui fama forse è legata anche ad altre tematiche, magari proverei a estendere il contributo della narrativa novecentesca un po' oltre un brano di due paginette di King).

venerdì 4 dicembre 2009

Noro lim, noro lim, Asfaloth!


Uno dei miei primissimi Grandi Amori è stato il principe Glorfindel (detto anche, per gli esperti tolkieniani, l'Elfo Che Forse Visse Due Volte). Bellissimo, biondissimo - caratteristica invero piuttosto rara tra gli elfi che sono tutti bruni, salvo la dorata progenie di Finrod Felagund - fascinosissimo, al suo apparire nel libro veste di bianco, monta un candido cavallo con candide briglie ornate di gemme bianche e campanellini d'argento e sia lui che il cavallo brillano leggermente al buio. Un bel contrasto con i lugubri Cavalieri Neri che da varie pagine incombono ad ogni riga, dopo aver accoltellato il povero Frodo.

Purtroppo fa solo una breve comparsata, anche se il suo ruolo è decisamente importante: grazie a lui (e all'eccellente cavallo Asfaloth) l'Anello riesce ad arrivare a Gran Burrone.
Nel film decisero di sostituirlo con Arwen; una soluzione pratica che permetteva di risparmiare sugli attori, di non disperdere troppo il già frastornato spettatore... e di risparmiarsi il notevole incomodo di trovare un attore fisicamente all'altezza del personaggio - e che comunque, lo so con certezza, per bello che fosse non mi avrebbe mai soddisfatto.

domenica 29 novembre 2009

Non tutto quel ch'è oro luccica...



...e non tutti quelli che vagano si sono persi.
La poesia che accompagna il nome di Aragorn ci ricorda di andare al di là dell'apparenza delle cose, per poterle valutare giustamente - senza sopravvalutare ciò che è semplice apparenza, ma riconoscendo il valore al di là di un'apparenza dimessa - un'arte, quest'ultima, che oggi non sembra godere di vasta diffusione.
Ad ogni modo Aragorn sceglie un modo piuttosto stravagante per mostrare la sua lucentezza, anche se Frodo in qualche modo la coglie lo stesso (poi arriva la lettera di Gandalf e risolve tutto).
Sta di fatto che in questa prima parte del libro, gli hobbit fuori della Contea si mostrano decisamente imbranati e solo la presenza continua e costante di un protettore riesce a rimediare i pasticci in cui si ficcano non appena vengono lasciati soli un istante: prima Tom Bombadil, il Signore; poi l'erede di Isildur e futuro re di Gondor e più avanti anche il principe degli elfi Glorfindel.
Ad un certo punto però, sparite tutte le guide e gli aiuti, i quattro hobbit si ritroveranno soli, indifesi... ma in grado di cavarsela da soli.
Si tratta di una razza capace di grande e rapida evoluzione.

venerdì 27 novembre 2009

Fredda la mano ed il cuore e le ossa



La Contea è una sorta di isola di tranquillità in una zona fitta di prodigi dei più vari tipi; e così, dopo essere scampati al Vecchio Uomo Salice e dopo una giornata con Tom Bombadil - che non è proprio il tipo più ordinario che si possa trovare, lui e la sua bella convivente Goldenberry - i quattro hobbit finiscono sui Tumulilande e financo dentro ai Tumulilande, nella tomba di uno spettro pazzo furioso e a un filo (di spada) dall'essere sgozzati tutti quanti nel corso di qualche rito malvagio dalle incompensibili finalità.
Sugli Spettri dei Tumuli non viene spiegato niente, perciò restano la gelida quintessenza del terrore mortale. Tra loro manca il più importante: il re degli stregoni di Angmar (del quale avrei sempre desiderato una biografia più dettagliata) Ora ha cambiato lavoro ed è tornato a comandare i Nazgul. Gli hobbit lo incroceranno ben presto, lungo la Via.

martedì 24 novembre 2009

"Ma la Vecchia Foresta è strana"



Così spiega Merry quando i quattro hobbit si sono appena chiusi il cancello della Contea alle spalle.
Ha senz'altro ragione, come scoprono quasi subito i lettori. Gli alberi si muovono, sussurrano, portano rancore (beh, dopo che li han bruciati mi sembra il minimo), deviano l'incauto viandante e cercano di stregarlo prima e di annegarlo poi. Solo la trionfale entrata in scena di Tom Bombadil impedirà che il viaggio dell'anello si chiuda in gran fretta nelle viscere... pardon, nelle legnose fibre di un vecchio e assai vorace salice (e mi domando cosa avrebbero fatto i Nazgul, in quel caso. Forse la risposta è nel consiglio di Elrond: alle lunghe anche il Vecchio Uomo Salice avrebbe dovuto cedere l'aurea preda, se non ai Nazgul al loro Oscuro Signore).

E' il primo degli Strani Boschi del Signore degli Anelli, e va detto che i boschi e le foreste del cattolicissimo Tolkien sono quanto di più magico, pagano e animista si sia mai visto nella nostra letteratura occidentale: al confronto tutte le foreste incantate della Tavola Rotonda e financo la Selva Oscura di Dante possono soltanto farsi una buchetta e nascondersi per la vergogna, ammettendo apertamente la loro manifesta inferiorità.

domenica 22 novembre 2009

"No, il signor Baggins è partito"



Prima è una voce sibilante nella notte, che tempesta di domande il Gaffiere, poi un tipo alto (troppo alto) tutto vestito di nero, con cappuccio nero e mantello nero e stivali neri e viso in ombra che cavalca un grande cavallo nero... e annusa. Tutto è luminoso e familiare nella Contea, dove l'autunno più dorato segue una splendida estate; ma le ombre di Mordor sono già arrivate fino a Hobbiton in via Saccoforino, fino nella terra dei Took presso Boscheto.
E con loro la Paura striscia su dalle pagine fino al lettore.
Solo la loro Micidiale Sfiga gli impedirà di prendere l'anello poco oltre pagina 100, chiudendo così la storia prima ancora che abbia avuto il tempo di cominciare veramente.

Festa del Gatto Nero (17 Novembre in ritardo)


Con imperdonabile ritardo mi sono ricordata che il 17 Novembre è la festa del Gatto Nero.
Che, se proprio vogliamo dirla tutta, non è necessariamente più bello o intelligente o simpatico del gatto bianco, del gatto champagne o di quello a righe - ma agli occhi di Noi, Amanti Dei Gatti Neri avrà sempre quel certo nonsoché a renderlo più charmant. E poi è vero che sta bene su tutto, in qualsiasi appartamento o giardino e su qualsiasi trapunta o cuscino o divano o tappeto.
Dunque auguri per tutti i gatti neri - e anche per chi sa onorarli come meritano. E soprattutto auguri alla bellissima Ninphadora, che ebbi la gran fortuna di trovare sul cancello di casa qualche anno fa. Se gli idioti che l'avevano spersa l'avessero abbandonata trecento metri più a sud, o più a est, mi sarei persa parecchio!
(E, pensate, era il giorno delle Epiche Convocazioni da Supplenza Annuale. Tornare a casa con il consueto mal di testa e ancora senza nomina - ma la certezza di lavorare tutto l'anno, perché si erano fermati poco prima di me - e trovare una bella gattina nera sul muretto che ti guarda con fiducia).

Effetti perniciosi (sugli insegnanti) dei prodotti biologici


Anche a St. Mary Mead naturalmente avevamo le nostre macchinette dispensatrici di cibo e bevande fresche e calde, con tanto di Vecchio Preside che criticava i ragazzi perché sprecavano soldi "in cose che gli facevano male" (in quanto a ipocrisia, il Vecchio Preside trovava difficilmente chi riuscisse a stargli alla pari).
L'insieme era reso particolarmente incongruo dalle seguenti circostanze:
* a meno di cento metri dalla scuola, la Coop di paese offriva bevande gassate, patatine e snack di tutti i tipi a prezzi assai contenuti e in grosse confezioni
* davanti alla scuola, un ottimo bar offriva bevande calde e fredde e un eccellente servizio di pasticceria (particolarmente squisiti i budini di riso e le sfogliatine)
* davanti alla scuola ma cinque metri sulla sinistra una gastronomia di buon livello offriva pizze, focacce e panini ripieni a prezzi rispettabilissimi. Li offriva anche ai ragazzi, e infatti in virtù di una speciale convenzione tutti i giorni verso le dieci arrivava un cesto di panini e focacce ripiene che molti alunni preferivano, giustamente, alle merende confezionate
* la mensa di St. Mary Mead era molto rispettabile: oltre alle insalatine miste e ai carciofi arrosto (amati solo dagli insegnanti, io prendevo regolarmente doppia e tripla porzione) c'erano ottimi primi e dessert, pane fresco e una serie di combinazioni che garantivano a tutti i ragazzi la possibilità di nutrirsi bene e con piacere
* il comune di St. Mary Mead sponsorizzava l'acqua dell'acquedotto, e in verità anche alla mensa c'erano le brocche da riempire alla cannella.

A cosa servissero, in queste circostanze, dei distributori all'interno della scuola non l'ho mai capito. Eppure le macchinette erano affollate, e un po' di colpa ce l'ho anch'io che al Cineforum prima delle Grandi Feste gli facevo portare patatine e pop-corn (senza capire, peraltro, perché non li portassero da casa come facevo io).
Ad ogni modo, nell'estate dell'anno scorso qualcuno deve essersi messo la mano sulla coscienza e aver stabilito una volta per tutte che le multinazionali non dovevano più arricchirsi a spese della salute delle giovani generazioni.
Pensa che ti pensa, arrivò la soluzione: distributori di cibi e bevande biologici (no, non sto scherzando).

All'inizio non feci il minimo caso alla cosa, non avendo mai usato un solo distributore scolastico dopo gli anni delle medie (in cui mi azzuffavo con i compagni per la precedenza per le crostatine e le Fieste), anche se in verità avevo notato che le lamentele perché la macchinetta del caffé in sala professori era guasta/bloccata/senza cialde/senza zucchero/senza palette etc. erano molto aumentate - anche perché erano molto aumentati gli insegnanti che la usavano: pare infatti che il suo caffé fosse all'altezza di quello del bar davanti alla scuola, e qualcuno diceva addirittura che era molto meglio.
Rimasi però colpita dai lamenti della mia classe, che deprecavano la qualità degli snack: addirittura, sostenevano che "le patatine erano cattive".
La mia non era una classe di incontentabili - e in tutta la mia vita non avevo mai sentito un adolescente lamentarsi delle patatine "cattive". Così, armata di spiccioli, raggiunsi la macchinetta, e scoprii che adesso distribuiva coca biologica, succo di arancia in cartone, yogurt da bere, succhi di vario genere biologici e spesso anche equi e solidali, oltre a composte di frutta, tortine di farro, snack biologici e simili. Alla fine individuai le "patatine", in realtà sottili sfoglie di mais insaporite con olio e ramerino. Ne presi una confezione.
Come patatine, dovetti convenire, non erano proprio il massimo; prese in sé stesse invece erano molto buone anzi... CHOMP!!
In men che non si dica divorai il pacchetto, e quello bastò per innescarmi una dipendenza in piena regola. Dopo qualche giorno e diversi pacchetti però mi feci un serio esame di coscienza e ripiegai sulle gallette di mais in versione supermercato, che se non altro costavano meno. Nel giro di qualche mese, dopo svariati pacchi di gallette di mais con l'olio, ero praticamente guarita grazie a una terapia a scalare molto graduale. Non ero comunque la sola ad essere caduta nel tranello: intorno a me la dipendenza da gallette di mais e composta di frutta infuriava, soprattutto nei giorni degli organi collegiali, e insegnanti e custodi facevano regolarmente incetta di tutti i biologicissimi prodotti erogati dal distributore, ormai perennemente spoglio di ragazzi. Cessate le risse davanti alle macchinette, cessate le lattine di Fanta rovesciate per terra, restavano solo code di insegnanti e custodi allupati che devolvevano immani cifre all'astuta ditta produttrice (perché gli snack biologici, com'è noto, costano molto più di quelli normali).
Sospetto che alla fine l'incasso per le ditte non sia molto cambiato, e il problema delle file davanti alle macchinette è stato risolto. In effetti, non si è rivelata una scelta fallimentare (se non per le tasche di noi adulti).

sabato 21 novembre 2009

Manuale del Perfetto Insegnante - L'Albero del Bene e del Male

"Di questo cibo avrete caro!" ammonisce una voce dentro l'albero al quale i penitenti colpevoli di gola del Purgatorio dantesco porgono invano le scarne mani consumate dalla fame (sapendo per di più di porgerle invano, e dunque porgendole solo per amore di penitenza), in un'epoca ancora priva dei vantaggi offerti dall'estratto di carne Liebig.
A orecchie moderne la frase ha un doppio significato: infatti al "caro" che vuol dire "carenza" si è affiancato l'attuale significato di "caro", ovvero "di alto prezzo".
Entrambe le interpretazioni descrivono perfettamente il perverso meccanismo che sta alla base delle macchinette distributrici di cibo e bevande all'interno delle scuole, dove sia il cibo che le bevande si distinguono in particolar modo sia per la carenza (quando la macchinetta si inceppa) sia per la carezza (le rare volte che tali macchinette funzionano); tali macchinette inoltre sono regolarmente circondate da una folla di giovani creature che tendono verso di loro le mani come se, in assenza di ciò che le macchinette contengono, non aspettasse loro altra sorte che la morte per inedia.
In un angolo, accigliato, il personale docente e non docente deplora le pessime abitudini alimentari dei ggiovani d'oggi.

Ma andiamo per ordine.
In ogni scuola media di mia conoscenza (con la misteriosa e lodevole eccezione di Hogsmeade) esistono una macchinetta che distribuisce merendine e una che distribuisce bevande fresche e spesso gassate, oltre a un erogatore di bevande calde che di solito (ma non sempre) si trova in sala professori.
La primaria funzione di questi aggeggi è spillare soldi ad insegnanti e alunni in cambio di pochi bocconi di cibo o di pochi sorsi di bevande che al di fuori della scuola costano meno della metà (per "fuori della scuola" si intende qualche metro oltre il cancello della suddetta, visto che la maggior parte delle scuole medie non sono situate in mezzo ad altipiani deserti spazzati dai venti) oltre che far incassare alla scuola un qualche canone dalla ditta che installa le macchinette.
La seconda ma non meno importante funzione di cotali distributori è insegnare agli alunni della scuola i basilari concetti di Divieto, Infrazione e Trasgressione.
Infatti tali macchinette erogatrici sono sempre fatte oggetto di un qualche divieto per gli alunni. Non tutte le scuole arrivano al virtuosismo di piazzare il distributore di cioccolata e caffé nel bel mezzo dell'ingresso della scuola, senza cartello e con il divieto fantasma per i ragazzi di servirsene che diventa esplicito solo dopo un mese e passa che è iniziato l'anno scolastico (lasciando così gli alunni, comprensibilmente, un po' irritati e con la spiacevole quanto veritiera sensazione di essere presi in giro) ma ogni scuola che conosco ha regole stranissime e vagamente bizantine sugli orari in cui i ragazzi possono servirsi di Coca-Cola, KitKat e Kinder Brioss: prima dell'intervallo ma non durante il suddetto, prima dell'inizio delle lezioni, al termine delle lezioni, al cambio delle ore, in tutti i momenti tranne al cambio delle ore, dalle 9,47 alle 10.01 e dalle 12.16 alle 12.32, solo durante l'intervallo, solo durante l'intervallo dopo la mensa... ognuna di queste regole è palesemente dissennata e gli alunni danno l'impressione di vivere solo per infrangerle. Del resto, possono farlo senza pericoli... diciamo per quattordici quindicesimi dell'anno scolastico, violandole apertamente anche in presenza di custodi, insegnanti e genitori che non li degnano di uno sguardo; ma in un gruppetto di giorni disseminati un po' a casaccio durante l'anno scolastico, anche il semplice avvicinarsi all'Albero del Bene e Del Male in un momento che sfori di un solo capellesimo di secondo i Momenti Vietati vuol dire tirarsi addosso orribili ramanzine e perfino note sul diario.
Come può un normale studente resistere alla tentazione del Rischio e del Proibito?
L'insulsa merendina, la lattina di Fanta che può procurarsi a casa o fuori a semplice richiesta, qui può costargli un Pubblico Rimprovero dai professori o un paio di urlacci dai custodi, oppure niente di niente (a parte i soldi), a seconda dei capricci imperscrutabili del destino.
Ovviamente nessuno resiste - nessuno nemmeno ci prova, a resistere, e tutti si affollano rapidi e presti intorno al distributore, godendosi le emozioni della roulette russa senza buona parte degli svantaggi che di solito tale gioco comporta.

Nel frattempo, la stessa Dirigenza che ha fatto installare l'Albero del Bene e del Male prepara circolari che deplorano le risse alle macchinette e il linguaggio alquanto rozzo usato dagli studenti nel caso - frequentissimo - che la macchinetta ingoi i soldi senza volerne sapere né di restituirli né di offrire alcunché in cambio, ed esorta gli insegnanti a preparare lezioni di educazione alimentare in cui venga detto peste e corna delle bevande gassate, degli snack confezionati e delle patatine fritte industriali, criticando nel contempo, insieme ai suddetti insegnanti la sconsiderata tendenza delle giovani generazioni a sprecare soldi per imbottirsi di snack e aggeggi fritti ignorando le buone verdure lesse e la pasta scotta della mensa (beatamente dimentichi, sia la Dirigenza che gli insegnanti, che quando loro facevano le scuole medie, l'unica cosa che gli interessava fare con la verdura lessa era sbatterla nel muro).

venerdì 20 novembre 2009

Una festa a lungo attesa


E stasera, finiti e restituiti tutti i libri che avevo a mezzo, comincia la Grande Rilettura del Signore degli Anelli.
Si parte dalla Contea, dove un memorabile compleanno riempie il paese di chiacchiere...


domenica 15 novembre 2009

Mater imbecillis semper pregna est

Tellus Mater, dall'Ara Pacis Augustae
(beh, a ognuna il suo ordine di grandezza)

Il Ministro dell'Istruzione è incinta. L'evento sembrerebbe di quelli che stanno molto a cuore alle persone più vicino alla diretta interessata (tanto per dirne una, il padre) mentre il resto dell'umanità si crogiola in una beata indifferenza e solo qualche insegnante perfiduccio si lancia in commenti decisamente acidi sul come avrà fatto a farsi impregnare una signora tanto cattolica osservante e tanto family day, oppure ostenta preoccupazione sul risultato di cotal gravidanza, perché si sa che il padre magari è incerto ma la madre è sempre sicura salvo in caso di adozione (sì, il mio commento è stato questo).

I cosiddetti Organi di Informazione invece hanno preso la cosa ben più sul serio, ricordandoci innanzitutto che la Gelmini è il primo ministro nella storia d'Italia che resta incinta durante il suo mandato (che a ben guardare è una notazione interessante che la dice lunga sul numero di ministri donne che abbiamo avuto, nella storia d'Italia, e sulla loro età media); e tuttavia abbiamo avuto un ministro che allattava (la Melandri) e quindi doveva essere rimasta incinta poco prima del mandato, e pure un Presidente della Camera che è diventato padre durante il suo mandato - ma all'epoca la cosa non colpì nessuno, tanto che venni a conoscenza dell'evento solo grazie a un suo commento sui pannolini prima della pausa estiva.
Dopo aver notato che a modo suo la Maristella aveva stabilito un primato, si sono soffermati sul fatto che non intendeva dimettersi per cotal motivo. Sì, perché la prima cosa che la stessa Maristella si è preoccupata di precisare, dopo aver comunicato quella che (almeno per qualcuno) è una bella notizia, è stata per l'appunto che non intendeva dimettersi - dando per scontato che tutti si aspettassero invece il contrario.
E qui mi sorge spontanea la domanda: e perché mai una dovrebbe dimettersi da alcunché se resta incinta? Nei paesi del Grande Nord, dove sono stracolmi di ministresse e presidentesse del consiglio e altoincarichesse varie, costoro si fan la loro vita, riproducendosi se così loroaggrada, e nessuno chiede loro di dimettersi per questo. Forse perché in quegli stravaganti paesi qualcuno è al corrente del fatto che fare il ministro non è come lavorare al nastro della catena di montaggio, e che con l'ausilio di un buon collegamento in rete e di uno staff decente si può amministrare serenamente anche se si partorisce, e financo se si decide di allattare? Forse perché lì il parto non è visto come qualcosa di inconciliabile con un lavoro leggermente sofisticato? Forse perché il parto non è visto come qualcosa di insolito in una donna, punto e basta?
Chissà.

Comunque la Maristella resterà al suo posto - senza grande fatica, verrebbe da dire, perché fare il ministro come lo fa lei, firmando qualsiasi carta ti mettano sotto gli occhi e comparendo in pubblico ogni tanto per dire qualche sciocchezza di scarsa o nulla attinenza con la realtà della scuola, mi sembra facilmente conciliabile con qualsiasi attività, per quanto impegnativa. Tra l'altro abbiamo avuto anche Presidenti del Consiglio che sparivano a settimane intere per farsi il lifting, senza per questo sognarsi nemmeno lontanamente di dimettersi, anzi senza dare spiegazioni di sorta, nonché ministri di salute decisamente precaria che han tenuto saldamente stretto il dicastero delle Riforme - e dunque sembrerebbe ovvio che un ministro che deve solo partorire resti in carica. Invece c'è chi si preoccupa - c'è sempre chi si preoccupa quando una signora entra in fase riproduttiva, ho scoperto, e viene a spiegarle come dovrebbe fare.
"Signora ministro, auguri. Se lo goda almeno un po', il suo bambino. Tutto, di fronte a lui, può attendere. Non si perda l'inizio di un grande amore" scrive una lettrice accorata dell'Avvenire - dando per scontato che la Maristella, una volta partorito, dirà "levatemi di torno 'sta scocciatura" e abbandonerà la carne della sua carne in qualche Ruota degli Innocenti o - peggio ancora, orrore tra gli orrori - lo affiderà al padre, il quale notoriamente, da Vero Uomo, per il bambino proverà solo fredda indifferenza e non sarà minimamente interessato all'inizio di un grande amore.

Quanto a me, mi auguro sinceramente che ogni bambino nato su questa terra possa d'ora in poi godersi i traumi dell'abbandono e della privazione cui sarà esposto il futuro Maristellino o Maristellina.
Per l'umanità sarebbe decisamente un gran bel progresso.

domenica 8 novembre 2009

Le Regole esistono e vanno rispettate, ovvero la Carica degli Gnu

Gli gnu non migrano a piccoli gruppetti ordinati. No, essi non lo fanno.

Nell'Istituto Comprensivo di Hogsmeade vanno molto di moda i regolamenti. C'è il Regolamento della Scuola e un Regolamento per i singoli plessi, un Regolamento per i coordinatori, uno per i genitori degli alunni e forse uno anche per le mattonelle dell'ingresso; inoltre si insiste sempre molto sulla necessità di rispettare e far rispettare queste regole.
Tuttavia, ogni tanto l'ingranaggio perde colpi.

Prendiamo l'uscita, che per le scuole è sempre un momento piuttosto delicato: secondo i nostri Regolamenti gli alunni devono lasciare ordinatamente la classe e posizionarsi in fila due a due, con davanti quelli che prendono il pullman. Al suono della campana le classi si muovono con ordinata compostezza dietro l'insegnante e si dirigono all'uscita, dove noi insegnanti li congediamo con legittimo sollievo.
Intendiamoci, esistono scuole dove l'uscita avviene in modo ordinato (magari non proprio così tanto ordinato) ma la scuola media di Hogsmeade non è tra queste. In linea di massima, la nostra Uscita ricorda molto la carica degli gnu del Re Leone di Disney - una scena affascinante, senza dubbio, ma non ho notizia che alcun critico cinematografico l'abbia mai definita "ordinata" o "disciplinata".
D'altra parte gli allievi di Hogsmeade non sono stati forgiati con una lega diversa da quella che forma tutti gli altri ragazzi e sono dunque perfettamente in grado di eseguire un'uscita decorosamente ordinata, né più né meno di qualsiasi altra scolaresca. Personalmente sarei più che disposta a imbarcarmi in un tentativo in tal senso, con la ragionevole speranza di uscirne vincitrice senz'altro aiuto che qualche minuto supplementare da passare in classe a placare gli animi e cardare gli indisciplinati. Anzi, l'ho fatto.
"Prof, perdiamo il pulmino!" si alzava il lamento.
"Non c'è problema, andrete a piedi. Fa bene, camminare a piedi" rispondevo con sereno menefreghismo. Infatti, quando mai si è visto un pulmino della scuola che abbandona i ragazzi per partire senza di loro al grido di "Chi c'è, c'è, e chi non c'è so' cazzi sua"? Prima di approdare a Hogsmeade ho insegnato in quattro diversi comuni della provincia, e gli unici ragazzi appiedati che ho visto all'uscita erano il risultato di fraintendimenti con le famiglie, mai effetto della fretta degli autisti.

A quanto pare, a Hogsmeade le cose stanno diversamente, e dopo aver visto più volte ragazzi sconfortati telefonare all'uscita alle famiglie ho dovuto prendere atto atto che il problema esisteva.
Ora, se fossi un genitore e la mia prole restasse a piedi e digiuna solo perché all'autista comunale stava fatica aspettare due minuti, dopo il mio passaggio sia la Scuola che il Comune sarebbero ridotti a pochi muri sbocconcellati. Se fossi un DS e i miei allievi venissero lasciati a piedi per pura negligenza, dopo il mio intervento l'autista comunale servirebbe al massimo come hamburger da panini. Ma a Hogsmeade sia i genitori che la Preside sembrano accettare la situazione con sereno fatalismo, tanto che l'unico intervento sulla questione è stato... istituire una campana cinque minuti prima dell'uscita per dar modo a tutti di prepararsi.

Paese che vai, usanze che trovi. Dal canto mio l'Uscita Ordinata con i ragazzi che sfilavano a due a due dietro di me mi sembrava piuttosto ridicola e l'ho accantonata di buon grado. La carica degli gnu non mi entusiasma, anche perché la mia classe deve fare tre rampe piuttosto strette - ma ho rispolverato la mia vecchia abitudine di seguirli anziché precederli, sorvegliandoli dall'alto. Il risultato non è proprio il massimo dell'ordine e tanto meno della disciplina, ma non si presenta nemmeno improponibile.
Insomma, un'uscita come tante.

venerdì 6 novembre 2009

Storia di Calimero


Prendo spunto dal racconto di Cautelosa per ricordare il mio Claudio personale - anzi il mio Calimero personale.

Non era un ragazzino particolarmente piccolo e nessuno ce l'aveva con lui, né compagni né insegnanti: anche lui però viveva la scuola con un senso di assoluta inadeguatezza: in effetti era inadeguato.
Era mortalmente ansioso, per ogni cosa. La classe era un po' vivace ma accogliente, la maggior parte degli insegnanti adattabili e gentili, ma lui era sempre preoccupatissimo di non avere la situazione sotto controllo (anche perché ovviamente non l'aveva).
"Ha subito qualche trauma di recente?" chiesi alla madre "Tipo trovarsi bloccato in una casa in fiamme".
No, mi assicurò la madre. Era ansioso per natura. Molto ansioso.
Studiava tanto, a pomeriggi interi. Lo diceva la mamma (un po' sconsolata. Anche lei "stava rifacendo le medie", in effetti) e dunque ci credevo; e poi aveva sempre i compiti fatti - a volte male, a volte bene. Amici, zero. Gli piaceva (scoprii dai temi) stare alle stazioni, guardare i treni, prenderli. Conosceva tutte le stazioni della zona e tutti i tipi di treni. Altri divertimenti non ci risultavano.
Matematica osservò che se gli si dava tempo veniva a capo delle espressioni, di solito; anche con gli esercizi di grammatica non se la passava male - avevo sempre cura di fargli fare la frase per quinto o sesto, quando ormai il meccanismo era abbastanza chiaro, ma insomma la faceva. Era abbastanza inchiodato a certi errori di ortografia, tipo le H, ma se per questo anche mezza classe.
Nei temi si perdeva, senza speranza. Come primo compito in classe diedi una traccia sul passaggio tra elementari e medie, molto fiera di aver trovato un argomento su cui tutti, ma proprio tutti avrebbero avuto un sacco di cose da dire. Lui mi raccontò di una gita fatta in treno a Firenze con i genitori dove non c'era l'ombra di un riferimento alla scuola.
Per la prima volta in vita mia diedi un Non Sufficiente per "fuori tema": le mie tracce sono scatole talmente larghe che andare fuori tema è praticamente impossibile, e ammetto sempre ogni tipo di interpretazione possibile del titolo - lui però era proprio andato fuori tema; d'altra parte era un lavoro insufficiente, da qualsiasi parte lo guardasse e nonostante tutta la mia ferma intenzione di non scoraggiarlo; almeno, dando la colpa al "fuori tema" evitavo di soffermarmi sul resto, che era abbastanza agghiacciante.
Comunque anche nel secondo e terzo tema mi parlò di gite a Firenze (in treno) con i genitori. In compenso nelle prove di comprensione del testo era un disastro.
Mi guardavo bene dall'interrogarlo a storia e geografia. Gli facevo leggere ogni tanto gli esercizi, che a volte funzionavano e a volte no. Leggeva peggio di certi allievi dislessici, con un tono monocorde che faceva seriamente dubitare della sua appartenenza al genere umano.
Il vero problema però era che non dava segni di miglioramento né nella lettura né in qualsivoglia altro ramo dello scibile.
Non aveva amici ma nemmeno nemici. Aveva rintuzzato senza problemi il paio di tentativi del Teppista di prenderlo in giro - tentativi che, a quel che so, il resto della classe non aveva fatto niente per appoggiare. Gli altri lo prendevano così com'era, qualcuno anche mostrandosi molto amichevole.
Si parlò di certificarlo. Quell'anno, a quanto ci dissero, le certificazioni erano diventate più difficili, ma si poteva tentare. I genitori sospirarono, la madre pianse ma infine accettarono. Per un qualche intralcio burocratico però la cosa finì in nulla. D'altra parte anche noi insegnanti non eravamo convinti al cento per cento: qualche ora di sostegno gli avrebbe fatto certo comodo, ma i vantaggi sarebbero bastati a compensare il dispiacere e l'umiliazione per lui? Perché - e questo era chiaro - era perfettamente consapevole che qualcosa non andava, pur non riuscendo a fare nulla per porvi rimedio. Questo, ovviamente, peggiorava i sensi di colpa striscianti che buona parte di noi sentiva nei suoi confronti - e d'altra parte anche noi insegnanti saremmo stati ben lieti di migliorare la situazione se solo avessimo avuto idea di come farlo.
Discutemmo a lungo se bocciarlo o no. Per tutto l'anno a ogni consiglio si ripeté la stessa discussione:
"Se lo fermiamo si scoraggerà definitivamente e ne concluderà che è inutile impegnarsi, tanto non serve a niente".
"Come facciamo a non fermarlo, visto che non è andato avanti di un centimetro?".
"Appunto, se non è andato avanti è inutile fargli ripetere la prima. Tra l'altro perderebbe i compagni, con cui si trova abbastanza bene".
"Ma che cosa ci facciamo con Calimero l'anno prossimo in seconda? Sarà peggio di un pesce fuor d'acqua".
"Ma è già un pesce fuor d'acqua anche adesso!".
Siccome entrambe le posizioni avevano le loro ragioni, non sapevamo letteralmente che pesci prendere e continuavamo a rimpallarci gli stessi argomenti consiglio dopo consiglio. Calimero era bloccato peggio di un mulo, ma anche noi non scherzavamo.
Finché Matematica ebbe un'ispirazione:
"Noi non sappiamo come saranno le prossime prime. Nella classe dov'è adesso Calimero si è ambientato, magari in un'altra prima si troverebbe male. Se lo fermiamo l'anno prossimo invece sapremo almeno dove andiamo a metterlo".
Appoggiammo tutti il suo punto di vista con sollievo e riconoscenza: era un argomento, qualcosa a cui attaccarsi. E aveva una sua validità. Passammo Calimero in seconda - con qualche perplessità, ma lo passammo.

La storia è a lieto fine; perché, qualsiasi cosa sia successa durante l'estate, l'anno seguente Calimero mise foglie e fiori. Certo, non diventò mai la punta di diamante della classe e il suo inglese agghiacciò sempre ognuna delle tre insegnanti che cambiò, ma nelle altre materie cominciò a migliorare. Smise di fare temi sulle gite in treno a Firenze con i suoi e cominciò a svolgere le tracce assegnate (ricordandosi, per giunta, di mettere le H al posto giusto). Leggeva decorosamente. Alzava la mano per rispondere alle domande. Parlava con i compagni, talvolta ci usciva persino insieme. Addirittura (oh, gioia!) dovevamo riprenderlo perché chiacchierava; ci spingemmo perfino a minacciarlo di una nota sul diario (un paio di volte gliela mettemmo davvero, con grande sollievo della madre). Ci attentammo a interrogarlo, e dopo le prime lezioni ripetute a memoria lo vedemmo perfino, in qualche occasione, seguire un suo personale ragionamento.
Insomma, andava avanti. Con i suoi tempi, a obbiettivi magari un po' ridotti ma andava avanti. Per quanto terrorizzato, ci fece perfino un colloquio decente all'esame.
Lo passammo con grande soddisfazione collettiva. Al nostro consiglio di classe (di cui ero parte integrante) ritengo vada riconosciuto un grande merito, spesso l'unico che un Consiglio di Classe può riconoscersi, malgrado la migliore buona volontà del mondo: quello di non aver peggiorato le cose.
Il resto è nelle mani di forze imperscrutabili - ovvero, dei ragazzi stessi.

sabato 31 ottobre 2009

Chi vi credete che noi siam / per i capelli che portiam



In classe, tra tanti rispettabili fanciulli che pur di non applicarsi agli studi volentieri scalerebbero l'Everest a mani nude e in T-shirt di cotone, ne ho uno che si distingue in particolar modo: l'Assenteista.
Costui è un ragazzo assai alto e ben fatto, piuttosto gentile, fornito da Madre Natura di un cervello singolarmente adatto agli studi ma di cui nessuno ha mai avuto notizia che abbia studiato in qualche modo. E' altresì provvisto di una madre prontissima a dire tutto e il contrario di tutto pur di appoggiarlo e ad attaccare la scuola in qualsivoglia modo possa tornare utile alla sua prole pur giurando di non spalleggiarlo né coprirlo. Un caso, insomma, non molto insolito.
Questo bel ragazzo venne promosso dalla prima alla seconda perché provvisto di un cognome che iniziava con una delle ultime lettere dell'alfabeto: quando arrivarono a lui, la quota di quattro-e-non-più-di-quattro ragazzi da segare era già stata raggiunta nella sua classe e così non se ne fece di niente (il che non sarebbe successo se sua madre avesse scelto di accompagnarsi o attribuire la prole a qualche Arimi o Abbagnale. Ma tu guarda i casi della vita). Alla fine della seconda però, vuoi perché le cose si erano spinte troppo oltre, vuoi perché i ragazzi i cui cognomi iniziavano con le lettere B, C, F e L non avevano mostrato particolari carenze scolastiche, fu deciso di fargli ripetere l'anno e di infilarlo nella mia futura classe.

Beh, non è un alunno di quelli che disturba, almeno quando non c'è - e si dà il caso che molto spesso non ci sia e che raramente porti giustificazioni. Appunto per questo qualche giorno fa sono andata in presidenza con un bello specchietto che riportava numero delle assenze e assenze ingiustificate. La Preside ha convenuto che non era cosa, ha parlato con madre e figlio (ignoro se esista anche un padre e qual peso abbia, eventualmente, negli equilibri familiari. Non altissimo, sembrerebbe di capire), poi mi ha riferito.
Stando alle sue parole, la ramanzina è iniziata con un invito per l'Assenteista a tagliarsi i capelli "che è un anno e mezzo che te lo dico!".
"I capelli?" ho strabiliato "E perché?".
I capelli dell'Assenteista sono tanti, un po' cespugliosi, di un bel castano dorato. Checché ne dica la Preside, non sono particolarmente lunghi anche se sulla sinistra porta l'inevitabile ciuffo che tanto usa in questi anni. Ma la Preside si lancia in una filippica contro quei capelli, che coprono i begli occhi e gli impediscono di vedere (seeee!), e lui starebbe molto meglio senza quel ciuffo...
A questo punto è toccato alla Preside beccarsi una ramanzina, da me: che uno porta i capelli come gli pare, che l'occhio sinistro coperto è una moda come tante e certo non possono essere le donne, che arrivano a perversioni come i tacchi a spillo pur di seguire la moda, a poter criticare, che personalmente preferivo gli uomini con i capelli lunghi e che non sperasse di vedermi muovere la punta di un dito per una crociata del genere - soprattutto, che sinceramente il problema non mi sembrava quello.
La Preside mi ha visto talmente infervorata che, applicando il principio che i pazzi non vanno mai contraddetti, ha prontamente ripiegato su tematiche più banali quali il controllo delle assenze e dei compiti del fanciullo oggetto dei nostri discorsi - argomenti su cui mi ha trovato ben più disposta a seguirla.

E poi sono rimasta in Sala Professori a riflettere sui massimi sistemi.
Premesso che sull'argomento capelli&acconciature maschili direi che le parole definitive sono state scritte e cantate da Niccolò Fabi, e che il mio ideale in materia sono i Cavalieri dello Zodiaco - ma questi, in fine, sono affari miei; premesso questo, dunque, mi piacerebbe tanto capire perché noi insegnanti (e DS, che in fondo sono insegnanti diversamente riciclati) amiamo tanto prenderci in giro da soli, salvo poi meravigliarsi se lo fanno anche i ministri.
Perché c'è il fatto che qualsiasi alunno di scuola materna, elementare e media è protetto dalla Costituzione dei nostri padri che sancisce (sia pure tra le righe) il diritto di ognuno di tenersi i capelli come accidente gli pare purché si ricordi di lavarli a scadenze regolari. Posso disapprovare in cuor mio creste, gel, teste rasate, capelli a spazzola e capelli troppo appiattiti sulla testa, ma non una parola sull'argomento uscirà dalle mie labbra, nemmeno davanti alla minaccia delle tenaglie arroventate. Nella vita civile ci vuole un po' di sopportazione reciproca, o non si arriva da nessuna parte.
Nel caso degli adolescenti, occorre poi ricordare che le cose spiacevoli che la scuola gli impone sono veramente un buon numero. Tra queste, nessun tribunale ci darà ragione se ci impuntiamo su un taglio di capelli rispetto a un altro - e, nonostante molti degli ultimi governi abbiano fatto veramente del loro meglio per confondere le idee alle nuove generazioni in tema di legalità, questo i ragazzi oggi lo sanno, e lo sanno anche i Dirigenti Scolastici, perché nessun regolamento scolastico porta articoli precisi in merito a pettinature, trucco e abbigliamento - al massimo qualche generico accenno al fatto che gli alunni devono essere puliti, in ordine e vestiti in modo decente e congruo all'ambiente. Quando obbediscono ai nostri strampalati ordini di togliersi berretti e orecchini, non venire truccati o tenere i capelli raccolti (sì, qualche insegnante pretende anche questo) i ragazzi lo fanno solo per buon cuore nei nostri confronti e in segno di buona volontà, non perché costretti - e ne sono consapevoli. Così come sono consapevoli del fatto che, qualora decidessero di impuntarsi, l'insegnante con mire tiranniche dovrebbe abbandonare l'arena ignobilmente sconfitto per ripiegare sui più consueti terreni della valutazione della sua materia.
Ora, l'Assenteista ha probabilmente buon cuore almeno quanto la media dell'umanità, ma di buona volontà nei confronti della scuola ne ha dimostrata veramente pochina fino a questo momento, stante che anche per averlo presente dobbiamo andiamo a cercarcelo con tanto di canna da pesca e sale da buttargli sulla coda perché non scappi. Ha senso chiedergli un sacrificio personale di una certa entità ai suoi occhi (visto che in un anno e mezzo si è ben guardato dal compierlo) per qualcosa di cui non gli frega niente e che per giunta sul piano scolastico non migliorerebbe di un solo capello (!) la sua preparazione? Insomma, vale la pena istigare il già fiorentissimo senso di ribellione che le creaturine sentono in quest'età per qualcosa che non dovrebbe farci né caldo né freddo, al di là delle preferenze estetiche che noi insegnanti, come tutti i mortali, abbiamo?

Ma anche: da quando in qua si studia con i capelli? Possibile che, pronti come siamo a spiegare alle nostre classi che devono mostrarsi aperti e disponibili verso l'Altro e il Diverso, senza generalizzare e senza rifugiarsi in facili stereotipi (anche e soprattutto in virtù dei nostri saggi insegnamenti, come ci ammoniva una delle tante direttive programmatiche della Moratti), insomma, possibile che proprio noi poi siamo incapaci di vedere al di là di qualche ciocca e invece di valutare l'alunno valutiamo il suo coiffeur?

Unguento, mi' unguento, portami più che 'l vento!



domenica 25 ottobre 2009

Vale la pena










Mi han premiato. O meglio nominato. Insomma, quella roba lì della catena dei premi.
In verità a suo tempo avevo stabilito in cuor mio che in caso di premi avrei ringraziato con bel garbo e lasciato perdere la cosa (come poi ho fatto). Ma questo premio è carino, perché ha gli occhi azzurri e a me l'azzurro piace, e poi perché oggi è una giornata particolare; quindi oltre a ringraziare La Prof (no, non c'è il link. No, non è un errore, solo che di recente si è occultata e anzi se riemergesse alla luce IMHO farebbe cosa buona e giusta) e Cautelosa che me l'hanno assegnato e ad apprezzare particolarmente che tale premio venga da due dei miei blog preferiti ho deciso di passarlo a qualcuno - non tanti quanto potrei, giusto due gatti più una Refrattaria, ovvero Milady, che i premi non li prende e non li passa, rassicurandola che non è tenuta a fare niente né ad occuparsi minimamente della cosa perché il premio le è stato conferito sapendo perfettamente che lei non avrebbe allungato la catena, solo come esortazione in considerazione del periodo... diciamo particolare... che sta attraversando dal punto di vista professionale. Perché, come lei sa bene, nonostante tutto "ne vale la pena".
Inoltre potrei - anzi, posso senz'altro - aggiungere al gruppo anche la quinta insegnante di lettere delle medie, LaNoisette, che però era già stata premiata dalla Prof e quindi la cosa lascia un po' il tempo che trova.

Ma veniamo ai due gatti: quando aprii il presente blog stabilii che esso blog avrebbe trattato di scuola, solo di scuola, sempre e unicamente di scuola o di ciò che alla scuola poteva in qualche modo afferire, ad esempio la mia vita interiore.
Così anche i blog che segnalo nel Blogroll sono legati alla scuola media - mentre ce ne sono tanti altri altri che seguo, regolarmente o occasionalmente, ma che lì non risultano.

Poi c'è l'eccezione, ovvero il blog tra i blog, il mio blog preferito tra tutti i preferiti, il miglior blog che abbia mai trovato in rete.
Non si parla mai di scuola ma è un tale capolavoro letterario, linguistico, sociale, politico e soprattutto felino che trovare parole adeguate per lodarlo è praticamente impossibile. Il meraviglioso blog polifonico di Esserino e Balena e del variegato clan che ruota attorno a questi splendidi gattoni (compreso il terzo gatto, Ito, che però non scrive) è un ricco banchetto dove i piatti sono sempre diversi ma, ognuno nel suo specifico modo, sempre altamente gustosi e nutrienti e assai pregevolmente decorati.
Il particolarissimo gattese di Balena unito al più classico gattesco di Esserino sono mirabilmente integrati da voci umane di varia provenienza geografica - e le foto dei due autori principali conferiscono al tutto una fiera e impareggiabile bellezza e quel senso di felina felinità che impreziosisce tutto quel che tocca, vuoi con la zampa, vuoi con la coda.
Con i migliori auguri a entrambi, e pure al resto del clan.

Fasce di Van Allen e fasce di reperibilità



La classe insegnante è assai fascistizzata: abbiamo le fasce delle Graduatorie ad Esaurimento e le fasce delle Graduatorie di Istituto (dove la Prima Fascia corrisponde alle Prime Tre Fasce delle Graduatorie ad Esaurimento, e ogni volta farlo capire ai nuovo ATA o ai docenti di primo pelo è affare davvero complesso, poveretti). Poi ci sono le fasce (dette anche fascie, talvolta) di livello degli allievi, da compilare ogni anno. Infine abbiamo le fasce di reperibilità per la visita fiscale quando siamo in malattia. Queste ultime le condividiamo con tutti i lavoratori dipendenti.
Qualche tempo fa, mi sembra nel Giugno 2009, il ministro Brunetta decise di porre un freno allo smodato assenteismo dei lavoratori pubblici mediante un prelievo in busta paga per i primi dieci giorni ai fortunati che avrebbero potuto darsi agli ozi grazie a qualche malattia e allargando assai le fasce di reperibilità che occupavano quindi undici ore al giorno invece delle precedenti quattro.
Il provvedimento, a forte rischio di incostituzionalità perché discriminava i lavoratori statali rispetto a quelli pubblici, portò, stando a Brunetta, a un forte calo delle assenze per malattia. Ogni mese i giornali riportavano trionfalistiche dichiarazioni del Ministro che spiegava che le assenze erano in calo del 20 o del 30 per cento, indipendentemente dalla stagione o dai picchi influenzali. Non ho mai letto uno di quegli articoli, ma mi sembra di ricordare che le uniche cifre riportate fossero appunto le percentuali. I dati non contenevano mai una cifra che fosse una - anche perché, se a Ottobre fai 'ste grandiose dichiarazioni sulle cifre di Settembre, potresti pure incontrare qualche difficoltà a citarle, queste cifre, visto che i dati precisi arrivano a distanza di qualche mese.
In sostanza ci hanno spiegato per un anno di fila che grazie alla nuova legge l'assenteismo si riduceva ogni mese del venti per cento ma non abbiamo visto un numero, né gli ammalati complessivi degli anni precedenti, né la loro divisione per regioni, enti o Ministeri, né la durata media delle malattie, men che meno la quantità di visite fiscali (che, almeno nella scuola, essendo a carico della medesima ed essendo le suddette scuole già l'anno scorso con le tradizionali pezze al culo, erano state assai più rare di quanto proclamato) del passato e del presente.
A Giugno il governo ha ridotto le fasce di reperibilità e (sembra, ma non è così sicuro) anche le trattenute economiche per malattia - forse perché qualche costituzionalista ha provato a schiarigli le idee. MA, ci racconta adesso il Ministro Brunetta,in Agosto e in Settembre improvvisamente le assenze per malattia sono aumentate - anche se, certamente, in Agosto gli insegnanti dovrebbero aver avuto ben poco a che farci. Secondo le sue stime. Di nuovo, niente cifre manco a chiederle in ginocchio tendendo il piattino per l'elemosina.
E allora, visto che i dipendenti statali sono cattivi e se provi a dargli un dito ti prendono il braccio (e lo nascondono nel muschio, immagino) Brunetta promette che tornerà alle fasce orarie più lunghe, quando l'assenteismo calava ogni mese del 20 per cento, e che ha fatto preparare una legge ad hoc per poter fare in ogni momento una legge ad hoc - salvo poi farsela annullare dalla Consulta o dal Consiglio di Stato, come è diventata abitudine di questo governo da qualche tempo non solo per le disposizioni legate al mondo della scuola.

Perché ho fatto questo post?
Non perché sia particolarmente interessata alle fasce di reperibilità o alla visita fiscale (un po' di più alla ritenuta in busta paga, ma parrebbe di capire che non la rimetteranno) anche se naturalmente firmerò tutte le petizioni del caso e contribuirò ai ricorsi etc. etc.
Quello che ci tenevo a sottolineare è che da quando si è insediato il Governo continua a sparare gran copia di percentuali senza mai dare un numero preciso nemmeno per sbaglio, proprio come faceva il precedente governo guidato da questa coalizione durante la legislazione 2001-2006, accompagnate ogni tanto da qualche numero bello rotondo e del tutto inattendibile, e che questa regola vale in particolar modo per il Ministero dell'Istruzione e per i reati commessi dai rumeni.
Signori Ministri, non sono una persona molto intelligente e lo so. Non per questo sono disposta a credervi immediatamente quando cercate di spiegarmi (con l'aiuto di un paio di cifre sparate a caso) che Gesù è morto di paura per aver visto il Fantasma Formaggino.
Signori Ministri, se mi azzardassi a spiegare in classe preparandomi come voi vi preparate con le vostre tabelle inventate sul momento, anche gli scolari più disattenti e disinteressati mi prenderebbero a pomodorate. Giustamente.

sabato 17 ottobre 2009

Sull'enorme utilità di avere una LIM in classe.


Una mattina di tre settimane fa, mentre preparavo libri e quaderni e fotocopie prima di entrare in classe, la VicePreside informa me e la coordinatrice di un'altra seconda che quel giorno avrebbero montato le nostre LIM.
Apprendo così che nella mia classe ci sarà una LIM, ovvero Lavagna Elettronica, cosa di cui fino a quel momento non avevo avuto il minimo sentore. La mia collega versa nella mia stessa condizione e anche la VicePreside lascia capire che la cosa è cascata alquanto sul collo anche a lei e che i criteri che hanno portato alla scelta delle nostre seconde sono stati alquanto improvvisati.
La mattinata passa, il gruppo incaricato di montare la LIM arriva.
Sorvolerò sull'effervescenza della mia classe, sull'invidia delle altre, sulle notevoli difficoltà a occuparsi con loro di un argormento che non fosse la LIM, sulla benefica campana di fine lezione che libera me e loro da una mattinata che potremmo definire "inconcludente" così come potremmo definire "positivo" l'atteggiamento dei tifosi italiani verso l'ultima vittoria ai mondiali.
La verità si fa strada un po' alla volta.
Non abbiamo banda larga, a scuola. Nemmeno banda stretta né, in effetti, alcun tipo di banda o di connessione internet. In effetti non c'è nemmeno la presa elettrica per attaccare la spina della LIM.
La LIM sta lì, un pannello bianco alle mie spalle, un groviglio di fili e spine non allacciati in basso, una specie di grossa staffa sulla mia testa (incombe minacciosa? Oh sì, incombe in modo estremamente minaccioso), del tutto inutilizzabile.
Ma scusate quand'è che...
Mi hanno risposto che prima va fatto il corso per imparare a usarla.
Io il corso l'ho già fatto a St. Mary Mead, garantisco, e comunque non mi serve corso, la userei quasi soltanto come maxi schermo collegato a internet.
Mi assicurano che il collegamento a internet dovrebbe arrivare la settimana prossima.
(In effetti sono due settimane che gli hanno detto che dovrebbe arrivare la settimana prossima. E del resto il tempo è un concetto relativo, ormai lo sappiamo anche noi occidentali).
I ragazzi la guardano frustrati. Io no,perché le volto le spalle.
"Professoressa, ma non potremmo prendere una prolunga e accenderla?".
"No, perché questa senza telecomando non si accende. Non ci sono tasti, vedete. Quella su cui ho fatto il corso aveva i pulsanti su una barra sotto lo schermo. E adesso, se non vi spiace, torniamo agli ordini mendicanti".

Marystar, non è che le lavagne potevi mandarle alle scuole che hanno già la banda larga, così magari venivano utilizzate in qualche modo?
Marystar, non è che oltre alla lavagna ci potevi mandare anche due saponette e un paio di confezioni di carta igienica?

domenica 11 ottobre 2009

Solidarietà femminile


Tra le tante caratteristiche che rendono il nostro amato paese una continua fonte di spunti per l'opinione pubblica internazionale c'è anche un Presidente del Consiglio che ha finalmente restituito alla parola "maschilismo" il suo giusto valore e che si distingue in particolar modo per i criteri e le modalità con cui sceglie i ministri del suo governo.
Molto è stato detto sui criteri da lui impiegati per scegliere i due Ministri delle Pari Opportunità e dell'Istruzione. Tali voci, sempre smentite dai diretti interessati, sono state da molti ritenute credibili per la notevole incompetenza mista ad un'altrettanto notevole straccuraggine mostrata dal ministro Gelmini nella gestione del suo Ministero.

Di recente il Presidente del Consiglio si è esibito in un'ennesima sortita indirizzata ad una deputata dell'opposizione: in un contesto in cui l'osservazione non c'entrava nulla, ha osservato che tale deputata era "più bella che intelligente" - che è un modo come un altro per non rispondere all'osservazione della deputata in questione, solo più maleducato dei molti modi da lui solitamente impiegati, perché la bellezza di una deputata non dovrebbe essere argomento su cui questionare in un dibattito politico.

L'affaire ha avuto un seguito altrettanto patetico e degno in tutto e per tutto del Ministro dell'Istruzione che ci ritroviamo: la deputata Livia Turco, capogruppo del Pd in commissione Affari sociali della Camera, ha chiamato in causa le ministre del governo Berlusconi, Carfagna, Gelmini, Meloni e Prestigiacomo, affermando che "Dopo le offese del premier all'onorevole Bindi durante la trasmissione di Porta a Porta, è ancor più grave il silenzio delle donne della destra". Mentre Giorgia Meloni ha dichiarato "Mi spiace che il premier abbia detto quella frase", il ministro Mariastella Gelmini, invece, ai margini di un incontro del Pdl a Brescia, non ha dimostrato alcuna intenzione di esprimere solidarietà a Rosy Bindi: "Alla Bindi non esprimo certo solidarietà - dice senza mezze misure il ministro dell'istruzione - visto che quando su di me Repubblica e l'Espresso hanno scritto cose terribili che non ledevano la mia intelligenza, ma la mia onorabilità di donna, non ho ricevuto alcun attestato di solidarietà dalla Bindi. Né l'ha ricevuto il ministro Carfagna.""La battuta di cui si parla non era poi così grave - ha proseguito la Gelmini rincarando la dose - e la Bindi non dia lezioni perché è fuori dalla storia".

Scopriamo dunque con sorpresa che il ministro Gelmini è convinto, dopo un anno di gestione del suo Ministero, di avere ancora un'onorabilità di un qualsiasi tipo da difendere.

In effetti ha un senso che il Ministro Gelmini si rifiuti decisamente di attaccare l'unico uomo sulla faccia della terra disponibile a darle un ministero o un pubblico incarico - così come ha un senso che il Ministro Meloni, che vive politicamente di vita propria, si possa invece permettere opinioni personali.


Moderne maniere per lo insegnamento della istoria

Clio, la Musa della Storia, reduce da una visita nella mia attuale scuola

Ai tempi in cui andavo a scuola in qualità di allieva l'unica tecnica riconosciuta per studiare storia era studiarla, sin dalle elementari.
Col tempo sono arrivati gli obbiettivi ridotti & semplificati per ragazzi con difficoltà di apprendimento e stranieri - anche quelli comunque legati a un'interrogazione, per quanto addomesticata, e a un qualche tipo di studio, mnemonico o meno.
Sono arrivate però anche alcune... come dire... tecniche alternative, di cui ho appreso l'esistenza solo di straforo quando sono tornata a scuola dall'altra parte della barricata.
Prima tecnica: lettura del libro in classe.
Che, certamente, ha i suoi lati positivi: ad esempio se hai un libro un po' complesso da usare, oppure scritto in uno storichese troppo stretto. All'inizio di certe prime dall'apparenza un po' debole (che poi magari col tempo diventeranno classi di fulmini di guerra) in tanti ci siamo messi a leggere con la classe. Un po' si legge, un po' si spiega, un po' si amplia, la volta dopo si fa qualche domanda... insomma, un viaggio un po' addolcito verso la meta finale - che è sempre quella dell'interrogazione.
L'altra tecnica è quella della Sottolineatura: l'insegnante ti dice cosa sottolineare o evidenziare.
Beh, forse per le prime una-due lezioni si può anche fare; magari ricordando che la sottolineatura è atto individuale, perché non per tutti sono difficili da ricordare o sconosciute le stesse cose - quindi che sia l'insegnante a dire cosa sottolineare non mi sembra abbia molto senso. Inoltre ogni libro oggi ha parole in neretto, parole in corsivo, richiami ai lati, se ci aggiungi anche sottolineature e evidenziazioni finisce che tutto è evidenziato e quindi niente più salta all'occhio; senza contare l'antico detto sapienziale che ci ricorda come "la sottolineatura è inversamente proporzionale alla comprensione del testo".
Bene, l'insegnante legge, poi l'insegnante spiega, poi l'insegnante dice dove sottolineare e quali sono i concetti essenziali.
L'apporto dell'allievo consiste nel trasportare il libro da casa a scuola.
Un po' poco, per una giovane mente in divenire.
Dice "Ah, ma tutto questo è finalizzato a semplificargli lo studio a casa".
Sorvoliamo sul fatto che lo studio non sempre si lascia semplificare, che comunque rischia di diventare un banale esercizio mnemonico e allora tanto vale fargli mandare a memoria le formazioni della Nazionale di calcio degli ultimi mondiali o l'Infinito di Leopardi, che almeno è una bella poesia; ma il punto è che spesso NON si pretende che a casa la creaturina studi storia. Coloro non vengono interrogati. A fine quadrimestre si fa una verifica scritta su un capitolo, magari a casa, e su quello si dà il voto.
In prima, in seconda... sì, e pure in terza.

Di classi abituate a lavorare in questo modo ne ho trovate quattro - una percentuale un po' alta, oso dire.
Il caso più eclatante rimane una terza formata nella sua quasi totalità di stronzi calzati e vestiti - ragazzi capacissimi di avvelenare al minimo tocco un'intera famiglia di crotali, ma molto, molto intelligenti. Non ho idea del motivo per cui la titolare li tenesse a questo regime di farinata e biscottini solubili quando sarebbero stati perfettamente in grado di studiare su manuali delle superiori e in più mangiarci in insalata tutti quanti. Per mia buona sorte la supplenza durò solo dieci giorni, al termine dei quali mi guardai bene dall'interessarmi della loro sorte.
L'anno prima mi ero invece ritrovata a Gennaio in una graziosa seconda, un po' affollata ma simpatica. Chi aveva insegnato prima di me non aveva mai interrogato perché "il programma di storia di seconda era difficile".
Spiegai con garbo che il programma di storia di seconda media era calibrato per i ragazzi della seconda media, e che tutte le altre seconde del regno studiavano quello stesso identico programma, poi chiesi se qualcuno si voleva attentare a ridirmi l'ultimo capitolo. Ci provò la prima della classe, con esiti discreti.
Non vi fu pianto né stridor di denti. Nessuno protestò o si lamentò, tutti si misero a studiare storia e tutti si fecero le loro brave interrogazioni con esiti più che rispettabili. In realtà storia gli piaceva e la studiavano volentieri. Gli piaceva un po' tutto, ricordo, e non solo di Lettere. Una classe molto disponibile.

Poi c'è la mia attuale seconda. Ragazzi vivaci (oh quanto vivaci!) e intelligenti, ma del tutto allergici allo studio. Storia non gli dispiace, ascoltano volentieri le mie rutilanti spiegazioni ricche di effetti speciali, aneddoti avvincenti e risvolti sconosciuti ai più - ma il fatto che la sera prima di una lezione di storia dovrebbero dare una scorsa al testo (piuttosto chiaro e ben fatto) dei paragrafi assegnati del libro ed essere in grado di riferirmelo a grandi linee la mattina seguente non ha ancora attecchito. Se chiamati, una buona parte di loro mi guarda con doloroso stupore, poi prova la solita serie "Non sapevo che fosse da studiare, non sapevo che oggi ci fosse storia, non l'ho scritto sul diario, ho chiamato il tale ma non mi ha detto che c'era da fare questo". Dopo un mese il muro mostra qualche crepa, qualche lieve segno di cedimento, ma ancora nessun crollo strutturale; intanto la collana dei Non Preparati si allunga ad ogni lezione.

Infine c'è la Terza, dove faccio approfondimento. La titolare mi ha chiesto di dedicarmi a storia perché la classe non sembra riuscire a venirne a capo "Vediamo se sentendola da due campane gli entra meglio in testa".
Così mi rivolgo alla classe con un bel sorriso materno (andiamo molto d'accordo): "Orsù, ragazzi, apritemi il vostro cuore. Qual è il problema? Forse il metodo di spiegazione della professoressa....".
Interviene un dolce fanciulla "La professoressa non ci legge il libro!" si lamenta, col tono del bambino cui hanno appena sventrato a spregio il pelouche preferito.
Brusio di assenso della classe: sì, è quello il problema.
Mostro grande stupore "Ma via, siete in terza, nessuno legge il libro in classe in una terza! Si suppone che siate in grado di farlo da soli. Vi hanno insegnato a leggere in prima elementare, immagino...".
Mi guardano dolorosamente sorpresi. Sviolino su una serie di corde: la loro intelligenza e maturità, la preparazione che ci si aspetterà da loro l'anno prossimo, il fatto che nessuna terza media legge storia in classe (che non è nemmeno vero, purtroppo, ma non mi sembra il momento di servire troppo devotamente la Verità). La classe, un po' più rassegnata, si lascia deviare verso Napoleone, argomento già dissodato in abbondanza dalla titolare.
"Per cosa è famoso soprattutto Napoleone?" chiedo. E' una domanda a più risposte. Sarei propensa a partire dal Codice, ma non è un obbligo.
"Perché è morto su un'isola".
"Ehm. Beh, volendo anche per questo. Ma come mai ci era finito su quell'isola?".
"..."
"Altri motivi per la fama di Napoleone?".
"Perché aveva sposato una donna molto famosa".
"Perché ha conquistato l'Italia".
"Perché è stato il primo ad andare in Russia".
"Perché è stato avvelenato".
"Perché dormiva pochissimo".
Ascoltate le risposte, decido di partire comunque dal Codice (sul libro c'è una bella scheda in merito); nel frattempo mi rallegro in cuor mio di essere solo l'insegnante di Approfondimento, che non è obbligata a mettere voti...

mercoledì 23 settembre 2009

Qual regina dall'alto soglio, col "posso" e "voglio" farsi ubbidir

La Giustizia amministra i suoi compiti con severità, equità... e qualche bambino tra i piedi; più o meno come noi, insomma

Un caro amico, che per un paio d'anni prima di diventare ricercatore insegnò in un collegio svizzero, mi confidò una volta che cercava di evitare di usare la cosiddetta "autorità" in quanto nell'esercitarla si sentiva alquanto ridicolo. All'epoca per me l'insegnamento era ancora una questione che riguardava gli altri ma compresi benissimo cosa intendeva dire e non esitai a dichiararmi assolutamente d'accordo. E quando mi sono ritrovata dall'altra parte della cattedra, con il registro dalla parte del manico, ho continuato ad essere totalmente e incondizionatamente d'accordo.
Di norma cerco di scansare la cosa il più possibile - ad esempio limitando al minimo dei minimi la cosiddetta disciplina in classe. Qualche volta però mi tocca, volere o volare.

Qualche giorno fa avevo la prima uscita alla sesta ora con la mia seconda. Visto che avevamo finito la lezione con leggero anticipo (anche perché avevo manovrato a questo nobile scopo) e che era la prima settimana a orario pieno, povere stelle, ho fatto quel che faccio - voglio dire, che farei - abbastanza spesso, ovvero portarli nell'atrio un minuto o due prima del suono della campana. Certo, a St. Mary Mead avevo una classe di baronetti inglesi con cui la cosa, quando si presentava il caso, è stata possibile sin dalla prima senza creare problemi a nessuno. Certo, mi avevano avvisato che questa classe aveva dei rapporti interni piuttosto... ehm... problematici. Ma fino a quel momento li avevo trovati tutto sommato trattabili.

Bene, mi ritrovo in corridoio con una mezza dozzina (o più?) di gatte strette all'uscio che strillano a gran voce, ma hanno cura di farlo dietro al gruppo iniziale, formato dai maschi. Rientrare ormai era difficile.
Piantatela di strillare o d'ora in poi quando ci sono io all'ultima ora usciamo per ultimi.
Continuano a strillare.
Piantatela di strillare o domani piazzo una nota a tutte.
Continuano a strillare.
Nel frattempo la campana è suonata e stiamo pure bloccando il passaggio lungo le scale alla terza - che, poveretta, non ha fatto niente di male e vuole solo uscire.

Avvolta in una densa nuvola di fumo nero scendo le scale seguita dalla classe strillante e giurando a me stessa che mai più e mai poi.
La mattina dopo però, dopo accorta riflessione pomeridiana, sono addivenuta a più miti consigli e decido che, se mi viene dato un minimo di pretesto onorevole, sulla nota almeno si potrebbe anche soprassedere (sull'uscita in anticipo no, nel senso che se la classe non è pronta è inutile riprovarci almeno fino all'anno nuovo, vuoi solare e vuoi scolastico).
Nessun pretesto però mi viene fornito e nessuna strettomicina si presenta alla cattedra con fare contrito e orecchie abbassate, perciò intimo l'apertura dei famigerato quaderni scuola-famiglia, spiego che mi dispiace per le eventuali innocenti ma che, dal momento che nessuna si assume la responsabilità, allora la responsabilità diventa collettiva e detto ai genitori delle alunne" una sobria nota del tipo "Si ricorda che durante l'uscita non è consentito strillare". Ho cura di precisare che non mi aspetto che qualcuno faccia la spia, ma che gradirei che chi ha strillato se ne assumesse la responsabilità.
Scrivono, sia pure con qualche protesta. Poi, nell'intervallo, arriva una delegazione alla cattedra. Non di colpevoli, ma di presunte innocenti. Che mi spiattellano la lista di chi ha strillato e chiedono che venga tolta loro la nota "visto che le altre ormai l'hanno presa".
Sospiro e provo a spiegare che non ho nessun elemento per credere loro. La nota ormai se la tengono tutte. Anche perché (ma questo non lo dico, perché parimenti non ho prove) il mio personale sospetto, giudicando dal volume e dal numero di strilli che ricordo, è che lì di innocenti ci siano solo le due che erano vicino a me e a cui la nota non l'ho messa.
Le presunte innocenti vanno via, scocciate e mormoranti. La frase dominante, si capisce, è "non è giusto".
Sospiro ancora. Mi avevano avvisato che in questa classe i rapporti interni non sono granché; il che non toglie che tutto l'insieme sia stato ridicolo, dall'inizio alla fine.

Unico lato positivo: né il giorno dopo né nei giorni seguenti è arrivata alcuna comitiva di genitori reclamanti: tutti hanno firmato, ma nessuno ha protestato.

mercoledì 16 settembre 2009

L'arte della copia (ovvero Come Si Fa Una Tesina)


Si chiamava Area Trasversale; è stata, almeno a Firenze, di gran lunga la parte più noiosa e inconcludente della SSIS ed era composta da venti lezioni che "attraversavano" (donde il nome) le materie delle singole abilitazioni. Tali lezioni erano divise equamente tra cinque materie: psicologia, didattica, pedagogia, legislazione e socio-antropologia. Al termine del primo anno andava presentata una tesina per ognuna delle materie, corredata di Unità Didattica.
Siccome molti degli allievi erano giovani e assai sprovveduti la domanda che quasi inevitabilmente veniva posta ai docenti era "Come dobbiamo fare le tesine?", e siccome un docente universitario non mancherà mai e poi mai di dare il suo parere su qualcosa ci vennero ammanite indicazioni in gran copia, spesso assai contrastanti tra loro, in particolare sugli standard bibliografici cui attenerci ma anche sulle unità didattiche, la scelta degli argomenti, lo specchio di stampa, il tipo di font. Molti di questi signori erano consulenti esterni, che passavano per la SSIS giusto il tempo necessario a fare la loro (spesso insulsa) lezione e compilare la scheda necessaria per il pagamento; della SSIS non sapevano niente e mai e poi mai avrebbero avuto a che fare con le nostre tesine, perciò i loro consigli ci erano utili quanto i frigoriferi lo sono per gli esquimesi. D'altro canto la sintetica brochure che ci avevano dato all'atto di iscrizione comprendeva poche ed essenziali istruzioni riguardanti appunto le tesine: lunghezza richiesta, standard bibliografici eccetera. A quelle indicazioni ci fu detto di attenerci, e chi lo fece non ebbe mai motivo di pentirsene (e d'altra parte, ora che ci penso, qualcuno dovrebbe scrivere prima o poi un trattatello sullo Studente Ansioso, quella terribile creatura che continua a chiedere a tutti cinquecento volte la stessa domanda sull'esame, la tesi, l'interrogazione, i voti, finché, soddisfatto di essere riuscito a collezionare non meno di dieci risposte contrastanti, va in giro a seminare stress tra i compagni cercando di insinuare in tutti loro i dubbi più assurdi).
Tutti gli insegnanti comunque furono concordi su un punto: non dovevamo copiare la tesina da Internet. Perché c'erano dei siti da cui si potevano copiare le tesine, ma loro li conoscevano e non si sarebbero fatti fregare, loro, perché loro non erano stupidi, loro, e quindi non gli potevamo rifilare una tesina copiata da Internet perché loro le riconoscevano subito, loro, e sapevano da dove si copiavano le tesine da Internet, loro.
Dopo la trentacinquesima tirata sull'argomento, naturalmente, anche i più integerrimi tra noi vennero infine colti da curiosità e intenso desiderio di copiare le tesine da Internet, o almeno di trovare questi fantomatici siti. In molti li trovarono e presero spunto, e qualcuno (arrossisco per lui/lei mentre scrivo) si fece perfino beccare perché l'aveva copiata pari pari; e mi auguro sinceramente che lo abbiano segato senza pietà perché di idioti in cattedra ne abbiamo anche troppi e andranno pur messi dei paletti, alla fine.
Io non feci niente di tutto questo: il mio computer arcaico e una connessione vecchio tipo rendevano abbastanza improbo il lavoro di ricerca. Questo comunque non mi impedì di pescare dalla rete ben due delle mie tesine senza che nessuno potesse trovarci da ridire.

La prima era sulla legislazione delle biblioteche scolastiche nelle scuole medie. Usai qualche stringa di ricerca del tipo "biblioteche scolastiche - legislazione". Poi andai a guardare i risultati. Anche considerando la connessione lenta, fu affare piuttosto rapido.
In un sito specializzato trovai una bella storia della legislazione sulle biblioteche scolastiche a partire dalla legge Casati; mi limitai a incollarla nel file, sforbiciarla un po' e a citarla in bibliografia. Sempre nello stesso sito trovai anche la relazione sui risultati di una ricerca sullo stato delle biblioteche scolastiche europee. Di nuovo tagliai, incollai, sistemai i paragrafi (e naturalmente deplorai la scarsità delle nostre biblioteche scolastiche in poche ma accorate righe che mi risultarono tutt'altro che difficili da scrivere).
Trovai anche un rapporto sulle biblioteche scolastiche dell'Associazione Nazionale Bibliotecari e un paio di leggi molto recenti. Dal catalogo delle biblioteche della provincia di Firenze raccattai un paio di titoli vagamente connessi alle biblioteche scolastiche di epoca non antidiluviana presenti nella biblioteca a pochi passi da casa mia, dai quali pescai un paio di frasi giusto per infilare qualcosa di vagamente librario in bibliografia.
Riaggiustai il tutto, lo rilessi, compilai la bibliografia secondo le regole della brochure. Nessuno trovò niente da ridire. Naturalmente non sono sicura che qualcuno l'abbia letto, ma in tutti i casi si trattava di un buon lavoro perché le fonti erano di prima qualità.

L'altra tesina pescata dalla rete era sull'Orientamento alle scuole medie, tema assai caro ai nostri insegnanti anche se nessuno di loro si era mai degnato di dirci qualcosa di significativo in merito. Lì ricorsi ad una tecnica di copia più sofisticata.
Dalla rete pescai soltanto un po' di quegli sproloqui deliranti sull'orientamento che piacciono tanto ai nostri pedagogisti: che si tratta di un processo eterno di raffinamento interiore, che ci aiuta ad armonizzarci con noi stessi e col mondo, che un buon orientamento deve tenere conto di tutte le coordinate possibili comprese le correnti atmosferiche e gli influssi astrali dei transiti di Urano e Plutone e via e via. Non li presi da tesine sull'orientamento, bensì... dai POF di un paio di scuole superiori. Tagliai, incollai, aggiustai ma mi guardai bene dal citare le fonti, perché erano comunque le stesse vagaggini che ci avevano rifilato i docenti a lezione ed è noto che sulle piscine di acqua calda non c'è copyright - tra l'altro, una volta scremate le eagerazioni, l'enfasi e il gusto della parola rara, preziosa e prettamente alessandrina, non erano nemmeno discorsi privi di una certa validità: perché, sì, è senz'altro meglio se una persona fa un lavoro che le piace, non solo per lei ma per l'intera società, e certo riuscirà più facilmente a trovare la sua strada se è ben consapevevole di sé, fermo restando che non è possibile rifilare due anni di analisi freudiana a un ragazzino delle medie per scoprire se gli andrebbe meglio fare il Geometri o l'Alberghiero.
Seconda tappa: Feltrinelli, quella vicino alla stazione - una comoda libreria ben provvista di divanetti da consultazione e lettura e dove, nella sezione pedagogica, avevo visto una bella rastrelliera piena di libri recentissimi dei nostri amati insegnanti dell'Area Trasversale: ancora croccanti di rotatrice, a prezzi esorbitanti e non uno solo di essi era disponibile presso le biblioteche dell'Università, mentre tutti erano indicati nella bibliografia orientativa della brochure. Ne scorsi alcuni, scegliendoli secondo i due criteri basilari della posizione dell'autore nella gerarchia SSIS e della frequenza con cui avevano cercato di farcelo comprare, li sfogliai in cerca di qualche citazione pertinente, copiai citazione e numero di pagina. In seguito, dietro suggerimento di un compagno di corso, perfezionai la tecnica: se si voleva citare un libro di questi "obbligatori" bastava citare qualche concetto generico, indicare una pagina e aggiungere "e segg.". Questa tecnica è particolarmente utile quando non si vuole perdere tempo a cercare o ritrovare o trascrivere una citazione precisa ma si vuole comunque mettere un libro in bibliografia (tenendo però conto che era noto che chi leggeva le tesine andava talvolta a controllare le citazioni). In questo tipo di tecniche ero abbastanza alle prime armi perché, negli anni di università, l'ultimissimo dei miei problemi quando scrivevo su qualche argomento (e in particolare durante la tesi) era allungare il brodo o la bibliografia o infilare un alto numero di citazioni per fare scena. Va pur ricordato però che l'università me l'ero scelta, come l'indirizzo, il corso di laurea e perfino i vari argomenti di relazioni e tesi.
Una volta citati i Grandi Luminari della SSIS, e in particolar modo il terrificante libro di Dominici Manuale dell'orientamento e della didattica modulare (chi non l'ha mai sfogliato non ha idea di cos'è una scatola vuota e nemmeno di come si fa a scrivere in modo insieme complicato e trombonevole senza tuttavia dire nulla - non "nulla che valga la pena di essere scritto"; semplicemente "nulla", un vero caso di vuoto pneumatico), la tesina era praticamente fatta, restavano solo da scrivere un paio di cartelle sull'orientamento che veniva fatto nel mondo normale. Alla biblioteca di Scienze della Formazione scovai un vero libro che parlava del vero orientamento e nel giro di una mezz'ora scrissi quel che bastava.
Una rilettura, un ritocco alle giunture qua e là ed ecco un'ottima tesina che non solo mi era costata poco tempo, ma per giunta era anche ruffiana quanto bastava, oltre che ben scritta (tranne nei punti dove ero stata costretta a citare Dominici e gli altri pedagogisti).
Ci si potrà domandare, a questo punto, se tali lavori hanno contribuito a fare di me una buona insegnante.
La risposta è "sì", perché mi hanno permesso di sviluppare competenze in un mondo a me piuttosto ignoto com'era quello della copia, ma soprattutto a farmi conoscere la piacevole sensazione che si prova quando si riesce a fregare un insegnante che si disprezza dal profondo del cuore per la sua inettitudine, incompetenza e rapacità.

A modo loro, sono lezioni utili anche queste.

martedì 15 settembre 2009

Taglio del nastro


Taglio del nastro al chiar di luna, con sveglia alle sei per prendere il treno della prima ora.
Nuovo treno, nuova scuola e nuove classi: il primo round sarà con la mia futura classe, ma dopo mi aspettano due di questi misteriori Approfondimenti sui quali, dopo avermi fumosamente introdotto fumosi progetti, nessuno ha più dato spiegazioni di sorta; né io ne chiederò ad alcuno, dopo aver dichiarato in lungo e in largo ai colleghi di Lettere la mia più totale disponibilità a fare qualsiasi cosa su loro richiesta, incluso dare il cencio per terra.
Il primo giorno di scuola metto sempre il vestito buono - stavolta un rutilante abito di seta con fantasia e colori vagamente ispirati alle ruote di pavone completato da giacca di seta cangiante.
Certamente qui non sono l'unica, e certamente questa non è una scuola dove la sciatteria degli insegnanti trasmette ai ragazzi messaggi di disinteresse e menefreghismo: stanno tutti tirati a quattro spilli, scintillanti e firmati da capo a pié. Non è inconsueto, nelle scuole di provincia.
Niente registri, e il boccone di tre classi nuove in un sol giorno mi ha spinto a interrompere la consueta routine che mi porta a entrare in classe senza borsa ma con libri e registri in una splendida (e un po' logora) tracolla decorata con un bel gatto. Stamani non ho libri, non ho registri... mi limito a portare le fotocopie del discorso di Obama agli studenti in una custodia azzurra.
"Si sa niente dei registri?" si informa qualcuno.
"Quelli di classe sono arrivati. Gli altri saranno ordinati in giornata".
Ci dichiariamo tutti commossi per avere almeno di che firmare e segnare le assenze.
Una decana avvicina il nostro gruppo degli incarichi annuali "Siete emozionate all'idea di incontrare i ragazzi?" ci chiede. Non è una domanda ironica.
Sì, rispondo in assoluta sincerità. Preferisco sorvolare sul fatto che la mia emozione dominante è la paura - ma apprezzo di sentire tradurre in parole quel che serpeggia nella Sala Professori.
E' una bella sala, larga e spaziosa, con molta luce. Vorrei soltanto che la bacheca non avesse una foto in primo piano di Brunetta (che, insomma, comunque abbia fatto carriera, non l'ha fatta con la bellezza o il fascino personale) e la scritta "Lui ti sorveglia!".
Passa la Preside, anche lei infiocchettata, a salutarci. La arpiono per una questione di fotocopie. Mi promette che avrò tutte le fotocopie che mi servono, e ciò mi racconforta molto (sono sempre affamatissima di fotocopie).

La prima ora se ne va in convenevoli con la mia classe principale - una classe invero piuttosto effervescente dove sarà opportuno rivedere al più presto la disposizione dei posti. Gli chiedo di consegnarmi i compiti delle vacanze. Mi guardano con dolorosa sorpresa: ma li vuole proprio?
Lascio scivolare con garbo che sono tendenzialmente contraria ai compiti delle vacanze, ma naturalmente laddove siano stati dati vanno corretti, se no che senso ha farli? E poi così vedrò come lavorano...
Arriva qualche libretto, con qualche vaga scusa "Sa, non ho fatto proprio tutto...". Prometto garbatamente di sorvolare.
La seconda ora scivola serenamente con una terza deliziosa che assai malvolentieri consegno alla sua legittima insegnante di Lettere. Il discorso di Obama ci ha tenuto buona compagnia, insieme a qualche excursus sulla conquista dei diritti dei neri negli USA.
Il discorso di Obama è bello e si presta bene a farsi leggere in classe, ma due volte in una mattina mi sembra troppo. Così esorto i ragazzi di prima (un po' frastornati dopo l'emozionante debutto) a tirare fuori carta e penna, chiudere gli occhi lasciando andare i pensieri e scrivermi il primo ricordo che gli viene in mente. Tutto andrebbe bene se non entrassero prima la custode con una circolare e poi la Preside a salutare la classe.
Diciamo che non ne viene fuori quell'esercizio rilassante e un po' catartico che avevo inteso farne, comunque i ricordi arrivano. Mi sdilinquisco davanti al foglio del ragazzo marocchino, che ha una quadrettatura particolarissima (provo a informarmi dove l'ha comprato ma, ahimé, l'ha proprio comprato in Marocco). Peccato che il caro ragazzo quella quadrettatura particolare la riempia con una scrittura microscopica, ma pazienza.
Scoprirò poi a casa che metà classe parla di scuadre, scuali e perfino di squola.
Credo che il prossimo approfondimento con loro sarà sul c/q. Non è un intervento invasivo, e alla titolare può solo far comodo.

lunedì 7 settembre 2009

Manuale del Perfetto Insegnante - Come NON si organizza un'uscita - 1

Quel che mi accingo a postare è un tranche de SSIS autenticissimo in ogni suo dettaglio.
Andò così: il primo anno di SSIS gli insegnanti di geografia decisero di chiudere il corso - in cui avevano peraltro in numerose occasioni dimostrato di non essere dotati di senno sovrabbondante - con un "sopralluogo esterno" che doveva spaziare dalle cave di Maiano ad altre località ai bordi della città di Firenze (ma questo si capì soltanto dopo) con lo scopo, mi sembra di ricordare, di fare un excursus su un'infinità di cose che nessuna persona sana di mente cercherebbe mai di ficcare tutte insieme in una lezione.
Conosco bene la zona, dove è possibile praticare senza incomodo lunghe passeggiate tra le colline praticando un trekking dolce da asfalto particolarmente gradevole nelle belle giornate di primavera e inizio autunno, e posso dire che i tempi erano completamente sballati anche solo per la passeggiata a piedi, lasciando perdere la lunga lezione divisa in più parti.
Il sopralluogo fu organizzato talmente male che non poté venire effettuato, e ripensandoci solo una serie di circostanze totalmente favorevoli avrebbe potuto permettere di effettuarne con parziale successo una metà scarsa.
Al termine di quella ignobile figura, i docenti insisterono per avere una nostra relazione.
"Ma siete proprio sicuri di volere la relazione?" chiesi io mentre i miei colleghi rumoreggiavano "Sicuri-sicuri-sicuri?"
Lo erano. Bastavano una cartella o due, mi dissero. Anche mezza cartella.
"Se proprio volete la relazione, la avrete" promisi. Molti non la portarono, ma io la scrissi e la consegnai con specchiata puntualità. Quando iniziai a scriverla ero arrabbiata al calor bianco, ma quando l'ebbi terminata ero solo molto divertita dalla situazione: come in molte altre circostanze sfogarmi era servito tra l'altro a riportare la faccenda alle sue giuste dimensioni.
"Sii in collera, ma non peccare" esorta san Paolo; e io non avevo peccato, mi ero limitata a dire la verità (con una certa collera e un lieve filo di sarcasmo).
All'esame presi 28/30 - un voto già di per sé spropositato rispetto alle mie modeste competenze sulla materia e allo scarso impegno che avevo dedicato alla materia. I colleghi mi assicurarono però che era stato uno dei voti più alti e che molti che lo avevano preparato con gran cura si erano poi dovuti contentare di voti ben più bassi.

Quel che segue è il testo della relazione così come l'ha conservato il computer; ho solo tolto qualche refuso e aggiunto un po' di colori e di formattazione (le relazini che consegnavo per la SSIS erano sempre molto spartani sul piano grafico e stampate con una sobria stampante ad aghi, che d'altronde stampava benissimo e dalla quale mi sono separata solo due anni fa con grande dispiacere).

Manuale del Perfetto Insegnante - Come NON si organizza un'uscita - 2

Il “Sopralluogo” di Venerdì 7 Maggio come esempio di organizzazione di una esercitazione sul terreno


Il sopralluogo di Venerdì 7 Maggio 2004, nell’ambito del percorso formativo del V ciclo della SSIS dell’Università di Firenze per l’insegnamento di Geografia all’interno dell’indirizzo letterario, ha senz’altro costituito uno dei momenti culminanti di tutto l’anno di corso, sia dal punto di vista didattico che da quello relazionale e formativo. La metodologia prescelta, spregiudicata ma di notevole impatto, è stata quella della dimostrazione ex absurdo: l’esercitazione cioè, è stata concepita e organizzata come una dimostrazione concreta di tutti gli errori che si possono commettere nella preparazione di una lezione esterna.

I risultati sono stati senza dubbio notevoli, ma a titolo puramente personale confesso un po’ di dispiacere per non aver potuto usufruire anche della lezione vera e propria (che avrebbe dovuto consistere, mi è sembrato di capire, in un’analisi della topografia urbana ed extraurbana di Firenze, con relativa analisi storico-geografica e un excursus sull’escavazione e l’utilizzo della pietra serena): a parte la curiosità personale, che mi rende sempre disponibile anche verso gli argomenti più insoliti, una lezione del genere sarebbe stata anche assai spendibile in classe per chi lavora nelle scuole fiorentine, anche sotto forma di quelle annotazioni e curiosità che spesso risultano tanto gradite agli allievi. D’altra parte mi rendo conto che non si può avere tutto, nella vita, e del resto anche così l’esperienza si è rivelata oltremodo interessante.


Ho pensato quindi di strutturare la relazione presentando per ogni punto relativo all’organizzazione una fedele (e abbastanza divertita) cronaca dei fatti, seguita dalle critiche che potevano essere mosse a chi aveva “organizzato” l’escursione, per fare infine riferimento alle reali ed effettive modalità con cui andrebbe progettata una lezione all’esterno, così come le ho ricavate dal materiale didattico che ci è stato distribuito (di cui mi rammarico di non aver potuto citare gli estremi bibliografici in nota).


1) Argomento e finalità didattiche

Ci è stato genericamente detto che avremmo fatto un “sopralluogo”, senza alcuna indicazione di modalità, tempi e luoghi. La comunicazione in effetti si limitava ad un invito a ritrovarsi in piazza San Marco ad una data ora (le 14.30 del venerdì 7 Maggio 2004), con la notazione che saremmo stati divisi in quattro gruppi.

E’ importante osservare come nessuno degli allievi avesse la benché minima idea del programma della lezione.


Questo ha indotto negli specializzandi quel particolare stato d’animo, noto come Sindrome del Parco Buoi (SPB) che un gruppo di allievi prova inevitabilmente quando viene coinvolto senza alcuna spiegazione in qualche Attività Non Meglio Definita (ANMD) da uno o più docenti verso i quali non ha imparato a sviluppare un rapporto di stima e di fiducia, e che si può riassumere nelle grandi domande “Chi siamo? Dove andiamo? E soprattutto, perché non siamo restati a casa a guardarci un buon film alla televisione?”.


A questo proposito le fotocopie che ci sono state distribuite nella lezione successiva sono piuttosto eloquenti. Vi si legge infatti :

“Risulta fondamentale, pertanto, una loro [delle uscite didattiche] accurata organizzazione, secondo un preciso schema metodologico” che prevederebbe addirittura il coinvolgimento dell’intero consiglio di classe.

Parte di questa organizzazione consiste in un’accurata preparazione degli allievi. Infatti:

“La preparazione in classe dell’uscita va programmata tenendo presente alcuni punti che sono essenziali nel processo di insegnamento-apprendimento, e che percorrono trasversalmente l’intera unità didattica. A tale proposito, è opportuno accertare e creare i prerequisiti comportamentali e spaziali su cui impostare il lavoro successivo; definire i contenuti in base ai quali si intendono perseguire determinati obiettivi; raccogliere, organizzare e discutere l’adeguato materiale iconografico e statistico; elaborare una serie di prove oggettive atte a valutare lo sviluppo dei progressi cognitivi <>, ed un test sommativo finale che accerti la conoscenza e la comprensione dei precedenti momenti preparativi all’escursione sul terreno [il corsivo è nostro]” (1)


Va da sé che non tutte le fasi di preparazione qui elencate sono sempre indispensabili. Ma, onde evitare la sopra citata SPB, ovvero Sindrome del Parco Buoi, è opportuno quantomeno dare agli allievi che ci vengono affidati (talvolta verrebbe da dire, manzonianamente: “che ci vengono dati in balia”) una sia pur minima consapevolezza delle modalità e dello scopo dell’escursione.


2) Organizzazione e preparazione; valutazione dei rischi

L’itinerario previsto per il mio gruppo (se ho capito bene) comprendeva una partenza da Settignano con sosta nel piazzale Desiderio, per poi proseguire verso Ponte a Mensola e le Cave di Maiano, con ritorno lungo l’Affrico - insomma, una camminata piuttosto lunga.

Le previsioni del tempo erano nettamente sfavorevoli. Inoltre era previsto uno sciopero dei mezzi pubblici a partire dalle 17.00. Da notare che una consistente quota degli specializzandi viene da fuori Firenze.


Nessun invito a munirsi di scarpe comode, e soprattutto nessuna descrizione di eventuali itinerari. In questo modo si è evitato che gli involontari escursionisti prendessero precauzioni legate alla salute (tachipirina e maglioni per chi aveva qualche influenza o malanno da raffreddamento in corso; analgesici per chi aveva le mestruazioni eccetera). Si è così efficacemente provveduto a fornire ogni allievo, sin dall’inizio, del Massimo Grado di Scontento (MGS) nonché del Minimo Grado di Disponibilità (MGD), oltre ad un grado di disagio variabile a seconda delle circostanze (ad esempio chi usa abitualmente scarpe comode e quel giorno indossava vestiti pratici, sufficientemente caldi e godeva di un buono stato di salute non ha provato all’inizio un personale disagio, anche se ha potuto efficacemente constatare quello provato dai suoi compagni).


Lo sciopero dei mezzi pubblici è stato semplicemente ignorato dagli organizzatori, nonostante alcuni specializzandi si fossero preoccupati di fare presente la questione inviando loro e-mail (che non hanno avuto risposta). I docenti hanno dunque applicato la TSO (Tecnica dello Struzzo Ottimista). Uno di loro l’ha anzi portata a notevoli livelli di virtuosismo augurandosi genericamente che “visto che era solo uno sciopero dei Cobas non fosse molto significativo” - il tutto in un’annata in cui il capitolo Scioperi dei Trasporti Pubblici si è rivelato erto di insidie un po’ in tutta Italia (peraltro, a quanto abbiamo potuto constatare a posteriori, i COmitati di BASe hanno goduto di un seguito abbastanza consistente per lo sciopero in questione).

Peraltro il problema Trasporti sarebbe stato facilmente aggirabile procurandosi un mezzo proprio, per esempio uno di quei pulmini che spesso il Comune di Firenze mette a disposizione delle scolaresche su richiesta delle scuole - oppure avendo cura di organizzarsi con mezzi propri (molti degli specializzandi dispongono di automobili o mezzi a due ruote). Questo avrebbe richiesto certamente molto dispendio di tempo e di telefonate... ma non si è detto che l’organizzazione è importante?

L’uso di un mezzo proprio sarebbe stato consigliabile, visto l’alto numero di partecipanti, anche in base a un’altra considerazione: l’autobus n. 10, l’unico che porta a Settignano, non ha una grossa capienza né corse frequenti.


Per recarsi sul luogo iniziale dell’escursione non è stato approntato alcun mezzo dall’Università. Il mio gruppo, composto da oltre cinquanta persone, è stato malamente stipato su un autobus della linea 10, con grave incomodo delle persone che lo componevano e dei disgraziati passeggeri abituali dell’autobus in questione: si tratta infatti di un tram a capienza piuttosto limitata.


Tra gli specializzandi corre voce che i docenti fossero stati avvisati via e-mail anche delle previsioni del tempo nettamente sfavorevoli, sempre senza ricevere risposta alcuna. Ignoro se tutto questo risponda a verità, ma di sicuro non occorrevano attrezzature satellitari o competenze meteorologiche fuor dall’ordinario per intuire che la situazione meteorologica era a rischio: a Firenze (come su buona parte dell’Italia) pioveva senza remissione da una settimana, con vaghe schiarite di durata variabile fra i tre e i trenta minuti, e tutto lasciava intendere che sarebbe continuato così. Non si trattava di una fine pioggerellina primaverile, del tipo che i giapponesi chiamano “rain kiss”, ma di una pioggia torrenziale, adattissima a favorire fenomeni di erosione e dilavazione, nonché a creare paludi urbane adattissime per l’allevamento di anguille e capitoni. Un tipo di pioggia, per intendersi, del tutto inadatto ad un’escursione.


Resta inteso che nella corretta organizzazione di una escursione esterna va fatto proprio l’opposto: prima di tutto la destinazione va comunicata con molta chiarezza, e va data anche qualche indicazione su tempi, modi e itinerari.

In una città con problemi di traffico come Firenze, dove i mezzi pubblici sono piuttosto scomodi, è opportuno cercare di procurarsi un mezzo proprio (p. es. un autobus del Comune) e utilizzare le linee ATAF solo quando si hanno ragionevoli probabilità di trovarle abbastanza sgombre. Naturalmente in caso di sciopero le gite vanno rimandate. Altrettanto naturalmente, per una gita all’aperto, occorre avere sempre a disposizione un cosiddetto Programma Alternativo in caso di pioggia torrenziale. Questo, prima ancora che dalla didattica è stabilito dal più elementare buon senso: se dedichiamo del tempo a fare qualcosa, tanto vale farla bene. Il sopralluogo esterno è bensì auspicato e caldeggiato, ma nessuna legge lo impone; e dunque, una volta che si decide di farne uno, è ragionevole e sensato adoperarsi con tutti i mezzi per farne un’occasione di piacere, oltre che di istruzione - o meglio, un occasione di piacere al fine di renderlo un’occasione di istruzione: com’è noto, infatti, un ADS (Allievo Divertito e Soddisfatto) apprende molto più facilmente di un AID (Allievo Irritato e Disorientato).


3) Il momento della spiegazione - parte I

Giunti a Settignano lo squarcio di cielo azzurro che ci aveva compassionevolmente accompagnato sin dall’adunata di piazza San Marco si è richiuso ed ha cominciato a tirare un vento gelido e molto forte.

Il gruppo si è diretto nella piazza Desiderio da Settignano e si è assiepato intorno al muretto del belvedere. Stando a quel che ci veniva dichiarato, la prima parte della lezione sarebbe consistita in un esame di Firenze dall’alto (una visuale, invero, assai suggestiva).

Ha cominciato a parlare uno dei docenti che ci accompagnava. Il forte vento che si stava levando (e che ha continuato ad aumentare di intensità fin quando ha cominciato a piovere) ha complicato molto la distribuzione del “materiale” (un po’ di fotocopie, una delle quali in A3, e una cartina di Firenze che era pura utopia cercare di aprire, non dico di consultare).

Non dico nulla della raccolta-firme (una costante piuttosto ossessiva della Scuola di Specializzazione), che pure ha dato luogo a numerosi intermezzi comici, alla pari della distribuzione di fotocopie che cercavano con tutte le loro forze di spiccare il volo, come nel celebre racconto di fantascienza di John Sladek.*

Sta di fatto che gli argomenti della lezione (per quel pochissimo che mi è arrivato alle orecchie) erano abbastanza nuovi, anche se ignoro se fosse stato effettivamente previsto il tentativo, fatto da alcuni coraggiosi allievi, di prendere appunti, pur essendo in piedi e senza base d’appoggio per il quaderno.

In realtà non c’erano appunti da prendere, perché la voce dell’insegnante arrivava soltanto a tratti, e solo alle persone aggruppate intorno a lei, in parte a causa del vento e in parte per la distanza proibitiva in un luogo completamente privo di ogni protezione per l’acustica.

Solo in apparenza il problema principale era il vento: in realtà anche senza vento la lezione non avrebbe potuto essere seguita dagli allievi a causa del numero dei partecipanti. Infatti la voce in ambiente esterno non ha la stessa portata che ha in un ambiente chiuso. D’altra parte per guardare Firenze dall’alto occorreva disporsi lungo il muretto del belvedere, e i circa cinquanta presenti, per disporsi, avrebbero dovuto occupare buona parte del muretto per una lunghezza di almeno dieci-dodici metri. Dunque, solo i sette-otto (a voler essere ottimisti) specializzandi più vicini agli insegnanti avrebbero avuto speranza di seguire la spiegazione e anche guardare la città dall’alto.

D’altra parte, ascoltare la spiegazione senza guardare la città dall’alto non soltanto non aveva molto senso, ma avrebbe reso la lezione all’aperto assai simile ad una normale lezione frontale al chiuso, solo molto più scomoda.


A meno che la lezione all’aperto non si limiti ad un ristretto gruppo di allievi (massimo massimo quindici) oppure che l’insegnante non disponga di corde vocali all’altezza della migliore tradizione canora del nostro bel Paese, per i docenti è consigliabile munirsi di un impianto di amplificazione della voce - un microfono senza fili, per intendersi.

Tutto questo a meno che gli allievi non sappiano già cosa devono guardare, cercare, osservare.

“Se si desidera, pertanto, che la visita di studio abbia un ruolo effettivo ed efficace nell’apprendimento, “bisogna costruire almeno due momenti didattici definiti: uno è la preparazione in classe, l’altro è l’indagine diretta sul terreno” secondo un’organizzazione del lavoro che attribuisca uguale importanza alla fase “della lavagna” e a quella del territorio” (2).

Insomma occorre evitare che la lezione esterna si riduca alla semplice manovra di prendere gli allievi, piazzarli senza preliminari di sorta in un punto X purché fuori da un’aula e parlare per un po’ senza preoccuparsi in alcun modo se gli allievi in questione ascoltano e comprendono quel che gli viene detto. Una lezione, al chiuso o all’aperto, ha senso solo se viene effettivamente percepita dagli allievi - a meno, si capisce, di ridurre l’insegnamento ad una mera trafila burocratica in cui il momento più saliente è l’accredito dello stipendio sul conto corrente.

(Va da sé che l’impostazione della SSIS rifugge totalmente da una concezione così avvilente del lavoro di insegnamento).**

4 - Il momento della spiegazione - parte II


Costretti alla fuga dalla pioggia ormai implacabile, i due gruppi di specializzandi e i due docenti si rifugiano al coperto, nella Casa del Popolo di Settignano, in attesa dell’ultimo autobus disponibile prima dell’inizio dello sciopero. Qui i due docenti impartiscono un supplemento di spiegazione assai difficile da seguire a causa del sottofondo di bicchieri, tazzine etc. del bar, e della radio che trasmette un ameno programma di canzoni. Quel pochissimo che arriva nonostante tutto alle nostre orecchie lascia capire che gli argomenti sarebbero stati probabilmente di grande interesse; peccato, ahimè, che ben pochi abbiano avuto modo di sentirne sia pure un breve cenno.


Con questo gustoso finale il Gruppo Vacanze “Fantozzi va alla SSIS” potrebbe aver finito la sua “lezione”, ma interviene il tocco finale: la Relazione. I due docenti infatti, recitando con indubbia abilità drammatica la parte dell’II (Insegnante Irragionevole), proclamano nuovamente l’intenzione già esternata sul piazzale del belvedere, e chiedono nuovamente una Relazione sulla Presunta Lezione, fatta anche in base a materiale che “verrà distribuito in seguito”.

Gli specializzandi, ormai perfettamente calati nel ruolo di SVADII (Studenti Vessati e Angariati da Insegnanti Irragionevoli) protestano a gran voce. I professori contrattano: una cartella, mezza cartella, dieci righe. Ovviamente (in quanto ben calati nel ruolo) ignorano ogni tipo di obiezione legata al fatto che la lezione non c’è stata, e risolvono il problema stabilendo che, se loro dicono che la lezione c’è stata, ciò sta evidentemente a significare che la lezione c’è stata.

In seguito un apposito comunicato ribadirà la richiesta della relazione, precisando che vale solo per chi era presente alla “lezione”.


L’abile manovra didattica ha lo scopo di farci comprendere lo stato d’animo degli studenti quando hanno la precisa convinzione che i loro insegnanti abbiano perso il lume della ragione, insegnandoci con ciò una lezione che, per quanto banale, non sarà mai ripetuta a sufficienza ad un gruppo di aspiranti docenti: reagire davanti a una classe in rivolta puntando i piedi serve solo a complicare ogni attività didattica presente e futura. Come sa chiunque abbia pratica di insegnamento, per poca che sia, l’unico modo di venire a capo di una classe veramente arrabbiata è praticare quello che in didattica si chiama “ascolto attivo” - in breve, starli a sentire. Nel senso di starli a sentire sul serio.

Negli insegnanti inesperti (e talvolta, ahimè, perfino in quelli esperti) c’è l’oscura paura che “se non gli faccio fare il compito, oppure se lo cancello, perderò autorità”. Naturalmente è vero l’opposto: l’insegnante che sa ascoltare le ragioni dei suoi allievi e all’occorrenza cancellare un compito, o ripetere una lezione che non è risultata chiara, non solo non perde autorevolezza né credibilità, ma al contrario la acquista.


La richiesta della relazione a posteriori, infine, ci ricorda che la diffidenza degli allievi è sempre all’erta e, laddove manchi un rapporto di stima e di fiducia con il docente, l’allievo applicherà sempre l’aurea massima “Nel dubbio, fai forca” - ovvero, un’assenza strategica può risparmiarti un sacco di grattacapi.


5 - Tirando le conclusioni


L’esperienza del sopralluogo esterno si è rivelata senza dubbio proficua e interessante, come ho già detto nell’introduzione.

Sarebbe però interessante (e qui sono sicura di non parlare solo a titolo puramente personale) vedere il rovescio della medaglia, cioè le modalità con cui va preparata una lezione all’aperto riuscita.



NOTE

(1) Purtroppo dalle fotocopie distribuite non è stato possibile risalire al testo e al suo autore. In alto sulle pagine di sinistra si legge “I - Geografia e didattica in Italia” e su quelle di destra “3. Le metodologie”. I brani citati sono presi da pag. 81.


(2) Stessa opera di cui sopra, stessa pagina. Parte del passo qui citato è attribuita a “Caldo, 1989, p. 42”.


* Dubito molto che il riferimento al delizioso racconto "Rapporto sulla migrazione del materiale didattico" sia stato colto

** Sì, li stavo perculando. Ma senza che potessero rimproverarmi.

sabato 5 settembre 2009

La mia nuova scuola (con fantasmi annessi)


Ieri mattina, col Gruppo Vacanze Precari di Lungacque, sono andata a prendere servizio nella scuola di Hogsmeade.
Tale scuola si articola anch'essa su tre comuni, come quella di St. Mary Mead. E in uno di questi comuni abbiamo - nientemeno - una classe fantasma.
Non sono sicura di avere ben capito i termini della questione (dopotutto, una classe fantasma non si trova tutti i giorni) ma sembra che due anni fa si sia formata una classe troppo piccola per avere diritto ad esistere, così l'hanno accorpata nominalmente ad una classe del plesso principale, con il tacito assenso delle autorità.
Non so come abbiano fatto a procurarle degli insegnanti e tantomeno capisco perché fare le cose di nascosto - sta di fatto che una delle mie colleghe avrà il piacere di far loro, di soppiatto, un tot di ore che le verranno pagate "a progetto". Più avanti mi farò spiegare dalla collega se i ragazzi girano avvolti in bianche lenzuola trascinando catene arrugginite e se lei per entrare in quella classe dovrà adornarsi a sua volta in cotal guisa (il tutto sperando che la classe fantasma non si riconosca dalla sua fantomatica preparazione).
L'orario è strutturato su sei unità orarie, con dei recuperi - e questo è abbastanza normale. Un po' meno normale è che le unità orarie siano di 52, 53 e 57 minuti, con due intervalli uno di dieci e uno di nove minuti. Sono consapevole che dividere il viaggio del luminoso cocchio del Sole in ventiquattro unità ognuna composta di sessanta minuti è solo una convenzione inventata dagli uomini, esattamente come regalare dei confetti bianchi il giorno del proprio matrimonio, e che se esiste un sistema a base sessagesimale può benissimo esisterne uno a base cinquantasettesimale; ma, insomma, mi sento un po' perplessa.
Le segretarie sono state gentilissime. Anche la preside* e le colleghe, ma per i miei gusti parlano un po' troppo didattichese. Capisco che lo fanno anche per impressionare i nuovi arrivati, ma una riunione di venti minuti e passa per illustrarci il POF... o meglio, non il POF bensì la struttura del POF, diviso in otto volumetti ognuno con una rilegatura diversa... uno con il regolamento d'Istituto, poi i vari regolamenti dei plessi, poi il POF vero e proprio, poi il regolamento disciplinare, poi non so che altro perché a quel punto ero già persa in un limbo mio personale che non manca mai di accogliermi in questi casi. Da notare che il POF viene stampato solo occasionalmente, onde non mandare la scuola in bancarotta, ma è sul sito della scuola medesima - ma, in questo momento, non accessibile (non ho capito perché). In pratica, l'unico modo per leggerlo sarebbe rubare quello della preside.
Siccome c'era stata questa essenziale riunione, dopo è rimasto poco tempo per parlare di cose banali quali l'assegnazione delle classi e dunque sappiamo solo chi farà seconde e terze e chi farà una prima e le nove ore di Approfondimento Didattico (sì, sono io la fortunata) ma non in quale sezione. All'uscita del colloquio con la Preside gli addetti all'orario ci sono piombati addosso come falchi, e resisi conto che non sappiamo ancora con precisione DOVE saremo "perché la Preside doveva ancora pensarci" hanno lanciato lunghi ululati. Posso capirli, perché fare l'orario è sempre un'impresa epica.
C'è un rientro al mese (che è un peccato perché mi avevano garantito che la mensa è ottima); ma il peggio è che questo rientro mensile è dedicato a tre vaghi progetti incentrati sugli originalissimi temi del Riutilizzo, della Multiculturalità e del Volontariato. Ora, io non ho niente contro i rientri pomeridiani, però diffido moltissimo delle ore pomeridiane quando fai mangiare i ragazzi alle due e dopo li piazzi a seguire improbabili Progetti Sui Massimi Sistemi.
Peggio ancora, questi nobili progetti andrebbero sviluppati anche durante l'ora di Approfondimento. Ho provato a suggerire che, molto banalmente, le insegnanti di Lettere delle varie classi potrebbero darmi qualche consegna, del tipo "falli leggere", "risentigli i verbi irregolari" e roba del genere - ma si sono precipitate a dirmi che nonono, non è un'ora di recupero (cosa ci sia di male poi a fare recupero proprio non lo so. Che poi se proprio non c'è niente da recuperare si può sempre potenziarli, no?) ma è un'ora in cui si cerca di sviluppare le Quattro Abilità, in accordo con l'insegnante di Lettere.... il tutto in un didattichese molto stretto ma prolisso come solo il didattichese sa essere; e infatti quest'ora di Approfondimento avrà "un momento valutativo importante nonché integrativo della valutazione di Lettere".

Vabbe', l'importante è capirsi.

*ho poi saputo che costei è nota anche come Lady Mappa perché ad ogni incontro o discussione si presenta con la sua brava mappa cognitiva e/o concettuale.

giovedì 3 settembre 2009

Come un nikuman nella sua pentola...



I nikuman sono delle specie di gnocchi di pasta con ripieno di carne, tipici della cucina cinese ma molto amati anche dai giapponesi, che cuociono a vapore in un'apposita pentola a tre strati.
Ne ho già parlato all'incirca un anno fa, in occasione delle convocazioni per le supplenze annuali. Quest'anno abbiamo cambiato scuola e il provvido CSU ci ha selezionato un edificio forse ancor più caldo di quello dell'anno scorso, ma di sicuro molto più piccolo. In teoria eravamo molti meno dell'anno scorso, ma a guardarci non si sarebbe detto - forse l'effetto sardina in scatola contribuiva, non so.
In compenso non mi spiego come mai, se le cattedre da assegnarci erano molte meno e io avevo risalito qualche posizione, i tempi sono stati all'incirca gli stessi. Tra l'altro non abbiamo avuto nemmeno cattedre che apparivano e scomparivano - almeno sembra, per adesso.
A St. Mary Mead quest'anno c'era una sola cattedra, che è sparita abbastanza presto. Così ho ripiegato su Hogsmeade, un altro paesello di provincia facilmente raggiungibile da casa mia. Questo mi priverà di molti piacevoli colleghi e del mio amato NuovoPreside (che aveva sì chiesto il trasferimento, ma per fortuna degli altri non l'ha ottenuto) ma tanto ormai la classe che avevo l'ho portata in terza e quindi non ho lasciato niente di incompiuto.

mercoledì 2 settembre 2009

La via prosegue senza fine, lontano dall'uscio da cui parte


A metà Settembre, poco prima di cominciare la prima media, presi la pertosse. Visto che non avevo molto da fare, a parte tossire furiosamente e prendere medicine, i miei provarono a darmi "Il Signore degli Anelli", comprato su suggerimento di un amico di famiglia. Credo fosse la terza ristampa, c'erano ancora gli gnomi al posto degli elfi, e io sono probabilmente la più giovane tolkieniana d'Italia.
Mi tuffai in quello strano libro: duecento pagine il primo giorno, fino alla locanda del Puledro Impennato, centosessanta il secondo, poi mi fermai in mezzo alla tempesta sul Caradhras. Lì rimasi per un paio di mesi, poi una sera decisi di schiodarmi da quei mucchi di neve. La scuola era ormai avviata, avevo meno tempo anche perché in prima ero piuttosto diligente. Leggevo la sera dopo cena, uno sguardo all'orologio da polso sul comodino con le lancette che si avvicinavano sempre più alla mezzanotte, che era l'ora canonica per smettere.
Casa silenziosa. L'Agrifogliere, le porte di Moria, poi Moria - un viaggio nel buio, con la paura che incombeva fin quando i tamburi negli abissi chiamarono il Balrog. Terrore. Poi la valle fuori da Moria, il Mirolago e la magica Lothlorien, dove si entra un pezzo per volta, un confine dopo l'altro, con un lento rito di passaggio per riemergere tra i vivi dopo il viaggio nelle tenebre. L'incontro con Barbalbero, nella ancor più suggestiva foresta di Fangorn, l'improbabile ritorno di Gandalf (all'epoca non mi convinse, se pur esisteva qualcosa in quel libro meraviglioso che potesse non convincermi), l'arrivo al Palazzo d'Oro, la merenda tra le rovine di Isengard, l'arrivo a Minas Tirith. La parte con Frodo e Sam nella terra di Mordor mi entusiasmava meno, era tutto piuttosto deprimente e proprio non capivo perché portarsi al seguito quella palla al piede di Gollum, che mi stava discretamente sull'anima - e quell'orribile tana del Ragno, poi... Ingoiai l'enorme battaglia intorno a Minas Tirith come fosse un'aranciata, godendone ogni riga, compreso il passaggio nel regno dei morti e il luminoso capitolo nelle Case di Guarigione. Poi una lunga scarpinata sul Monte Fato e una lenta chiusa di sei capitoli che includeva perfino un supplemento di battaglia combattuta dagli hobbit, che ormai ne avevano viste tante da venire a capo della guerra civile in due giorni scarsi. Frodo... boh, poi Frodo partiva, perché non era riuscito a guarire. Peccato, ma in effetti ci trovavo una specie di logica interna.
Non avevo niente per aiutarmi, nemmeno Wagner, che sarebbe entrato nella mia vita l'anno dopo (Tolkien sostiene in una lettera che l'unica cosa in comune tra il suo Anello e quello dei Nibelunghi era che entrambi erano rotondi e fatti d'oro, ma naturalmente non è vero), non avevo assolutamente capito che Aragorn era il Re fin quando non gli danno l'athelas per guarire i feriti, non avevo capito un accidente della storia di Numenor e nemmeno che Saruman si era fatto degli orchetti su misura, ma avevo assorbito fin nelle budella quel che c'era da capire sulle tre foreste magiche e sulla dipendenza che dava l'Anello.
Non avevo assolutamente nessuno con cui parlarne perché anche in famiglia cedettero le armi ai primi capitoli (mia madre poi lo riprese e lo lesse più volte).
L'anno dopo avevo dimenticato quasi tutto e lo ripresi. Iniziò così la serie delle riletture, ogni anno. Adesso lo leggo ogni quattro o cinque anni e sospetto che la prossima rilettura, che inizierà tra qualche settimana, sarà la ventunesima. Ormai è difficile che ci trovi cose che ho dimenticato, ma ogni volta vedo la storia con occhi diversi. Quasi sempre mi è successo di immedesimarmi in un diverso personaggio (credo che ormai mi manchi solo Saruman). La più straziante è stata quando mi sono identificata con Frodo, una decina di anni fa, la più comoda quando il prediletto era Glorfindel. Troppo più comodo essere un elfo, in quel libro, devi solo tirartela con fare malinconico e proclamare grande apprezzamento per chi cerca di levare le castagne dal fuoco.
Ci feci la scheda per l'esame di terza media ; la professoressa sgranò gli occhi, visto che non lo aveva mai sentito nominare, ma disse "Va bene" e mi ci interrogò sopra. Entrambe sapevamo che avrei potuto raccontarle qualsiasi cosa.
Entrai nelle librerie straniere della mia città (Firenze ne ha sempre avuta qualcuna) e mi comprai il libro in inglese - due volte, perché una nidiata di gattini sfasciò la prima trilogy. Mi imparai a memoria buona parte delle canzoni traducendole pazientemente dall'inglese. Ci misi su anche la musica, per cantarle (mai, mai, MAI fatto nulla del genere né prima né dopo). Amici di famiglia mi regalarono il primo poster, che da allora ha sempre stazionato in qualche stanza di casa. L'amica del cuore mi portò dall'Inghilterra il disco di Bo Hansson e il poster "Bilbo's Last Song" che è sempre stato vicino al mio letto. Festeggiai con i mortaretti l'uscita del Silmarillion, comprai le Lettere in inglese durante il mio primo viaggio in Inghilterra, vagai per tutta la città cercando "la traduzione di The Hobbit" finché un libraio meno tonto capì che era il libro uscito da poco per Adelphi. Feci una testa così a tutti i miei amici, tanto che qualcuno se lo lesse pure (alcuni entrando tra gli appassionati). Andai a vedere il cartone animato di Bakshi maledicendo regista e disegnatori ad ogni fotogramma, comprai una nuova edizione perché avevo massacrato il libro e ci trovai gli elfi.
Come tanti prima e dopo di me, vagai per le librerie con aria famelica sperando di trovare qualcosa di simile senza riuscirci (faccio parte del gruppo che ritiene che l'unico difetto di quel libro sia di essere un po' troppo cortino) e come tanti comprai un po' di ciarpame e alcune ottime cose sperando che fossero come il Signore degli Anelli - ma niente in realtà è come il Signore degli Anelli, in particolar modo le opere che hanno cercato di riprodurre la formula con attenzione maniacale.
Nel frattempo il libro si era gradualmente diffuso fino a diventare un classico sempreverde, tanto che a un certo punto ci hanno anche fatto tre film - che non mi sono nemmeno dispiaciuti.

Avendolo letto in sì tenera età per molto tempo non mi sono nemmeno resa conto di quanto mi abbia influenzato - ma anch'io faccio parte di quelli che "sono diventati medievisti perché hanno letto Tolkien".
Anche Quella Mia Particolare Tendenza A Usare Spesso le Maiuscole Per Enfatizzare un Concetto mi viene da lì, come scoprì un amico dei tempi dell'università. In realtà non avevo mai pensato che derivasse da Qualcosa In Particolare - ma è vero, viene proprio da lì.
Soprattutto, il Signore degli Anelli ha formato buona parte della mia struttura etica (o ha trovato in me una risonanza così forte perché alla mia struttura etica assomigliava): la convinzione che il Potere fosse qualcosa che si pagava a caro prezzo, l'avversione per la manipolazione degli altri e una certa comprensione per chi cade in tentazione, la consapevolezza che nessuno è davvero libero dal male... col tempo ho capito che erano tutte cose che avevo assimilato in quelle pagine per la prima volta insieme alla consapevolezza che il mondo era pieno di forze che era più saggio non disturbare e che il libero arbitrio è la chiave con cui ognuno può decidere la sua sorte anche quando ha veramente tutto contro.
Boschi incantati non ne ho mai trovati (temo di non essere affatto sensibile agli alberi, sento molto di più le pietre) e non ho nemmeno un grande amore per i viaggi anche se mi piacciono le passeggiate sui sentieri, però ho sempre sentito il fascino della poesia preferita dai Baggins

The road goes ever ond and on
Dawn from the door where it begins*

Dentro di me qualcosa sa che un giorno, per puro caso (per puro caso?) vedrò una strada che mi chiama e la seguirò senza fare progetti, prendendo il sentiero nascosto che porta a ovest della Luna e a est del Sole.
West of the Moon, East of the Sun. Non ho mai capito granché di poesia, ma il suono dei versi di Tolkien mi è sempre piaciuto.

* ricordiamoci che quando un Baggins partiva non aveva mai la minima idea di dove sarebbe andato a finire, ma certo in posti decisamente insoliti!

lunedì 24 agosto 2009

Come NON trattare un argomento



Un tempo costumava portare il giornale in classe e usarlo per insegnare ai fanciulli in fiore come raccontare un fatto o riassumere una questione. Oggi sarebbe forse meglio usare la tecnica ex contrario e far loro leggere un articolo di giornale per mostrargli come NON dovrebbero procedere quando vogliono parlare di qualcosa.

Prendiamo ad esempio un articolo dal confuso titolo Rush finale per le riparazioni - Spese enormi e rebus religione di Salvo Intravaia. L'articolo intreccia la questione della sentenza del TAR sul ruolo degli insegnanti di religione cattolica nei consigli di classe con il tema della spesa delle famiglie per le lezioni private (entrambi gli argomenti si ricollegano con gli esami di riparazione prossimi venturi ma sono accostati in modo piuttosto maldestro).
Ci spiegano che gli studenti incappati quest'anno nella "sospensione del giudizio" sono il 28,6 per cento (degli studenti delle superiori, si osa presumere, visto che negli altri ordini di scuola i ragazzi sono stati passati o bocciati senza sospendere alcunché); "Si tratta di quasi 613 mila ragazzi e ragazze dei primi quattro anni delle superiori".
Scopriamo poi che, secondo "una recente pubblicazione dell'Istat" non meglio definita, le famiglie italiane spendono in media per "lezioni private" 133 euro l'anno. Questo dato, "moltiplicato per i 24 milioni di famiglie italiane determina un giro vorticoso di denari: più di 3 miliardi di euro".

Premesso che con l'equivalente di 133 euro (260.000 lire circa) non pagavi le ripetizioni di un'estate nemmeno quando rimandavano me, nella seconda metà dei gloriosi anni 70, e figurarsi ora (salvo casi particolari, i ragazzi rimandati dovranno pur farsi almeno una ventina di ore di lezione, se vogliono saldare i loro debiti. Di meno la vedo difficile):
dicevo, premesso questo, sorge spontanea una domanda, ovvero "Da dove saltano fuori 'sti 3 miliardi abbondanti di euro, che sembrano una cifra decisamente spropositata"?
Effettivamente, se proviamo a moltiplicare i 133 euro per i 24 milioni di famiglie italiane si arriva a 3.192.000.000; in questi 24 milioni di famiglie ci stanno tutti, ma proprio tutti: vecchietti quasi centenari, coppie che non hanno alcuna intenzione di figliare, anziani coniugi che si barcamenano tra nipoti di varie età e giovani coppie che cercano di gestire gruppi di pargoletti scalcianti e in perenne richiesta di un biberon pieno - nonché molti genitori di ragazzi studiosi e accorti che mai si sono indebitati né hanno alcuna intenzione di farlo in futuro.
Tutti costoro non spendono un centesimo per le lezioni private (a meno che non decidano di imparare a suonare il violino o esercitarsi nella conversazione in spagnolo, ma in quel caso non dovrebbero rientrare nella statistica di cui sopra.
D'altra parte, se davvero la media di ogni famiglia, da chiunque sia composta, sono 133 euro per lezioni di recupero, questo porta, dividendo questi fantomatici 3.192.000.000 per i 613.000 ragazzi indebitati (le famiglie potrebbero essere forse un po' meno perché il caso di due o più fratelli ognuno con i suoi bravi debiti non è impossibile) otteniamo una spesa di 5.200 euro per ogni ragazzo. Certo, se una famiglia si impunta a pretendere un professore universitario di chiara fama per - poniamo - 50/60 ore, tecnicamente la cosa è possibile; ma solo in quel caso.

Tentiamo un'altra strada: i 613.000 indebitati sono, sempre secondo l'articolo, il 28,6% degli studenti (delle superiori, si spera) che dunque nel complesso dovrebbero essere 2.143.000, per un po' meno di famiglie. Moltiplicando i misteriosi 133 euro che le famiglie spendono in lezioni private per questi 2.143.000 abbiamo 285.000.000 milioni di euro, che sono meno di un decimo di 3 miliardi e passa e che, divisi per i 613.000 studenti indebitati fanno circa 465 euro cadauno - che a levarseli di tasca certo non sono pochi, ma comunque meglio di 5. 200 euro, e un 20/25 ore di lezione ad uno studente universitario di scarse pretese ce le paghi.

La morale di questa vicenda (assolutamente conforme alla legge del Menga) è che i giornali, tutti i giornali, anche quelli che avrebbero qualche pretesa (l'articolo citato viene da Repubblica che un tempo, a quel che ricordo, era un giornale abbastanza affidabile, e non da La Gazzetta di Monculi di Sotto, composta riciclando malamente qualche testata nazionale) sono pieni zeppi di cifre, citano cifre, ci riempiono e ci ingozzano di cifre che magari, in origine, erano valide, ma che piazzate così a casaccio possono al più contribuire alla creazione di un grazioso universo alternativo che vive di vita propria ma che ha scarsa attinenza con quello in cui ci muoviamo e viviamo ogni giorno noi comuni mortali.

venerdì 21 agosto 2009

Come un verme strisciante

Quel giorno, alla mensa di St. Mary Mead, inauguravano il menu estivo: insalata di riso per primo e prosciutto e pomodori per secondo, con un bicchiere di carta pieno di fragole per completare - diciamo che nella vita poteva capitarti di molto peggio. L'insalata di riso in particolare fu graditissima da tutti perché era piuttosto caldo e soprattutto perché era buona - che per un'insalata di riso non è poi cosa tanto consueta. Invece questa era fatta con riso non scotto, non era composta in buona parte di olio di semi ed era condita in proporzioni perfette con dadini di buon prosciutto cotto e fontina, pisellini teneri e dolci, spicchi di carciofo, olive e quant'altro richiede il galateo delle insalate di riso.

Mentre mi stavo piacevolmente strafogando arriva Hermione "Professoressa, hanno trovato un vermetto nell'insalata di riso".

Mi alzo fiduciosa, convinta che a un occhio imparziale il "vermetto" risulterà un chicco di farro capitato lì per sbaglio o simili; ma mi trovo davanti il vermetto più vermesco che mai si sia visto al mondo.

"Coraggio ragazzi, i nostri antenati sono usciti dalle caverne mangiando vermi, non può succederci niente mangiandone uno per caso" provo a rassicurarli. Chiaro che vado anche dall'inserviente a riferire.

L'inserviente arriva, ammette l'evidenza dei fatti e porta via il corpo del reato promettendo di farlo vedere al cuoco.

I ragazzi riprendono a mangiare senza particolari strilli o squittii. Anche l'insalata di riso viene mangiata da chi l'ha presa (dopo attento esame).

Riprendo a mangiare anch'io, congratulandomi in cuor mio per la fortuna di avere quella classe: altre che ho conosciuto avrebbero sfinito l'universo a forza di lamentele, strilletti e vibrate proteste.

Durante l'intervallo una collega suggerisce che si tratti del verme di una farfallina da pasta (che in verità io ho trovato esclusivamente nel farro e mai nella pasta né nel riso). Viste le assai rispettabili condizioni della mensa è molto probabile che abbia ragione. Ugualmente...

Mentre risaliamo in classe spiego ai ragazzi che il Comune sarà informato quanto prima e il preside pure. In particolare il preside va informato quasi in tempo reale: metti che qualche genitore sconvolto gli piombi tra capo e collo già la mattina dopo straparlando di vermi...

Così, finito il mio orario, prendo due bei fogli in A4 e redigo un sobrio resoconto della vicenda per l'uno e per l'altro. Sganasciandosi dal ridere, i custodi spediscono.

In realtà nessun genitore andò a protestare né mostrò di dare soverchia importanza all'accaduto. Altrettanto fecero i ragazzi.


Unica conseguenza del fatto: l'insalata di riso è sparita dal menù per i due anni successivi. Confidiamo nel prossimo, perché era davvero buona.


martedì 18 agosto 2009

Harry Potter e l'Ordine della Fenice



Nell'insopportabile estate del 2003 uscì Harry Potter and the Order of the Phoenix. In una delle torride notti di cui quell'estate abbondava feci un'ora di coda da Feltrinelli International e tornai a casa col mio enorme tomo in inglese all'una e mezza circa.
Mi accinsi alla titanica lettura con una certa preoccupazione: era la prima volta che leggevo in inglese un romanzo che non avevo mai letto in italiano. D'altra parte, aspettare fino all'uscita della tradizione italiana non era nemmeno concepibile: sarei certo morta di crepacuore molto prima, se mai ci avessi provato.
Iniziai quella notte stessa - tanto di dormire non se ne parlava, pareva di stare in una pentola a vapore - aiutata da un dizionario monolingua che avevo comprato per l'occasione e da un dizionario bilingue con cui avevo fatto di recente le nozze d'argento. Fu solo la prima di una lunga serie di notti insonni in cui la Fenice mi fu compagna fedele.
Scoprii in quell'occasione di conoscere l'inglese meglio di quel che pensavo e sviluppai un'ammirazione senza limiti per l'abilità della Rowling, capace di scrivere con tale chiarezza da permettermi di seguire la storia senza difficoltà, perfino al Ministero della Magia dove sei adolescenti e dodici Mangiamorte scorazzano nelle più strane sale dandosi la caccia. Con la Rowling si sa sempre chi sta facendo che cosa e (qualora non sia contrario agli interessi del lettore) si sa anche perché lo sta facendo e con quale stato d'animo, anche quando lo stato d'animo è decisamente complesso.
Il romanzo racconta prima di tutto la storia di un ragazzo che si trova a battere ripetutamente le corna contro le bugie (spesso dette a fin di bene), l'inattendibilità, la superficialità e la miopia degli adulti, anche quelli più autorevoli e che finisce per dar retta al suo istinto, che fino a quel momento si è dimostrato piuttosto attendibile, proprio nel momento sbagliato.
Era anche però un romanzo sulla scuola, intesa come entità dotata di volontà propria, e sull'insegnamento. Per me, impegnata in quel momento in un'infinità di ricorsi contro l'universo mondo per recuperare posizioni nelle graduatorie, conteneva anche un messaggio di speranza: la scuola è un organismo capace di difendersi contro gli attacchi in modo spontaneo. L'equazione Moratti = Caramel e Aprea = Umbridge (si assomigliavano anche per certe teorie sulla didattica) mi portava a sperare in una futura cacciata di entrambe previa glassatura di piume e catrame.
La scuola italiana in effetti si difese, ma uscì dal combattimento piuttosto ammaccata; d'altra parte alla fine della saga la Umbridge è ancora viva, anche se (si spera) definitivamente allontanata dal Ministero.
Quel che segue è un post che scrissi dopo la prima lettura (un'altra seguì quasi subito, in Agosto); sul newsgroup qualcuno osservò che gli pareva che nel libro ci fosse anche qualche altra cosa, oltre alla scuola. Naturalmente mi dissi d'accordo con lui, ma ai miei occhi l'Ordine della Fenice rimane soprattutto un libro sulla scuola e sull'insegnamento.

La protagonista centrale del libro è Hogwarts. Usata fino a questo momento soprattutto come sfondo per le gesta di Harry&Co., la scuola di magia questa volta è il perno centrale dell'azione.

L'intreccio principale riguarda infatti il tentativo del Ministro della Magia, Caramel, di scalzare il preside Silente dal suo feudo personale sostituendolo con la professoressa Dolores Umbridge, braccio destro del ministro in questione. Ma le scuole sono organismi viventi, dotate di volontà propria (specie se sono antiche scuole di magia); e infatti sarà la stessa Hogwarts a rifiutare il cambio al vertice, sputando via la nuova preside e riaccogliendo Silente.

In pratica: il ministro cerca di dominare dall'esterno qualcosa che non conosce e non capisce, usando uno strumento umano dotato sì di ampi poteri ufficiali (cui pero' non corrispondono poteri reali) ma che ne conosce e capisce ancor meno di lui.

Per forza di cose, il tutto si risolve con un buco nell'acqua.


Prima insegnante, poi Grande Inquisitore e infine Preside di Hogwarts, Dolores Umbridge riesce rapidamente a inimicarsi tutte le componenti della scuola: insegnanti, allievi, fantasmi e perfino il poltergeist Pix, con l'unica eccezione del frustratissimo custode Gazza (che da sempre sogna il ritorno delle vecchie e gloriose punizioni corporali con fruste, catene, celle segrete et simila) e di un gruppo di Serpeverde che finiscono però col rivelarsi alquanto infidi.


I rapporti con i colleghi partono male fin dall'inizio; è vero che quello dell'ispettore è un lavoro ingrato e che ogni insegnante è prima di tutto un essere ipersuscettibile e ombrosissimo che detesta sommamente essere messo in discussione, soprattutto da una collega piuttosto incapace e imbevuta di pregiudizi oscurantisti, ma il metodo Umbridge per le ispezioni è fatto apposta per irritare anche un carattere dolce per natura - in effetti si tratta soprattutto di una guerra di nervi in cui le vere capacità didattiche non vengono prese in considerazione. Piton, che è preparatissimo nella sua materia ed è un pessimo insegnante, passa l'esame nel migliore dei modi, mentre Hagrid, altrettanto competente e tutto sommato migliore come insegnante (anche se pratica una didattica un po' troppo avventurosa) crollerà quasi subito sotto il peso delle sue insicurezze, come Sybille Cooman, che invece ha una preparazione decisamente approssimativa e insegna maluccio (pur riuscendo a stabilire un buon rapporto con una cerchia di allieve).

Particolarmente aspro (e divertente) si rivela il duello con Minerva McGrannit, che si ritrova in pratica esautorata dai suoi compiti di vicepreside che ricopriva nel migliore dei modi. Gli scontri tra le due donne sono pagine di altissima letteratura, in particolare il meraviglioso colloquio di orientamento di Harry che finisce con un furibondo litigio da cui il povero ragazzo scappa di gran carriera.


Come insegnante, la Umbridge si rivela inadeguata. Sotto questo aspetto, il personaggio vanta un'illustre serie di ascendenti letterari a cominciare da Dickens, ma ognuno di noi, se ha frequentato una scuola per più di sei mesi, ha incontrato i suoi Umbridge.

La sua principale preoccupazione è non permettere agli allievi di avvicinarsi alla conoscenza pratica di quel che studiano, e possibilmente a nessun tipo di conoscenza tout-court. Ordine, disciplina, lettura individuale in classe (di un manuale molto noioso, si capisce) e una grande attenzione ad evitare ogni tipo di rapporto e interazione con i suoi alunni. Niente esercitazioni pratiche: se i ragazzi saranno in possesso di una solida preparazione teorica, sostiene, non c'è dubbio che agli esami saranno in grado di eseguire correttamente gli incantesimi. I ragazzi, comprensibilmente, mostrano parecchie perplessità a riguardo, tanto più che sono stati abituati ad un approccio molto concreto alle materie: studio sui libri, certo, ma anche parecchie esercitazioni pratiche.

Le cose però rimarrebbero come sono, nonostante il diffuso malumore, se la Prima della Classe, alias Hermione Granger, non prendesse in mano la situazione.

Dopo avere letto e giudicato scarso il manuale scelto dalla Umbridge, la ragazza la costringe (letteralmente: costringe) ad una discussione che coinvolge tutta la classe ma non porta a nessun risultato se non quello di mettere Harry in punizione. E visto che con i metodi legali non si ottiene niente, Hermione organizzerà una sorta di Corso Alternativo di Difesa contro le Arti Oscure che per molti mesi si svolgerà in assoluto segreto (del resto i protagonisti hanno ormai quindici anni, che è l'età delle prime proteste organizzate e delle prime occupazioni...)

Hogwarts fornirà l'aula. Naturalmente è un aula magica, che è sempre a disposizione "quando qualcuno ne ha veramente bisogno" e che risulterà comodissima e dotata di tutte le attrezzature e i libri opportuni per la circostanza. L'insegnante sarà Harry, che da buon Water Violet è un insegnante nato, e da buon Water Violet si farà pregare e quasi costringere. Mirabile la prima lezione, quando dà le prime istruzioni su come disporsi etc. "era strano ritrovarsi a dare ordini, ma era ancor più strano vedere che venivano eseguiti" - che è esattamente l'impressione che ho provato le prime volte che stavo in cattedra.


Come Grande Inquisitore, la Umbridge va incontro all'inevitabile destino di tutti i Grandi Inquisitori quando non sono assistiti da una buona base di consenso o almeno da una notevole intelligenza: ovvero una valanga di disposizioni sempre più dettagliate e una sorveglianza maniacale che sconfina abbondantemente nello spionaggio, il tutto volto ad impedire la benché minima iniziativa individuale da parte degli allievi e degli insegnanti, ma che insegnanti e allievi imparano ad aggirare con tutta naturalezza.

La paura di perdere il controllo della situazione (un controllo che in realtà non ha mai avuto) porta la Umbridge a instaurare una sorta di Terrore; nel momento in cui la vediamo sospendere il professor Piton, reo di non fabbricarle in sette minuti una pozione che richiede un mese di tempo per essere preparata (e che non ha nessuna intenzione di darle, come la Umbridge e i lettori capiscono benissimo) il Grande Inquisitore ricorda molto la Regina di Cuori di Alice che strepita "Tagliategli la testa, tagliategli la testa!".

E' chiaro che la sua partita è ormai persa, ma in quel momento ci accorgiamo che, in realtà, quella partita lei non ha mai avuto la minima possibilitò di vincerla.


La Umbridge sarà rifiutata dalla scuola per Manifesta Inadeguatezza. Non è una buona strega: conosce qualche incantesimo di un certo sadismo (come quelli che usa con Harry nelle punizioni) ma la sua bacchetta è corta e qualsiasi professore là dentro ne sa più di lei. Quando viene nominata preside dal Ministero, Silente, l'unico che Hogwarts al momento sia disposta a riconoscere come preside, scompare e barrica la presidenza, dove la Umbridge molto simbolicamente non riuscirà mai ad entrare.

Naturalmente quella di Hogwarts non è una normale presidenza, con una scrivania di

mogano, una libreria dall'aria solenne e un tappeto di lusso per terra: l'ufficio di Silente è un concentrato di magia di cui i lettori conoscono solo una minima parte, un vero e proprio centro di potere. La cosa viene molto bene in evidenza nel secondo film, quando entriamo la' dentro per la prima volta: la frivola parola d'ordine a base di dolci e la svagata amabilità di Silente non bastano a far dimenticare che l'ufficio è protetto come una fortezza, e che proprio di una fortezza si tratta.


La fine della Umbridge sarà abbastanza drammatica: attirata con l'inganno da Hermione nella Foresta Proibita, viene catturata da una delle molte entita' misteriose che si aggirano là dentro. Sarà Silente a liberarla - LUI, naturalmente, sa benissimo come muoversi nella Foresta... Ma da quella gita la Umbridge uscirà con un esaurimento nervoso in piena regola, e con la bacchetta spezzata (per il Ministero della Magia, comunque, non e' una gran perdita).

Il cerchio si chiude, e Hogwarts ritorna un feudo di Silente - non ha mai smesso di esserlo, in realtà. Ma adesso la scuola è molto piu' consapevole di sé e della sua forza, in tutte le sue componenti - soprattutto ne sono consapevoli i suoi studenti, che sono la vera forza di ogni scuola e i veri proprietari: non c'è sorveglianza che possa impedire a un gruppo di alunni determinati di avviare proteste, associazioni segrete e gruppi eversivi, e la stessa Hogwarts collabora apertamente con loro, fornendogli un adeguato ambiente di lavoro; solo gli studenti conoscono tutti i segreti di una scuola (e questo l'avevamo già visto nei libri precedenti, con la Mappa dei Malandrini). E infine non sempre i voti indicano la reale scala gerarchica degli allievi: il gruppo dei sei che raggiungono e mettono a soqquadro il Ministero della Magia comprende sì la più brillante allieva del momento (Hermione) ma anche un alunno universalmente ritenuto tra i più imbranati (Neville Paciock) che anche nei libri successivi mostrerà talenti fuor dal comune, oltre alla svagatissima Luna Lovegood che passa per essere un po', come dire, "diversamente strega"; lo stesso Harry, pur rientrando nella fascia medio-alta del profitto non è mai stato un allievo eccezionale, ma rientra in quella categoria particolare che, pur non brillando mai troppo negli studi, riesce a mettere a profitto quel che ha imparato ben più di compagni ritenuti più brillanti. Quanto ai gemelli Weasley, i due discoli della scuola, hanno preso voti decisamente ordinari ai loro GUFO studiando in apparenza solo lo stretto indispensabile, ma gli incantesimi con cui metteranno a soqquadro Hogwarts per intralciare la Umbridge riscuotono l'ammirazione di tutto il corpo docenti e le loro abilità (che dalla scuola vengono, e alla scuola si sono perfezionate in vari modi) apriranno loro le porte di un grande e immediato successo commerciale.


lunedì 17 agosto 2009

Noi fummo da sempre calpesti, divisi / perché non siam popolo, perché siam divisi


In occasione delle consuete uscite pre-Pontida sul tema dell'unità d'Italia e del suo inno ho rispolverato una delle molte unità didattiche con cui ho sbarcato la SSIS.
Per ognuna delle cinque tesine dell'Area Trasversale infatti ci veniva chiesto di allegare un'unità didattica - che, grosso modo, corrisponde al contenuto di una lezione o di più lezioni strettamente collegate tra loro.
Al contrario di altre unità didattiche che ho presentato questa è vera, nel senso che io l'Inno d'Italia lo spiego proprio così - anche se non ho mai esteso il lavoro nel senso qui progettato, soprattutto perché non mi sono mai trovata alle mani un insegnante di musica con cui avevo voglia di lavorare quando spiegavo l'Inno d'Italia (altre volte ho avuto a disposizione colleghi con cui avrei collaborato volentierissimo, ma sempre quando non avevo alcuna collaborazione da proporre. Capita).
Questo lavoro ha contribuito a farmi prendere 30 (o era 29?) nell'area trasversale. Questo non vuol indica necessariamente che sia un lavoro valido, o che alla SSIS lo abbiano considerato valido, perché in effetti non ho alcuna certezza che l'abbiano letto o anche soltanto scorso; d''altra parte la cosa su cui trovavano più facilmente da ridire, nell'Area Trasversale, era la bibliografia (non i criteri della bibliografia, ma il modo in cui era redatta. Noi di Lettere chiaramente abbiamo spopolato, ricorrendo all'accorto espediente di seguire le istruzioni propinateci in materia), e sulla redazione della mia bibliografia non c'era niente da ridire.
Per lo schema dell'Unità Didattica invece mi sono attenuta a quello che ci aveva dato l'insegnante del laboratorio di italiano. Visto che nessuno me l'ha mai criticato, immagino vada bene.
L'utilità di preparare queste Unità Virtuali per Classi Immaginarie mi è sempre sfuggita. In effetti mi sembra che progettare una lezione e farla siano due cose ben diverse, ma tant'è.
Questa, comunque, l'ho fatta una mezza dozzina di volte, seguendo questo schema, ed ha sempre funzionato - nel senso che la classe mi stava a sentire almeno quel tanto che bastava a scodellare poi delle verifiche di livello più che dignitoso.

ARGOMENTO: Inno nazionale d’Italia ufficiale e inno ufficioso.

CLASSE: II media, livello medio.


MOMENTO: Verso la fine di Aprile (seguendo gli attuali programmi)

La lezione dovrebbe svolgersi pochi giorni dopo aver terminato la parte di programma di storia che parla dei moti del 48-49, verifica inclusa, e prima di iniziare la parte sul “decennio di preparazione” di Cavour.


MATERIA: Storia, Letteratura italiana, Educazione civica


FINALITÀ’: ampliare le conoscenze sul Risorgimento italiano

capire perché il testo è stato scelto come inno nazionale

addomesticarsi con l’arte di analizzare un testo in base all’inquadramento storico


PREREQUISITI:

Sapere che c’era un movimento irredentista che voleva l’unità d’Italia.

Conoscere la prima parte del Risorgimento, fino ai moti del 48 compresi


TEMPO: 1 ora, più mezz’ora della lezione successiva per la verifica.

1 ora in compresenza o in aggancio a Educazione Musicale.


PARTE PRIMA - L’INNO UFFICIALE


Testo: Fratelli d’Italia di Goffredo Mameli


I - Dove siamo.


Rapido riepilogo della situazione storica dopo i moti del 48 da parte degli allievi: è sufficiente che abbiano ben presente che l’Europa era stata attraversata da una vampata rivoluzionaria, che ad un certo momento era sembrato che i rivoluzionari potessero farcela, ma che poi tutto era finito in niente. Un accenno alla Repubblica romana, e alle speranze che aveva suscitato.


II - E questo cos’è?


Spiegare agli alunni che la poesia che hanno in mano è l’attuale inno nazionale.

Molti saranno sorpresi perché hanno sentito spesso la prima strofa, ma ignoravano che ce ne fossero altre. Spiegare che la versione completa viene eseguita molto raramente.

(Se chiedono il perché, ammettere di non saperlo)


III - L’autore e il contesto culturale.


E’ nato nel 1827 e ha scritto la poesia nel 1847, appena laureato.

Partecipò ai moti del 48 e fu tra i difensori della Repubblica romana. Morì nel 1849, per una ferita.

Il fatto che sia morto nei moti irredentisti, e così giovane, sta ad indicare che, anche se magari non è stato il più grande poeta della nostra letteratura, la sua buona fede è fuori discussione. La poesia, dunque, è sincera. Se magari oggi può sembrare retorica è perché nel frattempo il gusto è cambiato: nessuno oggi si sognerebbe di scrivere una canzone così. All’epoca invece era perfettamente normale.


IV - Di che parla il testo


E’ la parte centrale della lezione.

Oltre alla spiegazione letterale del testo occorre fornire una spiegazione per le parole più insolite (“calpesti” per “calpestati”, “squilla” per “campana, “natio” per “dove si è nati” eccetera. Sono tutte cose che serviranno per l’anno successivo, quando verranno letti Manzoni e Leopardi e gli altri autori dell’ottocento, e intanto imparano a familiarizzarsi con questo tipo di lessico).

Gli avvenimenti storici citati nella poesia vanno richiamati uno per uno, e riassunti nei tratti essenziali (tra l’altro alcuni per gli alunni saranno completamente nuovi).

“Scipio” è Scipione l’Africano, che sconfisse Annibale che, ad un certo punto, sembrava dovesse invadere Roma. Questo spiega anche l’accenno alla Vittoria schiava di Roma: ai tempi dell’antica Roma l’Italia era unita, e anche molto potente. Dopo ha dormito un sonno millenario ma adesso “s’è desta”.

La battaglia di Legnano è possibile che non richieda grosse spiegazioni, soprattutto se l’anno prima è stata fissata con “Il parlamento” di Carducci: è il momento in cui l’imperatore straniero (e tedesco, guarda un po’), che si era messo in testa di fare il prepotente in Italia (distruggendo tra l’altro Milano) viene sconfitto e ricacciato oltre i confini. Siamo nel XII secolo, nella gloriosa Italia dei Comuni, che andava molto di moda nel Risorgimento.

Ferruccio molto probabilmente giungerà nuovo alla classe. Basta accennare che difese con grande coraggio Firenze durante un assedio dei francesi, in un periodo (intorno al 1500) in cui i francesi andavano e venivano in Italia come se fosse casa loro.

“Balilla” invece è termine piuttosto noto, e i ragazzi hanno sentito nominare sia i Giovani Balilla del fascismo che la macchina Balilla, uscita in quegli anni.

Spiegare che, anche se adesso è diventata praticamente una parolaccia, e suscita solo associazioni sgradevoli, nel 1847 quel nome era invece collegata ad un episodio glorioso e assai patriottico: Balilla è, in genovese, diminutivo di Battista, e il piccolo Balilla era un ragazzino genovese che nel 1746 lanciò un sasso contro un ufficiale austriaco innescando così una sollevazione della città. Dopo cinque giorni di combattimenti gli austriaci levarono le tende.

I “Vespri” sono i Vespri siciliani: altra sommossa popolare, che nel 1282 scacciò gli Angioini (francesi) dalla Sicilia.

(Di passaggio, è opportuno accennare che, guarda caso, un tale Verdi scrisse due opere dedicate per l’appunto ai Vespri Siciliani e alla Battaglia di Legnano. Basta un accenno, perché l’argomento sarà ripreso nella seconda lezione).

Quanto al “sangue polacco” non dovrebbe dare particolari problemi perché è roba recente: al Congresso di Vienna, Russia e impero asburgico si erano spartiti il regno di Polonia, che era così diventato un paese che aveva lo stesso identico problema dell’Italia, e per giunta a causa dello stesso nemico: l’Austria.


V - Il senso generale


Riepilogando: abbiamo un episodio di storia romana, cinque ricordi di cinque gloriose occasioni in cui l’italico coraggio ha sconfitto o comunque duramente provato gli incauti invasori stranieri, e un accenno a un popolo che ha un problema abbastanza simile a quello italiano, cioè essere stato spartito come una torta da potenze straniere, oltre a un accenno all’Austria vista come un’aquila spennacchiata.

Gli episodi in cui l’italico coraggio ha sconfitto gli invasori sono geograficamente collocati in tutta la penisola (Milano, Genova, Firenze, Palermo), e si lascia chiaramente capire che sono tutte punte di iceberg: ogni italiano, in qualsiasi momento, potrebbe fare altrettanto.

La poesia si apre con un’invocazione ai fratelli d’Italia (divisi, dunque, per colpa dello straniero, ma uniti nel cuore), poi c’è una spiegazione storica all’attuale debolezza d’Italia, dovuta proprio alla sua frantumazione, e un invito a unirsi.

Vale la pena, se la classe è in condizione di sopportarlo, di soffermarsi sui versi “l’unione e l’amore / rivelano ai popoli le vie del Signore”: grazie a un fenomeno di generale affratellamento delle italiche genti, sarà chiaro che l’unione dell’Italia fa parte del disegno divino. Da sempre i popoli insorti invocano Dio dalla loro parte, ma qui il Signore è chiamato in causa in modo molto gentile.

Questo spiega anche perché, nonostante i numerosi riferimenti guerreschi, la poesia ha potuto essere adottata come inno nazionale da una nazione che, nella sua costituzione, dichiara di ripudiare la guerra.


VI - Verifica

(in classe)


Gli studenti devono rispondere per iscritto a tre domande:

1) In che contesto storico scrive l’autore

1) A chi si rivolge, e cosa propone

2) Perché l’autore insiste tanto sul passato glorioso dell’Italia.


PARTE II - L’inno ufficioso


Testi:

- Va’ pensiero, dal Nabucco; musica di Giuseppe Verdi, testo di Temistocle

Solera (1842)

- Dell’aura tua profetica, dalla Norma; musica di Vincenzo Bellini, testo di

Felice Romani (1831)


L’introduzione storica si fa abbastanza facilmente perché ogni manuale di storia ha un box o una scheda dedicata all’importanza, anche politica, della musica lirica nell’Ottocento - e in queste schede viene sempre raccontata la nascita di “Va pensiero”, dell’entusiasmo che suscitò fin dalla sua prima esecuzione e di come un coro di ebrei esiliati che deprecavano la loro triste sorte si trasformasse in un inno rivoluzionario, con grande scorno della censura austriaca.

Occorre anche ricordare come il coro sia sempre rimasto popolarissimo (è uno dei pochi brani di musica classica che praticamente ogni italiano conosce) e come a tratti sia stato proposto di farne l’inno d’Italia.

(Un confronto tra i testi di “Va’ pensiero” e “Fratelli d’Italia” spiega abbastanza facilmente perché il secondo ha prevalso: “Va’ pensiero” è un lamento, senza altro progetto che quello di imparare a sopportare con pazienza le avversità, il secondo contiene un progetto molto chiaro e la volontà di rimettere a posto quel che funziona male. Anche se musicalmente il divario qualitativo è enorme, la scelta di un inno nazionale è prima di tutto un fatto politico).


Gli insegnanti possono fornire qualche ampliamento, per esempio spiegando che l’opera era sì popolare, ma nelle città, visto che in assenza di radio e televisione i contadini erano decisamente tagliati fuori da questo tipo di intrattenimenti (non era invece questione di reddito perché i posti popolari erano a prezzi realmente popolari).

Si deve poi aggiungere che “Va pensiero” non fu un caso isolato, e che molte opere di quel periodo, non solo di Verdi, contengono cori e arie a sfondo risorgimentale, e che anzi i soggetti spesso erano strutturati (e i libretti scritti) in modo da consentire quel tipo di operazione, con grande abbondanza di perfidi tiranni e invasori stranieri contro cui covava la rivolta. Il tema era molto sentito dagli intellettuali dell’epoca: non solo dai musicisti, ma anche dai librettisti (e dagli impresari, non fosse che per il successo di pubblico che riscuoteva).


Il coro dalla Norma è stato scelto perché, oltre ad essere molto gradevole all’ascolto, è di segno opposto a “Va’ pensiero”: non c’è niente di elegiaco o di introspettivo, solo una tribù infuriata e decisa a cacciare via gli invasori in malo modo. Volendo, può essere sostituito dal secondo coro della Norma “Guerra! Guerra!”, che è più breve e ha un ritmo più veloce ma espone esattamente gli stessi concetti - o da un’altra quarantina di cori analoghi (anche se non tutti altrettanto suggestivi).


Anche qui è necessario fare un po’ di lavoro sui testi, sbrogliando le frasi più complicate per permettere agli allievi di seguire il senso.


Una volta concluso l’ascolto, e la seconda lezione, il Risorgimento viene abbandonato a sé stesso e ritorna un argomento di esclusiva pertinenza di Storia.

In compenso le connessioni tra musica e politica e soprattutto l’uso della musica come veicolo di trasmissione per temi profondamente sentiti dalla collettività possono continuare ad essere studiate per mesi e anni di fila: il materiale non manca certo.


Parte Terza - Musica e politica


La palla passa all’insegnante di Educazione Musicale (che può poi rilanciarla in seguito ai colleghi del Consiglio di Classe): a parte la musica lirica della prima metà dell’Ottocento, esistono altri casi in cui la musica cantata è stata concepita o interpretata in chiave politica?


Ovviamente di casi ne esistono un’infinità, partendo dal blues e dalle canzoni di protesta dei lavoratori fino ad arrivare a musiche incise due giorni fa, e ogni ragazzo ne conosce almeno qualcuno.

Il lavoro può ramificarsi in infiniti modi: si può ad esempio esaminare qualche tema dei più ricorrenti per Educazione Civica o per Storia, lavorare sulle poetiche di certi testi in italiano o nelle lingue straniere studiate da quella classe, o su colonne sonore di film musicali o su video che sono diventati particolarmente famosi (a quel punto si può anche agganciare Educazione Tecnica). Anche gli incastri con Geografia sono numerosi, e spaziano dai moti rivoluzionari in Sud America sino alle questioni energetiche e ambientali.


Tanto per fare un minimo esempio, se vogliamo insistere sul filone degli inni nazionali:

l’inno inglese “God Save the Queen” ha avuto almeno due rifacimenti nell’ambito della musica rock.

- La prima è la versione dei Queen, che sul doppio significato in inglese del loro nome hanno giocato spesso. Una tipica chiusa dei loro concerti era l’inno suonato dalle tastiere mentre il cantante si esibiva sul palco in manto bordato di ermellino, con corona e scettro. Le parole erano cantate dal pubblico.

- Nel 1976 i Sex Pistols lanciarono una versione molto personale di “God Save the Queen”. Il testo, cantato con un’intonazione molto approssimativa e con grande sfoggio di chitarre in distorsione, era estremamente acido verso il sogno imperiale britannico. La canzone, che ebbe un enorme successo e scandalizzò mezzo pianeta, chiuse la stagione del progressive rock inglese e aprì quella del punk rock, facendo spargere fiumi di inchiostro ai sociologi, oltre che ai critici musicali.


venerdì 14 agosto 2009

Auguste Ferie



Auguri!


martedì 11 agosto 2009

Tout se tien ( I Tuttologi dell'Estate - 2)

Il serpente Ouroborus, in una versione leggermente sciroccata
(lui lo sa bene, che tutto si collega)

Questa strana estate di terremoti sotterranei e crisi mascherate non sta riservando molta attenzione alla scuola e i nostri migliori tuttologi sembrano ben decisi a godersi un meritato riposo.
Abbiamo avuto sì Gianluigi Paragone che, durante la sua brevissima direzione di Libero, aveva avviato una Grandiosa Inchiesta sui fortunati che godevano di lunghe ferie (l'obbiettivo primario erano i Perfidi Magistrati, però un angolino dell'articolo era dedicato anche ai Fortunati Insegnanti). Ma un attacco di Paragone nelle presenti circostanze non è di quelli che turbano più di tanto, se proprio devo essere sincera - anche se ammetto senza remore un po' di invidia per una persona che ha a disposizione sì tanti compratori, qualora decida di vendersi, laddove con me nessuno fa mai un tentativo, sia pur minimale, di corruzione (chessò, un salamino alla cacciatora in cambio di un voto più alto), nemmeno quel tanto che basti per darmi modo di esibire la mia Drittura Morale rifiutando con sdegno.

C'è stato poi un articolo su Repubblica sul tragico fenomeno de "La morte della scrittura". L'autrice comunque si limita a raccogliere una serie di opinioni (alcune un po' farneticanti, per la verità) sulla scomparsa del corsivo tra le nuove generazioni, che alcuni adulti vivono come una vera tragedia generazionale perché priverebbe i nostri sventurati alunni della possibilità di "tradurre il pensiero in parole" lasciandoli in balia del perfido stampatello che invece, questo pensiero, lo seziona in lettere, spezzettandolo e "negando il tempo e il respiro della frase". L'articolo si chiude con alcune pacate e ragionevoli considerazioni di un'insegnante di Lettere delle medie che riportano la questione a dimensioni più sensate.

C'è anche un articolo sugli e-book che quest'anno sono stati adottati solo in misura minima, con gravissimo danno per i bilanci familiari (e sarebbe interessante capire come avremmo potuto adottare gli e-book, visto che, almeno nella mia scuola, nessun rappresentante li ha proposti o ha accennato alla loro effettiva esistenza).

Il grosso degli articoli dedicati alla scuola comunque riguarda la Spinosa Questione della Conclamata Inferiorità delle Scuole Meridionali (e conseguente Altrettanto Inferiorità degli Insegnanti Meridionali), ormai stabile bersaglio delle critiche al nostro sistema scolastico. Abbiamo avuto quindi una vera sventagliata di articoli sui voti più alti che gli allievi meridionali hanno conseguito alla maturità, all'esame di licenza media, ai vari scrutini... e alle prove Invalsi. Per la verità il fenomeno mi sembra risalire abbastanza indietro nel tempo (prova ne sia che il ministro Gelmini ha scelto appunto di andare al Sud per fare l'esame di stato) ma quest'anno è decisamente assurto agli onori della cronaca portandosi dietro una serie di polemiche singolarmente cretine e sulla cui buona fede nutro gran copia di dubbi.
Segnalo comunque i due temi principali della questione (al momento, e si spera per poco).

Valutazione di una prova di valutazione
La prova in questione sarebbe quella nazionale, elaborata dall'INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di istruzione e formazione), giunta quest'anno alla sua seconda edizione.
L'anno scorso era sorto il dubbio che gli insegnanti "avessero aiutato" gli alunni, anche se non mi risulta che la cosa sia stata effettivamente dimostrata. Ad ogni modo quest'anno, onde evitare il ripetersi di tale indimostrato ma increscioso comportamento, era stato chiesto che alla sorveglianza delle prove in questione NON partecipassero i professori delle discipline. Così è stato nella mia scuola, dove i miei amati alunni si sono affaticati sulla prova mentre io dormivo il sonno del giusto o cazzeggiavo in rete (ci ho i testimoni); detto per inciso, un controllo dei verbali potrebbe stabilire se così è stato o non è stato anche nelle altre scuole, e soprattutto nelle cosiddette scuole-campione.
E' stato fatto questo controllo? Non risulta.
La metodologia di correzione e di valutazione delle prove era folle, oltre che molto complicata. Nella mia scuola ci si sono persi, e così forse è stato anche altrove. Ma anche se nessuno a parte noi si fosse perso, i criteri di valutazione avevano un bel margine di opinabilità. Già il semplice fatto che, almeno per la prova di italiano, ci fossero due diverse possibilità di conteggio dei punti lascia decisamente perplessi.
Giunta al momento di valutare i risultati, l'INVALSI stabilisce che i risultati nudi e crudi delle scuole campione non vanno bene. Tali risultati, allo stato brado, segnalano che sia in italiano che in matematica... la preparazione degli alunni del Nord Italia è inferiore. Per Italiano risulta una leggera superiorità dell'Italia centrale, seguiti dalle regioni meridionali, per matematica le regioni meridionali primeggiano senz'altro. A questo punto i solerti tecnici dell'Invalsi sono intervenuti con appositi correttori statistici e, basandosi sull'evidenza che in alcune regioni molti insegnanti avevano suggerito agli alunni le risposte giuste o li avevano lasciati copiare tra loro, hanno ricorretto i dati alla luce di alcuni specifici fattori statistici, riportando i risultati ad una più ragionevole superiorità delle regioni settentrionali in entrambe le materie.
Naturalmente dall'Invalsi hanno spiegato che tutto ciò è stato fatto senza alcun pregiudizio campanilistico ma solo per questioni di attendibilità statistica (beh, che altro potevano dire?) e che si tratta ancora di dati grezzi, basati sul famoso "campione significativo" che da più di trent'anni infelicita le nostre maratone elettorali (e allora, se sono ancora dati grezzi, perché non vi mettete un sano tappo in bocca invece di parlare a bocce ferme?). Ed è vero, come ricorda Luca Ricolfi in un articolo che contiene molte ragionevoli considerazioni, che questo tipo di correttivi si usano spesso, in statistica. Il punto però è che i criteri con cui stabilire i correttivi non li dà Gesù Bambino (e nemmeno il Grande Mazinger), e che se il lavoro di correzione non è fatto bene rischia di taroccare pesantemente i risultati. L'INVALSI non si è mostrata in grado di proporre delle prove attendibili, e soprattutto ha fatto un gran pasticcio con le griglie di correzione. Possibile che siano diventati tutti dei fulmini di guerra proprio al momento di usare i correttivi? E soprattutto, quand'anche i correttivi fossero ben calibrati, siamo sicuri che fossero validi i risultati su cui sono stati usati?
E dunque davanti ai dati ancor grezzi mi sorgono spontanee alcune considerazioni ancor più grezze:
1) Quando accusi la gente di copiare devi avere delle prove, se vuoi evitarti spiacevolissime conseguenze
2) Perché l'Invalsi ha mandato delle procedure di correzione cervellotiche assai e tanto facilmente manipolabili?
3) Cosa me ne faccio delle valutazioni su una prova di valutazione dove probabilmente buona parte dei risultati sono sbagliati anche se non necessariamente per malafede?
4) perché l'Invalsi non ha effettuato la correzione delle prove in proprio? E magari non ha gestito in proprio tutta la prova?
Sì, certo, si sa che son cose che costano. Se costa troppo si potrebbe magari, nei primi tempi, limitarsi al solo campione rappresentativo... e comunque se il ministero vuole dei riscontri oggettivi dovrà ben adattarsi a tirare fuori un po' di soldi.
5) perché gli insegnanti di italiano dell'Italia centrale sarebbero più inclini a proteggere i loro studenti dei loro omologhi di matematica?
6) al Nord gli stranieri abbondano, al Sud scarseggiano. Pole essere che ciò abbia un qualche effetto sui risultati?
7) come si spiega la forbice tra Nord e Sud quando, a sentire la Lega, le scuole del Nord sono letteralmente invase e infestate da insegnanti meridionali, che in quanto meridionali sono notoriamente incapaci?
8) è il caso di tenersi un ministro che, tra tante regioni, ha scelto proprio quella col presunto maggior tasso di lassismo per fare l'esame di Stato (e infatti di legislazione e legilproduzione e pure di legilimanzia ci capisce veramente il giusto, basta vedere i casini che ti combina)?
9) siamo davvero tanto sicuri che al Nord conoscano l'italiano meglio che al Sud?

L'ultimo punto mi sembra particolarmente dubbio perché sono gli stessi settentrionali, per bocca dei rappresentanti in parlamento da loro liberamente scelti, a confessarsi in difficoltà con la lingua nazionale, tanto da volere insegnanti che conoscano il loro dialetto.
E qui si innesta la seconda telenovela estiva (che in realtà ha ben poco a che vedere con la scuola, molto con l'attuale situazione politica e praticamente nulla con la preparazione linguistica dei ragazzi delle regioni settentrionali)

L'importanza di parlare il dialetto
Si tratta di una vicenda in bilico tra delirio e ridicolo (come quasi tutto quel che riguarda la scuola da qualche anno a questa parte). In sintesi:
durante la legislatura 2001-2006 Valentina Aprea era vicesegretario all'Istruzione e faceva e disfaceva a piacer suo (anche se non sempre in modo che facesse onore al suo senno). Nella legislatura attuale qualcosa deve essere cambiato negli equilibri di potere; sta di fatto che hanno abolito le SSIS, di cui Aprea era paladina e patrona, e l'hanno mesa a presiedere la Commissione Cultura. dove è partito un lungo confronto et ampio dibattito su un suo progetto di legge legato al reclutamento degli insegnanti, alle scuole che diventavano fondazioni e a un'infinità di altre cose tutte di ambito scolastico. E' passato un anno ma sono ancora lì a discutere, anzi erano ancora lì a discutere finché, in data 28 Luglio, la Lega chiede che venga attestata con un apposito test la conoscenza da parte dei docenti della storia, della tradizione e del dialetto della regione dove vogliono insegnare.
La deputata Aprea cerca di capire se stanno facendo sul serio e, dopo un tentativo di mediazione, risulta che sì, farebbero sul serio. A questo punto la signora, comprensibilmente scoraggiata dall'idiozia della proposta, ne conclude che non c'è la volontà (o la possibilità) politica da parte della maggioranza di portare avanti il suo disegno di legge. In pratica getta la spugna.
Che il disegno di legge Aprea finisca alle ortiche sembra un'ottima cosa a chiunque abbia avuto la ventura di darci un'occhiata, ma è probabile che né il dialetto né la proposta di Aprea
siano il vero punto della questione; diciamo che in questo momento la presidenza del consiglio è piuttosto indebolita da certe sue vicende private o simil-private e la Lega sta cercando di approfittarne, come pure alcuni rappresentanti degli elettori del Sud. Del resto la proposta della Lega, oltre ad essere decisamente balorda, è anche inapplicabile per svariati miliardi di ragioni, compreso l'immane numero di dialetti che pullulano per ogni dove nella nostra penisola.
La Lega comunque insiste, anche perché il sacro rito di Pontida è alle porte e qualcosa dovrà ben raccontare ai suoi elettori più fedeli. Abbiamo così avuto tale ministro Zaia che si è lamentato che i libri di storia scolastici non si occupano di storia locale, e per fare un esempio non ha citato la storia di Caltanissetta, Latina o Cividale del Friuli (le cui pur affascinanti vicende sono effettivamente trattate con una certa approssimazione nei manuali) ma... Venezia (!) dimostrando con ciò di non aver mai aperto un libro di storia in vita sua, né a scuola né dopo, e di non avere la benché minima idea di quel che si intende per "storia locale".

Vedremo più avanti se e come continuerà la crociata anti-sudista, o se le grandi manovre dopo Ferragosto porteranno a qualche offensiva sulla scuola legata a temi completamente diversi.

domenica 2 agosto 2009

Arrivano gli e-book?


Si sa che l'attuale governo dice un sacco di cose (non sempre coerentissime tra di loro); tra l'altro ha detto, anzi legiferato, in occasione dell'ultima finanziaria, che fra due anni i libri dovranno essere "in versione on line scaricabili da internet o mista". Si tratterebbe di cominciare nell'anno scolastico 2011-2012.
Con mia infinita sorpresa, qualcuno sembra avere preso sul serio questa specie di pesce d'Aprile passato a Giugno, sia tra gli insegnanti che tra gli editori. Qualche tempo fa Faraona aveva fatto uno status questionis dell'affaire con un sacco di link per fare il punto della vicenda, tra i quali segnalo un'analisi di Guastavigna e una di Noa Carpignano, editore assai addentro alla questione. Navigando allegramente per la rete sulla scorta di queste e altre indicazioni e alla luce della mia conoscenza dei fatti mi sono vieppiù rafforzata nella convinzione che questa legge non avrà luogo nei tempi indicati per manifesta impossibilità
Partiamo dalle basi: per gestire un e-book ci vogliono, quantomeno, un programma apposito, un computer o almeno un lettore di e-book... e una stampante.
Per quanto si parli e a volte straparli di nuove generazioni digitali, siamo in Italia. Non tutti hanno il computer, non ce li puoi obbligare, tanto meno puoi obbligare i genitori (già, i genitori. O davvero speriamo che i bambini delle elementari si gestiscano in proprio i loro libri di testo anche al primo biennio?).
Stesso discorso per le scuole. L'attrezzatura informatica di molte scuole è... diciamo bassina, con macchine non proprio modernissime e stampanti che se non sono a margherita poco ci manca.
Poi vengono gli insegnanti. Non siamo tutti analfabeti informatici, assolutamente no. Di qui a lavorare con i libri elettronici però ce ne corre.
Certo, gli insegnanti possono essere istruiti e le macchine comprate. Basta sapere chi paga. La scuola dove lavoro al momento ha un laboratorio (piccolo e scassato) di informatica e due stampanti dicesi due, rigorosamente per fogli in A4.
Se l'idea è che "il libro elettronico non va stampato, va usato sullo schermo" l'idea è demenziale oltre che scomoda, faticosa e nociva per gli occhi dei giovani rampolli incautamente affidati alle nostre mani. Magari sarebbe più fattibile se tutti avessero a disposizione schermi della nuova generazione. D'altra parte, se fossi Sailormoon andrei in cerca del seme di stella invece di scrivere il blog.
Ancor più dolente è la situazione degli editori scolastici. Siamo sinceri, nella maggior parte dei casi non sanno fare nemmeno i libri su carta, figurarsi quelli elettronici. Cioè, magari gli editori saprebbero o potrebbero cercare di sapere, ma gli autori? Un e-book va concepito in modo diverso da un libro consueto. L'idea "vi diamo il libro così com'è, voi lo stampate ed ecco il libro elettronico" non è nemmeno da prendere in considerazione perché produrrebbe solo una copia più scialba del libro come lo conosciamo oggi. L'idea di fare un libro, o meglio un sussidio, di tipo diverso sembra al momento impraticabile con le teste di cui disponiamo.
Adesso, siccome sono un'appassionata di fantasy nonché una colta dama molto amante dei libri, dell'insegnamento e dell'informatica, voglio provare a immaginare come potrebbero funzionare gli e-book per le mie materie.
GRAMMATICA: oh sì, mi piacerebbe moltissimo una bella grammatica senza fronzoli e disegnini su carta patinata, una bella grammatica liscia e severa che contenga solo la grammatica. Un bel manuale.
No, non funzionerebbe lavorarci su schermo, nemmeno per gli esercizi. Perché gli esercizi, poi, li dobbiamo correggere in classe. Venti computer più il mio, in un immane groviglio di fili elettrici, per controllare che tutti abbiano ben individuato il predicativo del soggetto e usato correttamente i pronomi personali?
Mi viene il mal di testa solo a pensarci. Per la grammatica ci vuole la carta, di questo sono fermamente convinta. Carta ben rilegata, perché il libro va usato molto. Gli editori potrebbero, già da ora, darmi un bel manuale liscio ed economico, ben fatto e con tanti esercizi.
Certo, se al libro fosse affiancata la versione on line che permettesse all'alunno di andare a controllare quel che non ricorda con una stringa di ricerca, invece di scartabellare furiosamente, sarebbe comodo. Ma il libro è irrinunciabile. E lo voglio rilegato. L'editore è lì per quello, per rilegare libri, possibilmente usando una colla decente. Non speri di cavarsela lasciandoci soli, io, i ragazzi e le famiglie, alle prese con le stampanti a margherita che hanno illuminato i luminosi anni della mia giovinezza, quando lavoravo alla tesi.

ITALIANO, lettura.
Ah, qui sì che l'e-book potrebbe fare meraviglie. Una bella antologia vastissima, da cui scegliere di volta in volta i testi o le sezioni che mi interessano, senza carta patinata e senza i soliti demenziali disegnini e quegli enormi margini bianchi. A fine anno le famiglie pagano solo quello che ho fatto scaricare. Certo, non vorrei quei brani da quindici righe circondati da tre chili di introduzione, vorrei dei testi VERI, di varie pagine. Ci sarebbe senz'altro un bel risparmio di carta.
Gli editori accetterebbero di vedere così ridotti i loro introiti?
Potrebbe convenirgli, visto che al momento la mia scuola di pensiero è "non comprare l'antologia e fai lavorare la fotocopiatrice". Peccato che non abbia mai potuto metterla davvero in pratica perché l'antologia l'ha sempre adottata qualcun altro per me.
Vantaggi analoghi si potrebbero avere con i libri di Educazione Musicale, ripensandoci.
Sì, in quel caso il risparmio ci sarebbe.
Sono malpensante se dico che disfarsi dell'antologia così come la conosciamo si rivelerà un'impresa improba?

STORIA: qui cascheranno un bel po' di asini, temo. Un manuale di storia ci vuole, e non basta un testo scritto, ci vogliono le illustrazioni, gli esercizi, le cronologie e tutto il resto. Ma in effetti un bel testo elettronico di appoggio per gli approfondimenti, altre immagini, documenti, laboratori etc, sarebbe proprio carino. Un anno potrei fare il laboratorio sulla rivoluzione francese e le guerre napoleoniche, un anno invece tormentare i miei sventurati allievi con le varie rivoluzioni inglesi del Seicento fino a fargli chiedere pietà in ginocchio e un anno fargli fare un bello studio parallelo sull'evoluzione delle armi e dell'esercito. Anche lì, pagare solo quello che si è effettivamente scaricato, a fine anno. Qui gli editori dovrebbero darsi effettivamente da fare e non tutto andrebbe stampato: spesso le immagini risultano molto migliori sullo schermo che nella stampa.

GEOGRAFIA: qui varrebbe perfino la pena di sfidare la giungla dei cavi elettrici, anche solo per le carte geografiche e tematiche e le varie tabelle. Un testo di appoggio su carta ci vuole, si capisce. Ma, ad esempio in terza, si potrebbero scegliere gli stati da studiare e perfino l'impostazione con cui studiarli. Per fare qualcosa di adeguato gli editori dovrebbero decisamente farsi da fare, ma il risultato potrebbe essere entusiasmante, specie se in classe si dispone di una bella lavagna digitale. In effetti i libri di geografia sono quelli in maggior trasformazione (a volte con risultati orripilanti) e la materia è molto elastica, potrei quasi dire liquida, e dunque un bel testo liquido potrebbe essere assai profittevole da usare.
Tra l'altro gli editori non avrebbero più scuse per rifilarci testi ancorati agli avvenimenti di cinque anni fa e tabelle con i PIL e gli indicatori economici vecchi e decrepiti.

Ci arriveremo?
Oh sì, ci arriveremo. Non in tre anni ma ci arriveremo, specie per storia e geografia. Prima o poi gli editori si accorgeranno che l'esistenza di san Google rischia di rendere sempre più inutile una buona parte della loro produzione...

venerdì 31 luglio 2009

La storia siamo noi - Scardinare l'impianto cronologico



Quando portai la tesina di storia del secondo anno di SSIS alla tutor ebbi cura di farlo nell'ultimo giorno di tempo disponibile per la presentazione. Questo le impedì di fare tutto ciò che tutti gli insegnanti del gruppo di storia ritenevano un loro preciso dovere (ovvero cambiare più volte l'argomento in corsa, assegnare una bibliografia che non c'entrava nulla e cambiare la struttura del lavoro): non avevo molto tempo da perdere e quel che facevo volevo poi mi fosse utile, almeno a livello di formazione personale.
Si trattava di un modulo in tre lezioni sull'economia tra le due guerre mondiali. La tutor dovette convenire che l'argomento era ben trattato e la bibliografia pertinente, ma si lamentò che tre lezioni per un modulo erano poche. Perché non lo ampliavo, ad esempio con un paio di lezioni sull'economia socialista in Svezia?
Risposi che l'economia svedese, per quanto argomento assai rispettabile, non veniva studiata in modo approfondito nel programma di terza media e che, soprattutto, tale tipologia economica si sviluppava dopo la seconda guerra mondiale.
"Ma noi stiamo appunto cercando di scardinare l'idea dell'insegnamento cronologico della storia" ribatté la tutor, assai infervorata.
"Io non sto cercando di scardinare un bel nulla e il programma di terza mi sembra abbastanza complesso anche senza confondere ulteriormente le idee ai ragazzi" risposi con voce da cui colavano i ghiaccioli.
Rimase interdetta, tanto che non riuscì a ribattere nulla - oppure un vago istinto di conservazione le suggerì di non spingersi oltre, perché oltre ai ghiaccioli dalla mia voce colavano anche pallottole e pugnali.
Da allora quel fiero proponimento di scardinare l'impianto cronologico mi è tornato spesso in mente, quando esaminavo i libri di storia - e, peggio ancora, quando ci lavoravo. Molti autori sembrano trovarla un'idea valida e si regolano di conseguenza, in barba agli obbiettivi ministeriali che continuano (non irragionevolmente, secondo me) a prevedere la capacità, per lo studente, di collocare un dato evento sulla linea del tempo.
Naturalmente siamo tutti d'accordo (credo) che la storia è qualcosa di più di un elenco di date, che la storiografia annalistica andava bene per gli antichi romani ma che oggi cerchiamo di inquadrare i fatti in un contesto più ampio, che non sempre è possibile trattare gli avvenimenti in ordine rigorosamente cronologico eccetera eccetera.
Detto questo, gli attuali manuali di storia per le medie sembrano convinti che il loro compito primario sia confondere le idee di chi li usa sulla successione temporale degli avvenimenti.
I metodi usati sono numerosi ed hanno maggior successo laddove si tratta di spaziare in ampi periodi. La storia medievale è fantastica sotto questo aspetto: puoi per esempio fissare la nascita delle città intorno all'anno Mille, trattare per due capitoli degli stati nazionali (che magari all'epoca non erano così consapevoli che in seguito avrebbero fatto di mestiere gli stati nazionali) dal 1000 al 1400 circa, spaziare sui popoli delle steppe con un piccolo excursus sulla storia cinese, soffermarti sugli ordini mendicanti e la civiltà cortese, poi un paio di paragrafi sulla vita dei castelli, e infine approdare ai contrasti tra papato e impero nell'XI secolo. Se poi alla fine di questa grande insalata i ragazzi che hanno provato a studiare storia sono convinti che Giovanna d'Arco e Francesco d'Assisi siano all'incirca contemporanei e Gregorio VII arrivi un po' dopo, insieme alle crociate e alla caduta di Costantinopoli, mi sembra il minimo.

Altre affascinanti possibilità sono offerte poi da eventi più fluttuanti, ad esempio la nascita della borghesia che notoriamente ha molte vite come i gatti perché, oltre a non morire mai, nasce un buon numero di volte: con l'affermarsi dei comuni, con l'espansione dell'economia fiamminga, con l'intervento di Colbert, un po' prima della rivoluzione francese e infine con la rivoluzione industriale finché non arriva Marx che parla di una borghesia completamente diversa.
Anche la rivoluzione industriale funziona bene sotto questo aspetto, perché già con l'invenzione della macchina a vapore si possono sfoggiare grandiose descrizioni delle città inquinate e degli slums che potranno in seguito essere ripetute pari pari per almeno tre volte (compresa una da includere nel paragrafo sul marxismo).
Si penserebbe però che, arrivati al programma di terza media, la ristrettezza dell'arco cronologico renda difficile confondere le idee più di tanto. In realtà anche lì, organizzandosi, si può fare parecchio - per esempio operando come il mio ultimo libro di storia* i cui autori, da sempre convinti sostenitori dell'importanza delle tre unità aristoteliche di tempo, spazio e azione, dedicano prima un capitolo al fascismo dal primo dopoguerra all'impero italiano compreso, poi uno all'antifascismo che comprende il delitto Matteotti, la posizione di Pio XI e Pio XII, i socialisti e le loro divisioni interne più Benedetto Croce, poi un capitolo sull'America dall'inizio del secolo alle riforme di Roosvelt più l'economia russa degli anni 30 (che funzionava con regole completamente diverse da quella occidentale), in seguito un capitolo per Hitler e l'antisemitismo e infine uno per la seconda metà degli anni 30 con le varie alleanze e conferenze di pace più la guerra civile spagnola e le leggi razziali italiane. A questo punto abbiamo un capitolo sulla seconda guerra mondiale (piuttosto frettoloso) e uno subito dopo, per l'Italia nella seconda guerra mondiale. Yalta arrivava dopo il varo della nostra gloriosa e amata Costituzione.

Un tempo i manuali di storia avevano quasi sempre una cronologia a fine capitolo, a volte all'inizio. Negli ultimi anni le cronologie sono completamente passate di moda, salvo che negli esercizi. I ragazzi hanno così la possibilità di pescare le date qua e là dal testo per piazzarle in ordine casuale in apposite caselle, ma mai di vedersele spiattellate comodamente davanti tutte in fila (altrimenti rischierebbero di impararle!).
Al posto della cronologia è diventata invece di gran moda la linea del tempo: si tratta di una sottile linea orizzontale piazzata in cima o in fondo alla coppia di pagine o all'inizio del capitolo, sulla quale vengono puntati gli avvenimenti più importanti, descritti con caratteri comodamente decifrabili con un microscopio anche di modesta portata, spesso ben mimetizzata con un accorto uso delle sfumature del grigio e dei colori pastello più chiari, tanto che ci si dimentica financo della sua esistenza.

Beh, in fondo la cronologia non è detto che sia così indispensabile: basta che il libro faccia attenzione a richiamare gli avvenimenti più importanti collegati a ciò di cui sta parlando.
Peccato che spesso il libro ritenga inutile soffermarsi su questi insulsi dettagli.
Siamo alla vigilia della prima guerra mondiale, c'è la questione balcanica. D'accordo, ma CHE COS'E' la questione balcanica? Che ne direste di un paragrafo che la riassume, visto che l'avete trattata marginalmente in quattro capitoli precedenti, quattro righe per capitolo?
Invece abbiamo una cartina per l'Europa verso la metà della prima guerra mondiale e una per l'Europa dopo la seconda guerra mondiale, ma nessuna dell'Europa prima di questo accidenti di prima guerra mondiale (e non un cane che dia qualche riga sull'effettiva consistenza dell'impero ottomano, di cui non si parla da svariati mesi e dal volume precedente. Si sa soltanto che "era il Grande Malato").
In queste condizioni, con lo sbarco in Normandia che avviene prima della fuga di Vittorio Emanuele III e della nascita della Repubblica di Salò, con la Resistenza dei nostri eroici partigiani sui monti piazzata prima di Yalta ma dopo il lancio delle due prime bombe atomiche (quanto ai pochi ebrei superstiti nei campi di concentramento, li hanno liberati qualche capitolo fa, dopo gli orrori della campagna antisemita) e i partigiani jugoslavi che imperversano dopo che già è calata la cortina di ferro, è già tanto se le sventurate creature affidate alle mie cure hanno metabolizzato che la seconda guerra mondiale va dal 1939 al 1945.

Intendiamoci, si può fare anche di peggio, ad esempio proponendo a distanza di una pagina (o addirittura nella stessa pagina) due date diverse per lo stesso avvenimento (poniamo, il regno di Luigi XIV, incoronato mi pare sui 14 anni ma che prese effettivamente il potere a 22; oppure la nascita dell'ordine francescano, a seconda che si scelga di rifarsi alla Regula non bollata o alla Regula bollata) senza una parola di spiegazione per il disgraziato studente - che poi anche il malcapitato insegnante non la schiferebbe, qualche parola di chiarimento, detto per inciso.
Oppure ci sono le mitiche mappe concettuali, un folle strumento didattico partorito da qualche mente malata dopo l'assunzione di LSD di pessima qualità. Intendiamoci, una mappa concettuale ben fatta può essere un validissimo aiuto per ripassare la lezione; di solito però le mappe concettuali dei libri di storia delle medie non sono fatte né benissimo né bene: sono una vera foresta di simboli, dove l'autore considera suo specifico dovere concentrare il massimo numero di frecce possibili (preferibilmente frecce di tre tipi o di più colori, con apposita legenda sotto per semplificarsi le idee) che a volte indicano un rapporto causa-effetto (o magari credono di indicarlo, perché la maggior parte dei rapporti causa-effetto dei nostri manuali sono decisamente opinabili), a volte un rapporto prima-dopo, a volte un rapporto di contemporaneità e a volte... mah, a volte proprio non si capisce che diavolo di rapporto possano stare ad indicare - ma tanto una freccia non si nega a niente, in una mappa concettuale.

In sintesi: la maggior parte dei libri di storia è piena zeppa di errori nel testo principale. I cosiddetti sussidi didattici che affollano la pagina fino all'inverosimile, in un tripudio di colori e di segnali di evidenziazione, contribuiscono poi a completare l'opera del testo confondendo quanto più è possibile le idee allo sventurato allievo; se aggiungiamo che il poveretto viene da scuole elementari dove "la storia" in generale non si fa più e ci si limita a carotare alcuni argomenti, confondergli le idee è facile quanto impallinare un'anatra accovacciata.

Dopo di che alle superiori si lamentano che la preparazione di storia dei ragazzi che gli arrivano fa schifo, pena, ribrezzo e pietà.
D'accordo, alle superiori si lamentano sempre e per principio (come facciamo del resto anche noi alle medie).
A volte però ci sta pure che abbiano ragione.

*STORIA, della DeAgostini (gli autori hanno comprensibilmente preferito mantenere l'incognito) ora per fortuna non più pubblicato.

giovedì 30 luglio 2009

Harry Potter e il Principe Mezzosangue




Abstract: sono stata a vedere "Harry Potter e il Principe Mezzosangue" e l'ho trovato una gran palla. Più sotto spiego dettagliatamente.

Il sesto libro della saga di Harry Potter è il libro dei Serpeverde: conosciamo qualche squarcio della vita del Serpeverde più famoso, ovvero Voldemort, e anche qualche discendente invero un po' decaduto del fondatore della casa; apprendiamo qualcosina sul più misterioso dei Serpeverde minori, ovvero quel Blaise Zabini di cui per anni nelle fanfiction si è discusso se fosse maschio o femmina (è maschio, nero e pare sia anche bellissimo pur non facendo nulla di rimarchevole in alcuna pagina del libro); ci soffermiamo adeguatamente sul Serpeverde più ambiguo della saga, ovvero Severus Piton e finalmente Draco Malfoy fa qualcosa, che non sia prendere in giro Harry, Ron ed Hermione, per giustificare la sua esistenza in vita; conosciamo poi la madre di Draco e scopriamo (senza sorprenderci troppo) che anche i Serpeverde sono attaccatissimi ai loro figli; vediamo all'opera un Serpeverde "buono", di quelli che hanno approfondito le scienze occulte senza cedere troppo al loro fascino, ovvero il professor Lumacorno, che si veste spesso con un abbagliante color smeraldo; abbiamo occasione di conoscere un bel po' di magia nera al di là delle tre Maledizioni Senza Perdono; infine Harry e Silente vanno a caccia di un medaglione in un antro verde pieno di raggi verdi e di acqua verde (e di un sacco di altre cosacce).
E' un libro cupo, e questo è messo bene in rilievo dalla fotografia del film, anche se di verde se ne vede assai poco, anche nel verdissimo e spettrale antro.
E' anche un libro con una trama ricca e molto ben composta, ma guardando il film questo non si capisce. Ecco, il problema è che nel film non si capisce un accidente di quel che succede. Questo mi sembra un limite.
D'accordo, hanno semplificato la trama. Con un libro di quelle dimensioni devi semplificare la trama o lo spettatore non ne esce vivo; però il risultato è una serie di brandelli di vicende scarsamente collegati tra loro. Poniamo che qualcuno che non si è letto i libri voglia seguire la saga solo attraverso i film; io non la trovo una pretesa irragionevole, ma il regista degli ultimi due episodi evidentemente sì. Eppure, secondo me, un film intitolato "Harry Potter e il Principe Mezzosangue" dovrebbe farti conoscere la storia di Harry Potter e del Principe Mezzosangue, più che servirti per controllare se l'hai capita bene leggendola sul libro - il tutto sia detto senza minimamente voler scoraggiare nessuno dall'amore per la lettura.

Si parte senza il colloquio tra il ministro della magia e il primo ministro babbano; d'accordo, è una scelta: qualcosa si deve pur tagliare e si è scelto di tagliare TUTTA la parte politica, anche per evitare che gli scervellati spettatori si accorgessero che è molto, molto attuale. E dunque via i problemi legati all'informazione, via gli elfi e i goblin/folletti, via le discriminazioni contro i lupi mannari, via il tentativo del nuovo ministro Scrimgeur di tenere tranquilla la popolazione con interventi di facciata, via il panico serpeggiante, restano solo delle immagini un po' scure; anche la scena del crollo del ponte, bella e impressionante, resta, come dire... sospesa nell'aria (!).
Alla fine del film precedente Sirius è morto, e la cosa aveva, come dire, leggermente scosso Harry. Ma si sa che chi muore giace e chi vive si dà pace e ritroviamo un Harry di ottimo umore che invece di stare in camera a mangiarsi il fegato per quel che è successo va in giro ad imbroccare ragazze - operazione legittima, si capisce, ma un po' fine a sé stessa visto che finisce in un niente di fatto (solo per colpa degli sceneggiatori, visto che Harry e la ragazza erano disponibilissimi a fare il loro dovere) perché arriva Silente. L'utilità della scena sfugge, visto che pochi metri di pellicola dopo Harry si mostrerà assai attratto da Ginny...
Serve per farci vedere che Harry è in caccia? Vabbe', prendiamola per buona.
In treno, non si sa perché, Harry Ron ed Hermione godono di uno scompartimento tutto per loro anche se non hanno poi grandi segreti da raccontarsi; il povero Draco, invece, che dovrebbe far capire agli altri che ci ha una Vera Missione da compiere per conto di Voldemort, è costretto a raccontarlo a un'intera vettura di seconda classe - per fortuna piena di soli Serpeverde.
Scopriamo qualcosina sulla vita di Voldemort, ma data la cronica assenza di ogni tipo di accenno ai suoi genitori siamo costretti a concludere che è nato sotto un cavolo - eppure la famiglia e i traumi subiti nella prima infanzia (e soprattutto durante la gestazione) hanno una parte non secondaria nel libro e allacciano un bel po' di fili nella trama.
Visto che in una delle scene ha undici anni e nell'altra diciassette hanno chiamato due diversi attori, solo che il diciassettenne sembra il sosia dell'undicenne ed è molto, molto meno carino dell'altro Voldemort diciassettenne che abbiamo visto nella Camera dei Segreti. Dice che ormai era fuori età per la parte, magari è anche vero, però potevano almeno cercare di farli simili. Dopotutto, in teoria, sono la stessa persona!
A Natale i Mangiamorte attaccano casa Malfoy. Nonostante che dentro ci sia mezzo Ordine della Fenice e alcuni dei più brillanti maghi in formazione, nessuno di loro riesce a far niente per difendersi. Scappano, sguazzano tutti tra erba e paludi, in mezzo a una quantità di vegetazione che a Natale non c'è manco in Riviera, poi guardano il rogo della casa e nessuno in seguito ha una parola di commento o di disappunto (ignoriamo se dopo l'incidente la famiglia Weasley vada al dormitorio pubblico o si accampi da qualche amico. Qui il libro non ci è di aiuto perché la casa non viene attaccata né tantomeno bruciata).
Fleur latita e nessuno ne parla. In compenso Bill non viene morso da nessun lupo mannaro e in sostanza dei due non c'è traccia, tanto meno in versione fidanzati. Ritorneranno, dice, nei prossimi film. Tonks e Lupin si fidanzano senza particolari traumi, lontano dall'occhio della cinepresa, e a Natale stanno chiaramente insieme. Diciamo che la vita sentimentale degli "adulti" viene drasticamente semplificata. Vabbe', qualcosa devi tagliare, però non c'era niente di male a ricordare allo spettatore che passare i diciassette anni non vuol dire avere automaticamente raggiunto la pace dei sensi e dei sentimenti.
Draco... ecco, Draco è impegnatissimo a cercare di far entrare di soppiatto dei Mangiamorte ad Hogwarts.
Perché non li fa entrare dal portone? Perché sul portone ci sono gli incantesimi di protezione, ovvio.
E perché i Mangiamorte non si limitano a materializzarsi dentro Hogwarts?
Perché (il lettore l'ha imparato nel terzo libro, dove gli è stato ripetuto ben oltre la nausea) non ci si può materializzare dentro i confini di Hogwarts. Nel film invece Silente dice a Harry "Harry caro, andiamo a caccia di horcrux. Dammi il braccio che ci smaterializziamo"; Harry ribatte "Ma signore, non è consentito smaterializzarsi a Hogwarts". Silente gli risponde "Essere me ha i suoi vantaggi", ovvero "Io sono il preside e faccio come mi pare". Qui i casi sono due: o i traduttori dei dialoghi del film si sono bevuti il cervello, o se lo sono bevuto gli sceneggiatori originali, perchè se è solo una questione di divieti... beh, i divieti si ignorano, e i Mangiamorte non vengono mai descritti come persone particolarmente scrupolose nell'osservanza delle leggi.
Insomma, se c'è un semplice divieto, e allora basta fregarsene, non si capisce perché Draco deve incomodarsi tanto; ma se invece ci sono fior di incantesimi che impediscono di materializzarsi, beh, allora il lavoro di Draco ha un senso e anche una sua utilità (dal punto di vista dei Mangiamorte, si capisce).
Piton è il Principe Mezzosangue, lo proclama e l'ha anche scritto sul frontespizio di un suo vecchio libro. Perché proprio "il Principe Mezzosangue" e non, chessò, "il Re degli Avvincini"?
Nessuno ce lo spiega - soprattutto, nessuno se lo domanda.
Nessuno perde tempo su niente, in questo film, e l'unico che sembra ricordarsi che dietro al canovaccio principale c'è una saga fantasy da badare è Draco - che comunque si preoccupa solo della sua pelle, mentre nel libro sa che dal suo fallimento può dipendere la morte dei suoi genitori oltre che la sua.
La madre di Draco, che su carta è sempre stata descritta come una bella donna, è una carampana bicolor in stile Crudelia DeMon (molto più bella la sorella Bellatrix, che pure si è fatta quindici anni ad Azkaban). Con Piton fa "il voto infrangibile", in fretta e furia, per esigenze di copione. Più che una madre terrorizzata per le sorti del suo unigenito sembra una signora un po' protettiva che prende una precauzione in più per il suo rampollo, mentre Severus si prende in carico la cosa solo perché gliel'ha chiesto l'autrice. Manca completamente l'interrogatorio di Bellatrix che serve a spiegare come fa Piton a condurre il suo doppio gioco con Voldemort. Ma in effetti non si insiste minimamente sul doppio gioco di Piton, che con molta naturalezza passa da un té con Silente a una merenda sull'erba con i Mangiamorte e tutti danno per scontato che stia dalla loro parte, qualunque sia la loro parte. Compare Minus per quattro secondi, ma come potrebbe comparire il ragazzo che fa le consegne per il fornaio. In effetti, potevano non metterlo e non cambiava nulla.
Si parla poco anche degli horcrux. Ci dicono che qualcosa, come il funerale di Silente, sarà recuperato nei due prossimi film, ma qui l'impressione è che Silente muoia per questioni di trama ma senza causare scompiglio a nessuno. Niente battaglia di Hogwarts, una fuga piuttosto rilassata di Piton, che viene anche deprivato dell'unica frase che grida a sua difesa "Non chiamarmi codardo!" (richiesta più che legittima: uno che fa il doppio gioco tra Voldemort e Silente ha certamente un coraggio da leoni, indipendentemente dalla parte per cui lavora).
Niente quadri, niente fantasmi, niente scale semoventi. Hogwarts è un edificio gotico come tanti, un po' spoglio, senza caratterizzazione. C'è la Stanza delle Necessità, ma nessuno ci spiega come mai è diventata un gran ripostiglio.
Il professor Lumacorno viene tratteggiato in maniera piuttosto fedele e chiara. Non veste mai di verde ma pazienza. In compenso sembra l'unico che fa lezione. Nessuno insegna e, giustamente, nessuno studia, almeno sotto i nostri occhi. Tutti girano in abiti babbani e questo mi ha contrariato, forse perché in cuor mio amo le divise, come il nostro amato ministro dell'Istruzione.

I tre protagonisti principali si occupano soprattutto della loro vita sentimentale (con la parziale eccezione di Harry che ogni tanto cerca di tampinare Draco) ma senza essere granché avvincenti nemmeno lì. Anche Silente si occupa della loro vita sentimentale, perché ha scoperto che Harry passa un sacco di tempo con la signorina Granger (vero, passano un sacco di tempo insieme... da più di cinque anni. A parte la domanda del tutto fuori carattere, ma se n'è accorto solo ora?).
Funziona bene McLaggen che, nel libro come nel film, svolge onorevolmente la sua parte di piovra dai mille tentacoli che vorrebbe tanto farsi Hermione, peccato che lei preferirebbe piuttosto impiccarsi al Platano Picchiatore.
Bene anche Lavanda, che nel libro come nel film svolge l'altrettanto onorevole parte di ragazza innamorata di Ron e un tantino appiccicosa (ovvero peggio del tradizionale gattino attaccato) e che alla fine viene piantata perchè in Ron, dopo l'entusiasmo iniziale, subentra la pallificazione più completa.
I rapporti nelle due coppie principali sono invece semplificati al massimo: Ron si prende Lavanda semplicemente perché gli va - che è un motivo validissimo, ma a quanto sembra nessuno gli ha spiegato che nel prossimo film deve mettersi con Hermione (anche se viene fatto intuire che Lavanda ha il suo cuore ma non la sua anima, nell'originalissima scena in cui Ron, in stato d'incoscienza, invoca appunto Hermione). Nel libro tutto l'affaire aveva risvolti un po' più complessi.
Anche la storia del filtro che Romilda tenta di rifilare ad Harry è piuttosto slegata. Nel libro fa parte di una serie di rimandi sul tema dei filtri d'amore (che sono parte essenziale per il concepimento di Voldemort, fra l'altro); nel film l'hanno tenuta solo perché ci si attaccava una scena piuttosto divertente con Lumacorno, ma dà l'impressione di un episodio messo lì per far numero.
Quanto a Harry, improvvisamente decide che vuole Ginny; Ginny sembra averlo capito benissimo perché gli fa una insinuante danza di corteggiamento per mezzo film, solo che i due vengono regolarmente interrotti sul più bello - all'occorrenza anche dall'attacco dei Mangiamorte a casa Weasley. Alla fine la ragazza se lo porta dietro nella Stanza delle Necessità, (dove, in barba al nome, Harry nasconde un libro che non ha alcuna necessità di nascondere, visto che nessuno poi glielo richiede) e lì finalmente riescono a baciarsi per circa mezzo secondo, dopo di che nessuno dei due mostra la minima inclinazione a voler dare un po' di concretezza alla cosa; allo spettatore rimane l'impressione che, caso mai qualcuna voglia fare qualcosa con Harry, l'unico problema è assicurarsi un posto tranquillo: Harry, vuoi per buon cuore, vuoi per innata passività, lascerà comunque fare. Mah.
Qualcuno ha parlato di "amori alla Dawson's Creek"; io Dawson's Creek non l'ho mai visto, ma mi auguro per gli spettatori che i suoi protagonisti operino con un pochina più di convinzione in questo campo così delicato.
Gli ultimi dieci secondi del film sono dedicati alla fenice di Silente (che nel resto del film non viene nemmeno citata). Chi ha letto i libri la riconosce dalle belle piume rosse e gialle, chi non li ha letti immagino si rallegrerà di vedere un così bell'uccello che vola alto nel cielo. Fine.

Ah sì, c'erano anche gli effetti speciali.
Beh, la scena dove Silente e Lumacorno rimettono a posto la casa non è male.
E gli attori erano tutti bravi. Certo, chi si è trovato a fare la parte dello scemo ha dovuto dimostrare la sua bravura scemeggiando abilmente (ogni riferimento a Ron e a Silente è puramente casuale).

lunedì 27 luglio 2009

Guida Alla Compilazione Della Domanda Per Le Graduatorie D'Istituto (unplugged)