Il mio blog preferito

venerdì 11 ottobre 2019

La signora di Wildfell Hall - Anne Brontë

Il secondo e ahimé ultimo romanzo di Anne Brontë si intitola, in inglese The Tenant of Wildfell Hall; tradotto vorrebbe dire "L'inquilina di Wildfell Hall", che sembrerebbe pure un titolo perfettamente accettabile per qualsiasi editore sensato, e anche molto pertinente perché in effetti la protagonista indiscussa del libro è proprio la signora che ha preso in affitto un po' di stanze (restaurate) in un'oscura e diroccata magione chiamata appunto Wildfell Hall e situata in una non meglio definita contea inglese. Aggiungo che magari chi legge in inglese può restare incerto all'inizio perché "tenant" come tutti i sostantivi inglesi è unisex, ma già a pagina sei viene svelato senza infingimenti che si parla di una donna.
Gli editori italiani comunque hanno stabilito che quel titolo proprio non gli piaceva.
La prima edizione, della Capitol nel 1965, opta per La misteriosa signora Graham
che volendo è un po' ingannatore perché la signora Graham non si chiama affatto così e gira sotto pseudonimo, come il lettore comincia a sospettare abbastanza presto visto che si presenta fin dall'inizio come creatura assai misteriosamente misteriosa. Comunque per un bel po' è l'unica edizione italiana (salvo forse la BUR grigia, di cui comunque nn ho trovato traccia in rete) e a giudicare dal numero delle pagine è anche completa. 
Questo è quanto finché non si muove Frassinelli, trentadue anni dopo. Nel 1997 arriva dunque una nuova traduzione sotto il demenziale titolo de Il segreto della signora in nero, che mi sembra adattissimo a far scappare qualsiasi lettore a gambe levate quando l'autore indicato in copertina non sia Ponsoin du Terrail, perché dà l'idea di un polpettone incredibilmente polpettonato. A tutto ciò si aggiunge una copertina che c'entra veramente il giusto 
visto che la bella addormentata ivi raffigurata indossa solo una camicia da notte molto chiara.
Ad ogni modo non mi lasciai distrarre né dalla copertina né dal titolo delirante e mi fiondai subito sul volume, ben felice di poter finalmente leggere il secondo romanzo di Anne Brontë di cui avevo tanto sentito parlare, ma solo in inglese perché in Italia di Anne Brontë non si occupava nessuno. L'edizione si esaurì nel corso degli anni e la conoscenza del romanzo rimase forzatamente limitata a pochi eletti fin quando, nel 2014 se ne occupò Neri Pozzi, con una copertina di singolare bruttezza e molto inquietante e un titolo un po' più fedele all'originale ma piuttosto fuorviante
perché il lettore è portato a pensare che, oltre ad abitare a Wildfell Hall, la protagonista ne sia anche proprietaria invece che inquilina, e non è affatto la stessa cosa.
Ultima, nel 2016, arriva la Newton, che mantiene il titolo di Neri Pozzi e ci mette una copertina un po' balorda (la protagonista ha i capelli neri, non rossi) ma che per lo meno non fa venire gli incubi

Probabilmente costa anche un po' meno della Neri Pozzi, considerati i prezzi piuttosto stracciati della Newton.
Resta da capire cosa ci sia di così impresentabile nella parola "inquilina" nel titolo di un libro, ma si sa che gli editori son gente strana e quelli italiani più degli altri, sospetto. Ma in qualsiasi edizione lo leggiate resta sempre un ottimo romanzo anche se spezza il cuore - e del resto il fatto che spezzi il cuore indica che è bello e ben scritto.
Wildfell Hall (chiamiamolo così che si fa prima) uscì nel 1848 ed ebbe un tale successo che Anne riuscì a scrivere la prefazione alla seconda edizione prima di morire di tisi nel 1849 - prefazione che rispondeva alle solite critiche che venivano fatte spesso ai romanzi delle sorelle Brontë: linguaggio troppo diretto, contenuti crudi - e, naturalmente, inadatti a una donna. Al che l'autrice ha buon gioco a rispondere che proprio non si sa spiegare perché le stesse cose scritte da un uomo vadano bene e scritte da una donna siano sconvenienti.
Ufficialmente secondo la critica è un romanzo dedicato al cupo tema dell'alcolismo e rielaborato dalle esperienze del fratello di Anne, Branwell - che effettivamente morì proprio per l'abuso di alcool. Di alcool nel romanzo si parla parecchio, senza dubbio, ma se per questo anche di gioco d'azzardo, orge e altre dissolutezze. La storia però è imperniata assolutamente e totalmente sulle vicende di Helen ed è incentrata soprattutto sulla lenta dissoluzione di un matrimonio d'amore finito male che più male non si potrebbe. Charlotte racconta che la sorella sentiva il dovere morale di scriverlo appunto per mettere in guardia i lettori contro l'abuso di alcool ma che scriverlo la depresse molto e le costò molta fatica - ma Charlotte, quando parlava dei romanzi delle sorelle, diceva spesso cose piuttosto strane e non sappiamo quanto fosse in buona fede. È senz'altro credibile però che Anne abbia sofferto raccontando la tristissima vicenda di Helen, anche se poi le regala un lieto fine. Di sicuro io ho sofferto leggendola.
Di nuovo troviamo il tema assai caro ad Anne del mercato matrimoniale cui erano sottoposte le ragazze di buona famiglia; mentre nei romanzi di Jane Austen regna l'idea che una ragazza che sappia regolarsi e all'occorrenza riesca a resistere a pressioni indebite possa addivenire a una felice unione basata sulla stima e sull'affetto reciproco, dai romanzi di Anne appare chiaro che la pressione sulle ragazze è troppo forte perché questo avvenga: il modo in cui sono gestite le circostanze nella buona società è sbagliato in partenza e solo una colossale dose di fortuna può permettere a una ragazza bella e in possesso di un buon patrimonio di stringere una unione che non sia in partenza destinata a esisti disastrosi, mentre una ragazza non particolarmente provvista di grazie e di patrimonio può cavarsela molto più facilmente - anche perché le viene lasciata maggior possibilità di regolarsi per conto suo purché in qualche modo si procuri un marito e insomma le pretese sono meno irragionevoli.
Per l'appunto Helen è bella, molto bella - ce lo garantisce sin dalle prime pagine il narratore, dichiarandolo in proprio ma anche testimoniando la gelosia che altre giovani donne provano nei suoi confronti - e ha dei beni da ereditare sia dal padre che dagli zii senza figli che l'hanno allevata. Questa disastrosa combinazione le assicura due terribili corteggiatori: un vecchio libertino e un non troppo giovane uomo di una seriosità insopportabile che la ama contro la sua (di lui) volontà e si ripromette di redimerla dalla sua giovanile frivolezza. Entrambi hanno un solido patrimonio che garantisce loro il diritto ad aspirare alla sua mano e la tengono sotto stretto assedio. La povera Helen registra sul diario che entrambi le fanno venire il latte alle ginocchia o peggio e che lei in società si annoia a morte perché si ritrova sempre quei due appiccicati peggio che della colla di pesce, e non può mai dedicarsi a cercare qualcuno che potrebbe piacerle davvero, e cita un paio di ragazzi che le sembravano piuttosto interessanti e che le sono stati tenuti lontano con gran cura perché erano figli cadetti e quindi non avevano accesso a un patrimonio che la autorizzasse a dedicargli parte del suo tempo (e che magari, vai a sapere, sarebbero stati ottimi mariti).
Che succede a questo punto? Succede che Qualcuno rompe l'assedio, naturalmente - e questo Qualcuno è di famiglia troppo buona e di patrimonio troppo rispettabile per essere apertamente scacciato, anche se non piace ai due zii, che parteggiano apertamente per il corteggiatore pedante senza riuscire a capacitarsi che Helen non si renda conto di com'è adatto a lei.
Helen punta i piedi e resiste, con una forza d'animo davvero ammirevole considerando che la pressione è davvero forte; ma tutto ciò le rende ancor più dolce e appetibile il Qualcuno che è riuscito a intrufolarsi, che non può essere scacciato apertamente e che oltretutto è tanto bello quanto piacevole di modi.
La zia le spiega variamente che il Qualcuno non è un partito raccomandabile perché ha dei precedenti di dissolutezza. Anche un cieco può vedere chiaramente come la faccenda è destinata a finire: Helen lo sposerà con la granitica convinzione di riuscire a redimerlo, anzi con la certezza che non ci sia nemmeno granché da redimere e che alle spalle il bel giovine abbia soltanto qualche passo falso dettato dall'ardore della giovinezza e di cui la maggior parte della colpa spetta in realtà alle cattive compagnie e a una famiglia che lo ha trattato troppo freddamente (il padre) e troppo viziato (la madre).
Volendo la faccenda si può vedere anche in un altro modo: Helen è perdutamente innamorata e lo sposa perché non riuscirebbe a sopravvivere senza di lui, e tutto il resto son dettagli.
Il lettore però vede il bel giovane un po' scapestrato con occhio non alterato dalla passione e percepisce delle note stonate. Si rende conto che il sentimento c'è, anche da parte di lui, ma nota anche un paio di aspetti che Helen rifiuta costantemente di vedere: il bel giovane scapestrato gioca con la ragazza come il gatto col topo, ed ha una vena di prepotenza che tradisce  una singolare indifferenza per i sentimenti altrui. In pratica: è quel tipo di persona che fa il cazzo che gli pare e gli altri si impicchino pure - non esattamente il Perfetto Marito, viene da dire.
Il matrimonio va benissimo per i primi mesi, si regge decentemente per un paio di anni nonostante tutto, anche perché nel frattempo arriva un delizioso figlioletto (che il viziatissimo marito percepirà come un rivale) fino a sfaldarsi sempre più, lentamente e dolorosamente. Helen passa tutte le fasi della cecità e delle scuse possibili e immaginabili, ma gradualmente e inesorabilmente in lei si fa strada la certezza di essersi messa in trappola con le sue mani e di avere di sua libera volontà sposato una persona moralmente tarata e per cui  non riesce a provare altro che un generico affetto, e alla fine nemmeno quello.
A quel punto cercherà una via di scampo, non tanto per lei (è consapevole dei suoi errori ed è disposta a scontarli) ma soprattutto per il bene del bambino su cui l'influsso del padre si sta rivelando davvero deleterio. Lo strano è che riuscirà a trovarla, questa via di scampo, o meglio a costruirsela, aggirando leggi, convenzioni e ostacoli materiali di consistente rilievo.
Tanta determinazione non può andare sprecata ed ecco apparecchiato per lei un nuovo matrimonio, che si rivelerà ben più felice del primo, anche perché è nato da una scelta consapevole e non viene ostacolato da considerazioni economiche: Helen è di nuovo ricca alla fine del romanzo, ma anche indipendente e libera da condizionamenti e illusioni e sceglie sì guidata dalla passione, ma alloggiando tale passione in ben più meritevole oggetto.
Insomma, un romanzo di formazione dove la protagonista impara dai suoi errori e supera le illusioni dettate dalla giovinezza e dall'inesperienza.

Quali sono i punti di forza di questo romanzo? Moltissimi, direi. Una vicenda decisamente originale dietro le apparenze - ad esempio nel fatto che l'eroina non sia una vergine insidiata ma una donna adulta che è scappata da un matrimonio infelice e ha trovato il modo di costruirsi una nuova esistenza guadagnandosi da vivere per sé e per il figlioletto. La descrizione dolorosa di come una donna di rispettabile intelligenza si possa volontariamente consegnare legata mani e piedi all'uomo sbagliato. La descrizione ancor più dolorosa della consunzione di un amore sincero e profondo, con dietro l'impressione che sarebbe bastato poco nei primi tre anni a fermare la dissoluzione dell'amore e a fare di quel matrimonio una unione felice. Una descrizione dolorosamente spietata delle dipendenze e delle "cattive compagnie" - ognuna cattiva a modo suo, ma Helen è riuscita a sposare l'uomo più debole del gruppo, specializzato nel farsi sempre portare dalla piena e risoluto a risparmiarsi sempre la fatica di prendere in mano la sua esistenza. Una gelida descrizione di quell'ossessione per il denaro che è la rovina di tante povere ragazze in una società molto moralistica e assai poco morale. L'elenco dei molti nomi dell'amore. Una trama molto ben costruita, con un continuo gioco di specchi e di rimandi: situazioni simili che portano a esiti diversi, situazioni apparentemente diverse che portano a esiti simili, convenzioni letterarie a volte rispettate e a volte no, sentimenti sinceri che sono in realtà trappole insidiose, sentimenti vissuti sinceramente che sono in realtà raffinati inganni... Anche descrizioni molto, molto accurate di scene di dissolutezza dove il peso delle convenzioni ma soprattutto la debolezza giuridica femminile impedisce alle donne che vi si trovano incastrate di difendersi se non con l'unica possibile tattica del "fare finta di niente" e scappare appena possibile, e sotto questo aspetto mi ha ricordato un po' Evelina.
Il lieto fine, per quanto un po' allungato (o forse proprio perché un po' allungato) scioglie in ultimo la tensione e lascia il lettore un po' scosso, molto stranito ma tutto sommato racconsolato. E' un romanzo cupo, angosciante e crudele ma si legge volentieri, molto volentieri, rubando il tempo agli amici e alle faccende di casa e allestendo improbabili scuse per ritagliarsi una serata libera e spengere la luce due ore più tardi anche se domani sarà una giornata faticosa.
Caldamente consigliato, non fa differenza se nella vostra vita esterna in quel momento siete allegri o infelici o stressati, il romanzo vi avvolgerà come una calda coperta e vi isolerà dall'ambiente esterno. 

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma, salutando con dispiacere Anne Brontë e rimandando per il momento l'incontro con Emily (non di molto, comunque). Lurkerella, dove sei?

giovedì 10 ottobre 2019

Brexit Poll (nessuno si preoccupa mai di noi poveri insegnanti)

Ho pescato questa graziosa vignetta dal web circa due anni fa
Credendo di farmi un favore e non confidando troppo nella mia ritrovata forma fisica, la Preside Reggente ha deciso anche quest'anno di darmi un'orario ridotto: otto ore di Potenziamento da dedicare alla Biblioteca, quattro Geografie e una Storia, così se sparisco di nuovo non rischio di fare troppi danni e se invece starò bene nelle sue benevoli intenzioni godrò di un anno più riposante del solito, senza coordinamenti e senza una classe o due dove gestire materie così complesse e impegnative come Italiano, Storia e Geografia.
Le intenzioni erano buone, non lo metto in dubbio, ma...

All'inizio dell'anno mi sono così ritrovata quattro classi con Geografia, e due sono Seconde. E in Seconda, si sa, si fa l'Europa politica con particolare riguardo all'Unione Europea. E si dà il caso che l'Unione Europea da qualche anno stia passando un periodo piuttosto travagliato. Sì, ormai da qualche anno invero essa lo sta passando.
Finora Greta e un ripasso veloce dell'Europa fisica mi avevano salvato, ma alfine è arrivata la domanda tanto temuta, e non è arrivata solo dalle seconde.
Prof, ma l'Inghilterra è dentro o fuori dall'Unione Europea?
(Ah, saperlo, saperlo...)

La domanda è stata posta in vari modi e ha avuto varie risposte, con grande arrampicamento sugli specchi da parte mia, che anzi devo decidermi a comprare delle nuove ventose perché quelle che avevo si stanno ormai logorando.
Prof, è vero che la Gran Bretagna ha lasciato l'Europa?
Per nostra grande fortuna la Gran Bretagna non può lasciare l'Europa, sarebbe un vero cataclisma se lo facesse!
Risate e commenti sulla deriva dei continenti.
E immaginate cosa succederebbe se decidesse di andarsene l'Austria, con tutte le sue montagne al seguito!
Tuttavia più di tanto non si può tergiversare.
Invece è vero che da più di tre anni il Regno Unito sta cercando disperatamente di uscire dall'Unione Europea e nello stesso tempo di non uscirne.
Sguardi comprensibilmente perplessi. Ebbene sì, ragazzi, la verità è questa e io non posso cambiarla per far piacere a voi. D'altra parte non sono stata io a entrare in argomento.
Segue un vago racconto: c'è stato un referendum consultivo, poi hanno cominciato a trattare, e trattano e trattano... E c'è il problema dell'Irlanda del Nord...
Ne approfitto per spiegargli la complessa questione del Regno Unito, che è sempre spinosa quando arriva il momento: ci sono quattro regni su due isole, ognuna con la sua capitale e la capitale del Regno Unito nel suo complesso è Londra, che è anche la capitale dell'Inghilterra; in compenso anche l'isola Irlanda è divisa in due con due capitali. Ci sono sempre dei problemi quando arrivo a interrogare sul Regno Unito, figurarsi in queste classi dove tutti sono convinti che il nome della penisola italica sia Italia e confondono la Spagna con la penisola iberica.
Stasera comunque mi sono messa una mano sulla coscienza e mi sono fatta un ripassino generale della questione Brexit, che è parecchio incasinata. Chiaro che non posso spiegargliela nei dettagli o mi lanciano i pomodori e i torsoli di cavolo; ma qualcosa andrà pur spiegato, in particolare alle seconde, ora che lo spettro della Rivoluzione Inglese con tanto di regal decapitazione è stato evocato più volte quando Boris Johnson the Fox ha deciso di chiudere il parlamento per aggirare la legge che impedisce l'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea senza apposito trattato. C'è il no-deal, c'è il backstop, c'è la grandissima troia della loro mamma... no, questa in classe non posso dirla, devo trovare una forbita metafora. Difficile trovarne però per un modo di dire dialettale e difficilissimo da tradurre.
In compenso la Povna mi ha suggerito una sintesi eccellente, e anche quella risale a poco dopo il referendum, come spiega nei commenti:

Come ho già scritto, la sola idea della Brexit mi spezza il cuore. Mai però avrei immaginato che da tal folle pensata della perfida Albione sarebbero derivate tante e sì varie complicanze, o che la Brexit avrebbe reso più difficoltoso il mio lavoro. Ma così va il mondo, e tutti questi politici persi nei loro demenziali giochetti di potere non pensano mai alla gente comune e ai loro problemi, è proprio vero. 
Mai nessuno per esempio che si preoccupi delle difficoltà che quotidianamente incontrano gli insegnanti quando devono, non dico giustificare o spiegare, ma semplicemente esporre certe questioni ai loro poveri alunni tenerelli e tredicenni, ancora inesperti del viver del mondo e che ti guardano con gli occhi radianti di innocenza. E tu devi pur dargli una risposta.
Invero, questo è un mondo crudele.

venerdì 4 ottobre 2019

I miei insegnanti - Francesco d'Assisi

Come tutti gli scolari italiani anch'io ho conosciuto Francesco d'Assisi in tenerissima età attraverso la suggestiva leggenda della conversione del lupo di Gubbio e solo molti anni dopo ho scoperto, con grande dispiacere, che era apocrifa*. Come molti personaggi di enorme popolarità infatti, anche Francesco è famoso soprattutto per quello che non ha fatto e detto, e tra tutte le citazioni che circolano sui social a malapena un paio sono autentiche**, o almeno attestate nelle fonti ufficiali: ma anche se non risulta che abbia addomesticato lupi predatori, mantiene tuttavia un buon numero di frecce al suo arco.
Come tutti gli scolari anch'io in seguito ho approfondito la conoscenza attraverso la lettura del Cantico delle creature, e tanto l'ho apprezzata che nullu scholaro vivente che passa dalle mie mani pò scappare dall'accurata analisi di tal poesia, nonostante da sempre io proclami e dichiari che non faccio letteratura. 
Più avanti arrivò il ritratto tanto bello quanto fedele che Dante ne fa fare nel Paradiso a Tommaso d'Aquino. E, come ogni essere vivente, anch'io ho visto il film di Zeffirelli, anche se con scarso entusiasmo la prima volta e con autentica crisi di rigetto la seconda, come andrò a raccontare più avanti.
Io però sono andata anche oltre, nella cinoscenza di questo affascinante personaggio, perché all'università ci ho fatto un corso, dedicato appunto alle fonti francescane, e da allora mi considero una autorità in materia***. 
Fu un gran bel corso. Partimmo dal Testamento, continuammo con le due Regole ma approdammo poi non solo alle due biografie ufficiali di Tommaso da Celano e a quella di Bonaventura da Bagnoregio ma anche a un testo meno conosciuto, ovvero gli Scripta Leonis, Rufini e Angeli, opera redatta da tre compagni di Francesco della prima ora al tempo in cui l'ordine era a caccia di memorie e racconti di episodi sconosciuti, allo scopo di redarre una biografia adeguata e completa del loro illustre fondatore. Come molti altri della letteratura latina medievale, gli Scripta all'epoca non avevano una traduzione in italiano, e dovemmo ripiegare, su una edizione inglese con testo a fronte, coniugando così il verbo "arrangiarci" tanto caro a tanti studiosi, medievisti e non. 
Il corso si concluse poi con una serata di proiezioni al cinema: partimmo con Zeffirelli per poi vedere lo sconosciutissimo sceneggiato fatto da Liliana Cavani per la televisione italiana e mai trasmesso per motivi che dopo il corso e l'analisi delle fonti più antiche ci fu abbastanza chiaro: infatti era fatto benissimo, con un Lou Castel in stato di grazia, fedelissimo alle fonti e trasmetteva un  ritratto di Francesco decisamente meno zuccherato di quello di Zeffirelli. Il passaggio dalla sontuosa fotografia di Frate Sole, sorella Luna**** al bianco e nero un po' smiciato dello sceneggiato televisivo degli anni 60 fu inizialmente traumatico, ma ben presto seguire Francesco nel suo originalissimo percorso interiore ci piacque immensamente. Gli organizzatori della serata non erano riusciti a procurarsi il film di Rossellini e tutto sommato fu un bene perché dopo quei due lunghi film eravamo piuttosto cotti e, dopo il capolavoro della Cavani , difficilmente quello che non è certo il capolavoro di quell'onorato regista sarebbe riuscito a colpirci.

In quel corso imparai davvero molte cose, prima tra tutte che tra medievisti i santi si chiamano per nome, senza l'appellativo - e così dopo la prima lezione passata a dire "san Francesco di qua" e "san Francesco di là" noi allievi ce ne demmo tutti per inteso e da allora si parlò solo di Francesco (e di Domenico e di Bonaventura e di Tommaso e di un sacco di altri santi di grande o piccola rinomanza sempre rigorosamente chiamati per nome) quasi fosse stato il nostro compagno di banco alle medie, e a quest'uso sono rimasta spocchiosamente assai attaccata, anche se quando sono nel secolo e non tra addetti ai lavori preferisco dire "Francesco d'Assisi" appunto per precisare che sto parlando del celebre poverello, e non del mio ex compagno di banco delle medie*****.
Lo scopo del corso era di mostrarci, attraverso l'analisi delle fonti, come la figura di Francesco fosse stata addomesticata nel corso degli anni (degli anni della sua vita religiosa, intendo - che in effetti sono stati abbastanza pochi, circa una ventina) e nei primissimi anni dopo la sua morte, addolcendo notevolmente sia i suoi insegnamenti che i suoi costumi e soprattutto la regola di vita della sua comunità.
Francesco era partito con l'idea di piccoli gruppi di penitenti che abitavano capanne di legno e paglia, senza possedere niente (e per "niente" si intende proprio niente, inclusi i vestiti che avevano addosso e che Francesco riteneva "dati in prestito, finché non trovavano qualcuno più povero di loro") e che per mangiare andavano mendicando; più esattamente, nei primi tempi i frati andavano a lavorare con i contadini e non chiedevano niente accettando però quel che gli veniva donato "per amor di Dio" (e se i contadini non gli davano niente allora andavano a procurarsi la cena mendicando di casa in casa). Era un progetto decisamente ambizioso e destinato a non durare ma che in effetti non prevedeva la nascita di un ordine su scala internazionale, solo appunto di piccole comunità locali, e all'inizio dell'inizio solo una iniziativa personale: "il Signore mi diede dei frati, ma nessuno mi diceva che cosa ne dovessi fare" ricorda nel Testamento, ma Dio in persona gli dettò lo stile di vita. Insomma, successe perché doveva succedere, non perché lui avesse un disegno preciso in testa o tantomeno tentasse di fondare un nuovo ordine.
I conventi francescani che conosciamo sono in pietra e muratura, le chiese in gotico francescano hanno sì travi di legno al loro interno ma  sono decorati con splendidi affreschi e ben presto, quando l'ordine si allargò a macchia d'olio in tutta Europa, fu trovato un escamotage legale per accettare anche donazioni permanenti e formare un ricco patrimonio. D'altra parte non puoi gestire migliaia e migliaia di frati sparsi sul continente (e, molto più avanti, su tutti i continenti) con lo stesso criterio con cui gestisci un gruppetto di cultori della materia.
Di tutto ciò Francesco soffrì molto (nelle fonti si parla di una "grave tentazione spirituale") e i compagni della prima ora gli chiesero più volte perché non intervenisse contro quel che stava succedendo, che andava contro l'essenza dello spirito originario con cui era nato il movimento, quando ancora non sapeva nemmeno di essere un movimento. Ma Francesco, che avrebbe sì potuto intervenire col peso del suo prestigio e della sua autorità rifiutò sempre di farlo, in nome dell'obbedienza che aveva giurato, come tutti i francescani dopo di lui, perché quel cambiamento era stato approvato dalla Chiesa, cui aveva giurato assoluta sottomissione e per tutta una serie di motivi legati in sintesi al non volere intervenire contro quella che ai suoi occhi era la volontà divina, che aveva voluto fare di lui uno strumento******. Il frate doveva essere sottoposto e obbedire a tutti, principalmente alla Chiesa. La sua personale protesta Francesco la portò avanti in modo non violento e senza proclami, continuando a vivere come aveva stabilito a suo tempo e come aveva giurato di fare, considerando l'Ordine come qualcosa che era sì nato grazie al suo intervento, ma in cui lui non aveva il diritto di intervenire. Se anche pensò che c'era qualcosa di sbagliato in quel che stava succedendo scelse di non intromettersi, in nome della sua coerenza personale - più precisamente, perché non poteva essere sicuro che quel che stava avvenendo fosse sbagliato solo perché lui aveva iniziato cercando di fare qualcosa di diverso. Come segnale che stava agendo correttamente sia nel suo personale percorso, sia rifiutando di intervenire in ciò che non gli apparteneva, ricevette le stimmate - un tipo di ricompensa che a lui fu molto gradito ma di cui, di nuovo, non parlò mai apertamente parendogli del tutto fuor di luogo vantarsi di una grazia così grande (che tuttavia, proprio per la sua natura, non poteva essere davvero tenuta nascosta, anche se Francesco ci provò con grande diligenza).
Ammettere di non poter presumere di sapere cosa era giusto e cosa era sbagliato nel disegno divino per gli altri era un pensiero abbastanza insolito, a quei tempi come sempre. Il mondo trabocca e pullula da sempre di persone assai convinte di sapere cosa è bene e cosa è giusto per tutti, ma che assai raramente si scomodano cercando di vivere in coerenza con quel che sentono giusto per loro. La conversione francescana doveva avvenire non tanto con la persuasione o la minaccia delle orribili pene che aspettavano il peccatore nell'aldilà ma prima di tutto con l'offerta della misericordia, della comprensione e del rispetto. Francesco non ammansì il lupo di Gubbio, se non in senso metaforico, ma non è affatto un caso che una storia del genere gli venisse attribuita perché il suo modo di rivolgersi al lupo denota appunto comprensione e umiltà, oltre a una gentile offerta fatta in nome dell'amore. È più o meno la stessa linea che seguì per convertire un gruppo di briganti che vivevano allo stato brado nella foresta assalendo gli sventurati viandanti: i frati si presentano da loro chiamandoli fratelli briganti e offrendogli buon pane e buon vino, che imbandiscono su una bella tovaglia pulita distesa sull'erba, poi li servono alla mensa, gli parlano con dolcezza e quando i briganti hanno ben mangiato gli chiedono di promettere di non assalire più nessuno: i briganti mangiano, ascoltano e promettono. Il giorno dopo la mensa viene arricchita con uova e formaggio e dopo averli serviti i frati li esortano ad abbandonare la scomoda e dura vita nella foresta. Così, ammansiti dalle buone parole, dal buon pasto e dalla gentilezza dei frati finiscono in breve tempo per unirsi all'ordine propter familiaritatem et caritatem dei frati. La gentilezza, la dolcezza e soprattutto l'empatia sono le note che toccano i cuori e suscitano pentimento e conversione. I peccatori vanno avvicinati non con la mìcollera e la minaccia, né con la superbia di chi sa di essere meglio di loro e perciò li guarda dall'altro in basso, ma con l'umiltà di chi chiede che gli sia consentito  servirli e aiutarli.
Tutto questo va applicato ai peccatori ma anche a tutti i sofferenti: i poveri, gli ammalati, gli infelici. È la stessa comprensione e la stessa cortesia che Francesco applica per esempio a un frate che, avendo praticato in maniera eccessiva il digiuno,  nella notte si lamenta che si sente morire di fame: Francesco lo conforta, lo fa mangiare ma fa di più: perché il poverino non si senta umiliato mangiano tutti insieme a lui. Solo dopo Francesco gli ricorda che il nostro fratello corpo non va eccessivamente maltrattato, negandogli troppo la sua giusta mercede., e che non tutti abbiamo le stesse necessità alimentari. È anche la stessa cortesia che applica con gli ultimi degli ultimi, i lebbrosi, quando mangia con loro (in un caso,  addirittura dallo stesso piatto) oltre ad assisterli, fornendogli oltre alle cure un aiuto spirituale e facendogli sentire di essere, nonostante tutto, qualcosa di più che dei poveri appestati. Non a caso è proprio da un lebbroso che inizia la sua conversione, come ricorda nel Testamento, nel momento in cui Dio gli fece misericordia  e lui si accorge che l'amarezza di accostarsi a qualcosa di ripugnante si trasformava nella dolcezza di abbracciare un fratello.
Questo tipo di spiritualità, basata non soltanto sull'aiuto ma sulla dolcezza della condivisione è il tratto che caratterizza gli interventi dei francescani nel mondo sin dalla nascita dell'ordine, e il vero lascito che Francesco ha lasciato all'umanità - qualcosa, in effetti, più importante dell'avere una capanna di legno e paglia oppure di pietra intonacata e decorata con affreschi; viene quindi da pensare, almeno a me, che nella sua coerenza, Francesco abbia fatto la scelta giusta non intervenendo a favore della forma ma piuttosto cercando di rispettare la sostanza  e prima ancora la sua coerenza e la sua anima, e soprattutto l'anima degli altri.

* apocrifa sì ,a ben costruita. E forse nemmeno tanto apocrifa, se si accetta che abbia la sua base in un evento reale vagamente simile attestato da fonte assai attendibile, vedi più avanti.
** qui una lista delle più famose citazioni prive di riscontro
*** pur ammettendo senza difficoltà che un sacco di gente ne sa più di me sull'argomento, si capisce
**** perché va ben ammesso che in quel film l'Umbria recita meravigliosamente
***** (che peraltro non si chiamava affatto Francesco)
****** Scripta Leonis, Rufini et Angeli sociorum S. Francisci, 1979, Oxford Clarendon Press, capp. 75-6.
L'episodio della conversione dei fratres latrones è narrato al capitolo 90.
Il frate che in piena nitte urla che muore di fame è al capitolo 1.
Il pranzo col lebbroso è narrato al capitolo 22.

martedì 1 ottobre 2019

Pesto di finocchietto selvatico (post con ricetta, ma breve e veloce)

Questo non è, assolutamente, un blog di cucina. Sono una cuoca passabile ma lavoro a occhio, senza dosi e su piatti assai tradizionali, senza contare che la cucina toscana è particolarmente semplice. La nostra ricetta base è del tipo "prendete ingredienti di ottima qualità, manipolateli il meno possibile, cuoceteli lo stretto indispensabile e servite in tavola, è già tanto se non vi mangeranno anche il piatto".
Anche quella che vado a presentare dunque è una ricetta molto semplice, ma per me è stata una scoperta del tutto al di fuori della tradizione toscana. Con un ingrediente che in Toscana si trova con grande facilità nei nostri prati, ma che è piuttosto sottoutilizzato: il finocchietto selvatico.
Eccolo qui in tutta la sua sottile bellezza:

Guarda com'è simpatico
è il finocchietto selvatico
Se un bel po' ne coglierai
un buonissimo pesto tu faraaaai

E così mi sono scoperta anche poetessa - una roba da far schiattare Petrarca per l'invidia, dovete ammettere.

Conobbi il pesto di finocchietto selvatico alla Mostra dell'Artigianato di Firenze di quest'anno. Non c'era granché al padiglione internazionale, così dopo un po' di orecchini tibetani, qualche sciarpetta di cachemire e una collana di avventurina, oltre a qualche regalino per chi mi aveva assistito durante l'interminabile malattia, emigrai verso il settore della cucina tipica, dove davano gli assaggi.
Comprai un paio di eccellenti salamini di Norcia e una mozzarella di bufala grande come un pallone da calcio. Poi arrivai in uno stand siciliano.
"Vuole un assaggino del nostro pesto di finocchietto selvatico?" mi chiede un giovane assai cortese.
Massì, un assaggino non si rifiuta mai anche se...
Ingoio il pezzettino di pane col pesto di finocchietto selvatico e mi sento come Paolo di Tarso cascato da cavallo. Altro che assaggino, ne prendo prontamente due barattoli.
Mi propongono una offerta di tre barattoli con lo sconto, ma vedendo la mia esitazione mi offrono invece un terzo barattolo di pomodorini secchi sott'olio.
Accetto (per poi pentirmene amaramente pochi giorni dopo. Non che i pomodorini secchi sott'olio non mi piacciano, ma si trovano facilmente ovunque, mentre il pesto di finocchietto selvatico NO).
Nel frattempo ascolto con mezzo orecchio il giovin cortese che racconta come lo fanno, che più che un pesto sembra un rituale iniziatico.
Mentre pago sento il giovine che riferisce al principale "Sto vendendo un sacco di pesto col finocchietto". 
Già, chissà perché.
Il giorno dopo mi faccio la prima pasta col pesto di finocchietto selvatico ed è mentre la mangio che comincio a guardare male l'insulso barattolo di pomodorini secchi sott'olio, che vorrei invece vedere pieno di pesto di finocchietto selvatico. Ma ormai è andata, che ci posso fare?
Due mesi dopo, vagando nel giardino di famiglia in cerca di nepitella vedo... WOW! Una pianta di finocchietto selvatico! No, DUE piante di finocch... anzi TRE!
Inizio la caccia, e rientro in casa con un po' di nepitella e una bracciata di finocchietto selvatico.
Tornata alla mia dimora guardo la lista degli ingredienti sul secondo barattolo, che ho conservato per qualche occasione speciale (il primo è volato via in pochi giorni perché oltre che nella pasta il pesto di finocchietto selvatico, come tutti i pesti verdi, funziona benissimo anche sulle patate lesse, in insalata e anche, dice, sul pesce. Del resto il finocchietto selvatico è l'ingrediente base della pasta con le sarde, tipico piatto siciliano che comprende anche pinoli e uva passa e che quest'autunno potrei anche provarmi a fare, ora che posso mangiare tutto).

La ricetta è davvero semplice.
Pulite con amorevole pazienza il finocchietto selvatico togliendo tutti i rametti più duri. Non è un lavoro difficile, e comunque basta avere a disposizione qualcuno con cui fare due chiacchiere, un po' di musica o una buona trasmissione da ascoltare.
Dopo un quarto d'ora il finocchietto è pronto.
Infilatelo nel mixer (o, se proprio ci tenete, pestatelo col pestello in un mortaio. Ma nel mixer il pesto viene buonissimo, checché ti spieghino i cuochi).
Aggiungete un po' di mandorle, un po' di aglio (non importa che sia tanto, un paio di spicchi per barattolo bastano e avanzano, anche per quelli come me che l'aglio lo contano a teste e non a spicchi). Olio di oliva extravergine, naturalmente. Un po' di sale. Un pizzico di peperoncino. Un briciolino di scorza di limone.
Frullate e versate nel barattolo, resistendo alla tentazione di sbafarvelo tutto su delle fette di pane (o non resistendo affatto, il pesto è di chi se lo mangia. Volendo ci potete fare anche un veloce antipastino, va bene sia col pane bianco che con quello integrale, semintegrale o integralissimo).
Se lo mettete sulla pasta aggiungete il formaggio sul momento, ma non ne mettete troppo o si smorza il sapore; vanno bene sia il parmigiano che il grana, e forse va bene anche il pecorino romano, ma non credo di averlo mai provato perché in casa mia di pecorino romano ne transita poco.
È una preparazione facilissima, veloce e molto economica. L'unico problema è avere a disposizione un bel po' di finocchietto selvatico, cosa che non è alla portata di tutti. Ma esiste di sicuro il modo di coltivarlo in vaso e se avete qualche ape industriosa o un po' di farfalle a disposizione, una singola piantina può moltiplicarsi con grande facilità anche in un fazzoletto di prato.
E si riconosce anche molto bene:
Come tutti i pesti, se lo mettete in freezer poi ve lo mangiate quando vi pare, anche a Natale - e magari non è tradizionale, ma chissenefrega?

domenica 29 settembre 2019

I Venerdì di Greta (post didattico, ecologista, sociologico e tante altre cose)

Ignoro l'autore di questo geniale disegno. L'ho pescato a casaccio su Facebook ma sono prontissima a fare ammenda rendendo il giusto onore a chi l'ha fatto e scusandomi moltissimo.
Il 27 Settembre cadeva un altro di quelli chiamati Friday For Future o Venerdì per l'ambiente o Venerdì di Greta e con altri settecento nomi diversi, tanto che la denominazione ufficiale me la sono cercata su Google.
La scuola di Lungacque ha portato alcune classi alla manifestazione a Firenze; noi non ci siamo attentati a tanto: siamo una piccola scuola di paesello e quel giorno avevamo giù un discreto casino con due insegnanti in malattia da sostituire, ma soprattutto credo che nessuno si sia posto nemmeno la questione, e certo non l'ho posta io. Comunque molte classi hanno fatto i loro bravi cartelloni e abbiamo deciso che chi voleva poteva parlarne coi ragazzi perché tanto i temi ambientali li puoi infilare in tutte le materie tranne forse Matematica (che comunque fa anche Scienze e quindi figurarsi se non ha frecce al suo arco da tirare per l'occasione). 

Alla prima ora facevo sostituzione in una Prima mai vista né conosciuta. La prof. Ghirlandai mi spiega che devono finire di colorare un cartellone sui 17 punti dell'Agenda 2030, ovvero questi:
Faccio finire di colorare il cartellone e una demoniaca scintilla si insinua nel mio cuoricino. Così chiedo quale sia il tema che gli sembra più interessante - non il più importante, solo quello che li ha colpiti di più. Una candida fanciulletta alza la mano e dice con vocetta sottile "La parità tra uomo e donna".
In cuor mio mi frego le mani, incapace di credere a cotanta fortuna.
"È un tema importante, soprattutto per l'Italia, perché nessun paese può permettersi di tenere inutilizzati metà dei suoi cervelli" ricamo con voce dolcissima "Sapete come potete collaborare da parte vostra per aiutare a raggiungerlo?".
Mi guardano un po' perplessi.
"Naturalmente pretendendo di essere rispettate, e rispettando a vostra volta gli uomini, certo. Ma soprattutto studiando. Soprattutto studi scientifici".
I poveretti mi guardano sempre più perplessi. E giù una tirata sulle facoltà scientifiche dove ci sono poche fanciulle e sull'importanza degli studi di biologia e di chimica per combattere l'inquinamento.
"Chi credete che abbia trovato i batteri da utilizzare per ripulire il mare dal petrolio quando le petroliere affondano? Non certo una professoressa di Lettere".
Restano piacevolmente sorpresi all'idea dei batteri che ripuliscono il mare e sembrano interessati. Quanto a me, spero e prego che non entri la prof. Casini, che ogni tanto lamenta una congiura per distogliere gli studenti dagli studi di Lettere e dirottare tutti verso gli studi scientifici.
Ricamo ancora un po', una fanciulla confessa di voler fare astrofisica, chiacchieriamo. Poi li porto ad appendere il cartellone in corridoio e infine in biblioteca

Alla seconda ora c'è una delle mie due seconde. Lì sembrano soprattutto interessati agli animali: l'orso polare che rischia di estinguersi, ma soprattutto i poveri pesci. Sono piacevolmente sorpresa scoprendo che conoscono le condizioni che i pesci gradiscono di più: acqua fredda e quindi più ricca di ossigeno, pulita, non troppo salata. Disserto sul problema dei tempi della pesca e dei guai che si fanno pescando i pesciolini prima del tempo della riproduzione. Indico l'oceano Indiano e il Mediterraneo come zone particolarmente stressate sotto questo aspetto. Meglio mangiare pesce o carne?
"Tutti dicono che mangiare il pesce fa meglio".
"Ma non al pesce, specie se lo peschiamo al momento sbagliato".
La difficoltà di intervenire sui biomi (sanno benissimo cos'è un bioma. Il mio supplente dell'anno scorso ha lavorato bene, a quel che sembra). I cinghiali in Toscana, dov'erano quasi estinti e hanno fatto il ripopolamento con una razza dell'est europeo molto più resistente e fertile. E infatti da noi hanno riaperto la caccia al cinghiale, fioriscono le sagre del cinghiale e tutti hanno i loro racconti da fare su cinghiali al bordo della strada, cinghiali che attraversano la strada, cinghiali che trasformano i giardini in campi perfettamente dissodati. Molto meglio non devastare un bioma, perché poi a rimetterlo a posto si rischia di fare ancora più danni.
Intervallo.
L'ultima ora è di nuovo con una prima. Chiedo se hanno giù parlato dei Venerdì della Terra. Sì, ne hanno parlato a Tecnologia e anche a Italiano, con la prof. Casini che ha fatto un intervento molto accurato sull'effetto serra e le piogge acide.
Così punto sull'inquinamento delle falde acquifere e sui rifiuti e il problema dello smaltimento dei medesimi.
Importanza della raccolta differenziata. Non lasciare la plastica nei boschi. Delfini che ingoiano la plastica e muoiono. Delfini. Balene. Lo scioglimento dei poli. Ghoacciai sulle Alpi che si stanno sciogliendo. Conoscono la notizia e la stanno seguendo.
Nel bel mezzo di un accanito stormbraining sulle inondazioni legate allo scioglimento dei ghiacci polari interviene Amor.
"Che poi l'unico politico che faceva del bene agli italiani, Aldo Moro, lo hanno ammazzato".
Resto interdetta. Chiaro che sta ripetendo un discorso sentito in casa, e mi avevano avvisato che la famiglia di Amor è un po' strana, ma insomma...
"Ehm. Aldo Moro era senz'altro un ottimo politico, ma non ricordo che abbia fatto nulla di particolare per l'ambiente. Ai suoi tempi non usava*". Davvero, la comparsa in scena della buonanima di Aldo Moro non era prevista.
"Certo, ma se fosse ancora vivo farebbe delle cose importanti per noi".
"Temo che ormai Aldo Moro non avrebbe comunque potuto occuparsi di questi problemi, per questioni anagrafiche". (Se fosse ancora vivo avrebbe 103 anni, e difficilmente sarebbe ancora in politica).
Amor non sembra convinto ma gli altri compagni non sembrano molto interessati a cosa avrebbe fatto Aldo Moro se le Brigate Rosse non si fossero occupate di lui.
Un breve ritorno alla questione dell'acqua, poi è tempo di prepararsi per l'uscita.

È stata una mattinata interessante. Mi accorgo che ho imparato un mucchio di cose sui ragazzi facendoli parlare. Le lezioni frontali hanno un loro perché, ma quelle interattive sono sempre più divertenti.
Dovremmo farli più spesso, questi Venerdì in Libertà. Mi sembra che abbiano un buon influsso sulla scuola.

*E infatti l'unico partito che si occupava di questioni ambientali era quello radicale( all'epoca i Verdi non c'erano ancora, entrarono in scena qualche anno dopo)

venerdì 27 settembre 2019

Agnes Grey - Anne Brontë


Anne Brontë (1820-1849) è la minore delle tre sorelle Brontë (in senso anagrafico) ma anche  la più negletta, la più dimenticata, e certamente la meno stampata in Italia.  Eppure le sorelle Brontë lavorarono insieme, finché questo fu tecnicamente possibile, e insieme, la sera davanti al caminetto, esaminavano e discutevano i loro scritti in fase di produzione; insieme condivisero una esistenza tragica ma ricca di colpi di scena e Anne ed Emily insieme diedero vita al ciclo di scritti dedicato a Gondal, una sorta di universo parallelo di cui non è rimasto quasi niente; Charlotte le ha anche dedicato un grazioso ritratto, eseguito quando la sorella aveva quattordici anni


oltre ad aver fatto un notevole ripulisti delle sue carte dopo la sua morte. Tuttavia, sembra di capire che Anne non avesse nessun particolare segreto da coprire e che il suo armadio fosse del tutto privo di scheletri. Sembra.
Chi vuole notizie un pochino più dettagliate sulla sua vita convien che cerchi non tanto la scarna voce che le dedica la Wikipedia italiana quanto quella inglese che identifica anche i possibili spunti autobiografici dei suoi due romanzi.
Agnes Grey è il primo dei due, in ordine cronologico nonché l'unico che Anne pubblicò in vita  e suscitò molte meno mormorazioni e polemiche dei due che le sorelle avevano già dato alle stampe*: un romanzetto calmo, tranquillo, che va giù come acqua di fonte, con qualcosa di austeniano nella scrittura e nella struttura ben equilibrata - ma è un libro delle sorelle Brontë dalla prima riga all'ultima, dietro la sua apparenza tranquilla e un po' sommessa che rispecchia perfettamente il carattere di Anne da quel poco che è dato di sapere: introversa, all'apparenza tranquilla ma tagliente come le sue care sorelline.
Si può facilmente raccontare la trama, e scusate se spoilero un romanzo che ha più di 170 anni: Agnes è una brava ragazza cresciuta in una famiglia amorevole. In seguito a un rovescio economico della famiglia va, ancora giovanissima, a fare l'istitutrice, mossa dal desiderio di aiutare la famiglia, vedere un po' di mondo e soprattutto di insegnare a quelle creature deliziose che sono (sarebbero?) i bambini. La prima famiglia che incrocia si rivela decisamente atroce, anche nel modo di trattarla, con la seconda va meglio ma la famiglia finisce per rivelarsi altrettanto atroce. Nel frattempo però Agnes  trova marito, e con lui inizierà una felice vita coniugale che si prospetta ricca di soddisfazioni e di figli.  Fine.
Niente ascesa sociale (l'amato consorte è un bravo pastore di anime e tutt'altro che un partito di lusso sul piano economico), niente passioni drammatiche, ma due descrizioni decisamente insolite di due famiglie assai vittoriane e una storia d'amore piuttosto realistica. Oltre a un bel numero di animali di affezione (si contano due gatti e un cagnolino, che funzionano anche da cartine tornasole per chiarire meglio chi è una brava persona e chi no - un tema, questo, che troveremo anche in Shirley dove il personaggio principale (che sappiamo ricalcato su Emily Brontë) ama molto gli animali.

Il primo di questi personaggi a quattro zampe è il gatto di casa Gray, che quando la ragazza va via di casa per la prima volta sta giù diventando una bella gatta adulta. Agnes se ne separa molto a malincuore, pensando che quando tornerà per le vacanze per lei ormai sarà un'estranea (ma non sappiamo se effettivamente succede così, perché poi della micia non si parlerà più). Casa Grey ha anche un piccolo allevamento di piccioni che le donne hanno abituato a prendere il becchime dalle loro mani e che si fanno accarezzare. Insomma, la giovane Agnes è abituata a curare e rispettare gli animali ma soprattutto ad amarli e sbalordirà nello scoprire con quanta superficialità, indifferenza o addirittura crudeltà queste care creature vengono trattate nelle classi alte.
La famiglia dove arriva è un oscuro groviglio di nevrosi e di rapporti malati. Entrambi i  genitori pretendono che i due bambini di casa siano educati e obbedienti e possibilmente anche istruiti, ma senza dare ad Agnes la possibilità di punirli o contrariarli in alcun modo od obbligarli a un qualsivoglia sforzo mentale. Grandi risultati chiaramente non ne arrivano, anche perché i bambini, vedendo che l'istitutrice non è tenuta in alcun conto dai genitori, ne fanno ben presto una specie di giocattolo vivente. Il padre entra in scena raramente ma solo per lamentarsi di tutto e di tutti, la madre depreca la mancanza di capacità da parte di Agnes di allevare bene i bambini (ma par di capire che non si sia mai sporcata le mani occupandosene) e dopo qualche mese Agnes viene licenziata. Torna a casa dopo aver accumulato un notevole stress, qualche soldo e una serie di interessanti nozioni su come non gestire una famiglia.
Ciò nonostante ci vuole riprovare. Di nuovo i Gray provano a dissuaderla ma alla fine Agnes la spunta e di nuovo parte all'avventura.
La seconda famiglia all'apparenza è un po' meglio - soprattutto, i figli sono un po' meno anarchici e meno infantili. Tuttavia i problemi di base rimangono quelli: genitori distratti ma pieni di pretese, figli che rifiutano di spremersi le meningi più di tanto, rapporti familiari decisamente mal impostati. Una certa cortesia che tutto sommato nella famiglia viene abbastanza coltivata riesce ad ammorbidire gli spigoli, ma la situazione non è molto migliore rispetto alla prima famiglia dove Agnes ha lavorato.
La protagonista si occupa soprattutto delle due sorelle perché il fratello maggiore dopo pochi mesi va al college dove, se sono vere anche solo un terzo delle storie che traspaiono qua e là nei romanzi vittoriani sui college, imparerà ad osservare rigorosamente la disciplina nel più spiacevole dei modi. 
Le due sorelle formano una coppia piuttosto difficile da gestire. La maggiore di mestiere fa la Ragazza Frivola, mentre la minore riesce ad appassionarsi solo a cavalli, cani da caccia e caccia in generale. La madre asseconda la frivolezza della maggiore fin quando non si rende conto che ormai è una ragazza da marito e che quindi rischia di diventare una ragazza frivola e compromessa, il padre asseconda l'aspirante cacciatrice fin quando non si rende conto che ormai è una ragazza da marito e occorre che assuma l'atteggiamento e la forma mentis di una ragazza da marito. L'insieme sembra delirante, ma ahimé è drammaticamente credibile, così come è purtroppo drammaticamente credibile che il matrimonio della figlia maggiore, condotto con singolare scervellaggine da parte della ragazza - ma soprattutto dei genitori che pure qualcosa sull'argomento dovrebbero sapere - si riveli un disastro senza remissione che la ragazza non ha assolutamente gli strumenti per affrontare non essendo mai stata abituata a contare su di sé.
E qui entra in scena il secondo gatto, anzi la seconda gatta della storia.
Costei è l'amatissima  gattina di casa di una povera contadina un po' malandata, e serve per descrivere i due sacerdoti che occupano una buona parte del romanzo: quello più ricco e più importante la tratta male, dandole perfino un calcio, mentre il sacerdote più povero e più interessato al benessere fisico e spirituale dei parrocchiani non solo la tratta bene, ma una sera in cui la gatta si è persa la riporta a casa con gran gioia della contadina. Agnes si limita a raccontare gli episodi, anzi a farli raccontare dalla contadina, ma riesce ad orientare il lettore e a fargli capire quale dei due sacerdoti vale di più sul piano umano. Se poi la lettrice sono io, mi viene spontaneo ricordare  Shirley quando, nel romanzo che Charlotte le intitola, dirà che per scegliere il compagno della sua vita si baserà anche sul giudizio del suo cane e del suo gatto e su come accoglieranno l'uomo quando entrerà nella di lei casa.

Il terzo animale, un cagnolino trascurato dai datori di lavoro di Agnes, che la ragazza adotta e a cui si affeziona sinceramente, ricambiata, funziona infine come pegno d'amore: verso la fine del libro infatti, quando le cose per Agnes si mettono piuttosto male au molti fronti, il suo padrone decide che quel cane l'ha stufato e lo vende a un cacciatore di ratti, uomo famoso anche per la durezza con cui tratta gli animali. Agnes ne soffre ma non può fare nulla per intervenire. L'uomo che lei ama però, Edward Weston,  ricomprerà il cagnolino dall'acchiapparatti quando viene infine a chiedere la mano di Agnes cui ormai può assicurare una casa e una rendita modeste ma adeguate avendo ricevuto l'assegnazione di una bella parrocchia tutta per lui.
Il romanzo si chiude dunque con un lieto fine - un vero, autentico lieto fine dopo una serie di vicende drammatiche a tratti ma non tragiche per la protagonista, quel tipo di finale insomma che nella produzione letteraria delle sorelle Brontë rappresenta un unicum**.  Come ho già detto è scorrevole, gradevole, simpatico, fresco e va giù bene, ma dietro la sua gradevole freschezza e la sua fresca gradevolezza c'è una critica piuttosto salata verso la società dell'epoca e diverse considerazioni sulla condizione femminile, sottintese più che dette - sottintese ma espresse con molta chiarezza, soprattutto nella parte che riguarda il matrimonio dell'allieva di Agnes.
È più o meno disponibile a chi vuole comprarselo e si trova senza problemi in versione liquida a prezzi assai contenuti - insomma ci hanno messo parecchio a ristamparlo (la mia copia è del 2000 quando finalmente si degnarono di tradurlo anche se non escludo che la BUR grigia lo aveva in catalogo, negli anni sessanta) ma da allora l'hanno tenuto in catalogo non solo la Mondadori ma anche altre piccole case editrici.
Consigliato, e adattissimo a questa stagione sospesa tra fine estate e inizio d'autunno, quando un bel romanzo inglese è il massimo che c'è.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma, sperando che Lurkerella sia in linea.

*sì, sto parlando di Jane Eyre e di Cime tempestose, che sollevarono entrambi un bel polverone.
**con l'unica eccezione del Professore di Charlotte, che venne pubblicato postumo  ma che insomma, ammettiamolo, non lo avesse scritto Charlotte diremmo che è una palla di libro.

giovedì 26 settembre 2019

Sono arrivate le borracce! (post altamente ecologista)

Proteggere il nostro pianeta è importante, come ci ricorda la scritta di questa mug.

Nonostante l'ampia dose di sarcasmo di scarsa levatura che la destra più conservatrice le ha dedicato, Greta e i suoi Venerdì per la Terra hanno innestato un vero effetto valanga e nelle ultime settimane le tematiche ecologiste sono tornate di gran moda. 
Molti comuni hanno deciso così di regalare a tutti i loro studenti una bottiglia di alluminio affinché la smettano di seminare bottiglie di plastica per ogni dove.
L'operazione mi sembra meritoria per molti motivi, soprattutto dove l'acqua del rubinetto è di ottima qualità (cioè dappertutto, almeno in Toscana, ma non credo che il resto dell'Italia se la passi molto peggio).
In realtà il comune di St. Mary Mead giù da molto tempo aveva promesso un fontanello nella nostra scuola - ne avevo giù sentito parlare prima di ammalarmi, ovvero tre anni fa, e ogni tanto l'argomento riaffiorava come quei fiumi carsici che spuntano qua e là per brevi tratti per poi riprendere il loro corso sotterraneo.
"Avremo un fontanello e toglieranno il distributore delle bottigliette dell'acqua minerale" si vociferava in giro. Ma il distributore restava lì, in tutta la sua splendida ingombranza, e torme di studenti assetati ci si recavano ogni giorno per rifornirsi di acque minerali, bibite di dubbio valore nutritivo e snack vari di cui io disapprovavo fortissimamente il costo.
Anni fa era stato fatto un tentativo di convertirlo a snack più salutisti che erano stati assai apprezzati dagli insegnanti ma snobbati dai ragazzi, ma ben presto eravamo ritornati all'originario regime, con mio grande rimpianto.
Quanto alla modesta proposta di eliminare del tutto il distributore in questione, proprio non c'era stato verso, nonostante detta proposta venisse presentata ogni anno dagli insegnanti che sostenevano (non a torto, secondo me) che la scuola non mostrava grande coerenza appoggiando le varie campagne di educazione alimentare che incoraggiavano colazioni a base di frutta, yogurt e simili per poi tenere in bella vista una macchinetta che distribuiva tutt'altro.
Ma a quanto pare Greta )sempre sia lodata) ha fatto il miracolo, e sembra che dall'anno prossimo ritorneranno gli snack biologici. Nel frattempo il Comune si è impegnato a dare le bottigliette di alluminio e gli operai sono venuti a installare il rubinetto con il fontanello, che però ancora non è in funzione.
Per tutta la prima settimana i ragazzi hanno continuato a chiederci quando sarebbero arrivate, queste fantomatiche bottigliette di alluminio, ma nessuno di noi ne sapeva niente anche se tutti le aspettavamo a gloria perché lo schioccare delle bottiglie di plastica in classe è davvero esasperante.

E stamani le bottigliette sono arrivate, mentre ero in Terza e stavo navigando nelle acque dolci spiegandogli i problemi che molti fiumi e laghi incontrano in questo periodo. Mai arrivo di gadget fu più pertinente.
Diciamo la verità: il Comune di St. Mary Mead ha fatto un bel lavoro. Le bottigliette sono di un sontuoso rosso intenso metallizzato e di un azzurro oltremare altrettanto metallizzato. Lo stemma del Comune risalta mirabilmente. Sono dei begli oggetti e chiunque può esibirli con fierezza al cinema, a teatro, in piscina o nella camminata tra i boschi. In effetti avrei molto gradito che ce ne fossero anche per gli insegnanti, ma così non è stato.
Ce le hanno portate in una bella borsina di stoffa, anche quella con lo stemma del comune, molto solida e ben fatta. E quella almeno ho potuto intascarla.
Tiro fuori le bottigliette, nove rosse e nove azzurre, tutte avvolte in un bel preservativo di plastica riciclabile.
"Perché, se ci danno le bottigliette per limitatre l'uso della plastica le avvolgono nelkla plastica?" ha chiesto sennatamente un alunno.
"Perché non si graffino, immagino, e per questioni di igiene. Anche se immagino che gli darete comunque una sciacquatina, prima di usarle".
"E perché sono di due colori?".
"Non oso dirlo, ma temo che quelle rosse siano per le signorine e quelle azzurre per i signorini".
La classe insorge, alcune ragazze guaiolano che la vogliono azzurra. Non sarò io a dar loro torto.
"Comunque è solo una mia teoria, qui nel foglio non c'è scritto niente in proposito".
Risulta che una maggioranza schiacciante la vorrebbe blu. Poi un ragazzo dichiara apertamente che gli piacciono entrambio i colori e che per lui non fa nessuna differenza. Altri si accodano a questa nobile scuola di pensiero. In effetti anche rossa è molto bella.
Faccio un paio di sondaggi per alzata di mano e decido di dare a tutti diritto di scelta. Li chiamo a coppie alla cattedra in ordine casuale. La consegna fila liscia e le bottigliette avanzate per i due assenti sono una rossa e una azzurra.
Direi che meglio non poteva andare.
Poi faccio distribuire i volantini allegati e, come richiesto dal fogliom di consegna, lo leggiamo insieme.
Si intitola "Dieci piccole grandi azioni" e contiene una lista di impegni cui tutti sono tenuti per rispettare l'ambiente. Il tono di questi consigli è leggermente roboante. Roba del tipo "Mi impegno a usare la borraccia a scuola e nel tempo libero". Per fortuna non è richiesto un giuramento collettivo, penso in cuor mio. La solita storia di chiudere il rubinetto mentre ci si lava i denti, consigli per riutilizzare gli avanzi senza sprecare cibo*, fare la raccolta differenziata, non seminare i boschi e le spiagge di residui di plastica...
"Pratico la gentilezza con i compagni, con le persone e con gli animali". Che cazzo c'entra la gentilezza con l'ecologia, mi domando perplessa in cuor mio. Un alunno se lo domanda ad alta voce, seppure in modo più forbito.
"Immagino che la gentilezza sia comunque un valore aggiunto, anche se in effetti il collegamento un po' mi sfugge" mi vedo costretta ad ammettere.
"Passo meno tempo davanti a TV, tablet, smartphone e videogames. Aumento il numero delle ore passate a giocare all'aria aperta" e lì il collegamento con le bottigliette di alluminio mi sfugge ancor di più.
"Quando giochiamo fuori maltrattiamo l'erba" osserva qualcuno, non del tutto a torto. Gli altri ne convengono. Anch'io ammetto che è un punto di vista valido.
In cuor mio mi domando perché gli adulti, quando scelgono di rivolgersi ai ragazzi, si sentano in dovere di scrivere tante sciocchezze.
Si conclude con una tirata sulle api "guardiane della biodiversità. Le aiuto seminando fiori di cui sono golose, come la calendula, il rosmarino, il timo e la lavanda". Niente erica, osservo addolorata. Peccato, perché a me il miele di erica piace moltissimo.E infine...
"Racconto a tutti le mie buone azioni per aiutare l'ambiente e chiedo anche agli altri di seguire queste buone azioni per un futuro più ecologico". E al mio confronto i missionari mormoni sono degli zuccherini, vien da pensare.
"Vabbé, ci sono comunque molti suggerimenti utili. Ricordatevi soprattutto l'importanza della raccolta differenziata" concludo diplomaticamente prima di riprendere la lezione "Quanto al fatto di non lasciare rifiuti nei boschi e sulle spiagge non voglio nemmeno soffermarmici, era già considerato grave maleducazione quando ero bambina, cinquant'anni fa".

Non so perché gli adulti hanno questa curiosa tendenza a coprirsi di ridicolo con certi proclami. Ma soprattutto non so perché io non sono mai riuscita a diventare adulta. Non importa quanto tempo abbia passato in ospedale con la seria possibilità di lasciarci la pelle, non importa quanti anni ormai conti sul calendario; niente al mondo sembra in grado di farmi evolvere dallo stadio di adolescente polemica, nemmeno davanti a un tema serio come quello del degrado ambientale.
Però quel volantino potevano scriverlo meglio, ecco.

* tutti suggerimenti squisiti, devo dire. Peccato che io non riesca mai a farmi delle deliziose polpette con gli avanzi, perché gli avanzi me li mangio a colazione. Se voglio farmi delle polpette mi tocca comprare gli ingredienti. È uno dei grandi rimpianti della mia vita, un po' come l'insalata di pollo che andrebbe fatta col pollo avanzato. Ma a me il pollo non avanza mai!