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mercoledì 27 luglio 2016

Pensierino della sera sulla legalità (o sulla mancanza della medesima)


Una volta arrivata la legge sulle unioni civili c'è stato un gran parlare del grave problema dei sindaci obbiettori di coscienza, ovvero quei sindaci che sono contrari alla legalizzazione di relazioni tra persone dello stesso sesso e non vogliono registrare l'avvenuta unione come la legge gli richiede.
In realtà il problema non esiste, perché di anche i matrimoni civili spesso non sono celebrati dal sindaco ma da altri assessori a ciò delegati, specie nei comuni grandi dove altrimenti il suddetto sindaco si troverebbe assai oberato di lavoro avendo anche altre mansioni da svolgere - quindi il sindaco che non vuole registrare le unioni civili non le registrerà e passerà l'incarico a qualcun altro, come precisato di recente dal Consiglio di Stato.
Naturalmente, il sindaco così visceralmente contrario a un atto ufficiale che gli spetta per legge mostrerebbe forse maggior coerenza con i suoi raffinati principi rinunciando a fare il sindaco e dedicandosi ad altre attività a lui più consone; ma tale idea non sembra aver sfiorato alcuno di costoro, che hanno addirittura chiamato in causa il diritto all'obiezione di coscienza.
Di fatto non esiste l'obiezione di coscienza per i sindaci, così come non esiste il diritto di obiezione di coscienza contro un farmaco per i farmacisti, per quanto alcuni di loro si rifiutino di vendere la pillola del giorno dopo in nome della loro rigorosa coscienza (non tanto rigorosa, comunque, da fargli contemplare l'idea di passare al commercio al dettaglio di frutta e ortaggi o di articoli da cucito). Di fatto, un farmacista che rifiuta di vendere un farmaco è passibile di denuncia e processo e radiazione dall'albo.
Tuttavia molti lo fanno, e di solito lo fanno in assoluta impunità.

Tutto questo è possibile in Italia per due ragioni:
1) i processi sono lenti come la fame 
2) il cittadino medio è abituato a non vedere rispettare la legge perché lui stesso. spesso e volentieri, non la rispetta se non quando è costretto - magari perché la legge è difficile se non impossibile da osservare, o palesemente illogica, ma insomma il risultato è quello.
Per queste ragioni chi subisce un torto raramente sporge denuncia: sa che in tempi brevi non ne caverebbe alcun utile. Chi cerca una pillola del giorno dopo la vuole subito, non fra sei anni. Una volta ottenuta infine la sua pillola, di solito è troppo stanco, stressato, depresso e vilipeso per cercare soddisfazione nei tribunali: va a casa, prende la sua pillola e al massimo telefona a qualche amica per avere un po' di conforto. E in fondo al cuore non trova veramente strano quel che è successo: si sa che in Italia ognuno fa un po' quel che gli pare.

Quando a scuola ci preoccupiamo perché gli alunni non rispettano le regole e prepariamo per loro dei bellissimi percorsi per la legalità, trascuriamo spesso il fatto che i nostri alunni (come noi) sono abituati a vivere in un contesto di illegalità diffusa e di continui aggiustamenti fatti per aggirare le leggi - anche a scuola, tra l'altro, dove il compromesso regna sovrano e la legge viene spesso interpretata per renderla un po' più commestibile, anche da persone tendenzialmente molto oneste.
Il computer per gli alunni dislessici che non c'è, per esempio. La finestra che in teoria dovrebbe essere aperta solo verso l'alto (ma che non garantisce un adeguato ricambio d'aria, e non parliamo di quando fuori fa caldo). Il docente che fuma nell'intervallo sulla scala antincendio. Il cellulare che non può essere portato in classe ma che in via informale viene lasciato portare a patto di non usarlo, ma che poi viene usato dallo stesso docente per collegare il computer o la LIM in rete perché il collegamento della scuola non funziona. Il compito dell'esame difficile, ma con il professore che passa di banco in banco per aiutare. La macchinetta del caffé dove gli alunni non possono andare ma di fatto vanno. Il film scaricato illegalmente per guardarlo in classe - a volte dal docente, a volte dagli alunni. Le versioni piratate dei programmi informatici.
Mi vanto di essere una persona onesta e il mio certificato del casellario giudiziario è intonso e immacolato - ma da quando la scuola ha smesso di pagarmi il noleggio del film (che comunque dovrei vedermi solo in privato, secondo quanto stabilito dalla legge, e non in classe o magari con più classi in contemporanea) quel che non trovo nelle biblioteche pubbliche lo faccio scaricare, e faccio anche un grande uso delle fotocopie di testi letterari, anche di quelli che hanno cinque righe di avvertenza di non fotocopiare.

Tutto questo si verifica a tutti i livelli della società e facilita arbìtri e ingiustizie molto gravi - che difficilmente verranno sanati perché solo occasionalmente le leggi sono fatte rispettare e violarle porta conseguenze gravi solo in tempi molto lunghi, che pochi hanno le disponibilità economiche e psicologiche per affrontare.
Questo spiega anche perché è così facile mettere in giro notizie sull'approvazione di leggi assurde: sono comunque credibili perché somigliano a quelle vere.

Non è strano quindi che gli studenti non sempre rispettino le regole: caso mai sarebbe il caso di indagare su come mai ne rispettano tante.

venerdì 22 luglio 2016

Il baco da seta - Robert Galbraith


Seconda avventura dell'investigatore Cormoran e della sua segretaria Robin, questa volta alle prese con il caso di uno scrittore di non più troppo belle speranze ma molto affamato di fama e successo; il quale scrittore scompare dopo aver consegnato all'agente editoriale un libro assai corrosivo sul mondo dei letterati che, ancora manoscritto, sta seminando polemiche incendiarie.
Tutta l'indagine si svolge dunque nel mondo dell'editoria: conosciamo agenti letterari, editor, editori e, naturalmente, scrittori e scrittrici.
Uno scrittore che parla di scrittori rimbalza sempre il lettore in un complesso gioco di specchi: la scrittura come creazione? La scrittura come metafora della vita? La scrittura come interpretazione della vita? L'editoria come un mondo di poveri diavoli perennemente insoddisfatti di tutto e di tutti, branco di cani randagi famelici che si contendono con ferocia anche le ossa più spolpate?
Senza escludere le prime tre possibilità, l'ultima elencata è senz'altro la più appariscente nel romanzo; ed è davvero interessante che a descrivere così il mondo che vive di scrittura, sotto lo pseudonimo di Robert Galbraith, sia niente meno che  J.K. Rowling, autrice che dai suoi scritti ha ricavato non già ossa spolpate, bensì enormi pile di bistecche dei tagli più pregiati (anche se è probabile che qua e là qualche ossicino le sia rimasto tra i denti).

Se uno cerca amicizie durevoli e cameratismo senza riserve, deve entrare nell’esercito e imparare ad uccidere. Se invece vuole una vita di alleanze temporanee con gente uguale a lui, che gioisce di ogni suo fallimento, deve scrivere romanzi.

Così racconta all'investigatore Cormoran (che per l'appunto ha militato a lungo nell'esercito) il solo scrittore di successo presente nel romanzo - un uomo di singolare antipatia ma non privo di una certa sincerità, tanto antipatico e tanto sincero da suscitare la simpatia nel lettore nonostante (come quasi tutti i personaggi) sembri un candidato assai probabile alla colpevolezza di un omicidio che unisce ferocia e perversione in modo assai sgradevole.
In questa raccolta di cani rabbiosi fino all'idrofobia e acidi nel più corrosivo dei modi (la presenza di una buona dose di acido cloridrico nel romanzo non è affatto un caso) l'unica persona che all'apparenza sembrerebbe un essere umano gradevole è intravista solo di striscio, senza mai comparire in scena: si tratta di Dorcus Pengelly, autrice di apprezzatissimi e vendutissimi libri erotici travestiti da romanzi storici, che firma col suo vero nome e organizza piacevoli barbecue. Come contraltare abbiamo poi, nella rosa dei protagonisti, la scrittrice di fantasy erotica che deplora l'incapacità degli editori di riconoscere la validità di prodotti che si allontanano un po' dalla classica divisione per genere - con cui si finisce inevitabilmente per simpatizzare in nome del dolore di vivere che accomuna tutti noi, nonostante sia chiaro che scrive da cani.

Quel che ne viene fuori non è un romanzo leggero e gradevole: l'atmosfera ritorna sopportabile solo quando sono in scena i due investigatori, nei momenti in cui la loro vita privata prende il sopravvento, loro e il loro seguito di parenti, innamorati ed ex innamorati, compreso Matthew (il fidanzato di Robin, che a me continua a non restare antipatico). La loro vita privata non è un letto di rose, hanno i loro problemi ma, vivaddio, non passano il loro tempo esclusivamente a divorarsi vivi o cercare di divorare gli altri.

La trama gialla dunque è acida, corrosiva e perversa nonché piuttosto opprimente; il tocco di chi la scrive e l'intermediazione dei due investigatori però la rende digeribile anche a quei lettori che, come me, non hanno alcuna inclinazione verso i romanzi di atmosfera morbosa. La storia è costruita molto bene e la soluzione imprevedibile, nonostante la congrua sfilata di indizi seminati con grande chiarezza lungo la strada ma abilmente travestiti. Per giunta, sul finale, una parte della vicenda si avvia su strade più liete di quel che si era finito per temere, e alcuni protagonisti conosceranno una qualche forma di riscatto morale; si chiude l'ultima pagina con un sospiro di sollievo ma un po' riconciliati con la vita.
Un bel giallo, molto diverso dal precedente Richiamo del cuculo. Adatto a letture sia estive che invernali, si lascia leggere a dosi massicce senza problemi;  raccomandatissimo a tutti, anche se personalmente lo terrei lontano dai ragazzi sotto i 15-16 anni.

Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homamademamma e ricordo a chiunque passi di qua che nelle lunghe giornate e nelle corte notti estive, un buon giallo, possibilmente lungo, è la migliore delle letture.

giovedì 21 luglio 2016

Di rapporti sessuali precoci, gravidanze precoci e idiozia tardiva (post a contenuto estremamente ovvio)


Corre voce che i cosiddetti preadolescenti al giorno d'oggi amino indulgere a rapporti sessuali cosiddetti precoci, con la conseguenza di rischiare spesso di incappare in gravidanze ancor più precoci.
Scrivo "cosiddetti preadolescenti" e "cosiddetti precoci" perché, se l'adolescenza è caratterizzata dallo sviluppo sessuale, nel momento in cui hai un rapporto sessuale completo e passibile di portare a una gravidanza è segno che, più che preadolescente, ormai sei adolescente a tutti gli effetti, altrimenti quel che fai non si chiamerebbe "rapporto sessuale" bensì "giocare al dottore" o al massimo, volendo essere più fini e colti, "esplorare il tuo corpo con l'aiuto di qualche coetaneo/a". D'altra parte, se hai raggiunto lo sviluppo sessuale, definire il rapporto "precoce" sembra un po' una contraddizione in termini, e forse "improvvido" potrebbe essere una definizione più accettabile.

In molti si stracciano le vesti e deprecano cotale attitudine attribuendola ai nefasti costumi dei tempi moderni, ad una precoce sessualizzazione dei giovinetti indotta dalle pubblicità e dalla società tutta e ad una deplorevole decadenza dei valori morali. Qualcun altro collega la cosiddetta precocità ad un anticipo dello sviluppo sessuale fisico, cui si accompagnerebbe però una minore maturità psicologica e affettiva di quella raggiunta un tempo ad una determinata età, mantenendo però intatta la scervellaggine tipica degli anni della giovinezza.  Senza volermi impelagare in sì spinose questioni, mi sento comunque di affermare serenamente che l'attitudine di cui sopra non è poi così nuova quanto tutti oggi sembrano credere: già quando ero alle elementari, con mulini e grembiulini ancora bianchi e mentre l'Italia del boom si apprestava a girare la boa degli anni 70 del secolo scorso, ricordo come ogni tanto arrivassero alle mie caste orecchie storie di ragazzine che in terza media si erano trovate piuttosto incinte. 
All'epoca c'era il vecchio diritto di famiglia e il tutto era spesso sistemato con un matrimonio cosiddetto riparatore, che si poteva fare già a quattordici anni. Vivaddio adesso non ci si può più sposare prima della maggiore età e questo semplifica le cose, perché tra quei matrimoni precoci non ho notizia di uno solo che abbia retto al passare degli anni: di solito a quattordici anni ci si sceglie per motivi che già a sedici ti sembrano del tutto incomprensibili, e un matrimonio avviato in circostanze così fortunose e con quattro genitori esasperati alle spalle offre poche possibilità di permettere alla giovane coppia di sviluppare quella complicità che è alla base di qualsiasi matrimonio duraturo.

Vennero poi gli anni Settanta e Ottanta, tempo in cui gli adulti non trovavano così inconcepibile che i giovinetti si dessero al bel tempo e venne di moda la scuola di pensiero del "diamogli un po' di informazioni, così almeno sapranno quel che fanno".
A partire dagli anni Novanta però questa scuola di pensiero cominciò ad essere sentita come sciagurata e peccaminosa, e prevalse il concetto che i giovanissimi quelle cose non dovevano farle punto e basta, e dunque le informazioni non gli servivano - ed è in quel periodo, tra l'altro, che cominciarono a censurare i cartoni animati, ad esempio nei punti in cui si parlava di (oh, scandalo!) mestruazioni.

In barba alle varie scuole di pensiero e alle censure (di cui non di rado venivano informati nei dettagli tramite Internet) i giovinetti hanno continuato ad accogliere in cuor loro pensieri lascivi e ad essere assai incuriositi da quel che riguardava il sesso; strano, ma vero.
Negli anni seguenti andò rafforzandosi in molti adulti la convinzione riassumibile nella frase "Non lo devono fare punto e basta", cui veniva sovente accostato un corollario che sosteneva che "se poi lo fanno le ragazze, sono delle zoccole".
(Sul fatto che solo le ragazze siano zoccole quando indulgono a cotali attività, mentre gli zoccoli declinati al maschile continuino ad essere caratteristica anatomica naturale per gli equini e i camoscidi* nonché accessori leciti a bagnanti d'ambo i sessi in spiaggia, senza che la parola in quel caso venga caricata di alcuna valenza sessuale o di biasimo, dicevo, su questo fatto sarebbe interessante soffermarsi ancora, forse - o magari sarebbe il caso di accantonare questa teoria tra le stupidaggini immeritevoli di una replica).
Ad ogni modo con gli anni prevalse l'ordine di idee "se noi non gliene parliamo loro non ci penseranno né tanto meno lo faranno" che, per inspiegabile che possa sembrare, non condusse esattamente al risultato sperato. E' pur possibile, come sostengono taluni, che questa tecnica da struzzo avrebbe portato risultati migliori se gli individui di ogni età non fossero quotidianamente bombardati da messaggi assai apertamente sessuali ovunque vadano e dovunque stiano - per quanto anche questo, a ben guardare, non sia proprio un fenomeno nuovissimo.
Comunque, al giorno d'oggi abbiamo un vasto numero di giovinetti ben sviluppati sessualmente e in buona salute, ai quali non si può parlare di sesso in termini scientifici rispettabili e rispettosi, ma che sono circondati ovunque da allusioni sessuali spesso assai viscide, dai quali giovinetti si pretende che non pensino al sesso e tanto meno lo pratichino perché non è cosa decorosa né che li riguardi, e che purtuttavia, in barba alle savie raccomandazioni adulte, ci pensano quanto possono e lo praticano assai, nemmeno troppo di nascosto - con grande scandalo dei savi adulti che deprecano la superficialità con cui costoro si approcciano ad atti sì solenni e ricchi di mistero.

Tuttavia, per quanto riguarda il mistero, direi che non c'è di che lamentarsi perché chiunque abbia a che fare con i giovinetti in questione si rende conto che, nonostante il gran parlare che si fa di sesso e il gran numero di allusioni e riferimenti in cui tutti noi, volenti o nolenti, navighiamo ogni dì, costoro avran forse imparato, praticando il metodo sperimentale del buon Galilei, come farlo concretamente, ma hanno idee decisamente confuse su cosa succede all'interno dei loro stimabili organismi mentre sono impegnati in sì importante attività. Per dirla tutta, sotto questo aspetto i giovani d'oggi sono ignoranti al di là del comprensibile e dell'immaginabile, e mancano pure della grande radice del sapere, ovvero la consapevolezza dei limiti delle loro conoscenze - insomma, non sanno di non sapere, mostrandosi così ben più ignoranti di Socrate.
Quando ero ragazza, nei gloriosi anni 70 del secolo scorso, tutti reclamavano a gran voce per le nuove generazioni insegnamenti in tale ambito, si criticavano assai le scuole perché non provvedevano e si tempestavano  per ogni dove i giovinetti con le nozioni basilari di tale complesso argomento.
Oggi invece le scuole sono apertamente diffidate dall'intervenire in merito perché "spetta alle famiglie", le famiglie si rifiutano molto spesso di intervenire sostenendo che l'argomento è troppo serio per essere approcciato da ragazzi troppo giovani e Internet (ove qualsiasi giovinetto può approdare senza difficoltà nonostante le illusioni dei genitori) abbonda assai di materiale pornografico dove però molto spesso l'approccio fornito non è dei più realistici. 
Qualche acrobata  verbale complica vieppiù le cose sostenendo che per i giovani è importante un educazione all'affettività olistica, che inquadri la questione nel suo complesso e permetta di esprimere la sessualità insieme ai sentimenti - che di per sé non è affatto un programma malvagio, va pur detto, ma affronta la questione partendo da Adamo fra i pruni per poi fermarsi all'alto medioevo, scansando accuratamente la parte più brutalmente anatomica - insomma, per uscire dalla raffinata metafora in cui mi sono imboscata, si parla sì di sentimenti ma poco della parte fisica - che comunque, è stato stabilito, i ragazzi non possono ancora affrontare perché immaturi**.

Il risultato è abbastanza noto: alla faccia dei saggi proponimenti degli adulti, i giovinetti immaturi hanno sovente rapporti ben poco protetti, con conseguente espansione di due fenomeni, quelli sì, decisamente inadatti a loro - ovvero le gravidanze precoci e le malattie e infezioni veneree. Per giunta, tali gravidanze precoci si svolgono in un mondo dove la legge 194 (quella che consente l'aborto volontario, o meglio lo consentirebbe se le cose funzionassero) è diventata sempre più difficile da applicare, dove i farmacisti si sono inventati, senza alcuna pezza di appoggio giuridica, l'obiezione di coscienza per la pillola del giorno dopo e anche prendere la pillola RU486 è diventato complicatissimo, con la scusa che "troppi ormoni fanno male alle ragazze"; in compenso tutti quelli che mostrano tanta squisita sensibilità verso l'organismo femminile e ricordano come l'aborto sia un trauma indimenticabile (che temo sia vero, visto che oggi per abortire di traumi ne devi superare davvero parecchi, oltre a numerose forche caudine) si guardano bene dal caldeggiare un po' di diffusione dei contraccettivi e un po' di informazioni in più - che ridurrebbero assai i casi in cui ci si trova costretti a decidere se ricorrere o no all'aborto volontario.
Il ragionamento funziona secondo la seguente linea di pensiero (se pur di pensiero si può parlare in questo caso):
1)  i giovani non devono trombare perché non lo fanno per le ragioni giuste 
2) se li educhi adeguatamente non tromberanno 
3) se non tromberanno non ci saranno gravidanze precoci né infezioni veneree 
4) se ci sono le une e le altre è perché i giovani non sono educati bene e quindi si deve intervenire ad insegnargli i veri valori della vita, primo fra tutti quello che non si deve trombare da giovani
5) contraccezione, aborto e prevenzioni delle malattie veneree  sono implicite autorizzazioni per i giovani a trombare, e sappiamo che i giovani non devono trombare.
Continuando ad utilizzare l'impropria definizione di pensiero per  questa curiosa raccolta di postulati, possiamo senz'altro affermare che si tratta di un pensiero assai presuntuoso - non già o non soltanto perché chi lo elabora si ritiene l'unico depositario della conoscenza di ciò che è giusto fare o non fare, ma soprattutto perché presume che ai giovani in questione interessi alcunché di ciò che pensano gli adulti in  materia, e non tiene conto che, oggi come 50.000 anni fa, i giovani curano ben poco ciò che gli adulti pensano che loro debbano o non debbano fare in questo particolare settore della loro vita e si regolano in base ai loro criteri - che non si rivelano necessariamente infallibili, ma insomma fanno così e basta.



Quando ho cominciato a insegnare, sedici anni fa, a semplice richiesta una classe delle medie, almeno in Toscana, aveva a disposizione due o tre esperti della USL che venivano in classe per sei-dieci ore e spiegavano i fatti della vita, oltre a rispondere alle domande degli alunni. La trovavo una pratica bella e molto sensata, che toglieva piacevolmente le castagne dal fuoco a famiglie e corpo docenti e permetteva agli alunni di spaziare in libertà con estranei competenti.
Adesso, e con grande fatica e difficoltà, si riesce a ottenere una lezione di un paio d'ore con un singolo psicologo, denominata pomposamente percorso sull'affettività - praticamente una ciotolina di pop corn spacciata per un banchetto nuziale.
Con tutta la retorica che circola oggi sulla centralità dell'alunno e delle sue esigenze e l'importanza dell'accettazione delle diversità intese come ricchezza eccetera ecccetera, non sarebbe forse il caso di smetterla di prendersi in giro e permettere alla scuola di dare almeno un piccolo contributo alla nobile causa della lotta contro la gonorrea e l'AIDS e spiegare alle giovinette come evitare, qualora lo desiderassero, di restare incinte a tredici anni? Alle poche, sciagurate creature senza principi morali e maturità adeguata che fanno già sesso nonostante tutto risulterà utile da subito, ai molti che non praticano ancora e magari nemmeno desiderano davvero farlo, servirà in un futuro che, comunque vada, difficilmente sarà molto lontano nel tempo. Dopotutto, educazione alla salute non è solo far mangiare la frutta.

*classe di animali da me inventata sul momento per indicare i mammiferi che madre natura ha provvisto di zoccoli e che non sono equini
**(Lo sono davvero? Siamo in grado di stabilirlo? Lo sono tutti? E il fatto di essere adulti siamo sicuri che ci renda necessariamente più maturi emotivamente dei nostri alunni? O più credibili? Quanto dobbiamo essere adulti e maturi per immischiarci, non richiesti, in un campo così delicato? E chi garantisce che la mancanza di esperienze immature fatte immaturamente non aiuti a raggiungere un adeguata maturità emotiva? Non stiamo sempre a ripetere che sbagliando si impara? E quanti di noi adulti oggi sono convinti che tutto quel che abbiamo fatto in quel campo quando eravamo immaturi fosse solo e soltanto sbagliato? Esiste davvero un unico pensiero maturo su siffatti argomenti? Ah, saperlo, saperlo)

mercoledì 13 luglio 2016

Murasaki davanti alle Grandi Domande della Vita

La Scuola è un mondo a parte, con regole tutte sue e rituali particolari. Tuttavia, essendo inserita nel Vasto Mondo, non può fare a meno di risentire le Malefiche Influenze dall'Esterno. Avviene così che argomenti tranquilli e paciosi, che mai si pensava potessero essere causa di turbamento per alcuno, si trasformano nel giro di pochi anni in acacie del tipo più spinoso.
Quando frequentavo la scuola dall'altra parte della barricata, l'Islam era un argomento tranquillissimo. Intanto,  salvo rarissime eccezioni tipo figli di ambasciatori o simili, gli islamici se ne stavano a casa loro e comparivano assai raramente su giornali e telegiornali, per lo più  nella veste di Sceicchi Petrolieri che talvolta alzavano il prezzo del petrolio (con grande disperazione della collettività). Oppure nei fumetti storici o turistici di Topolino apparivano improbabili predoni armati di taglientissime scimitarre, che cavalcavano cavalli o cammelli e minacciavano di sterminare il papero o il topo infedele di turno - ma si sapeva che poi sarebbe andato tutto a finire bene, anche per i predoni, grazie al ritrovamento di qualche ricchissimo tesoro.
L'Islam faceva una rapidissima comparsata sui libri di storia di prima media, quando gli arabi un bel mattino si mettevano a invadere paesi come se piovesse, e una comparsata un po' più lunga sul manuale del terzo anno delle superiori. 
Sui libri di geografia, poi, circolava la curiosa teoria che le religioni orientali incoraggiavano i fedeli alla passività, e questo era il motivo per cui l'Occidente era ricco e l'Oriente era povero: erano troppo passivi. Non per colpa loro, ma per le religioni troppo fataliste - il che sembrava un po' una cazzata, perché tutta quella gente fatalista che ora stava a morire di fame sul bordo delle strade locali un tempo si era fatta grandi imperi e civiltà, e le religioni erano sempre quelle - senza contare che erano tanto poveri pure nell'America del Sud, dove in teoria la religione non era tanto fatalista, o comunque era la stessa nostra.
Forse gli attivissimi occidentali con il loro attivissimo colonialismo c'entrava qualcosa con tutta quella passività?
Vai un po' a sapere.  Qualcuno sosteneva che non era colpa delle religioni ma del fatto che, laggiù, era troppo caldo. Insomma, era una questione climatica. Giuro che lo scrivevano davvero nei libri di geografia, ancora sull'orlo degli anni Ottanta,

Poi arrivò quel grandissimo impiastro di Khomeini e si cominciò a sentir parlare di integralisti islamici. C'erano anche quelli che integralisti non erano: orde di islamici dissidenti invasero le università italiane. Venivano guardati con blanda curiosità e accolti con vaga ospitalità. Nacquero amicizie, coppie, col tempo si arrivò anche a qualche matrimonio. Non mordevano e non erano morsi, nemmeno in una città diffidente come Firenze. 
Poi l'Iran e l'Iraq avviarono una guerra interminabile, mentre americani e russi si affrontavano in Afghanistan. E arrivarono i primi immigrati, quelli poveri che cercavano un lavoro.
Il seguito è lugubre e costellato di guerre, migrazioni, attentati e barconi che affondano nel Mediterraneo.
E adesso il povero insegnante di turno, quando sente parlare di Islam, sbianca in viso e si sente cascare i capelli - praticamente un incubo.

Ormai da anni i libri di storia hanno ampliato e accresciuto i capitoli sull'Islam: gli alunni imparano con grande pazienza (o non imparano affatto, se non studiano) i Cinque Pilastri dell'Islam e sentono le più strane spiegazioni sul significato di jihaddavvero la guerra santa? Non sono ancora riuscita a capirlo perché c'è una teoria che dice che la guerra santa l'abbiamo inventata noi e gliel'abbiamo trasmessa,  un altra che dice che l'abbiamo inventata noi frequentando gli islamici, e c'è anche chi sostiene che invece sono stati loro a insegnarcela e allora abbiamo fatto le crociate.
In questi libri più moderni comunque abbiamo ricchi approfondimenti che si soffermano sulla bellezza delle città islamiche, la ricchezza della cultura islamica, lo splendore degli edifici islamici, la meravigliosa letteratura islamica.
Nel frattempo le classi si sono popolate di alunni islamici, e i colloqui con i genitori abbondano di faticose conversazioni con i genitori islamici, che spesso parlano un italiano abbastanza approssimativo.
L'insegnante di storia diventa scivoloso e vagamente ruffiano quando parla dell'Islam nel medioevo (specie se ha una classe ricca di islamici) e proietta slide di lussuose moschee e legge favole dalle Mille e una notte. Gli scolari islamici si offrono di portare il Corano a scuola e leggono qualche passo che parla della grandezza e misericordia di dio. L'insegnante ascolta compunto e poi sfodera bellissime slide di miniature e pagine del Corano.
Poi il colto e gentile medioevo finisce e di Islam non si parla più. Ogni tanto ci sono gli Ottomani, sui libri, o qualche pirata saraceno. Dopo la prima guerra mondiale finisce anche l'impero ottomano. Inglesi e francesi pasticciano un po' con vari protettorati e colonie in Egitto, Algeria, Marocco, Iran, Iraq... non ci si capisce molto, se non che gli inglesi sono sempre tra i piedi, i francesi quasi sempre e poi a un certo punto gli stati diventano indipendenti e ricominciano a farsi guerra tra loro (come, in verità, facevano anche prima dell'entrata in scena di inglesi e francesi). 

Ogni anno,  almeno una volta, dopo l'orrenda strage o il barbaro attentato di turno, qualche scolaro prova a chiedere perché in quelle zone sono tutti così isterici (e quelle zone ogni anno si allargano un po').
"Prof, ma mio padre mi ha detto che per gli islamici, come per i cristiani, il suicidio è un peccato mortale. Allora perché si fanno saltare in aria in nome di dio?".
"Tuo padre ti ha detto una cosa vera. Certe frange terroristiche tuttavia se ne fregano di questi dettagli e si fanno saltare in aria lo stesso".
"Prof, ma in Italia faranno gli attentati?"
"Si spera di no, ma dipende da come lavorano i nostri servizi segreti. A St. Mary Mead probabilmente siamo al sicuro".
"Prof, ma a Roma?".
"Bella domanda. Speriamo che a Roma non succeda niente".
Le famiglie non sanno dare sicurezze, la scuola neppure. Il guaio è che nemmeno le forze dell'ordine e l'esercito sono in grado di garantire granché, pur impegnandosi con gran dedizione. 
"Prof, non potremmo andare noi a fare la guerra all'Isis?".
"Ci sono progetti in questo senso, ma non è una cosa che l'Italia può decidere da sola, anche perché da sola non ne avrebbe le forze".
"Prof, ma perché l'Europa..."
"Non lo so ma, sinceramente, la politica estera dell'Europa non è proprio il suo punto di forza, né sembra probabile che lo diventi in tempi brevi. Non c'è un grande accordo tra i v vari paesi, ammettiamolo".

A sorpresa e a tradimento, in qualsiasi momento, tra un predicato nominale e un affresco medievale o una lettura sulla riforma agricola del Seicento arrivano a tradimento domande di questo tipo. L'insegnante non sa rispondere. La cosa è forse scusabile considerando che al momento anche i grandi esperti di politica internazionale non hanno le idee molto chiare (in compenso siamo pieni di avvoltoi che le hanno chiarissime e non cessano di ripeterle per ogni dove).
L'insegnante medievista però, mentre riordina le sue slide sulle moschee spagnole e i palazzi di Baghdad e di Damasco, non può fare a meno di domandarsi come abbiamo fatto, nel giro di una quarantina d'anni scarsi, a combinare un disastro simile e se c'è qualche speranza, non dico di rimediare, ma almeno di smettere di peggiorare la situazione ogni anno che passa.
L'insegnante però è un insegnante, e lavora nelle classi. Che è una vera fortuna, perché le classi trovano in fretta un modo per distrarsi e per distrarti; e tra una zuffa in corridoio, una discussione sul registro elettronico che non funziona e una sfilata di disastrosi esercizi sul congiuntivo, l'ombra oscura del terrorismo si allontana una volta di più, se non altro dai banchi di scuola

venerdì 8 luglio 2016

Gli strani casi del giudice Li - Xihong


In occidente si discute assai se il romanzo giallo sia nato in Inghilterra, in Francia o negli Stati Uniti, citando svariati autori e investigatori, tutti rigorosamente della seconda metà del XIX secolo. Ma già da diversi secoli, in Cina, quel tipo di letteratura era diffusa.
L'antico investigatore cinese era solitamente un giudice, che dirigeva le indagini dal suo studio ma non sdegnava di muoversi di persona, quando il caso lo richiedeva, e che poi  concludeva l'indagine in tribunale, dove il colpevole era inchiodato alle sue responsabilità attraverso prove e testimonianze (e spesso anche frustato).
Questo tipo di letteratura proseguì attraverso i secoli e, nel 1902, venne pubblicato Gli strani casi del giudice LI. Tanto per restare in tema di misytery l'autore usa uno pseudonimo (di cui non si è mai venuti a capo) e parla di un vero e autentico giudice che era noto per la sua integrità e l'abilità con cui risolveva i suoi casi, ma che fece un pasticcio politico con la rivolta dei Boxer, tanto che le potenze occidentali pretesero che venisse disonorato post mortem e diventasse un reietto innominabile.
In teoria questo doveva essere il primo di una serie di quattro libri, ma gli altri tre non videro mai la luce; ed è un vero peccato.
La prima parte infatti è un po' legnosa, ma la seconda è davvero suggestiva. 
Si parte da un giovane Li, non ancora giudice, che durante un viaggio in barca si ritrova quasi testimone di un delitto - una decapitazione, niente meno. Il capitano resta giustamente sconvolto, e ne ha ben donde perché, una volta attraccata la barca al primo villaggio, il capo villaggio e in seguito anche il magistrato chiamato a indagare hanno come unica idea fissa quella di condannare proprio il capitano, attribuendogli la responsabilità del delitto. Il capitano viene imprigionato e frustato nonostante le sue proteste ma nessuno si preoccupa di attribuirgli uno straccio di movente, e anche se tutti concordano nel dire che l'accaduto è colpa della sua incapacità il lettore non riesce proprio a comprendere come avrebbe fatto potuto il pover'uomo a prevenire il delitto. 
A questo punto entra in scena il giudice Li che, organizza un complesso lavoro di investigazione e un ancor più complessa messa in scena - che include anche un medico che gira per le piazze promettendo guarigioni miracolose a tutti i mali - nonché svariate conversazioni nelle fumerie d'oppio (dove comunque il giudice non fuma mai) e riesce infine a catturare l'assassino che, fiduciosissimo di non aver lasciato tracce, si fa prendere come un tordo nella pania. 
Alla fine del caso, che getta le basi per la futura carriera di Li e gli procura il suo primo incarico, siamo informati anche del movente (scoprendo tra l'altro che l'assassino aveva pure sbagliato vittima), il povero capitano della barca può riprendere la sua vita e al lettore restano un bel po' di perplessità sui sistemi di indagine dell'epoca quando non c'era Li a gestire le investigazioni.
Nella seconda parte abbiamo, come usava in quei romanzi, diversi casi intrecciati, che si sovrappongono con grande naturalezza. Si parte da una povera vedova che viene a lamentare il rapimento della figlia, indicando pure il rapitore - che nel frattempo è scomparso. Ma mentre sta indagando, il giudice Li viene improvvisamente preso da grande stanchezza e si stende per dormire sul divano del suo ufficio. Lì viene svegliato da un signore, che chiede giustizia per il rapimento della sua nuora e indica vagamente da dove viene, ma mentre interroga l'uomo Li viene nuovamente svegliato e capisce che quella strana apparizione era un sogno, non solo, ma deduce che quel sogno gli indica che il caso è molto urgente e che deve intervenire subito. 
Come fare, senza indizi e senza nomi, senza sapere nemmeno di cosa davvero si tratta? Nel suo distretto nessuno ha sentito parlare di questo secondo rapimento.
Senza por tempo in mezzo il giudice parte verso la direzione vagamente indicata dall'uomo, in incognito, travestito da mercante. E' convinto di dover raggiungere un determinato villaggio ma una serie di contrattempi lo ferma molto prima, e il casualissimo incontro con un venditore di frittelle gli offre il primo filo da seguire. Un bel po' di coincidenze, e soprattutto la garbata ospitalità di una povera vedova che lo conquista con la sua gentilezza e finezza d'animo gli permetteranno di risolvere un caso piuttosto complesso nonché di riabilitare la memoria del marito defunto della vedova, nonché di riunire una coppia di giovani innamorati promessi sposi sin da bambini.
Il racconto è molto bello e si chiude con la soluzione completa di tutti i casi.

Il libro è interessante perché, oltre ai vari casi da risolvere (ma il lettore non ha possibilità di venirne a capo da solo, al contrario di quel che succedeva all'epoca in molti gialli occidentali che avevano cura di seminare indizi e di renderli fraintendibili al lettore per meglio depistarlo), offre uno squarcio della vita quotidiana in un paese  all'apparenza fermo nel tempo, ma che fa un uso decisamente attuale delle bustarelle.
Per un lettore appassionato di romanzi di investigazione naturalmente il fascino è doppio. Inoltre l'uso dei sogni nella narrazione non è privo di interesse.

Con  questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture sotto l'ombrellone o sui prati di collina e di montagna a tutti quelli che passsano di qua.

mercoledì 6 luglio 2016

La costellazione crociata (post ad alto contenuto didattico e storico, o almeno l'intenzione sarebbe questa)

Duello tra Riccardo Cuordileone e il Saladino

Sui manuali di storia, per motivi a me incomprensibili* nel capitolo sulle crociate ci si ostina a parlare soprattutto delle crociate di Gerusalemme, dette anche passaggi ultramarini, con in più al massimo qualche cenno ai pellegrinaggi religiosi. 
Io la so più lunga, e da anni cerco di trasfondere il mio gran sapere sull'argomento condensandolo in un paio di accorte lezioni, ma senza che gli alunni ne abbiano ricavato sinora grandi frutti**. 
Quest'anno però, con la Prima Zuzzurlona, ho composto uno schema che mi sembra piuttosto completo per una prima media, e i ragazzi lo hanno ascoltato abbastanza volentieri e ripetuto con una certa accuratezza - così ho deciso di conservarlo qui, in memoria del lieto evento.
Se qualcuno ha aggiunte da proporre o correzioni da fare, sappia che gli sarò molto riconoscente.

* 1095: Concilio di Clermont
Terminato il concilio, papa Urbano II lanciò un appello per liberare il Santo Sepolcro di Gerusalemme dai perfidi saraceni.
Chi partecipava avrebbe ottenuto dei benefici spirituali (in pratica, faceva del bene alla sua anima e, in caso, moriva in stato di grazia)
L'appello riscosse molto successo e nel
* 1096 un esercito internazionale guidato da Goffredo di Buglione partì per la prima Crociata
*1099: i crociati conquistano Gerusalemme
Fondano il Regno di Gerusalemme e altri tre regni, chiamati Regni Latini
* In seguito vennero fatte altre crociate (sempre internazionali) per difendere i Regno Latini e i cristiani persero sempre alla grande, tranne nella Quarta Crociata che è un caso a parte
* La Terza Crociata (1189-1182) è chiamata anche "crociata dei re" perché ci parteciparono diversi sovrani, compreso l'imperatore Federico Barbarossa, che morì annegato attraversando un fiume***. 
C'era anche Riccardo Cuor di Leone, sì, quello di Robin Hood, che venne fatto prigioniero dagli austriaci e rilasciato dopo 15 mesi a carissimo prezzo.
L'avversario era il Saladino, che si guadagnò un ottima reputazione letteraria nella narrativa occidentale e venne descritto con grande ammirazione per la sua squisita cavalleria 
* La Quarta Crociata non arrivò mai in Terrasanta perché i crociati non avevano soldi sufficienti per pagarsi la flotta, così conquistarono invece l'impero di Bisanzio e lo consegnarono alle Repubbliche Marinare, che lo sfruttarono per commerciate con l'oriente (a parte il fatto che era anche un regno molto ricco). 
I bizantini rimasero assolutamente schifati dalla rozzezza dei crociati. Anche il papa non fu molto contento. 
Lungo la strada ci fu anche qualche massacro di ebrei, come usava sempre nelle crociate.
L'Impero Latino di Costantinopoli durò dal 1204 al 1261, poi i bizantini se lo ripresero.
* L'ottava e ultima crociata finì nel 1270, quando cadde l'ultimo lembo dei Regni Latini d'Oriente. In quella crociata morì anche Luigi IX il Santo, re di Francia.
* I Regni Latini d'Oriente erano sempre in pericolo perché non avevano un vero esercito: i cavalieri degli ordini monastici non bastavano, erano poche centinaia. A parte gli ordini monastici, gli altri crociati facevano i crociati per un certo periodo della loro vita, per loro era un esperienza religiosa ma poi si ritornava a  casa.
Insomma, i regni latini non avevano un vero esercito - e chiaramente non potevano usare la popolazione locale. I saraceni sì, e infatti la usavano. E vincevano alla grande.
I crociati vivevano in enormi fortezze, che contenevano migliaia di persone, e pure i cavalli dei cavalieri. Si chiamavano crak, ma dicono che la droga non c'entrava
* I combattenti erano chiamati crociati perché portavano una croce rossa sul mantello e/o sullo scudo****.
* Il colore rosso della croce indica che i crociati erano disposti a versare il loro sangue per Cristo.
* Prima di partire per la crociata ci si confessava, si faceva penitenza per i propri peccati e si doveva ottenere l'assoluzione. Di solito si faceva anche testamento, e si dava alla moglie una scadenza, passata la quale poteva rimaritarsi. Ci sono diverse novelle sull'argomento, perché a volte il marito tornava dopo che il termine era scaduto. Qualche volta invece tornava appena in tempo, come nella storia di messer Torello di Boccaccio.
* Dopo la prima crociata furono fondati gli ordini monastici combattenti.

* A partire dall'XI secolo venne di moda anche il pellegrinaggio. Pellegrinavano anche nei secoli precedenti, ma molto meno.
* Prima di partire il pellegrino si confessava, faceva penitenza e doveva avere l'assoluzione per i suoi peccati. Di solito faceva anche testamento, perché le vie di pellegrinaggio erano relativamente sicure ma ci si poteva ammalare nel corso del viaggio, a parte tutti gli altri rischi.
* Il pellegrinaggio era un esperienza mistica e rigenerante per l'anima, esattamente come la crociata; però nessuno ti chiedeva di combattere e potevano farlo anche le donne e i giovinetti.
*Le tre mete più famose di pellegrinaggio erano:
 - Gerusalemme (dov'era morto Gesù)
 - Roma (dov'era sepolto Pietro, il primo papa)
 - Santiago de Compostela, dove si raccontava che fosse sepolto l'apostolo Giacomo Maggiore, anche se la cosa è piuttosto improbabile.
Infatti Giacomo, secondo gli Atti degli Apostoli fu martirizzato in Palestina. Siccome a Compostela volevano avere un apostolo, raccontarono che il corpo di Giacomo (che prima di morire aveva convertito tutta la Spagna per poi tornare a casa per farsi martirizzare) era stato portato a Compostella su una nave di cristallo tirata da angeli, e dopo qualche secolo a dei pastori era stato svelato il luogo della sua tomba tramite una stella cadente (quindi Compostela sarebbe il campo della stella, ma l'etimologia è ancor meno probabile di tutto il resto).
A quei tempi le navi magiche tirate da angeli andavano abbastanza di moda, ce n'è una anche nella leggenda del Graal.
Comunque Compostela non è mai diventata arcivescovado nonostante custodisca le reliquie di un apostolo, appunto perché le reliquie probabilmente sono di tutt'altri.
* La presunta tomba di Giacomo è in una terra che è sempre stata cristiana. Per arrivare fin lì si deve percorrere la via francigena, che si chiamava così perché era percorsa soprattutto da francesi e e sorvegliata da monaci francesi - infatti i cluniacensi ci avevano costruito diversi ostelli, detti anche ospedali, per accogliere i pellegrini.

* A Compostela Giacomo cambia pelle, e diventa un santo combattente, come Michele Arcangelo o Giorgio. Nasce così Santiago Matamoros: si narra che alla vigilia della battaglia di Clavijo (844) Santiago apparisse in sogno a Ramiro I, re delle Asturie, promettendogli il suo aiuto contro i musulmani. E il giorno dopo combatté a fianco dei cristiani, uccidendo gli infedeli. 
Santiago è stato il santo simbolo e guida della Reconquista, e il più famoso tra i vari monaci e vescovi combattenti che popolano la letteratura non solo epica tra la fine dell'XI e il XIII secolo. Nelle leggende sulla guerra santa sacerdoti e vescovi e monaci combattevano, e sembra che qualche volta l'abbiano fatto anche nella realtà. La Chiesa comunque non approvò mai.
* La parte più consistente della Reconquista spagnola va dall'XI secolo alla fine del XIII, e probabilmente l'idea di crociata è partita proprio da lì. Naturalmente  chi partecipava alle crociate spagnole era un crociato a tutti gli effetti.
* Alla Reconquista e a Santiago venne agganciato il mito di Carlo Magno, inventando una conquista della Spagna strappata da Carlo agli infedeli alla fine dell'VIII secolo. Nasce così il ciclo epico carolingio, che è tutto francese e in buona parte collegato alle crociate spagnole e al culto dell'apostolo Giacomo. 
Gli spagnoli comunque faranno anche loro dei poemi epici dedicati alle crociate spagnole.
* Alle crociate spagnole parteciparono molti cavalieri e feudatari della Francia meridionale, perché era un buon modo di procurarsi feudi, onore e gloria. Tra l'altro nelle crociate spagnole si pativa meno caldo e soprattutto si vinceva molto spesso, contrariamente a quel che avveniva in Terrasanta.

* Alle crociate partecipavano i cavalieri, ovvero i cadetti delle famiglie nobili.
Tutti i nobili maschi venivano addestrati al combattimento, soprattutto in Francia, Inghilterra e nell'Impero, e crescevano abituati ad un certo tenore di vita. Poi il primogenito si prendeva tutta l'eredità e gli altri dovevano cercare di conquistarsi gloria e ricchezze (nonché un buon matrimonio) sulla punta della spada, ad esempio mettendosi al servizio di qualche feudatario, e amoreggiando con le damigelle, o anche con la moglie del feudatario. La loro vita era piuttosto licenziosa e soprattutto erano delle mine vaganti in tempo di pace, sempre pronti ad azzuffarsi al minimo pretesto.
La Chiesa cercò di incanalare queste energie in sovrappiù dentro a una Giusta Causa (e sotto questo aspetto la Reconquista fu un ottimo affare, perché liberò molte terre, mentre le Crociate si rivelarono meno convenienti, albicocche e Impero Latino a parte).

* Bernard di Clairvaux scrisse un trattato su come fosse meglio per un cavaliere combattere (e possibilmente anche morire) per Cristo invece che per i begli occhi di una dama*****.
Si racconta che scrisse anche la regola dei Templari, o la ispirò - comunque appoggiò molto gli ordini monastici combattenti.
*Gli ordini monastici combattenti erano ordini che accoglievano cavalieri che, oltre ai consueti voti monastici (povertà, obbedienza e castità) si impegnavano a combattere per la gloria di Cristo contro infedeli e pagani.
Gli ordini combattenti più famosi furono:
 - Cavalieri Templari (1118-1312). Finirono processati e in gran parte condannati per eresia e sul loro conto corrono un sacco di leggende che parlano di segreti segretissimi e di ricchissimi tesori da loro custoditi. Di fatto erano un ordine molto ricco, importante e influente. 
Più o meno nel periodo in cui nacquero i Templari arrivarono anche le leggende sul Santo Graal e su un ordine di cavalieri che lo custodiva in segreto.
Le leggende sul Santo Graal vennero logicamente anche agganciate al più diffuso ciclo di leggende sui cavalieri: quello di re Artù - dove comunque nessun cavaliere si preoccupa di combattere infedeli, perseguitare pagani e tanto meno di morire combattendo per Cristo.
 - Cavalieri Ospitalieri o di San Giovanni (oggi Cavalieri di Malta)
 - Cavalieri Teutonici, che assorbirono anche i Cavalieri Portaspada, che erano quasi tutti tedeschi.
* Tra il XII e il XIII secolo ci furono le Crociate del Nord, combattute soprattutto dai cavalieri Portaspada e poi dai Cavalieri Teutonici. Si svolsero nell'area ancora pagana dell'Europa orientale, ai confini dell'impero, nella regione detta Livonia (oggi Lettonia e un po' di Estonia).
I metodi usati per la conversione dei pagani non furono garbati né cortesi.
I Teutonici misero su un vero e proprio stato, con a capo il Gran Maestro dell'ordine. E tutto ciò avvenne in quella parte di mondo di cui i manuali di storia si sforzano in ogni modo di ignorare l'esistenza, salvo accennare ogni tanto a Rutenia, Livonia o simili come se fossero zone conosciutissime da tutti noi.
Spostandosi verso il ducato di Novgorod i cavalieri furono infine fermati da Aleksandr Nevskij nel 1242 (Battaglia del lago ghiacciato)******. 



Siccome, alle lunghe, la popolazione locale venne in un certo senso assimilata e lo stato era circondato da territori cristiani, si dimostrò ben più durevole dei regni latini.
Nel 1525 il Gran Maestro allora in carica si convertì al protestantesimo e trasformò lo Stato dei Cavalieri Teutonici nel Granducato di Prussia.

* Nel 1209 venne bandita la Crociata contro gli Albigesi (o Catari), dichiarati eretici, nella Francia meridionale. Il re di Francia Filippo II Augusto inizialmente non voleva averci a che fare, ma poi partecipò, con molti feudatari della Francia settentrionale. La crociata terminò nel 1229, dopo aver devastato la Francia meridionale, e segnò l'inizio del declino della cultura occitanica (quella dei trovatori).
* I vari papi bandirono anche moltissime altre crociate, ad esempio contro singoli re (anche cristiani) ed eretici vari. Qualche volta principi e feudatari rispondevano, qualche volta no. 

*Ma forse da collegarsi al fatto che gli autori non hanno studiato la guerra santa con annessi e connessi per tre anni, come me, per poi farci su la tesi di laurea. *****E io, che sono una dama, ho sempre disapprovato Bernard di Claivaux con tutte le mie forze, anche se devo ammettere che non era privo di una certa forza espressiva. Niente di paragonabile ad Abelard, comunque.
**Nemmeno le albicocche che, come sostiene LeGoff, sono in effetti l'unico valido frutto ricavato in occidente dai passaggi ultramarini.
*** Qui sono seguiti commenti di tutti i tipi e vivaci riproduzioni mimiche di Federico Barbarossa che colava a picco con tutta l'armatura. Non sono intervenuta perché, per quanto si sa, è esattamente quel che accadde.
*****(in risposta a precise domande) Sì. c'è stato un partito politico in Italia che aveva lo scudo crociato come simbolo. Si chiamava Democrazia Cristiana ed esiste ancora, anzi esistono ancora perché sono più di uno e ogni tanto cambiano nome. Ma è sempre stato un partito di ispirazione cristiana ma senza ambizioni belliche, lo scudo era un modo per indicare che volevano difendere i valori cristiani, ma non c'erano cattive intenzioni verso gli infedeli.
******Proprio quella del film di Ejzenstejn e della cantata di Prokoviev.

martedì 5 luglio 2016

Malvagia Inghilterra (tu perdi la guerra?)

La pagina Facebook di Feudalesimo e Libertà offre come sempre un commentario politico assai valido

Sono passati dodici giorni da quando il popolo del Regno Unito ha risposto "Volentieri, grazie" alla domanda "Volete voi levarvi di culo dall'Unione Europea?" e non mi sono ancora riavuta.
Il fatto che non si siano riavuti nemmeno gli altri, compresi i sudditi di Sua Maestà Elisabetta II, non mi è di alcun conforto.
Di tendenza, quando la gente è contenta finisco per essere contenta anch'io. Un popolo in festa e dei politici che annegano nello champagne al grido di "Finalmente fuori!" mi sarebbe stato di conforto e avrebbe almeno in parte aiutato a lenire l'orrendo trauma di svegliarmi in un Europa di cui il Regno Unito non fa più parte. 
Che, più che un trauma, per me è una tragedia.
I miei scrittori preferiti sono inglesi, buona parte dei miei musicisti preferiti sono inglesi, la mia casa ideale è un cottage inglese e quasi tutti i miei film e telefilm preferiti sono inglesi. Anche i miei draghi preferiti, ora che ci penso.
Gli inglesi hanno inventato la costituzione e la democrazia occidentale* e  tutte le contraddizioni relative. 
Inutile che mi vengano a spiegare che nell'Unione Europea il Regno Unito se l'è sempre tirata in maniera ignobile, e che è stato più di impiccio che altro eccetera perché, sia vero o meno (e non è poi così vero) non me ne frega niente. Sono una storica, o almeno ho delle pretese del tutto autoreferenziali in tal senso** e per me la Perfida Albione è Europa, punto e basta. Anche quando gniaula che da loro ci sono troppi immigrati, quasi che non avesse nessunissima responsabilità dei pasticci mediorientali, delle guerre in Africa e dei terroristi arroccati in Iraq e in Pakistan (e vogliamo parlare del Bangladesh? No, non vogliamo parlarne. Neanche di striscio).

Insomma, io soffro orribilmente, ma potrei guardare con occhio comprensivo i festeggiamenti altrui. Ma qua non festeggia quasi nessuno.
Non le borse, che sono andate a picco - ma poi si son riprese, almeno in parte, perché si sa, la vita continua e le borse digeriscono tutto***, meglio degli struzzi. 
Non l'ineffabile Cameron, che ha indetto il referendum di suo libero genio, convinto di vincerlo e non voglio dire altro sull'argomento ma secondo me non si è mostrato molto accorto.
Non la Scozia, che aveva infine rinunciato a separarsi dall'Inghilterra perché voleva restare nell'Unione Europea e che adesso sta ricominciando a considerare la possibilità di staccarsi dall'Inghilterra per ritornare appena possibile nell'Unione Europea. 
Non le giovani generazioni, in larga maggioranza europeiste - che però non si sono scomodate ad andare a votare se non in piccola parte.
Non quelli che hanno votato contro ma adesso assicurano di essersi pentiti.
Non hanno festeggiato granché nemmeno quelli che in teoria avrebbero vinto visto che sostenevano di volersi staccare dall'Unione Europea, anzi si stanno defilando. Boris Johnson ha deciso di non candidarsi per le elezioni politiche prossime venture senza dare spiegazioni, Farage ha improvvisamente avvertito la necessità di dedicare più tempo alla sua famiglia. 
Qualcuno straparla perfino di un nuovo referendum, altri sostengono che era un referendum solo consultivo e ci vuole la ratifica del parlamento (certo che sì, ma il voto è stato piuttosto chiaro, cosa vuoi che ratifichi il parlamento? "Avete votato così ma noi ce ne freghiamo"?) che non si capisce se si degnerà di ratificare prima dell'autunno o prima di Natale e non è chiaro nemmeno nell'autunno o nel Natale di quale anno.
Dall'Unione Europea mandano a dire che non possono iniziare le procedure per l'uscita del Regno Unito se prima il Regno Unito non fa uno straccetto di richiesta, anche su carta libera, e dal Regno Unito rispondono che non c'è fretta.
E stan lì a cazzeggiare, senza ratificare alcunché in parlamento e sembrano me quando devo fissare l'appuntamento col dentista: la prossima settimana no perché c'è il Collegio Docenti, quella dopo voglio andare a fare shopping, quella dopo ancora devo pensare ai regali di Natale...

Molte, davvero molte, sono le cose che apprezzo dell'Inghilterra ma al momento non ho una grande considerazione della loro attuale classe politica, che anzi mi sembra perfino messa peggio della nostra.

*no, non vi azzardate a parlarmi della Grecia. La città-stato era una cosa completamente diversa. E poi i greci erano maschilisti (anche se scrivevano piuttosto bene)
**e a tal proposito mi sovviene che nella mia supplica per il bonus ho dimenticato di scrivere "le mie lezioni di storia sono ganzissime nonchè assai aggiornate e molto attente alla storiografia più recente"
***quelle italiane con più difficoltà, d'accordo, ma sembra che ci abbiamo anche qualche problemino supplementare, soprattutto con le banche

(L'audio è il meglio che sono riuscita a trovare. Su YouTube però c'è il testo in italiano)