mercoledì 8 luglio 2009

Diritto di Informazione e Facoltà di Fraintendimento



Come ho già sommariamente raccontato, agli scrutini di ammissione di esame il Nuovo Preside (presumo dopo l'assunzione, spero inconsapevole,  di grosse quantità di sostanze proibite dalla legge) ha stabilito, in base ad un ragionamento di cui non si capivano né le premesse né lo svolgimento, che non sarebbero state distribuite ai genitori le schede di ammissione perché l'unica cosa di cui i genitori in questione avevano il diritto di essere informati era, appunto, se la prole era stata o no ammessa all'esame. Se proprio cotali genitori desideravano placare la loro insaziabile curiosità in proposito, dovevano fare richiesta scritta alla Dirigenza (dove avrebbero comunque ricevuto una scheda che non recava alcuna indicazione dei voti alzati dal consiglio...).
Corre voce che, nelle altre terze, abbia anche esortato gli insegnanti a non dire niente di questo agli allievi e anzi a non comunicare loro nemmeno i voti delle proprie materie; ma se l'ha fatto deve essere stato in un momento in cui gli insegnanti erano distratti, perché nessuno ne ha tenuto gran conto.

Dopo ponderata riflessione e ampio digrignar di denti, la mattina dopo ho dettato ai miei amati allievi una comunicazione per le famiglie in cui spiegavo che la Dirigenza aveva deciso eccetera eccetera e che chi avesse voluto conoscere i voti di ammissione doveva farne richiesta scritta alla sede centrale della scuola (a più di venti chilometri da lì).
Breve sommossa. I ragazzi sostenevano che "non era giusto". Mi sono detta assolutamente d'accordo con loro e mi sono raccomandata che portassero la nota firmata dopo il ponte elettorale.
La mia neanche segreta speranza era che una torma di genitori inferociti si precipitasse dal Nuovo Preside e ne facesse il dovuto scempio. Ma non avevo considerato che i genitori della mia classe sono persone gentili, ragionevoli e, come i loro figli, conoscono a perfezione la legge del minimo sforzo.

Ritornata dal ponte elettorale tutti mi mostrano i loro diari firmati. Poi mi chiedono "Quando ci legge i voti?".
E così scopro che tutti, genitori e figli, avevano tradotto la mia acidissima (ma assai chiara) nota con una promessa di pubblica lettura dei voti - di tutti i voti di tutte le materie.
Perché non è vero che i nostri alunni non ci stanno a sentire: spesso ci stanno a sentire, eccome, ma decidono di fraintenderci per questioni di comodità, e nello stesso modo si regolano i loro genitori.
Mi consulto brevemente con i colleghi. Matematica approva, Inglese mi incoraggia.
Torno in classe con la griglia dei voti stampata. Guarda caso, erano i voti di prima degli scrutini, con le insufficienze ancora da alzare.
"Ehm, bene, adesso vi chiamo in ordine alfabetico e venite alla cattedra.."
"Via, ce li legga e amen" taglia corto Cuorcontento "Tanto. mezzo secondo dopo che ce li ha detti li avremo già fatti vedere a tutti!".
Mi guardo intorno un po' perplessa. Sono abituata a comunicare i voti alla fine dell'anno (i miei voti, intendo) ma di solito è una cerimonia abbastanza riservata, che non prevede l'uso del megafono.
"Ma io non credo che..."
Con la massima decisione, tutti, mi assicurano che invece è bene che io creda.

E così i voti segretissimi vengono da me pubblicamente letti e dai ragazzi prontamente trascritti sul diario, inclusi quelli di Belsorriso che non è stato ammesso all'esame.
All'anima delle Informazioni Riservate.

martedì 7 luglio 2009

Crisalide (questa volta è la canzone)



Crisalide è la canzone di Max Gazzé che preferisco e forse la mia canzone preferita in assoluto; di sicuro è il motivo per cui mi sono comprata Tra l'aratro e la radio prima, e tutti gli altri CD di Gazzé poi: quell'inizio spaziale, un po' ipnotico mi aveva affascinata. Mi trasmetteva l'immagine di qualcosa (Uovo cosmico? Seme di stelle?) sospeso a un filo invisibile che ruotava su se stesso prima di schiudersi.
La nascita dell'universo? La nascita di una parte dell'universo? La partenza di quello che noi chiamiamo "creazione"?
Passai qualche settimana catturata dalla musica prima di prendere in considerazione anche il testo; il quale testo, a parte la frase centrale "del non essere ancora e dovere diventare" sembrava parlare di tutt'altro che di crisalidi; in effetti...

Di questi lacerti antropici 
Sgretolati irreparabili 
Di queste scaglie non più corporee 
Arricciate come coriandoli 
Stracciati per dispetto 
Per essere un calcolo un fluido 
Un sistema perfetto 
Incompleto e provvisorio 
Resterà un sogno? Un ricordo? 

Di queste scorie di cellule umori e passioni 
Dell'ansimare tra coscienza e istinto tra sublime e minuto? 
Di questo odore di pane caldo 
In questa notte d'estate cosi piena di stelle? 
Di questo spasimo incontenibile chiamato amore? 

Per l'ultimo umano esercizio del paragone 
Per declinare il conforto di ciò che è stato 
Comunque sia stato 
Per vidimare il terrore dell'ignoto 
Del non essere più e dovere ancora diventare 

Se questo ignoto stadio dell'essere 
(se è) 
Se questa forma di vita non informata 
Sparisce con l'intuizione 
Estranea e superiore 
Della dialettica del cosmo 
Del segreto del divenire 
Quotidiano 

Resterà un segno? Il mio ricordo? 

Di queste scorie di cellule umori e passioni 
Dell'ansimare tra coscienza e istinto, tra sublime e minuto? 
Di questo odore di pane caldo 
In questa notte d'estate cosi piena di stelle? 
Di questo spasimo incontenibile chiamato amore? 

Solo chi non ha visto ci crede davvero 
Perché chi c'era 
Ancora si chiede se era 
(G. Santucci – M. Gazzè) 

...in effetti, qui nasce poco. A dirla tutta, più che nascere si muore.
Sì, certo, ogni morte è una nuova nascita etc. etc. Ma qui la Grande Domanda che occupa tutta la canzone è, per l'appunto "di tutto quello che ho provato e vissuto, mi resterà qualcosa?": ed è una domanda senza risposta. Davanti al terrore dell'ignoto, al momento del Passaggio, siamo soli e senza appigli.

D'accordo, e allora che caspita c'entra la crisalide? SE questa forma di vita non informata svanisce con l'intuizione, allora la nostra morte non ha niente di crisalideo - anche perché le crisalidi mica muoiono. Almeno,  così credevo.

Dunque Crisalide per me era una canzone sull'incognito dopo la morte. Tema senz'altro interessante, almeno ai miei occhi, e al quale non avevo mai pensato;  per chi è vivo è difficile immaginare che, da morto, tutto quel che è stato non conti più nulla per lui stesso medesimo. Che possa non contare niente per gli altri si mette in conto, in fondo quasi tutti quelli che sono venuti prima di noi sono stati completamente dimenticati, col tempo. Tutti quei bravi villanoviani e celti e iperborei e cavernicoli, magari amati teneramente da amici e parenti, di cui non serbiamo più l'ombra di un ricordo... 

Poi qualcuno (mi sembra sul penultimo forum del sito ufficiale di Gazzé,  forum ormai defunto per i soliti disguidi informatici e rinato, lui, senza traccia dei post precedenti) aveva scritto di avere sempre inteso Crisalide come una canzone sulla nascita - che, visto il titolo, aveva anche un senso. Mi ero messa da parte quel discorso in un cantuccio della mente e ogni tanto ci ripensavo, ma senza venirne a capo. Finché, un bel giorno...

Stavo leggendo un libro di fantasy, nemmeno entusiasmante: l'ultimo volume della Guerra degli Elfi di Brennan - la solita saga iniziata bene ma che si perde per strada. B Brennan non scrive male, ma dà l'impressione di non essere convinto lui per primo che la sua storia stia in piedi (e non ha tutti i torti). 
Comunque a un certo punto un personaggio (che sta per morire) fa questa tirata:

"Durante le sue prime due settimane di vita, un mese al massimo, il bruco non fa che ingozzarsi di foglie, fino a diventare quasi trentamila volte più grosso di quando è nato. Un bell'animaletto robusto. Gli spuntano occhi e papille gustative e antenne per annusare. Ha mascelle robuste. Usa le zampe anteriori per afferrare il cibo. E dentro ha intestini e organi di ogni genere. Finché un giorno il bruco... che, ricorda bene, in vita sua non ha mai fatto altro che mangiare... comincia a filare la seta. Questa creatura che ha trascorso la vita evitando uccelli e vespe, che fino ad allora si è preoccupato solo di sopravvivere, tesse la seta e se l'avvolge attorno come un sudario finché non riesce più a respirare. Si suicida. Come altro vorresti metterla? Il bruco si suicida. E poi resta a marcire dentro il bozzolo che ha tessuto e lasciato appeso a una foglia, o a un ramo o dove ti pare. Non resta più niente di lui. Niente mascelle, niente occhi, niente intestino... niente. Non resta niente di quel bruco! Così questo sacchetto di liquido putrefatto resta lì appeso. Finché, di punto in bianco, diventa trasparente, si spacca e ne esce... una farfalla! Una creatura con ali, cuore, sangue, sistema nervoso, ovaie o testicoli, e perfino un organo speciale che le permette di mantenere l'equilibrio mentre vola. Dal bozzolo esce una creatura che più diversa dal bruco non si può. E nessuno sull'intero pianeta ha la minima idea di come sia possibile una cosa del genere!"

Il bruco della crisalide non si trasforma, come avevo sempre creduto. Il bruco della crisalide muore e rinasce e non è più lui, ma tutt'altra cosa. Quel che c'era prima non c'è più, definitivamente. E solo chi non ha visto ci crede davvero, perché chi l'ha visto non è mai riuscito a convincersi davvero di aver visto giusto.

La farfalla conserva i ricordi del bruco?
Ci dicono di sì ma ignoro come abbiano fatto a scoprirlo. Forse con un buon trattamento psicanalitico?

(Last but not least: quando Santucci e Gazzé elaboravano questo testo invero piuttosto singolare, Brennan doveva ancora pubblicare il suo libro, e forse nemmeno l'aveva scritto. In tutti i casi, non ci credo nemmeno se me lo giurano loro che fossero, non dico in contatto, ma almeno vagamente a conoscenza l'uno degli altri)

lunedì 6 luglio 2009

Mattinata di relax

L'ultimo pomeriggio degli orali si presentava piuttosto tranquillo, a parte l'incognita del Ripetente (famoso l'anno scorso per le sue scene mute).
Anche se non avevo puntato la sveglia mi sono svegliata lo stesso poco dopo le otto: uccellini che cinguettano, sole che brilla eccetera eccetera. Dopo un pigro caffé in giardino e una rapida scorsa alle notizie della notte mi sono messa a riflettere come conveniva organizzare la scaletta della mattinata: dovevo lavarmi i capelli, prima di tutto, farmi una bella colazione alta perché gli esami cominciavano alle due e mezzo e per arrivare a St. Mary Mead ad ora acconcia dovevo partire da dov'ero (che non era casa mia) con una buona ora di anticipo e prima c'erano due o tre cose che dovevo....

Suona il telefono.

"Pronto?" chiedo placidamente. Qualcuno che cerca i padroni di casa, probabilmente. Chi mai avrebbe motivo per chiamarmi a quest'ora del mattino?
"Professoressa Murasaki?"
"Sono io. Mi dica"
La voce si fa interrogativa "Parlo con la professoressa Murasaki?"
Chi è 'sta torda? E che vuole? Perchè mi chiama e si meraviglia tanto se le rispondo?
(In realtà la poveretta era convinta che fossi rimasta vittima di qualche orribile incidente lungo la strada. A St. Mary Mead mi conoscono come uno specchio di puntualità, anche se chi mi conosce fuori dal lavoro stenta a crederlo).
"Sì, sono io".
"Ma... ti stiamo aspettando per gli esami!".
"ESAMI?!? Ma non erano nel pomeriggio, gli esami?"
"No, erano per stamani alle otto e mezzo".

E così tutto è diventato di colpo molto meno rilassato. Nel giro di otto minuti, dopo aver compiuto una singolare quantità di azioni che non credevo potessero richiederne meno di venti, sfrecciavo verso St. Mary Mead, dove sono arrivata due minuti dopo le dieci. Naturalmente i miei affezionati colleghi non si sono persi in vane recriminazioni perché
1) eravamo già abbastanza in ritardo anche così
2) if looks could kill they probably will, e dunque perché sprecare parole?

Per limitare i danni, il VicePreside aveva suggerito di avviare gli orali senza chiedere le mie materie. Non era forse una procedura del tutto ortodossa ma almeno non prevedeva tentativi di sequestro di persona o simili e ormai si era visto che i genitori non intendevano piantare grane al minimo pretesto. Insomma abbiamo concluso in ritardo, certo, ma non quanto temevamo - e il Ripetente si è ben guardato dal fare scena muta, ma anzi col suo filino di voce ha fatto un orale tutto sommato accettabile - dunque tutto è bene quel che finisce bene.

Dice: "Ma non avevi controllato l'ora degli esami?".
Ma certo che l'avevo controllata. Un'infinità di volte. Controllo sempre con molta attenzione, io, perché non vorrei mai, sbagliando l'ora, rischiare di creare disturbo a colleghi e alunni.
"Cioè, non sei nemmen capace di leggere un orario che anche i più scarsi elementi della classe, Ripetente incluso, hanno decifrato senza alcuna difficoltà?"

Per l'appunto.

domenica 5 luglio 2009

Il rapimento di Minou

Il primo giorno degli orali si presentava drammatico: un deplorevole caso aveva riunito nel gruppo gli elementi più deboli del lotto e a tagliare il nastro sarebbe naturalmente stato il più emotivo di tutti - come a dire che il disastro incombeva a ogni parola e guai a interrompere chi parlava.
Per fortuna ci sarebbe stata anche Minou a portarci un raggio di sole: la più minuta e la più aggraziata delle Tre Grazie, quasi a rischio di leziosità. Meno combattiva di Hermione Granger, meno pragmatica della Garantista, ma più raffinata e profonda, aveva chiuso l'anno in netto progresso e prodotto una batteria di scritti tra l'otto e mezzo e il dieci. Doveva essere un otto ma, dopo quegli scritti, avevamo stabilito che "se appena fa un orale decente le diamo nove".

E dunque Minou arriva, apparentemente tranquilla e sorridente, e chiede di iniziare con letteratura. A italiano di tendenza non interrogo, ma se qualcuno proprio vuole, figurarsi. E così, di sua spontanea volontà, Minou mi scodella la vita di Uhlman e la trama dell'Amico Ritrovato, la cui lettura in classe è stata da lei seguita con attenta partecipazione. Dopo tanto stress anch'io mi sento rilassata e azzardo una domanda del tipo "Di che colore era il cavallo bianco di Napoleone". Minou inciampa, balbetta e risponde a casaccio mentre gli occhi le si riempiono di lacrime. Batto precipitosamente in ritirata, mi rispondo da sola, parlo per un paio di minuti e scivolo verso guerra e Shoah approdando infine in Giappone.
Meccanicamente, senza degnare di uno sguardo l'atlante, Minou elenca le varie caratteristiche dell'arcipelago nipponico. Un'incauta domanda sul colore del mantello rosso di Carlo Magno da parte di Tecnica per collegarsi con la sua materia provoca nuove lacrime, stavolta molto più visibili.
Proviamo a racconfortare la creatura, diamo la risposta sul mantello rosso per acquisita e Tecnica bene o male riesce a sbarcare la sua materia, ma ormai il disastro incombe e Matematica lo scatena con una blanda domandina legata all'argomento del suo scritto.
"Minou" suggerisco "Perché non vai fuori per qualche minuto così ti rinfreschi? Poi quando torni continuiamo".
Si alza anche Artistica "Sì, dai, andiamo, ti porto a St.Mary Mead".
Sul momento nessuno di noi fa caso a questa frase, anzi io  rifletto sui vantaggi di avere una colleghi che abitano nel paese e conoscono meglio i ragazzi. Artistica poi è una persona pratica, sportiva e carica di esperienza.
Noi rimaste deploriamo un po' il triste caso ma il nove continua ad allettarci.
"Avremmo dovuto cominciare dagli scritti, per incoraggiarla".
"E chi si immaginava che Minou andasse incoraggiata? Non l'avevo mai vista spaventata prima di oggi"
"Beh, quando entra le facciamo vedere gli scritti, la lisciamo un po' e poi ci riproviamo".
"Dai, falla entrare".

La cosa però si presenta complessa. Minou è sparita, Artistica pure. Le amiche che aspettavano ci spiegano che "sono andate via in macchina". A St.Mary Mead.
"Ma siamo a St. Mary Mead!" guaiolo.
In realtà siamo in un mare di guai: una di noi ha abbandonato il servizio e la scuola senza autorizzazione, portandosi pure via in macchina senza uno straccio di autorizzazione una minorenne affidata alla nostra custodia. Metti che hanno un incidente... Abbiamo un esame a metà e la commissione incompleta, non possiamo continuare, siamo ormai in ritardo e gli altri ragazzi aspettano...
Alla fine chiedo se qualcuno ha il cellulare di Artistica e se la chiama a rotta di collo. Possibilmente qualcuno di vedute più larghe delle mie, che sto schiumando e temo che risulterei piuttosto alterata.
"Ma che le è preso?" mi domanda una collega.
Mi stringo nelle spalle. Prima dell'inizio degli orali mi ero raccomandata perché la commissione fosse sempre al completo come prescriveva la legge, ma non mi era venuto in mente di avvisare "Se qualcuno degli allievi si mette a piangere, non portatelo via in macchina a mangiare un gelato senza avvisare nessuno, perché si chiama 'sequestro di persona' ed è un reato grave".

La collega rientra. Ci spiega che Minou era stata presa dall'Ansia Da Prestazione. Beh, nessuno di noi ha una laurea in psicologia ma fin lì ci eravamo arrivati tutti. 
Sembra anche che la ragazza avrebbe tanto voluto prendere almeno otto - una pretesa più che legittima, peccato che per colpa dell'ansia si sia giocata un altrettanto legittimo nove.

Facciamo rientrare Minou. Passiamo cinque minuti a sviolinare sui suoi bellissimi scritti. La ragazza risponde a tono, sorride, ma dopo le prime frasi di scienze va di nuovo in tilt.
A malincuore, prendiamo atto della sconfitta e la mandiamo via. Lei esce piangendo.
Sospiriamo e facciamo entrare il tormentone successivo, che si siede guardandoci con lo stesso sguardo di ipnotizzato terrore con cui si dice che i conigli guardino i serpenti che stanno per mangiarli. Tre anni a tirarli su a mollichine di pane inzuppate nel latte, e basta che arrivi la parola "esame" che ai loro occhi diventiamo peggio di tante tigri con i denti a sciabola.

Ciliegina sulla torta, verso la fine arriva la madre di Minou. Siccome è una donna di animo gentile ed equilibrato (come, in condizioni normali, sarebbe anche la figlia) non minaccia di denunciarci per tentato sequestro di minore ma anzi ci ringrazia per la comprensione con cui abbiamo trattato il caso.

Immagino che tutta la storia rientri nella categoria "Vantaggi e svantaggi di insegnare in una scuola di paese", perché proprio non riesco a immaginarmi niente del genere in un esame nella Grande Città.
Forse perché manco di immaginazione?

sabato 4 luglio 2009

Rivalutare il piffero

Chiamasi "piffero", con forte connotazione dispregiativa, quello strano flauto in plastica colorata (i colori più gettonati sono il beije-cappuccino-annacquato e l'arancio-fuoco) con cui i nostri sventurati alunni cercano, guidati dai loro insegnanti, di produrre suoni tollerabili all'orecchio umano, spesso fallendo miseramente ma non sempre per colpa loro.
Da quei micidiali flauti infatti è quasi impossibile tirare fuori suoni melodiosi (ricordo solo due eccezioni, uno dei quali era un allievo rom alle prese con la Primavera di Vivaldi) ma è invece facilissimo torturare un innocente fino a fargli quasi perdere il lume della ragione: chi ha sentito un'intera classe steccare il tema conduttore di Titanic sa cosa intendo.
E dunque con l'andare degli anni mi ero convinta che il flauto in plastica fosse il peggio del peggio del peggio, musicalmente parlando.
Meglio la tastiera.
Molto, molto meglio la tastiera. Proprio non c'è confronto.

Poi è arrivato l'esame di quest'anno. Niente ricerche di storia della musica e monografie su Chat Baker, i Queen e Stravinski. I ragazzi suonavano un brano scelto da una rosa di quattro: tema principale del Lago dei Cigni, Inno alla gioia, Yesterday e un Minuetto di autore ignoto.
Niente armonizzazioni, suonavano le note nude e crude, con una mano sola, su una base elettronica che il professore mandava dal computer.

Sia chiaro che non ho nulla contro la musica elettronica. Mi sono sempre piaciuti i Depeche Mode, ho comprato i dischi dei Kraftwerk, sono consapevole che gli Emerson Lake & Palmer hanno fatto ottime trascrizioni al sintetizzatore dei Quadri di un'esposizione e di Fanfare For the Common Man.
Non ho niente nemmeno contro le basi al computer: come tutti quelli della mia generazione ho felicemente ballato sulle basi di Moroder cantate dalla bella voce di Donna Summer.
Però, ecco, le basi al computer si fanno in tanti modi.  Alcuni le fanno bene e alcuni le fanno male, ma quelle del mio collega di musica arrivavano (nel loro abominio) là dove nessuno è mai giunto finora. E avevano dei tempi da far venire l'orticaria, specialmente il Lago dei Cigni.
Che poi, niente armonizzazione, si suona con una mano sola, i tempi sono per forza quelli della base, insomma l'intervento del ragazzo si riduceva a un malinconico pi-pi-pi sulla tastiera, mentre il resto della commissione si sfavava oltre ogni umano dire e faceva le sue brave ipotesi sul come mai non c'è classe, per quanto mansueta, che col professore di Musica di St. Mary Mead non faccia casino.

Meglio, molto meglio il flauto di plastica arancione. Possibilmente senza base elettronica.

venerdì 19 giugno 2009

Alcune pacate considerazioni sulla prova Invalsi


Premesso che all'Invalsi sono tutti dei grandissimi cornuti e che, quand'anche per qualche deplorevolissimo caso non lo fossero, sono disposta ad andare a riempire di schiaffi le loro mogli e i loro mariti, perché restare fedeli a chi è intrinsecamente un grandissimo cornuto è atto gravemente contro natura e grande spregio alle leggi di Dio e dell'uomo


dicevo, premesso questo


sarebbe ora di togliere dalle patrie galere un po' di extracomunitari senza permesso di soggiorno e qualche rispettabile spacciatore per lasciar posto a quelli dell'Invalsi* (che in tal modo potrebbero vieppiù  adempiere alla loro vera mission di vita, che è quella di essere dei grandissimi cornuti); capi di imputazione non ne mancano: Atti Osceni in Luogo Pubblico, Manifesta e Reiterata Rottura di Palle alla Collettività Maschile, Pallificazione Completa e ad Oltranza della Collettività Femminile,  Sevizie a Minorenni, Sevizie a Maggiorenni, Disprezzo Assoluto della Costituzione Italiana, della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e della Convenzione di Ginevra, Eccesso di Narcisismo (forse per compensare il fatto di essere, tutti loro, dei grandissimi cornuti) e Istigazione al Turpiloquio.


Non mi riferisco ai contenuti. I contenuti sembravano in effetti piuttosto balordi (per esempio le domande di grammatica mi sono sembrate decisamente faciline rispetto alle altre due parti e i brani da analizzare erano parecchio lunghi), ma posso pur sempre sperare che dietro a cotanta follia ci sia un qualche tipo di metodo, pur essendo convinta che l'intero attuale consiglio dei ministri (a parte, forse, la Meloni) ci si sarebbe arenato pietosamente e che per le medie alcune domande erano parecchio difficili.


Quello che mi sembra al di là del bene e del male sono le tecniche di valutazione astruse, bizantine e deliranti. E' un procedimento di calcolo che ha piu' fasi di un'iniziazione e più tappe del Giro d'Italia. 

Non le ho dovute correggere io, vivaddio, ma ho visto i miei colleghi sputarci sangue e rifare i conti tre volte. Alla terza volta mi hanno dettato i risultati, ma più per stanchezza che perché convinti di aver ottenuto i punteggi giusti. 


Che accidenti di prova oggettiva è, se si possono scegliere due diversi metodi di calcolo per il punteggio?

Se gli va di fare una procedura tanto complicata, perché non ci mandano del personale specializzato o non se le valutano al Ministero?


E soprattutto: perché non vanno tutti quanti, senza esclusione alcuna, a farsi impalare con qualche abete norvegese, invece di tormentare brava gente che non gli ha fatto nulla di male (per adesso)?


*no, non agli spacciatori dell'Invalsi (anche se un po' di detenzione non gli farebbe male, visto che spacciano evidentemente roba di pessima qualità). Intendevo ai DIPENDENTI dell'Invalsi.


(Per chi volesse leggere una descrizione più accurata della prova Invalsi, può servirsi qui e qui, mentre un'analisi sul sistema di valutazione di detta prova si trova qui)



Censura - 1


Durante un piacevolissimo spuntino tra colleghe* mi sento chiedere: "Ma tu, al Cineforum, gli lasci vedere le scene di sesso o le censuri?".
"Scene di sesso? Censura?" chiedo interdetta. 
"Per esempio, quando si capisce che due vanno a letto, gliele lasci guardare? Perché con me i ragazzi si sono lamentati dicendo che sono l'unica a non fargliele vedere".
"Ehm... di solito scelgo dei film che non contengono scene di sesso molto esplicite" svicolo. In realtà non ricordo di essermi mai nemmeno posta il problema.
"Per esempio, in Titanic, quando vanno nella macchina. Io quella gliel'ho tagliata".
Tramecolo. Non ho mai visto Titanic né conto di vederlo in futuro (non ho alcun desiderio di vedere annegare il mio amato Di Caprio) ma a quanto mi è parso di capire dalle descrizioni  la scena in macchina non ha niente di particolarmente hard ed è uno dei punti chiave del film. (Ad ogni modo, nessuno ci obbliga a fargli vedere proprio Titanic. Il mondo è pieno zeppo di film, la scelta non manca).
"Fa  parte della storia, come fai a tagliargliela?"
"Ma, sai... ho preferito..."
La collega non è un'idiota. Fino a pochi minuti prima l'avrei definita una persona assennata e accorta. 
"No, non taglio nulla. Se un film contiene una scena che non mi sembra adatta a loro non gli faccio vedere il film, punto. Sono contraria ai tagli. Trovo che snaturano l'opera."
Trovo anche che un atteggiamento come quello della collega sia perfetto per ingenerare curiosità morbose anche negli adolescenti più equilibrati e integerrimi, oltre ad essere piuttosto offensivo: la gente tromba, ogni tanto, e per loro non è questa grande novità. Del resto, perché dovrebbe esserlo? Sono arrivati su questa terra appunto in quel modo.
"Anche i testi li faccio sempre leggere in versione integrale, se l'antologia li taglia faccio le fotocopie dal libro vero. Trovo che i tagli danneggino la struttura e il ritmo".
La collega rimane colpita dal mio punto di vista.
"Io mi preoccupo più delle scene di violenza" osserva un'altra "Anche perché fanno molta impressione soprattutto a me".
"Spesso però hanno un loro significato, all'interno del film" osservo. Mentre parlo ripenso al Labirinto del Fauno, un film che mi è piaciuto molto ma dove la violenza è resa in modo molto... efficace, tanto da turbare decisamente il mio sonno per un paio di notti.
Diciamo che non è un film che presenterei a tutte le classi, ecco. Però descrive molto bene sia la guerra civile spagnola (che non fu un affare da signorine) sia la violenza racchiusa nel passaggio dell'adolescenza femminile. Molto sangue, molto rosso...
Posso non fargli vedere il film (in effetti al momento me ne sono guardata bene). Se però metto il DVD nel lettore, il film va visto TUTTO, senza sconti, perché quando il regista ci ha messo certe scene sapeva benissimo perché lo faceva.
"In terza comunque gli facciamo vedere dei documentari piuttosto salati" osserva qualcuno. Ne conveniamo tutte: tra foibe, campi di sterminio, bombardamenti vari e filmati sugli effetti delle bombe atomiche ci può stare anche l'inizio del Soldato Ryan - che, in fine, è una valida ricostruzione storica dello sbarco in Normandia, che non fu una passeggiata.

Ad ogni modo, al di là dell'unità intrinseca di un'opera, secondo me tagliare le scene dove "si capisce" che due vanno a letto insieme è solo una grandissima cazzata - anche se mai e poi mai mi esprimerei sì crudamente con la mia simpatica collega (sul cui buon senso, però, ho iniziato a nutrire qualche riserva).

*ebbene sì, si trattava in realtà di una vera abbuffata che comprendeva prosciutto e melone, insalata di riso con gamberoni e vongole, involtini di bresaola con caprino, pesce finto e insalata russa con maionese fatta in casa dalle sante mani di chi ci ospitava e macedonia con gelato.  Tutto squisito e assai abbondante.

domenica 14 giugno 2009

Bastard Inside

E venne l'ultimo giorno di scuola. Una mattinata calda e serena, con l'aula sempre più simile a un forno nonostante la porta aperta. L'umore della classe è medio-alto e circolano numerose bottiglie d'acqua che faccio del mio meglio per ignorare (i gavettoni di fine anno sono una tradizione ben radicata a St. Mary Mead e io sono sempre stata molto rispettosa delle Tradizioni Culturali, specie quelle legate ai Riti di Passaggio).
Riporto gli ultimi temi, gli ultimi esercizi, le ultime verifiche. Riporto anche una caramellina del tutto inattesa: per tre anni il primo giorno di scuola gli ho fatto compilare una scheda con preferenze letterarie e cinematografiche, qualche aggettivo per descriversi, cibi preferiti e simili. Oggi la restituisco. La classe frulla deliziata confrontando le schede con quelle dei compagni e degli anni passati. Ne approfitto per infilare un commento sull'importanza della memoria, dei documenti e delle fonti storiche che ci riportano frammenti dimenticati del nostro passato.
Poi una piccola chiacchierata sull'esame prossimo venturo. Le bottiglie vagano. Alcune, forate in un angolino, lasciano una scia d'acqua. Il pavimento comincia a grondare.
Mando i due colpevoli a prendere il mocio per pulire, ma poi pulisce soltanto uno.
"Perché vuoi fare tutto tu?" chiede l'altro.
"Non ho mai pulito un pavimento e voglio vivere quest'esperienza fino in fondo" risponde l'interessato passando il mocio sotto i banchi.
"Eh, aspetta a sposarti e poi di pavimenti ne pulirai quanti ne vuoi!".
Ascolto e approvo in cuor mio.
"Mica è necessario sposarsi" puntualizzo "Basta andare a vivere da soli".
I maschi convengono che sì, anche quando andranno a vivere da soli, ma è chiaro che la considerano un'ipotesi molto improbabile: St. Mary Mead è un paese dove la struttura familiare si mostra assai robusta.
Le bottiglie stanno allineate sulla cattedra, il mocio viene riportato ai custodi. Entrano tre allievi dell'anno scorso.  Sono passati a trovare il loro ex-compagno, il Ripetente. Che nonostante il caloroso saluto che i tre gli rivolgono non sembra proprio entusiasta di rivederli.
Due pacche sulle spalle, poi gli infilano una frase dove riescono a mettere non so quanti accenni al fatto che ha ripetuto l'anno. Gli altri li guardano perplessi.
"Vedete di sparire" suggerisco con garbo "E abbiate la gentilezza di non farvi mordere da una vipera perché la poveretta potrebbe morire avvelenata".
Escono. 
"Ha ragione la collega di matematica" considero in cuor mio "Quella era una vera classe di carogne".
Il pavimento è asciutto, il cortile libero, le prediche pre-esame le ho finite. I ragazzi chiedono di scendere. Non c'è motivo di non accontentarli.
Giù troviamo un'altra terza. Qualcuno gioca a palla sotto il sole a picco, qualcuno si rimpiatta dietro i cipressi per chiacchierare dei fatti suoi, un buon gruppo rimane su panche e tavolo, nella zona all'ombra, vicino alle due professoresse. Tra questi il Ripetente e il Teppista.
Ritornano i tre. Hanno stampato in faccia un sorriso dolciastro e un'aria divertita. Prima si rivolgono al Teppista, infilando una strana storia sul fatto che l'hanno chiamato poco prima al cellulare e lui ha risposto. Il Teppista risponde a monosillabi ma sottolinea che lui non ha risposto a nessuna chiamata di nessun cellulare.
Non so che dire e quindi mi taccio. Che io sappia, mentre eravamo in classe nessun cellulare ha squillato. D'accordo, il Teppista avrebbe potuto avere la vibrazione inserita, invece della suoneria. Oppure la chiamata potrebbe essere arrivata mentre i ragazzi si scambiavano le schede dei tre anni, o si leggevano passi scelti dei temi e il rumore di fondo era alto quanto bastava a coprire la suoneria. In tutti i casi, chissenefrega? Se l'ultimo giorno qualcuno ha usato il cellulare in classe non bandirò certo una crociata sull'argomento.
Stante che il Teppista non se li fila né poco né tanto e io nemmeno, i tre tornano a puntare sul Ripetente, il Grande Ripetente, Ripetente Per Sempre, la certezza della scuola dove resterà per sempre (a ripetere, si capisce).
Il Ripetente non ribatte. Ha un'aria un po' rassegnata.
Siamo tutti piuttosto interdetti. Comunque gli dico di levarsi dai piedi.
Mi guardano con un sorriso sempre più dolciastro, del tipo "Tanto lo sappiamo che non puoi mandarci via".
Alzo la voce, dichiaro che non hanno nessun diritto di stare lì e dunque se ne devono andare. Subito.  In cuor mio però sospetto che non sarà tanto semplice.
Invece se ne vanno, zitti zitti e senza replicare.  E hanno anche l'aria un po' sorpresa.
Nessuno commenta l'accaduto (tanto meno il Ripetente, che è ancor più privo di espressione del solito) ma qualcuno si stringe nelle spalle con l'aria di pensare "certo che i cretini non mancano mai".
Ci ripenso su; e più ci ripenso e più ho l'impressione di aver assistito a qualcosa di veramente brutto. Che i ragazzi si prendano in giro tra loro, anche in malo modo, non mi è del tutto nuovo; e la collega di matematica mi aveva ben spiegato che, nella classe precedente, il Ripetente  faceva di mestiere lo scemo del villaggio e che nella mia terza "l'atmosfera era molto più gradevole". Però quei tre imbecilli avevano tranquillamente fatto il loro show in presenza di due insegnanti, una delle quali (io) li aveva già mandati al diavolo. 
Peggio ancora: ritornando in visita nella vecchia scuola si erano ben premurati non una ma due volte di venire a perculare il loro caro, vecchio compagno di classe un tantino ripetente.
Possibile che in un anno non gli sia venuto in mente un modo un po' più divertente per passare il tempo?
E, soprattutto: possibile che trovassero tanto normale farlo in presenza di due insegnanti?

Il che porta ad altre due domande.
1) Possibile che l'insegnante di lettere che avevano li lasciasse fare, limitandosi a qualche vaga rimostranza? Dopotutto, lei stessa aveva inventato il "Teorema Ripetente", che si basava sul fatto che per lo sventurato ragazzo, in verità non troppo portato all'analisi linguistica,  il soggetto della frase era sempre quello che veniva per primo (teorema, in verità, molto diffuso anche tra gli alunni che non ripetono affatto, e che ogni insegnante trova qualche difficoltà a scardinare); e si racconta che per ogni classe tenga un quaderno, detto "Libro delle cazzate" dove riporta le più notevoli sciocchezze dette dagli alunni, e dove a suo tempo il Ripetente faceva la parte del leone.
2) Possibile che i ragazzi che lanciano i sassi dal cavalcavia e allagano i corridoi dei licei tanto per vedere di nascosto l'effetto che fa abbiano quello stesso sguardo vuoto e quel sorriso un po' dolciastro?

Perché, certo, le Istituzioni, la Società, i Modelli, le Famiglie, i Traumi dell'Infanzia. Ma c'è pure qualcuno che, semplicemente, nasce stronzo. No?

sabato 13 giugno 2009

Riciclare si può, riciclare si deve

Di solito non faccio letteratura. Per tutta una serie di motivi social-religiosi-ideologici-bocciofili, perché non la ritengo indispensabile a una formazione di base, perché non mi ha mai interessato molto; ma soprattutto perché tutte le antologie delle medie su cui ho posato l'occhio finora la fanno col piede sinistro informicolato infilandoci dentro un'immane quantità di sciocchezz, mentre i testi delle superiori la fanno con assai maggior criterio. 
Faccio invece un buon numero di testi (non sempre di letteratura "alta") con una certa attenzione all'inquadramento storico. Le terze che capitano tra le mie grinfie possono avere qualche vaga idea di cos'è il romanticismo ma ignorano tutto delle correnti letterarie, a meno che non abbiano approfondito l'argomento per loro conto, e degli autori dei brani letti sanno che sono esistiti e poco più. E' mia personale opinione che un testo fatto bene può servirgli, più avanti, quando e se studieranno letteratura, ma che qualche dato raffazzonato sul verismo può servirgli al massimo come esercizio mnemonico - e allora tanto vale che si studino le formazioni del Milan nel corso degli anni, che magari gli interessano. All'esame si portano un brano e mi parlano di quello. Se mi gira, perché di solito al colloquio dell'esame chiedo storia e geografia.
Il concetto però non deve essere ben passato, perché dieci giorni fa il Teppista mi chiese se poteva portare Pirandello all'esame.
Ora, quest'anno Pirandello non l'ho toccato nemmeno con una canna lunga. 
D'altra parte, se qualcuno ha degli interessi personali non vedo perché non debbano essere valorizzati.
"Vuoi dire un testo di Pirandello?" mi informo. Immaginare il Teppista che si divora il Fu Mattia Pascal o Così è se vi pare mi suona strano, ma d'altra parte...
"No, Pirandello".
"E perché proprio Pirandello?".
"Perché per storia porto il fascismo e Pirandello è adatto da collegare".
"Abbiamo fatto diverse letture sul fascismo: Ci sono due brani dall'antologia sulla guerra in Abissinia, un racconto di Camilleri e un pezzo dalla Storia di Elsa Morante".
(Inoltre Pirandello era un autore fascista, ma non sono così convinta che le sue opere siano utili per illustrare i punti salienti dell'ideologia fascista...)
Il Teppista farfuglia qualcosa.
"Se hai letto un testo di Pirandello e vuoi portarlo per me va benissimo".
Altra risposta piuttosto vaga.
"Vediamo se ho capito: qualcuno ti ha passato una ricerca su Pirandello e vuoi portare quella".
Vago cenno d'assenso e un ancor più vago accenno a suo fratello.
"Scordatene".
Segue una breve filippica sul fatto che non mi interessa sentirgli rimasticare quattro pagine su Pirandello pescate da Wikipedia o chi per lei.
(Ha poi finito per scegliere Ungaretti - di cui abbiamo fatto il solito gruppo di poesie da trincea che col fascismo c'entrano veramente il giusto.)

Secondo atto, stamani. 
Il Ripetente, che le due volte in cui ho chiesto alla classe di farmi una traccia del percorso che portavano all'esame mi aveva rifilato una selva di "non so", stamani arriva con tre gruppi di fogli: Prima Guerra Mondiale, Stati Uniti... e il Verismo.
Ora, è possibile che, mentre leggevamo Rosso Malpelo e Libertà (entrambe, devo dire, assai apprezzate, anche se tutti hanno ammesso di buon grado di aver letto autori meno deprimenti in vita loro) io abbia accennato all'esistenza di una corrente letteraria detta Verismo, mentre cercavo di spiegargli la particolarissima tecnica narrativa a collage di Verga, dove il narratore cambia in continuazione, anche più volte nella stessa frase. Ma di un blando accenno si è trattato, e di niente di più.
D'altro canto, se l'idea del Teppista che legge avidamente il Fu Mattia Pascal appare improbabile, la scena del Ripetente che approfondisce per suo conto il movimento letterario del Verismo è degna di un libro di fantascienza del filone degli universi paralleli.
"Se ti interessa il Verismo, abbiamo letto due eccellenti novelle di Verga" (sulle quali avevo dato affascinanti esercizi da lui fatti in modo decisamente superficiale, e glieli avevo dovuti richiedere  non so quante volte).
Il Ripetente farfuglia una frase molto vaga.
"Cioè, qualcuno ti ha passato una scheda sul Verismo?".
La risposta è stata vieppiù vaga, ma è finita con un "Sì".
E' seguita una nuova e più accorata filippica sul fatto che era stato svolto  un programma di letture, e quelle volevo all'esame. Se qualcuno aveva fatto altre letture per me andava bene, ma volevo dei TESTI, non delle rimasticature di critica mandate a mente.
Il Ripetente è tornato a posto con la coda tra le gambe borbottando qualcosa sul fatto che avrebbe portato Malpelo - che c'entra il giusto con la Prima Guerra Mondiale, ma non è certo con lui che starò a guardare il capello.
Poco dopo, in Sala Professori, Artistica mi ha raccontato che il Ripetente portava anche Van Gogh, ma che, richiesto di dirne qualcosa, si era chiuso in un dignitoso silenzio.
E dunque evidentemente era stato stabilito, non so in base a che criterio, che Italiano sarebbe stato chiesto all'esame e Artistica no, perché "tanto non c'era abbastanza tempo".
Sarà bene spiegare domani che nei colloqui delle mie commissioni succede esattamente l'opposto: di solito non chiedo Italiano, ma un angolino per Artistica, Musica, Fisica e Tecnica salta sempre fuori. Sempre. E quindi gli conviene, oltre a raccattare da cugini e fratelli improbabili tesine di letteratura, dare un'occhiata anche al resto del percorso.

Sì, credo veramente sia il caso.

martedì 9 giugno 2009

Troia, qual fosti un dì!


Così canta il coro di troiane all'inizio dell'Ermione di Rossini, quando le sconsolate donne, ormai in esilio, piangono la grandezza della loro città caduta.
E così parimenti cantano in questi giorni molti insegnanti delle medie (pardon, delle scuole secondarie di primo grado; ma volendo, forse, possiamo anche definirci una primaria di secondo grado) sull'orlo di scrutini vissuti pericolosamente, tra leggi monche di decreti applicativi, Tar sovraccarichi di lavoro,  circolari che arrivano come ladri nella notte e note protocollari che...
Ecco, appunto, l'ultima nota protocollare del nostro ineffabile Ministero. Datata 8 Giugno.
Abbiamo avuto un decreto applicativo sul voto di condotta che è arrivato mentre erano in corso gli scrutini del primo quadrimestre. E' durato poco, lo spazio di un mattino, perché era stato concepito al solo e unico scopo di scassare le balle a chi stava facendo gli scrutini.
Abbiamo poi avuto un decreto sulla valutazione che è rimasto per settimane a picco sulle nostre teste ma - ZAC! - proprio all'ultimo momento si è saputo che scherzavano e no, per quest'anno non era valido perché non ce la facevano con i tempi, ed è rimasto in vigore il Decreto che ci avevano detto sarebbe durato lo spazio di un mattino.
L'8 Giugno, al Ministero, qualcuno si è improvvisamente ricordato che c'era il problema del sei in rosso.
Ovviamente non ci sarebbe stato alcun problema di sei rossi, azzurri o viola a strisce verdi se qualche settimana fa da Roma ci avessero mandato istruzioni. Adesso invece si è dato il caso che qualche Collegio dei Docenti abbia deciso di segnalare i voti portati alla sufficienza dal Consiglio di Classe scrivendoli con inchiostro rosso - e immagino si sia perfino dato il caso di qualcuno che quei voti in rosso li ha già scritti sulle schede. 
Ma ecco che arrivano le istruzioni dal Ministero, sotto forma della Nota Protocollare 6051   scritta, ci spiegano, "in risposta ai quesiti pervenuti allA scrivente" (che sarebbe poi il Direttore Generale Mario Dutto, evidentemente sottopostosi negli ultimi tempi a qualche operazione; o forse, chissà, caduto nelle sorgenti incantate di Jusenko come Ranma). Le quali spiegazioni dicono che ogni scuola, essendoci l'autonomia, farà come crede per segnalare che certi voti sono stati alzati dal Consiglio, ma che "è del tutto improprio il riferimento al "sei rosso", dicitura utilizzata solo in passato nella scuola secondaria di secondo grado e collegata al recupero del "debito scolastico" perché "tale previsione non corrisponde all'attuale quadro normativo" in quanto "nella scuola secondaria di primo grado l'ammissione all'anno successivo e all'esame di Stato non è infatti condizionata" e i fanciulli vengono ammessi all'anno successivo o all'esame aggratisse e senza balzelli da pagare.

Cara signora Dutto, capisco che il suo recente cambio di sesso l'abbia impegnata in un sacco di cose importanti; ma poteva ben dire al Ministro di svegliarsi prima, mi sembra. Quel che il Ministero sta facendo a noi sventurati insegnanti non solo è molto disdicevole, ma ha configurazione di un reato: perché si tratta di mobbing, a voler chiamare le cose col loro nome.
(Quanto alla Grandissima Presa di Culo, per quanto irritante, non so se può rientrare tra le circostanze attenuanti che si invocano nel caso degli omicidi violenti. Ma può essere che sì, secondo me.)

giovedì 4 giugno 2009

Tiger Tiger (dopo gli scrutini)


L'ultima brillante trovata del NuovoPreside è consistita nel comunicarci, durante gli scrutini, che non ci saranno schede, di nessun tipo, da consegnare ai genitori, in quanto gli scrutini si fanno per ammettere gli alunni all'esame e non per valutarli. Quindi, i voti con cui li ammettiamo non sono affar loro. Questo dopo averci assicurato in sede di Collegio che avremmo scritto sulla scheda la formula "voto alzato dal Consiglio".
I genitori che vogliono vedere i voti dei figli (certa gente è di un impiccionaggine incredibile e pretende perfino di sapere con che voti sono stati ammessi all'esame, come se la cosa li riguardasse in qualche modo) andranno a chiederlo in Presidenza, a venti chilometri da St. Mary Mead - ignoro se col cappello in mano, dopo aver presentato supplica, con un offerta rituale di miele e fior di farina o in che altro modo.
Ci ha detto anche il motivo: al momento dell'esame noi dobbiamo fare tabula rasa di tutto quel che sappiamo dell'allievo e considerare solo il suo lavoro all'esame. Quindi, i voti di ammissione non esistono più.
Come gli apostoli,  mi domando "Chi ha peccato, noi o i nostri padri, per doverci trovare tra i piedi un essere di tal fatta?".
Escludo di avere commesso peccati all'altezza di tale punizione.
La prima volta che vedo mio padre, due schiaffi non glieli leva nessuno.

(Per farmi passare i nervi: un brano dei Duran Duran che corrisponde nel titolo, ma non nella melodia, al mio stato d'animo).

lunedì 1 giugno 2009

Il rapimento di Lucia



I Promessi Sposi non è uno dei libri che mi hanno cambiato la vita però mi è sempre piaciuto, tanto da dedicargli uno dei "percorsi" di italiano del secondo anno di SSIS. Il quale percorso mi è tornato in mente grazie a un bel post di Lanoisette che in realtà parlava di Germinal e di tante belle cose interessanti (va da sé che  Lanoisette è innocente come un'agnella dell'interminabile sproloquio che segue).
Lo ritrascrivo pari pari, esattamente nella forma in cui l'ho consegnato (cioè, a parte una ripetizione e due errori di battitura).
E' così che faccio lezione di letteratura?
Diciamo che di solito mi guardo bene dal fare letteratura, ma se proprio le circostanze rendono opportuna una lezione di letteratura, posso farla anche così.
Questa comunque era per le superiori: per quanto abbia fatto e detto, alla SSIS erano del tutto ignari dell'esistenza delle scuole medie e continuavano a spiegarci come fare lezione ai licei (sì, spesso sembravano inconsapevoli anche dell'esistenza di tecnici e professionali).

IL RAPIMENTO DI LUCIA

(capp.  XI, XVIII, XX-XXI, XXIV)


La vita delle eroine nei romanzi, si sa,  è costellata di pericoli e insidie e non necessariamente destinata a buon fine; ma giustizia vuole che, insieme a questi inconvenienti vi siano anche vantaggi tutt’altro che secondari: una travolgente storia d’amore, prima di tutto, ma anche la possibilità di mettere alla prova il proprio carattere affrontando nemici e avversità, l’incontro con personaggi famosi e altolocati, vivaci mutamenti di ambienti e di paesaggi  etc. - tutte cose piuttosto rare nella vita delle comuni mortali.

Grazie alla perfidia del suo creatore, la sventurata Lucia si ritroverà invece a subire tutte le consuete scomodità legate al suo ruolo da protagonista (insidie da parte di un potente, allontanamento dal fidanzato prima e dalla madre poi, un rapimento, una grave malattia) senza averne i corrispondenti vantaggi, anche se alla fine del romanzo e’ ancora viva e in buona salute (e per una protagonista dell’epoca la cosa era tutt’altro che scontata).

Per contro la poverina passa tutto il romanzo annoiandosi notevolmente, tranne nei non rarissimi momenti in cui ha paura: dal tranquillo paesello si ritrova dopo un breve viaggio in un monastero di clausura (che non è proprio il massimo del divertimento) da dove, dopo un breve intermezzo, raggiungerà Milano al seguito di una nobildonna, per liberarsi della quale non v’è lettore che non sarebbe disposto a tagliarsi una mano. Lì prenderà la peste, con conseguente soggiorno al lazzaretto (altro luogo di assai scarne attrattive), per riunirsi infine all’innamorato e tornare con lui al paesello natio dove i due si sposeranno.


L’unica vera avventura che Manzoni le riserba in trentotto capitoli di romanzo è un rapimento - una Grande Avventura, in verità, da cui normalmente il romanziere riesce a ricavare grandissime scene a effetto. Il rapimento di Lucia però manca quasi del tutto di tratti romanzeschi. 


Eppure le premesse spettacolari c’erano tutte: Lucia viene rapita (nientemeno) da un monastero, con la complicità di una suora e su richiesta di un gran signore che ha delle mire su di lei e che lei ha sempre rifiutato. Inoltre, grazie a questo rapimento, un personaggio Davvero Cattivo si convertirà,  il che per un’eroina è senza dubbio una bella corona di vittoria. Il risultato artistico dell’episodio è notevole, la sua influenza nella trama è indubbia, ma di Grandioso ed Eroico c’è ben poco, come risulta evidente se proviamo a confrontare questo rapimento con quello di un romanzo quasi contemporaneo, Ivanhoe di Walter Scott, pubblicato nel 1823.


Iniziamo dal Perfido Mandante del rapimento, ovvero don Rodrigo, un nobile spagnolo di grandissima casata. Il personaggio non ha niente di titanico, e quel che prova per Lucia viene sì definito “passione” da Manzoni, ma descritto più dettagliatamente come “quel misto di puntiglio, di rabbia e di infame capriccio, di cui la sua passione era composta”. In effetti niente in quel che intravediamo nei pensieri e nell’animo del nobile spagnolo nel corso del romanzo ci induce a pensare diversamente: il capriccio per Lucia è nato per caso in don Rodrigo durante una passeggiata, e si è rafforzato grazie ad una scommessa fatta con il cugino - una scommessa di cui non conosciamo i termini precisi ma che, ci viene fatto capire, non prevede un’opera di seduzione o il consenso dell’interessata. 

Infatti Rodrigo non tenta nessun tipo di corteggiamento, e conduce l’affare come una scaramuccia di guerra: blocca il matrimonio di Lucia minacciando il parroco del paese, tenta una prima volta il rapimento senza successo (capp. VII-XI), lo tenta una seconda volta delegandolo a persona più competente, finisce per lasciar perdere tutto (e già questo, in un Eroe Negativo, è abbastanza insolito). Quanto a lui, si limita a stare ad aspettare che altri facciano tutta la fatica per portargli Lucia su un piatto d’argento. Notti insonni e giorni angosciosi invocando il nome della sua amata non ci risulta che ne passi. Il massimo del sentimentalismo cui lo vediamo arrivare è quando si immagina l’arrivo di Lucia dopo il rapimento (il primo, quello che non riesce):

“Ma il pensiero sul quale si fermava di più, perché in esso trovava insieme un acquietamento de’ dubbi, e un pascolo alla passion principale, era il pensiero delle lusinghe, delle promesse che adoprerebbe per abbonire Lucia. “Avrà tanta paura di trovarsi qui sola, in mezzo a costoro, a queste facce che... il viso più umano qui son io, per bacco... che dovrà ricorrere a me, toccherà a lei pregare; e se prega...”. (capitolo XI)

Per il resto del tempo lo vediamo preoccuparsi e arrabbiarsi quando pensa a Lucia - non già per il suo amore non corrisposto, ma per il timore di eventuali strascichi con la giustizia a seguito del rapimento,  per il timore di non essersi mostrato all’altezza del decoro della sua famiglia e dei suoi antenati fallendo nella mirabile impresa di violentare una contadina, e soprattutto per la paura dei lazzi e dello scherno del cugino.

Il secondo rapimento di Lucia viene tentato proprio per una questione d’onore:

“Un monastero di Monza, quand’anche non ci fosse stata una principessa, era un osso troppo duro per i denti di don Rodrigo; e per quanto egli ronzasse con la fantasia intorno a quel ricovero, non sapeva immaginar né via né verso  d’ espugnarlo, né con la forza né per insidie. Fu quasi quasi per abbandonar l’impresa; fu per risolversi d’andare a Milano, allungando anche la strada, per non passar neppure da Monza; e a Milano gettarsi in mezzo agli amici e ai divertimenti, per discacciar, con pensieri affatto allegri, quel pensiero divenuto ormai tutto tormentoso. Ma, ma, ma, gli amici; piano un poco con questi amici. In vece d’una distrazione, poteva aspettarsi di trovar nella loro compagnia nuovi dispiaceri: perché Attilio certamente avrebbe già preso la tromba, e messo tutti in aspettativa. Da ogni parte gli verrebbero domandate notizie della montanara: bisognava render ragione. S’era tentato; cosa s’era ottenuto? S’era preso un impegno: un impegno un po’ ignobile, a dire il vero: ma, via, uno non può alle volte regolare i suoi capricci; il punto è di soddisfarli; e come s’usciva da quest’impegno? Dandola vinta a un villano e a un frate? Uh! E quando una buona sorte inaspettata, senza fatica del buon a nulla, aveva tolto di mezzo l’uno, e un abile amico l’altro, il buon a nulla non aveva saputo valersi della congiuntura, e si ritirava vilmente dall’impresa. Ce n’era più del bisogno, per non alzar mai più il viso tra i galantuomini, o avere ogni momento la spada alle mani.” (capitolo XVIII)


Mosso da sì gravi considerazioni don Rodrigo “il quale non voleva uscirne, né dare addietro, né fermarsi, e non poteva andare avanti da sé” si decide, dopo l’ennesima lettera di Attilio “che faceva un gran coraggio, e minacciava di gran canzonature” di ricorrere all’aiuto di un tale “le cui mani arrivavano spesso dove non arrivava la vista degli altri” - in pratica, di subappaltare il rapimento sfruttando un credito passato rivolgendosi a un personaggio assai inquietante: l’innominato.

E proprio davanti all’innominato vediamo don Rodrigo darsi una brusca ridimensionata, nel suo pellegrinaggio verso il castello arroccato tra i monti dove arriverà solo dopo aver deposto in varie tappe cavalcatura,  armi, seguito: è chiaro che questa volta non è il più forte, e c’è qualcosa di sottomesso nel suo modo di rivolgersi all’innominato: “disse che veniva per consiglio e per aiuto; che, trovandosi in un impegno difficile, dal quale il suo onore non gli permetteva di ritirarsi, s’era ricordato delle promesse di quell’uomo che non prometteva mai troppo, né invano”. L’innominato invece “licenziò don Rodrigo dicendo: - tra poco avrete da me l’avviso di quel che dovrete fare”.


Stavolta il rapimento si svolge in fretta e bene: nel giro di due pagine la palla passa dall’innominato a Egidio, da Egidio a Gertrude e Lucia si ritrova sola soletta per la strada dove la aspetta la carrozza del Nibbio (una variante del Griso, solo più efficiente): “Tutto a un puntino, l’avviso a tempo, la donna a tempo, nessuno sul luogo, un urlo solo, nessuno comparso, il cocchiere pronto, i cavalli bravi, nessun incontro”. 


Consuetudine vuole che l’eroina rapita si renda conto quasi subito del mandante del rapimento (anche perché, di solito, questo viene effettuato dal diretto interessato) e che ben presto faccia appello alla sua forza d’animo per affrontare con coraggio la situazione prima, e il suo aspirante seduttore poi, ben decisa a difendere vita e onore nel migliore dei modi.

Lucia invece si limita a piombare a corpo morto in una spirale di terrore da cui comincerà a uscire solo a tarda notte. Prova a urlare e a divincolarsi - invano. Sviene. Poi sviene di nuovo. Piange. Si dispera. Supplica. Prega (sia i rapitori che le potenze celesti). Sempre la solita richiesta “Lasciatemi andare, lasciatemi andare”. Di forza d’animo, nemmeno l’ombra. I bravi tentano di calmarla e di rassicurarla, ma lei nemmeno li sente.

“Accorata, affannata, atterrita sempre più nel vedere che le sue parole non facevano nessun colpo, Lucia si rivolse a Colui che tiene in mano il cuore degli uomini, e può, quando voglia, intenerire i più duri. Si strinse più che poté, nel canto della carrozza, mise le braccia in croce sul petto, e pregò qualche tempo con la mente; poi, tirata fuori la corona, cominciò a dire il rosario, con più fede e più affetto che non avesse ancor fatto in vita sua. Ogni tanto, sperando d’avere impetrata la misericordia che implorava, si voltava a ripregar coloro; ma sempre inutilmente. Poi ricadeva ancora senza sentimenti, poi si riaveva di nuovo, per rivivere a nuove angosce. Ma ormai non ci regge il cuore a descriverle più a lungo: una pietà troppo dolorosa ci affretta al termine di quel viaggio, che durò più di quattr’ore”. (Cap. XX)


E’ un’agonia per la protagonista, è un’agonia anche per l’autore; lo è anche per il lettore, che sa benissimo che tutte quelle suppliche sono assolutamente inutili e vorrebbe vedere la ragazza sfoderare un po’ di coraggio, una buona volta. Quello che non è previsto è che sia un’agonia anche per i rapitori.

“Dico il vero, che avrei avuto più piacere che l’ordine fosse stato di darle una schioppettata nella schiena, senza sentirla parlare, senza vederla in viso. [...] Voglio dire che tutto quel tempo, tutto quel tempo... M’ha fatto troppa compassione.”

L’idea di associare la parola “compassione” al Nibbio lascia sbalordito l’innominato.

“-Compassione! Che ne sai tu di compassione? Cos’è la compassione?

-Non l’ho mai capito così bene come questa volta: è una storia la compassione un poco come la paura: se uno la lascia prender possesso non è più uomo.”

Per vedere questa meraviglia, capace perfino di ispirare compassione al Nibbio, l’Innominato si prende la briga di andare a vedere da Lucia.

Trova un essere stremato e tremante, che solo sotto la spinta di un nuovo terrore riesce a muoversi. Le sue prime parole sono “Son qui, m’ammazzi”, il resto è di conseguenza.

Non è un confronto, non è uno scontro, è il grido dell’agnello portato al mattatoio.  Lucia non ha coraggio, si limita a pregare “giungendo le mani come avrebbe fatto davanti a un’immagine” in preda a una violenta sindrome di Stoccolma: “Vedo che lei ha buon cuore, e che sente pietà di questa povera creatura. Se lei volesse potrebbe farmi paura più di tutti gli altri, potrebbe farmi morire; e in vece mi ha... un po’ allargato il cuore. Dio gliene renderà merito.” Invoca disperatamente sua madre, supplica di essere lasciata andare... Ma per quanto sia spaventata a morte, una cosa le è rimasta: la consapevolezza della sua innocenza, “l’indegnazione disperata”.  Sarà questa estrema arma di difesa delle vittime che finirà per far provare compassione anche all’innominato.


Nell’onda di terrore che l’ha travolta, Lucia non ha fatto caso alle parole con cui i rapitori hanno cercato di calmarla, e nemmeno ha prestato il minimo ascolto ai tentativi della vecchia di confortarla (piuttosto maldestri, in verità, come maldestri erano quelli dei bravi). A malapena ascolta anche le parole dell’innominato. Tutti le dicono di stare tranquilla, ma, per quanto stordita dal terrore, sa benissimo che non c’è nessun motivo di stare tranquilla. L’unica parola che quasi passa nella nebbia che la avvolge è il “domattina” dell’innominato, cioè una vaga promessa di liberazione. Partito l’innominato torna nel suo cantuccio, dove rimane in uno stato molto vicino al collasso per qualche ora, immobile, riscuotendosi solo per supplicare che la porta sia chiusa, chiusa, chiusa.

Nel frattempo la vecchia “le fa coraggio”, sempre con la stessa destrezza e lo stesso risultato, poi cena, poi si corica. Il buio e il silenzio riportano lentamente Lucia fuori dal suo stordimento; ad un mondo di terrore, si capisce.

“ben presto le recenti impressioni, ricomparendo nella mente, l’aiutarono a distinguere ciò che appariva confuso al senso. L’infelice risvegliata riconobbe la sua prigione: tutte le memorie dell’orribil giornata trascorsa, tutti i terrori dell’avvenire, l’assalirono in una volta: quella nuova quiete stessa dopo tante agitazioni, quella specie di riposo, quell’abbandono in cui era lasciata, le facevano un nuovo spavento e fu vinta da un tale affanno che desiderò di morire. Ma in quel momento, si rammentò che poteva almen pregare, e insieme con quel pensiero, le spuntò in cuore come un’improvvisa speranza.” (capitolo XXI)


Per un attimo il lettore si sente ricondotto su un terreno familiare: le brave eroine hanno spesso una fede incrollabile, dalla quale attingono coraggio e forza d’animo nelle sventure; e nessuno può negare che la devozione di Lucia sia profonda e autentica.

Lucia prega, e mentre prega sente crescere “una fiducia indeterminata”. E improvvisamente le viene in mente, per rafforzare la sua preghiera, di fare un’offerta. Un voto.


“Si ricordò di quello che aveva di più caro, o che di più caro aveva avuto; giacché, in quel momento, l’animo suo non poteva sentire altra affezione che di spavento, né concepire altro desiderio che della liberazione; se ne ricordò, e risolvette subito di farne un sacrifizio.” (capitolo XX, il corsivo è nostro)


Questo è un comportamento del tutto fuor di luogo in un’eroina. Al Grande Amore si può certo rinunciare, in uno slancio di sacrificio,  ma sempre per la salvezza di qualcuno: per il bene dell’amato stesso, o del suo onore o dei suoi cari, in qualche caso anche per la salvezza dei genitori o dei fratelli dell’eroina (o dei figli, nel raro caso in cui ce ne siano); ma l’amante sacrificato per semplice paura proprio non si dà.

Fino a questo momento Renzo non è mai stato invocato né nominato: nello stato di terror panico in cui Lucia è piombata era rimasto spazio per la madre, vista come porto e rifugio, ma Renzo era rimasto fuori. Ritorna solo dopo molte ore, e solo quando Lucia comincia a chiedersi che cosa sacrificare. 

La preghiera alla Vergine, nel suo genere, è agghiacciante:

“fatemi uscire da questo pericolo, fatemi tornar salva con mia madre, Madre del Signore; e fo voto a voi di rimaner vergine; rinuncio per sempre a quel mio poveretto, per non esser mai d’altri che vostra” (capitolo XXI, il corsivo è nostro).


Quella di “poveretto” sembra a questo punto una definizione molto appropriata per Renzo, che per quante ne passi invece non si dimenticherà mai della sua fidanzata - e l’unica attenuante per Lucia è di essere quasi impazzita per la paura, visto che non le viene nemmeno in mente che, come le ricorderà più avanti fra’ Cristoforo, non si può promettere la stessa cosa due volte e lei a Renzo non può più rinunciare, dopo aver dato la sua parola. (Per la verità non viene in mente nemmeno al lettore, di solito.)


Dopo la preghiera Lucia si addormenta “d’un sonno perfetto e continuo”, indizio di una serenità d’animo finalmente ritrovata. Si risveglia a nuova paura, ma solo per breve tempo: l’ultima crisi di terrore, quando la porta si apre, le porta don Abbondio e una brava donna che la  conducono fuori dal castello. Il nuovo incontro con l’innominato non ha niente di sensazionale, anche se lui le chiede perdono: la sindrome di Stoccolma sta dileguando, e nella ragazza rimane soprattutto il ricordo della paura, più una vaga benevolenza verso l’uomo che andrà rafforzandosi in misura direttamente proporzionale al suo grado di lontananza da lui. 

La buona donna porta la ragazza a casa, dove Lucia comincia finalmente a tornare alla vita: si risveglia l’appetito, dopo un giorno di digiuno (non forzato: l’innominato aveva fatto portare una cena ottima e abbondante, finita però tutta nello stomaco della vecchia), si parla della virtù del perdono. Ritornata in sé la ragazza comincia a sistemarsi le trecce e lo scialle e trova il rosario intorno al collo:


“La memoria del voto, oppressa fino allora e soffogata da tante sensazioni presenti, vi si suscitò d’improvviso, e vi comparve chiara e distinta. Allora tutte le potenze del suo animo, appena riavute, furon sopraffatte di nuovo, a un tratto: e se quell’animo non fosse stato così preparato da una vita d’innocenza, di rassegnazione e di fiducia, la costernazione che provò in quel momento, sarebbe stata disperazione. Dopo un ribollimento di que’ pensieri che non vengono con parole, le prime che si formarono nella sua mente furono: “oh povera me, cos’ho fatto!”. (capitolo XXIV)


L’assai comprensibile e condivisibile esclamazione, se pure conferma una volta di più il lettore che Lucia è del tutto priva di tempra eroica, lo rassicura però sul completo ritorno della salute mentale della fanciulla.


domenica 31 maggio 2009

Vita privata di George Clooney



Con grande originalità di vedute io e una collega stavamo convenendo che George Clooney non ci risultava particolarmente spiacevole all'occhio. Interviene un collega di sostegno, detto il Tuttologo, per spiegarci che sì, George Clooney, insomma...
"Insomma cosa?" chiediamo.
Eh, lui ha saputo...
"CHE COSA hai saputo?"
Eh, un suo amico, che lavora in un albergo, una mattina è entrato in camera sua per pulire e l'ha trovato che dormiva con un uomo...
La storia non ci convince, e non facciamo grandi sforzi per nasconderlo.
Con aria un po' offesa il Tuttologo assicura che il suo amico è una persona affidabile.
Lasciamo capire che, per trovarlo una persona più o meno affidabile, dovremmo prima di tutto essere convinte della sua esistenza.
Vieppiù offeso, il Tuttologo ci rimprovera per la nostra incredulità.
Osservo con fare casuale che, vai a capire perché, tutte le volte che una donna dichiara di trovare gradevole all'occhio un qualche attore, musicista o simili, c'è sempre qualche uomo presente che si ritiene in dovere di precisare che ah sì, ma in realtà lui è gay, e sempre col tono di chi mette una pietra tombale sulla questione.
"Che poi potrebbe essere stato un episodio occasionale" aggiunge la collega.
"Oppure potrebbe essere bisex"
"Soprattutto, per quanto ce ne viene a noi, George Clooney può essere assolutamente quello che gli pare. Potrebbero anche piacergli i coniglietti rosa, o gli ornitorinchi."
"Del resto sono affari suoi".
"E non lo troveremmo meno piacevole solo perché naviga sull'altra sponda".
Il Tuttologo finisce per chiudersi in un silenzio sdegnato mentre noi ricamiamo allegramente sull'inopportunità del suo intervento.

Fermo restando che nella sua vita privata George Clooney ha ben diritto di fare quel che vuole senza renderne conto a me o alla mia collega, resta aperta la Grande Domanda: perché  mai dovrebbe cambiarci qualcosa il fatto che un uomo, che abbiamo visto solo in foto e su pellicola e che molto probabilmente non incroceremo mai in tutta la nostra vita, sia o non sia gay? 
Quanto all'altra Grande Domanda, ovvero perché il Tuttologo non si fa ogni tanto una teglia di cavoli suoi... beh, se lo abbiamo soprannominato Tuttologo c'è ben il suo motivo.

Perché guardi il reality nell'occhio del tuo alunno e non vedi il reality che è nel tuo occhio?



Conversazione in Sala Professori, uno dei miei primi giorni a St. Mary Mead.
"Ah, io gliel'ho detto ai miei scolari che non devono assolutamente parlare nei temi di tutti quei reality che guardano sempre. Non voglio sentirne parlare" proclama fieramente una collega di Lettere.
Io, che mai e poi mai ho preso in considerazione la possibilità di vietare un argomento ai miei alunni, continuo a compilare il registro con le orecchie ben dritte, disapprovando altrettanto fieramente in cuor mio.
"Sì, sono insopportabili" approva una seconda collega di Lettere "Io gli ho detto che non devono nemmeno guardarli".
"Sono trasmissioni pessime" conviene la prima.
"C'è però il problema che a casa guardano quello che vogliono" osserva Inglese con una punta di sarcasmo.
"Purtroppo sì!" deplora la seconda "Fanno quello che gli pare, e i genitori li lasciano stare".
Che uno a casa sua si guardi l'accidente di programma che preferisce mi sembra cosa più che legittima, ma sono nuova lì dentro e non voglio farmi subito notare per le mie stravaganti idee in materia.
"I genitori gli permettono tutto, si sa..." interviene qualcuno.
"Li guardano tutti! " rincara la seconda collega "Del resto, ce ne sono un'infinità. E conoscono tutti i protagonisti, uno per uno..." (segue una lista di nomi a me del tutto sconosciuti ma che intuisco essere appunto protagonisti di reality).
"Però, sei ben informata" osservo.
"Sai, non c'è verso, li conosci per forza quando fai lo zapping in televisione".
"Non saprei..." mormoro "Quando vedo che è un reality di solito passo a un altro canale". Non aggiungo che di solito la televisione la lascio guardare agli altri e non mi impiccio. In fondo, sono affari miei.
"Eh, ma non è così semplice" sospira la prima collega "Quando hai dei figli che li guardano... Finisce che impari a conoscerli anche tu".
"Cioè: i tuoi figli li guardano perché non riesci a impedirglielo?" mi informo, sempre più incuriosita.
La collega sospira "Che vuoi, è difficile... quando insistono per vederli..."
"Ma se tu non riesci a impedire ai tuoi figli di vederli, perché critichi i genitori degli altri se nemmeno loro ci riescono?".
Mi spiegano che non capisco, perché non ho figli. Entrambe le cose erano verissime perciò mi cheto.
Ma in cuor mio sorge il sospetto che un po' di reality li guardino anche loro, anche solo per il piacere di disapprovarli. Perché ricordo che da ragazzina ho visto un'infinità di cartoni animati giapponesi del tipo "robottoni" che i miei genitori reputavano sommamente noiosi. Infatti loro non li guardavano. E col cavolo che hanno imparato un solo nome. 
Nemmeno Hiroshi Shiba, che pure era ripetuto piuttosto spesso.

E' il decreto sulla valutazione come l'araba fenice: "Arriverà" ciascun mi dice, ma quando arriva non si sa

Un paio di settimane fa, il ministro che noi insegnanti più spesso ricordiamo nelle nostre preghiere ha fatto approvare in Consiglio dei Ministri il decreto applicativo sulla valutazione.

Momento più cretino difficilmente poteva trovarlo perché i tempi tecnici perché il decreto diventi legge grazie alla sua pubblicazione sulla Gazzetta di Stato ci portano giusto nel bel mezzo degli esami di licenza media. Scopriamo dunque che per l'esame in questione dovremo applicare per buona parte le vecchie regole malamente raffazzonate con la legge del 1 Ottobre.

Tutto ciò ha portato noi insegnanti delle medie ad uno stato di decisa irritazione. 

Qualcuno, come la sottoscritta, era di gran lunga troppo imbufalito per riuscire ad esprimersi in modo intellegibile. Altri, più saggi o forse solo talmente esasperati da aver raggiunto la calma che si trova solo nell'occhio del ciclone, hanno usato i loro blog per esprimere quel che sentivano in seno. Tra questi LaVostraProf ha deciso di aprire il suo cuore direttamente alla ministra in questione, da donna a donna, scrivendo una



Mariassstella.
Cara.
Ascolta me.
Ascolta una che, alla fine, non ti vuole poi così male.
Mariassstella.
Senti me.
Che non eri un’aquila, un po’ s’era capito. E non solo per gli occhiali.
Che ti fai manovrare da Tremonti, pure.
Che non sai un tubazzo di niente di scuola, anche.
Che non te ne frega niente di fare delle figure del piffero e di suonare la musica degli altri, noi lo si era sospettato.
Ma, cara.
Lo sai che hai sfoderato cinquemila diversi regolamenti sulla valutazione nel giro di nove mesi?
Io spero che tu lo sappia.
E che tu sappia che in nove mesi si fa un bambino.
E sono sicura che tu sai che un regolamento sulla valutazione è più veloce di un bambino, ma, cara, tu ce lo stai rendendo più doloroso, lo sai?
E allora ti chiedo di pensare. E siccome secondo me tu fai un po’ fatica (a pensare, non a partorire regolamenti) ora usiamo la maieutica, che non fa male (te lo assicuro) ma forse ti chiarisce un po’.
Cominciamo.
Mariassstella.
Perché hai partorito lo Schema di regolamento delle norme vigenti per la valutazione degli alunni se sapevi che non andava bene e che poi sarebbe uscita una circolare a correggere e poi sarebbe uscito un regolamento de-fi-ni-ti-vo?
Mariassstella.
Non ti hanno insegnato a scuola che un compito si consegna finito?
Mariassstella. Ministra. Donna. Ascolta.
Lo sai quante ore abbiamo passato a capire i tuoi quasi-regolamenti, le tue bozze, le tue circolari di spiegazione, le tue controcircolari, e così via?
Lo sai che sulle pagelle ci sono i voti?
Sì, forse questo lo sai perché continui a dirlo, ma lo sai davvero? I voti? I numeri?
Carina, lo sai che è da settembre che mettiamo voti?
Lo sai che ci hai detto di usarli anche agli esami di terza media?
Lo sai che ci hai detto di contare al 35% i tre scritti degli esami, e al 15% la prova Invalsi e così via?
Lo sai che poi ci hai detto che, ops, ti eri sbagliata, e che dobbiamo fare la media di tutti i voti dell’esame, contati uguale, e aggiungere i giudizio di ammissione dove però il giudizio di ammissione  è espresso in numeri ? Mariassstella, cara, tonta, lo sai che un giudizio di valutazione espresso in numeri equivale al tuo moroso che invece di dirti “ti amo” ti dice “trentasette?” (che su 40 è un bell’amore, ma su 100 farebbe anche un po’ cagare, no?)?
Mariassstella, lo sai che ci siamo spaccati la testa per:
spiegare ai genitori che cosa volevano dire i voti?

spiegare agli 
utenti che dovevamo fare la media matematica arrotondata  all’unità superiore per frazione pari o superiore a 0,5?
dare voti a destra e a manca per preparare la fine dell’anno con tutte le tue belle disposizioni?
Mariassstella, cara, cretinetta, lo sai che se un alunno non porta il compito in tempo, prende 4?
Sì, lo sai, lo hai voluto tu.
Mariassstella, che somigli al citofono di casa mia, lo sai che siamo a metà maggio?
Ministra, lo sai che la settimana prossima cominciano i prescrutini?
Ministra, lo sai che cosa sono i prescrutini?
E gli scrutini?
Mariassstella, pensa. Pensa. PENSA.
Ci riesci?
Mariassstella, perché a metà maggio ci vieni a dire che non fai in tempo a fare quello che dovevi? Perché ci fai capire che dobbiamo fare come gli anni scorsi e per quest’anno facciamo finta che non hai detto niente, amici come prima? Perché ci vieni a dire che il regolamento dei voti, delle medie aritmetiche, della lode al 10, del giudizio di idoneità dato in decimi, eccetera eccetera, 
sarà pronto e approvato a fine giugno?
Mariassstella. Donna. Oca.
Lo sai che a fine giugno gli esami sono finiti?
Mariassstella, lo sai di che cosa ti occupi? Conosci la parola s-c-u-o-l-a?
Mariassstella, perché non torni a fare l’assessora all’agricoltura? Ti metti lì, spali un po’ di merda di vacca, e più danni di quelli che fai qui non potrai farne, no?

domenica 10 maggio 2009

Collegio dei Docenti - Anche questa è da contar


Fino all'anno scorso i Collegi dei Docenti della nostra scuola erano una cerimonia rituale, un po' imbalsamata ma rassicurante. Il preside ci faceva un po' di complimenti, riferiva su varie questioni, ci porgeva una serie di mozioni e regolamenti accuratamente confezionati in modo da risultarci assolutamente accettabili e noi votavamo quasi automaticamente. Poi le RSU si alzavano per reclamare su una serie di questioni che a noi di St. Mary Mead sembravano assolutamente di lana caprina, sempre le stesse, qualcuno faceva un po' di domande, raramente c'erano discussioni. Alle spalle c'era un discreto lavoro preparatorio, e l'immane quantità di rappresentanti di plesso detti comunemente vicepresidi (una dozzina a dir poco) faceva da filtro tra insegnanti e preside.
Col Nuovo Preside tutto è cambiato: di lavoro preparatorio nemmeno l'ombra,  le mozioni presentate spesso appaiono di un'idiozia sorprendente e l'unica forma di contraddittorio che costui sembra conoscere è la piazzata. Di conseguenza i collegi sono diventati molto più pittoreschi e per ognuno di loro vale il commento di Lindoro nell'Italiana in Algeri "Se mai torno ai miei paese, anche questa è da contar".
Vengo dunque a contare il Collegio dei Docenti di Aprile, ovvero quello dell'adozione dei libri.
E' una cerimonia che ho visto svolgere in vari modi: dal "Problemi con l'adozione dei libri? No? Li approviamo? Bene, approvati" del preside precedente, all'elenco dei singoli libri di ogni singola sezione con lettura delle relazioni per le nuove adozioni, con tante possibili vie di mezzo. 
Il Nuovo Preside ha adottato una formula particolarmente estesa.
Inizia con un cappelletto introduttivo sui criteri per le gite d'istruzione (utilissimo ad Aprile, quando ogni singola sortita è stata da tempo organizzata e molte già sono state portate a compimento): non devono essere troppo costose sennò per le famiglie è un problema, non se ne devono fare troppe perché se no i ragazzi non stanno mai in classe e poi non tutti possono fare tutto, per esempio chi fa gli scambi con l'estero. Nessuno ha aperto bocca, in base al principio che i pazzi non vanno mai contraddetti, ma sarebbe stato interessante farsi spiegare le modalità con cui NON portare qualche alunno a vedere gli Uffizi dal momento che si è già fatto lo scambio con la Spagna e soprattutto come arginare la reazione dei genitori - perché anche il più savio e accomodante di costoro, qualora il caso di presentasse, avrebbe probabilmente una reazione sopra le righe.
Poi è iniziata la cerimonia dell'adozione dei libri, plesso per plesso e classe per classe. I coordinatori delle tre prime del primo plesso si sono schierate sulla pedana ed è stata loro consegnata la lista stampata dalla segreteria.  Il primo coordinatore della prima classe (tutta la scuola ne comprende una quarantina) legge titolo e autori del primo libro, ovvero la grammatica.
Interviene il Nuovo Preside: come mai le grammatiche della prima A e della prima B hanno due codici differenti, pur essendo degli stessi autori?
Attimo di sconcerto collettivo. Sulla platea aleggia la domanda "Ecchissenefrega?".
Una delle coordinatrici spiega perplessa che si tratta di due diverse edizioni: una riunisce in un solo volume grammatica e analisi logica e del periodo, nell'altra sono separati.
Il Nuovo Preside si informa sulle motivazioni che hanno spinto a questa scelta diversificata.
"Preside, non sono nuove adozioni, sono conferme" prova a tamponare una delle coordinatrici.
Il Nuovo Preside insiste per conoscere "le motivazioni". Spiega che per un ragazzo ripetente che passa da una sezione all'altra questo comporta un aggravio di spesa, e che i libri dovrebbero essere uguali nelle varie sezioni.
Il pubblico, consapevole che siamo al primo libro della prima classe della prima sezione del primo plesso, comincia a rumoreggiare. Il Nuovo Preside spara la sua bordata preferita "Se è necessario, staremo qui fino a mezzanotte!". Il pubblico abbocca come un unico branco di carpe e ammutolisce spaventato. In realtà il Nuovo Preside è abituato a sparare tutte le sue cartucce all'inizio (per esempio allo scrutinio della prima classe) per poi tirare via tutto il resto, ma sembra che dopo sette mesi l'abbia capito solo io; a quanto pare, sono un genio e non lo sapevo.
Dal palco, una coordinatrice prova a spiegare che in un caso c'è il vantaggio di avere sempre la grammatica a portata di mano anche quando si fa analisi logica o del periodo, mentre nel secondo caso i ragazzi portano a scuola un solo libro per volta e quindi hanno lo zaino più leggero (più esattamente, considerando gli zaini attuali, un po' meno pesante).
Il Nuovo Preside non ha capito.
Il concetto viene rispiegato.
Il Nuovo Preside lo ripete ma così facendo dimostra di non averlo ancora capito.
Il VicePreside prova a rispiegarglielo con termini più semplici, soffermandosi su ogni passaggio.
Il Nuovo Preside ripete il tutto, e stavolta sembra che abbia capito.
Il pubblico sospira di sollievo. 
Illusi!
Il Nuovo Preside continua a starnazzare. A quanto pare è convinto che tra questi due criteri ne vada scelto uno onde arrivare ad un'adozione unificata.
A questo punto sono distratta dai commenti intorno a me (ai quali contribuisco con la frase di Lindoro che posso cantare tranquillamente perché si perde nell'alto brusio) e quando torno a seguire la scena sembra che gli sforzi congiunti dei tre coordinatori e del VicePreside abbiano sortito l'effetto di far accettare al Nuovo Preside il doppio standard dell'adozione.
Si passa ad Antologia; dove, si sarebbe portati a credere, non c'è materia per contendere dal momento che le tre prime del plesso hanno scelto la stessa edizione dello stesso libro.
E invece no: si alza un insegnante e domanda come mai è stata scelta quell'antologia e non un'altra delle stesse autrici che costa qualche euro in meno e che è migliore perché...
Il perché non riesco a sentirlo perché il "brusio" ha ormai raggiunto lo stadio del "casino". Sento però un gruppetto di colleghe inviperite che commentano che non si capisce con che coraggio Colui vada a rompere le scatole a chi lavora, proprio lui che non fa nulla di nulla - dal che intuisco che Colui non è molto popolare nel suo plesso (e ci credo, se fa spesso di queste sortite).
Dopo un'intensa discussione nelle prime file tra Colui, il Nuovo Preside, le tre sventurate coordinatrici e il VicePreside che cerca di mediare, alla fine passa anche l'Antologia.
Tocca a Narrativa. Due delle insegnanti non l'hanno scelta e il Nuovo Preside domanda perché. Un'incauta risponde che dall'anno prossimo le ore di Lettere passano a nove e non c 'è tempo per fare narrativa.
Il Nuovo Preside si lancia in una filippica dove sostiene che sono diminuite le ore ma non i programmi, e che lui accetta solo motivazioni didattiche. Ci spiega che in un collegio si deve parlare solo di motivazioni didattiche. Spiega anche altre cose ma non riesco a sentirlo. Ignoro come vada a finire perché sono troppo assorta dal mirabile prodigio che ho appena visto, ovvero avere visto mettere in discussione financo la scelta di un libro che non era stato scelto.
Dopo quest'ultima alzata, il resto della lista passa senza problemi, comprese le nuove adozioni.

Altro cappelletto del Nuovo Preside sul fatto che le nostre sono solo proposte, che non sappiamo se insegneremo nelle classi per cui abbiamo scelto i libri e che i nuovi insegnanti quando arriveranno potrebbero cambiare tutto. A questo proposito dobbiamo avvisare a Settembre i genitori che non comprino i libri, perché i nuovi insegnanti potrebbero cambiarli. 
Non mi è molto chiaro come faccio ad avvisare di alcunché dei genitori di una classe che non è ancora la mia e anzi al momento nemmeno esiste (detto e tutt'altro che concesso che l'anno prossimo sia ancora lì). Forse con un comunicato radio? O con dei manifesti agli angoli delle strade? Comunque mi guardo bene dal fare domande e rifletto sui gravi danni che l'alcoolismo può arrecare.

Arrivano le seconde che - sorpresa! - hanno sforato il tetto della spesa.
E' noto che le classi seconde sono destinate fatalmente a sforare il tetto della spesa, che è ridicolmente basso, senza poterci fare niente perché hanno solo libri da confermare; o meglio, è noto a chiunque lavori nella scuola tranne al nostro Nuovo Preside - che comincia a tuonare, ululare e berciare come raramente si vede fare financo nel derby Milan-Juventus. Lui non approva la lista, nossignori, lui NON-LA-AP-PRO-VA. Perché dal Provveditorato gli hanno mandato a dire che.
Dopo lunghe trattative, in cui gli viene spiegato che la lista non è fuori dal tetto perché gli insegnanti si sono divertiti a scegliere solo libri stampati in oro su pergamena color porpora, riprende la lista e la osserva.
"Per esempio: Religione. E' così indispensabile il libro di Religione?".
Mi aspetto una risposta di quelle che levano il pelo (di solito gli insegnanti di religione sono piuttosto capaci di difendersi);  e invece Religione sgrana gli occhioni come un coniglio ipnotizzato dal serpente e dice che sì, lei il libro lo vorrebbe, le serve, ma non sa... "Che devo fare?" chiede ai colleghi torcendosi le mani "Consigliatemi voi".
Un temporaneo attacco di voltastomaco mi impedisce di seguire quel che viene dopo. Per quanto mi riguarda non ho mai trovato proprio niente di indispensabile in Religione, tanto che da studente mi sono fatta esonerare; tuttavia immagino che se qualcuno adotta un libro, in teoria non lo fa col solo ed esclusivo scopo di far spendere un po' di soldi in più alle famiglie.
Mi informano comunque che il libro di religione è stato cassato.
Però non basta ancora.
Il Nuovo Preside continua a dire che lui la lista non la approva.
Nessuno gli risponde "Cazzi tuoi!".
Lunghi consulti. Viene messo il libro di scienze tra i "Consigliati", ottenendo in questo modo il massimo dell'ipocrisia - il tetto non viene rispettato perché il libro di scienze andrà pure acquistato, ma le pregiate terga del Nuovo Preside sono salve.
Bollo e fischio peggio di una pentola a pressione. Sono a un passo dal ruggito. Esprimo apertamente il mio parere sulla vicenda. Siccome sono in quattordicesima fila la cosa viene agevolmente coperta dal rumore di fondo. In seguito mi raccontano che la manfrina era stata tentata anche con Musica, ma che Musica non ha battuto ciglio e si è tenuta il suo libro, vivaddio.
In un frastuono crescente, dove tutti si raccontano ad alta voce i fatti propri, le terze del primo plesso passano lisce e senza obiezioni. Il Nuovo Preside continua ad invocare il silenzio ma nessuno se lo fila. Del resto, è noto che se la classe ha deciso che gli stai sull'anima non ti sta a sentire, punto e basta.

Secondo plesso. Noi future (tagli ministeriali permettendo) coordinatrici delle future prime ci sistemiamo sulla pedana. 
Sono assolutamente decisa a fare a brandelli il Nuovo Preside alla prima pur tenue obiezione. 
Il VicePreside lo sa benissimo e cerca a gesti di invitarmi alla calma. 
A gesti gli rispondo che neanche a pensarci. 
Grande invenzione, la mimica.
Ad ogni modo le batterie del Nuovo Preside sono ormai completamente scariche e non mi viene offerto il minimo appiglio. Scivolano via come acqua di fonte le mie tre nuove adozioni, le brevi relazioni di adozione scritte di mio pugno e financo la mia gelida affermazione "non ho adottato alcun libro di narrativa".
Siamo ormai in fase calante: i rimanenti plessi passano senza colpo ferire e forse è stata anche inutile la fatica dei coordinatori delle seconde che hanno piazzato vari libri tra i "consigliati" per non sforare il tetto.
Dopo sole quattro ore il Collegio è terminato.
Torniamo a casa un tantinello irritati e con un discreto mal di testa.

domenica 26 aprile 2009

Il solo e unico bicchiere che abbiamo



Non sono della scuola di pensiero che il libro è per forza buono, bravo e bello - dopotutto sono libri anche quelli che gli editori scolastici cercano costantemente di rifilarci, per tacere dei manuali di didattica scritti dai docenti della SSIS; ma insomma, fatto questo necessario distinguo, sono di quelle che leggono volentieri e un po' di tutto.
Questo Natale, durante il consueto sopralluogo il libreria, sono rimasta colpita -anche perché me lo han sbattuto davanti in numerose e alte pile, corredate da grandi cartelli segnalatori: "NOVITA! APPENA USCITO!", insomma anche un cieco l'avrebbe notato- da un grosso tomo Laterza con quadro risorgimentale in copertina (un tale con l'aria indomita, la spada in mano e gran sfoggio di tricolore sullo sfondo) intitolato "La forza del destino - Storia d'Italia dal 1796 ad oggi".
Per tutta una serie di circostanze esterne (=non ci ho mai avuto voglia di approfondire) per me il Risorgimento è rimasto quello studiato ai tempi delle medie. Ogni tanto mi dicevo che sarebbe stato il caso di darmi un'aggiornatina in merito, ma non avevo mai trovato nulla di invitante. Quel tomo invece mi invitava abbastanza e per giunta era scritto da un'inglese, tal Christopher Duggan. In conclusione, è diventato il mio regalo di Natale insieme alle favole del Bardo Beda.
Si è rivelato una lettura molto interessante, storicamente aggiornata e ricca di dettagli a volte curiosi, a volte agghiaccianti ma molto utili da rivendere per un'insegnante delle medie. I due secoli della nostra sacra storia patria vengono esaminati con l'occhio a volte partecipe ma serenamente distaccato di chi in cuor suo è ben lieto che il complicato compito di essere italiani spetti ad altri e non a lui. Tale occhio straniero lo porta a volte a sottovalutare l'importanza di certi elementi (ad esempio la chiesa cattolica) ma anche a vedere aspetti che allo storico indigeno tendono a sfuggire. Lo stile è scorrevole ma denso, le fonti abbondanti e ben utilizzate, il taglio prospettico molto valido.
Oltre che una storia d'Italia, è soprattutto una storia dell'idea di Italia a partire dalla sua nascita (le invasioni napoleoniche); la maggior parte delle recensioni spiegano anzi che il libro ci racconta come mai l'idea di Italia non è mai stata molto popolare e non ha attecchito più di tanto. Ammetto che a me questo aspetto è sfuggito, forse perché a me l'Italia non è mai sembrata un collage malamente assemblato bensì uno stato assai unitario dotato di caratteristiche e perversioni sue proprie ma abbastanza uniformemente distribuite nella penisola. Sarà che la vedo dalla Toscana?
Per il mio personale aggiornamento e acculturamento sono stati venticinque euro spesi molto bene; tuttavia per me questo libro ha avuto un'altra funzione molto più importante: ha cambiato la prospettiva con cui guardo al presente e mi ha curato una depressione strisciante che mi trascinavo ormai da un anno ma che covava almeno da altri sette: da tempo ormai mi sentivo estranea al mio paese, ai miei concittadini e a tutto ciò che in teoria avrebbe dovuto rappresentarmi. I consueti rimedi contro la depressione - gli affetti, i piaceri di una vita senza grosse complicazioni, un lavoro che nonostante gli eroici sforzi del Ministero vivo con piacere e interesse, l'amore per la musica, i confort di una casa accogliente - non bastavano a cancellare il senso di disgusto che rimaneva in sottofondo e  a volte neanche tanto in sottofondo. Mi guardavo intorno e mi domandavo cosa stavo a farci in un paese che sembra ben deciso a crogiolarsi nello squallore e in una retorica mortalmente noiosa.
Lo squallore e la retorica fioriscono tuttora rigogliosamente intorno a me e il paese non è cambiato, ma grazie a questo libro sono cambiata io, quel tanto che basta ad accettare la situazione. Non sono diventata più ottimista, ma ho visto e toccato con mano come la spirale che ci ha portato alla presente situazione è la stessa in cui l'Italia è avvolta da più di due secoli. Non siamo peggiorati: siamo così dalla notte dei tempi. Per cause esterne? Sì, certo, anche per cause esterne, ma soprattutto per la nostra intrinseca natura.
Da tempo, da ben prima di nascere, l'Italia cerca un Grandioso Riscatto alle umiliazioni passate. Lo cerca non in una serie di moderati e piccoli progressi compiuti dai singoli e dalla collettività, ma in Qualcosa dall'esterno che lavi le nostre colpe passate e permetta agli italiani di presentarsi rinnovati e puliti dinanzi al loro Grande Destino - perché è chiaro che dobbiamo avere un Grande Destino. Non un destino qualunque, da persone modeste e ragionevoli e disposte a costruirselo, ma un Destino Sublime, all'altezza del nostro Grande Passato (abbiamo sempre avuto un Grande Passato, noi italiani, accuratamente sepolto nelle brume del tempo e che difficilmente regge ad un'analisi storica condotta con un minimo di criterio; e forse questo è uno dei motivi per cui la Storia, quella vera, senza grandi certezze ma che richiede molta pazienza per studiarla, non è mai andata molto di moda qui da noi).
Per andare incontro a questo Grande Destino da sempre stiamo cercando qualche Grande Rito Purificatore dopo il quale, improvvisamente, tutto andrà spontaneamente per il verso giusto. Ci consideriamo da sempre una Grande Nazione che gira con il freno a mano tirato, e da sempre cerchiamo il freno per toglierlo. Basterà togliere il freno e tutto cambierà all'improvviso.
A questo Grande Freno sono stati dati nomi diversi in varie epoche e per toglierlo abbiamo innescato giganteschi meccanismi che ci hanno frenato vieppiù. Per molto tempo il freno è stata la divisione dell'Italia, poi, quando l'Italia è diventata un paese politicamente unito, si è cercato un Grande Riscatto Guerriero che lavasse il nostro vile passato di servitù e sottomissione allo straniero. Dopo due caldi bagni di sangue rigeneratore che ci hanno quasi annegato e una serie di sconfitte militari che non ha forse uguali nella storia d'Europa, per fortuna il mito eterno dell'eroismo in guerra è passato di moda e adesso attendiamo trepidi la Grande Stagione delle Riforme e la Messa a Riposo di una Classe Politica Corrotta )che a me, a dire il vero, sembra soprattutto molto incapace).
Strano ma vero, in pochi hanno provato ad applicare una buona amministrazione per rendere forte il Paese Che Infine Era Unito, a organizzare adeguatamente l'esercito per procurarci il Grande Trionfo Bellico o, in tempi più moderni, a studiare bene le strutture da riformare (quanto ai Vili Politici Corrotti, dal momento che ce li siamo eletti con le nostre sante manine in risposta a una serie di slogan singolarmente cretini, mi rifiuto di considerarli un male che si possa eliminare con l'aiuto di qualche Uomo della Provvidenza). Si tira avanti nell'attesa di un miracolo, dimenticando che i Paesi Meno Gloriosi Di Noi i miracoli se li sono costruiti a forza di tentativi, puntando su strumenti banali quali il buon senso e la determinazione, invece di passare il tempo a piangersi addosso.
Tutti i luoghi comuni e le lamentele perenni che infarciscono da sempre i nostri discorsi affondano le loro radici in un'atavica tendenza a piangerci addosso e a cercare un Grande Riscatto e buona parte dei nostri mali derivano dal rifiuto di affrontare le Grandi Disfunzioni con piccoli, banali e scialbi rimedi che richiedono pazienza, criterio e metodo ma soprattutto una gran fatica.
Ma non è un limite della nostra generazione, o delle ultime due, è qualcosa di intrinseco che ci portiamo dietro da molto tempo. Accettarlo per venirci a patti mi sembra l'unica ragionevole via d'uscita, dal momento che sperare di diventare Qualcosa di Grande da domani, dopo qualche Magnifico Rituale non mi sembra abbia portato a grossi risultati - e del resto, tra un lamento e l'altro, in questi due secoli e passa la vita è pur andata avanti. Sì, certo, probabilmente dovremmo cambiare; ma sarebbe il caso di accettare prima di tutto il fatto che, se siamo così, è perché così vogliamo essere, nel bene e nel male.

In alternativa al librone di Duggan è possibile (e richiede molto meno tempo) anche ripiegare sulla sintesi di Max Pezzali, che magari non è un grandissimo musicista ma ha dei testi talvolta piuttosto efficaci:

questo è il solo ed unico bicchiere che abbiamo 
se si stava meglio quando si stava peggio 
non lo so però io vivo adesso 

(da notare che la canzone mi è sempre parsa assolutamente cristallina, ma quando ho scorso i 600 e passa commenti al video ho scoperto che la maggior parte del pubblico sembra averla completamente fraintesa. Chissà, forse era davvero troppo chiara?)


domenica 5 aprile 2009

La storia siamo noi - La rotta di Roncisvalle


Sulle vicende di Carlo Magno in Spagna ci ho fatto la tesi, e dunque sono diventata un'esperta in materia . Ho così appreso che la rotta di Roncisvalle non c'è mai stata per l'ottimo motivo che ai tempi di Carlo Roncisvalle non esisteva. Ci fu un attacco alle truppe franche in una gola dei Pirenei, ma lo fecero i baschi. Eginardo ci racconta anche che morirono alcuni personaggi importanti; molti manoscritti della Vita Karoli citano fra questi Hruodlandus (non conte, ma prefetto della marca di Bretagna) ma corre voce che quest'ultimo nome possa essere stato aggiunto in epoca parecchio posteriore. Il racconto dell'epica disfatta contro i Saraceni, dove Rolando morì eroicamente risale a non prima della fine del X secolo, duecento e passa anni dopo, quando già era stata avviata la Reconquista e Carlo era stato trasformato in un paladino della Guerra Santa contro gli infedeli.
In tutti i casi nessuno, a memoria d'uomo, ha mai preteso seriamente di spacciare la Chanson de Roland per una fonte storica attendibile. E' un bel componimento epico (di cui quasi tutte le antologie si ostinano a riportare solo la morte di Rolando, che è forse l'unico punto noioso) e come tale viene letto e citato, salvo che nei manuali di storia  per le scuole medie - o meglio, vivaddio, in alcuni manuali di storia per le scuole medie.

Visto che il periodo carolingio lo conosco da diritto e da rovescio, di solito è la prima cosa che controllo in un manuale di storia, non fosse che per il piacere di indignarmi un po'. A volte trovo descrizioni sobrie e attendibili che mi spingono a sorvolare su eventuali citazioni sia di Rolando che di Roncisvalle - dopotutto forse Rolando c'era davvero e per quel che riguarda Roncisvalle non si può stare sempre a guardare il capello. Più spesso trovo cose decisamente fuorvianti, tipo la descrizione del feudalesimo e dell'investitura a cavaliere spostate indietro di tre secoli buoni, castelli con i merli, armigeri armati in stile duecentesco, belle fanciulle prese pari pari dalle miniature dei romanzi della tavola rotonda.

Ecco, quello delle illustrazioni e dei documenti mi sembra un problema abbastanza serio. Oggi si ritiene indispensabile corredare il testo di storia con immagini e documenti per permettere agli alunni un rapporto più concreto con la storia. Tutto giustissimo, solo che va fatto con criterio.
I documenti medievali non sono facili da citare. Sono scritti in una lingua particolare e fatti per una società molto diversa dalla nostra. Citare quattro righe dalla Magna Charta tradotte in italiano moderno, smozzicate, interpolate e pesantemente riadattate NON DA' l'idea di cos'era la Magna Charta e NON permette ai ragazzi di "lavorare con i documenti". Per far capire a un ragazzo di dodici anni cosa è un documento del X o del XII secolo non importa far miracoli, basta pigliare per il collo qualche medievista e chiedergli di fornire qualcosa di domestico e abbordabile. Un breve atto di vendita fotografato e ben tradotto fa capire un sacco di cose e ci puoi fare un laboratorio ottimo: per un paio di lezioni si lavora su notai, testimoni, chi vendeva e chi comprava, le varie condizioni, le postille, com'erano definiti i confini, la pergamena, il convento che comprava il terreno etc. etc. I ragazzi si divertono, fanno gli esercizi, domandano, osservano le illustrazioni e le fotografie e via dicendo. Un buon laboratorio ben organizzato è una benedizione e qualsiasi insegnante sano di mente lo usa senza ritegno.
Un esercizio stitico sulla Magna Charta dove prima ti spiegano (molto confusamente) cos'è la Magna Charta, poi ti danno i punti che devi evidenziare (molto confusi pure loro e magari in storichese stretto) poi ti citano tre righe della Magna Charta e infine ti fanno tre domande vero/falso è una perdita di tempo e basta. I ragazzi rispondono a casaccio, non avendo idea di che cosa si stia dicendo, si fanno un sacco di idee strane se provano a fare seriamente l'esercizio e l'insegnante, che non sempre ha passato due anni a studiare diplomatica, codicologia e diritto normanno, ne sa poco più di loro e non è nemmeno in grado di rispondere a buona parte delle domande.
Stesso discorso quando ti citano quattro righe della Vita Karoli completamente decontestualizzate. Se poi accompagnano il tutto con immagini ottocentesche di Carlo Magno e i suoi paladini, dove l'imperatore ha la barba fiorita e veste come un sovrano del Trecento, dire che si sta facendo storia mi sembra un po' troppo.
Si può fare anche di peggio, volendo: ho visto citare pure Wagner e Tacito per i popoli germanici (con l'aggiunta della Canzone dei Nibelunghi) e  la Chanson de Roland per Carlo Magno. Al momento manca ancora il Nome della rRosa per i copisti irlandesi dell'VIII secolo ma non è detto che prima o poi non ci si arrivi. Dei castelli con i merli nell'alto medioevo ho già detto ma abbiamo anche raffigurazioni dell'Ottocento per i crociati, conventi benedettini del VII secolo illustrati con splendide planimetrie di monasteri cistercensi del XII secolo con tanto di abbazia gotica nonché graziose immagini ottocentesche dei longobardi dove Rosmunda è obbligata a bere dal teschio di suo padre. Inoltre quando arriviano all'Islam raramente manca qualche bella moschea del XIII secolo in tutto il suo splendore - e mi rendo conto anch'io che le moschee del VII secolo non si trovano a tutti gli usci, ma siccome per gli arabi l'alto medioevo non era affatto una dark age penso che qualche immagine un po' più pertinente si possa trovare con facilità chiedendo a qualche esperto del settore. 
Ora, a me il medioevo ricostruito dai romantici piace moltissimo (a tratti sospetto che mi piaccia perfino più di quello vero), la Chanson l'ho letta una mezza dozzina di volte e Wagner è il mio musicista preferito senza se e senza ma, però ritengo che, se proprio vuoi insegnare la storia medievale a una giovane mente implume e totalmente digiuna, la strada più valida da percorrere NON sia questa: le immagini devono essere coeve al periodo storico di cui si parla e illustrate in modo attendibile,  le planimetrie degli edifici devono riguardare edifici del periodo citato  e non qualche capolavoro dell'architettura posteriore e le fonti storiche devono essere fonti storiche e non poetiche, venire citate in modo esatto e non lasciate intravedere per speculum in aenigmate; il tutto infine deve essere rapportato alle competenze di un comune mortale di dodici anni che di studi nedievistici non sa nulla e che ha diritto di venire informato a riguardo in modo a lui comprensibile, visto che ha pagato a salatissimo prezzo un manuale di storia.
Per intendersi: divulgare è un conto, raccontare balle è un altro.

La rotta di Roncispalle



Così la chiamava la mia compagna di banco delle medie - o meglio  quella che cercavo sempre di avere come compagna di banco, ma i professori esasperati ci dividevano sempre dopo pochissimi giorni, chissà perché.  E tutte le volte che i miei cari alunni risvegliano in me immagini di grigliate all'aperto, gatti a nove code, ghigliottine e patiboli vari cerco di ricordarmi com'ero io alle medie e di come nessuno dei miei insegnanti (sia onore alla loro pazienza) mi strozzò, e vedo di portare pazienza in memoria di loro.
E ricordo
- quando chiacchieravo (sempre, sempre, sempre)
- quando mi mettevo a discutere con i professori (abbastanza spesso)
- quando scoppiavo a ridere in piena spiegazione (spesso)
- quando mi drappeggiavo alla beduina con una sciarpa verde durante l'ora di narrativa scatenando irrefrenabili attacchi di ilarità nella classe
- quando sbadigliavo furiosamente perché mi addormentavo sempre tardi (no, non c'era Internet, e nemmeno SMS. Io leggevo)
- quando leggevo i miei amati romanzi durante le ore di lezione (e non sempre era letteratura di altissima qualità...)
- quando non facevo i compiti (spesso, in verità spesso)
- quando non studiavo (soprattutto storia, geografia e scienze)
- quando dimenticavo a casa libri, quaderni, righelli, compassi e quant'altro può essere dimenticato compresa la testa
- quando scambiavo bigliettini (sempre, sempre, sempre)
- quando facevo doppisensi di quelli che solo un adolescente riesce a inventare (spessissimo)
- quando mangiavo di nascosto, così di nascosto che solo un cieco avrebbe potuto non vedermi
- quando mi mettevo a cantare (no, non troppo spesso. Però l'ho fatto)
- quando giocavo a battaglia navale
- quando facevo i cruciverba o i test per scoprire se lui mi amava
- quando pensavo a lui (un'infinità di lui. Spessissimo, si capisce)
- quando prendevo in giro i professori (ed ero pure convinta di farlo a bassa voce)
- quando commentavo (ragazzi, da non crederci quanto commentavo. Ed ero pure convinta di essere spiritosa. Il peggio è che qualche volta lo ero davvero).
E non ero nemmeno l'elemento più pesante della classe. Però pesavo parecchio, devo dire. E avevo pure un certo effetto trascinante sugli altri (che, in verità, non chiedevano di meglio che essere trascinati).

Non ricordo di avere mai avuto un rapporto né una nota sul diario. Anzi, non ricordo che nessuno di noi abbia mai avuto note né rapporti, eppure non eravamo certo meglio di molte classi che mi sono passate tra le mani. Credo che non usasse. So con certezza di avere messo note (e di avere visto mettere note) per motivi per i quali a me non le hanno messe.
Niente note, solo qualche lamentela sul mio comportamento ai colloqui con i professori - e sospetto che non sempre i miei si siano mostrati particolarmente sottomessi a riguardo. Di sicuro, quando tornavano a casa, le parole di fuoco non erano riservate solo a me. Quando le lamentele riguardavano lo studio venivo aspramente rimproverata... beh, diciamo rimproverata. Non in modo molto aspro. 
Eravamo una scuola di città, in un quartiere-bene, con molte pretese. Certe materie, notoriamente "non importava studiarle".
Non ricordo veri atti di bullismo ma ricordo un bel po' di cose che ci somigliavano davvero parecchio - compreso un gruppo di maschetti che mi apostrofava con titoli invero tutt'altro che educati. Ricordo anche le mie risposte, e la pessima reputazione di cui godevo presso di loro perché "io rispondevo". Ricordo anche che non mi sarebbe affatto dispiaciuto sprangarli a dovere.

In gita non ascoltavamo la musica con l'I-pod. Cantavamo. Ventotto adolescenti stonati convinti di poter cantare Baglioni e Cochi e Renato (e anche il mazzolin di fiori e l'elefante che si dondolava lungo il filo di una ragnatela). Chi non c'era non conosce il vero significato del verbo stonare, né sa cosa possa essere un mal di testa.
Ricordo Artistica, che ci contava mentre salivamo in pullmann. Arrivata a me si ferma e si volta verso Matematica "Certo, noi ci preoccupiamo sempre che siano di meno. Ma metti che scopriamo che sono aumentati".
Matematica si mostra terrorizzata all'idea.
"Ti immagini? Due Murasaki, tre Casini, due Cecchi..."
Matematica si associa all'orrore davanti a sì terrifica prospettiva.
Salii sul pullman immersa in profonda riflessione.

mercoledì 1 aprile 2009

Oculis in manibus



Nella scelta di un libro di geografia è difficile orientarsi. 
Naturalmente è colpa della Moratti (è sempre colpa della Moratti, si capisce); non soltanto sua, a volere essere proprio sinceri.
La nostra Perfetta Letizia qualche anno fa avviò una specie di riforma che, tra l'altro, comprendeva anche una revisione del programma di geografia delle medie, dove venne stabilito che in prima si sarebbe fatta l'Europa fisica, in seconda l'Europa politica e in terza il resto del pianeta. Naturalmente per l'Italia andava mantenuto un occhio di riguardo, ma non era più necessario fare le venti regioni una per una.
Davanti a questo mutamento si sono subito formate due fazioni nettamente contrapposte: da una parte c'ero io che plaudivo senza riserve perché lo studio delle venti regioni d'Italia mi aveva sempre fatto venire il latte alle ginocchia sin da quando le avevo fatte per la prima volta, in qualità di allieva; dall'altra tutto il resto degli insegnanti di Lettere che, altrettanto senza riserve, si trovava una volta tanto in totale accordo nel deprecare tale devastazione nel giovanile sapere.
Gli astuti editori di libri di geografia si uniformarono prontamente ai nuovi dettami ministeriali, com'era del resto loro preciso dovere, ma colsero l'occasione per inaugurare una serie di supplementi e libretti aggiuntivi che permettessero agli insegnanti di mantenere il vero pilastro dell'istruzione giovanile, ovvero lo studio delle regioni. Per l'occasione ogni libro di geografia venne sottoposto a totale e completa ristrutturazione (e ad un congruo aumento di prezzo) e ricostruito in base ai più aggiornati dettami didattici. Ne è venuta fuori una singolare collezione di orrori sempre più complessi, confusi e interattivi che hanno mandato a casa buona parte dei vecchi favoriti di tutti noi. Il processo deve essere sfuggito di mano anche agli editori, immagino, perché in fondo nulla gli impediva di fare dei libri cari assaettati ma validi.

Comunque sia, io e le mie due colleghe di terza ci siamo imbarcate nell'ardua impresa di scegliere per le future prime testi decorosi su cui le nuove leve di St. Mary Mead avessero la ragionevole possibilità di farsi una decente formazione di base sul nostro disastrato pianeta.
Il compito si presentava difficile perché, come tutte le insegnanti di Lettere, di geografia ne sappiamo il giusto, ma ci siamo comunque immerse nell'immane quantità di volumi in pesantissima carta patinata che i rappresentanti ci hanno rifilato.

"Ho trovato un criterio!" annuncia trionfante una delle due "Scartiamo quelli dove le cartine geografiche sono troppo piccole".
Ci avviciniamo. Effettivamente il testo che stava spulciando presentava carte geografiche degne di un miniaturista. Che in una cultura che ci descrivono sempre come dominata dall'immagine a qualcuno venga in mente di far studiare France e Brasili delle dimensioni di una carta da gioco sembra francamente un po' troppo idiota perfino per un libro scolastico.
"Ah già, questo libro aveva l'atlante allegato"
"Comodo, un occhio sul testo e uno sull'atlante, giusto per semplificare la vita alla gente"
Frugo alla ricerca dell'atlante, che non si presenta granché. In effetti ha delle cartine piuttosto piccole.
Conveniamo che proprio non è cosa e scartiamo il tutto.
Si tratta di Geoscuola, edito da Giunti insieme al Touring.
Ritorniamo alle nostre postazioni meditando sulle stravaganze di questo mondo. Poco dopo, sfogliando Punti cardinali della Loescher trovo di meglio.
"Qui le cartine non ci sono proprio"  annuncio.
Le colleghe si avvicinano. Sfogliamo e risfogliamo il libro ma no, le cartine non ci sono, tranne quelle dei continenti - ad esempio una pagina per le due Americhe, un'altra pagina per l'Asia. In compenso ci sono delle cartine mute negli esercizi, delle dimensioni di tavolette in avorio da miniature. Con (immagino) una lente di ingrandimento e un pennellino microscopico, i ragazzi ci dovrebbero inserire, stando al pazzo autore degli esercizi, non meno di venti diversi nomi, con un tasso di approssimazione di poche centinaia di chilometri ad andare bene.
Anche questo ha un atlantino a parte, ma anche in quel caso l'atlantino non ha nulla di entusiasmante.
Passo a Geoviaggi, della Mursia Scuola.
"Oh, adesso sì che si ragiona!"
Le carte sono belle e grandi, sia sul libro che sull'atlantino, ben colorate, chiare, facilmente consultabili. Ammiro l'insieme, ammiro gli approfondimenti su latitudine, longitudine, cartografia, le cartine mute...
Arrivo all'Africa. E mi accorgo che c'è qualche problema con la colorazione: l'Africa settentrionale sembra l'Irlanda in una delle sue primavere più rigogliose.
Certo, di solito la pianura viene indicata col verde, ma in caso di deserto i cartografi optano usualmente per un giallino pallido un po' deprimente.
Lì non c'è traccia di giallo. Sahara e Sahel verdeggiano lussureggianti. 
A malincuore scartiamo pure quello. Ci sembra fuorviante, anche se trasmette un'immagine molto verde del nostro pianeta.

domenica 22 marzo 2009

La storia siamo noi - Santa Scolastica e le brioche di Maria Antonietta



Come osserverebbe Eliot se mai si fosse occupato della questione, adottare un libro di storia è un serio affare / non è passatempo per bagnanti discinti
Non so se qualche decennio fa era così complicato. Quando andavo alle medie avevo un bel libro, si chiamava "Il libro Garzanti della Storia", carta non patinata ma rilegatura in tela. A sinistra c'era il testo, a destra immagini, documenti e divagazioni varie. Il testo era piuttosto chiaro, senza troppe complicazioni e la pagina do approfondimento doveva essere fatta piuttosto bene perché mi ricordo che mi divertivo a leggerla e pure a commentarla. Non c'erano esercizi ma c'era una bella cronologia alla fine di ogni capitolo (un'abitudine, purtroppo, che è andata persa in favore di linee del tempo rutilanti, colorate e spesso piuttosto faticose da seguire). Ci lavoravo volentieri e non ricordo di avere mai avuto fraintendimenti: si capiva sempre cosa stava succedendo. Il linguaggio era preciso ma senza grande sfoggio di storichese: nessuno pretendeva che a dodici anni venissi a capo de "la dialettica dei ceti" o mi interessassi alle "istanze corporative che andavano mediate"; quando qualcuno faceva delle riforme, di solito si aveva la gentilezza di informare il lettore di che tipo di riforme si trattasse e lo stesso valeva per le leggi: nessuno mai mi ha sbattuto davanti il Navigation Act senza spiegarmi se era roba che si mangiava o che altro.
"Chiarezza" è una parola che spesso sembra ignota agli autori di manuali di storia per le medie.
I curatori di antologie in compenso sembrano conoscerla fin troppo: qualsiasi brano è riadattato, sminuzzato, premasticato e decorato di note spesso demenziali, togliendo qualsiasi ostacolo alla lettura per le nuove generazioni: si sa che oggi i ragazzi hanno un vocabolario ridotto (ma non sarà certo grazie alle antologie che lo amplieranno, temo).
Gli stessi ragazzi però, arrivati ad aprire il libro di storia, si trovano spesso davanti un testo ostico ai limiti dell'incomprensibile, scritto in una prosa farraginosa e contorta, con ampio sfoggio di vocaboli in storichese stretto. Ci sono l'inumazione (io sono andata avanti fino a tutto il liceo con la sepoltura, devo dire) e l'incinerazione, i privilegi doganali, la sudditanza, gli opifici tessili, la rifeudalizzazione delle campagne, la spinta propulsiva dell'economia e gli inasprimenti fiscali. I re sono talvolta "convinti assertori dell'assolutismo", i banchieri "traggono ingenti guadagni", la posizione della donna è "subordinata rispetto a quella dell'uomo, dal quale dipende senza alcun margine di autonomia", le crisi sono dovute "all'insufficiente sviluppo dell'agricoltura", i mercati "sono ristretti ad ambiti sempre più limitati" e via strologando. 
Davanti a un testo scritto in swahili stretto, l'alunno undicenne può scegliere di tradurre ogni paragrafo, riga per riga, con l'aiuto di un buon vocabolario, impararsi più o meno a memoria il testo, tutto o in parte, o stabilire che la storia gli fa schifo; tale scelta è subordinata alla competenza lessicale dell'alunno e della sua famiglia, alle sue capacità mnemoniche e al suo livello di disponibilità, ostinazione e ambizione. Tradotto in italiano corrente: secondo me molti non studiano storia perché non ci capiscono una sega.
Qualche libro invece è chiaro e discorsivo, TANTO chiaro e discorsivo: ti spiega cosa devi sapere e ti istruisce anche su cosa devi pensare in merito e come devi rapportarlo al mondo contemporaneo. Viene usato un linguaggio semplice e piano (un tantino sciatto, volendo): le istituzioni della Francia prima della rivoluzione, ad esempio, sono arretrate e occorre cambiarle, come l'alunno che ha delle felpe vecchie e logore deve comprarne di nuove (no, non me lo sono inventato). Questa categoria più discorsiva ha un grande amore per un certo tipo di aneddotica: si va da Lucrezia Borgia che finì impiccata (in quanto nota avvelenatrice) ai longobardi che prendono il nome dalle lunghe alabarde a Maria Antonietta che suggeriva di mangiare brioche al posto del pane passando per santa Scolastica, sorella di Benedetto e capostipitessa del monachesimo al femminile. Proprio santa Scolastica sta conoscendo un'ondata di popolarità nei manuali di storia medievale (immagino in onore delle pari opportunità) nei quali un tempo non era nemmeno citata. 
Chi era santa Scolastica? La sorella gemella di Benedetto, il fondatore di Montecassino. La troviamo citata solo in un passo dei Dialoghi attribuiti (non con tanta sicurezza come un tempo, per la verità) a Gregorio Magno e che nessuno ha mai preteso di spacciare per fonte storica. Nella Vita di Benedetto invece non ce n'è traccia e la Chiesa è da tempo mooolto prudente sul fatto che sia mai esistita.
Per la cronaca: svarioni di questo tipo, santa Scolastica e brioche incluse, si trovano anche nei manuali complicati ai limiti dell'illeggibile.

Ecco, io delle lunghe alabarde dei longobardi e di santa Scolastica non sento alcuna necessità in un manuale di storia. Non ho niente contro il colore locale, ma lo vorrei un po' piu' attendibile e sono assolutamente contraria a rifilare falsi storici e etimologie à la Isidor de Seville ai miei amati alunni, presenti e futuri.

La stagione dei rappresentanti



Tra i tanti e raffinati modi con cui la banda di scalzacani al Ministero ha deciso di complicarci la vita quest'anno c'è anche la brillante trovata di farci adottare un mese prima i libri di testo. Questo, tra l'altro, ha voluto dire far iniziare con più di un mese di anticipo la stagione dei rappresentanti, che han cominciato ad approdare a stormi su di noi già ai primi di Febbraio, sorridenti, gentilissimi e con il loro tradizionale repertorio di imbonitori.
Mi infastidiscono. Faccio parte di quella fetta di umanità che scansa i commessi nei negozi e si allontana dai banchi del mercato se le rivolgono la parola troppo presto. Il mio negozio ideale da sempre è la libreria di libri usati, dove puoi scartabellare per ore senza che il libraio, intento a leggere o a fare parole crociate, ti rivolga la parola.
Quest'anno ho una terza, e loro lo sanno benissimo. Piombano come falchi sulla preda, ti circuiscono, ti corteggiano, ti assediano... e soprattutto non ti stanno mai a sentire. Hanno il loro repertorio e ti tocca ascoltarlo tutto, dalla prima parola all'ultima parola. Non conoscono la scuola, non conoscono la didattica, ma conoscono la psicologia da marketing. E ti lasciano un sacco di omaggi.
Ecco, quello che mi ha sempre sbalordito negli omaggi degli editori è la loro sostanziale inutilità. Certo, in fondo è inutile anche il campioncino di J'adore che ti danno in profumeria, ma se porti un profumo per una serata, dopo hai le idee più chiare di quando te lo sei spruzzato dal tester nel negozio, magari con altri due o tre. Un libro di geografia però non lo puoi adottare per una settimana, e invece è proprio quel che servirebbe, perché scorrerlo a casa non è la stessa cosa che lavorarci con la classe, proprio no.
Ma veniamo agli omaggi.
Prima di tutto ci sono "i libri dell'insegnante", ovvero copie speciali dei libri da adottare il cui grande pregio in generale è contenere "le soluzioni degli esercizi" (e qui sorge spontanea la grande domanda se sia davvero didatticamente accorto rifilare a un alunno un esercizio di cui devi consultare da qualche parte la soluzione perché da solo non ci arrivi) e le istruzioni didattiche per usare il libro in classe: gli fai osservare questo, gli sottolinei quello... In tutta sincerità, l'impressione generale è che si tratti di suggerimenti piuttosto scontati.
Spesso c'è anche un bel quadernone ad anelli con copertina plastificata e scintillante che contiene "schede aggiuntive" e viene presentato come un gadget di gran lusso riservato ai pochi eletti che effettivamente adotteranno il libro cui fa riferimento (quelli a volte sono fatti molto bene e possono servire, specie gli eserciziari di grammatica, di cui, per quanti siano, non c'è mai sovrabbondanza). Per italiano abbondano i volumetti di alfabetizzazione per stranieri (non so di quanta utilità, visto che non ci ho mai lavorato, ma di solito non danno un impressione entusiasmante), cartelline con prove di ingresso e verifiche sommative e formative (a volte fatte bene a volte no, dipende). Qualche agenda, che a scuola non scomoda mai. CD ROM in quantità, anche se provi a spiegargli che la situazion informatica della scuola è tale che un CD ROM ti serve quanto un idromassaggio in cucina.
Ci sono anche omaggi più seri (per Lettere si arriva ad atlanti, dizionari e carte geografiche).
L'omaggio più consueto sono i libri stessi: l'insegnante deve solo chiedere e verrà prontamente caricato di pesantissimi e costosissimi libri. Spesso viene caricato anche se non chiede, o prova a rifiutare. Per settimane arrivano pacchi non richiesti, e la sala professori sprofonda sotto il peso di immani pile di libri. Di solito provo ad assicurare che mi va benissimo consultare la copia che lasciano a qualche collega, ma tutti sembrano convinti che arda dal desiderio di avere la MIA copia personale, da portare a casa.
Non è così. Libri scolastici in casa non ne tengo e non ne ho mai tenuti dal tempo in cui a scuola stavo dall'altra parte della barricata, in qualità di studente, con l'eccezione di un paio di grammatiche (scrivo "un paio" e intendo veramente "un paio", cioè due). Trovo che occupino troppo spazio. Caso mai mi servisse guardare un testo che non è quello che ho in adozione, c'è la biblioteca della scuola che rigurgita di libri di testo lasciati dagli editori.
La maggior parte degli insegnanti di lettere, lo so, tiene a casa interi scaffali di libri, che ogni volta che li guardo danno l'aria di essere assolutamente intonsi. Tutti mi giurano che li adoperano moltissimo e immagino che sia vero.
Sta di fatto che, almeno a St. Mary Mead, la mia abitudine di visionare i libri a scuola, nella bella e luminosa Sala Professori, presenta qualche inconveniente perché in più di un caso i libri sono spariti prima che potessi guardarli. L'ultimo caso è stato il terzo volume del manuale di storia che ho quasi deciso di adottare. E siccome una guardatina al terzo volume costuma darla, stamani ero al telefono a piagolare che me lo mandassero al più presto, per carità, perché quello che mi avevano lasciato era scomparso.
Ovviamente tale ignobile scena l'ho dovuta fare con l'unico rappresentante che, con un po' di rispetto per l'Amazzonia, aveva tentato di lasciare una sola copia dei volumi. Che poi a fare le adozioni per le future prime siamo tre terze, non venticinque, e una copia per tre insegnanti mi pare abbastanza ragionevole.
No, la Cleptomane stavolta sembra innocente - anche perché una delle sparizioni avvenne durante una delle sue non rare assenze. Sì, ho una mia personale rosa di sospetti con una Sospetta Major, con la quale mi sono ben guardata dall'addivenire ad una spiegazione concreta, in base al principio che "gli insegnanti di Lettere non vanno MAI contraddetti apertamente".
Com'è noto, siamo pericolosi...

mercoledì 18 marzo 2009

L'amico ritrovato - 2


Nel settimo capitolo Hans  racconta di come non gli passasse nemmeno per la testa l'idea di parlare di problemi esistenziali con i genitori - e, se per questo, nemmeno di parlare dei suoi genitori con Konradin. I suoi genitori "appartenevano a un altro mondo - ne eravamo certi - e non ci avrebbero capiti o si sarebbero rifiutati di prenderci sul serio".
Ricordando di come per me e le mie amiche era esattamente lo stesso, interrompo chi legge e faccio un breve commento sul fatto che probabilmente la mia è stata l'ultima generazione che ha visto questo stacco, e oggi il rapporto con i genitori è molto più aperto...
"No!" dice il Teppista in tono che non ammette repliche.
Beh, mi dico, lui ha una storia familiare un po' particolare, e poi la sua è una famiglia più tradizionale... 
Intorno a lui i compagni annuiscono e appoggiano il suo punto di vista con brevi commenti. Nessuno di loro sembra consapevole di appartenere a una generazione che ha ormai visto cadere le tradizionali barriere dei ruoli in famiglia, dove i figli non sono più figli ma amici e i genitori non hanno più la passata autorevolezza e distanza...
Mormoro qualcosa del tipo "Scusate, credevo..." e riscuoto di nuovo una serie di lapidari negazioni.
Riprendo la lettura. Ma, come Penelope, pur tacendo prudente medito nel mio cuore la parola altrui.
Del resto, si sa che le cose non sono mai semplici come le mettono i sociologi quando scrivono un articolo di tre colonne per qualche settimanale.

mercoledì 11 marzo 2009

Perché i nostri amati allievi scrivono così male? - Ipotesi 1

La cronaca che vado a narrare risale a una supplenza breve fatta nel 2003 in una scuola "abbastanza-bene" di Firenze - cioè la scuola di un quartiere piuttosto benestante, utenza medio-alta, qualche straniero ma non allo stato brado, famiglie ben presenti, ragazzi abbastanza disciplinati e ragionevolmente disponibili allo studio.
Era in corso un'epidemia di influenza e feci diverse sostituzioni. Una mattina, in una cosiddetta ora buca, finii in una seconda. Loro facevano un po' di esercizi di matematica, io preparavo la lezione di storia per la mia classe.
Ad un certo punto alzo gli occhi e mi guardo intorno. Sulla parete davanti a me, alcuni cartelloni che guardo distrattamente. Poi vedo quello centrale che titola:
"ISLAM: UNA CULTURA DALLE MILLE FACCIE".
Ora, niente di male se un ragazzo sbaglia, in fondo sono qui per imparare. Lo si rampogna con garbo, si prende un altro cartellone e si ha cura che i titoli vengano redatti in modo ortograficamente ortodosso. Però devi accorgerti che c'è un errore.
Tra l'altro un cartellone del genere si fa per storia o per geografia, entrambe materie insegnate da un docente (glom) di italiano. Qualche blanda domandina in seguito ad un approccio dei ragazzi mi permette di appurare che l'insegnante di italiano in questione ha diversi anni più di me.
Mi immergo in profonda meditazione.

All'ora successiva sono libera davvero, così ne approfitto per fare il verbale del consiglio di classe di due giorni prima: in quella scuola (come in tutte le scuole di Firenze dove ho lavorato) il coordinatore faceva anche da segretario e per le seconde era quasi sempre l'insegnante di lettere; nella fattispecie, era l'insegnante che sostituivo.
Prendo l'apposito registro e il foglio degli appunti, poi do una scorsa ai verbali precedenti per vedere come vengono fatti di solito. 
"Vengono dunque elaborate le fascie".
Rileggo con attenzione. Sono fascie, senza dubbio. Non quelle per bendare i feriti ma quelle in cui di solito vengono suddivisi gli alunni di una classe, a seconda del rendimento.
Anche la collega che sostituivo aveva diversi anni piu'  di me, e aveva compiuto i suoi studi molto prima del Perfido Sessantotto notoriamente responsabile di ogni male nella scuola - proprio come l'altra collega, quella delle mille faccie dell'Islam. Entrambe queste signore hanno raccattato una laurea in Lettere e insegnavano da decenni.

Quel giorno in me iniziò ad insinuarsi il dubbio che, forse, anche la gloriosa scuola del passato qualche suo piccolo problemino a volte lo avesse.
Alcune culture hanno mille faccie. Altre, a quel che sembra, ne hanno una sola - che è bene coprire con un burqa di quelli molto, molto spessi.

sabato 7 marzo 2009

Un racconto per l'Otto Marzo

"Ha ancora senso festeggiare l'8 Marzo o protestare in occasione dell'8 Marzo?"
Questi sono i consueti temi di dibattito ogni anno. 
Personalmente sono della scuola di pensiero che ogni scusa è valida per festeggiare e la mimosa mi è sempre piaciuta moltissimo, sia sotto forma di fiori che di torta o di tartine. Inoltre sono sempre stata molto soddisfatta di essere nata donna, e trovo cosa buona e giusta essere festeggiata in quanto tale e festeggiare amiche, congiunte e conoscenti.

Per quanto riguarda i motivi per protestare, ho deciso di raccontare un fatterello che nelle ultime settimane ha fatto gran rumore in quel di St. Mary Mead.
Torniamo indietro nel tempo di poco più di un mese, quando il nostro Nuovo Preside aveva stabilito che i coordinatori di tutte le classi dei quattro plessi della Grande Scuola dovevano andare a firmare le schede del primo quadrimestre alla Sede Centrale*. Tutti i coordinatori sono andati tranne, nella nostra scuola, la prof, Casini, che lo chiamò per spiegargli che era all'ospedale del distretto per farsi curare: il marito l'aveva picchiata, lei aveva problemi a muovere il braccio destro e a guidare (la Sede Centrale dista una quindicina di chilometri da St. Mary Mead, dove la Casini abita) e comunque non si sentiva proprio in gran forma; la mattina dopo sarebbe andata a scuola, ma quel pomeriggio le schede non poteva firmarle.
Ne è seguita una scena estremamente sgradevole in cui il Nuovo Preside ha rifiutato di accettare il certificato dell'ospedale "in quanto infamante per la scuola" e ha tolto alla prof. Casini l'incarico di Coordinatore della sua classe.
La notizia filtra lentamente attraverso la scuola di St. Mary Mead, ma Lunedì mattina il VicePreside ci spiega che la Casini è stata convocata dal Nuovo Preside che le restituirà l'incarico di Coordinatore.
"Ah, beh, ci sarebbe mancato solo che non glielo rendesse,  chissà che gli era preso, boh, avrà avuto uno dei suoi scatti di nervi" (il Nuovo Preside ha una quantità impressionante di scatti di nervi, soprattutto quando viene contraddetto; e siccome ha idee tutte sue sulla gestione di una scuola, capita che venga contraddetto anche abbastanza spesso). 
Quando arriva a scuola, piuttosto alterata, la collega Casini ha però una storia ben diversa da raccontarci: il Nuovo Preside le ha spiegato come:
1) il certificato per percosse è infamante per la scuola, e lei non avrebbe mai dovuto raccontare che è stata picchiata dal marito. Lo ha detto anche sua moglie (la moglie del Nuovo Preside) che una donna che racconta una cosa del genere "è un'infame"
2) il fatto che lei sia sotto separazione implica necessariamente che, al momento, non è in grado di intendere e di volere. Del resto "basta guardarla in faccia" per accorgersi che è pazza. Dunque toglierle la carica di Coordinatore è misura ovvia e opportuna.
(Ovviamente nessuna infamia ricade su colui che picchia, ma questo lo diamo per scontato)

La prof. Casini non si è mai distinta per manifesta insania mentale, ma dopo una scena del genere è abbastanza alterata e vuole la testa del Nuovo Preside su un piatto d'argento (desiderio, agli occhi di molte colleghe, più che legittimo). Purtroppo, ahimé, c'è una causa di separazione in corso con tanto di affido di tre figli  e questo complica parecchio le cose. Sindacati e avvocati sconsigliano vivamente di muoversi perché, qualora risultasse che il Nuovo Preside ha avanzato riserve sull'equilibrio mentale della separanda, l'affido dei figli potrebbe essere messo in pericolo. A me sembra una sciocchezza, perché un marito che picchia così forte da lasciare tracce riscontrabili dai medici non mostra di avere grandi titoli per l'affido di tre figli uno dei quali di otto anni. e chiunque parli per tre minuti con il Nuovo Preside non pensa certo che costui sia affidabile nel parlare di sanità o insania mentale propria o altrui - ma chi ha il coraggio di rischiare sulla pelle degli altri, quando avvocati e sindacati ci assicurano che?

A scuola siamo perplessi. Non possiamo protestare con il Nuovo Preside in forma ufficiale perché l'episodio non va tirato  in ballo (anche se ormai a St. Mary Mead è probabile che lo sappiano tutti, visto che la collega Casini non ne ha certo fatto mistero), senza contare che all'episodio non abbiamo assistito. Il Vice Preside parimenti non ha assistito, ma il tutto gli è stato amichevolmente raccontato dal Nuovo Preside. Potrebbe dunque testimoniare ma...
"No, io non ho sentito dire niente. Qui lo dico e qui lo nego".
Sempre il VicePreside ci spiega poi che certamente il Nuovo Preside ha fatto male a comportarsi come si è comportato, ma la collega Casini, che pure nel suo lavoro è brava, ha un carattere fragile perché racconta sempre i fatti suoi in giro. Ora, che la Casini racconti i fatti suoi  è cosa verissima (personalmente conosco anche il tasso del suo mutuo, con tanto di variazioni contrattate con la banca negli ultimi due anni) ma proprio non capisco cosa c'entri questo con la fragilità di carattere. Anzi, ripensandoci ci vuole certamente maggior forza di carattere per raccontare apertamente che il marito ti ha picchiata che per occultare l'accaduto simulando improbabili cadute per le scale.
"Insomma, sei d'accordo col Nuovo Preside" taglio corto. Il Vice Preside spiega che no, assolutamente, anzi lui ha...
"Se non sei d'accordo perché non ti sei dimesso?" domando.
No, certo, ma, cioè, dunque...

In effetti noi colleghi non possiamo fare molto. Non c'eravamo, la stessa diretta interessata si raccomanda che non tiriamo in ballo la vicenda direttamente... decidiamo di scrivere una lettera di protesta al Nuovo Preside senza far nomi. Ma protesta su che cosa?
Così cominciamo a informarci. Le schede del primo quadrimestre non sono state firmate dalla Presidenza. Non esiste una circolare che chiedesse al coordinatore di firmarle (quindi non averle firmate non può venire inteso come motivo di biasimo). Non esisteva nemmeno una circolare sui prescrutini, che abbiamo fatto senza Ordine del Giorno. Non abbiamo ancora approvato un verbale del Collegio dei Docenti, dall'inizio dell'anno scolastico. L'ultimo verbale che ci è arrivato dichiara che abbiamo approvato le schede (e non le abbiamo approvate) e non fa cenno della discussione sui giudizi (e ci abbiamo discusso quaranta minuti). La nomina dei coordinatori è avvenuta in modo illegale. E via spulciando.
A conti fatti, l'unica cosa che il Nuovo Preside si è dimostrato capace di fare è incassare lo stipendio. Ce n'era venuto più volte il sospetto, ma non avevamo mai indagato troppo a fondo.

I giorni passano. Ogni volta che incontro il VicePreside gli racconto tutte le belle nuove scoperte che stiamo facendo e di come ci apprestiamo a scrivergli, al Nuovo Preside, una garbata letterina di contestazione inviandola per conoscenza al Direttore dell'Ufficio Scolastico Regionale. Il mio sindacalista preferito ci ha suggerito di spedirne due o tre, con vari capi di lagnanza, e di mandare la quarta direttamente al Direttore dell'Ufficio Scolastico, chiedendogli di intervenire.
Il VicePreside scalpita e si divincola. No, non è sicuro che la firma del Dirigente Scolastico sia indispensabile per le schede di valutazione (e il giorno dopo trova sul tavolo fotocopia ingrandita dell'apposita comunicazione ministeriale), non si ricorda che al Collegio avessimo discusso sui giudizi (il verbale l'aveva scritto lui), è vero, non c'erano circolari sull'ordine del giorno dei prescrutini ma in fondo il Nuovo Preside aveva detto in Collegio dei Docenti...
"Sì, ma il verbale del Collegio non è stato approvato, e d'altra parte non è approvabile perché è del tutto inaffidabile" gli spiego con dolcezza.
Riferirà a chi di dovere? Non riferirà? Non possiamo saperlo.
Qualche giorno fa, mentre prendevo il caffé e scrutavo i vari siti sulla scuola a caccia di notizie sugli ultimi provvedimenti del nostro scriteriato Ministero  (attività bastevole a mandare di traverso il caffé a chiunque, detto per inciso) trovo un simpatico articoletto su Italia Oggi (qui però è possibile leggerselo aggratisse) che racconta di un preside condannato per mobbing dal giudice del lavoro  a pagare più di 10.000 euro tra spese legali e danni; c'era voluto qualche annetto, ma infine la cosa era andata in porto.
La porto a scuola e la incollo sul tavolo in bella vista. Magari il VicePreside la vede. 
Poi la attacco alla vetrata d'ingresso,  così sono sicura che il VicePreside la vede. 
Ma non so fino a che punto fidarmi dei racconti che il VicePreside riferisce al Nuovo Preside. Non so nemmeno se li riferisca, in effetti. Una cosa però so, dopo sei mesi che ci lavoro insieme: il Nuovo Preside vive nel terrore di Oscure Rappresaglie dall'Alto e dà per scontato che ognuno di noi faccia lo stesso (salvo casi di pazzia manifesta come quello della mia collega che osa lamentarsi apertamente se le fanno un torto). Spedisco l'articolo come fax, dalla scuola. Alla Cortese Attenzione del Dirigente Scolastico etc. etc. Senza firma e senza dirlo a nessuno. Chissà?
Il fax parte un Giovedì pomeriggio. Martedì arriva l'annullamento della revoca da coordinatore per la collega Casini. Senza una riga di scusa, ma tant'è.
Qualche giorno dopo trapela la notizia che il Nuovo Preside ha chiesto il trasferimento.**

Intendiamoci: non ho nessuna prova che esista un rapporto di causa-effetto tra le nostre manovre e i deliri di quello strano essere; e non voglio nemmeno sostenere che questa sia una storia a lieto fine (anche se abbiamo definitivamente chiarito di che pasta son fatti sia il Nuovo Preside che il VicePreside, che è pur sempre una cosa utile). 
E' soltanto una storia, figlia del nostro tempo e del nostro mondo.
Volendo, avrebbe potuto essere migliore.

*abbiamo poi scoperto che lui non le ha firmate "nel caso che qualche genitore avesse protestato" ma questa è un'altra storia
**naturalmente "chiedere" non vuol dire "ottenere". Ma c'è sempre speranza...

giovedì 5 marzo 2009

Piove sui giusti e sugli ingiusti


Piove. Piove con passione e senza risparmio di risorse. St. Mary Mead soniglia ogni giorni di più a Lungacque, Lungacque somiglia ogni giorni di più ai Porti Grigi... e presto somiglieranno entrambe a Numenor o ad Atlantide DOPO l'immersione.
Tutto è molto umido e molto faticoso. Si corre a mensa sotto la pioggia battente e si torna di corsa sotto la pioggia altrettanto battente, l'intervallo si fa nei corridoi . Si entra sotto la pioggia alle 8.30 e si esce sotto la pioggia alle 16.30, e nel frattempo non c'è stato un solo raggio di sole. Per restituire la cassetta del cineforum si nuota fino al videonoleggio. Per tornare a casa si naviga cantando "Old Man River". Il mal di gola imperversa, i raffreddori anche.
Tutte cose che capitano, certo. Solo che quest'anno capitano ormai da sei mesi e anche i più pazienti lasciano trapelare una certa esasperazione.
I ragazzi sono irrequieti. Sarà perché gli stanno crescendo le branchie?

mercoledì 4 marzo 2009

Genitori, vil razza d'annata

Com'è noto, i genitori sono una razza perversa: pretendono che non diciamo male dei loro figli, che lavoriamo a scuola, che lavoriamo nel modo che sembra più giusto a loro, che non rimproveriamo né traumatizziamo in alcun modo la loro reverenda prole, che scegliamo libri leggeri per non affaticarli, che organizziamo la scuola in funzione delle loro esigenze. Il tutto senza fargli sborsare un centesimo, si capisce.
Ma tutte queste perversioni scompaiono davanti alla più grande e più grave: addirittura, gli sciagurati, se li lasci scegliere tra più tempi-scuola, hanno l'ardire e l'impudenza di scegliere il tempo-scuola che più gli garba (e questo nonostante i due Ministri dell'Istruzione e financo il Presidente del Consiglio in carica gli abbiano spiegato a puntino quale tempo-scuola dovevano volere e scegliere) rendendo con ciò decisamente complesso conciliare il Nuovo Corso della scuola con l'unica cosa che interessa davvero a entrambi i Ministri, ovvero i tagli al personale.

Insomma, gli era stato detto e spiegato e ridetto che per le elementari dovevano volere il Maestro Unico, essere contenti del Maestro Unico e buttare via quella solenne scempiaggine dei Moduli, che tra l'altro costava un occhio della testa. E loro, testardi e irriconoscenti, non solo hanno quasi completamente schifato e schivato il Maestro Unico da 24 ore e quello Unico con Aiuti da 27 ore, ma addirittura si permettono di volere l'orario di Trenta Ore - quello da moduli, per l'appunto.
Per pararsi un po', al Ministero (dove non tutti sono completissimamente portati dalla piena) avevano studiato un modulino di iscrizione dove, più che scegliere, si potevano segnare i tempi scuola in ordine di preferenza. L'idea, mi è sembrato di capire, era di spiegare trionfanti "Ogni genitore ha avuto uno dei tempi scuola che ha dichiarato di preferire" e rifilare a quasi tutti il tempo di 24 ore, lasciano qualche scampolino di Tempo Pieno qua e là.
Si sono verificate alcune deviazioni: parte dei genitori, perfidamente istigati dal presidi* hanno incautamente segnato solo una scelta (presidi o non presidi, devo dire che io avrei fatto esattamente come loro). 
Altri presidi ancor più perfidi si sono spinti fino a NON usare il modulo "consigliato" dal Ministero (che non poteva "imporlo" perché ancora non si era degnato di partorire il regolamento applicativo della legge sul Maestro Unico, e quindi dal Regolamento non ancora approvato non poteva tirare fuori un modulo) ma se ne sono fatto uno in proprio.

Secondo certi Illustri Opinionisti i presidi si esponevano in tal modo a gravissimi rischi: davano ai genitori l'illusione di poter scegliere (illusione che era stata alquanto coltivata anche dal ministro Gelmini negli ultimi mesi, in verità) e i poveri genitori, una volta scoperto che i presidi li avevano crudelmente presi in giro, se la sarebbero rifatta con loro, con i perfidi presidi, e mai e poi mai con il ministro Gelmini, autore nominale della legge del Maestro Unico.
Chissà però se i genitori, che già hanno dimostrato tanta deplorevole autonomia di pensiero scegliendo quel che loro pareva meglio, non si dimostreranno ancor più ingrati decidendo di dare la colpa del ritorno del Maestro Unico a chi ha fatto la legge e non ai presidi. Può essere, perché è noto che l'ingratitudine umana non conosce confini.

Non è facile capire perché i due attuali Ministri dell'Istruzione si sono ficcati in questo pasticcio, a meno che non c'entrino in qualche modo le elezioni europee prossime venture.
Vedremo comunque come se la caveranno con questa specie di Bomba Boomerang
(canzone di Pietro Pelù che ho sempre apprezzato e che mi affretto a linkare)

*così raccontano Autorevoli Opinionisti e Postatori Professionisti di forum e newsgroup. Ignoro se dispongano di prove di tale Perfida Istigazione

sabato 28 febbraio 2009

Io canto quando posso e come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi



Concerto di Guccini al PalaMandela di Firenze. Il mio PRIMO concerto di Guccini, per la cronaca, perché Guccini l'ho cantato sulla spiaggia, comprato (e Stanze di vita quotidiana a quindici anni non è una scelta delle più domestiche, devo ammettere), pazientemente chiosato, mandato a memoria, ma dal vivo l'avevo sentito solo... nei dischi, appunto.  Nella mia mente lo consideravo legato alla mia generazione.
Invece ho scoperto che, come tanti, pure lui ci ha il seguito trasversale. Il PalaMandela era pieno ben più di un uovo (e, sospetto, ben più di quanto le norme di sicurezza avrebbero consentito) e il pubblico comprendeva vecchi e bambini (due dei quali, giuro, ci sono passati davanti proprio durante l'omonima canzone) e tutto quanto ci sta in mezzo, compreso uno scolaro di St. Mary Mead. Difficile trovare parcheggio, impossibile raccattare un posto comodo, in compenso l'acustica era buona, gli strumentisti bravi e Guccini ha mantenuto la stessa vocee la stessa impeccabile intonazione nel corso dei decenni, caso mai perdendo un po' della sua tipica R (il pubblico invece, per quel molto che ho potuto sentire, steccava alla grande).
Ne sono risultate due ore abbondanti di piacevoli conversari dove Guccini mi ha cantato buona parte delle mie preferite e ben poco di ciò che non mi ha mai molto entusiasmato (questa parte include Il vecchio e il bambino, che ho sempre trovato piuttosto soporifera ma che ha fatto scattare il maggior numero di accendini). Giusto prima del Gran Finale (la canonica Locomotiva, cantata in versione rigorosamente integrale, con il coro del pubblico che decresce di strofa in strofa - come succedeva anche in spiaggia - ma io la conosco TUTTA e non ho avuto incertezze) è arrivata la mia preferitissima: Dio è morto (che allego in una versione presa da un altro concerto).

Diciamo che sono quelle esperienze che ti aiutano a ritrovare un certo senso di appartenenza.
E che mi ha fatto molto bene.

martedì 24 febbraio 2009

Cat's Eye ovvero Sono Una Vittima Di Brunetta



Sì, in apparenza quella di stanare gli assenteisti sembrava una buona idea. Ma nella scuola, secondo me, presenta dei lati negativi che non sono stati ben ponderati dal legislatore.
Di fatto, un insegnante che ha l'allergia all'insegnamento è meglio per tutti che se ne stia a casa (caso mai sarebbe ancor meglio convincerlo a trovarsi un altro lavoro, ma questa è un'altra storia).
E dunque alla scuola di St. Mary Mead siamo tutti bravi e infaticabili e dediti al lavoro, praticamente stakanovisti  MA anche noi, come tutti, ci abbiamo qualche pecorella nera. 
Una, in particolare, amava molto prendersi ogni tanto qualche giorno in più e farsi un bel ponte nella sua casa al mare. Lo faceva in particolare quando... ecco, diciamo quando certi suoi sintomi cominciavano a intensificarsi.
Quali sintomi? Diciamo che soffre di cleptomania. Ama moltissimo tutto quel che luccica, e anche i pupazzetti che i bambini portano appesi agli zaini e tanti altri simpatici oggettini. Nelle sue classi si creano spesso dei notevoli vuoti.
La cosa è assolutamente nota a scuola, nel paese, tra le famiglie e tra i ragazzi. I colleghi fanno finta di niente, aiutandosi con larghe fette di salame da occhi e prosciutto da orecchie. Gli annali riportano che, quando provarono a metterla alle strette, finì con una fuga in piena lezione e minacce di suicidio. Io per me l'avrei anche lasciata minacciare, ma forse son cose che si fa prima a dire che a fare.
Comunque quest'anno la Cleptomane, spaventata dallo Spettro della Visita Fiscale non ha osato prendersi alcun ponte, ma in compenso ha preso un sacco di altre cose.
Nel mio cassetto tenevo una piccola pochette azzurra metallizzata - un regalino di Natale di una cara amica - con dentifricio, spazzolino, cipria e consimili. 
L'ho tenuta per almeno due anni. Improvvisamente, il giorno prima delle vacanze di Natale scopro che è scomparsa.
Il problema era che si era volatilizzato anche il DVD del Gattopardo, che contavo in quei giorni di far vedere alla classe e che non era mio ma di una collega. Ora, il Gattopardo non è un DVD particolarmente economico, e nel periodo sotto Natale sembrava essersi volatilizzato. Sono riuscita a trovarne una copia solo verso metà Gennaio. Se raccontavo alla collega quel che era successo c'era pure la consistente possibilità che mi dicesse che non importava, non dovevo disturbarmi etc. etc. Così ho preferito non dire nulla e restituire il DVD nuovo senza perdermi in racconti inutili - però, insomma, il DVD nuovo non me l'hanno regalato e con quel che ho speso ci potevo noleggiare una buona decina di film, andare al ristorante indiano, fare un'offerta a qualche ente di quelli che scavano pozzi in Africa o insegnano un lavoro alle donne in Afghanistan, comprarmi un paio di orecchini e via dicendo.
Naturalmente non c'era l'ombra di una prova. Per quel che ne so la Cleptomane potrebbe essere innocentissima. Magari anche la Donazione di Costantino è autentica, e l'originale si era perso e così l'hanno riscritta come se la ricordavano per cui è venuto fuori un latino un po' informale.

La settimana scorsa ha colpito di nuovo, e stavolta qualche prova incrociata c'è.
Nel cassetto della cattedra tenevo una scatolina di legno, di quelle che si usano come astuccio. Era di legno, dipinta in verde e azzurro, con sopra un gufetto laureato - un oggettino un po' scemarello e molto frivolo, di quelli che mi piace usare a scuola. Dentro ci tenevo qualche penna, un lapis, appuntalapis, uno stick di colla, qualche grappetta - insomma, quel po' di cancelleria che può sempre risultare utile quando sei in cattedra, così anche i colleghi erano sicuri di avere sempre una penna per firmare il registro o simili. C'era anche una bella penna di un verde squillante per quando correggevo qualcosa sul momento (considerate le circostanze, le stilografiche le lascio a casa. Anche perché l'unica che ho portato a scuola un bel giorno è sparita).
La mia collega di matematica è stata assente per malattia un paio di settimane (polmonite) e insomma per la prima volta la Cleptomane è venuta a fare due ore di supplenza in classe mia. Finora, in tre anni non era mai capitato.
Così un mattino apro fiduciosa il cassetto della cattedra e scopro che l'astuccio è scomparso.
In tono sconsolato chiedo ai ragazzi se ne sanno niente - magari qualche collega l'ha preso perché gli serviva... (beh, in un certo senso è proprio quel che è successo).
I ragazzi si guardano. "L'avrà preso la Cleptomane" stabilisce Cuorcontento.
Mostro un po' di indignazione per l'Accusa Gratuita (anche se non so proprio quanto possa essere risultata credibile).
"Che ne sai?" ribatte la Garantista "Potremmo averlo preso anche noi".
Cuorcontento la guarda con aria di vivo compatimento "E son due anni che è lì, se qualcuno di noi voleva pigliarlo sai quante occasioni ha avuto per farlo?"
La Garantista si stringe nelle spalle come a dire "io ci ho provato".
Sospiro, tiro fuori una penna dalla borsa e firmo con quella.
Poi faccio il conto: cipria, spazzolino, l'astuccio era costato 4 euro, più il DVD...
A chi lo mando, il conto? A Brunetta, sotto la voce "Danni subiti sul lavoro"?

venerdì 20 febbraio 2009

Incognite di primavera



Dove il fattore X non è quel qualcosainpiù che dovrebbe portare i cantanti al successo, e che in queste settimane dà vita all'omonimo reality, ma il ben più inquietante fattore X che aleggia in ogni scuola in questa stagione, ovvero "Sarò ancora qui l'anno prossimo?".
A St. Mary Mead siamo tutti molto, molto perplessi sulla nostra sorte futura, e va detto che su di noi pesano tutte le incognite possibili&immaginabili.
Punto primo, siamo una scuola di paese circondata da paeselli e con un gruppo di scuole medie più o meno raggiungibili nelle vicinanze. Si tratta prima di tutto di capire se da Borgonuovo e da Villa Antiqua arriveranno tutti i ragazzi disponibili, solo una parte o niente del tutto, oppure se i genitori preferiranno la scuola di Badia a Monte o di Colle al Piano come è già successo rispettivamente due, quattro e sette anni fa. A seconda di questo avremo due o tre prime, e adesso che il numero minimo si è alzato si dovrebbe, si potrebbe, potrebbe capitare... insomma, boh.
Poi siamo una scuola a tempo prolungato. Ci lasceranno il tempo prolungato? Lo lasceranno a tutte le sezioni? Lo lasceranno solo a chi lo ha già cominciato? I genitori chiederanno il tempo prolungato?
Ah, saperlo, saperlo.
Come funziona il nuovo orario per Lettere? E per Matematica? E per Tecnologia? Ci lasceranno la sperimentazione di Informatica?
E chi lo sa.
Ci assegneranno l'organico sulla base di quello di diritto o di quello di fatto?
Si accettano scommesse.
Abbiamo poi il solito gruppetto di figure di cui ogni scuola dispone, ovvero:

- l'Insoddisfatta/o, che ogni anno ci spiega che si è assolutamente rotta/o le scatole, che qui proprio non si può, che c'è un limite a tutto e quest'anno ha veramente deciso di chiedere il Trasferimento alle Superiori - salvo poi non chiederlo, ogni anno accampando un motivo diverso (mai uno che stia in piedi, tra l'altro).
(Attenzione: questa tipologia di collega, dopo anni in cui ha preso i moduli per chiedere il passaggio, e magari li ha pure compilati, improvvisamente un anno li consegna davvero, i moduli, magari stavolta senza dirlo a nessuno - ma non puoi sapere in quale anno questo succederà, perché spesso non lo sa nemmeno lei).

- L'Indecisa/o, che fa la stessa identica trafila ogni anno per la pensione. Nel suo caso però c'è un anno in cui DOVRA' comunque andare in pensione perché la Natura ha fatto il suo corso.

- Il Pacco Sorpresa, che in silenzio, senza dire nulla a nessuno, chiede e ottiene il trasferimento e nessuno se lo aspettava.

- Il/La Ciarliero/a, che ogni anno ti spiega con dovizia di dettagli di come X chiederà il ricongiungimento familiare, Y ha fatto domanda per questa scuola e Z si trasferirà in altra provincia con tutta la famiglia (ma non è detto che X abbia una famiglia a cui ricongiungersi, che Y abbia effettivamente fatto domanda e tanto meno che Z intenda spostarsi di un solo metro da dove abita al momento. Non è nemmeno detto che costoro abbiano sia pur lontanamente accennato a tali possibilità).

- Il/la Supplente Annuale che giura e spergiura di come l'anno prossimo è fermamente decisa a tornare lì perché "non può lasciare i ragazzi, ci si è tanto affezionato/a", o che viceversa garantisce che piuttosto che tornare lì va a insegnare in piena Terra di Mordor. L'anno dopo scopri che hanno fatto esattamente il contrario di quanto proclamato a gran voce.

- L'Incognito/a, di cui tutti ignorano financo l'esistenza e che proprio quell'anno, per motivi di cui nessuno sa nulla e che magari sono maturati a sorpresa nel giro di poche settimane, decide di chiedere il trasferimento proprio nella tua scuola, magari con un passaggio di ruolo.

L'attuale ministro dell'Istruzione Tremonti e la sua prestanome Gelmini hanno particolarmente contribuito a sviluppare ognuno di questi X Factor, incluse le scelte dei genitori che a volte risultano davvero curiose (ricordo una conversazione in treno dove qualcuno spiegava a qualcun altro che suo nipote era anche più piccolino della sua età, ma siccome si partiva con la Riforma Moratti e non si sapeva cosa sarebbe successo avevano deciso di fargli fare l'anticipo, e ne parlava come di una decisione logicissima, del tipo che "siccome è inverno tiro fuori le coperte dall'armadio e faccio scorta di legno per il caminetto").
Per giunta circola la voce che "tutte le scuole perderanno posti", anche se non riesco bene a capire come facciano a calcolarlo visto che il Ministero ondeggia e beccheggia su dove fare questi tagli e ogni mattina fa partire un treno diverso.

Risulta comunque chiaro, in questa giostra di variabili impazzite, che quel che serve davvero quest'anno a un'insegnante non è tanto il fattore X (ben più utile a cantanti e musicisti) bensì il fattore C (sì, quello dove la C sta per "fortuna"), in cui ahimé non siamo certo usi a primeggiare. Anzi volendo il nostro motto potrebbe essere l'incipit della Frottola di tal Francesco Bossiniensis che appunto grazie a X Factor (e al pregevole gruppo dei Bastard Sons of Dioniso) conosce in questi giorni una meritata notorietà:

Ch'ella è falsa mercanzia
solo attendo a dare via
quella poca che m'avanza.

 Io non compro più speranza
ch'ella è falsa mercanzia.

Cara un tempo la comprai,
or la vendo a buon mercato
e consiglio ben che mai
non ne compri un sventurato
ma più presto nel suo stato
se ne resti con costanza

Io non compro più speranza
ch'ella è falsa mercanzia.

El sperar è come el sogno
che per più riesce in nulla,
el sperar è il bisogno
de chi al vento di trastulla,
el sperar sovente annulla
chi continua la sua danza.

Io non compro più speranza
ch'ella è falsa mercanzia.

giovedì 19 febbraio 2009

Ti accorgi che sei un vero insegnante quando....


Giorno libero, e un bel raffreddore.
Tisana calda, effervescente alla propoli, fazzoletti - gran copia di fazzoletti.
Decido di ignorare la pila di panni da stirare, i bottoni da riattaccare, il blog da aggiornare, i libri da adottare. Scanso anche l'enorme pila di verifiche & compiti vari da correggere.
Scanso perfino la scheda del Cineforum da preparare ("Ho pensato che questo film potrebbe essere visto come introduzione ai prossimi due. e quindi potremmo limitarci ad analizzarne alcuni tratti" - anche se non è detto che domattina alle prime luci dell'alba non mi venga una Luminosa Ispirazione. Ho fatto anche di peggio che saltare la colazione per elaborare la mia Nuova Grande Idea al computer).
Ma tra un fazzoletto, una tisana e un giallo che non mi piace trovo lo stesso un'oretta per telefonare ad una collega. Motivo: lamentarci del Nuovo Preside e concordare insieme una linea d'azione da proporre ai colleghi - che la collega ha già provveduto a sondare e di cui sa dirmi le correnti in cui andranno ad articolarsi.
E giusto prima della mnestrina calda un'altra collega mi chiama, per riferirmi di un alunno ammalato - o meglio, all'ospedale per accertamenti (e qui, ammetto che non mi sarebbe mai passato per l'anticamera del cervello di disturbare la famiglia, a causa dei miei residui di Mentalità Cittadina. Lei invece è nata e cresciuta a St. Mary Mead).

martedì 17 febbraio 2009

17 Febbraio - Festa del Gatto



Considerando che al momento gli uomini non stanno facendo proprio una meraviglia, mi auguro che alla fase di pianificazione segua una fase di AZIONE riccamente coronata dal successo.

domenica 15 febbraio 2009

L'amico ritrovato


In una terza media, naturalmente, si legge L'amico ritrovato di Fred Uhlman. La cosa è talmente consueta che qualcuno ha la copia già usata dal fratello (o sorella)  maggiore*. Con l'occasione, gli spiego anche qualche minima regola di pronuncia tedesca che ci tornerà utile molto a breve perché io la repubblica di Ueimar e il Furer non li voglio neanche intrasentire di lontano.
E giusto ieri che era San Valentino i due protagonisti si sono messi insieme, dopo un regolamentare colpo di fulmine e un cauto corteggiamento.
"Lui però sembra innamorato, più che amico" osserva alla fine qualcuno.
Eh sì, sembra proprio, e l'autore non fa niente per evitare l'equivoco - proprio niente. I due protagonisti sono evidentemente innamorati. Però non sembrerebbero gay - Konradin ha una simpatia per una fanciulla del suo aristocratico giro, il narratore si sposa e non sembra che il suo matrimonio sia infelice. Però i due sono innamorati - anzi sono amici che, volendo, è molto di più.
Provo a spiegare che l'amicizia può essere un'esperienza emotiva più intensa dell'amore, specie in certi momenti, che i due sentimenti si somigliano... ascoltano con attenzione ma nei loro occhi è scritta una certa perplessità. 
Non è la prima volta che mi succede. Una vera storia d'amore tra due ragazzi (come Maurice di Forster) non creerebbe problemi, ma questa forma ibrida li mette un po' a disagio. Quando ci si ama non ci si limita a parlare, no?
Non è detto. "Il primo amico che ti tradisce, o che tradisci tu" come rappa Jovanotti raccontando appunto il sollievo di aver passato i vent'anni, è ancora oggi una tappa molto consueta ma viene molto meno celebrata. Le lodi e gli inni all'amicizia abbondano, ma celebrano soprattutto i gruppi di amici - il team, la squadra, il quintetto, il quartetto, almeno il trio. L'amico o l'amica del cuore sono diventati quasi marginali.
Non per questo hanno smesso di esistere o di essere importanti, però.

*rigorosamente in edizione scolastica, che così costa qualche euro in più e c'è anche un sacco di esercizi-zavorra.

sabato 14 febbraio 2009

Un (bel) po' di zucchero


Non sono mai andata pazza per la festa di San Valentino: che io sia o no innamorata e/o accoppiata non è cosa con cui il calendario abbia molto a che vedere. Tuttavia...


domenica 8 febbraio 2009

La stagione dei rappresentanti


mercoledì 4 febbraio 2009

Ab scrutatio dicitur scrutinio


Prima fase degli scrutini: dovevamo andare nella Sede Centrale a riempire con i nostri voti un Grande Tabellone, qualche giorno prima degli scrutini.
Faccio il conto, scopro che per una fortunata coincidenza di orari la cosa mi è difficile e non ci vado, anche perché nessuno mi ha spiegato come e perché e soprattutto come mai non posso spedire i voti via fax.
Seconda fase: NON arriva uno straccio di circolare su nulla. Possiamo portare o no i registri in sede?
Chiamo il VicePreside. "Non potete, bensì dovete portare i vostri registri. Se no come fate a fare gli scrutini?"
"Io veramente di solito li faccio senza registro. Comunque, se li dobbiamo portare, mandateci due righe di autorizzazione".
"Ma no, l'autorizzazione è implicita".
Mi suona un campanello, non so perché "No" assicuro "Per il trasporto fuori dalla scuola c'è sempre l'autorizzazione del DS".
Dice che sì, ora sente il Preside. E, ormai lo sappiamo, quando dice "ora sento il Preside", su qualsiasi questione sia sul piatto cala un silenzio di tomba.
In assenza di autorizzazioni andiamo via senza registri. E del resto, se abbiamo già inserito i voti (procedura non legalissima, sospetto)...
La mia classe è la quarta. La prima (gli sventurati della IA, che già hanno avuto il piacere di sciropparsi il Nuovo Preside in consiglio di classe) restano dentro quasi un'ora: scopriamo poi che gli ha ripetuto le istruzioni su cosa e come fare e soprattutto che ha cambiato idea almeno cinque volte sulla spinosa questione "Ma come cavolo si fa a mettere i voti al Disabile grave?"
A noi va molto meglio: il giocattolo lo sta stancando e chiacchiera poco. Cambia idea solo una o due volte in corso d'opera sul nostro Disabile Ancor Più Grave, anche se cerca di scaricare la decisione su uno degli insegnanti di sostegno (il meno competente dei tre, si capisce). Tira anche un po' in lungo rispondendo a un paio di domande mie. 
Vengono letti i voti (compresi i miei, aggiunti all'ultimo momento); vengono letti i voti di condotta. Mi viene dato il registro dei verbali dicendo che farò il verbale con comodo nei prossimi giorni (?), e così per la prima volta nella mia onorata carriera esco dagli scrutini senza verbale già scritto e firmato ma con il registro dei verbali in borsa (che è ancora a casa mia perché ieri ho dimenticato di portarlo a scuola).
Scendo in segreteria per le Operazioni di Controllo: controlliamo se la stampa dei voti e i voti sul computer coincidono (e come potrebbero non coincidere, visto che uno è la stampa dell'altro?!?).
Comunque eseguo il controllo, passo a salutare i colleghi e torno a casa.  Col registro dei verbali sottobraccio.
Le schede le stampano in segreteria, e noi a tutt'oggi non sappiamo come sono fatte.
Immagino che lo scopriremo, prima o poi.

giovedì 29 gennaio 2009

Anarchia, anarchia, per carina che tu sia...



La prima sezione che fa i prescrutini è la mia. 
La prima scoperta del giorno... è che non c'è Ordine del Giorno, C'è quello dell'anno scorso, ma non facciamo i giudizi e dunque, una volta passati due minuti a raccontarci che la programmazione si svolge regolarmente, non ci sarebbe altro da dire.
Telefonata al VicePreside (perché il Nuovo Preside è ammalato, forse per tutti gli accidenti che riceve da qualche mese a questa parte da tutti noi).
Ma sì che c'è l'Ordine del Giorno, dice. In Collegio il Preside ha detto come cambiarlo.
Sì, l'avrà anche detto, ma non ci avete mandato una circolare in merito. 
Perché dovremmo fare l'Ordine del Giorno in base a due parole dette in Collegio?
Ma quel che si dice in Collegio vale come fosse una circolare.
Sì, magari se ci aveste mandato un verbale. Ma qua non s'è visto nemmeno il verbale di quelli di Settembre.
Il VicePreside farfuglia qualcosa.
Chi ha telefonato ritorna con un paio di istruzioni confuse.
Va bene, tanto dobbiamo parlare dei ragazzi e decidere i voti di condotta.
No, dice che secondo il Preside di voti non dobbiamo parlare. Solo di quelli dei laboratori.
Ma è grullo?
Nessuno dà una risposta, o meglio tutti diamo la stessa risposta in cuor nostro.
E passiamo a parlare dei vari voti. Il tale ha cinque insufficienze, e due sono gravi. Il talaltro sta rimediando qualcosa. Si fa il conto dei cinque, poi dei quattro, decidiamo a chi mandare le Tradizionali Lettere da Antebocciatura che così proprio non va.
(Ci sono i Bravi? Certo che sì, qualcuno anzi in netta ascesa. Ma di loro ai Consigli si parla sempre pochissimo).
Arriviamo al Teppista (che quest'anno si è molto ammansito). Qualcuno osserva che porta il berretto in classe. Brusio, no, il berretto no, non dovrebbe...
Attenzione, dico, il nostro regolamento non prevede nulla per i berretti. Posso dirgli di levarlo perché lo chiede il Consiglio di Classe, ma tenete conto che se lo leva lo fa per farci un favore e se lo porta non è per mancanza di rispetto, ma perché questa classe con me è sempre stata abituata a bardarsi come meglio credeva.
Di nuovo brusio, ma no, nessuno gli ha chiesto di levarlo, io sì, un giorno che si lamentava per il caldo, ma lui ha detto di no...
Qualcuno sa perché lo porta? - chiedo.
Lo porta per tenersi a posto i capelli, che tiene tutti lisci con una lunga frangia sugli occhi. (Secondo me gli stanno male sia i capelli che il berretto, ma ovviamente non gliel'ho mai detto, anche perché le ragazze sembrano pensarla diversamente. E dunque, contenti loro...)
Il berretto del Teppista esce temporaneamente di scena.

Si passa ai voti di condotta.
Si parte da nove perché il dieci, via, dar il dieci in condotta è quasi offensivo.
Sì, certo, niente dieci.
La mia è una classe tranquilla e piuttosto operosa, molto assidua nella frequenza. Nove è il voto base. Otto per chi non fa sempre i compiti e ha qualche impreparato. Otto per chi a volte disturba la lezione. Sette per chi fa entrambe le cose.
Faccio osservare che, forse, a St, Mary Mead siamo un po' viziati. Da quel che leggo in rete, sette viene dato a chi ha ricevuto provvedimenti disciplinari. Da me il massimo sono un paio di note alle famiglie perché sono stati trovati impreparati e un rapporto fatto a tre ragazzi per una storia di palloni presi alle femmine durante  l'intervallo e non più restituiti. I due sette sono un po' polemici con compagni e professori, un po' lamentosi, ma...
Qualcuno, davanti al nove di Armageddon, osserva che però Armageddon chiacchiera.
Sì, mi convinco, stiamo effettivamente esagerando.
Chiacchiera anche la Cerbiatta, osservo. Diamo otto anche a lei?
Armageddon si ritrova autorizzato a tenersi il suo nove. Siccome l'ho visto diverse volte a mediare conflitti, trovo che sia un nove anche più meritato di quello della Cerbiatta (che è comunque un'allieva esemplare).
Arrivati al Teppista qualcuno osserva che è un ragazzo a rischio, e poi quel berretto...
Qualcun altro nota che comunque, rispetto all'anno scorso, fa il doppio dei compiti e studia il doppio delle materie, e ormai è più regolare della Tale e del Talaltro. 
Possiamo dare il sette anche a lui, dico, ma vorrei una motivazione un po' più articolata del fatto che tiene un orribile berretto in classe. Qualcuno ha qualche motivo per lamentarsi di lui?
Brusio. Beh, all'inizio dell'anno si era un po' allargato con un paio di insegnanti nuovi, ma poi è diventato molto più serio. Non chiacchiera neanche molto.
Sì, ma è un ragazzo a rischio.
Più che altro è a rischio suo fratello, osserva Matematica (che abita a St. Mary Mead). 
Non possiamo mettergli sette solo perché frequenta suo fratello (con cui abita) e sospettiamo che sia a rischio, osservo.
Tutti ne convengono.
Vengono registrati i notevoli progressi fatti dalle due lumache di classe, ormai non troppo lumacose. Uno di loro (sospetto di disgrafia) di recente, chiamato alla lavagna, ha disegnato una piramide che sembrava davvero una piramide. Tutti ci congratuliamo sinceramente con Matematica per il lieto evento; anche Tecnologia sorride soddisfatta, convinta (credo a ragione) che una parte del merito sia anche sua.
Qualche chiacchiera finale, poi il Consiglio si scioglie.
Il giorno dopo il VicePreside ci spiega che abbiamo un problema: non dovevamo parlare dei voti.
Non li abbiamo fatti mettere a verbale, assicuriamo.
Non ho ancora capito questo problema dei voti, così segreti che non dobbiamo parlarne. Non mi risulta da nessuna parte. Provo a chiedere chiarimenti.
"E'  il Preside che non vuole" mi spiega il VicePreside.
E come mai il Preside non vuole?
"Non lo so".

A volte ho l'impressione che quest'anno, in questa scuola, noi insegnanti siamo un po' abbandonati a noi stessi.

sabato 24 gennaio 2009

Meglio fare e pentere o non fare e pentere?


Prima che il saggio e lungimiramte Tremonti ci togliesse dall'errore, noi della scuola media usavamo preparare ogni quadrimestre i giudizi* mediante una griglia di formule con più variazioni dalla quale spuntavamo le voci che ci interessavano.
Ogni scuola aveva la sua griglia. Alcune erano piuttosto buone, altre così-e-così, altre ancora decisamente bruttine, ma quelle della Grande Scuola a cui fa capo la scuoletta di St. Mary Mead era senz'altro la più brutta che mi fosse passata tra le mani. Ogni quadrimestre tutti deprecavano e si ripromettevano di rivedere, presentare progetti al Collegio etc. etc. e al quadrimestre successivo nessuno aveva mosso un dito e la griglia era brutta come prima e più di prima e il coordinatore di turno faceva un paziente lavoro di restyling per ognuno dei giudizi - e meno male che le nostre classi sono piccole (non sempre  tanto piccole, a dire il vero).
Poi era arrivata la fatidica legge che rimetteva i voti e, alle medie, toglieva ogni tipo di giudizi. Tutto ciò, in un colpo solo, ci toglieva sia l'obbligo di lamentarci delle griglie che la fatica di riscrivere i giudizi, e financo il senso di colpa per non avere preparato una griglia migliore. Almeno così sembrava.
Poi una mattina, tre settimane buone prima degli scrutini, arrivo a scuola e la custode mi consegna un fascio di fogli - ovvero il tradizionale mucchietto di griglie che spetta ad ogni coordinatore.
"Non ho un caminetto a casa, non mi servono" provo a scantonare.
La custode si scusa "Ce l'ha detto il VicePreside di consegnarvele".
Chiamo il cane col collare-spia - Scusa, ma il nostro glorioso parlamento non ha votato una legge che aboliva i giudizi alle secondarie di primo grado?".
Mi spiega che la Commissione incaricata di prepararci le tabelle per il passaggio dai giudizi ai voti aveva pensato di usare questo quadrimestre per una transizione morbida che...
Dalle brume della memoria riemerge il vago ricordo della richiesta del collegio di Settembre di di fare una commissione per i criteri di valutazione nel passaggio da giudizi a voti; dato che nei quattro mesi successivi non se ne era più saputo nulla avevo dato per scontato che l'idea fosse nata e morta lì, anche perché tutte le altre commissioni nominate a tal scopo nelle varie scuole del regno avevano riferito i frutti del loro lavoro entro la prima metà di Ottobre - e del resto si suppone che qualsiasi insegnante, per quanto imbranato, dopo quattro mesi abbia imparato in qualche modo ad arrangiarsi e i criteri di valutazione ormai in qualche modo se li sia fatti.
Insorgo: 
-Ma la Commissione non ci ha mandato a dire assolutamente nulla!
-Presenterà i suoi lavori al prossimo Collegio dei Docenti.
-Questa storia dei giudizi però va anche votata.
-Sì, certo, la voteremo.
Il VicePreside sembrava molto tranquillo, a riguardo.
Ora, siamo d'accordo che qualsiasi insegnante per diventare e restare tale ha dovuto accantonare ogni paura del ridicolo; ugualmente, l'idea di essere l'unica scuola d'Italia che presenta i giudizi globali ai genitori non mi ispirava più di tanto. Ancor più mi sembrava cretina l'idea di stampare le griglie con venti giorni di anticipo, dando per scontato che tutto il corpo docente fosse d'accordo con quest'idea balzana  pur senza averlo minimamente consultato - senza contare che gli anni scorsi le griglie arrivavano tre, quattro giorni prima nonostante i coordinatori le richiedessero a gran voce da tempo.
Passano i giorni e scopro che tutti i colleghi di St. Mary Mead, e del paesello vicino, e dell'altro paesello e pure qualcuno della sede centrale sono nettamente contrari a mettere i giudizi globali nella scheda.
Arriviamo al Collegio lancia in resta, con le armature scintillanti e gli elmi adeguatamente ornati di ali, meglio di Brunilde e Giovanna d'Arco e Bradamante.
Iniziano i lavori. Dietro i nostri alti e possenti scudi sonnecchiamo durante la lunga discussione sull'utilizzo del 5 in condotta, dove vengono letti ampi stralci del Decreto Applicativo che ovviamente non coincidono con la tabella tutt'altro che irragionevole elaborata dalla nostra lentissima Commissione. A quanto ho capito prevale l'idea di "interpretare" a modo nostro il Decreto. Tra le brume del sonno, voto a favore.
Si passa poi a discutere l'idea di mettere i giudizi globali sulla scheda.
Il VicePreside sostiene che mettendo i giudizi nelle schede facciamo un favore ai genitori, che abbiamo avuto a nostro fianco nella lotta contro gli sciagurati provvedimenti del ministro Gelmini (ed è verissimo che i genitori ci hanno sostenuto, ma un genitore addolorato perché sulla scheda non c'è il giudizio in didattichese stretto... certo, tutto può essere, ma non lo trovo un quadro dei più probabili). 
Il NuovoPreside sostiene che lui preferisce mettere i giudizi, ma senza tirare fuori un motivo vero e proprio, tanto che finiamo col sospettare che l'idea sia in realtà partita dal VicePreside.** 
La votazione porta nove voti favorevoli alla mozione del NuovoPreside, sette astenuti e ottanta e passa voti contrari. Per un attimo sembra che si stia preparando anche un lancio di bucce di banana e di torsoli di cavolo sugli incauti proponenti, poi la protesta rientra.
Una pettinata alle ali sull'elmo e le quasi ottanta valchirie più qualche occasionale Sigfrido si avviano verso casa con fare trionfante. Noi siamo persone serie e pragmatiche, applichiamo la legge, senza indulgere in sterili rimpianti e senza cogliere il peggio del nuovo accomunandolo col peggio del vecchio. Ecchediamine!
Poi, quattro giorni dopo, dal Ministero arriva una nuova circolare (la malefica Circolare 10) che si rimangia in parte le precedenti e ci spiega che "sia per la scuola primaria che per la scuola secondaria di I grado, i docenti possono comunque autonomamente prevedere che i voti in decimi siano accompagnati anche da giudizi sintetici o analitici. Possono altresì fare riferimento ad eventuali indicatori di apprendimento."
In conclusione, i giudizi avremmo potuto metterli.
Certo, non si capisce che senso avrebbe avuto metterli. A meno che non si tratti di conservare il preesistente il più possibile in attesa che le cose, dopo essere del tutto cambiate, tornino come prima, onde creare meno traumi all'utenza. Perché la possibilità che dopo che tutto è cambiato tutto ritorni come prima si va facendo abbastanza concreta.
Così questo pomeriggio, lucidando il mio scudo e spalmando l'apposito unguento impermeabilizzante sulle penne dell'elmo alato, ricordavo il vecchio dilemma: meglio fare e pentere, o non fare e pentere?
Chissà, forse anche al Ministero qualcuno sta cercando di venirne a capo.
 
*ovviamente cantando "Giudizio / giudizio / consorte mio, giudizio" secondo le immortali note di Mozart
**anche perché immaginare il Nuovo Preside che ha un'idea... mah... certo, tutto può essere, però...

giovedì 22 gennaio 2009

Il paese è sempre piccolo, ma la gente non mormora più


Mesi fa la tranquilla scuola di St. Mary Mead era stata investita da un'ondata di chiacchiere legate ad un'oscura storia di sesso a pagamento in cambio di ricariche telefoniche di cui tutti parlavano ma di cui non esisteva uno straccio di prova.
Qualche giorno fa mi sono informata se ci fossero più state novità.
"Ma no " mi han spiegato le colleghe col tono di chi conferma che sì, è la Terra che ruota intorno al Sole ma la cosa è risaputa ormai da qualche tempo "Era una montatura".
Scopro così che cercando di rincorrere la fonte originaria delle chiacchiere si era arrivati ad un ragazzino che gode di una meritata fama di contaballe (e pure di rompiballe). A quel punto, un interrogatorio ben condotto lo aveva portato a confessare e la cosa era rapidamente rientrata.
Tutto è bene quel che finisce bene, ma nel mio cuore restano due interrogativi che non ho osato porre ad alcuno.
1) Come diamine è possibile che anche il più sprovveduto dei compagni si sia posto anche per un solo istante il dubbio se credere o no al simpatico ma assai maligno contaballe? L'unica spiegazione ragionevole è che ad essere maligno non fosse solo il giovane contaballe e che anche ai suoi compagni piaccia sguazzare nelle maldicenze, trovando pure loro gustosissimo crogiolarsi nella Virtuosa Indignazione, nel Candore Offeso e nella Deprecazione dei Tempi Moderni.
2) Come altrettanto diamine è possibile che a raccontarmi che si era diffusa questa voce fossero venuti in almeno dieci, nel giro di 48 ore, e che a NESSUNO fosse venuto in mente di avvisarmi che le voci erano rientrate, svariate settimane fa?
Dice "Ma nessuno dei tuoi allievi è stato mai coinvolto".
Giusto; e infatti non mi sarei meravigliata se nessuno mi avesse detto niente di niente. Ma avere la fila che mi riferiva lo scandalo e non avere un cane che mi raccontasse che lo scandalo era rientrato... insomma, mi rendo conto di sembrare ingenua (del resto io sono ingenua), però lo trovo piuttosto curioso, ecco.

martedì 20 gennaio 2009

Sull'ineffabile decreto ministeriale relativo al 5 in condotta



Il voto di condotta non c'entra molto con le nocciole.
Viceversa Lanoisette c'entra abbastanza col nuovo decreto ministeriale relativo al voto in condotta, perché l'ha mirabilmente descritto in un eccellente post che sono onorata di linkare.

venerdì 16 gennaio 2009

Pannicelli e bavaglini (perché un tempo la scuola era seria)


Entrai alle medie abbastanza inconsapevole della mia Preziosa Identità Femminile - in effetti tendevo a considerarmi in primo luogo un essere umano provvisto di diritti, non una creatura il cui destino era determinato irrimediabilmente dagli ormoni.
Naturalmente avevo già visto che nascere donna presentava qualche svantaggio: molti uomini si sentivano in diritto di essere scortesi e maleducati nei tuoi confronti e non sempre le leggi ti tutelavano, ma avevo già risolto la questione in cuor mio decidendo di non sposarmi: il matrimonio per una donna mi appariva una notevole fregatura, ed ero convinta che se il mio compagno non avesse avuto diritti legali  su di me questo lo avrebbe aiutato a mantenere la buona educazione, ci avrebbe aiutato a preservare il nostro amore e mi avrebbe permesso di tutelare meglio i nostri figli.
In famiglia non sapevano molto di queste mie idee, e forse ne avrebbero deprecate una parte (cosa di cui all'epoca ero beatamente inconsapevole) ma non avevano mai fatto niente per convincermi che, in quanto femmina, dovessi essere sottoposta a limitazioni particolari o curare la mia reputazione a discapito della mia formazione culturale.
Ad ogni modo entrare alle medie volle dire per me dismettere il candido grembiulino con cui tanto avevo combattuto... e indossare un lungo grembiule nero. Più comodo di quello bianco, certo, e le macchie non si vedevano. Potevo lasciarlo a scuola per tutta la settimana e portarlo a casa solo Sabato per farlo lavare. Però non capivo a cosa servisse - ormai i pennarelli colorati si usavano solo ad Artistica, mi macchiavo meno facilmente di prima, e soprattutto il grembiule nero era riservato alle femminucce. No, i maschetti non erano passati al bianco, in virtù di qualche legge del contrappasso. I maschietti non portavano più grembiule.
Un giorno uno dei miei compagni ne chiese il motivo. Non so perché, scelse di chiederlo alla nostra insegnante di matematica (una tipica insegnante di matematica del genere Bastard Inside, come usavano all'epoca).
"Saresti proprio bellino col grembiule!" fu la risposta. Non voleva dire niente, ma fu detta in tono abbastanza lapidario da far capire che non erano gradite insistenze sull'argomento. Bastarda sì, ma anche piuttosto priva di capacità dialettiche, scoprii in quell'occasione (capita spesso, con gli insegnanti Bastard Inside).

Il vero trauma però arrivò con Applicazioni Tecniche, dove la classe veniva divisa tra maschi e femmine, i maschi in laboratorio col professore (che sembrava pure molto simpatico). Faceva uno strano effetto.
Anche Educazione Fisica era divisa tra maschi e femmine, ma era una materia diversa dalle altre, con regole tutte sue. Applicazioni Tecniche invece si faceva in classe, sedute al banco, con i libri...
Già, i libri. La prima lezione di Applicazioni Tecniche consisté nella lettura di passi scelti da un libro portato dall'insegnante. Chiamava alla cattedra una di noi, che leggeva a tutta la classe. A me toccò un brano che spiegava come curare l'eritema da pannicelli. Lo lessi con apparente calma, ribollendo in cuor mio per lo sbalordimento e l'indignazione.
Pannicelli? E chi li usava più, i pannicelli? L'ippopotamo Pippo già da tempo infelicitava le mie scarse frequentazioni televisive e perfino io sapevo che ogni madre accorta usava i pannolini Lines per il sederino d'oro delle sue creature, aiutandosi eventualmente con la pasta di Fissan. Né capivo perché dovesse fregarmene qualcosa di come cambiare o curare i neonati (un lavoro verso il quale non sentivo alcunissima inclinazione).
Nessuna intorno a me faceva domande, non ne feci nemmeno io. Staccai l'audio e smisi di ascoltare le lezioni di Applicazioni Tecniche.
Per amore o per forza dovetti però riaccenderlo, l'audio, quando fu stabilito che il nostro lavoro quell'anno sarebbe consistito nel confezionare un bavaglino. Un bavaglino di impalpabile tela batista, bordato con un qualche tipo di smerlo e impreziosito da un mazzetto di campanule ricamate a punto erba - insomma, l'oggetto più inutile dopo una termocoperta all'equatore. Avrei potuto capire un bel bavaglino di spugna, di quelli robusti, da sbattere in lavatrice dopo essere stati sporcati con tutto. Ma un bavaglino di batista...
Dovetti comunque farlo, guidata con grande pazienza dalla professoressa, che aveva per me gli stessi riguardi che si hanno oggi con gli alunni certificati - prima di tutto ridurre gli obbiettivi...
Sia io che mia madre che l'insegnante eravamo sinceramente convinti che per certe cose "io non fossi adatta"; sia io che mia madre - l'ho capito dopo - avevamo fermamente risoluto in cuor nostro all'atto della nascita che per certe cose non volevamo essere adatte (in realtà col tempo ho scoperto una certa propensione per il punto croce: non sono molto precisa ma compenso con la pazienza).
Combattei per mesi con quel malefico bavaglino senza vincere né pareggiare, e l'insegnante dovette rassegnarsi a fare lei le parti più difficili. Non ricordo cosa fu fatto in seconda e in terza, né perché scelsi Applicazioni Tecniche anche quando era diventata facoltativa (forse perché l'alternativa era suonare il flauto di plastica? Eppure Musica mi piaceva), ma continuai a godere di una parziale certificazione di cui approfittai senza ritegno.
Avevo già stabilito da un pezzo che quella non era scuola né una materia di cui tener conto.
Neanche le mie compagne erano entusiaste della professoressa o di quel che facevamo, ma si mostrarono molto più adattabili di me (del resto, ci voleva davvero poco). Io invece non riuscivo a spiegarmi come mai tutti trovassero tanto normale che i maschi si divertissero mentre noi stavamo a ricamare vicino alla finestra. Ci doveva essere però qualcun altro che non lo capiva, perché pochi anni dopo, sotto il malefico influsso del 68, al Ministero smisero di pagare due professori per il lavoro che poteva fare uno, riorganizzarono il programma della materia migliorandolo alquanto, le cambiarono nome in Educazione Tecnica e la resero unisex. 
Nel frattempo i grembiuli neri simil-burqa andavano scomparendo, il che ci avrebbe permesso vent'anni dopo di guardare dall'alto in basso le nostre sorelle musulmane come se le radici giudaico-cristiane ci avessero sempre lasciate libere da condizionamenti sull'abbigliamento.
Ma mi accorgo che sto divagando.
In conclusione, quando i mulini erano bianchi e la scuola era seria, le ragazze ricamavano bavaglini invece di fare disegno tecnico e tutti lo trovavano normalissimo. 

lunedì 12 gennaio 2009

C'è un dollaro d'argento sul fondo del Sand Creek



Fabrizio De André mi è quasi sempre arrivato attraverso qualche filtro: la compagna delle medie che mi insegnava la Guerra di Piero e Carlo Martello, l'amico che cantava con la chitarra sulla spiaggia Non al denaro né all'amore né al cielo, gli amici dei miei genitori che accanto al caminetto leggevano sullo spartito Via del Campo, lo scolaro che mi cita c'è un dollaro d'argento sul fondo del Sand Creek mentre spiego cosa sono i creek... 
Per radio non passò quasi niente fino all'arrivo delle radio libere, e poco anche dopo, per qualche anno: erano tutte troppo occupate a trasmettere i cantautori che incidevano in quel periodo (una quantità immane, va detto, e molti  decisamente meritevoli di essere trasmessi e ascoltati) per avere molto spazio per le vecchie glorie. Lo trasmisero molto di più negli anni successivi, dopo il successo del tour con la PFM. Buona cosa perché, al contrario di parecchi colleghi, De André non ebbe un vero periodo d'oro - o, per meglio dire, ebbe un solo e lunghissimo periodo d'oro,  continuando fino alla fine a fare dischi diversi tra loro ma tutti molto validi.
Altra caratteristica particolare era di essere un ottimo traduttore. Credo che l'unica cosa più difficile di tradurre una poesia sia tradurre una canzone, e lui è riuscito  a fare bene entrambe le cose.
Come tutti, anch'io ho la mia ventina di sue canzoni preferite, ma oltre a questa ventina ne ho due che sono Particolarmente Preferite.
La prima è Il giudice, una storia che ho sempre apprezzato profondamente e che contiene uno dei miei versi preferiti le notti insonni vegliate a lume del rancore. De André la canta in tono distaccato: ormai libero dalle pastoie terrene che lo hanno condizionato, il giudice mantiene comunque una certa curiosità per il mistero della statura di Dio. Morgan invece, nel suo bel rifacimento vagamente disco, lo carica della rabbia che il giudice si è trascinato dietro negli anni, da vivo.
La seconda è Don Raffaé, una canzone dalla vena  profetica che ho sempre collegato in cuor mio con la valanga di Tangentopoli che arrivò poco dopo. De André, che oltre che traduttore era poeta e quindi veggente, aveva in qualche modo intuito cosa c'era nell'aria. La mia versione preferita è quella dal vivo con Roberto Murolo, che gli fece rallentare il tempo e dare una verniciata di apparente indifferenza a un testo decisamente esplosivo (oltre a portare un accento meridionale decisamente più credibile) e che venne cantata proprio nel 1992, per il concerto del 1 Maggio. Tale pregiatissima canzone contiene anche un'inarrivabile e tutt'ora assai attuale descrizione dello Stato italiano che si costerna, s'indigna, s'impegna / poi getta la spugna con gran dignità.

martedì 6 gennaio 2009

Una scuola come si deve



All'ultimo tema in classe la mia terza si è trovata una traccia sulla Lettera Formale: si trattava di scrivere una lettera al Consiglio di Istituto per proporre qualche miglioria per le strutture della scuola. 
Il gruppo che ha scelto questa traccia ha chiesto cose molto ragionevoli: nuovi computer, nuove carte geografiche, banchi attrezzati con dizionari e calcolatrici incorporate (che, pensandoci bene, si potrebbe fare con relativamente poca spesa e sarebbe comodo quasi quanto le leggendarie Lavagne Interattive di cui si dispera di vedere mai traccia); il giovane Armageddon, un ragazzo di animo gentile e cortese, che deve il suo soprannome alla tendenza a chiudere le sue storie con la distruzione del mondo e, talvolta, dell'universo intero, ha proposto però un progetto più articolato, dimostrando di avere idee molto chiare su cosa dovrebbe essere la scuola. 
Naturalmente non posso riportare l'intero tema senza la sua autorizzazione, per cui mi limiterò a postarne una sintesi di cui Gelmini, Tremonti e annessi e connessi farebbero assai bene a tener conto.
Inanzitutto il cosiddetto "giardino della scuola" andrebbe ristrutturato, includendo al suo interno una riserva naturale* e ospitando una piscina con idromassaggio, un centro benessere, un autoscontro, un padiglione coperto e una fontana che mandi getti di cioccolato. 
Venendo all'edificio vero e proprio: la palestra dovrebbe diventare un palazzetto dello sport con adeguate attrezzature; invece il laboratorio di scienze dovrebbe trasformarsi in un centro scientifico, soprattutto nucleare, dove i migliori scienziati arrivino da tutto il mondo per fare esperimenti di tutti i tipi.
Ovviamente il laboratorio di musica dovrebbe diventare un punto di riferimento per i musicisti più conosciuti (con in più la tomba di Beethoven), mentre in quello artistico gli studenti devono avere la possibilità di studiare dal vivo i più grandi capolavori dell'arte figurativa.
Quanto al laboratorio di linguistica, oltre a strutture adeguate deve essere munito di una macchina per il teletrasporto che possa portare rapidamente gli studenti in qualsiasi parte del mondo desiderino vedere.
Un certo decoro dovrebbe venire osservato anche per le altre aule (tranne la Presidenza, che dovrebbe diventare un tugurio ma in effetti ci assomiglia abbastanza anche lasciandola così com'è): la Sala Professori andrebbe abbellita con fiori, maniglie d'oro e tavoli in smeraldo, la Segreteria ornata con opere d'arte di pregio, i bagni dovrebbero avere muri d'oro, maniglie in diamante e lavandini di smeraldo, oltre a grandi specchi contornati da cornici sbalzate in metalli preziosi. Anche l'aula di sostegno e quella di informatica andrebbero dotate delle migliori attrezzature, mentre la biblioteca dovrebbe trasformarsi in un ambiente lussuoso che consenta la proiezione di film su grande schermo, tappezzato da librerie ricolme di enormi quantità di libri.
Quanto alle classi (con banchi lussuosi e intarsiati, ovviamente) dovranno essere dotate di lavagna digitale, grandi mappamondi e finestre ben funzionanti montate in argento.
In chiusa di lettera Armageddon fa presente che, qualora le sue richieste non venissero prontamente accettate, questo innescherà le bombe automatiche da lui piazzate in ogni casa dei membri del Consiglio.

Non sono affatto sicura che sia un buon esempio di Lettera Formale. Viceversa ho molto apprezzato il tipo di scuola ivi descritta e ritengo che il ragazzo abbia dimostrato una corretta visione della funzione formativa e insieme culturale che la scuola deve avere.
Trovo inoltre molto accorto il metodo di persuasione da lui scelto, e ritengo che tale metodo andrebbe esteso ai vari funzionari del Ministero, che, forse, in questo modo la smetterebbero di vedere la scuola come qualcosa che occorre solo tagliare, potare, sfrondare e impoverire, fino a trasformare in pezzenti i nostri figli e i nostri nipoti.


*si tratta di una classe molto sensibile ai problemi ambientali.

Manuale del Perfetto Insegnante - I libri di testo alle medie - 2



Ma perché occuparsi di carta patinata se ben presto i libri scolastici diventeranno virtuali, elettronici e quant'altro? Lo dice la legge, no?
Ah sì, la legge lo dice. Le leggi dicono un sacco di cose, in Italia; quando poi prevedono l'introduzione di qualcosa entro una certa data, spesso dicono anche che si fa la proroga. Al momento mi sembra improbabile che nel giro di due anni l'insegnante medio riesca a districarsi con gli e-book e che la scuola in cui lavora glieli stampi senza problemi. Se poi dovesse stamparli l'editore, non c'è problema: l'editore li stamperà solo e soltanto su carta patinata - per garantire un'adeguata resa grafica etc. etc.
E torniamo appunto agli editori scolastici - che non è la categoria che più rientra nelle mie simpatie, devo dire. Strano ma vero, che ci fossero governi di destra, di centro o di sinistra, gli editori di libri scolastici han continuato serenamente a fare il loro miglio: aumentare i prezzi ogni anno, cambiare edizione ogni anno, aumentare ogni anno i gadget grafici per dare al libro un aspetto "dinamico e moderno" - un tipo di specchietto da allodole cui abbocca molto più facilmente l'insegnante dell'alunno (che, anche quando interessato e ben disposto verso la scuola, non valuta certo un libro scolastico con gli stessi parametri con cui valuterebbe un videogioco con cui può liberamente scegliere se giocare o non giocare).
Il settore è ben protetto e ha saputo tutelarsi, immagino, con accordi interni; altrimenti non si spiega come mai i prezzi dei libri delle varie materie all'incirca si equivalgano e perfino gli aumenti si somiglino molto. 
Non esiste un equivalente della vecchia BUR o dell'attuale casa editrice Newton-Compton, tra i libri scolastici; eppure verrebbe da pensare che, almeno per le antologie di italiano o la cosiddetta "narrativa" potrebbe offrire un suo contributo: un editore magari con pochi titoli mantenuti a lungo nel catalogo, con veste grafica semplice... strano ma vero, non c'è niente di nemmeno lontanamente paragonabile. Eppure esistono molti libri che, attraverso qualche decina di nuove edizioni e variazioni (variazioni che a volte comprendono solo la numerazione delle pagine con gli esercizi...) imperversano per interi lustri sui banchi di scuola.
Aumentando di prezzo ogni anno, si capisce.

Ancora auguri? Massì...


Sì, lo so che più che una Befana sembra una strega: in nero, sulla scopa, con cappello a punta e regolamentare gatto nero al seguito...
Perché, la Befana non è una strega?
E allora godiamoci questo supplemento della Festa della Donna, che è anche l'ultima festa per un po'. Niente mimose ma agrifogli, qualche torrone residuo, propositi di dieta disintossicante...
Quanto ai regali, mi dicono che tante colleghe sono intente a preparare calzette per le loro amate scolaresche. Considerando gli attuali sviluppi della crisi ucraina, sarà bene abbondare con il carbone.

sabato 3 gennaio 2009

Manuale del perfetto insegnante - I libri di testo alle medie - 1

Com'è noto, i libri scolastici sono cari assaettati, tanto che al Ministero hanno istituito un tetto di spesa che però è praticamente impossibile osservare: infatti gli editori ogni anno si inventano una nuova edizione, aiutati in questo dal nostro ineffabile Ministero dell'Istruzione che quasi ogni anno straparla di riforme. E quindi abbiamo l'edizione col portfolio (che nessuno ha mai capito cosa diavolo è, tanto che alla fine l'hanno abolito per manifesta indefinibilità del suddetto), l'edizione a moduli, la Nuova Edizione Riformata etc. etc..
Ad ogni modo, anche quando il Ministero lascia le cose come stanno, esiste sempre la Tecnica dell'Aumento Subdolo, Per intendersi: si adotta un libro in tre volumi che costa 10 euro, l'anno dopo il secondo volume costa 12 euro, e quando arrivi al terzo volume se ti va bene sono 13,90 euro, con un tasso di inflazione che nemmeno fossimo in Argentina ai tempi d'oro.
Sì, certo, l'aumento della carta. Ragazzi, ma quanto aumenta 'sta carta!
D'altra parte il problema del prezzo ci si può porre soltanto in prima, perché in seconda e in terza si devono mantenere i libri già adottati, e dunque una normale terza media si ritrova inevitabilmente a sforare il tetto di svariate decine di euro, anche ricorrendo a escamotage quali non mettere in lista la cosiddetta "narrativa".
Ogni tanto, davanti alla cifra complessiva, qualche genitore bofonchia; il genitore, ricordiamolo, è quel curioso animale che p