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lunedì 20 ottobre 2014

Il paese è piccolo, la gente mormora e io mi sento in uno stato beech ESTREMAMENTE negativo

Beech, ovvero il buon vecchio faggio europeo.
In questo momento è una pianta che sento molto vicina.
E non sono l'unica, a quel che sembra.

Di solito, a St. Mary Mead, i pettegolezzi che hanno per oggetto le scolare della scuola media fioriscono in primavera, come le primule e le violette. Quest'anno però, forse per gli scompensi climatici (siamo ancora tutti in maniche corte, e le piante da fiori ci devono avere un gran mal di testa), forse perché spesso la gente non sa che cazzo fare, siamo in netto anticipo e già ai primi di Ottobre sono sbocciati.
Solitamente cotali pettegolezzi fioriscono dal parrucchiere, che è un po' il salotto del paese. Il fatto che la più scodata tra le pettegole del paese sia una delle insegnanti del luogo che dal parrucchiere sembra viverci non è forse del tutto estraneo a questa frequente fioritura. Tra l'altro, per quel che ho potuto vedere, a queste grandi fioriture segue nel giro di un paio di settimane una clamorosa smentita.

Ad ogni modo l'ultima chiacchiera che circola in libertà è che una delle ragazze di terza sia incinta. Siccome, caso abbastanza insolito, è noto il fatto ma è ignota la potenziale gestante, a scuola si sono aperte le scommesse sulla presunta identità della presunta futura madre. Per quanto io abbia risolutamente rifiutato di interessarmi della questione fino all'improbabile momento in cui l'evento mi venga  riferito da persone in qualche modo coinvolte nella questione, anche a colarmi la cera nelle orecchie non c'è verso di scansare i frequenti capannelli delle colleghe intente a stabilire di chi possa trattarsi, o a deprecare che "queste ragazze si comportino in modo tale che qualcuno possa pensare questo di loro".
Intendiamoci: che qualcuna di queste ragazze abbia già saltato il fosso è ben possibile, anche se a nessuna di loro per il momento è venuto in mente di aggiornarmi nel dettaglio sulla questione. Tuttavia, alla faccia degli infiniti obiettori di coscienza di cui pullula l'italica penisola, vivo in una zona dove per una giovinetta (e financo per un giovinetto) non è del tutto impossibile tenere separati certi fatti da certe conseguenze. Inoltre, nella mia scarsa esperienza in materia, ho notato che di solito la notizia di cotali conseguenze arrivano alle orecchie della collettività quando le cose sono ormai abbastanza avanti e la notizia non è che "forse X, o Y, o magari Z, è incinta" ma che "Z è al quarto mese, ha fatto tutti gli esami e sono regolari. Vi chiediamo di parlare della situazione con i suoi compagni di classe".

D'accordo, il paese è piccolo e non possiamo impedirgli di mormorare - e del resto la libertà di parola è sancita dalla nostra Costituzione. Tuttavia mi sembra che un gruppo di insegnanti maggiorenni e vaccinate potrebbe magari mostrare un certo riserbo e un minimo di contegno, evitando ad esempio di parlarne alla stazione, a portata di orecchio di non meno di tre indigeni, ed evitando di dare come certa quella che al momento è, al massimo, una voce di quarta mano dove la prima delle mani non sembra essere né della diretta interessata né della sua famiglia. E potrebbero, forse - ma qui mi rendo conto di chiedere l'impossibile - evitare di parlarne con quell'aria assai compunta&preoccupata, quasi che cambiare i pannolini dell'improbabile nascituro dovesse toccare a noi.

Inutile dire che il mio blando suggerimento di rimandare la questione a quando ne sapremo qualcosa di più, detto e non concesso che il qualcosa di più arrivi, è caduto totalmente nel vuoto. Del resto, perché sprecare una ghiotta occasione per lamentarsi delle famiglie che trascurano queste ragazze (anche se, a dire il vero, le famiglie di alcune di queste potenziali madri non mi sembrano particolarmente trascurate) nonché dei Giovani d'Oggi che non hanno il Senso Dei Valori, quasi che la presente generazione di adolescenti sia la prima a interessarsi del sesso?

Prima o poi morderò qualcuno, lo sento.

domenica 5 ottobre 2014

L'orrendevole e drammaticissima Saga del Registro Elettronico - 7 - Senza un poco d'or non si fa niente


I giorni si sgranano e ormai sono passate tre settimane piene dall'inizio della scuola, senza che del registro elettronico si sia vista neanche l'ombra furtiva, o al limite un demo.
Si narra, e la voce è quasi ufficiale, che sia una questione di soldi. Infatti l'ingegnere della Argo ci avrebbe sì presentato il nuovo, bellissimo registro elettronico, ma in realtà il registro elettronico che vende è un altro, leggermente diverso - il che coinciderebbe con certe voci che mi sono arrivate da insegnanti che, effettivamente, il registro Argo lo hanno visto, e addirittura, o fortunate creature, lo usano. Per avere questa nuova e aggiornatissima versione la scuola dovrebbe versare dei soldi alla Argo che non erano stati inizialmente preventivati. Per dirla in breve "manca un pezzo".
Si dice che la colpa sia della Nostra Preside, che non avrebbe aperto (lei che avrebbe potuto) il non-ancora-nostro Bellissimo Registro Elettronico onde controllare se era lo stesso che ci era stato presentato. Io comunque sono abbastanza convinta che, come al nostro Bellissimo quanto Fantomatico Registro Elettronico manca un pezzo, allo stesso modo manchi un pezzo a questa storia: sì, certo, magari per curiosità in qualità di Dirigente Scolastico lo puoi anche aprire, il Nuovo Bellissimo Registro Elettronico, e così constatare che è diverso da quel che credevi; ma insomma esiste una cosa che si chiama fiducia, nelle transazioni commerciali, e se vado a comprare un chilo di arance ritengo di potermi legittimamente aspettare che mi venga dato un chilo di arance e non di mele anche se mentre l'ortolano mi insacca la merce io sto guardando da un altra parte, magari per vedere se ha delle belle zucchine. Insomma, era stato stipulato uno straccetto di protocollo di acquisto? E cosa diceva quel protocollo? Al momento l'unica cosa di cui disponiamo è una finestra che ci dice che noi utenti non siamo abilitati all'uso dell'applicativo, e non credo che alcun protocollo di acquisto preveda cotal congiuntura, raggiungibile peraltro da chiunque in qualsiasi momento senza acquistare alcunché.

A quanto si vocifera, basterebbe pagare e tutto andrebbe a posto. Peccato che per pagare occorra qualcosa di cui attualmente le scuole risultano cronicamente sprovviste, ovvero soldi

Senza un poco d'or non si fa niente spiegava Figaro al conte di Almaviva (che però di oro era assai provvisto, e infatti lo tirò fuori senza farsi pregare); ma noi insegnanti non possiamo permetterci di non far niente, perché la scuola è iniziata da tre settimane e ormai le prime valutazioni, note, interrogazioni, compiti in classe le abbiamo fatte tutti. I rotoloni Regina stanno terminando e qualche appunto lo dobbiamo pur prendere, se vogliamo ricordarci cosa abbiamo fatto nelle varie classi.
E così gli operosi insegnanti si St. Mary Mead si stanno attrezzando, e molti hanno portato a scuola quaderni più o meno pisseri su cui hanno incollato fotocopie di vecchi registri - ed ecco un bel registro personale. 
Non io. A casa ho due scaffali pieni di quaderni più o meno sdilinquosi e pisseri, con gattini, fiorellini, astronavi, Goldrake e quant'altro, ma non li dedicherò alla scuola; per puro puntiglio, sia chiaro, perché un quaderno pissero in meno non mi impedirebbe certo di dedicarmi alla diaristica, all'autobiografia e nemmeno alla narrativa fluviale. Ritengo però che la scuola, che ci ha messo in questo pasticcio, avrebbe il dovere di collaborare a tirarcene fuori fornendoci un registro cartaceo o, all'occorrenza, almeno un quaderno - non necessariamente pissero - da usare come registro personale.
Così ho frugato nei vasti e capaci armadi della scuola e ho trovato gran copia di fogli protocollo a righe e a quadretti  timbrati per gli scorsi esami e poi non usati. Dopo essermene intascata una generosa percentuale da portare nella Terza, dove verranno usati per le prove scritte (c'è sempre qualcuno che dimentica il foglio protocollo, magari perché ho deciso sul momento di metterli a scrivere e quindi non li ho avvisati di portarsene uno) ne ho presi un paio dove ogni giorno scrivo le ore che faccio e gli argomenti delle lezioni. E li lascio a scuola, nel cassetto, perché il registro deve stare a scuola.

Frugando, comunque, ho trovato anche una ventina di registri cartacei di qualche anno fa, vuoti. Li ho portati in Sala Insegnanti, dove pian piano stanno sparendo (ieri ne erano rimasti cinque): alla fine un buon vecchio ordinario e banale registro di carta non morde. 

venerdì 3 ottobre 2014

A scuola con Sun Tzu. Arte della guerra per studenti - Anonimo (del quarto anno)


Per quel che ci racconta di sé, l'autore è uno studente che, dopo aver pasticciato malamente con la scuola per diversi anni, si è imbattuto nel trattato strategico L'arte della guerra di Sun Tzu, ne è rimasto folgorato e ha provato con successo ad applicarne i principi nella vita scolastica. Il sottotitolo di copertina infatti recita La scuola è una guerra, se vuoi sopravvivere impara l'arte.
Entrare nell'ottica che "la scuola è una guerra" non vuol dire porsi in atteggiamento ostile verso quel che la scuola può dare, al contrario: il manuale anzi è inteso come guida per trarre dalla scuola tutto quel che può offrirci e anche di più. La scuola può dare una preparazione per il lavoro, o comunque un metodo per studiare ma anche per affrontare il lavoro e la vita. Riuscire bene è importante, imparare quel che viene richiesto di imparare anche. Questo intende l'autore per vincere la guerra: non si tratta di apparire più forti o più ganzi o sbarcare occasionalmente questo o quel compito o interrogazione, si tratta di imparare a studiare bene ottimizzando i tempi, venire a capo delle materie "difficili" concentrando gli sforzi nella giusta direzione invece di piangersi addosso, uscire dal vittimismo spicciolo che tanta parte ha nella vita quotidiana di ogni studente e applicarsi verso soluzioni concrete, evitando di prendersi in giro e risparmiandosi quelle tirate di fine anno sul filo della bocciatura che, anche quando non si rivelano inutili, sono comunque esperienze spiacevolissime.
Intelligenza è la parola chiave del libro: uno studente che impara ad usare il cervello, esaminando il terreno dello scontro (le verifiche), osservando con attenzione e accortezza i suoi avversari (non solo l'insegnante e il suo metodo di lavoro, ma anche il libro di testo, e la materia di turno), lavorando con accortezza su di sé riesce a vincere la guerra... e, aggiungo, si esercita assai utilmente per quella grande guerra* che è tutta l'esistenza.

Con una piccola ma significativa rivoluzione copernicana rispetto alla mentalità corrente nazionale si parla sì di astuzia e di stratagemmi, ma mai intesi come trucchi o espedienti: non si tratta di prendere in giro nessuno, si tratta di vincere, in modo durevole e continuativo, che è ben altra cosa.
Molta attenzione viene dedicata ai nemici interni: vittimismo, rassegnazione, pigrizia psicologica, paura di mettersi in gioco e tanti altri. Sedersi in un angolo piagnucolando che "tanto le cose sono così e saranno sempre così" è inutile e inconcludente: il cambiamento è sempre possibile e i cambiamenti minimi, se ben coltivati, aprono la porta a quelli grandi.

Molti capitoli vengono dedicati al rapporto con gli insegnanti, spiegando come  osservarli e capirli per individuare il modo migliore per approcciarli e... all'occorrenza costringerli a diventare dei buoni insegnanti - un idea, questa, che ho trovato molto interessante.
L'insegnante inadeguato è quello che non conosce la materia che insegna, quello che la conosce ma non la sa insegnare, quello che la sa insegnare ma non ne ha voglia, e quello che ha problemi personali che lo rendono inefficace nell'insegnare.
Questa limpida definizione racchiude tutti i casi dabili. Ma cosa deve fare lo studente che incappa (e prima o poi incapparci è quasi inevitabile) in uno o più insegnanti incapaci? Si può non reagire affatto, oppure reagire in modo scomposto e inadeguato. L'Anonimo invece suggerisce un attacco mirato condotto dalla classe con accortezza per cambiare le condizioni di lavoro in aula, e per rivolgersi ai superiori seguendo le procedure previste dai regolamenti e dalle leggi. Non lo scontro frontale, dove è inevitabile perdere, ma un lavoro ben meditato ai fianchi, per costringere l'insegnante a fare il suo lavoro e/o per rendergli il clima di lavoro più confortevole. Può funzionare, se ben applicato. Anzi, se ben applicato funzionerà sicuramente: chiunque lavori nella scuola sa che "certe classi sono più facili" e in altre "lavorare è impossibile". Chiunque lavori nella scuola sa che, per amore di sopravvivenza, qualsiasi insegnante può mettersi a lavorare o decidere di tagliare la corda e andarsene.

Sulla conoscenza di leggi e regolamenti l'Anonimo insiste molto: il buon stratega  esamina con cura il terreno dello scontro e impara ad utilizzarlo in suo favore, usa i punti deboli del nemico per far leva, evita di farsi sorprendere in condizioni sfavorevoli, soprattutto sa che a volte il modo migliore per vincere è evitare lo scontro. Le classi "dove si lavora meglio" sono, appunto, quelle che hanno imparato ad evitare lo scontro o hanno impedito che lo scontro avvenisse su questioni minori che distraggono dal vero obbiettivo. Muovere un intera classe in modo razionale e proficuo è molto difficile, ma con un accorto lavoro di strategia e di osservazione delle forze in campo si può fare.
Imparare a conoscere il terreno di battaglia, cioè ad usare in modo consapevole e proficuo leggi e regolamenti, è un abilità che servirà per tutta la vita e fa la differenza tra un buon cittadino e una persona inconcludente. 

Il libro è senz'altro utile ad ogni studente a partire dalla scuola media, ma anche ad ogni genitore di studente; è inoltre più che raccomandabile anche per gli insegnanti perché li aiuta a porsi in modo costruttivo nella loro guerra personale di ogni giorno - una guerra che è essenziale vincere ma dove è opportuno evitare quanto più possibile lo scontro: perché il bravo stratega, ci ricorda il manuale, è quello che riporta il trionfo senza spargere sangue e non quello che vince tutte le battaglie con gran numero di morti e feriti. Sun Tzu predica prima di tutto l'arte della flessibilità mentale, della soluzione imprevista, che riesca a spiazzare il nemico - e il nemico numero uno degli insegnanti, da sempre, è proprio quello della rigidità mentale, effetto collaterale spesso apparentemente inevitabile del nostro lavoro.

Ho incrociato questo testo per puro caso alla Mostra del libro organizzata dalla scuola. Ne ho presa una copia per la biblioteca, e una per me. Da buon manuale è breve, scorrevole, molto denso e può essere riletto più volte anche a spizzichi, o semplicemente aprendolo a caso.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro felici letture e un bel fine settimana a tutti, lettori e non lettori.

*è noto che Sun-Tzu adopera il termine guerra in un accezione molto vasta.

mercoledì 1 ottobre 2014

Manuale del Perfetto Insegnante - Una ghirlanda di fiori di Bach


Occorre innanzitutto precisare che con l'espressione "Fiori di Bach" non si fa qui riferimento a quei fiori che Johann Sebastian Bach o altro musical componente della sua illustre famiglia tenevano o coltivavano nel loro proprio giardino: detti fiori possono naturalmente venire anch'essi definiti come "fiori di Bach", e di fatto lo sono. Tuttavia il Bach più celebre per i suoi fiori è tal Edward Bach, medico inglese che nel corso della sua vita selezionò 38 fiori corrispondenti ad altrettanti stati d'animo. Tali stati d'animo potevano essere negativi o armonizzati. Laddove erano negativi, le vibrazioni energetiche dei fiori potevano armonizzarli. 
Esiste altresì una teoria che sostiene che Bah, oltre ad isolare questi fiori, se ne fosse anche fumati alquanti, e appunto a seguito di questo avesse elaborato le sue teorie, ma a tutt'oggi non esistono testimonianze valide in questo senso.

Il metodo di preparazione dei fiori di Bach è abbastanza inusuale: i fiori vanno amorevolmente raccolti e messi in una ciotola piena d'acqua di fonte. La ciotola va poi appoggiata in un punto illuminato dal sole. 


Nel giro di qualche ora le vibrazioni energetiche passano dai fiori all'acqua. In seguito l'acqua viene filtrata e usata, dopo essere stata diluita, per preparare le boccette di essenza floreale, con l'aiuto di un po' di brandy (rimpiazzabile con cognac, grappa o acquavite). La boccetta per il singolo paziente si prepara con acqua, una piccolissima dose di brandy e quattro gocce di essenza per ogni fiore che serve. 

Non è questa la sede per discutere se tali preparati a base di vibrazioni energetiche siano o meno efficaci. Quello di cui si parlerà qui sono alcuni di questi fiori, e di come gli stati d'animo ad essi associati siano pertinenti al lavoro dell'insegnante.

Iniziamo naturalmente con Impatiens, in italiano nota anche come Balsamina e Non-mi-toccare. 


Questo graziosissimo fiorellino è legato alle qualità spirituali della pazienza e della dolcezza d'animo. Nello stato negativo invece la persona è esasperata dall'incapacità e lentezza mentale di chi gli sta intorno e  a causa di questa insofferenza finisce per prendere decisioni affrettate e improvvide.

Si tratta indubbiamente di un fiore in cui qualsiasi insegnante dovrebbe fare il bagno almeno tre volte al giorno (ottenendo così, se non altro, una perfetta igiene personale) ma è anche indicatissimo per l'assoluta totalità degli studenti, dalla scuola materna in poi, di cui può lenire l'irrequietezza e l'esasperazione dovuta all'assoluta legnosità degli insegnanti con cui ogni giorno il poverello è costretto a confrontarsi.

Proseguiamo con Beech, che in Italia è conosciuto come Faggio Rosso, nobile albero dove qualsiasi insegnante assai spesso desidererebbe arrampicarsi per sfuggire all'umano consorzio e lamentare la gran disgrazia di essere nato, e soprattutto di vivere circondato da sì soverchiante quantità di idioti:


Questo splendido albero è collegato alle qualità spirituali della comprensione e della tolleranza. Nello stato negativo porta a intolleranza, pregiudizi e generica insofferenza verso tutto e tutti. 
Un insegnante in stato Beech negativo è una vera iattura per chi gli lavora vicino, in quanto in lui scorre un perenne fiume di critiche verso colleghi, custodi, dirigenza (non parliamo della segreteria) e soprattutto verso gli alunni, perenne fonte di insoddisfazione in quanto pigri, viziati, vanesi, testardi, arroganti, incapaci e via dicendo. Oltretutto partendo dagli alunni è facile risalire alle Grandi Colpe dei Genitori e della Società, dei politici - e, da qualche anno, anche di Facebook, responsabile di ogni nefandezza umana per il semplice fatto di esistere.
Dal momento che ogni insegnante attraversa una fase altamente Beech almeno una volta al giorno, anche questo fiore è caldamente raccomandato e dovrebbe, anzi, essere passato d'ufficio dalla mutua.

Chicory (sì, proprio la cicoria) è un simpatico fiorellino azzurro legato al potenziale spirituale della maternità e dell'amore altruista. Nella versione armonizzata, certo.


Quando non è ben armonizzato il tipo Chicory è estremamente attivo, invadente e manipolatore "per il bene degli altri". Gli insegnanti Chicory sono comuni come le margherite a primavera. Lavorano moltissimo, spesso svolgendo anche un sacco di mansioni che nessuno li obbliga a fare; preoccupatissimi del bene della scuola e degli alunni non lesinano sforzi né sacrifici per avviare le cose nella giusta ed esatta direzione da loro stabilita, né per formare e plasmare i ragazzi nel modo in cui devono diventare secondo le loro illuminate decisioni. Per meglio chiarire il concetto, tale insegnante non manca di far notare ripetutamente i numerosi sacrifici cui si sottopone per il bene degli altri, reclamando apertamente la dovuta riconoscenza e deprecando senza ritegno l'umana ingratitudine di chi lascia capire che tanti sacrifici non sempre sono graditi. In verità, anche chi esprime riconoscenza (non sempre del tutto spontanea) risulta comunque non esprimerne in quantità bastevole, per quanto ci provi, e infatti il lamento sull'ingratitudine umana e su come gli alunni non apprezzino in modo adeguato il prezioso impegno profuso per loro sono una caratteristica perenne quanto esasperante dell'insegnante Chicory.
Purtroppo, armonizzare un insegnante Chicory richiede interi fiumi di acqua imbevuta di vibrazioni energetiche. Ben più utile e risolutivo risulterebbe probabilmente un piccolo tentativo di sincera autoanalisi - ma è un po' come pretendere che una piramide diventi tonda di sua spontanea volontà.
In realtà questo tipo di insegnante avrebbe ed ha degli aspetti positivi, se non altro per la notevole dedizione al suo lavoro, ma è difficile trovarlo davvero simpatico e apprezzarlo dal profondo del cuore, anche per i ragazzi più disponibili e affettuosi. Più semplice sarebbe, forse, se il Chicory concedesse un po' di autonomia alle sue vittime e gli consentisse di intromettersi, anche in modo marginale, nelle scelte che li riguardano.

Assai comune tra gli insegnanti è pure il tipo Heather (erica) che non manca nemmeno tra gli alunni. Il principio positivo di questa pianta tanto bella quanto comune (soprattutto in Inghilterra) 

è legato all'empatia e alla capacità di soccorrere. In fase disarmonica Heather è una creatura disperatamente accentrata su sé stessa che sommerge chiunque gli capiti a tiro con tutti i dettagli, anche i più privati, della sua esistenza, senza lasciare il minimo spiraglio per gli altri, chiunque siano, onde avviare un minimo di dialogo o di scambio.
Se l'insegnante Chicory ha i suoi inconvenienti e spesso dà sui nervi ma ha comunque dei lati validi, l'insegnante Heather è esasperante e basta: costui o costei stordiranno chiunque capiti loro a tiro con dettagliatissimi racconti sula loro vita, le loro frustrazioni e le loro (infinite) difficoltà e saranno perciò troppo occupati per potersi permettere di perdere tempo con sciocchezze quali mandare avanti il programma e simili. In compenso lo sventurato collega che si trova preso nel vortice di un Heather in fase di esternazione incontrerà serissime difficoltà ad occuparsi di alcunché di concreto: impossibile correggere compiti, aggiornare registri, decidere un attività, preparare una lezione o anche solo compilare un modulo per la richiesta delle ferie, in presenza di un collega Heather.
Tuttavia nessuno come un Heather riesce a tenere a bada i genitori: semplicemente non li fa parlare - a meno che anche il genitore sia Heather, nel qual caso conviene munirsi di un grosso sacchetto di pop corn e godersi lo spettacolo, ché risulterà assai simile a uno scontro fra titani.

Meno letale si presenta Honeysuckle, ovvero il bel caprifoglio, che pure è abbastanza comune nella scuola:


Il principio di Honeysuckle è la capacità di trasformazione e rinnovamento. In fase disarmonica si tratta di una cozza tenacemente attaccata a un culto del passato inteso come Età Dell'Oro Ahimè Ormai Irreparabilmente Trascorsa: Honeysuckle vive in un perenne scontento, rimpiangendo amaramente la scuola dei bei tempi andati, quando i mulini erano bianchi, gli scolari rispettosi e pieni di umiltà, i genitori del tutto sottomessi e arrendevoli, gli insegnanti bravi e ben pagati e il mondo nel complesso era un posto assai migliore. 
Si tratta di una persona un po' esasperante, ma purché si faccia attenzione a non esprimere mai in sua presenza il benché minimo apprezzamento per una qualsivoglia novità che in qualche modo si colleghi alla scuola (ma chi l'ha incautamente fatto una prima volta avrà gran cura di non ripetere il fatale errore) ci si può convivere senza troppi problemi. Sia come collega che come docente risulta magari un po' lugubre, ma spesso fa assai onorevolmente il suo lavoro e, purché si abbia la pazienza di sobbarcarsi qualche lamentela, può risultare un partner di lavoro perfettamente affidabile - anche se, per avviare progetti particolarmente arditi e innovativi, sarà forse meglio cercarsi qualcun altro.

Ed eccoci a Hornbeam, ovvero il carpine, una pianta il cui principio è la vivacità interiore e la freschezza spirituale. 


Lo stato negativo Hornbeam è presente in ogni alunno che si trovi davanti il quindicesimo esercizio sul complemento predicativo dell'oggetto e in ogni docente che sia convocato per una nuova riunione che abbia lo scopo di definire gli obbiettivi di apprendimento per il curriculum della sua materia in rapporto alle ennesime indicazioni ministeriali: è un attacco di noia profonda associato all'insofferenza davanti a qualcosa di già fatto e rifatto, l'allergia alla routine, la stufaggine del "ossignoredinuovomaccheppalle". Ogni essere umano ci convive, ogni tanto o ogni poco, soprattutto sul posto di lavoro. Di solito ci si convive dignitosamente, ma un po' di fiorellini potrebbero essere d'aiuto - o anche solo un pomeriggio sotto il carpine in un bel giardino, magari con una compagnia simpatica (ad esempio un buon libro o l'amato bene).

Mimolus (pare che la traduzione sia "mimmolo") è il fiore degli insegnanti alle prime armi. 


Il principio positivo è legato al coraggio, alla fiducia e a una serena accettazione di sé. Nel principio negativo Mimolus è il povero coniglietto terrorizzato in mezzo a un branco di lupi famelici. Tutti quei colleghi minacciosi, quegli alunni crudelissimi, con la bocca stillante sangue, l'inflessibile Dirigente Scolastico, quei genitori implacabili, quanto ci metteranno a divorarlo vivo pezzo per pezzo? 
E in verità non sempre si tratta di paure destituite da ogni fondamento, perché spesso Dirigenti Scolastici, colleghi, alunni e genitori degli alunni sentono l'odore del sangue e soprattutto trovano semplice, conveniente e senza rischi banchettare a spese del povero nuovo arrivato. Mimolus andrebbe conservato nelle infermerie delle scuole in dosi industriali, e ogni nuovo arrivato dovrebbe assumerne regolarmente almeno un bicchiere ogni ora. In sua assenza,un sorriso e qualche parola gentile potrebbero sostituirlo almeno in parte. E' noto d'altronde che si trovano tavolta anche scolari di buon cuore, disposti a prendersi in carico il novellino e ad incoraggiarlo. In tutti i casi un po' di Mimolus prima di affrontare una nuova classe o una nuova scuola non faranno certo male.

Mustard è il fiore del burnout, malattia professionale degli insegnanti e non solo.


Il principio armonizzato è la serenità e la chiarezza luminosa. Nella forma disarmonica è una cupa malinconia che toglie la gioia di vivere. Molti insegnanti giungono per gradi a questo triste punto d'arrivo, e a quel punto probabilmente, oltre a prendere Mustard e magari anche Gorse e Gentian (la triade della depressione) risulterebbe utile anche un anno sabbatico, ove possibile, e ancor di più un bel cambio di lavoro.
Tutto ciò sarebbe comunque più agevole se l'insegnante stesso si rendesse conto del suo triste stato. Disgraziatamente, chi è in stato Mustard negativo non sempre realizza la condizione in cui si trova, e soprattutto non dispone della lucidità necessaria per studiare una via d'uscita da quella deplorevole situazione.

Altro fiore tipico per gli insegnanti è Pine, ovvero il buon vecchio pino:


E' il fiore del pentimento e del perdono; lo stato negativo invece è legato ad un continuo crogiolarsi nel senso di colpa per i propri errori e financo per gli errori degli altri (che è sempre possibile attribuirsi con un po' di buona volontà e una certa megalomania tipica del mestiere dell'insegnante).
Il motto del vero insegnante infatti è "non ho fatto abbastanza". Siccome non c'è dubbio che, per quanto uno faccia, assai raramente riuscirà a fare "abbastanza", soprattutto quando una situazione è grave e legata a decine di cause e concause, qualsiasi insegnante può senz'altro attribuirsi facilmente le decine e decine di esiti negativi che attraversano inevitabilmente la vita dei suoi allievi ed ex allievi (soggetti anche loro come tutti, ai tristi accidenti del caso) e rivangarli per anni e anni. Del resto è altresì noto che la scuola in generale vive oberata sotto infinite accuse di "non fare abbastanza" riguardo ai rami più vari dell'esistenza - ad esempio dovrebbe "inculcare vari valori" (qualsiasi cosa essi siano) e "formare i giovani", il tutto "rispettandone la personalità" - e già solo con questo la possibilità di "fare abbastanza" è persa per sempre.
Probabilmente è questo il motivo per cui moltissimi giardini di scuola contengono diversi alberi di pino: in tal modo per il personale scolastico sarà più facile preparare in proprio cospicue damigiane di tintura madre di Pine con cui alleviare il senso di colpa del personale scolastico al gran completo, senza con ciò prosciugare le riserve del Centro Bach, dove vengono prodotte la maggior parte delle boccette di fiori di Bach oggi in commercio.
Tuttavia in alternativa, o in aggiunta, alla terapia floreale, sarebbe forse opportuno che gli insegnanti cercassero di venire a patti con la loro mancanza di onnipotenza - un aspetto del loro carattere, questo, che la maggior parte dei docenti tende a rimuovere.

Rock Water non è un fiore, semplicemente, come dice il suo nome, acqua sorgiva. 


Il principio Rock Water è la libertà interiore e la flessibilità mentale. Nello stato negativo predominano la rigidità mentale e l'attaccamento a principi inderogabili.
Pochi lavori si basano quanto l'insegnamento sulla necessità di un enorme flessibilità mentale; e pochi lavori quanto l'insegnamento amano ingabbiarsi in regole maniacali e scorie rugginose. 
Ogni scuola dovrebbe dunque disporre di non meno di due sorgenti di purissima acqua sorgiva (che tra l'altro contribuirebbero assai al benessere fisico delle giovani scolaresche che le frequentano). In mancanza di queste, tuttavia, l'insegnante - oltre a tenere piccoli acquedotti personali che gli consentano un adeguato uso delle immense quantità di acqua di sorgente necessarie a ben svolgere il suo lavoro - potrebbe tentare di ricordare il più spesso possibile che non esiste problema che abbia meno di diciotto soluzioni, così come  non esista regola che non sia un piacere infrangere spesso e volentieri; qualora l'insegnante stesso non provveda in tal senso, tuttavia, saranno le giovani scolaresche di cui sopra che provvederanno con atti, pensieri e parole ad avviarlo su questa linea di pensiero.

Vine è la vite. Proprio quella che dà l'uva (nonché il vino, previa trattamento dei frutti).


Non vi è dubbio che, per mantenere adeguata sanità mentale con cui svolgere al meglio il suo delicato e complesso lavoro, ogni insegnante dovrebbe innanzitutto assumere copiose quantità di vino, possibilmente pregiato, anche se magari non prima delle lezioni, bensì dopo, allo scopo di meglio rimettersi dalle lezioni suddette; tuttavia, per una lunga serie di motivi, è forse opportuno che le scuole non si dotino di apposite e ben fornite cantine, e anzi è meglio che codesto aspetto venga gestito discretamente dal docente nella sua vita privata.
In floriterapia Vine si collega all'autorità e capacità di imporsi, entrambe doti assai utili ad un insegnante. Tuttavia, come chiunque sa, un insegnante in aspetto Vine negativo è un vero disastro: autoritario, rabbioso, permaloso, suscettibile, arbitrario, rigido, irragionevole, nonché convinto di essere sempre e perennemente nel giusto, costui o costei riuscirebbero a risvegliare l'istinto alla ribellione financo nei più mansueti frati francescani, e figurarsi in una pur paziente classe di fanciulletti nell'età dello sviluppo. Son questi i casi in cui, oltre a una buona dose di Vine al docente, sarebbe opportuno somministrare anche ingenti quantità di Impatiens agli sventurati alunni di turno nonché al Dirigente Scolastico che almeno due volte a settimana si ritrova impelagato in un potenziale inizio di guerra civile.
Disgraziatamente per un insegnante lo stato negativo Vine è tra i più difficile da sdipanare, con o senza fiori di Bach.

Il più importante fiore degli insegnanti tuttavia è senza dubbio Water Violet, una violetta d'acqua che non è molto viola e più che timida appare sfuggente e ritrosa.


Il bello dell'insegnante Water Violet è che funziona benissimo anche in stato disarmonico: elegante, felpato, autorevole, carismatico e fascinoso viene comunque apprezzato dagli alunni, che ne conservano spesso un buon ricordo nonostante il distacco che gli dimostra. Diciamo che è un insegnante che se la tira un po' troppo e sta molto sulle sue.
Nello stato armonico è l'insegnante che tutti sognano, perché oltre alle doti sopra elencate si dimostra comunicativo, saggio e adeguatamente umile. Praticamente un gioiello.
Qualsiasi Dirigente Scolastico provvisto di un barlume di buon senso spenderebbe volentieri tutto il Fondo d'Istituto per procurarsene uno e qualsiasi scolaresca si adatterebbe di buon grado a portarsi la carta igienica da casa e a pulire personalmente la scuola pur di averne uno.
Il problema è che sono rari. Molto rari.

venerdì 26 settembre 2014

Intorno alle leve della genetica e alla genetica delle leve (riflessioni oziose di un insegnante di Lettere)

Fra le materie scolastiche, scienze è forse quella che più è cambiata nel corso del tempo

Nonostante la prof. Fulcro insegni ormai stabilmente a Crifosso (dove, come ognun sa, sono tutti Estremamente Ganzi) le volte che incrocia noi insegnanti di St. Mary Mead continua a trattarci come se fossimo esseri umani e non poveri vermicelli, probabilmente in ricordo del cameratismo che ci ha legato quando ha insegnato qui. Così qualche giorno fa, profittando di un breve viaggio in treno, le ho chiesto com'era andata la loro Riunione Per Materia*.
"Molto bene, abbiamo concordato tutto il programma per scienze nei tre anni".
"Oh, molto bello. E... nel programma c'è anche la genetica?".
Proprio quello volevo sapere: infatti da tempo tra la prof. Spini e la prof. Marzapane è in corso gran questione sull'argomento. Per dirla in sintesi la prof. Marzapane dedica una bella sezione del programma di terza a genetica, evoluzionismo e DNA, mentre la prof. Spini si rifiuta di trattare siffatte questioni e si dedica a rocce, leve, luce e consimili (ma leve, luce e moti più o meno uniformi non sono trascurati nemmeno dalla Marzapane).
"Assolutamente no! Non ha senso farla in terza. Un ragazzo di terza secondo te è in grado di tracciare una spirale di DNA? Di capirne la struttura? Ha le basi per comprenderlo? Diamogli le basi piuttosto! Che cos'è una cellula? Che cos'è una molecola? Sono in grado di capire veramente la genetica? Certo, a memoria si può imparare qualsiasi cosa. Ma non è più importante che imparino un metodo, con cui poi potranno lavorare su qualsiasi argomento? Quello di scienze è un programma vastissimo, si tratta di selezionarne alcuni argomenti".
La prof. Fulcro è decisamente infervorata - mi ricorda vagamente me quando spiego perché non faccio storia della letteratura. Ovviamente mormoro alcune blande parolette di approvazione e mi guardo bene dal contrariarla - non solo perché gli insegnanti in preda al Sacro Furore non vanno mai contrariati, per elementari questioni di sopravvivenza, ma anche e soprattutto perché non ne so certo abbastanza, né di leve né di DNA, per avere una mia opinione in materia sulla loro utilità didattica.
Tutto quello che so è che un insegnante di scienze che, al primo disgelo, immerge saldamente una terza nelle spirali e nei gorghi di genetica, evoluzionismo e DNA è di grande aiuto e conforto all'insegnante di Storia che in contemporanea si arrabatta con le complesse questioni della Razza Superiore e del razzismo in generale, sia a Storia che a Geografia.
In realtà un altro argomento a favore del DNA lo avrei, ma non so quanto valido: ai ragazzi interessa molto di più delle leve e del moto uniformemente accelerato - e non so dargli torto, visto che personalmente ho ricordi di una noia sconfortante e soporiferissima sia delle leve che del moto uniformemente accelerato (anche se quando ho fatto le medie le razze esistevano ancora, e non erano solo pesci forniti di ali assai gustose, e non so quanti insegnanti di scienze nel 1974 si dedicavano al DNA, all'epoca tutt'altro che noto all grandi masse).
E ripensandoci avrei anche un terzo argomento a favore della genetica fatta in terza media: al momento dell'esame molti sono i ragazzi che si preparano con cura e puntiglio su temi genetici, esponendole in modo brillante, mentre rocce e leve sono di una noia mortale da ascoltarsi per l'insegnante di Lettere (soprattutto quando l'insegnante di Lettere sono io) e anche l'alunno dà l'impressione di tenersi sveglio, mentre ne parla, soprattutto per forza di volontà.

Siamo d'accordo: il fatto che l'insegnante di Lettere si annoia all'esame non è criterio su cui l'insegnante di scienze possa impostare la sua programmazione, e anche il fatto che i ragazzi preferiscano un argomento piuttosto che un altro non è detto che abbia un gran peso, se davvero si tratta da una parte di nozioni mandate a memoria e dall'altra del frutto di una buona preparazione di base e dell'impostazione di un metodo. Anzi, sono convinta che una buona preparazione di base debba essere alla base del lavoro di una scuola di base com'è appunto la media, per tacere del metodo - e so una sega io di cos'è che dà una buona preparazione di base per scienze, e non parliamo del metodo.

Tuttavia sono stata molto lieta in cuor mio quando la prof. Marzapane mi ha assicurato che lei continuerà a fare genetica ed evoluzionismo, anche se non ho avuto ancora modo di informarmi su cosa farà la mia personale collega di Matematica e Scienze. In pratica, la commissione per materie ha semplicemente messo degli argomenti obbligatori nella programmazione, e il resto degli argomenti sono a scelta del singolo insegnante.
In cuor mio comunque continuo a fare il tifo per il DNA in terza media, anche se io personalmente ne so ben poco, e anche quel poco l'ho imparato soprattutto dai romanzi gialli. Ma in fondo nessuno si aspetta  da me una buona preparazione di base e un efficace metodo di lavoro per scienze. Vivaddio, io insegno Lettere (o almeno ci provo).

*va da sé che quella di Lettere è andata come al solito, cioè con grandi discussioni sui massimi e minimi sistemi, ma senza concluderne niente di particolare. Del resto, le nuove indicazioni ministeriali non ci hanno portato particolari novità.

lunedì 22 settembre 2014

L'orrendevole e drammaticissima Saga del Registro Elettronico - 6 - Niente di nuovo sul fronte occidentale

Un gatto si riposa tranquillo su un dei nostri registri scolastici

Quando realizzai che la connessione in rete della scuola di St. Mary Mead era e sarebbe rimasta inaffidabile* ma che il registro elettronico sarebbe comunque partito all'inizio dell'anno scolastico, la mia fertile mente escogitò una brillante, pur se un po' costosa, soluzione: un I-Pad.
In verità da almeno un paio d'anni cercavo una scusa per comprarmi un tablet e poterlo anch'io estrarre durante le code, nelle attese alla stazione o sul treno, cazzeggiando su Facebook. 
Avevo perciò avviato un giro di consultazioni tra gli amici fidati e scelto con cura modello, colore e compagnia telefonica con cui fare l'abbonamento. Così, pochi minuti dopo il termine dell'entusiasmante presentazione del Nostro Futuro Meraviglioso Registro Elettronico sfrecciavo verso Firenze dal mio rivenditore preferito, e nel giro di un ora ero entrata in possesso di un tablet di penultimo modello con tanto di collegamento in rete e abbonamento, custodito in una graziosa bustina rosa psichedelico leggermente imbottita, mentre il mio conto in banca si era improvvisamente alleggerito.
La mia deplorevole vanità gongolava al pensiero del primo giorno di scuola - prima ora con la Terza d'Ogni Scheletro Ingombra: laddove tutti i colleghi avrebbero smoccolato alquanto appuntandosi i vari dati su foglietti e agende io avrei acceso sorridendo il mio giocattolino nuovo e avrei firmato e segnato assenti e presenti con un dolce sorriso di legittima soddisfazione (o, a seconda dei punti di vista, di deplorevole vanità).

Da allora il tablet mi è stato utile in tante piccole e medie circostanze, e anche per segnare in un piccolo file gli argomenti delle lezioni**, ma naturalmente non posso usarlo per compilarci un registro elettronico, se nessuno mi dà un registro elettronico da compilare.
Nel frattempo noi insegnanti di St. Mary Mead abbiamo constatato che
- un sacco di scuole non hanno il registro elettronico, esattamente come noi, e se la cavano benissimo compilando convenzionali registri in carta
- un altrettanto sacco di scuole ha un registro elettronico e se la cava bene, male o così così a seconda di come funziona il registro elettronico in questione, che comunque se non altro esiste
- un sacco di queste scuole ha Argo Nuova Versione, che dunque in qualche scuola sono riusciti a caricare (probabilmente senza dramma alcuno)
- nessuna delle leggi vigenti ci obbliga ad avere un registro elettronico
- l'uso del registro elettronico avrebbe dovuto essere approvato con apposita votazione al Collegio Docenti, mentre noi non abbiamo votato un cazzo di niente
- al presente non abbiamo né registro elettronico né registro cartaceo, e nessuno si degna di dirci se e quando avremo qualcosa di meglio delle fotocopie sui rotoloni Regina
- invero nel nostro cuore non albergava un grande entusiasmo per l'adozione di un registro elettronico, ma nemmeno una viscerale avversione per il suddetto, e insomma tutti eravamo e saremmo disposti a fare del nostro meglio, con buona volontà e diligenza, per compilarne uno - cosa probabilmente non al di sopra delle nostre possibilità non essendo nessuno di noi un fulmine di guerra informatico ma nemmeno del tutto digiuno dell'uso dei moderni mezzi di comunicazione
- siamo stati decisamente troppo tordi a non esserci opposti all'adozione del registro elettronico sapendo di non avere una connessione affidabile, e troppo remissivi visto che non abbiamo ancora preso la Nostra Preside per il collo intimandole di sputare fuori dei registri di carta, se non è capace di convincere la Segreteria e Argo a fornirci il necessario per compilare 'sto cazzo di registro elettronico
- Segreteria e Dirigenza hanno gestito la cosa decisamente con troppa leggerezza per non dire di ben peggio
- chi ci non ci ama non ci merita
e tante e tante altre utili considerazioni di analogo spessore ed utilità.

In compenso le LIM hanno ripreso a funzionare, perfino quella che ho nella Prima Rampante. E' già qualcosa, dopo l'ordalia dell'anno scorso.

*In realtà sono tutti pregiudizi: ormai da due settimane la connessione è solida e stabile
**che copierò un giorno, forse, chissà, sul nostro Bellissimo Registro Elettronico - detto e non concesso che per allora io sia riuscita a imparare a usare a dovere il copia&incolla sul tablet, perché per ora faccio davvero un gran casino

venerdì 19 settembre 2014

L'arte della guerra - Sun Tzu


Di questo libro esistono decine di centinaia di edizioni, dai sei euro in su. La copertina che ho scelto è quella dell'edizione Einaudi, che è più chic (e anche piuttosto costosa); invece la versione che mi portai a casa qualche anno fa costava  una decina di euro, con un ulteriore trattato cinese sulla guerra incluso.

Non so niente di storia cinese, non ho letto quasi niente di letteratura cinese e di mestiere non faccio il generale né l'ufficiale di stato maggiore, ma appena vidi il libro mi accorsi che avevo sempre desiderato un trattato cinese sull'arte della guerra e, dopo avere a lungo esitato fra tre diverse edizioni, infine ne scelsi una che portai a casa e divorai in gran fretta.

Si tratta, scoprii in seguito leggendomi diligentemente l'introduzione, del più antico trattato militare conosciuto, ed è stato scritto intorno al V secolo a.C. da un generale cinese.
Da allora ha conosciuto una fortuna ininterrotta ed è stato usato come guida non solo per le cose di guerra, ma anche per la gestione industriale, le strategie di vendita e un sacco di altre cose che a prima vista mal si accordano con un trattato militare. Ma, dopotutto, cos'è la vita se non una grande guerra, combattuta ogni giorno da tutti noi nelle situazioni più impensate?

Di fatto L'arte della guerra è un trattato militare scritto in quel tono assorto e filosofico molto orientale che dietro i suoi continui riferimenti al Tao e agli elementi offre una quantità di spunti di riflessione estremamente concreti. 
La guerra è un affare importante, e come tale va gestita e soprattutto accuratamente pianificata. Occorre calcolarne con precisione le spese, organizzare bene le truppe in modo da poterci fare affidamento e poter contare sul loro attaccamento agli ufficiali, organizzare con cura gli attacchi...
Ecco, appunto: non solo occorre organizzare con cura gli attacchi che conduciamo noi, ma anche quelli che farà il nemico. Il nemico va osservato con grande attenzione, aggirato e raggirato in tutti i modi possibili e soprattutto colto sempre alla sprovvista, ingannandolo e sorprendendolo.
L'esercito non si valuta solo in base al numero delle sue truppe. Dovete calcolare le vostre forze, analizzare quelle del nemico, e trovare il modo per sconfiggerlo. Chi manca di capacità strategica e attacca comunque il nemico verrà certamente sconfitto.

Perchè ci sono casi (ad esempio quando sono in gioco gli interessi del regno) in cui quel che conta non è partecipare, ma vincere. E per vincere è importante muoversi con cautela, usare molta astuzia e arrecare pochi danni, a sé stessi prima di tutto ma a volte anche al nemico - anche perché un nemico incastrato senza via d'uscita può farti molti, molti danni.

Il buon generale è quello che conosce bene le sue truppe e le organizza e  dirige in modo da poterci fare sempre affidamento, ma che sa anche evitare o rimandare lo scontro se le condizioni sono troppo sfavorevoli, non si infila in situazioni senza via d'uscita; insomma, sa quando combattere e quando scivolare via con discrezione, magari trovando il modo di farsi inseguire fino ad arrivare su un terreno molto più favorevole alle sue truppe. Il buon generale combatte per vincere, non per acquistare gloria o reputazione* - e dunque non si limita a sfruttare le situazioni favorevoli, le crea, con un paziente lavoro di studio ma anche con molta creatività: non a caso questo è un trattato sull' arte della guerra, non su come guidare un po' di truppe arrangiandosi con quel che c'è e sperando nella buona sorte.

Per stimolare il caos è necessario possedere un saldo controllo; per creare l'illusione della paura bisogna avere coraggio; per fingere debolezza si deve essere forti. Ordine e disordine richiedono capacità di controllo delle truppe (...) 
Perciò chi eccelle nell'arte di costringere il nemico a muoversi come vuole realizza una configurazione delle sue truppe che costringe l'avversario a reagire. Offre una possibilità che il nemico è costretto a cogliere.

I modi di farlo sono infiniti, ma oltre al tocco di creatività che può portare il buon generale a trovare una soluzione originale occorre basarsi su una grande capacità di valutare bene di tutti gli elementi in gioco: i nostri come quelli degli avversari e quelli esterni - oltre, naturalmente, alle circostanze dettate dal caso.

Tutto ciò costituisce ampia materia di riflessione per chiunque occupi una posizione di comando - non importa essere un generale o un presidente del consiglio, basta essere un modesto capufficio o l'assessore allo sport di un piccolo comune - ma anche molto meno, per esempio un capofamiglia o un insegnante. Ma chiunque dispone in ogni caso di un piccolo (e non sempre piccolo, in verità) schieramento di forze su cui deve fare affidamento per destreggiarsi nell'esistenza, ovvero sé stesso; ed esaminare con cura il terreno degli scontri, gli avversari e i possibili alleati è comunque utile regola sempre e comunque. Per questo il trattato di Sun Tzu nel corso dei secoli è stato tante volte riscritto e adattato ai casi più disparati, e sempre con risultati interessanti.

Si tratta di un classico libro da comodino, da aprire e rileggere e riguardare spesso, perché ha sempre molto da consigliare in un infinità di circostanze.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti, oltre che un felice fine settimana, molte e consistenti vittorie, tutte ottenute senza alcuno spargimento di sangue ma con grandi vantaggi personali.

*e tanto meno per fare le scarpe agli ufficiali del suo stesso esercito. Ma questo è un caso che Sun Tzu evita signorilmente di considerare, accennandovi solo in modo molto indiretto - del resto non sarebbe credibile pensare che, nonostante tutta la saggezza orientale di cui l'intero trattato trabocca, il problema non fosse ben presente anche negli eserciti della Cina del V secolo s. C.

domenica 14 settembre 2014

I miei primi dieci libri-cardine

Un selfie di me da bambina, intenta alla mia attività preferita: LEGGERE

Il gioco, lanciato da La Noisette e povna sulla scorta di una catena che circola da un po' su Facebook, consiste nell'indicare le dieci letture che più hanno inciso sulla nostra formazione. Ogni volta mi viene fuori una lista diversa, stavolta seguirò l'ordine cronologico.

1) Le Fiabe Sonore. Probabilmente iniziate ad ascoltare intorno ai tre anni. La leggenda di famiglia vuole che abbia imparato a leggere su questi affascinanti fascicoli, mandandoli a memoria attraverso un ascolto ripetuto. Non so se sia vero, ma molte le avevo effettivamente imparate a memoria, e parecchie canzoni le ricordo ancora, in particolare la meravigliosa "parte fratello / in groppa al cammello" dalla storia di Kamar e Budur. La serie completa offriva una vasta scelta di fiabe da tutto il mondo. Le mie preferite erano Pelle d'asino, I tre musicanti e L'acqua della vita, oltre appunto a Kamar e Budur e Biancarosa e Rosella. Avevano anche delle bellissime illustrazioni, che anche allora erano merce abbastanza rara nei libri per bambini, almeno secondo il mio gusto. Naturalmente con le fiabe non mi sono fermata lì.

2) Dai sei anni in poi, la serie di Kathy Martin di Josephine James, sette volumetti della Stella d'Oro (serie rossa) dedicati a una ragazza che vuole diventare infermiera e poi effettivamente lo diventa (solo molto tempo dopo scoprii che in Italia, all'epoca, per diventare infemiera non era necessario fare tre anni di scuola e relativo praticantato). Non ho mai minimamente desiderato entrare a far parte del personale medico, in qualunque funzione, ma la storia mi piaceva molto e i libri li ho praticamente consumati. Probabilmente la cosa che mi colpiva di più era il modo con cui il lavoro di Kathy fosse il personaggio principale della vicenda.

3) Macbeth, dagli otto anni in poi. Non è stato il mio primo Shakespeare, ma mia madre mi suggerì di leggermi Giulietta e Romeo, dopo che mi ebbe raccontato la storia, e avevamo tutte le opere in un solo volume. Così spulciai un po' qua e là e Macbeth mi colpì moltissimo, tanto che credo di essermi mandata a memoria la parte di Lady Macbeth a forza di leggerla ad alta voce (mai più fatto niente del genere). Diciamo che assimilai la storia un po' per volta, col tempo, tanto che adesso è qualcosa che fa parte di me, come il fegato o l'ipotalamo. Vent'anni dopo scoprii l'opera di Verdi, che parimenti conosco a memoria, e ormai tendo a citarla soprattutto attraverso il libretto - che sembra un eresia, ma nonostante un italiano un tantino particolare, in quei versi e in quella musica c'è veramente tutto quello che ci ha messo Shakespeare, soprattutto nella scena della notte del primo delitto.

4) Orgoglio e pregiudizio, che mia madre mi lesse durante una breve degenza all'ospedale, quando avevo nove anni. Il mondo delle ragazze Bennet mi affascinò con una forza speciale, probabilmente per l'autonomia di cui godevano (molto maggiore di quella riservata di solito alle donne in Italia sulla fine degli anni 60). Mi sembrava una storia contemporanea, e in un certo senso lo era. Riletto poi un infinità di volte.

5) Il Signore degli anelli, iniziato nell'estate prima della prima media. Vabbé, credo di averne già parlato. Comunque nel 1972, in Italia, non c'era assolutamente nulla di nemmeno lontanamente simile. Per me fu una rivelazione, o forse una rivoluzione.

6) La serie di Angelica, di Anne e Serge Golon, mirabile polpettone dalla mirabilissima ricostruzione storica. In particolare ricordo la mia sorpresa quando entrarono in scena... gli indiani, completamente diversi da quelli dei film western - talmente diversi che mai per un momento dubitai che fossero quelli veri. Nel primo libro Peyrac mi piaceva abbastanza, anche se lo trovavo un po' irritante. Quando ricomparve in scena, in Angelica e il Nuovo Mondo, lo trovai di un antipatia mortale. Invece mi piaceva moltissimo la protagonista.

7) Nell'estate dopo la terza media arrivò Il maestro e Margherita, con il primo sabba della mia vita (da notare che all'epoca non sapevo ancora assolutamente nulla del Faust, e nemmeno dei processi per stregoneria). Da allora l'immagine di una donna a cavallo di una scopa per me vuol dire una sola cosa: libertà.

8) Medea, di Euripide. Letta sulla scorta di un suggerimento della prof. De Divinis in quinta ginnasio. Euripide mi è sempre piaciuto molto, ma Medea è stata la mia tragedia preferita per molto tempo, fin quando, quindici anni dopo, lessi le Baccanti. Da allora sono incerta tra le due. Ma perché scegliere?

9) Alla fine del ginnasio arrivò Paura di volare, di Erica Jong, ma ci dovrei aggiungere anche Come salvarsi la vita... e le poesie di Frutta e verdura - caso strano perché è molto difficile che le poesie moderne mi dicano qualcosa. Anche lì, come in Orgoglio e pregiudizio mi si aprì un mondo, ma in forma rovesciata: diciamo che scoprii la parte oscura della cultura americana, quella riservata alle donne, e quante cose venissero date per scontate su di noi. Scoprii anche l'esistenza dei tamponi interni, e devo dire che anche quello mi cambiò la vita. Di parecchio.

10) Decameron, di Boccaccio. Ci avevo provato intorno alla terza media, e mi era sembrato scritto in arabo. Improvvisamente, quando lo ripresi in mano in prima liceo, scoprii che era diventato perfettamente chiaro. Cominciai così una garbata opera di spulciatura che solo qualche anno dopo, in occasione di un esame, culminò nella prima lettura integrale. Da allora ce ne sono state, mi sembra, tre - ma il Decameron è un libro che si presta assai ad essere spelluzzicato e anche a venire letto ad alta voce con gli amici. Diciamo che è il medioevo che preferisco - ed è anche il mio libro italiano preferito, di gran lunga. Come il Signore degli Anelli, il Decameron è un libro che ha sempre qualcosa da dirmi, non importa quante volte l'abbia letto.

I dieci titoli sono finiti e sono arrivata sulla soglia dei diciassette anni. Comunque, la vita è andata avanti anche dopo.
Diciamo che, nella sua apparente staticità, la mia è una vita molto ricca di cardini.