Il mio blog preferito

mercoledì 20 marzo 2019

8 Marzo - Festa della donna

Nell'età dell'oro della mia radiosa giovinezza, ovvero quei favolosi tardi anni 70 in cui una serie di leggi e riforme sembrava garantire alle fanciulle in fiore un avvenire aperto a ogni avventura e scevro di ogni discriminazione, l'8 Marzo era una festa rigorosamente al femminile dove la mimosa era un regalo da scambiarsi tra donne e, in  caso, da portare alle professoresse; soprattutto era un giorno speciale in cui si poteva ribadire l'importanza di essere donne (cosa di cui eravamo tutte molto fiere, anche se in effetti il merito di sì felice genere era da ascriversi esclusivamente ai nostri padri). O almeno, nel mio giro, nella mia classe e nel mio liceo la vivevamo così.
Con gli anni la mimosa è diventata qualcosa che ci regalavano gli uomini (presidi, capufficio e innamorati) e la cosa mi piaceva molto meno, ma ho sempre ringraziato con bel garbo. 
Poi nacque l'abitudine di uscire per cena in gruppi al femminile - e anche lì non ero molto convinta, perché mi sembrava che uscire fra donne fosse cosa che ci spettava di diritto 365 giorni all'anno (366 negli anni bisestili), ma non c'era motivo di rinunciare a una pizzata tra amiche per cui partecipavo sempre di buon grado, specie se la riunione era a casa di una di noi e non in qualche ristorante dove ci spennavano facendoci pagare il doppio del consueto in cambio di una fronda anemica di mimosa e di una cucina più trascurata del solito a causa del sovraffollamento del locale.
Arrivò poi l'uso di andare in gruppo nei locali dove c'era lo spogliarello maschile - un rituale cui non ho mai partecipato e che mi sembrava leggermente idiota, ma dal momento che nessuno ha mai chiesto il mio parere in merito, mi sono ben guardata dal darlo.
Tali cene-con-spogliarello venivano spesso servite con un menù garbatamente allusivo (di quelli, per intendersi, che avrebbero fatto senso ad uno scaricatore di porto della più vivace tradizione) di cui passo ora a dare un forbito esempio:

Corre voce che questo specifico menù sia durato lo spazio di un mattino in quanto, dopo alcune assai vibrate proteste, è stato precipitosamente ritirato con un contrito discorsetto di scuse da parte dei gestori - e del resto non è molto chiaro perché le clienti di cotal ristorante dovrebbero passare la serata a spasimare per un po' di sesso dopo essersi volontariamente allontanate da chi molto di buon grado glielo avrebbe elargito (o, se lesbiche, essendo vicine a chi volentieri gliene elargirebbe dietro cortese richiesta).
Venne poi il tempo di deprecare la violenza sulle donne - cosa assai giusta da deprecare, ma perché proprio il giorno della nostra festa?  - e di lamentarci per i molti soprusi ai quali in quanto donne siamo sottoposte, nonché di scannarci tra noi in nome delle più varie questioni: infatti non c'era più un femminismo soltanto, ma era arrivata la stagione de I femminismI - perché col tempo ogni donna aveva imparato ad essere femminista a modo suo, e tenendo conto di quante siamo, trovare un comun denominatore tra tante individue non è certo cosa facilissima.
Poi arrivò il Gran Lamento Maschile, perché molti uomini si lamentavano di essere discriminati e che per loro non c'era una festa specificamente dedicata (e ogni volta che sento 'sta storia faccio gran fatica a non ringhiare tra i denti "Ah sì, volete una festa? Mo' venite qua che ve la facciamo una volta per tutte, la festa, e più che volentieri").
Oggi la Festa delle Donne dell'8 Marzo è diventata un gran lamento, specie se in quel giorno ti affacci sui social, e i maschietti intervengono moltissimo, spesso e volentieri spiegandoci anche come dovremmo festeggiarlo e come vivere la nostra condizione femminile, ma soprattutto insistendo su come dovremmo essere in quanto donne.
Qualche uomo, ammettiamolo, riesce a cogliere il lato demenziale di tutto ciò:
Sì, la parte legata all'argomento del post è la seconda vignetta della seconda striscia.
No, non sono capace di postare solo quella, altrimenti l'avrei fatto
(la tavola viene dal fumetto che ZeroCalcare ha dedicato alle unioni civili, e che merita assai)
Ma la maggior parte... vabbé, paragonare l'ufficio propaganda della Lega di Crotone a ZeroCalcare è decisamente ingeneroso e quindi non insisterò sul confronto. 
Però trovo che il volantino che quest'anno la Lega di Crotone ha dedicato all'8 Marzo meriti una citazione perché a modo suo è altrettanto divertente, anche se in modo involontario:
Ad ogni modo è noto che provare a discutere con i leghisti è tempo completamente perso. 
Non si tratta comunque degli unici che sembrano convinti che le donne necessitino di spiegazioni sul modo giusto di stare al mondo:
Che una donna servano specifiche istruzioni per essere adeguatamente femminile mi sembra una contraddizione in termini: in teoria la femminilità dovrebbe essere quell'insieme di caratteristiche che fanno di una donna una donna, che insomma si possiedono spontaneamente, e dunque la femminilità è composta da quelle caratteristiche che le donne hanno, e non da quelle che alcuni (che donne non sono) han deciso di voler loro attribuire. Una donna potrà mancare di buon senso, di pudore, di istinto materno, di eleganza, di pazienza, di empatica comprensione, di senso dell'umorismo, di amore per l'arte e le belle lettere, di sentimentalismo, di sentimento, di coraggio e di tantissime altre caratteristiche, ma non di femminilità, così come un gatto non può mancare di felinità anche se è senza pelo o senza talento per la caccia e una persona con la pelle nera (o anche semplicemente un po' scura) non è obbligata ad avere il senso del ritmo per proclamare con fierezza "Black is beautiful" mentre sfila orgogliosamente in corteo.

La Festa della Donna (detta anche Giornata Internazionale della Donna) è dunque una strana entità formata da molti strati. Il fatto che si festeggi proprio l'8 Marzo fa pensare che all'origine fosse niente di più e niente di meno della solita festa di inizio di primavera* dove le donne venivano omaggiate in virtù della loro potenziale fertilità -  una festa di nascita o di rinascita, insomma. Molto rispettabile, senza dubbio, molto importante, e ognuna di noi ha diritto di festeggiarla nel modo che più ritiene opportuno, anche guardando uno spogliarello se così le gira (del resto queste feste di inizio primavera includono spesso anche un aspetto fallico, com'è logico che sia) e senza mostrare troppa pazienza e comprensione verso chi si impiccia di ciò che non lo riguarda. Le riflessioni, anche sconsolate, sulla condizione femminile sono opportune e benvenute, le tavolate di amiche a cena insieme anche, e qualche rametto di mimosa è sempre gradito, chiunque sia che ce lo porge e indipendentemente dal fatto che lo offra con sincero entusiasmo, per quieto vivere o per convenzione e contentino - ma sempre ricordandosi che è roba da donne e alle donne appartiene, anche a costo di ferire orribilmente la delicata sensibilità  interiore degli uomini (ai quale comunque nessuno impedisce di istituire una Giornata Internazionale dell'Uomo, se proprio ci tiene tanto).

Come mi pongo, nel mio ruolo di insegnante, davanti a questa festa?
Con molta discrezione: evito di fare apposite lezioni sull'argomento, a meno che a Storia non sia tempo di suffragette; e avviso sempre, con qualche giorno di anticipo, che l'8 Marzo non interrogo le ragazze, a meno che non vengano volontarie. I maschi osservano che è una ingiustizia (ma non lo dicono mai in tono troppo serio, devo dire) e io ribatto che non lo è affatto, perché gli chiedo semplicemente di prepararsi per le mie materie, né più né meno che gli altri giorni, salvo poi lasciar capire che comunque accetto volontari - e di solito qualche volontario si raccatta sempre.
La Giornata Internazionale della Donna è importante ma avranno tutti modo di pensarci più avanti quando saranno cresciuti, immagino.

*no, non c'è stato nessun rogo di operaie l'8 Marzo, né in USA né altrove. Ci sono stati molti roghi di operaie e di operai, in varie parti del mondo, dovuti a incuria e allo spregio delle condizioni di sicurezza, ma quelli attribuiti all'8 Marzo sono risultati leggende metropolitane. E magari si potesse dire lo stesso di tutti gli altri!

venerdì 1 marzo 2019

Questo non è un libro sul sesso - Chusita


Chusita Fashion Fever è una giovane vlogger (così si chiamano coloro che gestiscono un blog fatto di video) spagnola che tiene un canale su YouTube con oltre 270.000 iscritti - il che le vale, credo, anche il titolo di influencer, cioè di persona che detiene un certo potere nel formare le opinioni degli altri. Forte di queste qualifiche ha scritto una specie di prontuario di educazione sessuale indirizzato ai giovinetti, aiutandosi con le eccellenti illustrazioni di Maria Llovet. Il libro, pubblicato in Spagna nel 2016, è stato poi tradotto per l'editore Giunti all'inizio del 2018.
Siccome a scuola c'era stato di recente un gran lamentarsi che questi ragazzi, per quanto riguarda il sesso, sono di una ignoranza veramente mostruosa (lamentela perfettamente giustificata, stando a quel che ho potuto giudicare di persona) al momento di allestire la Mostra chiesi alla libraia di riferimento se aveva qualche buon libro sul sesso, di quelli indirizzati ai ragazzi e non del genere teso a rassicurare gli adulti, tutto pieno di farfalline e e fiori e sentimenti: qualcosa di concreto, che non girasse troppo intorno agli argomenti e da cui i diretti interessati potessero tirare fuori informazioni comprensibili e valide. Così la libreria mi fornì tre o quattro testi diversi, tra cui appunto quello di Chusita.
Quando arrivarono i libri e la mostra venne allestita non stetti a guardare né a controllare: per me si trattava di uno dei tanti temi su cui c'erano libri a disposizione. Notai però, col passare dei giorni, che i ragazzi che arrivavano durante gli intervalli si radunavano di preferenza intorno a un dato punto, esibendo un palese imbarazzo, risate forzate e un certo disagio, come di chi cerca di fare di soppiatto qualcosa ma non ci riesce perché è sulla pubblica piazza. Uno dei ragazzi venne per farmi notare che Thunderball stava sempre lì a guardare i libri con le cosacce, e questo mi rallietò perché voleva dire che lo scopo che mi prefiggevo era stato raggiunto. Risposi con mirabile calma non disgiunta da una ben studiata indifferenza che avevo chiesto quei libri appunto perché venissero esaminati e, in caso, comprati - che era poi la pura verità. In cuor mio disapprovavo sia le risatine che le prese di giro rivolte a quelli che, come Thunderball, mostravano interesse per la materia: non sono mai riuscita a capire perché nella cultura attuale si dia per scontato che i ragazzi, soprattutto maschi, si interessino al sesso ma si dà ancor più per scontato che debbano vergognarsi almeno un po' per cotale loro interesse (che alla mia antiquata mentalità sembra invece più che legittimo), e ancor più disapprovo che i ragazzi appoggino tale balordissimo atteggiamento mostrando effettivamente di vergognarsi almeno un po' - ma mi rendo conto di avere ormai una certa età e che probabilmente questo mi impedisce di comprendere appieno la mentalità giovanile contemporanea, senza contare che, pur avendo sempre osservato un rigoroso riserbo riguardo alla mia vita più intima, non l'ho mai vissuta come qualcosa di cui vergognarsi, essendosi completamente dimenticati i miei genitori di instillarmi sensi di colpa a tal proposito.

Ed eravamo ormai arrivati al terzo giorno quando, raggiungendo la Mostra dopo la fine dell'orario  delle lezioni, le custodi mi consegnarono il libro di Chusita e un foglietto con su scritto "Libro ritirato dalla vendita perché inadatto" spiegandomi che il biglietto era della prof. Casini, responsabile di plesso. 
Decisamente irritata feci coriandoli del biglietto e rimisi il libro dove era stato fino a quel momento: la prof. Casini poteva anche essere la responsabile del plesso, ma io e soltanto io ero responsabile della Mostra e della Biblioteca, perciò rompesse poco e se quel libro non le stava bene, andasse alla stazione di St. Mary Mead e si attaccasse pure al treno.
Quanto alle custodi, palesemente divertite, mi assicurarono che loro con quella storia non c'entravano niente e si erano limitate a fare da postine.
Durante il pomeriggio la prof. Casini mi gratificò di una lunga telefonata per assicurarmi che nemmeno lei c'entrava niente, e che si era limitata ad eseguire le istruzioni della VicePreside, che a sua volta era intervenuta a seguito di una protesta della prof. Quadrella.
Sarebbe stato interessante, a quel punto, scoprire perché la prof. Quadrella invece di andare a lamentarsi dalla VicePreside non era venuta a parlare con me, che ero piuttosto facilmente reperibile visto che quando non ero in classe a fare lezione stazionavo alla Mostra a riordinare libri, vendere libri e contare l'incasso della vendita dei libri (talvolta financo a leggere libri, cercando di valutare se era il caso di includere questo o quello nella lista degli omaggi cui avevamo diritto). Stava di fatto però che la VicePreside, al contrario della coordinatrice di plesso, aveva il diritto di darmi degli ordini e io ero tenuta ad obbedirle - perciò, arrivata all'ora di chiusura della Mostra ripresi il libro incriminato e lo feci scivolare nel mio cassetto personale. 
La mattina dopo ebbi un aperto e franco confronto* con la prof. Quadrella chiedendole come mai in un libro non ci potevano stare le stesse identiche cose che venivano dette da noi insegnanti nelle nostre lezioni di Educazione all'Affettività. Mi rispose che era una questione di età, perché certe lezioni le facevamo in Terza, non in Prima, e alla Mostra venivano anche le ultime classi delle elementari (che evidentemente era bene che restassero ancora saldamente ancorate alla fase della cicogna, dei cavoli e delle rose), ma a quanto capii in mia assenza su quel libro c'era stata una discussione piuttosto animata, in cui la fazione dei Liberali era rimasta sconfitta principalmente perché il motto della VicePreside da sempre era "evitiamo ogni possibile rogna, per quanto remota possa essere".
Quanto alle eventuali lamentele di eventuali genitori, non se n'era vista l'ombra di un cenno, e sì che in molti avevano esaminato la Mostra palmo a palmo, venendo perfino da me a congratularsi per l'ampia scelta a disposizione dei ragazzi - ma è cosa risaputa che quando servirebbe un genitore polemico che ti facesse da scudo non se ne trova mai traccia
Nel frattempo avevo avuto modo di riflettere a lungo sulla questione e ne avevo tratte due conclusioni:
1) il libro si presentava ormai piuttosto gualcito, e restituirlo così ammaccato alla libreria non era molto corretto; d'altra parte era gualcito perché era stato maneggiato parecchio e da parecchie mani, segno che l'utenza era molto interessata a leggerlo e insomma andava tenuto.
2) D'altra parte la VicePreside era all'ultimo anno di servizio, a Giugno sarebbe andata in pensione e quindi per il successivo anno scolastico il libro poteva ricomparire in pubblico senza problemi**.
Così segnai il libro tra gli omaggi e raccontai tutta la storia alla libraia, che si divertì molto - e un pochino, a dire il vero, si scandalizzò.

E allora, com'è questo terribile libro scritto dalla vlogger influencer spagnola con 270.000 e passa iscritti al suo canale su YouTube?
In tutta onestà, e per quel che ho visto, l'ho trovato un lavoro molto ben fatto, con illustrazioni assai pertinenti, pieno di buon senso e consigli pratici, scritto in un linguaggio chiaro e diretto ma non pesante e capace di affrontare l'argomento nel suo complesso senza trascurare né il cuore, né il cervello né alcun altro organo direttamente coinvolto nella questione. Ottimo da regalare a un giovinetto o una giovinetta di primo pelo o alle sue prime esperienze, così come a giovinetti ancora completamente estranei all'argomento (...almeno all'apparenza). 
La versione su carta costa 13 euro, quella liquida soltanto 7 e in più offre il vantaggio di consentire una certa privacy al lettore che può sfogliarselo in santa pace sull'e-reader o sul cellulare senza essere obbligato ad ascoltare commenti importuni o lazzi fuor di luogo.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma. Buone letture e buon inizio di primavera a chiunque passi per di qua!

*pare che, nel linguaggio dei comunicati del Quirinale, sia l'espressione usata per indicare quando il Presidente della Repubblica si è preso a pesci in faccia con qualcuno.
**peraltro il libro è ancora al calduccio nell'armadio della Biblioteca in attesa di essere catalogato, visto che in quest'anno scolastico non ho ancora messo piede a scuola.

martedì 26 febbraio 2019

Timeo uozzappos et dona ferentes


Dice che sono gatti disegnati specificamente per Whatsapp. Dice.

Mi sono sempre ritenuta una persona non dico al passo coi tempi, ma comunque decorosamente aggiornata sul piano informatico - fermo restando che le operazioni che mi interessa fare sono poche e semplici: gestire il blog, con tutto il suo corredo di link e di illustrazioncine, qualche foto alle gatte ogni tanto, un po' di chiacchiere e qualche drago su Facebook, il registro elettronico, qualche libro sul tablet, un po' di navigazione a caccia di notizie varie, un po' di videoscrittura, qualche mail... la grafica e Photoshop li lascio a persone più competenti e più interessate di me. Vanto inoltre una dimestichezza con i computer ormai trentennale, che parte con una tesi scritta su quello che ormai è un pregiato pezzo da museo che aveva ben due floppy drive e nessun disco fisso*
Quando si tratta di telefonia invece piombo di colpo nella preistoria. Quando, dopo essermi messa in salvo da un branco di dinosauri affamati, riesco infine a rifugiarmi nella mia bella caverna con acqua corrente** e mi infilo sotto le coperte di pelliccia tutto quello su cui posso fare affidamento è un telefono fisso (sissignori, ne esiste ancora qualcuno. In realtà lo trovo comodo soprattutto per la connessione a internet) e un minuscolo cellulare color nero a forma di mattoncino, progettato in prossimità della fine del millennio scorso, capace solo di spedire e ricevere modesti SMS di testo e fare telefonate. L'ho comprato undici anni fa alla Coop con una offerta speciale per soci e costava 25 euro, ma cinque te li restituivano subito sotto forma di ricarica. Lo tengo quasi sempre spento a dormire in borsa*** e me lo porto dietro solo per poterlo usare in casi di emergenza, per esempio se mi casca un albero in testa***. Il numero ce l'hanno pochi amici fidati.
E gli altri?
Chiamano sul fisso, o mi mandano due righe di mail. Non è che raggiungermi sia impossibile, solo che quando sono fuori casa (il che non avviene poi così spesso, viste le mie abitudini casalinghe) non mi va di stare a chiacchierare al telefono, soprattutto se sono in giro con altre persone e magari sto parlando con loro.
No, non ho mai trovato molto educato tenere il cellulare sulla tovaglia del ristorante e passare il tempo a telefonare o ricevere telefonate - a meno che uno non sia primario d'ospedale, ministro o cose del genere. Ma sono opinioni personali, del tutto individuali, e me le tengo per me.

Questa abitudine di vivere dietro al paravento, dettata più dalla mia natura che da una precisa scelta esistenziale, si è rivelata estremamente utile nel momento in cui nel mondo virtuale si è affacciata una nuova, diabolica creatura: Whatsapp.
Non sono di quelli avversi per principio alle novità, non ho niente contro i social e non credo che abbiano distrutto la capacità degli individui di comunicare. Ma Whatsapp mi ha sempre inquietato parecchio, probabilmente perché non ti permette di usufruire dell'utilissima possibilità di far finta di non esserci. Puoi far finta di non aver ricevuto una mail, di non aver letto un messaggio, di non aver visto una provocazione. Puoi sparire dalla rete per due o tre giorni e poi spiegare che hai avuto problemi di linea, e a quel punto la polemica di quattro giorni fa sarà morta, sepolta e dimenticata da tempo immemorabile*****.
Ma non con Whatsapp, che ti inchioda al malefico meccanismo delle spunte e sa quando sei e quando non sei connesso. Inoltre lavora soprattutto su piccoli gruppi, ed è difficile sfuggire al controllo, in particolare se l'argomento della discussione ti riguarda da vicino.
Ma mi accorgo che sto divagando e rischio da un momento all'altro di finire nei Trattati sui Massimi Sistemi. Passerò quindi a svelare qual è il vero motivo per cui Whatsapp mi inquieta.
Nella mia amata scuola abbiamo il gruppo degli insegnanti (che comprende tutti gli insegnanti tranne me che, a causa del mio telefono di antiquariato, non posso installarlo)... e il gruppo degli Insegnanti di Lettere (che comprende tutti gli insegnanti di Lettere tranne me che a causa del mio telefono ecc. ecc.).
In apparenza può non sembrare una cosa negativa, certo. A chi non insegna nella piccola scuola di un piccolo paesello, intendo. Un sacco di gente si trova benissimo con i gruppi di Whatsapp, li trova di una comodità estrema, li usa con serenità e non gliene è mai venuto niente di male - e di tutto questo io mi rallegro sinceramente. Ma la categoria degli insegnanti - come quella dei genitori, e se qualcuno che legge fa o ha fatto parte di un gruppo di classe o di catechismo o di calcio, pallavolo e simili capirà di cosa sto parlando - è molto emotiva e portata a drammatizzare. I topolini trasformati in elefanti per molti di noi sono la norma, e gli incidenti diplomatici si susseguono a una velocità incredibile****** lasciando spesso molte più scorie tossiche dei normali diverbi che avvengono a voce, e ancor più di frequente creando attriti laddove di solito non si creava alcun tipo di diverbio - sì, insomma, perché c'è una fetta di umanità che in queste faccende si crogiola senza darsi pace finché tutti, volenti o nolenti, non hanno preso una ben precisa posizione schierandosi da una parte o dall'altra. Inoltre, per qualche misteriosa ma inevitabile alchimia, chiunque cerchi di riportare pace ed equilibrio tra gli elementi più polemici riesce inevitabilmente ad acuire vieppiù il conflitto in corso e, con un po' di fortuna, a diventarne parte integrante a tutti gli effetti.

In conclusione: al momento continuo a trattare con la massima considerazione il mio amato cellulare nero d'antiquariato e a tenerlo il più possibile spento da quando sono tornata a casa; e, casomai dovessi comprarmi un Telefono Elegante, mi guarderei bene dal portarlo a scuola o dal farne parola con i colleghi.
Nel frattempo, visto che ho ancora un sacco di tempo libero (che passo per lo più a cucinare e a mangiare a otto palmenti), medito sulla stranezza del fenomeno che trasforma un gruppo di persone dall'apparenza equilibrata in una manica di piantagrane.
*sissignori, i primi HD arrivarono appena un po' più tardi, e bastava qualche foto per riempirli - insomma, oggi farebbero più pena che altro.
**Sì, nel senso che corre giù dalla volta di roccia. Perfetta per farsi la doccia nelle mattine d'estate o per tenere in fresco la birra nelle sere d'inverno - peccato che la birra non l'abbiano ancora inventata
***Se non sono all'ospedale, si capisce.
**** Come faccio a telefonare se mi è cascato un albero in testa? Non lo so, non mi ci sono ancora trovata. Se mi capita e dovessi sopravvivere vi farò sapere.
*****In rete il tempo è ancor più strano che nella cosiddetta Real Life. Accade così che quattro giorni bastino e avanzino per datare un diverbio, anche molto animato, a svariate migliaia di anni fa facendogli così perdere completamente di valore.
******Come faccio a saperlo se non ho Whatsapp? Ma che domande, me lo raccontano, spesso facendomi anche leggere i messaggi incriminati. Perché il problema di quel che è scritto è che, essendo appunto scritto, rimane in memoria e si può anche far leggere a chi per sua buona sorte era rimasto del tutto estraneo allo scazzo, magari chiedendogli un parere - che assai facilmente non sarà tale da rendere onore al senno di chi l'ha pronunciato proprio perché la questione di partenza è spesso di una sorprendente minimalità.




venerdì 22 febbraio 2019

Nel Giappone delle donne - Antonietta Pastore


Una volta tanto ho deciso di presentare al Venerdì del libro di Homemademamma un saggio, e più precisamente un saggio dedicato alla condizione femminile in Giappone pubblicato nel 2004. L'autrice, Antonietta Pastore, è una traduttrice dal giapponese molto blasonata, ma soprattutto ha sposato un giapponese e ha vissuto in Giappone dal 1977 al 1993; si presenta dunque perfettamente qualificata ad illustrare al nostro italico sguardo le convenzioni e i modelli su cui si basa l'esistenza femminile in quell'affascinante e misterioso paese i cui abitanti fanno tutto a modo loro, maschi o femmine che siano, e sempre secondo una infinità di regole non scritte ma fortissimamente interiorizzate, al punto che  non è nemmeno necessario citarle perché sono assolutamente implicite. 
L'indubbia competenza sull'argomento, unita ad una scrittura molto scorrevole e ad un notevole spirito di osservazione fanno di questo libro una lettura decisamente interessante per chiunque sia interessato all'argomento, in particolar modo per una lettrice appassionata di manga che negli anni della sua radiosa giovinezza si ritrovava a riflettere e sentir discutere di condizione (e oppressione) femminile a colazione, pranzo e cena e che, ritrovandosi negli anni della maturità davanti a quella folta schiera di personagge sempre incredibilmente ordinate e ben regolate, misurate nei movimenti quanto nelle parole e perfettamente padrone di sé nelle più strampalate circostanze, sempre capaci di sorridere impeccabilmente pur quando erano immerse nel caos più assoluto*, finiva inevitabilmente per domandarsi se cotali creature erano esclusivo frutto di convenzioni letterarie o se in realtà avevano qualche, sia pur tenue, collegamento con la realtà.
"Le donne giapponesi ci sono o ci fanno?" è domanda che il lettore, e soprattutto la lettrice di manga e di letteratura giapponese finisce per porsi all'incirca un paio di volte per ogni tavola illustrata o pagina che gli capiti sotto gli occhi.
Finito di leggere questo libro, la risposta che si affaccia alla mente è "Entrambe": il modello culturale proposto non tanto per la Donna Ideale, quanto proprio per la Donna Normale - quella che incrociamo alla cassa del supermercato o all'uscita di scuola dove siamo andate a prendere i nostri figli, la vicina di casa, la giornalaia dove acquistiamo le riviste o la commessa che ci guida alla ricerca di un pullover azzurro-cenere, è talmente interiorizzato che finisce per aderire come una seconda pelle alla bambina, ragazza, adulta e anziana giapponese - un pensiero sconcertante per una femmina italiana, che certamente non è in alcun modo libera da condizionamenti culturali legati al suo sesso ma che di sicuro non è intralciata dal divieto non scritto di palesare le sue più profonde emozioni, anzi si sente quasi obbligata ad esternarle con gran fracasso (occorre però considerare come il codice culturale giapponese prevede non solo l'imperativo categorico di non far pesare le proprie emozioni sugli altri, ma anche e soprattutto l'abitudine alla disciplina e al rispetto incondizionato delle regole - due caratteristiche che non sono particolarmente dominanti qui da noi).
Scopriamo allora che esistono regole specifiche per i maschi e altre per le femmine; e sono regole che a volte complicano non poco la vita dei traduttori perché, tanto per fare un esempio, maschi e femmine fin da piccoli usano parole differenti (quelle riservate alle femmine sono, naturalmente, più aggraziate e spesso e volentieri leziose, nello stile da compagnucci della parrocchietta); ovvio che quello che vale per la scelta delle parole vale anche per la scelta dei colori nell'abbigliamento, per i gesti eccetera eccetera, fino ad arrivare alla divisione dei lavori di casa, che è in realtà molto semplice: il padre di famiglia non deve impicciarsene. Allo stesso modo non deve impicciarsi della gestione delle spese, che spetta interamente alla moglie (mentre su di lui ricadono l'onere e l'onore di guadagnare i soldi per le spese in questione per poi consegnare l'intero stipendio nelle mani della moglie che provvederà ad assegnargli una specie di paghetta per le spese minute); e dunque sarà la padrona di casa a saldare i conti per i regali che il marito compra per l'eventuale amante - di cui peraltro non è tenuto a rendere conto alla moglie in alcun modo.

Una volta passata la vernice esteriore dell'apparenza e della formalità, la condizione femminile in Giappone non sembra poi così diversa da quella, poniamo, italiana - dove, tanto per fare un esempio, parecchi mariti tengono una o più amanti e parecchie mogli sopportano più o meno in silenzio; ma solo un uomo con un notevolissimo pelo sullo stomaco, da noi, accetterebbe di girare alla moglie i conti dei regali fatti all'amica del cuore perché lei provveda a saldarli. 
Allo stesso modo, anche da noi è implicito che la cura dei genitori anziani del marito ricada in gran parte sulle spalle della moglie, oppure che una volta arrivati i figli è la moglie che deve sospendere il lavoro fuori casa per occuparsene, per poi riprendere a lavorare solo molto più avanti, a figli cresciuti, di solito con attività part-time che le permettano di continuare ad occuparsi della famiglia. In Giappone però questo passaggio è quasi codificato anche a livello sindacale: esistono infatti due tipi di contratto con cui una donna, dopo l'università, può essere assunta, e quello usato in prevalenza prevede che la donna non abbia avanzamenti di carriera, proprio in previsione del suo futuro matrimonio: l'iter più tipico infatti prevede che, dopo due-tre anni di matrimonio (e l'arrivo del primo figlio, o al massimo del secondo) la signora lasci il lavoro**.
Dunque i ruoli dei sessi sono regolati molto rigidamente, e vengono rispettati. Quanto esattamente la donna giapponese morda il freno e trovi tutto ciò ingiusto non è dato sapere, e l'impressione che si ricava dal libro è che le stesse giapponesi siano consapevoli solo in parte di una loro eventuale disponibilità alla ribellione. Sta di fatto che, al momento in cui il libro è stato consegnato alle stampe, se qualche singola giapponese delle fasce culturalmente più avanzate era disponibile a dichiararsi "femminista" e a chiedere (ma quasi mai al proprio consorte) una equa divisione dei lavori domestici, un vero e proprio movimento di rivendicazione femminile non risultava, né  risulta aver iniziato a prendere piede.
D'altra parte occorre anche considerare la differenza culturale di base, secondo la quale in Giappone l'atto di rivendicare i propri diritti parlando con i superiori da pari a pari è visto come qualcosa di estremamente scortese, se non addirittura in contrasto con le leggi umane e divine - e questo indipendentemente dal fatto di essere maschi o femmine.

Nel complesso una lettura molto interessante, che mi sento di raccomandare a tutti e che affronta questioni molto serie sotto una veste gradevole e all'apparenza leggera. Volendo, un buon modo per iniziare la primavera che è la parte più impegnativa e creativa dell'anno.

*in realtà avrei voluto scrivere "nel casino più completo", ma sono convinta che qualsiasi signora giapponese avrebbe fortemente disapprovato un modo di esprimersi così dozzinale e privo della pur minima traccia di raffinatezza.
**Un contratto di questo tipo da noi non sarebbe legalmente possibile; d'altra parte da noi il datore di lavoro tende a risolvere il problema alla radice, ad esempio non assumendo manodopera femminile, evitando di affidare loro ruoli di una qualche responsabilità o addirittura facendosi rilasciare lettere del tutto illegali di dimissioni senza data da esibire per rescindere il contratto di lavoro qualora l'operaia o l'impiegata decida di riprodursi, o anche semplicemente di sposarsi. 

mercoledì 20 febbraio 2019

Passata è la tempesta?


Dopo una ennesima e interminabile sessione di analisi, ricerche, osservazioni e scansioni di tutti i generi, tipi, forme e qualità, nonché svariati scazzi reciproci e discussioni, il sempre più vasto team di medici* che si occupava del mio complesso caso è alfine addivenuto ad una diagnosi senza punti interrogativi: scartata la possibilità di un malassorbimento del cibo, il problema risultava meccanico - in breve, un tratto della mia interiorità risultava danneggiato, e andava rimosso con un nuovo intervento.
Da lì la strada è stata in discesa: l'intervento è stato eseguito senza problemi né complicanze, il decorso è stato ottimale e, dopo esser stata tenuta a parcheggio a mesi interi  per i vari ospedali del distretto fiorentino, sono infine stata rispedita nel giro di una decina di giorni a casa dove, invece di strisciare come un lombrico anemico, ho finalmente avviato una ripresa in piena regola costellata di abbondanti pasti che digerisco senza apparenti problemi e a una velocità spaventosa, tanto che ho l'impressione di passare le mie giornate a cucinare, chiedere sempre più spesso immani quantità di derrate alimentari agli sventurati amici che si erano offerti di farmi "un po' di spesa" e mangiare senza soluzione di continuità tra un pasto e l'altro.

Naturalmente è ancora presto per bandire ogni dubbio e sciogliere ogni riserva, tuttavia alcuni indizi mi fanno seriamente sospettare di essere infine entrata per davvero in convalescenza - ad esempio, dopo avere tanto scalpitato per tornare a scuola adesso di tornare a scuola me ne frego, com'è giusto e normale che sia, e l'unica attività che mi interessa davvero è stare in ammirata contemplazione della mia convalescenza e bearmi dei miglioramenti che osservo - oltre, naturalmente, a godermi la compagnia delle gatte di casa che hanno accolto con molto favore il mio ritorno.
Vedremo gli sviluppi successivi...

*non scherzo e non esagero: ogni giorno ero visitata da un medico diverso, ma sempre informatissimo sul mio caso.

venerdì 25 gennaio 2019

Emma - Jane Austen


Possiamo iniziare con una novità: questo non è il primo romanzo di Jane Austen. Per quanto mi è  dato sapere, viene universalmente ritenuto il quarto.
Come tutti i romanzi di Jane Austen presenta delle sue specifiche particolarità, nella fattispecie la continuità di scena: all'inizio del romanzo incontriamo Emma a Hartfield, nella villa di famiglia dei Woodhouse, e lì resterà fino alla fine. Molti dei protagosti intorno a lei schizzano come palline da flipper a Londra, in Scozia, nelle varie tenute di famiglia e via dicendo ma Emma è sempre lì, ad Hartfield, e nemmeno resta mai a dormire fuori da amici.
Il motivo che spiega questa stasi, del tutto insolita per una ragazza di buona famiglia in età da marito che deve cercare di conoscere nuove persone, è il padre di Emma, Mr. Woodhouse, un uomo vecchio  nell'animo prima ancora che nel fisico, terribilmente ansioso e ansiogeno e abitudinario,  che per sua buona sorte nonostante il notevole (ma inconsapevole) egoismo del suo atteggiamento è universalmente amatissimo grazie alla sua bontà d'animo e perciò nessuno l'ha ancora strozzato - ma in certi momenti il lettore lo farebbe con gran goia.
Così, grazie a questo padre all'apparenza permissivo ma in realtà vincolante come una catena da lavori forzati Emma, pur essendo all'apparenza la padrona di Hartfield e la più ricca tra le protagoniste austeniane (30.000 sterline di dote, cioé una rendita di 1.500 sterline all'anno) è quella che nei fatti gode meno libertà: l'organizzazione delle giornate e soprattutto delle serate è subordinata alla necessità di intrattenere e divertire suo padre, ma soprattutto di non farlo mai preoccupare: impresa che, con un uomo che va completamente in tilt per un velo di neve contro cui affrontare una scarrozzata di un chilometro scarso o davanti agli inconvenienti digestivi che può causare una fetta di torta di nozze, è praticamente ai limiti dell'impossibile.
Emma è dunque una premurosissima figlia, ma anche una ragazza bella (molto, molto bella) e intelligente. La sua intelligenza però è stata solo molto occasionalmente messa alla prova dal contatto col mondo esterno, e quindi le difetta assai l'esperienza - il che giustifica in parte i granchi clamorosi che prende nel corso del romanzo.
Una parte di questi granchi si spiega con i pregiudizi sociali che Emma coltiva con gran cura - che sono esattamente gli stessi che dettano il comportamento di Mr. Darcy con cui Emma ha in comune diversi tratti (e infatti come lui usa senza ritegno la sua influenza per guidare in modo a suo avviso molto opportuno le scelte sentimentali di una persona a lei cara).
Per giunta l'autrice la mette al centro del più insidioso dei suoi romanzi, dove quasi niente è come sembra; e per ulteriore giunta Emma decide di prendersi in carico l'educazione e la raffinazione di Harriet, una bella e cara ragazza sprovveduta perfino più di lei, ma per sua disgrazia provvista di una incrollabile fiducia nel suo giudizio (suo di Emma, ahimé).
Con queste premesse, la disposizione finale delle coppie finisce per riservate qualche sorpresa e tutta la vicenda offre più di un colpo di scena - anche se il più importante viene largamente anticipato al lettore da svariate centinaia di indizi e financo dalle osservazioni e riflessioni di un personaggio che, al contrario di Emma, non sbaglia mai... beh, quasi mai - perché alla fine qualche abbaglio lo prendono quasi tutti.
Quesro romanzo, tra i sei, è quello dove lo spettro della povertà mostra più le sue ossa: viene dato ampio spazio alle due signore impoverite, di buona famiglia ma costrette a farsi bastare una piccola rendita e  a vivere in una modesta casa con una (sola) serva fedele che però sta invecchiando, ma anche alla figura piuttosto tragica della ragazza di buona famiglia, cresciuta tra la gentry ma che dovrà presto andare a fare l'istitutrice per mantenersi.
Altra caratterisrica piuttosto insolita di questo romanzo nel canone austeniano, che condivide solo con Orgoglio e pregiudizio e in parte con Persuasione è la presenza di vere e autentiche scene d'amore, che normalmente la scrittrice scansacon gran cura.
Infine: nel canone austeniano non è forse il romanzo più apprezzato, ma conta su una fitta schiera di estimatori che in molti casi lo preferiscono anche a Orgoglio e pregiudizio. Quanto a me, ne ammetto senza remore i molti pregi ma, pur appezzandolo assai, ammetto che gli altri cinque mi piacciono di più.

Con questo posr partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro felici letture invernali a chiunque passi di qua - e, naturalmente, anche a chi non ci passa perché è occupato a far di meglio.


giovedì 24 gennaio 2019

Insegnanti New Age 2 - Per moderare un eccesso di aggressività



Feci tutta la SSIS in uno stato di rabbia incandescente, soprattutto perché mi sentivo costantemente presa in giro. La cialtronesca boria con cui buona parte degli insegnanti ci trattava, convinta di poterci ammansire con lezioni di livello elementare,  la faciloneria con cui ignoravano l'esistenza stessa delle scuole medie, considerando che esistessero solo le superiori, e soprattutto la becera arroganza tipica dei docenti universitari con cui si rivolgevano a noi, che in molti casi eravamo persone decisamente adulte costrettte in loro balìa da un perverso meccanismo delle graduatorie (che,  manco a dirlo, si ridimensionò di parecchio non appena ebbi conquistato l'agognato titolo di specializzata) contribuirono ad alimentare questo mio giusto sdegno fino a livelli pericolosi per la mia salute, provocandomi perfino una breve malattia infiammatoria che fu prontamente definita "sissite" dai miei cari, con tono che stava tra il divertito e il preoccupato.
Tra le varie materie quella che più mi irritava era storia, dove francamente il livello medio si rivelò basso in modo patetico e l'arroganza dei docenti passò perfino il notevole margine consentito ad un docente universitario.
Fu così che mi ritrovai, una mattina in cui avevo preso permesso da scuola assaissimo a malincuore per fare l'esame di fine anno, a scoprire verso le dieci, dopo la solita ora canonica di attesa di Loro Boriosissime Maestà, che avrei fatto il colloquio non prima delle quattro del pomeriggio. Ma dirlo prima no?
Tornai a casa in uno stato di irritata esasperazione che perfino io finii per trovare eccessiva e mi resi conto che, in qu  stato  d'animo, rischiavo seriamente di saltare alla gola del mio esaminatore qualunque domanda mi avesse fatto, fosse pure il mio nome e cognome. Decisi perciò di fermarmi im erboristeria dove mi feci fare una boccetta di Fiori di Bach atta a riportarmi tra le persone civili: Cherry Plum contro le esplosioni di collera, Holly contro la rabbia eccetera.  Poi mi ci attaccai, prendendo le gocce ogni cinque minuti*.
Fiori da una parte, libro di testo dall'altra, avviai una seduta di rapido ripasso..
In teoria non c'è nessun motivo per cui i Fiori di Bach, che si basano sulle presunte vibrazioni energetiche dei fiori immersi nell'acqua, debbano funzionare; è un fatto però che su di me funzionano alla grande, e gradualmente le tenaglie della rabbia si allentarono, lasciandomi sempre più paciosa e concentrata.
Andai all'esame serena e di buon umore ma, ahimé, del tutto priva di quella carica magneticache agli esami mi porta sempre a dare quel qualcosa in più e risposi alle domande in modo pacioso e un po' approssimativo, toppando tra l'altro platealmente una domanda sulla Pacem in terris, che mi dispiacque molto perché è una delle poche encicliche che conosco che mi piacciano, e uscii dall'esame con voto piuttosto basso per i miei elevati standard sissini**, ovvero un modesto ventotto.

Fu così che imparai che un eccesso di aggressività può essere indubbiamente negativo, ad un esame, ma quel po' di giusta aggressività che ti spinge  a vendere cara la pelle è al contrario cosa buona e giusta, e non va mai dismessa.

*con i fiori la regola è prenderli quattro volte al giorno oppure ogni volta che ti capita di pensarci. Quel giorno ci pensai parecchio, devo dire.
**Sono stata una allieva piuttosto brava all'università, ma alla SISS ero una delle prime di tutto il corso regionale  - il tutto studiando poco ma grazie ad una buona preparazione di base che si era ben stratificata attraverso gli anni.

lunedì 21 gennaio 2019

Insegnanti New Age - Di fiale portentose e di Dolcezze

Aura Soma è un sistema di terapia olistica che cura la nostra aura con i colori, attraverso boccette di oli essenziali e acque colorate che contengono anche cristalli, erbe e altro.
Prima di essere in boccette era in fialette come quella che Galadriel regala a Frodo
E già che siamo in argomento, il sistema è stato elaborato (anche) da una signora che si chiama proprio Galadriel. 
Ad ogni modo adesso non fanno più né le fiale né l'apposito portafiale per portarle al collo, e lavorano su bottigliette bicolor, molto carine anche loro.
La mia amica New Age è riuscita però a procurarsi un po' di fiale in una svendita di scampoli di fine stagione, e per me ha preso quella color magenta, verso cui ho provato subito una fortissima attrazione: il magenta infatti è l'esatto colore del sangue da trasfusioni, e uno dei miei problemi principali è proprio legato all'anemia per mancato assorbimento del ferro.
Insomma, ho preso volentieri la fiala, ma come avrei fatto a indossarla? 

Con singolare spudoratezza mi sono rivolta a Dolcezze di Mamma, che è sempre a caccia di nuove sfide, e le ho mandato una foto della fiala e le sue dimensioni.
Con gentilezza e velocità davvero impagabili Dolcezze ha risposto, ed ecco il risultato della sua arte, davvero notevole secondo me:

La collana di lana, come insisro a chiamarla, è in lana bordeaux e nero-magenta, la stoffa è bordeaux. E adesso ho ben DUE collane portafiala che si intonano magnificamente alla mia fiala magenta - e una buona scelta del colore immagino sia davvero importante nella CROMOterapia . Al momento però uso solo quella di lana, che è stata universalmente ritenuta più invernale.
Ci credo, alla cromoterapia? Non lo so e non mi interessa, ma astucci e fiale sono il risultato del lavoro di due persone che si sono preoccupate per me quanto bastava per procurarmi tutto ciò. Che cosa posso chiedere di più?

venerdì 18 gennaio 2019

Il problema dei tre corpi - Cixin Liu

Splendida copertina, una volta tanto, e pure pertinente.
Sarà perché è ripresa pari pari dall'edizione americana?   

Fantascienza cinese, nientemeno, ché non si dica che qua si leggono solo romanzetti inglesi.
Fantascienza cinese DOC, scritta da un cinese che tuttora vive e pubblica in Cina, non dal solito transfugo che si è stabilito negli USA o in Inghilterra; prima pubblicata in rivista a puntate, a partire dal 2006, poi raccolta in volume, poi nel 2016 tradotta in inglese e pubblicata negli USA, dove ha vinto il più prestigioso premio del settore, lo Hugo. E a quel punto Mondadori si è mossa e nel 2017 lo ha portato anche in Italia, rispolverando per l'occasione la collana Oscar Fantastica col suo bel fondo argenteo in copertina.
E volendo parlare della copertina, possiamo dire che nella terza e quarta appunto di copertina ci sono due spoiler a cinque stelle, di quelli che sembrano un po' eccessivi perfino a me che notoriamente con gli spoiler sono di manica larga. C'è da dire però che il romanzo è talmente pieno di colpi di scena e bruschi cambi di prospettiva che i due grossi spoiler, situati rispettivamente a un terzo e a due terzi della narrazione, non spiegano poi molto e non anticipano la conclusione - che, e qui spoilero anch'io, si chiude su una inaspettata nota di ottimismo.
Non è un romanzo autoconclusivo, è il primo volume di una trilogia chiamata "Il passato della terra"; il secondo volume intitolato "La materia del cosmo" è già stato pubblicato in Italia, per il terzo non resta che aspettare.
Il fatto che sia il primo volume di una trilogia spiega in parte la struttura piuttosto insolita del romanzo - ma qualcosa deve entrarci anche il fatto che si tratta, appunto, di un romanzo cinese e che quindi viene da una tradizione letteraria diversa dalla nostra. Naturalmente anche le scelte del singolo autore influiscono sulla struttura del libro e così ci ritroviamo un romanzo stranamente denso, quasi vischioso, molto ricco - tanto ricco che a tratti si rischia di ingozzarsi leggendolo - che comprende elementi di quasi tutti i generi (fantascienza, politica, sociologia, satira, storia, teologia, thriller, giallo, avventura, azione, formazione, divulgazione scientifica, fantasy, videogiochi e di sicuro ho dimenticato qualcosa) e riserva un colpo di scena o un capovolgimento di prospettiva serio all'incirca ogni dieci pagine nella sua seconda parte. E quanto alla prima... 

La prima parte ha un avvio apparentemente lento, come certi solenni attacchi d'organo e il lettore letteralmente non capisce dove si sta andando a parare, anche se si lascia volentieri catturare nel vortice della narrazione. Si inizia con la Rivoluzione Culturale cinese, e purtroppo non c'è niente di fantascientifico nella rivoluzione culturale cinese - caso mai, volendo proprio scomodare un genere letterario sarebbe forse possibile tirare in ballo l'horror.  
La rivoluzione culturale cinese fu infatti un momemto terribile  che divise non soltanto popolazini, villaggi e amici, ma che spezzò anche nuclei familiari fino a ridurli in tante particelle evseparando coniugi, genitori e figli, fratelli e sorelle - chiunque insomma possa essere separato.
Tra le tante vittime di questo orrore c'è una dei protagonisti del romanzo, Ye Wenjie (un elenco dei personaggi assai chiaro e completo posto a inizio libro soccorre misericordiosamente il lettore occidentale che in mezzo ai nomi cinesi si perde con facilità), che dopo aver assistito impotente al totale disfacimento, anche fisico, della sua famiglia, rimane anni dopo intrappolata in un gioco di equivoci che la classifica tra i nemici del popolo. Siccome è una brava astrofisica si salverà grazie a una proposta di arruolamento nel misteriosissimo e mitico Progetto Costa Rossa, situato sul monte Radar. Unico inconveniente: se accetta non potrà lasciare mai più il monte Radar data appunto la segretezza del progetto. Ye accetta senza esitare (ma gli anni passano, le circostanze politiche cambiano, il Progetto Costa Rossa verrà smantellato e Ye il monte Radar lo lascerà eccome, e non certo per andare a stare peggio).

Tutto ciò costituisce una specie di prologo. Nella sedonda parte, ambientata nella Cina del terzo millennio 38 anni dopo (dove ancora le ferite della Rivoluzione Culturale emergono qua e là, con grande amarezza di tutti i partecipanti) incontriamo invece il secondo protagonista, Wang Miao, un ricercatore specializzato in nanomateriali afflitto da un misterioso conto alla rovescia che lo perseguita, e che finisce per trovare pace soprattutto seguendo un videogioco particolarmente evoluto, di quelli che richiedono una tuta soeciale per essere giocati e che mostra le complesse avventure e la complessissima lotta per la sopravvivenza del pianeta Trisolaris - i tre corpi, scopriremo circa a due terzi del romanzo, sono i suoi tre soli che lo stesso pianeta per lungo tempo ha ignorato di avere e che lo mettono in una particolare situazione di instabilità che può finire soltanto molto male.
Unica possibilità di salvezza: trovare un pianeta dove la vita sia possibile e trasferirsi lì. E quale potrebbe essere questo pianeta? Sedetevi in un luogo tranquillo, concentratevi a fondo e spremetevi le meningi senza risparmio: ebbene sì, come in un qualsiasi cartone animato giapponese abbiamo gli alieni che, per sopravvivere, sono praticamente costretti a invadere la Terra. Solo che siamo in un universo altamente scientifico (come dimostrano le lunghe spiegazioni di cui è disseminato il libro e che la povera letterata di turno riesce a seguire in maniera molto... ehm... relativa) seppure anche assai quantistico e nessuno ha ancora inventato né la curvatura di Star Trek né il leggendario Salto nell'Iperspazio, e insomma anche agli alieni ci vorrà il suo tempo. Molto, molto tempo. Davvero molto tempo.
Ma nel frattempo hanno inviato Qualcosa sulla Terra che potrebbe.... e i terrestri dal canto loro potrebbero...
Il primo libro si chiude così, con una nota sospesa di catastrofe imminente e una di ottimismo dopo un rutilare di effetti speciali nel finale davvero spettacolare. Ma una volta chiuso e concluso continua a insinuarsi nei pensieri del lettore, lasciandolo curiosamente inquieto, tanto che non trova pace finché non ne parla un po' in giro e medita perfino la folle idea di rileggerso per assimilarlo meglio fin dall'inizio... insomma, è uno di quei libri che dà dipendenza.

Per concludere cito un passo che mi ha molto colpito per certe curiosenrisonanze con la situazione politica attuale italiana, pur venendo dalla penna di un cinese che lo ha scritto dodici anni fa. Quando su Trisolaris discutono su come intenerire la futura resistenza terrestre all'invasione, il Console Scientifico spiega al Principe:
Il piano si concentra sull'enfatizzare gli effetti ambientali negativi dello sviluppo scientifico e suggerire alla popolazione della Terra la presenza di poteri sovrannaturali. Oltre a esacerbare le conseguenze disastrose del progresso, tenteremo anche di far leva su una serie di "miracoli", che useremo per costruire un universo illusorio inspiegabile dalla logica e dalla scienza. Tenendo vive queste illusioni per qualche tempo, è possibile che la nostra civiltà divenga oggetto di adorazione religiosa sulla Terra; a quel punto, il ragionamento non scientifico prevarrà su quello scientifico nelle menti degli eruditi umani, e porterà al collasso dell'intero sistema razionale".

Faccio semplicemente il mio dovere ringraziando di cuore Blog Senza Pretese, senza il quale non avrei mai nemmeno sentito nominare né il libro né l'autore, almeno a tempi brevi.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti buone letture che vi tengano piacevolmente compagnia mentre mangiate mandarini comodamente al calduccio sotto il kotatsu.

martedì 15 gennaio 2019

Sull'annosa e controversa querelle dei compiti da fare a casa (post noioso come un giorno di pioggia)

Questa non è in alcun modo una scritta polemica.
Oh no, essa non lo è. 

L'attuale ministro dell'istruzione Marco Bussetti non si è distinto finora per soverchio interventismo, nonostante le accorate richieste di Ernesto Galli Della Loggia, anche se dietro le quinte, con alcune accorte circolari, è intervenuto in alcune questioni mostrando di possedere una certa dose di buon senso. Del resto il comparto della scuola in questo momento non va particolarmente di moda se non  per operarci qualche moderato taglio e nessuna persona che lavori al suo interno desidera richiamarci su l'attenzione di questo governo - pur essendo indubbio che richiederebbe al suo interno diversi provvedimenti, tra cui una seria riforma dei tecnici e soprattutto dei professionali, che andrebbero infine visti come qualcosa di più di un refugium peccatorum o un cassonetto della raccolta differenziata.

Ad ogni modo, in uno dei suoi rarissimi guizzi di interventismo il ministro, partecipando a una  trasmissione radiofonica, aveva vagamente accennato all'opportunità che gli insegnanti non dovessero  dare troppi compiti durante le vacanze di Natale, onde permettere ai ragazzi di farsi un po' di vita loro, e sembra che si fosse perfino spinto a promettere una circolare in tal senso.
Tale circolare si era risolta in una sorta di bigliettino di auguri per gli insegnanti che conteneva anche un pallido accenno alla questione "compiti", ma ovviamente più in là il ministro non si è spinto, forse perché, al contrario di certi suoi colleghi di partito ha dato una scorsa a qualche Bignami dedicato a "Diritti e Competenze di un Ministro" e dunque sa che un ministro non può impicciarsi di questioni  didattiche in base ad un preciso articolo della Costituzione - e in effetti la questione non ha sollevato alcuna polemica tra gli insegnanti, per quel che mi è stato dato vedere in rete; in compenso è stata titolatissima sui giornali, e la parte veramente interessante è stata leggermi i  commenti ai vari articoli dove gli infiniti tuttologi sulla scuola di cui il nostro bel paese pullula si dividevano in due schieramenti assai nettamente contrapposti: da una parte chi, oltre ad appoggiare il pensiero  ministeriale ne approfittava per proclamare l'assoluta inutilità di qualsivoglia compito da assegnare per casa, dall'altra chi invocava un totale de profundis  sulla scuola dato che l'assenza di una grossa mole di compiti da svolgere durante le vacanze di Natale avrebbe inevitabilmente condotto alla più assoluta decadenza e alla più totale ignoranza delle giovani generazioni.
Vie di mezzo, non pervenute - come sempre quando i non addetti ai lavori parlano di scuola e di  insegnamento.

Per quanto mi riguarda, incontrerei senz'altro la più totale approvazione da parte dell'attuale ministro:  non solo non do mai compiti durante l'estate se non c'è un consistente debito di grammatica da recuperare - e in quel caso naturalmente lo do al singolo, e ben personalizzato, non certo all'intera classe - ma addirittura spingo il mio virtuosismo fino a non dare l'ombra di un compito a  nessuno durante le vacanze di Natale, di Pasqua ed eventuali ponti lunghi, e anzi mi regolo in base a quello che chiamo il Principio della Sinfonia degli Addii (quella dove sul finale tutti gli strumenti si   azzittiscono, uno per uno) avendo cura di concludere tutti gli argomenti avviati senza lasciare l'ombra di qualcosa in sospeso, tanto se rimane del tempo in più posso sempre piazzarci dentro qualche verifica; tutto questo in base a una teoria sull'importanza delle pause cui mia madre, che è stata insegnante delle elementari, mi accennò distrattamente in un tempo remoto in cui non solo non insegnavo, ma nemmeno lontanamente pensavo che l'avrei mai fatto un giorno.
Questa teoria (che in realtà più che una teoria credo sia un dato di fatto, probabilmente comprovato da qualche tonnellata di letteratura scientifica e didattica) sostiene che oltre all'apprendimento attivo  all'individuo servono dei tempi di pausa per assimilare a livello profondo quel che ha appreso. Queste apparenti pause insomma fanno parte a tutti gli effetti del percorso didattico e permettono all'alunno di apprendere principi, concetti e nozioni ad un livello più profondo della lezioncina studiata a memoria per il giorno dopo.

Per quanto riguarda i compiti delle vacanze internedie comunque in me intervengono anche considerazioni più pratiche: perché se le esaminiamo nel dettaglio non sono affatto lunghe come sembrano dall'esterno. Tralasciando i ponti di primavera, dove di solito i ragazzi arrivano completamente cotti, peggio perfino degli insegnanti, e quindi si può solo ragionevolmente sperare  che li usino per ricaricarsi un minimo le batterie, le vacanze di Pasqua praticamente non esistono: il  Giovedì se ne va in festeggiamenti per l'inizio delle vacanze, dopo di che rimangono Venerdí, Sabato e Martedì, perché Pasqua e Pasquetta annegano rapidamente nel nulla tra parenti e gite di fuori porta. Per giunta molte famiglie si attentano in quei giorni ad andare al mare o in gita turistica, e non vedo proprio perché dovremmo fargliene una colpa.
Le vacanze di Natale non risultano molto più lunghe, in realtà. Tanto per cominciare, assolutamente tutti ci arriviamo con le batterie completamente scariche (qualcuno pure con un filo o un cordone di depressione latente) per precise questioni medico-astronomiche. I giorni che precedono Natale sono, sempre e comunque, un delirio per tutti. Poi arrivano Natale e Santo Stefano col loro carico di parenti e di eventuali trasferte fuori città dai parenti e tirate mostruose per preparare la tavolata per Natale o arrivare adeguatamente carichi di regali di Natale per tutta la tavolata e/o preparare il proprio contributo per il pranzo di Natale - senza contare i celebri conflitti di Natale che appesantiscono vieppiù quelle giornate. Capodanno si porta dietro anche lui il suo bel pacco di preparativi, perché ormai sin da giovanissimi i ragazzi se lo gestiscono in proprio, a volte anche grazie ad una organizzazione piuttosto complessa, e così anche il 31 e il 1 se ne vanno, con spesso un discreto strascico di mal di testa e di intontimento che non è detto non si prolunghi fino al 2. In mezzo ci sono   spesso anche due Sabati e due Domeniche dove la vita si illanguidisce e rallenta piacevolmente. La Dodicesima Notte, detta anche Epifania, in buona parte d'Italia continua ad avere un suompeso nonostante lo strapotere di Babbo Natale. Oltre a tutto questo abbiamo una vera infinità di visite per lo zio Evaristo, la zia Crodeganga e il nonno Narciso, che magari ne ha approfittato per finire all'ospedale onde meglio complicare la vita di tutti, e magari qualche famiglia desidera pure farsi un viaggetto, andare a trovare parenti o amici, fare una puntatina sulla neve, godersi un po' i regali di Natale, esibirli con gli amici e magari provarli con loro (i videogame, poniamo). Senza contare quelle  famiglie che già il 22 impacchettano la famiglia al gran completo e se ne vanno nella terra di origine per tutto l'arco delle vacanze.
In mezzo a tutto questo, quanta voglia si può avere di dedicarsi alle somme algebriche, ai diagrammi cartesiani, al predicato nominale o al genitivo sassone? Specie se l'alternativa è una bella pista da sci, i cugini che non vedi da tre mesi o una pizza con gli amici?

E infatti la cruda verità è che i compiti assegnati per Natale, Pasqua o i ponti primaverili sono quasi sempre fatti male, in modo frettoloso e trascurato, in mezzo a liti familiari oppure direttamente non fatti. Gli unici che si impegnano per farli bene sono quelli che, lavorando regolarmente con grande  impegno ed eccellenti risultati, più di tutti avrebbero diritto a godersi una bella pausa - e tuttavia anche da loro possono venire amare sorprese e curiose defaillance.
Insomma  anche tralasciando la teoria delle pause dare i compiti per le vacanze di Natale e Pasqua e per i ponti primaverili si risolve per lo più in una grande perdita di tempo, un bello spreco dibrisorse e alcune arrabbiature del tutto superflue.

Ed eccoci arrivati al secondo corno della questione: i compiti a casa durante l'anno scolastico. Perché esiste un movimento di pensiero, non so quanto consistente, e l'inevitabile gruppo su Facebook (oltre, immagino, a una miriade di gruppi su Whatsupp) che sostengono l'assoluta inutilità dei compiti a casa vedendoli solo come una forma di inutile e crudele accanimento da parte dei docenti contro i ragazzi e ne vorrebbero la totale abolizione per legge (il che è del tutto impossibile in base al già citato articolo della Costituzione che tutela il principio della libertà didattica).
Partiamo da alcune considerazioni banali ma necessarie.
Punto primo: a parte qualche rarissimo caso di manifesta insania mentale che si risolve in smania punitiva verso gli alunni colpevoli di esistere, nessun insegnante dà troppi compiti a casa: ognuno di noi, in scienza e coscienza, è convinto di dare esattamente i compiti necessari e non una sola goccia di pi o di meno di quel che è suo preciso dovere.
Punto secondo: sarebbe vano negarlo, il problema principale sono i compiti delle materie umanistiche e scientifiche - in pratica i docenti di lettere, matematica e lingue straniere, soprattutto alle medie.
Punto terzo: i genitori nei compiti a casa non dovrebbero impicciarsi né tanto né poco: non ne dovrebbe essere dato per scontato l'intervento, non dovrebbero avviare gare a chi fa meglio i compiti dei figli, non dovrebbero insistere e litigare perché i compiti vengano fatti, solo sfoggiare un atteggiamento mediamente severo e coerente qualora qualche nota li informi che la loro prole non svolge incompiti assegnati con la dovuta regolarità.
Al netto di questa raccolta di banalità di cui mi scuso, rimane una considerazione ancora più banale:
Per come è impostata attualmente la scuola, un certo ammonto di compiti da svolgere al di fuori delle lezioni è ritenuto indispensabile da quasi tutti i docenti di quasi tutte le materie. I pochi che fanno eccezione seguino per lo più tecniche di didattica sperimentale o si adattano come possono a situazioni particolarissime. C'è infatti una parte di lavoro che è indispensabile che l'alunno faccia da solo o con pochissimi compagni ed è la parte che riguarda l'elaborazione autonoma (detta anche rimasticazione digestione) di quanto in classe è stato detto, spiegato, elaborato, insomma fatto tutti insieme. Lì ci si rende conto se quel che in classe sembrava tanto chiaro lo è davverooppure se quel che era sembrato tanto astruso lo è davvero se affrontato a mente fredda e lì si manda  a memoria quel che va mandato a memoria di regole e formule, lì si completano in autonomia i  disegni impostati in classe eccetera. Si tratta insomma di una forma di fissaggio del lavoro fatto dove si mette in ordine nel caotico lavoro della lesione collettiva.
Il peso di questo lavoro varia a seconda del grado di concentrazione con cui viene svolto, dell'attenzione prestata in classe ma soprattutto dell'allenamento: l'abitudine a fare regolarmente i compiti li rende più facili, come succede con tutti i tipi di lavoro. Fatti con la dovuta concentrazione e  l'impegno adeguato, senza il oeso emotivo di litigi in famiglia, sostentati da una buona merenda e con una certa atmosfera rilassata intorno (che può includere anche una buona colonna sonora ma dove un cellulare acceso puntato su un social risulta del tutto deleterio) sono utilissimi e di solito anche piuttisto rapidi da svolgere. Fatti distrattamente, messaggiando in lungo e in largo, con genitori-avvoltoi che ti spronano e puntellano in continuazione (o che sbroccano perché in metà pomeriggio sono state fatte tre espressioni su sei e solo a prezzo di ore di martellamento), senza riguardare le istruzioni e la lezione cui si riferiscono, sono del tutto inutili e possono anzi accrescere la confusione del fanciullo o della fanciulla di turno.
Naturalmente il genitore sensato, che vede e conosce tutte le circostanze collaterali, può decidere in circostanze particolari (non solo se è crollato il tetto di casa o se la creatura  ha avuto un attacco di peritonite, va bene anche una uscita di famiglia decisa sull'ispirazione del momento o i festeggiamenti di un complesnno che si sono prolungati più del previsto) di giustificare la prole: se fatta con criterrio e parsimonia, l'uso delle giustificazioni familiari può alleggerire una situazione che dia l'impressione di rischiare di avvitarsibsu sé stessa e non lascia strascichi in presenza di un impegno costante.
Infine: siccome il sovraccarico di compiti si verifica in presenza di più insegnanti convinti che esista una sola materia, ovvero la loro (il singolo docente di solito non riesce a fare danni più di tanto), in certi casi è opportuno che i genitori, laddove la questione non riguardi solo due o tre singoli alunni,  superata  la fase della mormorazione tra di loro, affrontino apertamente la questione ai Consigli di Classe con dolce fermezza e senza troppi proclami. Gli insegnanti naturalmente non gradiranno e borbotteranno assai peggio di pentole per lo stracotto, lamentandosi poi moltissimo tra loro su questi ragazzini viziati e questi genitori che si allargano troppo, ma quasi sempre ne terranno conto, non fosse che per scansare grane future. Del tutto sconsigliabile invece passare direttamente alla lamentela dal Dirigente Scolastico che più di tanto non può intervenire ( e se lo fa se la prende solo con l'ultimo supplente arrivato, quello con la posizione contrattuale in apparenza più fragile), e di solito se la cava con un vago richismo in Collegio Docenti dove evita con cura di spiegare quale classe e di quali insegnanti ci si è lamentati.

Personalmente applico molto la tecnica della contrattazione sindacale: dall'apposita colonna del registro, manuale o elettronico che sia, è facile vedere se qualche collega è, diciamo, molto assiduo nell'assegnazione dei compiti a casa e avendo di solito molte ore in una classe imparo a concentrare i compiti in cerrti giorni più che in altri. E poi chiedo: "Come siete messi per Giovedì? VI va bene se il tema ve lo dò per la settimana prossima? Ci sono problemi per Martedì, visto che avete la verifica di inglese?". Qualche moderata concessione ha spesso un effetto molto positivo.
Va detto anche che ho un sistema di controllo piuttosto accurato e quando non mi consegnano i compiti divento una belva, ma questa è altra storia.

lunedì 14 gennaio 2019

Passatempi all'ospedale, ovvero "Qual è la vostra perversione?"

L'ospedale di Careggi è considerato una eccellenza a livello nazionale.
Tuttavia la biblioteca per i pazienti non è a questo livello.

Come tanti altri reparti ospedalieri, anche quello che mi ospita ha un paio di scaffali dedicati ai libri che i degenti o i loro amici lasciano in libera lettura. Sono lì, disposti alla rinfusa e  senza etichettatura: chi vuole va e lascia, chi vuole va e prende per leggere. 
Sono capitata per caso in quella stanza uno dei primi giorni, durante un giretto casuale fatto al solo scopo di muovermi un po'. Ci sono ritornata qualche giorno dopo, ho scorso distrattamente e ho arraffato un paio di titoli (tra i quali un Nero Wolfe che non avevo e che tornerà a casa con me).
Poi ci sono ritornata tre giorni fa in cerca di nuove letture e mi sono soffermata a guardare quel groviglio libresco in doppia fila. Senza che nemmeno me ne rendessi conto le mie mani hanno raggruppato la decina di libri di Danielle Steel e l'hanno riposti in un palchetto a parte.
Ho continuato a guardare.
Basterebbe fare una rozza divisione per argomenti, mi  dico: gialli, sport, umoristica, narrativa italiana e straniera.... spostando ciò che non era narrativa nello scaffale vicino, che era già strutturato in quel senso...
La mattina dopo, armata di guanti di lattice, mi sono fatta staccare la flebo e sono tornata là dentro.
Ho iniziato così quello che senz'altro potrà essere contato come il lavoro più inutile della mia vita; ma che ci posso fare se riordinare libri mi rilassa? È sempre stato così e sempre così sarà.
Appunto la cosa per rallegrare chi passa di qua - infatti, davvero non so perché, chiunque me lo sente raccontare scoppia a ridere pazzamente e non la smette più.
Aggiungo che i medici l'hanno trovato un buon segno: secondo loro, se mi occupo di qualcosa che va oltre la stretta sopravvivenza e ritorno alle mie consuete perversioni* è segno che il mio quadro clinico è in netto miglioramento. 
Personalmente sono d'accordo, e se da una parte mentre traffico con i libri mi sento decisamente idiota, dall'altra c'è il senso di conforto che mi dà il rientrare finalmente nella mia pelle.

*naturalmente non si sono espressi così, è solo una mia libera traduzione delle loro parole