Il mio blog preferito

sabato 28 marzo 2015

Cita-un-libro - #ioleggoperché - 7


La settimana sta finendo e una nuova vincitrice si affaccia nell'albo d'onore del torneo di Cita-un-libro, gara di citazioni librarie aperta a tutti i blogger, ideata dalla povna nell'ambito di #ioleggoperché - nuova eppur non nuova, perché si tratta nuovamente di me. Così ha deciso, con mio grande compiacimento, il prode Gaberricci, giudice della sesta tornata. 

E tutto ciò mi piace molto e sono ricolma di riconoscenza e compiacimento sì come un operoso alveare è ricolmo di miele.


Dato che la notte è piccola, e quella che ormai sta arrivando è ancora più piccola del solito perché rimetteranno l'ora legale, svolgerò senza indugio le incombenze del mio ruolo onde permettere a tutti i partecipanti di scegliersi con un certo agio la loro citazione per la settima sessione del torneo.

Prima di tutto il regolamento, ideato dalla povna:

1. La domenica, tra le 0.00 e le 23.59 si va sul wall di #ioleggoperché, si sceglie un post-it di citazione e si pubblica sul proprio blog, inserendo nel post il link al portale di #ioleggoperché;
2. Si segnala la pubblicazione sul post del giudice;
3. Durante la settimana si partecipa, se si vuole, alla discussione che (auspicabilmente) da quelle citazioni sarà indotta;
4. Il sabato sera o la domenica successiva, a scelta, il giudice, insieme alla nuova citazione, pubblicherà la classifica delle prime tre citazioni, motivandole;
5. Il giudice stesso passerà dal blog della citazione vincitrice a lasciare il testimone; per far ricominciare il gioco;
6. Il nuovo giudice pubblicherà la sua citazione e il suo post, assegnando eventualmente un tema per le nuove citazioni settimanali;
7. I giocatori possono anche decidere di non seguire il tema: saranno ugualmente partecipanti a Cita-un-libro, ma non potranno concorrere alla vittoria della settimana.

Il tema da me scelto in base al mio esclusivo capriccio (ma che ben si intona alla settimana che sta arrivando) è la morte, principio e fine di ogni cosa nonché carta assai importante nei tarocchi. 

Qui di seguito le mie due canzoni preferita sul tema: 



e infine la mia citazione della settimana, rigorosamente in argomento:



In chiusura due avvertenze: iniziate a postare le vostre citazioni soltanto dopo mezzanotte, e dopo averle postate ricordate di avvisarmi nei commenti al presente post.

Incoraggiante - (Il racconto del mese di Febbraio) (La Settimana delle Storie)

La Settimana delle Storie è ormai agli sgoccioli, e per concluderla niente di meglio di un racconto edificante a sfondo scolastico, di quelli che fanno felici i dentisti per la loro estrema zuccherosità e la cui lettura è vivamente sconsigliata a chiunque abbia problemi con la glicemia. 

Correva l'anno 2004 e una travolgente ondata di abilitati SSIS mi era passata davanti nelle graduatorie, così non mi restava che collezionare supplenze brevi di qualche settimana, guardando sconsolata l'estratto conto della banca e meditando se davvero era una buona idea ostinarmi con un lavoro dove nessuno mi voleva.
Venni chiamata per una supplenza di sei settimane in una scuola cosiddetta di frontiera, all'Isolotto. Scrivo "cosiddetta" perché il quartiere dell'Isolotto era effettivamente stato una zona piuttosto avventurosa una trentina d'anni prima, ma ormai da tempo è diventato un pacioso quartiere di periferia con molto verde e l'unico incomodo di un po' di rom che, a conti fatti, non erano poi questo gran disastro. La scuola era, ed è tuttora, grande e bella, con un magnifico giardino colmo di campi sportivi, un laboratorio informatico di eccellente levatura, una squadra di custodi uno più bravo e disponibile dell'altro e tanti ottimi insegnanti afflitti da uno strano complesso di inferiorità verso la sede principale perché loro erano "in quella di frontiera".
Mi capitò una Terza assai simpatica e un po' vivace, legata da grande affetto. Mi accolsero in modo assai amichevole e insieme cominciammo a lavorare. Di loro ricordo le ore passate a leggere L'amico ritrovato, con i ragazzi seduti sui banchi, alcune piacevolissime lezioni di storia a parlare di Hitler e Mussolini (riscossi grande successo quando, per introdurre il tema della propaganda fascista, gli feci trovare alla prima ora la scritta alla lavagna "Re Giorgetto d'Inghilterra / per paura della guerra / chiede aiuto e protezione / al ministro Ciurcillone") e lunghi esercizi per trasformare i complementi di causa e di scopo in proposizioni finali e causali e viceversa. Ricordo anche un bellissimo San Valentino, oggetto di lunghi preparativi, quando entrarono in classe curvi sotto il peso di immani borse di regali per tutti e passarono un buon quarto d'ora a scambiarseli; imparai così che San Valentino non è solo la festa degli innamorati, ma anche e soprattutto la festa di chi si vuol bene - e perché non mi sentissi isolata in tanto amichevole scambio mi portarono alla cattedra un paio di Baci Perugina. Iniziai così la lezione dicendo "Ringrazio chi mi ha regalato i cioccolatini, e ringrazio anche chi NON mi ha regalato i grossi ragni di pelouche". Ricordo anche la micidiale laringite che mi colpì, togliendomi completamente la voce per due giorni, durante i quali la classe seguì le mie silenziose istruzioni a gesti con tale garbo che un giorno,nello spazio note, scrissi che "Oggi la classe è stata assolutamente angelica".
Ad un certo punto sembrò che la titolare non dovesse rientrare, ma era solo una voce di corridoio perché non rinnovò nemmeno il certificato.
Nell'ultimo giorno che passai con loro mi consegnarono una lettera "perché la aprissi quando volevo". Visto che era una bella giornata all'ultima mia ora li portai in giardino e mentre giocavano a pallavolo lessi la lettera.
Mi ringraziavano per le belle settimane passate insieme e perché con lei non abbiamo mai avuto paura di esprimerci, siamo sempre stati liberi di dire la nostra senza alcun timore; questo, oltre a farmi molto piacere, mi lasciò materia per ampie riflessioni, dato che con loro non avevo in alcun modo fatto la Settimana del Libero Studente in Libera Scuola ma semplicemente portato avanti il programma seguendo rigorosamente le indicazioni lasciatemi dalla titolare, con ordinarie lezioni di Storia, di Geografia, di Grammatica eccetera, né a loro volta i ragazzi si erano espressi in modo particolarmente anarchico o insolito.

Nella situazione in cui mi trovavo, quella lettera sortì l'effetto di un olio lenitivo versato in abbondanza su piaghe aperte e fino a quel momento sfregate col sale.
Inutile dire che a cercare un altro lavoro non pensai più e continuai a collezionare le mie piccole supplenze brevi, una dopo l'altra, in attesa di tempi migliori - che arrivarono prima del previsto.

venerdì 27 marzo 2015

Il gatto che andò a Compostela - (La Settimana delle Storie)

Tanti anni fa, subito dopo la tesi, qualcuno mi chiese una storia. Siccome la tesi riguardava (tra le altre cose) il pellegrinaggio a Santiago de Compostela e il culto di san Giacomo saltò fuori dal nulla questo racconto. Mi è tornato in mente due sere fa, forse perché in questi giorni con la Prima Effervescente stiamo studiando il pellegrinaggio e un ragazzo ha portato le conchiglie e il bordone dei nonni che sono appunto andati fino a Compostela. 
Non risulta che san Giacomo si sia mai molto interessato ai gatti, ma per i monaci benedettini il gatto era un simbolo di fedeltà - e sulla via per Santiago i benedettini cluniacensi costruirono molte abbazie dove i pellegrini venivano accolti e rifocillati.

Era la Custode della Biblioteca, l'Usbergo dei Manoscritti, la Prediletta dei Copisti e il terrore dei topi e dei ratti. Da anni Bellatrix la Bella, intrepida cacciatrice,  difendeva le pergamene  e i codici del monastero. I monaci riconoscenti non le facevano mancare né il latte né la panna, così com'era stato con sua madre e con la madre di sua madre, e quando partoriva aveva sempre un bel cesto foderato di panni caldi.
Quell'anno aveva partorito più tardi del solito, mentre l'estate già declinava, e i suoi gattini avevano passato l'inverno nello scriptorium. Adesso che la primavera stava spargendo i suoi fiori nell'orto e nel giardino i tre giovani gatti giravano liberamente per il monastero, e come la madre erano già diventati intrepidi cacciatori di topi e di uccellini. 
Erano tre, uno nero, uno bianco e uno rosso, che venne chiamato Rufus Zampe d'Argento perché le sue zampette e la punta della coda avevano un riflesso argentato. 
Rufus non era molto interessato ai manoscritti, e amava soprattutto girare per l'orto e le cucine. Gli piacevano molto i pellegrini, che dormivano nella foresteria del monastero per riposarsi tra una tappe e l'altra. Rallegrava le loro speranze, consolava la loro tristezza e faceva le fusa mentre loro pregavano.
La mattina quando ripartivano era sempre lì a salutarli, sul portone del monastero. Poi tornava alle cucine dove c'era sempre qualche topo da cacciare.
Quel pellegrino però l'aveva colpito in un modo diverso. Era avvolto da una nube nera di disperazione e alle mani e alle caviglie aveva pesanti catene di ferro. Lo vide parlare a lungo con l'abate, che cercava di convincerlo a segare i ceppi e a liberarsi almeno le mani. "Non c'è colpa che il Signore non perdoni, se il pentimento è sincero" gli aveva detto "E l'eccesso nella punizione può essere esso stesso un peccato".
"Se il Signore mi avesse perdonato mi avrebbe mandato un segno e le mie catene si sarebbero infrante da sole" aveva risposto il pellegrino cupamente. Poi era partito, ma Rufus era riuscito a infilarsi nella sua sacca ed era partito con lui, senza che il pellegrino ne sapesse nulla.
Se ne accorse quando si fermò per pregare in mezzo alla radura e il sole brillava alto. "Cosa ci fai, qui, stupido gatto? Torna indietro".
Rufus l'aveva guardato, spalancando al massimo i suoi occhi color dello zaffiro.
"Meow" aveva detto, poi gli aveva messo la zampetta sulla mano per carezzarla.
"Non ti voglio. Non ho niente per te. Torna al monastero, dove ti trattano bene".
Come tutta risposta, Rufus si era messo a fare le fusa.
Allora il pellegrino si ricordò del formaggio che il monaco aveva insistito per dargli, insieme al pane secco.
"Posso darti un po' di formaggio. Io non devo mangiare il formaggio, il pane è anche troppo per me".
Rufus mangiò volentieri il formaggio e fece le fusa ancora più forte. Si accorse che il pellegrino voleva allontanarlo a calci, ma gli bastò guardarlo con i suoi innocenti occhi color zaffiro per fermarlo. 
"Fai come ti pare" disse il pellegrino alzandosi in un gran rumore di ferraglia "Ma io non ti porterò con me".
Si avviò e Rufus lo seguì, rincorrendo le farfalle sull'erba e le lucertole che guizzavano al sole. Quando fu stanco si arrampicò sulla veste del pellegrino e si accoccolò sulla sua spalla.
"E va bene" si disse il pellegrino "Un peso in più lo posso portare, aumenterà la mia penitenza".
Quando venne la sera il pellegrino si sdraiò per dormire sotto gli alberi e gli offrì un altro pezzo di formaggio, ma Rufus non lo prese e corse via tra gli alberi. Tornò poco dopo con un topolino ancora guizzante in bocca e lo sgranocchiò vicino al pellegrino. Poi si infilò sotto la coperta vicino a lui, facendo le fusa.
Quando il formaggio fu finito arrivarono ad un altro monastero. Il pellegrino andò a confessarsi, poi si addormentò piangendo, dopo aver fatto un lunghissimo atto di contrizione.
Un monaco gli portò del pane secco.
"Potete tenere con voi questo gatto?" gli chiese il pellegrino "Non so perché mi abbia seguito dall'ultimo monastero, ma io non lo voglio".
"Fai male a rifiutare la compagnia di un amico" gli disse il monaco "Questo gatto ti è molto affezionato. Ti darò un pezzo di formaggio per lui, se non ne vuoi mangiare tu".
Il pellegrino sospirò, prese il formaggio e ripartì con il gatto. Finì per abituarsi a quella presenza morbida e amichevole e lo portava nella sacca o sulle spalle tutte le volte che Rufus era stanco, così Rufus decise di stancarsi molto più spesso.
Le notti a volte erano molto fredde e la coperta era leggera. Quando il pellegrino non riusciva a dormire piangeva e pregava, e dopo aver pregato piangeva ancora più forte e si batteva il petto, e Rufus vedeva la nuvola della disperazione che lo avvolgeva, ma quando cercava di avvicinarsi il pellegrino lo cacciava in malo modo. Le piaghe che aveva ai polsi e alle caviglie, sotto gli anelli di ferro, spesso sanguinavano e allora il pellegrino poteva camminare solo molto piano. Quando si fermava in un monastero per dormire i monaci gliele ungevano d'olio ma lui non permetteva mai che gliele fasciassero.
Ogni volta chiedeva ai monaci di prendere il gatto, e ogni volta i monaci rifiutavano e gli davano un pezzo di formaggio fresco in aggiunta al pane secco.
Rufus era sempre più bello e più forte nonostante passasse metà del giorno a fare le fusa e l'altra metà camminando: la dieta di topolini freschi e formaggio lo corroborava e gli uccellini dei boschi erano uno squisito dessert. Però era un po' preoccupato perché, anche se la nube di disperazione che avvolgeva il suo amico sembrava attenuarsi un po' ogni giorno, le ferite ai polsi e alle caviglie erano sempre più profonde. 
Una mattina il pellegrino non riuscì ad alzarsi, per quanto ci provasse. Alla fine si prostrò a terra e, fra le lacrime, si pentì per l'ennesima volta di aver osato sperare di poter essere perdonato. Rufus andò a leccargli le lacrime come aveva già fatto altre volte ma stavolta il pellegrino non solo lo allontanò ma, quando Rufus si avvicinò ancora, lo scaraventò con tutte le sue forze contro un albero. 
Rufus lanciò un urlo straziante e crollò a terra, dove rimase perfettamente immobile, scomposto come una bambola di stracci.
Il pellegrino lo guardò inorridito, poi lo chiamò, sempre più spaventato. Tanta era la forza della preoccupazione che strisciò sui gomiti fino al corpo del suo piccolo amico, su cui pianse a calde lacrime.
"Signore, come posso sperare nella Tua grazia se sono così incapace di meritarla? Ecco, questa creatura era venuta da me in amicizia, per un capriccio ma in buona fede e con sincerità. Mi è stato vicino e ha cercato di confortarmi per tutte queste settimane e in cambio io ho spezzato la sua giovane vita!".
A queste parole Rufus aprì prima un occhio, poi due, sorrise al pellegrino e si alzò con mossa agile ed elastica, mostrandosi in perfetta salute.
Il pellegrino tese le braccia e se lo strinse al cuore.
"O meraviglia! Non eri morto, stavi solo scherzando! O splendido amico, che mi hai finalmente fatto capire l'enormità del mio errore! Come posso sperare nel perdono, se non so vedere la Bontà di colui che ha creato me e te, e ti ha mandato da me?".
Rufus fece le fusa e si strusciò al pellegrino, poi leccò le piaghe dei suoi polsi che si risanarono sotto la sua lingua. Alzando gli occhi il pellegrino vide un uomo di meravigliosa bellezza, circondato da un aura dorata. "Tu sei..."
"Io sono l'apostolo Giacomo, morto in Galilea e sepolto a Compostella" rispose il santo con voce dolcissima "Ti ho mandato questo piccolo amico perché tu imparassi attraverso di lui che non eri solo. Troppo tempo hai vissuto nelle tenebre, vedendo soltanto te e il tuo peccato". 
Il santo fece un gesto e i ceppi si spezzarono, lasciando l'uomo libero e risanato.
"Ti ringrazio di aver avuto compassione della mia immensa miseria" disse il pellegrino "Ero nelle tenebre e mi hai riportato alla luce. Mai più disprezzerò i doni della compassione e dell'amicizia, da chiunque provengano".
L'aria intorno al santo tremò e si ricompose, e quando il pellegrino alzò nuovamente gli occhi vicino a lui c'era soltanto Rufus dalle Zampe d'Argento.
Il pellegrino rise di gioia "Vieni, mio piccolo amico, salimi sulla spalla. Abbiamo ancora della strada da fare, ma al prossimo monastero ci fermeremo e chiederò di prendere i voti".
Rufus si avvolse intorno al collo del pellegrino facendo le fusa. 
"Resterai con me per tutto il tempo che vorrai" promise il pellegrino "Un gatto, in un monastero, è sempre ben accetto".
Rufus sapeva che era vero, ma adesso sapeva anche che non esistevano solo i monasteri. Si sarebbe fermato un po' con l'uomo, ma poi sarebbe ripartito.
Perché lui era Rufus dai Baffi d'Argento, e andava dove voleva.

mercoledì 25 marzo 2015

Pelle d'Asino e il diritto feudale (La Settimana delle Storie)

The End Of The Song (Tristano e Isotta) di Edmund Blair Leighton (1902)

Dopo la società feudale, arriva la cavalleria.
In molti paesi cominciò ad affermarsi il maggiorascato. Voleva dire che il grosso dell'eredità se la prendeva il figlio maschio maggiore, e agli altri restavano le briciole. Quindi c'erano molti ragazzi figli di nobili, cresciuti come nobili ma che in realtà erano quasi poveri. Una parte entrava più o meno spontaneamente nel clero, gli altri diventavano cavalieri.
La Prima Effervescente ascolta e fa domande. Cosa succedeva se c'erano tre fratelli? O un fratello e due sorelle?
Le donne avevano solo la dote. Ereditavano solo quando c'erano esclusivamente figlie femmine. Erano le ereditiere, ed erano considerate ottimi partiti.
Succedeva spesso?
Non spessissimo, ma succedeva, perché c'era una mortalità infantile molto alta. Le famiglie cercavano sempre di avere almeno un erede maschio, ma naturalmente nessuno poteva essere sicuro che l'erede maschio sarebbe sopravvissuto...
Poi qualcuno alza la mano e chiede:
Ma se un fratello voleva sposare la sorella?
Resto assai interdetta. Ma non c'è ombra di curiosità morbosa nei quarantasei occhi scintillanti che aspettano la risposta.
Da dove salta fuori un idea del genere? Forse da lontani racconti su faraoni e faraone?
Non si poteva. Assolutamente. Non ci sono storie a riguardo, tranne quella dell'Eletto...
L'Eletto è praticamente l'unico romanzo di Thomas Mann che ho letto dall'inizio alla fine, dietro segnalazione della prof. De Divinis, e sono almeno vent'anni che non ci penso.
Arrivano le domande sull'Eletto.
Si rifà ad una leggenda su Gregorio Magno... è completamente inventato, comunque.
Chiedono la storia. La tentazione è forte ma il programma incombe. Finisco per rimandare "a un altra volta" non meglio precisata.
Spesso i cavalieri erano mandati alla corte di qualche feudatario. Poteva anche capitare che avessero una storia d'amore con la feudataria, oppure con qualche nobile già sposata. Come Ginevra e Lancillotto, oppure Tristano e Isotta... Conoscete la storia, vero?
No, non la conoscono.
Nemmeno Tristano e Isotta? Sul serio?
Sono molto sorpresa. Non ricordo con precisione quando o dove ho letto la storia di Tristano e Isotta, ma sono sicurissima che alla loro età la conoscevo.
Ce la racconta?
La tentazione è vieppiù forte, ma voglio finire la mia spiegazione. Di nuovo rimando a un improbabile futuro. In fondo in questa classe insegno storia, non leggende e letteratura...
Cavalieri che fanno carriera, cavalieri che muoiono giovani, cavalieri che fanno fortuna per conto loro, come nelle favole.
E poi qualcuno chiede:
Ma i padri potevano sposare le figlie?
Nonono, anche quello era vietatissimo. Anzi, lì non ci sono nemmeno leggende. A parte la storia di Pelle d'Asino, che però si guarda bene dal sposare suo padre, e comunque in molte versioni trasformano il padre in uno zio...  La favola di Pelle d'Asino la conoscerete, spero!
Sguardi vuoti, sguardi che si interrogano vicendevolmente.
Nessuno l'ha mai letta né sentita nominare.
Prof, ce la racconta?

Guardo l'orologio. Ci sono ancora una decina di minuti... Volendo ce la potrei fare...
In fondo sono piuttosto brava a raccontare le fiabe, o così mi hanno detto.
C'erano una volta un re e una regina che si amavano moltissimo. Purtroppo un giorno la regina si ammalò e morì...
(come avessero fatto i sarti del regno a confezionare un vestito color del tempo è oggetto di una piccola ma consistente discussione, in cui la questione viene affrontata con molto criterio. Qualcuno suggerisce un abito con una fantasia a piccole clessidre, altri sostengono che per "tempo" si intenda il tempo atmosferico, e ripensandoci è probabile che abbiano ragione; e molti osservano, con ragione, che fare un vestito del colore di una notte di luna o color del sole è cosa tutt'altro che impossibile, al massimo un po' costosa).

Le prime hanno questo di buono: se gli racconti una buona storia ti stanno sempre a sentire volentieri.

domenica 22 marzo 2015

Cita-un-libro - #ioleggoperché - 6 (La Settimana delle Storie)

Sesta settimana del carosello di citazioni libresche e librarie ideato dalla povna nell'ambito della più vasta iniziativa nazionale #ioleggoperché.
Dopo breve ma viscerale meditazione Iome, Giudice vincitrice di due settimane fa e ideatrice dello scorso tema portante, ovvero Etica e Morale (che ha a sua volta gemmato l'iniziativa della Settimana Etica) ha meritatamente assegnato la palma della vittoria a Gaberricci per una bella citazione da Il buio oltre la siepe di Harper Lee - un romanzo che sull'etica ha decisamente qualcosa da dire. E anche Gaberricci, dopo i rituali ringraziamenti (e l'esposizione accurata del Regolamento per chiunque volesse cimentarsi anche all'ultimo momento a tuffo) ha scelto un tema. O meglio, ha scelto il tema per eccellenza, il Primo Tema dabile: ovvero le storie. Tanto mi è piaciuta questa scelta che ho deciso di dedicare tutta la settimana entrante su questo blog appunto alle Storie - che vorrà dire un paio di post ad andar bene, ma immagino che in questi casi sia soprattutto il pensiero che conta.

Da sempre le storie sono assai gradite agli scrittori, che amano parlarne ma anche analizzarle, discuterle, crearle, esserne creati. Naturalmente una storia non si racconta solo con le parole: la puoi raccontare per immagini, con la musica, con la danza, con un film (anche muto) e in infiniti altri modi; ma quando sei in un libro, per descriverla devi comunque usare le parole.
Raccontare una storia è da sempre un atto molto potente. Ascoltare una storia cambia il pubblico, ma cambia anche il narratore - e l'uno e l'altro continuano a creare il mondo cambiando la storia che hanno raccontato e/o sentito. Le storie si rifanno ad altre storie e ne generano di nuove, in un circolo senza fine e senza inizio. La danza di Shiva, fuori dal tempo e dallo spazio, opera attivamente qui e ora come ha sempre fatto: il racconto della nonna ai nipotini davanti al focolare nelle lunghe sere d'inverno, lo sceneggiato televisivo, la solenne lettura dei primi capitoli della Genesi, il racconto di caccia nelle grotte di Altamira, l'arazzo di Bayeux, il mito dipinto sull'anfora, la filastrocca sul serpente che ha perduto la sua coda e scende giù dal monte per ritrovarla, gli aggiornamenti che infliggiamo agli amici più cari sulle nostre storie d'amore più o meno ben riuscite...
Le storie hanno creato il mondo, e il mondo genera continuamente nuove storie che lo cambiano per essere nuovamente creato ogni giorno e ogni momento. Le storie sono il principio e la fine, ma anche tutto quel che sta in mezzo.
Qualche volta gli uomini, per rassicurarsi o per mettere un po' di ordine in questa strana esistenza sempre in bilico tra realtà e immaginazione, si sono divertiti a immaginare qualche Narratore Onnisciente, ma per meglio confonderci le idee questi Narratori Onniscienti spesso scoprono la storia mentre la raccontano tessendo o cantando, come le Norne del Crepuscolo degli dei che nel prologo, intrecciando la fune, scoprono che il loro mondo sta per finire (cosa che avverrà puntualmente al termine del terzo atto).

La citazione che ho scelto questa settimana viene da una saga fantasy americana pubblicata sulla fine degli anni Ottanta e tradotta solo in parte dai nostri esecrabili editori, ovvero quella del Settimo Figlio di Orson Scott Card. Alvin arriva nella stanza di una bella e cara ragazza, Becca, che tesse, come hanno tessuto sua madre e sua nonna e tutte le altre donne della sua famiglia. E comincia a fare domande:

venerdì 20 marzo 2015

Flatlandia. Racconto fantastico a più dimensioni - Edwin A. Abbott

Il libro che presento questa settimana mi è stato consigliato da una delle molte colleghe di matematica che si sono avvicendate nell'unica cattedra vacante a St. Mary Mead, ma si era affacciato ormai da molto tempo nella mia vita. Ci sono dei libri che vedi da lontano, pensi "forse, chissà" ma poi ti guardi bene dal toccare.
Non mi piaceva il titolo. Non mi piaceva il fatto che, tanti anni fa, al solito laboratorio teatrale un paio di strani esseri avessero deciso di metterlo in scena con delle prime medie (e adesso che l'ho letto mi domando cosa si fossero fumati, quegli strani esseri,  per farsi venire sì balorda idea. Ma magari è venuto fuori uno spettacolo magnifico che ha entusiasmato tutti, chissà).

Quest'anno forse era arrivato il momento giusto. La collega mi ha offerto il file versione PDF e l'ho accettato con riconoscenza e scaricato sul tablet. Poi sono andata a prendere il libro in biblioteca. 

E' un romanzo vittoriano. Ma non è proprio un romanzo (anche se l'autore è indubbiamente vittoriano: il solito professore erudito che scrive. Non tanto "solito", per la verità). E' uscito nel 1882 ma in Italia è arrivato solo da qualche decennio.
Descrive un mondo diverso dal nostro, ma non proprio tantissimo diverso, in effetti. Immagino che all'epoca fosse una perfida e divertita presa di giro della società borghese vittoriana, ma risulta tuttora molto attuale - è quel tipo di scherzi che la società vittoriana continua a farci, a distanza di un secolo e mezzo dal suo massimo splendore.

Flatland è il titolo originale. Terra piatta. Non capisco perché tradurlo con Flatlandia e chiamare le altre terre ivi descritte Spacelandia, Pointlandia eccetera invece di Piattalanda, Puntolanda e via dicendo, ma insomma hanno fatto così e amen.

Il mondo di Flatlandia è piatto, a due dimensioni. Ci abitano segmenti (femmine) e figure geometriche di vario tipo (maschi), a partire da triangoli isoscele acutangolissimi, che sono la feccia della società, fino ad arrivare a poligoni di centinaia o migliaia di lati assai simili a cerchi, e che appunto Cerchi sono chiamati per piaggeria. 
In questa società un Quadrato occupa una posizione piuttosto dignitosa, ed è appunto un Quadrato che la descrive e racconta la sua storia - un Quadrato assai rispettabile, buon professionista, buon marito e integerrimo capofamiglia, che abita una bella villetta pentagonale con la moglie, i figli Pentagoni, i nipotini orfani Esagoni e la servitù - insomma, una tessera ben inquadrata nella società, visto che in un mondo tanto piatto sarebbe fuor di luogo definirlo pilastro.

La società di Flatlandia è brutalmente classista, in quel modo prettamente vittoriano che ad un Quadrato esponente della media borghesia sembra del tutto normale. Ci sono stati dei tentativi di rivolta, certo, più o meno subdoli, ma sono stati repressi con molta abilità dai Grandi Cerchi, e la genetica è molto importante perché tutti cercano di avere dei figli più regolari o con un maggior numero di lati. 
Le Donne, poverelle, non hanno però alcun angolo né altro lato che quello del loro segmento di base né speranza alcuna che le loro figlie possano aumentare il numero di lati: sotto questo aspetto (come sotto tutti gli altri) non hanno un valore come individue, ma solo per il corredo genetico che si portano dentro e che aiuterà il loro consorte ad avere figli con più lati - ma del resto si sa che le Donne sono deficienti nella Ragione ma sovrabbondanti nell'Emozione (questa storia però l'ho già sentita, anche in testio molto più recenti e senza nessuna pretesa di appartenere alla letteratura fantastica) tanto che già da qualche secolo si è definitivamente rinunciato ad impartire loro la sia pur minima istruzione, il che ha portato alla decadenza delle loro facoltà intellettuali. Tutto questo, ci racconta il Quadrato, ha portato le sue conseguenze: noi Maschi siamo così costretti a condurre una specie di esistenza bilingue, vorrei quasi dire bimentale. Con le Donne parliamo di "amore", di "dovere", di "giusto", di "sbagliato", di "pietà", di "speranza", e di altri concetti irrazionali ed emotivi che non esistono, e la cui invenzione non ha altro scopo che il controllo delle esuberanze femminili; ma fra di noi, e nei nostri libri, abbiamo un vocabolario completamente diverso. L' "amore" diventa allora la "anticipazione di vantaggi"; il "dovere" diventa la "necessità" o la "convenienza" e altre parole sono trasformate in questo modo. Inoltre davanti alle Donne adoperiamo un linguaggio che comporta la massima deferenza verso il loro Sesso, ed esse sono convintissime che lo stesso Gran Circolo non è adorato da noi con più devozione di quanto lo siano loro; ma dietro le spalle tutti noi, tranne i giovanissimi, le consideriamo, e ne parliamo, come poco più che "organismi privi di cervello".
E anche questo, a più di 130 anni dalla pubblicazione del libro, suona curiosamente attuale.

Chi abita un mondo piatto è naturalmente convinto che quello sia l'unico tipo di mondo possibile, ma una notte il Quadrato sogna un mondo che ha solo una delle due dimensioni: è Linelandia, la terra dove vivono solo punti e piccoli segmenti tutti disposti su una stessa linea infinita. Chi abita su questa linea è convinto che la monodimensionalità sia l'unico modo di vivere possibile non avendo a disposizione gli strumenti fisici per percepire altra dimensione che la lunghezza: ai loro occhi anche messer Quadrato è solo un punto (il vertice di uno degli angoli) e quando il Quadrato prova a mettersi con un lato parallelo alla Linea sembra solo apparire e scomparire.
Ancor più curiosa sarà la condizione dell'unico abitante di Pointlandia - un punto, per l'appunto - che, nella sua perfetta solitudine, è convinto di possedere in sé le potenzialità di tutto l'universo, come si autoracconta in un curioso monologo ininterrotto che ricorda curiosamente le teorie sull'Essere che pensa sé stesso pensante che affollano tante teorie filosofiche e religiose, nonché tanti manuali di filosofia.

Con queste premesse, quando arriverà un missionario da Spacelandia, terra abitata da corpi geometrici solidi, non sarà affatto semplice spiegare al Quadrato che le dimensioni sono tre. Tuttavia il Quadrato, dopo avere a lungo negato non tanto l'evidenza quanto ciò che ai suoi sensi è impossibile percepire, finirà per convincersi che esistono terre popolate da individui con quattro, cinque, sei e più dimensioni.
Questa apertura mentale tanto faticosamente conquistata, finirà però col rivelarsi pericolosa, visto che un Universo ben strutturato ha sempre i suoi mezzi per guardarsi dai pazzi visionari che predicano assurdità.

Il libro, assai ben scritto e scorrevole, non è fatto per essere letto a grandi dosi: per quanto corto è infatti molto denso e richiede delle pause di riflessione - o almeno, ne ha richieste parecchie a me (ma non scordiamo che sono solo una Donna, e perciò deficiente nella Ragione per quanto sovrabbondante nell'Emozione); credo anche che possa essere un utile amico nei molti momenti in cui si ha la sensazione che i nostri pensieri siano inchiodati sui binari dell'ovvio.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture e un felice fine settimana a chiunque passi di qua, con l'augurio che i vostri angoli siano sempre tutti della stessa identica ampiezza. 

domenica 15 marzo 2015

Cita-un-libro - #ioleggoperché - 5

La quarta tornata di Cita-un-libro (iniziativa inserita nel più vasto ambito della campagna #ioleggoperché) si è chiusa con la vittoria, assegnata da Aliceland, della bella citazione di Iomemestessa (cui rimando anche per il regolamento da seguire) tratta da Harry Potter che ci ricordava come i nostri peggiori detrattori spesso si annidino all'interno della nostra stessa famiglia, vuoi per paura, vuoi per invidia e gelosia, vuoi per pura e semplice incapacità di comprendere.
La vincitrice stavolta ha scelto anche un tema per la tornata: etica e morale, nientemeno. Come tanti altri, anch'io ho scelto la prima citazione che mi è venuta alla mente, quella che per me rappresenta la base di ogni etica: non colpire senza necessità - presa da un libro letto e riletto da quando ero ancora implume e dove mi sono abituata a trovare la risposta a tutte le domande e le domande giuste per ogni risposta:



La pietà di Bilbo, di fatto, oltre a salvare lo stesso Bilbo dal malefico influsso dell'Anello, deciderà le sorti della Terra di Mezzo. Come è sempre stato e (si spera) sempre sarà.
(ogni scusa è buona per mettere una foto di Martin Freeman in versione Bilbo. Quello accanto è Gollum, prima dell'intervento degli effetti speciali)

venerdì 13 marzo 2015

Quattro elefanti e una tartaruga - In ricordo di Terry Pratchett


Tornata a casa dopo una giornata piuttosto discutibile, ho scoperto che era morto il mio scrittore preferito.
Non era una notizia del tutto inattesa: dal 2007 gli era stata diagnosticata una forma molto rara e molto insidiosa del morbo di Alzheimer, e nel Giugno 2011 aveva avviato l'iter per la morte assistita, scegliendo così di accompagnarsi a nostra sorella Morte (nel suo caso, a nostro fratello Morte) prima che la malattia completasse il suo corso. Vivendo per sua buona sorte in un paese civile, gli è stato possibile compiere questo passo alla luce del sole.

Nel lussuoso universo parallelo da lui creato, il Mondo Disco (un mondo piatto, sorretto da quattro grandi elefanti che stanno sul dorso della grande tartaruga A'tuin che viaggia nello spazio con orbita - forse - casuale) Morte è un personaggio che compare in tutti i romanzi e, in spregio alle tradizioni mediterranee (e, come ricorda la povna nei commenti, delle tradUzioni dall'inglese) è maschile, con una figlia adottiva e in seguito anche con una nipote adottiva che per breve tempo si trova suo malgrado a prendere il posto del nonno. Nel Tristo mietitore viene addirittura rimosso dall'incarico e consegnato al mondo dei vivi per un breve periodo.
Di Morte sappiamo molte cose: conosciamo la sua casa (dove il tempo è fermo), il giardino molto pallido che la circonda, i suoi cavalli, la sua biblioteca piena di volumi ognuno intestato ad una singola persona. Sappiamo che PARLA SEMPRE A LETTERE MAIUSCOLE, che ha modi cortesi ma decisi, che è un lavoratore esemplare, indefesso, preciso e molto coscienzioso; sappiamo che, oltre ai morti, solo i gatti possono vederlo e anzi hanno con lui un rapporto molto amichevole (e che lui li apprezza e li trova aggraziati), e che nemmeno lui sa cosa succede al di là del breve tratto in cui accompagna i suoi assistiti. Qualche volta riusciamo anche a farci un idea (quanto giusta?) di quel che pensa e delle sue opinioni. Nelle sue risposte comunque è sempre molto attento a dire solo ciò di cui è sicuro.
Le reazioni dei suoi assistiti sono varie e molteplici - predominano lo sconforto, la rassegnazione e un vago senso di ingiustizia unito a un improvviso senso di distacco dalle questioni terrene, ma non manca chi polemizza, chi si lamenta, chi fa resistenza e pure chi lo accoglie in amicizia avendo anche potuto prevedere il suo arrivo. La sua tranquilla mancanza di umorismo produce spesso scene irresistibilmente comiche per il lettore.

Nei romanzi di Pratchett le scene che risultano umoristiche abbondano, e hanno una certa tendenza a coincidere con le come le scene di violenza - o meglio, quelle scene che lasciano al lettore la consapevolezza che in qualche punto o in qualche momento della violenza deve pur esserci stata:  tuttaviagrazie ad un accorto uso delle dissolvenze e dei giri di parole, la delicata sensibilità del lettore è sempre rispettata: i personaggi possono spaventarsi assai, ma il lettore resta immune e viene spesso trascinato in complesse considerazioni sulla vita, la morte, lo sfruttamento dell'uomo e l'ingiustizia degli dei (che in Mondo Disco sono numerosi e spesso molto intolleranti), nonché sulla violenza insita nella società contemporanea, cui la realtà di Mondo Disco si richiama senza averne molto l'aria ma in modo impossibile da ignorare. Ufficialmente questi romanzi passano sotto l'etichetta di "fantasy umoristica" ma, anche se di motivi per ridere non ne mancano, soprattutto nella costruzione di situazioni apparentemente canoniche ma con quel piccolo scarto che le rende del tutto assurde, si tratta soprattutto di analisi sociologica che sotto un apparente ambientazione altrove affronta i temi del razzismo, della società multietnica, della politica (che, come ci ricorda spesso l'ineffabile Lord Vetinari, che a me ha sempre irresistibilmente ricordato Andreotti, è parola che viene da polis), della questione femminile,   dell'ingiustizia,  della religione eccetera eccetera, nonché una revisione particolarissima di temi letterari e leggendari delle più varie culture (comprese quelle moderne e contemporanee) incluso un ritorno del re dove il re decide a mente fredda di non tornare perché le cose vanno meglio senza di lui che con la sua presenza rischierebbe solo di confondere le idee a tutti e la valida considerazione che, davanti a una spada nella roccia, ben prima di soffermarsi su chi l'ha estratta, sarebbe opportuno riflettere su chi ce l'ha infilata, come ha fatto e perché l'ha fatto.


Per Terry Pratchett l'avventura ormai ha cambiato forma. Gli auguro tutto il bene possibile per il seguito del suo cammino.

sabato 7 marzo 2015

Cita-un-libro - #ioleggoperché - 4

La settimana volge al termine, dopo che molta acqua e neve è passata sotto i ponti e, qua in Toscana, molto vento è passato sui tetti e sopra e sotto agli alberi. Ma stasera è una serata tranquilla ed è venuto il momento di tirare le fila.
Alla terza sessione hanno partecipato 
(mi auguro con tutto il cuore di non aver saltato nessuno perché davvero non so come potrei scusarmi in quel caso - anche se naturalmente, dopo aver passato anni a leggere vite di eremiti e penitenti, qualche idea pensandoci bene riuscirei a farmela venire)
e lo so che si dice sempre così, ma davvero non è stato facile scegliere e per due giorni sono andata elaborando ben cinque diverse terzine variamente rimaneggiate a seconda del tema, della curiosità che mi ispiravano, della preferenza per gli autori citati, dell'originalità e dell'interesse per gli argomenti trattati.
Alla fine, per il terzo posto, è stata la curiosità che mi ha guidato verso la  citazione scelta da Bridigala: tanti elementi raccolti con cura in un unica frase e l'entrata in scena del primo cadavere scodellata in fondo, quasi per caso. E adesso si era impiccato. Perché, quando, dove, ha lasciato un biglietto? Fa venire voglia di sentire il seguito della storia - o almeno, a me l'ha fatta venire.
Il secondo posto lo assegno a Il gonnellino di Eta Beta per il fascino della scena, con quei bambini che si addormentano con gentilezza per non disturbare e gli ascoltatori che, in qualche caso, perfino capiscono chi sta parlando. Non solo la scena è descritta bene ma ha una sua bellezza, riposante ma piena di energia.
La prima posizione però l'ho scelta guidata dal mio cuore di dama hejan: la crudeltà di Aprile, un mese così luminoso e drammaticamente vivo contrapposta all'azione protettiva e riparatrice dell'inverno, con la sua neve così piena di gentile oblio, che copre e livella e smorza.
Ed è ad Aliceland che passo il testimone dopo aver ricordato il regolamento attualmente in vigore per la quarta sessione, che è preso dal blog della povna, ideatrice del gioco:

1. La domenica, tra le 0.00 e le 23.59 si va sul wall di #ioleggoperché, si sceglie un post-it di citazione e si pubblica sul proprio blog, inserendo nel post il link al portale di #ioleggoperché;
2. Si segnala la pubblicazione sul post del giudice;
3. Durante la settimana si partecipa, se si vuole, alla discussione che (auspicabilmente) da quelle citazioni sarà indotta;
4. Il sabato sera o la domenica successiva, a scelta, il giudice, insieme alla nuova citazione, pubblicherà la classifica delle prime tre citazioni, motivandole;
5. Il giudice stesso passerà dal blog della citazione vincitrice a lasciare il testimone; per far ricominciare il gioco;
6. Il nuovo giudice pubblicherà la sua citazione e il suo post, assegnando eventualmente un tema per le nuove citazioni settimanali;
7. I giocatori possono anche decidere di non seguire il tema: saranno ugualmente partecipanti a Cita-un-libro, ma non potranno concorrere alla vittoria della settimana.

Ed ecco la prima citazione della quarta sessione di Cita-un-libro (gioco collegato a Io leggo perché e alla suo social wall dove chiunque può mettere le sue citazioni preferite) ovvero la mia, svincolata per diritto di giudice dal tema che Aliceland sceglierà (o non sceglierà).
Questa settimana ho scelto un passo dal bellissimo libretto del Falstaff scritto da Arrigo Boito, che traduce fedelmente un passo de Le allegre comari di Windsor  di Shakespeare che a sua volta fa riferimento ad una delle Metamorfosi di Ovidio (ma il mito di Europa è citato anche da molti scrittori greci); insomma, una citazione al cubo che coinvolge Italia, Inghilterra, Impero Romano e Grecia (più Creta, che al tempo era uno stato a sé). Molto musicale, soprattutto.


Falstaff, vestito da Nero Cacciatore (una figura demoniaca legata ad una leggenda ripresa dalla tradizione celtica) aspetta Alice Ford nella notte, piuttosto spaventato. Lo conforta il ricordo di Giove che, pure lui, per conquistare l'amore di Europa si trasformò in toro e come Falstaff accettò di portare corna: dunque portare corna e travestirsi da (o trasformarsi in) bestia per sedurre una bella donna non è indecoroso nemmeno per un cavaliere inglese, se perfino il più grande degli dei l'ha fatto.
(Qui una bella versione cantata, dove Falstaff è il compianto Fischer-Dieskau).

venerdì 6 marzo 2015

La profezia di Celestino - James Redfield (cronaca di uno sconsiglio dei tempi andati)

Il libro che qui sconsiglio è uscito più di vent'anni fa. A suo tempo se ne fece un bel parlare e tuttora volendo lo si trova nelle librerie (ma naturalmente vi sconsiglio di cercarlo). Tuttavia è legato a un ricordo per me molto divertente, che desidero condividere con gli amici del Venerdì del libro, ovvero quello del mio unico, e involontario, sconsiglio.
Di solito, se un libro non mi piace mi chiudo in un delicato silenzio o spiego pudicamente che "non è nelle mie corde": sono infatti assai consapevole che quel che a me appare un autentica palla ad altri può apparire ricco di infiniti pregi che io non riesco a vedere - dopotutto, tra i libri che proprio non mi sono piaciuti ci sono il Canzoniere di Petrarca, Il giovane Holden e Il piccolo principe, che di solito non vengono ritenuti la feccia della letteratura. Non tutti abbiamo le stesse corde e la stessa sensibilità, quindi davanti all'entusiasmo altrui per un presunto capolavoro che a me fa solo venire un gran sonno o un gran nervoso taccio e mi defilo.

Andiamo un po' più a fondo nei dettagli: La profezia di Celestino è una roba new age, scritta maluccio (ma non pretende di essere un capolavoro della letteratura) in cui si racconta di un antico manoscritto che illustra varie chiavi per l'evoluzione spirituale dell'umanità, che potrà così raggiungere un adeguato grado di illuminazione aprendosi al mondo e alla Conoscenza. 
Detto così, avrebbe avuto parecchie carte in regola ai miei occhi (seppure dell'antico e falso manoscritto peruviano casualmente rinvenuto, volendo, mi sarei adattata di buon grado a fare a meno): i libri sulla spiritualità mi interessano e li leggo volentieri, le storie di persone che raggiungono l'Illuminazione anche, e più di una volta hanno influito sulla prospettiva da cui guardo il mondo e la vita. Di solito attingo a fonti abbastanza antiche e blasonate, ma dopotutto ho letto volentieri anche roba piuttosto moderna del settore, anche americana.
Forse proprio perché qualcosa in merito l'ho già letto, è possibile che la grandiosa scoperta che le piante possano avere sensibilità e financo un aura energetica non mi abbia stravolta per la gran sorpresa - voglio dire, il livello non è proprio elevatissimo. Per chi vuole saperne qualcosa di più sul libro comunque basta andare qui

E veniamo alla mia storia.
Tanti e tanti anni fa, ad una cena in pizzeria, una cara amica ci raccontò che aveva visto quel libro in libreria e l'aveva comprato, convinta che fosse un libro dedicato a Celestino V, un papa che si dimise da papa in tempi assai medievali e che alcuni ritengono essere quello cui Dante dedicò il celebre verso "che fece per viltade il gran rifiuto". Tale interpretazione è contestata da molti (secondo me del tutto a ragione) ma insomma il personaggio è interessante e infatti ha interessato molte persone, e non solo medievisti (Silone per esempio ci scrisse su un dramma teatrale, L'avventura di un povero cristiano).
"Racconta, racconta" chiedemmo tutte, assai disposte a interessarci alle vicende di Celestino V.
"Macché, Celestino V non c'entrava neanche di striscio" ci disilluse l'amica, e passò a descriverci con parole di fuoco il libro, che le aveva fatto assai schifo dalla prima all'ultima pagina; tra l'altro lei non aveva mai nutrito alcun interesse per le storie basate sull'elevazione spirituale dei protagonisti. Un altra di noi che lo aveva letto (fermandosi però alle verdurine che si illuminavano mostrando la loro aura) appoggiò in pieno il suo parere e anzi lo integrò con nuove e orripilate descrizioni.
Dopo aver riso fin quasi a soffocare finii per prendere in prestito il libro, desiderosa di cimentarmi anch'io con tanto orrore. Mi venne prestato assai di buon grado, con la raccomandazione che, caso mai mi fosse piaciuto, me lo tenessi pure senza farmi scrupoli del tutto superflui. Promisi.
E lessi il libro.

Qualche giorno dopo telefonai alla gentile prestatrice.
"Ho letto il Celestino" le dissi "Non è poi così male, secondo me avete esagerato. Se sei in casa con un forte raffreddore, per esempio, è una lettura che può andare perché non ti impegna tanto e così ci passi un pomeriggio in cui tanto non avresti potuto fare niente di utile. Certo, è un libro da prendere solo in prestito o in biblioteca perché se lo compri poi ti dispiace avere sprecato così i tuoi soldi, e se te lo regalano ti dispiace lo stesso, perché sai che qualcuno ci ha speso dei soldi pensando di farti un piacere, e invece tu avresti preferito che si fosse comprato un bel CD o fosse andato in birreria con un amico per bere alla tua salute, o anche solo alla sua".
Davanti a quelle che a me sembravano parole concilianti, non disgiunte da un vago apprezzamento, e comunque ben lontane dalla sua drastica stroncatura, l'amica si mise a ridere pazzamente.
Mi disse che nella sua mente era balenata l'immagine di quelle fascette elogiative che allegano spesso ai libri:
"Un libro che non va regalato, ma solo prestato!" 
"Ideale per quando avete un forte raffreddore e non siete buoni a fare nulla!" 
"Non regalatelo, piuttosto andate a bere una birra con un amico!" 
"Raccomandato dai produttori di birra!" eccetera eccetera. 

Fu così che il mio sconsiglio si guadagnò fama e onori, e anzi passò alla storia (all'interno della mia piccola cerchia).

Con questo post strettamente autobiografico partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma, con l'augurio che le vostre letture di questo fine settimana non vi facciano desiderare di avere un forte raffreddore per apprezzarle meglio.

mercoledì 4 marzo 2015

I nodi del tempo (con orgoglio, e dopo molti pregiudizi)

Lo scorso Aprile ero intenta a cercare un libro di storia nuovo per la futura Prima Effervescente. 
Stante quel che girava per la scuola non avevo grandi pretese, mi bastava qualcosa che non mi ostacolasse troppo nei miei generosi tentativi di insegnare un po' di storia di base alle giovani leve - ad esempio un libro che non ignorasse troppo il banale impianto cronologico sul quale, a dispetto di talune moderne teorie didattiche, mi ostino ad impostare la mia programmazione; e che permettesse ai poveri alunni di turno di capire che, per esempio, nel XIV secolo i comandanti delle truppe nella Guerra dei Cento Anni non potevano spedire ordini col cellulare. Cose così.
Alcuni dei libri lasciati dai rappresentanti erano al di là del bene e del male, altri si avvicinavano abbastanza al confine della decenza, un paio sembravano piuttosto decorosi, quasi invitanti.
Poi presi in mano I nodi del tempo della Lattes.
"Bleah!" mi dissi "La Lattes. E quando mai la Lattes ha fatto un libro decente?".
Lo presi in mano. Pesava troppo. Portare dalla saletta-ripostiglio alla Sala Insegnanti il pacco di tre libri, fascicoli allegati più libro per l'insegnante fu una vera faticata anche se la strada era corta.
"Questo gli spezzerà lo zaino" deprecai "Ma andassero a Fanculo, invece di fare i libri con le pagine in pietra. E chissà quanto costa poi!".
Guardai la copertina "E che titolo a cazzo, I Nodi del Tempo" mugugnai. La copertina raffigurava appunto dei nodi, accanto alla consueta immaginetta più o meno legata al periodo storico illustrato nel volume.
"Oh, suprema raffinatezza di una metafora tanto ardita quanto originale sul tempo e i suoi nodi!" ringhiai "Ma perché gli autori non ci si sono impiccati, alla corda del tempo, invece di scegliere 'sto cazzo di titolo?".
Guardai l'indice. Un infinità di colonne indicava se c'erano allegati sussidi nel CD, e di che tipo. 
"E ci vuole una laurea in ingegneria applicata per capire come funziona. Ma un indice normale, gli faceva proprio schifo?" sibilai.
La tavolata di parole-chiave di ogni capitolo tradotte in varie lingue mi sembrò un tipico specchietto per allodole: se l'alunno straniero di turno sapeva un po' di italiano era comunque in grado di tradursele da solo, ma se l'italiano era ancora una dark zone per lui, difficilmente lo avremmo messo a studiare storia, stante che il libro glin sarebbe comunque risultato incomprensibile.
Imbottita di pregiudizi e prevenzioni come mai nessun piumino danese fu imbottito di purissima piuma  del sottocollo di oca, iniziai a sfogliarlo distrattamente, pronta a scartarlo senza appello al primo pretesto.

Rimasi piacevolmente sorpresa. Sempre più piacevolmente sorpresa. Nel giro di una mezz'ora cominciai a guaiolare di piacere e solo la totale assenza di insegnanti in Sala mi impedì di arpionare il primo che incautamente fosse passato di lì, fosse pur di Fisica o Arte, per investirlo con torrenziali esclamazioni di lode e apprezzamento per sì meraviglioso manuale.
Era scritto in italiano: un italiano corretto e semplice, ma non privo di termini adeguati. Apposite rubrichine a lato spiegavano le parole ostiche in modo chiaro, comprensibile ma tecnicamente valido. C'era anche uno spazio dedicato alla parola-chiave del capitolo (ad esempio incastellamento)
Le illustrazioni erano scelte con criterio e rigorosamente attinenti al periodo esaminato. I disegni erano ben fatti, chiari e accurati.
Si leggeva bene, nel senso che veniva voglia di leggerlo, e di proseguire nella lettura. Mi spiego: quando l'insegnante di turno continua a sfogliare un manuale di qua e di là senza mai la tentazione di mettersi a leggere qualcosa, è un pessimo segnale. Se poi l'insegnante di turno sono io, che ho la tendenza a leggere qualsiasi cosa mi passi sotto gli occhi, fossero pure le istruzioni per usare lo shampoo, il segnale è deleterio. Se non viene voglia di leggerlo a noi, che speranza c'è che un alunno, sia pure ben disposto, se lo legga con interesse?
C'erano delle bellissime carte geografiche, chiare e pertinenti.
C'era, in basso alla prima pagina del capitolo, una cronologia con le date e gli argomenti più importanti del capitolo.
Una cronologia. Una vera cronologia. Un insieme di date ordinate in ordine cronologico.
Oh, mirabile prodigio! O senno incomparabile dei curatori!
Le pagine erano chiare. C'erano le rubrichine, un po' di sintesi qua e là, parole-chiave evidenziate, ma il tutto non confondeva il lettore.
Con gli occhi velati di lacrime di commozione andai a cercarmi i miei soliti argomenti-da-carotaggio, qua e là nei tre volumi.
Il testo era accurato ma comprensibile. Non c'erano troppe date, non c'erano troppi nomi, ma c'erano quelli giusti. Soprattutto, non c'erano quelle abominevoli semplificazioni del menga per cui i manuali delle medie  vanno matti. Quando c'era un nuovo argomento si descriveva chiaramente la situazione precedente e si ricordavano, se necessario, certi argomenti precedenti.
C'erano delle belle tavole illustrate a doppia pagina per mostrare scene, abbigliamento e interni del periodo, con un sacco di didascalie chiare.
E, incredibile ma vero, la parte storica era fatta bene. Non c'era santa Scolastica, non c'erano le brioche di Maria Antonietta, non c'era Lucrezia Borgia che finiva impiccata.
C'erano degli esercizi ben fatti. Un po' meno di quelli che avrei voluto, ma almeno c'erano. 
Uno degli esercizi fissi era un rispettabile close che riassumeva il capitolo, l'altro una mappa mentale da completare (una mappa sensata, tra l'altro, senza troppe frecce, solo quelle che ci dovevano essere).
C'era, nel complesso, un sacco di roba. Ma dava l'impressione di poter essere semplificato facilmente, all'occorrenza. 
Alla fine rifeci il pacco dei libri, li legai con l'elastico e ci aggiunsi un foglio con su scritto "Lo voglio! DEVE essere mio!".
Questo perché una delle colleghe di terza aveva accennato la possibilità di adottare uno stesso libro per tutte le future prime: adottassero quel che volevano, io volevo I nodi del tempo. A costo di fare una piazzata in collegio. Avrebbero dovuto passare sul mio cadavere, per impedirmelo.

In realtà non ci fu nemmeno l'ombra di una discussione, e ognuna adottò quel che più riteneva opportuno - a tutt'oggi senza pentirsene, per quel che mi risulta.
Al momento di compilare la scheda per l'adozione fui piacevolmente sorpresa nello scoprire che, tra tanti pregi, per quantop pesante I nodi del tempo costava poco, e che aveva sì come tutti le pagine di raccordo con storia antica, ma in un fascicoletto a parte che poteva non essere acquistato. Sei euro in meno.
A me la storia antica non dispiace, e appunto per questo evito con cura di farla alle medie, se appena posso: perché nelle pagine di raccordo dei manuali delle medie di solito è fatta veramente male, perché al contrario alle elementari la fanno piuttosto bene, perché non mi piace affatto insistere con la storia della democrazia greca su cui ho opinioni piuttosto personali e perché il medioevo rappresenta effettivamente uno stacco: parto da Costantino con un paio di lezioni-chiacchierata e alla terza lezione già l'impero cade.

Durante l'estate, una mattina, fui presa dallo strano istinto di prepararmi un po' per l'avvio dell'anno scolastico, e mi tuffai nell'Alto Medioevo - che, per quanto ben fatto sul libro (ma di solito è fatto da cani, ai miei occhi da medievista) va sempre un po' rivisto perché tutti quelli che non sono di stretta formazione medievistica hanno un sacco di idee stranissime sull'alto medioevo*.
Scoprii però con gran piacere che non andava rivisto quasi nulla.

Al momento adopero quel libro da circa sei mesi. A parte un paio di passaggi sui Franchi, che ho trovato un po' ingarbugliati e che ho semplificato con uno schemino mio personale, mi sono trovata davvero benissimo. La cosa notevole è che sembrano essersi trovati benissimo anche i ragazzi**.

*sì, quando si parla di Medioevo sono un vero impiastro. Perfino io me ne rendo conto. Non per questo desisto dal fare l'impiastro, perché IO SO (al contrario di molti dei compilatori di manuali di storia delle medie).
** che sono però una classe piuttosto particolare, e molto affamata.