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martedì 25 luglio 2017

Cornelius Fudge / Caramel, ovvero scegliere portati dalla piena

Se ci chiedessero una lista dei cattivi di Harry Potter, è molto improbabile che il ministro Fudge ci verrebbe in mente tra i primi - in effetti è molto improbabile che ci verrebbe in mente anche se ci chiedessero una qualsiasi lista dei personaggi più notevoli di Harry Potter. E' presente in sei volumi su sette, ma non si fa notare molto. In compenso influisce con una certa forza sulle vicende, ed è anche uno stronzo di notevole levatura* - stronzo e anche incapace. Ma all'occorrenza piuttosto gioviale.

Fudge in inglese è una torta morbidosa, di quelle a più strati ricoperte da una o più glasse, non necessariamente rigide: una fragile corazza per un cuore morbido, più esattamente molle. Nella prima traduzione si chiamava Caramell, con un richiamo a quei dolci al cucchiaio di cui fanno parte i creme caramel ma anche i budini, la panna cotta, la crema bavarese e simili: dolci composti essenzialmente di uova e latte (o panna) e che si mangiano col cucchiaio. Non era una brutta traduzione, e va detto che fudge per il lettore italiano non è una parola particolarmente evocativa, anche se qualsiasi dizionario può soccorrerci facilmente.
Questa è una chocolate fudge cake. Abbastanza simile a una Sacher, in effetti

Insomma, un perfetto uomo politico, di quelli destinati al successo e di cui gli storici si domandano perplessi "Ma come ha fatto costui a trovare qualcuno che lo prendesse sul serio abbastanza da dargli un qualche incarico?".
Perché i tipi come Fudge di solito fanno una brillante carriera, sorpassando senza difficoltà persone assai più preparate e capaci di loro - e una volta arrivati al potere, evitano con cura di prendere decisioni impopolari, per quanto necessarie possano rivelarsi; perché, com'è noto, le decisioni impopolari sono brutte, fastidiose, scomode cose che fanno fare tardi a cena.
In tempi tranquilli (ma esistono tempi tranquilli?) i Cornelius Fudge non fanno troppi danni e anzi non fanno proprio niente a parte qualche insulso provvedimento che non lascia tracce; ma se le circostanze richiedono un qualche tipo di capacità, persone come lui producono di solito grossi danni e chi prende il loro posto si ritrova costretto a gestire l'impossibile - di solito fallendo clamorosamente (ogni riferimento a Rufus Scrimgeour non è casuale).

Sentiamo parlare del ministro Cornelius Fudge (nella prima traduzione Cornelius Caramell) già nel primo libro, quando Hagrid accompagna Harry a Diagon Halley e gli racconta di Silente che ha rifiutato di fare il Ministro della Magia e però quello che al momento è il Ministro in carica non fa che chiedergli consiglio. Vabbé, il lettore al momento è convinto che Hagrid sia il classico Gigante Buono Ma Non Necessariamente Astutissimo (scoprirà più avanti che Hagrid è sempre attendibilissimo, tranne forse quando parla di animali interessanti, verso i quali è a volte un po' troppo parziale) e quindi prende la cosa con le molle.
Ad ogni modo, per quanto Silente possa essere liberale con i suoi consigli, nel corso della saga Fudge evita con cura di seguirli non appena hanno l'apparenza un po' scomoda - e a volte Silente gliene dà di scomodissimi (e sempre molto validi, si capisce, se solo Fudge avesse la pur minima intenzione di scomodarsi a seguirli).

Incontriamo dal vivo il Ministro Budino nel secondo volume quando, nonostante il parere contrario di Silente, fa arrestare Hagrid per la questione della Camera dei Segreti.
"Io sto ricevendo un mucchio di pressioni. Bisogna far vedere che si sta facendo qualcosa" spiega a Silente. Del resto i precedenti di Hagrid sono contro di lui, e in effetti arrestarlo sembra la cosa più facile. Soprattutto, tra la scelta di arrestare un innocente (perché i precedenti di Hagrid sono contro di lui, ma le prove no) e quella di contraddire il potente Lucius Malfoy, non c'è nemmeno da porsi la questione, per il ministro.
Il primo incontro ufficiale tra Harry e il Ministro avviene però solo all'inizio del terzo volume, quando un preoccupatissimo Harry, appena scappato da Privet Drive dopo aver gonfiato l'insopportabile zia Marge, ha una gran paura di venire espulso da Hogwarts. A sua volta, scopriremo poi, il Ministero della Magia e una discreta fetta del mondo magico sono preoccupatissimi per la scomparsa improvvisa del Ragazzo Che E' Sopravvissuto, perché temono sia stato rapito e ucciso da Sirius Black. Cornelius si mostra gentile, quasi paterno, rassicura Harry che non ci saranno conseguenze per quel piccolo incidente (via, non si finisce certo ad Azkaban solo per aver gonfiato una zia!) e anzi si occupa di trovargli una stanza al Paiolo Magico perché il ragazzo passi il resto delle vacanze estive in Diagon Alley, dove la comunità magica ne avrà gran cura sorvegliandolo con molta attenzione.

Ritroviamo il Ministro alla fine del libro, quando partecipa al processo in appello contro Fierobecco - un processo talmente garantista che insieme a Fudge arriva anche il boia ufficiale del mondo magico per procedere all'esecuzione del povero grifone. Più avanti Piton cercherà di convincerlo che l'evasione di Sirius Black, appena catturato, è opera di Harry Potter - ma per quanto abbia in effetti ragione, le circostanze sono tali che l'accusa non viene nemmeno presa in considerazione. 
Resta il fatto che, per scelta del Ministro Budino, Hogwarts è stata impestata per tutto l'anno dai Dissennatori, che alla fine hanno addirittura cercato di somministrare il loro famigerato bacio a Harry e Ron. Lo sventato Cornelius si mostra molto colpito da questo incidente: "Oh sì, dovranno andarsene. Non avrei mai immaginato che avrebbero cercato di somministrare il Bacio a un ragazzo innocente... del tutto incontrollabili... no, li farò rispedire ad Azkaban questa notte stessa..." dimenticando i che i suoi amati Dissennatori si sono mostrati fuor di controllo praticamente dall'inizio dell'anno, come Silente non ha mancato di ricordargli più volte.

E' solo alla fine del Calice di Fuoco però che Cornelius Fudge si rivela in tutta la sua micidiale storditaggine: accorso ad Hogwarts dopo l'incidente di Cedric si porta dietro un Dissennatore a mo' di scorta (ma allora è un vizio?), il quale Dissennatore appena vede Bartemius Crouch junior non trova di meglio da fare che succhiargli via l'anima con il Bacio, trasformandolo così in un vegetale. In questo modo Crouch non potrà più testimoniare e tutta la vicenda della resurrezione di Voldemort diventa una semplice fantasia di Harry Potter. 
Per la prima volta Harry lo vede per quel che è, e ne rimane sbalordito:
"Aveva sempre pensato a Caramell come a un uomo gentile, un po' chiassoso, un po' pomposo, ma fondamentalmente buono. E ora davanti a lui c'era un piccolo mago iroso, che si rifiutava categoricamente di accettare l'idea che il suo comodo mondo tranquillo potesse venire turbato... che si rifiutava di credere che Voldemort potesse essere tornato".
Davanti al comportamento del Ministro Minerva McGonagall dà in escandescenze per la prima e unica volta in tutta la saga, e lo stesso Silente, che lo conosce molto bene, non gli risparmia parole decisamente taglienti: "Sei accecato dall'amore per la poltrona che occupi, Cornelius! (...)  Te lo dico ora: prendi i provvedimenti che ti ho suggerito, e verrai ricordato come uno dei più grandi e coraggiosi Ministri della Magia che abbiamo mai avuto. Scegli di non agire, e la storia ti ricorderà come l'uomo che si è fatto da parte, quello che ha concesso a Voldemort una seconda possibilità di distruggere il mondo che abbiamo cercato di ricostruire!".
Come sappiamo, Cornelius sceglierà di non agire e si farà da parte, negando la possibilità che Voldemort sia davvero tornato, nonostante il racconto di Harry e perfino nonostante la testimonianza di Piton che non esita a esibire il suo Marchio Nero, tornato improvvisamente attivo e pulsante. Negherà tutto, rifiuterà di allontanarsi dai suoi amati Dissennatori perché "metà di noi dormono sonni tranquilli solo perché sanno che i Dissennatori fanno la guardia ad Azkaban", e del resto, lo caccerebbero via solo per averlo suggerito, e non si può provare ad allearsi con i Giganti perché la gente ha paura dei giganti... 

Fudge è in buona fede, o più esattamente è convinto di esserlo. L'idea del ritorno di Voldemort fa parte di quelle cose brutte e scomode che ti fanno fare tardi a cena, la gente rischia di spaventarsi se diffondi la notizia, e del resto la notizia non può essere vera, è troppo scomoda per essere vera. Il confortevole mondo di Cornelius rischierebbe di andare in pezzi, se accettasse la possibilità che Potter e Silente e Piton stiano dicendo la verità, così lui chiude la porta e dichiara che si tratta solo di una assurdità causata dalla fantasia troppo accesa di un adolescente (dimenticando però che l'adolescente in questione è il massimo esperto vivente su Voldemort). 
L'unica vera scelta che Cornelius Fudge fa dunque è una non-scelta: si sfila, si tira indietro e dichiara che quel che sta succedendo non sta affatto succedendo. Non è una scelta insolita per un politico - Manzoni descrive molto bene questo tipo di comportamento nel capitolo dedicato alla peste, quando in tanti decidono d'ufficio che la peste non esiste e quand'anche esistesse non sarebbe lì - ed è una scelta che porta inevitabilmente a risultati disastrosi.

Saldamente attaccato alla sua comoda poltrona e ai suoi amati Dissennatori, Cornelius Fudge  separa la sua strada da quella di Silente: già all'inizio dell'Ordine della Fenice vediamo che gli ha tolto le più pregiate onoreficenze, ha ridotto notevolmente i suoi poteri ad Hogwarts e ha avviato una campagna stampa contro l'inaffidabile e visionario Harry Potter;  trova anche qualcuno che lo capisce, una sorta di anima gemella: Dolores Umbridge, che senza un suo esplicito ordine costruisce per Harry la trappola dei Dissennatori in Privet Drive, per obbligare Harry a reagire con un incantesimo e poterlo così incastrare in un processo davanti al Wizengamot.
Anche se basato su una buona base di inganno, il processo non è truccato: i giudici sono imparziali e ascoltano sia il racconto di Harry che quello di Silente, prestando grande attenzione alla testimonianza della Maganò Arabella Figg, per poi finire per assolvere il ragazzo con formula piena. Cornelius però ha comunque fatto del suo meglio per truccare le carte, retrodatando l'ora dell'udienza per poter svolgere il processo in contumacia e soprattutto tenere lontano Silente - un procedimento più che illegale, oltre che una vera porcata.
Costretto a condurre comunque il processo, visto che l'accusato ha avuto la malagrazia di presentarsi, per giunta con Silente al seguito (e davanti a Silente Fudge soffre un vistoso complesso di inferiorità, del resto pienamente giustificato) il Ministro cerca di giocare ogni carta per ottenere una sentenza di colpevolezza, minacciando Silente, rievocando le vecchie infrazioni di Harry - compreso l'episodio della zia gonfiata due anni prima, per l'occasione diventata una gravissima infrazione e non più una ragazzata.
La giuria però non si lascia ingannare. Più avanti Silente pagherà a caro prezzo la sua difesa di Harry, ma sul momento Fudge è costretto ad accettare il verdetto della corte.

Una scena abbastanza simile (salvo il fatto che in apparenza Silente ne esce sconfitto) si ripeterà molti capitoli dopo, quando grazie alla delazione di Marietta Edgecombe il gruppo di studio autonomo chiamato l'Esercito di Silente viene scoperto. Accorso ad Hogwarts per godersi l'arresto del pericoloso e lunatico Harry Potter, Cornelius si vedrà nuovamente sbarrare la strada da Silente, che riuscirà a fargli credere che si trattava in realtà di una sua iniziativa per togliergli il Ministero con un colpo di mano.
Un lampo d'improvvisa comprensione brillò sul volto di Fudge. Arretrò di scatto, inorridito, lanciò un grido e balzò di nuovo lontano dal fuoco.
"Tu?" bisbigliò, rimettendosi a calpestare il mantello bruciacchiato.
"Proprio così" annuì amabile Silente.
Il Ministro si mostra ferito, indignato e furente - soprattutto, abbocca come una carpa; da tempo probabilmente si era convinto che tutte quelle strane storie sul ritorno di Voldemort fossero solo abili manovre con cui l'ambizioso Silente cercava di strappargli la sua amata poltrona; e dunque cerca di arrestare il suo pericoloso rivale.
Come sappiamo il tentativo di arresto viene gestito da Silente con la consueta abilità (o meglio stile, come osserva giustamente Phineas Nigellus dal suo ritratto) e in sostanza né Cornelius Fudge né Dolores Umbridge ottengono granché: dopo una sparizione molto teatrale Silente rientrerà nel suo ufficio (o almeno così si suppone) mentre Umbridge, nominalmente preside di Hogwarts, non riuscirà mai più a metterci nemmeno la punta di un piedino.

Il terzo e ultimo confronto tra Fudge e Silente all'interno dell'Ordine della Fenice si situa alla fine del romanzo, dopo la drammatica battaglia del Ministero, e più che un confronto è un massacro in piena regola: piuttosto confuso, Cornelius arriva nell'atrio del Ministero mentre lo scontro si sta concludendo:

Ma nonostante tutta la sua buona volontà, il Ministro è infine costretto a dare credito alle numerose testimonianze dei maghi che si affollano intorno a lui... e ai suoi stessi occhi:
"Per la barba di Merlino... qui... qui!... nel Ministero della Magia!... cieli supremi... non sembra possibile... parola mia... ma come può...?".
Davanti al suo insignificante balbettìo e alle sue patetiche rimostranze, Silente risponde con  istruzioni molto precise: "Tu darai ordine di allontanare Dolores Umbridge da Hogwarts. E dirai ai tuoi Auror di smetterla di dare la caccia al mio insegnante di Cura delle Creature Magiche, così potrà tornare al lavoro. Stanotte ti concederò mezz'ora del mio tempo: sarà più che sufficiente per informarti di quanto è successo qui. Dopo di che dovrò tornare alla mia scuola". 
La deposizione di Fudge dal Ministero inizia in quel momento, quando Silente gli dà ordini come se fosse un sottoposto di basso rango e si autorinomina preside di Hogwarts.
Da quel momento Fudge riceverà solo ordini. Nel giro di pochi giorni sarà costretto a dimettersi.

Osserviamo meglio questo passaggio attraverso i suoi colloqui col Primo Ministro dei babbani, all'inizio del sesto libro: prima amichevole e un po' borioso, nel corso degli anni Cornelius si mostrerà sempre più debole e incapace financo di spiegare la situazione al  ministro babbano, attonito (ma non sprovveduto nella gestione del potere):
"Deve fare qualcosa! In quanto Ministro della Magia è sua responsabilità!"
"Mio caro Primo Ministro, non può onestamente credere che io sia ancora Ministro della Magia dopo tutto questo! Sono stato cacciato tre giorni fa! La comunità magica al completo ha chiesto le mie dimissioni per quindici giorni di fila. Non li ho mai visti così concordi in tutto il mio mandato!".
E infatti a quell'ultimo colloquio Cornelius non arriva in qualità di Ministro della Magia... ma come lacché incaricato di presentare il nuovo ministro Scrimgeour al ministro babbano.

L'ultima apparizione del Ministro Torta la vediamo al funerale di Silente: 
Cornelius Caramell li oltrepassò, diretto alle file davanti, con l'aria derelitta, rigirando la bombetta verde come al solito
Anche lui è venuto a rendere omaggio all'uomo che vedeva troppo lontano perché lui potesse capirlo, e che ha cercato di trasformare in avversario perché era troppo scomodo come alleato: scomodo, e rischiava di fargli fare tardi a cena.
Di lui non sapremo più niente, e non ce ne fregherà un accidente: persone come lui non meritano nemmeno la curiosità dei lettori.

*in italiano "stronzo" sta ad indicare sia una persona di scarsissima levatura intellettuale che una persona scorretta e di ridotti scrupoli morali. Il ministro Budino è sia l'una che l'altra cosa.

venerdì 21 luglio 2017

Il parrucchiere di Harare - Tendai Huchu

Nel mio percorso di cautissimo approccio ai Misteri dell'Africa Nera sono sbarcata su questo romanzo, che è breve ma denso, interessante, fa riflettere su tante cose e soprattutto è proprio bello - che in un romanzo, se vogliamo, ha pure una sua importanza.
Il libro è del 2010. La casa editrice terre di libri l'ha stampato nel 2014 e poscia messo in circolazione, ma visto che si tratta di un editore con un catalogo di cinque libri cinque e dunque non esattamente un colosso della Grande Distribuzione, non so quanto abbia effettivamente circolato. Un po' sì, comunque, visto che alla biblioteca locale l'hanno comprato. Aggiungo che ha un rapporto qualità-prezzo davvero eccellente, mentre di solito questi piccoli editori, per rientrare con le spese, tendono a spennarti alquanto.
L'ho trovato durante una minuziosa opera di spulciatura degli scaffali giusto a caccia di romanzi africani (mi era mancato il fegato di andare a chiedere ai pur disponibilissimi bibliotecari "Vorrei una roba un po' africana, ma scritta da qualcuno che sia africano davvero, non un giornalista e poi deve parlare dell'Africa vera, non di quella mediterranea").
L'autore è africano (anche se adesso vive in Irlanda) e, volendo andare un minimo più sullo specifico, dello Zimbabwe, ovvero in alto a destra proprio sopra la Repubblica del Sud Africa.  Africa seria, insomma, quella con i leoni e la foresta tropicale - e un sacco di diamanti, detto per inciso.
Ex colonia inglese, sulla carta non sembrerebbe nemmeno passarsela tanto male; ad ogni modo una bella fetta della popolazione ha un pingue reddito intorno ai due dollari americani al giorno, mentre una piccola fetta è ricca e straricca. In mezzo c'è il cosiddetto ceto medio che - sorpresa! - di recente si è impoverito.
Come in tutti i paesi del mondo e in particolare in quelli africani il parrucchiere è un centro sociale di grande importanza e la scelta del taglio di capelli e del tipo di pettinatura è un affar serio, soprattutto per le donne delle fasce più ricche (anche perché quelle povere non hanno certo i soldi per pagarsi le cifre folli richieste da certi trattamenti e dal paziente lavoro richiesto da una acconciatura a treccine). Lavorare da un parrucchiere, specie nella capitale, ti mette dunque in contatto con la classe dirigente del paese, e in effetti già il fatto di lavorare, in un paese con un tasso di disoccupazione del 90 per cento 90, ti inserisce in una fascia economica piuttosto privilegiata; anche se una parrucchiera può avere i suoi problemi economici come tutti, specie se è una madre nubile con una bambina a carico e da poco è stata messa al bando dalla famiglia per una questione di eredità.
Vimbai, la protagonista, è la prima parrucchiera in un negozio assai quotato,  per intendersi l'abile maga che con la sua abilità attira le clienti più pregiate, quelle che cercano proprio lei. Gode quindi dei privilegi di Colei di Cui Non Si Può Fare A Meno e in questa posizione privilegiata è abituata a crogiolarsi, nonostante le molte difficoltà economiche dovute alla decisione di mandare la sua bambina in una scuola privata, di quelle che possa garantire un futuro alla piccola, e di vivere in una grande casa (il risultato dell'eredità contesa), ma soprattutto ad un tasso di inflazione degno della repubblica di Weimar, dove i preventivi di un lavoro non si possono fare con troppo anticipo perché i prezzi aumentano di giorno in giorno e dove spesso il baratto sostituisce i normali pagamenti in carta moneta.
E improvvisamente arriva lui, Dumisani, il parrucchiere del titolo. 
Un uomo che fa il parrucchiere?!?
Sì, ed è anche molto bravo. E bello, e simpatico, con un fascino tutto particolare e una grande abilità nel trattare con le clienti, e porta con sé un repertorio di pettinature nuove e aggiornatissime e un talento speciale nel mettere in risalto la bellezza di ogni cliente.
Insomma, non un parrucchiere, ma il parrucchiere dei sogni di ogni donna. Manca solo di scoprire che resuscita i morti e moltiplica pani e pesci.
Risultato: la supremazia di Vimbai viene messa sempre più in pericolo, i suoi privilegi si dissolvono come neve al sole e ben presto perfino la sicurezza del suo amato (e raro!) posto di lavoro comincia a diventare tutt'altro che garantita. La già travagliata vita di Vimbai si trasforma così in un incubo.
Dumisani però la prende quasi subito in simpatia e nonostante sul lavoro le faccia ripetutamente le scarpe, in privato è molto amichevole. I due finiscono presto per vivere insieme per convenienza economica, ma più avanti la convivenza si trasforma in un legame affettivo che sfocia in un fidanzamento. E improvvisamente scopriamo che Dumesani fa parte di quella ristretta fascia di persone che può contare su un reddito praticamente infinito. Famiglia ricchissima, potentissima... e amichevolissima, che accoglie la spiantata parrucchiera quasi fosse l'arcangelo dell'Annunciazione. L'incubo diventa così una bella favola a lieto fine fin quando...

C'è una sorpresa finale, anzi parecchie sorprese finali, di cui in precedenza sono stati seminati indizi a pioggia per tutto il romanzo pur non dando al lettore motivo di credere che ci sia alcunissimo mistero sul quale seminare indizi.
Il libro è ben scritto e ben costruito, ma soprattutto presenta una carrellata di personaggi davvero interessanti - in particolare la protagonista, che conta una invidiabile serie di chiaroscuri. Non è troppo buona, non è troppo simpatica ma si finisce per identificarsi con lei fin nel midollo perché è meravigliosamente umana. In effetti sarei davvero contenta di leggermi qualcos'altro dell'autore, se qualche editore si desse da fare.

Con questa segnalazione (che va benissimo anche se ve ne fregate alla grande sia del Botswana che dell'Africa Nera, ma non se le storie di madri nubili col problema di dare un futuro alla figlia vi lasciano indifferenti, perché in quel caso davvero fareste bene a cercarvi qualcos'altro) partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti buone letture al mare, sui monti, sulle colline e sulle rive dei laghi - ma anche sul terrazzo di casa.

mercoledì 19 luglio 2017

Manuale del Perfetto Insegnante - Come scegliere un perfetto libro di storia

Colgo l'occasione per un doveroso omaggio a un grande scrittore e attore che ci ha lasciato pochi giorni fa. Eva, spero che gradirai ^_^

Occorre primieramente ricordare che l'insegnante che cerca un Perfetto Libro di Storia è prima di tutto un insegnante di Lettere, con tutte le caratteristiche del caso - una premessa magari un tantinello ovvia, ma che può essere d'aiuto per meglio comprendere alcune sfumature della questione.

Il Perfetto Insegnante non ha grosse pretese, quando cerca un buon manuale di storia: per accontentarlo è sufficiente che il testo sia economico, robusto, non troppo pesante per lo zaino di un povero ragazzo ancora in crescita, accuratissimo sul piano storico, scritto in un linguaggio accurato ma scorrevole, molto chiaro, ben impostato graficamente, brillantemente illustrato, con ricchi box di approfondimento sulla vita quotidiana delle varie epoche, dotato di abbondanti e congrui congrui esercizi e coincidente in tutto e per tutto con la visione e le conoscenze storiche dell'insegnante. Purché il libro risponda a questi requisiti minimi, verrà senz'altro adottato.
Tuttavia la scadente editoria scolastica contemporanea sembra incapace di rispondere a queste poche ma basilari richieste, soprattutto quando si tratta di coincidere in tutto e per tutto con la visione storica del singolo docente, e dunque al momento di scegliere il manuale di storia, ivi è sempre pianto e stridor di denti e lamentele accoratissime e senza fine.
"Non c'è il genocidio armeno!
"Non c'è la piramide feudale!
"C'è anche qui la piramide feudale, e per di più ai tempi di Carlo Magno,!maledetti!"
"Ci sono troooppi concili

"Il passaggio da Comune e Signoria è fatto veramente col culo!
"C'è troppo poco Illuminismo
"Non si parla delle fucilazioni dopo Caporetto
"Ossignore no, le brioche di Maria Antonietta no!
"E questa sarebbe la Guerra dei Trent'Anni?
"Gli squadristi del fascio qui sembrano gentiluomini vestiti in frac!
"Il fascismo ha anche avuto aspetti positivi da non sottovalutare"
"Vabbé, se le foibe devono raccontarle in questo modo tanto vale non raccontarle affatto, non ci si capisce niente!
"E la Terza Internazionale? Se la sono mangiata, la Terza Internazionale?
"Ma due righe sulla questione balcanica non potrebbero mettercele? I ragazzi che ne sanno della questione balcanica se non gliela spieghi?
"L'Affaire Dreyfus qua semplicemente non esiste
"Come si fa a raccontare la Guerra dei Cent'Anni in due paginette scarse?" "Dieci righe sulla Magna Charta, ma si può?
e via lamentando, deprecando e criticando.
Il punto è che, quando c'è tutto - l'affaire Dreyfus e la Guerra dei Cent'Anni con annessi e connessi e la crisi dell'impero ottomano e l'assedio di Vienna e la differenza tra galera e caravella, la rivolta di Vandea e la Terza Internazionale e la Repubblica di Roma e le decimazioni dopo Caporetto, il libro risulta di una lunghezza improponibile.
"Sì, d'accordo, è un libro fatto bene, ma come si fa a fare tutto? Qua tocca tagliare,e parecchio"
"Sì, ma è tutto collegato, qua dentro, si taglia male. Tanto vale prendere questo che è più corto"
"Ma non c'è l'affare Dreyfus, e sulle squadracce non dice quasi niente!"
"E' vero, ma c'è la Terza Internazionale".
"E a guardare bene c'è anche il Codice Napoleonico, ben sette righe. Più tre quarti di pagina dedicati a Josephine Beauharnais. Cioè, cosa ci importa di Josephine Beauharnais?"
(Beh, non è escluso che, finito il libro, le brillanti vicende di Josephine Beauharnais siano quel che ai ragazzi restano più impresse di tutto quel tumultuoso periodo, e alcuni particolari sono davvero divertenti. Ma stiamo divagando).

Il problema non è solo la lunghezza del libro, ma i tempi tecnici necessari. Per fare il genocidio armeno e le foibe e la questione balcanica e la conquista dell'Impero non basta il tempo, semplicemente, nemmeno in quegli orari dove ci sono tre ore di storia a settimana.
"Ma non possono comprendere la rivoluzione francese con tutte le sue implicazioni se non hanno fatto bene l'Illuminismo!".
Probabile che dei ragazzi di tredici anni scarsi abbiano qualche difficoltà a comprendere a fondo tutte le complesse implicazioni della rivoluzione francese; anzi, molto probabile: a tutt'oggi, per molti storici la rivoluzione francese presenta tuttora numerosi aspetti oscuri, e non è certo l'unico argomento che li vede divisi, perplessi e dubbiosi. Tuttavia è opportuno tenere nel debito conto che la gran parte degli alunni si guarderà bene dal capire sia l'Illuminismo che la rivoluzione francese e che, quand'anche gli avvenisse di riuscirci, ben presto avrà cura di sgombrare dal suo cervello ogni traccia di nozioni su Illuminismo e rivoluzione francese per occupare quello spazio con qualcosa che gli interessa di più - perfino quelli che più avanti nel tempo diventeranno storici di professione.
D'altra parte è probabile anche che i fanciulletti, finito il corso di storia delle scuole medie, abbiano ancora davanti a sé una lunga esistenza (e se disgraziatamente così non fosse, il fatto che non abbiano conseguito una adeguata e completa preparazione storica non necessariamente sarà il primo dei rimpianti in chi li ha amati, insegnanti compresi) dove sia l'Illuminismo che la rivoluzione francese avranno, forse, ancora delle carte da giocare. 
Hanno un futuro, anche se il Perfetto Insegnante tende a dimenticarsene e talvolta ha l'impressione che, fuori dalle sue abili mani, la povera creatura sarà destinata a vagare in un deserto didattico popolato solo di incapaci e privo di quasivoglia possibilità di apprendere alcunché.

Nessun manuale di storia potrà mai parlare di tutto, soprattutto alle scuole medie, e quand'anche ci riuscisse nessuna classe potrà mai studiare tutto quel che c'è in quel libro e tenerlo a mente in modo adeguato. E' una verità amara, ma va coraggiosamente accettata.
E allora accorre che il Perfetto Insegnante si dia una calmata e provi a stabilire alcune priorità, che non devono necessariamente essere le stesse con ogni classe e in ogni periodo - anche perché la storia, di anno in anno, cambia: a seconda degli anniversari e degli avvenimenti contemporanei certi temi aumentano o calano di importanza. Sì, perfino la rivoluzione francese. Anniversari, congiunture politiche, congiunture internazionali e persino romanzi o telefilm di gran voga rendono improvvisamente attuali avvenimenti che era abitudine confinare nelle note a piè di pagina o riassumere in un paio di esercizi.
Fare un manuale di storia per le scuole medie è impresa davvero difficile, quasi al di sopra delle umane forze, tanto che alcuni editori rimediano prendendo qualche manuale più o meno di buon livello per le superiori e si limitano a sforbiciarlo. Il risultato è orripilante e si riconosce facilmente per il lessico troppo spocchioso e la comparsa di personaggi importanti solo se collegati a temi che di solito alle medie non si affrontano, tipo la buonanima di Ottone III di Sassonia.
Qualcuno invece rimastica manuali che trenta o quarant'anni fa avevano molti titoli di merito, e si possono riconoscere dalla mancanza di personaggi oggi tenuti in gran conto ma soprattutto da una schiacciante presenza di re e regine cui si contrappone una notevole carenza di comuni mortali e in particolar modo  di comuni mortali che non abitino in Italia, Francia, Spagna, Inghilterra e Germania.
Alcuni manuali sono però di fattura recente, e costruiti con un impianto nuovo che allarga la visuale a tutta l'Europa arrivando addirittura a lambire un po' di Asia e di Africa e persino il continente americano. In modo superficiale, spesso, e del tutto slegato a quello che tuttora viene considerato il vero asse portante della storia: Italia, Francia eccetera eccetera. Comunque ci provano, e magari un giorno impareranno a farlo bene o il Perfetto Insegnante smetterà di considerare la storia cinese come un blocco unico che passa dai mandarini col codino ai comunisti senza che in mezzo ci sia nient'altro.
Tutti questi manuali, assolutamente tutti, hanno lacune, errori, travisamenti, interpretazioni non convincenti (specie per il singolo Perfetto Insegnante, che come già detto è dotato di una sua particolare e specifica visione storica da cui non transige) e un sacco di ciarpame. Alcuni però sono raccontati molto bene. Scorrono. Si lasciano leggere. Non infilano troppi nomi, troppe date, troppa dialettica tra i ceti dell'aristocrazia terriera e della borghesia mercantile, troppe considerazioni profonde, troppe seghe mentali. Costoro di solito seguono anche un filo narrativo che, pur tagliando qua e là con l'accetta, ha una sua coerenza interna, il che è di un certo conforto al povero alunno - e anche se non c'è il genocidio armeno, magari ci sono delle foibe ben spiegate o una Guerra dei Trent'Anni narrata in modo chiaro.
Alcuni di questi virtuosi manuali hanno perfino una bella linea del tempo o comunque una qualche cronologia che permetta al giovinetto implume di districarsi senza troppo affanno in un mondo che gli è quasi completamente ignoto (e non per colpa sua, visto che a scuola ci viene per imparare); e alcuni addirittura spingono il loro virtuosismo fino a chiudere il capitolo con un grosso close, che è poi un riassunto del capitolo con alcuni spazi da riempire con qualche parola che nel capitolo viene ripetuta fino a sfinimento - una categoria di esercizi non molto utile a Geografia, ma assai preziosa a Storia.

In conclusione: il Perfetto Insegnate di Storia deve sempre tenere presente che non tutti gli alunni sono Perfetti Alunni di Storia (nemmeno quelli che passano per le sue abili mani), e che alle medie il Perfetto Manuale di Storia deve adempiere soprattutto a due specifiche funzioni: farsi leggere e aiutare l'alunno (anche quello non particolarmente perfetto) a collocare alcuni fatti principali nel secolo giusto. 
E la Storia maestra di vita che ci aiuta a capire il presente? E il genocidio armeno? E la Terza Internazionale? E la rivolta dei decabristi?
Se ci sono, bene. E se proprio non si trova traccia del genocidio armeno il Perfetto Insegnante può sempre dedicargli una lezioncina a parte, magari allegandoci qualche agghiacciante brano da La masseria delle allodole in lettura.
Perché un Perfetto Insegnante di Storia dovrà ben fare sfoggio della sua perfezione, almeno ogni tanto.

venerdì 14 luglio 2017

Come scegliere un libro di Geografia (post tecnico molto lungo e ad alto contenuto di seghe mentali)

Un aspetto dell'Africa che non tutti sembrano avere presente

Quest'anno ho avuto un sacco di tempo a disposizione per scegliere i nuovi libri: me li sono fatti portare a casa dalle colleghe (che sono quasi stramazzate sotto il peso) e li ho spulciati con gran cura dal mio letto di dolore, facendo per ognuno di loro una scheda accurata che tenesse conto dei vari fattori. Siccome erano tutti libri di Storia e di Geografia ho potuto concentrarmi accuratamente su due diverse tipologie di manuali e ne ho tratto notevole materia per ampie riflessioni,  che passo ora a esporre ma che possono interessare solo a chi ha la ventura di insegnare queste due affascinanti e multiformi materie alla scuola media. Lettore avvisato...

Geografia è una materia che molti insegnanti di Lettere disdegnano e fanno con scarso entusiasmo - ho anche sentiti alcuni affermare (fuori dalla classe) senza mezzi termini di odiarla - il che è un peccato perché la gran parte degli alunni la ama o almeno è disponibile ad amarla. Storia è per molti ma non per tutti, ma Geografia è assai più apprezzata - anche perché è talmente vasta da fornire quasi a tutti un qualche ragionevole appiglio. Ad alcuni (molti) piace la parte fisica, molti apprezzano la parte mnemonica con relative gare di capitali e montagne e fiumi, parecchi si appassionano ai temi dell'inquinamento e del degrado ambientale, tutti apprezzano di poter avviare decorosamente l'interrogazione con l'elenco dei confini, la capitale e un altro paio di notiziole ricavabili facilmente dalla carta geografica, qualcuno si interessa sinceramente all'interazione tra uomo e ambiente, parecchi amano analizzare le foto e le carte geografiche, i grafici riscuotono spesso un buon successo. Qualche anima bella apprezza perfino la parte legata all'economia, e in generale l'analisi dei tre settori suscita sempre un certo interesse, mentre cucina, tradizioni, animali tipici, cascate e vulcani riscuotono quasi sempre un gran successo. Inoltre, almeno con me, uno studio diligente porta quasi inevitabilmente a voti assai alti, o almeno decorosi. Inoltre è una materia pregiata perché studiandola con una certa regolarità si riesce sempre a riciclare un sacco di nozioni apprese in precedenza.
Tutto questo può essere molto aiutato dalla scelta di un buon libro.

Partiamo da una delle mie fissazioni: il libretto delle Regioni - che è una mia fissazione nel senso che lo scanso sempre perché io le regioni d'Italia proprio non le reggo. Quest'anno però ci sono diverse incognite nell'assegnazione delle cattedre di Lettere (per una serie di motivi che non derivano affatto da un perverso desiderio della Dirigenza di complicarci la vita) e dunque c'era la concreta possibilità che il libro che sceglievo andasse a qualcun altro - ovvero a un insegnante convinta che fosse basilare fare le regioni d'Italia.
E dunque li ho esaminati con santa pazienza uno per ognuno dei sette libri da me esaminati, e infine mi sono dovuta arrendere: i libretti delle regioni facevano tutti (almeno a me) schifo, pena e pietà, esattamente come quelli che avevo esaminato con sguardo molto distratto negli anni precedenti . 
Con questo non intendo affermare che non ve ne siano di ottimi, ma soltanto che io non ho ancora avuto la buona sorta di scovarne uno.
Prima di tutto le carte: brutte, piccole, deprimenti, sovraccariche, con un sacco di strade. 
D'accordo, avete preso le carte da qualche guida del Touring. E avete fatto male, perché al momento i ragazzi non viaggiano da soli, ma quand'anche lo facessero e gli servisse una carta stradale, possono sempre comprarsene una con il dettaglio della zona che vogliono percorrere.
I testi sono così composti: una pallosissima analisi assai dettagliata della parte fisica dove manca poco ci sta pure il torrente che passa sotto casa nostra - trentasei tipi diversi di Alpi, di Dore, di affluenti di questo e di quello; segue una sfilata di monumenti che nemmeno la una guida turistica, foto di costumi tipici regionali (giuro) , qualche scemata di colore locale che magari poteva interessare un turista a caccia del pittoresco di due secoli fa, un po' di piatti di cucina locale. Uh, guarda, un piatto di tortellini! Le tagliatelle! I cannoli! Il panettone! La cotoletta alla milanese! Magari sessant'anni fa questi gustosissimi cibi potevano anche avere un qualche tocco di novità, ma ditemi voi quale ragazzo al giorno d'oggi è così sfigato da non conoscere tortellini, panettoni e cannoli: dappertutto c'è una rispettabile pasticceria siciliana per rallegrare le nostre vita e un negozio di pasta fresca che ci può fornire all'occorrenza di tortellini di anaconda e canederli al bufalo di vallata. Anche i rifugiati arrivati fortunosamente con l'ultimo barcone mangiano il panettone e il pandoro a Natale e gli spaghetti allo scoglio alla mensa della Caritas. Sul serio, chi sperate di stupire con gli effetti speciali di un piatto di pappardelle in foto?
I costumi regionali ormai si vedono quasi solo (qualche volta) alle feste della Pro Loco particolarmente filologiche, e le maschere di Carnevale locali sono in buona parte in via di estinzione. I ragazzi hanno quasi sempre avuto occasione di familiarizzarsi con i più tipici paesaggi di mare e di montagna, e spesso questo turismo ha riguardato anche zone collinari e di pianura con puntate non occasionali in Dalmazia, Corsica, riviera francese e alpi austriache e svizzere, senza contare che i telegiornali e le gare sportive mostrano spesso le nostre più belle spiagge e stazioni sciistiche. 
Ci sarebbero, certo, moltissime altre cose da sapere sull'Italia e le sue regioni: la storia dei vari stati preunitari, le minoranze linguistiche, le zone più soggette alla delinquenza organizzata, le zone in crisi economica, le nuove direttrici economiche, le nuove coltivazioni... ma sono argomenti cui non è facile interessare un ragazzo di prima media, senza contare che rischi facilmente di offendere a morte gli alunni di origine meridionale con racconti apocalittici. Anche parlare dei vari problemi legati all'immigrazione può essere questione assai delicata. Meglio, molto meglio, aspettare la seconda e la terza, quando i fanciulletti si aprono ai problemi intorno a loro.
In ogni caso, a parte qualche stentato accenno alle minoranze etniche nelle regioni bilingui a statuto speciale, su tutti questi aspetti i libretti delle regioni si distinguono soprattutto per un silenzio ammantato di pudore. 
In compensa parlano spesso di tecniche agricole che non esistono quasi più: le marcite, per esempio, ormai quasi completamente abbandonate salvo in certe zone che di solito fanno parte dei parchi nazionali, ma che stando a certi libretti sono ancora diffusissime nella pianura Padana.
Insomma, chi proprio vuole continuare a fare le regioni italiane conviene che cerchi con cura e si ricordi che negli ultimi quarant'anni sono cambiate davvero parecchie cose.

Veniamo ai tre canonici volumi di testo.
In prima si fa soprattutto la parte fisica dell'Europa: zone climatiche e i principali elementi che compongono i paesaggi: coste, mari, fiumi, vulcani eccetera.
Qualche libro fa un gran bel lavoro, con descrizioni accurate dei paesaggi tipici a seconda del clima, delle temperature, delle quote sul livello del mare, della vegetazione eccetera. Qualcuno invece tira via in maniera immonda: cos'è un fiume? Una paginetta scarna dove ti spiegano che ci sono i fiumi, che fiumeggiano e che hanno un letto e una sorgente e talvolta degli affluenti.
Roba così. Qualche volta si degnano, bontà loro, di accludere una tavola illustrata che descrive il corso del fiume, spesso infilandoci i termini più astrusi che solo la geografia più tecnica adopera.
Un libro dove la geografia fisica è ben trattata permette di fare delle bellissime lezioni e delle piacevoli interrogazioni, parlando di dighe, dei vari tipi di fiumi, del signor Spartiacque che è molto importante, dei ghiacciai, delle pianure alluvionali eccetera. Tutte cose che riscuotono sempre un gran successo.
Per conto mio, guardo prima di tutto la parte sui vulcani e sui terremoti, e se è tirata via accantono il libro riservandomi di guardare con molta diffidenza i due volumi successivi: i ragazzi infatti adorano vulcani e terremoti e imparano con grande zelo le più strane parole ad essi collegate. Privarli di questa gustosa caramella è molto crudele e dimostra grande cattiveria nel cuore di chi ha strutturato il libro. E chi lo vuole, un libro di testo fatto da una persona di animo crudele? Io no di certo.

Vi è poi un grosso capitolo dedicato alla città, che ha il nobile scopo di spiegare che una grossa città e un paesino sono due entità molto diverse (cosa che per l'appunto in Italia non è poi molto vera, salvo fare il confronto fra Milano e Rasun-di-Sotto; ma a meno che non stiate o a Milano o a Rasun-di-Sotto oppure siate così fortunati da avere una classe di Milano abituata a villeggiare a Rasun-di-Sotto la cosa non sarà semplice da spiegare. Le rare volte in cui il capitolo è fatto bene si capisce benissimo che la città è la zona più forte e più fragile del mondo moderno e può servire anche per un interessante allaccio a storia medievale. Di solito però si tratta di un capitolo sconcertante: nelle città si commercia (ma davvero?), le città offrono molti servizi e hanno molti cinema (ma cosa mi dici mai?), nelle città abita molta gente (eddài, questa sì che è una scoperta!) e spesso c'è molto traffico (incredibile!). 
Si arriva poi all'economia, vera croce della maggior parte dei manuali di geografia. Spesso, mentre si scorre questa parte, viene voglia di di prendere un telefono e chiamare gli autori. Ehi, ve l'hanno mai detto che c'è internet? Qualcuno di voi ha mai sentito parlare di importazioni? D'accordo, le zucchine sono importanti per una dieta equilibrata, ma quale paese basa la sua economia sulle zucchine? Mai sentito parlare di pesca e allevamento di pesci? Vogliamo spendere qualche parola sui climi più favorevoli ai vari cereali? Sulla barbabietola da zucchero? I semi oleosi, questi grandi sconosciuti, li vogliamo almeno citare? E le estrazioni minerarie, vogliamo spenderci qualche parola al di là di un malinconico elenco dei metalli? Qualcosa sul carbone? Le industrie dello spettacolo? D'accordo riciclare i vecchi testi, ma qualcosina sulle industrie moderne ce la vorreste dire? E insistere un po' sulla parte finanziaria del terziario?
Insomma, se non è troppo difficile trovare un libro che abbia una bella parte fisica, la parte su città ed economia perde facilmente colpi. D'altra parte non è un obbligo, in prima, dedicare tre mesi allo studio dell'economia e delle città.

Il secondo volume riguarda gli stati dell'Europa. In base al principio che è più facile parlare di quello che tutti sappiamo piuttosto che scervellarsi a trovare notizie su quel che non conosciamo, abbiamo amplissime sezioni dedicate agli inglesi che prendono il té e suonano molta musica, alla Spagna dove c'è la corrida (ma Franco sembra essere stato una presenza vaga e occasionale) e alla Francia che è divisa in tanti bellissimi distretti, ma si parla ben poco degli stati dell'Est e l'enorme Russia è descritta di solito in modo che si può al massimo definire, volendo essere molto ma molto indulgenti, come trascurato.
La parte storica è fatta quasi sempre in modo incredibilmente cialtronico e anche quando ci si sofferma con un po' di riguardo sul ventesimo secolo c'è da sentirsi rizzare i capelli in testa: stati che passano dalla dominazione romana alla prima guerra mondiale senza nemmeno citare Carlo Magno, stati che entrano nella prima e seconda guerra mondiale ma nemmeno si dice quando ne sono usciti e se hanno vinto o perso, stati che entrano ed escono dal comunismo e mai che ti spieghino cos'è il comunismo dal punto di vista economico, grandi approfondimenti sul muro di Berlino ma solo vaghi accenni al fatto che la Germania è stata per più di quarant'anni divisa in due, guerre dei Balcani non pervenute o al massimo citate in modo confusissimo, Kosovo che, boh? e il famigerato pezzettino di Russia staccato dalla Russia (la mitica exclave di Kaliningrad) su cui si preferisce serbare un silenzio pieno di ritegno, e mai una volta che i ragazzi si dimentichino di chiederti lumi in proposito. 
La Svizzera di solito deve la sua fiorente economia soprattutto ai formaggi, agli orologi e al cioccolato (banche non pervenute), l'Albania e la Romania, da cui tanti dei nostri alunni provengono sono liquidate in gran fretta, la Turchia è un posto molto esotico (ma raramente si parla del genocidio armeno) e mai una parola sulla Groenlandia, che ha una situazione politica e amministrativa non delle più facili da capire. 

Le pagine dedicate all'Unione Europea sono spesso assai vaghe, ma con grandi approfondimenti dedicati al sogno europeo e all'ideale europeo (che va affrontato con molto tatto perché oggi il sogno europeo non va più di moda) e nemmeno una riga sulla banca europea o sugli eventi che hanno scandito la storia delle varie fasi dell'unificazione (o quel che è) europea. E tutto ciò è molto irritante.
Quando guardo il secondo volume controllo la parte sulla Russia e quella sulla ex Iugoslavia, e scruto con una certa attenzione la parte dedicata all'economia. Se non è almeno un po' aggiornata il libro finisce nel dimenticatoio.

Il terzo volume, quello sulla geografia extraeuropea, è sempre il più rognoso. Di solito comincio col controllare la lista degli stati selezionati (ci sono delle mode anche per gli stati. Ad esempio, se si parla dell'Afghanistan il libro è di vecchio impianto perché ormai l'Afghanistan è passato di moda. Se poi si parla dell'Afghanistan senza citare l'oppio il libro va archiviato senza rimpianti).
Viene poi il momento della Cina: cosa spiegano dell'evoluzione economica di questo paese con più di un miliardo di abitanti? Di solito quasi nulla. Erano comunisti, ufficialmente sono ancora comunisti, e giocano alla grande con l'economia di mercato. Vogliamo parlarne un pochino?
No.
Ancor più agghiacciante è la parte dedicata all'Africa, questa sconosciuta. Siamo d'accordo che è importante parlare di Nelson Mandela e dell'apartheid, che di solito è un caposaldo dei percorsi per i colloqui dell'esame, ma qualcosina su tutti quegli stati da sotto il Sahara in giù che hanno cambiato tante volte nome dopo la decolonizzazione? D'accordo, non li vogliamo tutti, ma almeno tre o quattro? Non sono esattamente casi in cui "visto uno, visti tutti". Comunque c'è quasi sempre un box sui bambini-soldato e sul lavoro minorile, e almeno un delicato accenno alle multinazionali. E grazie al cazzo.
A tutt'oggi non ho ancora trovato un libro che dedichi un bel capitolo agli oceani (che pure piacciono molto); in compenso parecchi si degnano di dedicare qualche pagina ad Artide e Antartide e molti hanno dei begli approfondimenti climatici: i deserti, i monsoni, la foresta pluviale eccetera. Se risolvono i monsoni in quattro righe faccio volare il tutto.

Trovato infine un libro dove l'economia è uscita dalla fase del baratto, dove ci si ricorda che sui Balcani si sono azzannati in tempi piuttosto recenti, dove ai vulcani e alla pesca viene data la giusta importanza ci sono altri fattori di cui tenere conto - e anzi sono più importanti di tutto il resto, perché un manuale di geografia va studiato e molti editori sembrano dimenticare questo punto essenziale.
Il lessico: d'accordo, ci vuole un lessico specifico, non puoi chiamare il Tibet "una piattura un po' alta" o un deserto "una roba con tanta sabbia" (anche perché alcuni deserti non sono affatto sabbiosi) ma se ci si crogiola con troppo compiacimento con le conche vallive, le precipitazioni a prevalente carattere nivale, la redditività non ottimale e simile robaccia, oppure si accenna a movimenti migratori non meglio definiti o agricoltura di sussistenza senza spiegare cos'è, è abbastanza improbabile che l'alunno si appassioni.
Il testo deve essere chiaro e comprensibile sin dalla prima lettura. L'impianto grafico non deve essere pesante, con cinquecento parole chiave segnate e evidenziate in sette modi differenti e illustrazioni messe lì solo per fare colore locale, con danze tribali e mercatini assai variegati piazzati qua e là ma nemmeno una carta che indichi le zone in via di desertificazione o in guerra.
Le carte geografiche devono essere grandi e chiare, ma soprattutto contenere tutti i nomi citati nella descrizione fisica. Se nella carta ci sono solo quattro fiumi non puoi far impazzire il malcapitato di turno mettendone un altro paio nel testo: tutti gli alunni nessuno escluso ti manderanno a Fanculo a gran voce, e solo un paio cercheranno in rete una carta con qualche dettaglio in più (mandando a Fanculo non solo gli autori del libro, ma anche l'insegnante che ha scelto una simile ciofeca). Sembra incredibile, ma le città-fantasma, i Fiumi Invisibili e le Catene Montuose Irreperibili sono assai comuni, e per i fiumi e le città abbiamo persino il fenomeno de "lo chiamo in un modo nella cartina e in un altro nel testo", specie quando si parla della Cina e dell'India, dove arriviamo al virtuosismo puro con lo Yan Tze Kiang detto anche Jiang e Fiume Azzurro,  con Kalikut dai Cento Nomi, che poi sarebbe Calcutta, Bombay sulla carta che nel testo è Mumbai e Pechino che un po' è Pechino e un po' è Beijin, così, per il puro gusto di complicare la vita alla gente.
Infine i grafici devono essere chiari e comprensibili al primo sguardo, ma soprattutto utili. Un paese dove la disoccupazione è al 90 per cento non va corredato di un grafico, l'informazione deve essere indicata chiaramente nel testo. Se di un paese non sai indicare la percentuale dei tre settori, devi spiegare perché, senza lasciare l'insegnante di turno a tirare a indovinare. Quando spieghi che il reddito pro capite è di 80 dollari l'anno, devi anche spiegare come mai in quel paese c'è ancora qualcuno vivo. Eccetera.
Ultima tappa di questo lungo travaglio è l'esame degli esercizi, che dovrebbero essere tanti, variegati e creativi. Un bel close, magari scegliendo tra un gruppetto di parole date, non aiuta affatto l'alunno a ripassare la lezione, al massimo gli dà il piacere di giocare agli indovinelli. Un bel grafichetto dove si comparano le percentuali della superficie lacustre tra Austria, Svizzera e Germania lascia francamente il tempo che trova e non si capisce perché il malcapitato di turno debba sprecare mezz'ora della sua preziosa esistenza a calcolarlo e poi disegnarlo. I vero/falso invece sono molto utili, se fatti bene, e tra l'altro si correggono pure in fretta. Le cartine mute sono spesso molto gradite, ma devono essere grandi e chiare perché la scuola media è per tutti, anche per chi non ha dodici decimi per occhio, e non tutti gli adolescenti hanno la vocazione a fare i miniaturisti.

Ci sarebbe poi la parte finale sullaconfezione editoriale, ma è del tutto inutile: anche il libro meglio impostato e più aggiornato sarà comunque troppo caro e troppo pesante. E' importante però che la rilegatura tenga bene, perché deve durare (almeno) un anno.
Diffido moltissimo degli atlantini allegati al libro: sono scomodi da usare, plastificati e spesso fatti male. Ma soprattutto: avete più di trecento pagine per mettere il cazzo di carte che vi pare, usate quelle e non obbligate lo sventurato alunno a squadernare troppa roba tutta insieme, un occhio guarda qua e uno là: il ragazzo vuole solo pigliare un voto decente all'interrogazione, non fare penitenza in anticipo per i peccati futuri che magari in giorno commetterà.

martedì 11 luglio 2017

Nuove Adozioni: come e perché (post tutt'altro che avvincente)

Un gruppo di insegnanti molto indaffarati a preparare le relazioni per l'approvazione dei nuovi libri

Quando un insegnante decide di adottare un nuovo libro di testo anziché confermare quello che usa già, c'è l'uso di fargli presentare una relazione che spieghi il motivo di cotal cambiamento: o almeno, in tutte le scuole dove mi è capitato in sorte di adottare o confermare libri di testo, cotal richiesta era chiaramente specificata nella circolare in merito.
Di fatto si tratta di un uso che nasce da una legge ormai decaduta da tempo, come viene chiaramente specificato nell'accurato resoconto della questione fatto da Laura Razzano sulla pagina della Gilda di Venezia. Com'è noto, le ultime normative sulle adozioni dei libri di testo, al momento regolato dalla nota del 2014, non portano più traccia di queste relazioni,    che in effetti non hanno senso né utilità alcuna.
In effetti se un insegnante decide di adottare un nuovo libro avrà ben i suoi motivi. O forse ci si aspetta che debba restare abbarbicato vita natural durante ai testi della sua beata fanciullezza, o a quelli che ha incrociato agli inizi del suo servizio, in base al detto "Il primo libro non si scorda mai"?

Molti in verità sono i motivi che possono spingere un insegnante a scegliersi nuovi libri di testo: il fatto che ci sia stata una riforma con relativo cambio di programmi, ad esempio (il casino che combinarono ai tempi di Berlinguer e poi della Moratti con la scansione dei libri di storia non aveva dell'umano, ad esempio, anche agli occhi di chi, come me, ha approvato sia l'uno che l'altro cambiamento); oppure il fatto che nuovi avvenimenti siano stati messi in rilievo (le foibe e il genocidio armeno, per dirne due sempre riguardo ai libri di storia); il fatto che il mondo sia cambiato. Il fatto che finalmente in classe ci sia una bella LIM funzionante e magari perfino un buon collegamento in rete. Il fatto che l'insegnante sia cambiato, nel senso che è nuovo oppure ha cambiato idea su alcune cose e deciso di sperimentare nuove tecniche di insegnamento. Il fatto che il libro usato negli ultimi anni si sia rivelato alla prova dei fatti un immonda ciofeca; ma anche, semplicemente, che il nuovo libro offerto dall'editore X sembri una vera ganzata e che l'insegnante in questione senta di non poter più vivere senza di esso, o comunque voglia provarlo; il fatto che, dopo sei o dieci anni abbarbicati allo stesso libro si voglia cambiare perché si è stufi di fare sempre le stesse lezioni - e potrei continuare per un numero infinito di righe.
A che serve una relazione che spieghi i motivi della nuova scelta? E, soprattutto, a chi andrebbero spiegati? Per contestare una nuova adozione ci vorrebbe qualcuno che avesse esaminato il vecchio libro e il nuovo e fosse in grado di fare paragoni; in ogni caso l'unica volta in cui ho visto contestare un adozione eravamo in circostanze davvero molto particolari, con un Dirigente in vena di esibizionismo autoritario - senza contare che non si trattava affatto di una nuova adozione. In generale le adozioni, nuove o vecchie che siano, scivolano via in un atmosfera di calma serafica dove tutti, tranne chi parla, pensano a cosa fare per cena o dove andare dopo cena. Se discussioni o confronti ci sono stati, sono avvenuti prima del Collegio, di solito in Sala Insegnanti.

Ad ogni modo la circolare d'istituto è sovrana e perciò tutti fanno la relazione.  La cosa che mi ha colpito però è come viene fatta: allegando la scheda del libro fornita dall'editore.
La cosa mi ha sempre lasciato molto perplessa: che valore può avere una scheda descrittiva fatta dall'editore? Certo, ci scrive che il suo libro è molto ma molto ganzo - e perché mai dovrebbe scrivere che è una benemerita sòla, quand'anche fosse vero? - e spiega nel dettaglio tutta la ganzitudine del libro suddetto. Ma l'insegnante che sceglie un libro lo fa sempre con dei motivi, validi o meno che siano, e si suppone che sia in grado di scrivere una decina di righe per esporli in didattichese - per esempio, se ha scelto un libro perché ci sono delle belle figure e un sacco di esercizi, basta dire "L'impianto grafico del libro è accattivante, presentando una valida selezione di immagini che aiutano ad interpretare il testo e facilitano perciò l'apprendimento dell'alunno stimolandolo e incuriosendolo. L'eserciziario è ampio, assolutamente congruo e ben graduato, permettendo così di diversificare l'assegnazione dei compiti a casa e il consolidamento degli apprendimenti". Aggiungi una riga sul fatto che il testo è chiaro e ben esposto, e la relazione è pronta. Non importa, per far questo, avere una laurea in storia della letteratura moderna e contemporanea e aver frequentato corsi di scrittura creativa, basta un normale grado di alfabetizzazione, di quelli che molti dei nostri alunni hanno raggiunto già al conseguimento della licenza media. Il tempo richiesto è, più o meno, lo stesso che ci vuole a trovare la scheda dell'editore (che misteriosamente sparisce nel nulla nell'unico momento in cui serve davvero), farne la fotocopia e spillarla al foglio con le adozioni. Tra l'altro, non ho mai avuto notizia che alcuno le abbia mai lette, quelle relazioni, bene o male che siano scritte - tantomeno il personale di Segreteria che, oltre a non essere competente in  materia, francamente ha altro da fare che indagare perché l'insegnante X ha deciso di adottare un nuovo libro di Scienze invece di tenere quello che già aveva.
Tuttavia sono sempre stata guardata con una sorta di ammirato stupore mentre compilavo in fretta e furia la mia personale relazione, imponendomi sempre di non passare le dieci righe - limite che finisco sempre per sforare perché, quando devo scrivere i motivi per cui faccio qualcosa, gli argomenti non mi mancano mai.
Solo quest'anno una collega particolarmente a corto di tempo e che aveva scelto il mio stesso testo di Geografia mi ha timidamente chiesto se poteva magari copiare...
Firma sotto la mia firma, non c'è proprio motivo di perder tempo a copiare ho tagliato corto senza farla nemmeno finire.
Lei ha firmato (e fotocopiato per allegare il tutto alla scheda della sua classe) e nessuno ci ha trovato proprio niente da ridire. Nemmeno un delicato accenno.
Così come nessuno ha mai trovato da ridire sulle mie relazioni, né su quelle preparate dall'editore.