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venerdì 22 giugno 2018

Il Grandioso Corso Olistico di Educazione all'Affettività, ovvero partire da Adamo fra i pruni

Ammetto che io l'amore l'ho sempre visto un po' così: una roba piuttosto intensa e travolgente.
Anche a tredici anni. Soprattutto a tredici anni.

Quest'anno, in un impeto di attivismo, i coordinatori di classe hanno deciso di affrontare la questione dell'educazione all'affettività - quella cioè che un tempo era chiamata "educazione sessuale" e che oggi viene intesa in modo più vasto e completo, diventando di fatto quasi impraticabile.
Dalle ASL ormai arriva scarso aiuto. Gli insegnanti di Scienze fanno comunque un bel corsetto assai franco ed esplicito sulla riproduzione umana spiegando letteralmente la rava e la fava, ma quando lo fa l'insegnante di classe non è mai la stessa cosa e non sempre i ragazzi sono completamente a loro agio.
L'insegnante di Lettere fa poi scivolare qua e là qualche lettura e qualche film, magari a tematica gaia o legato agli stereotipi di genere o su rapporti conflittuali, abusi e simili. Gli alunni magari preferirebbero sdarsi guardando Tutta colpa delle stelle o simili ma non sempre vengono accontentati, perché non c'è abbastanza ritorno didattico (oppure l'insegnante pensa che non ci sia, magari sbagliando) comunque guardano anche il film sugli abusi e i pregiudizi e magari con pazienza compilano apposite verifiche o scrivono i loro pareri o li esprimono a voce - ma non è certo la stessa cosa che impostare un percorso sui rapporti affettivi, e anche lì c'è il problema che gli insegnanti sono gli stessi di tutti i giorni, e pure i compagni.
E' raro insomma che qualcuno alzi la mano e spiattelli chiaramente domande del tipo:
"Prof, ho scoperto di recente che mi piace Adonisio e non Adonisia, e adesso mi prendono in giro per questo e per giunta Adonisio ha detto che non gli interesso perché sta già con Ludovico. Tutto questo mi fa molto soffrire, cosa posso fare?"
"Prof, il mio ragazzo si è molto arrabbiato perché ho detto che non ne voglio più sapere di lui e adesso tiene un muso pazzesco al ragazzo con cui mi sono messa insieme dopo averlo piantato, e non fa che tirargli frecciatine quando siamo in compagnia e dir male di me dietro le spalle. C'è un modo per convincerlo a darsi una ripassata alle buone maniere?".
"Prof, è normale che mia sorella caschi sempre dalle scale tutte le volte che resta a dormire dal suo fidanzato? E che proclami che la gelosia è un segno di affetto?".
"Prof, ho scoperto di essere pazzamente innamorato della mia migliore amica, ma non so davvero da che parte cominciare per spiegarglielo senza rovinare almeno l'amicizia. Avrebbe qualche consiglio?".
Qualche volta, in privato e a quattr'occhi, può capitare che a un insegnante molto amichevole e/o autorevole vengano raccontate vicende piuttosto confidenziali e delicate, ma non sempre il malcapitato di turno è in grado di dare una risposta "giusta", anche perché ogni adulto (e, alla fine, ogni essere umano) è portato a giudicare certi temi alla luce del suo vissuto e delle sue convinzioni individuali: ad esempio io sono piuttosto anarchica e ho qualche difficoltà a riconoscermi nel modo in cui molte giovani leve vivono le relazioni e che trovo un tantino claustrofobico. Come faccio a dirlo apertamente? Io ho la mia storia, e non è detto che sia il tipo di storia che vorrebbero avere loro. In fin dei conti, ognuno ha la sua personalità e le direttive ministeriali oggi ci esortano (molto giustamente, secondo me) a insegnargli a prenderne coscienza, più che imporgli determinati modelli di vita o di condotta che dovrebbero scegliersi in autonomia.

Tutto questo cambia se in classe arriva il pool di Esperti. Perché l'Esperto, psicologo o sessuologo o quel che è, è il Tecnico Imparziale e Infallibile che Sa Tutte le Risposte, o comunque ci toglie le castagne dal fuoco e noi per questo lo amiamo incondizionatamente - salvo poi imbelvirci come tante erinni se ci sembra di scorgere in costoro una qualche tendenza alla manipolazione altrui. E qui sorge spontanea la domanda: ma è davvero possibile trattare a fondo un tema del genere senza ombra di tentativo di manipolazione, sia pur fatta con le migliori e più ortodosse intenzioni del mondo?

E insomma quest'anno un collega ci ha presentato un progetto, avallato dalla Regione,  "con cui a Crifosso ci siamo trovati molto bene". Ci siamo letti i depliant introduttivi, poi siamo andati a controllare di che organizzazione si trattava. Ma ecco che scopriamo che si tratta di associazione di indirizzo cattolico. 
Oh, sospetto & diffidenza!
"Beh, il mondo è pieno di cattolici rispettabili" osservo io conciliante "Converrebbe parlarci. Il programma sembra improntato a principi condivisibili".
Anche troppo, volendo dire. Mi sembra un po' la classica roba fatta da adulti che hanno dimenticato che i ragazzi hanno sangue nelle vene, ma si sa che io sono anarchica e pure parecchio romantica.
"Si parla di famiglia tradizionale, nel documento dell'associazione".
Il collega che ci ha presentato il progetto giura che non viene detto nulla contro le famiglie alternative durante il corso. 
Io sarei più interessata al discorso sugli stereotipi di genere (in fondo, se i nostri ragazzi decideranno di farsi una famiglia arcobaleno non sarà proprio domattina, e avranno anche altre occasioni per riflettere sul tema), ma anche per quello occorre parlare con gli addetti ai lavori: per quel che si vede dalla presentazione, a mala pena si affronta la questione che i sessi sono due (o più di due? So che c'è un ampio dibattito in corso), in effetti sembra tutto molto edulcorato.
Sentimenti, affettività, emotività... si ricorderanno di dire che ogni tanto la gente tromba? Mi rendo conto che non è l'unico punto principale ma...

E viene il giorno dell'incontro con gli Esperti. Che ci giurano che loro insistono molto sui sentimenti, la conoscenza reciproca, la fiducia eccetera - tutte cose che vanno benissimo anche per sviluppare un rapporto gay, che quindi risulta rispettabile esattamente come una relazione etero. E che naturalmente criticano alla radice gli stereotipi di genere. E insistono molto sul rispetto dovuto all'individuo (e al partner) in quanto tale.
Infine, tutto ciò sembra molto rispettabile. Mi mordo la lingua e riesco a non chiedere "Ma della parte irrazionale dei sentimenti parlate mai? Passione travolgente, colpi di testa, questa roba qua?", vuoi perché sono consapevole che di tendenza gli adulti cercano di limitare questo aspetto evitando di incoraggiarlo, vuoi soprattutto perché l'umanità di colpi di testa ne ha fatti davvero tanti nel corso dei secoli nonostante tutti i saggi ammonimenti che le sono stati impartiti, e quindi insomma i giovani provvederanno in proprio a organizzarsi le loro esperienze sbagliate o inconcludenti, che secondo me sono importanti quanto quelle positive se non di più.

Il corso risulta strutturato in una forma insolita: un gruppo di ragazzi viene scelto dalla classe come tutor, viene formato dai corsisti e a sua volta forma i pari. Poi intervengono gli psicologi per rispondere alle domande che sono emerse nel frattempo. I ragazzi dunque sono protagonisti in prima persona, non solo recettori. Poi arrivano a scadenze regolari gli psicologi, ovvero gli Esperti Esterni, e spiegano e rispondono alle domande sorte nel frattempo.
Sembra interessante.

Insomma, accettiamo di provare, e in un enorme rutilare di schede e di fotocopie il corso si avvia. Si comincia con una bella lezione sui cambiamenti fisici e psicologici dell'adolescenza, con tabelle e questionari. L'insegnante di Lettere, in un angolino della classe, compila scartoffie apparentemente del tutto ignara di quel che avviene intorno a lei ma in realtà con orecchie grandi che il lupo di Cappuccetto Rosso al confronto era sordo. E non può fare a meno di osservare che alle ragazze viene chiesto di commentare il fatto che con l'arrivo delle mestruazioni potranno diventare madri, mentre nessuno chiede ai maschietti di notare che potrebbero diventare padri.
Stranamente, il dibattito non decolla, tanto che l'insegnante di Lettere finisce per sospettare che per una buona parte del gruppo maschile parole come "eiaculazione" e "orgasmo" siano più che altro teoriche. Insomma, non è che sono un po' indietro rispetto alla media? Da diversi segnali sembrerebbe possibile, ma non trovo delicato chiedere pubblicamente "Scusate, quanti di voi si masturbano?" e quindi continuo ad occuparmi attivissimamente delle mie scartoffie scolastiche.
Viene poi una lezione sulle emozioni - che non sono la stessa cosa dei sentimenti, scopro, perché i sentimenti sono più duraturi. Soliti questionari su emozioni e sentimenti, positivi e negativi. Mi ritorna in mente una cara amica che, quando parlava di qualcuno che attaccava un argomento in modo piuttosto dispersivo diceva che "partiva da Adamo fra i pruni" ovvero dal primo momento dopo la cacciata dall'Eden, e in quel modo non arrivava mai al punto cruciale.
D'accordo, sarebbe opportuno non provare emozioni troppo negative. 
Sarebbe opportuno? Collera, rabbia, aggressività (sono sentimenti o emozioni? Soprattutto: sono sempre negativi? O ingiustificati? Possiamo provare una vera empatia se non conosciamo le emozioni negative? E' possibile a tredici anni risolvere e mediare i contrasti in modo maturo e responsabile come tanti monaci illuminati? Cosa combini con la gelosia, il senso del possesso e insomma tutte quelle cosacce altamente negative ma che fanno parte di noi e che gran parte degli adulti gestisce in modo che, col più caritatevole degli aggettivi, si può soltanto definire "schifoso"?
Basta dire ai ragazzi che devono essere empatici, civili e rispettosi? 
Soprattutto: come gestisci il tutto se il resto del gruppo in cui vivi ha un codice culturale del tutto diverso?

Passo dopo passo si arriva, all'ultima lezione, alla coppia. La quale coppia è monogama, basata sulla fedeltà e sulla conoscenza e il rispetto reciproco, oltre che sulla profondità del sentimento maturato col tempo. 
Sì, vabbé. A tredici anni?
D'accordo, l'affettività è anche questo, ma mi sembra che non si sia tenuto conto che i criteri che portano a un matrimonio duraturo non sono esattamente gli stessi che portano i fanciulletti ad una relazione di tre settimane conclusa bruscamente perché uno dei due ha trovato altro pascolo da pascolare. O magari uno dei tre, perché a questo mondo non c'è solo la monogamia, e non sempre si ama una sola persona per volta. Soprattutto da giovanissimi. E ci sono sentimenti (o sono emozioni?) di gran forza che maturano in poche ore e in altrettante poche ore sfioriscono. Ma di queste non è stata detta una parola. 
Usavano solo ai miei tempi o ci sono ancora?

In conclusione: tutto il corso è stato assai edificante ed improntato ai più nobili sentimenti (e alle più nobili emozioni) ma mi è sembrato abbastanza sospeso per aria. Avrei gradito qualcosa di più specifico e concreto, e da quanto mi è sembrato di capire lo avrebbero capito anche loro.
Sono d'accordo che ficcarsi nel dedalo dell'emotività (e del sentimentalismo) adolescenziale è roba assai complicata, ma alla fine il corso avrebbe dovuto aiutare per l'appunto i ragazzi a orizzontarsi in quel dedalo contraddittorio. Almeno, credevo che si trattasse di una roba così. 
Un bel discorso buonista sulle emozioni potevo farglielo anch'io, o qualsiasi altro insegnante del Consiglio - ma non è un discorso un po' fine a sé stesso? Sì, sappiamo tutti che il mondo dovrebbe andare in un certo modo per andare bene, ma forse non ci si arriva solo sentendoselo dire, ci vuole un percorso un po' più complesso, che comprenda anche qualche falsa partenza e un po' di confusione. Perché, alla fine, se per questi tredicenni gestire i loro sentimenti (e le loro emozioni) fosse tanto semplice, lo farebbero punto e basta, esattamente come mangiano le patatine fritte o si infilano le scarpe (e comunque anche per l'una e per l'altra cosa hanno dovuto affrontare un po' di addestramento perché non sono nati sapendo fare né l'una né l'altra cosa).

Diciamo che è stato un esperimento interessante, ma forse sarà anche il caso, in futuro, di provare un altro tipo di approccio più diretto - se troviamo qualcuno disposto a tentarlo.

martedì 19 giugno 2018

Esami e non solo esami - La Nuova Prova di Italiano (con un appello contro l'abbandono dei cani)

(cani randagi frugano nella spazzatura in cerca di un po' di cibo. Lo so che è una scena triste, nondimeno avviene, purtroppo)

Molti hanno criticato la legge 107 del 2015 detta sulla Buona Scuola, qualcuno ci ha anche scioperato contro ma non tanti si sono preoccupati di leggerla, almeno da noi. Fu così che il comunicato del Ministero dell'Istruzione del 17 Ottobre 2017 sul decreto attuativo relativo all'esame delle scuole medie passò abbastanza inosservato, a parte qualche leggenda  metropolitana che sosteneva che non si poteva più bocciare*. Invece conteneva al suo interno diverse sorprese legate all'esame tra cui una (la più importante, per un insegnante di Lettere) riguardava appunto la prova scritta che
verificherà la padronanza della lingua, la capacità di espressione personale, la coerente e organica esposizione del pensiero da parte delle alunne e degli alunni. Le tracce dovranno    comprendere un testo narrativo o descrittivo; un testo argomentativo, che consenta l’esposizione di riflessioni personali, per il quale dovranno essere fornite indicazioni di svolgimento; una traccia di comprensione e sintesi di un testo letterario, divulgativo, scientifico anche attraverso richieste di riformulazione. La prova potrà essere strutturata anche in più parti, mixando le tre diverse tipologie.
Chiaro? Beh, mica tanto, anche perché andava a intervenire sul Sacro Rito del Tema,  codificato ormai da tempo immemorabile e calcificato dagli anni 70 nella terna che prevedeva un testo a contenuto autobiografico (da fare anche in forma di cronaca, diario o lettera), un testo a carattere argomentativo (da fare in modo impersonale) e una relazione su un evento didattico. Insomma, una rivoluzione non di poco conto visto che quella che la Buona Scuola riforma è la stessa legge in base alla quale ho fatto il mio personale tema di esame quando stavo dall'altra parte della barricata, svariati decenni fa.
Improvvisamente ci dicono che dobbiamo fare qualcosa di diverso, non si sa quanto diverso, senza darci indicazioni troppo precise. 
Come molti, anch'io lessi il tutto e poi provvidi a dimenticarmene (o meglio, feci finta di riuscire a dimenticarmene) confidando in indicazioni più chiare.

Poi arrivò la nota 892 del 17 Gennaio 2018, che era in verità un corposo documento di più  di dieci pagine con esempi e grande abbondanza di spiegazioni. Sembrava tutto piuttosto complicato: le commissioni potevano decidere come fare le tracce, ma si suggeriva comunque di fare almeno una prova "mista" basata su un testo (qualsiasi testo, non  necessariamente letterario) o su una immagine dove richiedere una sintesi (sì, il buon vecchio riassunto), un po' di comprensione o analisi del testo, un qualche testo creativo da parte dell'alunno usando l'immagine o il brano a mo' di spunto... insomma, di tutto e di più. 
Il corposo documento cominciò ad essere segnalato a segreterie e direzioni didattiche e gli insegnanti di Lettere cominciarono a trovarne fotocopie e stampe sui tavoli dell'istituto e financo nel loro cassetto. E infine dovettero decidersi a leggerlo con attenzione perché Pasqua ormai era alle porte e l'esame non era più tanto lontano e insomma, cosa avremmo  dato come traccia a quei ragazzi il giorno dello scritto di italiano?

Così gli insegnanti cominciarono a leggere, con perplessità, sconcerto e contrarietà, ma anche con una certa fascinazione. Perché sì, sembrava tutto un po' complicato ma, come dire... poteva anche funzionare. 
Sì, avrebbe potuto.

La verità è che il buon vecchio tema cominciava ad andare un po' strettino a tanti di noi.  Personalmente anzi già da tempo avevo cominciato a dare prove un po' miste, con un po' di riassunto, qualche titolo da trovare, immagina un seguito della storia, cosa ne pensi di quel che fa X o Y; oppure a lavorare su testi più tecnici, scientifici, geografici... in fondo anche le prove Invalsi funzionavano in parte così e non c'era solo la letteratura, nella vita, e tutte quelle tracce dove dovevano raccontare della prima volta che erano stati al mare o descrivere la loro cameretta cominciavano a lasciare davvero il tempo che trovavano. Una bella prova agile, invece che quattro colonne di esercizio retorico sulle luci e i colori e i suoni dell'autunno, con tanti esercizi diversi... diciamoci la verità, erano più divertenti da correggere e costringevano gli alunni a usare abilità diverse a seconda della domanda, senza contare che lettere e diari stavano diventando sempre meno consueti nella vita di tutti  i giorni e saper fare un po' di riassunto poteva servirgli di più di una descrizione delle foglie secche che cadono turbinando nel vento.

Insomma, cominciarono i primi cauti esperimenti. L'utenza non rispose male. Nemmeno loro sembravano poi così schifati.
E un bel giorno, scartate le uova di cioccolato, in una delle ultime occasioni in cui ornavo di mia sempre più pallida presenza la Sala Insegnanti, ci ritrovammo per buttare giù un progetto per le terne dei temi da fare per gli esami, armate di vari libretti che gli editori si erano precipitati a inviarci. Alcuni di questi libretti facevano veramente schifo, pena, ribrezzo e pietà, come sempre in questi casi, ma ce n'erano anche di validi.
Pasticciammo un po', poi elaborammo tre terne  che comprendevano due temi di impianto molto tradizionale e una prova mista. Due terne vennero molto bene, una era più mencia. Ovviamente, all'esame gli incauti alunni a ciò delegati sorteggiarono la più mencia, quella messa lì perché una terza terna andava pur messa, e ormai l'inventiva era calata a tutti noi. E il primo tema, quello che avrebbe finalmente rimpiazzato l'incubo di St. Mary Mead, ovvero il classico "Ripercorri il triennio appena trascorso e racconta quel che più ti è rimasto impresso" con cui da innumeri anni perseguitavamo gli incauti esaminandi, riguardava... l'abbandono degli animali domestici. Insomma, si trattava di raccontare qualche triste storia di cani abbandonati deprecando tale vergognoso fenomeno. Tutti noi insegnanti di Lettere avevamo convenuto che era un classico tema da prima media, ma almeno così eravamo sicuri che potessero farlo tutti, anche gli alunni più imbranati.

E fu così che il giorno della correzione dei temi dell'esame la prof. Murasaki si ritrovò nel pacco:
- due temi argomentativi sul fatto che i giovani di oggi erano troppo omologati (o non lo erano affatto) perché seguivano troppo le mode e usavano solo capi firmati
- tre prove miste di una semplicità disarmante ma, appunto per questo, svolte molto bene
- diciotto storie diciotto dedicate a cani abbandonati, molte delle quali assai fluviali e tutte  pateticissime perché l'argomento aveva risvegliato anche i più duri di cuore o i meno provvisti di immaginazione, e per una volta la Terza Amichevole si era scoperta grafomane e aveva usato anche il secondo e financo il terzo foglio protocollo, e invece di consegnare appena terminate le due prime canoniche ore, quasi tutti avevano intaccato e alcuni perfino completato financo la quarta ora.
Diciotto fluviali e strazianti storie di cani abbandonati, dove non sempre l'abbondanza del sentimento bastava a coprire le lacune grammaticali e sintattiche di taluni dei candidati, ma tutte altamente commoventi. 
Diciotto storie di cani abbandonati, e nemmeno un gatto o una tartaruga o un pesce rosso a dare un minimo di varietà alla faccenda. 
In compenso, una quantità immane di canili e di discariche dove frugare tra i rifiuti.

Comunque alcune storie erano scritte piuttosto bene. Ho dato una mezza dozzina di dieci e nemmeno una insufficienza, e tutto sommato c'erano un po' meno di errori del solito - anche se, ahimé, la Terza Amichevole è rimasta attaccata ai suoi errori preferiti anche il giorno dell'esame nonostante il gran daffare che mi sono data per tre anni (per tacere di due supplenti che han provato anche loro a scollarli da certi errori).

Va bene, poteva andare peggio. Ma direi che per un po' con i cani abbandonati può decisamente bastare.

*certo che si può. A maggioranza del Consiglio, com'è sempre stato.

venerdì 15 giugno 2018

Polvere negli occhi - Agatha Christie

(qualche spoiler c'è, naturalmente, ma secondo me non molti. O sì?)

Polvere negli occhi è un titolo messo lì tanto per fare (mi sembra che da qualche parte si accenni che chi ha commesso i vari delitti abbia lavorato per buttare polvere negli occhi agli investigatori, ma certo non è attività insolita per chi decide di darsi all'omicidio). D'altra parte il titolo originale richiama subito al lettore inglese una celebre (per loro) filastrocca dove il secondo verso recita una tasca piena di segale, ma per il lettore italiano una tasca piena di segale è soltanto una tasca piena di segale, e quando nel 1954 il romanzo uscì anche da noi a malapena in Italia si sapeva cos'era la segale, sotto la linea dell'Adige, e filastrocche sulla segale proprio non ne avevamo.
La canzoncina da due soldi che parla appunto di tasche piene di segale (e di ventiquattro merli neri ventiquattro rinchiusi dentro una focaccia, che quando la focaccia si apre attaccano a cantare tutti insieme) in realtà conta una traduzione italiana, perché viene nientemeno che dai Racconti di Mamma Oca, che io tra l'altro conoscevo perché da bambina mi regalarono una bella versione illustrata da Richard Scarry che mi affascinò molto:
Oggi al re di Collepiano
E' successo un fatto strano:
Dalla torta son spuntati
Ventiquattro cosi alati.
La filastrocca prosegue descrivendo i merli, e solo quelli. Le allustrazioni di Scarry invece si occupavano di tutta la filastrocca inglese: c'era il re (orso) che stava al tesoro a contare argento e oro, poi la regina orsa che mangiava pane e miele e anche l'orsetta giovane che tendeva il bucato e veniva beccata da uno dei merli.
Tutto ciò mi tornò in mente quando Miss Marple esporrà la filastrocca completa ad uno sbalordito ispettore di polizia che non aveva pensato a collegare le cose. Perché questo è un "romanzo con la filastrocca", non perché l'investigatore di turno la rimugini pensieroso ma proprio perché chi ha ordito i delitti ha strutturato tutto in funzione della filastrocca in questione, partendo proprio dai merli, che hanno un loro perché. Quanto alla tasca piena di segale, sta lì a fare un po' di scena come riempitivo ma c'entra il giusto, perché perfino la feroce creatività dei migliori assassini non basta a far pari proprio con tutto.
Il primo delitto è un avvelenamento, commesso però con la tassina, veleno piuttosto insolito ma molto facilmente reperibile, se hai dei tassi a disposizione. Sì, proprio le piante, quelle dal cui legno nasce la prima bacchetta di Voldemort. Il tasso è un albero tradizionalmente legato alla morte e molto velenoso: la tassina si trova nelle bacche, e basta che qualche bambino giochi a fare la merenda sull'erba con un té alle bacche di tasso per finire in tragedia. Per l'appunto il medico legale della zona si è da poco imbattuto in un caso del genere e riconosce subito il veleno, aiutato anche dal fatto che la villa dove risiede il primo avvelenato è appunto ricca di tassi.
Questo però lascia capire che chi ha avvelenato conosce bene gli abitanti, e anche le loro abitudini: la tassina era nella marmellata d'arancia servita a colazione ma che solo uno dei commensali mangiava. E naturalmente c'è stata la guerra (il romanzo uscì nel 1953) la crisi della servitù, la marmellata non viene più portata in tavola in appositi piattini ma servita direttamente dal barattolo (ricordo ancora il mio stupore mentre leggevo: "Piattini, Per la marmellata? Ma che senso avrebbe?". Tra l'altro nelle pensioni non proprio di lusso che frequentavo a Viareggio con i nonni la marmellata veniva servita in tavola nemmeno nei barattoli, ma in due pidocchiose vaschette preconfezionate da venti grammi e ottenerne una terza non era affatto scontato. Solo quando cominciai a frequentare le pensioni tirolesi scoprii che, sissignori, la marmellata era servita nei piattini sul buffet, ci mancava altro).
Insomma, un delitto interno. Peccato che la soluzione più semplice si faccia avvelenare a sua volta nel giro di poche ore (cianuro, in questo caso).

A questo punto entra in scena Miss Marple, che ormai ha smesso da tempo gli abiti di pizzo grigio e viaggia in robusti completi di tweed. Viene per la ragazza che stendeva il bucato, la cameriera assunta in mancanza di meglio che nessuno conosceva, l'orfanella cui lei a suo tempo aveva insegnato come servire in una casa rispettabile, come aveva fatto con tante altre orfanelle dell'orfanotrofio locale: Gladys - una povera ragazza senza nessuno al mondo, ma in compenso anche stupida, ingenua in modo disarmante e nient'affatto attraente. Praticamente una vittima predestinata. E in effetti non si sapeva mai come fare, con le ragazze come Gladys. Se eri una persona per bene, certo.
Miss Marple piomba sul caso come un falco sulla preda, mossa da giusta collera e dal desiderio di ridare dignità alla morte della sua vecchia protetta. Si installa rapidamente nella villa, stavolta facendo leva sulla presunta prozia pazza decana della famiglia - che non è affatto pazza e con cui si intende perfettamente, pur avendo idee diverse: sono entrambe due persone rette, e riescono a capirsi nel migliore dei modi. La soluzione del caso comunque non arriverà (solo) dalla stravagante prozia, ma soprattutto da uno dei personaggi più dolci e fatalisti del canone Christiano; ed è una bella soluzione, sorprendente anche se un po' arzigogolata. Del resto, commettere un delitto in un libro di Agatha Christie non è quasi mai molto riposante, e gli assassini devono darsi duramente da fare. Comunque, insieme al Natale di Poirot, credo sia uno dei romanzi più ricchi di innocenti antipatici di tutto il canone. Scarseggiano gli assassini, ma in compenso gli sciacalli abbondano.

Con questo post, penultimo della serie dedicata ad Agatha Christie, partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro felici letture e lunghi e meritati ozi estivi a chiunque passi per di qua.

giovedì 14 giugno 2018

La rilassante fine dell'anno scolastico della prof. Murasaki (parte seconda)

(dopo i castori, ecco un bel gatto-marmotta)

Nonostante il fine settimana non sia stato poi così incredibilmente riposante, Lunedì mi sentivo  molto meglio e perfino il mio aspetto era un po' meno lugubre.
La verifica di quel giorno era molto meno stancante (per me) di quella della settimana scorsa: vagamente ispirata alle ultime verifiche suggerite dal ministero, si trattava di scegliere un quadro da far descrivere agli alunni e aggiungerci un po' di domande o esercizi vari - tra l'altro ne avevano già fatta una simile, con la supplente.
Io però sospetto in cuor mio di essere l'unica insegnante d'Italia ad aver scelto un quadro preraffaellita per la descrizione:
sì, certo, le avanguardie, il Novecento, l'arte sperimentale, l'astrattismo. Ma io di arti figurative non ho mai capito granché, oltre al Medioevo vero apprezzo anche quello reinventato e soprattutto Leighton mi piace da pazzi. 
Nello specifico questo quadro sarebbe dedicato a Tristano e Isotta. Sempre nello specifico, so che la Terza Amichevole della storia di Tristano e Isotta non sa niente - credo che oggi sia meno conosciuta tra i giovanissimi, specie se l'insegnante che doveva raccontargliela sparisce all'ospedale per tre mesi, al contrario di quella di Giulietta e Romeo che credo imparino già a tre mesi. Dunque potevano guardare il quadro con occhi sgombri da preconcetti.
Oltre a una bella descrizione dettagliata ho chiesto di immaginare i rapporti che legano i personaggi e la storia che c'è dietro e di dedurre ora del giorno, stagione, territorio, epoca e cose di questo genere dall'immagine - rigorosamente proiettata in tutto il suo splendore sulla LIM che per l'occasione funzionava piuttosto bene nonostante la luce abbagliante che invadeva la classe.
"Possiamo scrivere che i due stanno flirtando?" chiede Hermione.
"Sì, certo" rispondo, e gli scrivo alla lavagna la grafia giusta di flirtare. E' uno dei motivi per cui ho scelto proprio quel quadro: la storia di Tristano e Isotta è una bella storia d'amore e di morte, con una carica molto drammatica fin dall'inizio - ma un accidente se si vede da questa immagine: qui ci sono due che stanno flirtando, magari con intenzioni serie ma ancora lo stadio della relazione sembra proprio quello: lei si fa un po' pregare, lui ci prova, lei sa benissimo che lui ci sta provando ma può ancora far quasi finta di niente...
A casa ho scartato il pacco con una certa curiosità.
Prima sorpresa: tre di loro hanno completamente ignorato la terza figura, concentrandosi solo sui due innamorati (e naturalmente avranno un voto basso, perché non mi puoi descrivere un quadro con tre figure facendo finta che ce ne siano solo due solo perché la terza figura non ti interessa).
Seconda sorpresa: nonostante la terza figura abbia in testa una corona di rispettabili dimensioni, qualcuno è convinto che sia un servo o qualcosa del genere. Tutti quelli che ne parlano comunque lo riconoscono come una figura malevola che si impiccia di ciò che non dovrebbe interessargli. "Spione" è il termine più comune che usano per descriverlo. Non è sbagliato, in effetti. A nessuno comunque  è venuto in mente che costui potesse essere il marito, molti invece hanno pensato che fosse il padre o qualcuno mandato dai genitori della ragazza. Molti si dono convinti che Tristano sia un servo perché è vestito in modo molto più dimesso della fanciulla - altro tratto interessante del quadro, visto che Tristano era in realtà il personaggio più importante della corte dopo re Marco.
Nel complesso comunque hanno fatto dei buoni lavori e posso scrivere dei bei voti piuttosto alti nel registro.
Il giorno dopo, una volta ritirati i compiti di storia, scopro con orrore che non avrò una lunga seduta di scrutini il Mercoledì, ma due diverse sedute di scrutinio la prima delle quali quel pomeriggio. In fretta e furia preparo le medie per le votazioni, dopo una rapida spulciata ai compiti di storia, ma quando torno a casa Mercoledì pomeriggio sono piuttosto cotta e i benefici del fine settimana di riposo sembrano essersene andati a ramengo.
Errore! Perché Giovedì, relativamente fresca e piuttosto pimpante sono in grado di affrontare le mie ultime tre ore di lezione nella Terza con un certo piglio. Molti esercizi di grammatica sui condizionali, un po' di esercizi dove costruiscono frasi con proposizioni finali, causali e temporali, un po' di restituzioni di compiti e infine una mezz'oretta finale dove gli impartisco utili suggerimenti e istruzioni sull'esame raccomandandomi soprattutto che per pietà facciano attenzione a rileggere con cura prima di consegnare il tema.
A questo punto l'anno scolastico è virtualmente finito.

Certo, resta ancora il Venerdì, ovvero l'Epico Ultimo Giorno di Scuola. Ma, per la prima volta nella storia scolastica di St. Mary Mead, la Dirigenza ha avuto la saggia idea di terminare la mattinata dopo tre ore invece di farci come sempre proseguire a sfinimento fino al termine della quinta ora, salvo poi deprecare il fatto che a fine mattinata i ragazzi sono fuori di controllo.
Tre ore l'ultimo giorno di scuola sono la durata perfetta, secondo me: si fa in tempo a festeggiare, a ingozzarsi di dolcetti e patatine, si fanno le classi aperte con gli insegnanti che vanno in giro rubando dolcetti e patatine a tutti e se si riesce a impedire che le classi mettano la musica* l'insieme si presenta piuttosto festoso salvo i capannelli occasionali di fanciulli piangenti per la tristezza della fine della Terza (che in un certo suo modo perverso fa parte anche quello dell'atmosfera festosa).
Quanto a me, sono in servizio solo per le prime due ore: restituisco le ultime verifiche, rispondo alle ultime domande e infine autorizzo l'apertura dei sacchetti di patatine e il taglio delle torte, prelevando solo una moderata tangente in caramelle (in questo momento sto seguendo una dieta che mi interdice praticamente tutto quel che i ragazzi hanno portato, anche se, dopo breve lotta interiore, stabilisco che un ultimo giorno di scuola senza patatine fritte non è un vero ultimo giorno di scuola e quindi intasco anche un paio di manciate delle suddette, che spelluzzico con cautela).
Alla terza ora saluto festosamente tutte le classi e mi rintano in biblioteca, dove registro i libri restituiti. Ne riemergo con cautela solo dopo l'ultimo squillo della campana, lasciando con piacere ai colleghi l'onore e l'onore di combattere contro l'immortale rito dei gavettoni sul piazzale davanti alla scuola.

La nostra dura giornata di lavoro di insegnanti però non è ancora finita, perché ci aspetta ancora il Rinfresco di Pensionamento di due colleghe con relativa consegna di regali. Tra mirallegri e bignoline alla crema e alla panna (quelle le posso mangiare) la cerimonia si svolge piacevolmente e tutti torniamo a casa piuttosto sazi.
Tuttavia l'anno scolastico non è ancora concluso: rimane l'ultimo e più ineffabile sigillo da mettere, ovvero la Consegna delle Schede.
Di per sé la cerimonia non avrebbe nulla di drammatico, se non fosse che da qualche anno la Segreteria si impegna ogni volta con tutte le sue forze onde consentirci di fare ogni volta   sempre più immonde figure. L'anno scorso, ad esempio, alcune classi si videro consegnare una selezione di schede da cui mancavano i primi due-tre nomi rimasti casualmente nella stampante. Quest'anno invece non erano riusciti a stampare il Consiglio Orientativo e dovevamo aggiungerlo a mano noi.
E passi, abbiamo aggiunto a mano il Consiglio Orientativo - peraltro ormai utile come un frigorifero in un igloo, visto che i ragazzi sono stati da gran tempo consigliati, orientati e si sono pure già iscritti definitivamente nella scuola che han scelto. Ma vabbé.
Solo che, al momento della consegna, ci siamo accorti con orrore che mancavano anche le valutazioni della condotta
E perché non avevano stampate le valutazioni della condotta, visto che nel primo quadrimestre erano state regolarmente stampate?
Nessuno lo sa perché non c'era tempo per chiederlo. Abbiamo fatto un sorriso a trentasette denti ai genitori in paziente attesa, ripescato i registri dei verbali e aggiunto a mano le valutazioni della condotta, mentre io evocavo immagini di belle oche bianche da spennare e di schede in pergamena da compilare a mano come ai bei vecchi tempi quando il registro elettronico non c'era ancora, le schede venivano compilate a mano durante lo scrutinio e non mancava mai nulla. 
E siccome ero troppo occupata a evocare queste splendide oche bianche per controllare ulteriormente le schede, solo dopo averne date via un buon terzo mi sono accorta che mancavano anche i giudizi di religione di alternativa - al che, non vedendo ormai modo di rimediare, ho deciso di far finta di niente e ho continuato a consegnare schede facendo grandi sorrisi ai vari e cortesi genitori che, tutti, con gran gentilezza e premura si informavano sulla mia salute rallegrandosi di rivedermi in buone condizioni.

*non ho niente contro la musica, nemmeno contro quella che non mi piace; purtroppo a St. Mary Mead per "mettere la musica" i ragazzi intendono "mettere una base ritmica insulsa a volume assolutamente intollerabile senza nemmeno ascoltarla", che è una pratica in cui non riesco a trovare nulla di commendevole sul piano didattico.

mercoledì 13 giugno 2018

La rilassante fine dell'anno scolastico della prof. Murasaki (parte prima)

Murasaki e i suoi colleghi in versione castori, mentre svolgono gli adempimenti di fine anno

Il certificato dell'ospedale scadeva il 28 Maggio e io ero ancora debole come uno straccetto centrifugato senza pietà, ma anche stufa sin nelle barbe di starmene a letto a leggere e a coltivare la mia raffinata vita interiore. Soprattutto, sospettavo che debole come uno straccetto sarei rimasta ancora a lungo se non mi davo una mossa.
Così ho spiegato al medico che volevo tornare a scuola, punto e basta.
"Ma non le converrebbe, visto che l'anno scolastico sta finendo..."
"NO"
"Beh, se non ci sono riunioni troppo lunghe o faticose e proprio lo desidera, forse si potrebbe..."
Ho sorvolato pudicamente su quel che è di solito la fine dell'anno scolastico. Per la verità avevo messo in conto solo gli scrutini e... ehm... qualche piccolo adempimento con la mia Terza. Niente di che, solo due prove scritte di italiano e un compito di storia da correggere a tamburo battente, la seconda guerra mondiale da finire con un piccolo aggancio alla Guerra Fredda, l'India e relativa indipendenza e le proposizioni causali, finali e temporali. Ma insomma, se li scrutinavo dovevo pur avere una qualche idea sul loro livello, giusto? Senza contare che in mia assenza la supplente aveva sì interrogato, ma ahimé, come fanno spesso le supplenti alle prime armi aveva interrogato principalmente i più bravi, che di voti disponevano già in buon numero. Mi erano poi arrivate voci (non so quanto fondate) che la classe avrebbe preferito avere me a fargli l'esame, e da brava insegnante di Lettere territoriale queste voci le avevo prontamente prese per oro colato*.
La cruda verità, lo ammetto senza remore, è che per me il Grande Esame Finale ha un valore abbastanza simile a quello che ha per i ragazzi: una sorta di Sigillo Rituale che chiude una fase importante, e non volevo perdermelo.

Così Martedì 29 sono tornata a scuola, cercando di ignorare gli sguardi compassionevoli di colleghi e custodi nei cui occhi c'era scritto a chiare lettere "Ma restare ancora un po' a casa a riposarti no, visto che è chiaro che tieni l'anima coi denti?".
Il primo giorno ho retto bene - del resto erano solo due ore.
Il secondo giorno è stato più faticoso, ma alla quarta ora le prime facevano la Caccia al Tesoro e le colleghe mi hanno fatto restare in Sala Insegnanti (dove mi sono prontamente spalmata sul mio amico divano dove sempre più di frequente stazionavo prima del crollo di Aprile).
Giovedì l'ho sbarcato con il primo dei tre scritti - una prova di comprensione del testo che prevedeva un buon tre quarti d'ora di lettura da parte mia, e verso la metà mi sono seriamente domandata se ce l'avrei fatta a leggere a voce alta tutto il testo. Ma ce l'ho fatta.
Venerdì ero decisamente stanchina, ma mi confortava il pensiero di un bel fine settimana di tutto riposo; quand'ecco apparire Matematica con due bei pacchi di fogli.
"Ci sono i Giudizi di fine anno e le Competenze da inserire sul registro elettronico. Li abbiamo fatti ai prescrutini, quando tu ancora non c'eri".
"(GULP) ehm... d'accordo, ma non potevate darmeli la settimana scorsa quando ero a casa, così li inserivo un po' per giorno?"
"No, non potevamo perché in Segreteria ancora non avevano sistemato il portale in modo da poterli inserire. Perciò li abbiamo fatti a mano, e i giudizi vanno anche abbastanza sistemati perché sembra che la griglia non funzioni molto bene".
Stabilito che ero tornata a scuola perché l'avevo voluto io e non perché qualcuno mi ci avesse obbligato, ho preso docilmente i due pacchi di fogli.
Alla sesta e ultima ora di Venerdì avevo la Terza Delirante, dove faccio solo due ore di Geografia. In verità ero un po' preoccupata perché lì il programma era praticamente finito e avevo solo una piccola interrogazione da fare, e alla sesta ora tenere buona la Terza Delirante non era affare di poco conto. Ma è stata la stessa medesima Terza Delirante a trarmi d'impaccio, perché nel secondo intervallo due di loro si sono fatti beccare da Arte mentre sfogliavano allegramente il suo album personale di disegni pescato allegramente dalla sua borsa personale che aveva lasciato chiusa in classe - dal che era seguito un grande incidente diplomatico con relativa chiamata alle famiglie.
"Scusatemi" ho chiesto appena entrata in classe "Ma come vi è saltato in mente di fare una cosa del genere?".
"Mah, così, eravamo curiosi di vedere cosa disegnava l'insegnante..."
"Bene. Anch'io sono molto curiosa di sapere che cosa fa Serendipity** a casa nella sua vita privata. Vi sembrerebbe giusto da parte mia che per saperlo andassi a casa sua a frugare nelle sue cose? O non trovereste invece sensato da parte mia che mi facessi la tradizionale teglia di cavoli miei, tenendomi la mia curiosità e provando a conviverci?"
Sono poi passata a spiegargli che, come gli insegnanti non avevano diritto a frugare nelle cose degli alunni, altrettanto gli alunni non avevano il diritto di aprire le borse degli insegnanti. I due colpevoli in verità avevano l'aria abbastanza contrita (anche perché erano quasi due ore che sentivano gente che batteva e ribatteva su quel tasto), così è rimasto tempo più che sufficiente anche per fare l'interrogazione prevista, che non è nemmeno andata male.
Una voltata portata giù la classe all'uscita ho aspettato che varcassero il cancello, come da regolamento, poi mi sono voltata verso la VicePreside e ho scosso la testa segnando il pollice verso - dal mio punto di vista segnalando così che ritenevo la Terza Demenziale un caso senza speranza. Ma lei premurosa è acciorsa subito al mio fianco "Ti senti male?".
Una volta chiarito l'equivoco sono passata dal bagno, e ho visto che la poverina non aveva torto: sembravo proprio la morte in vacanza e vedendomi scuotere la testa e agitare il pollice verso dedurne che mi dichiarassi a pezzi ci stava tutto. Non c'era motivo che mi scomodassi a rimproverare i ragazzi, bastava che li obbligassi a guardarmi e l'effetto memento mori era garantito.
Beh, un po' stanca ero (parecchio stanca, diciamo la verità) ma non mi sentivo particolarmente a terra. Comunque, appena arrivata a casa, mi sono spalmata sul letto e ho dormito per un buon mezzo pomeriggio e poi attaccato un audiolibro.

La mattina dopo è cominciato il mio bel fine settimana di riposo. Una volta corrette le verifiche (dove ho avuto modo di constatare che la mia adorata Terza aveva mantenuto in mia assenza gli stessi errori di ortografia e di sintassi, lo stesso strenuo disprezzo per la punteggiatura e la stessa tendenza a sorvolare sui dettagli con cui l'avevo lasciata agli inizi di Aprile) mi sono infine dedicata ai cosiddetti Giudizi Globali, ovvero una pratica con cui la legge sulla Buona Scuola ha riesumato l'uso pre-Gelmini di formulare per ogni quadrimestre un giudizio complessivo sul progresso didattico dell'alunno, il suo metodo di studio, la sua preparazione complessiva e altre informazioni non irrilevanti. Il Consiglio di Classe li compila aiutandosi con una griglia di formule, poi il coordinatore li riscrive. A suo tempo venivano copiati a mano sulle schede il giorno degli scrutini dagli insegnanti, un po' per uno. Non voglio dire che fossero la parte che preferivo del mio lavoro, ma non mi è dispiaciuto vederli ritornare perché è un modo piuttosto onesto per fare una specie di riepilogo collettivo sul singolo alunno.
La griglia su cui ha lavorato il Consiglio era piuttosto buona; in compenso chi aveva impostato l'editing su Argo doveva essere ubriaco o afflitto da febbre terzana perché impostando la versione precompilata veniva fuori una roba improponibile e pure sgrammaticata; così, armata di tanta pazienza e dedizione ho passato una buona parte del pomeriggio a fare editing su un testo scritto a caratteri minuscoli tirandone fuori se non altro dei discorsi non del tutto incompatibili con un italiano corretto. 

Di Domenica mi sono invece dedicata alle Competenze, ovvero quelle valutazioni dall'aria un po' misteriosa dove spieghiamo come funzionano i ragazzi sul piano dell'identità sociale, del rapporto con gli altri, dello spirito di iniziativa e di una infinità di altre cose. Rispetto a due anni fa sono diventate una roba quasi comprensibile e si sono anche ridotte di numero; in compenso richiedono un rituale piuttosto complesso: prima le calcoli in lettere (da A, la maggiore, a D) poi nel programma devi inserire un numero (A=1, B=2 eccetera) e ti corrisponde un aggettivo (4=di base, 3=iniziale eccetera) e insomma cambi tipo di codice un gran numero di volte e se ti distrai o devi interromperti per qualche motivo ti ci vuole un po' per rientrare nel meccanismo. Così anche lì se n'è andato mezzo pomeriggio. 
Il rimanente della giornata è stato dedicato a rivedere i programmi e soprattutto scrivere le relazioni di fine anno. Così, al termine del mio fine settimana di Corroborante Riposo, tornare a scuola a fare lezione mi è sembrato piuttosto riposante.

*se tra chi passa di qua c'è qualche lettore di Nero Wolfe, forse ricorderà quella scena in cui, dopo essere stato costretto ad allontanarsi per qualche settimana da casa cercava di convincere almeno sé stesso che le orchidee avevano sentito la sua mancanza...
**per l'esempio ho volutamente scelto uno dei pochissimi alunni di quella classe che in tre anni aveva sempre dato prova di atteggiamento equilibrato e ragionevole e che quindi avrebbe accettato senza scomporsi di fare da cavia per l'esempio.

venerdì 8 giugno 2018

Un delitto avrà luogo - Agatha Christie

(credo che ci siano spoiler, anche piuttosto espliciti)

Questo che vado a ripresentare (ne ho già parlato qui) è probabilmente il mio romanzo preferito di Agatha Christie, il primo che ho letto e quello con una soluzione... sì, complicata, ma tutto sommato secondo me anche molto  credibile. E' anche quello dove secondo me Miss Marple è usata in modo più naturale e dove compare più in scena.
Siamo nel solito villaggetto dove tutti spettegolano volentieri, ma nel frattempo la guerra è passata, e ha lasciato delle notevoli tracce.
Prima di tutto c'è un certo sradicamento: il villaggetto non è più popolato di gente che si conosce da ottantasette generazioni, anzi ci sono un sacco di nuovi innesti che nessuno conosce se non vagamente per quel che dicono di sé. Tutti quindi potrebbero mentire, e infatti molti dei protagonisti hanno ritoccato qualcosa della loro identità.
Inoltre c'è il problema della servitù, ormai sempre più difficile da trovare - e questo spiega perché una delle protagoniste, la signora Blacklock, passa buona parte del suo tempo a combattere con una cuoca profuga (forse ungherese) dal pessimo carattere e con una forte tendenza all'isteria, anche se capace di cucinare eccellenti dolci... purché le diano gli ingredienti giusti per farli, si capisce.
La signora Blacklock non è ricca, ma benestante sì. Eppure, per allestire una bella torta è costretta a darsi non poco da fare onde fornire la sua cuoca di adeguate quantità di burro, zucchero e uvetta e come tutti è costretta a fare grande economia con il carbone per accendere il riscaldamento. Siamo nel 1950 e gli inglesi, che pure la guerra l'hanno vinta, hanno ancora le tessere annonarie e devono arruffianarsi tutte le fattorie dei dintorni per avere qualche panetto di burro, e per procurarsi una scatola di cioccolatini per un compleanno ci vuole nientemeno che il mercato nero; e se chi è benestante ha di questi problemi, lasciamo stare come se la cava chi è povero e i soldi li ha persi per strada da un pezzo, come la povera Dora Bunner, cresciuta in una famiglia ricca ma finita a arrangiarsi a pane e pasta di carne da spalmarci sopra - con l'unico conforto di un po' di margarina perché il burro è diventato merce pregiata.
Così in tanti allevano qualche gallina per procurarsi le uova, e la sera vanno a chiudere il pollaio dopo aver dato gli avanzi di casa ai polli in questione; e  naturalmente si gira molto più in bicicletta che in automobile, anche quando la casa contiene dei discreti servizi di argenteria e le signore hanno i loro bravi gioielli di famiglia. Tuttavia nessuno si lamenta troppo, e i contrattempi della vita quotidiana vengono affrontati senza troppo malumore anche se i ricevimenti spesso sono piuttosto spartani.
In questo romanzo compare per la prima volta l'ispettore Craddock, figlioccio di sir Henry Clithering (alto funzionario di Scotland Yard in pensione che facilita i contatti tra Miss Marple e la polizia) che in seguito sarà valente spalla di Miss Marple anche in altre storie. 
Ma Miss Marple però avrà a disposizione anche uno dei miei personaggi preferiti del canone Christiano, ovvero la moglie del curato (Pallina, o Cicci, e chissà com'era chiamata nella versione originale), deliziosa creatura giocosa, molto portata a vedere il lato positivo della vita apprezzando i vantaggi di una casa grande e spoglia perché può essere facilmente tenuta in ordine e decorata con grandi vasi di foglie autunnali, ma che con Miss Marple ha una perfetta intesa che le permette di cogliere le sue più vaghe allusioni e rispondere a tono - in pratica, una spalla perfetta che mi spiace molto non compaia più nei romanzi.
Un ultimo dettaglio: come scoprii per puro caso leggendo un saggio di critica, in questo romanzo viene descritta una coppia lesbica, ovvero due amiche che convivono (e condividono un pollaio). Il legame tra le due non è esplicitato, solo dato per sottinteso - insomma, se rileggi il libro ti accorgi che effettivamente quelle due sono una coppia, ma il lettore non è obbligato a prenderne atto.
Naturalmente quando lessi il libro a tredici anni non mi accorsi di nulla, e d'altra parte all'epoca le lesbiche esistevano solo in certi strani e morbosi libri della letteratura americana o nei testi di letteratura greca, ed erano indicati da grossi freccioni luminescenti, non da accenni garbatamente impliciti. Io naturalmente sapevo benissimo che esistevano e non avevano nulla di particolarmente morboso, ma senza i freccioni luminescenti non mi veniva in mente di individuarle.
Altro personaggio assolutamente meraviglioso è Belle Goedler, la vedova del grande finanziere, che fa solo una breve comparsa in un capitolo ma, pur ammalata, è un personaggio luminoso e fascinosissimo.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma, mentre i primi temporali estivi mi impediscono di prendere il sole sul prato del mio giardino condominiale, e auguro buone letture casalinghe a chiunque passi di qua.

giovedì 7 giugno 2018

Tutti in piedi!

La classe saluta rispettosamente la prof. Murasaki al suo ingresso in aula

Com'è noto, negli ultimi giorni la nostra classe politica è finalmente riuscita ad esprimere un governo che ha riscosso la fiducia dal parlamento, e abbiamo quindi un nuovo Ministro dell'Istruzione.
Per il momento, a dire il vero, il governo in questione non sembra ancora molto ansioso di occuparsi di scuola, né personalmente ho alcuna fretta che se ne occupi. Tuttavia altri la pensano diversamente e pochi giorni fa Ernesto Galli Della Loggia ha deciso di elargirgli alcuni buoni consigli su come occuparsi di scuola; del resto, la stagione si presta (siamo appunto alle porte dell'estate) e settanta milioni di tuttologi sulla scuola son lì in scalpitante attesa ancor prima di posizionarsi sotto l'ombrellone. E anche se, per la verità, ero abituata a dare un certo credito alle opinioni di costui (probabilmente perché non avevo mai letto un suo articolo sulla scuola) mi rendo conto che talvolta anche il buon Omero può dormicchiare, o addirittura sprofondare in un sonno profondo.

Quello che vado a citare è un classico articolo da Tuttologo dell'Estate, di quelli convinti che la soluzione di tutti i mali sia facilmente a portata di mano: pochi e utili consigli che darebbero subito l'idea che qualcosa stia veramente per cambiare nella scuola italiana. Un articolo tenerello, un po' naif, che ricorda irresistibilmente i primi proclami della ministra Gelmini quando sembrava convinta che la soluzione di tutti i problemi della scuola fossero... i grembiulini. No, non quelli massonici, proprio quelli roisa e celesti dei bei tempi andati. In seguito passò ad auspicare divise per gli studenti, poi lasciò perdere (ma i tagli ai finanziamenti no, quelli non li lasciò perdere, e ci regalò una disastrosa riforma delle scuole superiori. Ma questi son dettagli).
Il primo, essenziale segnale sarebbe architettonico. Levare i container? Costruire scuole a basso consumo energetico? No, qualcosa di ben più essenziale: rimettere la pedana delle cattedre in modo che la cattedra dove siede l'insegnante sia di poche decine di centimetri sopra il livello al quale siedono gli alunni, perché il rapporto pedagogico non può essere costruito che su una differenza strutturale e non può implicare alcuna forma di eguaglianza tra docente e allievo.
Il secondo punto riguarda la "reintroduzione" dell'obbligo per ogni classe di ogni ordine e grado di alzarsi in piedi in segno di rispetto (e di buona educazione) all'ingresso nell'aula del docente.
Questo è senz'altro un punto molto interessante (anche se scarsamente applicabile alle materne, dove corre voce che non sia facilissimo convincere un intero gruppo di bambini a fare la stessa cosa nello stesso momento tutti insieme), e non solo perché buona parte dei regolamenti scolastici prevede per l'appunto qualcosa del genere, ma anche e soprattutto perché implica... che l'insegnante non sia padrone in classe sua ma debba attenersi pedissequamente a quel che dice il regolamento. Cosa palesemente impossibile da ottenersi  ma anche assai autoritaria da chiedere. L'insegnante insomma dovrebbe mostrare di essere superiore gerarchicamente ai suoi alunni, e per farlo dovrebbe regolarsi come sembra opportuno a Ernesto Galli Della Loggia, che chiaramente ne sa molto più di chiunque altro.
Buon uomo, è la mia classe. Se mi interessa che si alzino in piedi li farò alzare quando entro (qualcuno lo fa, e anzi ci tiene molto). E se non mi interessa li farò stare seduti (come preferisce qualcuno per paura di incidenti) oppure lascerò che facciano il cazzo che gli pare perché che si alzino o non si alzino poco mi cale e magari mi interessano di più altre cose. Esiste la libertà didattica, è tutelata da apposito articolo della Costituzione, nessuno può intromettersi su come imposto il rapporto con la classe. Li voglio confidenti? Li voglio formali? Li voglio amichevoli? Li voglio rilassati? Dipende dalla classe, dalla materia, dalla lezione che voglio fare e anche da come mi gira. 
Piccole cose senza importanza, certo. Ancor più piccola è la modifica suggerita al punto 4: Cancellazione di ogni misura legislativa o regolamentare che preveda un qualunque ruolo delle famiglie o delle loro rappresentanze nell'istituzione scolastica, eliminando tutta l'impalcatura dei decreti delegati nel corso di un paio di mesi estivi (perché tutto ciò andrebbe fatto entro il primo Settembre, nientemeno). Facilissimo da attuare, senza dubbio. Ecchissenefrega se tutta la didattica del primo ciclo ruota intorno alla presenza delle famiglie e alla collaborazione tra le famiglie e la scuola?
Dettagli, solo dettagli insignificanti. L'insegnante ha da recuperare il suo ruolo, gli piaccia o no, e deve essere esattamente il ruolo che ha stabilito monsignor Della Loggia.
Che evidentemente nella legislazione scolastica non è molto ferrato.

Vabbé, a modo suo è un articolo divertente. Chi vuole può leggerlo e farsi quattro risate, ho postato anche il link. Chi ha tempo da passare sotto l'ombrellone può anche mettersi a commentarlo - dopotutto siamo ormai molto vicini all'estate.
Ma speriamo che il nuovo ministro si occupi di qualcosa di più serio, se proprio decide di occuparsi di scuola come prevederebbe il suo dicastero e lasci perdere gli articoli dei tuttologi, se sono tutti di questo livello.


"Se non ti fa schifo parlarne", ovvero quel che molti pensano sull'insegnamento


Da quando ho mosso i miei primi, tremebondi passi nel complesso mondo dell'insegnamento, sono ormai passati quasi vent'anni. In tanti mi spiegavano che la scuola era cambiata, i ragazzi erano cambiati - ma io la scuola l'avevo fatta nei rutilanti anni 70 e l'avevo seguita da lontano attraverso mia madre e le mie amiche finite in cattedra, e mi sembrava tutto abbastanza uguale a sempre. Anzi, ricordo ancora il fondo di stupore che provai quando mi accorsi che, gira  che ti  rigira, il mondo della scuola era sopravvissuto uguale a sé stesso nel corso dei decenni: stare a scuola mi dava una sensazione agrodolce imbevuta di meditabonde considerazioni sui corsi e ricorsi della vita. Il punto è (gli analisti nonché tuttologi della scuola lo dimenticano facilmente, perché è un punto che ammazza qualsiasi generalizzazione) che la scuola non è poi così uguale a sé stessa nemmeno al suo interno e ogni classe e ogni consiglio e ogni professore si portano dietro un microcosmo individuale con regole sue, che magari cambia di anno in anno e di mese in mese, e anche i ragazzi che oggi sono diversi sono ognuno una sua identità propria, e in continuo mutamento.
Ad ogni modo, pur arrivando assai spaventata e pronta non già ad affrontare - ché proprio non me ne ritenevo all'altezza - ma a prendere atto di un pianeta diversissimo, trovai tutto abbastanza simile a quel che ricordavo di quando stavo dall'altra parte della barricata.
Quello a cui invece non ero preparata erano le domande di chi a scuola non ci lavorava, e che nel corso di questi venti anni sono rimaste molto simili - pure quelle.
L'episodio che più mi lasciò sconcertata fu una tranquilla pizza a quattro con amici di freschissima data, quando ormai in cattedra ci stavo da un paio di anni con alterne fortune. Uno di loro mi chiese come mi trovavo con i ragazzi aggiungendo, testualmente se non ti fa schifo a parlarne - che non rischiassi di mandarmi di traverso la pizza ad affrontare sì spiacevole argomento, per carità, la sua era soltanto una curiosità oziosa.
Trovai difficile rispondere, proprio per come era stata posta la domanda. Immagino che il mio interlocutore desse per scontata una bella tirata... su cosa, i giovani d'oggi senza valori o senza ideali? La professione del docente ignobilmente svilita e vilipesa? Il mondo di  oggi (o, a scelta, la moderna  società) che ci impediscono di tramettere solidi punti di riferimento alle nuove generazioni? Questi ingrati ragazzi che rifiutano di eleggerci come modelli di vita? 
Ma era tutta roba completamente estranea al mio modo di pensare e di sentire, senza contare che ho fatto parte anch'io di una generazione perennemente sotto accusa a causa della sua cronica mancanza di solidi valori morali, e ho sempre trovato estremamente ridicole le analisi che facevano su di noi nonché la pretesa che un tale, solo perché stava su una cattedra, dovesse automaticamente essere preso come valido esempio di riferimento - senza contare che, avendo letto parecchio in vita mia, sapevo benissimo che le classi sociali più alte avevano spesso trattato gli insegnanti dall'alto in basso (tranne quelli universitari, che fanno categoria a sé). Ecco, con l'arrivo della costituzione della repubblica siamo diventati tutti cittadini delle classi più alte e sì, pensa un po', i ragazzi si ritenevano in diritto di avere opinioni proprie, e qualcuno addirittura arrivava all'assurda pretesa che queste idee venissero rispettate.
In conclusione probabilmente sgusciai dietro a qualche banale considerazione sul fatto che l'ambiente scolastico non mi sembrava poi tanto improponibile e che i ragazzi nel complesso mi stavano piuttosto simpatici e non provavo alcun disgusto a parlarne e ben presto tornammo tutti a parlare di manga e di Giappone, che era poi il motivo per cui ci eravamo riuniti in pizzeria.
In realtà parlare di scuola mi piace molto - come questo blog dovrebbe testimoniare - ma lo faccio malvolentieri con chi non è del mestiere perché mi rendo pur conto che non tutti si divertono a sentir raccontare quale raffinata tecnica hai saputo escogitare per far capire infine alla 1D che mela, me la e me l'ha sono tre cose ben distinte e ognuna di loro va usata a tempo e modo opportuni oppure quanti vi siete divertiti a recitare la conversazione tra Smaug e Bilbo (il tutto tacendo accortamente le cinquanta volte in cui la classe si è annoiata a morte con il drago e ha continuato imperterrita a confondere frutta, pronomi personali e verbo avere). Ma per chi non capisce queste raffinate soddisfazioni (cioè tutti, tranne quelli che a scuola ci lavorano e ci smoccolano sovente maledicendo la ria sorte che li ha fatti nascere nei non rari momenti di frustrazione) cos'è la scuola? 
Un pianeta strano, mi par di capire, popolato di strane creature indisciplinate e irriconoscenti che rifiutano di farsi indottrinare.
So che molti colleghi vivono circondati da esseri sarcastici che passano il tempo a rinfacciarci i nostri quaranta mesi di ferie all'anno. Non io, non so perché (probabilmente perché non me li filo: sono bravissima a rimuovere le persone con cui non ho voglia di parlare). Ma incrocio spesso categorie un po' differenti, che sembrano ignare del fatto che i ragazzi con cui ho a che fare sono proprio gli stessi che abitano a casa loro, e con cui spesso interagiscono piuttosto volentieri.
Per esempio i genitori che sospirano e ti spiegano che l'insegnamento è una vocazione, e chi lo pratica è un santo; d'accordo, spesso ci vuole pazienza. Ma sono i vostri figli, gli stessi che avete per casa. Trovate così indispensabile una patente di santità quando ci avete a che fare sessanta volte al giorno?
Oppure quelli che ti chiedono preoccupatissimi ma tutto questo bullismo di cui si sente tanto parlare?
E lì la risposta è più difficile da dare. C'è più bullismo oggi di quel che c'era un tempo? 
Di sicuro oggi se ne parla di più, e non è un male. Di sicuro oggi gli insegnanti sono chiamati più facilmente in causa, perché i ragazzi hanno smesso di stare zitti  e gli insegnanti non possono più cavarsela fregandosene alla grande come succedeva ancora vent'anni fa. Funziona un po' come per gli stupri o le violenze domestiche: sono in aumento o se ne parla di più? Di tendenza propendo per la seconda possibilità, fermo restando che spesso ci arriva solo la punta estrema dell'iceberg e il grosso resta tuttora sott'acqua a navigare, ma vai a sapere, come si fanno ad avere dati attendibili? 
L'unica vera novità, indiscussa e foriera di grane infinite, è il cyberbullismo, che fino a qualche anno fa non c'era né alcuno ne sentiva la mancanza, e che ci lascia spesso assai inguaiati - ma basta navigare un po' su Facebook per capire che non è purtroppo un problema esclusivo dei giovinetti, ma di tutta l'umanità, giovane o vecchia che sia, e non coinvolge esclusivamente la scuola. E' verissimo che gli insegnanti non sanno gestirlo in modo soddisfacente, ma purtroppo sotto questo aspetto siamo ancora tutti in fase sperimentale e dobbiamo faticosamente arrangiarci come possiamo.
E sì, certo, ci sono anche i dislessici - ma non è che prima non ci fossero, soltanto erano considerati ciuchi e come tali trattati, o maltrattati. Dargli un nome e conoscere qualche strumento compensativo è stato un aiuto, per noi e per loro.
E ci sono anche gli stranieri, ma qui devo confessare che, a parte qualche rarissima eccezione, gli stranieri che ho avuto erano tutti all'acqua di rose e i problemi più seri se li erano sbrigati quelli delle elementari che con grande pazienza e infinita abilità se li erano alfabetizzati.
D'altra parte io in classe dislessici e stranieri all'acqua di rose li ho sempre avuti in classe, quindi non riesco a considerarli una grande novità.

Va bene, forse rispetto a quando andavo a scuola qualche piccolo cambiamento c'è stato. Non solo dentro la scuola, però.
E con i ragazzi io continuo a divertirmi, alla faccia di tutti. Solo che evito di raccontarlo troppo in giro.