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mercoledì 21 ottobre 2020

Il primo positivo non si scorda mai (post autocelebrativo sugli Eroici Insegnanti di St. Mary Mead)


Pur nella soverchia confusione degli interminabili lavori tuttora in corso (e uno si domanda: ma come avran fatto con la piramide di Cheope e l'Empire State Building, se qui da sei mesi ci strasciniamo un cappotto antisismico per una scuoletta di paese?), pur nell'eterna attesa di nomine che ancora non arrivano, pure nel gran rifrullo di orari provvisoriamente definitivi e definitivamente provvisori, la piccola scuoletta di St. Mary Mead procedeva la sua perigliosa rotta nel tormentato anno scolastico con qualche modesto tampone il cui risultato era sempre stato negativo.

Finché anche per noi è arrivata la feral notizia che un tampone era positivo.
Naturalmente l'annuncio è arrivato quando tutti eravamo più tranquilli e assorti nelle più domestiche cure, ovvero di Domenica pomeriggio.
Tampone positivo. Alunno positivo. Classe in quarantena. Professori in quarantena.
Siamo una piccola scuoletta, con tre sezioni. 
Siamo poco più di venti insegnanti. Se ci togli gli insegnanti di una classe diventiamo istantaneamente una scuola nei guai.
Se per giunta un paio di ulteriori insegnanti nel fine settimana non han trovato di meglio da fare che ammalarsi per conto proprio (e una di loro si è pure fatta il tampone) diventiamo vieppiù una scuola nei guai.
E poi c'è l'indotto: in questo momento per esempio tra i nostri alunni contiamo ben due figli di insegnanti.
E poi siamo in un paesello: l'untore di turno ha amici e parenti, e giustamente un po' li frequenta. Guarda caso, sia amici che parenti frequentano proprio la stessa scuola. Non molto strano, in effetti. Così abbiamo ben quattro ulteriori alunni in "quarantena cautelativa" in attesa di tampone.
Oltre al fatto che ci continua a mancare un insegnante di inglese per questioni che la mia debole mente si rifiuta di seguire. E le mascherine scarseggiano. E, signora mia, non ci son più le mezze stagioni e infatti fa un freddo invernale e l'autunno deve essere andato in vacanza da qualche altra parte, alla faccia dell'estate di san Martino.
Qualcuno ha quindi passato la Domenica pomeriggio a ricomporre l'orario, ridotto nuovamente a quattro ore dopo ben una settimana in cui eravamo riusciti a fare quello pieno, nonché ad avvisare i colleghi della lieta novella.
Qualcun altro ha passato la Domenica a tormentare il Comune perché riorganizzasse il servizio pullmini.

Strano ma vero, ce l'abbiamo fatta. Lunedì eravamo lì, un po' straniti ma col coltello in mezzo ai denti al grido di "Scuola o morte!". E a mezzogiorno i pullmini c'erano.
E scuola è stata.
Poi è arrivato il tampone negativo dell'insegnante ammalata, e già ci stavamo un po' racconfortando quando i positivi sono diventati due.
Seconda classe in quarantena. E ulteriori insegnanti in quarantena, compresa quella appena dichiarata sana.
"Stavolta ci toccherò chiudere" ha scosso la testa qualcuno.
Ma misteriosamente l'orario è stato ricomposto e in qualche modo funziona - del resto, c'è una classe in meno dove fare sostituzioni.
ogni mattina insegnanti, alunni e custodi varcano i due portoni e le lezioni e le sanificazioni si svolgono regolarmente (e siccome ha smesso di piovere facciamo perfino lezione all'asciutto).

Il primo che mi viene a parlare della tradizionale indisciplina degli italiani lo scuoio vivo.

lunedì 19 ottobre 2020

La rivoluzione cubana - Di cose che non vorresti mai sentire

 

Uno studente ascolta con estremo interesse la lezione della prof. Murasaki

Non so perché molti manuali di storia delle medie si ostinano a raccontarci con gran dovizia di dettagli la parte finale dell'Ottocento nella storia italiana rifilandoci quella che, in sintesi, è una soporifera cronaca di governi e di presidenti del consiglio, che già mi ci annoio io a leggerli e figuriamoci quei poveri ragazzi. E dunque quando si arriva a Depretis, Crispi e quant'altri risolvo il tutto con una carrellata non già di governi, ma di pochi eventi di rilievo narrati per sommi capi.
Mentre ero appunto impegnata in questa opera di mirabile sintesi sui primordi del disastroso colonialismo italiano Perceval alza la mano.
"Prof, ma siamo a pagina 364?"
Confermo che sì, siamo proprio alla pagina 364.
"Perché io ho la rivoluzione cubana".
Edizione diversa? Impaginazione diversa? Se a fine Ottocento a Cuba hanno avuto una rivoluzione, non ne ho mai sentito parlare, e comunque la sera prima mi ero riletta il capitolo per decidere come sfrondarlo in modo indolore e di rivoluzioni cubane non c'era traccia.
"Non sarà che quello che hai in mano è il terzo volume?" azzardo. Infatti, come succede quasi sempre all'inizio della Terza, da un mese stiamo combattendo disperatamente per levarci infine dalle corna il secondo volume del manuale e attaccare infine il terzo con relativo Novecento.
Perceval guarda la copertina "Ah sì, è vero. Devo averlo portato per sbaglio".
"Molto probabile che tu l'abbia portato per sbaglio, tesoro bello, perché non sembra molto probabile che, in un attacco di esibizionismo, il terzo volume del manuale si sia infilato da solo nello zaino" penso, ma taccio pudicamente. Gli altri lo guardano un po' perplessi ma tacciono altrettanto pudicamente: è una classe molto attenta ad evitare attriti interni e dunque niente esortazioni a usare il cervello, domande su cosa si è fumato la mattina a colazione eccetera.
Da notare che prima del colonialismo di fine Ottocento avevo parlato delle rivolte sociali di fine Ottocento, della questione dell'analfabetismo di fine Ottocento e di tante altre cosarelle di fine Ottocento di cui ben difficilmente un manuale di storia di Terza a fine volume si occupa, concentrato com'è su sciocchezze quali la Guerra Fredda, le dittature in Sud America e simili - e ne concludo che con tutta probabilità della prima parte della mia brillante spiegazione Perceval non doveva aver seguito molto.
Ma anch'io taccio pudicamente. Perché anch'io, in quella classe, sto molto attenta ad evitare attriti, visto che che sono sempre così carini e disponibili. 
Anche studiosi, di solito.
(Di solito...)

sabato 17 ottobre 2020

DPCM 13 Ottobre 2020: ma in classe si usano le mascherine?



Com'è abbastanza noto e oggetto di gran commenti ovunque, in questi giorni il numero dei positivi per il coronavirus ha subito un certo qual incremento, al che il solerte governo ha fatto, come del resto era suo dovere, un nuovo DPCM ovvero Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, che contiene misure che si sperano atte a limitare la possibilità dei contagi. 
Tra queste spicca l'obbligo di indossare sempre la mascherina qualora ci si trovi in luoghi chiusi, non adeguatamente areati o in circostanze che impediscano di mantenere opportuno distanziamento.
Di questo DPCM in preparazione si è molto parlato, e ampie indiscrezioni sui suoi contenuti sono state diffuse da giornali e agenzie di informazione.
Per ogni insegnante leggerle e pensare "Ah, dunque gli dobbiamo far tenere in classe fissa la mascherina?" è stato tutt'uno.
Di fatto, prima del DPCM, gli alunni dovevano tenere il malefico e sgradito dispositivo di protezione solo quando si muovevano, mentre quando erano seduti al banco potevano levarla perché (risata omerica in sottofondo) il distanziamento di un metro è garantito
Che poi non sempre è proprio esattissimamente vero ma insomma.

E dopo essersi posto la fatidica domanda ogni insegnante, anche quelli che han preso la laurea e l'abilitazione con la raccolta punti del supermercato, ha concluso che, sì, dovevano: perché una scuola italiana, anche parificata e paritaria e privata, se ne sta su suolo italiano e dunque una legge dello stato italiano la riguarda, anche se il regolamento della scuola non la contempla e non c'è circolare a riguardo - allo stesso modo che di solito le circolari non vietano l'uso di armi da fuoco all'interno della scuola ma non per questo insegnanti e alunni che non han porto d'armi possono circolare col mitra a tracolla al suo interno, esattamente come non possono farlo per la strada o al night club.
Fatta questa considerazione, degna di monsieur de La Pallice, quasi ogni insegnante in cuor suo ha deciso di non tirare la coda al can che dorme ed è andato al lavoro fischiettando con fare casuale e non ha accennato alla questione nemmen di striscio con gli alunni ma ne ha discusso in Sala Insegnanti, dove in linea di massima si è convenuto di aspettare comunque la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, ovvero che il DPCM uscisse dal suo limbo di ipotesi, prima di scodellare nuove regole agli sventurati alunni, anche se qualcuno sosteneva che "prevenire è meglio che curare" e perciò ha affrontato apertamente l'argomento con gli alunni, qualcun altro ha detto invece che "senza circolare non se ne fa di nulla" mentre altri ancora sostenevano che in fondo la circolare era inutile e cosa ci chiedeva la legge si sapeva benissimo, ma era inutile far applicare a forza una legge che ancora non c'era e qualcuno infine metteva in discussione che il concetto di "luogo chiuso" potesse ragionevolmente applicarsi alla scuola di St. Mary Mead, dove al momento acqua e vento entrano liberamente da un tetto che presenta più buchi di uno scolapasta.

Nelle famiglie di St. Mary Mead comunque si deve aver parlato parecchio della spinosa questione, perché in più di una classe gli alunni han cominciato a tenere la mascherina fissa, togliendola solo per mangiare, senza alcuna necessitò per gli insegnanti di affrontare direttamente la questione.
Non tutti gli insegnanti però devono essersi chiusi in un pudico silenzio, e non tutte le famiglie devono aver condiviso appieno in cuor loro le direttive governative e docentesche, perché taluni coordinatori si sono trovati tempestati di chiamate e messaggini vari che criticavano la crudeltà con cui la propria prole era stata sottoposta all'ignobile trattamento di sei ore filate di mascherina "in assenza di una circolare". E se magari l'accorato lamento può avere un senso di per sé (notoriamente le mascherine sono una discreta scocciatura, altrimenti la gente non cercherebbe di sfilarsele con i più improbabili pretesti e ben capisco che per un ragazzo vivace e a sangue caldo possano essere vieppiù scoccianti) il problema della mancanza di circolare mi sembra una gran stupidaggine, stante che la scuola pubblica non è una ambasciata o una nave battente bandiera straniera ma costituisce parte integrante del patrio suolo e le leggi statali al suo interno sono comunque valide, con o senza circolare.
Comunque già il giorno dopo questi incresciosi episodi la circolare della preside Caramell è arrivata. E che circolare! 
Due fitte paginate che riepilogano la normativa sulle mascherine (ovviamente non indicate con il nomen vulgaris, bensì con la ben più solenne definizione di dispositivi di protezione delle vie respiratorie) a partire dagli ormai remoti inizi di Settembre, compresi i casi particolari in cui gli alunni sono esentati dal portarle, cui segue la sobria constatazione di come queste prescrizioni, estese dall'ultimo DPCM a tutti i contesti "al chiuso" pongano la scuola in una situazione di oggettiva difficoltà e una garbata esortazione all'opportunità, da parte di tutti,  di usare equilibrio nell'utilizzo dei dispositivi di protezione eccetera tenendo sempre presente buon senso, necessità e anche esigenze di comunicazione chiara ed efficace, non sempre favorita dall'uso della mascherina - qui misericordiosamente ritornata al suo nome più comune.
Insomma, una perfetta esposizione della buona e cara direttiva del "mah, fate un po' il cazzo che vi pare" spaniandosi nel contempo da eventuali conseguenze perché lei, dopotutto, la normativa ce l'ha ricordata.
Davvero, Ponzio Pilato difficilmente avrebbe saputo far di meglio.

mercoledì 14 ottobre 2020

La nuova, innovativissima didattica DADA - 3 - Cicerone piace a tutti!


Tra i tanti essenziali elementi della Didattica DADA - di cui, pian pianino, per speculum in aenigmate, stiamo cominciando a intravedere qualche dettaglio, c'è la personalizzazione delle aule.
A questo proposito di recente è stato chiesto ai docenti di cercare delle citazioni adatte alle varie materie, e avrebbero dovuto essere trovate nel giro di tre giorni - perché è sempre buona norma secondo la Preside Caramell fare le cose di corsa come se gli Unni siano a un passo dallo sfondare le porte della città, anche quando non c'è fretta alcuna: e infatti la decoratrice che avrebbe dovuto arrivare già due settimane fa, al momento non si è nemmeno intravista.
Abbiamo dunque proposto frasi, di vario genere e ne abbiamo un po' parlato. Poi la Decana della scuola, con un abile colpo di mano sul gruppo di What'sUp ha stabilito che la frase per l'aula di storia sarebbe stata 
(rullo di tamburo)

HISTORIA MAGISTRA VITAE
(Cicerone)

La notizia mi ha lasciato piuttosto perplessa, e corre voce che abbia lasciato abbastanza perplessa anche la Preside.
Così ho preso da parte la Decana e le ho chiesto con soave diplomazia da dove mai avesse cavato una sì orrida pensata, e per giunta pure in latino.
"Sì, certo, in realtà è di Tucidide, ma non mi sembrava il caso di metterla in greco" è stata la risposta.
Ho così appreso non solo che la frase era di Cicerone (cosa di cui ero sempre rimasta beatamente ignara) ma anche che alla base c'era il buon Tucidide, del quale in effetti avevo grande stima ma che, a conti fatti, non avevo mai letto. 
Ma, l'abbia pur detta Tucidide o chiunque altro, ai miei occhi rimane una frase del tutto assurda e mai e poi mai avrei voluta averla in una classe dove lavoravo.
"Ma come ti è venuto in mente di mettere una roba di Cicerone? Cioè, insomma, proprio Cicerone?" ho insistito, facendo vieppiù mostra del tatto impareggiabile che da sempre mi contraddistingue.
"Ma Cicerone piace a tutti!".
E qui sono quasi (quasi) rimasta senza parole.
"Veramente conosco un sacco di classicisti, e mai ne ho sentito uno dire una parola buona su Cicerone. Quanto a me, lo detesto con tutte le mie forze e faccio del mio meglio per ignorare financo il fatto che sia esistito, ma mi rendo conto che è un parere un po' estremista. Però non conosco nessuno, a parte te, che si azzarderebbe a dire che gli piace".
In effetti, che ci sia mai stato qualcuno che ha nutrito un minimo di stima per Cicerone come scrittore è uno dei grandi misteri della mia vita. Ma in questa occasione ho scoperto che nutre tuttora una piccola, e pure agguerrita, schiera di fan.
È seguita una discussione assai colta sulla sintassi di Cicerone, la sua difficoltò di tradurlo (difficoltà di cui, invero, non mi ero mai accorta) e sulle sue caratteristiche stilistico-tecniche, che se non altro ha avuto il pregio di tenerci occupate per un po' con argomenti che non fossero i contagi, i tamponi, il risultato dei tamponi, l'aumento dei positivi eccetera, il che ha recato gran sollievo a entrambe.
Di fatto, è stato un confronto piuttosto civile, anche perché la poverina è rimasta così sbalordita nello scoprire che il suo amato Cicerone era da me tenuto in sì infima considerazione, da ridurre alquanto la sua consueta vis polemica, mentre io faticavo assai a farmi una ragione del fatto che una donna colta, di formazione classica assai avanzata e più che provvista di intelligenza e buon gusto potesse prendere sul serio un tal trombone, tanto da arrivare al punto di volerlo infliggere a dei poveri ragazzini nel pieno dell'età della formazione.

Tuttavia, dopo accorta meditazione e alcuni piccoli eventi ho deciso che non farò alcuna opposizione ad alcuna frase scritta sul muro dalla fantamatica decoratrice qualora costei effettivamente arrivasse e decorasse.
In effetti potremmo anche scriverci, su quelle pareti, Scemo chi legge senza incorrere in alcun discredito nemmeno da parte del più tradizionalista degli osservatori: le pareti van colmandosi di gore di ogni forma e dimensione, e nessuna frase, al momento, sembra destinata a sopravvivere più di qualche ora. Quanto alle decorazioni, Madre Natura sta già provvedendo in tal senso con una ricca fioritura di muffe rosse, rosa, gialline e di altre sfumature cromatiche e tutto ciò ci ha instillato nuove preoccupazioni, qualora non ne avessimo già in numero sufficiente, perché abbiamo alunni e financo insegnanti allergici alle muffe in questione
Tuttavia sono perfettamente consapevole che, se per avventura una qualche frase scritta sulle pareti dovesse sopravvivere alle ripetute inondazioni, di sicuro sarebbe quell'orrendo luogo comune del tutto privo di fondamento (sempre ai miei occhi) che da tanto tempo infelicita l'esistenza di chiunque si ritrovi ad avere a che fare con lo studio della storia. 
Perché Cicerone non piace a tutti, ma a quel che sembra è intramontabile e ha più vite di una colonia di gatti.


Per entrambe le immagini di questo post sono debitrice all'eccellente pagina di Facebook Apostrofare Catilina in senato facendogli sapere che ha rotto il cazzo dove Cicerone non gode di eccessive simpatie.

domenica 11 ottobre 2020

La nuova innovativissima didattica DADA - 2 - Ripassando la tabellina del nove



Una giratempo potrebbe risultare di notevole utilità, per una DADA in spazi ristretti

Nello stato di caos primordiale in cui versa la nostra scuoletta verrebbe da pensare che ogni pensiero relativo alla didattica DADA sia stato accantonato in attesa di tempi migliori.
Errore! L'impavida preside Caramell, dopo aver sostenuto fino all'ultimo che all'inizio dell'anno la DADA partirà, anche se in forma ridotta è poi passata a  la DADA partirà durante l'anno, probabilmente prima di Natale.
Ed eccoci dunque a guardare le planimetrie.
In assenza della Preside, giustamente (perché la Preside, al momento, ci ha Ben Altro da fare, e lo capisco, ma allora perché non si limita a quello? Non mi sembra un momento adatto per mettere nuova carne sul fuoco, ché tra l'altro la pioggia lo sta facendo sfrigolare e la carne non cuoce bene).

Aula di Matematica, aula di Tecnologia, due aule di Italiano, aula di Storia e Geografia...
Come mi sono vantata più volte anche in questo blog, io non sono di quelli che han scelto Lettere perché Matematica non gli riusciva. Io a Matematica ero brava, e avevo la media del sette.
A me i numeri non hanno mai fatto paura. E ho avuto dei bravi insegnanti, che mi hanno insegnato a contare fino a cento. Addirittura, conosco la tabellina del nove.
"Scusatenoi abbiamo nove classi, e ognuna di queste classi fa quattro ore di Storia e Geografia. Quattro per nove fa trentasei, ma noi abbiamo un tempo scuola di trenta ore".
Il problema non è nuovo: già a Febbraio ci avevano spiegato che le aule di Lettere sarebbero state condivise da due insegnanti: e già a Febbraio avevo osservato che ogni insegnante di Lettere aveva un orario di diciotto ore, che moltiplicato per due faceva trentasei - e noi avevamo un tempo scuola di trenta ore.
L'obiezione era stata accolta con interesse, ma qualcuno aveva detto "Ma no, ci hanno assicurato che ogni insegnante di Lettere avrò la sua aula".
A occhio mi sembrava improbabile, visto che le aule a disposizione erano dieci e che non esiste solo Lettere, alla scuola media, ma me ne ero stata zitta perché gestire gli spazi non era un compito che spettava a me - e ne ero ben lieta, perché non mi sembrava che ci fosse modo di venirne a capo.



"Possiamo togliere l'aula di Religione" suggerisce qualcuno "Dopotutto, perché dovrebbe avere una stanza tutta per lui?".
Di nuovo, mi sono chiusa in un dignitoso silenzio. Per quanto mi riguarda non sono esattamente una fan dell'Insegnamento della Religione Cattolica, ma le leggi dello Stato lo prevedono e in un paese chiesino come St. Mary Mead, dove i quattro quinti degli alunni si avvalgono dell'Insegnamento in questione, non credo sia fattibile spostarlo in un sottoscala (e nemmeno legale, a dirla tutta).

Alla riunione successiva l'aula di Arte risulta abolita. Del resto Arte aveva detto sin dall'inizio che non le serviva, perché il laboratorio era grande e spazioso, ma la Preside aveva insistito perché la voleva a tutti i costi.
Tecnologia ha deciso di far sua l'aula di cibernetica (dove andava quasi solo lei, e del resto che cosa ci andrebbe a fare nell'aula di cibernetica un insegnante di Lettere?).
È stato anche deciso di fare una stanza comune per Storia e Religione. L'accoppiata ai miei occhi ha un suo perché, visto che a Storia capita spesso di impicciarsi di religione, soprattutto cristiana, senza contare che diciotto più nove fa ventisette, che è pur sempre possibile infilare in un tempo scuola di trenta ore - anche se non so a prezzo di quale orripilante orario.
Però, davvero, qualcuno dovrebbe regalare una tavola pitagorica alla Preside.

Il meglio però deve ancora venire: perché le aule andranno personalizzate...

giovedì 8 ottobre 2020

School On The Water


Le scuole felici si assomigliano tutte, ma ogni scuola infelice lo è a modo suo.
Alle medie di St. Mary Mead è stato deciso di approfittare della forzata pausa di questa primavera per avviare i necessari lavori di ristrutturazione, che era stato giurato alla Preside Caramell sarebbero stati finiti entro l'inizio dell'anno scolastico.
Non è stato così, naturalmente. E quando mai si è dato il caso che dei lavori siano stati terminati nel tempo stabilito?
Inutile lamentarci: ce lo aspettavamo tutti, e la nostra anima si è rivelata assai profetica.
Al momento dunque, oltre ai vari impacci dati dalle mascherine che non arrivavano, dalle entrate e uscite e intervalli scaglionati, dai patemi innescati da ogni singolo alunno che lamenti un qualsivoglia malessere, fosse pure esistenziale, dal registro elettronico che quest'anno serviva come il pane ma tanto per cambiare è arrivato solo adesso, e la nuova versione funziona male e alla segreteria han sbagliato un sacco di cose eccetera, abbiamo anche la palestra inagibile, l'unico cortile ingombro di impalcature, immani quantità di roba fuori posto per ogni dove, operai ovunque, calcina e detriti appena metti il naso fuori dall'edificio e un gran trapanare che non è di grande aiuto mentre le lezioni sono in corso.

In più abbiamo anche l'acqua corrente.
No, non solo nei bagni. Ovunque, quando piove. E se è pur vero che in Ottobre può capitare che piova, va pur riconosciuto che quest'anno piove molto più del solito.
L'acqua entra dal tetto in riparazione. L'acqua entra dalle nostre ineffabili finestre di cui giù tanto bene ho detto a suo tempo. Corridoi allagati, buona parte delle aule del piano superiore allagate, acqua per ogni dove.
Custodi e muratori che spazzano via l'acqua.
Insegnanti che meditano l'acquisto di un paio di calosce.
Muratori che passano sulle impalcature cantando mentre l'insegnante cerca di spiegare.
Studenti che, ovviamente, salutano i muratori. Vabbé, mi sembra il minimo.
Ampie gore che van disegnandosi su soffitti e pareti.

Questo non è un anno scolastico, è una prova di carattere.

martedì 6 ottobre 2020

Malati illustri e negazionisti a oltranza

 

Un bel gatto ingentilisce qualsiasi post

Uno degli aspetti più curiosi ai miei occhi nell'attuale pandemia è il fenomeno dei negazionisti.
L'Organizzazione Mondiale della Sanita si è spolmonata a lanciare avvisi e allerta e suggerire rimedi (non sempre validissimi, in verità). Scienziati di tutto il mondo si accapigliano notte e giorno sulle origini, il percorso esistenziale e le cure opportune per l'ormai mitico virus. Politici di ogni luogo e di ogni tendenza politica prendono posizioni e provvedimenti di tutti i tipi, con esiti non sempre felici o prevedibili. Più di un milione di individui, più o meno illustri, ci ha ormai lasciato le penne e svariati milioni si sono infettati. In tutto il mondo l'economia ondeggia e traballa.
Tuttavia esistono i negazionisti.
Non giovinetti ignari che negano stragi e massacri lontano nel tempo e nello spazio, ma persone apparentemente in grado di intendere e di volere che assicurano che il Covid sarebbe  un fenomeno ampiamente sopravvalutato, privo di rilevanza e montato dai Poteri Forti per... non ho capito a quale scopo, immagino per dominare il mondo e stabilire una sorta di dittatura universale, preparare la strada all'invasione dei rettiliani o cose del genere.
In tutti i casi i poteri forti che hanno organizzato tutto 'sto casino sono indubbiamente forti, tanto da convincere i giornali e le televisioni di tutto il mondo a fare interminabili articoli e servizi e dibattiti sull'inesistente virus e un sacco di gente, anche molto illustre, ad ammalarsi e financo a finire in terapia intensiva.

Poi ci sono taluni politici, in vari paesi del mondo, che han finito col dare una sorta di valenza politica al fatto di indossare o meno la mascherina e prendere altre elementari precauzioni. Ne abbiamo avuti anche in Italia, ma a onor del vero costoro si sono dimostrati un po' incerti al riguardo e da noi portare la mascherina non è un gesto esclusivamente riservato alle sinistre: per esempio la leader di un partito decisamente di destra sin dall'inizio ha messo la sua mascherina e solo con quella si fa fotografare (in foto invero piuttosto inquietanti dove uno sguardo perennemente corrucciato e combattivo, unica parte visibile del suo viso, incombe sullo spettatore). Probabilmente non è un caso se il suo partito sta crescendo a vista d'occhio nei sondaggi mentre il partito che ha assunto un tono blandamenta antimask va calando.
Negli USA invece la mascherina ha una forte valenza politica: il Buon Repubblicano non la indossa e il suo motto sembra diventato il "Me ne frego!" di memoria fascista*.
Siccome negli USA i repubblicani al momento sono al potere, la pandemia laggiù imperversa in modo più grave che negli altri paesi occidentali. E siccome il virus circola lì con particolare libertà, un bel giorno è successo che il presidente della repubblica, che era il no-mask più no-mask di tutti e sosteneva che il Vero Americano non dà importanza a lievi malanni immaginari, sia risultato anche lui positivo al virus in questione, e varie indiscrezioni tenderebbero a mostrare che se l'è un pochino cercata.
Dopo aver cercato di ignorare e rimuovere con la forza di volontà il triste accadimento, è poi successo che il presidente in questione abbia avuto qualche problema fisico ed è stato perciò ricoverato in ospedale, dove ha cercato in tutti i modi di spiegare che in realtà andava tutto bene, anche attraverso una serie di azioni un tantino sconsiderate, e forse dettate dagli esiti di taluni sondaggi legati alla sua candidatura per il prossimo mandato presidenziale dove il suo gradimento sembrava un tantino calato.

Tuttavia in Italia (solo in Italia, spero) in molti sono convinti che costui non sia affatto positivo al coronavirus, e soprattutto non si sia affatto ammalato e che abbia solo inscenato una pantomima a scopo elettorale. 
Dunque, dopo aver dichiarato ai quattro venti che il virus in circolazione è cosa lieve di cui non mette conto preoccuparsi, costui ha finto di essere ammalato e addirittura di aver avuto una crisi respiratoria.
Siccome non mi era molto chiaro in che modo dichiarare di essere ammalato fosse una mossa utile ai fini elettorali ho chiesto lumi ai sostenitori di questa bizzarra Teoria del Malato Immaginario.
Mi han spiegato che lo scopo sarebbe quello di risvegliare gli istinti protettivi del suo elettorato che quindi si sentirebbe più portato a votarlo perché, poverino, anche lui si è preso il virus (dopo aver evitato con cura di fare alcunché per evitarlo).
L'essersi ammalato, secondo questa teoria, starebbe a dimostrare NON che colui sia stato   imprudente (che per un uomo politico chiamato a gestire un paese non sembrerebbe 'sto gran titolo di merito), ma bensì che anche lui è un uomo fragile, povera creatura in balia della sorte,  ma che cerca comunque di affrontare la situazione con coraggio. Il quale coraggio, mi sembra, sarebbe certo una nota di merito se costui avesse cercato con tutte le sue forze di evitare il contagio pur rimanendone vittima nonostante le precauzioni messe in atto, mentre a me sembrerebbe piuttosto un tentativo ostinato di mostrarsi fedele all'idea che "il coronavirus è roba da perdenti, e chi lo piglia è una scamorza".

Non so, probabilmente sono io che non capisco un accidente di politica e di campagne elettorali, ma non mi suona molto credibile.
Insomma, continuo a pensare che costui si è ammalato davvero e non abbia simulato alcunché.




* mi riferisco qui al fascismo storico italiano, dove peraltro il motto non è mai stato associato ad epidemie di sorta.

venerdì 25 settembre 2020

Peregrinaggio di tre giovani figliuoli del re di Serendippo - Cristoforo Armeno



Il libro che vado oggi a presentare per il Venerdì del Libro di Homemademamma non è esattamente un classico di quelli di cui tutti, ma proprio tutti, han sentito parlare almeno alla lontana.
Anche nella mia vita in effetti è entrato quasi per puro caso - il che gli si addice molto.
Le coincidenze infatti non sono tutte uguali, e ne esistono di particolarmente fortunate e curiose: quando ti avviene di trovare una cosa mentre ne cercavi un altra, per esempio, oppure quando un curioso gioco del caso avvia una strada completamente diversa da quella che intendevi percorrere e dove avrai gran successo e riconoscimenti - ed è una trama molto comune e molto amata.
Tutto ciò ha un nome strano, che a sua volta ha una storia lunga: serendipity (in italiano serendipidità).
Anni fa, nel blog dedicato ai film dello Hobbit, si addivenne appunto a parlare di serendipity - che, se vogliamo, non è proprio il primo argomento che ti viene in mente leggendo quel libro. Eppure, racconta Gandalf nelle appendici del Signore degli Anelli, lui incontrò per caso Thorin Scudodiquercia all'osteria del Puledro Impennato (o del Cavallino Inalberato, nella nuova traduzione): un incontro casuale, diciamo noi nella Terra di Mezzo - e fu così che, cercando di recuperare il tesoro di Smaug, capitò quasi per caso di ritrovare l'Unico Anello, che nessuno stava cercando perché nemmeno si sapeva che era andato perduto: un vero caso di serendipity, se mai se ne vide uno.
Insomma, non ricordo come mai si parlasse di serendipity ma qualcuna spiegò che era una parola che derivava da questo testo del Cinquecento, e raccontò di come lo avesse letto traendone gran piacere.
Rimasi un po' interdetta, perché mai e poi mai ne avevo sentito parlare, e decisi di cercarlo.

L'edizione qui raffigurata al momento è l'unica in Italia (ma una parte del testo si trova anche in rete). Non è un testo economicissimo (35 euro) ma nemmeno improponibile, così lo comprai e questa estate l'ho letto facendo una interessante serie di scoperte: per esempio che non si trattava, come credevo (non so perché), di una storia bizantina di formazione, ricca di avventure: Bisanzio non c'entra niente, di azione non ce n'è poi molta, ma si tratta invece di un classico della letteratura persiana a sfondo assai filosofico.
Anche la nascita della parola serendipity è assai curiosa. Viene da Serendippo, che è l'antico nome... dello Sri Lanka alias Ceylon. D'accordo, in quegli anni avevamo dei problemi piuttosto seri con la traslitterazione dei nomi arabi, visto che abbiamo trasformato Abū al-Walīd Muhammad ibn Ahmad Ibn Rushd in Averroè, ma partire da Ceylon per arrivare a Serendippo   mi sembra richieda comunque una bella fantasia.
Ad ogni modo, verso la metà del Cinquecento, il signor Cristoforo Armeno, di cui non sappiamo praticamente nulla, tradusse dal persiano questa storia in un periodo di gran caldo in cui non aveva evidentemente voglia di uscire, e poscia la pubblicò a Venezia per i tipi dell'editore Michele Tramezzino nel 1557.
Si tratta quindi di un testo di letteratura italiana, scritto nell'italiano dell'epoca e può darsi che qualche manuale di storia della letteratura italiana ne parli, ma dubito assai che sia citato nemmen di striscio nei manuali scolastici. Eppure dovrebbe, perché ebbe un certo successo e fu attraverso questa traduzione che giunse per la prima volta in Europa la storia de le Sette Principesse, capolavoro indiscusso del celebre (per i persianisti, si capisce) Nezami di Ganjè, poeta persiano del XII secolo; il Pellegrinaggio comunque traduce e riadatta una fonte successiva dove la storia è un po' diversa.
Lo scritto di Cristoforo Armeno, in barba ai manuali scolastici di letteratura italiana, ebbe la sua brava diffusione, tanto che nel 1719 un tal de Mailly lo tradusse in francese. Questa traduzione qualche decennio dopo finì poi nelle mani di Horace Walpole che inventò la parola serendipity - e va riconosciuto che per arrivare a questa parola partendo dallo Sri Lanka il cammino è stato lungo, tanto più che nel Pellegrinaggio di Serendippo si parla solo per dire che era il regno del protagonista, più esattamente del padre dei tre protagonisti.
Di tutto questo l'introduzione di Renzo Bergamini non dice molto, concentrandosi per lo più su complesse questioni editoriali di cui ho smesso ben presto di cercare di venire a capo. Quanto al commento, non è in alcun modo da considerarsi un aiuto alla lettura ma al più un compendio sulla grammatica del Cinquecento, in quanto spiega con grandissima dovizia di dettagli le costruzioni appunto grammaticali e sintattiche del testo - no, non nel senso che le traduce in italiano corrente, ma che dice come si chiamano in grammatichese stretto - una roba, insomma, che al lettore medio interessa men che zero, tanto più che se con l'italiano del Cinquecento ti arrangi non ti serve a nulla se non ad annoiarti in sommo grado, e  se invece l'italiano antico non lo mastichi troppo ti serve ancor meno. 
Siamo d'accordo che la Salerno editrice si rivolge agli addetti ai lavori, ma un po' di inquadramento e di analisi dei topi letterari ricorrenti potevano anche darla, in cambio di 35 euro.

Fatta questa micidiale introduzione storicoculturalstoricobocciofila, passo a raccontare la storia, o meglio le storie.
Infatti si tratta di un racconto a cornice; i tre figli del re di Serendippo hanno la loro storia, nel corso della quale gli viene raccontata una seconda storia che a sua volta contiene sette racconti. La storia della seconda cornice, quella che copre la maggior parte del testo, ruota  intorno a un re malmesso in salute che, su consiglio dei tre saggi figliuoli del re di Serendippo, decide di curarsi con la cromoterapia: ogni giorno in un palazzo di un colore diverso, appositamente fatto costruire per l'occasione, e tutti i servi, il re stesso, la sua famiglia, la bella vergine incaricata di intrattenerlo per quel giorno in lieti conversari e il saggio incaricato di raccontare una storia, (questi ultimi diversi ogni giorno) tutti quanti insomma, vestono nel colore del palazzo, che naturalmente non è scelto a caso ma richiama un metallo, un pianeta, un giorno della settimana... insomma, lo sappiamo tutti come sono costruite queste cornici, ma quand'anche non lo sapessimo questo racconto è lì a spiegarcelo.
Alla fine della cura il re è di nuovo in perfetta forma, rimedia a un errore del passato e i tre giovani serendippini tornano a casa dove li aspettano belle spose (una guadagnata nel corso della vicenda), un padre affettuoso e ricche prospettive per il futuro.
Le sette storie incastonate nella seconda cornice sono belle e assai varie. Per giunta in appendice abbiamo anche l'originale delle Sette Principesse - tradotto in italiano corrente, e quindi molto più facile da leggere, così possiamo studiare le differenze. Già che ci sono, ne anticipo una: nella versione di Cristoforo Armeno, che era cristiano, i re e principi e protagonisti vari sono tutti rigorosamente monogami, nel racconto persiano un po' meno.
Ad ogni modo è divertente sia leggere le storie originali che quelle alterate, perché entrambe hanno tra l'altro il piacevole gusto della novità: al massimo troviamo qualche vago elemento fiabesco di nostra conoscenza, ma si tratta di sette storie decisamente nuove ad occhi occidentali, e anche molto diverse tra loro.
La serendipità si annida comunque nella cornice iniziale, quando si racconta dei tre bravi e virtuosi figli di del re di Serendippo. Il padre li aveva presi da parte, uno per uno, dicendogli che aveva deciso di lasciargli il regno per ritirarsi a vita privata ché era stanco. Il primo risponde virtuosamente "Padre mio che dite, siete ancora assai prestante e baldo, di succedervi se ne parlerò quando morirete ma non c'è nessun motivo di affrettarvi a farlo, tanto più che io sono ancora giovane, inesperto e assai bisognevole di imparare e non saprei certo gestire un regno", mentre il secondo e il terzo oltre a dargli la stessa risposta aggiungono che il trono spetta al fratello maggiore, che tra l'altro è molto più saggio e adatto a regnare di loro.
Molto compiaciuto della saggezza, modestia e virtù dei suoi tre figliuoli, il re di Serendippo si mostra invece assai adirato e li caccia via dal regno. 
Così i tre si avviano, e dopo qualche giorno incappano in un signore che aveva perso il suo cammello. Assai premurosi, i tre giovinetti gli descrivono molto dettagliatamente il suddetto cammello, il suo carico, cosa aveva fatto e dove il signore avrebbe potuto trovarlo: ma siccome la descrizione del cammello e del carico risulta esatta al millimetro ma il cammello non si trova, i tre vengono arrestati per furto.
La storia andrebbe a finire male se non fosse che il cammello, andandosene per i fatti suoi, viene preso, riconosciuto e restituito al suo legittimo proprietario. I tre giovani, una volta liberati, vengono richiesti di come mai avessero potuto indovinare tante cose su quel cammello che non avevano mai visto e passano a spiegare le loro deduzioni - che al lettore occidentale del XXI secolo risuonano talvolta decisamente strane, ma che gli ascoltatori dell'epoca trovano invece assai sennate. Così i tre finiscono a fare i consiglieri del sultano o visir o quel che è del luogo e continuano a fare deduzioni, sempre più strampalate e sempre più confermate dai fatti. Come da una serie di deduzioni basate sulla logica e le credenze del tempo (ma che ricordano molto le tecniche deduttive di Sherlock Holmes, e anche la prima scena del Nome della Rosa, dove Guglielmo da Baskerville descrive mirabilmente un cavallo che non ha mai visto appunto sulla base della cultura dell'epoca - e immagino che Umberto Eco il Pellegrinaggio l'avesse letto) si sia arrivati al concetto di serendipidà proprio non saprei dire, ma insomma è andata così.
Comunque si tratta di una lettura piacevole, insolita e assai acculturata e perciò la consiglio a chiunque per avventura passasse da queste parti.

venerdì 18 settembre 2020

Manuale del Perfetto Insegnante - I Veri Problemi della Scuola

Dice che è pieno di gente che apprezza Cicerone - io comunque non ne conosco nessuno 

In occasione della presente pandemia in tanti avvertono l'inderogabile e assoluta necessità di far luce, una volta per tutte, sui Veri Problemi della Scuola, e su questo scrivono ogni giorno lunghissimi articoli e fan grande sfoggio di eloquenza per radio, in televisione e sui social.
Si tratta però quasi sempre di gente che la scuola la conosce solo per sentito dire e si diverte a friggere e rifriggere la solita lista di luoghi comuni e frasi fatte, dove purtuttavia, in mezzo a strabilianti quantità di ciarpame, frugando e rimestando con cura si riesce a trovare qualche barlume, qualche accenno, qualche seme di un pur minimo valore.
Ma io, che nella scuola ci lavoro da tanti anni, e che dunque la conosco bene, sì, proprio io, passerò ora ad elencare i veri problemi della scuola. Chi meglio di me può conoscerli?
E dunque eccomi pronta ad elencare una picciola lista che contenga i Veri e Reali Problemi della Scuola, primo tra tutti quello di essere composta e frequentata e assediata per ogni dove da una immane quantità di idioti scervellati e del tutto incapaci - non soltanto di capire i Veri Problemi della Scuola, ma incapaci punto e basta.
Mapperpiacere, è talmente chiaro! Se non ci arrivate siete davvero tonti.
Ma per vostra fortuna ci sono qua io, pronta a illuminarvi.

E andiamo ordunque a cominciare dalla desolante condizione degli edifici scolastici.
Edifici vetusti e cadenti, che disonorano un paese dove tutto, al di fuori delle scuole, è pulito, perfetto e scintillante.
Ciarpame, tutto ciarpame da radere al suolo e ricostruire con criteri ben più validi. Ampie vetrate, grandi saloni, parchi fronzuti e dilettevoli giardini dove gli studenti possano intrattenersi in lieti conversari durante gli intervalli; non più mense spartane ma eleganti sale di ristorazione dove gli alunni possano gustare i migliori prodotti della nostra produzione locale, con eleganti menu a base di cibo biologico cucinati con quel tocco creativo che è tipico dei grandi chef. Laboratori aggiornati (tanti, tanti laboratori. I laboratori sono essenziali per ogni materia) dove attrezzature e utensili di nuovissima concezione possano consentir loro di dedicarsi alla ricerca, alla sperimentazione e alla creatività. 
Ma insomma, è mai possibile che laddove tanti studenti nei paesi più poveri si ritengono fortunati ad avere carta e penna e qualche libriccino, i nostri alunni e insegnanti passino il loro tempo a lamentarsi perché non hanno il computer più aggiornato, lo smartphone di ultima generazione, le attrezzature più innovative? Ragazzi abituati ad avere sempre tutto, insegnanti che senza dispositivi informatizzati non san più lavorare perché non hanno più la capacità di parlare ai ragazzi e sanno solo nascondersi dietro a gadget e giochini. 
Cosa vorrebbero, le lezioni pronte e impacchettate? Comoda, quest'idea di accendere un qualsivoglia dispositivo digitale e lasciar fare a quello tutto il lavoro. Il Vero Insegnante sa incantare i suoi alunni anche con un fuscello per scrivere sulla sabbia! Socrate aveva forse i tablet? E verreste forse a dirmi che siccome non li aveva non era un vero insegnante? 
E poi, tutta quell'informatica deforma i cervelli dei ragazzi, che disimparano a pensare. Niente più ragionamento autonomo, solo tanti piccoli zombie abbrancati ai loro dispositivi elettronici, schiavi dei videogiochi, incapaci di lavorare altro che col copia&incolla. Poveri giovani disadattati, ed è tutta colpa nostra.
Davvero, come si può pensare di gestire una scuola senza tablet?
Davvero, come si può concepire una scuola in balìa dei tablet e di tutte quelle diavolerie digitali?

Classi piccole, finalmente! Basta con le classi di 37, 30, 25, 20, 18, 16, 15 allievi. Ecché, le nostre scuole non devono essere batterie per polli d'allevamento! Classi piccole, piccole, piccole. Massimo massimo dodici, meglio dieci alunni, ma forse meglio ancora sarebbero otto. Se avessimo avuto solo classi di otto alunni, il coronavirus non ci avrebbe obbligato a chiudere le scuole nemmeno per mezza giornata!

La scuola è troppo costosa. Troppo personale, prima di tutto. Prima che intervenisse la saggia riforma Gelmini-Tremonti, il rapporto docenti alunni in Italia era tra i più alti del mondo, finalmente adesso è ritornato nella norma, anche se gli insegnanti, ahimé, sono quello che sono e soprattutto fanno ben poco e quel poco lo fan davvero male, schiavi come sono della mentalità tipica degli statali che li spinge a lavorare il meno possibile e attaccarsi al sia pur minimo pretesto medico per restare a casa per settimane e mesi, e pronti ad andare in pensione il prima possibile.
Per la scuola spendiamo davvero troppo poco, abbiamo pochissimi insegnanti e quei pochi sono ignoranti, malformati e incapaci. Dobbiamo avviare un grandioso e rutilante programma di formazione pedagogica, psicologica, informatica e soprattutto dargli una formazione aggiornata nelle materie che insegnano. Basta sanatorie, graduatorie a scorrimento, abilitazioni ancora valide dopo vent'anni!
Sempre sui costi della scuola, abbiamo davvero troppi bidelli. Dopotutto, a cosa servono i bidelli? Chi mai ha sentito la necessità di un bidello, o ha mai visto un bidello fare alcunché di valido per la scuola? Appaltiamo le pulizie a ditte esterne, almeno risparmiamo!

Non ci sono più bidelli, i nostri bambini non sono sorvegliati e di conseguenza finiscono per essere costretti a fare l'intervallo in classe, in barba alla più elementare decenza didattica, ormai ci manca solo di legarli al banco. I bidelli  sono figure importanti per la crescita psicologica dei bambini, ma soprattutto sono utilissimi all'interno della scuola e fanno una vera infinità di cose senza le quali tutto diventa complicato. E poi, 'ste ditte di pulizia con gli appalti risicati all'osso, pieni di lavoratori sottopagati, sfruttati e vessati - e alla fine le scuole sono più sporche di un tempo. Rivogliamo i bidelli!

La scuola non trasmette più i valori. Gli insegnanti, barricati dietro i loro complementi predicativi del soggetto e la loro tavola periodica, abdicano al loro ruolo di Educatori e dimenticano di essere modelli ed esempi per i loro alunni, ignorando che han davanti dei ragazzi vivi, in cerca di una guida che li aiuti ad orizzontarsi in una società in continuo cambiamento e irrimediabilmente immersa in un rozzo materialismo dove l'unica cosa che conta sono i soldi e nessuno pensa più ai sentimenti e al rispetto degli altri. Non è questa l'Italia che i nostri nonni ci han lasciato, quando sono saliti sui monti a fare la Resistenza!
La scuola non trasmette più il Sapere. Gli insegnanti si gingillano con i principi cardine della costituzione, perdon tempo a fare l'educazione all'affettività, trascurano il programma per imbastire continui laboratori sulla tolleranza, il rispetto della diversità, l'apertura all'Altro, la gestione delle emozioni. E alla fine i ragazzi escono da scuola e non sanno niente, han passato gli anni a baloccarsi e a fare giochi di ruolo e si son fatti due palle così con questa lagna della Resistenza, che insomma ormai son passati settantacinque anni, è tutta roba morta e sepolta. E sono sempre a giro, agli Uffizi, all'acquedotto, al laboratorio geologico, al congresso di archeologia, a Malta, al Parlamento, a Bruxelles, in Botswana a fare il gemellaggio, in giro per le strade coi ragazzi del gemellaggio con il Botswana, ma quand'è che studiano? Niente di strano che quando escano dal liceo non sappiano nulla!

Perché sono ignoranti, ammettiamolo. Si vedono cose incredibili, gente che esce dal liceo scientifico e non ha mai manovrato un acceleratore di particelle, gente con diploma di Geometra che è incapace di progettare una centrale termonucleare, gente che esce dall'Informatico e non sa nemmeno fare una rete in 5G. E ogni anno diventano più ignoranti.

Gli insegnanti sono assolutamente inadeguati. Antiquati, polverosi, vecchi decrepiti e incartapecoriti, lavoratori fragili e pronti a cadere al primo stormir di fronda. Tra le loro peggiori colpe c'è il rifiuto di aggiornarsi e il loro disperante deficit digitale, è già un miracolo se rinunciano alla lastra di pietra e allo scalpello e si adattano a usare e far usare carta e penna. 
Insegnanti nemici della tecnologia, che vedono in ogni cellulare un nemico, in ogni computer un demonio e che se gli parti di bluetooth immagino che sia un treno azzurro che fa il segnale.
Insegnanti attaccati come ostriche a regole antiquate. Insegnanti che sciorinano contenuti che erano già superati al tempo dei dinosauri. 
Insegnanti che non fanno più i riassunti, le espressioni, le tabelline. Insegnanti che fanno solo i riassunti, le espressioni, le tabelline. Insegnanti che spiegano troppo o troppo poco, insegnanti che non interrogano mai e insegnanti che non fanno altro che interrogare, insegnanti che vanno troppo veloci, troppo lenti, a velocità troppo costante, a ritmo troppo irregolare. Insegnanti troppo noiosi, insegnanti troppo allegri, insegnanti troppo innovativi, insegnanti troppo materni. Insegnanti troppo giovani, anche. Insegnanti che, in ogni caso, non fanno mai niente se non danni.

Il latino, poi. Ma insomma, è possibile abbandonare così il nostro retaggio e le nostre radici? Si sa, il vero problema di base, la radice di ogni male, è stato abbandonare lo studio del latino alle medie, da allora è stato tutto un decadere. Che ne sarò di noi se dimentichiamo le radici del pensiero occidentale? O forse qualcuno pensa sul serio che si possa affrontare il mondo armati solo di un po' di modeste cognizioni su come si configura un cellulare?
La matematica poi è un disastro. Ma è mai possibile una cultura ancora così disperatamente avvinghiata solo e soltanto al mondo delle lettere? Le materie scientifiche sono neglette e trascurate, per forza i nostri ragazzi sono così indietro nelle classifiche internazionali. E come possono trovare un lavoro e farsi una carriera armati solo di un po' di latino?
I nostri ragazzi non sanno più fare un tema. Sissignori, un semplice tema. Fanno analisi del testo, descrizioni oggettive e soggettive, improvvisano testi narrativi ma gli manca la Base dello scrivere: il Tema.
Oh, il Tema: la maledizione della scuola italiana. La disperazione di vederli ancora fare i temi, sul foglio protocollo a colonne, a scrivere paginate su un argomento astratto di cui non gli importa un accidente. Ma è mai possibile, giunti ormai al terzo millennio, perdere ancora tempo col tema?

La verità è che la nostra scuola non è più selettiva ed esigente. Gli alunni escono dal loro lungo (troppo lungo: a cosa serve il quinto anno delle scuole superiori, qualcuno è in grado di spiegarmelo?) percorso di studio senza conoscere altro che minime nozioni. Ahimé, non studiano. E perché mai dovrebbero studiare? Tanto sanno benissimo che, comunque vada, saranno promossi. Com'è noto, è tutta colpa del '68 e del sei politico. I danni sono andati crescendo e ormai stiamo toccando il fondo dell'abisso e siamo circondati per ogni dove da ragazzi impreparatissimi, e per di più assolutamente presuntuosi e convinti di sapere tutto.
La scuola italiana ha un tasso di dispersione scolastica abominevole. Il meccanismo freddo e spietato della selezione lascia troppi ragazzi indietro. Non c'è inclusione se non a parole, e i più deboli vengono abbandonati al loro gramo destino con assoluto menefreghismo. Troppi, troppissimi ragazzi non arrivano nemmeno a prendere il diploma e le nostre percentuali di laureati sono ridicole. L'ascensore sociale è bloccato. La scuola serve ormai solo ai figli di papà.

La colpa, naturalmente, è soprattutto dei genitori. Genitori troppo protettivi, sempre pronti a insorgere in difesa dei loro pargoletti al primo arrivo di una insufficienza, del tutto intolleranti verso qualsiasi anche minima pretesa di vederli collaborare con la scuola, e assolutamente refrattari verso la disciplina. Del resto è noto che anche una semplice nota sul diario o un compito a casa un pelino più impegnativo ormai creano sommosse e tumulti. E purtroppo i presidi li appoggiano sempre, questi genitori sconsiderati che ormai da tempo hanno abdicato al loro ruolo educativo e non sanno imporre il benché minimo paletto, ma anzi si atteggiano a fare gli "amici" dei figli, dimenticando che la funzione dei genitori è tutt'altra.
Genitori freddi, intolleranti, preoccupati solo del voto e di confrontarlo con quello del compagno di banco. Genitori che non vengono nemmeno sfiorati dal pensiero che i loro figli non sono delle macchine per voti, genitori interessati solo allo svolgimento del programma, qualsiasi cosa succeda, sempre pronti a lamentarsi che l'insegnante perde tempo ed è troppo tollerante con gli alunni in presunta difficoltà e non sa invece valorizzare le eccellenze che ha davanti. Genitori schiavi della macchina del successo, dei falsi valori dei nostri tempi, che si interessano solo al voto senza cercare di capire i problemi e le difficoltà della creatura in crescita che hanno in famiglia. Genitori insensibili, egoisti, mai contenti, interessati solo ad avere macchine lussuose, andare dal parrucchiere, stare dietro al lavoro.

E dunque, una volta elencati i problemi - quelli veri, quelli reali - la soluzione si presenta spontaneamente agli occhi di chiunque e non vi è chi non la veda.
Dopotutto, è molto semplice.

lunedì 14 settembre 2020

La preoccupevole e istericissima tregenda della riapertura delle scuole - 3 - Hic Rhodus, hic salta

 



Prima di andare a letto ieri sera, verso le undici, in uno scrupolo in cui albergava una buona parte di nevrosi, sono andata a guardarmi la posta della piattaforma, in questi giorni assai frequentata da mail che dicevano tutto e il contrario di tutto per poi essere rimpiazzate da nuove mail che dicevano tutto e il contrario di tutto su entrate, uscite e intervalli.
Senza grande stupore ho trovato una nuova mail: la prof. Lamponi aveva preparato una presentazione in slide del nuovo regolamento di entrate e uscite e la referente di plesso ci pregava ove ciò fosse possibile, di presentarla ai ragazzi nella prima ora.
"Uff, facciamo che la scarico domani" ho detto in un insolito attacco di buon senso, ricolma comunque di ammirazione per lo zelo della prof. Lamponi nonché per la mirabile dedizione della referente di plesso che alle dieci di Domenica sera era ancora a inviare mail.
Stamani alle sette e tre minuti eccomi lì pronta a scaricare la presentazione prima di uscire.
Sorpresa! Durante la notte la prof. Lamponi aveva corretto alcuni errori e alle sette e due minuti la referente ci aveva mandato la nuova copia corretta.
Sempre più ricolma di ammirazione per la mirabile dedizione delle mie colleghe ho scaricato la nuova versione riveduta e corretta per poi sfrecciare sul mio scooter verso la scuola.

La scuola si presenta abbastanza caotica - non scordiamo che, oltretutto, ci abbiamo pure i lavori di ristrutturazione ancora in corso. Entro dall'ingresso principale, stavolta affollato da alunni mascherati e tutt'altro che distanziati che mi salutano allegramente.
Vengo accolta da custodi mascherati e a me sconosciuti si presentano con bel garbo. In Sala Insegnanti il palletico regna sovrano. 
Dopo attente ricerche ritrovo la mia Borsa da Classe e ci infilo quel che devo infilarci (ad esempio una bacchetta nuova: maio iniziare l'anno scolastico senza una nuova bacchetta).
La Preside è passata a salutarci e ci spiega che quest'anno si sente molto più agitata dell'anno scorso, che pure era il suo primo anno lì. Non possiamo che comprenderla: anche noi ci sentiamo molto più agitati dell'anno scorso e del nostro primo anno e financo del giorno della nostra prima supplenza.
Con assai scarsa sorpresa prendo atto che le mascherine per noi non sono ancora arrivate. Immagino che sia già da considerarsi un miracolo che qualcuno abbia comunque raccattato una piccola fornitura per il folto personale di custodia. Ma, ci assicura Arcuri "le mascherine arriveranno". Aspetto con ansia quel giorno, perché sono sicura che avverrà ad epidemia ormai conclusa.

Raggiungo la mia amata non più Seconda ma Terza Brillante. Saluti, un po' di chiacchiere. Nel complesso sembrano buoni e bravi e rassegnati.
A questo punto ci sarebbe la presentazione da caricare sulla LIM ma...
Accendo il computer. Mi chiede la password, gli do la password... me la risputa dietro.
Dopo attente ricerche scopro un piccolo adesivo che indica 1) la nuova password e 2) che devo entrare come "ospite" e non più come "docente".
Perché ci hanno mandato molte mail, durante queste due settimane, ma sospetto che ancor più siano quelle che non ci hanno mandate. 
Collego la LIM. Cerco il telecomando per accendere la LIM. Non lo trovo. Non lo trovo da nessuna parte. Accendo la LIM manualmente...
Dopo svariati minuti di combattimento all'arma bianca, assistita da incoraggiamenti e consigli da parte dei ragazzi che non possono venire da me per aiutarmi, la LIM parte e dopo numerose insistenze del computer per farmi abbonare, registrare, inizializzare e non so che altro ad uno stupido programma per il quale non nutro alcun interesse, la presentazione parte e viene mostrata, illustrata e commentata.
Siccome è la Terza Brillante, alla fine riesco anche a fare un pochino di riepilogo e di programmazione per i prossimi giorni, e il tutto si chiude con l'intervallo, che quest'anno ha una scansione piuttosto bizantina, di quelle che ti porta inevitabilmente a concludere che c'è una congiura ai tuoi danni per rifilarti il maggior numero di intervalli possibili, chiunque tu sia.

In Prima invece non c'è il computer, e dunque niente presentazione. In compenso prima avevano avuto per due ore l'autrice della presentazione, quindi erano comunque informatissimi. 
I poverini sembrano un po' provati: il primo giorno delle medie è sempre traumatico, ma quest'anno è davvero una esperienza formativa.Così ho ripiegato su un po' di conversazione informale e l'ora è passata piuttosto bene - aiutata naturalmente da un lungo intervallo. 

Concluso dunque il mio insegnantesco dovere riapprodo in Sala Insegnanti dove sistemo un po' di carabattole e cerco invano i due libri di testo delle prime. Mentre sono impegnata nell'infruttuosa ricerca intrasento una conversazione tra la Custode Decana e una collega.
"Via, prof, cerchiamo di essere positivi..."
Inorridisco "No, no, NO! Non dobbiamo cercare di essere positivi, anzi dobbiamo cercare con tutte le nostre forze di essere negativi al massimo!" insorgo.
Finiscono per darmi ragione "Ma possiamo almeno cercare di essere costruttivi?".
"Certamente" concedo "Anzi, ritengo che sia nostro dovere esserlo. Ma sempre da negativi!".
Su questa nota demenziale si chiude per me il primo giorno di scuola.
Voglio essere negativa, sempre negativa, fortissimamente negativa

L'anno scolastico è iniziato, evviva l'anno scolastico.