Il mio blog preferito

venerdì 24 novembre 2017

La via del male - Robert Galbraith

Ebbene, è la Rowling. Non potrei mai dire male di J.K. Rowling, cui devo tanta riconoscenza e che tanto apprezzo come scrittrice. Davvero, non oserei
E tuttavia, lo ammetto, se non ci fosse stata di mezzo la Sua augusta penna questo libro lo avrei scansato come la peste, e a metà della terza pagina mi stavo seriamente domandando se mi conveniva continuare.
Naturalmente è scritto bene. E quando mai J.K. Rowling scrive male? Non certo qui.
Ma, lo ammetto, i serial killer non li reggo proprio. Lo so che è un genere che va di moda e che oggi usa immedesimarsi anche nel loro punto di vista; e so anch'io che ci sono libri dedicati a serial killer che hanno venduto milioni e milioni di copie. Non grazie a me, comunque. 
E' un genere di cui mi sfugge il fascino. Che cavolo me ne frega di immedesimarmi in un serial killer? Non lavoro nella polizia, che per lavoro è tenuta ad occuparsene, e per mia fortuna non ci ho mai avuto a che fare (altrimenti non sarei qui a scrivere). So che non si dovrebbe mai dire "mai", ma, ecco, non è un tipo di personalità che riesce a far risuonare alcuna corda nel mio animo e non riesco proprio a immaginarmi in quei panni.
Terroristi? No, non è il mio genere, ma chissà, in circoostanze del tutto diverse avrei potuto ritrovarmici. Omicidi plurimi e aggravati? Oh, nella mia mente ne commetto in quantità. Ma mi serve pur sempre un motivo.
D'accordo, anche i serial killer hanno i loro motivi - il primo, par di capire, è che uccidere gli piace. Ma insomma, non so che farci, proprio non mi ci ritrovo.
Detto questo, per amore di J.K. Rowling ho letto anche il libro che qui vado a presentare, e che appunto parla di un serial killer; non solo, ma passate le prime pagine non è stato un sacrificio. 
Del resto anche quelle prime spiacevoli (per me) pagine hanno un loro perché, come anche aver scelto sì sgradevole (per me) soggetto è proprio da quelle prime pagine che impariamo subito che nel mirino del serial c'è Robin, la segretaria e assistente di Cormoran Strike. E non solo è nel mirino, ma è pure sotto stretta sorveglianza, e da parecchio tempo Stavolta l'insidia è, letteralmente, dietro l'angolo di casa. E lei non ne ha la minima idea. Cormoran ci arriva, a un certo punto, ma per un bel pezzo nemmeno lui si rende conto di quanto è effettivamente vicino il pericolo - anche perché, se se ne rendesse conto subito, il romanzo finirebbe verso pagina 40, circa a un quindicesimo del suo percorso.
Anche la scelta del tipo di assassino, ripensandoci, ha un suo perché, strettamente legato alla trama interna del romanzo, quella che riguarda i due investigatori
Del resto, cosa c'è di più apparentemente illogico e apparentemente imprevedibile di un serial killer?

Ma andiamo per ordine.
Un bel mattino Robin riceve un pacco prima di entrare in ufficio. Firma la ricevuta, entra, avvia la solita trafila di quando inizia la giornata lavorativa Poi apre il pacco.
Il pacco contiene una gamba. In pratica, un pezzo di cadavere.
Sul cadavere sono tatuati i versi di una canzone, che Cormoran conosce molto bene e che formano una delle piste dell'investigazione, quella che conduce alla sua defunta madre (il romanzo trabocca di citazioni musicali, soprattutto dalle canzoni dei Blue Oyster Cult; che sarebbe un pregio, non fosse che qui in Italia il culto dell'ostrica azzurra non è stato mai molto diffuso, pur essendo costoro un degnissimo gruppo musicale).
Ci sono altre due piste, legate pure quelle al passato di Cormoran. Del resto la gamba è stata mandata a lui, e chi spedisce gambe tagliate presumibilmente non è persona che si raccomandi per il suo perfetto equilibrio mentale. Si tratta dunque di risalire agli squilibrati più squilibrati tra i molti con cui Cormoran ha avuto a che fare nel suo complesso passato - e sono un bel campionario, scopriamo. 
Il risultato della scrematura sono tre individui, uno più sgradevole dell'altro, che non hanno assolutamente nulla che li raccomandi all'indulgenza o all'interesse del lettore. Costoro a loro volta hanno avuto una vita piuttosto movimentata, contrassegnata da cambi di identità e di indirizzo. Tanto per intendersi, si tratta di gente deprimente e depressa, e gli ambienti in cui si svolgono le indagini somiglia molto ai punti più deprimenti del Seggio Vacante - o,  per chi gradisse un paragone più potteriano, è come passare qualche centinaio di pagine in casa Marvolo, l'adorabile ramo materno della famiglia di Voldemort.
La ricerca è complicata - ancor più complicata dal fatto che la polizia, che si sta attivamente occupando del caso, non gradisce interferenze, ma che le interferenze da parte dell'agenzia sono rese necessarie non tanto da delicate questioni di onore professionale, bensì perché i clienti si stanno volatilizzando come neve al sole e l'agenzia in questione rischia la morte per inedia.
Cormoran combatte una sua battaglia privata non solo per rintracciare l'assassino, ma anche perché Robin resti il più possibile fuori dalle indagini, che stavolta possono rivelarsi molto pericolose per lei.
Robin a sua volta combatte con tutte le sue forze per non essere lasciata fuori dalle indagini per una serie di motivi che vanno chiarendosi solo molto lentamente (anche se ne abbiamo intravista qualche traccia nel romanzo precedente).
Nel frattempo il lettore viene abilmente depistato dalle intricate vicende sentimentali della ragazza, ormai a un passo dal matrimonio con il povero Matthew. Lo definisco "povero Matthew" non perché anch'io non abbia desiderato di strozzarlo più volte nel corso della lettura, in particolare verso la fine, ma perché sono convinta che il suo affetto per Robin è sincero; inoltre, non essendo un potenziale serial killer, è pur sempre un personaggio molto più gradevole della maggior parte dei personaggi che incrociamo durante la lettura.
La soluzione infine arriva e contiene anche un piccolo colpo di scena - non di quelli memorabili, da includere nella lista dei "Dieci colpi di scena che hanno cambiato la storia della letteratura", ma insomma un colpo di scena piuttosto rispettabile
Tuttavia il vero finale è un altro, di cui non conviene assolutamente parlare qui. Mi limiterò a dire che l'ultima pagina si chiude con un cliffhanger assolutamente micidiale, di quelli che ti lasciano ad uggiolare fuori dalla porta per tutta la notte. Capita, quando J. K. Rowling conclude il terzo romanzo di una serie.
In conclusione: ottimo per chi ama le storie di serial killer, e assolutamente indispensabile per chi segue la serie di Cormoran Strike.

Con questo post, un po' meno entusiastico del solito, partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture a chiunque passi di qua.

martedì 21 novembre 2017

L'insegnante e l'Analisi Logica: un racconto dell'orrore (ripensandoci era un buon post per Halloween)

Una qualsiasi seconda media dopo la restituzione del compito di analisi logica
(Henry Dunant alla battaglia di Solferino, 1860, autore ignoto)
In tale dolorosa occasione, nacque a Dumant l'idea di fondare la Croce Rossa Internazionale.
Che con l'analisi logica non ha proprio niente a che vedere.

Quel che segue è un veridico resoconto di quanto ogni insegnante di Lettere si ritrova a vivere nel corso di una tappa apparentemente innocua del suo insegnantesco percorso, ovvero l'insegnamento dell'analisi logica in seconda media.
Non importa quanti anni di insegnamento hai alle spalle, non importa quanto sia intelligente la tua classe: le tappe che vado a narrare sono quasi inevitabili. 
Si comincia dall'inizio, naturalmente. Analisi logica, è l'analisi della frase semplice.
Cos'è una frase semplice (e tutti capiscono). Cos'è una frase ellittica, una frase nominale, insomma tutto questo genere di cose. 
Nessuno ha dei problemi.
Poi si fa la frase espansa. Prima era il gatto sale sul tavolo, poi diventa il bel gatto bianco sale con eleganza sul tavolo di mogano
E, di nuovo, nessuno ha dei problemi.
Tutti inanellano frasi semplici ed espanse senza perderci il capo né farne inutili drammi: molti gatti bianchi salgono sui tavoli di mogano e molti giovani studenti di Vicenza (tra i quali Bridigala) corrono a scuola sui loro pattini a rotelle.
Poi tocca al soggetto, che tra l'altro conoscono bene perché l'hanno già fatto alle elementari. Non ci sono mai drammi col soggetto, almeno fin quando non viene spostato al di là della prima parola: Agilulfo va al corso di pallanuoto senza problemi, ma se ieri pomeriggio Agilulfo è andato in cartoleria si può scoprire, con una sorta di doloroso stupore, che improvvisamente ieri è diventato il soggetto che compie l'azione, ed è un problema che in certi casi è destinato a trascinarsi.
Viene poi il predicato verbale; lì, già quando Agilulfo ha mangiato due paste alla crema si può scoprire che ha è predicato verbale, mentre mangiato viene promosso a complemento oggetto. Un po' inquietante, visto che in teoria alle elementari hanno fatto sia il predicato verbale che il complemento oggetto. Non parliamo di quando Crodegango ha iniziato a pensare di dover oliare i pattini - ma sono frasi che di solito arrivano molto più avanti, quando il livello di entropia è ormai alto e qualsiasi pretesto è valido per trasformare una frase in un dedalo inestricabile.
Gli attributi vanno via senza troppi drammi, le apposizioni godono di minor fortuna - forse perché tutti capiscono facilmente che cos'è un attributo, ma apposizione è parola strana e repellente: "appo"che?

Viene poi l'acerba primavera del predicato nominale, facilissimo da spiegare e ancor più da capire. Infatti tutti lo capiscono, e svolgono nel migliore dei modi gli esercizi assegnati. Poi lo dimenticano. Quando se ne accorge, il Bravo Insegnante di Lettere lo rispiega con pazienza alla classe, e di nuovo tutti lo capiscono e di nuovo tutti lo dimenticano. Il predicato nominale è il trionfo del Giorno della Marmotta e l'incarnazione del mito di Sisifo.
Col tempo, tuttavia, alcuni degli alunni più diligenti lo imparano in forma stabile  e talvolta ricompare in modo assai inopportuno con i verbi composti: Liutprando soggetto è copula andato parte nominale a Fanculo moto a luogo - e nessuno capisce perché il Bravo Insegnante di Lettere a quel punto comincia a strapparsi i capelli, battersi il petto e invocare un po' di terra da zappare onde smettere di rubare soldi allo stato e fare infine un lavoro utile alla collettività.
A questo punto ci sarebbero pure da affrontare i predicativi del soggetto e dell'oggetto, che finiscono regolarmente in un bagno di sangue. Qualche insegnante reso saggio dall'esperienza li ripropone molto più avanti, ma di solito il risultato non cambia (tuttavia ho conosciuto una intera classe che lo maneggiava con assoluta disinvoltura e proprietà. Ignoro tuttavia a quale tecnica di magia nera sia ricorsa l'insegnante che avevano avuto l'anno prima né ho potuto chiederglielo perché nel frattempo era ritornata nella sua terra di origine, in fondo alla penisola).

Arrivano i complementi nuovi. Ai ragazzi piacciono un sacco, i complementi nuovi e qualcuno si diverte a distinguere complemento di materia e di denominazione e di specificazione, moto da luogo e complemento di allontanamento. Complementi di luogo e di tempo, di fine e di causa, di modo e di argomento scorrono bene. I ragazzi fanno gli esercizi sul libro, costruiscono docilmente frasi con appositi complementi, qualcosa va rispiegato. A volte ci sono problemi specifici: c'è chi va al mercato complemento di termine, c'è chi resta a casa moto a luogo, ma pian piano tutto va a posto.
Un po' più tragica può essere l'analisi delle particelle pronominali, specie se la classe ha ignorato con determinazione i pronomi personali in prima. Che e ne possono riservare un sacco di spiacevoli sorprese.
Il Bravo Insegnante fa approfondimenti e ripassi dell'analisi grammaticale, e un po' se lo filano e un po' no, ma nel complesso la situazione non sembra drammatica.
Giunge il tempo del compito di analisi logica: il Bravo Insegnante pesca un po' di frasette dove il gatto sale sul tavolo, Agilulfo va al mercato e il drago dorme sul suo letto d'oro nella caverna, gli studenti lavorano con impegno e puoi quasi vedere le punte delle lingue che sporgono tra i denti come segno di massima concentrazione. Poi consegnano. Ahimé sì, consegnano.
E giunge infine il tempo della correzione dei compiti, che è regolarmente una tragedia immane. Per l'occasione ritornano in perfetta parata militare tutti gli errori pazientemente bonificati e disboscati nel corso dei mesi precedenti.
Disastro completo e totale. I più bravi hanno fatto schifo, la fascia media ha fatto ribrezzo e pietà, mentre la fascia bassa alla fine, una volta tanto, non ha nemmeno fatto tanto peggio degli altri - del resto, sarebbe stato davvero difficile.
Il Bravo Insegnante di Lettere, che per l'occasione si proclama il Più Inetto Insegnante di Lettere che mai abbia calpestato la terra, piange, si dispera e cerca conforto dai colleghi. Chi non insegna Lettere lo guarda con blando compatimento e prova a offrirgli un caffé o un pasticcino non sapendo che altro fare, mentre i colleghi di Seconda sono troppo occupati a disperarsi a loro volta per dargli adeguata comprensione, e chi per sua buona sorte fa Italiano in Prima o in Terza ringrazia Dio o il Caso che per quell'anno tal tormento gli venga risparmiato.
Seguono dolorose sedute di autocoscienza con la classe, pianto e stridor di denti, piogge di quattro e di tre. I ragazzi non si capacitano che il loro pacioso e simpatico Insegnante di Lettere si sia trasformato in una tigre ircana e alla fine, mossi ben più dall'istinto di conservazione e dall'affetto per il poveretto che vedono così accasciato (oltre che dal legittimo desiderio di non ritrovarsi a fine anno l'insufficienza in pagella) che dall'ambizione o dall'amor proprio si danno infine un po' da fare.
Il secondo compito non andrà bene, no, ma andrà comunque talmente meglio del primo che il Bravo Insegnante di Lettere deciderà di non sfidare oltre la sorte e stabilirà in cuor suo che in fondo basta che sappiano le cose essenziali (sì, quelle che gli hanno già insegnato alle elementari).
In mezzo a tutta questa ordalìa un piccolo gruppetto di ragazzi non necessariamente brillantissimi ma provvisti di una mentalità logica e razionale hanno afferrato il meccanismo base e navigano tranquilli in mezzo alle secche più perigliose, talvolta affrontando senza paura perfino i complementi predicativi. Il resto va a tastoni e si ritiene fortunato se riesce a non infilare due errori per frase.

Sorge spontanea la domanda: perché?
Non è una di quelle domande cui sia facile trovare una risposta.
La prima cosa però che salta agli occhi è che alla classe tutta, tranne forse a un paio particolarmente interessati alle strutture grammaticali, dell'analisi logica non importa assolutamente nulla. Non abbiamo il loro consenso interiore. 
Qualcuno si applica perfino all'analisi logica per ambizione, per orgoglio o perché ha una buona memoria e a forza di inerzia i concetti principali finiscono per restargli appiccicati. I più si applicano assai malvolentieri e per puri fini di sopravvivenza - ma nessuno sembra convinto che l'analisi logica serva a qualcosa.
Il secondo motivo è che, staccata dal latino, l'analisi logica risulta più difficile. Non eccezionalmente difficile, solo un pochino più difficile. Tuttavia nel corso del triennio i ragazzi affrontano cose ben più complicate e ostiche dell'analisi logica - che alla fine è una specie di giochetto da società e nulla di più - spesso con successo; ma a queste cose più difficili riescono a trovare un senso, e finiscono per applicarcisi.
Il terzo, naturalmente, è che ci sono tante cose più divertenti da fare rispetto all'analisi logica, ma anche lì valgono le considerazioni del punto 2.

Tuttavia, pur non avendo mai amato l'analisi logica quando l'ho fatta alle medie (da insegnante mi diverto molto a farla, invece e nonostante tutto) temo di dover ammettere che se continuano a tenerla nel programma c'è il suo perché. Non è affatto inutile, soprattutto quando si affrontano le lingue straniere - e ormai tutti ne affrontano almeno due, per tacere degli stranieri che ne affrontano ben tre. Quando la faccio non mi sembra di sprecare del tempo. Certo, sfoltisco i complementi evitando quelli che chiamo "complementi di chicchera e di piattino" (ad esempio il complemento di allontanamento o di provenienza) ma trovo l'insieme piuttosto utile. Quando dico piuttosto utile intendo dire che, dopo i regolamentari bagni di sangue, quando alla fine per amore o per forza un po' di analisi logica è stata imparata, migliorano anche la produzione scritta e quella orale - in pratica, le creaturine parlano e scrivono più correttamente - che è poi l'unico risultato cui tendo qualsiasi cosa faccia o dica in classe: una corretta esposizione scritta o parlata perché nessuno rida di loro quando parlano una volta che saranno usciti dalle mie mani e dal loro primo ciclo di istruzione; e che è quel che il Ministero si aspetta da loro - giustamente, aggiungo.

E qui finisce la mia desolata autocoscienza. So che il problema è superiore non solo alle mie deboli forze, ma anche alle forze di insegnanti tanto più capaci di me. Tuttavia esiste. Non ha rimedio, ma esiste.

domenica 19 novembre 2017

Raccolgaci un'unica bandiera, una speme

Ecco una delle madri della nostra amata bandiera italiana
Come tanti, anch'io ho imparato l'inno d'Italia alle elementari (solo la prima strofa) e come tanti non lo trovavo granché entusiasmante: troppo imperialista, troppo guerrafondaio e si sperava che i tempi in cui la patria ti chiamava e dovevi esser pronto alla morte fossero passati per sempre, per tutti. Ci hanno cresciuti così, noi bambini degli anni '60, e ci credevamo sul serio, che il tempo delle guerre fosse finito e nessuno ci sarebbe cascato più, almeno non in Europa.
Poi un bel giorno, mi pare nei tardi anni 90, corse la voce che Fratelli d'Italia era diventato l'inno nazionale ufficiale, e tutti sgranammo gli occhioni: ma come, non lo era già dalla notte dei tempi?
Ebbene no, era stato adottato nel 1946 in forma provvisoria. Adesso però era l'inno ufficiale, con tanto di decreto parlamentare.
La voce corse tanto da arrivare sul sito della Presidenza della Repubblica, e tutti i giornali offrirono ampi chiarimenti sul testo, il significato e la storia della poesia di Mameli Il Canto degli Italiani in seguito musicata da Novaro. Così scoprii il testo completo, imparai un mucchio di cose sull'argomento e conservai con cura le due pagine dell'inserto.
Soltanto molti anni dopo però seppi che si era trattato di una voce falsa e tendenziosa, e che il nostro amato inno era tuttora provvisorio.
Boh?
Comunque da quando insegno l'ho sempre rifilato ai miei alunni, rigorosamente in forma completa, perché è una comoda scorciatoia per spiegare il Risorgimento e perché secondo me l'inno del proprio paese va conosciuto per diritto e per rovescio, dato che la nostra storia passa anche dai simboli istituzionali. E a seconda del tempo, ho spiegato che era l'inno definitivo oppure che ci avevano perculato alla grande dichiarandolo inno definitivo anche se non lo era.
Col tempo ho anche smesso di fare fotocopie e dettare appunti perché acdesso molti libri di storia lo riportano con tutti i chiarimenti del caso.
I ragazzi hanno sempre ascoltato con decorosa attenzione, a volte blandamente interessati, a volte rassegnati e a volte molto partecipi, ma sempre restavano colpiti dal fatto che l'autore, al contrario di tanti, oltre a dichiarare una generica intenzione a morire per la sua patria l'aveva poi fatto per davvero, a soli ventun anni.
Magari potrà non essere la più bella poesia mai scritta, ma sulla buona fede dell'autore non possiamo nutrire dubbi ricordavo sempre, e tutti annuivano mestamente perché l'idea del poverino che in nome dei suoi ideali era morto così giovane era molto triste ai loro occhi.

Quest'anno la Terza Amichevole sembrava molto ben predisposta, e soprattutto gli piaceva l'abitudine che finalmente ho potuto instaurare (grazie a una connessione piuttosto stabile) di ascoltarci una canzone ogni tanto; e oltre al Canto degli italiani ho potuto fargli ascoltare anche l'assai sanguinario coro della Norma, decisamente più guerrafondaio
e adattissimo per aprire una lezione con una classe ancora addormentata, ma anche una struggente versione di Va' pensiero di cui si sono sciroppati il testo, analizzato con cura e oggetto di doverose interrogazioni, insieme al consueto Alle fronde dei salici di Quasimodo. E' una classica accoppiata da esame, e non sono certo la prima a farlo. Tuttavia ritengo che pochi insegnanti si spingano fino a fargli leggere il Salmo 137 Presso i fiumi di Babilonia (da cui il coro e la poesia traggono ampia ispirazione)... e il rifacimento moderno dei Boney M By the rivers of Babylon - pure quello adattissimo a risvegliare una classe addormentata. In un attacco di virtuosismo melodico ho addirittura concluso con un Inno nazionale che non deve nulla al Salmo 137 ma che è sempre molto, molto attuale a più di vent'anni dalla sua uscita - e ogni volta i pannolini Pampers aprivano i video, con singolare importunità.

Concluso il tutto, mentre chiudevo i vari video e link, una voce mi informa "Lo sa, prof, che ieri Fratelli d'Italia è diventato l'inno ufficiale?".
Se non ci fosse stato il precedente di vent'anni fa avrei accolto la notizia con fiducia e un bel sorriso, plaudendo alla graziosa coincidenza. Invece mi sono voltata stizzita "Sciocchezze, è la solita bufala che circola da anni. Provvisorio è, e provvisorio resta".
In verità mi pareva davvero strano che, senza alcun preavviso e in un momento in cui la legislatura sta finendo, per di più con tante leggi ancora a mezza strada, in parlamento si fossero preoccupati proprio dell'inno d'Italia, che sta lì provvisorio ormai da settanta anni e passa senza recare disturbo ad alcuno.
"Ma l'hanno detto al telegiornale!".
"Seee, il telegiornale. Che telegiornale era?"
"Il TG5".
"BAH. Se l'ha detto il TG5 non mette neanche conto parlarne" ho tagliato corto.
Poi, in tarda serata, mi è sorto un filo di dubbio e sono andata a controllare.
Ebbene no, non era una mattana del TG5. O, se non altro, era una mattana condivisa da tutti i telegiornali nazionali e le agenzie e i giornali.

Così la mattina dopo, seguendo il principio che, quando la colpa è pubblica, deve essere pubblica anche la riparazione, prima ancora di aggiornale il registro ho fatto doverosa ammenda:
"A quanto pare ieri vi ho detto una grossa sciocchezza, e quello che abbiamo fatto è effettivamente l'inno ormai ufficiale del nostro paese". E tutti hanno annuito bonariamente, con su scritto in faccia "Sì, lo sappiamo - e te l'avevamo pure detto".

Epperò, se coi tempi che corrono uno deve anche dar retta al TG5, la vita comincia a diventare davvero complicata.

venerdì 17 novembre 2017

17 Novembre 2017 - Festa del Gatto Nero


Quest'anno la tradizionale Festa del Gatto Nero ricorre addirittura di Venerdì, attirandosi quindi gli influssi più negativi (e perciò positivi, secondo la legge degli opposti) che mai festa o ricorrenza possa attirare.
Che il gatto nero in realtà non porti affatto sfortuna è teoria abbastanza vecchia, anzi scontata per chiunque abbia il piacere di condividere la sua vita con una di queste magiche creature; ma non c'è un motivo scientificamente attestato per credere che porti più o meno fortuna di un qualsiasi soriano: dopotutto la principale caratteristica che ha un gatto nero è di essere un gatto, ma è una caratteristica abbastanza comune tra i gatti di ogni tipo, stazza e colore.
Tuttavia gli inglesi hanno addirittura stabilito che un gatto nero porta fortuna - volendo, una superstizione pure questa, ma che come tutte le superstizioni positive, non fa danno a nessuno e fa piacere credere, oltre a produrre simpatiche cartoline di auguri
E dunque auguri a tutti i gatti, neri e diversamente neri e anche diversamente gatti e auguri anche a chi passa per di qua, ché la fortuna fa sempre comodo.
Ma soprattutto una raccomandazione:
se un gatto nero vi attraversa la strada,
COCCOLATELO!

sabato 11 novembre 2017

Hortodoxa - Insegnare non è vaccinare

Nel tempo in cui infuriano le polemiche sulle vaccinazioni, il nostro amato Ministero dell'Istruzione ha deciso di indagare sul tasso di vaccinità di noi docenti.
A tal scopo ci è stato consegnato un foglio in cui, dopo aver spiegato chi siamo e donde veniamo (nel senso di dove siamo nati), dichiariamo sotto la nostra responsabilità che siamo o non siamo vaccinati per una lunga sfilata di roba, con possibilità di "non ricordare". Di tale modulo si era parlato nell'ultimo Collegio Docenti. Qualcuno che aveva già visto il modulo in questione aveva osservato che  tanti di noi, per ragioni anagrafiche, non erano stati vaccinati contro alcune malattie (morbillo e rosolia, tanto per fare due esempi) ma cheavevano avuto cotali malattie e quindi suggeriva di aggiungere a mano a lato "immune" - perché il caso non era previsto dal modulo.
La Preside aveva detto che si poteva fare, perché in fondo una nota a lato non faceva male a nessuno.
Trovatami alfine il modulo davanti rimasi assai assorta a ponderare per qualche minuto. Ai miei tempi vaccinare era di moda, e non vaccinare era segno di oscurantismo e grave tendenza alla superstizione - e infatti i miei, pur appartenendo allo zoccolo dell'istruzione medio-alta (diploma delle scuole superiori, all'epoca non era comunissimo) mi avevano vaccinato senza batter ciglio per qualsiasi cosa ci fosse da vaccinare senza timore di complotti della Big Pharma o simili. Anzi, più volte mi è stato raccontato che per la poliomelite fui vaccinata due volte perché il vaccino che usava quando ero piccola non era ritenuto molto efficace* e il mio pediatra si fece venire quello nuovo direttamente dalla Svizzera. Di nuovo i miei non batterono ciglio perché il pediatra era un amico di famiglia verso cui nutrivano totale fiducia, e anche perché genericamente erano abbastanza fiduciosi verso la medicina in generale (cosa da cui non gli è poi venuto un gran male), e così feci anche la vaccinazione supplementare. Sta di fatto che la poliomelite non la presi.
Passai senza particolari problemi, a parte qualche bella febbrata, morbillo, scarlattina e rosolia e vidi mia madre prendersi gli orecchioni a quarant'anni stando malissimo. La brava donna cercò di contagiarmi in tutti i modi: bevevamo il té dallo stesso bicchiere e passammo molte ore sul suo letto a giocare a carte e a Monopoli, ma gli orecchioni non li presi. In compenso presi la pertosse, e da adulta mi sono sempre meravigliata di quei genitori che, potendo vaccinare i loro figli per cotal malattia nutrissero anche l'ombra di una esitazione: non sono morta di pertosse né ci sono andata vicino, ma accidenti se me la ricordo - e non è tra i miei ricordi più cari. Poter risparmiare a qualcuno una scocciatura del genere e non farlo per me è indizio di grave sadismo, punto e basta. Sembra invece che non abbia mai avuto la varicella - anche se la cosa è piuttosto incerta perché si può prendere in forma molto lieve. Prenderla da adulti invece è un vero strazio, ho scoperto.

Intorno a me alcuni colleghi borbottavano che davvero non ricordavano e non sapevano, e qualcuno parlò anche di cercare i libretti di vaccinazione. Quanto a me, non avevo di questi problemi: conosco l'archivio di casa e so che i miei libretti sono scomparsi nel nulla qualche decennio fa.
Ma il fatto di avere avuto il morbillo, davvero mi rende immune
Non lo so. Francamente, le mie competenze di medicina stanno larghe in un cucchiaino. Disinfetto regolarmente tagli e piccole ferite, so che esistono i globuli rossi e bianchi e in questo periodo mi sono fatta una pjccola infarinatura su le budella, queste sconosciute. Tendo a scansare gli analgesici, anche se ne ho presi in dosi industriali all'inizio dell'anno. Prendo regolarmente miele, echinacea e propoli nel tentativo di prevenire i miei non rari raffreddori, ma al primo accenno di mal di gola passo la questione in mani più competenti.
Di immunologia e di immunità proprio non so nulla.

Soprattutto: il Ministero, quando ha diffuso il modulo, dove andava a parare? Voleva qualche statistica? Cercava dati sulla sicurezza degli alunni che ci vengono affidati? Aveva un po' di carta da smaltire?
Non lo so e nessuno me l'ha spiegato. Però il Ministero è il mio datore di lavoro e la legge mi impone di non dargli informazioni false. Mai l'ho fatto e mai lo farò.
Così non mi sono proclamata immune a un bel niente e non ho millantato vaccinazioni non ricevute. Mi sono rifiutata di interpretare o completare il questionario e mi sono limitata a rispondere.
Mi schederanno?
Non per questo passerò ansiose notti in bianco.
Mi chiederanno di vaccinarmi per la pertosse?
Sosterrò la prova con la saldezza d'animo e il coraggio che da sempre mi contraddistinguono**.
Ma il falso in atto pubblico non lo dichiarerò mai, se appena posso evitarlo, serva o non serva a qualcosa. E non inquinerò i dati.

Con questo post partecipo al concorso "Dipendente d'oro 2017" fiduciosa di conquistarmi almeno un buon piazzamento.

*la leggenda narra che all'epoca il Ministero della Sanità avesse ancora ampie scorte del vecchio vaccino che decise di smaltire, e che parecchi bambini ci andarono di mezzo perché la poliomelite la presero. Ne ho conosciuti più di uno.
**ebbene sì, non ho mai pianto alle vaccinazioni, e nemmeno quando mi facevano le iniezioni. Sopportavo in silenzio e me ne facevo una ragione. Vabbé, esistono prove di coraggio più grande, lo ammetto.

venerdì 10 novembre 2017

La casa dei salici al vento - Lucy Maud Montgomery

Quarto capitolo della serie di Anna dai capelli rossi, per l'occasione tradotto con un titolo abbastanza simile all'originale Anne of Windy Willows. La copertina è tutto sommato accettabile, ma né davanti né dietro c'è nulla che possa somigliare minimamente a un salice, e le uniche casette raffigurate (sul retro) sono graziose villette sperse nei campi. Windy Willows è invece una casa di città, o meglio di cittadina.
Il romanzo racconta i tre anni passati da Anne nella cittadina di Summerside dove lavora con l'incarico di... preside del liceo. Niente di così solenne e autorevole come potrebbe sembrare dal nome a orecchie italiane - perché all'inizio del secolo da noi il preside di un liceo era sicuramente qualcuno, specie se il liceo era in una piccola città.
E' il quarto capitolo ma non è stato affatto scritto e pubblicato per quarto. Venne anzi pubblicato nel 1936, quasi vent'anni dopo il suo seguito (La baia della felicità, 1917), giusto per raccontare cosa era successo in quei tre anni che inizialmente l'autrice aveva sorvolato.
In questi tre anni Gilbert, ormai ufficialmente fidanzato con Anne, studia per specializzarsi e all'occorrenza integra lo studio con qualche lavoretto. Anne invece è ormai laureata e lavora. I due quindi sono separati, e in effetti nel romanzo Gilbert non c'è, e soprattutto non spiccica parola: abbiamo solo le lettere che Anne gli scrive (opportunamente troncate quando diventano appena un po' affettuose), nessunissima delle sue risposte e niente ci viene raccontato dei loro incontri, che pure nel corso del libro avvengono. Pur fidanzatissima quindi Anna è sola. Non molto viene detto nemmeno dei protagonisti dei libri precedenti - credo che Marilla dica un paio di frasi, e la vicina pur loqualce con cui convive serenamente una volta tanto parla pochissimo.
Il racconto si concentra quindi a Summerside, dove per prima cosa Anne si procura una di quelle Residenze Ideali che sono una sua specialità. Anche stavolta il caso la aiuta generosamente: la pensione dove abitualmente risiedono gli insegnanti fuorisede della cittadina le è preclusa perché nella cittadina il potentissimo clan dei Pringle (che con grande disappunto del lettore non è una famiglia che produce squisite patatine fritte variamente aromatizzate) le ha dichiarato guerra perché sperava che il posto di preside venisse assegnato a uno di loro.
Essere avversati dai Pringle, per quanto in modo sotterraneo, in una ckttadina come Summerside equivale praticamente alla morte civile, e Anne avrà inizialmente le sue brave difficoltà. Ma, tanto per cominciare, invece che nella solita insulsa pensioncina finisce a Windy Willows, la casa dei salici al vento: deliziosa casetta con torretta, e a lei toccherà appunto la camera nella torretta, con una finestra che si estende su tre pareti e ben munita di abbaini e perfino di un letto a baldacchino dove si deve salire con una scaletta, e squisitamente circondata da splendidi salici, dove c'è perfino un bel micione maltese: il nobile Dusty Miller. Naturalmente anche le sue padrone di casa - in teoria due, in realtà tre, legate da complessi legami di potere dove si cambia idea ogni due capitoli su chi comanda davvero per poi concludere che, oh beh, facciano un po' loro - sono persone deliziose e la trattano benissimo.
I Pringle combattono con varie armi, una più infida dell'altra, ma Anne ha la prudenza del serpente e la semplicità di una colomba, come si può vedere da come riesce a scansare la trappola tesa durante una recita; e ha anche un buon carattere, tanto da decidersi a regalare a due alte esponenti del clan un vecchio diario di bordo del padre di cui è entrata in possesso per caso e che contiene un infamante racconto del suddetto padre, cui Anne non aveva nemmeno fatto gran caso. Siccome i Pringles hanno sì l'astuzia del serpente velenoso, ma proprio niente della semplicità di una colomba, scambiano il tutto per un sottile ricatto e finiscono per arrendersi - e quando l'equivoco verrà infine chiarito sarà troppo tardi per rimangiarsi la resa. In sostanza, le ostilità cessano completamente e anzi Anna viene accettata a pieno titolo in una delle molte scene assai gustose che farciscono il romanzo.
Sola soletta e senza fidanzato, con soltanto una scuola da dirigere e una cattedra a tempo pieno, cosa può fare Anne? Ovviamente si occupa degli altri: sistema fidanzamenti, accompagna fidanzati all'altare, rende la gioia di vivere a una collega assai accigliata e nel complesso compie una incrdedibile serie di buone azioni, tanto che il lettore finisce per domandarsi "Ma è possibile che questa ragazza che a suo tempo non era riuscita nemmeno a invitare una amica per il té senza ubriacarla, adesso non sbagli un colpo che è uno?".
E proprio mentre se lo sta domandando, ecco che la vediamo cadere in una delle insidie più comuni, di quelle dove siamo cascati tutti (ma proprio tutti) almeno una volta nella vita, ovvero si ritrova a farsi mediatrice tra due persone che assicurano di provare verso di lei una amicizia sconfinata e assai prossima all'adorazione e che sembrano divisi solo da un modesto malinteso. E come sempre succede in questi casi, Anne interviene.... e riesce in un colpo solo a litigare con entrambi e a ottenere uno scopo completamente diverso da quello che si era prefissato. Siccome le cose nonostante tutto finiscono bene (o almeno così sembra - ma vai a sapere in futuro) e soprattutto i due si levano dai piedi una buona volta, e com'è noto gente simile è molto, molto e molto meglio perderla che trovarla, anche stavolta possiamo comunque dire che in qualche modo ci guadagna. Dove invece risulterà completamente sconfitta sarà in un campo che un tempo le era assai familiare, ovvero la gestione di due pestiferi gemelli dove, come chiunque ci abbia avuto a che fare, non le rimane che ammettere di essere stata battuta.
A parte questi due incidenti di percorso e un buon numero di sorprese incontrate mentre sistema gli affari degli altri - che non sempre sono come sembrano, e sempre invece si rivelano piuttosto stratificati -  i tre anni trascorrono serenamente, con grande piacere del lettore che alla fine vede con rimpianto Anne che lascia i Salici al Vento, per avviarsi verso la sua futura vita coniugale.
Con cui spero di intrattenermi se la bibliotecaria di St. Mary Mead si mostrerà molto, molto collaborativa.

Libro perfetto per tutte le stagioni, ma forse particolarmente indicato per l'inverno, perfetto per essere letto con le gambe sotto al kotatsu sbucciando mandarini, e anche stavolta la lettura è caldamente raccomandata.
Con questo post partecipo all'ultimo momento (ma spero che non diventi una abitudine) al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture a chiunque passi di qua.

lunedì 6 novembre 2017

Sulle complicanze delle relazioni e sulla tecnica del Nodo di Gordio (post tecnico)

Ci sono molti tipi di relazioni: quelle che legano gli elementi chimici, per esempio, o quelle affettive - e naturalmente anche gli insegnanti, come tutti, hanno una loro vita sentimentale.
Tuttavia in alcuni determinati periodi dell'anno per chi insegna la parola "relazione" non evoca al primo pensiero un partner più o meno discinto che altro non attende che elargirti i suoi favori, ma un deprimente susseguirsi di cartelle in A4 dove fare copia&incolla: è il tempo della Consegna delle Relazioni.
Dette relazioni sono di tue tipi: relazioni di inizio anno e relazioni di fine anno e vi si scrive solitamente una presentazione della classe, quel che si intende fare durante l'anno (o che si è fatto durante l'anno) e lunghi sproloqui sugli obbiettivi che si intendono raggiungere o si sono raggiunti e le metodologie con cui si spera di raggiungerli o si sono (o non si sono) raggiunti.
Si tratta in realtà di scartoffie che le segreterie insistono perché gli vengano consegnate entro una certa data ma che nessuno mai, a memoria d'uomo, risulta aver letto, tanto che più volte è stato ipotizzato di scriverci "scemo chi legge" o simili, nella più completa sicurezza che tale innocuo scherzo mai sarebbe stato scoperto. Una mia cara amica, che è anche collega, suggeriva invece di riassumere la relazione di inizio anno in un cappelletto con su scritto "Considerata la situazione della classe, le sue problematiche e le sue potenzialità" seguito per le relazioni di inizio d'anno dalla formula "si farà quel che si può"  e, per le relazioni finali "si è fatto quel che si è potuto". Tuttavia, per quanto posso attestare in ormai diciotto anni di onorato servizio, non ho notizia che nessuno abbia mai tentato alcuno di questi metodi e tutti abbiamo continuato a fare copia&incolla da modalità, metodologie e obbiettivi dagli anni precedenti, a volte con risultati involontariamente comici.
Alcune scuole pietose forniscono ai docenti moduli da compilare, mi dicono. Ahimé, non quelle dove ho avuto il piacere di lavorare.

All'inizio della mia insegnantesca carriera, molto tremebonda, chiesi lumi e assistenza all'insegnante che sostituivo, che mi fornì il formulario che usava lei. Lo copiai con riconoscenza, anche se era lungo e sterminato, e per anni lo appiccicai con gratitudine a tutte le mie relazioni, che erano sempre lunghette assai. Poi una gentile collega mi diede un modello che mi appariva più sensato (ma non meno lungo).
Per vari anni andai avanti alternando i due modelli in modo del tutto meccanico, sostituendone ogni volta un pezzetto, finché mi accorsi con orrore che avevo fuso i due modelli creando pure dei doppioni delle voci. Ci sarebbe voluta una bella revisione con relativa potatura, ma francamente mi sembrava un lavoro del tutto inutile.
L'unica parte che svolgevo con gran cura era la presentazione della classe, che mi veniva sempre piuttosto facile. Del resto, era anche l'unica parte con un po' di vita dentro e che aveva una sua utilità, caso mai l'anno seguente fosse arrivato qualcun altro al posto mio.
Nel frattempo passavano gli anni, si succedevano i ministeri e le riforme e cambiava il tipo di didattichese impiegato, ma io ero sempre inchiodata ai miei obbiettivi socio-affettivi e alle mie strategie di recupero e a metodologie che il passare del tempo e l'arrivo delle LIM rendevano sempre più desuete.
Cambiando computer, quest'anno, mi sono ritrovata un vasto patrimonio di relazioni e mi sono detta che una sfoltita si imponeva.
Poi mi sono detta che era ora di abbandonare i salvagente: ho buttato tutto a mare, compresa la formuletta introduttiva "la classe 3C è formata da 21 alunni, 10 dei quali maschi e 11 femmine, tutti provenienti da questo istituto" e che un anno mi accorsi di aver usato anche se dopo specificavo che erano arrivati due alunni nuovi, uno da Casa del Diavolo di sotto e l'altro direttamente da Catania.
Ormai conosco il didattichese e lo maneggio come fosse la mia lingua madre. So anche che, dopo le nuove indicazioni ministeriali che mi sono letta coscienziosamente, sono cambiati gli obbiettivi e pure le competenze richieste, e sugli obbiettivi socio-affettivi ormai pascolano i dinosauri (parlo del formulario, naturalmente: in realtà il nuovo indirizzo ce ne chiede anche più di prima e lo trovo pure giusto).
Insomma, ho cancellato tutto e ho scritto quattro brevi e sintetiche relazioni dove non ci sono quasi elenchi e mi limito ad accennare che curo molto l'esposizione, incoraggio il lavoro autonomo e le tipologie delle verifiche che uso sono molto varie. Niente metodo induttivo e deduttivo, niente verifiche sommative, niente strategie di recupero - insomma, niente più ciarpame.
A sorpresa, una mattinata di lavoro non troppo duro è bastata e avanzata, perché non ho dovuto riguardare nessun elenco per adattarlo allo scorrer del tempo e al mutare della didattica.
Non cambia molto, perché nessuno leggerà mai quel che ho scritto; ma descrivere le classi partendo da zero e segnando solo quel che secondo me era degno di rilievo mi è tutto sommato servito per un riepilogo mentale del mio lavoro, e stamani con grande soddisfazione interiore ho stampato e inserito le mie brevi relazioni nelle cartellette delle classi ancora quasi vuote. Nessuno le leggerà mai, ma scriverle non è stata per me una perdita di tempo, non mi sono particolarmente annoiata e, soprattutto, me le sono infine levate dai piedi, festeggiando la mia personale dichiarazione di indipendenza.
Didattichese sì, ma a modo mio. Almeno fin quando qualcuno non deciderà di sollevare la scuola media di St. Mary Mead dalla perenne anarchia in cui naviga da anni, dotandoci di formulari prestampati.

martedì 31 ottobre 2017

Il Vero Insegnante Non Teme il Ridicolo - Halloween è uno stato d'animo


Mentre prendevo il caffè, alle prime luci dell'alba, ho avuto una specie di ispirazione. Così ho frugato nel baule dove da tempo immemorabile riposa un immortale vestito lungo di splendida lana nera, di taglio quasi monacale, che in un tempo molto lontano è stato la cosa più simile che abbia mai avuto a un abito da sera ma che da ragazza ho usato ad ogni ora del giorno e della notte e più avanti è stato l'abito da battaglia per gli archivi freddi. Era ancora in perfetta forma, anche se un po' spiegazzato - ma in base al principio che qualsiasi vestito tu abbia indosso dopo un po' è comunque spiegazzato (che con quel vestito, in realtà, non è nemmeno vero perché la lana pettinata non si spiegazza quasi mai, se proprio non la tieni per anni compressa in una busta di plastica formato A4) l'ho indossato, e andava benissimo. Poi ho ripescato dopo parecche ricerche la fusciacca nera che lo legava in vita e l'ho fermata con una prosaica spilla da balia nera decorata a brillantini. C'è stato un tempo della mia vita in cui vestivo quasi soltanto di nero, ed è durato un bel po'; poi da un giorno all'altro ho smesso completamente di vestirmi di nero e sono passata ai colorini. L'abito però ha resistito mirabilmente alla lunga dormita, e ha un taglio eterno, di quelli che non sono mai davvero alla moda e quindi non sono mai nemmeno veramente fuori moda - adoro quel tipo di vestiti.
Poi ho frugato tra i miei infiniti orecchini e ne ho ripescati un paio un po' piccolini, ma con disegnato un gatto nero come quello del celebre manifesto. E ho tirato fuori il mio drago più bello come collana. Sulle spalle una frivola sciarpetta azzurro scuro a gatti, perché l'abito ha lo scollo a barca e in questi giorni a scuola fa assai freschetto. Calze nere, stivaletti neri.
Prima di uscire mi guardo allo specchio.
"Ma in fondo è solo un vestito nero" mi sono detta malinconica "Nessuno si accorgerà che vesto così perché è la vigilia di Halloween". Ma poi mi sono detta che l'importante era che io sapessi di essere vestita da strega. In fondo Halloween è anche uno stato d'animo, giusto?
E sono uscita, col giaccone imbottito nero di tutti i giorni.

In Sala Professori hanno educatamente apprezzato la bellezza del vestito che non avevano mai visto, ma nessuno l'ha collegato col calendario.
Suona la campana. Prima ora nella Terza Amichevole. Mentre aggiorno il registro dietro a me brusiscono - niente di strano, lo fanno sempre mentre aggiorno il registro. Che altro dovrebbero fare?
Poi la domanda:
"Prof, ma si è vestita di nero perché stanotte c'è Halloween oppure è un caso?".
Se ne sono accorti.
Mi giro con un sorriso a trentasei denti "No, non è un caso".
Loro se ne sono accorti.


FELICE NOTTE DEL GRANDE COCOMERO A TUTTI

lunedì 30 ottobre 2017

L'album delle figurine, ovvero la Nostra Segreteria

Le prime sono state le figurine Liebig, ancora oggi apprezzatissime dai collezionisti. 
Poi sono arrivati gli album dei calciatori, quelli degli animali, quelli dei personaggi Disney... a tutt'oggi ogni insegnante, genitore o zio prova un pizzico di emozione quando vede un gruppo di ragazzini cimentarsi nel sacro rito del "celo/manca" smazzando mucchi di doppioni: quanti ricordi, e che bello vedere che certe tradizioni non tramontano...
Anche noi alla scuola media di St. Mary Mead facciamo la raccolta di figure e figurine, ma non soltanto di carta: collezioniamo infatti, con scarso entusiasmo, anche figure di palta e di vari altri materiali, che puntualmente ci ritroviamo a fare con l'utenza (sì, i genitori) grazie alla nostra segreteria. E che album lunghi stiamo allestendo!
Ma andiamo per ordine: quando la nostra scuola media è diventata Istituto Comprensivo abbiamo ereditato la segreteria delle elementari di St. Mary Mead. Correva voce che fossero bravissimi, e tutti noi abbandonammo con un certo sollievo la vecchia segreteria, dove la Segretaria Principale era una gran rompiscatole che ci chiamava ogni due per tre per improbabili questioni di lana caprina. Io stessa mi sono ritrovata almeno due volte messaggi drammaticissimi nella segreteria telefonica... alle una di Sabato, quando comunque prima di Lunedì non avrei potuto fare niente. Imparai a fregarmene, come tutti. Adesso ricordiamo quella santa donna, talvolta un po' apprensiva, con gran rimpianto.

La prima caratteristica della nostra attuale segreteria è di essere una segreteria delle elementari che ancora non ha capito che esistono le scuole medie e che funzionano in modo un po' diverso; così ci ritroviamo regolarmente circolari che ci invitano a fare cose da elementari con l'organico delle elementari, e ogni volta sbuffiamo offesissimi.
Ma, siamo sinceri, quello è il meno, anche se irrita alquanto la nostra delicata suscettibilità.
La vera tragedia sono i Tagliandi.
Chiamansi "tagliandi", in gergo St.MaryMeadiano, quelle striscioline in fondo a lunghi avvisi che recapitiamo ai genitori. I genitori devono ritagliare il "tagliando" (che vuol dire appunto "ciò che va tagliato") e firmarlo per assicurarci che hanno preso atto del lungo annuncio che gli abbiamo mandato. I ragazzi poi restituiscono detti tagliandi al coordinatore, che con gran pazienza ne fa elaborate ghirlande da custodire in apposito raccoglitore. In pratica sono un modo per garantirci che i genitori abbiano ricevuto l'avviso di scioperi, ricevimenti o simili. Se poi abbiano davvero letto l'avviso fluviale è esclusivamente affar loro, a noi basta che firmino di averlo ricevuto.
Con i tagliandi sono precisissima: le mie ghirlande sono sempre in ordine alfabetico e complete, perché stresso l'alunno di turno finché non ha riportato ciò che deve.
Ma neanch'io li leggo: sono sempre piena di libri da leggere, pile di libri aspettano pazientemente di essere degnati di uno sguardo, ho addirittura due scaffali in camera dedicati ai libri che aspettano di essere letti - figurarsi se perdo tempo a leggere tagliandi.
Ma forse dovrei. 
Anche i genitori di solito non li leggono - magari leggono l'avviso, ma il tagliando si limitano a firmarlo. La maggior parte, almeno.
Tuttavia qualche precisino si trova sempre, per tacer dei ragazzi. E così, regolarmente, salta fuori che nel tagliando c'è qualcosa che lo rende del tutto invalido come garanzia per la scuola.
Memorabili sotto questo aspetto sono le molte volte in cui è saltato fuori che lo sciopero per cui non davamo garanzie dei servizi era avvenuto l'anno prima. Anche l'assemblea sindacale per cui i ragazzi entravano in ritardo spesso era già avvenuta l'anno precedente.
In pratica la segreteria si limita a incollare il tagliando della volta precedente e così i genitori firmano la presa visione dell'avviso di scioperi ormai morti e sepolti.
Qualche volta qualcuno se ne accorge in tempo e fa correggere a mano la data ai ragazzi - che rende il tagliando valido sino a un certo punto; più spesso nessuno nota nulla. Di sicuro, nessuno nota mai nulla se, per lo meno, i custodi non hanno già preparato e smazzato le fotocopie per tutta la scuola. Perché anche i custodi non li leggono. Onestamente: perché dovrebbero? Sono chiamati per l'appunto custodi o bidelli, non revisori di circolari, e nessun mansionario della categoria ha mai stabilito che debbano controllare che ciò che gli viene dato da fotocopiare abbia un senso o no.
Quest'anno siamo partiti a orario incompleto perché mancavano alcuni insegnanti. Passata la prima settimana è apparso chiaro che l'orario incompleto sarebbe proseguito anche nella seconda settimana, ed è stato mandato regolare tagliando alle famiglie.
Il Venerdì della seconda settimana, verso la quarta ora, a Qualcuno nelle Alte Sfere è venuto in mente che forse l'orario ridotto poteva continuare anche nella settimana successiva. Eccellente pensata, in una scuola dove non c'è più lezione il Sabato. Mo' come le avvisi, le famiglie? Senza contare che, entro la fine della quinta ora,  ai ragazzi andava pur detto qualcosa, quanbtomeno perché sapessero che libri infilare nello zaino.
Alla fine non se n'è fatto di niente, MA è stato dato un bellissimo avviso dove nel testo si diceva che iniziava l'orario definitivo (almeno spero), ma il tagliando precisava che l'avviso riguardava la proroga dell'orario ridotto - anche se, una volta tanto, la segreteria è giustificato se ha fatto una certa confusione, visto che nel giro di novanta minuti ha ricevuto tre diversi tipi di istruzioni.
Per nostra buona sorte nessuna famiglia ha letto il tagliando prima di firmare, o almeno se anche l'hanno letto non l'hanno preso sul serio, e tutti i ragazzi si sono presentati cammellandosi dietro il necessario per la loro prima giornata di sei ore.
La settimana scorsa abbiamo avuto le elezioni dei rappresentanti di classe. In tale circostanza usa da noi che il coordinatore intrattenga le famiglie con un po' di chiacchiere di vario argomento.
Dieci  minuti dieci prima di salire nelle classi siamo stati raggiunti da nove mazzetti di carta spillata, uno per classe.
"Dobbiamo dirgli che adesso il voto in condotta è un giudizio e quindi non fa più media per il voto di ammissione all'esame, e spiegargli i nuovi criteri in base alla legge della Buona Scuola" ci è stato spiegato in fretta dalla VicePreside.
"Il voto in condotta non ha mai fatto media per il voto d'ammissione all'esame delle medie" ho proclamato fieramente, non per la prima volta "E' una fissazione collettiva dei presidi che hanno deciso che era così perché alle superiori faceva media per l'ammissione alla maturità. La legge specifica chiaramente la cosa per le superiori, ma per le medie non dice niente".
Siccome l'ho già detto un'infinità di volte, anche al momento degli scrutini di ammissione e a vari presidi, nessuno ci ha fatto caso. Credo la considerino una mia innocua fissazione, che la nuova legge ha reso vieppiù innocua.
Quanto ai criteri, niente da dire: ispirata da un misterioso spirito-guida, o forse solo da un certo buonsenso e dalle indicazioni ministeriali, l'apposita commissione del POF che due anni fa aveva stabilito i criteri per l'assegnazione del voto di condotta aveva già divinato tutti i criteri indicati dalla normativa (e di ciò mi sono compiaciuta assai, perché in quella commissione c'ero anch'io).
La prof. Quadrella però, invece di perdersi in vane recriminazioni o ancor più vani compiacimenti, ha letto la copertina del fascicoletto che recava fieramente: "Nuovi criteri per l'assegnazione del voto di condotta" e sotto "Legge n. 5 2009".
"Ma la legge della Buona Scuola non è mica del 2009" ha osservato "Questa è la legge Gelmini che istituiva il voto di condotta in numeri".
Così nove pazienti coordinatori hanno pazientemente sbianchettato il riferimento normativo, rimpiazzandolo con quello nuovo.
"Ma gliel'ha chiesto qualcuno, di mettere la data della legge?" domandavamo intanto "O pensavano seriamente che i genitori si sarebbero offesi per la mancanza del riferimento normativo? E dovevano scriverli per forza così grandi, numero e data della legge? Ed è proprio obbligatorio fare una figura di merda a settimana, con i genitori? Non potrebbero evitarcene qualcuna ogni tanto, così, giusto per il piacere di farci provare il gusto di una nuova esperienza?"
Tutte domande destinate a restare senza risposta, ahimé.