
domenica 13 dicembre 2009
Chiunque avesse preso le mie orecchie è pregato di riportarle

venerdì 11 dicembre 2009
In Dwimordene, in Lorien

martedì 8 dicembre 2009
In Moria, in Khazad-dum

Il cancello del Cornorosso

Il Gatto Nero (Perché Odio le Antologie)

venerdì 4 dicembre 2009
Noro lim, noro lim, Asfaloth!

domenica 29 novembre 2009
Non tutto quel ch'è oro luccica...

venerdì 27 novembre 2009
Fredda la mano ed il cuore e le ossa

martedì 24 novembre 2009
"Ma la Vecchia Foresta è strana"

domenica 22 novembre 2009
"No, il signor Baggins è partito"

Festa del Gatto Nero (17 Novembre in ritardo)

Effetti perniciosi (sugli insegnanti) dei prodotti biologici

sabato 21 novembre 2009
Manuale del Perfetto Insegnante - L'Albero del Bene e del Male

venerdì 20 novembre 2009
Una festa a lungo attesa

domenica 15 novembre 2009
Mater imbecillis semper pregna est

domenica 8 novembre 2009
Le Regole esistono e vanno rispettate, ovvero la Carica degli Gnu

venerdì 6 novembre 2009
Storia di Calimero

sabato 31 ottobre 2009
Chi vi credete che noi siam / per i capelli che portiam

domenica 25 ottobre 2009
Vale la pena


Fasce di Van Allen e fasce di reperibilità

sabato 17 ottobre 2009
Sull'enorme utilità di avere una LIM in classe.

domenica 11 ottobre 2009
Solidarietà femminile

L'affaire ha avuto un seguito altrettanto patetico e degno in tutto e per tutto del Ministro dell'Istruzione che ci ritroviamo: la deputata Livia Turco, capogruppo del Pd in commissione Affari sociali della Camera, ha chiamato in causa le ministre del governo Berlusconi, Carfagna, Gelmini, Meloni e Prestigiacomo, affermando che "Dopo le offese del premier all'onorevole Bindi durante la trasmissione di Porta a Porta, è ancor più grave il silenzio delle donne della destra". Mentre Giorgia Meloni ha dichiarato "Mi spiace che il premier abbia detto quella frase", il ministro Mariastella Gelmini, invece, ai margini di un incontro del Pdl a Brescia, non ha dimostrato alcuna intenzione di esprimere solidarietà a Rosy Bindi: "Alla Bindi non esprimo certo solidarietà - dice senza mezze misure il ministro dell'istruzione - visto che quando su di me Repubblica e l'Espresso hanno scritto cose terribili che non ledevano la mia intelligenza, ma la mia onorabilità di donna, non ho ricevuto alcun attestato di solidarietà dalla Bindi. Né l'ha ricevuto il ministro Carfagna.""La battuta di cui si parla non era poi così grave - ha proseguito la Gelmini rincarando la dose - e la Bindi non dia lezioni perché è fuori dalla storia".
Scopriamo dunque con sorpresa che il ministro Gelmini è convinto, dopo un anno di gestione del suo Ministero, di avere ancora un'onorabilità di un qualsiasi tipo da difendere.
In effetti ha un senso che il Ministro Gelmini si rifiuti decisamente di attaccare l'unico uomo sulla faccia della terra disponibile a darle un ministero o un pubblico incarico - così come ha un senso che il Ministro Meloni, che vive politicamente di vita propria, si possa invece permettere opinioni personali.
Moderne maniere per lo insegnamento della istoria

mercoledì 23 settembre 2009
Qual regina dall'alto soglio, col "posso" e "voglio" farsi ubbidir

mercoledì 16 settembre 2009
L'arte della copia (ovvero Come Si Fa Una Tesina)

martedì 15 settembre 2009
Taglio del nastro

lunedì 7 settembre 2009
Manuale del Perfetto Insegnante - Come NON si organizza un'uscita - 1

Manuale del Perfetto Insegnante - Come NON si organizza un'uscita - 2
Il “Sopralluogo” di Venerdì 7 Maggio come esempio di organizzazione di una esercitazione sul terreno
Il sopralluogo di Venerdì 7 Maggio 2004, nell’ambito del percorso formativo del V ciclo della SSIS dell’Università di Firenze per l’insegnamento di Geografia all’interno dell’indirizzo letterario, ha senz’altro costituito uno dei momenti culminanti di tutto l’anno di corso, sia dal punto di vista didattico che da quello relazionale e formativo. La metodologia prescelta, spregiudicata ma di notevole impatto, è stata quella della dimostrazione ex absurdo: l’esercitazione cioè, è stata concepita e organizzata come una dimostrazione concreta di tutti gli errori che si possono commettere nella preparazione di una lezione esterna.
I risultati sono stati senza dubbio notevoli, ma a titolo puramente personale confesso un po’ di dispiacere per non aver potuto usufruire anche della lezione vera e propria (che avrebbe dovuto consistere, mi è sembrato di capire, in un’analisi della topografia urbana ed extraurbana di Firenze, con relativa analisi storico-geografica e un excursus sull’escavazione e l’utilizzo della pietra serena): a parte la curiosità personale, che mi rende sempre disponibile anche verso gli argomenti più insoliti, una lezione del genere sarebbe stata anche assai spendibile in classe per chi lavora nelle scuole fiorentine, anche sotto forma di quelle annotazioni e curiosità che spesso risultano tanto gradite agli allievi. D’altra parte mi rendo conto che non si può avere tutto, nella vita, e del resto anche così l’esperienza si è rivelata oltremodo interessante.
Ho pensato quindi di strutturare la relazione presentando per ogni punto relativo all’organizzazione una fedele (e abbastanza divertita) cronaca dei fatti, seguita dalle critiche che potevano essere mosse a chi aveva “organizzato” l’escursione, per fare infine riferimento alle reali ed effettive modalità con cui andrebbe progettata una lezione all’esterno, così come le ho ricavate dal materiale didattico che ci è stato distribuito (di cui mi rammarico di non aver potuto citare gli estremi bibliografici in nota).
1) Argomento e finalità didattiche
Ci è stato genericamente detto che avremmo fatto un “sopralluogo”, senza alcuna indicazione di modalità, tempi e luoghi. La comunicazione in effetti si limitava ad un invito a ritrovarsi in piazza San Marco ad una data ora (le 14.30 del venerdì 7 Maggio 2004), con la notazione che saremmo stati divisi in quattro gruppi.
E’ importante osservare come nessuno degli allievi avesse la benché minima idea del programma della lezione.
Questo ha indotto negli specializzandi quel particolare stato d’animo, noto come Sindrome del Parco Buoi (SPB) che un gruppo di allievi prova inevitabilmente quando viene coinvolto senza alcuna spiegazione in qualche Attività Non Meglio Definita (ANMD) da uno o più docenti verso i quali non ha imparato a sviluppare un rapporto di stima e di fiducia, e che si può riassumere nelle grandi domande “Chi siamo? Dove andiamo? E soprattutto, perché non siamo restati a casa a guardarci un buon film alla televisione?”.
A questo proposito le fotocopie che ci sono state distribuite nella lezione successiva sono piuttosto eloquenti. Vi si legge infatti :
“Risulta fondamentale, pertanto, una loro [delle uscite didattiche] accurata organizzazione, secondo un preciso schema metodologico” che prevederebbe addirittura il coinvolgimento dell’intero consiglio di classe.
Parte di questa organizzazione consiste in un’accurata preparazione degli allievi. Infatti:
“La preparazione in classe dell’uscita va programmata tenendo presente alcuni punti che sono essenziali nel processo di insegnamento-apprendimento, e che percorrono trasversalmente l’intera unità didattica. A tale proposito, è opportuno accertare e creare i prerequisiti comportamentali e spaziali su cui impostare il lavoro successivo; definire i contenuti in base ai quali si intendono perseguire determinati obiettivi; raccogliere, organizzare e discutere l’adeguato materiale iconografico e statistico; elaborare una serie di prove oggettive atte a valutare lo sviluppo dei progressi cognitivi <
Va da sé che non tutte le fasi di preparazione qui elencate sono sempre indispensabili. Ma, onde evitare la sopra citata SPB, ovvero Sindrome del Parco Buoi, è opportuno quantomeno dare agli allievi che ci vengono affidati (talvolta verrebbe da dire, manzonianamente: “che ci vengono dati in balia”) una sia pur minima consapevolezza delle modalità e dello scopo dell’escursione.
2) Organizzazione e preparazione; valutazione dei rischi
L’itinerario previsto per il mio gruppo (se ho capito bene) comprendeva una partenza da Settignano con sosta nel piazzale Desiderio, per poi proseguire verso Ponte a Mensola e le Cave di Maiano, con ritorno lungo l’Affrico - insomma, una camminata piuttosto lunga.
Le previsioni del tempo erano nettamente sfavorevoli. Inoltre era previsto uno sciopero dei mezzi pubblici a partire dalle 17.00. Da notare che una consistente quota degli specializzandi viene da fuori Firenze.
Nessun invito a munirsi di scarpe comode, e soprattutto nessuna descrizione di eventuali itinerari. In questo modo si è evitato che gli involontari escursionisti prendessero precauzioni legate alla salute (tachipirina e maglioni per chi aveva qualche influenza o malanno da raffreddamento in corso; analgesici per chi aveva le mestruazioni eccetera). Si è così efficacemente provveduto a fornire ogni allievo, sin dall’inizio, del Massimo Grado di Scontento (MGS) nonché del Minimo Grado di Disponibilità (MGD), oltre ad un grado di disagio variabile a seconda delle circostanze (ad esempio chi usa abitualmente scarpe comode e quel giorno indossava vestiti pratici, sufficientemente caldi e godeva di un buono stato di salute non ha provato all’inizio un personale disagio, anche se ha potuto efficacemente constatare quello provato dai suoi compagni).
Lo sciopero dei mezzi pubblici è stato semplicemente ignorato dagli organizzatori, nonostante alcuni specializzandi si fossero preoccupati di fare presente la questione inviando loro e-mail (che non hanno avuto risposta). I docenti hanno dunque applicato la TSO (Tecnica dello Struzzo Ottimista). Uno di loro l’ha anzi portata a notevoli livelli di virtuosismo augurandosi genericamente che “visto che era solo uno sciopero dei Cobas non fosse molto significativo” - il tutto in un’annata in cui il capitolo Scioperi dei Trasporti Pubblici si è rivelato erto di insidie un po’ in tutta Italia (peraltro, a quanto abbiamo potuto constatare a posteriori, i COmitati di BASe hanno goduto di un seguito abbastanza consistente per lo sciopero in questione).
Peraltro il problema Trasporti sarebbe stato facilmente aggirabile procurandosi un mezzo proprio, per esempio uno di quei pulmini che spesso il Comune di Firenze mette a disposizione delle scolaresche su richiesta delle scuole - oppure avendo cura di organizzarsi con mezzi propri (molti degli specializzandi dispongono di automobili o mezzi a due ruote). Questo avrebbe richiesto certamente molto dispendio di tempo e di telefonate... ma non si è detto che l’organizzazione è importante?
L’uso di un mezzo proprio sarebbe stato consigliabile, visto l’alto numero di partecipanti, anche in base a un’altra considerazione: l’autobus n. 10, l’unico che porta a Settignano, non ha una grossa capienza né corse frequenti.
Per recarsi sul luogo iniziale dell’escursione non è stato approntato alcun mezzo dall’Università. Il mio gruppo, composto da oltre cinquanta persone, è stato malamente stipato su un autobus della linea 10, con grave incomodo delle persone che lo componevano e dei disgraziati passeggeri abituali dell’autobus in questione: si tratta infatti di un tram a capienza piuttosto limitata.
Tra gli specializzandi corre voce che i docenti fossero stati avvisati via e-mail anche delle previsioni del tempo nettamente sfavorevoli, sempre senza ricevere risposta alcuna. Ignoro se tutto questo risponda a verità, ma di sicuro non occorrevano attrezzature satellitari o competenze meteorologiche fuor dall’ordinario per intuire che la situazione meteorologica era a rischio: a Firenze (come su buona parte dell’Italia) pioveva senza remissione da una settimana, con vaghe schiarite di durata variabile fra i tre e i trenta minuti, e tutto lasciava intendere che sarebbe continuato così. Non si trattava di una fine pioggerellina primaverile, del tipo che i giapponesi chiamano “rain kiss”, ma di una pioggia torrenziale, adattissima a favorire fenomeni di erosione e dilavazione, nonché a creare paludi urbane adattissime per l’allevamento di anguille e capitoni. Un tipo di pioggia, per intendersi, del tutto inadatto ad un’escursione.
Resta inteso che nella corretta organizzazione di una escursione esterna va fatto proprio l’opposto: prima di tutto la destinazione va comunicata con molta chiarezza, e va data anche qualche indicazione su tempi, modi e itinerari.
In una città con problemi di traffico come Firenze, dove i mezzi pubblici sono piuttosto scomodi, è opportuno cercare di procurarsi un mezzo proprio (p. es. un autobus del Comune) e utilizzare le linee ATAF solo quando si hanno ragionevoli probabilità di trovarle abbastanza sgombre. Naturalmente in caso di sciopero le gite vanno rimandate. Altrettanto naturalmente, per una gita all’aperto, occorre avere sempre a disposizione un cosiddetto Programma Alternativo in caso di pioggia torrenziale. Questo, prima ancora che dalla didattica è stabilito dal più elementare buon senso: se dedichiamo del tempo a fare qualcosa, tanto vale farla bene. Il sopralluogo esterno è bensì auspicato e caldeggiato, ma nessuna legge lo impone; e dunque, una volta che si decide di farne uno, è ragionevole e sensato adoperarsi con tutti i mezzi per farne un’occasione di piacere, oltre che di istruzione - o meglio, un occasione di piacere al fine di renderlo un’occasione di istruzione: com’è noto, infatti, un ADS (Allievo Divertito e Soddisfatto) apprende molto più facilmente di un AID (Allievo Irritato e Disorientato).
3) Il momento della spiegazione - parte I
Giunti a Settignano lo squarcio di cielo azzurro che ci aveva compassionevolmente accompagnato sin dall’adunata di piazza San Marco si è richiuso ed ha cominciato a tirare un vento gelido e molto forte.
Il gruppo si è diretto nella piazza Desiderio da Settignano e si è assiepato intorno al muretto del belvedere. Stando a quel che ci veniva dichiarato, la prima parte della lezione sarebbe consistita in un esame di Firenze dall’alto (una visuale, invero, assai suggestiva).
Ha cominciato a parlare uno dei docenti che ci accompagnava. Il forte vento che si stava levando (e che ha continuato ad aumentare di intensità fin quando ha cominciato a piovere) ha complicato molto la distribuzione del “materiale” (un po’ di fotocopie, una delle quali in A3, e una cartina di Firenze che era pura utopia cercare di aprire, non dico di consultare).
Non dico nulla della raccolta-firme (una costante piuttosto ossessiva della Scuola di Specializzazione), che pure ha dato luogo a numerosi intermezzi comici, alla pari della distribuzione di fotocopie che cercavano con tutte le loro forze di spiccare il volo, come nel celebre racconto di fantascienza di John Sladek.*
Sta di fatto che gli argomenti della lezione (per quel pochissimo che mi è arrivato alle orecchie) erano abbastanza nuovi, anche se ignoro se fosse stato effettivamente previsto il tentativo, fatto da alcuni coraggiosi allievi, di prendere appunti, pur essendo in piedi e senza base d’appoggio per il quaderno.
In realtà non c’erano appunti da prendere, perché la voce dell’insegnante arrivava soltanto a tratti, e solo alle persone aggruppate intorno a lei, in parte a causa del vento e in parte per la distanza proibitiva in un luogo completamente privo di ogni protezione per l’acustica.
Solo in apparenza il problema principale era il vento: in realtà anche senza vento la lezione non avrebbe potuto essere seguita dagli allievi a causa del numero dei partecipanti. Infatti la voce in ambiente esterno non ha la stessa portata che ha in un ambiente chiuso. D’altra parte per guardare Firenze dall’alto occorreva disporsi lungo il muretto del belvedere, e i circa cinquanta presenti, per disporsi, avrebbero dovuto occupare buona parte del muretto per una lunghezza di almeno dieci-dodici metri. Dunque, solo i sette-otto (a voler essere ottimisti) specializzandi più vicini agli insegnanti avrebbero avuto speranza di seguire la spiegazione e anche guardare la città dall’alto.
D’altra parte, ascoltare la spiegazione senza guardare la città dall’alto non soltanto non aveva molto senso, ma avrebbe reso la lezione all’aperto assai simile ad una normale lezione frontale al chiuso, solo molto più scomoda.
A meno che la lezione all’aperto non si limiti ad un ristretto gruppo di allievi (massimo massimo quindici) oppure che l’insegnante non disponga di corde vocali all’altezza della migliore tradizione canora del nostro bel Paese, per i docenti è consigliabile munirsi di un impianto di amplificazione della voce - un microfono senza fili, per intendersi.
Tutto questo a meno che gli allievi non sappiano già cosa devono guardare, cercare, osservare.
“Se si desidera, pertanto, che la visita di studio abbia un ruolo effettivo ed efficace nell’apprendimento, “bisogna costruire almeno due momenti didattici definiti: uno è la preparazione in classe, l’altro è l’indagine diretta sul terreno” secondo un’organizzazione del lavoro che attribuisca uguale importanza alla fase “della lavagna” e a quella del territorio” (2).
Insomma occorre evitare che la lezione esterna si riduca alla semplice manovra di prendere gli allievi, piazzarli senza preliminari di sorta in un punto X purché fuori da un’aula e parlare per un po’ senza preoccuparsi in alcun modo se gli allievi in questione ascoltano e comprendono quel che gli viene detto. Una lezione, al chiuso o all’aperto, ha senso solo se viene effettivamente percepita dagli allievi - a meno, si capisce, di ridurre l’insegnamento ad una mera trafila burocratica in cui il momento più saliente è l’accredito dello stipendio sul conto corrente.
(Va da sé che l’impostazione della SSIS rifugge totalmente da una concezione così avvilente del lavoro di insegnamento).**
4 - Il momento della spiegazione - parte II
Costretti alla fuga dalla pioggia ormai implacabile, i due gruppi di specializzandi e i due docenti si rifugiano al coperto, nella Casa del Popolo di Settignano, in attesa dell’ultimo autobus disponibile prima dell’inizio dello sciopero. Qui i due docenti impartiscono un supplemento di spiegazione assai difficile da seguire a causa del sottofondo di bicchieri, tazzine etc. del bar, e della radio che trasmette un ameno programma di canzoni. Quel pochissimo che arriva nonostante tutto alle nostre orecchie lascia capire che gli argomenti sarebbero stati probabilmente di grande interesse; peccato, ahimè, che ben pochi abbiano avuto modo di sentirne sia pure un breve cenno.
Con questo gustoso finale il Gruppo Vacanze “Fantozzi va alla SSIS” potrebbe aver finito la sua “lezione”, ma interviene il tocco finale: la Relazione. I due docenti infatti, recitando con indubbia abilità drammatica la parte dell’II (Insegnante Irragionevole), proclamano nuovamente l’intenzione già esternata sul piazzale del belvedere, e chiedono nuovamente una Relazione sulla Presunta Lezione, fatta anche in base a materiale che “verrà distribuito in seguito”.
Gli specializzandi, ormai perfettamente calati nel ruolo di SVADII (Studenti Vessati e Angariati da Insegnanti Irragionevoli) protestano a gran voce. I professori contrattano: una cartella, mezza cartella, dieci righe. Ovviamente (in quanto ben calati nel ruolo) ignorano ogni tipo di obiezione legata al fatto che la lezione non c’è stata, e risolvono il problema stabilendo che, se loro dicono che la lezione c’è stata, ciò sta evidentemente a significare che la lezione c’è stata.
In seguito un apposito comunicato ribadirà la richiesta della relazione, precisando che vale solo per chi era presente alla “lezione”.
L’abile manovra didattica ha lo scopo di farci comprendere lo stato d’animo degli studenti quando hanno la precisa convinzione che i loro insegnanti abbiano perso il lume della ragione, insegnandoci con ciò una lezione che, per quanto banale, non sarà mai ripetuta a sufficienza ad un gruppo di aspiranti docenti: reagire davanti a una classe in rivolta puntando i piedi serve solo a complicare ogni attività didattica presente e futura. Come sa chiunque abbia pratica di insegnamento, per poca che sia, l’unico modo di venire a capo di una classe veramente arrabbiata è praticare quello che in didattica si chiama “ascolto attivo” - in breve, starli a sentire. Nel senso di starli a sentire sul serio.
Negli insegnanti inesperti (e talvolta, ahimè, perfino in quelli esperti) c’è l’oscura paura che “se non gli faccio fare il compito, oppure se lo cancello, perderò autorità”. Naturalmente è vero l’opposto: l’insegnante che sa ascoltare le ragioni dei suoi allievi e all’occorrenza cancellare un compito, o ripetere una lezione che non è risultata chiara, non solo non perde autorevolezza né credibilità, ma al contrario la acquista.
La richiesta della relazione a posteriori, infine, ci ricorda che la diffidenza degli allievi è sempre all’erta e, laddove manchi un rapporto di stima e di fiducia con il docente, l’allievo applicherà sempre l’aurea massima “Nel dubbio, fai forca” - ovvero, un’assenza strategica può risparmiarti un sacco di grattacapi.
5 - Tirando le conclusioni
L’esperienza del sopralluogo esterno si è rivelata senza dubbio proficua e interessante, come ho già detto nell’introduzione.
Sarebbe però interessante (e qui sono sicura di non parlare solo a titolo puramente personale) vedere il rovescio della medaglia, cioè le modalità con cui va preparata una lezione all’aperto riuscita.
NOTE
(1) Purtroppo dalle fotocopie distribuite non è stato possibile risalire al testo e al suo autore. In alto sulle pagine di sinistra si legge “I - Geografia e didattica in Italia” e su quelle di destra “3. Le metodologie”. I brani citati sono presi da pag. 81.
(2) Stessa opera di cui sopra, stessa pagina. Parte del passo qui citato è attribuita a “Caldo, 1989, p. 42”.
* Dubito molto che il riferimento al delizioso racconto "Rapporto sulla migrazione del materiale didattico" sia stato colto
** Sì, li stavo perculando. Ma senza che potessero rimproverarmi.
sabato 5 settembre 2009
La mia nuova scuola (con fantasmi annessi)

giovedì 3 settembre 2009
Come un nikuman nella sua pentola...

mercoledì 2 settembre 2009
La via prosegue senza fine, lontano dall'uscio da cui parte

lunedì 24 agosto 2009
Come NON trattare un argomento

venerdì 21 agosto 2009
Come un verme strisciante

Quel giorno, alla mensa di St. Mary Mead, inauguravano il menu estivo: insalata di riso per primo e prosciutto e pomodori per secondo, con un bicchiere di carta pieno di fragole per completare - diciamo che nella vita poteva capitarti di molto peggio. L'insalata di riso in particolare fu graditissima da tutti perché era piuttosto caldo e soprattutto perché era buona - che per un'insalata di riso non è poi cosa tanto consueta. Invece questa era fatta con riso non scotto, non era composta in buona parte di olio di semi ed era condita in proporzioni perfette con dadini di buon prosciutto cotto e fontina, pisellini teneri e dolci, spicchi di carciofo, olive e quant'altro richiede il galateo delle insalate di riso.
Mentre mi stavo piacevolmente strafogando arriva Hermione "Professoressa, hanno trovato un vermetto nell'insalata di riso".
Mi alzo fiduciosa, convinta che a un occhio imparziale il "vermetto" risulterà un chicco di farro capitato lì per sbaglio o simili; ma mi trovo davanti il vermetto più vermesco che mai si sia visto al mondo.
"Coraggio ragazzi, i nostri antenati sono usciti dalle caverne mangiando vermi, non può succederci niente mangiandone uno per caso" provo a rassicurarli. Chiaro che vado anche dall'inserviente a riferire.
L'inserviente arriva, ammette l'evidenza dei fatti e porta via il corpo del reato promettendo di farlo vedere al cuoco.
I ragazzi riprendono a mangiare senza particolari strilli o squittii. Anche l'insalata di riso viene mangiata da chi l'ha presa (dopo attento esame).
Riprendo a mangiare anch'io, congratulandomi in cuor mio per la fortuna di avere quella classe: altre che ho conosciuto avrebbero sfinito l'universo a forza di lamentele, strilletti e vibrate proteste.
Durante l'intervallo una collega suggerisce che si tratti del verme di una farfallina da pasta (che in verità io ho trovato esclusivamente nel farro e mai nella pasta né nel riso). Viste le assai rispettabili condizioni della mensa è molto probabile che abbia ragione. Ugualmente...
Mentre risaliamo in classe spiego ai ragazzi che il Comune sarà informato quanto prima e il preside pure. In particolare il preside va informato quasi in tempo reale: metti che qualche genitore sconvolto gli piombi tra capo e collo già la mattina dopo straparlando di vermi...
Così, finito il mio orario, prendo due bei fogli in A4 e redigo un sobrio resoconto della vicenda per l'uno e per l'altro. Sganasciandosi dal ridere, i custodi spediscono.
In realtà nessun genitore andò a protestare né mostrò di dare soverchia importanza all'accaduto. Altrettanto fecero i ragazzi.
Unica conseguenza del fatto: l'insalata di riso è sparita dal menù per i due anni successivi. Confidiamo nel prossimo, perché era davvero buona.
martedì 18 agosto 2009
Harry Potter e l'Ordine della Fenice

L'intreccio principale riguarda infatti il tentativo del Ministro della Magia, Caramel, di scalzare il preside Silente dal suo feudo personale sostituendolo con la professoressa Dolores Umbridge, braccio destro del ministro in questione. Ma le scuole sono organismi viventi, dotate di volontà propria (specie se sono antiche scuole di magia); e infatti sarà la stessa Hogwarts a rifiutare il cambio al vertice, sputando via la nuova preside e riaccogliendo Silente.
In pratica: il ministro cerca di dominare dall'esterno qualcosa che non conosce e non capisce, usando uno strumento umano dotato sì di ampi poteri ufficiali (cui pero' non corrispondono poteri reali) ma che ne conosce e capisce ancor meno di lui.
Per forza di cose, il tutto si risolve con un buco nell'acqua.
Prima insegnante, poi Grande Inquisitore e infine Preside di Hogwarts, Dolores Umbridge riesce rapidamente a inimicarsi tutte le componenti della scuola: insegnanti, allievi, fantasmi e perfino il poltergeist Pix, con l'unica eccezione del frustratissimo custode Gazza (che da sempre sogna il ritorno delle vecchie e gloriose punizioni corporali con fruste, catene, celle segrete et simila) e di un gruppo di Serpeverde che finiscono però col rivelarsi alquanto infidi.
I rapporti con i colleghi partono male fin dall'inizio; è vero che quello dell'ispettore è un lavoro ingrato e che ogni insegnante è prima di tutto un essere ipersuscettibile e ombrosissimo che detesta sommamente essere messo in discussione, soprattutto da una collega piuttosto incapace e imbevuta di pregiudizi oscurantisti, ma il metodo Umbridge per le ispezioni è fatto apposta per irritare anche un carattere dolce per natura - in effetti si tratta soprattutto di una guerra di nervi in cui le vere capacità didattiche non vengono prese in considerazione. Piton, che è preparatissimo nella sua materia ed è un pessimo insegnante, passa l'esame nel migliore dei modi, mentre Hagrid, altrettanto competente e tutto sommato migliore come insegnante (anche se pratica una didattica un po' troppo avventurosa) crollerà quasi subito sotto il peso delle sue insicurezze, come Sybille Cooman, che invece ha una preparazione decisamente approssimativa e insegna maluccio (pur riuscendo a stabilire un buon rapporto con una cerchia di allieve).
Particolarmente aspro (e divertente) si rivela il duello con Minerva McGrannit, che si ritrova in pratica esautorata dai suoi compiti di vicepreside che ricopriva nel migliore dei modi. Gli scontri tra le due donne sono pagine di altissima letteratura, in particolare il meraviglioso colloquio di orientamento di Harry che finisce con un furibondo litigio da cui il povero ragazzo scappa di gran carriera.
Come insegnante, la Umbridge si rivela inadeguata. Sotto questo aspetto, il personaggio vanta un'illustre serie di ascendenti letterari a cominciare da Dickens, ma ognuno di noi, se ha frequentato una scuola per più di sei mesi, ha incontrato i suoi Umbridge.
La sua principale preoccupazione è non permettere agli allievi di avvicinarsi alla conoscenza pratica di quel che studiano, e possibilmente a nessun tipo di conoscenza tout-court. Ordine, disciplina, lettura individuale in classe (di un manuale molto noioso, si capisce) e una grande attenzione ad evitare ogni tipo di rapporto e interazione con i suoi alunni. Niente esercitazioni pratiche: se i ragazzi saranno in possesso di una solida preparazione teorica, sostiene, non c'è dubbio che agli esami saranno in grado di eseguire correttamente gli incantesimi. I ragazzi, comprensibilmente, mostrano parecchie perplessità a riguardo, tanto più che sono stati abituati ad un approccio molto concreto alle materie: studio sui libri, certo, ma anche parecchie esercitazioni pratiche.
Le cose però rimarrebbero come sono, nonostante il diffuso malumore, se la Prima della Classe, alias Hermione Granger, non prendesse in mano la situazione.
Dopo avere letto e giudicato scarso il manuale scelto dalla Umbridge, la ragazza la costringe (letteralmente: costringe) ad una discussione che coinvolge tutta la classe ma non porta a nessun risultato se non quello di mettere Harry in punizione. E visto che con i metodi legali non si ottiene niente, Hermione organizzerà una sorta di Corso Alternativo di Difesa contro le Arti Oscure che per molti mesi si svolgerà in assoluto segreto (del resto i protagonisti hanno ormai quindici anni, che è l'età delle prime proteste organizzate e delle prime occupazioni...)
Hogwarts fornirà l'aula. Naturalmente è un aula magica, che è sempre a disposizione "quando qualcuno ne ha veramente bisogno" e che risulterà comodissima e dotata di tutte le attrezzature e i libri opportuni per la circostanza. L'insegnante sarà Harry, che da buon Water Violet è un insegnante nato, e da buon Water Violet si farà pregare e quasi costringere. Mirabile la prima lezione, quando dà le prime istruzioni su come disporsi etc. "era strano ritrovarsi a dare ordini, ma era ancor più strano vedere che venivano eseguiti" - che è esattamente l'impressione che ho provato le prime volte che stavo in cattedra.
Come Grande Inquisitore, la Umbridge va incontro all'inevitabile destino di tutti i Grandi Inquisitori quando non sono assistiti da una buona base di consenso o almeno da una notevole intelligenza: ovvero una valanga di disposizioni sempre più dettagliate e una sorveglianza maniacale che sconfina abbondantemente nello spionaggio, il tutto volto ad impedire la benché minima iniziativa individuale da parte degli allievi e degli insegnanti, ma che insegnanti e allievi imparano ad aggirare con tutta naturalezza.
La paura di perdere il controllo della situazione (un controllo che in realtà non ha mai avuto) porta la Umbridge a instaurare una sorta di Terrore; nel momento in cui la vediamo sospendere il professor Piton, reo di non fabbricarle in sette minuti una pozione che richiede un mese di tempo per essere preparata (e che non ha nessuna intenzione di darle, come la Umbridge e i lettori capiscono benissimo) il Grande Inquisitore ricorda molto la Regina di Cuori di Alice che strepita "Tagliategli la testa, tagliategli la testa!".
E' chiaro che la sua partita è ormai persa, ma in quel momento ci accorgiamo che, in realtà, quella partita lei non ha mai avuto la minima possibilitò di vincerla.
La Umbridge sarà rifiutata dalla scuola per Manifesta Inadeguatezza. Non è una buona strega: conosce qualche incantesimo di un certo sadismo (come quelli che usa con Harry nelle punizioni) ma la sua bacchetta è corta e qualsiasi professore là dentro ne sa più di lei. Quando viene nominata preside dal Ministero, Silente, l'unico che Hogwarts al momento sia disposta a riconoscere come preside, scompare e barrica la presidenza, dove la Umbridge molto simbolicamente non riuscirà mai ad entrare.
Naturalmente quella di Hogwarts non è una normale presidenza, con una scrivania di
mogano, una libreria dall'aria solenne e un tappeto di lusso per terra: l'ufficio di Silente è un concentrato di magia di cui i lettori conoscono solo una minima parte, un vero e proprio centro di potere. La cosa viene molto bene in evidenza nel secondo film, quando entriamo la' dentro per la prima volta: la frivola parola d'ordine a base di dolci e la svagata amabilità di Silente non bastano a far dimenticare che l'ufficio è protetto come una fortezza, e che proprio di una fortezza si tratta.
La fine della Umbridge sarà abbastanza drammatica: attirata con l'inganno da Hermione nella Foresta Proibita, viene catturata da una delle molte entita' misteriose che si aggirano là dentro. Sarà Silente a liberarla - LUI, naturalmente, sa benissimo come muoversi nella Foresta... Ma da quella gita la Umbridge uscirà con un esaurimento nervoso in piena regola, e con la bacchetta spezzata (per il Ministero della Magia, comunque, non e' una gran perdita).
Il cerchio si chiude, e Hogwarts ritorna un feudo di Silente - non ha mai smesso di esserlo, in realtà. Ma adesso la scuola è molto piu' consapevole di sé e della sua forza, in tutte le sue componenti - soprattutto ne sono consapevoli i suoi studenti, che sono la vera forza di ogni scuola e i veri proprietari: non c'è sorveglianza che possa impedire a un gruppo di alunni determinati di avviare proteste, associazioni segrete e gruppi eversivi, e la stessa Hogwarts collabora apertamente con loro, fornendogli un adeguato ambiente di lavoro; solo gli studenti conoscono tutti i segreti di una scuola (e questo l'avevamo già visto nei libri precedenti, con la Mappa dei Malandrini). E infine non sempre i voti indicano la reale scala gerarchica degli allievi: il gruppo dei sei che raggiungono e mettono a soqquadro il Ministero della Magia comprende sì la più brillante allieva del momento (Hermione) ma anche un alunno universalmente ritenuto tra i più imbranati (Neville Paciock) che anche nei libri successivi mostrerà talenti fuor dal comune, oltre alla svagatissima Luna Lovegood che passa per essere un po', come dire, "diversamente strega"; lo stesso Harry, pur rientrando nella fascia medio-alta del profitto non è mai stato un allievo eccezionale, ma rientra in quella categoria particolare che, pur non brillando mai troppo negli studi, riesce a mettere a profitto quel che ha imparato ben più di compagni ritenuti più brillanti. Quanto ai gemelli Weasley, i due discoli della scuola, hanno preso voti decisamente ordinari ai loro GUFO studiando in apparenza solo lo stretto indispensabile, ma gli incantesimi con cui metteranno a soqquadro Hogwarts per intralciare la Umbridge riscuotono l'ammirazione di tutto il corpo docenti e le loro abilità (che dalla scuola vengono, e alla scuola si sono perfezionate in vari modi) apriranno loro le porte di un grande e immediato successo commerciale.
lunedì 17 agosto 2009
Noi fummo da sempre calpesti, divisi / perché non siam popolo, perché siam divisi

CLASSE: II media, livello medio.
MOMENTO: Verso la fine di Aprile (seguendo gli attuali programmi)
La lezione dovrebbe svolgersi pochi giorni dopo aver terminato la parte di programma di storia che parla dei moti del 48-49, verifica inclusa, e prima di iniziare la parte sul “decennio di preparazione” di Cavour.
MATERIA: Storia, Letteratura italiana, Educazione civica
FINALITÀ’: ampliare le conoscenze sul Risorgimento italiano
capire perché il testo è stato scelto come inno nazionale
addomesticarsi con l’arte di analizzare un testo in base all’inquadramento storico
PREREQUISITI:
Sapere che c’era un movimento irredentista che voleva l’unità d’Italia.
Conoscere la prima parte del Risorgimento, fino ai moti del 48 compresi
TEMPO: 1 ora, più mezz’ora della lezione successiva per la verifica.
1 ora in compresenza o in aggancio a Educazione Musicale.
PARTE PRIMA - L’INNO UFFICIALE
Testo: Fratelli d’Italia di Goffredo Mameli
I - Dove siamo.
Rapido riepilogo della situazione storica dopo i moti del 48 da parte degli allievi: è sufficiente che abbiano ben presente che l’Europa era stata attraversata da una vampata rivoluzionaria, che ad un certo momento era sembrato che i rivoluzionari potessero farcela, ma che poi tutto era finito in niente. Un accenno alla Repubblica romana, e alle speranze che aveva suscitato.
II - E questo cos’è?
Spiegare agli alunni che la poesia che hanno in mano è l’attuale inno nazionale.
Molti saranno sorpresi perché hanno sentito spesso la prima strofa, ma ignoravano che ce ne fossero altre. Spiegare che la versione completa viene eseguita molto raramente.
(Se chiedono il perché, ammettere di non saperlo)
III - L’autore e il contesto culturale.
E’ nato nel 1827 e ha scritto la poesia nel 1847, appena laureato.
Partecipò ai moti del 48 e fu tra i difensori della Repubblica romana. Morì nel 1849, per una ferita.
Il fatto che sia morto nei moti irredentisti, e così giovane, sta ad indicare che, anche se magari non è stato il più grande poeta della nostra letteratura, la sua buona fede è fuori discussione. La poesia, dunque, è sincera. Se magari oggi può sembrare retorica è perché nel frattempo il gusto è cambiato: nessuno oggi si sognerebbe di scrivere una canzone così. All’epoca invece era perfettamente normale.
IV - Di che parla il testo
E’ la parte centrale della lezione.
Oltre alla spiegazione letterale del testo occorre fornire una spiegazione per le parole più insolite (“calpesti” per “calpestati”, “squilla” per “campana, “natio” per “dove si è nati” eccetera. Sono tutte cose che serviranno per l’anno successivo, quando verranno letti Manzoni e Leopardi e gli altri autori dell’ottocento, e intanto imparano a familiarizzarsi con questo tipo di lessico).
Gli avvenimenti storici citati nella poesia vanno richiamati uno per uno, e riassunti nei tratti essenziali (tra l’altro alcuni per gli alunni saranno completamente nuovi).
“Scipio” è Scipione l’Africano, che sconfisse Annibale che, ad un certo punto, sembrava dovesse invadere Roma. Questo spiega anche l’accenno alla Vittoria schiava di Roma: ai tempi dell’antica Roma l’Italia era unita, e anche molto potente. Dopo ha dormito un sonno millenario ma adesso “s’è desta”.
La battaglia di Legnano è possibile che non richieda grosse spiegazioni, soprattutto se l’anno prima è stata fissata con “Il parlamento” di Carducci: è il momento in cui l’imperatore straniero (e tedesco, guarda un po’), che si era messo in testa di fare il prepotente in Italia (distruggendo tra l’altro Milano) viene sconfitto e ricacciato oltre i confini. Siamo nel XII secolo, nella gloriosa Italia dei Comuni, che andava molto di moda nel Risorgimento.
Ferruccio molto probabilmente giungerà nuovo alla classe. Basta accennare che difese con grande coraggio Firenze durante un assedio dei francesi, in un periodo (intorno al 1500) in cui i francesi andavano e venivano in Italia come se fosse casa loro.
“Balilla” invece è termine piuttosto noto, e i ragazzi hanno sentito nominare sia i Giovani Balilla del fascismo che la macchina Balilla, uscita in quegli anni.
Spiegare che, anche se adesso è diventata praticamente una parolaccia, e suscita solo associazioni sgradevoli, nel 1847 quel nome era invece collegata ad un episodio glorioso e assai patriottico: Balilla è, in genovese, diminutivo di Battista, e il piccolo Balilla era un ragazzino genovese che nel 1746 lanciò un sasso contro un ufficiale austriaco innescando così una sollevazione della città. Dopo cinque giorni di combattimenti gli austriaci levarono le tende.
I “Vespri” sono i Vespri siciliani: altra sommossa popolare, che nel 1282 scacciò gli Angioini (francesi) dalla Sicilia.
(Di passaggio, è opportuno accennare che, guarda caso, un tale Verdi scrisse due opere dedicate per l’appunto ai Vespri Siciliani e alla Battaglia di Legnano. Basta un accenno, perché l’argomento sarà ripreso nella seconda lezione).
Quanto al “sangue polacco” non dovrebbe dare particolari problemi perché è roba recente: al Congresso di Vienna, Russia e impero asburgico si erano spartiti il regno di Polonia, che era così diventato un paese che aveva lo stesso identico problema dell’Italia, e per giunta a causa dello stesso nemico: l’Austria.
V - Il senso generale
Riepilogando: abbiamo un episodio di storia romana, cinque ricordi di cinque gloriose occasioni in cui l’italico coraggio ha sconfitto o comunque duramente provato gli incauti invasori stranieri, e un accenno a un popolo che ha un problema abbastanza simile a quello italiano, cioè essere stato spartito come una torta da potenze straniere, oltre a un accenno all’Austria vista come un’aquila spennacchiata.
Gli episodi in cui l’italico coraggio ha sconfitto gli invasori sono geograficamente collocati in tutta la penisola (Milano, Genova, Firenze, Palermo), e si lascia chiaramente capire che sono tutte punte di iceberg: ogni italiano, in qualsiasi momento, potrebbe fare altrettanto.
La poesia si apre con un’invocazione ai fratelli d’Italia (divisi, dunque, per colpa dello straniero, ma uniti nel cuore), poi c’è una spiegazione storica all’attuale debolezza d’Italia, dovuta proprio alla sua frantumazione, e un invito a unirsi.
Vale la pena, se la classe è in condizione di sopportarlo, di soffermarsi sui versi “l’unione e l’amore / rivelano ai popoli le vie del Signore”: grazie a un fenomeno di generale affratellamento delle italiche genti, sarà chiaro che l’unione dell’Italia fa parte del disegno divino. Da sempre i popoli insorti invocano Dio dalla loro parte, ma qui il Signore è chiamato in causa in modo molto gentile.
Questo spiega anche perché, nonostante i numerosi riferimenti guerreschi, la poesia ha potuto essere adottata come inno nazionale da una nazione che, nella sua costituzione, dichiara di ripudiare la guerra.
VI - Verifica
(in classe)
Gli studenti devono rispondere per iscritto a tre domande:
1) In che contesto storico scrive l’autore
1) A chi si rivolge, e cosa propone
2) Perché l’autore insiste tanto sul passato glorioso dell’Italia.
PARTE II - L’inno ufficioso
Testi:
- Va’ pensiero, dal Nabucco; musica di Giuseppe Verdi, testo di Temistocle
Solera (1842)
- Dell’aura tua profetica, dalla Norma; musica di Vincenzo Bellini, testo di
Felice Romani (1831)
L’introduzione storica si fa abbastanza facilmente perché ogni manuale di storia ha un box o una scheda dedicata all’importanza, anche politica, della musica lirica nell’Ottocento - e in queste schede viene sempre raccontata la nascita di “Va pensiero”, dell’entusiasmo che suscitò fin dalla sua prima esecuzione e di come un coro di ebrei esiliati che deprecavano la loro triste sorte si trasformasse in un inno rivoluzionario, con grande scorno della censura austriaca.
Occorre anche ricordare come il coro sia sempre rimasto popolarissimo (è uno dei pochi brani di musica classica che praticamente ogni italiano conosce) e come a tratti sia stato proposto di farne l’inno d’Italia.
(Un confronto tra i testi di “Va’ pensiero” e “Fratelli d’Italia” spiega abbastanza facilmente perché il secondo ha prevalso: “Va’ pensiero” è un lamento, senza altro progetto che quello di imparare a sopportare con pazienza le avversità, il secondo contiene un progetto molto chiaro e la volontà di rimettere a posto quel che funziona male. Anche se musicalmente il divario qualitativo è enorme, la scelta di un inno nazionale è prima di tutto un fatto politico).
Gli insegnanti possono fornire qualche ampliamento, per esempio spiegando che l’opera era sì popolare, ma nelle città, visto che in assenza di radio e televisione i contadini erano decisamente tagliati fuori da questo tipo di intrattenimenti (non era invece questione di reddito perché i posti popolari erano a prezzi realmente popolari).
Si deve poi aggiungere che “Va pensiero” non fu un caso isolato, e che molte opere di quel periodo, non solo di Verdi, contengono cori e arie a sfondo risorgimentale, e che anzi i soggetti spesso erano strutturati (e i libretti scritti) in modo da consentire quel tipo di operazione, con grande abbondanza di perfidi tiranni e invasori stranieri contro cui covava la rivolta. Il tema era molto sentito dagli intellettuali dell’epoca: non solo dai musicisti, ma anche dai librettisti (e dagli impresari, non fosse che per il successo di pubblico che riscuoteva).
Il coro dalla Norma è stato scelto perché, oltre ad essere molto gradevole all’ascolto, è di segno opposto a “Va’ pensiero”: non c’è niente di elegiaco o di introspettivo, solo una tribù infuriata e decisa a cacciare via gli invasori in malo modo. Volendo, può essere sostituito dal secondo coro della Norma “Guerra! Guerra!”, che è più breve e ha un ritmo più veloce ma espone esattamente gli stessi concetti - o da un’altra quarantina di cori analoghi (anche se non tutti altrettanto suggestivi).
Anche qui è necessario fare un po’ di lavoro sui testi, sbrogliando le frasi più complicate per permettere agli allievi di seguire il senso.
Una volta concluso l’ascolto, e la seconda lezione, il Risorgimento viene abbandonato a sé stesso e ritorna un argomento di esclusiva pertinenza di Storia.
In compenso le connessioni tra musica e politica e soprattutto l’uso della musica come veicolo di trasmissione per temi profondamente sentiti dalla collettività possono continuare ad essere studiate per mesi e anni di fila: il materiale non manca certo.
Parte Terza - Musica e politica
La palla passa all’insegnante di Educazione Musicale (che può poi rilanciarla in seguito ai colleghi del Consiglio di Classe): a parte la musica lirica della prima metà dell’Ottocento, esistono altri casi in cui la musica cantata è stata concepita o interpretata in chiave politica?
Ovviamente di casi ne esistono un’infinità, partendo dal blues e dalle canzoni di protesta dei lavoratori fino ad arrivare a musiche incise due giorni fa, e ogni ragazzo ne conosce almeno qualcuno.
Il lavoro può ramificarsi in infiniti modi: si può ad esempio esaminare qualche tema dei più ricorrenti per Educazione Civica o per Storia, lavorare sulle poetiche di certi testi in italiano o nelle lingue straniere studiate da quella classe, o su colonne sonore di film musicali o su video che sono diventati particolarmente famosi (a quel punto si può anche agganciare Educazione Tecnica). Anche gli incastri con Geografia sono numerosi, e spaziano dai moti rivoluzionari in Sud America sino alle questioni energetiche e ambientali.
Tanto per fare un minimo esempio, se vogliamo insistere sul filone degli inni nazionali:
l’inno inglese “God Save the Queen” ha avuto almeno due rifacimenti nell’ambito della musica rock.
- La prima è la versione dei Queen, che sul doppio significato in inglese del loro nome hanno giocato spesso. Una tipica chiusa dei loro concerti era l’inno suonato dalle tastiere mentre il cantante si esibiva sul palco in manto bordato di ermellino, con corona e scettro. Le parole erano cantate dal pubblico.
- Nel 1976 i Sex Pistols lanciarono una versione molto personale di “God Save the Queen”. Il testo, cantato con un’intonazione molto approssimativa e con grande sfoggio di chitarre in distorsione, era estremamente acido verso il sogno imperiale britannico. La canzone, che ebbe un enorme successo e scandalizzò mezzo pianeta, chiuse la stagione del progressive rock inglese e aprì quella del punk rock, facendo spargere fiumi di inchiostro ai sociologi, oltre che ai critici musicali.
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