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lunedì 30 maggio 2016

La sganascevole e ridicolissima farsa del registro elettronico - 4 - Il vero insegnante non teme il ridicolo

Taci, il nemico ti ascolta!

Giunse così il D-Day e il registro da quel giorno fu ufficialmente in chiaro - purché un familiare adulto fosse passato a ritirare la password, e tale password fosse effettivamente funzionante (alcune non lo erano) e purché in famiglia qualcuno si fosse deciso a fare il Grande Passo e ad aprire il Registro Elettronico in questione, e soprattutto purché la famiglia avesse un collegamento a Internet funzionante - cosa che a St. Mary Mead non sempre avviene, e infatti i problemi di collegamento non ci sono solo a scuola.
Qualcuno comunque doveva essersi dato da fare in gran fretta, perché la mattina dopo, alle otto, la professoressa Quadrella era in Sala Insegnanti a pasticciare con il computer spiegando che "era bene fare attenzione, perché ieri sera mi hanno telefonato per avvisarmi che un alunno segnato assente in realtà non lo era affatto. E avevano ragione, perché l'alunno era effettivamente a scuola, e quello davvero assente era immediatamente prima di lui nell'elenco".
Cose che capitano, certo. E naturalmente nessuno è mai al sicuro da questi piccoli errori di distrazione. Dobbiamo imparare a convivere con la consapevolezza che il Nemico ci ascolta.

E tuttavia.

Quel giorno uscivo con la classe, per visitare un pregevole e rinomato museo. Al ritorno, mi sono attardata in Sala Insegnanti per compilare il registro, e ho così scoperto che gli insegnanti che quella mattina avrebbero dovuto fare lezione con la classe che usciva avevano firmato le loro ore come se la classe fosse stata presente, ma si erano poi ben guardati dal firmare le ore di supplenza che avevano svolto in altre classi.
D'accordo, è pur vero che al corso fatto ormai due anni fa sull'uso del Grandioso Registro Elettronico nessuno pensò di spiegarci come fare in caso di gite o di uscite didattiche, però cosa c'è di male, quando fai un lavoro al pubblico davanti a venti e passa testimoni, a dichiarare il vero evitando nel contempo di dichiarare il falso?
Ad ogni modo io ero venuta lì per firmare e avrei firmato, e niente e nessuno sarebbe riuscito a fermarmi: ho firmato cinque ore di compresenza e ho raccontato dov'era la classe e con chi, scrivendolo sia nel campo delle lezioni che in quello delle "Annotazioni", e si arrangiassero in Segreteria (ma dubito che in Segreteria si siano accorti di alcunché).

La mattina dopo sono entrata nella Seconda Effervescente, che giustamente effervesceva.
"Prof" mi ha detto Anarion "Perché nei compiti che ha dato ieri ha scritto pagg con due G?".
"La doppia consonante nelle abbreviazioni indica il plurale " ho spiegato compunta e professorale "come per esempio in ss che sta per 'santi', quando non è usata in un testo di storia sul nazismo, oppure in FF SS che sta per Ferrovie dello Stato".
"Però lei ha scritto pagg sia dove indicava una pagina che dove indicava un gruppo di pagine" osserva Anarion in tono vellutato.
"Ehm. Ho sbagliato. Prometto che stasera correggerò".
E ho corretto davvero: se la classe ha deciso di rivedermi le bucce nel più puntiglioso dei modi, non mi resta che correggere con altrettanto puntiglio.
Da allora sto attentissima a scrivere pagg. solo quando indico un gruppo di pagine, naturalmente. Ed è un vero tormento.
Ma, se il Nemico mi ascolta e soprattutto mi legge, non posso che adeguarmi.

Il Registro Elettronico è venuto alla luce. Evviva il Registro Elettronico.

venerdì 27 maggio 2016

Tobia - Timothée de Fombelle

                                           
Tobia - Un millimetro e mezzo di coraggio
Tobia - Gli occhi di Elisha

Siamo su un albero, un grande e verde albero assai lussureggiante, circondato da prati, o forse da campi più o meno coltivati. Su questo albero una complessa e ben strutturata civiltà di piccoli, piccoli esseri molto simili all'umanità preindustriale vive in paesi, città, case isolate. Sull'albero abbiamo foreste (per lo più di licheni), prati, stagni, caverne, imponenti edifici e fiorenti tenute agricole - e, naturalmente, molta corteccia, molti insetti e anche qualche uccello. L'albero è un mondo, tanto che molti dubitano che oltre all'albero esista qualcosa. Ogni tanto sull'albero arrivano alcuni individui di una temibile razza, gli Spelati, che in realtà non sono affatto feroci e immondi come li vorrebbero i pregiudizi locali, semplicemente fanno parte di un altra cultura. All'inizio comunque, e per molte e molte pagine, conosciamo solo il popolo dell'albero.
Su questo albero esiste una rigida gerarchia sociale, tanto che gli abitanti dei rami alti sanno pochissimo di quel che succede nei rami bassi, e nulla degli Spelati se non che esistono.
Anzi all'inizio sappiamo solo che un ragazzino di dodici anni, piuttosto grande per la sue età - alto ben un millimetro e mezzo, laddove solo gli adulti più alti passano i due millimetri - viene cacciato furiosamente, lassù sui rami alti, da torme inferocite che vogliono ucciderlo. Tobia è ferito, stanco, terrorizzato e separato dalla sua famiglia, ma è ben deciso a sopravvivere. Grazie a un po' di fortuna e a molta determinazione riesce a mettersi in salvo e comincia a scendere. Oltre a un grande coraggio e a un indomabile vitalità, Tobia ha dalla sua parte anche una grande conoscenza dell'albero e un eccellente senso dell'orientamento, e riesce a seminare tutti i suoi nemici fino a tornare a casa sua - anche se, a dire il vero, la sua vera casa sarebbe nei rami più alti dell'albero, dove è cresciuto per i primi anni della sua vita. 
La sua storia è lunga e complessa, anche se lui è ancora giovanissimo, e solo un po' per volta, attraverso un accorto intreccio dei piani temporali, il lettore riesce a ricostruirla.
Verso la fine del libro la vicenda si salda con il presente, ma nel secondo libro ci sarà da ricostruire la storia di Elisha, ragazza bella fiera, anche lei dotata di un coraggio indomabile, e ancor prima quella di sua madre.
La vicenda si snoda lungo più di quindici anni, flashback compresi, e coinvolge l'intera popolazione e financo l'Albero-Mondo, che una scellerata dittatura rischia di danneggiare in modo irreparabile; ma quando i fili della storia avranno terminato di intrecciarsi e tutti i misteri del passato saranno chiariti, l'albero riuscirà a salvarsi e anche agli Spelati verrà riconosciuto il dovuto rispetto e i due popoli impareranno a conoscersi.

La narrazione si svolge lungo più di seicento pagine, divise in due volumi, ed è inframezzata dai bellissimi disegni di François Place, che ha curato anche le due splendide copertine - una dedicata all'albero nella sua verde primavera, l'altra all'albero di fine autunno; oppure, volendo, una all'albero in buona salute, l'altra all'albero ammalato. La storia riesce ad essere contemporaneamente romanzo d'avventura, di formazione e d'amore - con eccellenti risultati in tutti e tre i campi - ma anche un libro molto attento alle tematiche ambientali e sociologiche e ai danni arrecati da pregiudizi e ristrettezza di vedute. E' anche un trattato molto interessante sui sentimenti e la loro forza, e sulle trappole che riescono a creare.
L'autore riesce a sdipanare con chiarezza e semplicità una storia complessa e molto articolata, giostrandosi abilmente tra i molti personaggi che popolano questo affresco arboreo. Le seicento pagine scorrono bene, con qualche patema d'animo per il lettore che si immerge senza difficoltà nella storia - caso mai, il problema può essere uscirne.
Si lascia leggere facilmente, ma tiene comunque impegnati per qualche giorno. E non conviene centellinarlo a piccole dosi perché in quel caso si rischia di perdersi.
Fa parte di quella letteratura per giovani adulti che riesce assai gradita anche a molti adulti - a me, per esempio.
Rientra nella letteratura fantastica ma non nella fantasy, e in tutta la storia non c'è la minima traccia di magia o di sovrannaturale - salvo quella parte di magia che ognuno di noi si porta dentro, ne sia consapevole o no.
Consigliato dai dieci anni in su. Va bene per tutte le stagioni.
L'autore è lo stesso di Vango, da me presentato qualche tempo fa.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma, e auguro felici letture in questo scorcio di fine primavera più fresco e piovoso del solito a chiunque passi di qua.

giovedì 26 maggio 2016

La sganascevole e ridicolissima farsa del Registro Elettronico - 3 - Vegliate, perché non saprete né il giorno né l'ora


In una bella mattina di tarda primavera, appena entrata in Sala Insegnanti venni informata che di lì a una settimana il Grandioso Registro Elettronico sarebbe stato visibile anche a genitori e alunni.

"Così, all'improvviso?" chiesi sorpresa "A un mese dalla fine dell'anno scolastico?"
Ebbene sì, giusto a un mese dalla fine dell'anno scolastico. Il giorno dei colloqui generali, i coordinatori avrebbero distribuito le password ai genitori. In effetti tutto ciò avveniva appunto perché i genitori ce lo chiedevano (una volta tanto nessuno ha tirato in ballo l'Europa).
In effetti corre voce che da più di un anno i genitori ce lo chiedessero, ma nessuno se li era mai filati più di tanto. Da qualche settimana però era improvvisamente cambiata la Dirigenza: la Nostra Preside si era avviata verso altri e più prestigiosi lidi, e al suo posto era subentrata una Reggenza. La quale Reggenza, informata che fu dell'esistenza di un Registro Elettronico, alla prima richiesta in tal senso decise di togliergli quell'aura di leggenda che lo ammantava e di farne un banale, concreto ma utilizzabile Registro Elettronico, che a scuola avrebbe comunque continuato a funzionare ogni tanto e sarebbe stato aggiornato soprattutto da casa dei docenti o dalla Sala Insegnanti, ove era l'unico computer della scuola dotato di una connessione quasi sempre funzionante - perché alla scuola di St. Mary Mead il collegamento in rete continua ad essere un optional che assai raramente ci onora della sua presenza.

La notizia non suscitò un particolare scalpore - anche perché, scoprii in seguito, era rimasta confinata ai pochi eletti che quella mattina, per questioni di orario, stavano in Sala Insegnanti a cazzeggiare in attesa di entrare in classe. Né alla Reggente né alla VicePreside (e neppure alla responsabile di plesso) venne in mente di fare un qualche tipo di circolare che informasse tutti gli insegnanti e, perché no, magari, anche gli alunni e i genitori. A dire il vero qualche alunno lo sapeva: i miei, cui mi ero precipitata a comunicare la lieta novella.
Fu così che, il giorno del ricevimento, molti insegnanti scoprirono che avrebbero dovuto consegnare le password, e sgranarono gli occhioni assai stupiti.
"D'accordo" disse la prof. Quadrella "Gli diamo la password. Ma loro dov'è che firmano per dichiarare che l'hanno ricevuta?".

"Non c'è problema" disse la VicePreside "I coordinatori hanno l'elenco delle classi, li fanno firmare lì".
"Sì, ma firmare che cosa?" chiese la prof. Quadrella "Qui non c'è scritto niente di niente, c'è solo il nome e lo spazio per la firma".
"Boh, fategli scrivere accanto 'ricevo password'" suggerì bonaria la VicePreside.
"Ma non c'è lo spazio!".
La VicePreside, che non è abituata a porsi grandi problemi (il che non sempre è solo e soltanto un pregio) si strinse nelle spalle.
Quanto a me, presi il foglio e scrissi a lato "Dichiaro di ricevere la password per il registro elettronico" con tanto di data. E fu così che i genitori della mia classe rilasciarono non una ma ben due firme, perché al contrario della VicePreside, su queste cose io sono un po' piantagrane e voglio tutte le carte in ordine. Del resto, nel più ci sta il meno. Giusto?

Comunque non tutti i genitori reagirono nel modo previsto. Qualcuno sorrise e disse "Era ora, così è tutto molto più comodo". Altri chiesero se alla password erano allegate le istruzioni (e io non lo sapevo, non avendo aperto le buste con la password, e mi limitai a dire che pensavo di sì), altri non fecero commenti e presero la busta. Una madre invece fece un salto inorridito, nemmeno le avessi offerto un aspide ben carico di veleno ed esclamò "Non la voglio! Non so nulla di queste cose!".
"Ma suo figlio porta regolarmente a scuola il computer per fare i compiti" osservai timidamente "non dovrebbe essere difficile per lui. Le spiegherà come fare".
"Devo proprio prenderla?"
"Preferirei di sì, signora. Comunque nessuno vi obbliga ad usarla".
Sospirando, la madre firmò e prese la temibile busta.
Immagino che non fosse tra quei genitori che erano andati a reclamare perché volevano l'accesso al Grandioso Registro Elettronico.

(to be continued)

lunedì 23 maggio 2016

Haeretica - Galassia radicale


I radicali entrarono nella mia vita quando ero ancora giovanissima. Dopo il grandioso referendum del 1974 che non abrogò la legge sul divorzio presero la rincorsa per legalizzare l'aborto e io passai la terza media seguendo tutte le fasi della lotta sull'Espresso, che gli dedicava grande attenzione, molto frustrata per non poter firmare per il referendum abrogativo contro la legge che considerava l'aborto un reato. Col tempo imparai anche qualche nome: Pannella, Bonino, Aglietta, Spadaccia. Non potei votare radicale nel 1976 ma lo feci appena ebbi il diritto di voto, tutte le volte che li ho trovati sulla scheda per le elezioni parlamentari italiane e europee e sono sempre andata a votare tutti i loro referendum, che condividevo in toto.
In effetti ho sempre condiviso tutte le iniziative radicali, proprio tutte, con l'unica eccezione della lotta per l'esperanto. Sì, apprezzai anche l'idea di mandare Toni Negri in parlamento perché ritenevo che il suo interminabile processo non fosse condotto con giustizia - e in cuor mio ho sempre pensato che fece benissimo a scappare in Francia avendone la possibilità. Approvai il fatto che fossero disponibili a trattare con le Brigate Rosse ai tempi del rapimento Moro, e ancor più che candidassero (riuscendo a mandarli in parlamento) terroristi pentiti dopo che avevano scontato regolarmente la loro pena; trovai estremamente simpatica l'idea di mandare Ilona Staller in parlamento (no, non la votai, ma solo perché non era nella mia circoscrizione), mi piaceva l'idea di legalizzare l'obiezione di coscienza, ero e sono tuttora fieramente antiproibizionista, nonché a favore dell'eutanasia,  mi convinsi subito che appoggiare le rivendicazioni degli omosessuali era cosa buona e giusta e via dicendo.
I quattro radicali che entrarono in parlamento nel 1976 sconvolsero la politica italiana. Insieme ai quattro (anzi, sei) gatti di Democrazia Proletaria portarono una serie di temi di cui mai alcun politico si era interessato se non assai marginalmente. Nel 1979 entrambi i drappelli aumentarono (anche se mi sembra che DP avesse cambiato nome e sigla). Erano pochi, ma sembravano una legione - e lavorarono come castori.
In questi giorni di interminabili commemorazioni pannelliane tutti ricordano come dischi rotti il divorzio e l'aborto, ma la zampata radicale si è insinuata in una miriade di leggi e leggine e riforme, alcune portate a maturazione molti anni dopo l'arrivo di quell'epica, prima pattuglia: il nuovo diritto di famiglia, l'obiezione di coscienza, la questione delle barriere architettoniche e in generale dei diritti dei disabili, lo spinello depenalizzato, le unioni civili faticosamente approvate qualche giorno fa, l'opposizione alla micidiale legge sulla fecondazione assistita (quel referendum non raggiunse il quorum, ma la legge faceva talmente schifo che pezzo a pezzo la Corte Costituzionale l'ha smantellata), il tribunale internazionale per i crimini contro l'umanità (nato ai tempi della guerra in Iugoslavia, che solo attraverso Radio Radicale era possibile seguire in modo dettagliato). Sto dimenticando un sacco di cose, ma questo è un post autobiografico e la memoria è selettiva. Comunque posso aggiungere anche il caso Tortora, la fame nel mondo e il grosso contributo dato dai radicali per il referendum per l'abolizione del proporzionale, il referendum contro il nucleare e quello per la responsabilità dei magistrati (che vinsero, ma che è ancora lì che aspetta di essere applicato),  i diritti dei carcerati e l'ignobile condizione delle patrie galere, la pubblicazione dei bilanci delle Camere...

E Radio Radicale. All'inizio la potevi ascoltare su una serie di frequenze locali, poi dopo lunghissimo patire, quando ogni tanto veniva sospesa per mancanza di soldi, finalmente venne più o meno stabilizzata. Con gli anni, Radio Radicale è diventata la mia fonte di informazione, comodissima perché da lì puoi seguire tutto: congressi di partiti, approfondimenti internazionali, sedute parlamentari, spiegazioni dettagliate delle proposte di legge, e la meravigliosa rassegna stampa di Massimo Bordin dall'affascinante titolo di Stampa e regime. Ma anche tante simpatiche rubriche sui più vari argomenti e un infinità di dibattiti e presentazioni di libri.

Alla base di quasi tutto c'è Pannella, naturalmente, che già nel 1976 alle tribune politiche parlava di diritti dei carcerati e di eutanasia (ma non ancora di cellule staminali e nemmeno di fecondazione eterologa, ché ancora era roba che non esisteva); Radio Radicale l'ha inventata lui, ma non costruita pezzo per pezzo fino a farne quella meraviglia che è oggi. Pannella era la figura più appariscente e meglio spendibile in televisione, almeno fino agli inizi degli anni 90, quando diventò inascoltabile e dimenticò l'esistenza dei punti che chiudevano i discorsi, ma la galassia radicale si è sempre mossa di vita propria.
Se potrà sopravvivere alla morte della sua figura più famosa, proprio adesso che Emma Bonino, che per me è sempre stata la vera incarnazione dello spirito radicale, si sta rapidamente consumando per malattia, è quello che scopriremo presto. 
Le premesse, purtroppo, non sono delle migliori. Se la galassia scomparirà, per l'Italia sarà una grossa perdita, ma per me sarà una tragedia personale, perché perderò il mio baricentro politico.
E mi sentirò estremamente sola.


giovedì 19 maggio 2016

Hortodoxa - 17 Maggio 2016 - Giornata mondiale contro l'omofobia - Habemus Legem


Quest'anno la Giornata Mondiale contro l'Omofobia è passata un po' in sordina, probabilmente perché nei mesi scorsi abbiamo tutti sentito parlare notte e giorno senza requie e senza posa di gay e lesbiche e delle terribili conseguenze che avrebbe portato al viver civile l'inconsulto e disastroso atto giuridico di legittimare cotali orrende coppie, ammettendo così esplicitamente che anch'esse sono composte da esseri umani e non da terribili mostri devastatori.
Un benefico silenzio è infine calato da qualche giorno sulla questione. L'improvvida legge (che offre il campo a molte, anche impreviste, considerazioni per chi vuole esaminarla bene) è passata, l'Italia è diventata un paese un po' più normale e si suppone che prima o poi arriverà anche il resto, se non sopravviene l'orribile catastrofe annunciata e promessa dai cattolici integralisti.
Al momento comunque la temutissima invasione di demoniaci mostri non è ancora iniziata, e possiamo goderci un po' di pace.
Auguri e rallegramenti a chi andrà in municipio a registrare la propria unione, a chi non ci andrà e anche e soprattutto a chi, al momento, non ha alcuna felice unione da registrare, perché possa al più presto inciampare in quella sorta di felice catastrofe che è il Grande Amore - di cui poi poter decidere se è il caso di regolarizzarlo o meno.
E possa l'Amore, unito al Buon Senso, illuminare con la sua benefica luce le giornate di tutti noi - anche di chi è allergico alle scartoffie e alle cerimonie.

Ma a proposito di impreviste considerazioni:

domenica 15 maggio 2016

Manuale del Perfetto Insegnante - Tipologie di genitori - 4 - Genitori che ti chiedono di alzare il voto




Il giovane e fascinoso Benjamin, prima triste e solo sotto adozione, poi felice e assai coccolato dalla figlia di Acquaforte.
(né lui né Acquaforte o sua figlia hanno niente a che fare con l'argomento del post, per loro fortuna)

Ordunque tra le tante strampalate tipologie di genitori che l'insegnante incontra regolarmente, una delle più irritanti è quella del Genitore Che Chiede di Alzare i Voti.
Cotal categoria si divide in due rame: la prima è quella dei genitori che chiudono insistentemente di alzare il voto di qualche materia per portarla alla sufficienza o magari si impuntano per una promozione a Giugno che richiede il rialzo di molti voti in molte materie. Costoro possono essere molto insistenti, giungendo nei casi più estremi a minacce larvate (ma anche crisalidate o adulte) e ad aperte recriminazioni talvolta assai spiacevoli, ma il loro atteggiamento è in fine abbastanza comprensibile, perché si industriano, sia pure con modi e comportamenti talvolta assai riprovevoli e nel migliore dei casi alquanto assillanti, ad evitare le spiacevoli conseguenze che deriverebbero da un debito o una bocciatura della loro prole.
Assai più difficile da comprendere e da scusare è il comportamento, che pure di solito rimane abbastanza rispettoso delle norme del viver civile, di quei genitori che tampinano lo sventurato insegnante di turno perché alzi il voto ai loro figli quando cotal voto è sì sufficiente, ma non raggiunge la meta che loro hanno stabilito che la loro prole debba raggiungere in una determinata materia.

Costoro arrivano spesso sorridenti, avviando il colloquio con aria complice, e solo raramente si mostrano fin dall'inizio corrucciati - quest'ultimo atteggiamento è adottato più frequentemente dai genitori maschi, ma non è del tutto assente nemmeno dai genitori femmine, dette anche genitrici. Talvolta prendono la questione alla lontana, accerchiando l'insegnante con una manovra a spirale.
Oppure arrivano e basta, avviando le manovre solo quando hanno appurato che la loro prole è destinata a una sufficienza o a un miserabile sette. Pur non essendo del tutto insoliti anche casi di genitori che si impuntano sul nove o addirittura sul dieci, la maggior parte ha pretese più modeste e chiede di alzare solo di un punto la valutazione. Il piccolo dettaglio che l'insegnante abbia scelto una valutazione inferiore ai loro desideri, e che lo abbia con tutta probabilità deciso in base ad un criterio che non contemplava la scelta del voto a casaccio, non turba minimamente i loro animi.
Si arriva infine alla fatidica domanda "Come mai soltanto sei (o sette)?".
Un po' perplesso, l'insegnante mostra il registro, la media dei voti, sciorina compiti scritti, spiega e racconta.
"Ma è lo stesso voto dello scorso quadrimestre. Non c'è stato nessun progresso?" obbietta il genitore (oppure, a seconda dei casi "Ma allo scorso quadrimestre gli aveva dato di più"). E talvolta impavidamente proclama "Ma lo scorso anno aveva di più", tessendo eventualmente un elogio dell'insegnante precedente, tanto bravo e comprensivo e con cui l'alunno/a aveva "un bellissimo rapporto".
L'insegnante prova a dire che, rispetto allo scorso quadrimestre o scorso anno il profitto è peggiorato, oppure che è rimasto uguale - insomma, si ingegna di ripetere che non vede alcun appiglio per alzare quel voto.
Arrivano allora i motivi per cui il voto andrebbe alzato. La prima e preferita è che "lui/lei ci tiene tanto".
L'insegnante prova a far scivolare nella conversazione la considerazione che non basta volere un determinato voto, ma occorre anche produrre delle prestazioni che appunto siano all'altezza di quel voto. 
Tale argomento scivola sul genitore come acqua sulle penne di un anatra.
Si passa poi a spiegare che la creatura in questo momento è triste, stanca, depressa e deprivata, e talvolta soffre molto per la morte o malattia di un caro congiunto (magari avvenuta l'anno precedente).
L'insegnante si conduole assai per il trapasso o la malattia del caro congiunto ed esterna gran dispiacere per gli accidenti sovvenuti a colui o colei che è ai suoi occhi un perfetto estraneo, ma ciò non basta a salvarlo da una lunga descrizione dello stato di prostrazione in cui versa la creatura, che trarrebbe tanto giovamento psicologico da un voto più alto. Si assicura che costui o costei ama appassionatamente la materia di cui si discute.
"E allora perché non la studia di più?" si domanda l'insegnante, e talvolta arriva perfino a chiederlo al genitore, soprattutto se la manfrina prosegue da parecchio e in coda ci sono sei o sette genitori di altri alunni che aspettano, magari per discutere problemi ben più seri e situazioni assai più compromesse. La risposta è, inevitabilmente, che la creatura passa giorni e notti in uno studio indefesso. Forse che ci sono problemi nel rapporto con l'insegnante? Forse che l'insegnante non si pone nel modo giusto, o intimorisce la creatura?

La manfrina può andare avanti per un eternità: il Genitore Che Vuole un Voto Più Alto non conosce ritegno né discrezione, e può arrivare a sciorinare gli affari più intimi della famiglia (quando non ad inventarli) per meglio evidenziare lo stato di prostrazione dell'alunno, oppure imbastire un processo vero e proprio alla metodologia didattica e al sistema di valutazione del malcapitato docente, raggiungendo toni insinuanti o arroganti degni di un attore shakesperiano. In tutti i casi non demorde se non quando l'insegnante lo pianta lì perché deve entrare in aula per fare lezione. E anche in quel caso il temibile genitore può ritornare a tempi brevi, magari chiedendo colloqui straordinari o arrivando a sorpresa "solo per un minuto, non voglio rubarle tempo".

L'insegnante giovane e sprovveduto, oppure quello che non desidera complicazioni o vive nell'incubo del ricorso finisce talvolta per cedere - errore assai grave non solo perché mettere un voto più alto solo perché il genitore dell'alunno è un grandissimo rompiballe non è eticamente valido, ma anche perché, dato che l'appetito vien mangiando, il genitore, forte di una prima vittoria, l'anno seguente ripartirà dal punto in cui era arrivato per ulteriori pretese o andrò all'arrembaggio di un nuovo eventuale insegnante di quella materia con ancor meno ritegno e pudore, contribuendo ad arricchire la leggenda dei Genitori che Protestano Per Tutto e Hanno Sempre Maggiori Pretese, che come tutte le leggende contiene un fondo di verità. L'errore inoltre finirà anche inevitabilmente per ricadere sull'alunno, incidendo deplorevolmente sulla sua autostima e incoraggiandolo a tirare la manica a papà e mammà davanti al minimo ostacolo - atteggiamento pericolosissimo, perché quando papà e mammà ricorrono a tecniche di persuasione quali il lavaggio del cervello o la manipolazione basata sui sensi di colpa e simili, con ciò stesso dimostrano di non avere una posizione sociale così potente da consentire loro grossi interventi a favore dei figli anche più avanti nel tempo.

Occorre dunque che l'insegnante sia saldo nell'animo, ostinato come un mulo e impari a troncare il prima possibile questo tipo di richieste, scegliendo una risposta magari diplomatica ma che non prometta niente oppure facendo chiaramente capire che non intende abboccare; tuttavia è essenziale che trovi il modo di interrompere il colloquio molto, molto prima che nervosismo e irritazione raggiungano il livello di guardia, perché in casi del genere è essenziale mantenere la lucidità ed evitare discorsi avventati - e forse, più di tutto, evitare discorsi di ogni tipo, in base al principio che "ciò che non viene detto non può essere manipolato o travisato".
Con l'aiuto di molta fermezza, l'insegnante potrà così contribuire ad alimentare la leggenda degli Insegnanti Irragionevoli (che, come tutte le leggende, contiene un fondo di verità).

venerdì 6 maggio 2016

Boschi nella Terra di Mezzo - 4 - Fangorn



Fangorn NON E' una foresta dall'aspetto verdeggiante (illustrazione di Alan Lee)


La Foresta di Fangorn si trova nei pressi della terra di Rohan, e tanto per cambiare è circondata da una fama piuttosto sinistra (perfino Celeborn e Galadriel consigliano di scansarla prudentemente perché nemmeno loro sanno bene cosa c'è dentro. Barbalbero, al contrario, conosce benissimo Lothlorien).
Tanto per cambiare però, quando Merry e Pipino si trovano ai suoi bordi non hanno molta scelta e nascondersi lì dentro sembra l'unico modo per sfuggire alla battaglia che si combatte alle loro spalle.
Pesti e ammaccati dopo tre giorni di prigionia nelle mani degli Uruk-hai, i due hobbit si inoltrano cautamente sotto gli alberi. Sono ormai soli e abbandonati a loro stessi, senza armi né generi di conforto e non hanno nemmeno idea di cosa sia successo a Frodo e a Sam. Ma sono hobbit, e dunque prendono il buono che c'è, ovvero di essere nuovamente liberi.
Dunque Merry "condusse il suo compagno sotto gli immensi rami degli alberi. Parevano inconcepibilmente vecchi. Da essi pendevano lunghe barbe strascicanti di licheni, che dondolavano al soffio della brezza. Gli Hobbit sbirciarono giù per il pendio dalle tenebre in cui erano immersi: piccole figure furtive che nella fioca luce sembravano elfici bambini di tempi immemorabili intenti ad osservare, dal Bosco Selvaggio, pieni di stupore, la loro prima Alba".
La foresta di Fangorn è vecchia, vecchia oltre ogni immaginazione. Quando ci entrerà, Legolas si sentirà di nuovo giovane, per la prima volta da quando ha intrapreso il viaggio con i ragazzini della Compagnia, dove nemmeno Gimli arriva a 150 anni. 
Pipino paragona l'atmosfera (soffocante) che la permea alla stanza degli Smial di Tucboro dove il suo bis-bis-bisnonno Gerontius Took è vissuto per anni e anni diventando trasandato e vecchio insieme con essa e mai più toccata dopo la sua morte; ma ammette che non è nulla al confronto: "Guarda tutte quelle barbe, e quei baffi di licheni, spioventi e ciondolanti! E la maggior parte degli alberi pare ricoperta di foglie secche e avvizzite che non sono mai cadute. Molto disordinato. Non riesco a immaginare l'aspetto della primavera in questo posto, ammesso che vi giunga mai; e, meno ancora, di una pulizia generale". Merry invece osserva che è  un po' buia e terribilmente vegetale. Ma basta un raggio di sole per far cambiare aspetto al vecchio bosco: 
"Là, dove tutto era parso grigio e squallido, ora il bosco splendeva di colori bruni e caldi e di lisce cortecce grigio-nere simili a lucida pelle. I tronchi brillavano di un verde fresco come erba tenera" tanto che Pipino osserva, dopo che il raggio di sole se n'è andato, che per un attimo aveva quasi avuto l'impressione che quella vecchia foresta squallida gli piacesse - e dopo un sì sperticato elogio possiamo comprendere come Barbalbero (in elfico Fangorn; da lui prende il nome la foresta, dove abita da tempo immemorabile), che da un po' li stava osservando, decida infine di intervenire nella conversazione.
Il lettore incontra così il primo Ent del romanzo: una novità a cui nulla l'aveva preparato fino a quel momento perché lo stesso Tolkien aveva scoperto che esistevano gli Ent solo scrivendo quel capitolo - e infatti anche nel Silmarillion troviamo solo un paio di accenni infilati dopo la stesura del romanzo.

Fangorn dunque è una vecchia foresta dall'aspetto trasandato e con un anima molto vegetale. Come vedremo più avanti ospita alberi che si muovono senza darsene l'aria (gli Ucorni) e alberi che sono in grado di comunicare tra loro e che sono diversi per inclinazione, carattere e aggressività; ma, soprattutto, a Fangorn ci sono i pastori d'alberi: gli Ent, appunto, che oltre a muoversi a piacer loro (seppure talvolta un po' legnosi nei movimenti) parlano, di solito con voce bassa e grave, e sono vecchi - molto, molto vecchi - e saggi, estremamente saggi. Ma, soprattutto, gli Ent non sono frettolosi.
Il folklore e le leggende ci hanno dato gran copia di alberi incantati di vario genere, e soprattutto un bel po' di personalità divine e semidivine trasformate in alberi e piante di vario tipo*, nonché alberi di grande importanza, che tengono su il cosmo e compiono altre azioni di gran rilievo; l'albero con un tocco antropico però, per quel che mi risulta, lo ha inventato Tolkien - se pure l'ha davvero inventato e non semplicemente descritto.
Partiamo dall'aspetto: fermo restando che gli Ent sono diversissimi tra loro, costoro sono una razza senziente, di aspetto vagamente antropomorfo e dimensioni ragguardevoli: più grandi dei troll (di cui sono brutte copie, forse ottenute dall'Oscuro Predecessore di Sauron torturando dei veri Ent - come aveva ottenuto gli orchetti torturando gli elfi), molto alti e assai longilinei, lunga testa quasi senza collo, pelle assai robusta simile a corteccia, piedi con sette lunghe dita che all'occorrenza rompono la terra, barba (e capelli, si suppone) con radici come ramoscelli e punte fini e muscose.
Vestiti, manco a parlarne. Niente armi, perché non gli servono (il pugno di un Ent accartoccia il ferro come fosse latta).
Gli Ent parlano: gli elfi, negli anni antichi, parlandogli fecero nascere in loro il desiderio di fare altrettanto. 
"Sono stati gli Elfi a incominciare: sono stati loro a svegliare gli alberi, a insegnar loro a parlare e ad apprenderne per primi il linguaggio. Hanno sempre desiderato conversare con ogni cosa".
Gli Ent si crearono così una lingua propria: "lenta, sonora, agglomerata, ripetitiva, serpeggiante da tutti i punti di vista, formata da una molteplicità di sfumature fra le vocali e di distinzioni di tono e intensità che persino gli Eldar più eruditi non avevano mai tentato di trascrivere. Essi lo adoperavano soltanto fra loro, benché non fosse certo necessario tenerlo segreto, dato che nessun altro sarebbe mai riuscito ad apprenderlo"; è soprattutto una lingua lenta, che narra la storia di ogni cosa di cui si parla - perché secondo loro una cosa non vale la pena di essere detta se non si è disposti a spendere molto tempo per parlarne; tuttavia gli Ent imparavano anche volentieri le altre lingue, soprattutto quelle degli elfi.
Hanno vita assai lunga, che si misura in molto e molte migliaia di anni, e sono pastori di alberi: li educano, li tengono a freno se necessario, li aiutano a svegliarsi e soprattutto li amano appassionatamente. Sorvegliano i boschi, tengono lontani temerari ed estranei, insegnano, allenano, camminano
Anche Barbalbero, come il Vecchio Uomo Salice, ricorda con nostalgia il tempo in cui il mondo era degli alberi: "Quelli erano giorni in cui ogni cosa era più ampia e spaziosa! Vi fu un tempo in cui camminavo e cantavo tutto il giorno, e non udivo altro che il suono della mia voce echeggiare nelle caverne dei colli. I boschi erano come quelli di Lothlorien, ma più fitti, più giovani e forti. E il profumo dell'aria! Impiegavo una settimana soltanto per respirare". Il suo però è un rimpianto senza veleno: gli Ent non sono aggressivi (purché non siano gravemente provocati, si capisce).

Sono una razza vegetale e il loro è un punto di vista vegetale: non sono dalla parte dio nessuna delle altre razze senzienti perché nessuna di loro (nemmeno gli elfi, in fondo) può essere davvero dalla loro parte, non tanto per cattiveria quanto per impossibilità tecnica. Ma naturalmente odiano gli orchetti, e hanno una serie di conti aperti con Saruman, che da qualche tempo si è messo in testa di usare Fangorn come cava di legna. Il loro atteggiamento verso il mondo esterno però non è aggressivo. Barbalbero si mostra in realtà molto cortese con i due hobbit, la cui estrema giovinezza (i due in effetti sono molto giovani anche da un punto di vista hobbit, e addirittura Pipino non è nemmeno maggiorenne) lo riporta ai tempi remoti in cui gli Ent avevano ancora dei piccoli**. 
Come tanti prima e dopo di lui, anche Barbalbero non conosce l'esistenza degli hobbit. Al contrario di tutti però prende la questione molto sul serio: come mai non sono nelle liste, quelle fatte dagli elfi in tempi remoti? E infatti la prima questione affrontata dall'Entaconsulta sarà proprio quella di aggiornare le liste, seguendo il frettoloso ma sensato suggerimento di Pipino.

Dopo una prima, frettolosa conversazione, Barbalbero porta i due hobbit in una delle sue case per parlare con più comodo. Gli Ent infatti infatti hanno delle case, e sono forse gli inventori della bioarchitettura, ancor prima e ancor meglio degli elfi: le loro case sono altamente ecosostenibili e in realtà non sono proprio costruite, bensì create utilizzando elementi naturali: quella di Barbalbero, per esempio, utilizza una roccia incavata preceduta da una lunga navata di alberi disposti in due file con le chiome che si toccano - una cosa molto simile a una cattedrale gotica, per intendersi. All'interno, comodi giacigli di foglie secche e muschio, un tavolo di pietra e qualche anfora piena d'acqua.
L'acqua viene dall'Entalluvio, il fiume che attraversa la foresta, le cui acque hanno una vasta serie di poteri. Le anfore nella casa di Barbalbero possono produrre luce, se l'Ent lo vuole - una bella luce dorata e naturale, che si estenderà gradualmente alle foglie degli alberi della navata. Ma l'acqua è usata prima di tutto per bere, e una delle poche suppellettili della casa è un bacile che raccoglie l'acqua di un ruscello che passa all'interno dell'abitazione. Ci sono acque di vari tipi - Barbalbero non beve la stessa che dà agli hobbit, la sua è una specie di tisana notturna rilassante, e infatti per ascoltare il racconto dei due hobbit si distende per impedire che la tisana faccia effetto (naturalmente gli Ent dormono in piedi).


Treebeard - Inger Edelfeldt

I due hobbit invece ricevono una bevanda assai nutriente: in essa "vi era una qualche ineffabile fragranza o sapore, che ricordava loro il profumo di una foresta lontana trasportato da lungi sulle ali di una fresca brezza notturna. L'effetto dell'elisir incominciò a manifestarsi nelle punte dei piedi, quindi invase man mano ogni parte del corpo, portando seco nell'ascesa freschezza e vigore sino alla cima dei capelli. Gli Hobbit sentirono anzi sulle loro teste i capelli rizzarsi effettivamente, ondeggiare, risplendere e crescere".
Il primo sorso dell'Entalluvio, bevuto appena entrati nella foresta, li aveva già assai rinvigoriti. Dopo qualche giorno di acqua entesca i due hobbit si ritroveranno cresciuti, tanto da raggiungere una statura inconsueta per la loro razza e pur avendo, per quanto giovani, passato da tempo l'età dello sviluppo.



Dopo aver sentito la storia degli hobbit - o meglio, la parte che gli hobbit scelgono di raccontare, e che naturalmente non contiene alcun cenno all'Anello - Barbalbero decide che per gli Ent è il momento di agire. Il giorno dopo convoca dunque un Entaconsulta, ovvero l'unica magistratura di cui gli Ent dispongono: un consiglio che si tiene in una bellissima conca verde dove si parla e si discute in entese fino a raggiungere l'unanimità, naturalmente con i tempi enteschi. Dopo aver sistemato l'importantissima questione dell'aggiornamento delle liste si parla di Saruman, degli orchetti di Saruman e di Isengard, ovvero la fortezza di Saruman, che è giunto il momento di distruggere. Scopriamo così che gli Ent sono una sessantina, e che una volta svegli possono essere assai attivi: la stessa differenza che passa tra una vecchia mucca sdraiata che rumina pensierosa e un toro alla carica. Cantando una fragorosa canzone di guerra assai allitterata gli Ent si mettono in marcia verso Isengard, con Marry e Pipino sulle spalle di Barbalbero che guida la marcia... ma non sono soli.
"Pipino si voltò a guardare. Il numero degli Ent era aumentato... o che altro stava accadendo? Là dove avevano attraversato squallidi e spogli pendii, gli parve di distinguere grovigli di alberi. E gli alberi si muovevano! Possibile che le piante di Fangorn si fossero svegliate, e che la foresta ascendesse il colle marciando verso la guerra? Si strofinò gli occhi, dubitando che sonno e tenebre l'avessero ingannato; ma le grandi ombre grigie avanzavano inesorabili. Si udiva un rumore, come il fruscio del vento in un mare di foglie."

Esistono gli alberi, esistono gli Ent, esistono alberi che vanno risvegliandosi e comunicano con gli Ent muovendo le fronde, esistono gli Ent che vanno alberizzandosi fino a vivere immobili nei boschi; e poi ci sono gli Ucorni:


ovvero Ent quasi trasformati in alberi, almeno all'apparenza (e di cui gli Ent non amano molto parlare); si possono trovare anche ai bordi o all'interno dei vari boschi, ma abitano più volentieri nelle valli più buie. E sono tanti.
"Una grande poptenza è latente in loro, e sembrerebbero capaci di avvilupparsi nelle ombre: è difficile vedere i loro movimenti. Eppure si muovono. E se sono incolleriti avanzano assai veloci. Mentre tranquillo guardi il cielo o ascolti il sussurro del vento, ti può capitare improvvisamente di trovarti in mezzo a un bosco, circondato da grandi alberi. Hanno ancora la voce e sanno parlare con gli Ent - è per questo motivo che li chiamano Ucorni - ma sono diventati strani e selvaggi. Pericolosi. Sarei terrorizzato se li incontrassi da solo, senza la compagnia di veri Ent che li sorveglino" spiega Merry.
Gli Ucorni si muovono in fretta, soprattutto al buio, scricchiolando e frusciando. Circondano Isengard (che distruggono in poche ore) e pochi giorni dopo circondano anche il Fosso di Helm, dove ingoiano migliaia di orchetti terrorizzati per non risputarli mai più, né vivi né morti - nemmeno Gandalf sa esattamente che cosa gli fanno, ma soprattutto evita di approfondire la questione.

Conosciamo storie di boschi che si muovono? Sì, almeno una è abbastanza conosciuta: quella della foresta di Birnam nel Macbeth di Shakespeare; è infatti stabilito dal destino che Macbeth non sia sconfitto fino al giorno in cui la foresta di Birnam gli  muoverà incontro, e nessun nato di donna potrà ucciderlo. Entrambe le profezie sono aggirate dal Grande Bardo con degli espedienti: l'uccisore di Macbeth, Macduff, è stato tratto dal grembo materno con una specie di taglio cesareo, e la foresta di Birnam contribuisce generosamente con le sue fronde a mascherare un esercito di soldati che si avanzano, ognuno nascosto da un ramo. Pare che Tolkien abbia molto disapprovato questo modo sciatto di liquidare una profezia, e che abbia inserito l'episodio degli Ucorni (nonché l'uccisione del re stregone di Angmar ad opera di un Mezzuomo e di una donna) per togliersi la soddisfazione di dimostrarew che si poteva fare ben di meglio - o che comunque si sia divertito a rielaborare il tema in modo più completo.

Fangorn è dunque il bosco antico e misterioso per eccellenza, nonché una bellissima impersonificazione della vecchiaia che porta con sé la saggezza; ma è anche un bosco in declino, perché gli Ent ormai sono rimasti in pochi, e la loro sorte sembra quella di addormentarsi in mezzo ai boschi mescolandosi con gli alberi. Anche qui, riusciamo a dare un ultimo fuggevole sguardo a un mondo che va estinguendosi e rimane la curiosità di conoscere qualcosa dei tempi passati, quando gli Ent erano giovani e meno rassegnati e il mondo era ancora degli alberi.

*la mitologia classica praticamente non parla d'altro: praticamente non c'è un erba né un fiume né un albero né un torrente che siano stati semplicemente creati così come sono.
**come mai non ne hanno più sarà argomento del prossimo post.

giovedì 28 aprile 2016

Boschi della Terra di Mezzo - 3 - Lothlorien


Il più famoso bosco della Terra di Mezzo appare per la prima volta nel Signore degli Anelli attraverso la descrizione estatica che ne fa Legolas, che pure non l'ha mai visto:
"E' la più bella fra tutte le dimore della mia gente. Non vi sono alberi pari agli alberi di quella terra; in autunno le loro foglie non cadono, bensì diventano d'oro; per cadere attendono la primavera, che porta il nuovo verde, e ricopre i rami di fiori gialli. Allora il suolo del bosco è d'oro, e d'oro anche il soffitto, e le colonne d'argento, poiché la corteccia degli alberi è liscia e grigia. Così narrano ancora i nostri canti nel Bosco Atro".

E' più che comprensibile che una simile meraviglia sia tanto apprezzata da elfi che appena escono fuori dal fazzoletto di regno di Thranduil si ritrovano in un bosco cupo e pieno di scoiattoli neri (per tacere dei ragni); ma non c'è esagerazione, nei canti di Bosco Atro: Lothlorien è effettivamente la più splendida delle meraviglie della Terra di Mezzo. Bosco d'Oro, lo chiamano nella lingua comune. In elfico era Laurelindòrenan (terra della valle dell'oro cantante) oppure Lothlorien (fiordisogno), talvolta accorciato in Lorien (terra dell'oro). 
Gli alberi dalle foglie d'oro e dai fiori d'oro sono i mallorn, piante che vengono dalle terre al di là del Mare; diciamo qualcosa di simile a delle betulle in versione extralusso, che possono crescere molto più di qualsiasi normale albero (Galadriel ne regalerà un seme a Sam insieme a un po' di terra di Lorien, e Sam userà entrambi per sanare le ferite che Saruman ha causato alla Contea).

Come sempre succede, anche di questa meraviglia delle meraviglie si trova qualcuno disposto a dir male:
"Dobbiamo inoltrarci nel Bosco d'Oro, a quel che dici" depreca Boromir "Ma di quella perigliosa contrada abbiamo udito parlare a Gondor, e si dice che pochi di coloro che vi mettano piede ne escano, e che, di questi pochi, nessuno sia uscito illeso".
"Soltanto il male qui ha da temere, o colui che porta seco il male" ribatte Aragorn.
In realtà non c'è molta scelta: dopo la traversata di Moria (dove Gandalf è caduto nell'abisso insieme al Balrog), la Compagnia è pesta e ammaccata e deve riposarsi, rimettersi in forze e decidere sul da farsi; Lothlorien è l'unico posto nelle vicinanze dove possono farlo in sicurezza.
Il povero Boromir, che in tutto il viaggio non ne azzecca una a parte far portare delle fascine di legna alla Compagnia quando cercano di varcare il passo del Cornorosso, non è qui del tutto da biasimare: se il suo saggio fratello Faramir non nutre alcuna diffidenza ma solo rispetto per la Signora del Bosco d'Oro*, Eomer di Rohan ne parla con una certa leggerezza come di una maga che irretisce gli uomini con i suoi incantesimi (provocando la reazione assai irritata di Gimli). Tuttavia Boromir ha le sue ragioni per temere il Magico Bosco d'Oro, e in quella terra benedetta che cura tutte le ferite e i mali, sarà proprio lui ad ammalarsi, o meglio a prendere coscienza dell'Ombra che si sta impossessando di lui.
Di fatto, Lothlorien è un luogo dove quasi nessuno ha il permesso di entrare, e la Signora del Bosco d'Oro si sceglie con cura i visitatori. Perfino per la Compagnia che sta svolgendo una delle missioni più importanti della storia della Terra di Mezzo l'ingresso non è semplicissimo, nonostante fra i suoi componenti ci siano un elfo e addirittura Aragorn che, oltre ad essere l'erede di Isildur e ad avere sangue elfico nelle vene, è da tempo quasi un parente in quanto promesso sposo di Arwen, nipote della Signora in questione - per inciso, è proprio a Lotlorien che la coppia si è scambiata la promessa.


Lothlorien in primavera, come l'ha disegnata Tolkien

Il Bosco d'oro è protetto da ben due fiumi: l'Argentaroggia e il Nimrodel (che prende il nome da una bellissima e sfortunatissima fanciulla elfica che la ria sorte separò dal suo amato Amroth), che proprio a Lothlorien si congiungono per un tratto per poi sfociare nell'Anduin, detto anche il Grande Fiume. Entrambi i fiumi hanno acque fredde e il Nimrodel in particolare è un fiume incantato, che guarisce dalla fatica e purifica. Proprio attraversando il Nimrodel la Compagnia entra a Lothlorien, in piena notte.
Tuttavia nemmeno i fiumi incantati sono più una difesa sicura, e sui confini di Lorien c'è un servizio permanente di sentinelle per proteggere il Bosco d'Oro dalle scorrerie degli orchetti; ma soprattutto notte e giorno su Lothlorien veglia Galadriel, potente signora elfica che per giunta possiede uno dei Tre anelli - quelli buoni, mai sfiorati da Sauron. Per inciso a Lothlorien c'è anche lo sposo di Galadriel, Celeborn, che pur essendo messo in ombra dalla grandezza della consorte non è certo un elfo di scarso rilievo.

Lothlorien è dunque il regno elfico per eccellenza, il massimo e il meglio che un  viandante sul finire della Terza Era possa sperare di vedere nella Terra di Mezzo, luogo insieme di guarigione e di assoluta armonia e bellezza, l'interno di un canto elfico, come osserva Sam che gradisce assai (ma, se proprio non sei un orchetto o un Nazgul, è davvero difficile stare malvolentieri a Lothlorien - a meno che l'oscuro potere dell'Anello non ti stia corrompendo, com'è il caso dello sventurato Boromir che di tutta la compagnia è quello che si sdilinquisce meno sul Bosco d'Oro); un luogo benedetto fuori dal tempo e dallo spazio, dove il tempo scorre a modo suo - caratteristica tipica dei regni elfici (Sam scoprirà con una certa meraviglia che mentre erano nel Bosco il tempo si era fermato, oppure che era passato più velocemente di come l'avevano percepito - in tutti i casi uscendo ritrovano la stessa luna che avevano lasciato, allo stesso identico punto del suo ciclo. Possibile che fosse passato un intero mese? E Aragorn gli spiegherà che in realtà ne sono passati due, mentre Legolas illustrerà il peculiare modo degli Elfi di percepire il tempo). 
Tutto intorno ai suoi dorati confini il mondo è grigio e informe, ma dentro i colori sono vividi e il tempo è sul bello stabile a parte qualche occasionale pioggerella che rende tutto ancor più luminoso e lucente.
Soprattutto, il bosco è di una felicità assoluta:
"Frodo posò la mano sull'albero accanto alla scala: mai come allora aveva percepito così all'improvviso e con tale intensità il contatto e la consistenza della corteccia di un albero e della vita che vi scorreva. Il legno in se stesso, ed il suo contatto, gli procuravano una gioia diversa da quella del falegname o della guardia forestale: era la gioia vissuta dall'albero che penetrava in lui".

Lothlorien è un bosco felice. Gli alberi amano il popolo che li abita, che li ricambia appassionatamente. Le entità vegetali e quelle che si muovono su due gambe non covano odio,  rancore o risentimento. Non c'è mai stata violenza tra loro, solo amore. Gli elfi abitano gli alberi e li modellano adattandosi a loro. Usano il legname per le loro architetture, ma la cosa non sembra creare problemi agli alberi, persi nell'estasi del loro trionfo vegetale e nella gioia della terra benedetta che abitano con i loro amici.

"Frodo rimase in piedi perso in ammirazione. Gli sembrava di essere volato giù da un'alta finestra aperta, su un mondo svanito. La luce in cui era immerso non aveva nome nella sua lingua. Tutto ciò che vedeva era armonioso, ma i contorni parevano al tempo stesso precisi, come se concepiti e disegnati al momento in cui gli venivano scoperti gli occhi, ed antichi, come se fossero esistiti da sempre. Non vedeva colori ignoti al suo sguardo, ma qui l'oro ed il bianco, il blu ed il verde erano freschi ed acuti, e gli pareva di percepirli per la prima volta e di creare per essi nomi nuovi e meravigliosi. Nessun cuore avrebbe mai potuto qui d'inverno rimpiangere l'estate o la primavera. Né difetto, né malattia, né deformità su tutto ciò che cresceva sulla terra. A Lorien non vi era alcuna macchia".

Siamo ancora a Cerin Amroth, il cuore dell'antico reame ai tempi di Amroth. Lì sorgeva la sua dimora, di cui non è rimasta traccia.


Pauline Bayes - Cerin Amroth

"Una grossa montagnola era ricoperta di un manto d'erba verde come la Primavera dei Tempi Remoti; in cima, in una doppia corona, crescevano due cerchi di alberi: quelli all'esterno avevano una corteccia candida come neve, ed erano privi di foglie, ma splendidi nella loro armoniosa nudità; quelli interni si ergevano in tutta la loro altezza, ancora vestiti di pallido oro. Al centro giganteggiava un albero, fra gli alti rami del quale spendeva un bianco flet. L'erba ai piedi dei tronchi e sui verdi fianchi della collina era cosparsa di piccoli fiori d'oro a forma di stella. Fra questi, altri fiori ondeggiavano su esili steli, bianchi o d'un verde pallidissimo: scintillavano come nebbioline sull'intenso colore dell'erba. Il cielo in alto era blu, ed il sole del pomeriggio ardeva sulla collina proiettando lunghe ombre verdi sotto gli alberi".
E' la collina dove Aragorn ed Arwen si sono scambiati la promessa, nella sera di Mezza Estate (ma il lettore lo scoprirà solo ottocento pagine dopo), e i fiori sono elanor e niphredil, che vengono dal di là del Mare e nella Terra di Mezzo si trovano soltanto a Lothlorien.


Calealdarone - Cerin Amroth

Lothlorien è senza sottobosco: non c'è l'ombra di una pianta parassita o secca, e i fiori e l'erba hanno la stessa importanza degli alberi - un bel bosco panoramico, di stampo finlandese (e sembra, in effetti, che la lingua degli elfi sia stata ricreata sul modello del finlandese). Ampie radure e verdi prati abbondano, e la Compagnia viene alloggiata in un comodo padiglione sotto gli alberi, praticamente all'aperto. Naturalmente la temperatura è mite e gradevole.
Ci sono comunque molti alberi intorno a loro, e la corte dei Signori del Bosco d'Oro è situata a Caras Galadhon, che è una città di alberi:



"Si ergeva alto un verde muro che circondava un verde colle ove si affollavano gli alberi d'oro più imponenti che avessero visto in tutto il paese. Impossibile precisare la loro altezza: giganteggiavano nel vespero come torri viventi. Tra i loro rami frondosi e le loro foglie sempre vibranti, brillavano innumerevoli luci, verdi, oro ed argento".
La loro casa è in alto sull'albero più alto, e la sala del trono è costruita intorno al tronco dell'albero che si affusolava avvicinandosi alla sommità, ed era pur sempre un pilastro dall'ampia circonferenza.



La sala è giocata sui tre colori più elfici: verde, oro (o giallo) e argento (o bianco o grigio), e infatti le pareti sono verdi e argento e il soffitto dorato, e i troni dei due Signori sono sedili sormontati da un baldacchino di rami viventi. Galadriel e Celeborn sono vestiti di bianco, i capelli della Signora di un oro intenso, e quelli del Sire Celeborn d'argento, lunghi e lucenti. 

Gli elfi tendono dunque a mescolarsi con i loro boschi, senza sopraffarli, e hanno dei boschi molto lucenti, lindi e ordinati: niente fango, ragni, bave di lumaca, rami secchi, sterpaglia, rovi - e onestamente nei capitoli dedicati a Lothlorien non viene citato un  animale che sia uno, bello o brutto, simpatico o rustico, solo una barca a forma di cigno che fa tanto Lohengrin (ma nessuna traccia del graal). 
Solo gli elfi e gli alberi, in un eterno idillio, e come si procurino il cibo non è dato sapere: niente mucche, niente campi di insalatina, niente patate e barbabietole (anche se Galadriel ha un frutteto, da cui prende la terra che donerà a Sam); tutto è liscio e ben levigato, ma per quanto ci è dato vedere nulla è coltivato. Lo squisito pranzo che Galadriel offre ai suoi ospiti l'ultimo giorno della loro permanenza in quella terra incantata non si sa come sia stato prodotto, e non ci sono zone abitate nei dintorni con cui commerciare - salvo i posti popolati di orchetti, ma non risulta che la loro cucina o cacciagione abbia niente che possa raccomandarla a palati sì raffinati.
Anche i doni che i Signori del Bosco offrono alla Compagnia al momento della partenza sono doni mimetici: sottili e leggere barche incantate color grigioargento, che scivolano inosservate sul fiume, mantelli mimetici che cambiano colore a seconda dell'ambiente che li circonda (possibili antenati del Mantello dell'Invisibilità di Harry Potter), corda grigioargento (che brilla fiocamente al buio, come le barche) e piccole gallette di un bianco leggermente dorato molto nutrienti - tutte cose che risulteranno utilissime per tutti, più avanti, perché la segretezza è l'arma principale della Compagnia e soprattutto dei due hobbit che sgusceranno dentro Mordor.

Dietro a tutto il suo fascino incantato però Lothlorien è un mondo che sta per essere abbandonato e che i suoi abitanti stanno già rimpiangendo mentre ancora ci abitano: è infatti destino degli elfi avere sempre qualcosa da rimpiangere: il mare se sono sulla terraferma, le isole al di là del mare quando sono nella Terra di Mezzo, e certamente la Terra di Mezzo quando saranno tornati nelle isole al di là del mare. 
L'irrealtà di questa terra incantata viene evidenziata proprio al momento della partenza, quando la Compagnia allontanandosi ha l'impressione che Lorien stesse scivolando via, simile ad una luminosa nave dagli alberi incantati, che navigasse verso lidi obliati, mentre essi guardavano inetti, e seduti sulle rive di un mondo grigio e spoglio.



Il tema dell'addio è intessuto profondamente nel bosco di Lorien: Galadriel sarà la prima ad abbandonarlo, pochi anni dopo la fine della guerra, partendo insieme a Frodo, Bilbo, Gandalf ed Elrond. Celeborn la seguirà qualche anno (decennio?) dopo.
Il bosco resterà, vuoto e silenzioso, e nel centeventesimo anno della Quarta Era accoglierà per qualche mese Arwen Undomiel, la Stella del Vespro, che dopo la morte del suo sposo sceglierà di morire nel luogo dove aveva fatto la scelta che l'aveva separata dalla sua razza:
"Alla fine, mentre cadevano le foglie dei mallorn, e la primavera era ancora lontana, ella si distese sul Cerin Amroth; e quella sarà la sua verde tomba finché il mondo cambierà, e i giorni della sua vita saranno del tutto obliati dagli uomini che nasceranno, e l'elanor e il niphredil non fioriranno più a est del Mare".

*ma è noto che in tutto il romanzo Faramir non sbaglia un colpo che sia uno