Il mio blog preferito

domenica 14 settembre 2014

I miei primi dieci libri-cardine

Un selfie di me da bambina, intenta alla mia attività preferita: LEGGERE

Il gioco, lanciato da La Noisette e povna sulla scorta di una catena che circola da un po' su Facebook, consiste nell'indicare le dieci letture che più hanno inciso sulla nostra formazione. Ogni volta mi viene fuori una lista diversa, stavolta seguirò l'ordine cronologico.

1) Le Fiabe Sonore. Probabilmente iniziate ad ascoltare intorno ai tre anni. La leggenda di famiglia vuole che abbia imparato a leggere su questi affascinanti fascicoli, mandandoli a memoria attraverso un ascolto ripetuto. Non so se sia vero, ma molte le avevo effettivamente imparate a memoria, e parecchie canzoni le ricordo ancora, in particolare la meravigliosa "parte fratello / in groppa al cammello" dalla storia di Kamar e Budur. La serie completa offriva una vasta scelta di fiabe da tutto il mondo. Le mie preferite erano Pelle d'asino, I tre musicanti e L'acqua della vita, oltre appunto a Kamar e Budur e Biancarosa e Rosella. Avevano anche delle bellissime illustrazioni, che anche allora erano merce abbastanza rara nei libri per bambini, almeno secondo il mio gusto. Naturalmente con le fiabe non mi sono fermata lì.

2) Dai sei anni in poi, la serie di Kathy Martin di Josephine James, sette volumetti della Stella d'Oro (serie rossa) dedicati a una ragazza che vuole diventare infermiera e poi effettivamente lo diventa (solo molto tempo dopo scoprii che in Italia, all'epoca, per diventare infemiera non era necessario fare tre anni di scuola e relativo praticantato). Non ho mai minimamente desiderato entrare a far parte del personale medico, in qualunque funzione, ma la storia mi piaceva molto e i libri li ho praticamente consumati. Probabilmente la cosa che mi colpiva di più era il modo con cui il lavoro di Kathy fosse il personaggio principale della vicenda.

3) Macbeth, dagli otto anni in poi. Non è stato il mio primo Shakespeare, ma mia madre mi suggerì di leggermi Giulietta e Romeo, dopo che mi ebbe raccontato la storia, e avevamo tutte le opere in un solo volume. Così spulciai un po' qua e là e Macbeth mi colpì moltissimo, tanto che credo di essermi mandata a memoria la parte di Lady Macbeth a forza di leggerla ad alta voce (mai più fatto niente del genere). Diciamo che assimilai la storia un po' per volta, col tempo, tanto che adesso è qualcosa che fa parte di me, come il fegato o l'ipotalamo. Vent'anni dopo scoprii l'opera di Verdi, che parimenti conosco a memoria, e ormai tendo a citarla soprattutto attraverso il libretto - che sembra un eresia, ma nonostante un italiano un tantino particolare, in quei versi e in quella musica c'è veramente tutto quello che ci ha messo Shakespeare, soprattutto nella scena della notte del primo delitto.

4) Orgoglio e pregiudizio, che mia madre mi lesse durante una breve degenza all'ospedale, quando avevo nove anni. Il mondo delle ragazze Bennet mi affascinò con una forza speciale, probabilmente per l'autonomia di cui godevano (molto maggiore di quella riservata di solito alle donne in Italia sulla fine degli anni 60). Mi sembrava una storia contemporanea, e in un certo senso lo era. Riletto poi un infinità di volte.

5) Il Signore degli anelli, iniziato nell'estate prima della prima media. Vabbé, credo di averne già parlato. Comunque nel 1972, in Italia, non c'era assolutamente nulla di nemmeno lontanamente simile. Per me fu una rivelazione, o forse una rivoluzione.

6) La serie di Angelica, di Anne e Serge Golon, mirabile polpettone dalla mirabilissima ricostruzione storica. In particolare ricordo la mia sorpresa quando entrarono in scena... gli indiani, completamente diversi da quelli dei film western - talmente diversi che mai per un momento dubitai che fossero quelli veri. Nel primo libro Peyrac mi piaceva abbastanza, anche se lo trovavo un po' irritante. Quando ricomparve in scena, in Angelica e il Nuovo Mondo, lo trovai di un antipatia mortale. Invece mi piaceva moltissimo la protagonista.

7) Nell'estate dopo la terza media arrivò Il maestro e Margherita, con il primo sabba della mia vita (da notare che all'epoca non sapevo ancora assolutamente nulla del Faust, e nemmeno dei processi per stregoneria). Da allora l'immagine di una donna a cavallo di una scopa per me vuol dire una sola cosa: libertà.

8) Medea, di Euripide. Letta sulla scorta di un suggerimento della prof. De Divinis in quinta ginnasio. Euripide mi è sempre piaciuto molto, ma Medea è stata la mia tragedia preferita per molto tempo, fin quando, quindici anni dopo, lessi le Baccanti. Da allora sono incerta tra le due. Ma perché scegliere?

9) Alla fine del ginnasio arrivò Paura di volare, di Erica Jong, ma ci dovrei aggiungere anche Come salvarsi la vita... e le poesie di Frutta e verdura - caso strano perché è molto difficile che le poesie moderne mi dicano qualcosa. Anche lì, come in Orgoglio e pregiudizio mi si aprì un mondo, ma in forma rovesciata: diciamo che scoprii la parte oscura della cultura americana, quella riservata alle donne, e quante cose venissero date per scontate su di noi. Scoprii anche l'esistenza dei tamponi interni, e devo dire che anche quello mi cambiò la vita. Di parecchio.

10) Decameron, di Boccaccio. Ci avevo provato intorno alla terza media, e mi era sembrato scritto in arabo. Improvvisamente, quando lo ripresi in mano in prima liceo, scoprii che era diventato perfettamente chiaro. Cominciai così una garbata opera di spulciatura che solo qualche anno dopo, in occasione di un esame, culminò nella prima lettura integrale. Da allora ce ne sono state, mi sembra, tre - ma il Decameron è un libro che si presta assai ad essere spelluzzicato e anche a venire letto ad alta voce con gli amici. Diciamo che è il medioevo che preferisco - ed è anche il mio libro italiano preferito, di gran lunga. Come il Signore degli Anelli, il Decameron è un libro che ha sempre qualcosa da dirmi, non importa quante volte l'abbia letto.

I dieci titoli sono finiti e sono arrivata sulla soglia dei diciassette anni. Comunque, la vita è andata avanti anche dopo.
Diciamo che, nella sua apparente staticità, la mia è una vita molto ricca di cardini.

venerdì 12 settembre 2014

L'orrendevole e drammaticissima Saga del Registro Elettronico - 5 - I nostri nuovi registri

Un piccolo spot vagamente fantasy, ispirato senza dubbio al nostro triste caso

Siamo ormai a tre giorni dall'avvio delle lezioni. 
La scuola media di St. Mary Mead brulica di insegnanti variamente affaccendati.
Certo, rispetto agli altri anni c'è' qualche differenza: ad esempio nessuno compila i registri. Inoltre molti si interrogano sulle magnifiche sorti e progressive del nostro registro elettronico. Unica eccezione, la nostra RSU, che cerca di coinvolgermi in un accorata critica dei progetti sulla scuola resi pubblici di recente dal nostro governo: ella ritiene infatti che una progressione dello stipendio legata all'anzianità andrebbe comunque mantenuta. 
"Pole essere" convengo nel vano tentativo di scollarmela di dosso "Ma al momento questo progetto è solo una dichiarazione di intenti priva di qualsivoglia forma legislativa, mentre il registro e' questione che andrà' affrontata in un qualche modo di qui a settanta ore."

Verso mezzogiorno passa da noi l'addetta di segreteria che dovrebbe in teoria occuparsi del nostro registro elettronico, e riusciamo alfine ad avere con lei un aperto e franco colloquio. O almeno, ci auguriamo che da parte sua sia stato franco, e in effetti non ci risulta che di solito racconti storie - ma, in verità non ci risulta nemmeno il contrario.
Il registro ha dei problemi, ci assicura. Molti, molti problemi, e il tecnico di Argo e' in ferie. Forse lei riuscirà a contattarlo Sabato, forse Lunedì. Perché con Argo ci sono dei grossi problemi. 
E poi c'è il problema degli orari, che vanno pian piano inseriti, e stanno arrivando soltanto ora. 

Non so che dire, perché è pur vero che gli orari sono arrivati soltanto ora (quello del nostro plesso, veramente ci sarebbe già da Lunedì) ma è un fatto che gli orari li fanno di solito in prossimità dell'inizio dell'anno scolastico, e non tre mesi prima, per tutta una serie di motivi logistici. Senza contare che i nostri orari sono fatti al computer e mi suona strano che vadano pazientemente inseriti ora per ora - e se anche fosse, non so, ma non mi sembra un lavoro così spaventosamente lungo. In tutti i casi, e' un problema che accomuna tutte le scuole.
"Dunque Lunedì non avremo alcun registro elettronico?" chiediamo alla fine.
No, sembra di no, assicura l'addetta di segreteria. Per i primi giorni avremo però un po' di fotocopie fatte da un registro da classe, e potremo compilare quelle.
E in verità non ci sembra poi questo gran trionfo della tecnologia, e nemmeno il 
massimo del decoro, compilare il registro di classe  su dei fogli volanti, ma se è così e' così e amen.
In compenso apprendiamo anche che per tutto il primo quadrimestre compileremo il registro elettronico, ma per le famiglie diventerà visibile in rete soltanto da Febbraio.

L'insieme ci sembra un po' surreale; soprattutto ci piacerebbe capire se Argo ha dei problemi solo con la nostra scuola o il programma perde colpi anche altrove - e tantomeno ci è chiaro come mai i tecnici di una ditta che vende registri elettronici alle scuole vanno in ferie proprio la settimana prima dell'inizio dell'anno scolastico, tra tanti momenti che avrebbe a disposizione.
Che in Segreteria facciano spesso un gran casino e' cosa nota, che mentano per la gola siamo disposti a crederlo ma al momento non disponiamo di prove sicure, solo di numerosi indizi.

In totale assenza di qualsivoglia registro elettronico da compilare, la connessione alla rete in questi giorni e' stabile, veloce e perfettamente funzionale.
In compenso, per motivi ignoti, due LIM su tre non funzionano.
Forse, più che un registro elettronico ci servirebbe un esorcista.

martedì 9 settembre 2014

L'orrendevole e drammaticissima Saga del Registro Elettronico - 4 - Houston, abbiamo un problema


Ieri sera, giusto mentre stavo terminando il post in cui spiegavo che bel registro elettronico avremmo avuto, ha telefonato la prof. Marzapane, piuttosto preoccupata perché dopo essere entrata nel sito del nostro bellissimo registro elettronico ed essersi identificata come di dovere le hanno spiegato che non era abilitata all'accesso del nostro bellissimo registro elettronico. 
"Avrò sbagliato qualcosa io? Ma non so cosa posso aver sbagliato, ho solo cambiato la password perché me l'hanno chiesto".
"Probabilmente non hanno ancora completato la revisione del nostro bellissimo registro elettronico" provo a confortarla "Un po' di ritardo può succedere".
Il punto però, come sappiamo entrambe, è che mancano ormai solo sei giorni al debutto del nostro bellissimo registro elettronico - e per la prima volta mi sfiora il sospetto che forse la connessione non sarà il primo e principale problema contro cui ci troveremo a battere le corna.

Visto che nessuno di noi risultava abilitato all'accesso del nostro bellissimo registro elettronico, stamani qualcuno ha fatto un giretto in segreteria.
Dove è risultato che, sì, Argo non ha ancora mandato "delle cose".
Ma anche che la segreteria non ha ancora inserito l'orario - che pure gli hanno consegnato già ieri e, corre voce, non ha inserito nemmeno le classi - che a dire il vero ci sono dalla fine di Giugno.
"Non abbiamo ancora avuto tempo" hanno spiegato.
Ma la cruda verità è che, nella segreteria del nostro Istituto Comprensivo, sono un tantino imbranatelli. Specie con i computer.

"E Lunedì cosa facciamo?" ci domandiamo.
"Prendiamo un bellissimo rotolone Regina e lo usiamo per scriverci il nostro bellissimo registro cartaceo" suggerisce qualcuno.
"Ma non con la penna stilografica. Sui rotoloni Regina con la penna stilografica si scrive male" avviso io, che una volta ci ho provato.

Al momento siamo un po' perplessi.

lunedì 8 settembre 2014

L'orrendevole e drammaticissima Saga del Registro Elettronico - 3 - Ve' la tragedia mutò in commedia

Nel Ballo in Maschera di Verdi per un attimo si sfiora la commedia (anche se poi non va a finire niente bene)

Venne infine il giorno in cui i timorosi insegnanti dell'Istituto Comprensivo cui fa capo anche la scuola media di St. Mary Mead conobbero infine il temutissimo Registro Elettronico. 
L'ingegnere che doveva presentarcelo arrivò con un pizzico di ritardo, scaldò la platea con  tre o quattro battute di cui forse perfino il nostro ex Presidente del Consiglio si sarebbe vergognato e infine passò a parlare del Registro Elettronico 2.0 di Argo, nuova versione rielaborata sulla scorta delle critiche di chi lo aveva usato negli anni passati.
Esaurite finalmente le presunte battute, costui esordì spiegandoci che il registro elettronico non è affatto obbligatorio, e naturalmente una scuola che decidesse di imbarcarsi in siffatta avventura dovrebbe prima di tutto assicurarsi di avere una buona connessione a internet, stabile e affidabile - e un lieve brusio passò sulla platea, come una brezza leggera su un prato in estate, ma nessuno commentò ad alta voce perché volevamo sapere com'era il mitico registro elettronico, stante che com'era la connessione lo sapevamo benissimo.
Poi l'ingegnere ci descrisse la procedura di accesso, spiegandoci che era stata molto semplificata dopo le gran lamentele ricevute - e in effetti dalla descrizione adesso sembra semplice e rapida (se c'è la connessione, certo).
Come firmare, come segnare gli assenti, come segnare i ritardatari, come segnare le giustificazioni, come segnare le note disciplinari, dove scrivere che X deve ancora riportare il tagliando dello sciopero firmato; e mentre l'ingegnere parlava, in tanti cominciammo a considerare che, qualora e caso mai la connessione avesse funzionato, il registro elettronico, lungi dall'essere uno strumento di tortura della peggior specie, sarebbe persino potuto risultare uno strumento più ordinato di quello su carta - se non altro perché quanto scritto taluni colleghi dalla scrittura assai ingarbugliata sarebbe diventato infine chiaro e comprensibile.
Abbiamo ascoltato pazienti, fatto domande accorte e chiesto chiarimenti, prendendoci il nostro tempo perché volevamo sapere e capire; ma in cuor nostro tutti friggevamo, aspettando il momento della descrizione del registro personale - insomma, quello dove Argo non ci avrebbe più permesso di mettere cinque meno e otto più.
Ma al momento dell'entrata in scena di Sua Capricciosa Maestà il Registro Personale ci è stato assicurato che i voti si possono scrivere con tutti i più e i meno che ci pare (sullo schermo che immortalava le gesta di una classe immaginaria apparivano alcuni sei, qualche sette, un dieci meno, un cinque più, un sette e mezzo e via dicendo; la Preside ha provato a dire qualcosa ma nessuno se l'è filata) oltre alla possibilità di inserire note di tutti i generi e tipi, visibili o non visibili alle famiglie a nostra scelta, nonché sigle e simboli a piacer nostro per censurare qualsivoglia mancanza didattico-disciplinare in cui ai nostri sventurati alunni avvenga per caso di incorrere (o per segnalare qualsiasi progresso o prodigio compiano gli alunni in questione, naturalmente). In effetti, dopo i registri personali su carta con sempre meno spazi e copertine sempre più orrende, più che un registro elettronico ci è sembrato l'Eldorado.
Addirittura l'ingegnere ci ha assicurato che disporremo di ben tre bacheche, una per i docenti, una per la classe e una per la scuola, in cui potremo scrivere quel che ci parrà più opportuno, in caso anche allegando file.

Ad ogni racconto delle mirabilie che il Registro Elettronico finalmente ci permetterà, rendendo Facebook e Whatsapp ruderi inutili quanto obsoleti, i sorrisi si allargavano, i cipigli si spianavano, gli sguardi si illuminavano; ma nessuno ha avuto modo di provare il giocattolino nuovo durante il fine settimana, perché il server è rimasto chiuso per lavori - sì, proprio quei lavori che permetteranno alfine al bellissimo Argo 2.0 di fare la sua rutilante apparizione in rete tra qualche giorno, bello e splendente come una principessa al ballo.
Perché Argo 2.0 è bello, buono e bravo e gli manca solo di farci il caffé la mattina e portarcelo a letto, ma al momento non ha fatto ancora il suo debutto nel reale mondo virtuale (si dice così?).

Pieni di fiducioso ottimismo abbiamo guadagnato l'uscita;  e tale è il nostro garbo e tanto salda la nostra buona educazione che nessuno di noi ha salutato la Preside col gesto dell'ombrello e il grido "Sette più si può, sette più si deve!".

venerdì 5 settembre 2014

I piccoli maestri - Luigi Meneghello


Visto che siamo in prossimità dell'8 Settembre, questa volta presento un libro che racconta la Resistenza.

Nel Gennaio 1943 Luigi Meneghello, studente di Lettere e Filosofia di belle speranze (una razza pericolosissima, com'è noto), viene chiamato alle armi e dopo un po' di addestramento è mandato di stanza sulle coste tirreniche. Con l'armistizio dell'8 Settembre naturalmente torna a casa e lì, con i suoi amici e concittadini comincia "a fare qualcosa". Qualche mese dopo sale sui monti a fare la Resistenza. Più avanti fa la Resistenza anche in pianura. Finita la guerra torna a casa, con la sua nuova ragazza.  Più avanti, ne I piccoli maestri ripercorre la storia di questi tre anni.

E' un libro difficile da inquadrare. Autobiografia, certo, e l'autore giura che quel che ha scritto è tutto vero. Non c'è nemmeno motivo di dubitarne in effetti, perché non racconta niente che non sia più che credibile. Il tono però - spesso dolce, a volte salato - ha qualcosa di incantato, quasi fiabesco; sembra non tanto una fiaba, quanto un racconto esistenziale di qualcuno che per caso si è trovato a fare la Resistenza. 
Naturalmente non c'è nulla di casuale nell'andarsene sui monti a combattere contro i tedeschi - magari circostanze esterne possono aver dato una spintarella, ma chiunque abbia fatto la Resistenza ha compiuto delle scelte ben precise in base a criteri etici - anche quelli che l'hanno fatta per cause non particolarmente nobili.  Il protagonista però descrive una serie non tanto di eventi, ma di flussi di coscienza che l'hanno spinto in quella direzione, e tutte le sue decisioni scaturiscono come l'unica scelta possibile per una persona come lui nelle circostanze che si presentavano in quel momento. La Resistenza diventa non tanto un atto di ribellione, quanto il cammino di un anima che prende gradualmente coscienza di sé e osserva con l'incanto dell'innocenza quel che avviene intorno a lui e dentro di lui.
A tratti sembra quasi una storia simbolica, sospesa fuori dal tempo e dallo spazio, come quella di Parsifal alla ricerca del Graal. Poi, improvvisamente, piccoli e casuali dettagli storici assai precisi ricordano anche al lettore più innocente e sprovveduto che sì, la storia è ambientata dal 1943 al 1945, è ambientata in Italia e non è una storia, quanto un pezzo di storia, per quanto raccontato con molto garbo e in forma assai politically correct.
I nomi sono pochi, pochissimi, e di quei pochi una buona parte è stata alterata. Le celebri divisioni (non sempre amichevoli) delle varie anime della Resistenza vengono illustrate in modo chiaro ma senza prendere posizione, come dall'esterno. I piccoli maestri non si schierano con una fazione specifica - anche se sono disposti a collaborare con tutti - non hanno al loro interno una gerarchia molto strutturata e non approvano certe forme di ritorsione contro i civili. Anzi si finisce per essere tentati di credere che la loro Resistenza sia stata soprattutto una lunga gita in montagna, trascorsa per lo più ad ammirare le bellezze del paesaggio, e una specie di lunga gita sociale in pianura, con risvolti a tratti decisamente comici e occasionali conversazioni esistenziali. Solo a fatica, e in modo piuttosto casuale, l'autore lascia scivolare qualche accenno al fatto che in effetti qualcosina hanno fatto anche loro - ma solo per caso, intendiamoci:
"Arcigni nei concetti di fondo, garbati e quasi soavi nella fattispecie, non prendevamo nemmeno in considerazione l'idea di fucilare qualcuno villanamente. Inoltre non volevamo rompere senza pagamento (coi buoni), non spaventare senza bisogno, non assassinare senza spiegazioni. Queste erano le intenzioni: in pratica poi, non rompevamo molto, non spaventavamo che mediocremente, e non assassinavamo quasi nulla; un gruppo di artigiani-artisti, dalla produzione severamente limitata, e con un forte senso di autonomia professionale e personale".

In questo libro ci sono tutti i temi tradizionalmente associati con la Resistenza: la fame e il freddo, i rastrellamenti (bellissimi, i due rastrellamenti, che sono anche gli unici passi piuttosto crudi dove quel bel tono da scolaretti in vacanza viene completamente abbandonato), il complesso rapporto con i civili e poi pattuglie tedesche, rappresaglie contro i collaborazionisti, attentati, razzie, screzi tra bande, eroi ed eroine che pagano a prezzo assai caro l'aiuto fornito, ostaggi, morti improvvise di carissimi amici, prodi partigiane e prodi staffette, armi e mancanza di armi e caccia alle armi e tutto il resto, compreso il rimpianto di un occasione persa, o forse più di una: il protagonista lascia capire che sì, le cose sono andate come sono andate, ma avrebbero però potuto andare meglio perché l'Italia che è uscita da quell'esperienza presentava dei tratti tutt'altro che entusiasmanti - e in effetti, scopriamo dalla scheda biografica, una volta appeso il fucile (anzi il parabello) l'autore provvide a laurearsi in gran fretta e a prendersi ben presto una borsa di studio in Inghilterra, dove visse gran parte della sua vita.

La scrittura è bellissima. Ho una certa allergia per la prosa italiana "ben scritta" ma questo libro è scritto veramente bene, e per una volta sono disposta a fare un eccezione - anche perché la bella scrittura viene usata per raccontare meglio la storia e non per rallentare e deviare il lettore che sta cercando di seguirla.
L'ho trovato un testo molto denso, che richiede un po' di tempo per essere digerito. Insomma sconsiglio di spolparlo in un un unica tirata, meglio piccole rate di 20-30 pagine al giorno.  E' adatto a qualsiasi stagione.

Con questo post partecipo, all'ultimo minuto per colpa dell'epica Riunione per il Registro Elettronico, al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti un fine settimana rilassante e pieno di ottime letture.

giovedì 4 settembre 2014

L'orrendevole e drammaticissima Saga del Registro Elettronico - 2 - "Avete dei problemi? Cazzi vostri!"


Al primo Collegio dei Docenti dell'anno la Nostra Preside ci ha deliziati annunciandoci ben due incontri di formazione per la redazione dei nuovi curriculi per materia* in base alle nuove indicazioni ministeriali; a fatica, e solo perché colta di sorpresa, ha trovato un attimo di tempo per rispondere alle domande sui registri elettronici prossimi venturi.
"Non c'è più il collegamento in rete!" abbiamo detto, straziati.
"Ma no, Sabato scorso c'era".
"Ma oggi non c'è più!".
"Ah, sapete, qui il collegamento non è mai molto stabile, anche qualche giorno fa ci è saltata tutta la rete compresi i telefoni. Potete inserire i dati con comodo, anche dalla Sala Professori, o in un altro momento".
E quasi veniva da pensare che l'argomento non le premesse più di tanto (forse perché lei non aveva alcun registro da compilare? Chissà).
"Non abbiamo mai parlato di come li vogliamo, questi registri".
"Ah, ma il programma Argo è fatto in un dato modo, vi dovrete adattare".
"Veramente abbiamo sentito dire che in altre scuole hanno fissato dei parametri..."
"Mah, sì, qualcosina si potrà fare, ne parlerete domani con il tecnico..."
"Per esempio lei ci aveva detto che si possono mettere solo i voti interi, ma in altre scuole..."
"Ah, ma in altre scuole sbagliano. Voi non avete letto l'ultimo documento di valutazione, quello del 2009. Sappiate che mettendo dei voti frazionati si perdono i ricorsi. Dovreste leggerlo, il documento sulla valutazione".
"Veramente io l'ho letto e non dice niente del genere..."
"Ma quando fate gli scrutini non mettete mica i voti con le frazioni a venticinque e settantacinque!".
"Ma durante l'anno sì".
"Comunque non è il momento per parlarne".
"Lei ci ha detto che il computer calcola automaticamente il voto in sede di scrutinio, dal registro elettronico. Ma la legge sulla valutazione dice che dobbiamo tenere conto di altri fattori che non danno necessariamente la media matematica dei voti assegnati durante l'anno..."
"Lei sta parlando della media di ammissione all'esame, però".
"No, sto parlando delle valutazioni periodiche, sa, primo quadrimestre, secondo quadrimestre, quella roba lì".
Non c'è stata risposta.
"Ricordatevi di firmare, prima di andare via".

Qualcuno è poi andato a vederselo davvero, il documento sulla valutazione del 2009, e naturalmente non dice proprio nulla né pro né contro i voti frazionati nelle verifiche durante l'anno - anche se spende qualche parola per ricordare che la valutazione è espressione dell'autonomia professionale propria della funzione docente e sul fatto che le scuole dovrebbero stabilire criteri omogenei in sede collegiale (cosa da noi mai fatta, dopo il 2009, e nemmeno nei due anni precedenti). 
Un dubbio mi sta però perplimendo da diverse ore: quand'anche mettere sette più, sette e mezzo, sette/otto e otto meno (per tacere dell'otto meno meno che ho sempre molto amato) ci facesse perdere tutti i ricorsi dell'universo e andasse contro i criteri del Sacro Documento del 2009, allora vuol dire che anche tutto quel che è scritto nei registri degli ultimi anni contraddice il Sacro Documento del 2009 e avrebbe potuto farci perdere innumerevoli ricorsi.  Ma allora come mai nessuno dei nostri esimi Dirigenti Scolastici** ha mai speso una parola in tal senso, fosse pur solo una bonaria esortazione, onde evitarci sia di contraddire le Santissime Disposizioni del Ministero sia di andare incontro alla totale perdita di eventuali ricorsi che, infine, possono arrivarci, a noi come a qualsiasi altra scuola, specie se violiamo così apertamente le disposizioni dei documenti del Ministero cui tutti noi afferiamo?

Non sarà che quella donna ogni tanto ha una lieve tendenza a prenderci leggerissimamente per il culo con racconti non del tutto provvisti di fondamento?

Chissà.

*per redigere i quali avremmo per la verità già elaborato in proprio una piccola strategia di sopravvivenza
**quattro in sette anni, anche se uno di loro era solo Reggente.

martedì 2 settembre 2014

L'orrendevole e drammaticissima Saga del Registro Elettronico - 1 - "Funziona la freccia?" "Ora sì, ora no, ora sì, ora no"


E' cosa nota a tutti che St. Mary Mead è comune wi-fi, come annuncia lietamente già nel cartello d'ingresso del paese; e per tutto il paese infatti la Banda Larga stende le sue ali protettive tranne che nella scuola media.
Ed è altresì noto a tutti noi che abbiamo a che fare con detta scuola media che lì, nella scuola media, la wi-fi c'è da ben sette anni, e a riprova possiamo anche indicare la scatolina magica in biblioteca. Dove non c'è internet.

Intendiamoci: all'interno della scuola media qualche volta il collegamento c'è, e quando c'è funziona benissimo, soprattutto dove c'è (non tutte le stanze sono uguali, o meglio alcune sono più uguali delle altre).

Un tempo potevamo dare la colpa al prof. Jorge, che se ne fregava. Ma adesso, quando il collegamento non funziona, ci basta andare a tirare la manica della VicePreside e confidarle le nostre pene. E la VicePreside subito, massimo nel giro di qualche ora, chiama in Comune. E il Comune di St. Mary Mead non resta insensibile al nostro grido di dolore, e nel giro di un giorno, massimo due, ci manda i suoi tecnici, che si danno da fare e con atti, pensieri e parole oprano e si adoprano finché la connessione non ritorna in tutto il suo fulgore. 
E anzi, tante volte son venuti, i tecnici del Comune, che vien da pensare che dovremmo preparargli un ingresso a parte e riservargli un punto di ristoro tutto per loro, con brandine e vivande calde, e dare un contributo al Comune per pagare i lavori di lastricatura nella strada dove han fatto il solco, a forza di andare e venire per badare alla nostra connessione wi-fi. 
E purtuttavia il fatto che i tecnici continuino ad andare e venire per la nostra scuola pur non coltivando ivi (per quanto ci è dato sapere) alcun interesse sentimentale per alcuna di noi, salvo quel tipo di amicizia che nasce spontanea con la lunga consuetudine, potrebbe in effetti indurre a sospettare che qualcosa non funzioni perfettamente.
I tecnici arrivano, sistemano tutto, salutano e se ne vanno, seguiti dai nostri saluti colmi di riconoscenza. E un giorno o due dopo il collegamento sparisce.

Ieri, mentre noi insegnanti sfaticati cazzeggiavamo lì a scuola, ove eravamo stati convocati senza un perché, gli industriosi tecnici stavano facendo l'ultimo sopralluogo dopo un capillare lavoro durato diversi giorni in previsione dell'adozione del Registro Elettronico: per ogni classe c'è il suo computer, e ogni computer è collegato in rete.
O meglio dovrebbe essere collegato in rete; ma stamani metà computer non erano affatto in rete. Il punto più raffinato si è raggiunto nell'aula di sostegno, dove uno dei computer era in rete e l'altro no (e qualcuno ha suggerito che, invece di continuare a stressare quei poveri tecnici, sarebbe forse il caso di mandare a chiamare un esorcista).

Cose che succedono, si sa. Ma da noi sono successe davvero molte volte, e in queste condizioni avviare un progetto per i registri on-line non ci sembra né prudente né assennato. Proprio no.

Come disse l'imperatore Hirohito in un celebre discorso per radio, nell'Agosto del 1945: "La situazione si sta evolvendo in modo non necessariamente favorevole alle nostre truppe".

lunedì 1 settembre 2014

Taglio del nastro 2014 - ...e c'è perfino chi sostiene che gli insegnanti non fanno nulla!


Niente sveglia, un tranquillo caffè scorrendo la posta e la bacheca di Facebook, visitina alla stazione per fare l'abbonamento mensile e alle 10.20 eccomi alla scuola di St. Mary Mead pronta a dedicarmi per il consueto paio d'ore alla biblioteca. Entro in Sala Insegnanti e trovo tutti, comprese due sconosciute.
"Ah, Murasaki, allora ci sei!"
Li guardo un po' stranita "Ebbene sì, ci sono. Perché?".
"Ma ti aspettavamo per le nove".
"E perché avrei dovuto venire proprio alle nove"
"Perché l'aveva detto la Preside".
"E quando?".
"Al Collegio Docenti".
"Ma... sì?"
"Sì, alle nove" assicurano in parecchi.
"Oh... " a quanto pare sono in fallo, ma non riesco a sentirmi dispiaciuta "Sul sito però non c'era scritto. C'erano le riunioni per le elementari e le materne, ma per noi non era segnato niente. In effetti stamani speravo di trovare qualcuno per sapere se e quando..."
Niente circolare, niente avviso sul sito e nemmeno il verbale del Collegio Docenti.
"Ti abbiamo telefonato, ma non c'eri".
"Mi dispiace, probabilmente ero appena uscita. Cosa c'era da fare alle nove?".
"Niente".
"Niente?"
"Niente. Non sappiamo le classi, non sappiamo il calendario degli incontri e non possiamo nemmeno cominciare a fare l'orario non sapendo chi è assegnato a cosa. Abbiamo chiacchierato un po' tra noi".
"Ci avrebbero convocato alle nove per non fare niente?".
"Esatto. Però abbiamo la nuova insegnante di Matematica e sappiamo chi sarà l'insegnante di Inglese. Praticamente siamo al completo".
"Questo è bello".
Tutti ne convengono. 
"Ah, ci sono anche i desiderata da compilare".

Scrivo che desidero il Mercoledì come giorno libero e dieci ore con la Terza d'Ogni Scheletro Ingombra (che posso ragionevolmente presumere che mi toccherà). Poi accosto la nuova insegnante di Matematica, che sarà la mia fida collega nella Terza, e mi presento.
"Se pensi di volere qualche notizia sui ragazzi..."
"Ottima idea, ho appena finito con l'altra classe".
Ci ritiriamo in una stanza tranquilla e passo un oretta a raccontarle il più e il meno. Poi ci raggiunge la Marzapane e ci parla del nostro nuovo acquisto, che l'anno scorso è riuscito nella mirabile impresa di farsi bocciare all'esame di licenza media - insomma alla fine, e nonostante tutto, sono pure riuscita a impiegare il mio tempo in modo almeno vagamente costruttivo, nonostante l'ora e venti di ritardo.
Quando abbiamo finito torniamo in Sala Insegnanti, dove nel frattempo è arrivata la circolare col calendario da cui risulta che anche domani saremo lì (alle nove) a fare che cosa non si sa, visto che il Collegio con l'assegnazione delle classi ci sarà soltanto Giovedì.
Vabbe', mal che vada per me c'è sempre la Biblioteca, per passare il tempo.

Certo però che tutta questa frenetica attività è davvero spossante.


venerdì 29 agosto 2014

A strati, come la collina di Troia

Appunto, questa è una foto degli scavi di Troia.

La scuola di St. Mary Mead è strana. Costruita nei primi anni '70, al suo interno accoglie tre sezioni tre, per un totale di nove classi e non più di duecento alunni, dalla notte dei tempi non è più sede di segreteria - eppure produce una incredibile quantità di detriti archeologici, stratificati nei posti più strani.
Ogni estate le due custodi stabili, dopo aver eseguito i consueti lavori di ripulitura estiva (che contemplano, accanto a lavori di routine, come il Grande Lavaggio Vetri o lo Spostamento Banchi Per le Nuove Classi, anche operazioni piuttosto complesse, come l'annuale sterminio dei nidi di vespe che ogni estate danno prova di scarso buon senso  nidificando accanto alle finestre e ogni estate vanno perciò sterminate a colpi di cianuro) dedicano gran quantità di tempo e di energie a colossali opere di Sgombero e Eliminazione di immani quantità di carte e cartacce, pezzi di macchinari ormai in disuso, banchi rotti et similia; ma nonstante tutto ciò, la scuola continua ad essere piena come un uovo di roba risalente ad ere geologiche imprecisate.
Nel mio piccolo, da qualche anno lotto anch'io insieme a loro, dedicandomi a una modesta ma costante opera di sgombero della Sala Insegnanti, dove carte e libri si accumulano con una velocità impressionante nonostante i miei coraggiosi tentativi e in barba all'immane quantità di carta che butto a scadenze regolari negli appositi contenitori gialli per il riciclaggio. In effetti quando sono arrivata lì per la prima volta, ormai otto anni fa, la Sala sembrava affogare nella carta, mentre adesso qua e là si intravedono piccoli spazietti liberi - niente comunque di nemmeno vagamente proporzionabile a quanto è stato gettato. A tal proposito mi sono costruita una teoria in base alla quale esiste una quarta dimensione spaziale dove la roba si è accumulata, e da dove sta gradualmente riemergendo. Non mi è chiaro però se questa quarta dimensione è collegata con qualche sorgente primigenia dall'inesauribile produzione.
L'anno scorso, al grido di battaglia "Riordiniamo la biblioteca dei docenti!" ho riempito 26 casse di enciclopedie e libri di didattica degli anni '70 ancora in buono stato e, dopo aver stilato un elenco del contenuto, le ho fatte rimpiattare in una stanza asciutta e pulita nel sotterraneo. Inoltre ho buttato via almeno il doppio tra enciclopedie e libri di didattica degli anni '50, '60 e '70 in pessimo stato, oltre a due buoni metri cubi di riviste di archeologia, didattica e legislazione scolastica dello stesso periodo. Dove accidenti stesse quella roba prima che sgombrassi in tal modo la Sala non so, ma garantisco che dopo cotal fatica (da tutti accolta con infinite lodi ed esclamazioni di sollievo) la stanza sembra piena più o meno come prima, e tuttora fatichiamo a trovare un posto dove tenere le prove scritte dell'anno scolastico in corso.
Comunque, alla fine dell'immane opera, avevo liberato un po' di spazio qua e là. E giusto quest'anno è arrivata un insegnante di Tecnologia che ha avuto la brillante idea di far tenere a ognuno dei ragazzi una cartellina con i suoi lavori, custodendo però le cartelline non in classe, come usa di solito, bensì in Sala Insegnanti. Così adesso abbiamo nove pile di cartelline nove, stipate in due scaffali che avevo finalmente liberato - scrivo "abbiamo" perché, scaduto il contratto annuale, la collega ci ha lasciati, ma ci ha lasciato anche le nove pile di cartelline. Del resto, portarsele a casa non avrebbe avuto molto senso (ma, magari, restituirle ai ragazzi forse sì?).
Altri piccoli spazietti sono stati prontamente invasi da due colleghe di Lettere* e riempiti con immani pile di libri. Vabbe', mi sono sobbarcata tutta quella fatica appunto perché chi lo desiderava potesse portarsi qualche libro da casa, se credeva (ed evidentemente qualcuno ha creduto). E' comunque un piacere accorgersi di non aver faticato invano.

Quest'anno ho deciso di venire a scuola qualche ora, nell'ultima settimana di Agosto, per badare un po' alla biblioteca; ho così avuto l'opportunità di assistere, seppur da lontano, a una parte della sessione di scavi archeologici.
Il Lunedì ho trovato le custodi in Presidenza**, dove da sempre troneggia un orribile mobile anni '50 di cui si sono perse le chiavi da tempo immemorabile. Forse con l'aiuto di un fabbro, forse facendosi istruire da qualche addetto ai lavori, infine erano riuscite ad aprirlo. Da un casuale colpo d'occhio, daterei l'epoca dell'ultima chiusura del mobile verso la metà degli anni '70, ma naturalmente alcuni reperti erano assai precedenti. Non sono sicura che buttare via una parte del contenuto fosse lecito senza un sopralluogo di ricognizione della Soprintendenza per i Beni Archeologici, ma mi sono ben guardata dall'intervenire.
Il Martedì  ho trovato le due custodi intente a riempire interi scatoloni di cadaveri mummificati di telefoni, casse acustiche non più funzionanti, cavi e tastiere di epoche remote e macchinari chiaramente anni '50 di cui nessuno di noi avrebbe saputo specificare la funzione. Mi hanno anche detto che presto arriverà l'ente locale per lo smaltimento di rifiuti pesanti e porterà via due fotocopiatrici che non funzionano più dalla notte dei tempi, e soprattutto la lavatrice.***
Mercoledì le ho sentite indaffararsi lontano da me. All'uscita recavano seco una cassa contenente indumenti, per lo più per bambini in età prescolare, della fine degli anni '70. Forse i residui di uno di quei mercatini di beneficenza che infestano tuttora la scuola? Ad ogni modo, di loro genio, le custodi han deciso di archiviare il tutto in uno dei cassonetti che raccolgono indumenti usati, e l'ho trovata una buona idea.
Giovedì, mentre passavo nel corridoio, una di loro mi ha consultato: "Queste carte, prof?".
Circolari dell'anno 2006.
"In Segreteria hanno senz'altro l'originale, non importa conservarle" ho stabilito con fare professionale. Il punto è che ormai non esiste più la Grande Scuola che ha emanato quelle circolari, e tanto meno la sua Segreteria.
Oggi, mentre stavo in Sala Insegnanti a pasticciare su una relazione, sono arrivate con una piccola risma di moduli in A5, stampati da una parte ma bianchi dall'altra: richieste per permessi, probabilmente dei primi anni '80. Li hanno lasciati sul tavolo grande.
"Ottimo" ho detto prendendone due "Mi serviva giusto un po' di carta per gli appunti".
E' carta buona, ci si scrive bene.

*gli insegnanti di Lettere hanno una capacità di espansione da far invidia a qualsiasi gas. Del resto io non porto quasi mai libri da casa, ma quando sto al tavolo della Sala Insegnanti riesco ad occupare fino a cinque postazioni in un batter d'occhio, cosa che nessun docente di altre materie si sognerebbe mai di fare. Per fortuna il tavolo, per quanto ingombro di carte, è davvero molto grande.
**ebbene sì, abbiamo una stanza per la Presidenza, anche se il Dirigente Scolastico di turno ci staziona massino tre-quattro volte all'anno. Viene usata quasi esclusivamente quando c'è l'esame, perché la usa la Presidente di Commissione.
***nel caso che qualcuno si stia chiedendo cosa ci fa una lavatrice in una scuola, non saprei davvero cosa rispondergli. So soltanto che quella lavatrice era già lì in infermeria quando sono arrivata la prima volta, otto anni fa, già allora non funzionava e, ad occhio, dovrebbe risalire alla prima metà degli anni '70.

venerdì 22 agosto 2014

Il seggio vacante - J. K. Rowling


Finalmente, a due anni dalla sua uscita, il libro è rimasto libero quanto bastava perché riuscissi a prenderlo in biblioteca. Mi sono accinta dunque alla lettura piena di buona volontà, spirito di comprensione e pazienza, perché dalle descrizioni non sembrava il mio genere e soprattutto perché, dopo un successo come quello di Harry Potter, che ha inciso profondamente sull'immaginario collettivo e sulla storia dell'editoria (e non solo su quella per giovani adulti) sbagliare almeno un po' e almeno un libro mi sembrava del tutto inevitabile. Insomma, ero decisamente ricolma di pregiudizi. Invece mi è piaciuto molto e forse non è nemmeno vero che non è il mio genere.

Cominciamo dalla storia, che è quella di una trasmigrazione alchemica (non è del tutto una mia mattana, ne accenna proprio l'autrice, verso i tre quarti del romanzo).
Siamo a Pagford, una graziosa e piccola cittadina molto old England, ricca di nobili tradizioni e pregevoli edifici storici.
Ahimé, nemmeno per Pagford sono tutte rose e fiori, perché proprio attaccato al paese c'è... ci sono... insomma loro, gli indegni: un quartiere di case popolari abitato sì in parte anche da persone rispettabili, ma pieno di persone disagiate: poveri, scalcinati, disoccupati di professione, gente con una vita per nulla rispettabile, addirittura anche drogati. Per loro hanno perfino messo un centro di disintossicazione dentro Pagford. Ma non c'è dubbio che tutto il pacchetto degli sfigati dei Fields appartengs in realtà alla vicina città di Yarvil, che dovrebbe riprenderselo al più presto.

In tutti quegli anni però i Fields si erano ostinati a far parte della circoscrizione territoriale di Pagford, nonostante i ripetuti tentativi di Pagford di scrollarseli di dosso. Non solo: dai Fields erano anche arrivati occasionali consiglieri di circoscrizione, compreso Fairbrother , che in qualche modo era riuscito ad operare una sorta di saldatura tra le due anime della cittadina, quella rispettabile e quella sciamannata.
Anche il Consiglio comunale quindi ha due anime, che all'apparenza Fairbrother riesce a tenere insieme. Ma già alla terza pagina Fairbrother muore, nel più improvviso dei modi, di aneurisma. 
Sembrerebbe dunque arrivato il momento della riscossa per la fazione dei Rispettabili, senonché proprio la morte di Fairbrother mette in modo una serie di piccoli sommovimenti interni che con l'andare delle pagine diventano sempre meno piccoli e sempre più ramificati, intrecciandosi e moltiplicandosi tra loro. Per tutti i protagonisti (una buona ventina) si aprono dunque nuove strade, nuove possibilità, nuovi trabocchetti e per tutti loro la vita cambierà, all'inizio in modo impercettibile e poi sempre più evidente, fin quando, di nuovo, si opera una parziale saldatura tra le due anime della cittadina e il Consiglio si ritroverà con la stessa composizione numerica che aveva prima dell'inizio del romanzo. Se però i numeri sono rimasti gli stessi, dietro ai numeri ci sono delle esistenze che sono profondamente cambiate - e alcune, ahimé, che si sono spezzate. La trasmigrazione alchemica ha operato per tutti, ma in modo diverso per ognuno: qualcuno si è decisamente avviato verso la raffinazione, altri si sono ritrovati nell'inatteso ruolo di materia inerte (scorie, in pratica). Qualcuno è morto, qualcuno è uscito dall'impasse che gli impediva di vivere davvero e qualcun altro è ancora in mezzo al guado.

La trama è molto ricca e ben costruita, con tante piccole tessere che si rincorrono e si tampinano tra loro cercando il loro posto nel mosaico. Ogni evento o gruppo di eventi simili  contribuisce, influenzando gli altri eventi e personaggi in modo a volte impercettibile, e tutto ciò è molto raffinato, anche se in qualche caso vien da pensare che l'autrice poteva dare una sforbiciatina qua e là - diciamo che con un 10-15 per cento di testo in meno, il romanzo avrebbe brillato di più.

Molte sono le sfide che l'autrice si è autoimposta. La prima è stata quella di far morire il personaggio principale alle prime pagine, trasformandolo in un fantasma che verrà ricostruito (ma solo in parte) dai ricordi di tutti gli altri protagonisti. La seconda è stata fare un romanzo corale, anche se dopo sette libri visti quasi tutti attraverso gli occhi di un solo protagonista, più che una sfida dev'essere stata una liberazione. La terza è stata il linguaggio, più crudo e a tratti sgradevole. Oh perdincibaccolina, tutti quei ragazzi che non fanno che dire "cazzo di qua" e "cazzo di là"... e perfino gli adulti parlano e financo pensano in modo davvero sconveniente! E tutto ciò ha abbastanza scioccato i lettori, e appunto quello voleva fare. Infine, c'è il rapporto tra genitori e figli, che non è solo questione di qualche scontro generazionale: oltre a una vasta gamma di sentimenti ambivalenti c'è anche molto, autentico odio, e non sempre si placa con la fine del romanzo. La saga di Harry Potter è un lungo inno all'amore filiale e genitoriale (tranne, sì, la famiglia di Voldemort, dove non se ne salva uno che sia uno); qui, senza dubbio, viene mostrato l'altra faccia della medaglia.

A dire il vero però non l'ho trovato così completamente  diverso da Harry Potter; anzi, non sono nemmeno sicura che per certi versi non sia contemporaneo ad Harry Potter: tra il Calice di Fuoco e l'Ordine della Fenice ci fu una pausa di tre anni dovuta appunto al fatto che l'Ordine della Fenice non riusciva a quagliare. In un intervista concessa tempo dopo J.K. Rowling raccontò che una parte di quei tre anni l'aveva dedicata a scrivere altre cose, per adulti - si era insomma un po' disintossicata. Sospetto che in queste "altre cose" ci fosse almeno una prima stesura del presente romanzo, o di qualcosa che ha poi portato qui, al Seggio Vacante.
La saga di Harry Potter in realtà non è una storia molto soft: i primi due libri finiscono bene, il terzo abbastanza bene, ma quello che segue non è un idillio fiorito. Certo, il protagonista sopravvive sempre - siamo seri, non puoi fare una saga di sette volumi dedicata ad Harry Potter e ammazzare Harry Potter verso la metà. I morti però non mancano, e sono sempre e accuratamente morti strazianti - e probabilmente la più straziante fra tutte è quella di Sirius Black, che ha fatto quasi sempre una vita d'inferno e muore giusto un attimo prima di quella che potrebbe essere per lui una svolta decisamente positiva. Harry sopravvive per sette volumi (e dopo avrà una vita serena e piacevole, che mi sembra molto giusto) ma da quando il suo nome viene estratto dal calice di fuoco i suoi momenti felici, o anche solo decenti, si contano sulle tradizionali dita della mano di un monco, e anche chi gli sta intorno passa momenti decisamente critici in gran quantità. Quanto ai personaggi sgradevoli (per non dire abominevoli, di quelli che si fanno odiare senza redenzione) oltre al nonno paterno di Voldie possiamo segnalare senz'altro la giornalista Rita Skeeter, l'ineffabile Umbridge e l'apparentemente solo debole Caramell (ma ci potremmo infilare anche Scrimgeur, entrambi politici a tutto tondo): tutta gente per cui qualsiasi insulto del modesto vocabolario di cui dispongo sembra del tutto inadeguato e, tutti, autentiche iatture per chi ha la sventura di ritrovarseli tra i piedi, sempre e comunque -  tutti, però, tragicamente realistici. O forse dobbiamo dire reali?
Ma c'è anche un personaggio che è saltato fuori dalle pagine di Harry Potter per approdare a Pagford pari pari com'era, solo un po' cresciuto: Ron. Sì, il caro Ronald Weasley, che io in verità ho sempre trovato un po' esasperante, anche se non si può volergli davvero male, reincarnatosi per l'occasione in Gavin, con l'aggravante di qualche anno di più, e tanti sinceri auguri di buona fortuna alle donne che hanno l'infelice idea di prenderlo in simpatia, e soprattutto di prenderlo sul serio - una tipologia di brava persona in cui davvero parecchie di noi sono inciampate almeno una volta, in vita loro...

Infine, il funerale alchemico, dove il dolore o qualcosa che va perfino al di là del dolore salda un gruppo di componenti eterogenee, almeno sul momento. J.K. Rowling ha una vera simpatia per questo tipo di scena conclusiva. Ben due dei romanzi di Harry Potter si chiudono con un solenne funerale  e ne troviamo uno in chiusura del Seggio Vacante. Da  quello che mi è parso di capire, non molti lettori ne hanno apprezzato la valenza consolatoria, ma ammetto che a me è piaciuto molto e ne ho tratto un certo conforto.

E, naturalmente, mai più riuscirò ad ascoltare Umbrella di Rihanna con indifferenza!

Il libro è stato recensito più volte nel Venerdì del Libro: sicuramente dalla povna, da Paola, nostra eccellente ospite, e da Malanotteno - spero di non avere dimenticato nessuno, ma temo di sì. Io arrivo per ultima, ma credo di essere quella cui è piaciuto di più perché ci ho fatto quasi nottata.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti un felice fine settimana.

giovedì 21 agosto 2014

La censura per bambini come forma di rassicurazione rivolta agli adulti (storia di anime maltrattati)

Lamù, aliena della stella Uru: cornetti da demone, capelli verdi, bikini e stivaletti tigrati. 
(Voi in classe non volate in bikini e stivaletti tigrati?)

I cartoni animati giapponesi* arrivarono in Italia nel 1978 con Heidi senza suscitare polemica alcuna: una storia di bambini e per bambini, tratta da un romanzo svizzero, con un bel tratto rotondo rassicurante  ad opera del grandissimo Miyazaki.
Si dà il caso però che in Giappone i cartoni animati (e pure i fumetti) siano per tutte le età, rigorosamente divisi a seconda dell'utenza. Così in contemporanea arrivarono, sulla scorta di un adattamento francese, Goldrake e Capitan Harlock, che erano serie a base di battaglie spaziali con alieni assai aggressivi che volevano conquistare la Terra e destinati a un pubblico di adolescenti. Li trasmetteva la RAI, prima del telegiornale. 
Piacquero moltissimo, così anche le televisioni locali si diedero da fare e arrivarono Jeeg Robot, Lupin III e Candy Candy. Da allora e per diversi anni i cartoni animati piovvero, diluviarono e dilagarono ovunque.
Gli adattamenti erano fatti in modo un po' approssimativo perché non sempre venivano consultati gran copia di esperti di cultura nipponica. Di censure nemmeno l'ombra, ma qualche problemino con i dialoghi non sempre tradotti bene sì. Gli ideogrammi imperversavano (soprattutto al momento delle sigle),  e quando la storia era giapponese i protagonisti si chiamavano Hiroshi, Tadashi, Goemon, Fujiko, Miwa. 
Io bambini ne andavano matti, i ragazzi pure. Io me li guardavo dall'alba al tramonto e dal tramonto all'alba, con grande sconcerto dei miei genitori che non capivano proprio che diavolo ci trovassi. Ero fuori target di tre anni buoni, ma non ero l'unica della mia età cui piacevano - comunque i miei compagni di liceo sapevano sempre benissimo dio cosa stavo parlando, quando ne parlavo.

Verso la metà degli anni '80 la febbre mi era quasi del tutto passata: avevo altre cose da fare, passavo molto meno tempo in casa, i robot e le invasioni spaziali erano ormai in netto declino e poi c'era... non so... qualcosa. Insomma, i cartoni animati giapponesi mi piacevano molto meno, anche se ogni tanto su una televisione locale beccavo qualche puntata di Lamù** e qualcosina delle serie storiche. Ma si sa che tutte le mattane passano, prima o poi.

Cos'era successo davvero lo capii soltanto anni dopo: erano cambiati i criteri di adattamento. Stavano nascendo le reti Fininvest, e a dirigere il settore per ragazzi era arrivata Alessandra Valeri Manera - persona probabilmente rispettabile sul piano personale, ma figlia del suo tempo, nonché naturalmente tenuta a seguire le regole dell'azienda per cui lavorava.

Cambiarono i titoli, e improvvisamente fu tutto un fiorire di Kiss me, Licia, E' quasi magia Johnny, Evelyn e la magia di un sogno d'amore, laddove in originale i titoli erano decisamente meno zuccherini. Cambiarono le sigle, che in verità non erano mai state capolavori (nemmeno quelle originali giapponesi, in verità) ma che avevano conosciuto decisamente momenti migliori - chi si è trovato ad ascoltare a tradimento la sigla di Kiss me, Licia cantata da Cristina D'Avena e non è schiantato sul colpo per diabete fulminante sa cosa intendo. Cambiarono i nomi dei protagonisti (in E' quasi magia Johnny non solo Kyosuke diventò Johnny, ma Madoka e Hikaru diventarono Sabrina e Tinetta) e tutto cominciò ad appiattirsi assai: i dialoghi dei personaggi erano spesso molto insulsi ma i vari monologhi con cui i personaggi in questione analizzavano i propri sentimenti (con profondità di analisi degna di una pozzanghera di città) erano anche peggio e c'erano spesso lunghi, lunghissimi momenti in cui l'immagine era ferma. Ogni tanto facevo qualche tentativo se proprio non avevo altro da fare (per esempio se ero a casa con il raffreddore; 
con molte serie ricordo di aver fatto almeno un onorevole tentativo, ma di non aver mai retto una puntata dall'inizio alla fine. Semplicemente, mi annoiavo a morte).
Cambiarono i criteri di scelta dei titoli e molte opere assai rinomate nei circuiti degli appassionati non arrivarono affatto in televisione. In qualche caso addirittura Mediaset comprò i diritti di serie come Ranma, per poi lasciarle nel cassetto - col risultato che Ranma in versione animata è circolato pochissimo, solo molti anni dopo e in circuiti minori (ed era invero una serie impossibile da domare, perfino peggio di Lamù).

Nel contempo ci si accorse che i cartoni giapponesi erano violenti*** e con scene di sesso troppo esplicite****. Ma soprattutto ci si accorse che i cartoni animati giapponesi spesso erano ambientati in Giappone - che era un grosso limite, in verità.

Nel 1993 la rivista Mangazine, giunta ormai al numero 30, pubblicò un interessantissima intervista proprio ad Alessandra Valeri Manera. La lessi e la rilessi, domandandomi prima chi aveva bevuto e quanto, e poi se davvero i miei principi in merito a censure ed educazione dei fanciulli erano così fuori del mondo come sembrava (e sì, ormai lo erano).
Visto che in rete l'intervista purtroppo non c'è, o almeno io non sono stata buona a trovarla, ne citerò qualche passo per esteso.

"In Italia i cartoni animati hanno a disposizione una fascia oraria seguita soprattutto dai più piccini, perciò il nostro intento primario è quello di tranquillizzare i genitori sul fatto che ciò che i loro figli vedranno in TV rispetti certi canoni: il bambino deve essere tranquillo e sereno mentre guarda la televisione, non deve porsi domande strane sul significato di quanto ha visto e non deve essere turbato da situazioni imbarazzanti o violente. La sera è la famiglia a decidere cosa guardare in TV, ma il pomeriggio i bambini si trovano spesso soli a scegliere i loro programmi ed è necessario che noi programmatori siamo coscienti delle nostre responsabilità. E' un po' come se avessimo una delega precisa da parte degli adulti, che si fidano del nostro modo di lavorare e di ciò che proponiamo sulle nostre reti. Non possiamo accettare che un bambino si ritrovi turbato per ciò che vede nelle trasmissioni per ragazzi e quindi è ovvio che spesso dobbiamo esercitare delle scelte che possono risultare sgradite  ai cultori di cartoni giapponesi, che hanno un minimo di 16/18 anni. Vorrei che questi ultimi capissero che in Italia il cartone animato è considerato solo come un intrattenimento per bambini e che con queste premesse pensare ad un prodotto per un pubblico adulto è assolutamente prematuro, in quanto sono pochissimi coloro che lo seguono con attenzione. E' impensabile presentare un programma di animazione per adulti, perché in Italia non c'è la cultura per farlo e neppure l'interesse".

Quando i cartoni animati arrivarono trovarono senza problemi un pubblico decisamente vasto di bambini e ragazzi che, senza particolari crisi interiori, ingoiarono tutto e ne chiesero ancora. Quindici anni dopo non c'era la cultura né l'interesse per guardare quei cartoni animati se non tra i bambini più piccoli.
Se così era (può essere, si sono viste anche cose più strane) non bastava limitarsi a pescare nel vasto repertorio di cartoni animati prodotti per bambini? O forse c'era una fascia più vasta che voleva anche qualcosa di diverso?
Soprattutto: questa descrizione dei genitori che danno una specie di delega in bianco alla Fininvest purché il bambino stia buono e non si faccia domande strane, non suona inquietante? Perché lo spetattore non deve farsi domande, specie nell'età della crescita? 

"Le trasmissioni all'interno delle quali gli anime vengono mandati in onda sono destinate a un pubblico da 6 ai 14 anni, e tutte le nostre scelte, sia in termini di tipo d'acquisto da operare che per quanto può riguardare eventuali tagli o cambiamenti di nome, sono fatte in funzione di questo pubblico specifico. I nostri tagli e adattamenti non sono mai casuali, anche perché visionare una serie , invitare degli specialisti in psicoterapia infantile a esprimere i loro giudizi, reinventare i nomi dei personaggi ecc., richiede sforzi, anche e soprattutto di carattere economico, non indifferenti: ci costerebbe molto meno acquistare una serie, doppiarla e mandarla in onda così com'è. Noi però non possiamo dimenticare il ruolo che le famiglie ci delegano nell'educazione dei minori e perciò questi nostri sforzi, che ai cultori possono sembrare addirittura controproducenti, sono un servizio suppletivo rivolto al pubblico dei minori. In secondo luogo i cosiddetti 'tagli' sono molto meno consistenti di quanto certi fan affermino, e riguardano perlopiù scene che non compromettono il senso della serie: per esempio, se sostituiamo con un fotogramma fisso la scena in cui un personaggio legge una lettera scritta in giapponese, lo facciamo perché sarebbe insensato per la maggior parte del nostro pubblico trovarsi sul teleschermo un nugolo di ideogrammi indecifrabili."

I cambiamenti in realtà erano piuttosto invasivi, soprattutto per le storie ambientate in Giappone. I momenti con l'immagine ferma spesso sostituivano intere scene, i monologhi di analisi interiore erano completamente inventati, i dialoghi alterati e tutto veniva coperto con spessi strati di melassa o annegati in grandi vasche di acqua calda. Per quel che ho potuto verificare, il prodotto di base non ne usciva affatto migliorato.

"Ci sono anche rari casi di interi episodi eliminati, ma, ripeto, sono casi estremi o comunque ben motivati, per esempio, quando tutto l'episodio raffigura scene e situazioni legate a riti religiosi diversi dai nostri, che creerebbero unicamente ansia e confusione nei bambini, oppure incentrati su usi e costumi incomprensibili per i bambini italiani. "

Siamo nel 1993. I giovani spettatori sanno che esiste un arcipelago chiamato Giappone dove si scrive con gli ideogrammi. Perché la vista di un foglio pieno di ideogrammi dovrebbe sconvolgerli? Perché dovrebbero restare traumatizzati davanti a gente che mangia con le bacchette, che paga in yen e che ha nomi giapponesi?
Perché dovrebbe andare in confusione davanti a "riti religiosi diversi dai nostri"?
Ma, se proprio: perché allora non utilizzare la famosa delega in bianco dei genitori per allargargli un po' orizzonti e conoscenze? 

"Riguardo alla questione dei nomi cambiati, ribadisco che questo non è un problema delle sole serie giapponesi, ma anche di qualsiasi altro prodotto in cui i personaggi abbiano dei nomi difficili da pronunciare o da capire per i bambini: per esempio, Yu, la protagonista di Creamy, ha un nome semplice e l'abbiamo mantenuto inalterato, ma altri personaggi, anche in serie americane o francesi, hanno dei nomi tanto complicati che non abbiamo potuto far altro che cambiarli."

Certo, i nomi dei protagonisti di un cartone animato giapponese spesso sono giapponesi, ma non ne ricordo di talmente complicati da non venirne a capo. Se poi sostituisci Hikaru con Tinetta (nome un tantino strampalato, direi) hai davvero migliorato di molto la situazione? E perché Johnny dovrebbe risultare tanto più italiano di Kyosuke?
Soprattutto, se Kimagure Orange Road***** era così complicato e costoso da adattare, non si faceva prima a prendere qualcosa che già in partenza fosse più adatto a un pubblico italiano di bambini mentecatti invece di trasformare tutto, con gran spesa e fatica, in E' quasi magia Johnny?
Perché tutti, genitori e adattatori, sembravano trovare così normale dare prodotti pesantemente adulterati alle giovani generazioni?
O anche: perché improvvisamente Valeri Manera esponeva questi criteri di adattamento, insistendo tanto su fantomatiche deleghe in bianco rilasciate da genitori tanto assenti quanto maniacalmente ansiosi?

Per quest'ultima dopmanda, la risposta è nel calendario. Il numero 30 di Mangazine uscì del Dicembre 1993, quindi era stato preparato due/tre mesi prima. Il 26 Gennaio il proprietario di Mediaset fece la sua famosa discesa in campo in politica. L'elettorato a cui si rivolgeva era un elettorato conservatore ma un po' pigro, spaventato da tutto quello che usciva dalle sue piccole esperienze quotidiano, ansioso (e le sue ansie vennero amorevolmente curate fino a renderlo sempre più ansioso e a tratti isterico verso tutto cià che era "nuovo" e veniva "da fuori"). E un buon bambino, naturalmente, è un bambino che non si fa "strane domande" e che "non era mai confuso".
Per la costruzione di questo elettorato, il circuito Mediaset lavorava già da qualche tempo.

Alterare e annacquare qualche cartone animato di provenienza straniera potrà sembrare ai più un peccato minore e apportatore di minime conseguenze negative; tuttavia, come filologa e come insegnante (ma prima di tutto come essere umano e come potenziale spettatrice) io l'ho sempre trovato una colpa assai grave.
Mi rendo conto però (stante che alla Mediaset non importava granché dei cartoni animati giapponesi se non come mezzo per attirare spettatori) che nessuno avrebbe mai avviato l'opera di ripulitura se tale opera non fosse stata richiesta e gradita da genitori improvvisamente terrorizzati all'idea che i figli scoprissero che, là fuori, c'era il mondo.

Da allora sono passati vent'anni; il mondo è cambiato (non necessariamente in meglio) e la Grande Rete ha strappato molti giovani all'abbraccio televisivo. Ufficialmente siamo diventati una cultura multietnica, mangiamo più sushi e per le televisioni passano molti meno cartoni animati giapponesi. Nei negozi e in rete si trovano in vendita anime adattate con puntiglio maniacale, talvolta così maniacale da lasciare perplessi anche i fan più agguerriti.
Sul tasso di isterismo dei genitori non so pronunciarmi, ma mi sembra in lieve calo. 
La maggior parte di loro, al momento, si preoccupa soprattutto per la crisi economica.

*da chiamarsi "anime" con fare spocchioso, se sei nel girone degli appassionati.
**titolo originale Uruseiyatsura, ovvero (all'incirca) "Gente chiassosa dalla stella Uru", storia di una bellissima aliena che si innamora di un terrestre che proprio non ne vuol sapere - non una roba molto seria, insomma. Del resto l'autrice era Rumiko Takahashi.
***Il tasso di tolleranza per le situazioni violente nei prodotti destinati ai bambini subì un netto calo in quegli anni, insieme ad un proporzionale aumento del tasso di ipocrisia generale - ricordo che venne dibattuto se fosse lecito far vedere nei telegiornali i bombardamenti nella ex-Jugoslavia, a rischio di traumatizzare i fanciulli. Sarebbe stato interessante sentire, a tal proposito, l'opinione dei fanciulli ex-Jugoslavi cui ogni giorno cascavano le bombe in testa.
****Cioè, esplicite... c'erano delle scene d'amore e ogni tanto qualcuno faceva la doccia o restava in abiti succinti, e assai raramente questo qualcuno aveva ottant'anni. Tutto ciò c'era anche prima, solo che nessuno ci faceva gran caso, alla fine degli anni '70 (o, se pure ci faceva caso, veniva rapidamente messo a tacere).
*****Che si basava principalmente su un triangolo mai del tutto risolto nel corso della serie