Il mio blog preferito

venerdì 10 luglio 2020

Didattica a Distanza: considerazioni in libertà dopo la tempesta

L'immagine è presa da Asterix e la corsa d'Italia. Il prode Coronavirus è accompagnato dal fido scudiero Bacillus
Andrebbe prima di tutto precisato che non è esatto dire che in tempo di lockdown la scuola italiana ha fatto la didattica a distanza, perché messa così darebbe l'impressione che si sia trattato di qualcosa fatto con consapevolezza e cognizione di causa, come potrebbe essere una gita a Recanati o un lavoro di gruppo sulle migrazioni italiane a inizio del secolo scorso - qualcosa insomma per il quale ci si organizza e ci si prepara dandosi degli obbiettivi, anche semplici, si chiedono le apposite autorizzazioni, si prenota un pullman eccetera.
Molto meglio sarebbe dichiarare che da un giorno all'altro tutti i docenti della penisola sono stati buttati in qualcosa che non conoscevano e alla quale non erano preparati se non in minima parte, seguendo la nota tecnica del "butta in acqua il bambino e vediamo se impara a nuotare". Lo stesso discorso vale anche per i nostri sventurati allievi, che si sono trovati a fare qualcosa di nuovo (e fin qui niente di male, in fondo vengono a scuola anche per questo) ma guidati da docenti che, lungi da sentirsi un punto di riferimento più o meno valido ai quali rivolgersi per avere consiglio e aiuto, andavano a tastoni secondo la non sempre efficacissima modalità del cieco che guida un altro cieco.
Qualcuno, in verità, non era completamente sprovveduto e giù utilizzava una piattaforma, qualcuno già all'occorrenza lavorava con le classi anche in quel modo, qualche scuola, specie alle superiori, già aveva avviato progetti e attività di quel genere. Qualcuno invece a malapena gestiva un po' di registro elettronico e qualcuno nemmen quello.
Inoltre la chiusura delle scuole è avvenuta da un giorno all'altro e molti alunni e molti insegnanti mancavano delle più elementari attrezzature di studio, a partire dai libri, faticosamente recuperati solo dopo diversi giorni.
Qualcuno ha maneggiato sin dall'inizio la faccenda con gran disinvoltura, qualcuno si è ingegnato con tanta buona volontà, la maggior parte si è sentita catapultata da un giorno all'altro in un girone infernale.
Non aver cavato un ragno dal buco quindi non è motivo di vergogna se ci si è provati e impegnati con assiduità, e chi si è trovato in tal deplorevole situazione non va infamato, mentre chi alla fine è riuscito ad arrangiarsi va molto lodato.
Detto questo, visto che tutti ululiamo alla luna alla sola idea di ripetere l'esperienza è chiaro che i risultati non sono stati entusiasmanti e non c'è motivo di far finta che lo siano stati.
Ma quali sono stati, effettivamente, questi risultati?

Sotto certi aspetti non è possibile saperlo se non tra qualche tempo, quando vedremo cosa i nostri sventurati alunni hanno raccattato dai nostri sforzi. 
Tuttavia un primo bilancio si potrebbe provare a tirarlo. Detto e non concesso che a Qualcuno, lassù al Ministero dell'Istruzione, gliene freghi qualcosa (il che non ci risulta).
D'accordo, ci sono tante cose di cui occuparsi: fare dichiarazioni sui social, rilasciare interviste, progettare la Migliore delle Scuole Possibili, avviare grandiosi progetti (progetti, non lavori) per un Mondo Migliore eccetera. Ma un bel questionario?
Un bel questionario per tutte le scuole, con qualche dato essenziale?
Quando è cominciata la didattica a distanza, quante ore sono state fatte, quante ore in media per ogni classe, quanti insegnanti avevano un collegamento efficiente, quante scuole avevano la piattaforma, quale piattaforma avevano, come hanno funzionato?
Quanti alunni sono scomparsi e perché, quanti hanno dovuto ricevere il computer fornito in comodato, quando l'hanno ricevuto?
Un bel questionario per tutti gli insegnanti?
Come si sono trovati, quali inconvenienti (tecnici) hanno riscontrato, come hanno reagito, cosa hanno fatto, cosa avrebbero voluto avere a disposizione, quanto considerano soddisfacente l'esperienza, quali argomenti sono riusciti a svolgere, in che misura ritengono che il loro metodo di lavoro sia cambiato, hanno imparato qualcosa, hanno rivisto qualche priorità, quanto sono soddisfatti di quel che hanno fatto, quanto cambierebbero di quel che han fatto agli inizi potendo tornare indietro?
Un bel questionario per gli alunni, almeno alla scuola secondaria?
Han studiato meglio o peggio? Come gli sono sembrate le lezioni degli insegnanti? Hanno l'impressione di avere ricevuto troppi compiti? Cosa gli sarebbe piaciuto fare e che non è stato fatto?
Un bel questionario per le famiglie, almeno per le materne e primarie?
Grado di soddisfazione, grado di interazione con la scuola, grado di soddisfazione o insoddisfazione riscontrato nei figli?
Niente di trascendentale, due o tre decine di domande, con le solite risposte "molto d'accordo, per niente d'accordo, abbastanza d'accordo". Una roba come quella che le ditte fanno per stabilire se il nuovo latte detergente o il nuovo impianto dei freni delle automobili immessi sul mercato sono stati apprezzati o no. È mai possibile che mi abbiamo fatto non meno di trenta domande all'ultimo sondaggio telefonico sul mio rapporto con la televisione e l'informatica e a nessuno gliene freghi un cazzo di niente di sapere che esiti ha avuto questa esperienza assolutamente unica, questo grandioso esperimento nazionale fatto a tastoni ma su un campionario tanto vasto?
Possibile che a nessuno sia venuto in mente e che nessuno l'abbia preparato? Glielo saprei fare in un pomeriggio, se me lo chiedessero.
Tutte le sante volte che chiudevo una videolezione da Google si informavano con una mezza dozzina di domande sulla qualità del collegamento. Il quale Google, che da me non ha mai visto un centesimo bucato. Possibile che dal Ministero, che da venti anni mi manda una retribuzione, nessuno voglia sapere niente? Mi avete dato quattro stipendi, in un momento in cui tanti per mangiare facevano la fila al Banco Alimentare, non vi curioserebbe sapere cosa ho fatto per guadagnarmeli?

Come ho già scritto, l'impressione è che la scuola media di St. Mary Mead non se la sia cavata male. Di sicuro, in tanti ci siamo impegnati con gran determinazione, anche se non so con che risultati. Qualche genitore ci ha fatto i complimenti, qualcuno si è chiuso in un dignitoso silenzio, magari perché aveva altro da fare e a cui pensare, qualcuno ha mandato a dire che gli andava bene. Ma siamo sempre rimasti chiusi nel nostro orticello.
Abbiamo fatto poco, pochissimo, molto? Abbiamo fatto l'impossibile e ci siamo attrezzati anche per i miracoli? Abbiamo fatto a malapena il minimo sindacale?
Dal nostro orticello non possiamo dirlo. Se avessimo qualcosa di più dei commenti del vicino di casa che ha il nipote che studia alla scuola del capoluogo per rallegrarci o fustigarci, essere un numero in mezzo a tanti numeri ci aiuterebbe a posizionarci sull'asticella e scoprire se quel che a noi sembra un risultato grandioso trenta chilometri più a est sarebbe stato al massimo un "sufficiente per l'impegno".
Com'è possibile che, dopo tre mesi di indefesso lavoro nella Grande Rete che ci mette in contatto con tutto il pianeta, alla fine ci sentiamo più isolati di prima?
E com'è possibile che proprio la scuola, ovvero il settore che per definizione si basa sull'apprendimento, non venga messa in condizione di valutarsi e imparare dai propri errori?

Concludendo: per il momento scarseggiano i dati oggettivi e la Memoria della Didattica a Distanza è custodita nei diari, nelle confidenze, negli articoli occasionali e, in qualche caso, nei blog che singoli insegnanti hanno scritto e si sono scambiati. Interessanti fonti storiografiche, senza dubbio, ma in questo momento la storiografia memorialistica non è in cima ai miei pensieri.
E sono piuttosto irritata. Ma se fossi un genitore lo sarei molto di più.

lunedì 6 luglio 2020

I Tuttologi dell'Estate - La Didattica a Distanza è stata un disastro?

Il mio intuito femminile mi porta a supporre che quest'anno la sezione I tuttologi dell'estate sarà abbastanza nutrita, anche se forse meno sarcastica del solito; perché su certe questioni stavolta siamo tutti un po' tuttologi, trovandoci ad affrontare circostanze assai insolite dove andiamo abbastanza a tastoni, potendo far conto solo sul nostro buonsenso (e beato chi ce l'ha).
Così stamani, mentre spulciavo qualche pagina di informazione, mi sono imbattuta in un articolo di Alessandro Barbano* sulle (ovviamente drammatiche*) attuali condizioni della scuola italiana.

Inizia l'articolo lamentando che lo stop alle lezioni ha messo fuori gioco anche il vituperato Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo che sarebbe poi l'Invalsi.
In altri Paesi, però, sono andati a guardare che cosa hanno prodotto 14 settimane di lezioni perdute. E hanno testato una caduta dell’apprendimento variabile tra il 35 e il 50 per cento rispetto alla generazione di un anno fa: in parole semplici vuol dire che i ragazzi entrati nel tunnel del coronavirus sanno la metà dei loro fratelli maggiori.
E già qui ci sarebbero diverse osservazioni da fare; prima di tutto perché non tutti i paesi hanno avuto 14 settimane di scuole chiuse: qualcuno ne ha avute di più, parecchi di meno, qualcuno non ha chiuso affatto, non nello stesso modo, nello stesso tempo e in base allo lo stesso calendario scolastico. In certi paesi, tra l'altro, l'anno scolastico non è affatto finito quindi chi ha già riaperto ha ancora i lavori in corso. Inoltre le perdite in termini di apprendimento saranno più facili da calcolare tra qualche tempo - anche perché gli alunni certe cose non le hanno imparate, magari, ma può essere che ne abbiano imparate altre, variato il metodo di studio, lavorato su tematiche diverse eccetera.
Ma soprattutto:   il 35-50 per cento di caduta dell'apprendimento riguarderà comunque il tempo in cui le scuole sono state chiuse, non tutta la preparazione complessiva accumulata dall'alunno nel corso degli anni - o almeno, si spera, perché in caso contrario cio dev'essere stato qualcosa di terribilmente sbagliato nella salita degli apprendimenti, che ha portato a sì disastrosa caduta - qualcosa di il Covid-19 è del tutto innocente e che coinvolge l'intero sistema scolastico., e insomma l'handicap di proporzioni immani, che peserò sul loro percorso di studi futuro, sulle occasioni di lavoro e sull'economia avrà evidentemente altre, sciaguratissime cause. 
D'altra parte è indubbio che la circostanza non agita più di tanto la navigazione tormentata del gabinetto Conte due e che al momento nessuno al Ministero mostra di essersi granché interrogato su come sono effettivamente andate le cose. Lo ammetto, almeno un questionariuccio di fine anno me lo sarei aspettato - qualche domandina scialba del tipo "Come valuteresti questa esperienza da 1 a 10?" Quanto ti sei sentita adeguata? Elenca fra questi dieci i fattori che ti sono stati di intralcio"; insomma, il solito buon vecchio questionario che non si nega a nessuno che abbia acquistato un frigorifero.
Son tutte cose domande che ci siamo fatte tra noi, nei gruppi di sostegno improvvisati in cui si erano trasformati d'incanto i gruppi scolastici di What'sUp; ma al Ministero si sono limitati a farci un paio di complimenti a scatola chiusa e rallegrarsi che la scuola non si sia fermata, quasi avessero fatto qualcosa per ottenere questo risultato, buono o cattivo che sia. 
Ed è giusto deprecare che i partiti che si avviano ad approvare il quarto scostamento di bilancio, per un totale di cento miliardi di euro caricati in debito sulle spalle delle generazioni future, non hanno battuto ciglio quando venivano stanziati tre miliardi per Alitalia e solo uno per la ripresa delle lezioni. Tuttavia è bene ricordare che non di solo pane vive l'uomo, ma anche di savie disposizioni e di buona organizzazione. 
E a questo proposito possiamo forse lamentarci perché la scuola non ha riaperto a Maggio 
(e almeno al Sud credo che gli estremi per farlo ci fossero) ma NON che non si sono riaperte a Giugno - anche perché in verità almeno le superiori si sono riaperte - e soprattutto a Luglio. Perché perfino un Tuttologo dovrebbe capire che le scuole a Luglio più stan chiuse e meglio è per tutti, e soprattutto per chi dovrebbe frequentarle, e questo fin quando le scuole non verranno infine costruite in modo diverso o almeno dotate di un buon impianto di condizionamento (che a dire il vero farebbe gran comodo già dalla seconda metà di Maggio).
Buon uomo, entri in una qualsiasi scuola che non sia a Bressanone o a Merano il 7 di Luglio e capirà subito che la vera causa della chiusura estiva delle scuole non è che nessuno dei partiti di maggioranza, e di opposizione, oserebbe chiedere ai sindacati degli insegnanti l'esecuzione del contratto, che sulla carta prevede un solo mese di ferie e undici di attività, ma che la prassi ha trasformato in un liberi tutti a metà giugno (che in realtà è un 30 Giugno per le scuole fino alle medie e morde fette consistenti di Luglio e di Agosto per le scuole superiori, bensì il comprensibile desiderio dei dirigenti scolastici di evitare pubbliche denunce per maltrattamento di minori e ancor più pubblici malori. 
Sono secoli che ad ogni estate arriva qualche bello spirito a chiedere "Perché le scuole sono chiuse d'Agosto?" e sì, con l'aiuto di un decoroso impianto di aria condizionata (che del resto sarebbe utilissimo già a metà Maggio) a scuola a scuola si potrebbe andare sia di Luglio che di Agosto, ma ahimé, la vita è crudele e le ditte che forniscono questi utili impianti sono assai venali e pretendono - gli avidi!n - di essere pagati; senza contare che nessun impianto si installa da solo e se i tempi dei lavori pubblici sono notoriamente biblici, quando entra in scena la scuola si allungano vieppiù. 
Ci provò anni fa il ministro Francesco Profumo a sollevare il problema di recuperare le ore perdute a luglio. Rischiò il linciaggio sindacale.
Macché linciaggio sindacale, si saranno limitati a ridergli dietro o a compatirlo. La cosa si smontò in fretta, come si smonta sempre in fretta. Certo, se le scuole fossero fatte in modo diverso...
Ma se le scuole fossero fatte in modo diverso, per esempio con aule più grandi e meno affollate, i presidi adesso non starebbero tanto a lamentarsi, nonostante abbiano l'autonomia scolastica
E allora via con le proteste. Del sindacato dei presidi anzitutto. Che dopo aver invocato per anni l’autonomia, messi di fronte all’autonomia dell’emergenza hanno preteso che “il governo ci dica che cosa dobbiamo fare”. Ma il governo, almeno su questo, ha detto ciò che doveva dire: chiamate i sindaci, coinvolgete le imprese, fate accordi con le aziende di trasporto pubblico e privato, fatevi dare aule capienti, possibilmente gratis perché i soldi sono pochi, e rispettare la distanza di un metro tra bocca e bocca. 
Peccato però che tocchi solidarizzare con i presidi, ai quali il governo ha detto ciò che doveva dire ma si è dimenticato di dargli la capacità di moltiplicare gli spazi e soprattutto fornire scuole provviste di Stanze delle Necessità, come hanno a Hogwarts; e pur promettendo grandiosi arrivi di nuovi docenti ha ulteriormente ridotto gli organici, costringendo le scuole a fare classi di 30 e 35 alunni. 
Il resto lo hanno fatto i partiti, di maggioranza e di opposizione, uniti nel bocciare il concorso di merito timidamente avanzato dalla ministra per assumere 32 mila precari, in nome di un’infornata collettiva, intermediata dai sindacati e di sicuro dividendo elettorale.
E qui, con la morte nel cuore, tocca di nuovo dar ragione ai partiti di maggioranza, e opposizione: perché l'infornata collettiva non è quel che si dice una grande idea, ma se non altro si fa in fretta, mentre il concorso richiede tempi lunghi e porterebbe risultati solo, forse forsissimo, per l'anno scolastico 2021/2022 se non più avanti. Anche se non sono affatto convinta che l'infornata arriverò per l'inizio del prossimo anno scolastico. 

Il ministero ancora non sa cosa sia accaduto in quei lunghi mesi di lezione al computer. C'è un'indagine in corso ma i dati sono sconosciuti. Un'altra l'ha fatta la Fondazione Agnelli, scoprendo che il 20 per cento degli studenti è rimasto tagliato fuori. Perché non aveva il device, o piuttosto la connessione. Erano i più deboli, figli delle famiglie disagiate, soprattutto al Sud. Il loro analfabetismo funzionale è aumentato. E i 70 milioni stanziati per il potenziamento tecnologico erano briciole. 
A dire il vero, il reddito di famiglia c'entra meno di quel che usa ripetere. C'entra di più, caso mai, il livello culturale e il tipo di lavoro delle famiglie in questione. Ma più di tutto c'entra la qualità della connessione, lo stare in città o in campagna, in pianura o in montagna, e nemmeno la fibra è stata una garanzia, come mi spiegava una madre abbastanza amareggiata. Anche stare a Nord o al Sud. E c'entrano anche le famiglie numerose, dove non tutti hanno un computer ma magari i tre figli hanno lezione alla stessa ora e i genitori lavorano on line. Checché si racconti, non sono stati tagliati fuori solo i più fragili, i più poveri, i più meridionali. Ognuno ha la sua storia e la sua residenza, la rete ha retto male il colpo, tanti piccoli paeselli hanno la loro piccola storia da raccontare. Un quinto degli alunni è stato tagliato fuori, ma c'è anche una bella fetta che è stata tagliata fuori un po' o abbastanza e ha avuto i suoi bravi problemi, anche tra gli insegnanti. Ed è verissimo che i dati dell'indagine in corso sono ancora sconosciuti. Di certo a me nessuno ha chiesto niente, e sì che sarei tantissimo disposta a raccontare.

Per la formazione sulla didattica a distanza c’erano appena cinque milioni. Nessuno li ha spesi. Nessuno ha pensato bene di chiamare il corpo insegnante a un aggiornamento estivo, in vista di ciò che potrebbe accadere a settembre, o in vista di ciò che la pandemia avrebbe dovuto insegnarci. 
I cinque milioni in questione, scopro dopo qualche ricerca (che forse anche l'autore dell'articolo avrebbe fatto bene a fare) fanno parte del pingue pacchetto di 85 milioni di euro assegnati il 24 Marzo a seguito del DL 17 Marzo per strumenti per la didattica a distanza. Queste risorse sono state  assegnate alle scuole (non ho idea se siano già effettivamente arrivate, ma tutto può essere) in funzione della distribuzione del reddito regionale e tenuto conto della numerositò degli alunni - insomma, un finanziamento a pioggia; e considerato il numero delle scuole in Italia non è stata una di quelle piogge che mettono a rischio i raccolti. Non c'era quindi alcunché da richiedere e il mucchietto degli euro riservato alla formazione dei docenti immagino che, per puro amore di giustizia, sia stato o sarò assegnato agli sventurati Responsabili Digitali delle scuole in questione, che in questa disgraziata occasione si sono fatti un culo al di là dell'umano, se pure non è stato stornato con qualche lacchezzo contabile verso il più consistente mucchietto di euro consacrato all'acquisto di attrezzature informatiche da assegnare in comodato agli studenti disagiati, ovvero quelli che non avevano un computer a disposizione ed erano troppo poveri per comprarsene uno (e per fortuna molti Comuni si sono adoperati in tal senso, e in modo molto più munifico del Ministero, facendo sì ad esempio che, almeno nella mia zona, dopo le vacanze di Pasqua ogni studente avesse a disposizione il suo bravo dispositivo digitale).
Insomma, questi cinque milioni non sono stati richiesti perché arrivavano da soli, tutte le scuole hanno avuto la loro fettina, e con quella fettina al più ci paghi un mazzolin di fiori per il Responsabile Digitale, non certo un corso sulle raffinate modalità con cui insegnare, ai cento o duecento docenti di cui dispone una schola communis, come si sfruttano le raffinate potenzialità della Didattica a Distanza. 
Infatti, come ci ricorda il Tuttologo, una cosa è l'addestramento, un'altra è la didattica a distanza. Una cosa è spiegare Leopardi su Zoom e poi interrogare uno alla volta, secondo il modello frontale della tradizione. Un'altra è dire: ragazzi, facciamo l'antologia leopardiana della quinta A, dividetevi in gruppo, andate a cercare sulla rete le poesie a vostro giudizio più significative e confrontiamoci poi insieme su come raccontare l'evoluzione del pessimismo.
A titolo personale tuttavia, mi auguro che se mai qualcuno mi farà un po' di formazione sulla Didattica a Distanza, mi tiri fuori qualche pensata migliore; ma io lavoro alle medie e di Leopardi in veste di insegnante ho fatto solo Il sabato del Villaggio, Il passero solitario e (in un singolo caso che sortì un notevole successo) A se stesso, quindi non è detto che l'idea sia balorda di per sé, anche se a me lo sembra.
Ma non è nemmeno detto che serva un corso specifico per farmela venire, e magari mi curioserebbe qualcosina di più sui tempi dell'attenzione o roba del genere.
In tutti i casi, al Tuttologo di turno dobbiamo riconoscere che ha centrato almeno un punto: il tema delle problematiche della scuola non è stato particolarmente sentito dall'attuale classe politica e, come spesso succede, quando pur se ne è parlato è stato quasi solo per sfoggiare un campionario di frasi fatte e banalità scelte di cui tutto sommato mi adattavo volentieri a fare a meno.

* costui è un giornalista, non troppo addentro a tematiche scolastiche; al momento è vicedirettore del Mattino e lavora anche per L'Università della Sapienza come insegnante di giornalismo. 

**perché le condizioni della scuola italiana sono drammatiche per definizione, tranne in qualche intervento che ci scriviamo tra noi addetti ai lavori per consolarci un po', visto che non sempre il disastro è così appariscente quanto lo vedono i Tuttologi e considerando che in qualche modo il carrozzone che va sotto il nome di Istruzione Italiana in qualche modo va avanti e non sempre chi lo frequenta ne è del tutto schifato

giovedì 2 luglio 2020

Svantaggi degli organi collegiali a distanza (tutti abbiamo i nostri segreti)

Nel film Lupin III, Green vs Red ci sono tantissimi Lupin (ma DAVVERO tantissimi).
E ogni tanto li inquadrano tutti insieme.
Il Collegio Docenti non è mai il massimo del divertimento, ma ha comunque una sua valenza sociale; ci disponiamo a gruppi, ci accatastiamo variamente e c'è sempre qualche nuova supplente o qualche collega di Crifosso da salutare, qualcuno che riemerge da lunga malattia o da maternità, qualcuno reduce dall'uscita all'estero con l'Erasmus, qualcuno che ti placca per raccontarti qualche nuovo scandalo locale o per proporti nuovo Pon (spuntano come funghi).
Inoltre tutti possiamo lamentarci tantissimo in coro, e niente rallieta un insegnante più che il lamentarsi tantissimo in coro.
A St. Mary Mead i collegi si svolgono nell'ingresso delle elementari e gli insegnanti, che sono più di 150, una volta esauriti i posti a sedere in platea si arrampicano sui loggioni e sulle balaustre o si appollaiano sulle scale, da dove fanno ciao ciao con la mano ai colleghi più in basso.

I collegi in rete sono tutt'altro. Siamo stati avvisati di entrare, salutare e poi staccare microfono e telecamera per non appesantire troppo la rete. Dopo un po' la schermata è piena di tanti piccoli rettangoli con al centro una iniziale. Tantissimi piccoli rettagoli, sempre di più, sempre più piccoli...
Tutto ciò mi risulta molto angosciante. La prima volta che mi ci sono trovata davanti ho provato qualcosa di molto simile alla paura. La sfilata dei rettangolini con l'iniziale per me è il simbolo dell'epidemia del coronavirus. Mi sono sentita schiacciata da una forza crudele e impassibile.
Vabbé, ognuno ci ha le sue paturnie personali.
Al Collegio Docenti comunque si vota.
Votare dal vivo da noi non è un gran problema: di solito chi è contro o si astiene (quattro gatti, a volte anche tre) alza la mano, si contano le mani e questo è quanto. Le votazioni riguardano normalmente questioni tutt'altro che conflittuali e scivolano via serene.
In rete va un po' peggio, anche perché il sistema ha diversi punti di perversione.
Appare il link sulla chat, e già ci vuole un po' di pazienza per beccarlo e cliccarlo perché la chat scorre parecchio.
Una volta che l'hai cliccato... appare una schermata che dice che quello non è il tuo account Google. E devi uscire dal tuo account ed entrare col nuovo account, quello scolastico.

Non so come funziona per i molti altri (una buona cinquantina di persone) che proclamano di avere problemi con link e votazioni in rete. Ma la nostra piattaforma è GoogleSuite e, comprensibilmente, tanti di noi hanno anche un account Google personale.
Io ho qualcosa di più: un account col quale ormai da anni racconto le brache della mia scuola. Non desidero minimamente renderlo pubblico e mi sono sempre comportata a scuola come se esso non esistesse. L'indirizzo mail che uso per la scuola non è quello Google (quello, per intendersi, che fa bella mostra di sé in testa a questo blog).
Mi ero accostata alla piattaforma con molta perplessità & inquietudine: come avrei potuto tenere separati gli account e preservare il mio preziosissimo anonimato? 
Benissimo, scoprii. Il sistema ignorava serenamente la mia vita privata su Google. Non c'è mai stato l'ombra di un problema. Nessuno può collegare le mie attività didattiche al resto della mia vasta vita di rete - cioè, volendo probabilmente è possibile, ma si dve partire dall'idea di cercare tracce della mia vita di rete attraverso la piattaforma, e sapere cosa si sta cercando, e lavorare con una certa competenza. Dal momento che là dentro nessuno ha mai sentito parlare di Murasaki (nemmeno come illustre scrittrice, sospetto) e che tutti hanno grandissima abbondanza di cazzi didattici loro a cui badare, è abbastanza improbabile che qualcuno decida di indagare se caso mai ho una seconda vita sotto ingannevoli e giapponesi spoglie.
E quindi, priva di ogni diffidenza, ho cliccato il link per approvare la tabella o griglia di turno (una roba molto rispettabile cui non c'era motivo di opporsi)... e mi sono ritrovata improvvisamente in veste di Murasaki.
Ho chiuso tutto precipitosamente "Il link non mi funziona" ho dichiarato, insieme a molti altri.
"Probabilmente qualcuno di voi ha l'altro account Google aperto. Dovete chiuderlo".
Io a chiudere l'account personale non ci pensavo nemmeno di striscio: l'ultima volta che ci sono uscita ho passato un buon mesetto senza poterci rientrare, perché non si fidavano di me che non gli avevo mai dato il mio cellulare. E mi è pure successo di peggio, quando sono rientrata da un lungo soggiorno all'ospedale dove avevo navigato solo col tablet, perché Lassù qualcuno sosteneva che c'era un intruso che tentava di rientrare da un dispositivo diverso dal mio solito (il dispositivo diverso era il mio computer, che comprensibilmente per tre mesi era rimasto spento a casa a raccattare polvere).
"Anzi, chiudete tutti gli account prima del Collegio" suggerisce qualche bella anima.
Eseguo mentalmente il gesto dell'ombrello ma resto chiusa in un dignitoso silenzio.

Siamo davvero in parecchi, ad avere problemi. Ignoro se gli altri abbiano effettivamente problemi, oppure se gestiscano qualche attività disdicevole tipo un commercio clandestino di droga o una cellula terrorista. 
O forse cinquanta di noi tengono un ciarliero blog scolastico sotto un nom de plume?
Non so, mi sembra improbabile. Ma vai a sapere.
"Va bene, se non vi funziona il link votate in chat".
E tutti abbiamo votato in chat.

Ma nel profondo del mio cuoricino cova il dubbio - non tanto sulle improbabili attività illecite dei miei colleghi, quanto sulle capacità di chi ha impostato il programmino che genera i link-da-votazioni.
Se la piattaforma finora non si è nemmen sognata di confondere gli account e impicciarsi della nostra vita privata, come mai il problema è sorto solo e soltanto al momento delle votazioni, durante una riunione fatta sotto l'account scolastico in una applicazione che solo e soltanto a fini scolastici avevo usato? Com'è che Google, dopo avermi permesso di fare e disfare a mio piacimento con quell'account scopre improvvisamente che nel mio computer c'è un altro dei suoi account?
Non sarà che Qualcuno si è dimenticato di guardare bene le impostazioni?
(chiaramente non ho potuto domandarlo, perché la mia versione ufficiale era che "Il link non si apriva" ed ero e sono assolutamente risoluta a non sfiorare nemmeno da lontano la questione dei miei account veri o presunti, perché "a me il link non funzionava", punto e basta. E che ci potevo fare, se il link rifiutava di funzionare?)
Il dubbio però rimane.
Si accettano ipotesi, caso mai qualcuno ne avesse.

lunedì 29 giugno 2020

Crudeli scrutini (gli Implacabili insegnanti di St. Mary Mead colpiscono ancora)

Un insegnante delle medie di St. Mary Mead in un momento di particolare implacabilità

Finita fortunatamente* la scuola arriva dunque il momento degli scrutini, e tra le classi da scrutinare c'era anche la Seconda Invasata, dove già avevo dato prova di implacabile severità.
Stavolta avevamo alle spalle molte meno ore passate a lamentarci** perché le lezioni via rete rendono più difficile insultarsi e prendersi in giro per gli alunni. Cioè, mi erano arrivate vaghe notizie di uno che si durante la prima lezione era divertito a buttarne altri fuori dalla classroom, alla prima lezione, ma in suo  onore ci eravamo fatti ritoccare il programma e con me non aveva potuto dilettarsi in sì insulsa attività.
Nel complesso gli Invasati avevano partecipato (abbastanza), avevano studiato un po' (qualcuno anche a livello più che decoroso), si erano comportati bene. In parecchi avevano fatto in modo assai scialbo i miei rutilanti compiti creativi, in parecchi han fatto grandi difficoltà a mandarmi le cartoline che gli chiedevo, in diversi si erano fatti un po' di sconto sui compiti, ma insomma si erano per lo più mantenuti nei limiti della decenza e qualcuno aveva fatto delle belle cose, anche tra quelli del livello medio-basso.
Inoltre erano arrivate disposizioni quasi precise dal Ministero: dovevamo premiare l'assiduità, l'impegno e la disponibilità (senza tenere troppo conto, si capiva tra le righe, di risultati non troppo brillanti).
C'era però il problema dell'Assenteista, che aveva avuto una crisi di rigetto e in sostanza durante l'anno aveva fatto ben poco, e con la Didattica a Distanza ancora meno. I genitori avevano piagolato che era tanto difficile trattare con lei e che non si voleva collegare in rete al momento delle lezioni - e infatti non si collegava.
Ecco, da qualsiasi parte lo si guardasse, quello dell'Assenteista per me era un cinque con tanto di fiocchi: presenze pochissime, un compito e mezzo su una buona dozzina.
Ma volendo era anche un sei, perché avevo due prove positive in presenza. Un po' stirate, ma sufficienti.
Ho meditato a lungo, cambiando il voto non meno di cinque volte.
Non mi spaventavano le scartoffie che quest'anno erano obbligatorie b(e che richiedevano ben più tempo a descriverle che a redigerle) ma... dopo il cinque ci sarebbe stato l'esame di recupero a Settembre.
Ero sicura che un esame di recupero avrebbe sortito effetti benefici?
Nemmeno un po'.
Ma soprattutto: siamo alle medie. Anche ai miei tempi, e anche in circostanze normali, avrebbero rimandato qualcuno a Settembre in Geografia?
Ne dubitavo fortemente.
Le colossali lacune a Geografia sortivano, nell'ambito della sua preparazione, un effetto consistente nella sua preparazione?
Certo, come no: gravissime, irrecuperabili. Che speranza ha un povero alunno di affrontare la Terza se non conosce la penisola balcanica e i paesi del Patto di Varsavia?
Beh, sapere qualcosa sul Patto di Varsavia male non gli farebbe, in effetti. Ma tanto ne sentirà parlare a storia.
E poi, insomma, non prendiamoci in giro. Fosse Matematica, fosse Inglese. Ma Geografia?
Eddài, è una materia di appoggio.
Ma non è giusto verso gli altri...
Vabbé, non è che "gli altri" si siano mai molto preoccupati di lei, sono due anni che di mestiere là dentro lei fa la Scema del Villaggio e viene trattata di conseguenza...
No, non è esatto. In realtà una delle ragazze le ha fatto un certo sostegno morale: l'ha presa a casa sua per un paio di lezioni, ha svolto con lei un paio di compiti... una cosa molto apprezzabile, in effetti.
In conclusione, sei anche all'Assenteista.
E otto invece che sette alla Diligentissima, che aveva lasciato il libro a scuola nell'armadietto, non aveva potuto mandare nessuno a recuperarlo nell'unico giorno in cui la scuola era stata riaperta ma, tra foto e fotocopie non ha perso un colpo nonostante per diverse settimane non avesse nemmeno il computer e nonostante le avessi detto che badasse soprattutto a tenersi in salute (visto che rientrava in una delle poche categorie a rischio tra i giovanissimi).
E voti un po' arrotondati a tutti gli altri.

In conclusione, l'implacabile prof. Murasaki si è ritrovata stavolta perfettamente allineata ai suoi colleghi di consiglio e la Seconda Invasata, a giudicarla dai quadri, sembrerebbe perfino una buona classe.
O suprema possanza della Didattica a Distanza!

* perché o finiva lei o saremmo finiti noi
** più esattamente a lamentarSI perché io non mi ci trovo poi malaccio, fermo restando che lavorano al minimo sindacale, e potrebbero fare assaissimo meglio

venerdì 26 giugno 2020

Infigenia in Aulide - Euripide


A seguito di una interessante conversazione con un cugino* ho ripreso in mano quest'opera teatrale che da molti anni non rileggevo. 
La trama è abbastanza nota, e siccome si tratta di un dramma greco si può raccontare tranquillamente senza problemi di spoiler, dato che anche gli spettatori che lo videro la prima volta conoscevano benissimo la storia.
Siamo in Aulide, appunto, e la flotta greca scalpita per partire per Troia e fare la famosa guerra per riprendersi Elena. Agamennone è stato eletto capo della spedizione** ma fa una qualche stupidaggine che offende Artemide, la quale decide perciò di mandare venti contrari per impedire la partenza della flotta. 
Il povero Calcante, indovino al seguito dell'esercito, viene interrogato, indaga e scopre che, appunto, Artemide è arrabbiata e impedirà la partenza finché Agamennone non le sacrificherà la sua figlia maggiore, Ifigenia, una fanciulla appena in età da marito.
Agamennone comprensibilmente recalcitra, ma alla fine si fa convincere e manda a chiamare la figlia dicendo che la vuol dare in sposa.
Durante il prologo vediamo che Agamennone è molto pentito e scrive alla moglie Clitemnestra (del tutto ignara dei problemi creati da Artemide) per dirle che non se ne fa di niente. Il fratello Menelao intercetta la lettera e inizialmente fa una bella piazzata ad Agamennone, ma poi ci ripensa, capisce il punto di vista del padre che non vuole sacrificare la figlia innocente per rendere al fratello una moglie che tanto innocente non è e che sembrerebbe meglio persa che trovata e dice che, pazienza, farà a meno di Elena.
Disgraziatamente è troppo tardi; ed ecco arrivare Ifigenia, ovviamente accompagnata dalla madre molto contenta perché la figlia va a sposarsi, e al seguito c'è pure il piccolo Oreste, così il padre vedrà come cresce bene.
Agamennone si dispera, cerca di convincere la moglie a tornare indietro senza assistere al matrimonio (pretesa assurda che Clitemnestra non prende in minima considerazione) e si inventa che Ifigenia verrà data sposa ad Achille. Guarda caso, nel giro di un paio di strofe Clitemnestra scopre che Achille non ne sa niente.
Messo alle strette, Agamennone finisce per rivelare la verità. Clitemnestra cerca di farlo ragionare, Ifigenia piange perché non vuole morire, Oreste non dice una parola in tutto il testo ma probabilmente si sta già domandando in che razza di famiglia è finito e Achille proclama che farà di tutto, a costo di combattere contro l'intero esercito, per salvare Ifigenia - che poi, se crede, lo sposerà, lui ne sarebbe anche contento, ma non è quello il punto: il punto è che il suo nome non va usato per cogliere in trappola povere ragazzine innocenti e infilarle a forza in oscure trame. Quanto a Clitemnestra, esterna con molta decisione il suo estremo disappunto e dichiara che se Agamennone fa il sacrificio, lei troverà modo di fargliela pagare - una reazione più che comprensibile, in effetti.
L'esercito, informato della faccenda da (si suppone) Ulisse, si dimostra invece molto meno comprensivo di Menelao e molto meno cavalleresco di Achille e proclama che questo sacrificio s'ha da fare.
A questo punto - ma solo quando è chiaro che non c'è speranza, perché anche Achille avrebbe i suoi problemi ad affrontare l'esercito greco, Ifigenia toglie del castagne dal fuoco a tutti e accetta di sacrificarsi in nome dell'Ellade e della libertà. Clitemnestra disapprova e rifiuta decisamente di assistere al sacrificio - che non sarà tale perché all'ultimo momento Artemide rapisce la fanciulla e manda una bella cerva bianca da sacrificare al suo posto. 
Com'è noto, allo scambio con la cerva Clitemnestra non crede, anche perché nel frattempo Ifigenia è scomparsa - e di conseguenza il futuro coniugale di Agamennone non sarà dei migliori***.
Siccome sto parlando dell'Ifigenia in Aulide di Euripide, classico tra i classici, universalmente lodato, è inutile che perda tempo a dire quanto è bella e cose del genere, e anche che spieghi quanto mi è piaciuta: Euripide è uno dei miei autori preferiti, sin da quando l'ho incontrato la prima volta ai tempi del ginnasio, e l'ho sempre letto molto volentieri. Ma la storia di Ifigenia la conoscevo già da prima, perché è fra quelle raccontate in Storie della storia del mondo. Quando la lessi per la prima volta però ero una bambina, e ai miei occhi Ifigenia era, per quanto giovane, una ragazza "grande", e la sua era solo una delle tante storie greche, spesso drammatiche, che mi passavano sotto gli occhi.
Qualche anno fa, invece, scoprii che non era affatto una buona idea far leggere quel capitolo di Storie della storia del mondo a una prima media. Avevo portato con molta serenità le fotocopie a scuola e solo arrivata al punto in cui Ifigenia dice "Babbo, tu non vuoi che io muoia, vero?" mi accorsi del silenzio assurdo che c'era in classe. Venti ragazzi ciarlieri assolutamente ammutoliti e con l'espressione choccata. Perché per loro Ifigenia non era grande, era una coetanea. E suo padre l'aveva tradita nel più definitivo dei modi.
Una scelta didatticamente infelice, ammettiamolo.
E così per la prima volta vissi la storia di Ifigenia non come ascoltatrice da intrattenere, ma dal punto di vista della protagonista.
Quando arriva al campo, Ifigenia è una ragazzina. Corre tutta contenta dal padre, per cui ha una predilezione che anche Clitemnestra vede con benevolenza ("sei sempre stato il suo preferito, sin da quando era piccola"), e quando il padre accenna a un sacrificio che va fatto prima delle sue nozze dice tutta convinta che sì, è importante non trascurare gli dei.
Quando si rende conto di essere lei il piatto principale del sacrificio, improvvisamente le piomba addosso anche la consapevolezza di un mucchio di altre cose: che suo padre è disposto a sacrificarla; che ci sono ragioni politiche per cui un sacrificio come il suo (atto empio, impuro e sacrilego lo definisce Eschilo nell'Agamennone) è accettabile agli occhi degli adulti; che ci sono forze che suo padre non è in grado di fermare - né suo padre né il pur famosissimo Achille; che lei, per quanto potesse essere la coccola del papà, conta talmente poco da poter essere privata della vita pur non avendo mai fatto niente di male; che suo padre, anche se poi si è (un po') pentito, l'aveva già venduta; che la vita può essere molto ingiusta e gli dèi peggio che peggio; che per suo padre la politica conta più di tutto, anche della figlia prediletta.
Costretta a crescere tutto insieme, finisce per comprendere che la sua sorte è già segnata, che nessuno può più aiutarla e che l'unica scelta che le resta è di evitare un combattimento interno tra greci e la morte di Achille (che nel difenderla non sarebbe aiutato nemmeno dai suoi stessi uomini (che anzi sono quelli che scalpitano più di tutti perché il sacrificio ordinato da Artemide venga compiuto). Messa così con le spalle al muro decide di piegarsi all'inevitabile senza creare problemi a nessuno, facendo perfino del suo meglio per evitare rimorsi a suo padre: non solo accetta di morire, proclama fieramente di volerlo.
Io l'ho vista così.
Aristotele criticò quell'improvviso mutar d'animo sostenendo, appunto, che era troppo improvviso per lasciare coerenza al personaggio. Non sono d'accordo. Un po' di più posso forse condividere la teoria che dice, in sintesi, che Ifigenia sceglie di fare la brava bambina fino alla fine, ma a me sembra che Euripide racconti una storia diversa e una scelta più lucida.
Ufficialmente Ifigenia in Aulide è considerata una "tragedia a lieto fine", ma un vero lieto fine a ben guardare non c'è, perché proprio l'atto empio, impuro e sacrilego, per quanto non realmente avvenuto, dà la stura ad una serie di atti ancor più empi, impuri e sacrileghi che finiscono quasi per sterminare l'intera famiglia degli Atridi (che d'altra parte hanno una storia familiare fra le più agghiaccianti della letteratura di tutti i tempi anche prima del sacrificio di Ifigenia). 
È però un classico dramma euripideo, dove il vero cattivo è la divinità di turno, nessuno a parte Ifigenia si può definire buono ma in fondo tutti fanno del loro meglio: Clitemnestra che cerca di salvare la figlia, Agamennone che quasi rinsavisce e non vuol più sacrificarla, Menelao che rinsavisce del tutto, ma non prima di aver reso il sacrificio inevitabile, i greci che ormai sono lì e vogliono combattere, Calcante che fa il suo mestiere (ma parla con un po' troppe persone), Achille che sembra preoccupato soprattutto del suo prestigio personale, almeno all'inizio... ma c'è un altro grande Cattivo dietro le quinte: la Politica. Agamennone ama svisceratamente il suo posto di comando e per mantenerlo è quasi disposto a sacrificare la figlia, Ulisse manovra dietro le quinte perché la guerra si deve fare, l'esercito una volta scatenato non intende ragioni e nessuno riesce più a fermarlo, tanto che perfino i Mirmidoni di Achille trovano normalissimo e anzi doveroso sacrificare una ragazza innocente. Ifigenia dalla sua ha soltanto il (legittimo) desiderio di vivere e continuare a vedere la luce. Non basta, nemmeno un po'. Lo sappiamo tutti che a volte non basta.
Così questa storia vecchia di quasi tremila anni risulta deplorevolmente attuale anche ai giorni nostri: l'innocenza non ti dà diritto alla vita, se nasci nella famiglia o dalla parte sbagliata.
Di tutto questo però non ho parlato con mio cugino, anche perché mi è venuto in mente solo due giorni fa, dopo la rilettura.
Invece abbiamo parlato del sacrificio di Isacco. Siamo partiti dal catechismo**** e di come ai giorni nostri tendesse a sorvolare su certi episodi della Bibbia.
Per esempio, appunto, il sacrificio di Isacco.
A ben guardare le due storie sono davvero simili: una mattina un qualche dio si alza e dice "ehi, tu, sacrificami il tuo amatissimo figlio". Così, senza un motivo (del resto, non esiste un motivo valido per una richiesta del genere). In entrambi i casi la madre non viene messa al corrente (chissà perché), il fortunato prescelto prende per mano la vittima ignara e insieme si avviano all'ara e solo all'ultimississimo momento il dio o la dea di turno cambiano idea. Cosa pensa l'agnellino sacrificale di turno quando si accorge che era tutto uno scherzo non è dato sapere, anche se ci sono diversi racconti più o meno seri sul trauma che Isacco si porta dietro, e un bel po' di quadri dedicati ad entrambe le storie. Per esempio per Ifigenia abbiamo Tiepolo che senza dubbio presenta con molta chiarezza il concetto di vittima all'altare, ma molti altri si sono occupati del soggetto, con alterni risultati.

A Isacco invece è dedicato una delle tele più celebri di tal Caravaggio, che tra l'altro esprime con estrema chiarezza il punto di vista del ragazzo.



Tra le due storie ci sono però anche delle differenze.
Sono diverse le motivazioni dei due genitori, prima di tutto; Abramo è mosso da puro  spirito di obbedienza e sottomissione e nessuno (tranne forse Isacco, almeno sul momento) ci trova da ridire. Più avanti il sacrificio di Isacco verrà interpretato come una prefigurazione del sacrificio che Gesù compie in obbedienza al Padre, cioè dell'evento più importante nel cristianesimo*****. Comunque dopo aver salvato Isacco dio mostra di apprezzare molto l'obbedienza di cui Abramo ha dato prova davvero notevole.
Agamennone invece fa quel che fa in nome della guerra ventura, e secondo Euripide anche per il potere e la carriera (e per come ci viene di solito descritto Agamennone, ciò sembra assai probabile). Artemide a lodarlo non ci pensa nemmeno, e nessun altro lo fa anzi l'atto viene descritto come empio, impuro e sacrilego; più avanti nessun dio si preoccupa di proteggerlo dalle conseguenze di quell'atto, che saranno lunghe, assai articolate e finiranno col ricadere sull'innocentissimo Oreste. Perché il bello degli dei greci è anche questo: a disobbedirgli te la passi malissimo, a obbedirgli talvolta pure, e il povero Oreste ne sa qualcosa perché dopo aver ucciso sua madre in obbedienza a un preciso ordine di Apollo, mezzo pantheon si deve dar da fare per ottenerne l'assoluzione e la purificazione, che comunque arriva solo dopo che il poveretto ha condotto una vita decisamente grama.

Quel che io e mio cugino concludemmo dopo questa lunga e colta conversazione fu che, sì, certe storie è meglio maneggiarle con cautela quando gli ascoltatori sono molto giovani.
E comunque il gelato era ottimo e il pomeriggio fu molto piacevole.
Erano i bei tempi in cui si poteva riunire una tavolata di una dozzina di congiunti stretti per stare allo stesso tavolo senza che ad alcuno venisse in mente nemmen di lontano di biasimare la cosa.

Con questo post molto variegato partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma augurandomi che l'estate ci porti anche qualche raduno, oltre a molto tempo libero per leggere.

* che nonostante sia un cugino a pieno titolo non è particolarmente interessato alle leggende metropolitane
** carica che ricoprirà facendo non poche sciocchezze, peraltro.
*** molto giustamente, secondo me.
**** no, nelle intenzioni non era una conversazione colta. Eravamo a un compleanno multiplo estivo, e ci stavamo ingozzando di gelato dopo un pasto di quelli che cominciano con tre antipasti.
***** si potrebbe osservare che Gesù obbedisce al Padre, ma lo fa volontariamente e consapevolmente, al contrario di Isacco: d'altra parte la questione è abbastanza complicata perché, di fatto, Gesù è il Figlio ma è anche il Padre, quindi sarebbe strano se non obbedisse a ciò che lui stesso ha stabilito di fare. Ma sto divagando, né ho alcuna speranza di districarmi da un tal teologico ginepraio.

mercoledì 24 giugno 2020

Cronache dell'Esame che non è un esame - Colloqui a distanza, o presunti tali.

Non ho mai visto questo film.
Tuttavia il titolo rende bene l'idea.
Dopo aver letto gli elaborati, aver valutato gli elaborati e avere variamente commentato gli elaborati, era giunto infine il momento dei colloqui orali, dove sarebbero stati gli alunni che avevano fatto gli elaborati a parlare dei loro elaborati. E noi su quei loro discorsi avremmo dovuto valutare... boh, non si sa bene che cosa, ma insomma dovevamo valutare.
Non eravamo affatto tranquilli. In particolare, io scrutavo continuamente il cielo che prometteva pioggia, diluvio e temporali, e spesso li manteneva anche.
Quando a un esame normale piove non è di solito un gran problema: tutti, esaminatori ed esaminandi, prendono l'ombrello per ripararsi dalla pioggia mentre vanno alla sede degli esami e questo è quanto. Anche se le condizioni delle scuole non sempre sono ottimali, normalmente dentro non ci piove.
Stavolta saremmo stati tutti al comodo nelle nostre casette, ma la linea... ah, la linea.
"Che succede se durante gli esami parte il collegamento?" chiedo preoccupata dopo il secondo mini black-out di pochi secondi mentre i fulmini saltellano allegramente per il contado fiorentino.
"Eh...." sospira la vicepreside "Speriamo che non succeda".
"Cos'ha detto la preside?".
"La preside dice poco, perché è a fare la maturità da tutt'altra parte".
Normalmente nel corso degli esami delle medie il Dirigente Scolastico della scuola non dice alcunché, in quanto è impegnato a sovrintendere agli esami in altra scuola - ma abbiamo naturalmente un Dirigente Scolastico di altra scuola che ci assiste o intralcia, a seconda dei casi e comunque offre un qualche tipo di soluzione ai nostri dubbi e alle nostre ambasce.
Stavolta però la nostra Preside è stata precettata per dirigere gli esami di maturità, e si suppone che sia assai impegnata, ma non è stata sostituita da alcunché. E non è che le circostanze dell'esame siano delle più ordinarie - tanto per cominciare perché stavolta l'Esame non è un esame, bensì Stanislao Moulinsky in uno dei suoi più riusciti travestimenti.

Il primo giorno comunque il mio collegamento è decoroso. In compenso Musica ha la telecamera rotta e un bellissimo fondale arancione, degno di un fervente seguace di Krishna. D'altra parte una delle alunne ha portato un percorso che include anche l'India, quindi è tutto molto congruo.
Uno ad uno arriviamo tutti, esaminatori ed esaminandi, e i colloqui vanno a incominciare.
Andromeda ci racconta del suo percorso interstellare, raccontandoci quanto le stelle sono sempre state importanti per lei. Mentre ci spiega che nei momenti più difficili sin da piccola ha sempre trovato conforto nel contemplare la volta stellare si commuove ma continua a parlare. Più volte le lacrime affiorano, ma il percorso è brillantemente esposto. Alla fine Fisica le fa i complimenti e attacca una tirata spiegando che le sue lacrime non sono segno di debolezza bensì di forza. A quel punto Andromeda si scioglie vieppiù in lacrime.
In cuor mio dissento: da brava dama hejan, ritengo che le lacrime non siano segno né di forza né di debolezza, solo di profonda sensibilità e di raffinato sentire e non mi sembra il caso di insisterci sopra, ma me ne sto zitta e buona.
Il secondo colloquio è abbastanza balordo, ma la cosa rientrava nelle previsioni. Nessuno piange se non per il sollievo quando arriva la fine.
Al terzo Ippolita ci spiega il profondo affetto che da sempre la lega ai cavalli, e di nuovo si sfiorano le lacrime. Stavolta però ricorriamo tutti alla tecnica dello struzzo e facciamo finta di niente.
Ecco, a volte succede anche agli esami dal vivo che qualcuno pianga, ma di solito rimediamo con l'offerta di un kleenex e di un bicchiere d'acqua  e qualche pacca sulla spalla. In rete non si può.
D'altra parte non è mica tanto comune che qualcuno pianga all'esame. La tensione, d'accordo, ma di solito arrivano tutti ben armati e vanno via trionfanti...
Quando però si mette a piangere anche Ifigenia finalmente comprendo.
"Va tutto bene" la rassicuro  "Tutto questo succede perché non avete avuto l'ultimo giorno di scuola".
"Eh?" chiedono i colleghi perplessi mentre Ifigenia si asciuga gli occhi.
"Questi poveri ragazzi non hanno avuto il rituale dell'ultimo giorno, quando tutti si sciolgono in lacrime" spiego compunta "Quindi stanno facendo in contemporanea l'addio alla scuola e l'esame".
Dai microfoni arrivano vari "È vero" "Giusto" "Ecco che cos'era". Ifigenia finisce per mettersi a ridere.
"Benissimo. Chi vuol piangere pianga, va benissimo così" stabilisce Arte.
In un lago di lacrime l'Esame che non è un esame prosegue e la giornata arriva al suo giusto compimento.
Il giorno dopo però nessuno piange.
Tutte anime dure e insensibili?
Non proprio. Ma piove a dirotto e dire che il collegamento fa pena è fargli un complimento.
Non il mio: a Lungacque il tempo è bello e la mia connessione non crea problema alcuno.
Ma oh, quella degli altri, in particolare gli alunni!
Davvero non è il caso di definirli "colloqui". Al massimo "Tentativi malriusciti di".
Musica va e viene peggio di uno spirito in pena, gli alunni sembrano immersi nell'acqua o parlare dall'oltretomba. Disastro su tutta la linea, letteralmente - o meglio, disastro di tutta la linea.
Più che colloqui, sono stati atti simbolici di fede.
"Beh, non sarebbero stati comunque un granché" prova a consolarsi Matematica.
"Diciamo che è il pensiero che conta".
Nemmeno la possibilità di fargli un saluto decente, alla fine di un triennio.
Ma è inutile piangere sull'esame versato (che per fortuna non è un vero esame).
In assenza di colloqui valutiamo i non-colloqui e l'esame che non è un esame e chiudiamo la seduta con quaranta minuti di anticipo, al grido di "Prima finisce quest'anno di merda e meglio è".

L'Esame che non è un esame è finito, evviva l'esame.