Il mio blog preferito

lunedì 20 aprile 2015

Cita-un-libro - #ioleggoperché 10 (Fuori Concorso)

Siamo ormai giunti alla decima sessione del torneo di citazioni ideato dalla povna nell'ambito dell'ampia iniziativa di #ioleggoperché - e questo vuol dire che sono ormai passati due mesi e mezzo da quando abbiamo cominciato a duellare a colpi di citazione e la Giornata Internazionale del Libro è ormai alle porte.
Per tutta la settimana dunque si parlerà di lettura, e possiamo concorrere con tutte le citazioni che vogliamo, anche se non ci sarà vincitore - e del resto questo non è stato mai un torneo troppo competitivo, anche se i partecipanti hanno combattuto con ardore e dispiegato gran copia di ingegno e cultura.
L'ultima vincitrice, per la nona sessione, incoronata da Wolkerina, è appunto la povna, e da lei vanno depositati i link che rimandano alle citazioni di questa settimana.

Ma veniamo alla mia citazione: ho scelto di parlare di una persona che ha grandemente contribuito alla causa della lettura, anche se non ha mai scritto libri (e vedremo poi perché): non solo perché su di lui sono stati scritti immani quantità di scritti a carattere storico, e non solo perché ha dato non piccolo contributo alla letteratura epica e ispirato gran copia di romanzi, ma anche per alcuni interventi di notevole portata che ha avviato sul piano tecnico della lettura: infatti dietro sua ispirazione è stata inventata una scrittura libraria chiara e armoniosa (littera carolina, secondo alcuni; littera antiqua secondo l'isolato ma assai competente prof. Emanuele Casamassima che ha illuminato di sua scienza almeno due generazioni di studenti all'Università di Firenze, tra cui me): perché per leggere è ben necessario che qualcuno prima abbia scritto; inoltre riunì alla sua corte un bel gruppo di studiosi che, tra le altre cose, riformarono il latino, che dai tempi dell'impero romano era andato assai dirazzando, e lo riavvicinò alla lingua usata da Livio, Virgilio e Cicerone; perché non va dimenticato che, se per leggere occorre che prima qualcuno abbia scritto, per scrivere serve un linguaggio da mettere sulla carta.

Insomma, Carlo Magno amava molto le lettere. Eppure, ci racconta il suo biografo Eginardo, non imparò mai a scrivere bene, e non perché non ci avesse provato:

Per maggior sfoggio di erudizione, citerò anche il passo in latino:

Carlo Magno non si può certo definire una persona priva di intelligenza e di cultura: parlava diverse lingue, tra cui il latino in cui si esprimeva con la stessa facilità che nella lingua materna. Studiò con molta cura dialettica e retorica (anche astronomia, ma qui ci interessa meno) e, ci dice Eginardo, "sapeva esprimere molto chiaramente ciò che voleva", che per un sovrano è cosa assai importante. Inoltre contribuì largamente a diffondere le lettere e a corte era tutto un profluvio di codici manoscritti dei più vari generi. Eppure non riuscì mai a imparare a scrivere - e forse nemmeno a leggere, visto che Eginardo sorvola garbatamente sulla questione.
Non era persona che non sapesse impegnarsi, quando il caso lo richiedesse. Non era persona usa a "volere e disvolere", non era noto per la sua incostanza e sapeva esprimersi più che bene. Eppure non venne mai a capo della scrittura semplice e chiara ideata per sua iniziativa e che tanto ha contribuito e contribuisce tuttora alla diffusione della lettura - e che è quella che tuttora adoperiamo, con qualche piccola variante, per stampare i nostri libri. 
Poco più di venti lettere più qualche legatura. Ma lui non ne venne mai a capo in maniera soddisfacente. Se ci provò pur senza vera necessità (aveva senz'altro a disposizione lettori e segretari in abbondanza) vuol dire che desiderava imparare, ed era uomo abituato a impegnarsi se lo riteneva necessario.

Alla mia contorta mente di insegnante si affaccia un dubbio: che fosse dislessico?

domenica 19 aprile 2015

Mostre del Libro e Mostri del Libro (considerazioni sparse di dubbia levatura)


La Mostra del Libro della Scuola Media di St. Mary Mead si è infine conclusa, dopo una settimana di duro lavoro. 
L'organizzazione stavolta è stata più efficiente: sulla base dell'esperienza dell'anno scorso i volantini sono stati preparati rapidamente e senza intralci, come i poster, e la scuola ha fatto bene la sua parte.
Molto meno la libreria prescelta, che nel frattempo ha cambiato gestione - e ben lo si è visto.
Nei due anni scorsi verso le nove di mattina arrivava un fulmine di guerra che, coadiuvato da una piccola truppa scelta di alunni da lui richiesti e da noi amorevolmente selezionati, nel giro di poco più di un ora allestiva i tavoli nel migliore dei modi. Alle undici portavamo le prime classi ad una non meglio definita "lettura animata" dove il fulmine di guerra in questione blandiva gli alunni presentando vari volumi e leggendo loro passi scelti dai medesimi.
Verso l'una il fulmine di guerra ci lasciava e le prime classi già scendevano in gita turistica. Le vendite iniziavano immediatamente.

Stavolta sono arrivati due topi singolarmente imbranati che non hanno voluto l'aiuto dei ragazzi e hanno finito di montare il tutto un buon quarto d'ora dopo il suono dell'ultima campanella della mattinata. Chiaramente, le vendite sono iniziate solo il giorno dopo. Letture più o meno animate e propagandistiche, nemmeno l'ombra.
Il vero problema però sono stati i libri. C'era una vasta scelta di libri per bambini piccolissimi (avevo chiesto qualcosina per eventuali fratellini minori e nipotini delle colleghe, come tutti gli anni; ma, appunto, qualcosina, non un tavolo pieno); più una bella scelta di libri su questioni didattiche e rapporto genitori-figli (anche per quelli c'era qualcosina anche gli altri anni, ma mirato soprattutto alla dislessia, cavallo di battaglia della libreria e Grande Punto Interrogativo per le scuole tutte) di cui è stato venduto un libro a un insegnante di sostegno - che sta cercando invano da una settimana di riavere i soldi dalla scuola, visto che per la scuola l'ha comprato, e non per il tinello di casa sua - e non disperiamo, nonostante tutto, che col tempo e la pazienza ci riesca. Poi una sezione di scienze adattissima a bambini tra i sette e i dieci anni, una serie di libri da cucina per bambini (?) - e ne abbiamo piazzati ben due - più una serie di non-libri con tecniche per smaltarsi le unghie e simili (assai guardati ma non acquistati) e una vasta scelta di classici per ragazzi, di quelli che allietavano le nostre letture una cinquantina di anni fa. Non li avevo assolutamente richiesti perché la biblioteca di scuola è assai fornita di Verne, Salgari, Twain e simili (è facilissimo trovarli in regalo); ne abbiamo comunque venduti tre, più una Capanna dello zio Tom che ci mancava e che ho preso per la biblioteca.
C'erano poi due tavoli su sei dedicati a letture prettamente adolescenziali. E grazie al cazzo.
In questi due tavoli non c'era l'ombra di Harry Potter né di Hunger Games né alcun libro di Paul Dowswell, Lia Levi, Neil Gaiman, Licia Troisi, Cornelia Funke, Silvana Gandolfi, Jacqueline Wilson, Isaac Asimov, Paul Van Loon, Silvana De Mari.... Michael Ende. E nemmeno Agatha Christie, se vogliamo dirla tutta.
Non c'erano nemmeno i libri che avevo chiesto, come Maus, Flavia de Luce nel campo di cetrioli, l'Evoluzione di Calpurnia o Io sono Malala (che nella nostra scuola è figura popolarissima). Non c'era l'ombra di un hobbit, anche se a questo punto mi sembra il minore dei mali.
C'erano la Ladra di libri e grande abbondanza dei romanzi di Green, ma a questo punto mi sorge il dubbio che ci fossero solo perché mi ero ricordata di chiederli (e infatti Green è andato come il pane).
C'erano nove libri nove della Salani, quattro dei quali per l'infanzia. In compenso c'era una vastissima scelta delle edizioni San Paolo e un po' di roba della Giunti - d'accordo, sono due case editrici che stanno facendo delle buone scelte nella letteratura per ragazzi, ma insomma non mi potete fare una mostra del libro per ragazzi con nove libri nove della Salani, e oltretutto di questi nove uno è l'Ascensore di Cristallo illustrato (peraltro unica presenza di Dahl su quei tavoli) e uno è un libro sulla Costituzione che fa venire il latte ai ginocchi (e qualcosina la dovrà pur cannare anche la Salani, ogni tanto).
Naturalmente mancavano anche le Brutte Scienze e le Brutte Storie. Eccerto, sono Salani pure quelle. 

Quando ho chiesto come mai non c'era nemmeno Harry Potter (che non mi ero preoccupata di chiedere dando per scontato che l'avrebbero portato) ho avuto due risposte diverse da due commesse diverse: una ha detto che era una scelta gestionale della libreria non avere Harry Potter né Geronimo Stilton (al che sorge spontanea la domanda "Ma siete scemi?") mentre l'altra ha infilato una storia su problemi di distribuzione, perché avevano cambiato fornitore - più credibile la seconda, in effetti, ma vai a sapere se almeno una delle due è vera.
Sta di fatto che a St. Mary Mead quest'anno la mostra del libro della scuola media è stata fatta con i fondi di magazzino, i ragazzi si sono lamentati che "non c'era niente" e che "l'anno scorso era meglio" (vere entrambe) e abbiamo incassato il 25% in meno invece di fare il 10% in più come l'anno scorso, senza contare che la biblioteca di scuola ha avuto meno libri in omaggio visto che gli omaggi ce li danno in percentuale, e di scienze non abbiamo potuto comprare nulla perché nulla c'era da comprare. E tutto ciò mi ha alquanto irritato.

Non per questo ho demorduto, anzi mi son subito detta "Guardiamo a chi altri possiamo rivolgerci per organizzare la mostra del libro l'anno prossimo". 
Un viaggio su Google con un paio di stringhe di ricerca ad hoc mi ha però svelato una realtà meno allettante del previsto: abbiamo sì una certa scelta di librerie specializzate per ragazzi (quattro, una delle quali però non è ben chiaro se esista ancora), ma più che libri per ragazzi ho visto che puntano molto sui libri per bambini, settore assai fiorente nella disastrata editoria italiana. Anche i numerosi eventi che organizzano puntano soprattutto sull'avvicinamento dei bambini alla lettura, si suppone in base al criterio che il lettore va catturato appena possibile, meglio se assai prima che abbia imparato a leggere. Anche le mostre del libro, ho avuto l'impressione (e mi piacerebbe molto essere smentita da qualche addetto ai lavori che conoscesse bene il settore invece di andare a tastoni come me) sono eventi assai più comuni nelle scuole elementari che alle medie.
Infatti, con mia grande perplessitudine, vedo che siamo stracolmi di libri - anche molto belli - che sono quasi senza testo ma con brillantissimi disegni, pop-up ed effetti grafici di grande richiamo, come quel delizioso libro di animali con le orecchie in pelliccia (sintetica, immagino) che qualche ragazzo mi ha portato a far vedere. "Prof, ma a chi può interessare un libro così?". Un attimo, e già stavo ad accarezzare le varie orecchie "A me, temo, se non me lo portate subito via" ho risposto. E per fortuna me lo hanno gentilmente sottratto, altrimenti adesso in casa avrei un libro con orecchie in pelliccia da accarezzare - il che mi porterebbe a trascurare indegnamente le belle orecchie delle micie di casa.

Molti genitori, desiderosi di accostare per tempo i loro pargoletti ai piaceri della lettura, devolvono notevoli cifre all'acquisto di questi deliziosi gadget, e i bambini mostrano di gradirli assai. Tuttavia, per quanto questi oggetti siano piacevoli e ben fatti, non sono sicura che rappresentino un effettivo incoraggiamento alla lettura in età più avanzata. Sono senz'altro ottimi giocattoli e va benissimo che i bambini ne abbiano a vagonate, ma non credo costituiscano un effettiva garanzia che la creaturina che a tre anni carezzava le orecchie in pelliccia sintetica dell'orsetto a tredici si legga Hunger Games, la Bussola d'oro o il Giovane Holden. Senza voler distogliere editori e genitori dalla produzione e dall'acquisto dei libri-giocattolo, mi viene da pensare che il vero lavoro di costruzione del lettore andrebbe iniziato lavorando sui ragazzi dai dieci anni in su, curando cioè quell'età in cui le cose si cominciano a fare non tanto per far piacere ai genitori e agli insegnanti delle scuole elementari (o della prima media) ma perché piacciono a noi stessi medesimi o, al limite, all'amica/o del cuore - insomma quando si comincia a decidere in proprio.
Per questa fascia di età i libri ci sono, eccome se ci sono. Ma in un paese librescamente disastrato come il nostro, dove la maggior parte degli adulti non legge nemmeno il tradizionale libro all'anno, fino a che punto ci si preoccupa di accostare i giovinetti in età di sviluppo a librerie e biblioteche - che ci sono, in abbondanza, ma se non stai in una grande città non sempre sono dietro l'angolo? Fino a che punto ci si preoccupa di formare o aggiornare gli insegnanti di Lettere (e di Scienze!) in merito, o di indirizzare le collane di narrativa per la scuola o le mai tanto vituperate antologie di lettura in questa direzione? Non è questo un compito che possa essere delegato più di tanto alle famiglie, perché la maggior parte delle famiglie non leggono e quindi non possono trasmettere quello che non sanno; ma anche la scuola non sembra all'altezza perché, se molti insegnanti delle elementari sanno destreggiarsi assai bene nel mare dell'editoria per l'infanzia, quando si arriva alle medie le cose cambiano, anche perché non sono molti gli insegnanti di Lettere che amano effettivamente la lettura e soprattutto la narrativa per adolescenti ma soprattutto perché non si tratta tanto di consigliare, quanto di far avvicinare i ragazzi alla tavola imbandita perché decidano cosa vogliono mangiare, o anche solo che mangiare non gli va, ma con cognizione di causa e vasta possibilità di scelta qualora decidessero eventualmente di mangiarsi almeno un paio di tartine o un cioccolatino.

domenica 12 aprile 2015

Cita-un-libro - #ioleggoperché - 9

L'ottava sessione di Cita-un-libro, torneo di citazioni ideato dalla povna nell'ambito della ben più vasta iniziativa di #ioleggoperché, ha visto ilgonnellinodietabeta incoronare vincitrice Wolkerina per la sua citazione particolarmente infinitiva e assai pertinente. A sua volta Wolkerina ha scelto un tema addirittura lussuoso: nientemeno che Messer Senso Di Colpa, fedele compagno e amico di tutti noi. 
Che cos'è il senso di colpa? E' una delle cose più inutili dell'universo, credo: di solito arriva dopo l'eventuale misfatto, dunque non ti impedisce di peccare; ma ancor più spesso arriva anche dove non c'è peccato ma solo piacere, e il suo vero scopo è appunto avvelenare il piacere. Infine, non sono affatto rari i casi in cui non c'è stato peccato né piacere ma il Senso Di Colpa ti tampina ovunque, impedendoti di vivere serenamente e avvelenandoti la vita così, per il puro gusto di farlo.
Talvolta il Senso Di Colpa nasce spontaneo, ma assai di frequente capita che venga accortamente instillato da persone animate dalle migliori intenzioni (di rompere).
A quest'ultima casistica si riferisce la citazione che ho scelto, tratta da un libro, Istruzioni per rendersi infelici, che sull'argomento ha davvero molto da dire:
In questo gioco chiedono una citazione da un libro e dunque io offro una citazione da un libro. Tuttavia, la prima cosa che mi è affiorata alla mente quando ho letto il tema non è stato un libro, bensì una canzone:




Per la prossima e ultima settimana, le regole del gioco cambieranno, come viene spiegato qui dalla povna.

Ne abbiamo incontrato tutti almeno uno/a


domenica 5 aprile 2015

Cita-un-libro - #ioleggoperché - 8

Ottava sessione di Cita-un-Libro, torneo di citazioni ideato dalla povna e affiliato alla nobile iniziativa di #ioleggoperché.
La vincitrice dell'ultima sessione, ilgonnellinodietabeta ha proposto un tema all'altezza delle mie più grandiose aspettative, ovvero l'infinito. E per me, da sempre, c'è un solo infinito, ovvero lo spazio - proprio quello con le stelline e le astronavi, le galassie e le guerre stellari.
Infatti, per come la vedo io, tutto ha una fine, perfino i Collegi Docenti, perfino i pranzi di nozze e di Natale, perfino le pulizie di primavera; ma lo spazio no. 
E tutto ciò mi ha sempre posto un infinità (appunto) di domande, specie da quando mi hanno spiegato che l'universo è in continua espansione. Se è universo, cioè contiene tutto il contenibile, come fa a espandersi? Dove trova lo spazio per espandersi, visto che tutto lo spazio è incluso in lui stesso medesimo? O va avanti all'infinito, nel qual caso abbiamo 'spazio ammucchiato ovunque' e abbiamo bisogno di qualcosa di più grande che lo contenga, oppure finisce, e allora dobbiamo chiederci cosa c'è fuori. Così riassume la questione Terry Pratchett prima di analizzarla più a fondo ne La scienza di Mondo Disco. Ma più avanti, in una noterella a pié di pagina, spiega come i maghi di Mondo Disco hanno spiegato l'apparente contraddizione, e davvero non so immaginare modo più chiaro ed esauriente per venire a capo del problema:
Anche se può essere che, in un mondo dove la magia non è ufficialmente riconosciuta, la questione si mostri più complicata.
Io, comunque, sono convinta che le cose stiano proprio così.

sabato 4 aprile 2015

Cita-un-libro - #ioleggoperché - Tirando le fila della settima sessione e in attesa che si apra l'ottava

Visto che stasera non è più tempo di morte bensì di attesa della resurrezione, e preso atto della deplorevole ma ormai definitiva assenza del Benza, eccomi qui a tirare le fila in qualità di giudice della settima sessione del torneo Cita-un-libro, organizzato dalla povna nell'ambito della più vasta iniziativa di #ioleggoperché.

Il vasto e multiforme tema della Morte - che, ricordiamo, è uno dei tanti nomi che diamo alla Vita, così com'è vero anche viceversa - è stato affrontato in modo variegato e originale dai vari partecipanti, che vado qui ad elencare in ordine alfabetico dopo avere ricordato il mio contributo - il Tristano di Thomas d'Inghilterra, ovvero amore e morte.

Acquaforte, fuori concorso perché non ha un blog, ha citato Emily Dickinson "Canto perché l'attesa si consumi"  parlando del dolore di chi resta e della speranza di una riunione (per arrivarci si devono scorrere i commenti) 
Alexandra ha scelto il tema (molto pertinente) della vita breve, intensa e a scadenza, con un romanzo dal suggestivo titolo di Lezioni di volo per sonnambuli. La sua citazione è arrivata fuori tempo massimo, e non dico "purtroppo" perché mi fa piacere che comunque sia arrivata, presto o tardi non importa
Aliceland ha scelto un passo dell'Ecclesiaste sulla separazione irrimediabile tra morti e vivi
Ammennicoli, fuori tempo massimo e anche lui infrattato tra i miei commenti, ha scelto una citazione di Pennac sull'arbitrarietà con cui vita e morte sono dispensate da chi le può dispensare
Castagna, partecipante non interpellata (lo sappiamo tutti che in realtà legge tantissimo, ma non è detto che si abbia sempre tempo e voglia di partecipare ai giochini da salotto) cita di sguincio nel suo blog Paolo e Francesca - che andarono a finire come si sa, e dunque sono perfettamente in tema
Bridigala ha ricordato la morte di Sherlock Holmes, che all'epoca fu un evento di non poco conto
Dolcezze ci ha regalato due visioni della Signora in Nero, dal Gattopardo e dal Deserto dei tartari (ma solo la prima è in concorso)
Giovol ha parlato di testamenti e ultime volontà citando quelle, decisamente vitali, del compianto (suo malgrado, ma è difficile non sentirne la mancanza dopo questo post) Enzo Baldoni
Ilgonnellinodietabeta fornisce un testimonial di eccezione: nientemeno che il Gatto di Schroedinger, in diretta dagli studi quantistici, e vivo e morto nello stesso tempo in spregio ad ogni logica corrente, secondo alcune scuole di pensiero
Iomemestessa ha portato come contributo il verso più famoso e suggestivo di Pavese
La Bionda Prof, col Cantico dei Cantici, ci ha ricordato che l'amore è forte come la morte - ed è cosa che non verrà mai ricordata abbastanza spesso, secondo me
LaNoisette ha citato uno dei più famosi funerali della letteratura italiana, ovvero quello della Piccola Vedetta Lombarda dall'abominevole libro Cuore
la povna, con i versi di Eliot, rende alla morte il suo ruolo di grande crogiuolo dove i contrasti e le opposizioni si fondono in una riconciliazione finale
L'economa domestica, attraverso le parole di Pirandello, ha parlato della Morte Annunciata, quella che lascia il biglietto da visita in attesa di ripassare
LGO, dopo avere a lungo cazzeggiato con Zola e Belli da considerarsi fuori gara (ma erano comunque interessanti entrambi) sceglie la storia di una vita composta da molte vite con relative morti: Vita dopo vita, appunto
Mazzamerije ci ha regalato una citazione piena di dubbio e di interrogativi da Vasco Pratolini, fuori tempo massimo ma il tempo era quello giusto per lui, e dunque va bene così
Nella classe arancio ci ha regalato Omero, con la fatale (e bellissima) morte di Patroclo
Nerimango ha raccontato con Stephen King il primo impatto col dolore e la paura da parte di un (potenziale) immortale
Niculet, al suo esordio nel torneo, suggerisce con garbo attraverso Montale  la possibilità, o meglio la speranza, che siamo già tutti morti senza saperlo
Ogginientedinuovo ha raccontato la morte di Useppe (che è anche la morte di sua madre) da La storia di Elsa Morante
Pensierini ci ha ricordato, con l'aiuto di Francesco d'Assisi, che la morte è nostra sorella
Roceresale ha citato l'Antologia di Spoon River (perché i vivi non capiscono un accidente della vita)
Unsassoverticale ha scelto (fuori tempo massimo) una citazione da un libro di Christian Bobin dedicato ad un personaggio piuttosto importante per la ricorrenza di domani, che applica la scelta di includere la morte nella vita
Wild horse si sofferma sulla Paura per eccellenza, la paura della morte, con cui da sempre la religione deviata cerca di reprimere l'uomo, attraverso le terribili parole che Umberto Eco mette in bocca a padre Jorge
Wolkerina, attraverso le parole che Michela Murgia mette in bocca alla sua Terminatrice ci ricorda che la morte è anche un diritto.

Il podio mi ha richiesto lunghe riflessioni. Il problema non era scegliere la citazione vincitrice - che si è imposta da sola alla sua comparsa, a molte distanze da tutte le altre - ma attribuire le altre due posizioni, perché in questa tornata di citazioni più che affascinanti ce ne sono state davvero tante.

Comincio col ricordare, fra i fuorigara, Acquaforte, che è l'unica che ha ricordato il dolore dell'assenza e la speranza di ritrovare oltre la morte chi abbiamo più amato in vita.
Assegno il terzo posto a Bridigala, che ci ha ricordato con quanta forza viviamo le morti di personaggi assolutamente immaginari (tra l'altro la sua citazione parla di una morte che poi risulterà finta anche nel mondo dell'immaginazione). Fiumi di lacrime e oceani di dolore sono stati dedicati alla morte di persone mai esistite su questa terra ma che per i lettori e gli spettatori e gli ascoltatori erano diventate più che reali, né io ho mai negato un contributo a questa nobile causa.
Il secondo posto va a Wolkerina, perché la sua citazione non parla di morti immaginarie o sognate, ma della morte concreta di tutti noi comuni mortali (appunto),  quella che si porta dietro le scartoffie e i funerali e le liti sull'eredità e i bigliettini di condoglianze - quella, insomma, che è un diritto per tutti noi e che la compassione dovrebbe accordarci.
Il primo posto, naturalmente, spetta al Gonnellinodietabeta per averci ricordato uno dei personaggi più intriganti dei nostri tempi, ovvero il Gatto di Shroedinger, che riesce nella mirabile impresa di essere nello stesso tempo vivo e morto e come tale viene ricercato:
 Anche se si tratta di un personaggio del tutto immaginario, né più né meno di Sherlock Holmes, e  che Shroedinger aveva proposto solo per un esperimento immaginario, in tanti ci siamo appassionati alle sue vicende virtuali auspicando un finale di questo tipo per le sue avventure:
In realtà Shroedinger non inscatolò mai alcun micio né tanto meno lo sottopose al rischio di contaminazione radioattiva, e dunque possiamo serenamente affermare che nessun gatto e nessun umano sono stati maltrattati per la lavorazione di questo post.

Con questo ringrazio tutti i partecipanti e auguro buon lavoro al Gonnellinodietabeta.
Buona Pasqua a tutti (e buone letture accanto al caminetto, se il tempo continua così)

venerdì 3 aprile 2015

Il vero insegnante non teme il ridicolo - 4 - Né lo teme il bibliotecario

Nella foto: attrezzature indispensabili per una Mostra del Libro (e anche per un buon corredo)

Giunta ormai al suo terzo anno consecutivo, la Mostra del Libro si è ormai conquistata un suo posto nella gerarchia scolastica e una sua routine: ad esempio stavolta i (tre) manifesti verranno pagati dal bilancio della scuola e non con soldi raccattati con gli avanzi delle uscite didattiche, come l'anno scorso.
Anche quest'anno la Cooperativa di Beneficenza di St. Mary Mead fornirà i tavoli, ma non le stoffe che coprivano i medesimi che erano, in sostanza, vecchie tovaglie e vecchi lenzuoli bianchi.
-Non ci sono più - ci hanno spiegato - Sono spariti durante l'estate.
-Questo è un problema - conveniamo. Così inizia la Caccia al Lenzuolo.
"Scusate, avreste delle vecchie lenzuola bianche?" - abbiamo chiesto a colleghi e custodi.
Tutti hanno scosso la testa: è probabile che ne abbiano, sì, ma che molto  banalmente le usino per dormirci dentro.
In cuor mio depreco la mia mala sorte: ho passato gli ultimi anni a sbolognare immani quantità di lenzuola che non  servivano più. Ne ho regalate agli amici, alle parrocchie e ai centri che accolgono i senza tetto. E giusto l'estate scorsa alcune vecchie lenzuola di lino ricucite anni fa da mia madre recuperando pezzi di lenzuola in buono stato sono state utilizzate per farne cenci per pulire. 
Le lenzuola che ho conservato sono tutte decorate da graziosi mazzetti di fiorellini, e hanno un aspetto incredibilmente lenzuoloso. L'unico paio di lenzuola bianche che ho conservato vengono dal corredo di mia nonna e sono ricamate con le cifre - davvero non me la sento di usarle per la Mostra del Libro.

Stasera, infine, mi sono messa davanti al mio armadio con fare meditativo: una soluzione andava trovata, e in fretta, perché la mostra comincia Mercoledì prossimo, subito dopo le vacanze.
Che fare, oltre a rimpiangere le molte paia di lenzuola bianche elargite in lungo e in largo per fare posto nell'armadio?
E così l'occhio mi è caduto sui teli colorati che uso come copriletto. Ce n'è uno con due grossi delfini azzurri stilizzati su fondo azzurro, uno a sfumature verdi e azzurre, uno con ramage azzurri su fondo bianco...
"Dopo tutto, sul letto ne uso uno per volta" mi dico. Anzi, al momento non uso ancora teli perché tengo la coperta agnellata in pile a renne e cuori comprata a Natale.
Con un sospiro li tiro giù. Non sono bianchi, ma non sembrano nemmeno lenzuola fiorite. E sono tutti di un bel cotone spesso.
Avremo una Mostra del Libro dove i libri riposeranno su tessuti riccamente colorati in verde e blu.

Il Vero Insegnante è disposto a qualsiasi sacrificio, per il suo lavoro.
E, soprattutto, pratica attivamente l'arte di arrangiarsi.

sabato 28 marzo 2015

Cita-un-libro - #ioleggoperché - 7


La settimana sta finendo e una nuova vincitrice si affaccia nell'albo d'onore del torneo di Cita-un-libro, gara di citazioni librarie aperta a tutti i blogger, ideata dalla povna nell'ambito di #ioleggoperché - nuova eppur non nuova, perché si tratta nuovamente di me. Così ha deciso, con mio grande compiacimento, il prode Gaberricci, giudice della sesta tornata. 

E tutto ciò mi piace molto e sono ricolma di riconoscenza e compiacimento sì come un operoso alveare è ricolmo di miele.


Dato che la notte è piccola, e quella che ormai sta arrivando è ancora più piccola del solito perché rimetteranno l'ora legale, svolgerò senza indugio le incombenze del mio ruolo onde permettere a tutti i partecipanti di scegliersi con un certo agio la loro citazione per la settima sessione del torneo.

Prima di tutto il regolamento, ideato dalla povna:

1. La domenica, tra le 0.00 e le 23.59 si va sul wall di #ioleggoperché, si sceglie un post-it di citazione e si pubblica sul proprio blog, inserendo nel post il link al portale di #ioleggoperché;
2. Si segnala la pubblicazione sul post del giudice;
3. Durante la settimana si partecipa, se si vuole, alla discussione che (auspicabilmente) da quelle citazioni sarà indotta;
4. Il sabato sera o la domenica successiva, a scelta, il giudice, insieme alla nuova citazione, pubblicherà la classifica delle prime tre citazioni, motivandole;
5. Il giudice stesso passerà dal blog della citazione vincitrice a lasciare il testimone; per far ricominciare il gioco;
6. Il nuovo giudice pubblicherà la sua citazione e il suo post, assegnando eventualmente un tema per le nuove citazioni settimanali;
7. I giocatori possono anche decidere di non seguire il tema: saranno ugualmente partecipanti a Cita-un-libro, ma non potranno concorrere alla vittoria della settimana.

Il tema da me scelto in base al mio esclusivo capriccio (ma che ben si intona alla settimana che sta arrivando) è la morte, principio e fine di ogni cosa nonché carta assai importante nei tarocchi. 

Qui di seguito le mie due canzoni preferita sul tema: 



e infine la mia citazione della settimana, rigorosamente in argomento:



In chiusura due avvertenze: iniziate a postare le vostre citazioni soltanto dopo mezzanotte, e dopo averle postate ricordate di avvisarmi nei commenti al presente post.

Incoraggiante - (Il racconto del mese di Febbraio) (La Settimana delle Storie)

La Settimana delle Storie è ormai agli sgoccioli, e per concluderla niente di meglio di un racconto edificante a sfondo scolastico, di quelli che fanno felici i dentisti per la loro estrema zuccherosità e la cui lettura è vivamente sconsigliata a chiunque abbia problemi con la glicemia. 

Correva l'anno 2004 e una travolgente ondata di abilitati SSIS mi era passata davanti nelle graduatorie, così non mi restava che collezionare supplenze brevi di qualche settimana, guardando sconsolata l'estratto conto della banca e meditando se davvero era una buona idea ostinarmi con un lavoro dove nessuno mi voleva.
Venni chiamata per una supplenza di sei settimane in una scuola cosiddetta di frontiera, all'Isolotto. Scrivo "cosiddetta" perché il quartiere dell'Isolotto era effettivamente stato una zona piuttosto avventurosa una trentina d'anni prima, ma ormai da tempo è diventato un pacioso quartiere di periferia con molto verde e l'unico incomodo di un po' di rom che, a conti fatti, non erano poi questo gran disastro. La scuola era, ed è tuttora, grande e bella, con un magnifico giardino colmo di campi sportivi, un laboratorio informatico di eccellente levatura, una squadra di custodi uno più bravo e disponibile dell'altro e tanti ottimi insegnanti afflitti da uno strano complesso di inferiorità verso la sede principale perché loro erano "in quella di frontiera".
Mi capitò una Terza assai simpatica e un po' vivace, legata da grande affetto. Mi accolsero in modo assai amichevole e insieme cominciammo a lavorare. Di loro ricordo le ore passate a leggere L'amico ritrovato, con i ragazzi seduti sui banchi, alcune piacevolissime lezioni di storia a parlare di Hitler e Mussolini (riscossi grande successo quando, per introdurre il tema della propaganda fascista, gli feci trovare alla prima ora la scritta alla lavagna "Re Giorgetto d'Inghilterra / per paura della guerra / chiede aiuto e protezione / al ministro Ciurcillone") e lunghi esercizi per trasformare i complementi di causa e di scopo in proposizioni finali e causali e viceversa. Ricordo anche un bellissimo San Valentino, oggetto di lunghi preparativi, quando entrarono in classe curvi sotto il peso di immani borse di regali per tutti e passarono un buon quarto d'ora a scambiarseli; imparai così che San Valentino non è solo la festa degli innamorati, ma anche e soprattutto la festa di chi si vuol bene - e perché non mi sentissi isolata in tanto amichevole scambio mi portarono alla cattedra un paio di Baci Perugina. Iniziai così la lezione dicendo "Ringrazio chi mi ha regalato i cioccolatini, e ringrazio anche chi NON mi ha regalato i grossi ragni di pelouche". Ricordo anche la micidiale laringite che mi colpì, togliendomi completamente la voce per due giorni, durante i quali la classe seguì le mie silenziose istruzioni a gesti con tale garbo che un giorno,nello spazio note, scrissi che "Oggi la classe è stata assolutamente angelica".
Ad un certo punto sembrò che la titolare non dovesse rientrare, ma era solo una voce di corridoio perché non rinnovò nemmeno il certificato.
Nell'ultimo giorno che passai con loro mi consegnarono una lettera "perché la aprissi quando volevo". Visto che era una bella giornata all'ultima mia ora li portai in giardino e mentre giocavano a pallavolo lessi la lettera.
Mi ringraziavano per le belle settimane passate insieme e perché con lei non abbiamo mai avuto paura di esprimerci, siamo sempre stati liberi di dire la nostra senza alcun timore; questo, oltre a farmi molto piacere, mi lasciò materia per ampie riflessioni, dato che con loro non avevo in alcun modo fatto la Settimana del Libero Studente in Libera Scuola ma semplicemente portato avanti il programma seguendo rigorosamente le indicazioni lasciatemi dalla titolare, con ordinarie lezioni di Storia, di Geografia, di Grammatica eccetera, né a loro volta i ragazzi si erano espressi in modo particolarmente anarchico o insolito.

Nella situazione in cui mi trovavo, quella lettera sortì l'effetto di un olio lenitivo versato in abbondanza su piaghe aperte e fino a quel momento sfregate col sale.
Inutile dire che a cercare un altro lavoro non pensai più e continuai a collezionare le mie piccole supplenze brevi, una dopo l'altra, in attesa di tempi migliori - che arrivarono prima del previsto.

venerdì 27 marzo 2015

Il gatto che andò a Compostela - (La Settimana delle Storie)

Tanti anni fa, subito dopo la tesi, qualcuno mi chiese una storia. Siccome la tesi riguardava (tra le altre cose) il pellegrinaggio a Santiago de Compostela e il culto di san Giacomo saltò fuori dal nulla questo racconto. Mi è tornato in mente due sere fa, forse perché in questi giorni con la Prima Effervescente stiamo studiando il pellegrinaggio e un ragazzo ha portato le conchiglie e il bordone dei nonni che sono appunto andati fino a Compostela. 
Non risulta che san Giacomo si sia mai molto interessato ai gatti, ma per i monaci benedettini il gatto era un simbolo di fedeltà - e sulla via per Santiago i benedettini cluniacensi costruirono molte abbazie dove i pellegrini venivano accolti e rifocillati.

Era la Custode della Biblioteca, l'Usbergo dei Manoscritti, la Prediletta dei Copisti e il terrore dei topi e dei ratti. Da anni Bellatrix la Bella, intrepida cacciatrice,  difendeva le pergamene  e i codici del monastero. I monaci riconoscenti non le facevano mancare né il latte né la panna, così com'era stato con sua madre e con la madre di sua madre, e quando partoriva aveva sempre un bel cesto foderato di panni caldi.
Quell'anno aveva partorito più tardi del solito, mentre l'estate già declinava, e i suoi gattini avevano passato l'inverno nello scriptorium. Adesso che la primavera stava spargendo i suoi fiori nell'orto e nel giardino i tre giovani gatti giravano liberamente per il monastero, e come la madre erano già diventati intrepidi cacciatori di topi e di uccellini. 
Erano tre, uno nero, uno bianco e uno rosso, che venne chiamato Rufus Zampe d'Argento perché le sue zampette e la punta della coda avevano un riflesso argentato. 
Rufus non era molto interessato ai manoscritti, e amava soprattutto girare per l'orto e le cucine. Gli piacevano molto i pellegrini, che dormivano nella foresteria del monastero per riposarsi tra una tappe e l'altra. Rallegrava le loro speranze, consolava la loro tristezza e faceva le fusa mentre loro pregavano.
La mattina quando ripartivano era sempre lì a salutarli, sul portone del monastero. Poi tornava alle cucine dove c'era sempre qualche topo da cacciare.
Quel pellegrino però l'aveva colpito in un modo diverso. Era avvolto da una nube nera di disperazione e alle mani e alle caviglie aveva pesanti catene di ferro. Lo vide parlare a lungo con l'abate, che cercava di convincerlo a segare i ceppi e a liberarsi almeno le mani. "Non c'è colpa che il Signore non perdoni, se il pentimento è sincero" gli aveva detto "E l'eccesso nella punizione può essere esso stesso un peccato".
"Se il Signore mi avesse perdonato mi avrebbe mandato un segno e le mie catene si sarebbero infrante da sole" aveva risposto il pellegrino cupamente. Poi era partito, ma Rufus era riuscito a infilarsi nella sua sacca ed era partito con lui, senza che il pellegrino ne sapesse nulla.
Se ne accorse quando si fermò per pregare in mezzo alla radura e il sole brillava alto. "Cosa ci fai, qui, stupido gatto? Torna indietro".
Rufus l'aveva guardato, spalancando al massimo i suoi occhi color dello zaffiro.
"Meow" aveva detto, poi gli aveva messo la zampetta sulla mano per carezzarla.
"Non ti voglio. Non ho niente per te. Torna al monastero, dove ti trattano bene".
Come tutta risposta, Rufus si era messo a fare le fusa.
Allora il pellegrino si ricordò del formaggio che il monaco aveva insistito per dargli, insieme al pane secco.
"Posso darti un po' di formaggio. Io non devo mangiare il formaggio, il pane è anche troppo per me".
Rufus mangiò volentieri il formaggio e fece le fusa ancora più forte. Si accorse che il pellegrino voleva allontanarlo a calci, ma gli bastò guardarlo con i suoi innocenti occhi color zaffiro per fermarlo. 
"Fai come ti pare" disse il pellegrino alzandosi in un gran rumore di ferraglia "Ma io non ti porterò con me".
Si avviò e Rufus lo seguì, rincorrendo le farfalle sull'erba e le lucertole che guizzavano al sole. Quando fu stanco si arrampicò sulla veste del pellegrino e si accoccolò sulla sua spalla.
"E va bene" si disse il pellegrino "Un peso in più lo posso portare, aumenterà la mia penitenza".
Quando venne la sera il pellegrino si sdraiò per dormire sotto gli alberi e gli offrì un altro pezzo di formaggio, ma Rufus non lo prese e corse via tra gli alberi. Tornò poco dopo con un topolino ancora guizzante in bocca e lo sgranocchiò vicino al pellegrino. Poi si infilò sotto la coperta vicino a lui, facendo le fusa.
Quando il formaggio fu finito arrivarono ad un altro monastero. Il pellegrino andò a confessarsi, poi si addormentò piangendo, dopo aver fatto un lunghissimo atto di contrizione.
Un monaco gli portò del pane secco.
"Potete tenere con voi questo gatto?" gli chiese il pellegrino "Non so perché mi abbia seguito dall'ultimo monastero, ma io non lo voglio".
"Fai male a rifiutare la compagnia di un amico" gli disse il monaco "Questo gatto ti è molto affezionato. Ti darò un pezzo di formaggio per lui, se non ne vuoi mangiare tu".
Il pellegrino sospirò, prese il formaggio e ripartì con il gatto. Finì per abituarsi a quella presenza morbida e amichevole e lo portava nella sacca o sulle spalle tutte le volte che Rufus era stanco, così Rufus decise di stancarsi molto più spesso.
Le notti a volte erano molto fredde e la coperta era leggera. Quando il pellegrino non riusciva a dormire piangeva e pregava, e dopo aver pregato piangeva ancora più forte e si batteva il petto, e Rufus vedeva la nuvola della disperazione che lo avvolgeva, ma quando cercava di avvicinarsi il pellegrino lo cacciava in malo modo. Le piaghe che aveva ai polsi e alle caviglie, sotto gli anelli di ferro, spesso sanguinavano e allora il pellegrino poteva camminare solo molto piano. Quando si fermava in un monastero per dormire i monaci gliele ungevano d'olio ma lui non permetteva mai che gliele fasciassero.
Ogni volta chiedeva ai monaci di prendere il gatto, e ogni volta i monaci rifiutavano e gli davano un pezzo di formaggio fresco in aggiunta al pane secco.
Rufus era sempre più bello e più forte nonostante passasse metà del giorno a fare le fusa e l'altra metà camminando: la dieta di topolini freschi e formaggio lo corroborava e gli uccellini dei boschi erano uno squisito dessert. Però era un po' preoccupato perché, anche se la nube di disperazione che avvolgeva il suo amico sembrava attenuarsi un po' ogni giorno, le ferite ai polsi e alle caviglie erano sempre più profonde. 
Una mattina il pellegrino non riuscì ad alzarsi, per quanto ci provasse. Alla fine si prostrò a terra e, fra le lacrime, si pentì per l'ennesima volta di aver osato sperare di poter essere perdonato. Rufus andò a leccargli le lacrime come aveva già fatto altre volte ma stavolta il pellegrino non solo lo allontanò ma, quando Rufus si avvicinò ancora, lo scaraventò con tutte le sue forze contro un albero. 
Rufus lanciò un urlo straziante e crollò a terra, dove rimase perfettamente immobile, scomposto come una bambola di stracci.
Il pellegrino lo guardò inorridito, poi lo chiamò, sempre più spaventato. Tanta era la forza della preoccupazione che strisciò sui gomiti fino al corpo del suo piccolo amico, su cui pianse a calde lacrime.
"Signore, come posso sperare nella Tua grazia se sono così incapace di meritarla? Ecco, questa creatura era venuta da me in amicizia, per un capriccio ma in buona fede e con sincerità. Mi è stato vicino e ha cercato di confortarmi per tutte queste settimane e in cambio io ho spezzato la sua giovane vita!".
A queste parole Rufus aprì prima un occhio, poi due, sorrise al pellegrino e si alzò con mossa agile ed elastica, mostrandosi in perfetta salute.
Il pellegrino tese le braccia e se lo strinse al cuore.
"O meraviglia! Non eri morto, stavi solo scherzando! O splendido amico, che mi hai finalmente fatto capire l'enormità del mio errore! Come posso sperare nel perdono, se non so vedere la Bontà di colui che ha creato me e te, e ti ha mandato da me?".
Rufus fece le fusa e si strusciò al pellegrino, poi leccò le piaghe dei suoi polsi che si risanarono sotto la sua lingua. Alzando gli occhi il pellegrino vide un uomo di meravigliosa bellezza, circondato da un aura dorata. "Tu sei..."
"Io sono l'apostolo Giacomo, morto in Galilea e sepolto a Compostella" rispose il santo con voce dolcissima "Ti ho mandato questo piccolo amico perché tu imparassi attraverso di lui che non eri solo. Troppo tempo hai vissuto nelle tenebre, vedendo soltanto te e il tuo peccato". 
Il santo fece un gesto e i ceppi si spezzarono, lasciando l'uomo libero e risanato.
"Ti ringrazio di aver avuto compassione della mia immensa miseria" disse il pellegrino "Ero nelle tenebre e mi hai riportato alla luce. Mai più disprezzerò i doni della compassione e dell'amicizia, da chiunque provengano".
L'aria intorno al santo tremò e si ricompose, e quando il pellegrino alzò nuovamente gli occhi vicino a lui c'era soltanto Rufus dalle Zampe d'Argento.
Il pellegrino rise di gioia "Vieni, mio piccolo amico, salimi sulla spalla. Abbiamo ancora della strada da fare, ma al prossimo monastero ci fermeremo e chiederò di prendere i voti".
Rufus si avvolse intorno al collo del pellegrino facendo le fusa. 
"Resterai con me per tutto il tempo che vorrai" promise il pellegrino "Un gatto, in un monastero, è sempre ben accetto".
Rufus sapeva che era vero, ma adesso sapeva anche che non esistevano solo i monasteri. Si sarebbe fermato un po' con l'uomo, ma poi sarebbe ripartito.
Perché lui era Rufus dai Baffi d'Argento, e andava dove voleva.

mercoledì 25 marzo 2015

Pelle d'Asino e il diritto feudale (La Settimana delle Storie)

The End Of The Song (Tristano e Isotta) di Edmund Blair Leighton (1902)

Dopo la società feudale, arriva la cavalleria.
In molti paesi cominciò ad affermarsi il maggiorascato. Voleva dire che il grosso dell'eredità se la prendeva il figlio maschio maggiore, e agli altri restavano le briciole. Quindi c'erano molti ragazzi figli di nobili, cresciuti come nobili ma che in realtà erano quasi poveri. Una parte entrava più o meno spontaneamente nel clero, gli altri diventavano cavalieri.
La Prima Effervescente ascolta e fa domande. Cosa succedeva se c'erano tre fratelli? O un fratello e due sorelle?
Le donne avevano solo la dote. Ereditavano solo quando c'erano esclusivamente figlie femmine. Erano le ereditiere, ed erano considerate ottimi partiti.
Succedeva spesso?
Non spessissimo, ma succedeva, perché c'era una mortalità infantile molto alta. Le famiglie cercavano sempre di avere almeno un erede maschio, ma naturalmente nessuno poteva essere sicuro che l'erede maschio sarebbe sopravvissuto...
Poi qualcuno alza la mano e chiede:
Ma se un fratello voleva sposare la sorella?
Resto assai interdetta. Ma non c'è ombra di curiosità morbosa nei quarantasei occhi scintillanti che aspettano la risposta.
Da dove salta fuori un idea del genere? Forse da lontani racconti su faraoni e faraone?
Non si poteva. Assolutamente. Non ci sono storie a riguardo, tranne quella dell'Eletto...
L'Eletto è praticamente l'unico romanzo di Thomas Mann che ho letto dall'inizio alla fine, dietro segnalazione della prof. De Divinis, e sono almeno vent'anni che non ci penso.
Arrivano le domande sull'Eletto.
Si rifà ad una leggenda su Gregorio Magno... è completamente inventato, comunque.
Chiedono la storia. La tentazione è forte ma il programma incombe. Finisco per rimandare "a un altra volta" non meglio precisata.
Spesso i cavalieri erano mandati alla corte di qualche feudatario. Poteva anche capitare che avessero una storia d'amore con la feudataria, oppure con qualche nobile già sposata. Come Ginevra e Lancillotto, oppure Tristano e Isotta... Conoscete la storia, vero?
No, non la conoscono.
Nemmeno Tristano e Isotta? Sul serio?
Sono molto sorpresa. Non ricordo con precisione quando o dove ho letto la storia di Tristano e Isotta, ma sono sicurissima che alla loro età la conoscevo.
Ce la racconta?
La tentazione è vieppiù forte, ma voglio finire la mia spiegazione. Di nuovo rimando a un improbabile futuro. In fondo in questa classe insegno storia, non leggende e letteratura...
Cavalieri che fanno carriera, cavalieri che muoiono giovani, cavalieri che fanno fortuna per conto loro, come nelle favole.
E poi qualcuno chiede:
Ma i padri potevano sposare le figlie?
Nonono, anche quello era vietatissimo. Anzi, lì non ci sono nemmeno leggende. A parte la storia di Pelle d'Asino, che però si guarda bene dal sposare suo padre, e comunque in molte versioni trasformano il padre in uno zio...  La favola di Pelle d'Asino la conoscerete, spero!
Sguardi vuoti, sguardi che si interrogano vicendevolmente.
Nessuno l'ha mai letta né sentita nominare.
Prof, ce la racconta?

Guardo l'orologio. Ci sono ancora una decina di minuti... Volendo ce la potrei fare...
In fondo sono piuttosto brava a raccontare le fiabe, o così mi hanno detto.
C'erano una volta un re e una regina che si amavano moltissimo. Purtroppo un giorno la regina si ammalò e morì...
(come avessero fatto i sarti del regno a confezionare un vestito color del tempo è oggetto di una piccola ma consistente discussione, in cui la questione viene affrontata con molto criterio. Qualcuno suggerisce un abito con una fantasia a piccole clessidre, altri sostengono che per "tempo" si intenda il tempo atmosferico, e ripensandoci è probabile che abbiano ragione; e molti osservano, con ragione, che fare un vestito del colore di una notte di luna o color del sole è cosa tutt'altro che impossibile, al massimo un po' costosa).

Le prime hanno questo di buono: se gli racconti una buona storia ti stanno sempre a sentire volentieri.

domenica 22 marzo 2015

Cita-un-libro - #ioleggoperché - 6 (La Settimana delle Storie)

Sesta settimana del carosello di citazioni libresche e librarie ideato dalla povna nell'ambito della più vasta iniziativa nazionale #ioleggoperché.
Dopo breve ma viscerale meditazione Iome, Giudice vincitrice di due settimane fa e ideatrice dello scorso tema portante, ovvero Etica e Morale (che ha a sua volta gemmato l'iniziativa della Settimana Etica) ha meritatamente assegnato la palma della vittoria a Gaberricci per una bella citazione da Il buio oltre la siepe di Harper Lee - un romanzo che sull'etica ha decisamente qualcosa da dire. E anche Gaberricci, dopo i rituali ringraziamenti (e l'esposizione accurata del Regolamento per chiunque volesse cimentarsi anche all'ultimo momento a tuffo) ha scelto un tema. O meglio, ha scelto il tema per eccellenza, il Primo Tema dabile: ovvero le storie. Tanto mi è piaciuta questa scelta che ho deciso di dedicare tutta la settimana entrante su questo blog appunto alle Storie - che vorrà dire un paio di post ad andar bene, ma immagino che in questi casi sia soprattutto il pensiero che conta.

Da sempre le storie sono assai gradite agli scrittori, che amano parlarne ma anche analizzarle, discuterle, crearle, esserne creati. Naturalmente una storia non si racconta solo con le parole: la puoi raccontare per immagini, con la musica, con la danza, con un film (anche muto) e in infiniti altri modi; ma quando sei in un libro, per descriverla devi comunque usare le parole.
Raccontare una storia è da sempre un atto molto potente. Ascoltare una storia cambia il pubblico, ma cambia anche il narratore - e l'uno e l'altro continuano a creare il mondo cambiando la storia che hanno raccontato e/o sentito. Le storie si rifanno ad altre storie e ne generano di nuove, in un circolo senza fine e senza inizio. La danza di Shiva, fuori dal tempo e dallo spazio, opera attivamente qui e ora come ha sempre fatto: il racconto della nonna ai nipotini davanti al focolare nelle lunghe sere d'inverno, lo sceneggiato televisivo, la solenne lettura dei primi capitoli della Genesi, il racconto di caccia nelle grotte di Altamira, l'arazzo di Bayeux, il mito dipinto sull'anfora, la filastrocca sul serpente che ha perduto la sua coda e scende giù dal monte per ritrovarla, gli aggiornamenti che infliggiamo agli amici più cari sulle nostre storie d'amore più o meno ben riuscite...
Le storie hanno creato il mondo, e il mondo genera continuamente nuove storie che lo cambiano per essere nuovamente creato ogni giorno e ogni momento. Le storie sono il principio e la fine, ma anche tutto quel che sta in mezzo.
Qualche volta gli uomini, per rassicurarsi o per mettere un po' di ordine in questa strana esistenza sempre in bilico tra realtà e immaginazione, si sono divertiti a immaginare qualche Narratore Onnisciente, ma per meglio confonderci le idee questi Narratori Onniscienti spesso scoprono la storia mentre la raccontano tessendo o cantando, come le Norne del Crepuscolo degli dei che nel prologo, intrecciando la fune, scoprono che il loro mondo sta per finire (cosa che avverrà puntualmente al termine del terzo atto).

La citazione che ho scelto questa settimana viene da una saga fantasy americana pubblicata sulla fine degli anni Ottanta e tradotta solo in parte dai nostri esecrabili editori, ovvero quella del Settimo Figlio di Orson Scott Card. Alvin arriva nella stanza di una bella e cara ragazza, Becca, che tesse, come hanno tessuto sua madre e sua nonna e tutte le altre donne della sua famiglia. E comincia a fare domande: