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martedì 8 agosto 2023

8 Agosto 2023 - Giornata Mondiale del Gatto

Spiace non poter citare l'autore di questa bella immagine, ma ne ignoro il nome.
Sarò naturalmente ben lieta di rimediare se qualcuno mi fornirà i dati.
Nel frattempo mi congratulo con lui, oppure con lei, chiunque sia.
Lo stesso vale per le altre immagini del post.

Visto che oggi il mondo intero festeggia Sua Maestà il Gatto, com'è suo dovere e com'è vero scandalo che non avvenga tutti i giorni, ho pensato di dedicare questo post al rapporto tra libri e gatti. No, non i gatti in letteratura, ma proprio i gatti e i libri intesi come oggetti fisici. 
L'immagine che apre il post appartiene ad un ricco filone che omaggia questi graziosi amanti dei libri, anche se tende forse a inzuccherare un pochino la realtà. Talvolta infatti il rapporto è meno idilliaco di come sembra qui, e se è notoriamente vero che i gatti lasciano impronte nel nostro cuore, chi tiene in casa una libreria e dei gatti sa che costoro lasciano impronte, talvolta molto visibili, anche sui libri, sotto forma di morsi, graffi e simili. Tuttavia, i gatti sanno sempre come farsi perdonare questi piccoli inconvenienti.

Qualche volta i gatti amano dormire nelle librerie, sopra i libri
e niente è più piacevole di allungare una mano verso uno scaffale pieno di libri e trovarlo occupato anche da una creatura dolce, giocosa e fusaiola.
Ma altre volte i gatti amano riposare dietro le file di libri (e questo da solo è un motivo che dovrebbe spingere ad evitare di tenere libri in doppia fila. L'altro motivo, ahimé, è che non avendo sempre sotto gli occhi tutto ciò di cui si dispone, può capitare di scoprire di aver comprato più copie dello stesso libro).
Dicevamo dunque dei gatti dietro i libri. Molto carini, ed è graziosissimo  vedere due orecchie a punta spuntare da dietro i volumi.
Un po' meno graziosissimo, forse, è dover riporre con pazienza i libri crollati a terra qualche tempo dopo: i gatti amanti dei sonnellini dietro i libri talvolta escono dalla scaffalatura rifacendo esattamente lo stesso percorso che han fatto in entrata, senza smuovere un sol foglio, ma più spesso buttano giù i volumi con due zampate per poi scendere per la via più facile - il mio scaffale di romanzi russi avrebbe parecchio da raccontare sull'argomento.

I gatti sanno leggere? 
Non è scientificamente provato, tuttavia si sa di casi di gatti che cercano di affrettare la voltatura delle pagine o che protestano se la pagina è voltata troppo in fretta dal lettore umano. Comunque un altro filone di immagini che si trova facilmente riguarda gatti e umani che leggono insieme:
Tuttavia ve ne sono parecchie, per lo più foto, dove il gatto legge il libro per conto suo (che in effetti è più comodo perché se la lettura è un piacere che raddoppia quando è condiviso, poter tenere il proprio ritmo è comunque comodo):
Altre volte il micio di casa collabora con il suo umano impedendogli la lettura. Ciò è molto gentile da parte sua quando il libro in questione è un libro di studio.
Questa foto mi ha ricordato di come la bellissima Giselle collaborava al mio esame di maturità distogliendomi dallo studio di Lucrezio in tarda serata, come ho già raccontato nel mio post sull'esame di maturità. Questa foto descrive meglio la circostanza perché il gatto impedizionista è grigio come Giselle, e il libro di cui ostacola la lettura è in versi proprio come il De Rerum Natura (che è comunque un bellissimo testo, checché ne pensasse Giselle):
A chiusura del post, ricordo che un gatto può essere anche un eccellente fermalibro
e talvolta, se gli gira, anche un segnalibro particolarmente puccioso:
I gatti sanno dunque tenerci compagnia anche in quella affascinante attività che è la lettura, perciò è vieppiù nostro dovere onorarli e festeggiarli ringraziandoli per la bella compagnia che ci offrono.
Auguri a tutti i gatti, in questo e in tutti i giorni che verranno. E naturalmente l'augurio vale anche per tutti i diversamente gatti, indipendentemente dal numero delle zampe.

lunedì 7 agosto 2023

Lunedì film - La città incantata (film per le medie)

Dal 2001, grazie alla magnanimità del grande maestro Miyazaki, noi comuni mortali possiamo dilettarci guardando questo grandioso film. Insisto molto sul tema della grandezza perché tutto in questo film è davvero abbondante: prima di tutto la lunghezza (due ore abbondanti, ma dice che aveva elaborato materiale per circa tre ore), poi la varietà dei temi trattati e infine la trama decisamente complessa. L'ho visto almeno quattro volte e ogni volta mi ritrovo a seguire la storia come fosse la prima volta che lo vedo, e d'accordo che per i film non ho grande memoria, ma questo è un caso particolare anche per me. In tutti i casi mentre lo si guarda è tutto estremamente chiaro e alla fine si ha la sensazione di aver assistito a qualcosa di molto importante e molto giusto.
Come spesso accade nei film di Miyazaki la protagonista è una ragazzina in piena età acquamarina, che è l'efficacissimo modo in cui i giapponesi definiscono l'orlo dell'adolescenza. La troviamo in macchina con i suoi genitori: la famiglia sta traslocando in una nuova città e lei non è molto contenta della cosa ma da brava figlia giapponese non lascia trapelare troppo il suo dispiacere.
E' una bella giornata luminosa e il paesaggio intorno a loro è molto verdeggiante. Per un qualche motivo il padre decide di fare una deviazione (o forse sbaglia strada) e si trovano davanti a un tunnel bel fronzuto. I genitori decidono di passarlo anche se Chihiro non è contenta. 
Si ritrovano così in una specie di parco dei divertimenti abbandonato - o almeno loro lo vedono così. Abbandonato da poco, comunque, tutto sembra ancora molto nuovo e quasi funzionante, e dentro un chiosco trovano uno splendido buffet allestito e nessuno in vista. I genitori hanno fame e si siedono a mangiare nonostante le proteste di Chihiro, e mangiano a quattro palmenti stabilendo che, quando arriverà qualcuno, pagheranno il pranzo. Ma non si vede nessuno e Chihiro va a guardare il parco. Quando ritorna scopre che i genitori si sono trasformati in maiali e nemmeno la riconoscono.
Un bel ragazzo arriva in suo aiuto mentre lei si sta sbiadendo, le impedisce di diventare del tutto invisibile dandole da mangiare una bacca e le dà un paio di istruzioni su come sopravvivere all'interno di quella strana città incantata.
Seguendo attentamente le istruzioni Chihiro
 riesce a farsi assumere in uno stranissimo impianto di bagni pubblici gestito da una maga. Nel contratto la maga le cambia nome in Sen e in questo modo le impedisce di uscire dal recinto della città incantata.
Lavorare in uno stabilimento di quel genere non è una esperienza delle più comuni, e anche i clienti sono piuttosto particolari. Qui lo spettatore occidentale è un tantino ostacolato dal fatto di non riconoscere le strane creature che arrivano come clienti - com'è noto i giapponesi hanno uno sterminato catalogo di spiriti ed esseri magici uno più strampalato dell'altro, e non è che anche gli altri che lavorando nei bagni siano creature delle più consuete. 
Il primo cliente che arriva è un terrificante Spirito Del Cattivo Odore, che si rivela poi un fiume molto inquinato ma che grazie a un buon lavaggio ritorna un bel fiumicello limpido. Poco dopo entra in scena anche Senza Volto, un signore con l'aria piuttosto sofferente e abbandonata che si rivelerà uno spirito davvero inquieto
che procurerà diversi problemi allo stabilimento ma che alla fine Sen riuscirà a curare.
In mezzo a questo c'è anche una specie di faida tra la maga dello stabilimento e una sorella a lei quasi identica ma che è molto più piacevole da frequentare.
Durante le varie vicende interviene anche un drago, il più splendido e lussuoso drago che mai sia comparso in un cartone animato giapponese
che rischia seriamente di morire avvelenato per aiutare Sen. Per fortuna lei riesce a salvarlo e scopre che è il ragazzo che l'ha aiutata fin dall'inizio. Chiamandolo con il suo vero nome, Sen riesce a liberarlo dall'incantesimo che lo vincola alla città incantata.
Infine Sen riesce a liberare anche i genitori, che si ritrasformano in umani e che naturalmente non ricordano assolutamente nulla di quel che è successo. Il viaggio verso la nuova città così può riprendere. 
Della sua particolarissima esperienza Chihiro conserva un paio di souvenir, il ricordo di tutti gli amici che l'hanno aiutata e la promessa del ragazzo-drago che un giorno si rivedranno.

Molti sono i significati e le chiavi di lettura di questa intricata vicenda (tra cui affiorano l'importanza della cura dell'ambiente, tema sempre carissimo a Miyazaki, e la vanità dell'oro e dei beni materiali) ma non importa capirli tutti o analizzarli, credo, perché la bellezza della storia e dei vari protagonisti basta da sola a nutrire l'anima dello spettatore. Sospetto che la rete pulluli di analisi molto raffinate in merito, ma ammetto di non averne mai cercata nemmeno una perché ho l'impressione che messaggi e significati arrivino allo spettatore per vie diverse dalla comprensione razionale. In tutti i casi vedere questo film è sempre un'esperienza rigenerante che nutre l'anima di qualsiasi età. I ragazzi, tra l'altro, lo apprezzano moltissimo e dopo averlo visto hanno il tipico aspetto di un pitone soddisfatto da pasto particolarmente succulento - e probabilmente ce l'ho anch'io, ma non mi è mai venuto in mente di guardarmi a uno specchio subito dopo, quindi non posso dirlo con sicurezza.
Ad ogni modo mi sento di consigliarlo assolutamente a chiunque.

venerdì 4 agosto 2023

Cronaca di una mattinata davvero inquieta in tempo di pandemia

La Prima Sfigata si conquistò il suo soprannome per essere stata la prima, primissima classe ad essere andata in quarantena, già nella prima settimana di scuola. Tuttavia in seguito consolidò la sua fama per altri accadimenti, il più appariscente dei quali mi accingo adesso a narrare.
Spoiler: buona parte di quel che successe in quell'epica mattinata è appunto da imputare alla pandemia e al particolare stato d'animo in cui tutti versavamo.

Era una tranquilla mattinata di Novembre. Dal momento che la Prima Sfigata aveva mostrato una serie di notevoli incertezze nell'uso dei tempi dei verbi, avevo deciso di ricorrere a un metodo particolarmente innovativo, ovvero una serie di interrogazioni a tappeto sui verbi. Lo scopo era di innestare un meccanismo automatico dovuto alla continua ripetizione e aiutata dal fatto che una parte della classe i verbi li conosceva benissimo e avrebbe quindi risposto in grande scioltezza. Chiamavo gli alunni uno ad uno, assegnavo un verbo e chiedevo di coniugare una serie di tempi. 
E se l'alunno non sapeva farlo? Bene, tutti avevano la grammatica aperta sulle coniugazioni dei verbi. L'alunno sbirciava e poi declinava, in base al buon vecchio criterio che sbagliando si impara, ma facendo giusto si impara di più.
Anche così comunque ogni tanto emergevano delle criticità. A quel punto ci fermavamo e riflettevamo sulla questione. Il primo round andò piuttosto male, il secondo round decisamente meglio e mi ripromettevo qualche soddisfazione dal terzo e, speravo, ultimo.
La giornata non era partita sotto i migliori auspici: appena finito l'appello Peggy era approdata alla cattedra spiegandomi che quella mattina era venuta a scuola anche se si sentiva un po' strana. Adesso però era convinta di stare proprio male. Poteva andare a telefonare a casa che la venissero a prendere?
Si capisce che poteva. La mandai a telefonare, la segnai in uscita eccetera. Peggy sparì quasi subito e tornò due o tre giorni dopo, munita di certificato di tampone negativo. Perché sì, poteva capitare di stare male anche senza avere il Covid. Di fatto anche prima della pandemia la gente si ammalava.
Le prime interrogazioni andarono discretamente. Ma quando chiamai Eola la ragazza, dopo un attimo di silenzio, si alzò, corse verso la cattedra e disse piangendo "Professoressa, mi sento malissimo".
A scanso di equivoci: sia Peggy che Eola padroneggiavano i verbi con notevole disinvoltura. Nemmeno per un istante fui sfiorata dall'ombra del sospetto che avessero accusato malesseri per scansare l'interrogazione, né che quell'interrogazione fosse per loro qualcosa di stressante. Così esortai Eola ad andare giù dalle custodi che avrebbero provveduto a lei. Eola uscì.
Da notare che in circostanze normali, ovvero non pandemiche, quando qualcuno si sente male fa parte del galateo istituzionale, almeno alle medie di St. Mary Mead, mandarlo giù con un amico al seguito. Ma, appunto, eravamo in tempo di pandemia e non feci niente del genere (e feci malissimo, come risultò poi).
Qualcuno commentò che quel giorno proprio non era cosa, e le interrogazioni ripresero. MA un quarto d'ora dopo bussò la custode, alquanto preoccupata. Eola stava male, non riusciva più a muovere il braccio destro e anzi non lo sentiva più e piangeva. Avevano provato a chiamare i genitori ma non rispondeva nessuno.
Tra i tanti sintomi del Covid la sparizione della sensibilità agli arti non mi risultava, ma un braccio destro che fa male può essere sintomo di pessime cose, che di solito a dodici anni non infestano la vita ad alcuno MA ci sono sempre delle eccezioni e insomma...
Dissi di chiamare la guardia medica e di avvisare la Preside, se riuscivano a raggiungerla: è uso non chiamare mai la guardia medica senza aver avvisato la famiglia, ma se la famiglia non risponde? Poi frugai tra i numeri di telefono e trovai anche quello del nonno: magari, chiamare anche lui...
A quel punto la classe era decisamente stressata, e Violetta accusò malesseri. 
Violetta versa in particolari condizioni sanitarie e può sentirsi male da un momento all'altro, soprattutto in caso di stress - e di stress, in quel momento, ne avevamo da dare e da serbare, quindi nessuno si preoccupò particolarmente di Violetta, che uscì di classe e si regolò sì come richiedeva il suo protocollo medico per poi rientrare un po' ristabilita.
E tutto ciò mi ricordava sempre più la filastrocca dei Dieci piccoli indiani.
La custode passò ad avvisarmi che la Preside in quel momento non era raggiungibile, ma il nonno stava venendo e la guardia medica era stata contattata. 
Più avanti venne ad avvisarmi che sia il nonno che la guardia medica erano arrivati, e scesi giù lasciandola a sorvegliare la classe, mentre una serie di pensieri uno più lugubre dell'altro mi rutilavano in testa.
Quando arrivai la guardia medica mi spiegò che si trattava... di un attacco di panico.
Lui e il nonno si consultarono e stabilirono che non era il caso di portare Eola all'ospedale più vicino per un controllo perché in quei giorni i pronto soccorso di tutta Italia erano intasati e rischiavi di passarci un tempo interminabile prima che qualcuno ti considerasse. Ovviamente un attacco di panico sarebbe passato in coda a qualsiasi altro caso più grave, e ancor più ovviamente passare delle ore circondata dall'atmosfera elettrica di un pronto soccorso intasato, con tanto di luci accese a pieno carico e senza nessuno che ti badasse non era esattamente la cura migliore per un attacco di panico che per giunta era il primo e quindi spaventava il doppio.

Attacco di panico. Quelle tre parolette magiche restituirono al cielo il suo azzurro e fecero splendere il sole. Senza dubbio gli attacchi di panico sono cose spiacevolissime e da non sottovalutare, ma han di buono che non sono Covid né portano a paralisi o complicazioni cardiocircolatorie. Eola doveva solo aspettare che l'attacco passasse e non ci sarebbero state conseguenze irreversibili. 
Mai attacco di panico fu guardato con tanta simpatia. Io e le custodi lo amavamo.
Quel sant'uomo del nonno aveva prontamente abbracciato la nipote e la stava confortando. Eola continuava a piangere, ma in modo molto più tenue e sollevato.
Il nonno ci informò che sua figlia, che era poi la madre di Eola, "dopo essere diventata signorina"* aveva avuto per diverso tempo attacchi di panico assai frequenti. L'uomo si era dunque fatto una certa esperienza e, lui almeno, non era spaventato. Preziosa circostanza, in verità. Confortò Eola, confortò tutti noi, informò i genitori, che nel frattempo erano diventati raggiungibili e si portò via la povera impanicata, che nel frattempo era andata alquanto calmandosi.
Dimagrita di circa dieci chili ma molto racconfortata risalii in classe e informai la custode della lieta novella prima di rimandarla in libertà.
Ormai eravamo verso la metà della seconda ora.
"Prof, che si fa, continuiamo con grammatica?".
"Nossignori. Prendete i vostri palloni, le vostre merende e qualsiasi altro genere di conforto desideriate e andiamo giù in cortile a farci tutti quanti un lungo, lungo intervallo".
In cortile raggiunsi Violetta, che sembrava perfettamente ristabilita e mi assicurò che andava tutto bene, e fui poi raggiunta da Carl Palmer che lamentava un forte mal di testa. Lo mandai a telefonare a casa perché si facesse venire a prendere, se così preferiva, e già che c'ero chiesi se c'era qualcun altro che non stava bene. Mi assicurarono che no, stavano benissimo, grazie - e a guardarli saltare come tanti camosci la cosa risultava piuttosto credibile. Mentre stavano scavallando arrivò la Preside, che potei così aggiornare con il lieto fine della dolorosa vicenda. 

In serata feci una navigatina in rete per informarmi un po' sugli attacchi di panico. Non ne ho mai sofferto né mai avuto a che fare con persone che ne soffrissero e insomma ne sapevo men che zero.
Scoprii così che avrei dovuto regolarmi in tutt'altro modo, parlando a Eola e confortandola, abbassando le luci in classe eccetera. Invece la povera Eola si era dovuta muovere da sola e pure fare due rampe di scale, con la vista che si abbassava e il braccio che andava desensibilizzandosi. A ripensarci mi vengono i brividi.
Ecco, in circostanze normali avrebbe avuto almeno qualcuno accanto a sostenerla e confortarla.
La mattina dopo feci un breve sermoncino spiegando che gli attacchi di panico erano una cosa molto spiacevole e che potevano capitare a tutti in qualsiasi momento, e la prima cosa da fare quando qualcuno vicino a noi ne veniva afflitto era, appunto, non farsi prendere dal panico a nostra volta e cercare di confortarlo ma senza farlo muovere finché non si era calmato, abbassare le luci eccetera. Insomma, come per qualsiasi malanno, la prima regola era non peggiorare la situazione: primum, non nocere. Glielo scrissi anche alla lavagna.
Da allora la Prima Sfigata, che tra poco diventerà la Terza Sfigata, ha fatto serenamente il suo miglio e attacchi di panico non ce ne sono più stati. Tuttavia in cuor mio mi domando: la crisi di Eola sarebbe stata così forte se non fossimo stati in tempo di pandemia? Di sicuro, se non fossimo stati in tempo di pandemia e di distanziamento, sarebbe stata gestita molto meglio da tutti noi, e in particolar modo dalle custodi, che nel loro lungo servizio han visto di tutto e di più e molto probabilmente avrebbero capito ben prima cosa stava succedendo, almeno a grandi linee.

* "diventare signorina" è ormai espressione quasi antiquaria, ma qualche decennio fa era il modo con cui tra persone educate si indicava che una ragazza aveva avuto la prima mestruazione.

mercoledì 2 agosto 2023

La nuova, innovativissima didattica DADA - Considerazioni dopo il primo anno

Agli scolari, nel complesso, la didattica DADA non è dispiaciuta
Il primo anno della nuova, innovativissima didattica DADA è ormai alle spalle, così ho pensato di fare un piccolo bilancio delle mie personali impressioni, elencando aspetti positivi e negativi in ordine di comparsa (nella mia mente) senza preoccuparmi di tenerli separati. Dopotutto, vantaggi e svantaggi si sono presentati insieme.

Primo elemento positivo: il Cambiamento
Per motivi del tutto estranei alla nostra volontà la DADA ha inaugurato il Ritorno alla Normalità dopo la malefica pandemia. Si è innestata dunque in un momento di Cambiamento, ed ha apportato essa stessa a sua volta un notevole elemento di Cambiamento.
Il Cambiamento è cosa buona e giusta in un ambiente statico, tradizionalista e insieme in perenne fermento com'è la scuola. In questo caso il Cambiamento è arrivato dopo tre anni di Scuola-Galera. ovvero esattamente quello che nella scuola moderna tutti dovremmo cercare con tutte le nostre forze di evitare a qualunque costo. E invece, in spregio totale ai più elementari principi di base della moderna didattica, in questi tre anni la principale preoccupazione di tutti noi insegnanti non è stata quella consueta di porgere nel migliore dei modi possibili i contenuti delle varie materie ai nostri amati alunni, bensì quello di svolgere un implacabile ruolo di poliziotti, tenendo il più possibile i poverini buoni, fermi, con la mascherina addosso e soprattutto ben staccati gli uni dagli altri, isolandoli vieppiù dall'umano consorzio al primo vago accenno di malessere, cercando di adattarci alle varie quarantene nostre e loro, insomma isolandoli da quella fratellanza tra coetanei che è sempre stata il fattore più importante della scuola sin da quando la scuola esiste (le prime testimonianze le troviamo nei testi babilonesi ed egiziani). Uno strazio inenarrabile, completamente contro natura per noi e per loro.
Con l'arrivo della Didattica DADA i ragazzi invece sono stati esortati a muoversi, e soprattutto a muoversi in autonomia, senza più guardiani che ne sorvegliavano ogni movimento, recuperando così un po' di quella libertà che ne aveva sempre caratterizzato i movimenti. Ciò ha costituito un piacevole elemento di novità. Insomma, è cominciato un nuovo corso. 
Ci si può muovere, hallelujah! 
Ci si muove in gruppo, hallelujah doppio, carpiato e rinforzato!

Secondo elemento positivo: il cambio dell'ora
che spesso porta con sé una punta di ansia: la classe, si sa, non deve mai essere lasciata scoperta senza sorveglianza, quindi per uscire dovevi aspettare che arrivasse il collega a darti il cambio, e nel frattempo restava forse scoperta quella dove dovevi andare, mentre i colleghi che dovevano sostituirti spesso dovevano percorrere tutta la scuola per raggiungere l'aula dov'eri, poi c'eri tu che dovevi a tua volta percorrere tutta la scuola, e insomma a volte era una procedura lunga anche se tutti facevamo del nostro meglio. Ogni tanto si presentava perfino il caso dello scambio, dove Inglese doveva darti il cambio in 1A e tu dovevi darlo a lui in 1B, e magari le due classi erano pure a piani diversi e aspettare il cambio era del tutto inutile perché nessuno di voi due aveva il dono dell'ubiquità e solo ricorrendo alle custodi si riusciva a fare il cambio senza lasciare scoperta la classe.
Con la DADA fai uscire la classe, che se ne va dove deve andare, e poi restia ad aspettare la classe successiva oppure te ne vai per i fatti tuoi mentre le varie classi vagano per i corridoi e si accalcano intorno agli armadietti. L'insieme, devo dire, è piuttosto rilassante anche se non sempre ordinatissimo e silenzioso - ma chissenefrega. 
Inoltre quei pochi minuti di stacco hanno in sé un valore aggiunto perché aiutano appunto a staccare, ed è una buona cosa sia per noi che per i ragazzi.

Primo elemento negativo: gli armadietti
La scelta degli armadietti, così allegri e colorati, si è rivelata un punto davvero debole. Quelli scelti ahimé si sono rivelati dei veri aggeggi, il cui unico scopo nella vita sembra essere quello di incastrarsi, staccarsi dai cardini, rifiutarsi di aprirsi e di chiudersi e insomma fare tutto tranne che adempiere alla loro funzione di armadietti. 
Dopo averli tanto bramati e desiderati durante l'anno scorso, alla fine gran parte della scolaresca ha deciso di non servirsene oppure li usa, in modo molto contenuto, all'inizio e alla fine della mattinata. Così abbiamo classi che vagano per la scuola cammellandosi dietro zaini, cartelle da disegno e di tecnologia, borsa per ginnastica più eventuale attrezzatura per la piscina e magari anche piumini e giacchetti vari che poi ingombrano le aule. Non è il massimo della comodità per nessuno, e soprattutto per gli alunni. Quindi il primo consiglio che darei al personale di una scuola che decide di passare alla DADA è scegliete con cura gli armadietti e diffidate dei prezzi troppo bassi, e anche degli armadietti che richiedono un lucchetto. Davvero non è da credersi quanto degli armadietti che chiudono male o non chiudono affatto riescano a complicare la vita.

Terzo elemento positivo: i ragazzi si muovono di più
Sgranchirsi un minimo spostandosi da una classe all'altra e magari anche da un piano all'altro due-tre volte per mattinata per un ragazzo in piena crescita è un piccolo ma consistente aiuto. Farlo sciamando con i compagni è ancora meglio. Meglio ancora sarebbe farlo senza doversi portare la casa dietro, ma insomma si sa che nella vita non si può sempre avere tutto.

Secondo elemento negativo: le campanelle
Da due anni le campanelle suonano più basse del solito, col risultato che nella seconda parte del corridoio, anche a porte aperte, non si sentono proprio. Questo non è colpa della DADA ma del comune di St. Mary Mead, che nonostante i ripetuti avvisi non le ha ancora alzate di volume (o forse non ci è riuscito). Risultato: le classi in fondo al corridoio spesso si muovono in ritardo. Un orologio in ogni aula aiuterebbe a limitare i danni, e infatti c'è - ma buona parte di questi orologi non funziona...
Come per gli armadietti, anche qui si tratta di un lato negativo dovuto a criticità specifiche della scuola, però si rivela con più forza in presenza della didattica DADA che richiede spostamenti di massa in tempi ragionevoli.

Terzo elemento negativo: l'orda dei bufali
Alcune classi sembrano del tutto incapaci di non seminare carte e cartacce e briciole tutto intorno. Talvolta l'insegnante scopre con orrore solo dopo che la classe è uscita che l'aula si è trasformata in una via di mezzo tra un trogolo da maiali e un campo di battaglia, e non di rado la classe che arriva dopo si trova a dover iniziare la lezione prendendo scopa e strofinaccio per fare un po' di pulizia.
La soluzione sarebbe chiamare a pulire la classe che c'era prima, ma per vari e talvolta misteriosi motivi non si riesce a capire che classe c'era prima, oppure tutti giurano che han lasciato una classe impeccabile.
E' stata rispolverata perciò una iniziativa che in anni precedenti aveva dato ottimi frutti, ovvero nominare appositi guardiani che sorvegliassero i compagni e assegnare un punteggio a base di croci e cuoricini a seconda delle circostanze. Con la didattica DADA però il sistema funziona poco e male appunto perché nella stessa aula si avvicendano classi diverse, e in più c'è l'incognita dell'intervallo, che l'insegnante passa in corridoio a fare sorveglianza e in cui dunque non può sorvegliare quel che succede nell'aula - e capita perfino che se una classe durante l'intervallo rimane vuota venga presa d'assalto da qualche gruppo particolarmente amante dello sbriciolamento selvaggio e della scia di cartacce.
Il problema non si presenta di facile soluzione, ma tutti confidiamo che con la dipartita della Terza Capricciosa l'anno prossimo la situazione possa migliorare.

Elemento neutro: le dimenticanze
Succede quando, lasciando un'aula per raggiungerne un'altra, qualcuno dimentica qualcosa. Qualche volta arriva un Raccoglitore Ufficiale che saluta dicendo "Scusate, avete trovato per caso due diari, una penna, una calcolatrice e due libri di letteratura?" per andarsene poi via carico di bottino. Altre volte abbiamo un Volenteroso Postino: "Prof, la 2 C ha dimenticato due giacche, le scarpe da ginnastica e un astuccio. Posso andare a portarglieli?" e va via con la sua carriola di avanzi.
Lo inserisco come elemento neutro perché non crea un gran disturbo ma soprattutto perché è inutile sperare in un mondo perfetto dove nessuno dimentica mai niente. Tuttavia col tempo ci si rende conto che alcuni alunni sono veramente un po' distratti, e vale allora forse la pena di rampognarli nella speranza che comincino a dimenticare solo due o tre giorni alla settimana e magari, col tempo, anche soltanto uno.
Va detto poi che tutto ciò aumenta per gli alunni le possibilità di movimento e non è dunque una cosa negativa di per sé.
Gli insegnati dimenticano mai qualcosa?
Oh sì, e in quantità industriale. Ma questo fa parte del

Quarto elemento negativo (solo per gli insegnanti di Lettere): chi siamo, donde veniamo e soprattutto dove dovremmo andare?
Inglese, Spagnolo, Tecnologia e tante altre materie hanno una loro specifica aula.
Lettere invece ha tentato una soluzione che sin dai primi giorni si è rivelata piuttosto cretina: Lettere si snoda sul corridoio del piano superiore, cinque aule per cinque insegnanti di Lettere. Le aule non sono state assegnate ai singoli insegnanti, bensì alle materie: tre aule per Italiano, una per Storia, una per Geografia. La VicePreside disse "Bene, distribuitevi l'orario in modo da fare Storia nell'aula di Storia eccetera.
La cosa si è rivelata impossibile perché spesso abbiamo due insegnanti di Lettere che fanno Storia nella stessa ora e cose del genere. Il risultato è che l'insegnante cambia aula più volte per ogni mattinata e non ha un posto specifico dove mettere le sue cose, se non nell'armadietto che diventa così la raccolta di materiali vari di tutte le insegnanti di Lettere. In più c'è il grave inconveniente che l'insegnante in questione deve ricordarsi un orario piuttosto complicato e vaga da una classe all'altra non di rado confondendosi, almeno nei primi mesi, e spesso deve andare in altre aule a prendere il materiale dell'attività cominciatra uno o due giorni prima in un'altra aula.
E' stata avanzata la proposta di assegnare la singola aula al singolo insegnante, e questa proposta mi piace molto perché fin dall'inizio speravo di personalizzarmi l'aula a piacer mio. Vedremo se l'idea va in porto.
Tutto ciò toglierà un po' di senso alle citazioni scritte alle pareti, ma buona parte di quelle citazioni non mi avevano mai convinto molto, e dunque me ne farò una ragione.

Quinto elemento (parzialmente) negativo: "Tenete sempre la destra quando vi muovete!"
La regola, in apparenza assai facile da seguire, ha lo scopo di impedire che le classi si aggroviglino ed ostacolino tra loro. In realtà è stato un aspetto che ho molto curato, tanto che il mio rituale grido "Tenete la destra!" è diventato famoso in tutta la scuola. Tuttavia, grida oggi e grida domani, nel corso dell'anno le mie classi si sono abituate a procedere sulla destra senza invadere corridoi e scale bensì formando una colonna decorosamente ordinata. Temo però di non poter dire altrettanto delle altre classi. Tuttavia sono molto fiduciosa sul fatto che il progressivo ritorno alla normalità restituirà col tempo una certa abitudine ai gruppi di muoversi con criterio invece di dilagare come acqua fuoriuscita dagli argini.

Terzo elemento positivo: la Mostra del Libro
Non so spiegarmi bene i motivi, sta di fatto che quest'anno la Mostra del Libro è filata molto più facilmente del solito e soprattutto me la sono potuta fare da sola senza disturbare nessuno; probabilmente questo dipende soprattutto dall'orario con le ore accoppiate, ma insomma tutto ha funzionato bene senza che dovessi chiedere aiuto o sostituzioni a nessuno salvo un paio di intervalli alla collega di sostegno che è in classe con me.

Quarto elemento positivo: gli intervalli in cortile
Questo non è un frutto della DADA bensì della pandemia. Per noi di Lettere è particolarmente fruttuoso perché per portare le classi in cortile dobbiamo fare un sacco di scale (che migliora la nostra circolazione e la nostra tenuta fisica in generale) e permette agli alunni di muoversi. A ciò si aggiungono varie gite nell'aula dell'Agorà, che è nel sotterraneo ma sbocca sul cortile. Insomma scale, scale e ancora scale. 

Anche se ho elencato cinque elementi negativi contro quattro positivi sono convinta che gli aspetti positivi prevalgano perché più importanti, mentre i cinque negativi possono facilmente essere migliorati - salvo gli armadietti, che ormai ci sono e ce li dobbiamo ciucciare così.
Nel caso che qualcuno si stia chiedendo se la didattica DADA consiste solo negli spostamenti, non posso che rispondere che sì, dal momento che le aule sono ancora strutturate nel modo consueto, file di alunni che guardano verso l'insegnante che sta in cattedra o al massimo gira tra i banchi cercando, non sempre con successo, di non inciampare in zaini e cartelline varie.
Corre voce che la DADA sia soprattutto laboratoriale ma nessuno ci ha dato particolari spiegazioni in merito, e d'altra parte a St. Mary Mead abbiamo gran copia di laboratori e cerchiamo di fare lezioni abbastanza variegate. Così, a tastoni, perché ripeto che nessuno ci ha spiegato niente in proposito.

venerdì 28 luglio 2023

La divina commedia - Go Nagai


Verso Novembre, quando stavamo ancora vagando per la selva oscura con risultati tutt'altro che commendevoli, Odisseo arrivò una mattina recando seco un enorme tomo. Quando entrai in classe lo vidi in mezzo a un capannello che sfogliava il tomo con grande interesse.
"Prof, ho comprato la versione manga della Commedia" mi annunciò trionfante.
I miei occhi diventarono grandi come tazze da tè.
"Una versione manga della Commedia?" chiesi interdetta.  Ed ero interdetta, sia perché non avevo mai sentito nemmeno vagamente dire che esistesse una roba del genere, con tutte le pagine specializzate che seguivo, sia perché trovavo sbalorditivo che a un qualsivoglia mangaka fosse mai venuto in mente di disegnare la Commedia. D'accordo, Dante è abbastanza famoso anche all'estero, ma insomma era una roba davvero molto occidentale.
Quando poi Odisseo mi spiegò che l'autore era Go Nagai miei occhi diventarono grandi come ruote da mulino.
Nagai da noi è decisamente famoso: dai suoi manga sono state tirate fuori le grandi serie della prima invasione dei cartoni animati giapponesi, ovvero Mazinga, il Grande Mazinga, Jeeg e Goldrake. Ma pur essendo universalmente molto apprezzato (non da me: lo trovavo troppo scuro nel tratto, e infatti di lui non ho niente in casa. Ma credo che presto rimedierò appunto con la sua Divina Commedia) non ce lo vedevo a entusiasmarsi per...
Evidentemente sbagliavo.
Faticosamente presi l'enorme (e pesantissimo) tomo e lo sfogliai. 
"C'è dentro tutta la storia, dall'inizio alla fine" mi spiegò Odisseo.
Ma poi, continuavo a pensare dietro ai miei occhi grandi come ruote da mulino, com'era possibile che non ne avessi mai sentito parlare? C'è stato l'anno di Dante, ci hanno fatto verdi a righe rosa con Dante e ancora Dante e poi Dante, ma forse adesso dovremmo anche parlare un po' di Dante. Avevano ristampato Dante in tutti i modi, possibile che non mi fosse giunta nemmeno una vaga voce...
Evidentemente era possibile. 
Lo sfogliai distrattamente, mi informai sul prezzo (30 euro, praticamente un regalo) e stabilii che quella roba doveva arrivare al più presto nella biblioteca di scuola.
Senza il prezioso apporto di Odisseo avrei continuato a non sapere niente della versione della Commedia di Nagai, perché la pregiata libreria che organizza la Mostra del Libro non ci pensò nemmeno a portarlo. Glielo chiesi io. Con mio disappunto non se lo filò nessuno nei giorni della Mostra, ma lo misi comunque da parte tra gli omaggi e ancor prima di catalogarlo me lo portai a casa per leggerlo con cura. Quella che segue è la presentazione del pesantissimo libro. Un vero mattone, garantisco (ma ben rilegato). 

A un certo punto della sua vita Go Nagai incrociò la Divina Commedia illustrata da Gustave Doré. Come già tanti prima di lui ne rimase molto affascinato, e ne trasse spunto per un paio di opere: prima Mao Dante*, poi Devilman, entrambe degli inizi degli anni 70.
Ma venne il giorno, più di vent'anni dopo, in cui decise di disegnare proprio la Divina Commedia, quella dove un tal Dante si ritrovò vincitore di un viaggio premio nei i tre regni dell'aldilà. All'apparenza l'argomento era piuttosto estraneo alle storie dove grandi robot combattevano contro invasori dal passato e dal presente - ma chi ha frequentato anche solo la regina Himika e il suo successore, l'Imperatore delle Tenebre, sa che Nagai si è sempre occupato volentieri di demoni più o meno perversi e sempre da un punto di vista piuttosto partecipe. Ebbene sì, i demoni gli piacciono, e li disegna molto volentieri (in modo davvero efficace, tra l'altro).
La Commedia è un testo molto particolare e, verrebbe da pensare**, poco esportabile: una roba terribilmente cristiana, secondo una religione che si basa su un impianto completamente diverso dalle religioni orientali. Tuttavia Nagai decise di disegnarla e, senza una particolare preparazione teologica e con nozioni relativamente scarse sul medioevo italiano decise di raccontare quella storia, proprio quella.
Ne è venuto fuori un racconto che forse Dante avrebbe seguito con una certa sorpresa, ma nemmeno tanto. Strano ma vero, i concetti base ci sono. Quasi tutti. Magari un po' rielaborati, alla luce di una personalità davvero differente.
Sul piano grafico Dante (intendo proprio il personaggio di Dante) non è molto sorprendente: si sa che a un certo punto qualcuno fece un ritratto di Dante e a quel ritratto Dante si trovò inchiodato per l'eternità.
Questo a sinistra è il ritratto più famoso, di Botticelli (1495) e deriva in parte da un altro ritratto fatto per il Duomo di Firenze da Domenico di Michelino (1465):

 

Da sempre e per sempre Dante per noi è così: perennemente vestito di rosso, col cappuccio,  una ghirlanda di alloro in testa e l'aria fra l'irritato e lo scocciato. Che viene da domandarsi: ma sul serio andava in giro con una ghirlanda di alloro in testa? Davvero non gli capitava mai di portare vestiti di un altro colore? Non sorrideva mai? Proprio mai? E sempre il cappuccio, sempre, sempre, sempre?
D'altra parte dobbiamo pure ammettere che vedere raffigurato Dante con i capelli al vento e con un sorriso smagliante ci lascerebbe tutti un po' traumatizzati. E così Go Nagai - che del resto non è uso a raffigurare personaggi sorridenti, con l'aria allegra e vestiti pastello - ci offre un Dante perfettamente intonato alla nostra immaginazione. Lo fa più giovane, però, con lo sguardo molto intenso e, spesso, con l'espressione sconvolta (considerando quel che vede, ci può  stare). Del resto, anche Doré lo disegnava così, e dalle immagini di Doré Nagai prende diverse tavole. Belle scure, come piace a lui, con tonnellate di linee cinetiche e molte ombre. Insomma, col suo stile.
La prima cosa che mi ha colpito però è stato il panorama di Firenze, con una bella cupola di Brunelleschi ben stagliata sullo sfondo.
La cupola del Brunelleschi Dante non l'ha mai vista, perché è arrivata diverse generazioni dopo di lui. Probabilmente Nagai ha preso il panorama di Firenze dal secondo ritratto - che sta appunto dentro il Duomo, quello della cupola, e dunque è relativamente normale che uno dei più tipici simboli di Firenze venga citato, a costo di confondere un po' le date.
La cupola di Firenze con Dante che la guarda, lo confesso, mi ha divertito molto; che un giapponese non si sia preoccupato di documentarsi più di tanto in proposito mi sembra comunque più che scusabile.

La Divina Commedia di Nagai è un tomo enorme, spesso cinque centimetri e con diverse centinaia di pagine, 24x17 cm. Non un tascabile di quelli che puoi farti scivolare in borsetta per leggerlo in treno. Mi farebbe piacere anche dire quante sono le pagine, ma per saperlo dovrei contarle una per una: perché in tutto il libro e nemmeno nell'indice c'è un numero che sia uno***. Dallo spessore però garantisco che l'Inferno occupa più di due terzi, il Purgatorio prende a malapena un sesto e per il Paradiso restano gli spiccioli. Che Nagai traesse assai maggiore ispirazione dall'Inferno non mi sorprende, anzi avrei trovato strano il contrario. D'altra parte, per quanto Dante avesse costruito tre cantiche del tutto simmetriche e di lunghezza praticamente identica, nell'immaginario collettivo la Commedia è soprattutto l'Inferno: è più facile da seguire, ci sono un sacco di effetti speciali e il quadro è molto più animato. Io, che di natura non amo molto né le storie di avventura né le tinte fosche preferisco di gran lunga il Purgatorio e mi compiaccio molto delle cascate di luce che adornano il Paradiso, anche se non di rado mi accascio durante certe raffinate disquisizioni teologiche che riesco a seguire solo fino a un certo punto.
Ci sono poi delle differenze. Prima di tutto Beatrice - la più deliziosa e simpatica Beatrice che abbia mai visto. Nagai, dopo che Virgilio l'ha nominata spiegando perché è venuto ad aiutare Dante, parla di lei e spiega al lettore chi è - in pratica riassume la Vita Nova. Non solo, riesce anche a spiegare molto bene l'essenza della storia d'amore tra i due, che è decisamente particolare. Come ho detto, Beatrice è simpatica e gentile: quando ritrova Dante nel paradiso terrestre non gli fa una drammatica piazzata come avviene alla fine del Purgatorio, gli sorride. E sorride anche Dante. Ebbene sì, abbiamo anche delle immagini dove Dante sorride di gioia. Secondo me vale la pena di comprare il volume anche solo per quello.

Provo adesso a scendere più nel dettaglio.
Prima di tutto una nota di demerito: c'è sì un indice. Senza il numero delle pagine, e vabbé, tanto le pagine non sono comunque numerate - che non mi sembra poi questa bella cosa.
Ma non c'è un indice dei nomi. Come nel poema, Dante si ferma ogni tanto a parlare con qualche anima. Alcune sono famose di per sé, altre, come Pier delle Vigne, sono famose principalmente perché Dante ne ha parlato - anche se ne ha parlato perché ai suoi tempi erano molto famose. Perché il lettore non deve avere una lista dei nomi, e magari anche dei personaggi che ci sono e parlano ma il cui nome è stato tralasciato perché tanto ai giapponesi, o almeno a Nagai, non interessava dirlo? Alcune anime sono anonime ma un nome nel poema lo avevano. Altre hanno nome, cognome e magari l'autore ne racconta qualcosa, ma dove sono? E naturalmente non ci sono solo le anime, ci sono diavoli, spiriti malvagi e pure spiriti buoni, e ci sono i luoghi: Cocito, Stige, paradiso terrestre. Uno vede subito che non c'è Bertran de Born e non perde tempo a cercarlo. Manca un sacco di gente ed è normale, altrimenti il volume di pagine avrebbe dovuto averne tremila e forse Nagai starebbe ancora lì a disegnare per finirlo.
Non viene sforbiciata alcuna delle minuziose classificazioni in cui tanto Dante si diletta, e questo in parte spiega perché l'inferno, che è pieno di gironi, cerchi, sottogironi, bolge e non so che altro prende tanto più spazio. No, un momento: nel paradiso vengono indicati solo i cieli, con un vago accenno alla rosa mistica (che però non viene mai nominata), e della Madonna non si fa cenno. Nemmeno di Gesù, ora che ci penso. Il futuro esilio viene gratificato di un solo, piccolo accenno, laddove nel testo originale ogni cinquanta versi Dante trova qualcuno che glielo predice. La parte politica è completamente cassata, come buona parte delle, ehm, spiegazioni scientifiche. E anche le parti dove si parla della redenzione. E', come dire, un aspetto del tutto secondario della questione su cui Nagai non ha ritenuto indispensabile soffermarsi.
In realtà Virgilio dichiara di non sapere cosa succederà dopo il giudizio finale, quando le anime si ricongiungeranno ai loro corpi, ma ritiene probabile che riavere il corpo dovrebbe comunque costituire un miglioramento per loro. In sostanza, l'autore lascia capire (ma non dice esplicitamente) che le pene dell'inferno potrebbero non essere eterne, almeno non con quella intensità.
Virgilio, a proposito, sta nel purgatorio (ma non viene precisato in quale balza del monte) e non nel limbo, che pure esiste e viene rapidamente descritto.
Abbiamo anche una scena aggiunta di tutto punto: quando arrivano da Minosse c'è una donna, molto perbenino, che grida e strepita che c'è stato un errore e che lei non ha mai commesso alcun peccato. Lascio immaginare la reazione di Minosse e la fine che farà la poveretta, ma è una scena davvero efficace, e secondo me a Dante non sarebbe affatto dispiaciuta perché spiega molto bene perché si finisce all'inferno.
Non è l'unico cambiamento: per esempio nel girone dei golosi la pioggia dissolve i corpi e quindi la schifida poltiglia su cui Dante e Virgilio camminano è formata dai corpi dei dannati, che poi riprenderanno forma per continuare a patire - la cosa impressiona abbastanza Dante, e possiamo capirlo.
Ci sono Paolo e Francesca, naturalmente, e la storia è raccontata con molta cura, anche se è saltata la parte letteraria dove i due innamorati leggono. Molto estesa è anche la scena con Brunetto Latini.
Ulisse non parla, anche se Virgilio racconta nei dettagli la storia dell'inganno del cavallo. Il conte Ugolino invece racconta nel dettaglio tutta la sua storia e anche se non racconta esplicitamente di essersi mangiato i figli, si capisce comunque che c'è qualcosa di cui rifiuta di parlare - il tutto è davvero straziante e molto efficace.
Molto forte è anche la scena della città di Dite, avvincente come solo la miglior fantasy sa essere (e io l'ho vista sempre come una scena fantasy, in effetti).
Tra un girone e l'altro Dante e Virgilio parlano molto: del peccato, del peso del peccato, di ciò che porta l'uomo verso il peccato.
Nel purgatorio i due parlano ancora di più, soprattutto del libero arbitrio, del destino dell'uomo, del senso della vita e di tante altre cose molto interessanti, a volte in un modo che mi suona strano - certe discussioni mi suonano un po' diverse da come Dante le ha scritte, ma suonano molto interessanti. Non so se Dante avrebbe sottoscritto tutto, ma certo avrebbe ammesso che non si tratta di discussioni superficiali.
Dante si arrampica su per la montagna, con le sue sette P sulla fronte che via via scompaiono. C'è molta attenzione ai colori, e vengono spiegati con cura sia i colori dei tre gradini della scala che porta all'angelo che incide le P (che indicano la trasmigrazione alchemica dell'anima durante la confessione) sia quelli delle vesti delle fanciulle del paradiso terrestre, mantate nei tre colori di bianco, rosso e verde (che sono le tre virtù teologali, dove la carità, molto correttamente, è tradotta con "amore"). Piuttosto interessante dato che, a parte le due pagine introduttive, il manga è completamente in bianco e nero. Viene descritto molto bene anche il corteo che Dante incrocia e il suo significato.
Con grande dispiacere da parte mia Virgilio non incorona Dante in qualità di anima ormai padrona di sé stessa, ma il mancato addio (Virgilio sparisce senza dir niente) è molto commovente.
Il paradiso, temo, tranne per le parti con Beatrice, è più che altro un compitino ben fatto ma le tavole finali sono davvero belle e probabilmente sono la cosa più gioiosa che Nagai abbia mai disegnato nella sua lunga carriera.

* Mao Dante non è, come qualcuno potrebbe essere portato forse a pensare, la storia di un gatto di nome Dante, bensì una roba assolutamente demoniaca che racconta le vicende di un demone di nome Dante. Altro non so né bramo sapere.
** o almeno a me è sempre venuto da pensare
** a occhio dovrebbero essere tra le ottocento e le novecento

mercoledì 26 luglio 2023

Haeretica - Sulla posizione sociale e contrattuale di Penelope e sui buchi di trama dell'Odissea

John William Gosward Il favorito (1901)
In rete l'immagine è associata a Penelope, non si sa perché.
Però c'è un delizioso gattino rosso, dunque perché no?

Nonostante l'Odissea abbia la fama di un poema ricco di avventure assai varie, due terzi del poema sono dedicati a raccontare di come Ulisse riuscì a liberare casa sua da un paio di centinaia di cavallette umane dette Proci* che mangiavano a sue spese. Nessuno però si preoccupa di spiegarci come sia stato possibile che si fosse creata quella curiosa situazione che sembra sfuggire ad ogni logica.
Partiamo dall'inizio: una mattina Ulisse, con scarso entusiasmo, lasciò la reggia di Itaca con dentro la giovane sposa Penelope, cui era legato da profondo affetto, e un bambino ancora molto piccolo, tal Telemaco. A Itaca vivevano anche i genitori di Ulisse: la madre Anticlea e il padre Laerte.
La partenza di Ulisse creò dunque un vuoto di potere: il bambino era piccolissimo, la madre ci aveva il notevole inconveniente di essere donna e quindi il potere non lo gestiva e Laerte... boh, Laerte era senz'altro stato il re di Itaca a suo tempo, ma forse in un qualche momento, magari in occasione del matrimonio, aveva passato il trono al figlio. Sta di fatto che nell'Iliade, se non ricordo male, il re di Itaca era Ulisse, ma nell'Odissea lo troviamo che si è ritirato a vita privata in un suo podere e non si immischia più nelle vicende di corte.
Passano gli anni, parecchi. Per prendere Troia ce ne vogliono dieci, poi tutti i greci cercano di tornare a casa, con alterne fortune. Per Ulisse il ritorno però si presenta sin dall'inizio piuttosto complicato e, dopo una serie di traversine, si ritrova incastrato dalla ninfa Calipso che se lo tiene per sette anni nonostante lui non apprezzi granché. Quando finalmente gli dei ci mettono una buona parola Ulisse è lontano da casa da circa vent'anni e da tempo è scomparso da tutti i radar, tanto che quando Telemaco va in giro a cercarne notizie trova ottima accoglienza, tutti si profondono in grandi elogi di Ulisse ma non riesce a raccattare una notizia che sia una.
Penelope dunque è presumibilmente vedova e a un certo punto (dopo sedici anni, quindi quattro anni prima del ritorno di Ulisse) la reggia di Itaca viene praticamente invasa da un paio di centinaia di cavallette umane sotto forma di pretendenti - i famosissimi Proci, oggetto di giochi di parole di dubbio gusto da parte di intere generazioni di studenti. 
Penelope non vuol saperne di risposarsi ma non è in condizioni di opporre un netto rifiuto: perché è una donna, perché a Itaca c'è un vuoto di potere, perché... Ad ogni modo i Proci danno per scontato che l'assenso alle nozze debba darlo lei. Ma si dà per scontato che un assenso lo debba dare per forza, perché a Itaca c'è un vuoto di potere.
Ora, il punto è che in teoria a Itaca non c'è nessun vuoto di potere: il piccolo Telemaco che prendeva ancora il latte quando il padre è partito, dopo vent'anni è cresciuto (la stessa Atena lo esorta infatti a darsi una mossa nel primo libro, in uno dei discorsi più confusi di tutta la letteratura greca - e meno male che è la dea della politica e dell'ingegno, oltre che della guerra).
A venti anni perfino secondo la nostra cultura si viene considerati adulti, almeno secondo la legge**: si vota, si è eleggibili per svariate cariche, si svolgono lavori di una certa responsabilità eccetera. Se il padre di mestiere fa il re ed è considerato morto a vent'anni si diventa re, se non è sicuro che il padre sia morto si diventa quantomeno reggenti.
A Itaca però la sovrana è - sarebbe - Penelope: nel suo primo colloquio con lei, quando è ancora travestito da povero mendicante, Ulisse la chiama appunto re e la loda per la fertilità dell'isola e i suoi numerosi armenti. 
Che c'entrano gli armenti col potere reale? C'entrano parecchio, all'epoca il re era anche il garante della fertilità. Ma un re, da sempre, deve fare anche qualcosa oltre a emanare buone vibrazioni, e ci si aspetta che governi. Penelope invece passa le giornate nei suoi appartamenti e quando scende e dice qualcosa alle cavallette il figlio di solito la rimprovera e dice che deve stare nelle sue stanze a badare alle cose da donna.
E lui, a cosa bada?
A lamentarsi dei Proci.
In conclusione a Itaca abbiamo un ex re, un potenziale re perfettamente in grado di prendere il posto del padre e pure una regina, forse vedova e forse no. I capi di stato a disposizione mi sembrano più che sufficienti a garantire un saldo governo all'isola, specie considerando che la madre non mostra in alcun momento un pur minimo desiderio di far le scarpe al figlio.
A proposito: perché la madre dovrebbe risposarsi?
Non per dare un erede alla corona, visto che l'erede c'è già ed ha pure una età accettabile per fargli fare il re.
Non perché desidera sposarsi. Per carità, dopo vent'anni di attesa il desiderio di rifarsi una vita sarebbe più che comprensibile, ma per tutti i 24 libri del poema risulta che Penelope vorrebbe sì un marito, ma solo nel senso che rivorrebbe indietro quello che aveva già.
In tutti i casi è una donna greca, più o meno, e quindi quel che vuole per il suo letto non è generalmente oggetto di interesse per nessuno. La donna greca era sotto tutela perenne, per quel che se ne sa. Per l'appunto però non stiamo parlando di una donna greca del V secolo a.C., dove un pochino almeno conosciamo il sistema legislativo. Stiamo parlando di una donna del XII secolo a.C. (forse, pare, sembrerebbe) di cui viene narrata la storia in un poema forse scritto nel IX secolo a.C. che però potrebbe essere anche l'VIII, sempre a.C. Sulle leggi dell'epoca (o meglio, delle epoche) si sa proprio pochino, e di diritto matrimoniale men che meno, e nemmeno sappiamo se la donna era davvero sempre sotto tutela perenne.
Comunque, le donne sotto tutela perenne erano e sono guidate in generale da un uomo della famiglia: il padre, il marito o il fratello, oppure il figlio.
Del padre di Penelope nell'Odissea si dice soltanto che esiste e gode buona salute. Dei fratelli sappiamo da altre fonti che sono tre, pure loro in buona salute. 
Però la donna greca ai tempi di Omero veniva comprata: il marito pagava cospicua dote e se la portava via. Si suppone che da quel momento fosse roba sua e che padre e fratelli naturali perdessero i diritti su di lei. Forse.
In realtà Atena, nel suo confuso discorso a Telemaco, gli dice che se lui, Telemaco, pensa che la madre dovrebbe riprendere marito, deve rimandarla ai genitori che decideranno la dote e le cercheranno un nuovo marito - che a quel punto non dovrebbe impicciarsi più di tanto della corona di Itaca, si suppone. 
Telemaco vuole che la madre si risposi? Sì e no. Penelope, sempre nel colloquio con Ulisse travestito, gli racconta che a suo tempo avesse chiesto esplicitamente alla madre di non risposarsi, ma che in seguito ha cambiato idea e adesso sarebbe contento che la madre si risposasse, così i Proci si leverebbero dai piedi e la smetterebbero di banchettare a loro spese. Il ragazzo però si dimostra piuttosto sprovveduto se pensa che davvero i Proci se ne andrebbero, una volta che Penelope se ne fosse scelto uno: è chiarissimo che costoro trovano la situazione troppo comoda, e in effetti si sono organizzati molto bene: pranzo e cena a palazzo,  e dopo cena si ritirano con le ancelle per divertirsi un po'. In effetti alle ancelle i Proci piacciono molto di più che a Penelope, e qualcuna ha perfino avviato delle relazioni stabili.

Qualche riga dopo, Atena poi spiega a Telemaco che dovrebbe trovare un marito alla madre, una volta che abbia la certezza che il padre è morto, e questa è l'unica parte del suo discorso che abbia un po' di senso.
I Proci però non vanno a corteggiare Telemaco dicendo "Dai tua madre a me". Vanno da Penelope. Che non vuole sposarsi e li tiene a bada con vari pretesti e con la sua famosa tela. Quindi forse Atena sta farneticando.
A un certo punto del poema Penelope dice che ai suoi tempi chi voleva sposare una donna portava doni alla famiglia e alla donna stessa, per ingraziarsi tutti quanti, e non stava a ingozzarsi a spese della futura sposa. I Proci ammettono che quel che è giusto è giusto e le portano dei doni, ma non per questo smettono di mangiare a palazzo. 
Nessuno troverebbe da ridire se un bravo figlio, desideroso di compiacere la madre che vorrebbe un po' di compagnia dopo aver dormito per diciannove anni in letto vuoto, si impegnasse ad accontentarla. Ma, ripeto, i Proci non vanno a stressare Telemaco, bensì stressano Penelope. Di Telemaco tollerano a mala pena l'esistenza in vita, e anzi all'inizio del poema entrano nell'ordine di idee di levarselo dai piedi, dimostrando con ciò di essere gli unici ad avere almeno un briciolo di buon senso: eliminato il figlio, si tratta solo di forzare Penelope a sposarsi per prendere possesso del regno.
Dunque Telemaco non è considerato l'erede del padre. Forse che a Itaca è mal visto?
Niente affatto. A Itaca tutti si lamentano dei Proci che mangiano a sbafo e tutti garantiscono a Telemaco il loro appoggio. Se c'è una fronda filoprocese, Omero si è dimenticato di farcene cenno. 
In compenso nessun Proco offre a Telemaco una qualche sorella da sposare, che potrebbe essere un buon sistema per impossessarsi del regno di Itaca.
Telemaco potrebbe risolvere la situazione con l'aiuto dei capi di Itaca, che si riuniscono pure in parlamento quando li chiama. Oppure, volendo, potrebbe andare dal padre di Penelope e chiedere un aiutino per liberare il palazzo dalle cavallette umane. Oppure mettersi d'accordo con loro, visto che Penelope assicura, sempre nel solito colloquio con Ulisse travestito, che i suoi di lei genitori la stressano perché si risposi. Oppure lo potrebbe chiedere ad Atena, quando se la trova davanti che gli fa la predica.
Non fa né l'una né l'altra cosa. In effetti non fa nulla se non andare in giro a cercare notizie del padre (che a sua volta è l'unico suggerimento che Atena è stata buona a dargli, pur sapendo benissimo che Ulisse è ancora vivo e addirittura sulla strada del ritorno).
D'accordo, siamo tutti consapevoli che i poemi cosiddetti omerici sono stati fatti con la tecnica del copia&incolla e quindi presentano qua e là un po' di incongruenze, ma secondo me qua si esagera.

* "pretendenti", nelle traduzioni più moderne e letterali - e grazie a queste nuove tradizioni i giochi di parole son finiti come d'incanto

**la mamma che prepara la colazione in tre portate al figlio trentenne non conta: una volta ben coccolato, il figlio esce di casa e va a dirigere aziende, organizzare festival del cinema, elaborare sistemi informatici su scala nazionale eccetera. Le coccole familiari sono una cosa, la posizione nella società è un'altra