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martedì 8 luglio 2014

Quadernetti estivi - Grandiosi Progetti Estivi dei Nostri Politici per la Scuola Italiana (con chiusa sognante e vagamente utopistica)



L'estate avanza, ma a tutt'oggi i nostri più autorevoli opinionisti non hanno ancora prodotto articoli sconsolati sul deplorevole declino della scuola italiana analizzandone con cura cause ed effetti, e di ciò dobbiamo probabilmente essere grati al Semestre Europeo e alla sempre annunciata e non ancora realizzata Riforma Elettorale.

Di scuola si stanno invece occupando i politici, e ciò non sarebbe necessariamente un male se non fosse che di solito quel che viene detto in estate sulla scuola rimane avvolto nelle pieghe del telo da spiaggia. Fa parziale eccezione un intervista di Tremonti a fine Agosto del 2008 che spiegava come lui i giudizi non li capisse e preferisse i voti - e nel giro di pochi giorni i giudizi sparirono e tornarono i voti, per decreto legge. Eravamo comunque a fine Agosto, non ai primi di Luglio.

Detto questo, visto che a tutt'oggi continuo a spulciare e riordinare roba scolastica durante non piccoli ritagli di tempo, abbozzando programmazioni e menate varie e con il rischio concreto, per quest'estate, di non staccare mai veramente dalla scuola (anche una bella fetta delle letture programmate sono legate a tematiche scolastiche) come è successo più di una volta quando passavo dalla classe Seconda alla Terza, ho pensato di dedicare questo post a due interventi politici a tema scolastico. Magari mi farà da esorcismo, chissà.

Il primo intervento è stato il misterioso progetto del sottosegretario Roberto Reggi su cui non sono riuscita a trovare niente di chiaro, e allora in mancanza d'altro rimando qui. Non si capisce bene se è un disegno di legge o che altro - al momento sembra solo una raccolta confusa di buone intenzioni scarsamente traducibili in qualcosa di raziocinante.
Si parla di scuole aperte fino alle 22.00 di sera, di scuole aperte a Luglio, di insegnanti che si vedrebbero raddoppiato l'orario di lavoro, da 18 a 36 ore. Ci sono però alcuni insignificanti dettagli che mi spingono a non prendere tutto per oro colato.
Primo: al momento gli insegnanti sono senza contratto da non so neanche più quanti anni, e lo saranno almeno fino all'anno prossimo. Fin quando non c'è un nuovo contratto non possono aumentarci l'orario di servizio nemmeno di un quarto d'ora. Corollario interessante: finché non c'è un nuovo contratto non possono, ahimé, nemmeno aumentarci lo stipendio di un centesimo bucato. Un nuovo contratto potrebbe prevedere un aumento di orario, ma dovrebbe prevedere anche un aumento di retribuzione - e qui mi sembra che gli estremi (detti anche soldi) per l'una e per l'altra cosa al momento non sussistano.
Secondo: al momento di contare le ore effettive di lavoro non si partirà dalle 18 in cattedra, ma dalle attuali 22-23 legate alla parte di lavoro fuori cattedra attualmente già comprese nel contratto: ricevimento genitori, organi collegiali, scrutini e compilazione registri.
Terzo: per tenere più tempo gli insegnanti a scuola occorre una scuola che sia aperta - non dico fino alle 22.00, non dico nemmeno fino alle 21, ma insomma la scuola va tenuta aperta, riscaldata, con le luci accese e sorvoliamo per carità di patria sul mitico collegamento in rete (argomento sempre più doloroso per chi insegna a St. Mary Mead). Quest'anno alla mia scuola è stato un dramma anche raccattare le ore per i corsi di recupero. Per tenere le scuole aperte anche di pomeriggio (e fino a qualche anno fa erano aperte anche di pomeriggio, il che era decisamente pratico) dovranno allargare il parco custodi, e pagarli. E i comuni dovranno pagare riscaldamento ed energia elettrica. Per carità, tutto può succedere - ma al momento non lo vedo probabilissimo, ecco.
Quarto: se in Italia a Luglio le scuole sono poco frequentate c'è decisamente il suo perché. In attesa di convincere il dio degli agenti atmosferici a regalarci estati con temperature primaverili (che a me sarebbero graditissime) sarà forse il caso di munire le scuole in questione di impianti di condizionamento, o ben poco di positivo verrà cavato da eventuali lezioni ivi tenute - già adesso possono essere assai drammatici anche i giorni di Giugno, e sorvoliamo pietosamente sugli esami delle Medie e su quelli di maturità. 
Anche qui ci vogliono soldi, indipendentemente dall'eventuale mancanza di entusiasmo che potrebbe colpire gli alunni all'idea di stare in aula invece di giocare a pallone sul piazzale o fare lo struscio con amici e amiche (ahimé, i giovani di oggi sono talmente sconsiderati che davvero non ci si può più stupire di niente).
Quinto: le supplenze. Il vero problema delle supplenze è che si svolgono in orario scolastico, quando la maggior parte degli insegnanti se ne sta in cattedra. Non voglio spacciarmi per la reincarnazione della buonanima di Aleksej Stakanov, ma sono sempre stata molto lieta di rimpiazzare le ore dei colleghi ammalati delle mie classi; c'è sempre stato però il piccolo problema che costoro insegnavano spesso in ore in cui io ero già impegnata altrove. Altro discorso è se queste ore le accetto all'inizio dell'anno e rientrano nel mio orario - cosa che già si può fare, fino a sei ore. Nelle mie ore però io posso fare solo Lettere, così come Musica può fare solo Musica, e insomma io queste ore le posso accettare a inizio anno solo se c'è uno spezzone libero di Lettere. 
Quando invece si ammala un insegnante di Lettere durante l'anno, non posso decidere di sostituirlo a meno che le ore in cui costui lavorava non siano ore in cui io sono libera - il che assai raramente accade. Altrimenti va chiamato un supplente abilitato sulla materia - il che è senz'altro dispendioso per la scuola e lo Stato ma, ahimé, inevitabile. A meno di non tenere le classi scoperte a vagare in gruppi più o meno numerosi nelle altre aule dove si fa lezione - che è quel che accade oggi, e non si può dire che gli alunni ne traggano gran giovamento sul piano didattico, anche se occasionalmente la cosa può risultare loro gradita per quel che riguarda la sfera dei rapporti sociali.
Ad ogni modo lo stesso Reggi ha provveduto a, diciamo, correggere il tiro. Considerando che quel che dice nella sua replica ha una certa coloritura di buon senso, e che il presunto "disegno di legge" per quel che ho potuto constatare non è stato esposto sulla stampa con parole da lui dette pirsonalmente di pirsona, è pur possibile che una volta tanto ci sia stato davvero qualche fraintendimento lungo le vie della comunicazione.
Ma, frainteso o meno che sia stato il cittadino Reggi nelle sue esternazioni, resta il fatto che senza un po' di soldi le scuole non potranno restare aperte nel pomeriggio. E al momento soldi all'orizzonte mi sembra che se ne vedano davvero pochini.

Il secondo intervento è quello del deputato Gianluca Vacca (Movimento 5 Stelle) che, in un interrogazione in Commissione Cultura ha affrontato il tema della valutazione:

la valutazione dello studente italiano è espressa, sostanzialmente, con valori numerici a partire dalla scuola primaria. Rispetto a quanto avvenuto in altri paesi europei, il percorso italiano in materia di valutazione dello studente è stato l'opposto in quanto si è passati da un sistema basato sui giudizi, per lo meno nella scuola primaria, ad un sistema numerico. L'efficacia di tale sistema non è in assoluto comprovabile e, dunque, merita di essere messo quantomeno in discussione.

Leggendo gli stralci della sua interrogazione mi sono quasi commossa: non condivido tutto quel che dice, forse non ne condivido nemmeno metà, ma quest'uomo, che pure è un politico, parlava di qualcosa che riguardava la scuola vera. Portava argomenti. Esponeva considerazioni. Qualcosa che andava al di là dei numeri.
Io rispetto profondamente i numeri, e li trovo un invenzione comodissima. E tuttavia vedermi trasformare sotto gli occhi la valutazione di un alunno alla scuola dell'obbligo in una pura questione di contabilità non è un operazione che abbia gradito.
Come ho raccontato più sopra, una mattima dell'Agosto 2008 Tremonti, in un intervista, ha raccontato che lui aveva difficoltà a interpretare i giudizi e si trovava più a suo agio con i numeri, per la scuola, e una settimana dopo i giudizi sono stati abrogati per decreto legge e la scuola dell'obbligo  è stata sommersa da un orda di numeri, a partire dalla prima elementare. Sarà che sono una figlia degli anni '70, ma ritengo che i numeri in prima e seconda elementare, qualche aspetto traumatico effettivamente ce l'abbiano, e tutta 'sta gran fretta di rinchiudere le creaturine nella loro casellina numerica mi ha dato un certo voltastomaco.
Il Gran Ritorno alla Numerologia è stato gestito in modo frettoloso e approssimativo - beh, si trattava in effetti di un governo frettoloso e approssimativo, e corre voce che parecchi dei suoi ministri avessero uno strano rapporto con i numeri della contabilità, tanto che proprio su questioni di contabilità è caduto, quattro anni e qualche spicciolo dopo, non senza una lunga e straziante agonia mentre lo spread saliva e i conti pubblici seguitavano ad andarsene per i fatti loro. 
Comunque i numeri calarono sulla testa di noi insegnanti di elementare e medie da un giorno all'altro e tutti ci trovammo costretti  improvvisarci contabili, con una legislazione scolastica però che era tutta un inno alla valutazione ponderata che lasciava ampi margini di discrezionalità al Consiglio (in effetti gli ampi spazi di discrezionalità il Consiglio ce li ha ancora, basta che trucchi i numeri).
La legislazione sulla valutazione non è stata rifatta, perché tutti avevano cose più importanti cui pensare - ad esempio quante cattedre tagliare e di quante materie - e i numeri sono stati applicati nel modo più banale, superficiale e sciatto che si possa immaginare, accompagnandoli con circolari approssimative e mal scritte che cercavano di conciliare un mondo di numeri miopi con l'altro mondo della legislazione scolastica, quello dei Massimi Sistemi dove gli Alunni vengono Amorevolmente Seguiti nella Formazione della Loro Nobile Personalità e Armoniosamente Inseriti nella Classe, nella Scuola, nel Territorio, nel Mondo, nella Galassia, nel Multiverso.

L'interrogazione di Vacca mi ha per un attimo schiuso il cuore alla speranza che, nelle Alte Sfere della Scuola, possa un giorno affiorare l'intenzione di uscire dall'atmosfera di claustrofobica contabilità per provare a riconciliare i poveri numeri, che non hanno in sé niente di male, con l'idea dello Sviluppo del Cittadino per partorire alfine un sistema di valutazione non eccessivamente miope e che abbia al suo interno un minimo di coerenza oltre a un po' di flessibilità.
(Io, si sa, sono una creatura un po' crepuscolare ma tanto tanto ottimista).

giovedì 3 luglio 2014

Talento de che?



Portato attraverso molte genti e navigando su molte acque, il Premio "Talento Innato" ha infine attraccato nel fiume che scorre a Lungacque, sotto casa mia. Ringrazio la povna per il gradito quanto originale regalo e mi dedico subito alla prima considerazione che, oggettivamente, si impone:
Talento?
Talento Innato??
Ma de che???

A quanto ho capito si tratta di un premio per blogger-scrittori - insomma quelli che fanno racconti, poesie e romanzi.
Io però non sono uno scrittore (anche se come nom de blog ho preso quello di una delle più grandi scrittrici della storia della letteratura),  solo una persona che scrive parecchio e che a un certo punto della sua vita ha cominciato a dedicarsi alla complessa arte di addomesticare alla scrittura chiara e corretta le giovani leve delle nuove generazioni - che è un lavoro delicato, complicato ma anche molto divertente, e in questo lavoro ho anche finito per disvelare un certo talento (tutt'altro che innato!). 
Il fatto di avere un buon rapporto con la scrittura mi ha senza dubbio aiutato, quando sono salita in cattedra - se non altro riesco a trasmettere alle creature che mi sono state assegnate l'impressione che scrivere non è poi questa gran tragedia, e che con un po' di mestiere e di abitudine si arriva a fare senza troppa fatica tutto quello che la vita normale ci richiede in merito. Poi, certo, se vorranno riscrivere Guerra e Pace sarà bene che cerchino maestri più qualificati: sé stessi medesimi, per esempio. Io gli do quella che King chiama "la cassetta degli attrezzi" - la prima, il set di base. Gli accessori se li dovranno comprare uno ad uno.

Cosa scrivo?
Un po' di tutto: diari (da sempre), relazioni di vario tipo (su precisa richiesta e imposizione, e sempre con un fondo di finto malumore), parodie di canzoni e di libretti d'opera, lettere e biglietti di auguri, tracce di temi ed esercizi di grammatica, testi di vario tipo su richiesta;  il mio top è stata una domanda per il servizio civile, quando c'era ancora il servizio militare obbligatorio e l'obiezione di coscienza, e sembra anche che sia stata molto apprezzata - ad ogni modo l'amico che me la chiese scansò il servizio di leva e si dichiarò molto riconoscente per questo.
Da tempo ormai nessuno mi chiede più di scrivergli un tema; questa cosa un po' mi manca, ma in compenso leggo un sacco di temi scritti dagli altri. Certo, nessuno mi impedisce di darmi un tema, svolgerlo e magari alla fine valutarlo anche - ma per ora non l'ho mai fatto.

Tutto questo, col talento, non c'entra un accidente.
La verità è che mi piacevano le sei domande legate al premio.

E dunque: accetto il premio, ringrazio la povna e esibisco doverosamente il logo.
Dovrei anche nominare dieci blogger in cui riconosco la dote del Talento ma sorvolerò con eleganza, anche perché ho le idee tutt'altro che chiare su cosa sia il talento e su come riconoscerlo. Chiunque passi da qui però è ufficialmente autorizzato a raccogliere il testimone nominando chi vuole e rispondendo alle domande.

Ed ecco, appunto, le domande con relative risposte 

1) Quando hai capito di amare la “scrittura”?
Direi verso gli otto anni, quando i radiosi portali dei Componimenti, dei Bigliettini alle Compagne e dei Diari cominciarono a schiudersi davanti a me e quando quel nobile strumento che è la Macchina da Scrivere mi insegnò ad aggirare l'ostacolo di una scrittura manuale che non sempre era... ehm... ordinatissima. Più avanti imparai i piaceri della scelta tra i vari tipi di penne e di carta e soprattutto di quaderni. A scuola si scrive moltissimo, e non solo quando l'insegnante te lo ordina. Poi, una volta tornati a casa, si scrive sul diario quel che è successo a scuola, oppure si scrive ai compagni di scuola...

2) Ti ispiri mai alla tua realtà?
Mi ispiro solo a quella, immagino. La mia realtà però contiene anche le varie realtà che ho imparato a conoscere dall'esterno - chessò, l'antica Roma o l'astronave Enterprise. Il fatto che io sia stata all'occorrenza un generale romano (in pensione) o un drago non toglie che sia stata comunque un generale romano in pensione o un drago à la Murasaki.

3) Se potessi partecipare e vincere una competizione letteraria o fotografica importante, quale sarebbe?
Sarei molto compiaciuta e lusingata di vincere il premio Hugo (intitolato a Hugo Gernsback, non a Victor Hugo) perché tutte le volte che ho letto un racconto o un romanzo che ha vinto quel premio l'ho sempre trovato molto valido, ed è dunque un premio letterario in cui ripongo grande fiducia come lettrice.

4)In cambio di una ingente somma di denaro, riusciresti a realizzare qualcosa lontanissima dalle tue corde?
Se mi offrissero una ingente somma di denaro per realizzare qualcosa lontanissimo dalle mie corde ci proverei senz'altro. Il fatto che in partenza sia qualcosa di lontanissimo dalle mie corde non mi preoccuperebbe molto, perché ho quel tipo di personalità che riesce comunque a lasciare la sua impronta in quel che fa o a lasciarsene assorbire (che è più o meno la stessa cosa) e insomma, credo che dopo un po' che ci lavoro entrerebbe nelle mie corde, da diritto o da rovescio.
Quanto a riuscire a realizzarne qualcosa di almeno vagamente sensato e leggibile... ecco, qui penso che ci sarebbero delle difficoltà. Molte difficoltà.

5)Ami sperimentare?
Assolutissimamente no, NO, cento volte NO! Odio sperimentare, con tutte le mie forze. Se volete farmi sperimentare qualcosa dovete mettermi all'angolo e puntarmi il coltello alla gola. A quel punto, in totale assenza di qualsiasi via di fuga, se proprio non c'è altra scelta, accetto di sperimentare. Molto a malincuore.
A scuola queste circostanze si verificano circa due volte a settimana, ahimé. 
Le uniche cose che sarei disposta a sperimentare senza costrizioni sono i diversi tipi di materasso e ogni tipo di cibo, purché non vivo. Caso mai alla Eminflex servisse un collaudatore...

6)Offri qualcosa di inedito alle persone che ti seguono e credono nelle tue capacità?
Tutto quel che ho messo in rete è inedito e a disposizione del mondo intero. E anche se non credete alle mie capacità leggete pure, non mi offendo.
(Sì, d'accordo, questa è una domanda per scrittori,  in effetti non aveva molto senso rispondere).

martedì 1 luglio 2014

Manuale del Perfetto Insegnante - Sugli insegnanti che chiacchierano


Una premessa è indispensabile, prima di affrontare sì delicato argomento: non stiamo qui questionando sull'insegnante che, dalla cattedra, parla del più e del meno con la sua classe a fini più o meno strettamente didattici nell'orario di servizio - ad esempio allo scopo di instaurare un clima amichevole con gli alunni, o di introdurre una tematica di attualità: costui o costei stanno solo facendo il loro lavoro. 
Né si intende per "insegnante che chiacchiera" colui o colei che, nelle ore buche, ciarla liberamente con colleghi, custodi o chiunque altro sia a tiro, vuoi dei fatti suoi, vuoi di politica, moda, scienze o qualsivoglia altro soggetto - perché ognuno ha pieno dritto di occupare come più gli piace il suo tempo libero.
Stiamo qui parlando invece di quegli insegnanti che, durante gli organi collegiali o l'esame di stato, indulgono con i colleghi a loquacissime considerazioni sulle più varie tematiche, quasi sempre senza curarsi di moderare il tono della voce e creando con ciò un cospicuo rumore di sottofondo (nonché un altrettanto cospicua irritazione all'alunno sotto esame, alla cui mente torneranno in modo del tutto spontaneo le infinite volte in cui è stato richiamato con la speciosa motivazione che lui, l'alunno, chiacchierava - mentre invece stava solo scambiando a bassa voce col compagno di banco alcune imprescindibili constatazioni che non gli impedivano in alcun modo di seguire il filo della lezione).

Spesso, invero,  una consistente parte del tempo didattico è speso dal docente nel riprendere Tizio e Caio e Sempronio che parlano disinvoltamente dei fatti loro da un capo all'altro della classe ignorando bellamente l'argomento trattato dal docente, con grave nocumento della loro futura preparazione nella materia e grave incomodo della classe tutta, che deve sforzarsi di filtrare la voce dell'insegnante attraverso il chiacchiericcio di fondo; ed è noto come tale deplorevole comportamento, oltre che dannoso sul piano dell'apprendimento didattico, venga sovente interpretato da parte del docente come grave mancanza di rispetto nei suoi confronti e nei confronti del Ruolo Istituzionale da lui ricorperto. Cotale interpretazione dei fatti è però, nella maggior parte dei casi, destituita di ogni fondamento, in quanto l'allievo in quelle circostanze è solitamente ignaro di creare disturbo - talvolta, in verità, sembra ignaro anche della presenza del docente in cattedra, ed è dunque vieppiù improbabile che ponga tra i suoi scopi primari quello di mancare di riguardo a qualcuno della cui esistenza in vita si è semplicemente scordato.

Per gli adulti, naturalmente, è diverso. 
Costoro, gli adulti, sono sempre consapevoli di quel che fanno e delle persone che hanno intorno, e con gli anni e l'esperienza hanno imparato a dominare e gestire i loro istinti e soprattutto il loro comportamento. Non saranno certo degli adulti, quelli che chiacchierano a vento in vela del tutto ignari di quanto avviene intorno a loro. Giusto?
E dunque:quali mai docenti potrebbero, trovandosi in gruppo o in assemblea o addirittura in sede d'esame, mancare sì gravemente di riguardo verso i colleghi, il Dirigente Scolastico o addirittura i propri alunni e sprofondare nel vizio della Chiacchiera Incurante?

Risposta: tutti.
(Con l'unica eccezione di te che stai leggendo, naturalmente).

Qualsiasi insegnante lo confermerà: i Consigli di Classe somigliano spesso ad un meeting di oche intente a squaqquaraqquare variamente, i Collegi Docenti paiono assai simili ad un adunata pre-migratoria di anatre, in quella rumorosissima fase ante decollo in cui viene deciso l'ordine della formazione di volo; e quanto agli esami... ahimé, gli esami, che dire degli esami?
Ma no, nessuno ci obbliga a parlare degli esami. E dunque non ne parleremo. Si sa che qualsiasi docente, quando si stanno svolgendo gli esami, siede sempre composto e in dignitoso silenzio, e ancor più naturalmente lo farà il Presidente della Commissione d'Esame. Potranno forse talvolta esserci deplorevoli eccezioni, ma nessuno ci obbliga a parlarne e dunque non ne parleremo.

Tuttavia qualsiasi insegnante ammetterà apertamente che esiste un problema con i meeting di oche e i raduni di anatre, e in occasione dei suddetti meeting e raduni di volatili spesso gran parte dei docenti di cui sopra si duole di cotal comportamento da parte dei suoi colleghi, non cessando né di ammonirli a fare silenzio né di deplorare ad alta voce il fatto che dei rispettabili insegnanti siano del tutto incapaci di sedere a  congresso in silenzio - davvero peggio che i bambini piccini.

Le teorie tese a spiegare sì curioso fenomeno abbondano: v'è chi sostiene che nel fondo del cuore di ogni docente dorma tuttora un fanciullino di pascoliana memoria, ovvero un ragazzino sempre pronto a chiacchierare con il compagno di banco, in particolar modo quando il numero e la disposizione dei presenti gli garantisce un certo anonimato; altri reputano invece che il docente sia talmente uso a non essere ascoltato dagli alunni da essersi col tempo convinto di non avere in alcun modo un timbro di voce tale da creare disturbo; secondo alcuni, infine, la gran parte dei docenti perde sin dai primi anni di insegnamento l'abitudine all'ascolto e dunque non fa gran caso al fatto che altri stanno parlando in modo pertinente all'argomento della riunione. A tal proposito è stato anzi spesso notato come i docenti più giovani e dotati di minor pratica di insegnamento sono anche quelli che più facilmente tendono a tacere quando gli altri parlano in queste riunioni, e talvolta sembrano addirittura ascoltare coloro che stanno parlando dal banco centrale (che facciano bene o male operando in tal senso, resta da vedere).

Fondate o meno che siano queste teorie, resta indubbio che ogni insegnante, in cattedra o fuori, mostri una fortissima tendenza a zittire anche in malo modo chi intorno a lui sta chiacchierando - da qui i ripetuti inviti rivolti ai colleghi perché facciano infine silenzio, inviti che sortiscono usualmente l'unico scopo di indispettire chi stava parlando e trova assai deplorevole essere ammonito in siffatto modo, quasi fosse un ragazzetto importuno e non un adulto in grado di discernere quando parlare e quando tacere, e di stressare quella ridotta fetta di persone rimasta in silenzio non già perché non avesse nulla di pertinente da dire sull'argomento della riunione, ma solo perché i residui di un educazione di stampo antiquato lo portano a non parlare se non quando arriva il suo turno, in base alle regole che vincolano l'assemblea.

Ma qual è infine la tecnica in grado di tenere zitta un assemblea o gruppo di anatre starnazzanti insegnanti? 
La stessa, in verità, che regola tutte le assemblee o gruppi di discussione del mondo, di qualsivoglia categoria od ordine professionale, ovvero quella basata sulla pratica individuale in cui ogni partecipante all'assemblea si preoccupa di mantenere zitta una e soltanto una persona, ovvero sé stesso, e segue con pazienza gli interventi degli altri presenti, che senza dubbio non racchiudono in sé nemmeno un quarto dell'intelligenza e della logica che promana da ciascuno dei suoi interventi, ma che infine sono pronunciati da persone che hanno pur diritto a parlare all'interno dell'assemblea visto che ne fanno parte a tutti gli effetti. Qualora i componenti del gruppo o dell'assemblea non decidano di attenersi a questa regola, tale regola non è applicabile dall'esterno se non con l'utilizzo di armi da fuoco di grosso calidro, o almeno di un randello nocchieruto ben maneggiato da mani esperte.

(Per quel che riguarda l'indecoroso comportamento degli alunni, sempre tesi ad una perenne e invasiva chiacchiera, ebbene, è risaputo che i giovani d'oggi sono indisciplinati e non più abituati, per colpa di genitori troppo amichevoli, a mostrare il dovuto rispetto verso chi sta sopra di loro nella scala gerarchica. E' giusto quindi, da parte dei docenti rimproverarli aspramente e sanzionarli anche ripetutamente per tale loro sconsiderato e irrispettoso atteggiamento).

venerdì 27 giugno 2014

Vango - Thimotée de Fombelle




Ho sentito parlare di Vango per la prima volta in un Venerdì del Libro dell'anno scorso, da Le librerie invisibili. Me lo appuntai ma poi persi il taccuino delle segnalazioni del Venerdì. Lo rincrociai per caso alla Mostra del Libro della mia scuola (Vango, non il taccuino) lo ponderai, lo esaminai...

Ala fine mi diedi una mossa e lo ordinai in biblioteca, procurandomi così più di ottocento pagine di ottima lettura divise in due volumi. Il primo ha come sottotitolo Tra cielo e terra, il secondo Un principe senza regno. Ufficialmente il libro rientra nel filone della letteratura per Giovani Adulti, ma si può leggere con gran piacere anche da adulti, nel corso della mezza età e pure durante la vecchiaia - insomma, dai 14 in su.


Non è letteratura fantasy né fantastica né favolistica, anche se al suo interno quest'opera racchiude più di un prodigio.
Il primo e il più vistoso è che, nel corso delle ottocento e passa pagine, nessuno dei molti protagonisti si spiaccichi come una frittella cadendo da quote più che considerevoli. Il titolo del primo volume non è messo lì tanto per fare e buona parte delle numerose avventure ivi narrate si svolge sui tetti, sulle impalcature di costruzioni di grattacieli, su dirigibile, su aerei... ma nessuno cade mai. E sì che qualche volta ci vanno davvero vicino.
Il secondo prodigio è che le copertine delle edizioni internazionali di questi volumi sono belle. Tutte. Compresa l'edizione italiana - e questo, da noi, in un libro per ragazzi si vede davvero raramente. Inoltre, prodigio ancora maggiore, tali copertine sono del tutto pertinenti alle vicende narrate nei libri. Onore alla San Paolo editore, e speriamo che abbia lanciato una nuova moda.

Il libro prende il nome dal protagonista, Vango, appunto. Forse in francese è un nome accettabile, in tutti i casi nessuno nelle ottocento e passa pagine domanda "Vango come Sarchio, Zappo, Aro e Semino?". Io però me lo sono domandata più di una volta.
Da notare che in teoria il protagonista è pure italiano: Vango Romano. Scopriremo poi che la questione è più complessa. Comunque tutti sembrano trovarlo un nome perfettamente normale, anche se ad un certo punto affiora la speranza che "Vango" sia un diminutivo di "Evangeliste".

La vicenda narrata va dal 1934, quando il protagonista ha diciannove anni, al 1942. C'è anche un breve epilogo post 1945 e numerosi flash back che partono dagli ultimi anni dell'Ottocento. La scena si svolge  in Russia, Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Germania, Italia. E' un romanzo storico e un romanzo d'azione, e senza dubbio è una lunga queste perché tutti sono sempre occupatissimi a cercare qualcosa e soprattutto qualcuno, e di solito questo qualcuno è Vango. Anche Vango cerca sé stesso perché non sa chi è, da dove proviene e soprattutto per qual motivo una quantità inverosimile di gente lo cerca per ammazzarlo, proprio lui che è un bravo ragazzo gentile e troppo occupato a scappare dai suoi inseguitori per rischiare seriamente di dare ombra a qualcuno.
Oltre a molti inseguitori, Vango ha anche diversi amici, tutti fedelissimi e agguerriti. Anche loro, all'occorrenza, lo inseguono - ma solo per aiutarlo; eppure, com'è inevitabile, anche con le migliori intenzioni rischiano più di una volta di metterlo in pericolo, e di sicuro lui mette in pericolo più di una volta loro. 
Insomma, non è un libro dove i protagonisti passano capitoli su capitoli a prendere il tè inanellando discussioni esistenziali. No.

Alla vicenda principale di Vango si intrecciano la dolorosa storia di una spia suo malgrado, di un terribile criminale tanto astuto quanto imprendibile ma implacabilmente cacciato da un testardissimo commissario francese, del proprietario di una ditta di dirigibili antinazista, di un tesoro scomparso,  di una ragazzina ebrea che prende coscienza del dramma di essere ebrea solo quando i nazisti invadono la Francia (successe a molte e a molti, non solo in Francia), amori impossibili che in qualche modo diventano possibilissimi, vendette inseguite per decenni, monasteri invisibili (no, niente incantesimi. Ho già detti che non è un fantasy). E tutto questo, in un modo o nell'altro, finisce per ricollegarsi a Vango, oppure Vango ci si ritrova immerso, che lo voglia o no.

Un pezzo per volta la vicenda finisce per chiarirsi. Il lettore però deve darsi un po' da fare a ricucire gli indizi perché manca volutamente il capitolo "adesso vi raccontiamo l'antefatto dall'inizio alla fine, sedetevi che passa il cameriere con le spremute d'arancia". Esiste, sì, la lettera dove la fedelissima governante di Vango gli racconta della sua nascita e prima infanzia e fuga con tutte le spiegazioni del caso. Questa lettera però viene fatta leggere a Vango ma non al lettore, che deve arrangiarsi da solo a rimettere insieme le tessere: comunque le tessere sono ritagliate con grande abilità e se anche in apparenza qualcosa non viene detta in realtà l'antefatto si segue molto bene.


Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro ottime vacanze (con eventuali lunghi pomeriggi assolati di letture) a tutti quanti.


giovedì 26 giugno 2014

Progetto Lenford, ovvero il Corso di Formazione che credevi di avere scelto

La più bella storia di tutti i tempi sugli stereotipi di genere è senz'altro Ranma 1/2 di Rumiko Takahashi. 
Per una bella sfilarata di luoghi comuni sull'argomento, invece, basta andare qua


Un anno fa la prof.  Therral, all'epoca responsabile della Legalità* mi chiamò per farmi vedere un avviso di progetto della Regione contro il bullismo omofobico.
"Visto che sei interessata a questi temi potresti farlo" mi disse.
Lo guardai e lo riguardai "Per essere interessata lo sono" garantii "Però non capisco di che si tratta".
"Nemmeno io l'ho capito bene" ammise la prof. Therral.
La prof. Therral non è una sciocca, e ha comunque conseguito una laurea in Lettere più  un abilitazione SSIS tramite corso biennale. Quanto a me, non mi ritengo certo fornita di senno sovrabbondante, ma ho anch'io la mia laurea in Lettere e ben due abilitazioni, con la SSIS e con il concorso. Due lauree e tre abilitazioni comunque non ci sono bastate per  venire a capo di quel paio di cartelle scritte in corpo 12. Chi è del ramo sa che la cosa è tutt'altro che insolita, quando si tratta di progetti presentati alla scuola.
Dopo una seconda e una terza rilettura ci convincemmo trattarsi di un corso per docenti "Loro ti formano, e così diventi il punto di riferimento per la scuola se ci sono episodi di bullismo omofobico o se decidiamo di trattare tematiche legate all'omosessualità".
"Perché no?" dissi io. A St. Mary Mead non c'era mai stato l'ombra di un episodio di bullismo omofobico ma mai dire mai, e poi l'argomento mi interessava "Se la Preside lo firma lo faccio volentieri". Sarebbe stato il mio primo corso di formazione, e non c'era dubbio che sull'argomento andassi formata perché ne sapevo ben poco.
La Preside firmò di buon grado e il modulo fu spedito. 
A Settembre poi mi telefonarono per sapere se confermavo la mia adesione. La confermai, e mi dissero che mi avrebbero contattato loro.
Poi l'anno scolastico cominciò e dimenticai il tutto, anche perché nessuno mi chiamò.

Passarono i mesi e la Seconda d'Ogni Grazia Adorna si rivelò improvvisamente d'Ogni Scheletro Ingombra: tra le ragazze si aprirono misteriose fratture, tre di loro formarono un Malefico Trio che era al centro di ogni pettegolezzo del paese e di molte insufficienze, e una mattina la madre di Cuorcontento (che da qualche tempo si mostrava assai poco contento e molto spento) mi spiegò che parte della classe aveva avviato la simpatica abitudine di chiamare "frocio" suo figlio, anche mediante coretti,  e che il ragazzo ne risentiva fortemente.

Un fulmine scoppiato due passi davanti a me mi avrebbe senz'altro fatto meno impressione.
La Seconda d'Ogni Grazia Adorna, nientemeno! La mia classe di bravi bambini, i cigni della scuola, la delizia del genere umano!
Una volta ingoiato il rospo informai i colleghi e avviai una serie di colloqui individuali per capire cosa diavolo stesse succedendo.
I colloqui si rivelarono altrettanto sconvolgenti della traumatica scoperta. Anni prima mi ero ritrovata ad affrontare uno strano racket di merendine, ma era stato tutto più semplice perché era un caso in cui il Torto e la Ragione si potevano facilmente separare con un bel taglio netto e la frattura si era saldata nel giro di poche settimane.
Stavolta la questione era più complessa, era coinvolta una metà della classe e non tutti ammisero il fatto. Alcuni genitori deprecarono l'accanimento crudele dei professori per una sciocchezza simile, mentre altri caddero con doloroso stupore dal pero assicurando che la loro prole, alle elementari, era stata a sua volta oggetto di bullismo e, visto quanto ne aveva sofferto, mai nemmeno nei loro incubi peggiori avrebbero mai immaginato che la creatura avrebbe mai bullato alcun essere vivente**; molti dei bullatori spiegarono che "era uno scherzo e lui non aveva mai detto che la cosa gli dava noia, per cui non pensavano che gli importasse" (in effetti era quasi tutta gente che si conosceva dalla nascita, che uno di loro potesse capire cosa passava per la testa di un altro era del tutto improbabile, certo)... insomma, mi vidi sfilare davanti il più colossale carico di  situazioni da manuale in cui mi sia mai ritrovata in quindici anni di onesto insegnamento, e non avevo la minima idea di come venirne a capo senza fare troppi danni.

Cuorcontento è effettivamente gay? Ecco, fermo restando che sono affari suoi e non deve renderne conto a nessuno, Cuorcontento sembrava ancora in quella fase in cui non ci si pone il problema ("né carne né pesce" lo definì efficacemente Inglese) e ogni tanto mi domandavo, per puro esercizio di masochismo, se una persecuzione del genere è più dolorosa se si è o non si è gay. Probabilmente messa così la questione non ha senso perché il vero problema per lui è stato che chi lo prendeva in giro era suo amico - o meglio, fino a poco prima si era mostrato tale.
La storia si chiuse formalmente con una settimana di intervallo fatto in classe e cinque esclusi dalla gita di fine anno - per noi di St. Mary Mead sono state punizioni davvero esemplari. E, per quel che mi è stato dato vedere, nonostante tutti alla fine si siano scusati, la crisi non è rientrata, e temo che fosse già insanabile quando Cuorcontento ha deciso di parlarne infine con sua madre. Se il Consiglio ha agito bene, male o così-così non saprei dire, eravamo tutti come pulcini nella stoppa e personalmente, a torto o a ragione, l'ho vissuta sin dall'inizio come una cosa senza rimedio: Cuorcontento nella Seconda d'Ogni Scheletro Ingombra non sarebbe stato a suo agio mai più. Ma forse la stessa Seconda d'Ogni Scheletro Ingombra non sarà mai più a suo agio con sé stessa.
Durante i vari colloqui in cui cercavo di sdipanare la matassa avevo colto diverse cose inquietanti. Per esempio alla domanda "Come vi è venuto in mente di chiamarlo così?" la prima risposta delle bulle era stata "Perché sta sempre con le femmine" e la seconda "Perché con lui si può parlare di tutto, come se fosse una ragazza".

Ad un certo punto mi ricordai del magnifico Corso di Formazione dove avrebbero dovuto insegnarmi a gestire cotali spinose situazioni, ripescai il numero di telefono che mi era stato lasciato a Settembre e chiamai. Che ne era del corso?
Venni così a sapere che ero stata dimenticata, ma si mostrarono ansiosi di rimediare e mi diedero un altro numero di telefono che chiamai prontamente.
Scoprii così che mi ero impelagata nientemeno che nel temutissimo Progetto Lenford sugli stereotipi di genere e le discriminazioni, che già tante (e surreali) polemiche aveva scatenato a Lungacque al suo apparire. Per giunta non ne avevo mai parlato ai genitori quando avevo presentato le attività in programmazione, convinta com'ero che si trattasse di un  corso per me. Ed eravamo ormai alla fine dell'anno (quest'anno eravamo a fine anno scolastico già a fine Aprile, tra ponti vari e scadenze elettorali) quando tutti difendono le loro ultime ore di lezione con la spada sguainata.
Che fare?

Si capisce che accettai con profonda riconoscenza quel dono insperato della sorte: ben otto ore con un tecnico esterno a parlare di stereotipi, per quella classe che negli stereotipi ci sguazzava e ci annegava, erano assolutamente irrinunciabili. E, visto che infine anch'io avevo una programmazione da completare, presi il piattino e andai senza ritegno a mendicare in giro, ottenendo due ore da Scienze e una da Musica e garantendomi così almeno di fare un tema, un compito di grammatica e una comprensione del testo di fine anno. Poi raccontai ai ragazzi com'erano andate le cose e dettai un avviso ai genitori sul fatto che a fine anno era comparso all'improvviso un nuovo Progetto Regionale contro la Discriminazione. A St. Mary Mead però le famiglie sono quasi tutte chiesine, ma non palmine - e ottenni quindi senza colpo ferire una bella serie completa di firme sgombre di qualsivoglia commento o perplessità. Del resto ce n'era ben donde, perché il percorso del progetto era calibrato in modo assai ragionevole.

Resta il fatto che l'unico corso di formazione da me volontariamente scelto per quest'anno non me l'hanno fatto, anche perché non era pensato per i docenti bensì per gli alunni - e che se quando presentano un progetto cercassero di farsi un po' capire, secondo me non sarebbe poi questo gran male.

*misteriosa funzione impostaci dalla Nostra Preside il cui senso e scopo non è mai stato chiaro ad alcuno di noi,  ma che riguardava soprattutto organizzazioni di uscite didattiche alla Prefettura e simili. Quest'anno è misericordiosamente scomparsa.
**in realtà il caso è relativamente comune ma per loro, che di figli ne avevano solo uno, non c'era proprio nulla di comune, in quella storia

domenica 22 giugno 2014

E se le corna dell'Invalsi fossero bandiere / sarebbe tutti i giorni festa nazionale...*

Un cornutissimo funzionario Invalsi si accinge (finalmente!) a darsi fuoco

Come ho ripetuto più volte, tutti coloro che lavorano all'Invalsi sono dei grandissimi cornuti; mi ritrovo tuttavia costretta ad ammettere che, fino al tardo pomeriggio del 19 Giugno 2014, nemmeno io ne avevo compreso l'immane vastità di cornutaggine. Ma andiamo a raccontare con ordine la tragica vicenda.

Quest'anno, per la prima volta, avrei corretto e inserito al computer le prove Invalsi dell'esame; e  siccome per svariati anni mi sono onestamente guadagnata il pane facendo la data entry la prospettiva non mi preoccupava più di tanto. Ma avevo torto.

Tutto era cominciato sotto i migliori auspici: le griglie di correzione erano apparse in rete all'ora dichiarata (miracolo!) il collegamento in rete funzionava (altro miracolo!) e, incredibile a dirsi, persino i computer della scuola di St. Mary Mead funzionavano (Miracolo! Miracolo! Miracolo!)
Forti di tutte queste circostanze favorevoli ci siamo tutti accinti prima di tutto... ad una correzione su carta. Lunga e laboriosa.
Infatti le numerose domande delle prove Invalsi sono state  frullate in cinque combinazioni differenti, al nobile scopo di impedire che gli alunni copino. Dunque, se ci sono cinque modalità di combinazione per ognuna delle due prove ci saranno anche cinque griglie di correzione diverse, per un totale di dieci griglie di correzione ognuna di cinque fogli l'una. 
In base a queste griglie l'insegnante deve svolgere diverse operazioni e cioè:
- verificare se le risposte chiuse sono giuste o no
- verificare se le risposte nelle varie sequenze "vero/falso" sono giuste o no, e poi contare quelle giuste, perché in qualche caso la risposta è considerata valida se sono giuste tutte le componenti della sequenza, in altre basta una percentuale - ad esempio cinque risposte giuste su sette, oppure quattro su cinque. Quindi si deve contare, e solo alla fine della conta possiamo mettere "sì" oppure "no" accanto alla domanda
- verificare se le risposte aperte sono giuste
- verificare se le risposte molto aperte (quelle con quattro righe dove scrivere, per intendersi) rientrano nella casistica che l'Invalsi ritiene valida, e qualche volta è affare complesso che ha richiesto al cornutissimo istituto più di mezza pagina: "se viene indicato questo la risposta è valida, ma anche se non viene indicato ma nel testo libero viene indicato un motivo che rientri nel seguente gruppo...". Due palle abbastanza notevoli, va detto.

Dopo un paio d'ore di lavoro certosino arriva finalmente il momento di inserire i dati, e una volta entrati nella maschera dell'Invalsi si fanno un buon numero di interessanti scoperte.
Prima di tutto: da qualche parte nella Grande Busta con cui sono arrivate le prove su carta c'è un Codice. Cerca la busta, ritrova la busta, ritrova la confezione di cellophane che sigillava il pacco, ecco, qua c'è il codice, ora te lo detto.
A quel punto, dopo vari codici di conferma, entriamo nella scuola e nella classe che ci siamo presi a carico. E andiamo a cominciare con la prima allieva, che è Brunilde di Turingia.
Brunilde è identificata da ben due codici di diversa tipologia: il primo è una domanda, da selezionarsi in un gruppo di ben cinque domande, che identifica l'appartenenza di Brunilde a uno dei cinque gruppi anti-copia. Solo se la domanda selezionata è giusta il programma accetta benignamente di inserire il codice individuale di Brunilde e apre la schermata con i suoi dati.
A questo punto dobbiamo ancora precisare se Brunilde è dislessica, se ha avuto del tempo aggiuntivo per la prova, se è certificata, se ha fatto una prova differenziata. In teoria la prima e la terza cosa il programma dovrebbe saperlo - se Brunilde fosse certificata lo Stato pagherebbe un insegnante di sostegno per lei, e la cosa dovrebbe pur risultare in qualche banca dati da fornire all'Invalsi; e se è dislessica e non è stata dichiarata tale dalla ASL giusto dieci giorni fa, ecco, anche quello dovrebbe risultare da qualche parte.
Ma poi arriva il meglio:
Brunilde è stata ammessa all'esame?
Ma no, certo che non è stata ammessa: le abbiamo fatto la prova Invalsi dell'esame per puro sadismo - e lei, d'altro canto, si è alzata alle prime luci dell'alba ed è venuta a fare una prova che non la riguardava affatto per puro masochismo.
Ma non basta:
Con che voto è stata ammessa Brunilde?
(Che ve ne frega? Ah, giusto: forse vogliono vedere se c'è rispondenza tra il voto di ammissione e quello delle prove. In effetti non sempre c'è, ed è un dato interessante da rilevare. Ma, scusate, non abbiamo fatto gli scrutini elettronici? Col celebre programma Argo, suggerito dal MIUR? Perché non glielo chiedono ad Argo, il voto di ammissione di Brunilde? A che cazzo serve informatizzare la scuola se poi stiamo lì a riscrivere all'infinito gli stessi dati come ai tempi dei dieci comandamenti, quando per scrivere c'erano solo pietra e scalpello?)
E che voto aveva Brunilde a italiano scritto e che voto a italiano orale?
(Scritto? Orale? Sono secoli che il voto della materia è soltanto uno, senza né scritto né orale. Comunque quel voto lo decide il programma dell'Invalsi, non so con quali criteri)
Brunilde ha svolto il tema?
Beh, fate voi, oggi è il 19 Giugno, gli orali li dovremo pur fare, prima o poi. Sì, ebbene sì, gli scritti li abbiamo già fatti. Anche quello di italiano. E li abbiamo pure corretti, visto che già sapevamo che oggi ci sarebbe stato da impazzire con la Prova Invalsi).

A questo punto il programma, ormai placato, ci autorizza a infilare finalmente le risposte di Brunilde.
Sorpresa! Due terzi del lavoro fatto su carta sono perfettamente inutili.
Il programma chiede di mettere la lettera alle risposte chiuse, poi le valuterà lui. E chiede di dirci le sequenze vero-falso, poi deciderà lui se e come valutarle. E allora perché ci mandano a dire che percentuale di risposte esatte deve avere l'alunno per considerare positiva la risposta?
Ma è chiaro che a quel punto nessuna di noi ha più voglia di farsi domande. La Spini detta e io scrivo, mentre la Ghirlandai si occupa di altre cose.
Già alla terza prova inserita la routine è avviata e l'inserimento va veloce. Fin quando...

In classe abbiamo due dislessici che, sì come vuole la legge, han fatto la prova con orari diversi e in una stanza separata. Le loro prove sono rimaste in fondo al pacco e, per qualche misterioso motivo, nessuna di noi le ha corrette.
"Andiamo avanti" stabiliamo concordi io e la Spini senza nemmeno pensarci su, passando i quattro fascicoli alla Ghirlandai "Quando le avrai corrette su carta inseriremo anche i due dislessici".
La Ghirlandai finisce quel che stava facendo, poi corregge i quattro fascicoli e ce li consegna. Infine dà il cambio alla Spini per dettare, e la Spini esce dalla stanza per andarsi a prendere un bel caffè.

Ritorna quasi subito, assai inquieta. Racconta che nella sezione della Palmina il programma si è piantato e hanno perso tutti i dati inseriti quando hanno cercato di inserire un alunno che avevano dimenticato - perché anche loro, come noi, avevano dimenticato un alunno...
"Gli sarà impazzito il computer per qualche problema di collegamento, vedrai che quando riaprono il programma ritrovano tutto" cerco di calmarla io. Ad ogni modo usciamo dalla maschera e andiamo a controllare. Ma non c'è problema: nomi e codici dei nostri alunni corrispondono tutti.
"Vedete" spiego alle altre due con fare materno "i dati sono agganciati attraverso i codici, non possono spostarsi da una scheda all'altra. Probabilmente anche nell'altra sezione sono ancora lì, il fatto che siano scomparsi è solo un apparenza temporanea".

La mia Autorevolezza Informatica prevale al momento sulle loro paure e il lavoro continua. Finiamo italiano, attacchiamo matematica. Dopo qualche alunno mi faccio dare il cambio dalla Ghirlandai e mi prendo una Meritata Pausa per fare un giretto per la scuola e vedere come procede. 
La sezione della Palmina sta dandosi alla più nera disperazione perché, a metà del secondo inserimento della prova di italiano, i dati sono nuovamente spariti e ormai tutti loro dubitano seriamente di venirne mai a capo. Personalmente non sono affatto convinta che sia una buona idea continuare a ripetere l'inserimento dati in un programma che soffre di crisi di identità così forti, ma chi sono io per andare a dare consigli alla Presidente della Commissione d'Esami (che sostiene che l'inserimento va completato entro quel giorno, a costo di farci le tre di notte, perché il giorno dopo cominciano gli orali) o alle colleghe? Non sono un esperta di informatica, le mie esperienze di  data-entry risalgono allo scorso millennio, dalla mia ho soltanto un po' più di abitudine della media a usare il computer. Però, devo dire, un casino così non l'ho visto fare nemmeno al leggendario programma "Anagrafe" per la schedatura di archivi**.
Dalla prof. Quadrella invece va tutto bene, a parte il fatto che sono un po' stanchi. Comprensibile, perché la giornata lavorativa è cominciata alle otto per qualcuno, alle sette e mezzo per qualcun altro e ormai sono passate le sette di sera.

Ritorno un po' perplessa alla mia postazione e trovo Spini e Ghirlandai sull'orlo dell'idrofobia: arrivati alla prova di matematica del primo dislessico è sparito TUTTO, compresi i dati della prova di italiano. E così hanno ricominciato a inserire, a partire da Brunilde di Turingia, che però è passata dal voto sei... al voto due. 
Dichiaro la mia perplessità: la prova di Brunilde non era in effetti memorabile, ma non sembrava certo tale da giustificare un due come voto. Le colleghe condividono la mia perplessità ma non sanno che dirmi.
Reinseriamo qualche alunno, poi, improvvisamente, verso il decimo alunno i dati ritornano. Cautamente li controlliamo uno per uno e torniamo a matematica. Alle nove e qualcosa abbiamo finito.
Ormai stremate facciamo un controllo finale, registriamo il tutto, consegniamo carte e cartacce alla Presidente e passiamo ad offrire un aiuto allo sventurato team della Palmina. Rifiutano, non so se per nobiltà d'animo, per paura, per masochismo o perché ormai completamente suonati. Si racconta che abbiano finito dopo le undici di sera.

Il giorno dopo però l'intrepida Ghirlandai riprende in mano la questione del due di Brunilde, e chiede a Jorge di esaminare meglio la situazione. Dall'esame di Jorge risulta che Brunilde è stata inserita con una domanda-chiave sbagliata. Com'è stato possibile, se codice-alunno, domanda-chiave e nome dell'alunno sono collegati tra loro? Nessuno se lo sa spiegare, ma inserendo la domanda-chiave giusta il due di Brunilde ritorna sei.
Nel mio cuore continua ad aleggiare il sospetto che nei dati delle prove Invalsi della nostra scuola ci sia un grande, grandissimo, immane casino; ma dal momento che i voti all'incirca corrispondono, sia pure con qualche sorpresa in negativo (che con l'Invalsi può capitare) anche se le prove quest'anno erano piuttosto domestiche e ragionevoli per entrambe le materie, mi taccio e prendo la vita come viene.
Ma l'anno prossimo farò l'esame come coordinatrice, e il pensiero dell'Invalsi, per la prima volta, mi inquieta. E non per paura che i ragazzi non siano in grado di farla bene.

*da cantarsi sull'aria di Quant'è bellu lu primm'ammore
**di cui venne detto, da persona informata dei fatti, che "non aveva un interfaccia, al massimo un interculo".

venerdì 20 giugno 2014

Insidie delle moderne tecnologie (...e di taluni genitori)

Le nuove tecnologie sono sempre più complesse, 
e anche le nuove generazioni faticano talvolta a dominarle appieno...


Ed eccoci al compito di matematica, da me sorvegliato insieme alla prof. Spini. Stavolta tutti gli alunni arrivano all'ora prevista, il pavimento è ancora fermo dov'era il giorno prima, il distributore di bibite è ben fornito di acqua sia naturale che gassata e la temperatura è scesa a livelli perfettamente vivibili.
Tutti depositano il loro cellulare nell'apposito cestino, poi viene fatto l'appello e vengono distribuito i fogli a quadretti. La prof. Spini legge il compito, ricordando con bel garbo che se un prisma a base rettangolare reca su di sé una piramide a base quadrata, ciò vuol dire che le basi dei due solidi non coincidono, mentre io scrivo alla lavagna gli orari della prova. Poi tutti cominciano a lavorare.
La prima ora scivola serena, alla seconda la Spini passa trai banchi per un rapido controllo, qualche parola di conforto e un paio di caute indicazioni, poi ritorna a posto abbastanza soddisfatta.
Suona un cellulare. Alta e limpida, la sua suoneria si staglia nel quasi-silenzio dell'aula. Tutti guardano un po' perplessi il cestino.
La Spini fruga, e finalmente tira fuori un cellulare non troppo smart con una custodia bianca e nera.
Rupert von Deutz lo riconosce prontamente come suo, ma assicura con grande serenità che non ha suonato, perché è spento.  Il brusio divertito di commenti anticipa l'ovvia constatazione della prof. Spini che, se ha suonato, è segno che forse tanto spento non era.
"Ma io l'ho spento!" ribatte Rupert offesissimo.
"E allora levagli la batteria, e vedrai che dopo non suona più!" lo esorta la Spini,  un po' esasperata, cercando nel contempo di chetare con apposite reprimende il resto della classe.
La batteria viene tolta e il cellulare così decerebrato è rimesso nella cesta. Rupert torna a posto borbottando qualcosa sul fatto che quel cellulare si riaccende sempre quando c'è un messaggio del gestore. La Spini evita di puntualizzare che un cellulare spento non può riaccendersi da solo, nemmeno se arriva un messaggio dall'imperatore.

Mezz'ora dopo uno strano ronzio di sottofondo turba l'aula. Cos'è, cosa può essere...
Ebbene sì, è un cellulare in modalità vibrazione.
Si alza Dhuoda, fanciulla usualmente tranquillissima e caratterizzata da un incarnato assai chiaro (che in quel momento spazia per tutte le sfumature del rosa acceso e del rosso);  guarda lo schermo del suo smartphone e mormora con un filo di voce "E' mia madre!".
Un po' schifata la Spini le fa un cenno con la mano. Dhuoda si affaccia sulla porta, dice un paio di parole all'improvvida genitrice spenge* l'infido oggettino,  lo riporta al cesto  e torna  a posto ormai pericolosamente vicino all'incandescenza.
La Spini infila un paio di parole sull'estrema distrazione di quella classe ma infine il compito riprende.

E così, commento con la Spini, la Terza Effervescente ha stabilito un altro primato; perché mai finora né io né lei avevamo sentito suonare un cellulare in corso d'esame.
Da notare che nessuno mette in dubbio la buona fede di entrambi i ragazzi: entrambi sono stati ammessi con un media del nove abbastanza vicina al dieci, e con dieci a matematica. Non esiste persona, tra le sei sezioni che stanno svolgendo quel compito,che abbia qualcosa da insegnargli su come svolgerlo nel migliore dei modi. Ma, soprattutto, difficilmente un ragazzo è così sventato da consegnare il cellulare con cui intende darsi a illecite manovre durante gli scritti d'esame.  Nemmeno la Classe dei Tordi lo avrebbe fatto (e infatti durante il loro esame non suonò l'ombra di un cellulare).
Chi consegna un cellulare acceso prima di una prova scritta d'esame?
Non chi vuole copiare con l'aiuto di quel cellulare, bensì un allievo molto, molto distratto.
E gli alunni della Terza Effervescente, tutti, sono invero caratterizzati da un indice di distrazione davvero elevato.
Non solo per colpa loro, si capisce: anche la genetica deve averci il suo peso. Infatti, cosa dobbiamo pensare dell'affettuosa madre che telefona alla figlia, tra tanti momenti a sua disposizione, proprio in piena prova di matematica dell'esame di Stato?

Perciò la Spini li ha di nuovo avvisati "Domani c'è la Prova Invalsi. Controllate bene prima di consegnare il vostro cellulare, caso mai toglietegli la batteria. Perché un telefono che suona durante la Prova Invalsi potrebbe portarvi a dei problemi piuttosto seri".

In God We Trust.

*...forse...

martedì 17 giugno 2014

Escono dalle fottute pareti! (ultimo giorno di scuola)

Non c'entra nulla con il post, ma adottare un gattino in questo periodo è un gesto nobile e patriottico 
(anche adottare un gatto adulto, si capisce)

Dando prova di un minimo di buon senso, quest'anno la Dirigenza ha messo la lectio brevis per l'ultimo giorno di scuola. "Brevis" per modo di dire, perché laddove ai miei tempi (quando la scuola era seria e rigorosa) l'ultimo giorno di scuola durava due ore, oggi che la scuola è lassista e permissiva ne dura ben quattro
Se poi si aggiunge che gli scrutini, in barba a quel che dice la legge, sono stati già fatti, tutti, il Grande Quesito Esistenziale "E che cazzo si fa in queste quattro ore, ché fa pure un caldo cane' si pone un po' per tutti noi docenti.
Con la Terza Effervescente a dire il vero le cose vanno assai lisce: parte della classe è al laboratorio di informatica a cercare di far quagliare le slide del Grande Progetto Interdisciplinare cui hanno lavorato per tutto l'anno e che il programma della LIM non  riesce a leggere*, parte resta con me a chiacchierare del più, del meno e soprattutto dell'esame.

Con la Seconda Tuttora d'Ogni Scheletro Ingombra invece le cose si presentano più complesse: tanto per cominciare con loro ho tre ore filate, senza contare che da sempre quella classe è convinta che i Gavettoni di Fine Anno siano un diritto costituzionale. 
E infatti appena entro i miei tutt'altro che infallibili occhi individuano gran copia di bottiglie di plastica già riempite all'uopo.
Naturalmente faccio finta di niente, in base al principio che "ciò che il docente non vede non può essere motivo di sanzione né di discussione". E prendo tempo. 

Inizio con una piccola predica sul fatto che il loro modo di studiare storia ancora proprio non va. Come compito per le vacanze, le due insufficienze conclamate hanno l'incarico di ristudiare la Rivoluzione Francese da capo a pié e ripeterla nel più chiaro dei modi ai compagni, che così si risparmieranno di ripassarla. In seguito prometto a Wasp degli esercizi molto personalizzati di analisi logica, e Wasp promette che li farà**. 
Poi distribuisco la lista con i consigli di lettura. Come l'anno scorso, per ogni titolo ci sono apposite lettere che indicano se il libro è disponibile in libreria, nella biblioteca del paese o nel circuito delle biblioteche comunali della provincia. Quest'anno però ci sono anche due nuove letterine: la B indica che il libro è disponibile nella biblioteca della scuola***, mentre la P indica che quel titolo riguarda il programma della Terza prossima ventura - e leggerli potrebbe essere un modo per ammorbidirsi un po' il lavoro. Tra i libri ornati dalla P spicca la trilogia di Hunger Games, in cui qualcuno ha già affondato i denti - e direi che la questione del Nord e del Sud del mondo è spiegata proprio benino, lì.
Come l'anno scorso, mi chiedono se possono fare i gavettoni, quando li porterò in cortile (perché è chiaro che prima o poi in cortile ce li dovrò portare).
Come l'anno scorso gli spiego che non ha senso chiedermi di autorizzare una pratica che la Dirigenza della scuola considera illecita, ma che non è impossibile che alla fine della mattinata tale pratica diventi improvvisamente accettata al di fuori delle mura scolastiche.
Arrivano le patatine e i dolcetti. I ragazzi mangiano e chiacchierano mentre io finisco di compilare i registri.
Mi sforzo di non notare che molte piccole bottiglie vengono riempite d'acqua - d'altronde, fa un caldo cane. E tuttavia, quando vedo un tubo di Pringles sigillato con la massima cura e un palloncino di un delicato color violetto ma che dà segno di essere assai pesante sono costretta a un garbato ma deciso sequestro. Temporaneo, assicuro. Prima della campana di fine lezione li restituirò.
Finito di mangiare, di bere (e di riempire le bottiglie che a suo tempo contenevano aranciata) chiedo che vadano a prendere la scopa per spazzare con cura e gli stracci per asciugare i banchi un po' bagnati (e capirai, con tutte quelle bottiglie in giro...). Tornano con la scopa ma senza stracci perché "ci han detto le custodi che tanto dopo passano loro".
(Quest'anno il nostro parco custodi è veramente in odore di santità).

Mentre alcuni puliscono, altri passano dai vicini dell'altra Seconda in visita di cortesia. Lì hanno anche delle torte, così la fermata si trasforma in un ulteriore spuntino. Non faccio nulla per accelerare le pratiche, e nemmeno la collega dell'altra seconda fa niente in proposito.

Un salto in biblioteca per qualche ultimo prestito (con caaaalma) e infine tutti giù in cortile. Ormai manca poco più di un ora. Ho portato con me l'ex-tubo di Pringles e il palloncino lilla, che appoggio con nonchalance sul davanzale di una finestra, vicino ai loro zaini. Wasp è riuscito ad arrabbiarsi con qualcuno, non so perché, e si rintana in un angolo per piangere da solo. L'Onesto Iago va a consolarlo.
Io e gli altri insegnanti ci rifugiamo al tavolo all'ombra. I gavettoni sono stati severamente vietati, mi spiegano, anche se è stato lasciato capire che nell'ultimo quarto d'ora, forse...
La Terza Effervescente è seduta in cerchio, intenta a discutere di qualcosa e a scrivere. Vederli così tranquilli è un esperienza insolita.
Infine ci raggiungono e ci leggono un garbato discorsetto in cui assicurano che ci sono profondamente riconoscenti per quanto abbiamo fatto per loro e che il ricordo dei nostri insegnamenti e dei nostri consigli rimarrà sempre impresso nei loro cuori.
Li ringraziamo con calore, poi restiamo a riflettere come mai da qualche anno i discorsi di ringraziamento delle terze si assomigliano tutti, e come mai da qualche anno tutte le terze si sentono obbligate a farcelo, il discorso di ringraziamento. Tra l'altro viene anche spontaneo notare che di consigli non ne abbiamo mai dati molti, a parte quello di stare zitti e di ascoltarci - e magari è vero che resterà impresso per sempre nei loro cuori, ma certo non si può dire che nel corso dei tre anni ne abbiano fatto gran conto (mentre è vero che gli insegnamenti, a modo loro, li hanno pure ascoltati, viste le medie di ammissione). Forse si è diffusa una moda, e c'è qualche pagina su Facebook con la traccia degli argomenti da trattare, in questo tipo di discorsi? Comunque somigliano moltissimo a quelle strane pappine che usavano negli anni 50 (scritte dai genitori) e che si trovano in certi romanzi dell'epoca. Di sicuro quando andavo a scuola io non usavano più, anche se alla De Divinis avevamo fatto il regalo (un cofanetto di quartetti di Beethoven, mi sembra). E di sicuro il loro discorso è stato scritto mentre stavano in cerchio sull'erba, anche se forse si erano portati una traccia da casa.
Comunque per me è il primo Discorso di Ringraziamento (né la classe dei Baronetti Inglesi né la Classe dei Tordi né quella di Cristaccecami han mai fatto niente del genere, vivaddio) e se risulterà anche l'ultimo del mio insegnantesco percorso, me ne riterrò più che soddisfatta.
Continuo a siglare i registri, con la tentazione sempre più forte di scrivere qua e là "Scemo chi legge" (quelli dell'anno scorso stanno tuttora a prendere polvere in un grosso scatolone in un angolo della nostra scuola, senza che alcun dirigente li abbia minimamente considerati). Giusto quando ho tirato l'ultima riga e messo l'ultima firma per siglare noto che un folto gruppo di fanciulli è venuto a lasciarci in custodia cellulari, orologi e portafogli.
E qualcuno deve aver dato il segnale, o comunque tutti hanno fatto finta di vederlo, il segnale; perché improvvisamente il cortile si inonda d'acqua e un immane quantità di bottiglie spunta fuori dai luoghi più impensati mentre tutti scappano e si rincorrono con grandi getti d'acqua - acqua, acqua ovunque, e non una goccia da bere (io, almeno, non mi fiderei). 
"Certo, non dovrebbero, così, senza controllo" osserva Inglese con molto distacco. Ma si guarda bene dal cercare di controllarli, ovviamente.
"Ma non avevate deciso di chiudere la valvola del rubinetto sul retro?" osservo svagata guardando il fiume di ragazzi bagnati fradici che arriva con le bottiglie vuote al rubinetto in questione e ne riparte con le bottiglie piene.
"No, c'è un punto troppo duro e non è possibile bloccarlo" spiega altrettanto svagata la VicePreside, che non è portata a drammatizzare queste cose.
Metto i registri al sicuro nella borsa e la borsa sotto il tavolo, ma nessuno schizzo giunge ad innaffiare la nostra blandissima riprovazione.
Qualche ragazzo gocciolante arriva a recuperare cellulari, orologi e portafogli, poi l'onda si dirige verso il cancello d'uscita, in fremente attesa dell'Ultima Campana. Che infine suona,
Un fiume di ragazzi scorre verso i motoscafi, volevo dire i pulmini, e il loro corso non è funestato da gavettoni di acqua mista a farina né dall'infernale miscela che comprende anche le uova (forse anche grazie alla presenza di un paio di vigili opportunamente allertati dalla VicePreside)****. Dietro di loro, sul greto ancora umido, lasciano una distesa di bottiglie vuote e malridotte, un giubbetto e un paio di occhiali da sole. Raccattiamo questi ultimi prima di risalire la corrente, verso la Sala Insegnanti, dove ci congratuliamo tra noi perché "quest'anno è andata abbastanza bene".

*avere la medesima versione dei programmi su tutti i computer della scuola (o almeno, semplicemente, lo stesso programma) sembrerebbe il minimo del minimo sindacale; ma alla scuola media di St. Mary Mead siamo ben lontani anche da questo livello minimale.
**il che è pur sempre possibile, si capisce (per principio io credo a tutto, miracoli compresi). Comunque al momento i suddetti esercizi stanno al calduccio all'interno della sua scheda, che la famiglia non è ancora venuta a ritirare perchè quel pomeriggio stesso sono tutti partiti felicemente per il Marocco.
***perché ormai la nostra scuola ha una biblioteca, per quanto piccola e ancora scarsamente attrezzata
****negli anni passati pare che dai comuni limitrofi siano appunto venuti taluni giovani dai pessimi costumi, che evidentemente ignoravano che con farina e uova si fanno i dolci, e non i gavettoni