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sabato 30 giugno 2012
Quando Essi Ci Guardano - Oyster
Oyster è un ragazzo alto e sottile, piuttosto carino, con due grandi grandi grandi occhioni scuri, un sorriso garbatamente enigmatico e la voce bassa e vellutata.
Non urla mai, raramente ride, spesso sorride. Chiacchiera con moderazione durante le lezioni. Segue sempre. Studia sempre, anche. Si rivolge ai professori con garbo e proprietà. E' molto bravo. E' sempre stato molto bravo, con tutti gli insegnanti. Scrive in un italiano adulto. Fa sempre i compiti a casa ed è molto raro che li tira via. Capisce sempre la spiegazione, anche quando Cristaccecami urla per tutto il tempo. Sa tutto il programma. Ricorda anche il programma degli anni passati. Ha un cervello di pregio e non ha remore ad usarlo. Fa domande interessanti. E' sempre stato correttissimo e amichevole con tutti i compagni.
Insomma, quasi un allievo ideale - dico "quasi" perché, a modo suo, è leggermente frustrante: non sembra che abbia molto da imparare da te, però non te lo fa pesare. Di sicuro è un allievo riposante.
Sua madre si lamenta che studia pochissimo, e questo non le va bene: la signora sostiene che voti alti come i suoi andrebbero guadagnati con sacrificio, ma lui sacrifici non ne fa.
"Eccheccazzo vuoi dalla vita, si può sapere?" si domanda l'insegnante di turno, perplesso "Se prendere nove gli vien facile, buon per lui!". Ma poi trova un giro di parole per rallegrarsi con la signora che il ragazzo abbia un metodo di studio tanto efficace e la lascia dire: la madre di Oyster è un po' un impiastro, lo sappiamo tutti.
La madre di Oyster probabilmente soffre di avere un figlio così impenetrabile, che a casa non si lamenta mai e non racconta mai nulla. Non è un problema insolito, con un adolescente, ma non è che possiamo farci molto. Soprattutto non vogliamo farci molto. E' vero, il ragazzo è imperscrutabile e non si mette facilmente in piazza. Ma forse non è esatto definirlo "imperscrutabile": più che altro è una persona che tende a non far pesare i suoi stati d'animo sugli altri. D'accordo, a quattordici anni è raro (in effetti, è raro a tutte le età) ma più che un difetto mi sembra un pregio, e di quelli rari.
Dietro ai suoi grandi, grandi, grandi occhi scuri Oyster ci guarda e ci giudica, e probabilmente il giudizio non è dei più positivi, ma nessuno ha elementi oggettivi per lamentarsi di una sua mancanza di rispetto nei nostri confronti. Quanto a me, Oyster mi piace moltissimo e se mi guarda dall'alto in basso, bene, saranno affari suoi (in realtà io ho una simpatia istintiva per gli alunni che mi guardano dall'alto in basso: trovo che il senso critico sia sempre una bella dote, a dodici anni come a cento). Ho sempre sospettato di stargli simpatica, ed è un sospetto che ho avuto cura di non approfondire perché, appunto, neanch'io so cosa pensa davvero dietro a quei grandi, grandi, grandi occhi scuri e vellutati.
Qualcuno, davanti a quei grandi, grandi, grandi occhi scuri e imperscrutabili che guardano senza commentare si sente a disagio. Ci sono, e ci sono stati, dei piccoli tentativi di biasimare la cosa, in Consiglio. Quando abbiamo discusso se dargli dieci in condotta Sostegno C ha detto che era "subdolo". Richiesta di chiarimenti ha spiegato che, secondo lei, era disciplinato ma non per moto spontaneo dell'anima - in pratica, il comportamento era impeccabile ma non si sapeva bene quel che pensava. Ho tirato fuori la mia consueta citazione biblica (è il Signore che scruta i cuori e le reni, a noi non è dato di fare altrettanto) e il dieci in condotta è passato.
All'esame, come tutti, ha fatto il tema sui ricordi del triennio scolastico, e tra l'altro ha parlato della Cleptomane scrivendo, una volta tanto con chiarezza ineludibile, cosa ne pensava e chiamando le cose col loro nome. Ha raccontato che era "una cleptomane menefreghista", che non faceva mai lezione ma si limitava ad assegnare le pagine da studiare senza spiegarle, che rubava un po' di tutto, tanto che alla fine dell'anno non c'era nessuno in classe cui non mancasse qualcosa, e che durante gli intervalli con lei qualcuno doveva rimanere sempre in classe a sorvegliarla. Ha anche riferito una scena spassosa in cui, in una delle rare occasioni in cui si era attentata a fare una lezione di Civica, aveva spiegato che rubare era un reato. La classe era scoppiata in una risata irrefrenabile e lei era diventata tutta rossa e poi era uscita dall'aula (e vabbeh, ma allora te le cerchi col lanternino. Trova un altro reato, accidenti a te, ce ne son tanti...).
Se da una parte mi sono sganasciata dal ridere leggendo il tema, ne ho fatta una fotocopia di straforo e ne ho letti ampi stralci ai colleghi che avevano combattuto a suo tempo con la Cleptomane ed erano in grado di apprezzarlo (qualcuno sosteneva che, solo per quel tema, avremmo dovuto trovare il modo di dargli undici. Ce la siamo cavata con un più modesto dieci, peraltro doveroso considerando la sua media e tutto il resto), dall'altra sono pur consapevole che quel tema è solo la punta dell'iceberg. Sapevamo che i ragazzi sapevano, ma non ci era mai apparso in sì luminosa evidenza fino a che punto fosse chiara la consapevolezza; o, per meglio dire, avevamo sempre fatto in modo di non appurarlo. In pratica: siamo stati menefreghisti anche noi, pur se non cleptomani, e non abbiamo fatto il nostro dovere fino in fondo - cosa di cui i ragazzi si sono accorti benissimo e che non hanno apprezzato. E mi metto anch'io nel mucchio, anche se in quegli anni non c'ero, perché so che se ci fossi stata avrei fatto come i colleghi.
ESSI ci guardano, ci giudicano, ci valutano.
E di solito ne hanno ben donde.
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St. Mary Mead
mercoledì 27 giugno 2012
Esami in cantina ed esami in caldaia
No, noi della Commissione non eravamo nel boschetto circostante, noi eravamo nella caldaia
(e, in parte, dentro la nuvola)
(e, in parte, dentro la nuvola)
Cristaccecami, da me annunciato alla Preside da Esami come un turbine devastatore che rischiava di mettere in pericolo la stessa esistenza fisica della scuola (sulla base del criterio "meglio prevenire che curare") mostra tratti di una bontà angelica. Raramente si sono visti gatti di marmo così tranquilli e concentrati sui loro compiti. Non solo non dice un solo "Cazzo!" durante i cinque scritti, ma non dice praticamente una parola se non a bassissima voce e agli insegnanti di sostegno. Gli scritti vengono regolarmente eseguiti, e non ridotti a coriandoli, e nel loro genere sono anche fatti molto bene. I Tre Sostegni, che hanno passato l'anno a rincorrerlo per i corridoi, digrignano i denti e si lamentano di essere stati presi in giro. Io non mi lamento di nulla, mi basta uscirne viva.
Il giorno dell'Invalsi, contrariamente al mio uso, sono a scuola. Non per mia volontà o per soverchia premura di insegnante affettuosa, bensì perché la Preside Da Esami si è messa in testa, rivoltando come un calzino la circolare del 31 Maggio, che i pacchi delle Prove Invalsi vadano portati dalla sede centrale a St. Mary Mead dai coordinatori, ovvero presidenti delle sottocommissioni, e da loro stessi medesimi aperti in in presenza dei ragazzi.
Intendiamoci, la circolare offre anche questa possibilità di interpretazione, ma può anche essere interpretata in altri modi, e anzi sarebbe opportuno che lo fosse, visto che - guarda caso - alle medie, nel 95% dei casi, il coordinatore è l'insegnante di Italiano o di Matematica, (ovvero delle due materie ritenute degne dell'onore di una Prova Invalsi) cioè proprio le due persone che che l'Istituto Invalsi e il Ministero ci hanno sempre esortato a tenere lontano dalle aule il giorno della prova. Tuttavia, come abbiamo già avuto modo di constatare, il sogno proibito della Preside d'Esame è quello di farci percorrere il massimo numero di volte possibile la strada tra St. Mary Mead e la sede centrale, e dunque giustamente ha scelto di interpretare l'allegato della circolare nel modo più consono a questo nobile scopo.
Strano ma vero, in un pallido sprazzo di buonsenso, verso le una del giorno precedente alla Prova, quando sia la sede centrale che quella di St. Mary Mead stanno per chiudere, ci manda a dire che basta che venga a ritirare i pacchi uno solo dei coordinatori. Vivaddio.
Alle otto e mezzo del mattino seguente siamo tutti a St.Mary Mead in paziente attesa del coordinator-corriere. Arrivati i pacchi li apriamo, chiamando due ragazzi a testimoni, firmiamo il verbale dell'avvenuta consegna e a quel punto restiamo in Sala Docenti a cazzeggiare sul più e sul meno, finendo per fare una volta ancora l'una, pur assicurando gli altri ogni dieci minuti che "Via, adesso vado". Sai com'è, fai questo, sistema quell'altro, riordina quest'altro ancora, spettegola su questo, rivanga quest'altro...
All'uscita trovo Oyster con un paio di amici. "Com'erano le Prove Invalsi?" chiedo salottiera.
"Quella di Matematica era difficile" risponde.
Mi perplimo assai: Oyster non è tipo da smontarsi facilmente "Ehm... cioè, non era facile?" provo a mediare.
"Era difficile" ribadisce Oyster con fermezza "Italiano no, ma Matematica sì". Intorno a lui gli amici annuiscono convinti - e non son certo ragazzi che navigavano perigliosamente sul filo della sufficienza.
Torno a casa un po' inquieta.
Il giorno della torrida correzione degli scritti (nel frattempo è arrivato un caldo ignobile, come da copione) risulta che la Prova Invalsi di Matematica è stata un disastro di dimensioni epiche, dove pregiati alunni ammessi con nove han raccattato un cinque l'appunto. Per fortuna le griglie di correzione degli altri scritti sono tarate in modo tale che la sufficienza è garantita, purché l'alunno abbia compitato in modo corretto il suo nome e cognome e indicato correttamente il colore del cavallo bianco di Napoleone, quindi non dovrebbero esserci troppi problemi. Per ancora maggior fortuna nessuno di classe mia ha sbarellato particolarmente: il voto più basso all'Invalsi è cinque e il nostro Golden Trio, che comprende Oyster, la Rumena Rampante e la Prima della Classe ha comunque raccattato un onorevole otto.
Tutta la classe, come un sol scolaro, ha scelto il solito tema sul triennio - di cui, detto per inciso, dopo due anni a fila che ne correggo a decine comincio ad essere stufa. Kumagoro ha come sempre saltato buona parte degli accenti ma si è degnato per una volta di scodellarmi ben tre colonne di senso compiuto e con l'aiuto della griglia arriva al sette. Anche il DSA ha fatto una certa falcidia con gli accenti, ma per una volta ha tenuto abbastanza d'occhio la sintassi e anche per lui arriva il sette. In effetti il voto più basso è sette, ma non mi lamento perché ad alcuni era stato comunque preventivato di mettere sette perché si sospettava che in altri scritti ci sarebbe stato un mezzo disastro.
Invece il disastro non c'è, da nessuna parte: non abbiamo nessun quattro, ma in compenso c'è un prezioso gruppetto di sufficienze non preventivate, e non tutte sono merito della griglia; confortante, nel complesso. Inoltre, per mia grande gratificazione, tutti i temi sono scritti con una sintassi largamente accettabile: a quanto sembra tutte quelle ore passate a completare frasi con trapassato remoto e imperfetto congiuntivo hanno sortito benefici effetti e nessuno si è infilato in frasi da cui non riusciva poi a uscire - cosa che all'inizio dell'anno facevano con regolarità esasperante, a volte perfino Oyster.
Viene poi il primo giorno degli orali. La scuola di St. Mary Mead è un forno, e tuttavia in una specie di sottoscala dall'orribile acustica rimbombante c'è una piccola isola di fresco. Non ci sono porte da chiudere per parlare in privato, non ci sono sedie per far accomodare eventuali ospiti e se qualcuno vuole ascoltare tutto quel che dicono gli insegnanti non ha che da accorstarsi alla prima rampa di scale che fa angolo, dove nessuno di noi ha la benché minima possibilità di vederlo. D'altra parte i morti per soffocamento o autocombustione non fanno alcun esame, né in veste professorale né in quella studentesca, e dunque amen.
Il taglio del nastro avviene con Cristaccecami, che per l'occasione è andato completamente nel pallone e non sembra capace di ricordare più nemmeno il suo nome. L'esame viene dunque fatto dal Sostegno A, che si fa delle domande e provvede a darsi delle risposte, fin quando Matematica non prende in mano la situazione. Forse perché Matematica non è persona ansiogena, forse perché il cambiamento prende di sorpresa Cristaccecami, il ragazzo comincia a rispondere e financo a sviluppare frasi e concetti autonomi. Il colloquio si conclude con metaforici tarallucci e vino e gran sollievo di tutti noi.
Abbiamo poi un dignitosissimo esame del Certificato, emozionato ma presente a sé stesso. Infine arriva il DA, che ha preparato un percorso su slide.
"Le guardiamo qui sul portatile" suggerisce Fisica "Nell'aula della LIM fa troppo caldo".
"Pazienza, un po' di caldo non ha mai ucciso nessuno" sorrido perfidamente io, che di esami in slide su portatile ne ho visti più che a sufficienza l'anno scorso. Matematica, che possiede un mirabile stoicismo, mi appoggia senza esitazione. Gli altri colleghi mi odiano intensamente, ma così è la vita.
Ed eccoci tutti in vaporiera, come tanti nikuman. Il DA soffre particolarmente il caldo ma in certi casi l'emozione aiuta, e insomma tiene duro quanto basta per farci un colloquio articolato e ben organizzato. Per fortuna, oggi è l'unico che ci gratifica di un percorso interattivo, e così possiamo strisciare di nuovo in cantina verso un'illusoria parvenza di fresco.
Il resto del pomeriggio scorre tranquillo, con l'unica eccezione di Kumagoro che ci racconta di quando Hitler salse al potere (ma poi, non so bene come, prende sette e sette gli verrà come voto di uscita. Beh, si sa che in Commissione d'Esame ognuno vota secondo il suo criterio).
Qualche giorno dopo, di mattina, secondo e ultimo round. Stavolta i percorsi multimediali sono quattro. Le temperature si sarebbero abbassate, ma ahimé la nostra classe, quella con la LIM, è baciata dal sole sin dai primi tenui raggi (che in questi giorni non sono tenui un bel niente). Per giunta stamani abbiamo la sfilata delle stelle, ovvero gli aspiranti al nove e al dieci, e i percorsi non si caratterizzeranno per soverchia brevità.
La tragedia incombe sin dall'inizio, quando la Rumena Rampante scopre che i collegamenti multimediali non funzionano - e sarebbe interessante capire come mai, visto che la sera prima ha fatto una prova con Matematica su quella stessa LIM e con quello stesso file, e tutto funzionava. La ragazza - una cara ragazza, simpatica, concreta, posata, con un bel senso dell'umorismo - è soggetta una o due volte l'anno a travolgenti crisi di panico, e a quel che sembra la seconda volta di quest'anno sarà ORA. Avendo visto in diretta la prima, sono assai vicino al panico a mia volta.
Non ho alcun ricordo di cosa io e Matematica e poi Inglese e Fisica e Sostegno C abbiamo fatto e detto ma in qualche modo riusciamo a troncare la crisi sul nascere e, con voce punteggiata dai singhiozzi, l'esposizione parte. Un po' di pazienza per i primi due-tre minuti, poi va tutto bene, anche senza collegamenti multimediali, e il percorso viene esposto con tutti i fiocchi e i controfiocchi del caso.
Una pausa rinfrescante in cantina, dove tra l'altro assistiamo in diretta all'eruzione di un vulcano di cartapesta e a un sistema solare in piena rotazione grazie a un ingegnoso sistema di cavetti e circuiti, e due ore dopo eccoci di nuovo in vaporiera per assistere al fluviale e loquacissimo percorso della Prima della Classe incentrato sul Castello Errante di Howl. Per fortuna la candidata è dotata di una loquela inarrestabile e quindi non è necessario che interveniamo - anzi forse è meglio se non interveniamo, perché lei è fermamente decisa a esporci ogni singolo dettaglio del suo ricco percorso e trasformare il tutto in un'allegra chiacchierata su Miyazaki e dintorni probabilmente l'avrebbe un po' seccata.
Quando è il turno per il gran finale di Oyster il sole ha finalmente girato e la temperatura della caldaia comincia lentamente ad abbassarsi - non dico sia a livelli umani, ma con molta forza d'animo si può almeno provare a resistere.
Oyster non va soggetto a crisi di panico e in realtà nelle interrogazioni è sempre tranquillo e a suo agio - caratteristica decisamente insolita, ma del resto è un ragazzo insolito sotto molti punti di vista. Con garbo ci espone il suo percorso su Lenin, che con garbo sintetizza, quando è necessario, con garbo risponde alle nostre domande. Se non ci fossero 40 gradi all'ombra e un'umidità del 180% sembrerebbe quasi di fare una conversazione normale. Ci congratuliamo anche con lui e coliamo giù in cantina per le ultime scartoffie, con nemmeno due ore di ritardo sulla tabella di marcia.
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venerdì 15 giugno 2012
I miei insegnanti - Il prof. Pesce
Amo spesso raccontare che alla SSIS non ho imparato quasi nulla che mi sia poi servito in cattedra. Il prof. Pesce fa parte di quel quasi, e anzi ne costituisce la parte principale. Lo abbiamo incrociato nell'Area Trasversale - quello strano e soporifero corso composito che ci doveva istruire su diritto scolastico, storia della didattica, pedagogia, psicologia e simili e dove la nostra preoccupazione principale era arrivare il più tardi possibile, andar via il prima possibile e firmare sia in entrata che in uscita.
La sua lezione fu per me molto interessante. Scrivo "la sua lezione" anche se in apparenza ne fece una il primo anno e tre al secondo, ma in realtà ripetendosi parecchio. Con quel che ci disse complessivamente si sarebbe potuto mettere insieme una bella lezione di tre ore, comprensiva di intervalli e quarti d'ora accademici. Ricordo anche che ci diede una bibliografia di quattro suoi articoli che erano in realtà lo stesso testo fatto col copia-e-incolla ma cambiando l'inizio, la fine e qualcosina qua e là. Dal momento che non era uno stupido mi sono sempre chiesta se davvero sperava che non ci accorgessimo che i suoi articoli erano uguali (tanto più che ci aveva anche consegnato le fotocopie) oppure se li aveva segnati tutti per darci la possibilità di rimpolpare la bibliografia e farci fare più scena, o infine se non gliene fregasse niente di niente di quel che eventualmente avremmo pensato. Non escludo che la terza possibilità sia quella giusta.Con lui si parlò di scuola: delle problematiche di gestione di una classe, di come impostare una lezione, cose così. Niente massimi sistemi e Approccio Ideale con l'Insegnamento, niente metafisica - solo un po' di banale scuola, ovvero il nostro futuro lavoro.
Ci spiegò il concetto di Zona di Apprendimento Prossimale, di cui a nessuno era venuto in mente di parlarci (anche perché contrastava pesantemente con la Didattica a Moduli che la SSIS di Firenze teneva in gran conto): in pratica, una lezione non doveva essere troppo facile, sennò i ragazzi si annoiavano a morte, né troppo difficile, sennò si sperdevano e si scoraggiavano. Doveva partire da un breve riepilogo del punto cui eravamo arrivati, proseguire UN PO' oltre, ma non troppo, dare un spizzico di anticipazione su quel che sarebbe arrivato in seguito ed essere infine sottoposta a un certo qual riepilogo per controllare cosa era arrivato agli alunni e in che misura. Doveva far riferimento a cose che i ragazzi in parte già sapevano e fargli attivare il cervello costruendo collegamenti possibile verso quel che ancora non sapevano. Inoltre la lezione doveva tenere conto dei tempi di attenzione fisiologici degli esseri umani e avere le sue zone di pausa - diciamo di "respiro"; gli stimoli andavano scelti con cura per non disperdere l'attenzione in rivoli inconcludenti, i punti-chiave andavano ripetuti ed evidenziati in vari modi.
Più o meno istintivamente anch'io (come gran parte degli insegnanti) avevo sempre puntato in quella direzione, ma a tastoni. Dopo la sua spiegazione teorica ho imparato a calibrare molto meglio i tempi e a diffidare assai di quando il suono della mia bella voce, musicale e ben impostata, si sente troppo a lungo (un segnale preoccupante, per esempio, è quando smettono di interromperti per fare domande).
Altra cosa su cui insistette era il fatto che i ragazzi apprezzavano molto gli insegnanti che riuscivano ad organizzare la programmazione "in grandi arcate", così come apprezzavano quegli insegnanti che sapevano tenere il loro posto e farli stare al loro: "ricordatevi che vogliono il professore, non un amico. Gli va benissimo che siate un professore". E anche questo contrastava vivamente con quel che ci veniva detto da tutti gli altri insegnanti, che invero sembravano avere le idee un po' confuse in merito; in realtà non c'è motivo per cui un insegnante non possa essere una figura anche molto amichevole, di quelli che appena entra alla classe gli si allarga il cuore, di quelli cui ti rivolgi nei momenti di sconforto se hai un problema che con la scuola non c'entra nulla - ma deve essere comunque un insegnante, non solo un buon confidente o un allegro compagno di merende; anzi, il fatto di essere un insegnante lo rende per ciò stesso piò credibile come confidente o compagno di merende. Ma sto divagando paurosamente.
Insomma, il prof. Pesce, unico di quello strampalato team, sembrava consapevole del fatto che entravamo nelle scuole in primo luogo per insegnare, e a quello andavano finalizzati i nostri sforzi, e che era opportuno che lo facessimo con criterio. Il mondo che ci descriveva era un mondo concreto, terra terra. Passare durante gli intervalli davanti ai bagni riduceva gli episodi di bullismo, per esempio ("Che accidente c'entrano i bagni?" mi domandai mentre spiegava. Poi ho cominciato a passarci davanti, ai bagni degli alunni, durante l'intervallo, e da allora ho imparato molte cose). Non spiegare per più di venti minuti filati. Usare un certo numero di parole nuove per ampliare il lessico degli alunni, in modo graduale.
Ripeto, tutte cose terra terra. Ma utili.
Qualcuna la sapevamo già, qualcuna chi già insegnava l'aveva intuita, a tastoni. Molte erano scritte, in un italiano orrendo e indigeribile, nella copiosa e illeggibile bibliografia che ci avevano assegnato all'inizio dell'anno (e che nessuno guardò prima di mettersi a scrivere le tesine, salvo lo stretto indispensabile per spilluzzicare qualche frase da inserire a mo' di citazione). Ma a nessuno degli altri insegnanti era venuto in mente di farci una sana, banale e metodica lezione di base, comprensibile, ben organizzata e ben costruita sull'arte di fare lezione in classe.
Forse, nessuno di loro la sapeva fare?
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sabato 9 giugno 2012
Didattica del gelato (ultimo giorno di scuola)
Pare, sembra, dice, assicurano, che uno degli ultimi giorni di scuola, lavorando sui soliti e tormentosi tempi verbali da usare correttamente nelle subordinate, io abbia detto "e se riuscite a fare questo esercizio andiamo tutti a mangiare il gelato". Giuro di non ricordare niente del genere, ma la Rumena Rampante garantisce di sì. E ad un certo punto ha detto "L'esercizio l'abbiamo fatto bene. Allora, ci porta fuori a mangiare il gelato?".
La Rumena Rampante è la mia Supercocca di quest'anno, e rifiutarle alcunché mi sembra sempre contro natura. Così farfuglio qualcosa, un po' confusa. La classe mi guarda interessata: l'idea del gelato appare assai gustosa a tutti. Rifarfuglio qualcosa sul fatto che serviva l'autorizzazione dei genitori, per uscire dalla scuola. Come un sol alunno, tutti tirano fuori i diari.
Fu così che dettai una richiesta di autorizzazione alle famiglie per una lezione esterna di "didattica del gelato" (usai proprio questa precisa espressione). Ovviamente, il giorno dopo TUTTI avevano l'avviso firmato, Cristaccecami compreso. Matematica mi raggiunse implorando di poter partecipare anche lei all'evento didattico e con buona grazia le accordai la concessione di farsi due ore di orario extra e pure aggratisse, così mi garantivo anche il secondo accompagnatore senza colpo ferire. Informai la Vicepreside che borbottò qualcosa del tipo "bene, una terza in meno, faranno meno gavettoni". Subito dopo arrivò l'insegnante di una seconda chiedendo se l'ultimo giorno potevo lasciargli l'aula e la LIM per far vedere un filmato alla sua classe. Insomma, mai si vide un gelato accolto da sì gran plauso universale. Pensare che nemmeno mi ricordavo di averlo promesso.
Alla terza ora dell'ultimo giorno di scuola riunii la classe, compreso Cristaccecami che a quell'ora era pure scoperto, e insieme percorremmo i duecento metri che ci separavano dalla pasticceria del paese. Mangiammo il gelato nella piazzetta, passammo da casa di Oyster per prendere un paio di palloni e finimmo verso il parco del paese, un posticino simpatico e tranquillo dove, secondo le migliori tradizioni, i maschi si misero a giocare a pallone (incluso Cristaccecami che quel giorno sembrava un agnellino travestito da orsacchiotto di pelouche) e le femmine si radunarono intorno a un tavolo di legno con panche per pettinarsi, chiacchierare e ascoltare musica con gli Ipod. Sempre secondo le migliori tradizioni Matematica, più dinamica e sportiva di me, giocava con i maschi mentre io chiacchieravo blandamente con le femmine su vacanze, Justin Bieber, musica, campi scout, tagli di capelli e altre profonde tematiche. Non una parola fu spesa per esami o voti. Relax allo stato puro.
Dopo un'altra ora di idillio raccattammo felpe, borsine e borsette e palloni (oltre che qualche forcina) e, accompagnati da un Cristaccecami che in quelle due ore non aveva detto nemmeno un piccolo, singolo e isolato "vaffanculo", siamo tornati a scuola dove tutti sapevamo (ma noi insegnanti facevamo accortamente finta di non sapere, non avendocelo detto nessuno che dovevamo saperlo per forza) che ognuno di loro aveva due o tre bottiglioni d'acqua nello zaino per i gavettoni di fine mattinata, vanificando così le speranze della Vicepreside.
A scuola abbiamo trovato, nell'ordine:
- l'Educatore che entrava in servizio alla quarta ora su Cristaccecami, comprensibilmente scocciata perché nessuno le aveva detto dove eravamo né le aveva dato il cellulare cui contattarci (avevamo lasciato detto l'una e l'altra cosa ai custodi, che per l'occasione hanno avuto una delle loro pochissime defaillance)
- il modellino di buco nero, amorevolmente preparato da uno dei ragazzi per l'esame, distrutto dalla classe ospite, riunita in cerchio intorno a due furibonde insegnanti che volevano sapere il chi e il come e il quando e il perché e strozzarli tutti uno per uno con le loro proprie medesime budella perché andare nelle classi degli altri a rompergli la roba proprio non era cosa.
Vabbe', comunque è stata lo stesso una bella esperienza rilassante, ha sostituito la Cena di Fine Anno (che nessuno della classe ha mostrato la minima tendenza a organizzare, nonostante le garbate esortazioni di Matematica) e alla fine la Vicepreside ha effettivamente ottenuto una classe di gavettoni in meno, perché la Seconda Ospite, avendo rifiutato ostinatamente di dire il colpevole, si è vista aprire gli zaini e sequestrare le bottiglie d'acqua ad una a una.
E l'anno scolastico è finito.
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lunedì 4 giugno 2012
Di come sia (quasi) impossibile licenziare un insegnante
Oltre a essere un bellissimo volatile, la Gazza Ladra è anche una celebre opera di Rossini. A volte, inoltre, si presta ad essere usata come elegante metafora.
A suo tempo ho raccontato della Cleptomane. Quando lasciai St. Mary Mead lei rimase. Un sacco di altre cose invece non rimasero affatto, come ad esempio la bandiera della pace tessuta a mano da una classe nel corso di alcune lezioni di Artistica, oppure quei pupazzetti di pelouche con cui molte fanciulline amano adornare il loro zaino - che a volte, diciamoci la verità, proprio bellissimi non sono, ma insomma se se li comprano e li appendono vuol dire che gli piacciono, e allora è anche giusto che, come se li son portati a scuola, così se li riportino pari pari a casa. Un paio di orecchini d'argento. Un golfino. Un ombrello in Sala Docenti. Un CD che era stato portato a scuola per Musica. E via e via.
I genitori si lamentavano, naturalmente. Erano svariati anni che i genitori si lamentavano. Il Vecchio Preside (sembra) aveva chiesto un'ispezione, e tutti erano andati in paranoia perché avevano paura che i loro registri non fossero ben compilati - li trovai una mattina che si affannavano intorno al tavolo della Sala Docenti preoccupatissimi, loro. Si racconta che poi la richiesta dell'ispezione fosse stata annullata perché tutti erano troppo preoccupati di quel che l'ispezione avrebbe trovato da ridire su di loro - il che mi perplimette assai, perché non mi sembrava che né i loro registri né i loro modi né tanto meno il loro lavoro dessero appigli di sorta per eventuali censure ispettorali; ma insomma l'ispettore non arrivò mai.
Il Vecchio Preside risolse infine il problema concentrando sulla Cleptomane il maggior numero di ore a disposizione possibili, un paio di laboratori di Cineforum e una manciata di ore di storie e geografia in una delle prime, con patto esplicito con i genitori che l'anno seguente avrebbero avuto un'altra insegnante.
Era un rimedio molto relativo, perché laddove il mio Cineforum constava, molto banalmente, di un gruppo di ragazzi che due ore a settimana stava a guardare dei film e poi ci chiaccherava su con me compilando infine una scheda, i suoi consistevano in un gruppo di ragazzi che vagavano per la scuola allo stato brado e all'occorrenza guardavano con minima attenzione un po' di cassette portate da loro (e se non lo portavano loro, il film non c'era); quando aveva le ore a disposizione e non sapeva di dover sostituire qualcuno spesso e volentieri non veniva e, in caso di sostituzione improvvisa, c'era quindi da trovare un ulteriore sostituto; inoltre, girando di classe in classe, aveva un campo di azione molto più vasto. Infine, mancava molto spesso di Sabato. Di storia e geografia nelle sue ore si parlava ben poco. Come mai fosse stato stabilito che in prima faceva meno danni non lo so, ma era un modo come un altro per aggirare la questione.
Venne il Nuovo Preside, e insieme a lui venne, dal Ministero, l'obbligo di tenere gli insegnanti in cattedra per diciotto ore a settimana. Scardinando l'intero orario le vennero affidate gran copia di ore di storia e geografia un po' in tutte le classi. I genitori continuarono a lamentarsi, ma il Nuovo Preside non era tipo da dar peso a questi dettagli secondari: faceva l'accidente che gli pareva, e gli altri si impiccassero pure.
Venne infine il Preside Reggente. Non lo si vedeva quasi mai perché, oltre alla nostra scuola media su quattro plessi era anche il Dirigente in carica di un'altra scuola. Anche lui si vide arrivare la sfilata dei genitori in fase di lamentazione. Li ascoltò con attenzione e meditò, non so quanto a lungo.
Poi, una mattina di Novembre, venne a St. Mary Mead. Entrò nella classe della Cleptomane, si mise seduto in un angolo e disse che voleva ascoltare la lezione. Nient'altro. Beh, a modo suo fu un evento perché a quel punto la Cleptomane dovette fare lezione per due ore filate (e corre voce che per lei fosse un trauma, anche se tenne duro e riuscì a resistere).
E questo chiuse la questione. La mattina dopo la Cleptomane si mise in malattia e, di certificato in certificato, rimase assente fino alla fine dell'anno. Poi chiese il pensionamento. E quest'anno, quando sono tornata a St. Mary Mead, era ormai solo un ricordo citato soprattutto in Sala Professori quando qualcuno lasciava appesa all'attaccapanni una sciarpa particolarmente graziosa o una bella borsina.
La storia è di quelle che lasciano da pensare: perché in fine il Preside Reggente non ha mosso autorità civili o penali, petizioni o raccolte di firme, si è limitato ad esercitare una sua facoltà, cioè di entrare in una classe e assistere a una lezione. Una soluzione molto elegante, se vogliamo, perché contro questo la Cleptomane non aveva appigli per alcun tipo di rivalsa. Il Preside Reggente stava semplicemente facendo il suo lavoro - e se al giorno d'oggi non è uso che un preside assista alle lezioni, e per garbo la quasi totalità dei presidi evita con cura di farlo, altrettanto per garbo è uso che l'insegnante non spenni i suoi alunni - anche quello, in effetti, fa parte delle sue mansioni (anche se non so se è indicato esplicitamente nel Contratto Nazionale della categoria).
La Cleptomane, a tutti gli effetti, non è stata licenziata. Si è allontanata di sua volontà. E d'altra parte sul lato dei furti era inattaccabile, perché contro di lei c'erano centinaia di circostanze indiziarie, ma nemmeno una prova che in un qualsiasi tribunale si sarebbero degnati di usare nemmeno come alternativa alla carta igienica. D'altra parte, siccome l'elemento presentava diversi punti deboli come insegnante, qualcosa da quel lato si poteva almeno tentare. Il Vecchio Preside ha diretto la scuola per sei anni, ma nella classe della Cleptomane non c'è entrato mai. Il Nuovo Preside men che meno.
E allora: magari è vero che licenziare un insegnante gravemente inadempiente ai suoi doveri non è facile; tuttavia, volendo, qualche onorevole tentativo anche i lassisti regolamenti attuali lo consentono.
mercoledì 30 maggio 2012
Haeretica - Sull'assoluta e totale indispensabilità dell'acquisto di un libretto per la preparazione alle prove Invalsi di italiano (a sentire i rappresentanti)
Una mattina del 2006 (erano appena iniziate le vacanze di Pasqua) gli insegnanti delle scuole medie scoprirono che nell'esame sarebbe stata inclusa anche la Prova Invalsi di italiano e di matematica. In cosa esattamente consistesse questa fantomatica Prova Invalsi nessuno lo sapeva né dal Ministero arrivarono chiarimenti. Arrivò invece, per il giorno prefissato, la prima di quella che sarebbe poi diventata una lunga serie di Prove Invalsi, e alunni e insegnanti scoprirono di cosa si trattava applicando la buona e vecchia regola del "Butta il bambino in acqua e così imparerà a nuotare" (da notare che sopravvissero, tutti).
Il tempo passò. Ad ogni nuovo anno all'Invalsi gli partiva un treno diverso, per le prove: a volte facilissime, a volte lunghissime, a volte complicate, a volte piuttosto normali. Non c'era uno standard preciso cui attenersi e questo era piuttosto scomodo perché ogni anno all'esame di terza c'era la Tagliola dell'Invalsi con il suo Voto Oggettivo (qualche volta un po' falsato perché era arrivata la griglia di correzione sbagliata, ma questi son dettagli); tale voto, cambiando molto la difficoltà della prova a seconda dell'anno, finiva col risultare piuttosto imprevedibile complicando alquanto la vita vuoi ai fulmini di guerra che aspiravano al dieci, vuoi agli alunni ammessi sul filo del rasoio che la Commissione disperava di riuscire a passare qualora si fossero verificati intoppi, vuoi a tutta la fascia intermedia che, dopo un impegno più o meno approfondito, aspiravano legittimamente ai suoi sette, otto o nove - perché, insomma, se uno ha navigato un triennio in zona sette non è mica giusto che esca dall'esame finale con sei.
In seguito le Prove Invalsi vennero messe anche in prima media e in altri ordini di scuola e si cominciò a parlare di prove Invalsi anche per l'Inglese.. Lo Spettro della Prova Invalsi vagava ormai a pieno titolo nei corridoi delle italiche scuole, con gran stridio di catene rugginose e sfoggio di pallidi lenzuoli dalla fluorescenza un po' verdastra.
Per gli insegnanti c'era il problema di come preparare al Gran Cimento gli allievi: dal momento che il grado di difficoltà delle prove dell'anno a venire era imprevedibile non c'era in realtà molto altro da fare che preparare la classe nel migliore dei modi e sperare in dio o in chi per lui - e per la verità era così che veniva fatto anche prima dell'avvento delle Prove Invalsi.
Per gli insegnanti di Italiano delle medie, in verità, la questione si presentava piuttosto semplice*: la Prova Invalsi di Italiano in somma delle somme consisteva in alcune prove di comprensione del testo più qualche domanda di grammatica aggiunta in fondo - ovvero niente di diverso dalla struttura di una consueta prova di ingresso o di uscita, di quelle che spesso si fanno all'inizio o alla fine dell'anno scolastico, con l'unica incognita della lunghezza e di qualche domanda che a volte risultava sbagliata nell'impostazione o riguardo a quel che sarebbe lecito aspettarsi da un alunno di prima o terza media, vuoi per difetto e vuoi per eccesso - e su quello non c'era rimedio, perché alle domande sbagliate poteva porre rimedio soltanto l'Istituto Invalsi stesso medesimo, e non risulta che l'abbia mai fatto; mentre, per quanto riguardava la lunghezza e quindi il tempo necessario per la soluzione, l'unica cosa da fare era, di nuovo, sperare in dio o in chi per lui che quell'anno capitasse una prova congrua al tempo assegnato, perché i ragazzi non dispongono di un acceleratore che gli consenta di affrettare i tempi a piacer loro, e del resto a scuola usualmente si cerca di farli riflettere su quel che fanno, più che di fargli accelerare i tempi e dare risposte a casaccio (un'arte, questa, di cui sono di solito già perfettamente padroni ma di cui normalmente i docenti non si rallietano molto).
Volendo dunque "preparare" gli alunni alle mitiche Prove Invalsi di Italiano alle medie l'unico mezzo a disposizione sembrava quello di far loro eseguire una o più delle prove tra quelle già assegnate negli anni precedenti dall'Istituto Invalsi istesso medesmo. Quest'ultimo, e unico, sistema aveva comunque un inconveniente di base perché ogni Prova Invalsi costituiva un caso a sé e non era dunque una valida preparazione per affrontare la prova dell'anno a venire. E d'altra parte, meglio di niente...
L'Insegnante di Lettere standard è comunque intrinsecamente una creatura ansiosa e ansiogena, nonché assai portata all'autocolpevolizzazione; e i corridoi e le sale docenti delle varie scuole si popolarono di creature infelici che vagavano battendosi il petto e invocando un modo per preparare gli alunni alle imprevedibili Prove Invalsi prossime venture. Il banale espediente di svolgere correttamente e in modo approfondito il programma del triennio per poi sperare in dio o in chi per lui, se pure veniva largamente praticato (nei limiti delle capacità di docenti e alunni, si capisce) non pareva quasi ad alcuno soluzione valida e adeguata per placare le ansie della collettività - perché col tempo la Paura si era diffusa capillarmente e ormai lo spettro della Prova Invalsi inquietava anche taluni genitori e alunni che a loro volta inquietavano vieppiù i poveri insegnanti di Italiano con l'ansiogena domanda "Ma quando cominciamo con la preparazione per la prova Invalsi"?
E vennero gli editori di libri scolastici e si chinarono sugli insegnanti affranti ascoltando il loro grido di dolore, per poi interrogarsi in cuor loro su come fosse possibile lenire tanta ambascia. E dopo lunghe ponderazioni, riflessioni e considerazioni, la soluzione balenò infine nelle loro fertili menti.
Nacque così "il libretto per la preparazione all'Invalsi", in un primo tempo studiato per le terze medie che avevano la prova all'esame, poi per le prime medie che avevano la prova verso la fine dell'anno e infine anche per le seconde medie che non avevano alcuna prova Invalsi né mostravano di languire in modo eccessivo per cotale mancanza.
E ogni rappresentante cominciò ad offrire i suoi ottimi Libretti di Preparazione all'Invalsi in aggiunta ai consueti manuali delle discipline e agli usuali Libretti per le Vacanze. E gli insegnanti di Italiano (ma anche di Matematica) ci si precipitarono sopra, riconoscenti, e cominciarono a trattare per l'acquisto dei libretti delle prove Invalsi già all'inizio dell'anno, spesso facendosi consegnare i soldi dagli alunni e poi comprando i libretti a prezzi "di favore" dai rappresentanti, che li portavano col fare furtivo non tanto del contrabbandiere di merce illegale, quanto dell'adddetto al duty free che riesce a farsi scivolare in macchina una cassetta di liquori senza dazio e a fornirli agli amici a prezzi ridotti. Tali libretti erano poi custoditi religiosamente in Sala Professori e tirati fuori una volta al mese, al momento della mitica Simulazione della Prova Invalsi di Italiano.
E tutto ciò avrebbe magari avuto un senso ai miei occhi se tali libretti fossero stati partoriti dall'Instituto Invalsi: noi prepariamo la Prova, noi sappiamo secondo quali criteri più o meno perversi la prepariamo, ed eccovi una serie di tappe mediante le quali preparerete i vostri alunni ad eseguire bene la prova da noi preparata, quale che sia.
Ma a quel che sembra l'Istituto Invalsi non c'entra niente con questi libretti, e ogni editore prepara il suo a suo genio (o a suo cretino, come si racconta che qualche malvagio insegnante abbia commentato in privato). E in qualche caso si tratta di una serie di prove tutto sommato proponibili e sensate, in qualche altro caso di deliri partoriti con il probabile aiuto di qualche sigaretta che conteneva ben poco tabacco (ne ricordo una in particolare dedicata alla metrica della poesia, dove un qualsiasi dei miei alunni, per quanto bravo, non avrebbe raschiato nemmeno una sufficienza stretta dato che io, della metrica, a malapena gli racconto che esiste) e talvolta di una sfilata di domande cervellotiche sui più strampalati complementi e tipi di periodo che mai abbia sentito rammentare (e che nelle Prove Invalsi ufficiali non ci sono).
A rischio di sembrare terribilmente trascurata a colleghi e alunni, io il libretto non lo faccio prendere. Qualche settimana prima della fine della terza li metto a tu per tu con l'ultima prova assegnata dal Ministero per l'esame, e questo è quanto. Fotocopie a spese della scuola, rigorosamente. E una simulazione soltanto.
Non è solo perché le ore sono poche e in terza arriviamo sempre alla fine a rotta di collo e si risparmia il tempo dove si può. E' proprio il principio, che non mi convince: si suppone che quella prova verifichi le competenze degli alunni. Il mio compito, per come sembra indicare l'Invalsi (che, ripeto, non cura libretti per la preparazione alle sue medesime prove) è renderli in grado di svolgere quella prova, fornendogli le competenze per farla almeno a livello decente, ma NON abituarli a fare prove Invalsi.
Insomma, in quelle ore che altri dedicano alle esercitazione sulle prove Invalsi, io lavoro sulla grammatica o la comprensione del testo, all'incirca.
Sarei così rigorista e spietata se i libretti per la preparazione all'Invalsi venissero distribuiti gratis** o fossero curati dall'Istituto Invalsi?
Non lo so o, per meglio dire, non mi ci sono ancora trovata. Al momento, l'idea di spiegare alle famiglie che devono sborsare dai cinque agli otto euro in più funziona molto bene come deterrente.
*Non altrettanto avviene per gli insegnanti di Matematica, ci dicono, perché le loro prove Invalsi sono strutturate in modo diverso e a quel che sembra richiedono effettivamente una preparazione specifica - anche se, per i motivi elencarti più sopra, non è sempre facilissimo capire come debba svolgersi cotal preparazione.
**a volte lo sono, nel senso che sono allegati all'Antologia. Devo dire che ho gran cura di scansare le edizioni dell'Antologia che contengono il fascicolo delle prove Invalsi, perché costano sempre qualche euro in più.
Il tempo passò. Ad ogni nuovo anno all'Invalsi gli partiva un treno diverso, per le prove: a volte facilissime, a volte lunghissime, a volte complicate, a volte piuttosto normali. Non c'era uno standard preciso cui attenersi e questo era piuttosto scomodo perché ogni anno all'esame di terza c'era la Tagliola dell'Invalsi con il suo Voto Oggettivo (qualche volta un po' falsato perché era arrivata la griglia di correzione sbagliata, ma questi son dettagli); tale voto, cambiando molto la difficoltà della prova a seconda dell'anno, finiva col risultare piuttosto imprevedibile complicando alquanto la vita vuoi ai fulmini di guerra che aspiravano al dieci, vuoi agli alunni ammessi sul filo del rasoio che la Commissione disperava di riuscire a passare qualora si fossero verificati intoppi, vuoi a tutta la fascia intermedia che, dopo un impegno più o meno approfondito, aspiravano legittimamente ai suoi sette, otto o nove - perché, insomma, se uno ha navigato un triennio in zona sette non è mica giusto che esca dall'esame finale con sei.
In seguito le Prove Invalsi vennero messe anche in prima media e in altri ordini di scuola e si cominciò a parlare di prove Invalsi anche per l'Inglese.. Lo Spettro della Prova Invalsi vagava ormai a pieno titolo nei corridoi delle italiche scuole, con gran stridio di catene rugginose e sfoggio di pallidi lenzuoli dalla fluorescenza un po' verdastra.
Per gli insegnanti c'era il problema di come preparare al Gran Cimento gli allievi: dal momento che il grado di difficoltà delle prove dell'anno a venire era imprevedibile non c'era in realtà molto altro da fare che preparare la classe nel migliore dei modi e sperare in dio o in chi per lui - e per la verità era così che veniva fatto anche prima dell'avvento delle Prove Invalsi.
Per gli insegnanti di Italiano delle medie, in verità, la questione si presentava piuttosto semplice*: la Prova Invalsi di Italiano in somma delle somme consisteva in alcune prove di comprensione del testo più qualche domanda di grammatica aggiunta in fondo - ovvero niente di diverso dalla struttura di una consueta prova di ingresso o di uscita, di quelle che spesso si fanno all'inizio o alla fine dell'anno scolastico, con l'unica incognita della lunghezza e di qualche domanda che a volte risultava sbagliata nell'impostazione o riguardo a quel che sarebbe lecito aspettarsi da un alunno di prima o terza media, vuoi per difetto e vuoi per eccesso - e su quello non c'era rimedio, perché alle domande sbagliate poteva porre rimedio soltanto l'Istituto Invalsi stesso medesimo, e non risulta che l'abbia mai fatto; mentre, per quanto riguardava la lunghezza e quindi il tempo necessario per la soluzione, l'unica cosa da fare era, di nuovo, sperare in dio o in chi per lui che quell'anno capitasse una prova congrua al tempo assegnato, perché i ragazzi non dispongono di un acceleratore che gli consenta di affrettare i tempi a piacer loro, e del resto a scuola usualmente si cerca di farli riflettere su quel che fanno, più che di fargli accelerare i tempi e dare risposte a casaccio (un'arte, questa, di cui sono di solito già perfettamente padroni ma di cui normalmente i docenti non si rallietano molto).
Volendo dunque "preparare" gli alunni alle mitiche Prove Invalsi di Italiano alle medie l'unico mezzo a disposizione sembrava quello di far loro eseguire una o più delle prove tra quelle già assegnate negli anni precedenti dall'Istituto Invalsi istesso medesmo. Quest'ultimo, e unico, sistema aveva comunque un inconveniente di base perché ogni Prova Invalsi costituiva un caso a sé e non era dunque una valida preparazione per affrontare la prova dell'anno a venire. E d'altra parte, meglio di niente...
L'Insegnante di Lettere standard è comunque intrinsecamente una creatura ansiosa e ansiogena, nonché assai portata all'autocolpevolizzazione; e i corridoi e le sale docenti delle varie scuole si popolarono di creature infelici che vagavano battendosi il petto e invocando un modo per preparare gli alunni alle imprevedibili Prove Invalsi prossime venture. Il banale espediente di svolgere correttamente e in modo approfondito il programma del triennio per poi sperare in dio o in chi per lui, se pure veniva largamente praticato (nei limiti delle capacità di docenti e alunni, si capisce) non pareva quasi ad alcuno soluzione valida e adeguata per placare le ansie della collettività - perché col tempo la Paura si era diffusa capillarmente e ormai lo spettro della Prova Invalsi inquietava anche taluni genitori e alunni che a loro volta inquietavano vieppiù i poveri insegnanti di Italiano con l'ansiogena domanda "Ma quando cominciamo con la preparazione per la prova Invalsi"?
E vennero gli editori di libri scolastici e si chinarono sugli insegnanti affranti ascoltando il loro grido di dolore, per poi interrogarsi in cuor loro su come fosse possibile lenire tanta ambascia. E dopo lunghe ponderazioni, riflessioni e considerazioni, la soluzione balenò infine nelle loro fertili menti.
Nacque così "il libretto per la preparazione all'Invalsi", in un primo tempo studiato per le terze medie che avevano la prova all'esame, poi per le prime medie che avevano la prova verso la fine dell'anno e infine anche per le seconde medie che non avevano alcuna prova Invalsi né mostravano di languire in modo eccessivo per cotale mancanza.
E ogni rappresentante cominciò ad offrire i suoi ottimi Libretti di Preparazione all'Invalsi in aggiunta ai consueti manuali delle discipline e agli usuali Libretti per le Vacanze. E gli insegnanti di Italiano (ma anche di Matematica) ci si precipitarono sopra, riconoscenti, e cominciarono a trattare per l'acquisto dei libretti delle prove Invalsi già all'inizio dell'anno, spesso facendosi consegnare i soldi dagli alunni e poi comprando i libretti a prezzi "di favore" dai rappresentanti, che li portavano col fare furtivo non tanto del contrabbandiere di merce illegale, quanto dell'adddetto al duty free che riesce a farsi scivolare in macchina una cassetta di liquori senza dazio e a fornirli agli amici a prezzi ridotti. Tali libretti erano poi custoditi religiosamente in Sala Professori e tirati fuori una volta al mese, al momento della mitica Simulazione della Prova Invalsi di Italiano.
E tutto ciò avrebbe magari avuto un senso ai miei occhi se tali libretti fossero stati partoriti dall'Instituto Invalsi: noi prepariamo la Prova, noi sappiamo secondo quali criteri più o meno perversi la prepariamo, ed eccovi una serie di tappe mediante le quali preparerete i vostri alunni ad eseguire bene la prova da noi preparata, quale che sia.
Ma a quel che sembra l'Istituto Invalsi non c'entra niente con questi libretti, e ogni editore prepara il suo a suo genio (o a suo cretino, come si racconta che qualche malvagio insegnante abbia commentato in privato). E in qualche caso si tratta di una serie di prove tutto sommato proponibili e sensate, in qualche altro caso di deliri partoriti con il probabile aiuto di qualche sigaretta che conteneva ben poco tabacco (ne ricordo una in particolare dedicata alla metrica della poesia, dove un qualsiasi dei miei alunni, per quanto bravo, non avrebbe raschiato nemmeno una sufficienza stretta dato che io, della metrica, a malapena gli racconto che esiste) e talvolta di una sfilata di domande cervellotiche sui più strampalati complementi e tipi di periodo che mai abbia sentito rammentare (e che nelle Prove Invalsi ufficiali non ci sono).
A rischio di sembrare terribilmente trascurata a colleghi e alunni, io il libretto non lo faccio prendere. Qualche settimana prima della fine della terza li metto a tu per tu con l'ultima prova assegnata dal Ministero per l'esame, e questo è quanto. Fotocopie a spese della scuola, rigorosamente. E una simulazione soltanto.
Non è solo perché le ore sono poche e in terza arriviamo sempre alla fine a rotta di collo e si risparmia il tempo dove si può. E' proprio il principio, che non mi convince: si suppone che quella prova verifichi le competenze degli alunni. Il mio compito, per come sembra indicare l'Invalsi (che, ripeto, non cura libretti per la preparazione alle sue medesime prove) è renderli in grado di svolgere quella prova, fornendogli le competenze per farla almeno a livello decente, ma NON abituarli a fare prove Invalsi.
Insomma, in quelle ore che altri dedicano alle esercitazione sulle prove Invalsi, io lavoro sulla grammatica o la comprensione del testo, all'incirca.
Sarei così rigorista e spietata se i libretti per la preparazione all'Invalsi venissero distribuiti gratis** o fossero curati dall'Istituto Invalsi?
Non lo so o, per meglio dire, non mi ci sono ancora trovata. Al momento, l'idea di spiegare alle famiglie che devono sborsare dai cinque agli otto euro in più funziona molto bene come deterrente.
*Non altrettanto avviene per gli insegnanti di Matematica, ci dicono, perché le loro prove Invalsi sono strutturate in modo diverso e a quel che sembra richiedono effettivamente una preparazione specifica - anche se, per i motivi elencarti più sopra, non è sempre facilissimo capire come debba svolgersi cotal preparazione.
**a volte lo sono, nel senso che sono allegati all'Antologia. Devo dire che ho gran cura di scansare le edizioni dell'Antologia che contengono il fascicolo delle prove Invalsi, perché costano sempre qualche euro in più.
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venerdì 25 maggio 2012
Sull'ineffabile ipocrisia di taluni Collegi Docenti
Un tetto di zucchero e canditi può essere assai carino, oltre che dolce. Un tetto di spesa, invece, di dolce e di carino non ha proprio niente. Specie se non viene ritoccato dalla notte dei tempi.
E venne il Collegio Docenti sull'adozione dei libri per il prossimo anno. E si scoprì - sorpresa! - che le classi prime e terze non sforavano il tetto di spesa preventivato dal Ministero per l'acquisto dei libri, ma le classi seconde sì, anche perché per le seconde il tetto è molto più basso.
Per un Dirigente Scolastico è un banco di prova piuttosto interessante. So che il Preside Reggente che c'era l'anno scorso a St. Mary Mead aveva fatto scrivere, per le seconde che sforavano (cioè tutte), una formula del tipo "tetto non rispettato perché vincolato dall'adozione pregressa dei libri", che tradotto suona più o meno "Signori, qua nessuno si è dato alla pazza gioia scegliendo libri più cari: son gli stessi dell'anno scorso e la cifra che risulta è questa. Così è se vi pare".
Il Nuovo Preside che c'era tre anni fa invece adottò la tecnica del "mettere qualche libro tra i consigliati": cioè il libro era ufficialmente "consigliato" ma i genitori sapevano che dovevano comunque comprarlo. All'epoca la trovai una soluzione singolarmente cinica (ufficialmente il tetto di spesa è osservato, però le famiglie spendono lo stesso più soldi del dovuto in libri), ma anche foriera di rogne: perché qualora qualche genitore avesse deciso di non comprare i libri in questione, nessuno avrebbe potuto dirgli nulla né discriminare il figlio, che quel libro non lo aveva e che quindi non ci poteva studiare su, non avendolo. Non so se qualche genitore tentò l'esperimento perché l'anno dopo non ero più a St. Mary Mead; sospetto di no, perché i nostri genitori sono molto (troppo) pazienti.
A Hogsmeade invece la questione non era stata nemmeno sollevata, e d'altra parte l'anno prima le nuove adozioni erano state fatte con un criterio molto risparmioso (non tanto però da permetterci di rientrare nel tetto con le seconde, comunque). Approvammo le liste com'erano e amen, dopo un breve accenno nel verbale al fatto che gli acquisti per le seconde erano vincolati.
Ma veniamo a quest'anno, a St. Mary Mead e alla Nostra Preside, che ci fa osservare che le seconda sforano il tetto, anche se di poco, ed è un problema, perché dal Provveditorato hanno mandato a dire che assolutamente non si deve sforare*, e dà poscia l'avvio alla Manfrina dello Scaricabarile.
Non si potrebbe levare qualcosa e metterlo tra i Consigliati? Chessò, Religione?
No, Religione è ormai da tempo tra i "consigliati".
Oppure Fisica?
No, nessuno degli insegnanti di Fisica ha adottato libri.
Oppure Narrativa?
No, Narrativa è fuori dalla lista. In caso viene adottato durante l'anno.
Allora, forse... Antologia?
Qualcuno suggerisce di far acquistare l'Antologia in versione liquida, così i ragazzi possono stamparsi solo le parti su cui si lavora.
L'idea è in apparenza sensata ma comporta un certo ingrullimento da parte delle famiglie, che non sono obbligate ad avere un computer con relativa stampante né ad avercelo sempre ben funzionante. L'obiezione è sensata, anche se si alza il solito coro "Sì, ma questi ragazzi al computer ci passano la vita"; che in parte è vero, ma non per tutti, senza contare che stampare dai siti degli editori non è sempre facilissimo e comunque se fossi un genitore io mi scoccerei, lo ammetto - senza contare che avvisare i agazzi che il giorno dopo portino le pagine tali e talaltre dell'Antologia... mah, non sempre e non con tutte le classi funzionerebbe, sospetto. E chi porterebbe le pagine sbagliate, chi le lascerebbe a casa, chi proprio la sera prima la cartuccia era finita...
E qui qualcuno tira fuori un ovetto di Colombo: "Preside, quando insegnavo alla scuola di Monculi di Mezzo, l'Antologia era stata messa tra i consigliati però nel sito della scuola era spiegato chiaramente che era obbligatorio acquistarla".
Tramecolo: non solo viene suggerito un illecito (cioè "consigliare" un libro che in realtà è obbligatorio) ma viene anche proposto di dichiarare apertamente questo illecito facendolo passare per regola?
In pratica si tratterebbe di mandare una lista falsa al Provveditorato, mentre i genitori sforerebbero eccome il tetto di spesa, il tutto dichiarandolo pure ai quattro venti. A parte tutte le considerazioni etiche sul rispetto della legge che va a farsi benedire, mi sembra un modo singolarmente efficace per andare a caccia di grane: un genitore che avesse voglia di scocciare potrebbe far passare diversi e notevoli guai alla scuola, mi sembra.
Tutti però sembrano trovarla un'idea valida, tanto che la cosa è regolarmente trascritta nel verbale.
Medito di sollevare obiezioni, poi lascio perdere: tutti sembrano così garrulamente convinti che sia una bella cosa dichiarare il falso in atto pubblico e aver cura di specificare su un sito altrettanto pubblico che quel che è scritto nell'atto pubblico è un falso, che non ho cuore di parlare. Del resto, io ho una terza e di conseguenza ho preparato la lista per una prima, la mia lista rientra abbondantemente nel tetto spesa, e l'anno prossimo se sarò lì avrò una prima, o forse due. Insomma, non sono affari miei.
Però in cuor mio la trovo una vicenda molto, molto italiana, e a modo suo molto istruttiva.
Educazione alla legalità, sissignori. E al rispetto delle regole.
Eccerto.
* cioè hanno dato la solita generica indicazione di tutti gli anni, presumo. Del resto non avrebbe avuto molto senso scrivere in circolare "Questi sono i tetti di spesa per l'acquisto dei libri, ma potete anche fregarvene perché tanto noi si fa la circolare giusto per perdere un po' di tempo e farlo perdere anche a voi che la leggete".
Per un Dirigente Scolastico è un banco di prova piuttosto interessante. So che il Preside Reggente che c'era l'anno scorso a St. Mary Mead aveva fatto scrivere, per le seconde che sforavano (cioè tutte), una formula del tipo "tetto non rispettato perché vincolato dall'adozione pregressa dei libri", che tradotto suona più o meno "Signori, qua nessuno si è dato alla pazza gioia scegliendo libri più cari: son gli stessi dell'anno scorso e la cifra che risulta è questa. Così è se vi pare".
Il Nuovo Preside che c'era tre anni fa invece adottò la tecnica del "mettere qualche libro tra i consigliati": cioè il libro era ufficialmente "consigliato" ma i genitori sapevano che dovevano comunque comprarlo. All'epoca la trovai una soluzione singolarmente cinica (ufficialmente il tetto di spesa è osservato, però le famiglie spendono lo stesso più soldi del dovuto in libri), ma anche foriera di rogne: perché qualora qualche genitore avesse deciso di non comprare i libri in questione, nessuno avrebbe potuto dirgli nulla né discriminare il figlio, che quel libro non lo aveva e che quindi non ci poteva studiare su, non avendolo. Non so se qualche genitore tentò l'esperimento perché l'anno dopo non ero più a St. Mary Mead; sospetto di no, perché i nostri genitori sono molto (troppo) pazienti.
A Hogsmeade invece la questione non era stata nemmeno sollevata, e d'altra parte l'anno prima le nuove adozioni erano state fatte con un criterio molto risparmioso (non tanto però da permetterci di rientrare nel tetto con le seconde, comunque). Approvammo le liste com'erano e amen, dopo un breve accenno nel verbale al fatto che gli acquisti per le seconde erano vincolati.
Ma veniamo a quest'anno, a St. Mary Mead e alla Nostra Preside, che ci fa osservare che le seconda sforano il tetto, anche se di poco, ed è un problema, perché dal Provveditorato hanno mandato a dire che assolutamente non si deve sforare*, e dà poscia l'avvio alla Manfrina dello Scaricabarile.
Non si potrebbe levare qualcosa e metterlo tra i Consigliati? Chessò, Religione?
No, Religione è ormai da tempo tra i "consigliati".
Oppure Fisica?
No, nessuno degli insegnanti di Fisica ha adottato libri.
Oppure Narrativa?
No, Narrativa è fuori dalla lista. In caso viene adottato durante l'anno.
Allora, forse... Antologia?
Qualcuno suggerisce di far acquistare l'Antologia in versione liquida, così i ragazzi possono stamparsi solo le parti su cui si lavora.
L'idea è in apparenza sensata ma comporta un certo ingrullimento da parte delle famiglie, che non sono obbligate ad avere un computer con relativa stampante né ad avercelo sempre ben funzionante. L'obiezione è sensata, anche se si alza il solito coro "Sì, ma questi ragazzi al computer ci passano la vita"; che in parte è vero, ma non per tutti, senza contare che stampare dai siti degli editori non è sempre facilissimo e comunque se fossi un genitore io mi scoccerei, lo ammetto - senza contare che avvisare i agazzi che il giorno dopo portino le pagine tali e talaltre dell'Antologia... mah, non sempre e non con tutte le classi funzionerebbe, sospetto. E chi porterebbe le pagine sbagliate, chi le lascerebbe a casa, chi proprio la sera prima la cartuccia era finita...
E qui qualcuno tira fuori un ovetto di Colombo: "Preside, quando insegnavo alla scuola di Monculi di Mezzo, l'Antologia era stata messa tra i consigliati però nel sito della scuola era spiegato chiaramente che era obbligatorio acquistarla".
Tramecolo: non solo viene suggerito un illecito (cioè "consigliare" un libro che in realtà è obbligatorio) ma viene anche proposto di dichiarare apertamente questo illecito facendolo passare per regola?
In pratica si tratterebbe di mandare una lista falsa al Provveditorato, mentre i genitori sforerebbero eccome il tetto di spesa, il tutto dichiarandolo pure ai quattro venti. A parte tutte le considerazioni etiche sul rispetto della legge che va a farsi benedire, mi sembra un modo singolarmente efficace per andare a caccia di grane: un genitore che avesse voglia di scocciare potrebbe far passare diversi e notevoli guai alla scuola, mi sembra.
Tutti però sembrano trovarla un'idea valida, tanto che la cosa è regolarmente trascritta nel verbale.
Medito di sollevare obiezioni, poi lascio perdere: tutti sembrano così garrulamente convinti che sia una bella cosa dichiarare il falso in atto pubblico e aver cura di specificare su un sito altrettanto pubblico che quel che è scritto nell'atto pubblico è un falso, che non ho cuore di parlare. Del resto, io ho una terza e di conseguenza ho preparato la lista per una prima, la mia lista rientra abbondantemente nel tetto spesa, e l'anno prossimo se sarò lì avrò una prima, o forse due. Insomma, non sono affari miei.
Però in cuor mio la trovo una vicenda molto, molto italiana, e a modo suo molto istruttiva.
Educazione alla legalità, sissignori. E al rispetto delle regole.
Eccerto.
* cioè hanno dato la solita generica indicazione di tutti gli anni, presumo. Del resto non avrebbe avuto molto senso scrivere in circolare "Questi sono i tetti di spesa per l'acquisto dei libri, ma potete anche fregarvene perché tanto noi si fa la circolare giusto per perdere un po' di tempo e farlo perdere anche a voi che la leggete".
domenica 20 maggio 2012
Con il nastro nero
Intendiamoci, anche se metti una bomba su un treno, davanti a una banca, in una piazza o in una pasticceria ci sono buone possibilità di beccare dei ragazzi. Però davanti a una scuola, specie in certi orari, le possibilità sono davvero alte, senza contare che si tende (...tendeva) a dare per scontato che davanti a una scuola nessuno lascia una bomba. Anche negli anni di piombo, quando gli studenti desiderosi di passare una mattinata un po' diversa dal solito telefonavano alle scuole annunciando bombe, credo che nessuno dei molti artificieri che puntualmente accorrevano prendesse in seria considerazione la possibilità che la bomba ci fosse davvero - e infatti mai ne vennero trovate.
Ci sono dunque tutte le premesse, mettendo davvero una bomba davanti a una scuola e facendola pure esplodere, per smuovere parecchio le acque.
Se poi la scuola si chiama Morvillo-Falcone, ha vinto un premio per la legalità ed è in una regione del Sud certi pensieri vengono davvero spontanei, anche prima che venga svolto un solo quarto d'ora di indagini.
E allora forse è vero che una bomba davanti a una scuola è un segno di debolezza.
Debolezza o no, comunque, una ragazza è morta e un'altra è molto grave. E oggi ogni insegnante, alunno, custode e genitore si sente molto, molto inquieto, scosso, angosciato, dispiaciuto, impaurito...
....e molto, molto, molto arrabbiato.
venerdì 18 maggio 2012
Hortodoxa - 17 Maggio 2012 - Giornata mondiale contro l'omofobia
Mi rendo conto che la giornata mondiale contro l'omofobia era ieri, e non oggi; ma oggigiorno la vita è caotica, non ci sono più le mezze stagioni, a scuola questo mese stanno cercando di battere il record europeo della concentrazione di impegni pomeridiani dopo avermi lasciata quasi libera per due terzi dell'anno e insomma sono venuta a saperlo soltanto ieri sera sul tardi, e d'altra parte ormai le giornate mondiali si sprecano e star dietro a tutte è un'impresa improba. Ci vorrebbe un calendario dedicato.
Però ho visto che il Ministro dell'Istruzione aveva esortato gli insegnanti a intervenire sull'argomento e mi sono detta che parlarne il giorno dopo era pur sempre meglio che non parlarne affatto,
Pensavo a un piccolo intervento incentrato sul mutamento di costumi, di come tutta la terminologia sui gay fosse relativamente recente e di come il concetto di omofobia si fosse assai esteso, includendo anche gesti e parole che un tempo erano ritenuti quasi normali... il tutto aiutata da quella che è la migliore amica dell'insegnante con la LIM, ovvero Wikipedia, che citava ben tre diverse accezioni del termine omofobia. Un interventino piccino picciò, che poi c'era la Conferenza di Yalta che incombeva e tanto per cambiare a storia siamo in ritardo.
Arrivata in classe ho acceso la LIM. "Ieri era la giornata mondiale contro l'omofobia".
"Sì, l'abbiamo visto. C'erano un sacco di link su Facebook".
"Molto bene. Chi mi spiega cosa vuol dire omofobia?".
"Sono quelli che amano gli uomini".
"Ehm, non proprio. Qualcuno ha un'altra ipotesi?".
Le ipotesi degli altri, per fortuna, erano molto, molto più vicine al vero.
Così siamo partiti dall'etimologia di "omofobia" e dal suo significato attuale, piuttosto ampio, passando poi alla nascita della parola "gay" nell'accezione comune oggi, al politically correct, alle leggi che vietano la discriminazione basata sull'orientamento sessuale, all'etimologia della parola "lesbica", al significato di "coming out" e "outing"...
... praticamente una lezione di linguistica, con tanto di dettatura di una paginata di schema. Del resto io sono la loro insegnante di lettere, chi più di me deve vegliare sulle loro competenze linguistiche?
Un'ora e mezzo di dibattito ad ampio raggio, con un ricco intermezzo sulle adozioni dei bambini, un altro sulla necessità di non discriminare di ama Justin Bieber (un argomento che ricorre molto spesso, in quella classe. E pensare che fino a otto mesi fa ignoravo financo l'esistenza di Justin Bieber) e finestre varie su Marco Mengoni, George Michael, Oscar Wilde, i registri delle unioni civili, De Gasperi e Pio XII, la nostra costituzione, il Vecchio e Nuovo testamento, le leggi inglesi e americane, la domanda rimasta senza risposta se una coppia gay può adottare un bambino all'estero e vedere riconosciuta l'adozione in Italia, le possibili reazioni dei genitori davanti a un figlio gay, l'opportunità di non usare la parola "finocchi" al di fuori del contesto puramente vegetal-verduriero (qui in Toscana non ha necessariamente un'accezione offensiva), a meno che non si sia più che sicuri dell'uditorio perché si rischia di offendere senza volere il capufficio che sta meditando se rinnovarti o no il contratto, più un'infinità di altre questioni di piccolo e medio calibro.
Piuttosto divertente, nel complesso; ma, da insegnante di lettere, mi sono immersa in profonda meditazione sul fatto che spesso le parole sono usate a caso o comprese con lo spannometro. Voglio dire, di outing si sente parlare a colazione, pranzo e cena, è una parola che si finisce per dare per scontata.
E invece con gli adolescenti è bene non dare per scontato proprio nulla.
Faticoso, a pensarci.
Comunque, eccomi qua. Il mio sassolino l'ho portato anch'io. Del resto, si sa, le parole a volte sono pietre.
La Conferenza di Yalta aspetterà il prossimo Martedì, augurandosi che non sia anche quella una Giornata Mondiale di pari levatura.
Auguri a tutti che questa giornata mondiale diventi inutile il prima possibile e possa venire sostituita da una Ulteriore Giornata Mondiale del Gatto.
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giovedì 17 maggio 2012
Hortodoxa - Sulle considerevoli difficoltà di un'equa interpretazione dei risultati delle prove Invalsi
Va da sé che fare una prova Invalsi di grammatica ad un gatto sarebbe solo una gran perdita di tempo: è noto infatti che la maggior parte dei felini ha competenze grammatiche molto alte.
Premetto che non sono contraria per principio alle Prove Nazionali Invalsi, anche se il fatto che vengano somministrate mi ha sempre evocato irresistibilmente l'immagine del bravo insegnate che, come una madre affettuosa, somministra ai suoi amati scolari sciroppi per la tosse e ricostituenti a base di vitamine (capisco che non è il problema principale, ma non potremmo semplicemente sorvegliare l'esecuzione delle prove Invalsi, o qualcosa di altrettanto scialbo e un po' meno ridicolo?).
Mi spingo più in là e aggiungo che addirittura non trovo del tutto inutile l'esistenza di un'unica prova nazionale per verificare i livelli di competenze effettivamente raggiunti dai fanciulli che frequentano le italiche scuole e pazienza se ci dobbiamo prendere il disturbo di (ahem) somministrarla agli alunni di dette scuole; e arrivo ad affermare che secondo me lo scopo di queste prove non è valutare gli insegnanti sulla scorta delle competenze verificate nei loro alunni, ma valutare effettivamente le competenze raggiunte dagli alunni in questione - e aggiungo, quand'anche l'idea fosse davvero quella di valutare gli insegnanti sulla scorta dei risultati degli alunni, l'Invalsi è un ente troppo sciamannato e disorganizzato per sperare di venirne a capo e dunque noi insegnanti, i meritevoli come i non meritevoli e financo i demeritevoli, possiamo sotto questo aspetto comodamente dormire non tra quattro bensì tra otto guanciali imbottiti col più pregiato piumino di sottogola d'oca per molti, molti anni ancora.
Comunque queste sono mie personali opinioni. Credo però di poter affermare serenamente che il meccanismo delle Prove Nazionali necessita ancora un bel po' di rodaggio.
A questa conclusione sono giunta in parte dopo l'attenta lettura del post di Galatea e per la rimanente parte dopo aver partecipato alla correzione delle prove da me in precedenza (ahem) somministrate.
Si comincia col dire che in teoria non avrei dovuto correggerle io perché sono insegnante di italiano, ma così è andata. Non è che mi ci hanno proprio costretta, me l'hanno solo proposto.
"Sei disponibile per la correzione dell'Invalsi?"
"Beh, non è proprio che smani, in effetti".
"Certo che no, io non ti ho chiesto se vuoi farle, solo se sei disponibile".
"Beh, diciamo che se proprio non trovate nessun altro posso anche starci".
"Bene, ti segno per la classe dove le hai fatte".
"Ma io veramente avevo detto che..."
"Appunto, non hai detto di no".
Perché siamo una piccola scuola di paese con pochi insegnanti e insomma io non avevo madri in fin di vita da assistere, bambini piccoli ammalati, corsi di recupero da fare quel pomeriggio e via dicendo.
Così, in un luminoso pomeriggio di primavera, io e l'insegnante di Tecnologia (che insegna in tutte le nove classi e dunque anche in quella specifica prima) ci ritroviamo a correggere le prove Invalsi di una prima che io non conosco ma lei sì. Cioè, veramente anch'io qualcosa ne so, perché il paese è piccolo, la scuola pure e tra noi si parla parecchio.
Cinque ore di duro lavoro e le prove sono corrette. Secondo il nostro criterio. Perché Galatea ha ragione, le domande aperte sono davvero parecchie e i casi lasciati al nostro libero arbitrio sono un po' troppi. Sta di fatto che, in almeno in due casi, verso la fine della correzione mi viene il dubbio di aver interpretato la risposta nel modo più favorevole all'alunno (faccio così anche quando correggo i miei compiti: in dubio, pro reo) e, addirittura, nel secondo caso di avere letteralmente frainteso la domanda.
Poi ci sono i disegnini per matematica: dove cade la diagonale? Faccio vedere a Tecnologia e lei decide. Ma se invece di Tecnologia c'era Spagnolo (che invece sta assistendo la madre morente) che di diagonali ne capisce quanto me, allora saremmo semplicemente andate a caso. Scusateci, signori dell'Invalsi, io ero anche bravina a geometria ma disegno tecnico non l'ho fatto mai; calcolare diagonali, quante ne volete, ma disegnarle... beh, non erano proprio il mio forte, ecco.
A volte ci consultiamo. "Dici che possiamo dargliela per buona?".
"Massì, poverino, ha fatto anche troppo. E' un ragazzo debole" (dal che si deduce che se non era debole non gli avremmo dato la risposta per buona. Del resto, se non fosse stato debole probabilmente avrebbe anche dato una risposta incontrovertibilmente giusta, chissà?)
Particolarmente drammatiche sono le domande in cui gli sventurati alunni devono spiegare il procedimento seguito. Sono in prima, si spiegano come possono, però tutto sommato ci sembra che abbiano seguito il ragionamento giusto... Conoscendolo, lui ha scritto questo e intendeva dire quest'altro...
I risultati non cambiano molto, credo. Ma un punto qui, e due là, e ancora uno qua...
Cioè, non era un test oggettivo?
Infine il micidiale questionario a scopo statistico: un'infinità di domande sulle questioni più strampalate. Alcune mi sembrano proprio gratuite.
Perché i ragazzi devono scrivere se i loro genitori sono separati? O con chi abitano?
Per le statistiche sui genitori separati o vedovi non esiste lo stato civile?
E cosa c'entra lo stato civile dei genitori con i giudizi degli alunni sui vari docenti?
E siamo sicuri che quel sistema balordo del rispondere con "abbastanza d'accordo / non molto d'accordo / per nulla d'accordo" sia per loro così domestico? Io mi ci perdo abbastanza, per esempio, e la prima media me la sono lasciata alle spalle da un po'.
Ma soprattutto: se il questionario è anonimo, perché anche sul questionario c'è il codice di identificazione dell'alunno, che permette a qualsiasi insegnante di sapere chi ha scritto cosa?
I pacchi delle prove Invalsi sono rimasti nell'armadio non chiuso di una stanza dove stanno tutti i documenti della scuola. Chiunque poteva andare a guardare quel che voleva. Magari in molti l'hanno fatto, anche solo per curiosità. Cambiare qualche risposta sarebbe stato facilissimo. Nessuno, naturalmente, è stato a sorvegliare che ciò non accadesse - anche perché tutti noi là dentro, custodi inclusi, abbiamo già il nostro bel da fare anche senza stare a sorvegliare quel che non ci compete.
A St. Mary Mead siamo tutte persone di buona volontà, serie e coscienziose, e probabilmente nessuno ha fatto niente di illecito con le prove Invalsi. Credo. Ma chiunque avrebbe potuto fare un bel po' di cose illecite, volendo.
In sintesi: preparate e somministrate in cotal guisa, le prove Invalsi al momento mi sembrano una perdita di tempo per noi e per i ragazzi, nonché di soldi per il pubblico erario, fermo restando che secondo me l'idea di fondo non sarebbe malvagia.
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martedì 15 maggio 2012
25 Aprile 1944: l'Italia è infine liberata
La data di questo giornale, naturalmente, è 25 Aprile 1944
Domanda:come mai in una classe discretamente studiosa e dove tutti, per amore o per forza, si sono dovuti seriamente confrontare con la seconda guerra mondiale nel tentativo di uscire vivi dalle interrogazioni a tappeto e dalla verifica finale, TUTTI sono convinti che l'Italia sia stata liberata definitivamente nel 1944?
Per rispondere a questa avvincente questione è opportuno guardare il manuale - che, tanto per non fare nomi, è Grandangolo. Come molti manuali di storia per le medie, anche lui ha i suoi pregi e i suoi difetti. Tra i difetti, per il terzo volume posso senz'altro indicare una certa tendenza a collegare due punti sullo stesso piano non attraverso una banale e scialba retta, bensì con un ben più decorativo e appariscente arabesco - il che non presenta troppi problemi se il lettore è già addentro alla storia della seconda guerra mondiale avendone sentito parlare più volte e anche a livello approfondito ma può creare degli inconvenienti quando a leggerlo è un giovinetto che per la prima volta si confronta con il conflitto in questione. Si sa che nessuno nasce imparato, ma il giovinetto in questione che può fare se non cercare di impararsi attraverso il manuale? Certo, l'insegnante ha parlato, e molto, sull'argomento, ma dopo aver ascoltato l'insegnante è sul manuale che si studia.
Per rispondere a questa avvincente questione è opportuno guardare il manuale - che, tanto per non fare nomi, è Grandangolo. Come molti manuali di storia per le medie, anche lui ha i suoi pregi e i suoi difetti. Tra i difetti, per il terzo volume posso senz'altro indicare una certa tendenza a collegare due punti sullo stesso piano non attraverso una banale e scialba retta, bensì con un ben più decorativo e appariscente arabesco - il che non presenta troppi problemi se il lettore è già addentro alla storia della seconda guerra mondiale avendone sentito parlare più volte e anche a livello approfondito ma può creare degli inconvenienti quando a leggerlo è un giovinetto che per la prima volta si confronta con il conflitto in questione. Si sa che nessuno nasce imparato, ma il giovinetto in questione che può fare se non cercare di impararsi attraverso il manuale? Certo, l'insegnante ha parlato, e molto, sull'argomento, ma dopo aver ascoltato l'insegnante è sul manuale che si studia.
La Seconda Guerra Mondiale su Grandangolo è narrata in modo ordinario e consueto fino al 1943.
Da lì si procede in cotal guisa:
- Sbarco degli Alleati in Sicilia, crollo del fascismo, 8 Settembre, Repubblica di Salò
- 8 Settembre e sue conseguenze per l'Italia (sì, lo ripete due volte, intrecciando un po' i fatti)
- Resistenza in Italia. Resistenza passiva (che ho incontrato per la prima volta in vita mia) sempre in Italia.
- Risalita degli Alleati in Italia. Liberazione di Roma il 4 Giugno 1944. Il CNL. Discussioni se tenere o no la monarchia. Togliatti che alla Svolta di Salerno dice "Prima mandiamo via i tedeschi, poi se ne parla". Governo di Bonomi nel Maggio 1944.
- La Resistenza. Rappresaglie tedesche, Fosse Ardeatine, liberazione nel 1945, 25 Aprile festa nazionale italiana.
- Cattura e morte di Mussolini
- Sbarco in Normandia (6 Giugno 1944). Liberazione della Francia, avanzata dell'Armata Rossa. Resa della Germania. Resa del Giappone.
- Ampi box su bombe atomiche e Resistenza italiana (ma non una parola viene detta, né qui né dopo, sulla Resistenza negli altri paesi europei). Box sul 25 Aprile e sulle Foibe.
- Nascita dell'ONU
- Conferenza di pace nel 1946 (con foto della Conferenza di Yalta del 1945 di cui però non si parla)
- Divisione della Germania, ordinamento dell'Europa negli anni successivi, Piano Marshall, Patto di Varsavia e Nato
- Iugoslavia di Tito
- Guerra fredda
- Repubblica Cinese
- Distensione degli anni 80, il Sessantotto, la crisi petrolifera
- Decolonizzazione, Terzo e Quarto Mondo
- Nascita della repubblica italiana, elezioni dl 1948 in Italia, il piano Marshall
- Le foibe in Istria e l'Iugoslavia di Tito (e con tutto che se ne parla tre volte, per tre volte il discorso sulle foibe e la Iugoslavia di Tito è piuttosto confuso)
- Vicende italiane dal 1948 in poi
- Un improbabile capitolo sulla globalizzazione con cui il libro si chiude.
Immagino sia l'ennesimo tentativo (riuscito, oso dire) di scardinare l'impianto cronologico, nonché di confondere le idee dello sventurato studente.
Domanda successiva: qual è il vantaggio di confondere le idee al pur bendisposto studente?
Si accettano ipotesi.
Immagino sia l'ennesimo tentativo (riuscito, oso dire) di scardinare l'impianto cronologico, nonché di confondere le idee dello sventurato studente.
Domanda successiva: qual è il vantaggio di confondere le idee al pur bendisposto studente?
Si accettano ipotesi.
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