Il mio blog preferito

lunedì 29 novembre 2010

La fiaccola dell'anarchia

La sera del 20 Novembre Francesco Guccini, dopo molti anni di assenza, tornava a Pistoia al Palasport. Per andare a sentirlo avrei dovuto sobbarcarmi un po' di incomodo, ma la compagnia degli amici mi avrebbe ampiamente risarcito di ciò.
Ero stata a vederlo a Firenze un anno e mezzo fa - un concerto rispettabile, allegro, quasi una rimpatriata di noi sinistri in crisi esistenziale. Lì l'atmosfera era stata festosa e familiare, e il concerto mi aveva lasciato una bella coda di entusiasmo.
A Firenze il PalaMandela era bello pieno, a Pistoia invece era stra-pieno già un'ora prima dell'inizio, ben oltre i limiti delle più lascive misure di sicurezza: qualsiasi uovo appena deposto al confronto era vuoto come un taxi con dentro l'on. Rotondi. Piene tutte le gradinate, anche le più improbabili, pieno il campetto da gioco, piene le ringhiere. Insomma, pieno. Tanto pieno che han preferito iniziare in perfetto orario, cosa da me mai vista se non a taluni concerti di gala al Comunale.
Guccini era in ottima forma vocale (molto più che a Firenze, dove pure non se l'era cavata male), gli strumentisti hanno suonato a meraviglia, la scaletta non poteva che essere eccellente... il pubblico, oltre che tanto e transgenerazionale, era inquietante. D'accordo, applaudica, cantava, rideva, faceva insomma la sua parte da pubblico di appassionati; ma era arrabbiato ai limiti dell'incandescenza. Gli applausi, le urla e soprattutto gli slogan quando Guccini infilava qualche frase sulla politica erano degni delle migliori cantine alternative degli anni 70. I più arrabbiati erano i ragazzi - una bella fetta, tra l'altro, ben al di là del prevedibile per un musicista che per radio non passa quasi più; ma anche le sezioni più stagionate non scherzavano. E giunti al gran finale con la tradizionale Locomotiva - dove il buon Francesco faticava alquanto per far sentire anche la sua voce tra tutte le altre, l'atmosfera era così carica che per la prima volta a un concerto ho avuto paura.
Io e i miei compagni siamo sgusciati fuori col primo flusso, mentre il pubblico in basso cantava a squarciagola "Bella Ciao" in totale improvvisazione.

A quanto sembra, c'è una parte di Italia che ha esaurito ogni riserva di pazienza, umorismo e distacco ed è soltanto esasperato oltre ogni limite.
Qualcuno farebbe bene a starci attento: piazzale Loreto è dietro l'angolo.

domenica 28 novembre 2010

I veri Tordi non muoiono mai

Stavo facendo serenamente lezione, con la Classe dei Tordi reduce dal primo compito di scienze, quando hanno bussato alla porta. Era l'insegnante di matematica (e scienze) in versione Tigre Ircana, con in mano un libro di testo. Di scienze.
Esordisce spiegando che in quella classe sono deficienti.
"Tordi, direi" provo a smorzare.
"No, se li chiami tordi possono offendersi. Deficiente è chi manca di qualcosa" puntualizza la collega.
A questo punto mi metto un tappo in bocca e lascio che la natura faccia il suo corso.
Il libro di testo, spiega la collega, è stato trovato in bagno da un custode pochi minuti prima. Sì, al bagno di quel piano. A quel punto lei dovrà considerare se annullare il compito o abbassare semplicemente i voti, ma né l'una né l'altra soluzione le sembrano soddisfacenti perché ci sono anche ragazzi che non sono usciti durante il compito*, solo che lei non ha pensato a farsi la lista. Poi esce, avvolta in una nuvola di comprensibile collera, dopo aver restituito il libro al suo legittimo proprietario. Lunastorta, guarda un po'.

Mi rifiuto di commentare perché mi mancano le parole, e la lezione prosegue il suo corso. Solo più avanti mi viene in mente l'aspetto più demenziale della vicenda.
Quando sono entrata il compito era appena finito, e alcuni ragazzi mi hanno chiesto di andare in bagno. Come sempre li ho mandati, anche a gruppi di due o tre, e non sono certo stata a controllare se avevano qualcosa in mano quando sono rientrati. Avrebbero potuto trascinarsi in classe la Treccani con tanto di supplementi, senza che ci facessi il minimo caso.
Ma a nessuno, a nessuno dico, è venuto in mente di andare a riprendersi il corpo del reato.

Ha ragione la collega, non sono tordi, sono deficienti.
Qualsiasi tordo avrebbe ben ragione di offendersi, se si vedesse paragonato a loro.

*Sì, lei è di quelli che mandano gli alunni in bagno durante le verifiche scritte. Anch'io.
Non smetteremo per questo. Ma temo che, sfidando apertamente il ridicolo, dovremo chiedere a qualche custode di buon cuore di ispezionare i bagni in occasione delle suddette verifiche.
Eccheppalle!

mercoledì 17 novembre 2010

17 Novembre 2010 - Festa del Gatto Nero

Sia chiaro: festeggiare i bellissimi, nagici, misteriosi e affettuosi gatti neri che allietano le nostre case non vuol dire intendere sia pure alla lontana che gli altri gatti valgano meno o dispongano di minori qualità positive - che sarebbe un assurdo, perché ogni gatto è perfetto così com'è, per definizione.
I gatti neri però hanno un quid in più che ne rende più apprezzabili le sagome su fondo arancione per i disegni dedicati ad Halloween... e che li rende oggetto di strane superstizioni e rituali.
Sì, lo so, nessuna persona sensata potrebbe mai pensare che un gatto nero porti meno fortuna di un gatto grigio e rosa; eppure la balzana superstizione sui gatti neri maligni e apportatori di malasorte esiste ancora, annidata nelle pieghe della provincia.
Perché insomma ci sono diversi gradi di provincialità, e ad Hogsmeade, che è provincia molto più degli altri paesi da me visitati nel mio scolastico peregrinare per supplenze, per la prima volta ho avuto più scolari che mi hanno - seriamente - segnalato che il gatto nero portava sfortuna e che davanti alla mia reazione compassionevole hanno insistito.

D'accordo, noi italiani siamo gente strana, ci ostiniamo a votare strani partiti e a tenerci stretti strani governi. Ma lì ad Hogsmeade, per quel che sento dire, lo strano governo attuale non l'ha votato praticamente nessuno. Si sa, qui siamo in Toscana. Siamo evoluti e illuminati, e a suo tempo siamo stati i primi in Europa a sperimentare le riforme illuministe.
Ma, forse, i Lorena dimenticarono qualche paesino un po' fuori mano.

Comunque auguri a Ninphadora, a Sybille e a tutti i bellissimi gatti neri che ci allietano benignamente con la loro presenza, portandoci sempre molta, molta fortuna.
Anche se poi, si dice, nelle notti di Halloween siamo noi a non portare gran fortuna a loro.

domenica 14 novembre 2010

I folletti sono tra noi (ordinarie cronache di informatica)


Sirius Black in versione silvana

Non ho nessuna particolare paura o reverenza della LIM che sta in classe mia: semplicemente, sono stata costretta a prendere atto che quella specifica LIM mi odia, le altre con cui ho avuto a che fare no.
A St. Mary Mead avevamo due LIM, e una era nella stanzuccia pomposamente chiamata "aula multimediale". Era di un tipo molto amichevole: un giorno i ragazzi del laboratorio di storia mi insegnarono a usarla e nel giro di pochi minuti ne avevo imparato quanto bastava - soprattutto a storia, immagini e cartine sono utilissime.
La LIM di Hogsmeade è molto più complicata (soprattutto più economica, mi vien da dire) e richiede una manutenzione regolare di cui non sono certo capace. Nelle intenzioni se ne dovrebbe occupare l'insegnante di matematica, ma entrambe le insegnanti di matematica che si sono avvicendate in questi due anni nella Classe dei Tordi si sono rivelate ahimé piuttosto inadeguate a tale compito. L'insegnante del piano terra, invece, se la cava benissimo e la sua LIM funziona d'incanto. Con la sua LIM, aggiungo, non ho mai avuto problemi ogni volta che mi è venuto in mente di usarla.

La LIM della Classe dei Tordi, dicevo, mi odia. Ha rifiutato di accendersi, ha rifiutato di spegnersi, ha rifiutato qualunque cosa da parte mia. In una classe normale sarebbe stato un problema relativo perché avrei passato la palla a uno qualunque dei ragazzi come faccio quasi sempre*, ma a quella cara classettina fare i giochi con la LIM piaceva moltissimo, anche perché creava una notevole azione di disturbo. Badare alla classe e controllare che non giocassero con la LIM mi sembrò troppo superiore alle mie forze, e lasciai perdere.

Quest'anno, vuoi perché la classe lavora con spirito diverso**, vuoi perché la LIM è ormai vista come una sorta di castigamatti in versione elettronica, nessuno prova più a fare scherzi.
Esatto, tranne la LIM.
Ieri, in un impeto di spirito autonomistico (insomma, mi sono guadagnata il pane per anni come data entry, perché non dovevo riuscire a maneggiare una modesta e innocua LIM?) ho deciso di accenderla.
E l'ho accesa, ma il problema è arrivato al momento di inserire la chiavetta. Non solo non ci sono riuscita***, ma devo aver forzato qualcosa perché dopo non solo non sono riusciti ad inserirla nemmeno i ragazzi, ma anzi la chiavetta non veniva più letta dalla perfida LIM.
Nessuno ne veniva a capo. Infine Sirius ha detto che voleva fare un ultimo tentativo. L'ho autorizzato, avendo una cieca e totale fiducia nelle sue capacità informatiche.
Ha ha eseguito qualche rituale esoterico, ha spento e ha riavviato. La chiavetta è stata letta senza problemi. L'ho ringraziato e ho infine iniziato la lezione.

All'uscita mi lamentavo con i colleghi "Tutto questo succede perché la scuola non ci ha provvisto di un buon folletto da computer in classe!".
"Ma non ti servono i folletti" ha osservato una collega "Hai Sirius, che funziona meglio di qualunque folletto".
Gli ho dato ragione e ho nominato in cuor mio Sirius Folletto Ufficiale della LIM.

*ho imparato durante le supplenze brevi che i ragazzi sanno sempre maneggiare le attrezzature della loro scuola: gli insegnanti occasionali, ovviamente, ne sanno molto meno e rischiano di fare pasticci. Insomma, lasciare il tutto in mano alle creature è la cosa più sicura.
**o meglio, semplicemente, lavora
***cioè, dico, non sono riuscita a infilare una chiavetta. Qualsiasi idiota riesce a inserire una chiavetta in un computer, dico bene?

venerdì 12 novembre 2010

La crudele Murasaki

Murasaki in versione Turandot
per gentile e inconsapevole concessione di Kinuko Craft,
olio su tempera per la Washington Opera

Allo scopo di guadagnarmi onorevolmente lo stipendio sto cercando di instradare la Terza dei Tordi alla nobile arte delle interrogazioni. L'idea è che tutti loro devono imparare a gestire con scioltezza un'interrogazione anche quando non si siano sfiniti studiando tutto a memoria, stante che a fine anno ce ne sarà una bella lunga chiamata "colloquio d'esame".
Al momento sembra trattarsi di una pretesa assurda - un po' come aspettarsi che il Colosseo prenda le sue gambe e vada a farsi un giro sul Quirinale: ma sappiamo tutti che Roma non è stata fatta in un giorno, tanto per restare in ambito classico, e dunque ci sto provando. Con qualche resistenza, devo dire.
L'anno scorso interrogavo da posto.
Per dirla tutta, io ho sempre interrogato da posto. Mi hanno interrogato da posto per tutto il ginnasio e il liceo (con sporadiche eccezioni) e non per questo mi sentivo meno interrogata. Anzi, non ricordo di avere mai fatto una particolare distinzione tra interrogazioni da posto o alla cattedra.
Da insegnante realizzai subito che l'idea di avere accanto la creatura interrogata, in piedi mentre io ero seduta, mi metteva a disagio; così ho sempre interrogato da posto, di solito pure col libro aperto sul banco "perché potessero cercare il nome o la data che eventualmente gli mancava": nel mio personale concetto l'interrogazione è un discorso, anche una chiacchierata, su un dato argomento, e il nome e la data precisa si possono sempre cercare su un'atlante o una cronologia - e soprattutto, la storia non è un insieme di date mandate a memoria e geografia non è una sciarada di nomi. D'altra parte il libro aperto trasmette un senso di sicurezza che spesso cancella lo stress da interrogazione.
In breve: la questione di "insegnare a gestire un'interrogazione" per me non è mai esistito: ci si arrivava un po' per volta senza grossi traumi, e l'unica vera barriera era data dal tempo dedicato allo studio a casa. Di solito funzionava che chi non aveva studiato rifiutava di aprire bocca, e quindi non c'erano problemi a classificarlo: chi accettava di parlare, invece, era entrato nell'ordine di idee di sobbarcarsi il lavoro a casa.
Dal mio punto di vista, l'unico problema era che alcuni si rifiutavano di fare altro che memorizzare il testo - problema duplice perché, oltre al fatto che un apprendimento mnemonico non è esattamente quel che si prefigge la scuola dell'obbligo (o comunque quel che mi prefiggo io) c'era comunque il grosso inconveniente che, appena una parola saltava o un granellino di sabbia inceppava il meccanismo, l'interrogato piombava nella più nera confusione, non riusciva più a dire nemmeno il colore del cavallo bianco di Napoleone, e rimetterlo in carreggiata non era davvero affare da poco.
Aggiungo che questo succedeva solo con alunni che erano comunque in difficoltà nelle più varie materie e, soprattutto, quando i libri di testo facevano veramente schifo: in presenza di un libro ben scritto e ben strutturato, anche coloro che non sono dotati di sovrabbondante elasticità mentale e soverchia autostima riescono a impostare un bel discorsetto filato che riesce financo a tollerare una mezza domanda di approfondimento.
Insomma, con gli anni mi ero fatta l'idea che l'interrogazione è un frutto che si sbuccia piano piano, a velocità diverse a seconda dell'alunno, ma che non ha comunque scorza così dura da non poterne venire a capo.

La Seconda dei Tordi ha demolito ogni mia certezza in merito.
Cominciamo dalle basi: a Hogsmeade sono provincia, e ne sono molto più acutamente consapevoli che a St. Mary Mead. Hanno paura di parlare. Non di chiacchierare, naturalmente, ma di parlare in un'interrogazione. Per giunta molti degli insegnanti di Hogsmeade... hanno lasciato che continuassero a non parlare.
Non voglio parlare delle terze licenziate l'anno scorso, due delle quali all'inizio dell'anno sembravano mute: non è questo il posto opportuno per affrontare simili racconti dell'orrore. Ma so per certo che le due incaricate annuali che l'anno scorso hanno cercato di far parlare quelle due classi hanno vissuto un'esperienza didatticamente assai interessante. Voglio dire, davvero interessante.
Ma sto divagando.

Quando la mia seconda era ancora una prima aveva avuto un'insegnante di storia e geografia che non interrogava a storia (o interrogava sempre gli stessi, ho avuto più versioni) e non ha fatto geografia, oltre a un'insegnante di italiano che li ha fatti scrivere molto, e con buoni risultati: infatti solo pochissimi in quella classe riuscivano a fare un'interrogazione decorosa, ma parecchi erano in grado di farmi un buon testo scritto; sì, anche di storia, se l'avevano studiata (ho detto se).
E dunque io li ho fatti scrivere molto, ho messo una bella caterva di quattro alle interrogazioni mute, ho strigliato le famiglie e ho aspettato con fiducia i risultati.
Che sono arrivati, ma molto più lentamente del previsto, e quasi solo a Geografia. A storia qualcuno studiava a memoria, qualcuno studiava a morte per l'occasionale interrogazione, qualcuno non veniva a capo nemmeno di un'interrogazione programmata su due pagine, qualcuno era definitivamente chiuso in uno sdegnoso silenzio... e qualcuno trovò infine l'uovo di Colombo: leggere dal libro.
Il quale uovo di Colombo rivelò quasi subito i suoi limiti, perché misteriosamente l'insegnante se ne accorgeva subito (ma tu guarda i casi della vita); alcuni dei Tordi più sprovveduti continuarono però ad affidarcisi con incrollabile ottimismo nonostante i risultati non proprio ottimali.
Non sapevo che fare: fargli chiudere il libro non osavo, perché alcuni lo usavano come coperta di Linus ed era chiaro che senza si sarebbero persi. Arrivati al Settecento però una soluzione si imponeva. Così passai a dettare uno schema sull'Illuminismo, su cui interrogai tutti a tappeto.
Poi ci furono uno schema sulla rivoluzione industriale e uno sulla rivoluzione americana; lì per fortuna l'anno si chiuse, prima che finissi definitivamente alla neurodeliri.
Nel frattempo qualche anima buona aveva finalmente calibrato a dovere la LIM, dove non risultavano più pallidi ectoplasmi ma vere immagini, provviste di colori.

Quest'anno ho deciso di fare una terapia a scalare. Prima ho interrogato a storia sulle mappe mentali del libro (fatte anche piuttosto benino). Come coperta di Linus funzionavano anche quelle, e in quel modo il libro era aperto solo su una determinata pagina.
Poi ho acceso la LIM.
E lì vi è stato pianto e stridor di denti.
A Geografia occorre lavorare sulle carte, giusto? Dunque bastava proiettare una bella carta geografica sulla LIM e chiamare la creatura. Addirittura, le prime interrogazioni sono state fatte sulla grande carta geografica dell'Asia appesa alla parete. Ho comprato una bella bacchetta di legno lunga e gli ho chiesto di espormi l'Asia fisica.
C'è voluto del bello e del buono per convincerli che la bacchetta dovevano usarla per indicarmi i vari fiumi e monti, e non solo per tenerla in mano. Ma alla fine ci sono riuscita: in fondo la carta era in fondo all'aula, i compagni vicini suggerivano, il libro aperto stava sul banco e con qualche contorsione si poteva vedere. Certo, leggere stava diventando difficile, ma hanno continuato a provarci.
Poi siamo passati alla Turchia.
Hanno provato a convincermi che volevano essere interrogati alla carta geografica, ma gli ho spiegato che lì la Turchia era piccola e gli ho proiettato sulla LIM una bella cartona turca. No, da posto non interrogavo più. Eravamo in terza, in terza si chiedono cose diverse rispetto alla seconda. No, da posto non interrogavo più. No. C'era il colloquio a fine anno, dovevano abituarsi a parlare senza scialuppe di salvataggio. No, da posto non interrogavo più.

Ora, io sono perfettamente consapevole che se non hai studiato la Turchia avrai dei problemi a ripeterla. Ma se l'hai studiata?
La prima tragedia avvenne verso la metà di Ottobre. Ben tre fanciulle (due delle quali piuttosto studiose) davanti alla carta proiettata sulla LIM sono andate nel panico più completo e totale, tanto da non riuscire a dirmi nemmeno i confini della Turchia - che, se vogliamo, è un'impresa alla portata anche di chi non si è consumato gli occhi a studiare la Turchia per giorni e giorni di fila.
Immobili, terrorizzate, mute, mi guardavano come il coniglio guarda il serpente che sta per inghiottirlo. La buona e brava e adattabile e comprensiva prof. Murasaki era improvvisamente diventata un crudele drago assetato di sangue. Con l'unico filo di voce di cui disponevano imploravano di andare a posto e di parlare lì, perché "da posto la sapevano". Compagni e compagne giuravano che la sapevano davvero. Ed è vero che dal posto sapevano: molti infatti, tornati al loro amato banco, erano in grado di parlare. La classe si stava facendo studiosa. Ma non riusciva a parlare senza coperta di Linus.

L'unica cosa che mi era chiara era che non potevo tornare indietro, a nessun costo. Ho quindi dovuto sopprimere nel mio cuore ogni umano moto di pietà e compassione, resistere ai richiami che Amnesty International continuava a mandarmi e ignorare i più elementari diritti dell'uomo e del cittadino: ho proseguito nella mia crudelissima tortura, sfoderando una crudeltà di cui non mi sarei mai creduta capace.
Alla lezione successiva le creature sono tornate (per la più impaurita sono ricorsa senza remore alla promessa di un cambio di posto per una settimana accanto all'amica del cuore); piano piano, con il loro filino di voce che via via diventava più deciso, mi hanno spiegato le caratteristiche di quel non difficilissimo stato che è la Turchia. Col passare delle settimane il coraggio è aumentato e adesso anche le più timide e i meno loquaci fanno una lettura decente di una carta o discettano su deserti e monsoni.
Ma, per loro, Geografia è sempre stata la parte più facile. E se anche quella ha dato problemi, Storia si è rivelata un vero bagno di sangue.

Dopo la rivoluzione americana, si sa, arrivano la rivoluzione francese e Napoleone - argomenti tutt'altro che drammatici se si riesce a non sperdersi nella selva di date del 1789.
Così partorisco una delle mie molte idee geniali*: una piccola cronologia da proiettare alla lavagna. Con la cronologia davanti, nessuno avrà problemi ad infilare una perfetta rivoluzione francese, e tutti potranno così agevolmente esercitarsi nella nobile arte di infilare un discorso filato.
In un lampo di entusiasmo di cronologie ne preparo tre: una small, una medium e una comprensiva di Napoleone. E attacco fiduciosa a interrogare.

Non è andata proprio liscia come credevo, ecco; anzi, visto che siamo in tema napoleonico, un bel riferimento a Waterloo ci sta d'incanto. Tanto per cominciare, ci volle un sacco di tempo perché si decidessero a vederle, quelle date, non parliamo di ricamarci su. La semplice domanda "Chi era Napoleone?" riuscì a mandare in tilt un numero allarmante di persone.
"Scusa, hai appena detto che Napoleone fu mandato dalla Francia a combattere con l'Italia per dividere l'Austria**. Chi era Napoleone? Da che parte combatteva?".
"Dalla parte dell'Austria".
"E quindi era venuto a dividere l'Austria?".
"Ah no, cioè, era francese".
"Bene. E che lavoro faceva questo francese?".
A me sembrava che anche a occhio la risposta fosse piuttosto intuibile. Ma la sapevano solo da posto. Perché, notoriamente, quando uno è terrorizzato è terrorizzato, punto e basta. E se poi chiamavi la persona che da posto ti aveva risposto, non si ricordava più nemmeno il suo nome.
"Ragazzi, è una LIM, non è un Tyrannosaurus Rex. Non morde e non vi mangia" ho provato a dirgli.
"Ma è cattiva!"
"Ci guarda male!"
"Come fa a guardarvi male una LIM?"
"Prof, non ci riusciamo!"
Poi un giorno ho chiamato Leprotta - una brava e dolce e cara ragazza, molto diligente e che mi ha sempre fatto delle rispettabili interrogazioni da 7 senza farsi mai pregare. Lei mi guarda terrorizzata. Balbetta. Chiede di essere chiamata la volta prossima. Supplica di essere chiamata la volta prossima. Quasi mi abbraccia le ginocchia. Si dice sicura di non riuscire a parlare. Il suo sguardo è colmo di Addolorato Rimprovero. "Io sono sempre stata brava e corretta con te, non ho mai sgarrato e tu mi infliggi questo maltrattamento? Come potrò mai più avere fiducia in un professore, se anche tu mi tradisci così? Io mi fidavo di te!".
I rimorsi mi divorano. Rischio forse di traumatizzarla in modo irreversibile? Questa cosa può farle davvero del male?
Qualcosa, però, mi spinge a insistere. In un anno e passa non l'ho mai trovata impreparata e non mi ha mai consegnato i compiti in ritardo. Possibile che si sia presa un giorno di vacanza proprio ai tempi del Terrore? A ben guardare non ha detto che non ha studiato, ha detto che non sa ripeterla...
Tremante e rimproverosa come nemmeno le mie gatte se tardo a farle rientrare in casa quando piove, Leprotta arriva davanti alla perfida LIM.
"La prima data, quella del 1791, si riferisce alle elezioni. Di che si tratta?"
Con un pallido raggio di speranza noto l'eroica lotta dell'Istinto di Conservazione. Flebilmente Leprotta comincia a mormorare qualcosa sulla nuova costituzione, l'assemblea legislativa e le elezioni. Con voce più decisa parla dei tre schieramenti eletti e di come si distribuiscono in parlamento, per poi inanellarmi un'interrogazione come tutte le sue, né meglio né peggio, ma seguendo tutte le date e non nell'ordine preciso del libro.
E' stata la prima, sottile crepa nel muro. Un inizio, insomma.

Altri sono venuti. Qualcuno ha fatto meraviglie, qualcuno ha fatto decentemente.
Qualcuno è ancora piantato come un mulo, si capisce. Anche Parigi non è stata fatta in un sol giorno.

*della serie "pietà se ce n'è"
**sì, lo so: a qualche perfezionista potrà sembrare una decrizione non proprio perfetta della discesa di Napoleone in Italia. Anche a me faceva venire il voltastomaco, in effetti. Comunque c'è anche chi ha esordito in modo più sensato e pertinente.

mercoledì 10 novembre 2010

Metti un finocchio a cena - (Buon appetito, mr. B!)

Foeniculum vulgare - ovvero una nobile pianta che in questo caso
rappresenta un nobile messaggio

Questo non è un blog di cucina né di erboristeria. Lascerò dunque che altri cantino le lodi del finocchio - una bella e nobile pianta dalle indubbie virtù estetiche, curative, alimentari ed aromatiche, che per noi toscani richiama subito in mente uno squisito salume dal gusto raffinato e consistente - e mi limiterò a poche parole su un triste argomento che tocca tutti noi cittadini italiani.
Negli ultimi venti anni il dibattito politico è andato via via scadendo. Va detto che non era granché entusiasmante nemmeno prima, ma, certo, rispetto ai gloriosi (?) tempi delle convergenze parallele, della non sfiducia e dei patti di desistenza, vedere muoversi l'intera opinione pubblica sull'avvincente tema "E' meglio per un politico essere gay o pagare per ottenere prestazioni sessuali da donne?" è davvero deprimente.
Già ci sarebbe alquanto da ridire sul fatto che la parola "gay", nata per indicare la preferenza sessuale e affettiva che alcuni individui hanno per altri individui del proprio sesso, in italiano sembra riguardare solo i maschi - ma sospetto che anche le lesbiche più desiderose di difendere il loro diritto all'affettività preferiscano non essere coinvolte nel deprimente dibattito di cui sopra e quindi sorvolo.

E dunque, la quaestio sopra accennata è strettamente maschile, e si preoccupa di stilare una classifica dei maschi in base all'orientamento sessuale. A seconda della posizione riportata in questa classifica, si dovrebbe essere poi valutati come più o meno adatti a rappresentare i cittadini (donne comprese, che in effetti non sono senza colpe perché qualche signora deve pure aver contribuito con il suo voto a mandare questa gabbia di matti in parlamento).

Lo sconforto, davanti a un simile dibattito, non può che cogliere qualsivoglia elettore, indipendentemente dall'orientamento sessuale e politico - perché alla fine lo stipendio di questi strani esseri viene pagato con le nostre tasse - intendo, con le tasse di tutti: etero, gay, bisex, transgender e quant'altri. A me sembra che pagare uno stipendio a qualcuno perché disquisisca su questi temi di scarso o nullo interesse - senza nemmeno sognarsi di approfittarne per fare delle buone leggi che semplifichino la vita delle coppie gay oprogrammare degli interventi che combattano il tristissimo fenomeno del racket della prostituzione - sia un vero e completo spreco.

D'altra parte, occorre pur ricordarlo, un elettorato che tollera che il dibattito politico si occupi seriamente di questi temi e ci partecipa pure, dimostra in fondo di avere la classe politica che si merita. Così vediamo fiorire e rifiorire l'avvincente questione del "matrimonio naturale" (come se ci fosse mai stato qualcosa di naturale nel matrimonio, istituzione umana per eccellenza) , della "devianza" e dei "rapporti contro natura" - perché, certo, possiamo squartare le foreste, cementificare le spiagge, avvelenare terreni e falde acquifere, ma la nostra delicata sensibilità naturalistica non può tollerare lo spettacolo contronatura di due uomini o due donne che si piacciono, perché, si sa, la Natura è sacra e da qualche parte e in qualche momento la Natura deve aver detto che le scorie atomiche in libertà vanno benissimo, le armi chimiche pure ma due uomini o due donne che si piacciono devono per forza fare scandalo e costituire un tema delicato.

E dunque, solidarietà con tutti i gay; solidarietà con tutte le donne (compresa me stessa medesima) che l'attuale presidente del consiglio offende tutti i giorni con atti, pensieri e parole senza nemmeno trovare la forza d'animo per istituire un servizio decente di asili nido - ma anche un invito, tra uno sformato di finocchi e un panino con la finocchiona, per tutti gli elettori, a valutare i nostri rappresentanti non in base a quel che fanno a letto, ma a quello che fanno e soprattutto non fanno nei vari parlamenti, consigli e assemblee, e alla quantità di tempo ed energie che dedicano a questi dibattiti idioti.
Ricordando magari che, in barba alla nostra delicata sensibilità naturale, i gay pagano le tasse come tutti e hanno dunque diritto a vedere tutelati i loro interessi e affrontati i loro problemi con un minimo di serietà e di decenza.

sabato 23 ottobre 2010

De arte removendae grammaticae


Da qualche tempo tutti si stracciano le vesti sulla deplorevole ignoranza ortogrammaticalsintattica delle giovani generazioni, dandone la colpa principalmente al deplorevole lassismo della scuola dell'obbligo, colpevole di disperdersi troppo in insulsi progettini sulla multicultura, il bullismo e la manualità.
Ora, fermo restando che, da insegnante figlia di insegnante*, proprio non riesco a capire in che modo un progettino sulla legalità o la tessitura ai tempi dei nostri bisnonni possa ostacolare un adeguato insegnamento delle strutture e delle particolarità della nostra bella lingua, e che se tutti questi sputasentenze dedicassero le loro energie a sporgere adeguate proteste contro la tendenza televisiva a mandare in onda solo persone incapaci di usare non solo il congiuntivo ma pure il condizionale (con in testa presidenti del consiglio e ministri dell'istruzione non più pubblica); scrivevo, fermo restando tutto ciò, di fondo sono d'accordissimo che il principale motivo per cui lo Stato mi versa ogni mese uno stipendio** in qualità di insegnante di Lettere è che io insegni alle nuove generazioni a ben parlare e scrivere l'italiano, e a ciò mi dedico industriosamente col massimo dell'impegno e attingendo a tutte le mie capacità***, ma con ben pochi aiuti esterni.
In effetti tutti sembrano d'accordo sull'importanza di fare la grammatica, ma quando si tratta di dirti come, tutti si defilano a gran velocità adducendo come scusa cumuli di impegni del tutto inderogabili, almeno qua in Toscana.
Da anni guardo speranzosa la lista dei corsi di aggiornamento. Si sono offerti di farmi corsi sulla multicultura, il rispetto reciproco, il disagio, il bullismo e financo sull'importanza di Pope nella letteratura inglese, ma mai un cane che organizzasse un bel corso in dieci lezioni su come far imparare alle creature un corretto uso dei pronomi personali e relativi.
Ho fatto due anni di SSIS, detta anche Scuola di Specializzazione, abilitazione per le medie.
D'accordo che lì le medie non esistevano, e al più veniva loro riconosciuta l'esistenza in qualità di superiores dimidiates, ovvero non-ancora-superiori, e a nessuno di tutta la banda dei pedagogisti didatticisti ed esistenzialisti sembrava essere mai venuto in mente che insegnare alle medie facendo finta che fossero superiori in piccolo non era poi necessariamente 'sta grande idea; resta il fatto che tutti si affannavano a spiegarmi come si insegnava Dante****, che alle medie è veramente l'ultimo dei problemi di un insegnante di Lettere, ma nessuno pareva interessato alle eventuali difficoltà nell'insegnamento della grammatica.
"Beh, queste sono cose che si fanno alle medie" mi spiegò una delle insegnanti quando chiesi se era prevista qualche lezione sull'insegnamento della grammatica.
Per l'appunto, ribattei, infatti io lavoravo alle medie.
Farfugliarono qualcosa sul fatto che alle superiori si dava per scontato...
Finii col lasciar perdere.
Come si insegna la grammatica?
Nessuno sembra preoccuparsene molto, a quel che ho visto. C'è il libro, basta seguire quello.
Si legge il libro di grammatica, si fanno fare gli esercizi e si risentono le regole. Poi ci si lamenta perché in terza i ragazzi scrivono ancora in modo sgrammaticato.
Con gli anni ho elaborato un sistema piuttosto complesso a base di esercizi pescati tra varie grammatiche, esercizi inventati da me ed esercizi apparentemente di scrittura creativa ma in realtà basati sulla grammatica. Combinato con la buona vecchia tecnica Black and Decker***** finisce per produrre dei risultati accettabili.
Le regole di solito non le risento: non mi interessa che sappiano le regole, voglio che le applichino nel modo giusto in modo istintivo, mentre scrivono un biglietto al compagno di classe durante la lezione o un appunto sul diario, come ho sempre fatto io (che vivevo però circondata da persone che parlavano un italiano impeccabile).
Il problema non sembra però molto sentito. In Sala Professori sento spesso gli insegnanti di Matematica lamentare carenze molto concrete - non sanno fare i conti, non sanno le tabelline, si scordano di cambiare segno dentro le parentesi, non sanno fare l'area di questo e di quello - mentre i colleghi di lettere deprecano magari la superficialità dei temi o il fatto che alcuni non fanno i compiti. La Crociata dei Pronomi e la Saga dei Verbi nelle Subordinate sembrano una mia esclusiva preoccupazione.
Eppure, qualsiasi sia il criterio con cui vengono formate le classi, dubito molto che, alla notizia del mio arrivo in una scuola, ci si preoccupi di infilare nella sezione che mi assegneranno tutti gli alunni con gravi carenze nell'uso dei pronomi e la tendenza a mescolare allegramente in un pastone unico indicativo, congiuntivo e condizionale. Non è possibile che sia solo un problema mio.
(...o almeno spero...)
* che amava molto i progettini sulla manualità, la legalità e via dicendo, ne ammaniva in quantità industriale ai suoi alunni ma non per questo gli alunni in questione uscivano analfabeti o sgrammaticati dalle sue mani
** se e quando se ne ricorda. Vero, signora Tesoreria dello Stato?
*** Il che non è detto che sia poi 'sto granché
**** che tra l'altro sarei perfettamente in grado di insegnare, e pure meglio di molti di loro
***** che consiste nel trapanargli il cervello fino allo sfinimento (loro e mio)

sabato 16 ottobre 2010

L'Arte della Raccolta Differenziata


Quest'anno il consorzio che sovrintende la raccolta differenziata qui a Hogsmeade ci ha elargito gran copia di scatole (fabbricate con plastica riciclata) per raccogliere carta e plastica - ottima idea perché quaggiù abbiamo classi numerose, due intervalli con relative colazioni e soltanto un piccolo, miserabile cestino per i rifiuti che in ogni classe comincia già a traboccare a metà mattinata; e capisco i tagli ai finanziamenti, la priorità delle spese e tutto il resto, ma infilare in qualche bilancio l'acquisto di una decina di cestini supplementari non era forse del tutto impossibile anche senza scardinare i principi di un'oculata gestione finanziaria delle pubbliche risorse elargite alla scuola.
Passato qualche giorno - a Hogsmeade deve sempre passare qualche giorno, anche per portare una pila da telecomando dal primo al secondo piano; mai capito perché, visto che i bidelli sono piuttosto disponibili - nella mia terza hanno fatto il loro ingresso due scatoloni azzurri per la plastica e uno giallo per la carta, che solo con una certa difficoltà hanno trovato materialmente posto per terra; diciamo che i due ragazzi a destra della cattedra non sempre possono allungare le gambe, ecco.
Una volta installati i sacri oggetti mi dilungo sul vantaggio di non avere più uno stalletto da maiali intorno al cestino alla fine di ogni ricreazione, poi chiedo loro cosa si può gettare in ognuno dei due. Proclamo e ribadisco quella che è una delle mie convinzioni granitiche, cioè che per fare bene una raccolta riciclata ci vuole esattamente lo stesso tempo che a farla male. Vengono esaminati i singoli casi delle singole merende e bevande. Assicuro che non verranno tollerate infrazioni e che controllerò ogni giorno.
Vedo una certa ironia nei loro sguardi.
Me ne frego.

Due giorni dopo trovo un Estathé nello scatolone della carta.
Lo espongo alla classe chiedendo minacciosa chi è il colpevole dell'infame gesto.
Risulta che è un Estathé alla pesca, e tutti assicurano che, loro, l'Estathé, lo bevono soltanto al limone.
Domando sarcastica se, forse, quel singolo Estathé alla pesca è entrato in classe per proprio moto autonomo, bevendosi da solo per poi buttarsi sempre da solo nello scatolone della carta.
Non ottengo risposta.
Detto una nota collettiva alla classe perplessa: si ricorda che la raccolta differenziata deve essere eseguita in modo congruo etc. etc.
Il giorno dopo la classe mi mostra porta la nota firmata. Peccato non avere delle telecamere nelle singole case per vedere la faccia dei genitori mentre firmavano sì insolita reprimenda.
Passano i giorni, e la settimana dopo trovo una pallina di carta stagnola, sempre nella carta.
Anche stavolta la pallina di carta stagnola risulta essersi gettata da sola per moto autonomo nello scatolone della carta, dopo essersi appallottolata da sola in seguito allo spontaneo svolgimento dal panino che avvolgeva.
Detto una nuova e più vibrante nota insistendo sul fatto che la raccolta riciclata è gestita col pubblico denaro e dunque renderla inutilizzabile è uno spreco di pubbliche risorse, di nuovo rimpiangendo di non avere telecamere nelle singole famiglie, dove immagino si rotolino in terra dalle gran risate prima di firmare.
Qualche giorno dopo trovo della carta nella scatola riservata a plastica e metallo.
Di nuovo chiedo minacciosa chi è il colpevole.
Dal primo banco qualcuno - probabilmente del tutto estraneo alla vicenda - si alza e riposiziona la carta nel luogo apposito. E meno male perché, per quanto non tema il ridicolo, l'idea di dettare una terza nota sul''argomento comincia a sembrare financo a me eccessivo dispendio di tempo ed energie.
Ma da allora la raccolta prosegue senza intoppi.

Da notare che in Seconda, dove ho fatto la stessa identica trafila, non sono state necessarie note ma per lungo tempo le creature mi ha chiesto chiarimenti anche sui fogli di carta più cartosi e sugli involucri più apertamente plasticati.

Ieri sono arrivati due dipendenti del consorzio locale che, in due ore di conversazione, dibattito e chiacchiere, supportati da un micidiale filmato che si soffermava sul concetto di "rifiuto" e manca poco pure sull'origine del mondo, trattava la questione per il lungo e per il largo. Mi ci sono quasi addormentata, anche perché l'ho seguito sia con le seconde che con le terze.
Si spera che a questo punto il concetto sia stato recepito.

venerdì 15 ottobre 2010

La Classe dei Tordi non muore, né tantomeno pensa seppur vagamente di arrendersi


Nel corso dell'estate la Terza dei Tordi ha subito una profonda metamorfosi, tanto che adesso ci si fa lezione piuttosto agevolmente. Addirittura talvolta danno perfino l'impressione di ascoltare.
Qualche volta studiano, qualcuno con una certa regolarità. Corre voce che stiano cercando di costruire qualche frase di inglese con la nuova insegnante, e qualcuno li ha perfino visti sfogliare il libro di francese. E sono così terrorizzati dall'esame che non lo nominano mai né sopportano che qualcuno lo nomini.
Per quanto appaiano cambiati, comunque, sotto la nuova scorza in ognuno di loro continua a vivere e cinguettare un tordo giovane e vivace, convinto che sia suo preciso dovere trovare scorciatoie ma troppo sprovveduto per trovarne di efficaci.

Sto cercando di dare loro un minimo di dimestichezza con l'italiano aulico, giusto per farli un po' uscire da un linguaggio decisamente standard. Così, per la prima volta in dieci anni di onorata carriera ho deciso di provare con la Vergine Cuccia di Parini. E' un brano brillante, ricco di piani di lettura e descrive bene un certo tipo di società settecentesca prerivoluzionaria. Visto che siamo arrivati in terza con la rivoluzione francese ancora da fare, ci stava a pennello.
La lettura è abbastanza gradita. Spiego le costruzioni, le varie parole sconosciute, il modo settecentesco di raccontare le cose e via dicendo. Si discute, si chiacchiera, si percorre il brano in lungo e in largo. Poi, per la prima volta in dieci anni eccetera eccetera chiedo la parafrasi. Scritta.

Sono contraria alla parafrasi scritta. Se si capisce cosa vuol dire un testo per me basta e avanza. Considero una gran perdita di tempo quella dedicata alla parafrasi scritta. So però per certo che, in quella classe, se chiedo la parafrasi scritta me la faranno quasi tutti, se la chiedo a voce me la faranno solo quei pochi eletti che fanno i compiti anche tra le macerie di un terremoto o precariamente accomodati su una zattera che galleggia sulle acque di un'alluvione (ce n'è un gruppetto in ogni classe, per fortuna). Così chiedo la parafrasi scritta, anche se l'idea di correggerla mi rivolta alquanto le budella.

Arriva il Gran Giorno. Consegnano la loro parafrasi, poi passiamo alle interrogazioni.
Faccio leggere a spizzico, faccio domande, a qualcuno mi attento anche a chiedere la traduzione di una parte del brano. I risultati sono piuttosto buoni. Mi rallegro con me stessa per il successo di quel primo esperimento.
Correggo le parafrasi. Chi l'ha fatta bene, chi maluccio, chi così-e-così... e chi l'ha fatta in uno stile che non è il suo, proprio no.
Si sa che Internet ha i suoi pro e i suoi contro, anche sul piano scolastico. E' facilissimo trovare una parafrasi della Vergine Cuccia, con Google; ma è altrettanto facile rintracciarla, sempre con Google, attraverso una stringa di testo, come spiego il giorno dopo.
Naturalmente sono cose che succedono: la scuola pullula di parafrasi copiate, sin dalla notte dei tempi. Avrei risolto la questione con un garbato richiamo in privato se i copiatori fossero stati nel gruppetto che naviga perigliosamente intorno alla sufficienza e che potevano sempre dichiarare che un confronto con l'italiano del Settecento gli era parso superiore alle loro deboli forze.
Invece no, loro hanno portato, tutti, parafrasi del tutto genuine e autonome, dove ogni errore testimoniava il lavoro che si erano sobbarcati.
La parafrasi l'avevano scaricata tre dei bravi: Sirius Black, De Rossi (che con ciò ha rivelato un aspetto del suo carattere che mai si era appalesato ai nostri professorali occhi) e Salice Piangente (specializzato soprattutto nel farsi scoprire; dopo di che piange, immagino per il dispiacere di essere così imbranato).
Così decido di esaminare pubblicamente il caso. Evito la prima domanda, quella che molti colleghi amano "Ragazzi, ma mi prendete per scemo/a?" perché è chiaro che la risposta è "Sì". D'altra parte sono stata educata secondo vecchi principi e ritengo che se qualcuno ti ritiene scemo vuol dire che gli hai dato qualche appiglio per pensarlo. Tra l'altro, l'ho pensato anch'io tante volte che i miei insegnanti erano scemi, e tuttora non credo di averlo pensato a torto.
Passo quindi alla seconda domanda. "Ragazzi, non era un lavoro difficile e nelle note del libro c'era quasi tutto. Scrivere la parafrasi vi avrebbe preso più o meno il tempo che avete impiegato a copiarla. Studiarla l'avete comunque studiata perché l'avete detta bene. Qual è stato il vantaggio?".
Non ho avuto una risposta comprensibile. In compenso li ho visti fare uno scaricabarile tra loro di quelli che colpisce veramente il cuore, anche se almeno mi hanno risparmiato l'autofustigazione e le scuse.

Qualche giorno dopo assegno per casa una batteria di frasi con dentro una barcata di complementi - più complementi che frasi, così lavorano un po' alla costruzione di qualcosina di più complesso del classico "Il gatto è sulla tavola" - una piccola messa a punto in previsione del Compito Finale di Analisi Logica.
Sono anni che assegno batterie di frasi per casa - con i complementi, con determinati tempi di verbi, con determinate parole che devono abituarsi a scrivere giuste. Di solito funziona benissimo, e molti ragazzi si abituano a prendere un argomento e trattare soprattutto quello nelle frasi: può essere la Fiorentina, il Mondo di Patty, oppure fantasmi, yeti, vampiri, macchine che si muovono da sole; alcuni tormentoni, devo dire, sono davvero originali - mi ricordo ad esempio la saga dei Carciofi di Flavio, dal prezzo altissimo ma ricchi delle più incredibili virtù.
Stavolta, mentre leggo e correggo, avverto qualcosa di strano.
Mi ricordo improvvisamente che un paio avevano detto, consegnando, che "non avevano capito che le frasi erano 40 e ne avevano fatta quindi una per ogni complemento" (totale una sessantina).
Un rapido controllo mi permette di accertare che:
- Mercuzio e Marinaretta avevano preso pari pari le frasi dal libro di grammatica, andando al gruppo degli esercizi di ogni complemento;
- Contaballe e Copista si sono invece limitati a copiarne un gruppo, dopo averne fatte una buona metà per conto proprio.
Come ho spiegato in classe, nel caso di Marinaretta posso essere comprensiva perché dall'inizio dell'anno, quando ci è piovuta addosso dalla terza precedente, è assolutamente la prima volta che mi porta una qualche forma di compito a casa, e dunque forse era esagerato da parte mia pretendere che oltre a portarmelo lo facesse anche. Ma Mercuzio, in teoria, dovrebbe essere in grado di metterci più o meno lo stesso tempo per farle e per copiarle. Anche lui è tra quelli bravi. Forse. O forse era tra quelli bravi, la cosa magari andrebbe ponderata.

D'accordo: quando ho scelto di tornare in questa scuola e di conseguenza in quella classe, sapevo che quella classe era così.

giovedì 14 ottobre 2010

Questa classe non è un albergo


La Seconda Domandiera ha diciotto alunni - o meglio li avrebbe, perché uno è l'Assenteista e sulla sua presenza non possiamo mai fare gran conto; per giunta sono un po' più piccoli della media dei ragazzi alla loro età. Così quando il primo giorno sono entrata in classe ho pensato "Nella terza, in ventisette, stiamo come acciughe, ma almeno qui stanno comodi".
Macché. Nemmeno due giorni dopo le insegnanti di scienze si sono ricordate che, proprio nell'aula di quella seconda, un tempo c'era il laboratorio di scienze. Perché non rimettercelo?
Detto fatto, due mattine dopo trovo che la seconda è stata trasferita altrove... nella stanza più scomoda e malmessa di tutto l'edificio. L'anno scorso venne usata come aula in un momento d'emergenza, ed ebbi agio e occasione di esaminarne e contarne ogni singolo inconveniente, a cominciare dalla posizione che ne fa un forno d'estate e una ghiacciaia d'inverno, fino alle dimensioni, che la rendono una stanza stretta anche per diciotto alunni di piccolo taglio.
Non è nata per essere un'aula da lezione: le aule sono esposte sull'altro lato, hanno le tende e non le veneziane (particolarmente scomode in un'aula, specie quando si inceppano, il che avviene circa sette volte al giorno), un soffitto in cemento, finestre con un'apertura razionale e corredate da ampi e comodissimi davanzali - e sono più grandi.
Questa ha le veneziane, davanzali minuscoli e pannelli (mal fissati) al posto del soffitto.
Dall'anno scorso la situazione è peggiorata, anche per il logoramento cui la classe precedente l'ha sottoposta (classe davvero civile e garbata, ma infine composta da ventidue esseri umani): un pannello del soffitto è caduto, proprio l'ultimo giorno di scuola dell'anno scorso, e un altro paio danno l'impressione di voler cadere da un momento all'altro; c'era una finestra che si chiudeva male (ciò non succede più perché adesso la finestra non chiude affatto: un bel giorno la maniglia è rimasta in mano a chi cercava di aprirla, così adesso ci limitiamo ad accostarla); poi una delle veneziane è pericolante (lo era già l'anno scorso) e siccome l'aula è piccola alcuni banchi sono appiccicati alle finestre, dunque ci sono buone possibilità che tale veneziana finisca per cascare in testa a qualcuno; sempre in tema di finestre, i primi giorni c'era anche il problema di Scricciolo Rompino che cercava in tutti i modi di strozzarsi con i cordoni intrecciati delle veneziane. Adesso per fortuna ha smesso; non oso credere che sia stato per merito mio, che più volte gli ho solennemente promesso che avrei provveduto di persona ad impiccarlo, con quei cordoni, se non ci riusciva da solo - ad ogni modo ha smesso.
Tutti questi inconvenienti causano continua irritazione e fastidio ai ragazzi, che là dentro passano una trentina di ore a settimana; ma niente di tutto questo è paragonabile ai problemi che dà la porta.
Sia chiaro: le maniglie non sono mai state il punto di forza della scuola di Hogsmeade. Non so chi le abbia scelte, ma non ha fatto una scelta felice. Non ce n'è una sana in tutto l'edificio. Quella maniglia però funziona particolarmente male, tanto che più di una volta la porta è rimasta bloccata, con la classe dentro o fuori, a seconda dei casi.
Sembra però che il vero problema lì non sia la maniglia, bensì la porta che è fuori squadra. Scricciolo Rompino, che ha inaspettate competenze in moltissimi campi (non uno dei quali riguarda i programmi scolastici) ci ha spiegato che i cardini vanno registrati. Nessuno ha provveduto a farlo e così un giorno la porta, che da tempo si apriva e chiudeva stridendo e graffiando il pavimento e facendo una gran resistenza e solo dopo numerosi strattoni e spinte, è uscita dai cardini e scivolata addosso al suddetto Scricciolo - che è riuscita a fermarla con l'aiuto di un paio di compagni meno scriccioleschi di lui, e meno male.
Più volte Scricciolo ci ha spiegato che "non aveva fatto nulla, l'aveva solo toccata", ma anche se non l'avesse detto a nessuno sarebbe mai venuto in mente di attribuirgli una qualche responsabilità dell'evento, perché la creatura è davvero troppo minuta per sollevare la porta quanto basta per levarla dai cardini. Resta il fatto che, qualora qualcuno degli alunni si prendesse una porta in testa, sarà un bel problema spiegare ai genitori inferociti che è colpa del ragazzo che ha provocato la porta o roba del genere.
Sembra che, con un'accurata dose di pedate tirate nei punti giusti, la porta ritorni in sesto per qualche ora. Nessuno mi ha insegnato dove tirare i calci, e francamente preferirei che se ne occupasse un falegname - che sembra sia stato chiamato (dice, pare, si racconta che, tradunt).
Nel frattempo le lezioni sono diventate la parodia di un film dell'orrore: abbiamo diciotto ragazzi che entrano ed escono in continuazione per i più vari motivi, oltre a un visibilio di custodi e insegnanti che passano a portare circolari, lasciare avvisi e informarci sulle più varie questioni. E abbiamo scoperto che una porta che non stride e non ansima e non urla è una di quelle cose davvero importanti di cui si sente la mancanza solo quando non c'è più.