In tutta onestà, se dovessi fare un elenco dei miei libri preferiti questo non ci sarebbe. Tuttavia leggerlo è stato interessante sotto diversi aspetti, primo fra tutti per la sua notevole modernità didattica. Inoltre, facendo parte del ciclo di Piccole donne è un classico per luce riflessa, senza contare che ha la sua brava parte di fan (alcuni lo ritengono anzi superiore al primo), anche se in rete non si trova molto in italiano, e persino la voce di Wikipedia è piuttosto stringata.
Primo punto: più che un romanzo è un trattato sull'educazione, per ammissione della stessa autrice che dichiara che "questo libro non segue una vera e propria trama ed è, più che un romanzo, il resoconto di quel che succede nella scuola di Plumfield".
E allora cominciamo spiegando cos'è la scuola di Plumfield, che magari non è mai esistita esattamente in quei termini, ma ha basi più reali di molte delle scuole narrate in letteratura.
Louise Alcott non ha mai gestito una scuola, ma era figlia di un insegnante decisamente molto avanti rispetto ai suoi tempi (e che per questo motivo passò la sua brava parte di guai) e frequentava gran copia di educatori e filosofi decisamente all'avanguardia.
La scuola gestita da Jo March e dal suo consorte, il professor Baher, non poteva quindi essere una scuola ordinaria.
Si tratta prima di tutto di una scuola altamente inclusiva: nel carnet di presentazione dei primi alunni troviamo un ragazzo che, a causa di quelle che un tempo venivano chiamate "febbri cerebrali" da intelligente è diventato idiota e un altro con una malformazione alla spina dorsale (di quelli che un tempo erano chiamati "gobbi"), e il nuovo alunno, introdotto nel primo capitolo, è disperatamente povero e viene da quello che oggi nelle relazioni scolastiche definiamo "un contesto socio-culturale degradato": in pratica, un trovatello che vive (male) suonando il violino per strada e dormendo in una cantina umida e fredda, dove si è ammalato di una brutta tosse che la malnutrizione ha contribuito a peggiorare. Più avanti, a rimorchio del trovatello, che se non altro nei primi anni della sua vita ha ricevuto un po' di educazione, anche se ben poca istruzione a parte quella musicale, arriva un altro trovatello, con alle spalle una infanzia ancor più disastrata. Per entrambi paga Laurie Lawrence, promosso per l'occasione da Reagente a Mecenate. Più avanti ancora arriverà una ulteriore orfanella dotata di un carattere piuttosto irruento, nota nella zona come "Nan la monella". Ma naturalmente i problemi possono arrivare anche con alunni all'apparenza normalissimi - e del resto, già intendersi sul concetto di normalità, in particolare se applicato a un ragazzino in età scolare, non è affatto semplice.
Che dire della disciplina? In realtà c'è, ma è una disciplina à la March, basata soprattutto sull'autocontrollo e la condivisione dei valori - il sogno della didattica moderna, insomma.
Cioè no, non del tutto: ad esempio sono previste anche zone franche, dove i ragazzi hanno l'esplicito permesso di scatenarsi - un accorgimento prezioso che vorrei tanto fosse a nostra disposizione anche nella moderna scuola, che vive nel terrore di incidenti, traumi (fisici), incidenti mortali e simili e per la quale, ahimé, il nobile principio improntato al migliore buon senso e citato nelle prime pagine risulta del tutto improponibile:
"Insomma come si fa a non concedere un po' di tempo libero in cui possano gridare, scatenarsi e combinarne di cotte e di crude come pare a loro?" osserva saviamente Jo durante una di queste zone franche, mentre intorno a lei i ragazzi si prendono festosamente a cuscinate e cavalcano i corrimano delle scale facendo un baccano fuor dall'umano.
Giusto, come si fa? Purtroppo sembra che oggi ci si riesca benissimo - ma non per questo scansiamo incidenti e traumi (fisici) vari; in compenso ci lamentiamo molto per le classi che, chissà perché, risultano spesso piuttosto irrequiete.
Quindi, una scuola che rientra nel ramo permissivo, dove fruste e bacchette sono del tutto fuor di questione: l'unica volta che infatti viene presa in mano la frusta si ha cura di notare come fosse coperta da uno spesso strato di polvere - e detta frusta non viene usata dall'insegnante sull'alunno bensì...dall'alunno sull'insegnante, in un passo didatticamente davvero geniale. Le sanzioni sono quindi del tutto non-violente (per gli alunni) e accuratamente motivate al diretto interessato.
E' poi una scuola con programmazione individuale: al momento del saggio di fine anno infatti chi sa scrivere scrive, in modo assolutamente personalizzato, ma chi non sa ancora scrivere perché è troppo piccolo se la sbriga in altra maniera, per esempio con una esposizione orale.
Una scuola molto laboratoriale: nel corso del romanzo assistiamo all'allestimento di un museo di scienze naturali con ampia scelta di animali vivi e morti; gli alunni tengono i loro pet (no, non solo cani, gatti, tartarughe e topolame vario, ma anche vermi, cavalli, polli e quant'altro) e hanno ognuno un orto a disposizione da coltivare a loro piacimento - e qualcuno ci riesce e qualcuno no, e allora gli viene spiegato alla fine dell'anno dove e come abbia sbagliato, acciocché possa migliorare nell'anno successivo. C'è anche un corso di cucina (se ne occupano le ragazze. Evvabbé). Inoltre viene incoraggiato lo spirito imprenditoriale, consentendo ai ragazzi di organizzare piccoli commerci di animali, piante, uova e altro.
Oltre alle ordinarie lezioni, ha grande importanza anche l'apprendimento tra pari in varie forme, e all'insegnamento partecipano anche giardiniere, cuoca e personale domestico in generale.
E si fa molto esercizio fisico, di tutti i tipi: non solo Scivolata sul Corrimano, Arrampicata sugli Alberi e Lotta con i Cuscini, ma anche tante altre tipi di sport.
Scuole di quel tipo esistevano e sono esistite anche in seguito, e sono sempre state scuole di nicchia - ma gli alunni che le hanno frequentate e le frequentano di solito le apprezzano assai e ne ricevono una preparazione assai completa. Naturalmente sono molto complicate da gestire, ed è per questo che sono piuttosto rare. Piazzare tutti i ragazzi in una stanza fornita di banchi e limitarsi a interrogarli è senz'altro più pratico per chi ci lavora, anche se meno stimolante. Inoltre, funzionano solo con numeri piuttosto ridotti, e va pur riconosciuto che le Grandi Scuole hanno qualcosa di rassicurante per molti, se non per tutti.
Sul piano educativo dunque è un libro molto interessante. Come romanzo però mi attento a dire che si è visto di molto meglio, anche nel resto della produzione della Alcott.
Abbiamo un ottimo primo capitolo, quando arriva il Violinista Randagio, e un eccellente capitolo intitolato "Damone e Pizia" (ma pare che il vero nome dei protagonisti della leggenda fosse Damone e Finzia) sul valore dell'amicizia, che ripercorre molto bene le dinamiche interne di un gruppo di ragazzi in quelle circostanze. Poi c'è un bel gruppetto di storie e storielline che l'autrice assicura essere prese di peso dalla vita reale, e non vi è motivo di dubitarne. Tuttavia la narrazione nel suo insieme non è delle più avvincenti e anche se una trama in qualche modo c'è, o meglio anche se alcun i dei protagonisti seguono un loro percorso, non è una di quelle letture che mi ha spinto a tenere la luce accesa più del dovuto per andare avanti. E va anche detto che quella bellissima cosa che si chiama sintesi non sempre brilla per la sua presenza e insomma il brodo a tratti non è dei più sostanziosi.
Insomma, in certi punti mi sono proprio annoiata.
Alla fine del libro comunque, oltre ad avere individuato alcuni commercianti in erba, sappiamo che tre dei protagonisti hanno già individuato chiaramente la loro strada: il Violinista Randagio è, appunto, vocato al violino; il suo amico ancor più randagio è decisamente vocato allo studio delle scienze naturali, cui è stato instradato da tale Mr. Hyde (che immagino sia un alter ego di Henry Thoreau); e infine la monella Nan, fermamente decisa a studiare medicina (con l'appoggio di Jo).
In ultimo, una curiosità letteraria: verso la fine del libro spunta dal nulla un capitolo intitolato "John Brooke". Niente di strano, all'apparenza, visto che John Brooke è il marito della sorella maggiore di Jo, e anche il padre di due dei bambini di Plumfield. In questo capitolo John Brooke muore, dopo brevissima malattia, e ne viene tessuto un lunghissimo elogio funebre (che è anche una delle parti più scialbe del romanzo) dove, tra le altre cose, si racconta come il signor Baher aveva perduto con John Brooke un amico e un fratello insostituibili anche se nelle uniche due occasioni in cui li abbiamo visti insieme, i due non scambiano una parola che sia una.
Molto perplessa, dal momento che tale morte non incide minimamente sulla trama, sono andata a controllare; e ho scoperto che il vero John Brooke è morto nel 1870, dopo dieci anni di matrimonio - un dettaglio che viene ripetuto più volte durante quel micidiale capitolo. Sembra anzi che l'intero romanzo sia stato scritto proprio per provvedere alla sorella ormai vedova e con figli a carico.
In tutti i casi, oltre che di una noia mortale, quel capitolo contraddice il romanzo precedente: dove dieci anni dopo il matrimonio con Meg, John Brook gode ancora ottima salute, e anzi ben due anni dopo la sua morte se ne stava a Plumfield a giocare a cricket con i ragazzi senza mostrare alcun segno di malessere fisico, nel capitolo finale.
Come ci ricorda Wikipedia, il romanzo ha avuto ben due adattamenti cinematografici e pure una serie televisiva di 26 puntate, ma anche un anime in 26 puntate che da noi è stato titolato Una classe di monelli per Jo ma l cui titolo originale era La piccola donna Nan e l'insegnante Jo dove la vicenda è incentrata appunto su Nan e su quella specie di passaggio di testimone tra lei e Jo accennato anche nei libri.
Con questo post partecipo in pectore al Venerdì del Libro di Homemademamma che da un paio di settimane latita e, come sempre, auguro piacevoli letture a tutti.









