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mercoledì 9 giugno 2021

La deboscia della fine dell'anno


Incredibile ma vero, il più complicato, imprevedibile e faticoso anno scolastico della storia della scuola italiana si sta avviando alla fine. Nessuno di noi ci avrebbe sperato, quando riemergevamo dai collegi docenti a distanza dove appositi esperti rispondevano alle nostre tremolanti domande:
"Posso fare questo?"
"NO"
"E quest'altro?"
"E' altamente sconsigliabile"
"Ma non è che forse potremmo...?"
"NO"
E ci guardavamo spaventati domandandoci che cavolo di anno scolastico sarebbe stato.
E infatti è stato, appunto, un vero anno scolastico del cavolo

dove ogni settimana spuntava fuori un nuovo decreto, una nuova circolare, un nuovo positivo, una nuova quarantena.
Ma adesso sta finendo, e lo si vede da una generale tendenza alla deboscia.
Sì, certo, tutti gli anni nell'ultima settimana la disciplina si allenta assai, ma quest'anno è diverso. Un po' di sole dopo infinita pioggia è infine arrivato a scaldarci, una nuova speranza arriva dai nuovi decreti, i numeri sono in netto calo. 
Dopo un anno passato a ripetere come registratori rotti "Alzate la mascherina, ché deve coprire anche il naso, allontanatevi e non fate assembramenti, non accostatevi troppo, non toccatevi, non passatevi penne, fogli, merendine, evitate financo di guardarvi con troppa intensità" sentendosi ogni volta più noiosi, pedanti e puritani, c'è una certa voluttà nel consentire a cose normalissime soprattutto in questo periodo dell'anno.
Pare quasi, a tratti, che l'anno del cavolo finisca con una qualche parvenza di normalità.
"Prof, ci porta fuori?"
"".
"Prof, posso usare il cellulare per fare una foto ai compagni?"
"".
"Prof, ci lascia quest'ora per lavorare alle tesine?"
""
"Prof, e se invece di lavorare alle tesine prendessimo i giuochi dell'aula di Sostegno e..."
"Ottima idea, vai".
Piacevoli notizie arrivano da ogni dove.
"Ragazzi, da stasera il coprifuoco finisce a mezzanotte. Ricordatevi tutti di mettere le scarpette di vetro quando uscite"
"Non mancheremo, prof"
"Ma che ci faccio io, con le scarpe di vetro?"
"Non ti preoccupare, corre voce che le scarpette di vetro nascessero da un errore di trascrizione e che in realtà fossero di vitello".
I corridoi sono popolati di torme di ragazzi urlanti e nessuno esce più a rimproverarli. Il cortile di scuola si riempie di classi. Stiamo sfiorando l'assembramento.
"Prof, possiamo andare a cercare una palla?"
"Ma certo"
Il Bravo Insegnante deve essere assertivo, giusto? E noi asseriamo, con forza e convinzione.
"Ma non era vietato giocare a palla?" prova a intervenire una collega.
"Forse. Me ne sono dimenticata. Non lo so"
"Giusto, non lo so neanch'io".
"Prof, possiamo andare a prendere i banchi nel ripostiglio e fare lezione fuori?"
"Ottima idea, andiamo tutti a prenderli".
Deboscia, deboscia completa.
"Ricordate che per ogni professore colpito dai palloni sono due punti, a cinque punti si rientra in classe".
Una palla vola in mezzo a due insegnanti che chiacchierano.
"Ops, scusateci. Quanti punti sono?"
"Niente punti per stavolta, non ci avete colpite. Anzi, è stato un tiro molto elegante".

L'anno scolastico sta finendo. Evviva l'anno scolastico.
Ma il prossimo, per favore, lo vorremmo meno tormentato.

venerdì 4 giugno 2021

Piccole donne - Louisa May Alcott



Da Natale a Natale, Piccole donne racconta le vicende di una famiglia tutta al femminile durante un anno della Guerra di Secessione. L'uomo di casa, ovvero il padre di famiglia, è al fronte a fare il cappellano militare, e della guerra non si parla altro che come grave e dolorosa circostanza che, appunto, costringe gli uomini al fronte per obbedire al richiamo della Patria. Di solito chi legge sa che la guerra in corso è una guerra civile, dove americani combattono contro altri americani e che verrà vinta dalla parte cui la famiglia March appartiene, ma anche se non lo sa la lettura non ne risente: nessuno legge bollettini di guerra, e nessuno commenta l'andamento del conflitto, papà è  al fronte perché c'è la guerra e questo è quanto. Per sostenere la guerra al fronte, la famiglia decide per solidarietà di devolvere all'esercito i soldi destinati ai regali di Natale. Poi, siccome Natale non sarebbe Natale senza regali, come proclama Jo in apertura del romanzo, concordano di tenersi qualche spicciolo per scambiarsi comunque dei piccoli regali simbolici.
La famiglia è composta dalla madre, donna saggia e misurata quant'altre mai ma che soffre acutamente la mancanza del suo amato marito (e dei suoi saggi consigli) più quattro figlie a scalare, che all'inizio del romanzo hanno rispettivamente sedici, quindici, tredici e dodici anni - quattro ragazze con caratteri molto diversi tra loro. Poi c'è Hannah, la fedele cameriera che è rimasta a servizio della famiglia senza stipendio ed è pure lei una personificazione del buon senso oltre che della fedeltà, fonte di aiuto concreto ma anche di consigli per le ragazze.
A tutt'oggi è un libro molto letto tra le giovinette, le quattro ragazze March sono rimaste nell'immaginario collettivo e nel corso di un secolo e mezzo dal libro sono stati tratti in continuazione film, cartoni animati, serie a fumetti e, almeno in Italia, una serie di versioni ridotte di cui secondo me potevamo fare benissimo a meno. Una di queste versioni ridotte mi fu regalata per Natale dai miei genitori - che erano del tutto inconsapevoli che fosse ridotta, altrimenti me ne avrebbero cercata una integrale. 
Siccome le ragazze sono quattro caratteri a tutto tondo è difficile riassumerle in una parola, per cui non ci provo nemmeno. Durante l'anno comunque ognuna di loro attraversa prove di vario tipo e momenti drammatici, uscendone cambiata perché a quell'età in un anno si cambia moltissimo. A fine anno, durante il secondo Natale, il padre ritorna, ancora debole dopo una lunga malattia, ed elargisce a tutte e quattro molti complimenti e un attestato di buona condotta.
La trama è tutta qui, e del resto la conoscono tutti. Posso aggiungere che è un libro interessante da rileggere nelle varie stagioni della vita, perché ogni volta ci si trovano dei nuovi spunti di riflessione - specialmente quando la versione integrale la leggi per la prima volta a trent'anni, com'è successo a me.
Qualcuno si dichiara seccato dal tono moralistico che pervade tutto il libro. Per me è invece uno dei tratti più affascinanti, perché è molto sentito e anche piuttosto originale. Di fatto, i valori della famiglia March sono abbastanza insoliti, e la base culturale anche. Qua e là le ragazze parlando lasciano scivolare (soprattutto Jo) citazioni abbastanza insolite di autori che normalmente nei libri per ragazzi non compaiono nemmeno di striscio. Si tratta insomma di una famiglia di intellettuali. Squattrinati.
Un tempo (qualche anno prima) la famiglia era piuttosto benestante, ma "il padre aveva perso i suoi soldi per aiutare un amico in difficoltà" - cosa su cui nessuna delle protagoniste trova da ridire, nemmeno col pensiero. Cresciute in una iniziale situazione di ricchezza le ragazze sono quindi state sbalzate in una situazione di relativa povertà, mantenendo comunque un giro di amicizie piuttosto ricche che frequentano senza farsi particolari problemi. Le due figlie maggiori lavorano a mezza giornata, con classici lavori da ragazze squattrinate di buona famiglia: rispettivamente istitutrice e dama di compagnia - e lo fanno al preciso scopo di aiutare in casa, ma la casa a quanto sembra non è poi messa così male.
La famiglia abita in una graziosa villetta con giardino, pratica un po' di beneficenza (che rischierà di pagare a caro prezzo, quando l'angelica Beth verrà contagiata proprio dalla famiglia da loro assistita), risparmiano soprattutto sui vestiti che sono piuttosto semplici  (e sulla servitù) e i problemi principali sono la mancanza di abiti da sera, stivaletti alla moda e un pianoforte professionale per la musicista di casa - e siamo d'accordo che non sono mancanze da poco, ma la tavola è comunque ben fornita e il carbone per il riscaldamento non manca, il bilancio di casa quadra senza troppi problemi e non ci sono fornitori insoddisfatti che vagano minacciosi intorno alla villetta. Una dignitosa povertà, insomma, che non ha niente da spartire con la miseria.
Il problema salta fuori principalmente per la presenza degli amici ricchi - non i vicini di casa Lawrence, da cui si accetta tutto o quasi senza difficoltà, anche perché sanno offrire con molto garbo, ma le compagne di scuola di Amy e soprattutto le amiche di Meg.
Uno dei miei capitoli preferiti, anche quando leggevo il romanzo in versione sforbiciata, è stato proprio quello dove Meg va alla Fiera delle Vanità: gli ospiti sono brave persone a modo loro, accolgono la ragazza con grande affetto e la coprono di cortesie ma per tutto il tempo la giovanissima lettrice fiorentina degli anni 60 sentiva che c'era qualcosa che non andava, anche se lo champagne era stato implacabilmente tagliato via dall'adattatore, insieme a buona parte dei commenti e dei sospiri legati all'abito di tarlatana, che gli ospiti trovano assolutamente inadatto pur sforzandosi di non farlo capire; e quando Meg si fa vestire all'ultima moda  dalle amiche assolutamente ben intenzionate (e lo fa sapendo di sbagliare e paga il suo errore con un lungo pentimento) la lettrice si rendeva conto che c'era qualcosa di sbagliato, ma non riusciva a capire con precisione di cosa esattamente si trattasse: in fondo era tutto molto rispettabile, la madre ospite non faceva nulla per impedirlo e quindi dov'era il problema?
Il problema, e alla fine ci arriva anche la lettrice sprovveduta, era che Meg viene infiocchettata per essere messa sul mercato della buona società - che è una cosa che il rigido codice morale dei March disapprova, e avrebbe con tutta probabilità disapprovato assai anche se la famiglia avesse mantenuto il trascorso benessere: lo champagne non andava bene, il busto stretto nemmeno, gli orecchini men che mai; e infatti anche il ricchissimo Laurie Lawrence disapprova. Il problema non è solo nella falsità dell'insieme, ma anche negli occhi di chi guarda interpretando il tutto con la mentalità di chi, su quel mercato, ci vive e ci mette anche le sue figlie senza farsi problemi. Meg scopre la verità ascoltando le chiacchiere degli invitati sulle mire matrimoniali attribuite a sua madre - e dopo aver "goduto" le gioie del bel mondo finisce per fidanzarsi senza ombra di rimpianto con un istitutore squattrinato, che le darà una vita dignitosa ma che certo ricco non diventerà mai - ma sarà un buon marito e soprattutto le piace (che è sempre il criterio più valido per scegliersi un consorte).

In casa March vige una ferrea disciplina: si obbedisce ai genitori, punto (nel caso in cui ci sia solo la madre, chiaramente, si obbedisce alla madre). Si può cautamente provare a insistere, allora la madre spiega pacatamente le sue ragioni, che non sempre convincono appieno le ragazze, almeno all'inizio - ma la possibilità della disobbedienza, aperta o nascosta, non è nemmeno presa in considerazione. "Mamma non vuole" e "Mamma ha detto di no" sono due argomenti definitivi, che non ammettono replica. Tutto ciò non per evitare una punizione (non ci sono punizioni in casa March; o almeno, non ci sono punizioni elargite dai genitori, che si fanno un punto d'onore di guidare le ragazze esclusivamente attraverso l'amore e la libera discussione), ma talvolta è la vita stessa ad elargirle, senza alcun intervento genitoriale. Molto spesso, addirittura, non ci sono nemmeno rimproveri, ma solo amorevoli segnalazioni di dove si è sbagliato. A rendere obbedienti le ragazze non è la paura di una sanzione o di un rimprovero, ma la paura del dispiacere che proverebbero per avere in qualche modo addolorato i loro genitori. Quando ci sono stati errori però questi vengono accuratamente analizzati nelle motivazioni e a quel punto le esortazioni a fare meglio e i buoni consigli non mancano. In tutti i casi le ragazze sono consapevoli che l'amore dei genitori è garantito, qualsiasi cosa succeda - quello che non è invece garantita proprio per niente è l'approvazione o l'aiuto a perseverare nell'errore o a scansare le conseguenze dell'errore. Di violenza fisica, naturalmente, manco a parlarne, anzi la madre disapprova fortissimamente le bacchettate ricevute da Amy a scuola per una disobbedienza - ma senza scusare in nessun modo la disobbedienza; solo, le bacchettate proprio no, in ogni caso. Nella scuola della fine del secolo scorso era un ragionamento addirittura rivoluzionario, e faticò non poco a diventare legge (da noi le percosse agli alunni sono state ufficialmente vietate solo verso la fine degli anni 60, anche se già mia nonna, durante la guerra, andò a rampognare l'insegnante che aveva bacchettato la figlia minore in una scuoletta di campagna, ai tempi dello sfollamento, e per quanto ne so a Firenze negli anni 30 non si vedevano né bacchettate né i tradizionali ceci secchi dietro la lavagna su cui tenere in ginocchio gli alunni rei di qualche errore, pure molto spesso citati nei modi di dire).

Le regole saldamente interiorizzate consentono alle ragazze March una notevole libertà: al contrario delle ragazze italiane dell'epoca e ben più delle ragazze vittoriane loro contemporanee, le sorelle March coltivano i loro interessi, vanno a teatro, pattinano, organizzano un circolo più o meno culturale e recite casalinghe e in più dispongono di  un solido e amorevole punto di riferimento cui confidare dubbi e difficoltà (due punti di riferimento, alla fine del romanzo, quando il padre ritorna) - che non è una fortuna che capita a tutti i ragazzi. Come ho già scritto, le sedute di autocoscienza in casa March abbondano, e perfino quando la famiglia sarà quasi dispersa, nel momento più critico del romanzo, quando sia il padre che una delle sorelle sono in punto di morte, anche la piccola Amy approfitterà del forzato soggiorno dalla zia per dedicarsi all'introspezione e meditare sui suoi difetti proponendosi di emendarli.
A questo proposito vorrei aggiungere che Amy, giovane aspirante arrampicatrice sociale e assai dedita alle frivolezze (ma sempre in modo molto compito, assistita com'è da un buon gusto che nel resto della famiglia sembra scarseggiare) ai miei occhi di lettrice adulta è risultata il personaggio più interessante proprio perché è quella che per natura più si discosta dai valori morali che predominano in famiglia e che dunque si ritrova con il cammino più difficile da percorrere; il fatto che la sorella più vicina a lei per età sia universalmente riconosciuta come un angelo incarnato - stato che raggiunge senza grandi difficoltà perché invece assai predisposta a questo appunto dalla sua natura completamente diversa da quella della sorella -  non le semplifica certo le cose.
Una delle tesi di fondo del romanzo potrebbe dunque essere "E' possibile essere persone autentiche in un mondo che sembra dare importanza soprattutto alle apparenze? Sì (segue dibattito)". Tesi affascinante, e affrontata con incrollabile ottimismo. Alla fine del romanzo il fondo di originalità dei March è rimasto intatto, e i fatti e la buona sorte gli han dato ragione: padre e figlia sono sopravvissuti alle malattie, Jo ha pubblicato il suo primo racconto, Meg si è fidanzata (fidanzamento assai deprecato dal Bel Mondo, per l'occasione impersonato dalla zia) e Amy... beh, per il momento Amy ha rimediato solo un paio di graziosi anellini, ma è anche definitivamente uscita dall'infanzia dopo qualche esperienza piuttosto brusca.
Nel romanzo ci sono infine anche alcuni graziosi gattini che allietano il quadro.

Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a chiunque passi da qui buone letture all'aperto, ché l'estate alla fine è arrivata davvero.

lunedì 31 maggio 2021

Di aggiornamenti delle nomenclature non sempre apprezzatissimi (post di singolare inutilità)

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemos

Cambiare nome alle cose sostituendo parole usate da gran tempo non sempre sorte effetti felicissimi. D'altra parte le lingue vivono di cambiamenti e una lingua non cambia più solo quando è morta.
In molti han rumoreggiato quando gli handicappati sono diventati prima portatori di handicap e poi disabili, e i negri sono diventati neri, ma ormai gli handicappati non ci sono più e i negri esistono solo nelle vecchie traduzioni della Capanna dello zio Tom e nei discorsi di qualche estremista di destra particolarmente arretrato.
E in tanti hanno sbuffato davanti alle prime ministre e sindache e assessore dicendo che mai e poi mai sì barbare parole avrebbero attecchito nella nostra lingua - ma ormai abbastanza comunemente si parla appunto di sindache e ministre e financo avvocate, e pure le architette han smesso di suscitare reazioni scomposte e risate sguaiate.
Tuttavia certi cambiamenti devono percorrere una strada piuttosto lunga. Ricordo che mio padre ha continuato per diversi anni ad andare alla Valdarno al lavoro quando già da tempo la Valdarno era stata assorbita dall'Ente Nazionale per l'Energia Elettrica - credo anzi che il vero cambiamento sia stato quando cambiò sede di lavoro per andare in una palazzina che non era stata mai della Valdarno ed era stata costruita dall'ENEL e dove tutti si erano sentiti lavoratori dell'ENEL sin dall'inizio. Tuttavia anche la Valdarno rimase nei discorsi di famiglia per anni, ma non per decenni.

In un qualche momento dei miei primissimi anni di insegnamento qualcuno decise di cambiare nomi agli ordini di scuola. La scuola materna diventò "dell'infanzia", la scuola elementare diventò "primaria" e la scuola media diventò "secondaria di primo grado", mentre le superiori diventarono "secondarie di secondo grado".
All'inizio, come sempre davanti a una qualsivoglia novità, rimasi piuttosto schifata. Passato il primo choc culturale feci appello alla mia autodisciplina e cercai coscienziosamente di adattarmi, aiutata in parte dai continui moduli che compilavo in quel periodo per il rinnovo graduatorie e dalle molte segreterie che frequentavo ai tempi delle supplenze brevi. La mia autodisciplina tuttavia subì una certa ridimensionata quando mi accorsi che intorno a me gli addetti ai lavori parlavano sempre solo e soltanto di medie e giammai si sporcavano la bocca evocando le scuole superiori. 
E  così, mentre gli africani e gli afroamericani dotati di pigmentazione scura venivano ormai quasi universalmente chiamati "neri" e gli handicappati sparivano senza lasciar traccia di sé insieme ai portatori di handicap, gli insegnanti delle elementari parlavano di primarie in gran scioltezza nemmeno fossero tutti cittadini americani in tempo di elezioni, la scuola dell'infanzia viveva un percorso più complesso, dovendo smanicarsi anche dal vecchio "asilo" oltre che dal desueto appellativo di "materna" ma insomma conosceva una sua evoluzione e la scuola "secondaria" si stava faticosamente smarcando dalle "superiori"ma la strada sembrava ancora lunga.
In tutti questi anni però le medie sono rimaste "medie", non solo per i giornalisti e i dibattiti televisivi, ma anche tra gli addetti ai lavori. Perfino i libri di scuola, che un tempo scrivevano fieramente in copertina "Manuale di storia per le scuole medie" oggi sorvolano pudicamente sull'ordine di scuola cui sono destinati.
A tutt'oggi, sono docente della scuola secondaria di primo grado solo quando compilo qualche modulo del MIUR e nessun genitore, custode o alunno sembra avere la minima propensione a parlare di "secondarie". 
E c'è il suo motivo.
Tre anni fa, mentre compilavo un modulo dove mi dichiaravo Murasaki Shikibu, insegnante della Scuola Secondaria di Secondo Grado di St. Mary Mead, fui presa da un dubbio. 
Col mio modulo in mano, uscii dalla scuola e guardai la targa di marmo dell'ingresso. C'era scritto "SCUOLA MEDIA XY".
Va bene, mi dissi, è una targa vecchia e non l'hanno cambiata.
Poi guardai meglio.
In alto, sopra la targa, c'era una targa in metallo. Portava scritto "Scuola Media XY". Era molto nuova e molto lucida.
E c'erano sopra la bandierina dell'Unione Europea e la targhetta del PON. E il PON è una roba senz'altro successiva all'arrivo delle scuolesecondariediprimogrado.
In tutti i casi, la mia scuola si dichiarava MEDIA in entrambe le targhe. Era lo Stato che la definiva così. Se andava bene per la targa d'ingresso, doveva andar bene anche per il MIUR, e meno storie.
Così rientrai, presi un nuovo modulo e scrissi risolutamente che ero Murasaki Shilibu ed insegnavo nella scuola media XY di St. Mary Mead, insieme a tutte le altre informazioni che mi erano richieste, e lo portai in Segreteria - dove lo presero senza batter ciglio. E da allora nei moduli scrivo sempre che insegno nella scuola media XY di St. Mary Mead che fa parte dell'Istituto Comprensivo di St. Mary Mead.

E poi venne il giorno in cui la Toscana aprì il portale dove gli insegnanti si segnavano per vaccinarsi. E mentre lo compilavo per l'ennesima volta nella vana speranza di trovare un angoletto disponibile per me, mi accorsi che stavo barrando la casella "docente scuola media".
Un portale per vaccinazioni della Regione Toscana è una roba piuttosto ufficiale, mi sembra, e serve a distribuire vaccini per conto delle ASL della Toscana - tutta roba molto statale, e siamo pure una regione a statuto ordinario. Ma non vogliono sentir parlare di scuole superiori di primo grado.

Ricapitolando: insegno in una Scuola Media, con tanto di targa all'ingresso che la definisce tale. L'Unione Europea ci elargisce fondi perché siamo una Scuola Media, la regione Toscana ci dichiara scuola media, la nostra carta intestata parla di Scuola Media XY di St. Mary Mead. I docenti intorno a me si autodefiniscono "insegnanti delle medie", ai Collegi Docenti le Scuole Secondarie di Primo Grado vengono nominate solo quando viene letta qualche circolare del Ministero - che è l'unico ente che si incaponisce a sostenere che siamo una Scuola Secondaria di Primo Grado e non una scuola media, anche se tollera che nella nostra targa sia scritto tutt'altro.
Siamo un caso isolato? La Toscana scolastica parla una lingua tutta sua? In tal caso, perché il Ministero lo tollera?
Oppure l'Italia brulica di scuole medie che solo due o tre volte all'anno vengono chiamate "Scuole Secondarie di Primo Grado"?
Che senso ha avuto svegliarsi una mattina e stabilire che le scuole d'Italia dovevano cambiare denominazione ufficiale e poi lasciargli quella vecchia?
Perché, almeno al MIUR, non si impegnano per chiamarci Istituti di Scuola Superiore di Primo Grado?
Oppure perché al MIUR non lasciano cadere questa farraginosa denominazione e non tornano a chiamarci, come tutti, Scuole Medie?

In questi infiniti dubbi s'annega il pensier mio. E può pur essere che al mondo esistano entità più inutili di questo post, ma al momento non me ne viene in mente nessuna.


*la data precisa non sono riuscita a trovarla, ma mi sembra di capire che sia stato il 2003, con la Riforma Moratti. Forse.

domenica 30 maggio 2021

Scartoffie di fine anno - L' Innovativissima Riforma del MIUR per Educazione Civica e le sue complesse conseguenze



Quando l'Innovativissima Riforma del MIUR per Educazione Civica entrò nelle vite di noi insegnanti giurai solennemente davanti alla luna che avrei usato tutte le mie (poche) capacità per limitare con ogni cura e diligenza qualsiasi aggravio di impegno cotale riforma pretendesse apportare nella mia vita lavorativa, e di non spostare di un capellesimo di millimetro le mie programmazioni in suo onore, in quanto la ritenevo una Riforma Falsa e Mendace che nulla di nuovo apportava alla scuola se non qualche scartoffia.
A tutt'oggi ritengo di aver adempiuto con sufficiente zelo a questo nobile proponimento, con una sola eccezione che passerò a raccontare in fondo al post.
Non altrettanto posso dire dei miei amati colleghi, e mi giungono tristi notizie in merito anche da altre scuole: per incredibile che sia, in tanti stan prendendo sul serio questa bieca operazione di cosmesi superficiale, non solo, ma in tantissimi si sono ingegnati per adempiere agli obblighi di legge nel più complicato dei modi possibili.
Anche a St. Mary Mead, nel nostro piccolo, ci siamo ingegnati in tal senso.

Ordunque, in principio era il Registro su Carta: in un anno scolastico dove le autorità mediche si raccomandavano di limitare l'uso delle scartoffie su carta, la prima geniale pensata fu che ogni classe avrebbe avuto un Registro Su Carta (cioè due fogli in croce fotocopiati) da conservare nel Librone delle Carte della Classe, dove ogni insegnante avrebbe coscienziosamente appuntato le sue ore di Educazione Civica specificando per ognuna di queste ore la data, l'argomento, l'Area Tematica cui detto Argomento afferiva e il numero di ore impiegato per sviluppare cotale Argomento, con Eventuale Verifica, scritta o orale che fosse.
Detto così suona lungo, ma in realtà è affare molto veloce e si fa in circa 40 secondi; di fatto non mi sembrò poi una pensata così balorda.

Tosto dunque, già il primo giorno, mi segnai nella Terza Brillante due ore per la Tematica 1 (Costituzione, istituzioni e regolamenti vari nonché Regole di Vita Quotidiana) per illustrare una presentazione a slide che la scuola aveva pazientemente composto per spiegare le nuove  regole legate alla pandemia in corso - una bella chiacchierata tra amici, in pratica. Poi segnai qaueste ore con la dicitura Educazione Civica anche nel registro elettronico - ma tanto, nel registro elettronico, dovevo comunque spiegare che caspita facevo nelle mie ore, giusto?
La settimana seguente segnai altrettante due ore per la spiegazione del meccanismo elettorale che porta all'elezione del presidente degli Stati Uniti, e su ciò assegnai apposito compito che venne coscienziosamente svolto dai ragazzi e che corressi trascrivendone poi con cura i voti sul registro elettronico.
Dopodiché  mi addentrai nelle complesse tematiche dell'Italia postunitaria, del colonialismo nella seconda metà dell'Ottocento, nello studio di oceani, Artide e Antartide eccetera, e quindi per diverse settimane non feci più alcunché legato ad Educazione Civica.
Nel frattempo i miei colleghi del Consiglio di Classe si affannavano a parlare del patrimonio culturale italiano e internazionale e delle leggi che lo tutelavano, delle fonti di energia alternativa, delle città sostenibili, del lavoro minorile, delle fake news e di tante altre belle cose che, indubbiamente, afferivano ad Educazione Civica, sì come tanti altri argomenti che ormai da tempo formavano le nostre programmazioni. Tuttavia  il registro di Educazione Civica continuava a contenere solo le mie quattro ore, sole solette in un gran deserto.
"Scusate carissimi, ma visto che state facendo tante belle cose di Educazione Civica, perché non le segnate anche sul registro della classe?" chiesi alfine a metà Novembre dopo che, avendo preso il registro per segnarci un approfondimento sulla vita sott'acqua e relative problematiche chiesto dai ragazzi dopo la lezione sugli oceani, trovai appunto questo gran vuoto.
"No no, noi le segniamo. Io le segno sempre" - mi assicurarono in tanti.
"Veramente in Terza non hai segnato un accidente, ma mi sembra che le città sostenibili siano assolutamente un tema che rientra nella seconda area".
"Ah sì, forse è vero, me ne sono dimenticata. Ma tanto a fine quadrimestre le recuperiamo dal registro".

Premesso che dal Registro Argo io personalmente ho grande difficoltà a recuperare alcunché, senza dubbio per demerito mio, mi sfuggiva a quel punto l'utilità del registro su carta. Decisi comunque di cucinarmi una teglia di cavoli miei - ma non senza aver dato una scorsa ai registri delle altre classi, che languivano in uno stato di parziale o totale abbandono né più né meno di quello della classe che coordinavo, proprio come sospettavo.

Naturalmente a fine quadrimestre fu pianto e stridor di denti. Tuttavia qualcuno se ne uscì con una trovata assai ragionevole e ogni Classroom dei Consigli di Classe venne dotata di una elegante tabella su cinque colonne dove ognuno poteva segnare le sue ore. Cosa che venne fatta all'ultimo minuto e con grandi lamentele - e non trovavo, e non pensavo, e non ricordavo, e non ho segnato e ho dovuto riguardare tutto il registro elettronico.
E vabbé, mi dissi, anche l'asino quando è cascato da qualche parte impara a non ricascarci.

Così non è stato, naturalmente. Finiti gli scrutini del primo quadrimestre le tabelline han continuato a languire in un deplorevole stato di abbandono, con un paio di solerti eccezioni. Ho spedito qualche giorno fa un garbato invito a darsi una mossa dalla Classroom e un paio di colleghi mi hanno spedito due orrendi pastoni monoblocco che contenevano anche le ore del primo quadrimestre raggruppate in modo che definire cialtronesco è fargli un complimento davvero immeritato.
"Boh, saranno affari loro" mi sono detta scuotendo le spalle. La coordinatrice non è mica una balia, né è responsabile in alcun modo delle negligenze altrui. Che peraltro nessuno avrebbe mai controllato né censurato quand'anche fosse capitato di dover rendere pubblico tale sciamannato registro.
Ma quei due pastoni mi disturbavano. Le altre classi dove insegnavo avevano registri ben ordinati, perché proprio la classe che io coordinavo doveva ospitare quelle due orrende mappazze?
Ebbene sì, l'ho fatto. Ho preso il registro elettronico e dal primo giorno di scuola mi sono segnata le ore dei colleghi con le date (che solo occasionalmente corrispondevano a quelle segnate sul registro) per poi trascriverle in bell'ordine rigorosamente cronologico inserendole al punto giusto. Due palle da non dirsi.
Se fossi stata obbligata a farlo le mie strida avrebbero stancato il cielo. In effetti, il vero motivo per cui mi sono sentita forzata a farlo è proprio che nessuno mi ci obbligava.
A mia totale e completa vergogna aggiungerò che anche senza i due mappazzoni il monte ore richiesto per Educazione Civica era già stato ampiamente raggiunto e pure superato.

E il solenne giuramento alla luna?
No, non c'entra nulla: se madre natura e i cromosomi ereditati dai mei due stimati genitori mi han dotato di una raffinata sensibilità cronologica e di scarso senno il Ministero dell'Istruzione non ci ha colpe e non posso prendermela con lui - fin lì almeno ci arrivo anche io.

Ho almeno rampognato i colleghi?
No. Hanno l'incarico annuale, e forse l'anno prossimo non ci saranno più (che sarebbe un peccato, peraltro, perché sono bravi e coscienziosi sul lavoro vero). Se ci saranno, farò una garbatissima esortazione a inizio dell'anno nuovo. Molto, molto garbata. Perché, comunque, se sono scema non è colpa loro.

martedì 25 maggio 2021

Haeretica - Prove Invalsi: tra oscuri complotti e cheating

Capita di doversi difendere da insidie assai perfide

A Pasqua del 2009 gli insegnanti delle medie scoprirono da un giorno all'altro che quell'anno l'esame avrebbe incluso anche una Prova Invalsi. E corre voce che queste Prove Invalsi, a livello di sperimentazione, circolassero in Italia ormai da qualche anno ma certo a St. Mary Mead non ne avevamo mai sentito parlare, e sospetto che non fossimo gli unici a versare in tal deplorevole stato di ignoranza.

Quasi subito si scatenò il Gran Tifone del Dissenso: venne infatti stabilito (da chi? Tutti e nessuno, come sempre in questi casi. E forse era una scoperta un pochino pilotata) che cotali Prove Invalsi erano oggetto di una Subdola Manovra ordita dal Ministero per Valutare gli Insegnanti. E schedarli, anche.
Lo Spettro della Valutazione incombeva da qualche anno sui poveri insegnanti, e sembrava che si annidasse per ogni dove, e a quanto mi dicevano era qualcosa contro cui era Assolutamente Necessario lottare, anche se non ho mai ben capito  perché. 
Quando sono entrata a scuola circolava vagamente l'idea che la scuola doveva essere produttiva, e a tal scopo ci spiegavano che l'insegnante andava formato con metodi e criteri scientifici e la valutazione andava fatta con criteri oggettivi (per poi promuovere tutti perché d'altra parte la scuola doveva anche essere inclusiva - all'epoca non esisteva ancora la parola ma il concetto era comunque quello).
E' il vecchio problema della scuola e non parte dal leggendario '68 (molto evocato, e di solito in modo piuttosto farneticante, vuoi come fonte di tutti i mali, vuoi come sorgente di ogni valore positivo) ma dall'istituzione della scuola pubblica: la scuola è per tutti e deve risultare utile a tutti, senza essere inutilmente punitiva e selettiva; per contro la scuola deve anche fornire una preparazione specifica e accurata. Siccome raggiungere entrambi gli obbiettivi è piuttosto complicato, di tendenza si cerca di barcamenarsi, sia sulle linee generali che per le singole scuole, classi e alunni, tra bastoni, carote, cerchi e botti - sempre con risultati abbastanza approssimativi perché la perfezione è rara in questo mondo, e sperare di trovarla in una entità che racchiuda una intera classe e un intero gruppo di insegnanti richiede davvero molto ottimismo. Insomma, noi insegnanti finiamo sempre per sentirci un po' in torto quando non abbiamo una Classe Perfettissima - il che, a causa dell'umana debolezza, avviene ben di rado).
Ad ogni modo: le Prove Invalsi (gestite, ci tengo a ricordarlo, da Grandissimi Cornuti) avrebbero dato finalmente un Riscontro Oggettivo. In base a quel riscontro oggettivo sarebbero stati giudicati gli insegnanti (all'epoca solo quelli di Italiano e Matematica): dove le Prove avessero sortito risultati alti, voleva dire che gli insegnanti erano bravi, dove i risultati si fossero rivelati bassi voleva dire che l'insegnante era di scarsa levatura e dunque.... 
Quand'anche davvero per assurdo Qualcuno, nelle alte sfere, avesse fatto sul serio un ragionamento così idiota come "Insegnante Bravo = Alunni Bravi", cosa gli potevano fare all'insegnante scarso?  Licenziamento, calo di retribuzione, deportazione nelle colonie, pubblico ludibrio mi sembravano tutte soluzioni dalle quali il nostro contratto ci garantiva. E dunque? 
Qualcuno ci avrebbe chiamato da parte per dirci che così non andava bene e avremmo dovuto migliorare la nostra produttività facendo questo e quello?
Lo ammetto: non mi sarebbe sembrata poi questa gran tragedia. Da quando insegno il Senso di Inadeguatezza è sempre stato mio fedele compagno, se qualcuno mi vuol spiegare come posso far di meglio è il benvenuto.
Ma aveva un senso preoccuparsi del fatto che la Prova Invalsi servisse a valutare gli insegnanti? Ufficialmente serviva a valutare quel che i ragazzi erano in gradi di dire, fare, baciare, lettera e testamento arrivati a un certo punto della loro vita. Eventualmente, sarebbe servita a valutare la scuola nel suo complesso. Non lo trovavo un proposito così irragionevole, per quanto cornuti potessero essere coloro che lo gestivano.
Ma soprattutto: in un mondo dove le segreterie continuavano a chiedermi a sfinimento i dati essenziali, quasi non glieli avessi già scritti decine di decine di volte, che improvvisamente qualcuno riuscisse a elaborare così bene dei dati da schedare tanta parte del corpo docenti in base ai risultati di una data prova, mi sembrava abbastanza improbabile. Fermare quello che mi sembrava un coraggioso esperimento di valutazione collettiva del sistema scolastico in nome della paura che qualcuno scoprisse che io, singola Murasaki Shikibu, forse ero scarsa, non mi sembrava giusto.
E poi, c'era qualcosa di ufficiale su questa Valutazione degli Insegnanti?
Non mi risultava.
Ma soprattutto: era proprio così sicuro che questa fantomatica valutazione degli insegnanti in base alla Prova Invalsi sarebbe necessariamente stata negativa?
A quanto pare, in molti davano per scontato che sì; e all'Invalsi, tra una lucidata e l'altra delle corna con l'olio di camelia, hanno da tempo predisposto dei sistemi più o meno validi per depurare i dati dal cheating, ovvero l'irresistibile tendenza degli insegnanti a suggerire le risposte giuste - dando per scontato (a ragione, temo di dover dire) che questa tendenza ci fosse, e fosse anche piuttosto elevata, anche tra i molti insegnanti che magari predispongono settantasette varianti di un compito in classe per evitare che gli alunni copino tra loro, e distanziano i banchi e ricorrono a un sacco di altre tecniche più o meno efficaci a questo scopo.
E qui si apre il varco per alcune domande.
O voi che suggerite, siete così sicuri che gli alunni che avete preparato siano così incapaci di trovare da soli la risposta giusta?
Nel qual caso, siete ben determinati a cambiare la programmazione dell'anno successivo per consentire alla prossima classe che vi passerà tra le mani di rispondere alla medesima prova in scioltezza e assoluta autonomia, vero?
Ma soprattutto: perché vi ritenete così responsabili nei confronti dei vostri alunni?
Non sarà che date per scontato che davvero la preparazione di una classe sia determinata solo e soltanto dall'insegnante e non, anche, dalla loro collaborazione sotto forma di studio e di attenzione a quel che dite?
Se gli alunni han rifiutato ostinatamente di darvi retta quando gli spiegavate questo e quello, perché volete privarli del legittimo piacere di scazzare la Prova Invalsi, raccogliendo così i legittimi frutti della loro ignavia & indolenza?

L'Oscuro Senso di Colpa e di Iperresponsabilità che molti insegnanti provano verso il loro lavoro è alla base sia del cheating che della convinzione che le Prove Invalsi siano un complotto ordito ai loro danni.
Tale Oscuro Senso di Colpa, va detto, alberga anche in molti insegnanti diligenti e coscienziosi.
Forse perché tutti ci criticano? Ma in quest'epoca di acidità perenne, quale categoria professionale non è costantemente criticata giorno e notte per i suoi scarsi risultati? Nemmeno artisti di fama internazionale e calciatori regolarmente convocati in Nazionale si salvano da questo continuo discredito. Tuttavia, per quel che vedo, gran parte della gente si scuote dalle spalle le critiche e continua a fare (talvolta male) il suo lavoro. 
Perché gli insegnanti no?
Per quale misterioso groviglio interiore costoro danno per scontato di dover salvare il mondo tutto da soli e nel contempo di esserne del tutto incapaci?
Ecco, su questo secondo me non sarebbe male che all'Invalsi facessero qualche riflessione. Perché, come una classe non combinerà mai nulla se rifiuta per principio di collaborare in qualche modo con l'insegnante, allo stesso modo le Prove Invalsi richiedono un po' di collaborazione da parte del corpo docente.
Una collaborazione facile, anche: in sintesi, si tratta di non far nulla e limitarsi a sorvegliare le prove (sostituendo il computer che si impalla con uno più efficiente. Se riescono a trovarne uno nella scuola dove lavorano, si capisce).
Non dovrebbe essere poi così difficile. 

venerdì 21 maggio 2021

Le storielle di Mamma Oca - Richard Scarry

Questa settimana presento un libro che ormai si trova (neanche troppo facilmente) soltanto frugando nei vari siti di libri usati e rimanenze editoriali, ma sul quale tempo fa era molto facile mettere le zampe. 
"Mamma Oca" è un personaggio leggendario, che racconta favole, di solito leggendole da un libro. La sua invenzione risale a (nientemeno) Charles Perrault, che intitolò appunto I racconti di Mamma Oca una sua celebre raccolta di fiabe, e da lì si sviluppò questa tradizione anche nel mondo anglosassone (o forse soprattutto nel mondo anglossassone? Davvero non ne ho la minima idea).
Di questa tradizione comunque non sapevo proprio niente quando, nel Natale del 1967, i miei genitori mi fecero trovare sotto l'albero il libro in questione, e sospetto che nemmeno loro ne sapessero granché visto che, richiesta di chiarimenti, mia madre si limitò a farfugliare qualcosa su una oca che raccontava novelle ai suoi piccoli.
Richard Scarry, il cui nome troneggia in copertina quasi si trattasse dell'autore, era uno stimatissimo illustratore per bambini assai celebre per i suoi animali più o meno antropizzati. Quanto ai testi, erano per lo più filastrocche inglesi per bambini, tradotte in italiano (e pure in rima, di solito) da G. Gabbrielli e V. Cosmini, che non ho la minima idea di chi fossero ma si devono essere affaticati assai su quelle filastrocche, e secondo me un posticino in copertina se lo sarebbero meritato pure loro visti gli eccellenti risultati che han conseguito.
Dunque, un libro di filastrocche inglesi tradotte con cura e assai ben illustrato dall'ottimo Scarry. Adorai quel libro, lo consumai, letteralmente, e mi imparai gran parte delle storielle a memoria a forza di leggerlo e rileggerlo. 
Il libro è ormai un relitto, ma è riemerso, misteriosamente, dalla biblioteca dei miei qualche settimana fa, con mio gran piacere. E' molto logorato dal tempo e dall'uso, ma penso che lo farò rilegare perché per me è stato molto importante, anche per l'infinità di parole tutt'altro che comuni che incamerai leggendolo. Alcune di quelle filastrocche le ho col tempo riconosciute nei libri inglesi che ho letto nel corso degli anni, di altre tuttora non so niente.
Le foto sono state fatte da me, con tecnica molto artigianale e, ripeto, il libro è assai malridotto e pure decorato di vari tratti di penna con cui, davvero non so perché, a suo tempo ritenni necessario decorarlo. Alcune filastrocche sono piccole e non si leggono bene, ma cliccandoci su dovrebbero apparire più grandi e diventare leggibili.
Alcune di queste filastrocche ci sono anche in versione italiana. Questa per esempio è la famosa 
Sulla strada di Camogli
passò un uomo con sette mogli

che mio padre ogni tanto recitava


La foto è piccola perché, mentre la scattavo, mi sono accorta che conoscevo anche quella sopra: visto che ci sono campanule d'argento e gusci di conchiglia è senz'altro Mistress Mary, Quite contrary (detta anche "Mary, Mary dispettosa" in italiano). E la conosco perché con il secondo verso "How does your garden grow?" Agatha Christie ha intitolato un racconto dove i gusci di conchiglia sono il fulcro della soluzione.
Agatha Christie adorava infilare filastrocche nei suoi romanzi, e qualche volta le usava anche per i titoli. Questa era Five Little Pigs che in italiano è diventato Il ritratto di Elsa Greer, al quale ho dedicato un post qualche anno fa:


Questa invece è la filastrocca sulla tasca piena di segale, che da noi è diventata Miss Marple: polvere negli occhi  e nel post dove ne parlo cito proprio questa tavola*, da sempre una delle mie preferite del libro - perché, ammettiamolo, la vicenda accaduta al re di Collepiano è davvero singolare:


Da qualche parte giurerei che Agatha Christie citi anche la casa-zucca, qui abitata da una deliziosa coppia di coniglietti


e la casa-scarpone, che nel testo italiano sarebbe abitata da 38 topolini, ma io li ho contati molte volte (come si evince anche dalla foto) e anche se non sono mai riuscita ad essere sicura del risultato, garantisco che passano i quaranta


La povna mi ha poi segnalato nei commenti che nel libro c'era anche Hickory, Dickory, Dock che è altrettanto usata per il titolo di un libro (che in italiano è diventato Poirot si annoia). La filastrocca racconta di un topo che si arrampica su un pendolo ma scappa via quando il pendolo suona - il libro invece parla di tutt'altro):


Abbandoniamo al momento la letteratura per passare alla musica (molto indirettamente): questa è una filastrocca costruita all'incirca come Alla fiera dell'est, anche se con personaggi diversi e con un finale decisamente lieto. Il protagonista è un topolino che si chiama Gianni Nasa, e vai a sapere com'era nell'originale:



Ma passiamo al mio amato medioevo: qui abbiamo la nobil donzella del Valpolicella (e fu così che imparai che esiste una zona chiamata Valpolicella, e mai ho bevuto un vino che venisse da lì senza ripensare a questa immagine):


E c'è anche la storia di un furto di biscotti rimasto impunito:


Non è l'unico caso di furto che si riscontra in questo libro: ad esempio c'è anche l'avido Gasparotto Manolesta, che comunque viene regolarmente punito per le sue malefatte:



Ma c'è anche una classica vicenda di bullismo da elementari (...o da prima media, in effetti):


E dalla scuola torniamo alla letteratura, e pure al medioevo:


A questa poesia è legato un caro ricordo. Alcorso di poesia provenzale stavamo leggendo Ag gai so conde e leri di Arnaut Daniel, che parlava della sua dama, che lui amava più di chi gli desse Lucerna. E Lucerna, ci spiegarono, era una città immaginaria delle chanson de geste, nota per il suo splendore e la sua ricchezza. Così scrissi al mio vicino di banco un distico che mi tornò improvvisamente alla memoria:
La lucerna che splende piccina
tutta rischiara la mia cucina
e lui scosse la testa e commentò "Ah, questi trovatori caserecci...".

Il libro mi servì anche per imparare un sacco di parole nuove: le memorizzavo senza chiedere il significato (non so perché, ma certamente non perché i miei si mostrassero restii a rispondermi se facevo una qualche domanda, fosse pure su argomenti spinosi).
Con questa filastrocca per esempio imparai la parola "lai" e solo molti anni dopo seppi che si trattava di "lamenti":



Non mi feci invece nessun problema per chiedere cos'era una roggia, parola che a dire il vero ho trovato quasi soltanto in questo che è rimasto uno dei miei scioglilingua preferiti:


Infine, su questo libro incontrai per la prima volta una filastrocca molto famosa: quella della mucca sulla Luna, che Tolkien presenta, in versione notevolmente ampliata, quando Frodo e i suoi amici si fermano alla locanda del Puledro Impennato (o Cavallino Inalberato, nella nuova traduzione):


E mai ho letto quel brano senza pensare a questa immagine, dove tra l'altro piatto e cucchiaio in fuga si segnalano per un piglio particolarmente allegro.
La filastrocca dice:
                Hey diddle diddle,
                The Cat and the fiddle
                The Cow jumped over the moon
                The little dog laughed 
                To see such sport
                 and the dish ran away with the spoon

Ed è probabile che abbia ispirato anche un ritornello abbastanza celebre degli ABBA ovvero
             Dum dum diddle
             To be your fiddle


Con questo post, dove per la prima volta presento un libro per bambini, partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro un felice fine settimana di letture casalinghe visto che, in barba al calendario, la pioggia di Marzo continua a imperversare.


* riconosciuta tra l'altro nei commenti da Lurkerella

martedì 18 maggio 2021

Le corna dell'Invalsi son come i dolori: fanno male, ma non ne muori


Come ho già ripetuto più volte su questo blog, i funzionari dell'Invalsi sono, tutti, dei grandissimi cornuti.
L'anno scorso, certo, più di tanto le loro corna non han potuto crescere, perché il crudele lockdown ha costretto in casa i loro coniugi che si son visti dunque privati del loro legittimo diritto di adempiere alle leggi di natura cornificandoli, com'è giusto che avvenga verso dei grandissimi cornuti.
Quest'anno invece il lockdown ha allentato la sua ferrea morsa e già dalla scorsa estate i funzionari Invalsi si sono accinti a esibire in pompa magna le loro grandissime corna, organizzando le Prove Invalsi.

Le quali Prove Invalsi ormai da tempo hanno dismesso carta e penna, ormai relegate al ruolo di antiquariato. Le facciamo in rete.
Non è però semplice come riempire un questionario a casa propria.
Punto primo, le Prove Invalsi, divise per ordine di scuola, devono essere svolte in una determinata finestra di tempo.
A St. Mary Mead, in quei giorni, vige la consuetudine di vietare l'uso di Internet a tutte le classi per non rischiare di sovraccaricare la rete della scuola. La cosa ci risulta piuttosto scomoda, perché ogni classe si è abituata a usare la rete molto più di prima. Ma passi.
Il problema vero è sempre lui, il Perfido Covid. Perché adesso una classe non può andare nel laboratorio di informatica a fare le prove. Con le attuali regole di distanziamento ci va al massimo mezza classe per volta, e dunque i giorni raddoppiano. 
Secondo punto: la rete ormai non si usa più solo per far vedere i filmati su YouTube (o i film dalle varie piattaforme), ma anche per collegarsi con gli alunni in quarantena, e pure per permettere alle classi di assistere alle lezioni dei professori in quarantena. 
Proviamo a indovinare: qual è stato il periodo con più alunni e insegnanti in quarantenanella nostra scuola?
Esatto, la Stagione della Finestra.
Inoltre da noi la rete si indebolisce quando il tempo è umido, piovoso o temporaleggiante.
Qual è stata la stagione più piovosa, nella zona di St. Mary Mead? 
Appunto, la Stagione della Finestra.
Rimane, inalterato, il ruolo del Somministratore - che ormai non somministra più prove più o meno complesse, ma solo un piccolo tagliando da far firmare e da ritirare al momento della fine della prova, mentre una figura non prevista dal regolamento ovvero l'Angelo del Computer predispone le macchine avendo cura che il Distanziamento Sociale sia rispettato e pregando in cuor suo che detta macchina faccia il suo dovere e non lo obblighi a costringere (orrore!) un alunno a sedersi vicino a un altro alunno.
Tutti abbiamo pregato molto, nella Stagione della Finestra.

Il vero punto però è un altro, e l'ha esposto una collega mentre stavamo in Sala Insegnanti, l'ultimo giorno delle Prove.
"A cosa gli servono questi dati? Il campione non è omogeneo. Noi a St. Mary Mead abbiamo avuto un anno quasi normale, anche se le terze sono state un paio di mesi a casa, e una un mese più delle altre due. Ma ci sono zone e province dove le medie a casa ci sono state quasi tutto l'anno, altre dove hanno fatto metà e metà. Che accidente sperano di capire, da queste prove?".
In effetti è una bella domanda.
Magari potevano farsela anche all'Invalsi, tra un cornetto e l'altro.