Sala Insegnanti, al cambio dell'ora. Murasaki prepara le domande per il compito di storia.
Entra Inglese.
"Sapete cosa ho sequestrato oggi nella Terza Brillante?"
"Non lo so e non sono affatto sicura di volerlo sapere" rispondo.
"Un bel taglierino". Inglese lo mostra, trionfante "Ce l'aveva in mano Gawain. Gli ho detto di rimetterlo nell'astuccio e lui ha fatto la faccia sconsolata e mi ha pregato 'No, prof, lo prenda lei, è meglio'".
La guardiamo, perplessi, e lei aggiunge "Vorrei tanto capire perché queste cose le fanno solo con me".
"Probabilmente le fanno anche con me, ma magari non me ne accorgo" provo a consolarla. Di solito, quando vedo manovre strane tendo a lasciar fare in base al principio che la gente va un po' lasciata in pace; meglio ancora, di solito quando vedo manovre strane mi censuro e mi convinco di non vederle. Insomma, devono essere parecchio strane perché mi venga in mente di chiedere chiarimenti.
"E allora dovrebbero farle solo con te e starsene fermini quando sono nelle mie ore. Secondo me vogliono essere beccati".
"Magari non pensino che tu li becchi" suggerisco.
"Magari non pensano proprio" suggerisce una collega.
"Io li ho beccati una volta, mentre svitavano i banchi. Se non volessero essere beccati certe cose non dovrebbero farle con me" osserva sennatamente Inglese "Secondo me vogliono essere beccati".
Ci guardiamo, un po' sconsolate.
Non c'è che dire, il ragionamento fila.
E il cuore umano, invero, è un groviglio assai misterioso.
Probabilmente non avrei mai conosciuto questo libro se non fossi entrata su Facebook, perché solo lì l'ho sentito nominare e quando ho provato a chiedere a qualche amico assai più addentro di me nell'italica letteratura degli ultimi due secoli ho ottenuto solo sguardi assolutamente vuoti.
In Sicilia invece è molto famoso - probabilmente si tratta, come Il regalo del Mandrogno o La valle dell'orco, di una specie di cult locale conosciuto solo in una regione.
Due o tre anni fa, in quel periodo in cui sui social passavo molto tempo, in uno scambio di commenti politici qualcuno addivenne a parlare di romanzi storici italiani, e qualcun altro disse che il miglior romanzo storico italiano era, senza dubbio, I Beati Paoli.
Sgranai gli occhioni, feci una piccola ricerca in rete e mi presi un appunto per quando sarei tornata a girare per biblioteche: se davvero era il migliore romanzo storico italiano, almeno una guardata potevo dargliela.
Qualche mese fa, sempre su Facebook, trovai invece una lunga dissertazione di Dolcezze per la quale è uno di quei libri molto amati su cui ogni tanto si ritorna volentieri; così mi convinsi che davvero era tempo di metterci su le mani, e durante le vacanze di Natale me lo sono letto assai volentieri. Non so se davvero è il miglior romanzo storico italiano, ma di sicuro è un gran bel polpettone e si lascia leggere con gran piacere e soprattutto molto coinvolgimento - il tipo di romanzo che fa piacere sapere che ti aspetta sul comodino alla fine della giornata.
La storia si snoda su una trentina scarsa di anni, tra il 1798 e il 1718, quasi esclusivamente a Palermo e dintorni. Sotto Palermo, anche, molto spesso. Sembra in effetti che questa bella e stimabile città abbia avuto una intensa vita sotterranea, da fare invidia alle catacombe cristiane.
Da buon romanzo storico abbonda di personaggi storici, ma non di quelli troppo famosi, anche se il gruppetto dei protagonisti principali è rigorosamente apocrifo. C'è un lungo prologo e poi quattro libri, per un totale di pagine che va intorno alle ottocento-novecento a seconda delle edizioni (ce ne sono state parecchie, ma per lo più di editori locali. Solo di recente sono entrati in scena Sellerio, che è comunque siciliano, e Feltrinelli).
Il prologo, che di pagine ne occupa 75, ci racconta la triste storia di una fanciulla benmaritata ma purtroppo il marito è morto. Peggio che mai, il fratello del marito è vivo. Peggio che peggio, il marito defunto ha fatto in tempo ad elargire alla sposa affranta un bambino, che nasce nelle prime pagine.
Questa dovrebbe essere una bella cosa, in teoria - ma il povero bambino è destinato ad ereditare il patrimonio, mentre il fratello del defunto verso il patrimonio ha ben altre intenzioni, e insomma la povera vedova ha le sue notevoli difficoltà a mantenere in vita sé e il piccolo, e la storia si chiude con una drammatica fuga nella notte e financo con un terremoto - perché I Beati Paoli è quel tipo di libro che non risparmia gli effetti speciali e i colpi di scena.
Inizia così il primo dei quattro libri, dove troviamo un personaggio che non sembra avere niente a che fare con la vicenda precedente e che si presenta con una scena che ricorda irresistibilmente la prima apparizione di D'Artagnan ne I tre moschettieri. Costui si ritrova impelagato in una serie di avventure alquanto turbinose, e arrivato a pagina cento il lettore, che fino a quel momento non ha visto apparire né Beati né Paoli si domanda perché il sia pur avvincente romanzo ha questo strano titolo - il lettore toscano, o friulano o sardo, certo: il lettore siciliano sa benissimo chi sono i Beati Paoli e si limita ad aspettare con pazienza che entrino in scena, cosa che avviene appunto a pagina 101 dell'edizione che ho letto. Ma da quel momento, di Beati Paoli ci sarà una notevole abbondanza.
E dunque, cosa sono questi Beati Paoli?
Una Presenza, all'inizio impalpabile - una voce, una leggenda, un ricordo del passato. Qualcuno crede che non esistano più da tempo, qualcuno addirittura che non siano mai esistiti e che si tratti solo di un prodotto dell'immaginario collettivo: una misteriosa setta di giustizieri.
Matteo Lo Vecchio, abile investigatore che, almeno all'inizio, ricorda molto Sherlock Holmes (dopo no, diventa davvero troppo antipatico) invece sa benissimo che sono assai reali anche se è davvero molto difficile individuarli. In effetti la trama principale del romanzo è data proprio dal duello sotterraneo tra l'implacabile sbirro e i Beati Paoli. Lo sbirro è abilissimo nel travestirsi, spiare con incrollabile pazienza e interpretare i più piccoli segnali, e più volte arriva quasi a prevalere - ma c'è sempre un quasi che lo frega e che trasforma ogni volta le sue abilissime imboscate in fiaschi colossali. Ogni due-trecento pagine lo sbirro è dato per morto - in un caso ce lo vediamo letteralmente morire sotto gli occhi... quasi - ma poi ce lo ritroviamo, vivo e sempre più incattivito, diverse pagine dopo. Comunque anche i Beati Paoli passano i loro guai.
Ma infine, cosa sono i Beati Paoli?
Una setta segretissima, che si riunisce nei sotterranei di Palermo con rituali vagamente carbonari e vestiti assai simili a quelli del Ku Klux Klan, ma che conta affiliati e alleati tra gli Invisibili, ovvero il popolo minuto, che è sempre disposto ad aiutarli e a collaborare, senza fare troppe domande e spesso abbastanza ignaro di quel che sta succedendo; e tutti collaborano volentieri perché i Beati Paoli sono buoni e amici del popolo e della giustizia. A dire il vero, nel corso del romanzo la giustizia sembra occuparsi soprattutto delle questioni di successione del povero orfanello che abbiamo conosciuto nel prologo - una roba aristocratica, in effetti, e a ben guardare anche il capo dei Beati Paoli è un aristocratico, e trova gravissimo quel che ha fatto il fratello cattivo. Non che abbia torto, in effetti, e va pur aggiunto che il fratello cattivo di cose gravissime continua a farne a carrettate fin quando l'autore decide che è davvero il momento di sopprimerlo (sarà una roba lunga, comunque).
Se siano o no davvero esistiti è cosa incerta, come ci spiega una ricca introduzione storica (che comunque conviene leggere solo dopo aver terminato la lettura). Si tratta comunque di una leggenda/vicenda saldamente radicata nel folklore siciliano ed esistono svariati studi sull'argomento, anche piuttosto recenti e ognuno con la sua teoria. Visto che non esistono fonti scritte, e visto che nessuna società segreta pubblica gli atti delle sue vicende, la questione sembra destinata a restare aperta ma chissà.
Il romanzo si snoda tra imboscate, agguati, duelli, assalti a tradimento, tradimenti di tutti i tipi, parenti decisamente serpenti, ma anche agnizioni, amori contrastati e avventurosi, figli illegittimi, figlie perseguitate eccetera, e c'è pure la figura semiufficiale del bastardo riconosciuto, che nel diritto siciliano in mancanza di altri eredi legittimi poteva ereditare financo il titolo oltre che il patrimonio; fino ad arrivare al finale dove i pochissimi protagonisti sopravvissuti si sistemano e c'è anche un matrimonio che corona finalmente una storia d'amore che sembrava destinata a finale ben più malinconico. Da notare che sia i Beati Paoli, sia l'abile sbirro, sia il Perfido Fratello sia il resto dei personaggi operano, fanno, disfano e si complicano la vita sotto gli occhi di una polizia e di un governo assolutamente ignari di tutta la vicenda, che pure ogni tanto emerge in superficie in modo davvero appariscente ma viene sempre sistemata con poche e blande parolette (o molte e consistenti monete) che il protagonista di turno ritiene opportuno rifilare per placare ogni ombra di sospetto o di interventismo - e sotto questo aspetto, sì, è senz'altro un eccellente romanzo storico italiano.
E' una lettura avvincente e interessante, ma anche istruttiva. Sul piano storico, prima di tutto (non è che siano in molti a conoscere nei dettagli le vicende della dominazione sabauda in Sicilia, men che meno l'entusiasmo iniziale che suscitò in certi ambienti), ma anche cittadino: Palermo recita benissimo ed è descritta con gran cura (pare anzi che la ricostruzione storica sia estremamente precisa. Naturalmente con me si vince comunque facile perché non conosco né la Palermo moderna né quella dell'epoca in cui fu pubblicato il romanzo né tantomeno la Palermo settecentesca) e la ricostruzione della vita quotidiana è dettagliata e molto persuasiva.
I personaggi sono un po' strani (e chi di noi non lo è?) ma va pur riconosciuto che, avviluppati come sono in una trama del genere, qualche stranezza di carattere è inevitabile che salti fuori.
Non è esattamente una lettura briosa, anche se in qualche punto le scene sono divertenti - si tratta però, di solito, di un umorismo un po' noir. Ecco, l'atmosfera di fondo è piuttosto cupa, e anche il lieto fine non è poi incredibilmente lieto; la quasi totalità dei personaggi passa le ottocento pagine a soffrire, i buoni come i cattivi, ma al contrario di quel che succede negli altri romanzi storici, quasi nessuno riesce a trarre il benché minimo conforto nella fede e quindi soffrono vieppiù.
La vicenda è interessante e movimentata, e davvero non si corre il rischio di annoiarsi. Nel complesso, come ho già detto, è un magnifico polpettone, e mi sento di consigliarlo soprattutto per le lunghe serate d'inverno.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homedemamma e auguro buone letture a tutti quelli che sono finiti questa settimana in zona arancione o rossa, con la speranza che la primavera ci porti consiglio.
Ed ecco di nuovo il giorno della Festa Nazionale del Gatto, in cui tutti noi gattari onoriamo doverosamente queste belle e amabili creature che tanto allietano le nostre vite con il loro affetto e la loro compagnia.
Stavolta voglio dedicarla ai gatti che decorano la mia magione, o più esattamente alle gatte, presentando le nuove arrivate.
Chi segue regolarmente questo blog sa che casa mia poteva già da tempo contare sulla piacevolissima presenza di ben tre gatte: le splendide Ninphadora e Astrifiammante, entrambe nere, e la pregiatissima Azzurra (che nonostante il nome è bianca e nera). Di recente però una persona a me molto cara ci ha lasciato, affidandomi le sue due gatte: Griselda
e Fiammetta
due sorelle di ormai tredici anni dal nome di purissima ispirazione boccaccesca.
Le poverine si sono trovate nel giro di pochi giorni non solo a perdere il loro umano di riferimento, cui erano molto affezionate, non solo in convivenza forzata con tre gatte, ma anche a lasciare la loro lussuosa villa di campagna per approdare... no, il mio non è un piccolo appartamento senza sbocchi sul verde, ma va detto che da quando le nuove arrivate sono qui (due settimane scarse) non solo non sono uscite, ma nemmeno si sono pur lontanamente accostate a una porta o una finestra - e del resto va pur riconosciuto che il tempo, in verità, non è dei più invitanti per darsi alle esplorazioni: do comunque per scontato che la primavera chiamerà presto tutti fuori col suo invitante richiamo a base di fiori, farfalle, prati in fiore e alberi che aspettano di adempiere al loro ruolo di Graffiatoi Verdi e Palestre Ecologiche.
A tutte e cinque quindi vanno i miei migliori auguri, estesi a tutti i gatti nazionali e internazionali. Purtroppo i gatti (come gli umani) non sono per sempre, al contrario dei diamanti, ma ognuno di loro sa come lasciare impronte profonde nei nostri cuori.
Addentata la prima guerra mondiale, è arrivata l'inevitabile richiesta "Prof, ci fa vedere un film?".
Ho promesso che sì, certamente, si trattava però di trovare il tempo e l'occasione perché quest'anno si sa che viviamo come color che son sospesi, e per vedere un film servono almeno due ore.
Il vero problema però era un altro: quale film?
Come tutti gli insegnanti di storia ho un piccolo carniere di film da selezionare per l'occasione ma ero incerta.
La grande guerra è un ottimo film, ma lo vedevo troppo accentrato sull'Italia e negli ultimi anni sono più portata a considerare la storia da un punto di vista internazionale: la prima guerra mondiale è stata un suicidio collettivo dove tutte le classi dirigenti d'Europa si infilarono con grande stoltezza e rimasero con deplorevole ostinazione, accettando che una intera generazione fosse massacrata e torturata per anni per poi tornare in un paese ben più povero di prima, indipendentemente dal fatto di avere vinto o perso. Dal mio punto di vista, l'unico politico raziocinante in quel disastro fu Lenin, che appena ne ebbe la possibilità tirò il suo paese fuori da quell'orrore e anzi proprio per quello fece la rivoluzione.
Allora Orizzonti di gloria?
Non mi convinceva troppo nemmeno quello, anche se ha delle ottime sequenze sulla guerra. Volevo qualcosa di meno concettoso.
Così mi sono rivolta alle colleghe, e la prof. Ghirlandai mi ha suggerito 1917, garantendomi che i ragazzi lo avrebbero apprezzato anche se era un po' lento, perché "Sì, è un po' lento ma non te ne accorgi".
C'era poi un piccolo gadget supplementare: era un film nuovo, nuovissimo. Come si vede dalla locandina è arrivato in sala il 23 Gennaio. Del 2020. Ovvero uno degli ultimissimi film che si sono potuti vedere in sala, anche se con qualche preoccupazione, dopo le prime due settimane.
In pratica, quasi una prima visione.
La trama è piuttosto esile: due giovani soldati vengono spediti in tutta fretta in un altro punto del fronte dove sta per verificarsi un attacco all'apparenza di sicuro successo: infatti i tedeschi si sono ritirati lasciando libero il campo... beh, facendo finta di lasciare libero il campo, in realtà si tratta di una tagliola ben organizzata. Scoperto il trucco, i due soldati devono impedire l'attacco mediante apposita lettera di contrordine di un generale - portata a mano perché le linee telefoniche sono interrotte.
I due giovinetti accettano, soprattutto quello che ha il fratello nelle truppe destinate all'attacco; l'altro, a dire il vero, ne farebbe anche a meno ma ormai non può tirarsi indietro.
Il viaggio va fatto di notte, attraversando la Terra di Nessuno, e si presenta come una missione decisamente pericolosa.
Il film racconta appunto la storia di questo viaggio, quasi in tempo reale. Prima il percorso nelle trincee inglesi, poi l'attraversamento della Terra di Nessuno con un paio di incontri del tutto imprevisti (tra i quali un bunker che esplode), l'incontro con delle truppe inglesi dirette al nuovo fronte che danno un passaggio, l'attraversamento di un villaggio francese completamente distrutto dalle bombe dove allo spettatore italiano viene subito in mente San Martino del Carso di Ungaretti, l'incontro-scontro con una pattuglia tedesca e finalmente l'arrivo al fronte inglese, dove ahimè la prima ondata dell'attacco è già partita ma almeno si riesce a bloccare la seconda. Ovviamente partono in due ma ne arriva uno solo, e sempre più ovviamente quello che arriva non è il più motivato (va di moda così, nelle sceneggiature, non solo negli ultimi anni).
Come ha osservato giustamente la collega di Inglese che ce lo ha fornito, la struttura è molto simile a quella di un videogioco, dove i protagonisti affrontano una serie di difficoltà prefissate collezionando punteggi e penalità. Ma io l'ho visto piuttosto come un documentario, di quelli fatti molto bene e con le scene cucite insieme da un po' di trama. Dopo averlo visto si sa perfettamente com'era fatta una trincea, come funzionava la distribuzione del rancio, o l'infermeria militare, cos'era la Terra di Nessuno, cosa ti poteva succedere se guidavi un aereo da combattimento... c'è veramente un po' di tutto, con moltissime esplosioni, edifici e corpi sventrati, vita quotidiana dei soldati, terreni sconvolti dalle bombe, cadaveri cadaveri e ancora cadaveri (compresi quelli dei cavalli), naturalmente in decomposizione ma talvolta anche freschi, camion bloccati dal fango, piastrine di riconoscimento, e perfino qualche civile.
Eccellente fotografia, dialoghi molto credibili (alla base ci sono una serie di ricordi di guerra di reduci), scenari assai ben ricostruiti e perfino il classico, immancabile ufficiale che vorrebbe condurre comunque l'attacco nonostante tutto, preannunciato dalla raccomandazione fatta da un sergente ai due soldati di porgere la lettera solo in presenza di testimoni, perché con gli ufficiali non si sa mai - insomma una ottima ricostruzione di quella che è stata una colossale follia molto mal organizzata.
Assolutamente perfetto per una scolaresca di terza media che con le descrizioni scritte certe cose mai e poi mai arriverebbe a immaginarsele (perché per fortuna sono cresciuti in quello che non è certo il migliore dei mondi possibili, ma almeno in trincea non li hanno ancora mandati, né loro né i loro fratelli maggiori).
Ma anche l'insegnante ha avuto occasione di imparare parecchie cose.
Nel 2009, quattro anni dopo Tra le vite di Londra arriva il terzo e ultimo frutto di questo interessante studio in tre volumi sul rapporto tra il cittadino delle classi basse e lo stato inglese, tra la fine dell'Ottocento e gli anni 50 del secolo scorso iniziato con Chiamate la levatrice.
Ci sono tutti gli ingredienti dei due libri precedenti: le suore di Nonnanton House, un po' di autobiografia, i racconti di parti decisamente avventurosi, il colore locale e la ricerca storica.
Parti gemellari e financo trigemini non previsti; la Gran Questione dell'espulsione della placenta (un momento, dal punto di vista medico, importante quanto l'uscita alla luce del nuovo nato ma molto più critico se intorno non c'è una persona preparata a gestire questa particolare fase del parto, importante quanto misconosciuta dai non addetti ai lavori e che, se non ben gestita, rischia di lasciare il nuovo nato orfano o a forte rischio di diventarlo; la sorpresa di ritrovarsi a gestire un parto su una nave mercantile, ovvero un posto dove in teoria non è ammessa la presenza di donne - ma evidentemente se c'è un parto allora c'è anche almeno una donna; e tante altre sorprese inevitabili in un lavoro come quello della levatrice, dove il bambino quando arriva arriva e non importa se non te ne sei accorta, se non è il momento giusto, se la situazione non è adeguata o semplicemente se quel bambino lì non dovrebbe proprio esserci.
La presenza della levatrice forza la situazione verso l'ufficialità, che ai tempi del parto in casa era tutt'altro che scontata - e ai bambini non registrati all'anagrafe è dedicato un capitolo che va dal fascinoso al terrificante, ma che dovrebbe portare gli storici al riflettere sulle lacune inevitabili in una storia ricostruita con fonti i redatte quasi esclusivamente al maschile.
Come nel primo libro Chiamate la levatrice ci sono sezioni storiche dedicate a tematiche mediche di vario tipo, ma stavolta sono più approfondite, e soprattutto vanno più indietro nel tempo aiutandoci a comprendere meglio l'Inghilterra della seconda metà dell'Ottocento.
Prima di tutto la tubercolosi - un argomento di cui tutti sappiamo qualcosa, non fosse che per avere visto un qualche adattamento della Signora delle camelie o di un qualche romanzo ottocentesco dove assai spesso si moriva per consunzione (magari in apparenza innestata da qualche dispiacere, di solito sentimentale) ma che difficilmente abbiamo presente con chiarezza in tutta la sua portata. Una pandemia, volendo - ma mai davvero registrata come tale, che ha covato sottotraccia in tutta Europa per molti e molti decenni, fin quando il vaccino è riuscito ad eliminarla in un paio di generazioni, e così bene che la scompoarsa della malattia ha a sua volta fatto sparire la vaccinazione.
Oppure le lavorazioni pericolose in fabbrica - per esempio la mandibola del fosforo. Vogliamo parlare della durata media della vita di un operaio o, peggio ancora, di una operaia?
E, di nuovo, la prostituzione e le malattie veneree - nonché la legge inglese ben oltre i limiti del sadismo che serviva, in teoria, a limitarne la diffusione; e qui di nuovo rientra in scena sorella Monica Joan che, forte di una esperienza che parte dalla fine dell'Ottocento, racconta molte cose all'autrice, che poi in seguito deciderà di approfondirle.
E anche, trattato molto diffusamente, un argomento che sembrerebbe agli antipodi per una levatrice: l'aborto volontario.
Ho così scoperto che l'Inghilterra sempre tanto all'avanguardia non lo era poi tanto: l'aborto lì divenne una pratica legale solo nel 1967 (da noi nel 1978, non molto tempo dopo a ben guardare) e fino a quel momento anche le donne inglesi dovevano arrangiarsi sui tavoli da cucina con i ferri da calza, i cucchiai e altre piacevolezze ma solo quelle povere, perché per quelle ricche c'erano da tempo medici ben attrezzati a disposizione).
Descritti dal punto di vista medico questi aborti erano non soltanto spaventosamente pericolosi, ma talvolta, addirittura inefficaci - e questa per me è stata una sorpresa, ma dopo la descrizione medica mi sono resa conto che in effetti la possibilità c'era, ed era tutt'altro che remota. Certo, quando ero ragazzina e i cortei femministi infuriavano la tragica realtà degli aborti clandestini era descritta per sommi capi in tanti articoli di giornale (molto, molto meno nelle trasmissioni televisive) ma sempre da gente che di medicina ci capiva il giusto e si concentrava soprattutto su cupe descrizioni della cruenta pratica dall'esterno. Ma di nuovo viene da domandarsi con che coraggio i vari parlamenti tollerassero (e ahimé, tuttora tollerino in tanti paesi) che le cittadine del loro paese si ritrovassero così sole e abbandonate in momenti così difficili - perché, esattamente come il parto e anzi ancor più a lungo, l'aborto è sempre stato considerato un affare che riguardava solo e soltanto le donne anche se il figlio è, per antica tradizione, qualcosa di cui si avvia la produzione in due.
Come annunciato dal titolo, il volume si chiude con la descrizione della fine di questa eroica avventura: la morte di Sorella Monica Jean, l'arrivo della pillola che indirizzerà le suore di Nonnantus House verso nuove missioni, risolvendo molti problemi alla radice, e le diverse scelte di vita delle varie infermiere, ognuna con la sua storia - a volte, invero, assai complicata, perché complicata è la vita, e non soltanto per le levatrici.
Lettura assai consigliata, dunque; e mi ha fatto davvero molto piacere scoprire dai commenti che, dal mio piccolo blog di periferia, anch'io ho contribuito in minima parte a diffonderne la lettura.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma, in tono un po' minore perché, dopo diverse settimane tranquille, oggi la scuola media di St. Mary Mead festeggia l'entrata in classifica di ben due positivi in un giorno solo. E dunque, insieme ai soliti auguri di buona lettura, aggiungo per chiunque passasse di qua un caldo invito a mantenersi negativo e la solerte raccomandazione di usare sempre adeguati dispositivi di protezione e curare il distanziamento sociale.
Durante gli scorsi scrutini di fine anno, in un gran rutilare di otto, nove e financo qualche dieci per la Terza Brillante, nel bel mezzo della pagella particolarmente brillante di una brava Corvonero, il mio otto a storia risultava il voto più basso.
A dire il vero in quell'occasione e con quella classe mi ero decisamente sdata, vuoi perché durante la Didattica a Distanza la classe aveva molto collaborato, ma anche perché i risultati erano stati ottimi. La Corvonero però aveva riportato una media leggermente sotto all'otto e nel complesso, anche se aveva fatto cose assai belle, ne aveva fatte un po' meno di altri. Nel suo otto però dal mio punto di vista non c'era nulla di punitivo: aveva lavorato da otto, e otto le davo.
La Preside Caramell però, davanti alla fila di nove dove il mio otto risultava il voto più basso, disse "Direi che possiamo alzare quest'otto a nove".
Il collegamento non era dei migliori, così chi non parlava teneva il microfono spento, e siccome il collegamento non era dei migliori quando lo si riapriva ci metteva qualche secondo a funzionare. Quando mi ripartì l'audio Jorge stava già diligentemente alzando il voto.
"E' d'accordo, Murasaki?" insisté la Preside.
"No" dissi io, ribollendo in cuor mio di indignazione. Non diedi argomenti né tantomeno mi scusai, in base al principio che quel che non dici difficilmente può essere manipolato in presenza di testimoni, ma ero prontissima a tirare fuori un discorsetto sul fatto che se il Consiglio votava per cambiare il voto, allora il voto sarebbe cambiato ma chiedevo la messa a verbale della cosa. Comunque, vuoi la fretta che c'è sempre in questi casi perché la Preside Caramell adora darci tempi strettissimi per gli scrutini per poi tirare via perché non c'è tempo davanti a un qualsiasi accenno non dico di discussione ma di riflessione collettiva, vuoi perché la mia risposta non conteneva ombra di esitazione, l'otto rimase.
L'episodio mi lasciò sgradevolmente sorpresa. Veniva in coda a un tentativo degli scrutini precedenti da parte della prof. Therral di farmi alzare un voto discordante dagli altri (più basso, guarda caso), ma un collega che interviene per cambiare un voto mi sembrava cosa meno grave e l'avevo liquidato nell'ambito delle stravaganze - e poi non avevo nessuna voglia di litigare con l'ottima prof. Therral cui mi lega una salda stima e la comune esperienza in trincea di un anno con Cristaccecami.
Che una Dirigente cercasse di manovrare i voti, era cosa a cui avevo assistito molto raramente, ma di solito era per aggirare possibili bocciature. Il Gran Problema dell'Otto che non è Nove, ecco, davvero mi sfuggiva. La Corvonero era brava, era ben possibile che il suo rapporto con Storia (tutt'altro che critico, visto che aveva otto) migliorasse, ma alfine, se Storia più di tanto non la entusiasmava e non si era profusa in effetti speciali come altri, non erano un po' affari suoi? Non ha l'alunno il diritto di accentrare i suoi sforzi verso le materie che più lo interessano, una volta raggiunto un livello ben più che rispettabile?
Quest'anno, stessa situazione per la Prima Manipolatrice: una filata di otto dove i miei due sette spiccavano.... spiccavano? Boh, a me non sembrava ci fosse niente di strano in un diligente alunno che, in una collezione di otto, ci aveva pure due sette, tanto più che in quella classe di sette ne avevo dati una pioggia: dal mio punto di vista sono attestati quasi tutti sul un livello più che dignitoso ma non tanto alto da arrivare all'otto. Niente di male, per carità: una scheda dove il voto più basso è sette non mi sembra proprio motivo valido di rammarico per alcuno.
Di nuovo però la Preside Caramell è intervenuta chiedendo se potevo alzare i due sette. Stavolta i microfoni erano aperti e il collegamento ottimo, perciò il mio "No" è risuonato chiaramente già alla prima richiesta.
Chiaramente, se richiesta mi sarei profusa in argomentazioni e pezze d'appoggio senza far problemi: il tempo in cui esporre le mie motivazioni davanti a un pubblico ristretto mi costava un po' di sforzo per me è finito intorno ai quindici anni. Comunque, la Preside non ci ha provato. Non ci prova con nessuno, lascia solo che la gente si perda in discorsi e giustificazioni riuscendo ad apparire confusa e fallace anche quando il voto è stato assegnato con la più impeccabile delle procedure e motivazioni.
Premesso che disapprovo sempre e comunque e per principio il Dirigente che chiede di cambiare i voti, mentre al massimo dovrebbe invitare il Consiglio a un attimo di riflessione esponendo qualche cazzo di motivo per la richiesta, mi rendo conto però che in questo specifico caso, con la Preside Caramell non è giusto irritarsi: ella infatti non interviene per il piacere di intromettersi o per evitare bocciature, lo fa principalmente per rispettare il nobile principio di simmetria e di ordine, e ha avuto la fortuna di trovare insegnanti amanti della simmetria come lei.
Hai quasi tutti otto? Meglio se sono tutti, così la media viene rotonda.
Hai quasi tutti nove? Meglio se togliamo il bruscolino dalla media. Eccetera.
Perché un buono scrutinio è anche e soprattutto una raffinata opera di design.
In effetti, da brava dama hejan, dovrei apprezzare questo raffinato senso delle sfumature.
Di fatto, lo trovo piuttosto offensivo verso l'alunno, che in questo modo mi sembra privato del diritto di avere interessi specifici e forzato in uno stampo.
(Perché la Preside è un po' strana, ma anch'io non scherzo)
Secondo volume della trilogia avviata da Chiamate la levatriceche ho presentato più di un anno fa ripromettendomi di continuarla di lì a poco - cosa che non avvenne perché poco dopo le biblioteche pubbliche chiusero per diversi mesi e quando riaprirono avevo ormai avviato altre letture e insomma solo durante le vacanze di Natale mi sono presa gli altri due volumi.
Parto con una precisazione: anche se i tre libri sono conosciuti come "la trilogia delle levatrici" si tratta di tre romanzi (trattati storico-sociali? Memorie? Un po' di entrambe le cose e molto altro?) autoconclusivi, non sono nati come trilogia e non credo che avremmo visto il secondo e il terzo se il primo non avesse avuto tanto successo.
In particolare, questo secondo si distacca abbastanza dagli altri due ed è forse quello più simile a un romanzo nella struttura - insomma non è una raccolta di brevi quadretti ma si concentra su tre storie, e la prima e la terza affondano le radici alla fine dell'Ottocento, in piena epoca vittoriana. Come il primo e come il terzo, comunque, è una lettura piacevole, scorrevole, avvincente ma non leggera e la cruda realtà non viene risparmiata al lettore.
In Tra le vite di Londra i parti passano in secondo piano e ci si occupa più di vite, appunto, che di nascite.
Nella prima parte viene ripreso e approfondito il terrificante tema degli ospizi inglesi, nati per raccogliere e assistere (assistere? Mah. Dipende da cosa si intende per "assistenza") i poveri e gli orfani inglesi. Una nobile causa, senza dubbio; peccato però che l'accoglienza che i poveri e gli orfani ricevevano nell'ospizio fosse una via di mezzo tra la prigione e il campo di lavoro. Non scenderò nei dettagli perché lo fa l'autrice, ma di sicuro l'Inghilterra è stata meno generosa con i suoi poveri di molti altri paesi, e il terrore che evocava la parola "ospizio" era tale che ancora negli anni Cinquanta gli anziani di basso ceto rifiutavano con tutte le loro forze di farsi curare in ospedale perché molti di questi ospedali erano appunto nati sulle metaforiche ceneri degli ospizi.
La prima storia è quella di Jane, che collaborava con l'Istituto di Nonnatus House dove lavorava l'autrice: una donna di mezza età, sfiorita, terribilmente insicura, tanto da diventare in certi casi più di intralcio che di utilità per l'Istituto. Si sa che da bambina aveva subito un terribile trauma, e più avanti il trauma viene raccontato in tutti i suoi agghiaccianti dettagli - ed è un trauma subito appunto nell'orfanatrofio che l'aveva raccolta.
Da lì si passa al racconto di due suoi amici, una coppia di fratelli anche loro accolti nell'ospizio e separati con implacabile decisione perché di sesso diverso. Quando il fratello maggiore, diversi anni dopo, si ricorda di avere avuto una sorella (perché con gli anni, non vedendola mai, aveva finito per dimenticarsene completamente) e prova a prenderla con sé i responsabili fanno un sacco di storie per affidargliela (e rifiutano ostinatamente di fargliela incontrare prima che lui mostri i requisiti che gli permetteranno di riprenderla) ma ancor più sbalorditivo è che, una volta che gli hanno affidato la ragazzina, non si interessino più minimamente della cosa e non facciano nessun tipo di controllo per vedere se la ragazzina si trova bene con quello che, infine, per lei è un perfetto estraneo.
In realtà i due si troveranno perfettamente bene insieme e si ameranno tutta la vita - fino alla morte, in effetti, come viene raccontato in un capitolo davvero struggente.
E la povera Jane? Grazie a un lampo di genio della bravissima superiora del convento e ad uno stimabile missionario, anche Jane troverà alla fine una solida felicità che la ripagherà almeno in parte della sua infanzia infelice e traumatizzata, in un capitolo che evoca ad ogni riga lo stile di Agatha Christie (davvero memorabile in particolare la sequenza in cui due abili commesse riescono con grande stile a fornirla di un guardaroba tutt'altro che appariscente ma assai elegante parlando in codice tra loro).
La terza parte racconta invece la storia di qualcuno che all'ospizio riuscì a non mettere piede, grazie a una madre eroica che sopportò sacrifici e privazioni di ogni tipo appunto per evitarlo ai suoi figli. Il ragazzo, in mancanza di alternative, finì per arruolarsi nell'esercito di Sua Maestà - una scelta che fece all'inizio disperare assai la povera donna, ma che sistemò comunque il bilancio della famiglia. Al soldato in realtà le cose non andarono troppo male, anche se si vide morire intorno buona parte dei suoi compagni; ma sul finire della vita il glorioso impero britannico gli riserverà un trattamento non particolarmente generoso - anche se di fatto era lo stesso che riservava a tutti gli strati inferiori della popolazione.
In mezzo, come di dovere, c'è un intermezzo brillante: lo scabrosissimo processo per furto della suora più anziana del convento, processo che sia le suore che la polizia cercano con tutte le loro forze di evitare ma senza osare di fare apertamente nulla per evitarlo davvero - perché si sa, la legge è la legge e va rispettata, e sia la polizia che il convento hanno una reputazione da difendere. Sorella Monica Jean è un bellissimo personaggio già comparso nel primo romanzo, ed è talmente complessa, ricca di contraddizioni e di chiaroscuri che è difficile credere non sia stata presa di peso dalla vita reale. Il processo si risolve con una rivelazione finale che arriva sul più bello da una testimone di cui è impossibile mettere in dubbio la deposizione e che mi ha ricordato moltissimo il colpo di scena de La parola alla difesa (Agatha Christie, di nuovo).
Lettura consigliatissima, come del resto tutta la pseudo-trilogia, a chiunque ami la letteratura vittoriana (con cui non ha niente in comune), la storia inglese, le contraddizioni inglesi eccetera.
Con questo post tardivo partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma prima di avviare il Micidiale Fine Settimana antescrutinio di fine quadrimestre - una esperienza altamente formativa che non manca mai di allietare due volte l'anno la vita di noi insegnanti.
Felici letture a tutti, visto che il tempo e la pandemia non offrono molte alternative a chi non ha in sorte di doversi preparare agli scrutini.
Versione live molto suggestiva e piovosa del celebre brano dei Toto
Africa: continente complicato, sottovalutato ma soprattutto sconosciuto, nei libri di testo di Geografia: un po' di colore locale, un po' di deprecazioni sulla fame e lo sfruttamento dei bambini, con box sulla desertificazione (a volte) e le guerre dell'acqua (che stan passando di moda nel geografichese d'ordinanza), e nemmeno mezza riga sul tanto criticato olio di palma, (responsabile da qualche anno di tutti i mali ma anche colonna portante nell'economia di parecchi paesi malridotti).
Per carità, non si pretende di capire a fondo i problemi di un continente nel giro di due-tre mesi, ma magari non addormentarcisi su potrebbe essere già qualcosa - magari approfondendo un minimo la parte di geografia fisica, che è davvero spettacolare.
Anni fa, con una Terza un po' andante, tentati la carta della ricerca: uno stato per uno, da riferire, per cercare di formare un quadro più completo.
Funzionò così-così: certi stati erano e sono davvero complicati, a cominciare dalla Libia che colleziona governi in contemporanea e dal Corno d'Africa che colleziona guerre civili, e gli alunni non erano di quelli che ci perdono il sonno se non fanno un lavoro eccellente. E poi, insomma, ascoltare una carrellata di stati è un po' una palla.
Quest'anno ho tentato una strada diversa.
Secondo me in Africa gli stati non contano molto, anche perché vanno e vengono - d i quelli che ho studiato alle medie ne saranno rimasti una decina, e parecchi han cambiato nome due volte, oltre che confini. Mi sono fatta l'idea che invece per l'Africa contino soprattutto le aree geografiche: bacini dei fiumi, foreste, punti di sfruttamento delle risorse. Magari si poteva partire da quelle.
Di solito, quando arriva un continente nuovo, faccio una bella lezione di geografia generale e interrogo diversi alunni alla carta del continente appesa alla parete.
Ma quest'anno è complicato farlo: le classi sono piccole, la bacchetta va sanificata ogni volta, anche per me andare alla carta in fondo alla classe per spiegare è un azzardo perché stare lontana due metri dai banchi diventa impossibile, senza contare il rischio da un giorno all'altro di tornare a lavorare a distanza.
Così ho deciso di prendere tempo.
"Da quale stato volete cominciare?".
La risposta è stata unanime: il Sud-Africa.
Bene, niente problemi: c'era sul libro, poi c'è la storia dell'apartheid - che comincia ad essere un po' datata ormai, visto che l'apartheid è finita quasi trent'anni fa. Ad ogni modo qualsiasi insegnante di Lettere che abbia almeno sei mesi di esperienza alle spalle sa improvvisare senza problemi una lezioncina sulla Repubblica del Sud Africa: ci sono i Monti dei Draghi e il deserto Kalahari e il fiume Orange e il Vaal e le tre capitali e Nelson Mandela...
Lezioncina, le canoniche tre interrogazioni ed ecco fatto.
Però la parte fisica dell'Africa è davvero splendida, ed era un peccato sacrificarla.
Così ho assegnato a ognuno un fiume, una catena montuosa, un lago, la Rift Valley, un deserto... Ognuno avrebbe fatto la sua ricerchina e l'avrebbe esposta a modo suo: a immagini, a presentazione, a gesti, insomma come gli pareva. Poniamo di riuscire a fare l'esame nel solito modo, e poi era sempre un esercizio utile.
Giusto il giorno dopo la prima lussuosa esposizione sulla Rift Valley siamo entrati in quarantena.
Io nella Didattica a Distanza non interrogo.
Cioè, non interrogavo.
A questo punto però, con le ricerche già fatte, non potevo fare altro.
E così ci siamo sciroppati tutte le ricerche sull'Africa fisica in remoto, col collegamento che perdeva colpi eccetera.
Ci siamo arrangiati, il collegamento ci ha abbastanza assistito e tutto sommato non è andata male. Ma, certo, erano nate come prove di esposizione e sono diventate spesso delle prove di lettura. Pazienza, la vita a volte va così, però vedere le cascate Vittoria o il Kilimangiaro proiettato in un francobollino sul computer non è proprio la stessa cosa che vederli sul grande schermo della LIM, tesssoro, proprio no.
"Bene, avete fatto le vostre ricerche, adesso tocca a me. Che stati volete?".
Hanno scelto Congo, Malawi (perché gli era piaciuto il lago) e Burundi (gli piaceva il nome. Lo capisco, perché è sempre piaciuto molto anche a me. E ricordo che quando ero ragazzina c'era l'ancor più fascinoso Ruanda-Burundi, che adesso si è separato, il Ruanda da una parte e il Burundi dall'altra, e non è stata una separazione indolore).
"Ci vuole anche uno stato mediterraneo" ho detto "Almeno uno dobbiamo farlo, è previsto nel contratto".
Hanno scelto il Marocco.
Non uno di questi quattro stati era sul libro, e in seguito ho capito perché (a parte il Marocco, che a volte c'è e onestamente non morde, ma è spesso soppiantato dall'Egitto che in questo periodo mi sta mortalmente antipatico).
E partiamo col Congo.
Primo problema che ho trovato del Congo: ce ne sono due - la Repubblica del Congo e la Repubblica Democratica del Congo, uno da una parte e l'altro dall'altra parte... del fiume Congo. E non era per niente facile capire di quale parlassero i vari siti geografici che spulciavo. Ho comunque scoperto che il primo era l'ex Congo Francese, e il secondo l'ex Congo Belga.
Ma dopo tre pomeriggi passati a impazzire sui due Conghi ho stabilito che un Congo bastava e avanzava per tutti, e ho optato per l'ex Congo Belga, che era più grande.
Mi sono resa conto ben presto di aver trovato una specie di gallina dalle uova d'oro.
C'era davvero di tutto: il crudelissimo Leopoldo II del Belgio, tanto per cominciare, che se l'era preso come possedimento personale avendo pure il coraggio di chiamarlo Stato Libero del Congo (e figurarsi se fosse stato prigioniero!).
Leopoldo II era quel discutibile re di cui quest'estate, durante i tumulti del Black Lives Matter, i belgi avevano imbrattato e distrutto le statue (e han fatto benissimo). Mi sono studiata la storia, che è davvero orripilante, e ho scoperto che i suoi crimini erano stati denunciati tra l'altro da Conrad e da Conan Doyle, e ci aveva partecipato l'integerrimo eroe vittoriano Livingstone.
Poi c'era la dittatura di Mobotu, grande appassionato di diamanti, che gli aveva cambiato nome in Zaire (antico nome del fiume Congo, ho scoperto).
Bene, io dello Zaire sapevo solo una cosa: esisteva quando studiavo alle medie e ci avevano fatto una bella canzone che mi piaceva molto e che con mia grande sorpresa ho scoperto essere cantata da un bianco (statunitense); ero convinta che fosse un qualsiasi inno al nuovo stato cantato da un musicista almeno di origini africane. Invece no, è dedicata al Rumble in the Jungle.
Il quale Rumble in the Jungle era qualcosa che in realtà conoscevo benissimo, e cioè il leggendario incontro tra Classius Clay e Foreman per il titolo mondiale dei pesi massimi. Perfino in casa nostra, dove del pugilato ce ne fregava assai meno che zero, avevamo seguito la vicenda della lotta di Cassius Clay, depredato dal titolo perché non aveva voluto fare la guerra in VietNam, contro il perfido bianco Foreman, ovviamente parteggiando per Clay (anche se Foreman si limitava a fare il suo mestiere e non era poi così perfido).
Poi c'erano le guerre civili, di cui ho detto solo che c'erano perché, per pietà, c'è un limite anche per la Terza Brillante.
I dati economici, che erano davvero agghiaccievoli.
La storia dei bellissimi parchi naturali, usati dagli abitanti come riserva di caccia perché i dipendenti, stufi di non essere pagati, avevano lasciato il lavoro.
La foresta pluviale che è la seconda più grande del mondo dopo l'Amazzonia.
I leoni, che fanno sempre un bell'effetto.
Le miniere di coltan e cobalto (due utilissimi minerali per fare i cellulari, che si estraggono con procedure decisamente pericolose), con al seguito il tema dello sfruttamento del lavoro minorile. E che sfruttamento! Abbondavano i video di denuncia delle associazioni umanitarie.
Frugando bene ho trovato anche un pallido articoletto piuttosto recente che suggeriva agli imprenditori italiani di investire nella Repubblica Democratica del Congo, che prometteva di riavviarsi benino.
A tutt'oggi comunque le agenzie turistiche suggeriscono di evitarlo per i viaggi di piacere perché l'assistenza medica è molto bassa anche per gli standard africani. Che è un vero peccato, perché è un posto davvero splendido.
Ho montato il tutto in una graziosa presentazione senza effetti speciali - che non riesco a fare, anche se, ripensandoci, qualche dissolvenza almeno avrei potuto provare a mettercela - con poche scritte e immagini efficaci, giusto per predicare con l'esempio che in una presentazione il testo deve essere ridotto al minimo ma se scegli bene cosa scrivere poi puoi chiacchierare quanto vuoi.
E' venuta bene e mi sarei data un voto discreto, devo dire.
Poi gli ho assegnato un po' di argomenti su cui fare un testo, servendosi della mia presentazione, del materiale caricato sulla piattaforma - e niente gli impediva di cercare qualcosa in proprio, e qualcuno l'ha pure fatto.
Sfinita da tanto lavoro, ho deciso che gli altri tre stati li avrebbero fatti loro: li ho spezzati in tanti piccoli argomenti e li ho assegnati per una ulteriore prova di esposizione, stavolta fatta in classe.
Il Marocco è un bello stato molto pittoresco, mentre Malawi e Burundi si segnalano per essere di una povertà sbalorditiva. Così nessuno può dire che ci siamo fatti mancare qualcosa.
Qualcuno ci ha preso gusto e ha fatto delle mini-presentazioni con effetti speciali di dissolvenza e musiche in sottofondo.
Qualcuno ci ha preso troppo gusto e, richiesto di parlare dei monti del Marocco ha fatto una conferenza di un quarto d'ora.
E qualcuno ha fatto quel che mi aspettavo, cioè un intervento di tre-quattro minuti.
Alla fine abbiamo lasciato la bellissima Africa, senza troppi rimpianti ma tutti più acculturati e più saggi (tranne Fantomas che in quel periodo è praticamente sparito, tanto che lo stiamo abbiamo segnalato a Chi l'ha visto?).
Il mio sogno nel cassetto, che prevedo nel cassetto resterà, è convincerli a non portare per forza uno stato: climi, fiumi, foreste e deserti vanno benissimo e qualsiasi commissione li preferisce a dieci Giapponi e dieci Stati Uniti di fila.
Tutto ciò comunque è stato possibile solo grazie alla nostra bella piattaforma, su cui mai e poi mai avremmo messo le mani se non ci fossimo stati costretti dal lockdown.
(di nuovo Africa, stavolta nella versione ufficiale dei Toto che l'hanno scritta)
La Terza Brillante vanta un memorabile curriculum scolastico. Al suo interno comprende un Certificato bravo, diligente e coscienzioso che ha legato a meraviglia con la classe e che durante la micidiale Didattica a Distanza ha studiato con rinnovato vigore arrangiandosi a meraviglia col computer, tre DSA che usano senza problemi gli strumenti compensativi e vivono serenamente la loro DSAggine; uno di loro, Perceval, ha il ruolo di Elemento Originale: fa tutto a modo suo, non sempre bene, e quando prende un voto basso perché ha fatto tutt'altro da quel che gli avevamo chiesto lo incassa senza batter ciglio (e ascolta interessato le nostre rampogne, pur continuando a fare a modo suo). Inoltre c'è Jeanne d'Arc che, operata d'urgenza di appendicite durante la Didattica a Distanza quando eravamo in zona rossa è rientrata quattro giorni prima delle vacanze di Natale assicurando di star bene e con tutti i compiti fatti, per poi esporre serenamente la ricerca che non aveva potuto esporre perché all'epoca era sotto i ferri, e due Stranieri arrivati di punto in bianco dal paese d'origine rispettivamente un anno e due anni fa, che adesso parlano un italiano fluente. L'unico elemento discordante è Fantomas, che frequenta pochissimo e non parla quasi mai, nemmeno se interrogato, ma che nonostante tutto agli scritti prende sempre dei buoni voti, e che certo non crea alcun problema disciplinare - anche perché non c'è quasi mai.
Persino i genitori sono quasi tutti equilibrati, tanto che vantiamo perfino un Figlio di Insegnante che non ha mai causato alcun incidente diplomatico con la sua stimabile madre che lavora da noi.
Durante il lockdown la Terza Brillante è stata allegra, partecipe e briosa nonché di grandissimo conforto e sostegno per noi insegnanti (col risultato che ha svolto praticamente tutti i programmi e adesso non dobbiamo fare troppe corse). Sin da quando era una Prima Molto Promettente è stata presente e partecipe, e faceva moltissimi miracoli. Cortesi, educati, disponibili e studiosi ma anche vivaci e divertenti. Le loro mascherine sono sempre ben posizionate, i loro avvisi sempre firmati, i loro rapporti interni sempre rilassati e amichevoli. Accoglienti con insegnanti e nuovi compagni. Portano sempre i libri della materia giusta.
Insomma, gli manca solo l'aureola.
Una mattina, mentre imperversavo con il colonialismo del tardo Ottocento Perceval alza la mano (essi alzano quasi sempre la mano prima di parlare).
"Prof, il mio banco è rotto".
E mi fa vedere che il ripiano del banco si è staccato.
"Vai dalla custode e chiedine un altro" autorizzo garbatamente prima di rimettermi a imperversare con i poveri neri africani oppressi e i cattivi bianchi colonialisti (del resto, richiesti di portare dopo le vacanze un fatterello internazionale che li aveva colpiti, in tanti mi hanno fatto lunghi resoconti sulla morte di George Floyd e Black Lives Matter).
Alla quinta ora, mentre sono in Sala Insegnanti ad assemblare una lezioncina sui laghi, arriva Inglese.
"Coordinatore della Terza Brillante, questo è per te".
Guardo il bellissimo cacciavite a stella "E' un regalo?" chiedo speranzosa. Non ne ho mai visto uno così bello e dall'aria così ben funzionante.
"Fai tu. Comunque l'ho sequestrato a Perceval. Sembra che, per passare un po' il tempo, lui e altri quattro svitassero e riavvitassero banchi, finché uno dei banchi alla fine si è rotto. Ho sequestrato il cacciavite e lo passo a te".
"E va bene" sospiro rassegnata mettendolo nel cassetto "Lo riconsegnerò alla famiglia, se viene a riprenderlo" (ma non vengono mai a riprendere queste cose, e allora la riconsegna avviene a fine anno).
La spinosa questione dei banchi svitati non viene ripresa quando entro in classe due giorni dopo, ma solo al Consiglio di Classe, dove Inglese, che non è poi tanto incantata dalla classe (del resto l'ha avuta solo da qualche mese) suggerisce sanzioni. Far ripagare i banchi, mettere rapporti?
"Non hai messo il rapporto?" mi informo.
"La custode gli ha fatto una partaccia e ha detto che se lo rifanno gli farà mettere un rapporto".
Davvero una sanzione esemplare, non c'è che dire. Quasi feroce, direi (del resto, la Custode li conosce da tre anni, la sindrome di Stoccolma deve aver colpito anche lei).
"Abbassiamogli il giudizio di condotta" suggerisce qualcuno.
"Questo almeno sì" convengo a malincuore "Ma forse anche il rapporto non ci starebbe male".
"Glielo metti tu come coordinatore?".
"Io non metto rapporti su cose che non ho visto. Mettiglielo tu che c'eri".
A tutt'oggi il rapporto non è stato inserito.
Non solo: rivedendo i giudizi sulla condotta mi sono pure accorta che avevamo dimenticato di abbassarlo a uno di loro. Ho provveduto.
Voglia di sanzionar saltami addosso, ma vatti un po' più in là, che mi non posso.
(L'avesse fatto la Terza Invasata, mi figuro gli strilli. Io per prima, si capisce).
Nel 1992, a otto anni di distanza dal quarto volume della sua trilogia, che sembrava a tutti gli effetti una vera e propria conclusione, con la morte e redenzione del robot depresso Marvin e il messaggio di Dio all'umanità (peraltro credibilissimo), ecco che Adams decide di scrivere il quinto volume, che dà una nuova conclusione alla storia - ma forse non quella definitiva.
Comunque è un libro molto triste.
No, non "deprimente": anzi, come sempre il romanzo si avvale di una scrittura brillante, un intreccio fascinoso ed eccellenti dialoghi, oltre che di una complessa struttura che va compiutamente rivelandosi nell'ottimo finale (ho scritto ottimo, non lieto. Tuttavia perfino io sono disposta ad ammettere che non sempre un lieto fine convenzionale è il migliore dei finali possibili in una storia).
E così cominciamo con Tricia McMillan, ormai lanciatissima giornalista televisiva a New York. La carriera brillante però non basta a lenire il rimpianto per una occasione persa quando era molto giovane. Per tanti di noi arriva un momento che può rivelarsi decisivo, l'occasione da cogliere ora o mai più, e lei non l'ha colta: a una festa in maschera aveva attaccato discorso con un giovane affascinante, che si è poi rivelato essere un alieno, e lei si era detta disposta a seguirla MA doveva andare a riprendere la sua borsetta - e quando era tornata con la borsetta, il giovane era scomparso.
Qui il lettore comincia a guardare con sospetto le pagine: perché i quattro romanzi precedenti si basano anche sul fatto che Tricia, con o senza borsetta, aveva seguito eccome il suo alieno, e ci aveva intrecciato una storia ricca di alti e bassi (finita con lei che se ne andava per sempre piantando l'alieno, ci pare di ricordare) e dunque... e dunque...
Del resto la New York descritta sembra una normalissima New York dei primi anni 90, dunque la Terra non è stata distrutta e... boh?
Lasciamo Tricia con i suoi struggenti rimpianti e troviamo Arthur Dent triste e solo. Un triste giorno infatti, durante un volo interstellare, la sua amatissima Fenchurch è sparita, inghiottita in un salto iperspaziale. Da allora lo sconsolatissimo Arthur cerca di ritrovarla, o di ritrovare almeno la Terra, una delle Terre del multiverso che non sono saltate in aria; ma niente, non c'è verso.
Lo ritroviamo anni dopo, parcheggiato su un simpatico pianetino di periferia, dove gestisce un chiosco che produce eccellenti panini. Anche fare panini può essere un processo artistico, o una via per la contemplazione, e lui è avviato su questa strada. Finché un giorno arriva Patricia, che è passata da lui per lasciargli per un po' la loro figlia. E se il lettore si sorprende che Tricia e Arthur abbiano una figlia, figurarsi Arthur, che sa benissimo che giammai ha fatto niente di riproduttivo con Tricia.
Il romanzo procede e si snoda, con un lettore sempre più stranito che cerca non solo di seguire la storia, ma soprattutto di capire come la storia che conosceva, o credeva di conoscere, si sia potuta evolvere in sì incomprensibile modo. Pian piano però tutto si spiega - in modo non troppo rassicurante ma si spiega.
C'è anche una profezia, o qualcosa di molto simile, che dovrebbe servire a rassicurare Arthur. Come tutte le profezie di tutti i tempi, si rivelerà proprio nelle ultime pagine una colossale presa di giro, e con un mirabile doppio salto mortale carpiato e avvitato la vicenda si concluderà quasi dove è cominciata. E' un bel finale, comunque, e Arthur lo accoglierà con un certo sollievo e la convinzione che tutto si è sviluppato nel modo più adatto.
Così si chiude la complessa e multiversica vicenda legata alla Guida galattica per gli autostoppisti (sì, anche la Guida avrà una sua parte non piccola in tutta la vicenda).
E con questo terzo finale della trilogia in cinque volumi la storia sembrerebbe giunta una terza volta a conclusione. Ma...
L'autore in seguito dichiarò che aveva scritto un romanzo così triste a conclusione della sua storia perché in quel periodo era triste anche lui. Ma poi pensò che gli dispiaceva, e cominciò ad elaborare un quarto finale, e nel contempo avviò un finale diverso anche per la serie (televisiva? Radiofonica? Non ricordo). Quello arrivò effettivamente a conclusione, e Arthur ritrovava la sua Fenchurch che faceva la cameriera nel Ristorante al termine dell'universo.
I tempi di produzione letteraria di Douglas però erano abbastanza particolari, e si racconta che l'editore, per ottenere che terminasse alfine i suoi romanzi lo doveva praticamente rinchiudere in qualche luogo isolato.
Stavolta non pensò a rinchiuderlo in tempo, e dopo aver traccheggiato per ben nove anni con il suo quarto foinale per la trilogia in sei volumi, Douglas morì per un attacco di cuore nel 2001 lasciando nel più nero sconforto editore, amici, fan e soprattutto la sua famiglia.
La quale famiglia però frugò nei suoi computer e trovò ampie tracce del quarto finale, e dopo avere a lungo ponderato la questione affidò la redazione di questo quarto finale a Eoin Colfer, che ne trasse un romanzo intitolato E un'altra cosa..., che uscì nel 2009.
A qualcuno piacque e lo trovò adeguato, qualcuno invece non riuscì ad entusiasmarcisi più di tanto. Quanto a me, non posso giudicare perché non l'ho letto.
Anche se forse, rifiutarsi di leggere un libro è pure quello, a modo suo, una specie di giudizio.
E dunque proverò a motivare il mio non-giudizio che si basa sul rifiuto di leggere il libro.
Ho apprezzato moltissimo la trilogia in cinque volumi, per il suo complesso intreccio, per questa sua struttura fluida che ti cambia in mano pagina dopo pagina, e certamente anche per i suoi risvolti religiosi (perché Douglas era dichiaratamente ateo, e ciò nonostante/appunto per questo/in parte per entrambi i motivi, questo suo ateismo aveva dotato di vari, mutevoli e cangianti riflessi assai religiosi la sua visione della vita, dell'universo e di tutto quanto come traspare nel ciclo) ma soprattutto avevo apprezzato il suo modo di scrivere, di raccontare e di sbalestrare continuamente il lettore - cosa, quest'ultima, che di solito detesto ma che nel suo caso mi è piaciuta molto. Secondo me però quel tipo di stile davvero personale lo poteva gestire un solo essere umano in tutto il multiverso: Douglas Adams, appunto.
Di Eoin Colfer ho letto un po' di cose, e non posso dire che mi siano dispiaciute, ma non ne ho tratto l'impressione che fosse in grado di gestire un lavoro così personale. Per scrivere un romanzo à la Douglas Adams secondo me non basta riprendere lo stile di Douglas Adams, ma è necessario essere Douglas Adams. Magari sbaglio, si capisce.
Ma dubito che farò il tentativo.
Con questo post partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma, finalmente ricomparso dopo lunghe settimane di assenza, e concludo senza davvero concludere (o concludendola davvero, chissà) la mia serie di recensioni su questo bellissimo ciclo che consiglio caldamente a tutti, soprattutto a chi desidera rivedere la sua concezione della vita, dell'universo e di tutto quanto.