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martedì 16 giugno 2020

Cronache dell'Esame che non è un esame - The Mysterious Affair Of The Elaborato

L'immagine raffigura uno strumento di orientamento particolarmente efficace: l'aletiometro.
Peccato che non sia facilissimo trovarne uno.
Il 16 Maggio 2020, con comodo e senza fretta, Il nostro Ministero si è infine degnato di mandare qualche svagato cenno su come andava svolto l'Esame di terza media che non è un Esame; e subito fu pianto e stridor di denti.
Tale Esame Fantasma consisteva prima di tutto in un elaborato, parola misteriosa che già da qualche tempo circolava tra i Dirigenti Scolastici. E avrebbe dovuto essere trasmesso via cavo o in altra idonea modalità concordata.
Piccioni viaggiatori? Telepatia? Pare che fosse possibile perfino portare dei fogli di persona a scuola, dove apposito personale avrebbe dovuto prenderlo, immagino con lunghissime pinze, e passarlo in qualche modo ai docenti che ne dovevano prendere visione. Perché, con il venti per cento dichiarato di casi in cui la Didattica a Distanza non era potuta avvenire poteva darsi, sì, effettivamente poteva darsi, che qualche sventurato cavernicolo non fosse in grado di consegnarlo altrimenti (per fortuna a St. Mary Mead così non è stato).
E cosa avrebbe dovuto esserci, in questo elaborato?
Viene spiegato nell'Ordinanza che esso elaborato inereva* una tematica condivisa dall'alunno con i docenti della classe e assegnato dal consiglio di classe. Cotal tematica è individuata per ciascun alunno tenendo conto delle caratteristiche personali e dei livelli di competenza dell'alunno stesso e consente (all'alunno, si suppone) l'impiego di conoscenze, abilità e competenze acquisite sia nell'ambito del percorso di studi, sia in contesti di vita personali, in una logica trasversale di integrazione tra discipline.
Si poteva dirlo in modo più contorto, inutilmente complicato e incomprensibile?
Solo con molta difficoltà, ritengo.
Accantoniamo il verbo inenere (per altro facilmente traducibile con trattare, riguardare o qualche altra decina di verbi almeno vagamente comprensibili). Ma la prima domanda che si è imposta all'attenzione, in tutte le scuole del regno, è stata "Ma insomma, 'sto cazzo di tematica, gliela dobbiamo assegnare noi o l'alunno se la assegna (individua) da sé?".
Dopo decenni in cui l'alunno si sceglieva un percorso più o meno collegato per le varie materie (di solito costruito intorno a una tematica, ma mica sempre e non per tutte le materie) ecco che compare la tematica.
Naturalmente in ogni scuola del regno, immagino, si sarà seguita la procedura "dicci, tesoro, cosa vuoi portare?" a cui sarà seguita una risposta del tipo "il calcio" oppure "l'evoluzionismo del riccio delle Bermude"** e la pacata affermazione da parte dell'insegnante "Benissimo, te lo assegniamo"; ma non capisco perché complicare la questione in questo modo. Quanto all'idea di consentire l'impiego di conoscenze, abilità eccetera che la creatura attinge anche dalla sua vita personale, vabbé, grazie tante ma forse ci sarebbe venuta in mente anche se non ce lo suggerivano.
"Volevo parlare del cavallo". "E perché mai? A scuola non teniamo cavalli" "Ma io faccio equitazione da quando avevo quattro anni e adoro i cavalli!" "Affari tuoi, non ci interessa. Ti assegniamo invece un elaborato sulle leve".
Mapperpiacere.

E dunque ecco la ragazza alle prese con i suoi ricci delle Bermude. Come deve confezionare l'elaborato?
L'elaborato potrà essere realizzato sotto forma di testo scritto, presentazione anche multimediale, mappa o insieme di mappe, filmato, produzione artistica o tecnico-pratica.
Commovente. Nel 2020, e dopo tre mesi di didattica telematica, accettiamo anche slide o filmati.
Non disponete di lastre di pietra e scalpellini in quantità adeguata? Avete finito le scorte di pergamena? La vostra oca-da-penne preferita è stata mangiata al pranzo dello scorso Natale e avete finito sia la china che il succo di more? 
Niente paura, accettiamo perfino gli ipertesti.
Siamo gente tecnologizzata, ormai.
Da una buona dozzina di anni, ma questi son dettagli.

Un elaborato piuttosto generico, da confezionare a rotta di collo per l'alunno, da leggersi ognuno in dignitosa solitudine per i docenti, e su cui in seguito scambiare due parole con l'alunno. Cosa mai potrebbe andare storto?

Il 16 Maggio, giorno di emissione dell'Ordinanza che inereva l'elaborato, era Sabato. Lunedì 18 la macchina infernale si è messa in moto: con santa pazienza i Presidi han letto e decifrato l'astruso testo, poi han convocato a tamburo battente  i coordinatori delle terze, che a loro volta han convocato i consigli di classe e cominciato a mandare avvisi ai ragazzi.
I quali ragazzi, ammettiamolo, si son visti piombare addosso l'elaborato inerente dalla sera alla mattina, e se qualcuno aveva cominciato a organizzarsi per conto suo già da tempo raccogliendo notizie sui ricci delle Bermude, altri han sperato fino all'ultimo che l'esame non ci fosse e si sono ritrovati un po' spiazzati.
Fa niente, c'est la vie.
Inoltre c'era la questione delle materie: non era necessario portarle tutte, quindi gli elaborati andavano discussi uno per uno con i futuri elaboratori di elaborati da tutti i singoli insegnanti.
"Porto il Muro di Berlino e quindi parlo degli Stati Uniti a Geografia".
"No, ti limiti ad accennare alla questione dei due blocchi e della cortina di ferro. Basta e avanza".
"Ho scelto come argomento la pazzia e porto soprattutto personaggi pazzi, non so come metterci geografia".
"Non ce la metti" (per quanto, visto che notoriamente il mondo è dei pazzi...).
"Non saprei cosa mettere di italiano...".
"OK, niente italiano".
E così via.

La rete ferveva di domande e di risposte, con alcune inquietanti zone di silenzio.
"Rodolico non ha ancora mandato niente, nemmeno la tematica. E l'ho giù contattato tre volte. Mi dice sempre  sì, prof, stasera glielo mando...".
Niente di strano, Rodolico da quando c'è la didattica a distanza è praticamente scomparso nel nulla.
"Galatea ha mandato solo la tematica, poi non ha dato cenno di sé".
Galatea, in verità, cenni di sé ne ha mandati ben pochi, anche se talvolta a lezione è arrivata e ha perfino salutato; poi ogni volta ha detto che non vedeva, non sentiva, non le funzionava la telecamera e si è dissolta.
"E se non ci mandano niente?
Il Terrore incombe.
"In quel caso valuteremo il lavoro in presenza" ci rassicura la Preside.
Non siamo molto convinti: in realtà l'Ordinanza sembra dare per scontato (non del tutto irragionevolmente, va pur detto) che l'Elaborato Inerente ci sia.
Poi gli Elaborati cominciano ad arrivare, un po' per volta. La scadenza era il 3 Giugno ma naturalmente ne manca qualcuno. Aspettiamo.
La prof. Spini prepara apposita classroom per riceverli.
Qualche insegnante comincia a leggerli seminandoli di commenti e dimenticando che i ragazzi sono iscritti alla classroom.
Allora la Classroom viene archiviata e in qualche modo gli elaborati scompaiono. La prof. Spini ne apre una nuova, alcuni li rimandano, altri no.
Qualche elaborato non si riesce ad aprire. Qualche elaborato scompare e riappare.
Il coordinatore prepara una tabella per i voti, più un file per scambiarsi commenti.
Il Consiglio di Classe si consuma gli occhi e confronta prime e seconde versioni.
Leggiamo, valutiamo, commentiamo e compariamo. Ponderiamo, soprattutto ponderiamo. Anche perché ci è stato spiegato che l'elaborato ha un peso (nella valutazione). E come lo pesiamo?
Bilance a piatti? Magari sarebbe meglio una bilancia elettronica.
In tutti i casi c'è parecchio da stare allo schermo. Il collirio scorre a fiumi.
E come sono questi elaborati inerenti?

Sorpresa! Quelli bravi hanno fatto lavori lussuosi: ipertesti, mappe interattive, file musicali.
Considerazioni esistenziali sul Bene, il Male, la Vita, l'Amore e la Morte, collegamenti raffinati, ricerche sontuose. Non sfigurerebbero come percorsi per l'esame di maturità.
Qualcuno ha scelto come tema le stelle, e ha fatto delle bellissime slide con suggestivi sfondi galattici. Peccato che non abbia curato di più la scelta dei colori, perché per leggerle è necessario mettersi il proverbiale occhio in mano.
Qualcun altro ha impostato un complesso percorso su uno stimato gruppo pop: a ogni canzone, corredata di video,  è associata una materia e anche un po' di considerazioni personali. Un quarto d'ora per scaricarlo, mezz'ora per ascoltarsi le musiche guardando i video, più un bel po' di tempo per leggersi il testo perché l'autore decisamente non soffre di blocco della scrittura.
A sorpresa, per la prima volta nella mia ormai quasi ventennale carriera, qualcuno porta anche Religione. Cristianesimo per gli scout, ma anche shintoismo, culti animistici vari, e un incrocio molto pertinente con Ganesh. Tale prodigio non sembra però destinato a ripetersi negli anni futuri perché il nuovo insegnante di Insegnamento della Religione Cattolica (ma anche di altre, a quel che sembra) ha chiesto e ottenuto il trasferimento. Buon per lui e peccato per noi, ma ognuno ha la sua strada.

Taluni scodellano strana roba: un elaborato sulla follia dove il vero folle sembra quello che ha assemblato il tutto; una fascinosa galleria fotografica sul Marocco senza un rigo di didascalia; una collezione di mappe concettuali pescate da internet (con un certo criterio di fondo, se non altro); un percorso sui cani con tre righe tre di spiegazione per ogni argomento... "Per Geografia ho scelto il Giappone perché lì c'è una particolare razza di cani", segue foto del cagnolo giapponese and that's all per quanto riguarda il Giappone.
Sostegno contribuisce con l'uovo d'oro dell'elaborato multimediale fatto dal ragazzo dei Centri Sociali (ci lavoravano da mesi, quando il ragazzo ci è stato scippato. E meno male che abbiamo almeno quello, ma che peccato che sia rimasto incompleto perché era un gran bel lavoro e il ragazzo si è chiaramente molto divertito a farlo).
Le Anime Perse, di cui la classe abbonda, hanno appiccicato con lo sputo quattro magre relazioni standard, di quelle che si trovano a dieci per un soldo al mercatino dell'usato, senza collegamenti e senza un perché.
Parecchi si sono impuntati per portare le due lingue straniere: qualcuno perché sapeva quel che faceva, qualcuno perché era convinto di saperlo, qualcuno perché ha platealmente pescato dalla rete. Con grande pazienza le due insegnanti ci forniscono in nota chi ha copiato e come, ma scorrendo i testi sospetto che entrambe abbiano messo su parecchi capelli bianchi nel corso della lettura.
Immagini di quadri senza analisi, analisi di quadri senza l'immagine, presentazioni di pittori con foto ma senza quadri (ma questo, strano a dirsi in tempo di multimedialità, succede ogni anno).

Quello che quest'anno è strato offerto ai ragazzi di fare era un lavoro diverso dal solito, con grandi aperture verso percorsi indipendenti, della serie "Portateci qualcosa purchessia e se non sapete parlare di altro, parlateci pure di voi".
In apparenza era un lavoro più facile del solito, ma a dirla tutta avrebbe dovuto essere un po' preparato. Magari insieme agli insegnanti, e con un briciolino di assistenza informatica?
Insomma, con un po' di lavoro collettivo, ovvero proprio quello che è mancato negli ultimi mesi?
Certo, qualcuno se l'è cavata bene - guarda caso quelli che se la sarebbero cavata bene sempre e comunque, anche se li avessimo messi a fare l'esame a testa in giù.
Altri han fatto un onesto lavoro senza convinzione.
Molti han fatto roba parecchio scombinata.
Certo, va detto che quest'anno avevamo una Terza eccezionalmente mencia. Ma per l'appunto, alle medie può anche capitare di ritrovarsi tra le mani una Terza eccezionalmente mencia, che in tre anni non è riuscita a fiorire.
Magari mandando le istruzioni un mese prima anche loro avrebbero fatto qualcosa di meglio, può essere?
Personalmente sospetto di sì.

* imperfetto del verbo inenere. L'elaborato infatti è inerente. Inutile cercarlo sul dizionario, me lo sono ricostruito dal participio presente.
** non ho la minima idea se nelle Bermude abbiano ricci; ma è risaputo che a volte i ragazzi costruiscono percorsi partendo da spunti anche piuttosto stravaganti. E perché non dovrebbero? Anzi, un tocco di originalità è sempre gradito dalle commissioni stremate dai percorsi più consueti.

venerdì 12 giugno 2020

American Gods - Neil Gaiman


Il libro è stato pubblicato nel 2001 e tradotto in italiano nel 2003; nel frattempo aveva vinto il premio Bram Stoker, il premio Nebula e pure il premio Hugo, dunque è blasonatissimo. Del resto è scritto da Neil Gaiman, e già questo è un notevole titolo di merito. Di recente ci hanno anche tirato fuori una serie televisiva, che credo sia arrivata anche da noi qualche tempo fa.
È un libro fantasy, quindi parla di dei, di religione e del destino dell'anima umana. Un libro fantasy vero, quindi non c'è la lotta del Bene contro il Male che molti insistono, gli dei soli sanno perché, a ritenere la vera caratteristica del fantasy; inoltre non c'è nemmeno l'ombra di una qualche ambientazione medievale e i draghi scarseggiano - ma  che il fantasy debba per forza avere l'ambientazione medievale è un luogo comune che ormai circola solo nelle antologie delle scuole medie e soltanto lì, si spera. Qualcuno ha parlato di gothic fantasy, ma siccome non ho idea di cosa sia il gothic fantasy non sono in grado di dire se sia giusto o sbagliato. Comunque la morte è uno dei temi portanti, senza dubbio - ma lassù nelle alte sfere la separazione tra vita e morte è molto meno definita di come tendiamo a vederla noi comuni mortali. Ecco, sì: è un libro dove di comuni mortali ne circolano davvero pochini.
È senza ombra di dubbio un romanzo on the road - categoria che normalmente detesto e che scanso con tutte le mie forze. Stavolta però il romanzo on the road mi è piaciuto molto, e l'unica spiegazione che riesco a darmi è che l'autore in realtà è inglese anche se vive da tempo negli Stati Uniti. Oppure dipende dal fatto che, per quanto on the road, dietro gli strani giri del protagonista c'è un percorso ben preciso, e qualcuno che tira i fili (dove "qualcuno" sta per "un sacco di gente"). Comunque c'è un sacco di vita quotidiana americana: hamburger, sceriffi, autostrade, alberghetti inquietanti, gazzettini locali, luna park e musei stranissimi...
Il romanzo afferisce anche a un altro filone narrativo piuttosto moderno: quello di una qualche divinità che "ritorna" per rimettere le cose a posto - filone che ha prodotto alcuni libri interessanti, una discreta quantità di ciarpame e alcuni film davvero divertenti. Qui gli dei all'opera sono una quantità immane, alcuni sotto un anonimato abbastanza trasparente, altri piuttosto ben nascosti.
Il protagonista si chiama Shadow, e in effetti è un po' inconsistente - anche come personaggio, in un certo senso. A chi legge risulta simpatico, ma mentre fa, disfa, lavora, muore e ritorna a vivere (fa anche questodà sempre l'impressione di essere un po' altrove. La cosa naturalmente è voluta dall'autore, ma non sono sicura di aver capito il motivo. In effetti le cose che non ho capito di questo libro sono parecchie, e probabilmente una o due riletture mi aiuteranno.
Dicevo, il protagonista. Un bravo ragazzo, in prigione per reati che ha più o meno commesso. C'è una rapina di mezzo, e col tempo si capisce che non l'ha fatta di sua spontanea volontà e non l'ha fatta da solo.
Comunque è in prigione ma sta per uscire, e lo aspettano una moglie affezionata e un lavoro in palestra che il suo più caro amico gli ha conservato. E già durante il colloquio che fa prima di uscire ci rendiamo conto che qualcosa non va: esci di galera e sei pronto a riprendere la tua vita lavorativa e familiare? È chiaro che c'è una fregatura in agguato.
E che fregatura: la moglie e il datore di lavoro (grandi amici da sempre) muoiono in un cruento incidente automobilistico proprio due giorni prima della fine della detenzione, così Shadow avrà due giorni di sconto sulla pena per andare al funerale. Quando si dice fortuna.
Per il lavoro comunque non ci sono problemi: già mentre torna a casa gliene viene offerto un altro, da un individuo di nome Wednesday. Scopriremo più avanti che è un dio in incognito, e che la povera Laura - la moglie, un personaggio davvero struggente - non è morta affatto per caso.
C'è una guerra in corso: i nuovi dei (un gruppo di sciamannati, imbecilli, imbranati, insomma una roba assolutamente patetica), gli dei del Progresso e della Modernità, contro i vecchi dei, quelli seri, tutti importati da fuori - perché gli americani non sembrano avere dei indigeni. Dei vichinghi, egiziani, mediterranei - c'è anche la dea Bast, naturalmente sotto la forma di gatto e di bella fanciulla, e dorme sempre, cioè quasi sempre - dei celtici, dei africani, dei che ci rendiamo conto che sono dei ma non sappiamo bene da dove vengano - almeno, io alcuni non sono proprio riuscita a riconoscerli. Non se la passano proprio benissimo: vivacchiano, spesso di truffe, furti ed espedienti vari, e qualcuno è ridotto proprio male, mentre qualcuno si è costruito una piccola nicchia; dei divisi in fazioni e separati da vecchi rancori, talvolta assai poco raccomandabili, talvolta ancora molto forti e ben avvolti in un grigiore ingannatore.
Dei, dei dappertutto, e una caterva di oggetti magici. Non c'è letteralmente verso di mangiarsi nemmeno un paio di hamburger in pace senza incappare in qualche oggetto magico e in qualche creatura ancor più magica. Shadow conduce una vita davvero complicata, anche se... ecco, in qualche modo sembra avere dentro una bussola interna che lo aiuta a orientarsi - al contrario del lettore che un po' si perde.
Wednesday sta facendo il giro degli dei sopravvissuti per riorganizzarli contro quelli nuovi. Qualcuno ci sta, qualcuno no, qualcuno cambia idea due e tre e quattro volte. C'è una tela complicata da tessere, e da disfare per poi rifarla.
La storia però va per conto suo. Ci sono diverse sorprese per Shadow, e un finale imprevedibile che rovescia diverse carte in tavola. Anche la battaglia finale sarà molto diversa dal previsto, e soprattutto non ci sarà, assolutamente e nemmeno per sbaglio, la minima lotta del Bene contro il Male: siamo molto al di sopra di questo livello, e del resto il Bene e il Male sono entità piuttosto scivolose - anche se mai quanto gli dei, che hanno tutti più facce dei dadi da gioco fantasy, e alcune facce sono del tutto incomprensibili.
Qualche lettore ci si è perso, qualcuno ci si è perso ma si è anche molto divertito, qualcuno, come me, è rimasto molto affascinato oltre a divertirsi e ha deciso di darsi una ripassata ai libri di mitologia, da rileggere con occhi nuovi.
Consigliato, ma solo se non vi appassionate particolarmente alle lotte del Bene contro il Male. E consigliatissimo se vi piacciono le storie on the road. Una infarinatura di mitologia nordica e celtica può essere di grande aiuto, ma al giorno d'oggi ce l'abbiamo quasi tutti. Comunque credo che si legga bene anche senza, basta essere consapevoli che gli dei a volte sono un filino inaffidabili.

Con questo secondo post partecipo per la seconda volta nella giornata al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro buone letture e un sereno fine settimana a chi passa di qua.

Chissà come si divertivano! - Isaac Asimov

Questo contributo al Venerdì del Libro di Homemademamma è un po' insolito: più che presentare una lettura infatti la riporto, pari pari. Potrei dare un link*, ma si tratta di un testo talmente breve che a citarlo tutto insieme si fa quasi prima.
È un racconto breve, anzi brevissimo - di quelli che si chiamano microstorie, ovvero ai miei occhi il genere più difficile di tutti in assoluto. Isaac Asimov, come molti altri autori di fantascienza, aveva un tocco speciale per questi racconti mignon che in poche righe riuscivano ad evocare uno scenario completamente diverso dal nostro infilandoci pure una storia, a volte. 

Ed ecco il testo, riadattato dalla sottoscritta (cioè aggiustato nella formattazione):
ISAAC ASIMOV
Chissà come si divertivano!
Margie lo scrisse perfino nel suo diario, quella sera. Sulla pagina che portava la data 17 maggio 2157, scrisse: “Oggi Tommy ha trovato un vero libro!”
Era un libro antichissimo. Il nonno di Margie aveva detto una volta che, quand’era bambino lui, suo nonno gli aveva detto che c’era stata un’epoca in cui tutte le storie e i racconti erano stampati su carta. Si voltavano le pagine, che erano gialle e fruscianti, ed era buffissimo leggere parole che se ne stavano ferme invece di muoversi, com’era previsto che facessero: su uno schermo, è logico. E poi, quando si tornava alla pagina precedente, sopra c’erano le stesse parole che loro avevano già letto la prima volta – Mamma mia, che spreco – disse Tommy. – Quando uno è arrivato in fondo al libro, che cosa fa? Lo butta via, immagino. Il nostro schermo televisivo deve avere avuto un milione di libri, sopra, ed è ancora buono per chissà quanti altri. Chi si sognerebbe di buttarlo via?
– Lo stesso vale per il mio – disse Margie. Aveva undici anni, lei, e non aveva visto tanti telelibri quanti ne aveva visti Tommy. Lui di anni ne aveva tredici. – Dove l’hai trovato? – gli domandò,
– In casa. – Indicò lui senza guardare, perché era occupatissimo a leggere. – In solaio.
– Di cosa parla?
– Di scuola.
– Di scuola? – Il tono di Margie era sprezzante. – Cosa c'è da scrivere, sulla
scuola? Io la scuola la odio.
Margie aveva sempre odiato la scuola, ma ora la odiava più che mai. L’insegnante meccanico le aveva assegnato un test dopo l’altro di geografia, e lei aveva risposto sempre peggio, finché la madre aveva scosso la testa, avvilita, e aveva mandato a chiamare l’Ispettore della Contea. Era un omino tondo tondo, l’Ispettore, con una faccia rossa e uno scatolone di arnesi con fili e con quadranti. Aveva sorriso a Margie e le aveva offerto una mela, poi aveva smontato l’insegnante in tanti pezzi. Margie aveva sperato che poi non sapesse più come rimetterli insieme, ma lui lo sapeva e, in poco più di un’ora, l’insegnante era di nuovo tutto intero, largo, nero e brutto, con un grosso schermo sul quale erano illustrate tutte le lezioni e venivano scritte tutte le domande. Ma non era quello il peggio. La cosa che Margie odiava soprattutto era la fessura dove lei doveva infilare i compiti e i testi compilati. Le toccava scriverli in un codice perforato che le avevano fatto imparare quando aveva sei anni, e il maestro meccanico calcolava i voti a una velocità spaventosa.
L’ispettore aveva sorriso una volta finito il lavoro, e aveva accarezzato la testa di Margie. Alla mamma aveva detto: – Non è colpa della bambina, signora Jones. Secondo me, il settore geografia era regolato male. Sa, sono inconvenienti che capitano, a volte. L’ho rallentato. Ora è su un livello medio per alunni di dieci anni. Anzi, direi che l’andamento generale dei progressi della scolara sia piuttosto soddisfacente. – E aveva fatto un’altra carezza sulla testa a Margie.
Margie era delusa. Aveva sperato che si portassero via l’insegnante, per ripararlo in officina. Una volta s’erano tenuti quello di Tommy per circa un mese, perché il settore storia era andato completamente a pallino.
Così, disse a Tommy: – Ma come gli viene in mente, a uno, di scrivere un libro sulla scuola?
Tommy la squadrò con aria di superiorità. – Ma non è una scuola come la nostra, stupida! Questo è un tipo di scuola molto antico, come l’avevano centinaia e centinaia di anni fa. – Poi aggiunse altezzosamente, pronunciando la parola con cura. – Secoli fa.
Margie era offesa. – Be’ io non so che specie di scuola avessero, tutto quel tempo fa. – Per un po’ continuò a sbirciare il libro, china sopra la spalla di lui, poi disse: – In
ogni modo, avevano un maestro?
– Certo che avevano un maestro, ma non era un maestro regolare. Era un uomo.
– Un uomo? Come faceva un uomo a fare il maestro?
– Be’, spiegava le cose ai ragazzi e alle ragazze, dava da fare dei compiti a casa e faceva delle domande.
– Un uomo non è abbastanza in gamba.
– Sì che lo è. Mio papà ne sa quanto il mio maestro.
– Ma va’! Un uomo non può saperne quanto un maestro.
– Ne sa quasi quanto il maestro, ci scommetto.
Margie non era preparata a mettere in dubbio quell’affermazione. Disse. – Io non ce lo vorrei un estraneo in casa mia, a insegnarmi.
Tommy rise a più non posso. – Non sai proprio niente, Margie. Gli insegnanti non vivevano in casa. Avevano un edificio speciale e tutti i ragazzi andavano là.
– E imparavano tutti la stessa cosa?
– Certo, se avevano la stessa età.
– Ma la mia mamma dice che un insegnante dev’essere regolato perché si adatti
alla mente di uno scolaro o di una scolara, e che ogni bambino deve essere istruito in modo diverso.
– Sì, però loro a quei tempi non facevano così. Se non ti va, fai a meno di leggere il libro.
– Non ho detto che non mi va, io – sì affrettò a precisare Margie. Certo che voleva leggere di quelle buffe scuole.
Non erano nemmeno a metà del libro quando la signora Jones chiamò: – Margie! A scuola!
Margie guardò in su. – Non ancora, mamma.
– Subito! – disse la signora Jones. – E sarà ora di scuola anche per Tommy, probabilmente.
Margie disse a Tommy: – Posso leggere ancora un po’ il libro con te, dopo la scuola?
– Vedremo – rispose lui con noncuranza. Si allontanò fischiettando, il vecchio libro polveroso stretto sotto il braccio.
Margie se ne andò in classe. L’aula era proprio accanto alla sua cameretta, e l’insegnante meccanico, già in funzione, la stava aspettando. Era in funzione sempre alla stessa ora, tutti i giorni tranne il sabato e la domenica, perché la mamma diceva che le bambine imparavano meglio se imparavano a orari regolari. Lo schermo era illuminato e stava dicendo – Oggi la lezione di aritmetica è sull’addizione delle frazioni proprie. Prego inserire il compito di ieri nell’apposita fessura.
Margie obbedì con un sospiro. Stava pensando alle vecchie scuole che c’erano quando il nonno di suo nonno era bambino. Ci andavano i ragazzi di tutto il vicinato, ridevano e vociavano nel cortile, sedevano insieme in classe, tornavano a casa insieme alla fine della giornata. Imparavano le stesse cose, così potevano darsi una mano a fare i compiti e parlare di quello che avevano da studiare. E i maestri erano persone...
L’insegnante meccanico stava facendo lampeggiare sullo schermo: – Quando addizioniamo le frazioni 1/2 + 1/4...
Margie stava pensando ai bambini di quei tempi, e a come dovevano amare la scuola. Chissà come si divertivano!, pensò.


Isaac Asimov, Chissà come si divertivano!, in Tutti i racconti, Arnoldo Mondadori, Milano, 1991 Titolo originale: Isaac Asimov , The Fun They Had!, in Magazine of Fantasy and S.F., 1954

E siccome non c'è cosa che un buon apparato didattico non riesca a rovinare irreparabilmente, ecco anche una bella mappa concettuale: ché davvero, se serve una mappa concettuale per venire a capo di sì complesso testo letterario, forse sarebbe meglio puntare su qualcosa di più serioso, almeno se il povero alunno si spalla può gettare il biasimo anche sull'autore:

Quando lo lessi avrò avuto quindici o sedici anni, e lo trovai piuttosto insulso. 
Una scuola senza classi e senza insegnanti. Che razza di scenario balordo! Come era potuto venire in mente, al pur stimabile Asimov (che già conoscevo e apprezzavo, visto che in casa di fantascienza ne circolava abbastanza) una roba del genere, senza capo né coda? Chi mai avrebbe avuto interesse a fare una roba del genere? Che senso avrebbe avuto?
Il racconto è sempre stato presente nelle antologie scolastiche, ma non l'ho mai proposto in lettura. Mi sembrava piuttosto irriguardoso rifilare a dei poveri adolescenti una storia dove si cercava di spiegargli quanto era bella la scuola, e che culo avevano a poterla frequentare invece di essere affidati a dei robot di programmazione talvolta inaffidabile. A me la scuola non è mai dispiaciuta, da allieva, ma sin da bambina sapevo che c'era chi la viveva come qualcosa di cupo e oppressivo - e poi erano gli anni 70, quando dappertutto si vedevano oppressioni e condizionamenti, senza contare che la scuola può effettivamente essere oppressiva e indottrinante, come ben dimostrato durante il ventennio ma anche dopo. Inoltre per tutti gli studenti è sempre stata una gran soddisfazione poter dire male della propria scuola e criticarla per ogni dove; e spiegargli che invece dovevano essere riconoscenti e sentirsi fortunati mi è sempre parso assai scortese. Chi ha voglia può sentirsi grato e riconoscente quanto gli pare, ma la gratitudine dovrebbe essere un sentimento spontaneo, da non vivere come un obbligo - altrimenti sì che il meccanismo diventa oppressivo.

Ricordare oggi questo racconto, dopo che a tutti i ragazzi del regno sono stati imposti tre mesi di isolamento sociale, per tacere degli esami in rete, mi sembra invece legittimo, o almeno divertente. Nel 1954 non c'erano computer né robot se non nei film e in qualche fumetto o libro di fantascienza, e non si trattava affatto di robot amichevoli, di solito. Quest'anno invece i computer sono diventati l'oggetto del desiderio per qualsiasi alunno che non ne avesse - fare temi su smartphone non è affatto semplice, proprio  no tesssoro - e i robot sono da tempo nostri fedeli compagni, di grande aiuto nelle pulizie di casa e nel giardino e in tante altre cose. 
Per contro, quei disgraziati del Ministero dell'Istruzione sembrano convinti che la Didattica a Distanza sia un eccellente modo per ridurre le spese di una roba insulsa e inutile come l'istruzione, e stanno tirando fuori proposte una più strampalata dell'altra in nome di qualcosa che certamente è stato meglio di niente, ma che per stessa dichiarazione del Ministero in almeno un quinto dei casi non ha funzionato né tanto né poco, mentre  secondo i sei quinti degli insegnanti la percentuale in cui ha funzionicchiato almeno quel tanto che bastava per arrangiarsi alla meno peggio è decisamente più bassa non dico dell'80 per cento, ma anche del 40.

In conclusione mi sono rimangiata le mie delicate teorie sull'indottrinamento e, come credo molti altri insegnanti, ho caricato sulla piattaforma il raccontino come regalo di fine anno per i miei amati alunni, e chi vuole se lo leggerà. In fondo è corto e non morde.

*e infatti lo do, basta andare qui. Tutto legale, legalissimo, alla luce del sole e nel pieno rispetto delle leggi di Dio e degli uomini, e per chi vuole c'è anche la versione con tanto di esercizi altamente didattici.

mercoledì 10 giugno 2020

Possiamo definirlo un happy ending? (ultimo giorno di scuola)

La prof. Murasaki, impegnata nella Didattica a Distanza

L'ultimo giorno di scuola dell'anno scorso era stato abbastanza strano nella sua sonnacchiosa tranquillità; ma il destino aveva in serbo altre frecce, stavolta da condividere con l'intero corpo docenti della repubblica italiana.
Mercoledì ho (avevo) una sola ora di lezione, alle tre di pomeriggio. In effetti mi sono messa quasi tutte le lezioni di pomeriggio, in base al principio che ai ragazzi le lezioni di mattina presto non piacciono molto e a me nemmeno - e siccome la Dirigente aveva suggerito di farle possibilmente di mattina non avevo trovato molta concorrenza.
Così il mio ultimo giorno di scuola è iniziato senza sveglia, come ormai da mesi. Un caffé tranquillo guardando il temporale in azione, uno sguardo pacioso alla corrispondenza... e poi giù a correggere le verifiche finali. Perché io sono una Vera Insegnante, e negli ultimissimi giorni ho avvertito l'inderogabile e insopprimibile esigenza di fare delle Ultimissime Verifiche, onde mandare di traverso a quei poveretti affidati alle mie solerti cure financo la coda di un anno così complicato alla fine del quale erano decisamente sullo stanco-distrutto. A onor del vero me ne sono pentita dieci minuti dopo avergliela data, e ho perfino meditato di rimangiarmele, ma poi le ho lasciate dov'erano e gli è toccato farle. Niente di male, tutto sommato, se non fosse che esattamente tutti gli altri insegnanti avevano avvertito la mia stessa inderogabile e insopprimibile esigenza, come sempre avviene negli ultimi giorni dell'anno scolastico (salvo poi starcene tutti quanti a coccodrillare sull'immane quantità di pacchi di verifiche da correggere negli ultimissimi giorni di scuola, nemmeno ce l'avesse ordinato il medico come pratica salvavita).
Le prove più complicate, naturalmente, erano state assegnate alla Seconda Brillante, gioiello tra tutte le classi, che con la Didattica a Distanza ha continuato a studiare come prima e più di prima, incurante del fatto di essere una Seconda e quindi tenuta per contratto ad avere almeno un vistoso calo di rendimento nel corso dell'anno, meglio se due; la qual Seconda Brillante ha comunque deciso di vincermi di cortesia facendole bene e quindi correggerle è stato affare piuttosto veloce*. 
Dopo ho ricontrollato per l'ennesima volta i voti, cambiato per la quarantesima volta qualcosina su cui ero incerta. Infine ho frugato con cura nel guardaroba a caccia di un vestito che non fosse troppo leggero né troppo pesante (una strana ricerca da fare il 10 di Giugno, quando di solito qualsiasi cosa estiva va benissimo) e di una mise collana+orecchini che non fosse troppo estiva ma nemmeno sembrasse invernale, e con mirabile coerenza ho finito per puntare su un paio di orecchini di madreperla azzurra a forma di conchiglia e collana estivissima di ceramica. Infine, ben bardata e sorridente ho acceso il computer... scoprendo che il microfono era andato in sciopero, vai a capire perché. 
Le cuffie comprate per l'ospedale hanno in qualche modo rimediato, e a due minuti alle tre gli allievi della Seconda Brillante quasi al completo (uno aveva una visita medica) sono piombati in casa mia, molto giocosi e sfarfallosi. 
Le mie gatte sono venute a farci compagnia, poi abbiamo fatto la sfilata dei vari gatti e cani della classe, fino a quel momento vagamente intravisti ma stavolta presentati in pompa magna, con grandissimo sdilinquimento da parte mia. Un ragazzo mi ha anche presentato il suo animale domestico preferito, che era il fratello gemello, qualche genitore è passato a salutare cantandomi le lodi del loro cane, qualcuno ha presentato un paio di battute assolutamente idiote raccattate su TikTok, io ho risposto con un paio di battute altrettanto idiote, vecchia memoria dell'ultimo anno del liceo**, poi siamo passati agli indovinelli e ai programmi per l'estate. Purtroppo mancavano le patatine, i cornetti al mais e i gavettoni, ma si sa che la Didattica a Distanza ha i suoi limiti, come noi insegnanti non manchiamo mai di ricordare a quegli storditi del Ministero dell'Istruzione ormai da più di tre mesi.
Alla fine gli ho fatto un breve fervorino spiegando che erano stati tutti molto buoni&bravi nel corso dei nostri mesi telematici e come unico compito delle vacanze gli ho dato di ascoltare quando gli capitava i notiziari che parlavano di paesi extraeuropei, per vedere di entrare in quell'ordine di idee; poi io e il Sostegno ci siamo defilati lasciandoli da soli a salutarsi in libertà. A scuola si sono sempre molto raccomandati che non li lasciassimo mai da soli in rete nemmeno per un secondo perché potevano avviare pericolose azioni di bullismo e di molestie, ma l'atmosfera mi sembrava sull'amichevole andante, e poi volendo possono molestarsi a volontà anche su What'sUp. Quanto alle gatte, erano scappate in giardino già da un pezzo. Ogni tanto passavo a sbirciare discretamente - a telecamera chiusa - e quando ho trovato la classe deserta, una quarantina di minuti dopo, ho chiuso l'incontro.

Mezz'ora dopo si è scatenata l'ennesima tempesta da bicchier d'acqua legata alla compilazione dei giudizi della Prima Asserpentata, mangiandosi una buona parte del restante pomeriggio.
L'anno scolastico infatti non è ancora finito. Evviva l'Anno Scolastico.

* e immagino che tanto splendore in Seconda ce lo faranno scontare in Terza, visto che la Natura ha le sue esigenze; ma insomma morderemo quel serpente quando arriverà.

** naturalmente ne ho collezionate molte anche dopo, ma al momento mi son venute in mente quelle.

domenica 31 maggio 2020

Come fanno ad Hogwarts? (considerazioni didattiche accampate per aria)

A Hogwarts la didattica ha un approccio piuttosto laboratoriale
Durante la chiusura delle scuole ho pensato molto a Hogwarts. 
Prima di tutto perché ad Hogwarts era già successo qualcosa di molto simile, nel secondo libro Harry Potter e la Camera dei Segreti: dopo un certo numero di ragazzi pietrificati dall'Erede di Serpeverde, Hogwarts viene chiusa e a fine anno gli esami vengono annullati e tutti gli alunni promossi d'ufficio, come comunica Silente durante il banchetto conclusivo, nel gran tripudio generale.
Quando poi è cominciata la Gran Tragedia delle Valutazioni mi sono improvvisamente accorta che ad Hogwarts non fanno mai interrogazioni né verifiche scritte, solo un esame a fine anno. Tuttavia i ragazzi studiano, oh se studiano.
Come funziona?
Le lezioni iniziano sempre con un piccolo riepilogo del precedente e una o due domande alla scolaresca (dove di solito risponde Hermione, ma questo succede nella classe di Harry Potter, che è l'unica che seguiamo dall'interno. Nelle altre classi si suppone che risponderà qualcun altro).
Di solito con la sua risposta Hermione spiattella in sintesi il contenuto della lezione. L'insegnante riprende l'argomento, ci ricama un po' su e mette i ragazzi al lavoro. I ragazzi quindi provano gli incantesimi, tentano di allestire pozioni, invasano piante, cercano di alzarsi in volo sulla scopa eccetera. Unica eccezione il professor Rüf, che spiega monotonamente il suo argomento (non a caso fa storia) e non si è ancora accorto di essere un fantasma, forse perché non sente la differenza rispetto a quando era vivo - ma in effetti Storia è una materia che richiede molte spiegazioni e non puoi chiedere ai ragazzi di allestire una rivoluzione o una carestia, sarebbe scomodo. È probabile comunque che esistano modi più coinvolgenti di insegnarla del metodo Rüf, e so che qualcuno fa costruire castelli e rappresentare investiture cavalleresche. Certo, ci vogliono gli spazi giusti e un po' di materiali - giusto quello che difficilmente si riesce a ottenere.
Alla fine della lezione i ragazzi ricevono i compiti: di solito si tratta di scrivere un saggio di una lunghezza stabilita (in centimetri, non in parole) sulla parte teorica dell'argomento, oppure di lavorare sugli incantesimi e le trasfigurazioni. Nella lezione successiva talvolta si è "interrogati", per esempio mostrando di saper padroneggiare gli incantesimi, e assistiamo a compiti piuttosto concreti - per esempio quando preparano gli schiantesimi, allestendo una stanza ben imbottita di cuscini per il poveretto di turno che così, quando viene schiantato, cade senza farsi male.
Ci sono molti metodi e molte possibilità, e ognuno lavora a modo suo. La professoressa Cooman mette i ragazzi a divinare dai fondi del tè, la professoressa McGonagall fa trasformare vari oggetti, il professor Vicious fa levitare piume e cosa fanno ad Astronomia non è dato sapere, ma stan sempre in osservatorio.
I compiti sono compiti essenzialmente di compilazione: i ragazzi copiano dai libri di scuola, oppure vanno a fare ricerche in biblioteca, a volte lavorando in gruppo. Conta la completezza del lavoro - e, immagino, anche il modo con cui il compito è strutturato. Le valutazioni fioccano numerose ma sono spesso il risultato di un duro lavoro tra salamandre, ippogrifi e mandragole urlanti.
In Italia abbiamo ministri che straparlano di laboratorietà senza pagare i laboratori, e le valutazioni sono rigorosamente divise tra scritte e orali ("almeno due valutazioni scritte e due orali per quadrimestre" si raccomandò a Gennaio la preside prima degli scrutini, beatamente ignara del fatto che alcune materie sono soltanto orali, qualsiasi cosa ciò voglia dire). E, arrivati alla didattica a distanza molti si sono lamentati di avere problemi a interrogare a distanza. E se leggono sul libro? E se da dietro gli suggeriscono? Corre voce che qualcuno abbia perfino fatto bendare gli alunni prima delle interrogazioni, ed è una vera fortuna che esistano tanti ragazzi di animo così gentile e disponibile da accettare di adattarsi a questa roba - non so cosa avrei detto io alla proposta di farmi interrogare bendata, ma dubito davvero che sarebbe stata una risposta cortese, e sospetto anche che avrebbe un po' abbassato il mio voto di condotta.

Molti insegnanti hanno cercato di continuare "nello stesso modo", salvo lamentarsi che non funzionava granché. Altri si sono dati alla libera invenzione mandando a ramengo le vecchie regole e consuetudini, che indipendentemente dal risultato (per quanto ne so, spesso piuttosto buono) è sempre una buona cosa.
(Quanto agli insegnanti dell'alberghiero, giunti alla preparazione di soufflé e pasticcini, non so cosa hanno detto ma credo non siano parole adatte ad un ritrovo di gente educata. Purtroppo nessuno di loro tiene un blog o una pagina su Facebook, e mi dispiace assai).

Comunque questo è un post che non va da nessuna parte in particolare, semplicemente mi andava di scriverlo.

venerdì 29 maggio 2020

Portami il diario. La mia scuola e altri disastri - Valentina Petri


Quando aprii il blog eravamo un bel gruppetto di insegnanti, soprattutto delle medie, in gran parte di Lettere, che ci rimbalzavamo racconti, esperienze e commenti. I miei punti di riferimento erano LaProf, da qualche anno scomparsa senza lasciare recapito, La Noisette, riaffacciata da poco in occasione della malefica Didattica a Distanza e Milady.
Milady teneva un salotto, ora scomparso dalla rete ma di cui si trova ancora traccia navigando con ostinazione. Raccontava un precariato abbastanza avventuroso e classi abbastanza feroci. Dal mio tranquillo paesello di campagna seguivo con grande interesse le sue avventure, intervallate da spassose trame di opere liriche e spiccioli di vita quotidiana: era una Milady di frequentazioni d'artagnane e suo marito, ovviamente, si chiamava Athos.
Poi anche Milady (come La Noisette) dirazzò e passò alle superiori, nel complesso e faticoso mondo degli istituti tecnici, dove l'insegnante di Lettere deve guadagnarsi la vita e soprattutto l'attenzione delle classi frusto a frusto, senza che niente le sia garantito per contratto. Continuò ad allietarci con i suoi racconti ed era chiaro che in mezzo a quella bolgia ci stava come un topo nel formaggio.
Poi un bel giorno migrò su Facebook, lasciandoci il recapito (che è tuttora sul mio blogroll, colonna a destra, se voleste servirvi).
Misi subito il Like di rigore e continuai così a seguire le sue avventure scolastiche, dalle quali ahimé Athos era scomparso, così come l'Erede, ovvero la graziosa fanciullina nata da sì letterario connubio: e non c'erano più nemmeno le opere liriche, anche se sembra che adesso la signora stia seriamente pensando di aprire una rubrica a loro dedicata.
Su Facebook la non più Milady, ormai Portami il diario fece un salto non tanto di qualità (che era già altissima) bensì di pubblico, e da blogger di nicchia - una nicchia ben nutrita, comunque - passò, in crescita esponenziale, a contare i  lettori in decine di migliaia. Così a qualcuno che lavorava a Il Fatto Quotidiano venne in mente di contattarla e adesso l'ex-Milady tiene una brillante rubrica dedicata alla scuola, che si contraddistingue per la vivacità e la pertinenza dei suoi articoli e per la balordaggine assoluta dei commenti che raccoglie (e per una volta Facebook batte la carta stampata 30 a 0, perché lì i commenti sono molto sennati oltre che divertiti).

Poco dopo Portami il diario venne contattata anche da qualcuno che lavorava alla Rizzoli e furono presi accordi per un romanzo. Che cosa mai poteva andare storto?
Nel romanzo niente, certo; ma questo è un anno, come dire, con caratteristiche molto particolari; e così il primo romanzo di Portami il diario (che nel frattempo aveva ripreso la sua legittima identità di Valentina Petri) sarebbe dovuto uscire in quel di Marzo ed essere presentato al pubblico in librerie ed eventi vari ma l'uscita è stata rimandata di due mesi causa totale chiusura delle librerie e blocco delle rotative, ed è stato pubblicizzato con una serie di Presentazioni a Distanza rigorosamente prive di contatto umano*. Nonostante questo le vendite non devono essere andate malissimo, perché a una settimana dall'uscita era già in ristampa.
Un sospetto in merito mi era già venuto quando avevo chiamato in libreria al secondo giorno dall'uscita per chiedere che me lo procurassero.
"Ce l'abbiamo, puoi venirlo subito a prendere" aveva detto la libraia festosa "Vado a mettertelo da parte".
È poi tornata spiegando che ce l'avevano, sì, ma poi lo avevano anche venduto e quindi non lo avevano più e dovevo ripassare a settimana nuova quando ne avrebbero ricevuto nuove copie.
Così ho fatto, e adesso mi accingo a dare il mio minuscolo contributo per incrementare le vendite della ristampa presentandolo al Venerdì del Libro di Homemademamma - vendite che, nonostante il mio apporto, sembrano comunque destinate ad andare piuttosto bene. 

Il libro costa 18.00 euro, un prezzo tutto sommato accettabile per 400 e passa pagine discretamente fitte. Sulla copertina sorvolo pietosamente, ma so che a qualcuno è piaciuta - e naturalmente richiama le copertine del Diario di una schiappa
Personalmente la trovo angosciosa - al contrario del libro che è molto solare.
La Rizzoli però poteva ben degnarsi di mettere un indice, in cambio di diciotto euro, visto che il romanzo è diviso in capitoletti, molti e numerati, ognuno con il suo bravo titolo, e spartito per mesi. 
Perché un romanzo ambientato a scuola nel corso di un anno scolastico, chiaramente, va diviso per mesi. Come potrebbe essere altrimenti?

Quanto alla trama, si racconta in fretta. Il libro è ambientato a scuola e parla di scuola, la protagonista è una giovane insegnante che racconta il suo primo anno in un tumultuoso istituto tecnico e che stabilisce con le sue varie classi un rapporto tutto sommato positivo dove la sindrome di Stoccolma gioca un bel ruolo. Parte dell'intreccio è dedicato anche alla rappresentazione di uno Shakespeare assai alternativo: no, non un dramma di Shakespeare, bensì tre storie di Shakespeare frullate insieme fino a tirarne fuori un lieto fine. Il copione della commedia è poi fornito in una sorta di appendice e già da solo vale il prezzo del libro; giusto per dire che non è un obbligo mettere sempre in scena i Promessi Sposi, si può anche cercare qualcos'altro.
La non-storia è scritta nel classico stile di Milady, con un particolarissimo miscuglio di ironia e di realismo che ha sempre goduto di gran successo tra i suoi lettori e che personalmente mi ricorda un po' Pratchett (che per me è un grandissimo complimento, ma immagino che non significhi molto per chi non ha mai letto Pratchett). 
La protagonista però non è l'insegnante, che racconta in prima persona quel che vede, e non sono nemmeno i ragazzi, quella meravigliosa schiera di pestiferi alunni uno più adorabile dell'altro, e che sono fotografati e riprodotti su lastra d'argento con una rara capacità nonché dotati di soprannomi altamente descrittivi quanto indimenticabili (ce li ricordiamo tutti, credo, i leggendari soprannomi di Milady. Molti blogger han tentato di imitarli, di solito con risultati su cui è cortese sorvolare. Davvero, dare un soprannome ad un alunno è un serio affare, non un passatempo per bagnanti oziosi).
La protagonista è la Scuola, ed è per questo che il romanzo è adorabile e può essere letto tutto di fila, o a ritroso, o a spizzichi e carotaggi o come accidente vi pare: perché la Scuola è sempre sé stessa, sempre immutabile e sempre in continuo cambiamento e cresce e muta aspetto ad ogni istante, come quelle figure mitologiche che danzano e sotto i loro piedi nasce e rinasce il mondo.
Esistono molti romanzi ambientati a scuola, per ragazzi e per adulti. Ce ne sono di didascalici, di avventurosi, di saccenti, di boriosi, di missionari. Quelli per ragazzi talvolta possono essere molto buoni**. Quelli per adulti di solito suonano falsi come la proverbiale moneta da tre euro perché sono molto preoccupati di dare un senso e di trasmettere un messaggio. La scuola è buona o cattiva? È repressiva o maestra di vita? Gli adulti sanno porsi come modelli o sono in realtà più cattivi degli scolari? Ma soprattutto, qual è il modo giusto di portare avanti il discorso?

Tutto ciò non ha il minimo senso nel momento in cui un essere umano di questa terra si pone in veste di docente davanti a un gruppo di altri esseri umani di questa terra, più giovani, radunati in un gruppo che per convenzione si chiama "classe" ma è in realtà una creatura vivente che contiene in sé molto più che la somma dei suoi componenti.
La società (il Potere, se preferiamo chiamarlo così) stabilisce che gli adulti abbiano determinate funzioni e insegnino una determinata quantità di cose (non sempre e soltanto nozioni, "cose" di vario tipo: metodi di lavoro, tecniche, criteri di giudizio); a questo scopo si elaborano infinite quantità di regole e linee guida e modalità, cercando di aggiornarle e migliorarle in continuazione, e si cerca di insegnarle agli insegnanti (che di solito scalpitano perché gli sembrano per lo più grandissime cazzate).
Poi, le cose vanno come gli pare. La scuola è una centrale atomica in continua ebollizione. La scuola è un processo alchemico di perenne trasformazione che a volte produce piombo, a volte oro, a volte quegli strani composti chimici che non sono né piombo né oro ma sono utilissimi per cose del tutto imprevedibili e che devono ancora essere inventate. La scuola va come gli pare, perché si tratta di qualcosa che è composto da esseri umani, ognuno dei quali funziona a modo suo; e questo vale sia per gli alunni che per gli insegnanti (ma sarebbe il caso di ricordare che il processo riguarda anche molti custodi e perfino qualche preside).

Siamo piene di storie in cui intrepidi e carismatici insegnanti affrontano con consumata abilità classi turbolente e intrattabili, instradandole sulla retta via, e risvegliano classi addormentate dalla noia riportandole a nuova vita; e parimenti abbondiamo di storie dove impavidi alunni affrontano valorosamente insegnanti crudeli sconfiggendoli lealmente e talvolta eroicamente oppure infondono nuova linfa ed entusiasmo in insegnanti disillusi e abbrutiti. Tutto ciò è molto gratificante da leggere o da veder raccontato su pellicola ma la scuola è un meccanismo molto più complicato di così - più un posto dove le pecore vanno rassomigliando ai pastori e i pastori alle pecore, per citare Barbalbero, in una continua interazione che non si sa mai dove va a finire e che a volte cambia direzione senza un apparente perché - anche se, naturalmente, un perché c'è sempre.
Valentina Petri ha scelto di raccontare quella scuola, perché è l'unica che conosce e che le sembra valga la pena di raccontare. Non ci sono ragazzi sbagliati da redimere, campioni da esaltare o modelli sociali da discutere, solo un vasto campionario di umanità a tratti decisamente incomprensibile e di cui è difficile capire l'esito a meno che tu non sia Dio nel suo massimo fulgore. Ma in quelle quattrocento e passa c'è la scuola vera, in tutta la sua disperante imprevedibilità e nella sua imprevedibile capacità di farsi male e guarirsi da sola.
In quelle pagine dove l'insegnante annusa la classe entrando e sa giù se potrà o non potrà fare la lezione che ha progettato, magari con qualche aggiustamento, o dovrà giocare carte completamente diverse; dove la classe ha reagito di malagrazia a una qualche proposta apparentemente allettante, e dopo averci sputato su per giorni e giorni conclude svolgendo un impeccabile lavoro; dove i Preziosi Insegnamenti scivolano giù dal lavandino senza lasciar traccia e altri - probabilmente altrettanto Preziosi ma serviti per caso, sbadatamente o senza un perché (anche se naturalmente, un perché c'è sempre) sortiscono effetti del tutto insperati, dove qualcosa produce frutti completamente diversi da quelli previsti, o dove un alunno lascia scivolare una frasetta casuale che fa capire all'insegnante che sta sbagliando tutto e che probabilmente avrebbe fatto meglio a non essere mai nato; dove seguiamo gli sviluppi di quelle bellissime iniziative avviate nel plauso corale, organizzate con ogni cura e dove circostanze impreviste conducono a disastri epocali (e lì davvero a volte non c'è un perché, solo una grandissima sfiga che come è risaputo ci vede benissimo); dove assistiamo a improvvise gratificazioni piovute assolutamente dal cielo senza un perché (e non starò a ripetere che naturalmente un perché c'è sempre, ma vai a capire qual è) - ecco, quelle pagine (più di quattrocento, insisto) sono scuola, nella sua più pura e incomprensibile realtà.
In conclusione, si tratta di un libro altamente consigliato a chi lavora nella scuola, a chi la frequenta, a chi con la scuola ha avuto a che fare almeno qualche volta nella sua vita ma anche a chi della scuola se ne frega nel più completo, totale e assoluto dei modi: un libro dove c'è molto da imparare ma anche parecchio da divertirsi.
Un libro, ahimé, che sarebbe stato davvero adatto ad essere letto nel corso della lunga e cupa quarantena appena passata. Ma funziona bene anche così.
Funziona bene comunque perché ci ricorda che il mondo è in continua costruzione e vivendo c'è sempre molto da imparare, a tutte le età.

*ne trovate in abbondanza a semplice ricerca, comunque sono tutte segnalate nella pagina di Facebook. Io non ho ancora avuto tempo di guardarne nemmeno mezza, ma conto di recuperare qualcosa nel ponte prossimo venturo, dove almeno la pianteranno di fissarmi riunioni e prescrutini.
** poniamo, quelli di Harry Potter, ma ce ne sono anche altri.

giovedì 28 maggio 2020

Ricevimento Genitori, ovvero sugli Svantaggi della Didattica a Distanza

...perché certe volte tutto è davvero molto complicato
(L'autrice di questo bel disegno è Monokubo)
L'ora di ricevimento non è mai stata un peso per me.
Qualche volta ho dei genitori e qualche volta no, e qualche volta arrivano a intermittenza; ma non è mai tempo perso: in Sala Insegnanti c'è sempre qualche scartoffia da riempire, qualche chiacchiera da scambiare, qualche verifica da correggere o da preparare, qualche lezione da ripassare e, da quando curo la biblioteca, anche qualche scatolone di libri vecchi da riporre. Per male che vada, si può sempre aggiornare il registro o riordinare il cassetto. Se i genitori arrivano invece si fa conversazione, cercando di metterli a loro agio e allungando bene le antenne: c'è sempre tanto da imparare, conversando con loro, e non di rado si raccolgono gustosi aneddoti che serviranno a intrattenere famiglia e amici nelle lunghe serate d'inverno accanto al caminetto.

Per quanto ne so, al tempo del coronavirus la maggior parte delle scuole ha sorvolato con eleganza sulla questione del ricevimento dei genitori sospendendolo di fatto. D'altra parte ormai siamo in trappola e i genitori riescono a contattarci agevolmente via mail a qualsiasi ora del giorno e della notte, per tacere del fatto che siamo soprattutto noi a braccare loro in cerca delle nostre scolaresche disperse stanandoli con pazienza e aggirando con abilità qualsiasi intralcio legato a difficoltà di collegamento o carenza di supporti informatici. Insomma, tra tutti i difetti che si possono imputare alla Didattica a Distanza dobbiamo ammettere che non c'è quella di avere allentato il contatto con le famiglie degli alunni - con alcune, per lo meno.
Tuttavia, quando un rappresentante dei genitori ha chiesto che riprendesse il ricevimento,  la cosa è stata prontamente accordata - ma non certo condotta agevolmente.
Faticosamente è stato costruito un orario di ricevimento. Faticosamente sono state elaborate le procedure che, non ho capito bene perché, tiravano di nuovo in ballo il Registro Elettronico, dove a suo tempo era stato elaborato un sistema di appuntamenti da prenotare in una finestra di 48 ore - poniamo, se io ricevevo alle nove di Mercoledì essi dovevano prenotarsi nelle 48 ore precedenti, né prima né dopo, e invece per il ricevimento generale avevano una settimana MA a partire esattamente da mezzogiorno e che chiudeva il giorno prima e...
(Poi finiva sempre che qualcuno arrivava all'ultimo momento e chiedeva di essere ricevuto, di solito con successo. Oppure ti guardava con fare invitante, se per caso ti trovava in Sala Insegnanti e, come si suol dire "ci provava": sa, vedo che è libera/o, se potessi avvantaggiarmi... Non ricordo che abbiano mai incassato un no, anzi talvolta eravamo noi a sfarfallargli intorno chiedendo "Vuole venire anche da me? In questo momento sono disponibile" manco si trattasse di raccattare clienti per arrotondare la paga. Ma per una giusta causa si fanno anche le marchette).

Il Ricevimento a Distanza è una roba complicatissima e altamente ansiogena, almeno per me.
Alla scuola media di St. Mary Mead ora funziona che prima di tutto il genitore si prenota nei due giorni canonici nel registro elettronico nel vecchio registro, non su quello nuovo. Poi l'insegnante va a vedere sul vecchio registro elettronico, scopre che A, B, C e D si sono prenotati per parlare con lui e allora gli preparava un appuntamento sulla classe elettronica della piattaforma dandogli l'ora e una finestra di pochi minuti.
E ci sono così tante possibilità di sbagliare... posso sbagliare l'ora, la classe, fissare due appuntamenti in contemporanea e scoprirlo troppo tardi, sbagliare il giorno (queste ultime due le ho fatte davvero, anche se solo una volta per una) e ogni volta che il genitore di turno si presenta il sollievo è tale che sono già stanca e mi riesce difficile avviare una conversazione decente, sempre con l'occhio all'orologio per non sforare ché poi c'è quello dopo che aspetta.
Il genitore di turno, temo, non è molto più a suo agio di me, e anche lui/lei è abituato a climi più rilassati e a situazioni più agevoli. Ci tapiniamo un po', scambiamo qualche ovvietà, deprechiamo la situazione presente... niente a che vedere con un colloquio serio.
E non sempre va tutto liscio, perché la rete è instabile e talvolta infida e anche per loro ci sono ampie possibilità di sbagliare - e infatti qualcuno ha sbagliato e qualcuno si è trovato di punto in bianco senza banda.
Da ieri dovrebbe essere finito, vivaddio. E spero proprio di non ritrovarmici mai più.
Immagino che valga anche per loro.