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martedì 31 dicembre 2019

Il mio grosso, grasso canone natalizio (post lunghissimo e assolutamente inutile)

Il fatto che qui si parli soprattutto di gatti 
non vuol dire che non si sappia apprezzare un bel canone

La stagione delle feste legate al Solstizio d'inverno per me è molto importante, e col tempo ho sviluppato un canone piuttosto elaborato. Non sempre riesco a infilarci tutto, anzi ormai è diventato quasi impossibile; ma qualcosa c'è sempre, perfino quando, come l'anno scorso, le feste le ho passate tutte all'ospedale.
Per elencarlo userò la tecnica dell'alfabeto, e vediamo cosa viene fuori.

Addobbi:
Al momento di addobbare la casa tolgo un po' di roba appesa o sugli scaffali e la sostituisco con roba rigorosamente natalizia. C'è un po' di tutto: soprammobili, candelieri, ghirlande, quadretti, piattini da dolci... È un settore in continuo rinnovamento comunque perché le gatte di casa mi aiutano a fare un po' di pulizia. Care creature.

Albero:
da bambina abitavo una casa con mansarda. L'albero dunque veniva fatto nell'ingresso ed era una bestia che, con il puntale, sfiorava i quattro metri e richiedeva un pomeriggio di lavori, con sei ghirlande di luci e una quantità esorbitante di nastri e palline, molte delle quali in puro vetro anni 60. Al termine delle operazioni, eseguite rigorosamente il 24 o al massimo il 23 sera, l'ingresso diventava quasi impraticabile: per entrare in casa dovevi praticamente strisciare, per fare le telefonate di auguri dall'unico telefono situato appunto nell'ingresso peggio che mai, ma tutto ciò era molto divertente. 
Più avanti ripiegammo su un albero molto più piccolo (solo due miserabili metri).
Quando i miei se ne andarono io passai a dormire in mansarda e l'albero fu sostituito da una gran quantità di decori appesi alle travi del soffitto - in pratica dormivo dentro l'albero di Natale, e anche quello mi piaceva molto.
Arrivata a Lungacque comprai un abete artificiale un pizzico più alto di me ma piazzai anche una bella serie di chiodini sui cornicioni delle porte e gli scaffali delle librerie. Ogni anno compro qualcosa in più da appendere (e di conseguenza ogni anno aggiungo qualche chiodino).
Oltre alle palline mi piacciono anche gli addobbi stravaganti: non solo campanelline, piccoli abeti, ghiaccioli , renne e folletti vari ma anche gufetti di panno lenci col cappello di Babbo Natale (???) e una coppia di cocorite dorate appese al trespolo (????), ma evito con cura ogni riferimento religioso - insomma, niente angeli.
Qualcuno ha provato a spiegarmi che anche le campane sono un simbolo religioso, ma non intendo trascrivere qui la risposta che ha avuto perché non rende onore alla mia raffinatezza hejan. 
Comunque a Natale le campane suonano, è un dato di fatto.
La base del mio albero è decisamente spoglia e davvero sarebbe il caso che l'anno prossimo affrontassi la questione, anche se i pacchettini sotto aiutano a mascherare questa grave lacuna. Solo che i pacchettini, per la loro stessa natura, prima o poi se ne vanno...
Babbo Natale:
detto anche Santa Klaus, san Nicola di Bari e in vari altri modi.
Dubito di averci mai creduto, io o le mie compagne, anzi mi sembra che ai miei tempi venisse presentata senza infingimenti da parte dei nostri genitori come una graziosa tradizione a cui era bello far finta di credere.
Non so se abitavo in un'isola felice o se all'inizio degli anni 60 l'uso fosse quello, comunque non ricordo alcun trauma o perdita dell'innocenza associato alla scoperta del fatto che i doni li portavano i miei. E chi mai avrebbe dovuto portarli, il Gatto delle Nevi?
Il Babbo Natale rubicondo che circola sulla carta da pacchi o nelle pubblicità non mi ha mai entusiasmato nonostante la sua evidente paganità, mentre adoro le decorazioni a slitte e renne.
Di recente ho trovato tracce e disegni di un Babbo Natale un po' diverso: autorevole, un po' alla Silente, con una lunga veste verde o azzurra bordata di pelliccia, che vaga per i boschi atteso con gran reverenza dagli animali: eccolo qui con Edwige ma anche con due candidi coniglietti della neve:

Giusto ieri sera, navigando pigramente in rete, ho scoperto che oltre ad essere la versione russa di Babbo Natale presenta anche caratteristiche sue particolari. Per la cronaca, si chiama Ded Moroz e Una penna spuntata ne ha raccontato la curiosa storia - da demone del ghiaccio ad amico e collega di San Nicola a testimonial della dittatura stalinista.
Le contaminazionio si sprecano, e le mie immagini preferite sono quelle che lo vedono girare di notte (la notte di Capodanno, ho scoperto) con un bel seguito di bestiole del Grande Nord, tutte in versione assai pellicciosa:

Biancheria:
Ho diverse coperte di pile più o meno natalizi, con renne, notti stellate, alberi di Natale e simili, anche se qualcuna di fatto è soltanto un po' invernale.
Una tovaglia un po' andante, con relativi tovaglioli, e una tovaglia molto bella, oltre a una tovaglia tirolese che potrebbe spacciarsi per una tovaglia di Natale, con un po' di buona volontà.
Un bel po' di tovaglioli di Natale di carta, che restano sempre lì perché uso quasi sempre quelli di stoffa. Diversi centrini di stoffa tirolesi, decisamente natalizi, e una bella striscia da centrotavola con tre diversi Santa Klaus di quelli un po' russi - insomma, non il classico Babbo Natale bianco e rosso.
Vorrei tanto delle vere Lenzuola di Natale, ma finora le ho viste solo in un negozio di biancheria di lusso. Per adesso uso delle belle lenzuola blu, ma certo non è la stessa cosa.
A Capodanno metto delle lenzuola a nuvole e stelle, comprate a un mercatino di Natale dov'ero andata insieme a una cara amica. Cioè, più che un mercatino di Natale era un normalissimo mercatino dove sono andata nei giorni di Natale. Insomma, le uso perché ho stabilito che sono di buon augurio per il Capodanno. 
Asciugamani verde intenso, rossi e blu notte.
Un asciughino di Natale, poi ci sono quelli bianchi e rossi che vanno benissimo lo stesso, o almeno così ho stabilito. E niente presine, ahimé.
Diciamo che è un settore con ampi margini di miglioramento.


Biscotti con le spezie:
A parte qualche sporadico assaggio, sono entrate nella mia vita con l'Ikea. Ne ho comprate  tre scatole di latta con sopra babbi Natale decisamente nordici (uno addirittura con una capretta) e ora ne uso ogni anno una riempiendola con una grossa confezione che compro all'Ikea durante l'estate, perché non sempre riesco ad andare fin là prima delle feste. 
Ne prendo due o tre ogni mattina, con il caffè, e comincio all'inizio di Dicembre. Di solito durano fino alla fine di Gennaio.

Candele e candelieri:
Assolutamente indispensabili, e del resto tranne che in estate le uso tutto l'anno. Comincio ai primi di Dicembre. A parte qualche regalo sono rigorosamente nei colori canonici e la notte della Vigilia, a Natale, a Capodanno e nella Dodicesima notte se sono in casa c'è sempre una gran luminaria.
Ho una piccola raccolta di candelieri natalizi e cominciano a circolare per casa dai primi di Dicembre. Il mio preferito, quello con una renna, lo accendo solo dal 23 Dicembre in poi. Li ripongo lentamente dopo il 7 Gennaio, via via che me ne ricordo, ma uno resta tutto l'anno in camera da letto.

Calamite da frigo:
È un settore che ho molto trascurato - ingiustamente perché messer Frigo ha una grande importanza, a Natale, e lavora assai duramente per tutte le feste mentre noi bagordiamo e banchettiamo. 
Ma insomma, l'unica calamita che ho, tutt'altro che imperdibile, me l'ha regalata un negoziante dopo un acquisto assai corposo. Il problema, dal mio punto di vista, è che tutte quelle che incrocio sono assolutamente orribili.

Canzoni:
Non ho niente contro le canzoni più tradizionali come Jingle Bells, ma la mia preferita tra quelle tradizionali è questa: più una canzone da bevute che da Natale, ma la cantano tutti assai volentieri nel tempo delle feste - soprattutto nelle feste della Dodicesima Notte, mi dicono)

e tra le moderne le mie preferite sono queste due, che trovo ricolme di vero e autentico spirito natalizio e di speranza:




Capodanno:
Per me è il momento del Passaggio, il più importante di tutte le feste. Se esco fuori la notte dell'Ultimo dell'Anno passo il pomeriggio o il giorno seguente in riflessione, di solito compilando un complesso bilancio sul diario.
Mi piacciono molto i Capodanno itineranti, che cominciano con una cenetta e che continuano con altre cene, concerti o passeggiate varie terminando alle cinque o alle sei del mattino. Dubito però che li reggerei ancora - certamente non quest'anno; ma mi piacciono anche i Capodanno intimisti, da sola o con pochissimi amici.
Comunque ho fatto Capodanni assai festaioli con quindici invitati - che per me sono l'equivalente di una enorme festa con centinaia di persone.
Non sono mai andata a cena in un ristorante né mai ho desiderato farlo, e non ho mai passato un Capodanno in viaggio (e spero di non passarlo mai).
Per la cena e il pranzo del giorno dopo se sono io a organizzare la tavolata prediligo cibi farciti (presagio di abbondanza), lenticchie (presagio di ricchezza) e cibi gialli, dorati o arancioni, possibilmente rotondi, in omaggio al Sole che nelle feste è il Grande Assente ma che è in fase di rinascita - per intendersi, va bene anche una frittata o una polenta, e la zucca è sempre la benvenuta.
In casa, nella Notte del Passaggio e il giorno dopo, solo candele d'oro o rosse )...o bi9anche e blu, se proprio le rosse sono finite, come quest'anno).

Cioccolato:
Naturalmente se me lo offrono lo prendo volentieri, in qualsiasi forma o confezione; ma se mi ritrovo ad aver passato le feste senza aver mangiato nemmeno mezzo cioccolatino non mi pare che sia mancato qualcosa.

Colori:
Sui Colori di Natale sono piuttosto rigorosa ma ne ho una bella schiera: bianco, oro, argento, blu e azzurro scuro, rosso di Natale, verde di Natale, viola purché metallizzato e, senza un vero motivo, le varie sfumature di verde-blu. Con questi colori scelgo gli addobbi, gli accessori, le carte da regalo e i nastri e i biglietti per i pacchetti. Quel po' che c'è di colori diversi, di solito è arrivato in regalo.

Cometa:
Una cometa tra gli addobbi natalizi non ce l'ho, ma è solo perché non ne ho mai vista una che mi piacesse davvero, non perché la consideri un simbolo religioso. In realtà le comete mi stanno molto simpatiche.
Ci fu un Natale dove sembrava dovessimo avere una vera cometa in cielo, la Kohoutek. A scuola chiesero chi voleva fare una ricerca sulla questione e io e una compagna ci offrimmo. Facemmo un bel lavoro e per l'occasione imparammo tutto quel che all'epoca si sapeva sulle comete (a livello di seconda media, si capisce). 
La cometa arrivò al momento stabilito ma il cielo era sempre nuvolo e insomma non la vedemmo, con mio grande dispiacere. 
Nell'inverno 1997/98 arrivò invece la bellissima cometa Hale-Boop, che illuminò a lungo i nostri cieli proprio intorno a Natale e soprattutto nei primi giorni di Gennaio - una vera cometa da Epifania, insomma, e ringrazio Lucia di aver schiarito i miei ricordi nei commenti.

Concerto di Capodanno:
Ne ho avuti parecchi, anche con coro, e spero di averne ancora di più in futuro. Andarmi ad ascoltare un po' di musica dal vivo per me è sempre una bella cosa, e Capodanno lo trovo particolarmente di buon auspicio. Se poi mi suonano il Valzer dei Fiori è davvero il massimo.

Crostini:
in Toscana il pranzo di Natale classico si apre con una vassoiata di "crostini", ovvero fettine di pane (di solito frusta) con un impasto di fegatini di pollo. A dire il vero sono un antipasto tipico e aprono quasi ogni pranzo rispettabile, se proprio non è Agosto, ma a Natale sono praticamente obbligatori. 
Mia nonna faceva dei crostini fantastici, di cui mi passò la ricetta e che contengono un paio di variazioni risopetto alla ricetta più classica. 
Più avanti ho scoperto che l'impasto per crostini al banco del mio supermercato, con l'aggiunta del succo di mezzo limone, è una copia esatta di quei capolavori, e così ho smesso di farli - ma non certo di mangiarli.

Dolci:
Durante tutta la mia infanzia il dolce di Natale è stato il Panettone, ma in Toscana resisteva implacabile l'uso dell'accoppiata Vin Santo-Cantuccini (quelli secchi con le mandorle) 

con l'aggiunta della squisita accoppiata Panforte e Ricciarelli. Appresi dell'esistenza del nobile Pandoro quando ormai facevo il liceo, anche se una amica ferrarese di mia madre mi aveva introdotto qualche anno prima all'accoppiata Pandoro-CremaAlMascarpone.
Naturalmente mangio anche il pandoro farcito, se me lo danno, e certo mangiandolo non soffro, ma trovo che pandoro e panettone vadano davvero benissimo come sono e l'uso di infilarci il cioccolato sfugge alla mia comprensione (ma mangio pure quello, se me lo offrono. Mai rifiutare un dolce offerto col cuore, o semplicemente offerto).
Sempre da Siena venivano anche i Cavallucci, una sorta di roba dura con qualche seme di anice e delle vaghe tracce di noci di cui mi sfuggiva completamente il significato.
Finalmente un'anima pietosa mi fece assaggiare i veri cavallucci



dolcetti morbidosi ma non troppo, assai ricchi di noci e arancia candita, addolciti (anche) col miele, che oltre a qualche vaga traccia di anice contenevano anche cannella, noce moscata e pepe, e finalmente il loro significato mi è stato ben chiaro. Da allora le feste di Natale per me si aprono con i cavallucci, che comincio ad acquistare già ai primi giorni di Dicembre.
Il torrone, rigorosamente morbido, al miele e con le mandorle, lo compro alle svendite dei dolci di Natale e me lo mangio a Gennaio come saluto alle feste. Se non me lo offrono, naturalmente, ché certo non lo rifiuto nemmeno se è duro, allo zucchero e con le nocciole; anzi mangio con riconoscenza e ringrazio di cuore.

Epifania:
Da bambina l'ENEL, dove mio padre lavorava, mi faceva ogni anno una calza di dolcetti e un giocattolo piuttosto carino. Quando compii dodici anni smise. 
Da allora per me l'Epifania è scomparsa fino a quando sono entrata in rete, dove ho trovato un sacco di immagini di befane giovani e belle che cavalcavano la scopa insieme al loro gatto nero per portare doni. Così ogni anno faccio un post dove ricordo questa strana creatura un po' inquietante e parecchio pagana riadattata per i tempi moderni, e qualche volta festeggio con le amiche.

Fiori e piante:
Mi piacciono molto le stelle di Natale, soprattutto quando le ammiro a casa degli altri. Purtroppo piacciono parecchio anche alle gatte e, insomma, il tasto è doloroso.
Amo molto le decorazioni con vere fronde di abete e agrifoglio, una volta ci ho anche fatto una corona dell'Avvento ma tengo anche un vaso pieno di fronde argentate e colorate di quelle che vendono ai mercatini e ai supermercati.
So che a Capodanno usa appendere il vischio. Amo molto il vischio, pianta pagana per eccellenza, ma soffocato nel sacchetto mi mette un po' tristezza e allora preferisco lasciarlo sulle querce, al più canticchiando "Casta diva" in cuor mio (che non ha proprio nulla di natalizio ma è una bellissima preghiera per la pace)

Tanto, all'occorrenza mi baciano lo stesso.

Frutta:
Arance e mandarini, naturalmente. Una bella piramide di mandarini è sempre graditissima alla fine di un pasto sostanzioso come quelli delle feste, e non manco mai di fornirla ai miei ospiti, che regolarmente la spolverano via per quanto sia alta e grande.
Poi c'è l'ananas, che regolarmente mettono in offerta ai supermercati in queste settimane e che regolarmente prendo; non è particolarmente filologico, ma comunque, come tutti i cibi gialli, è perfetto a Capodanno.
A fine pranzo e insieme ai dolci c'è la frutta secca (arance e noci sono un classico del Natale nella letteratura vittoriana, ho scoperto solo di recente); io di solito mi concentro sulle noci, ma altri preferiscono le mandorle o le noccioline, perciò provvedo sempre a fornirle ai miei ospiti.
La mia preferita però è la frutta essiccata; dopo molti acquisti ed esperimenti mi sono concentrata su ananas, papaya, zenzero candito, albicocche e mango (oltre ai datteri e ai fichi, che sono un vecchio ricordo d'infanzia) con cui riempio una grande ciotola decorata ad agrifogli e che sgranocchio per settimane.
Un anno una amica dei tempi passati ci fece trovare delle fette di papaya essiccata da mettere nello spumante, e da allora la papaya nello spumante è diventata uno dei riti irrinunciabili.

Galantina:
Un tempo a Firenze avevo un pollaiolo che faceva una meravigliosa galantina. In famiglia cominciammo a mangiarne in quantità industriali finché scoprimmo che invece di arrostirla potevamo farla lessa, e così veniva anche un ottimo brodo. A quel punto cominciammo a mangiarne ancora di più.
Dopo lunghe ricerche e tentativi ho trovato a St. Mary Mead un pollaiolo che ne fa una un po' diversa ma altrettanto buona e da allora ogni Natale ne compro una enorme e nei pomeriggi di letture o dolce far niente natalizio la uso per farmi deliziosi sandwich, con o senza insalata russa - e altrettanto deliziosi tortellini in brodo per la cena.
Naturalmente non la mangio solo a Natale e la trovo una soluzione eccellente quando ho ospiti perché è un piatto molto facile da cucinare e da accompagnare - praticamente da fast-food.
Per Capodanno è particolarmente di buon auspicio, come tutti i cibi ripieni.

Gatti:
A Capodanno ho gran cura di tenerli in casa, anche se da queste parti i botti si sono molto, molto ridimensionati.
Non ricevono festeggiamenti particolari, solo il consueto trattamento. Ci sono stati però degli amici che gli hanno regalato dei giocattolini, e abbiamo apprezzato molto.

Giochi:
Natale è il tempo dei giochi da tavolo. I miei, molto tradizionalmente, sono stati tombola, Monopoli, Allegro chirurgo e, più avanti negli anni, anche Risiko.

Gioielli:
Ho un apposito cassettino per la bigiotteria di Natale. Purtroppo si tratta di un settore che va continuamente rifornito perché non si tratta di oggetti molto robusti e non sono molto facili da trovare come li voglio io. 
Ci sono poi alcuni accessori che porto regolarmente durante l'anno e che per le feste sono particolarmente indicati - la collana di cristallo rossa, ad esempio.  Naturalmente porto anche i gioielli d'oro.
Sotto Natale l'argento mi ispira meno e lo uso raramente.

Harry Potter:
Non credo di avere mai passato un Natale leggendo i libri di Harry Potter, ma i primi due film sono usciti per le feste ed apprezzai molto entrambi - soprattutto il secondo, che anzi trovai meglio del libro ed è anzi tra i miei film preferiti.
In ogni caso nei romanzi il Natale è molto importante e, soprattutto nei primi libri, i capitoli sui preparativi e le vacanze di Natale sono davvero affascinanti.
E qui c'è un video molto particolare, dove agli scenari di Hogwarts sono aggiunti dei bei gatti

Incenso:
Tanti anni fa mio padre tornò a casa la sera della Vigilia con un bruciaincensi e dei bastoncini che crearono una atmosfera estremamente natalizia. Da allora per le feste quasi sempre brucio bastoncini su bastoncini. Ne ho una gran quantità che conservo... in una grossa scatola di latta decorata con gatti di Natale. L'avreste mai detto?

Lenticchie:
Sono entrate nella mia vita quando già facevo le medie, e per l'occasione scoprii che mi piacevano molto. Ormai le mangio tutto l'anno con una certa regolarità, di solito col curry, ma una zuppa di lenticchie rigorosamente tradizionale a Capodanno non può mancare.

Libri:
Natale non è Natale senza qualche libro veramente bello da leggere, così ho sempre cura di procurarmene qualcuno. 
I miei ricordi più intensi sono legati alla Grotta di Cristallo, alla Vita di Charlotte Brontë di Elizabeth Gaskell, a una lussuosa guida a Star Trek, ai racconti di Sherlock Holmes e ad Agatha Christie ma anche ai romanzi della Tavola Rotonda e al manga di Ushio e Tora che rilessi tutto di seguito tra Natale e Capodanno apprezzandone molto l'arcata narrativa che non ero riuscita a seguire adeguatamente leggendolo a pezzi e bocconi nel corso dei tre anni in cui era stato pubblicato.

Luci:
Le luci per l'albero della mia infanzia sono tutte morte di vecchiaia. Le collane di led che usano adesso sono carine, ma rimpiango le mie campanelle di zucchero, i cristalli di neve e le varie stelline metallizzate. Comunque l'Ikea mi ha fornito una ghirlanda di grossi cristalli di ghiaccio. 
La mia collana di led è rigorosamente multicolor ma senza intermittenza perché i led intermittenti sono troppo veloci per i miei gusti.
Vado pazza per le luci di Natale per le strade e appese ai balconi, ma non mi sono ancora decisa a mettere niente fuori anche adesso che ho un balcone e pure una presa esterna. In cuor mio sospetto che sia roba pericolosa, e in cuor mio sospetto ancor più forte che non lo sia affatto se hai un impianto moderno a norma (e io ce l'ho). Magari l'anno prossimo ci provo.
Comunque l'Ikea mi ha fornito una grossa stella luminosa che tengo alla finestra della camera da letto e accendo quando fa buio - nei giorni di Natale, per fortuna, ciò avviene molto presto.

Mug:
Le uso ogni mattina per il caffè, rigorosamente a gatti.
Trovare una mug di Natale è facilissimo. Purtroppo, trovare una mug di Natale a gatti è più complicato. Quella che ho non è il massimo, ma insomma me la tengo in attesa di trovare di meglio. Un tempo erano facilissime da trovare e anche molto belle, ma purtroppo mi limitai a regalarle, perché all'epoca non le usavo.
La mug a gatti di Natale entra in scena ai primi di Dicembre ed è l'ultimo oggetto natalizio ad essere riposto.

Neve:
A Firenze la neve è abbastanza rara e certi anni non si vede proprio, nemmeno in provincia. Anzi, credo di non avere mai avuto un bianco Natale in vita mia, anche se a volte qualcosa arriva per Capodanno. 
Nel 1985 comunque arrivò una nevicata verso il 28 Dicembre che si sciolse solo la notte del 12 Gennaio: fu l'epico inverno dei 22 gradi sotto zero, e a Firenze ci saziammo tutti di neve al di là dei nostri più sfrenati desideri. Da allora son contenta di prenderla quando c'è, ma mi adatto di buon grado a farmi bastare le immaginette su Facebook o alla televisione.
I Natali col sole fanno un effetto curioso, ma tanto fa notte presto quindi mi adatto di buon grado, e se devo mettermi il cappotto leggero per uscire me ne faccio una ragione senza difficoltà.

Oro:
qualche volta me lo hanno regalato, a Natale, sotto forma di spillette, anelli, orecchini e penne stilografiche, e l'ho sempre gradito trovandolo di ottimo auspicio. Una volta arrivò anche uno smeraldo, che dovrei prima o poi usare per il medaglione Serpeverde che da tempo medito di farmi.

Ospedale:
Natale in ospedale lo passiamo quasi tutti, prima o poi, non necessariamente in veste di pazienti: fratelli, zii, cugini e genitori mostrano talvolta la deplorevole tendenza a inguaiarsi proprio sotto le feste.
In particolare ricordo il Natale in cui la nonna a 89 anni si ruppe il femore giusto in tempo di feste costringendoci e soprattutto costringendosi a mettere le tende all'Ortopedico. Eravamo tutti molto preoccupati, ma si riprese perfettamente, senza perdere nemmeno un colpo nonostante l'anestesia.
Ho avuto anche un funerale all'ultimo dell'anno, dopo il quale una amica mi racconfortò con una bella bottiglia di spumante che mi fece un gran bene.

Pacchetti:
Per una curiosa forma di perversione mi incaponisco a fare i pacchetti da sola nonostante i negozianti si offrano sempre di confezionarli loro e spesso, aiutati dalla lunghissima pratica, sfornino risultati eccellenti. In profumeria lascio sempre fare perché i loro criteri sono gli stessi miei: colori canonici, un sacco di sbrilluccichi e risultati capaci di portare a livelli allarmanti qualsiasi glicemia. 
A volte però non mi piace la carta che usano per impaccare, o lo stile di impacchettamento e allora declino con bel garbo e tutti loro in quei casi mi lovvano tantissimo. 
Unica eccezione: Feltrinelli, dove i pacchetti di Natale sono fatti in cambio di una piccola offerta da Mani Tese. I volontari spesso sono piuttosto imbranati, pure peggio di me, ma pagare l'offerta per farmi impacchettare il regalo mi sembra aggiunga comunque valore al pacchetto, fatto bene o male che sia, e allora mi adatto anche alla carta che disapprovo e faranno bene ad adattarsi anche i destinatari.
Le carte e i sacchetti per i regali impacchettati da me devono essere nei colori canonici, con disegni che mi piacciano e senza temi religiosi - oltre che senza pupazzi di neve, anche se qualcuno mio ha fatto osservare che non gli risultava che il pupazzo di neve avesse poi questa grande sacralità cui fosse strettamente connesso. Sta di fatto che i pupazzi di neve proprio non li reggo. 
Adoro invece le slitte con le renne in corsa, le renne anche senza slitte, gli alberi addobbati ma soprattutto le decorazioni a base di agrifoglio, oltre alle carte monocolore o metallizzate con o senza stelline e comete varie.
Negli ultimi tempi ho sviluppato un grande amore per i nastri di stoffa, anche se mi sfuggono dalle mani peggio delle anguille quando tento di fare i nodi. Ci sono poi i nastri in tulle o velo con le decorazioni, che sono cari assaettati ma con i quali qualsiasi incapace riesce a fare dei pacchetti fantastici. Unico problema: nove volte su dieci non soddisfano il mio perverso senso estetico e dunque mi è difficile trovarne di mio gusto.

Piccole donne:
"Natale non sarà Natale senza regali" osserva Jo nella prima frase del libro, e io sono d'accordo con lei, come sono d'accordo nella scansione della storia: un anno di vita di quattro ragazze, ma l'anno comincia appunto sotto Natale e con il Natale seguente finisce.
Il primo Natale è un Natale segnato dalla problematica del consumismo e la scelta virtuosa delle ragazze - pensare ai poveri, sì, ma non negandosi qualcosa per festeggiare anche in modo concreto una festa così importante - viene giustamente ricompensata. Il secondo Natale invece ruota intorno al regalo più bello che si possa ricevere, un tipo di regalo che cancella tutto il resto.
Come tante, anch'io ho ricevuto Piccole donne in regalo di Natale - e come tante della mia età mi è capitata una versione incompleta - anche se i miei ne erano del tutto ignari e credevano di avermi fornito del romanzo completo.

Presepio:
mi ha lasciata sempre molto indifferente. L'ho fatto una sola volta, o meglio ho contribuito anch'io, in prima elementare quando in classe facemmo un bel lavoro collettivo, raccogliendo il mischio nel giardino della scuola, mettendo da parte i fondi di caffè per colorare la carta da pacchi che avrebbe fatto le montagne dello sfondo, portando una statuetta per uno eccetera. 
Mai ho desiderato farne e raramente degno di uno sguardo quelli che incrocio a scuola o a casa di amici, se proprio non mi chiedono di ammirarlo. Nel qual caso, ovviamente, non lesino i complimenti pur non  comprendendo assolutamente perché la gente impieghi così il suo tempo. Ma contenti loro...
La mia profonda irritazione quando, ogni anno, sotto Natale salta fuori la bufala sulle scuole che non fanno il presepe per paura di irritare le famiglie mussulmane degli alunni stranieri non è naturalmente rivolta alla nobile istituzione del Presepe ma 1) alla pretesa che il presepe sia un dovere irrinunciabile per ogni buon italiano e 2) al fatto che, appunto, è una bufala - come risulta inevitabilmente ogni anno. Comunque in ogni scuola dove ho messo piede si fa il presepe e mai nessun genitore ha mai battuto ciglio sulla questione, indipendentemente dal credo religioso. Del resto, nemmeno i miei genitori trovarono alcunché da ridire quando me lo fecero fare in classe. E perché mai avrebbero dovuto? 

Queen:
Freddy Mercury morì a fine Novembre; di conseguenza per tutto il tempo delle feste era praticamente impossibile non sentire, ovunque si andasse, la sua voce per ogni dove. Feci tutti gli acquisti di Natale con una pietra nello stomaco e le lacrime agli occhi. Ogni tanto mi fermavo davanti ai negozi o ai banchetti o dove fosse ad ascoltare, e inevitabilmente finivo per tirare fuori il fazzoletto. Peggio di un salice piangente.
I Queen hanno fatto anche una canzone di Natale, del tipo molto consolante, e qualche anno dopo in una scuola dove facevo supplenza assistetti allo spettacolo di Natale dove il coro (eccellente) dei ragazzi la cantò, insieme ad un canto molto più tradizionale. Era stato uno degli alunni a proporla all'insegnante

Regali:
Indispensabili per un buon Natale. Ai miei occhi il vero Regalo di Natale è piccolo, un po' superfluo, voluttuario e accuratamente scelto per allietare il destinatario ma non deve costare molto. Particolarmente indicati dunque libri, profumi, trousse di ombretti, bigiotteria, videogiochi, musica o film, piccoli soprammobili, addobbi o accessori natalizi e gli intramontabili bagnoschiuma, saponette e simili. Vini, dolci e liquori sono belli e buoni e rispettabili, ma vanno intesi come regalo conviviale da consumarsi nei vari banchetti.
Oltre che per i miei cari ho sempre cura di comprarne anche per me, e si tratta rigorosamente di spese voluttuarie - vedi sopra, libri, profumi eccetera. Molto raramente si tratta di capi di abbigliamento, che ai miei occhi rientrano nella categoria dell'utile che nulla ha a che vedere con la squisita frivolezza voluttuaria delle feste. Unica eccezione, le sciarpe.

Religione:
La mia posizione religiosa è piuttosto complessa. Per comodità mi definisco atea e certamente non sono cattolica, quindi, per sintetizzare con quel che disse una vecchia zia "A Natale a me non mi nasce nessuno". Tuttavia il mio solstizio d'inverno è, di fatto, una festa di morte e rinascita e sotto questo aspetto la sento profondamente, come speranza di un mondo migliore di pace e di armonia eccetera.
Comunque spesso riesco a raccattare un Messia di Händel, possibilmente eseguito con strumenti originali e nel tempo dell'ascolto divento intensamente cristiana e mi rallegro assai della Nascita natalizia per eccellenza, commuovendomi molto. Quando non vado a sentirlo dal vivo (di solito congelandomi nella chiesa dove lo eseguono perché a fine Dicembre tende a fare freddino e il Messiah è lunghetto) me lo ascolto al calduccio a casa mia, e spesso canticchio "For Unto Us A Child Is Born" e "And He Shall Purify" facendo le faccende di casa.

Alla messa di Natale (notturna) sono stata una volta sola, quando un amico cantava nel coro che eseguiva non ricordo quale cantata barocca. La cantata era molto bella, ma la messa in sé non mi colpì molto.

Salmone:
Non c'è nulla di filologico nel mangiare in Toscana le tartine col salmone durante le feste di Natale, e le prime che ho mangiato furono negli anni 80, quando Sary prese l'abitudine di inaugurare le sue cene appunto con questo gustoso antipasto. Da allora il salmone si è assai diffuso e nel tempo di Natale lo offrono sempre a sconto al supermercato, così ne acquisto quantitativi immani e lo mangio a quattro palmenti col pane di segale oppure col pane bianco da tramezzini.
Naturalmente ai primi di Gennaio mi apposto come un falco in attesa delle svendite a metà prezzo delle confezioni da Capodanno con lo sconto del 50% e faccio scorta: e siccome il salmone in busta non ha scadenze lunghissime, sono costretta a finirlo tutto entro Febbraio - che non è poi questo gran dispiacere.

Schiaccianoci:
Mandai a memoria l'intera suite, da bambina, prima di scoprire che era una storia ambientata a Natale e ci misi una vera eternità per capire come funzionava la trama.
Quando ero piccola una rappresentazione dello Schiaccianoci era davvero rara, e vidi la prima dal vivo che già facevo l'università.
Poi cadde l'URSS e da allora ogni Natale arrivano a stormi i più vari corpi di ballo dall'Europa dell'Est presentando sempre degli ottimi spettacoli, con o senza orchestre al seguito, e ogni anno Firenze mi offre qualche possibilità. Ormai credo di averlo visto una decina di volte dal vivo, più una bella serie di edizioni su YouTube - questa, per esempio, mi è piaciuta molto.
Ho anche una edizione integrale su CD, che un amico mi regalò appunto per Natale quando la rete era ancora di là da venire, e tuttora le feste per me iniziano quando metto per la prima volta il CD nel lettore. La suite ormai la guardo dall'alto in basso.

Scuola:
Evito con cura di pensarci per tutte le vacanze, e di solito riesco sia a non portarmi niente da correggere a casa sia a non dare nemmeno l'ombra di un compito. Non sempre, ma di solito sì. 
A Natale io stacco, e mi sembra più che giusto che anche i miei alunni facciano altrettanto, visto che anche loro hanno una vita da vivere.

Sherlock Holmes:
C'è un solo racconto di Sherlock Holmes ambientato a Natale, ed è il Carbonchio Azzurro - uno dei miei preferiti, tra l'altro, dove tra gli ingredienti  principali c'è un'oca da fare arrosto, ovvero un cibo che mai e poi mai sono riuscita a gustare per Natale e in effetti nemmeno in altri momenti dell'anno, anche se a volte ho avuto il piacere di mangiare le uova di oca (apprezzandole molto).
Però per me Sherlock Holmes è strettamente associato a Natale perché fu proprio a Natale che i miei mi regalarono i racconti, edizione Omnibus Mondadori, e non è raro che a Natale mandino in onda qualche film tratto dalle sue storie.

Star Wars:
Il primo film di Star Wars arrivò in Italia intorno a Natale nel 1977. Da allora i film sono stati trasmessi con una certa regolarità alla televisione sotto Natale, insieme a quelli tratti dai libri di Tolkien e di Harry Potter; ed è stato durante le feste di Natale che con due amiche organizzammo una visione casalinga della prima trilogia. 
Inoltre, il 27 Dicembre di due anni fa la principessa Leia è morta, creando con ciò non pochi problemi alla produzione che aveva appena avviato la terza trilogia e spezzando il cuore a tanti di noi.
Anche l'ultima trilogia è uscita sotto Natale, e quest'anno ho dedicato una certa quantità di tempo a guardare i video orripilati di molti fan che hanno appena visto l'ultimo dei film - che, dopo le loro descrizioni, mi guarderò bene dall'andare a vedere al cinema e avrò cura di scansare anche in televisione.
Nei prossimi giorni potrei anche guardarmi i DVD, visto che qualche anima buona me li ha regalati perché si era comprato i  blu-ray.

Stoviglie:
Nonostante il mio sviscerato amore per le feste di Natale, prima di comprarmi un vero servito da Natale dovrò veramente avere i soldi che mi escono dalle orecchie e la vasca da bagno piena di dobloni d'oro. Nell'attesa di quel felice momento mi limito a qualche sporadico piattino ad agrifogli ricevuto in regalo.
Del resto per Natale vanno bene tutte le stoviglie bianche, quelle bianche con filo d'oro e un sacco di altre varianti compatibilissime con la maggior parte dei serviti buoni in circolazione. 
Al momento il mio servito buono (preso con i punti del supermercato) è bianco con un piccolo bordo a disegni geometrici blu e oro. Direi che va più che benissimo per tutti i secoli dei secoli.

Stuoini:
Ho ben due stuoini di Natale: uno rosso in fibra di cocco che metto davanti alla porta d'ingresso, e che piace molto alle gatte perché ci si possono fare le unghie con grande soddisfazione, e uno più morbidoso che uso come scendiletto.
Li tiro fuori l'8 Dicembre.

Tavola Rotonda:
il ciclo della Tavola Rotonda è strettamente collegato a Natale: proprio a Natale infatti Artù estrasse la spada dalla roccia, iniziando così il suo regno.
Per molti anni in un modo o nell'altro a Natale arrivava in libreria qualche libro arturiano, e se anche era arrivato in altri momenti finivo sempre per comprarlo a Natale, oppure a Natale me lo regalavano - non solo versioni romanzate moderne come quella di Mary Stewart, Le nebbie di Avalon o Re in eterno ma anche testi medievali come i romanzi di Chretien o il Lancelot-Graal; e un anno mio padre mi regalò il Parsifal di Wagner - che però è decisamente più pasquale che natalizio.

Tolkien:
I film de Lo Hobbit uscirono tutti sotto le feste, e per me che li ho molto amati in quegli anni Natale fu doppiamente speciale.


Per il resto, credo che Natale sia l'unico periodo dell'anno in cui non ho mai letto Tolkien, ma non è detto che sarà sempre così.
Ad ogni modo la Compagnia lascia Rivendellm proprio il 25 Dicembre.
"Che strana coincidenza" pensai quando lessi la Cronologia per la prima volta (all'epoca non sapevo assolutamente che Tolkien era cattolico).

Uva:
Indispensabile, nel brindisi di Capodanno, qualche chicco di uva fresca nel bicchiere. 

Vestiti:
A Natale mi vesto soltanto nei colori canonici, con l'unica eccezione del nero, cercando il più possibile di somigliare a un albero di Natale - ogni tocco di glitter dunque è il benvenuto. Non ho un abbigliamento specifico per Capodanno, nemmeno le tradizionali mutande nuove. 
Insomma, a partire da metà Dicembre fino al 7 Gennaio uso solo una parte del mio guardaroba.

Vini: 
A parte l'inevitabile Vin Santo dal quale niuno toscano vivente può scampare, per le feste prediligo i bianchi frizzanti: champagne e spumanti accuratamente selezionati ma anche tutti gli altri. Non sono esperta, ma a scegliere qualcosa di qualità medio-alta ci arrivo e in questo periodo i supermercati offrono sempre ottimi prodotti a sconto.
Naturalmente, quando sono invitata bevo senza far storie qualsiasi roba mi versino nel bicchiere, purché sia di qualità decente. Altrimenti sorrido e spiego "no,grazie,  in questi giorni sto davvero bevendo troppo". 
Durante le feste bevo volentieri anche da sola. Niente liquori, salvo qualche limoncello o mandarinetto fatto in casa - ma del resto di liquori ne bevo ben pochi, a parte la grappa, che ai miei occhi non ha però nulla di natalizio. Unica eccezione: la grappa di rose al ristorante cinese. Peccato che sotto le feste ai ristoranti cinesi ci vada ben poco, anche perché quasi nessuno me lo propone.

Wagner:
Non è un autore molto natalizio e nemmeno granché festaiolo, ma per Natale ho ricevuto diverse sue opere in regalo e mi sembra di ricordare un Crepuscolo degli dei molto, molto bello e commovente visto sotto le feste.

Yule:
Festività germanica di origine decisamente pagana. Comincia col Solstizio d'inverno e termina con la Dodicesima Notte. Oggi con Yule Season si intende appunto il tempo delle feste, ed è più politicamente corretto perché include anche chi festeggia le feste in questione senza essere cristiano.
Quello che nella prima traduzione di Harry Potter è chiamato "il ballo del ceppo" in inglese è "il ballo di Yule".

Zenzero:
Prima della celebre canzone degli Elio e le Storie Tese ignoravo che lo zenzero fosse il vero simbolo del Natale



ma mi hanno convinto facilmente e adesso un po' di zenzero candito lo compro sempre - o lo mangio, quando me lo offrono, e me lo offrono spesso. 
Anche quello va bene nel bicchiere di vino spumante.

mercoledì 25 dicembre 2019

Buon Natale 2019



Felice Natale 
a tutti voi della Contea 
(in onore della partenza della Compagnia)

martedì 24 dicembre 2019

Notte di Natale 2019


Accendete l'albero, 
scartate i panettoni, 
innevate i pandori, 
preparate i biscotti e il fieno per le renne: 
i regali stanno arrivando!

lunedì 23 dicembre 2019

Haeretica - Sulla mancanza di autonomia de' giovani d'oggi (e dove andremo a finire di questo passo, signora mia)


Qualche giorno fa una collega mi ha chiesto assistenza mentre compilava una nota da dettare a tutta la classe perché si ricordassero di portare sempre il libro e il quaderno della sua materia. Voleva che fosse una nota assolutamente chiara.
Non capivo il problema: ogni insegnante compone con una certa regolarità avvisi di questo tipo, alla seconda o terza volta che i suoi alunni sbagliano sistematicamente a portare quel che gli è stato detto di portare (e che magari risolvono il dubbio non portando alcunché); e tutte quelle che mi sono capitate per avventura sotto gli occhi erano sempre di una chiarezza cristallina, anche se non sempre sortivano gli effetti miracolosi sperati da chi le dettava.
Dopo qualche cauta domanda ho scoperto che la nota era  rivolta ai genitori, che erano richiesti di controllare che i ragazzi avessero presente la questione.
Ho fatto presente alla collega che, per come la vedevo io, non era un problema che spettasse ai genitori risolvere, ma che dovevano farsene carico i ragazzi stessi, a ciò incoraggiati da un accorto uso del voto 4 in caso di eccesso di distrazione, e che anzi un intervento dei genitori era da evitare il più possibile.
Mi ha guardata un po' perplessa, ma alla fine la nota non l'ha scritta (oppure l'ha scritta senza il mio aiuto, non so). Comunque io ho continuato a rimuginare sulla cosa e ne ho tratto una serie di conclusioni, non so quanto sennate, che vado adesso a esporre.

Il modello culturale di questi anni tende a proteggere i ragazzi il più possibile. Le leggi sulla sorveglianza dei minori sono applicate in modo sempre più oppressivo: le creature vanno sorvegliate minuto per minuto, seguite e tampinate per ogni dove. La stessa mattana della Preside Fudge sull'intervallo da fare in classe nasce dal terror panico che i ragazzi muovano qualche passo per i corridoi della scuola, notoriamente colmi di trappole e di insidie, senza adeguata sorveglianza - anche se ad occhio l'unica cosa che avrebbero seriamente da temere è che il cielo cada loro sulla testa. 
Questo demenziale atteggiamento si estende anche alla vita di tutti i giorni, e dai genitori ci si aspetta altrettanta maniacale persecuzione: il folle caso della madre che fa la cartella al figlio di otto o dieci anni, controllando anche che sia provvisto di merendine è tutt'altro che raro e solo qualche sporadico genitore verso la seconda osa vantarsi con me che il figlio o la figlia "fa tutto da solo, si organizza per i compiti, si fa la cartella, tutto da solo, è molto autonomo e io non intervengo mai"; dal canto mio, solo ricorrendo a tutto il mio autocontrollo mi trattengo dall'esclamare "Vivaddio, mi sembra il minimo!" ricorrendo invece a blande frasette in cui mi dico assai lieta di tutto ciò affermando inoltre che lo spirito di autonomia è una bella virtù che merita di essere incoraggiata.
Non oso indagare su quel che succede alle elementari, dove qualche insegnante premuroso forse imbocca i suoi allievi durante le ricreazioni e gli soffia il naso. Meglio non sapere. 
In queste condizioni, non è strano che qualcuno sbagli a fare la cartella, ma anzi mi sembra degno di grande ammirazione il fatto che molti la facciano senza dimenticare niente.

A questo punto delle mie riflessioni mi è venuto spontaneo ricordare il curioso fenomeno per cui spesso gli alunni sbagliano i compiti (anche quelli in classe) perché "non hanno capito la consegna"* e al momento delle prove Invalsi molti disastri traggono origine appunto dal fatto che parecchi invalsandi non leggono le consegne o credono di leggerle per poi fare inevitabilmente quello che l'esercizio sembra richiedere, o meglio che loro hanno deciso che richiede.
Alcuni insegnanti provano ad ovviare all'inconveniente cercando di semplificare la frase dei comandi, oppure spiegandola in classe, salvo poi meravigliarsi che questi generosi tentativi non sortano gli effetti sperati. In compenso, dalle scuole superiori mandano spesso a dire che i ragazzi "non comprendono i comandi". Chissà, forse perché non glieli spiegano passo passo pensando di avere a che fare con normali ragazzi invece che con dei poveri idioti?
Con l'andare del tempo ho sviluppato la teoria che i ragazzi tendono a staccare l'audio quando gli adulti - anche adulti a loro assai cari, come i genitori - gli danno istruzioni, in quanto ci trovano spaventosamente monotoni e prevedibili. Non alzare la voce, non correre, ricordati di prendere la maglietta, ricordati di respirare... 
E' un uso figlio dei nostri tempi: genitori ansiosi e imbottiti di sensi di colpa, insegnanti ansiosi e imbottiti di sensi di colpa e tutti ripetono, ripetono, ripetono sempre le stesse cose. E la creaturina di turno, che è spesso affezionata al genitore e talvolta perfino all'insegnante, non osa mandarlo a Fanculo o chiedergli di chetarsi per paura di offenderlo; ma deve pur sopravvivere, e per farlo stacca l'audio. Difficile non scusarlo per questo.
Siccome i serpenti tendono a mordersi la coda, gli adulti per ovviare a questo inconveniente di cui, almeno in cuor loro, sono perfettamente consapevoli, tendono a ripetere le istruzioni e le raccomandazioni per un numero esorbitante di volte nella speranza (sempre più tenue) che almeno una volta il messaggio buchi le difese e riesca ad arrivare - il che qualche volta succede, ma è molto più consueto che la continua, esasperante ripetizione delle più banali istruzioni convinca i poveretti a staccare vieppiù l'audio.
Il circuito si spezza con sorprendente facilità in presenza di un trauma (il quattro di cui sopra, ad esempio; anche solo il quattro dato al compagno di banco). Naturalmente il quattro andrebbe dato solo dopo una o due possibilità di redenzione offerte pacatamente (e che non saranno colte, di solito, perché nessuno le ascolterà); tuttavia si potrebbe perfino spezzare una lancia a favore del quattro dato subito, sin dalla prima volta, in osservanza al vecchio adagio "via il dente, via il dolore". È un metodo un po' brutale ma efficace, come gli antibiotici.
Un altro rimedio, più semplice, più efficace e del tutto indolore, sarebbe ricorrere alla tecnica di permettere alle creature di gestire in proprio modeste e semplici porzioni della loro vita quotidiana, abituandolo gradualmente a un po' di autosufficienza - ma temo che un rimedio così spregiudicato risulti troppo avventuroso agli occhi di molti dei genitori, anche se chi lo applica di solito non se ne trova male. Oddio, e se sbagliano a mettersi i calzini? Se li mettono del colore sbagliato? Se li mettono alla rovescia? Se la prima volta che li mettono incorreranno in qualche difficoltà? Penseranno che non li amo abbastanza, ne trarranno gravi danni psicologici, mi vivranno come un genitore trascurato e anaffettivo?
Ecco, forse no. E magari col tempo impareranno a mettersi bene i calzini. Tanto, prima o poi dovranno imparare comunque a far da soli. Non mettergli i calzini e pretendere che lo faccia da solo non è la stessa cosa del mandarli in fabbrica a cinque anni a riannodare i fili dei telai, credo.
In ogni caso la gestione delle istruzioni spicciole delle singole materie mi sembra sia affare in cui i genitori vadano coinvolti il meno possibile, dal momento che a scuola non ci viene il genitore ma il figlio: loro, poverelli, han già troppo da fare a ricordare ogni giorno ai figli di respirare, di aprire gli occhi o di infilarsi le scarpe, e almeno la gestione della cartella del figlio gli andrebbe risparmiata. Tanto, i compiti non li correggiamo mica a loro.

* "Consegna" è il pomposo termine con cui vengono indicate le istruzioni per fare un esercizio. Sono talvolta denominate anche "comandi". Ma qualsiasi nome usiamo per definirle, è noto che molti ragazzi non le leggono.

venerdì 20 dicembre 2019

Sherlock Holmes: di Natali e abbazie - Enrico Solito


Come tutti gli appassionati di Sherlock Holmes sanno, il magro canone del più famoso investigatore di tutti i tempi si limita  a quattro romanzi e a una sessantina di racconti, e di questo possiamo incolpare solo sir Arthur Conan Doyle, che non ha dalla sua la scusante di una morte precoce né di uno scarso successo della sua produzione holmesiana o particolari problemi del tipo blocco della scrittura o simili: infatti costui ha scritto immani quantità di roba di vario genere e qualità, ma solo raramente e in modo del tutto occasionale si è dedicato alla produzione di storie su Sherlock Holmes.
E tutto ciò è una vera ingiustizia - anche perché. ammettiamolo: non è che trascurava Sherlock Holmes per dedicarsi a scrivere l'Amleto o Guerra e pace, e senza quei quattro romanzi e sessanta racconti molto probabilmente oggi il suo nome oggi sarebbe noto a pochi specialisti del periodo e il suo nome confinato nelle note di qualche poderoso saggio del tipo Vasta analisi della letteratura vittoriana: tutto quel che avreste voluto sapere sugli scrittori dell'epoca e anche molto di più pubblicato in tre tomi nella collana "Nessuno si senta escluso".
Insomma, sin dai tempi in cui Conan Doyle era vivo i lettori hanno scalpitato e rumoreggiato per avere più Holmes, finché alla fine han deciso di applicare il buon vecchio criterio del "Chi fa da sé fa per tre" e si sono messi a scrivere storie in proprio. E nacque così il celebre Canone Apocrifo di Sherlock Holmes, dove si sono cimentate grandi firme del giallo e della letteratura*, scrittori stimabili e gente che se invece di prendere la penna in mano si fosse data all'ippica o alla botanica non avrebbe suscitato rimpianto in alcuno. 
In questo filone molto variegato sono comprese numerosissime storie decisamente stravaganti che il buon Sir Arthur Conan Doyle non si sarebbe mai sognato di scrivere,  nemmeno sotto l’influsso di  generose dosi di cocaina, e che spesso stravolgono completamente il canone attribuendo all’amatissimo detective un’assai cospicua serie di relazioni sentimentali con l’uno e con l’altro sesso  (con eventuali figli), avventure paranormali, viaggi nel tempo e molto altro che mi manca il cuore di riferire, e dove il principale sogno della gran parte degli autori sembra sia mettere a confronto Sherlock Holmes con Jack lo Squartatore la cui possibile identità comprende ormai una vastissima serie dio possibilità che vanno dall'erede al trono di Inghilterra allo stesso Holmes.
Enrico Solito, stimato neuropsichiatra infantile nonché lodevolmente impegnato nel sociale, rientra nella categoria "stimabili scrittori" e, oltre agli apocrifi holmesiani vanta una piccola produzione di romanzi storici ambientati negli ultimi due secoli. Nel fandom holmesiano internazionale gode di eccellente reputazione, in Italia e all'estero.
Il Nostro  ha scelto una strada dall’apparenza comune e scontata, scrivendo una serie di "apocrifi autentici”, per assurda che possa sembrare la definizione: storie perfettamente in linea  col canone di Conan Doyle dove l’ambientazione storica è impeccabile nei minimi particolari e nelle quali il suo Sherlock Holmes (ma anche il suo Watson, e questo è davvero raro) sembra appunto uscito da un racconto di Conan Doyle.
Ne viene fuori un canone parallelo a quello autentico, ricco di citazioni e rimandi di vario tipo, molto amato dagli appassionati ma tutt’altro che facile da reperire se non in formato elettronico. Perfino le mie amate biblioteche toscane, ormai da tempo strettamente collegate tra loro per fornire all’aspirante lettore quasi tutto quello che costui possa desiderare, offrono molto poco; quanto alle librerie, ormai da gran tempo le vecchie edizioni e le vecchie ristampe sono straesaurite.
Finalmente però qualcuno si è preso carico del triste caso. No, non il Giallo Mondadori - che pure ha inaugurato una collana riservata appunto agli apocrifi di Holmes  che racchiude una non modica quantità di materiale davvero orripilante e che a Solito ha offerto ben poco spazio - bensì la casa editrice Teaser LAB che gli ha riservato i primi dodici volumi della collana “I gialli di Crimen”. Il primo volume è uscito nel gennaio di quest’anno e l’ultimo (la collana ha cadenza mensile) uscirà nel gennaio dell’anno prossimo.
Particolare non trascurabile: i volumi arrivano in edicola. Secondo particolare assai gradito: a richiesta spediscono gli arretrati e indicano anche come richiederli su apposito sito.
La collana ristampa tutta la produzione holmesiana di Solito (due romanzi e un buon  numero di racconti, scritti nel corso di più di venti anni) e in ogni volume l’autore racconta nella prefazione i vari e gustosi retroscena che hanno portato alla stesura dei testi. Come chicca aggiuntiva, a puntate nei volumi di racconti c’è anche “L’enciclopedia di Sherlock Holmes”, redatta a quattro mani da Solito e da Stefano Guerra (altro grande esperto del fenomeno mediatico Holmes e tra i fondatori dell’associazione culturale “Uno studio in Holmes” che ha naturalmente anche la sua brava pagina su Facebook) dove con gran cura, ma anche senza alcuna paura, vengono esaminate tutte le questioni collegate o collegabili al grande detective ed esposte le più  varie teorie sulle sue origini, la sua vita, la sua ascendenza e financo la sua la discendenza.

Visto il periodo dell'anno, per presentare questa collana ho scelto il terzo volume della serie, intitolato Di Natale e di abbazie. Quasi tutti i più celebri investigatori del giallo classico (e anche quelli più moderni, mi sa) hanno almeno una storia ambientata a Natale, ma il canone classico liquida la questione col bel racconto Il carbonchio azzurro, che più di una delle mie classi ha avuto il piacere di apprezzare. The Sherlock Holmes Christmas Carol è un po' più crudo (insomma, c'è un cadavere con relativo omicidio) ma come tutti i racconti di Solito contiene, oltre ai vari rimandi al canone classico (compreso il motivo per cui un determinato racconto non poteva essere ignoto alla polizia, che Holmes illustra con garbata autoironia) ci sono altri graziosi ami lanciati al lettore: per esempio uno degli investigatori è il sergente Tibbs, delizioso personaggio felino protagonista della Carica dei 101, film dove l'episodio più importante si svolge appunto nei giorni intorno a Natale. 
Il volume contiene anche la seconda parte dell'enciclopedia di Holmes, ovvero la lettera B - dove, oltre al prevedibile Baskerville abbiamo la possibilità di imparare come burro, brandy e banche vengano utilizzati nel canone di Conan Doyle.
Questo volume, come tutti gli altri dodici della serie, è perfetto per il tempo di Natale, quando stare in casa a riposarsi leggendo una bella storia di Sherlock Holmes è uno dei grandi piaceri della vita, tra un panettone e un pandoro (ma senza sdegnare ricciarelli, panforte, struffoli e torroni).

Con questo post partecipo al Venerdì del libro di Homemademamma e auguro buone feste di Natale a tutti gli appassionati lettori che passano di qua.

* Ellery Queen e Stephen King, tanto per fare due nomi

martedì 17 dicembre 2019

Come imprimer lo sacro amor per la lettura ne' cuori de' fanciulli


Spesso vagando per la rete mi imbatto in consigli e suggerimenti che si propongono di aiutare i genitori e gli insegnanti di ogni ordine e grado nella difficile missione di avviare le nuove generazioni verso l'amore per la lettura; un po' per motivi professionali e molto per curiosità li leggo sempre con attenzione e talvolta con una certa perplessità: a tutt'oggi e nonostante sia lettrice assai entusiasta non sono poi così convinta che i giovani debbano amare la lettura, vuoi perché credo che, per sua stessa definizione, l'amore sia sentimento assai anarchico e vada un po' dove gli pare, vuoi perché mi sembra evidente che, anche senza amare la lettura, si possa vivere benissimo e con grande soddisfazione.
Ritengo invece del tutto indispensabile (e le indicazioni ministeriali concordano con me) che i giovani in questione imparino a venire a capo di un testo scritto senza difficoltà, e sono fermamente convinta che, se non acquistano questa capacità, la felicità o anche lo scorrer sereno della loro vita futura potrebbe incontrare grossi ostacoli.
Si tratta comunque di distinzioni del menga: indipendentemente dal fatto che amino o schifino la lettura come passatempo, alla scuola di base, che è quella in cui lavoro io, i ragazzi devono leggere, e parecchio, per amore o per forza (meglio se per amore, naturalmente).

Tutti questi autori di nobili consigli comunque convergono su un punto, e cioè che la lettura per diletto non vada imposta né debba essere vissuta come obbligo cui adempiere nel tempo libero, e soprattutto che deve essere fine a sé stessa, non oggetto di faticosi compiti, sunti, schede eccetera; e su questo principio base sono assai d'accordo, anche perché di fatto ognuno ama quel che gli pare e solo quello. Insomma, in classe si fa quel che dico io (leggendo parecchio, con una scusa o con l'altra) ma fuori di classe e una volta eseguiti i compiti assegnati, i fanciulletti devono essere liberi di leggere o non leggere come meglio li aggrada.
Nella mia funzione di bibliotecaria dunque cerco di adempiere a entrambe le finalità mettendo a disposizione dei nostri pregiati alunni nella biblioteca letture di ogni genere e tipo e anche letture senza parole, variate e gradevoli, spesso ben provviste di illustrazioni eccetera.

Quest'anno, alla riapertura della biblioteca scolastica della scuola media di St. Mary Mead mi sono trovata però davanti a scene piuttosto curiose. I ragazzi delle prime sono entrati nella biblioteca, hanno ascoltato le mie sommarie spiegazioni su com'era organizzata la suddetta biblioteca e infine hanno proceduto a un esame della medesima, piluccando qua e là. 
Poi hanno cominciato ad avvicinarmi con strane domande.
"Posso non prendere un libro?"
Sì, certo, puoi. Questa è una biblioteca, non una tagliola, se non trovi niente che ti ispira non prendi niente e amen.
"E se poi il libro non mi piace?".
Se non ti piace lo riporti a scuola e ti scegli qualcos'altro, oppure lasci perdere e non prendi un bel niente. Questa è una biblioteca, non una tagliola.
"Questo libro mi interessa, ma ho paura che non mi piaccia tutto"
Non vedo il problema: leggi quello che ti interessa e lascia perdere il resto.
"Ma posso farlo?"
Certo che sì, non vedo il problema.
"Posso prendere Geronimo Stilton?"
Certo che sì, abbiamo messo i Geronimo Stilton appunto perché chi vuole li legga.
"Posso prendere in prestito un fumetto?"
Ehm, sì; in effetti li abbiamo messi sugli scaffali appunto con questa speranza.
(Va detto sono molto fiera della mia sezione a fumetti, perché essa non esiste: i fumetti sono sparsi a seconda dei generi e degli argomenti, per meglio evidenziare il fatto che essi sono letture come tutte le altre.
"Il fumetto è un medium, cioè un mezzo espressivo, e serve a sviluppare argomenti di ogni genere" spiego sempre con grande fermezza a chi mi chiede dov'è la sezione fumetti (e anche a chi non me lo chiede affatto). Sto persino pensando di smantellare la sezione Disney, e solo il fatto che certi volumi di storie non saprei davvero dove infilarli nella bislacca classificazione che ho adottato mi ferma, per il momento).
"Ma dopo dobbiamo portare il riassunto?"
Assolutamente no: questa è una biblioteca, non una tagliola.
Piano piano ha cominciato a svilupparsi nel mio pur fiducioso cuoricino il forte sospetto che, laggiù nelle scuole elementari, i maestri indulgessero a pratiche perverse seviziando dolorosamente i poveri libri della biblioteca scolastica, tanto che mi ero perfino ripromessa di meditare seriamente sulla possibilità di affrontare l'argomento con gli insegnanti in questione - una variante diplomatica del "Scusate, ma davvero fate di queste stronzate quando date in prestito a questi poveri innocenti i libri della vostra biblioteca, fargli fare la scheda, spiegare che devono leggere tutto eccetera? Guardate che non siamo più nell'età della pietra e il povero lettore ha i suoi diritti, garantiti dalla Costituzione, e soprattutto continuando così quei poveri bambini avranno i crampi allo stomaco alla sola vista di un libro!". 

Poi un bel giorno la prof. Therral è arrivata in biblioteca con la Seconda Invasata al seguito. Tutti hanno fatto la confusione che fa ogni classe quando li portano tutti insieme in biblioteca, e tutti hanno preso il loro libro. Alla fine, in mezzo al mucchio di macerie che è di rigore in questi casi* la professoressa ha detto ad alta voce "Bene  ragazzi, per la settimana prossima ognuno di voi esporrà il libro ai compagni e preparerete la scheda".
In cuor mio ho sgranato gli occhioni. Ma come? E i Diritti del Lettore? E lo svincolo da ogni obbligo quando si legge? E...
Comunque non ho aperto bocca: in classe l'insegnante è sovrano e si gestisce la programmazione come meglio crede. Ma, certo, è chiaro che così il discorso dell'approccio ludico alla lettura va a farsi benedire.
Due settimane dopo ero per l'appunto in quella classe.
"Quando ci porta in biblioteca?"
Li ho portati due giorni dopo, utilizzando in tal modo un'ora di supplenza.
Bravi e buoni, si sono presi quasi tutti il loro libretto e poi si sono messi tranquillamente a leggere. Intorno a loro, il casino era molto blando. Alcuni sfogliavano la Storia d'Italia a fumetti, altri spulciavano la sezione della mitologia; qualcuno leggeva qualcosa insieme a qualcun altro. Siamo ritornati in classe in modo quasi disciplinato (che con quella classe è evento abbastanza insolito).
A quanto sembra, il loro rapporto con la lettura non è dei più schifidi.
Succede spesso, con le classi della prof. Therral.

*normalmente ci vuole almeno mezz'ora per risistemare la biblioteca, dopo il passaggio di una classe. Ma non batto ciglio e, riordinando il tutto, smoccolo solo molto moderatamente.

lunedì 9 dicembre 2019

Morbo inglese (post about the horrible use of foreign words in italian language, expecially in the didattichese)

Pudding inglese o panettone?
Entrambi, potendo. Altrimenti, quello che avete più facilmente sottomano o che preferite, tanto sono entrambi buonissimi

Ordunque, è mia malsana intenzione dedicarmi oggi ad un tema assai serioso, ovvero quello dell'uso dei prestiti stranieri in italiano. 
Premetto che non ho nulla in contrario alle iniezioni, anche in dosi massicce, di parole straniere nella mia lingua nativa. Sono una dama hejan abbastanza acculturata da sapere che nei prestiti stranieri le lingue ci han sempre sguazzato alla grande. 
Quanto all'italiano, lingua di frontiera per antica tradizione di una terra che dalla notte dei tempi si lascia visitare (e anche invadere) con grande facilità, sappiamo che di parole straniere è pieno e ben impastato come un dolce di Natale è pieno di canditi, uvette e zuccherini. Parole di origine greca, longobarda, araba, francese, spagnola, tedesca hanno sempre pascolano felicemente fianco a fianco delle parole di origine italica, e del resto è ben noto che l'incontro con le culture e le mode straniere arricchisce le lingue e le fa crescere, mutare ed evolversi. A volte magari si esagera un po', ma di solito la febbrata passa in pochi anni e il corpo estraneo viene incorporato nella lingua (manga, fan, medley), addomesticato (matriosca, sciantosa, brioscina) e più spesso, dopo qualche anno, tradotto (tramezzinofine settimana).
A volte le ondate sono belle massicce, specie quando l'invasione di parole è stata preceduta da una invasione di truppe conquistatrici - da una di queste invasioni per esempio la lingua anglosassone non si riprese mai più e dal calderone nacque l'inglese, che andrebbe forse chiamato anglonormanno ma che è comunque lingua più che degna e che ci ha regalato una letteratura di grandissimo pregio.
Talvolta però l'impressione è quella di una gigantesca presa di giro.

Morbus Anglicus è un celebre (in alcuni ambienti) articolo pubblicato nel 1987 da Arrigo Castellani, esimio linguista che per vari anni ha insegnato Storia della Lingua Italiana all'Università di Firenze - un eccellente studioso che però molti dei suoi allievi consideravano alla stregua di un pazzo furioso appunto per questa sua paura di una invasione di termini inglesi, che suggeriva di adattare variamente, talvolta italianizzandoli (come nel caso di sanguiccio, che avrebbe dovuto rimpiazzare il sandwich e che oggi è tornato panino o al più tramezzino, oppure il mirabile coccotaglio che avrebbe dovuto sostituire il cocktail) e talvolta traducendoli (come nel caso di entredima, che avrebbe dovuto sostituire week end, sopravvissuto ormai da tempo rimpiazzato dal ben più banale fine settimana nella maggior parte dei casi).
L'articolo comunque suscitò un certo vespaio che andava ben oltre gli scherzi e i lazzi degli irriverenti universitari (nel cui numero mi pregiavo di appartenere) ed esimi linguisti discussero il curioso fenomeno, alcuni convenendo che la nobile lingua italiana stava andando in gran decadenza per colpa di sì dissennati prestiti, altri che il problema era in verità assai contenuto e tante volte si era già presentato e altrettante volte era stato agevolmente superato. Ad ogni modo il sanguiccio (o sanduiccio, a seconda di come si decida di traslitterare il gruppo dw, e in italiano, almeno nei tempi andati, la traslitterazione più corretta era appunto -gu-) e l'entredima non hanno mai attecchito molto, al di là della divertita cerchia degli allievi che si divertivano assai ad offrire coccotagli agli amici in visita, e anche le mission e le vision che usavano molto negli anni Novanta tra i manager rampanti hanno ormai un certo consolante tocco d'antan. 
In compenso però adesso sta piovendo di tutto dall'inglese, o meglio dall'americano, molti dei più convinti sostenitori dell'innocuità del morbus anglicus hanno visto assai indebolite le loro convinzioni e si sono fatti ben più catastrofisti in materia ammettendo di aver sottovalutato il problema e anch'io sto cominciando ad avvertire i sintomi di una certa saturazione.
Il punto è che, mi sono accorta con orrore, sono cominciati a entrare in scena i verbi. E questo non mi piace perché incastrare un verbo inglese in una frase italiana produce risultati atroci per le mie orecchie - anche perché i parlanti che esibiscono sì orripilanti frasi mostrano chiari segno di conoscere male l'italiano e peggio ancora l'inglese. Non ne viene fuori una lingua ancora ibrida prodotta da persone ormai abituate a pensare contemporaneamente in due lingue e a riportare dalla loro seconda lingua la parola o il concetto che nell'altra lingua un vero equivalente non ce l'ha - quello, probabilmente, mi piacerebbe o comunque mi ci adatterei di buon grado perché si sa, la lingua la fa il parlante, e il gergo pure. Ma spesso e volentieri ne viene invece fuori un pastone che gli stessi maiali, per quanto onnivori, faticherebbero assai a mandare giù. 
Non posso farci niente, quando sento parlare di qualcuno che ha fatto outing - o, un minimo più correttamente, ha fatto coming out nel senso che è uscito  allo scoperto, ha rivelato qualcosa di sé (di solito una sua preferenza in fatto di partner, ma ormai si usa per qualsiasi tipo di rivelazione destinata a fare una certa impressione su chi ascolta) mi si attorcigliano abbastanza le budella perché la frase che ne risulta è orripilante sia in italiano che in inglese. Comunque gli anni ci riveleranno se fare coming out diventerà un verbo stabile in italiano, come fare la partenza o far finta di niente, oppure se verrà addomesticato in qualche modo.
Di fatto, molti dei prestiti inglesi entrati negli ultimi tempi in circolazione sembrerebbero presumere una certa dimestichezza con la lingua inglese - che invece in Italia al momento scarseggia - e invece di introdurre concetti nuovi che la nostra lingua ancora non contiene danno l'impressione di una traduzione maldestra improvvisata al puro scopo di dare un tono di distinzione al discorso; senza grandi risultati, peraltro, perché, insomma, come di fa a prendere sul serio qualcuno che ti parla di decision making o di problem solving? E cosa si deve pensare vedendo annunciare trionfalmente sulla copertina di un libro di testo che dentro c'è anche la flipped classroom, che già fa ridere anche in italiano (classe capovolta) e che, insomma, consiste nientemeno che nel mettere in cattedra uno o più allievi a riferire i risultati di un lavoro o di una ricerca - che non  solo è una pratica comunissima oggi in base alle più moderne tecniche didattiche, ma lo era già quando facevo le elementari e ci chiamavano alla cattedra per esporre le varie ricerche sulla taiga, Mozart, Alessandro Volta e Giacomo Leopardi? Quanto a classroom come prestito inglese mi sembra ben al di là del ridicolo e dell'inutile. Se proprio si vuol fare una robusta iniezione anche a livello sintattico di lingua inglese nella lingua italiana giusto per il gusto di infilarci dei concetti che anche in italiano già ci sono, per pietà, non sarebbe il caso di farlo fare a qualcuno che ha un po' la conoscenza di almeno UNA di queste eccellenti lingue che ci si accinge a manipolare, e usare un po' di criterio?

In conclusione: non credo che il peer learning (apprendimento tra pirla? Ma non mi sembra molto gentile, detto così) e il cooperative learning (imparare alla Coop? Perché no, organizzando delle attività anche molto valide per le scuole) metteranno a serio rischio la struttura e l'essenza della lingua italiana, ma finché le mie povere budella sono ancora fragili e delicatine farò bene ad accostarmici con molta cautela, applicando insomma un indirizzo (way) di cautive learning.

venerdì 6 dicembre 2019

Astrobufale - Luca Perri

L'ho occhieggiato alla Mostra del Libro della scuola. Mi guardava con fare tentatore e sembrava dire "Prendimi, prendimi!".
"Per la biblioteca di scuola, perché no?" mi sono detta allungando la manina "Quest'anno l'astronautica va di moda, la lotta alle fake news è obbiettivo trasversale per tutti noi... vediamo un po' com'è fatto". 
L'ho aperto e mi sono messa a leggere. Quando ho rialzato gli occhi perché arrivava una classe in visita avevo giù letto una trentina di pagine. Piuttosto scorrevole, tutto sommato. 
Ci sono otto coppie di affermazioni, alcune all'apparenza folli, altre dall'aspetto molto ragionevole. Sì, poi risulta che quelle dall'apparenza folle di solito sono vere, e quelle ragionevoli false. Non sempre, però. In mezzo c'è la storia dell'astronautica a partire dagli anni 40, ovvero quei bei tempi andati in cui gran parte della ricerca aeronautica era finalizzata alla costruzione di bombe e bombardieri - come anche adesso, del resto.
Luca Perri è un brillante e spigliato giovinetto (classe 1986) dottorando in astrofisica nonché astronomo, che da qualche anno lavora anche nella divulgazione, soprattutto quella per ragazzi. Questo non è il suo primo libro dedicato all'arduo cammino della ricerca scientifica e delle trappole in cui costei si caccia continuamente suo malgrado. 
Siccome non ero del tutto sicura che il libro fosse adatto ai ragazzi, intanto me lo sono comprato per me, così potevo ponderare la questione con più calma.
È stato una lettura assai gradevole che mi ha aiutato a rispolverare le mie scarse cognizioni astronomiche - per esempio, finalmente ho capito quando e come mai il povero Plutone è stato brutalmente declassato da "pianeta" a "pianeta nano" (e sembra che non sia affatto una questione di dimensioni ma di massa, anche se non sono sicura che Thorin Scudodiquercia sarebbe completamente d'accordo con tutto ciò), ho chiarito in cuor mio la questione del lato oscuro della Luna, ho scoperto che la Grande Muraglia Cinese non è affatto visibile dallo spazio, qualsiasi cosa affermino le didascalie dei manuali delle scuole medie e tante altre cosarelle più o meno interessanti e più o meno sorprendenti. Inoltre ho letto ampi stralci del discorso che il presidente degli Stati Uniti allora in carica si era fatto preparare nel caso in cui, ahimé, gli astronauti dell'Apollo 11 non ce l'avessero fatta a tornare indietro dalla Luna, ed è stato divertente ora che tutto è finito bene.
Com'ero messa con le bufale? Di alcune giù sapevo che erano bufale prima di leggere il libro, per cui ho risposto bene, ma in vari casi ho abboccato come una carpa - vedi appunto la Muraglia Cinese.
Ho anche compreso che la Misteriosa Questione degli UFO si era andata chiarendo via via col tempo quando avevano desecretato un po' di documenti militari - per lo più sembra che si sia trattato di esperimenti dei vari centri aerospaziali. Del resto, è noto persino a me che la vera prova del fatto che siamo stati individuati da intelligenze superiori è che queste intelligenze, proprio perché di superiore levatura si sono ben guardate dal cercare di contattarci. 
E ho anche trovato un bell'elenco chiaro ed esaustivo delle varie prove del fatto che sì, siamo davvero andati sulla Luna. Io, per la verità, non ne ho mai dubitato nemmeno per un istante - non in base alle mie raffinate conoscenze scientifiche bensì per il semplice motivo che l'URRS non ce lo ha mai contestato -  che motivo avrebbe avuto per non contestarcelo, qualora avesse avuto l'ombra di una possibilità di dimostrare al mondo che non c'eravamo stati? E chi altri mai se non l'URSS era a un tale livello di conoscenze sullo spazio da poter controllare se davvero avevamo raggiunto o meno la Luna?

Rimane la Grande domanda: è adatto a uno studente delle medie?
Sì, senza dubbio. Qualsiasi tredicenne di media formazione ne viene a capo senza difficoltà, quindi se caso mai qualcuno che passa di qui fosse in cerca di un suggerimento per un regalo di Natale sotto forma libraria, direi che va bene per chiunque dai dodici anni in su. Non è economicissimo (la versione su carta viene diciotto euro, ma quella liquida costa poco più della metà e funziona altrettanto bene perché nel libro c'è solo testo, senza altra illustrazione che quella di copertina) ma alla fine il rapporto qualità/prezzo mi sembra piuttosto buono.

Con questo post di alto valore scientifico partecipo al Venerdì del Libro di Homemademamma e auguro a tutti comete luminosissime per la notte di Natale.

mercoledì 4 dicembre 2019

A cosa serve il registro elettronico? - 7 - Davvero a troppe cose, se non ti ricordi di chiuderlo

Uno dei molti problemi di Argo anni fa era che la seduta scadeva subito, nel giro di pochi minuti, e il tapino di turno che voleva usarlo per un po' di tempo era costretto a fare e rifare l'accesso una infinità di volte, con suo grande disappunto & giramento di palle estremo. Una lagna da non dirsi.
Sembra però che questo inconveniente sia stato eliminato. Sì, davvero sembra.

Alla seconda ora di Lunedì entro nella Terza Zuzzurlona. 
"Avete fatto il registro?".
"No, a Spagnolo ci ha portato giù in laboratorio".
Cose che capitano. Accendo il computer. O meglio scopro che è giù acceso.
E aperto sulla pagina del registro.
Visto che è aperto sui compiti di Matematica ne deduco che è stato lasciato aperto dall'insegnante appunto di Matematica... all'ultima ora di Sabato.
E mo' che faccio? Esco e poi rientro notificando così che il registro era ancora aperto?
Davvero non mi par cosa. I nostri alunni sono tutti angeli, questo lo do per scontato, ma è cosa nota che anche gli angeli possono cadere in tentazione, se provocati - e insomma lasciare scodellato il tutto con tanto di voti a disposizione mi sembra un pochino pericoloso, anche se, ripeto, i nostri alunni sono tutti angioletti provvisti di regolamentare aureola e grandi ali spiegate.
Per fortuna il male stavolta ha in sé il suo rimedio: Matematica là dentro è anche il coordinatore e quindi può mettere le assenze quando vuole anche se quel giorno non ha lezione.
Apro la schermata dell'appello, segno le assenze, segno le giustificazioni, poi chiudo il tutto a grande velocità. E speriamo di non esserci fatti troppo notare.
Speriamo.

Non è la prima volta che succede, ma le altre volte l'insegnante che aveva lasciato aperto il registro era quello dell'ora precedente. E insomma non è proprio il massimoi ma la sorveglianza è continua e il rischio che un alunno intraprendente decida di rimediare a qualche voto non troppo buono è minimo - fermo restando che comunque è meglio non indurre in tentazione nessuno. 
Che però l'ineffabile Argo mantenga aperta la sessione per più di sessanta ore mi sembra davvero un po' eccessivo, soprattutto se in queste sessanta ore e passa nessuno ci ha scritto sopra nemmeno "Crepa!".

Comunque da allora ho preso da parte un paio di colleghi e gli ho fatto un garbato discorsino. 
E quando faccio l'ultima ora ho sempre gran cura di spengere il computer prima di lasciare la classe.
Resto comunque un po' perplessa.